Jacob L. Talmon, Le origini della democrazia totalitaria_ Recensione di Teodoro Klitsche de la Grange

Jacob L. Talmon, Le origini della democrazia totalitaria, Il Mulino 2024, pp. 448, € 18,00. Presentazione di C. Galli.

Una nuova edizione del saggio di Talmon è proposta dal Mulino con la presentazione (aggiornata) di Carlo Galli. Scrive il presentatore “Quando, nel 1951, Jacob Talmon concludeva la stesura del suo libro su Le origini della democrazia totalitaria la cultura occidentale – in quasi tutte le sue accezioni e declinazioni – si stava interrogando su che cosa avesse determinato il totalitarismo fascista e comunista”. Molti intellettuali si chiedevano come il razionalismo, connotato peculiare della modernità “si fosse rovesciato nelle tenebre di Hitler e di Stalin”. La tragedia era imputata alle ragioni più varie. A tale temperie appartiene anche l’opera di Talmon, secondo il quale “Il libro è  dedicato alla formazione della religione, e del mito, del messianismo politico rivoluzionario e del millenarismo nella filosofia illuministica del Settecento”. Dopo essersi manifestato nella rivoluzione francese il messianismo, ispiratore anche della Comune di Parigi, emigrava ad oriente nella Russia e nella rivoluzione bolscevica. Talmon ritiene che tratto principale ne sia “il postulato di un sistema sociale unico basato sulla soddisfazione uguale e completa dei bisogni umani come programma di azione politica immediata. La giustificazione economica o la definizione di questo postulato è una questione di secondaria importanza”. Babeuf l’aveva immaginato oltre un secolo prima,  nel sostenere che così si sarebbe razionalizzata al massimo produzione e distribuzione. Il che implica anche l’abolizione della proprietà privata (e altro). Scrive Galli che “Questo libro è dunque costruito su di un disegno unitario: secondo Talmon c’è un’obiettiva evoluzione della fede politica negli ultimi due secoli, dal postulato dell’armonia etica all’obiettivo dell’uguaglianza economica e della felicità universale”, e i fondamenti hanno più a che fare con l’armamentario dell’illuminismo, in particolare con la virtù, principio politico secondo Montesquieu della democrazia, onde dev’essere, se insufficiente, imposta. Nella nota aggiunta a questa edizione, Galli ritiene che “il rovesciarsi della democrazia in dominio, è nel frattempo emerso come rischio immanente non solo allo Stato sociale ma anche alle cosiddette «società aperte» che lo hanno (parzialmente) sostituito e che all’individuo, ai suoi diritti e al suo libero agire economico, affidano il compito di evitare gli effetti totalitari della politica”; infatti anche tale ordine “pretende apertamente di costituire una totalità omogenea, priva di alternative – peraltro non certo immune dalle logiche più dure della politica”.

In conclusione il messianismo politico e la di esso compagna inseparabile, cioè l’eterogenesi dei fini può trovare la principale spiegazione nel rapporto tra immaginazione e realtà. Il messianismo si nutre della prima, ma finisce per essere succube della seconda. La quale recupera, trasformandone i risultati, che confermano le regolarità e i presupposti del politico. Questo a meno che, come scriveva Gaetano Mosca, certe costruzioni siano non “sogni di uno sciocco”, ma furberie da ipocriti. Come spesso succede.

Teodoro Klitsche de la Grange

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LA PRASSI DELLA LEGALITÀ CONTRO LA LEGITTIMITÀ, di Teodoro Klitsche de la Grange

LA PRASSI DELLA LEGALITÀ CONTRO LA LEGITTIMITÀ

Non meraviglia che un Tribunale francese abbia condannato Marine Le Pen e, quel che più conta, l’abbia interdetta dal candidarsi alle prossime elezioni. Non sorprende perché il tutto segue un copione ben noto (la cui prova generale fu fatta, in questo secolo, proprio in Italia con la defenestrazione di Berlusconi nel 2011) di estromettere dal potere attraverso decisioni giudiziarie, coloro che con quelle elettorali, cioè democratiche, non lo perderebbero.

Le prospettive da cui giudicare ciò sono molteplici e sempre concorrenti: dalle regolarità (Miglio) della competizione per il potere alla necessità di una situazione eccezionale, dalla conformità (asserita) a regole inviolabili (la cui origine va dalla divina a scendere) al clamore assorbente della propaganda ad ampio spettro.

Mi preme evidenziarne due, forse le meno (o punto) ricordate sui media: il conflitto tra legittimità e legalità e il comportamento (ricorrente) delle élite decadenti.

Quanto al primo problema la distinzione tra legalità e legittimità, a leggere in rete, è normalmente così espressa “La legalità innanzitutto viene definita come la condizione di conformità alla legge e a quanto essa prescrive o vieta. Il termine legalità quindi non può essere riferito ad ogni atto, azione, provvedimento che rispetti la legge in vigore… Lì dove per legalità s’intende la conformità di un atto con l’insieme delle leggi dello Stato, la legittimità sta ad indicare il fondamento stesso del diritto dello Stato, ovvero il criterio a cui si rifà chi detiene il potere di legiferare – cioè il potere di dare forma alla legalità – o eventualmente chi lo contesta”; ovvero “Legalità può sinteticamente significare soggezione alla legge, o anche rispetto della legge. In questa accezione si è parlato, almeno sin dall’Ottocento, di principio di legalità… Legittimità invece significa, piuttosto, conformità ad una legge, cioè corrispondenza di un atto o di un comportamento specifici al modello astratto configurato da una norma di legge”. Hasso Hofmann scrive che “Schmitt pone il problema della legittimazione dell’autorità da legittimare con una svolta antitetica rispetto al presunto funzionalismo privo di contenuto della legalità dello Stato di diritto e spinge il concetto di legittimità in una inusuale e provocatoria contrapposizione con il concetto di legalità”. E in effetti il problema del legittimo fondamento del potere si pone dalla constatazione che questo è oggetto di conquista, cioè di un fatto storico, prima che modificazione, anche profonda di norme giuridiche. Per lo più questa è conseguente a quello, e talvolta (poche) non è una reale fine e rinascita dell’ordinamento, ma solo una di esso revisione, ancorché profonda.

Lassalle descriveva bene questo rapporto tra situazione reale (i “rapporti di forza”) e redazione documentale “Questi effettivi rapporti di forza li si butta su un foglio di carta, si dà loro un’espressione scritta, e, se ora sono stati buttati giu, essi non solo sono rapporti di forza effettivi, ma sono anche diventati, ora, diritto, istituzioni giuridiche, e chi vi oppone resistenza viene punito”.

Ne consegue che giudicare legittimo un ordinamento è confrontare la corrispondenza tra fatti generatori e successivi comportamenti, in primo luogo, quello dei governati, se considerano che chi ha afferrato (e consegnato) il potere abbia il “diritto” di esercitarlo. Come scriveva Santi Romano, un ordinamento così acquista vitalità e durata. Il che non ha nulla a che fare con la legalità, come sopra intesa. Se la storia, come diceva Pareto, è un cimitero di aristocrazie, data la successione di élite, regimi e sintesi politiche, è la legittimità a determinare l’ordine concretamente esistente, e non il legale – raro – avvicendamento tra quelli.

Ciò stante la legalità può essere legalmente utilizzata anche per realizzare fini contrapposti a quelli dell’ordinamento legittimo. Lo teorizzava da rivoluzionario Lenin. Ma il caso più frequente è che se ne  serva chi esercita il potere per conservarlo a scapito delle élite emergenti.

E’ questa la via che vogliono far percorrere le élite  europee (ma non solo) in “lista di sbarco”, forse anche nell’inconsapevolezza dei legali estensori delle decisioni relative. I quali possono sempre sostenere di aver osservato la legalità (norme, Stufenbau) cioè di avere il potere di decidere se il candidato rumeno escluso o Marine Le Pen fossero colpevoli dei reati loro ascritti e di averlo legalmente esercitato. Ma la conclusione, con l’interdizione ad esercitare o aspirare al potere politico, grava sull’esito elettorale e sulla legittimità dello stesso. In particolare in una democrazia governa chi è scelto (ha il consenso) dal popolo. Se si impedisce al capo dell’opposizione di presentarsi alle elezioni si annulla la prerogativa del popolo di designare chi governa. Cioè il contenuto essenziale e principale della democrazia politica.

D’altro canto, soggetti dell’ordinamento internazionale sono coloro che esercitano il potere effettivo e non quelli che hanno diritto ad esercitarlo. Tant’è che persino i movimenti rivoluzionari conquistano una loro soggettività in conseguenza del potere esercitato, anche se in situazioni incerte (e precarie) su popolazione e zone di territorio. Vale sempre il principio generale di Spinoza che tantum juris quantum potentiae; costruire e garantire un ordine senza il potere è impossibile. Una delle conseguenze ne è, per l’appunto che il soggetto in diritto internazionale è colui che, di fatto esercita il potere e non chi ha il titolo legale a detenerlo.

Ciò stante, nella specie, il far confliggere legalità e legittimità  è semplice, anche laddove l’uso della legalità non fosse strumentale. Se una corretta decisione giudiziaria consiste in una logica e motivata sussunzione di una fattispecie a una norma, non significa che sia politicamente opportuna e conveniente. Diversamente una decisione politica opportuna e conveniente non significa che sia lecita e conforme a norme (anzi spesso non lo è).

Quel che però conta di più – ed è un bene in se – è che questa sia legittima: abbia con ciò il quantum di consenso dei governati necessario a non interrompere il rapporto tra vertice e base, capi e seguito. Proprio quello che manca alle élite decadenti (e alla burocrazia) che perdono consenso e potere.

Lo stesso uso strumentale della legalità è un sintomo di decadenza.

E con ciò passiamo al secondo tema. Pareto, che considerava regolare il movimento ondulatorio delle comunità, che alternavano periodi di crescita e di decadenza, considerava manifestazioni di declino delle classi dirigenti il richiamarsi a derivazioni (ossia a giustificazioni del potere) miti (umanitarie, buoniste), all’uso prevalente dell’astuzia piuttosto che alla forza, alla chiusura della circolazione delle élite.

In diversa misura e in modi analoghi le élite euroccidentali in decadenza li manifestano tutti: dagli invocati diritti umani, alla “fine della storia”, dalla lotta climatica, ai vaccini,  ecc. ecc.

All’uso strumentale e indiretto delle varie emergenze (virus, clima, guerra) si accompagna la propaganda che talvolta attinge a livelli grotteschi: Non ho prove che i Tribunali, da Berlusconi in poi, abbiano fatto un uso strumentale della giustizia, ma è evidente che l’abbiano fatta le élite decadenti (e i loro corifei) ed è altrettanto sicuro che il copione sia stato ripetuto più volte fino alla Le Pen. Onde pensare che sia voluto e programmato non è da respingere.

Da evitare è l’adeguarvisi.

Teodoro Klitsche de la Grange

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Milton Friedman, Non esistono pasti gratis, Liberilibri_recensione di Teodoro Klitsche de la Grange

Milton Friedman, Non esistono pasti gratis, Liberilibri, Macerata 2025, pp. 141, € 16,00.

Il libro è una raccolta di saggi dell’economista sulfureo premio Nobel (bestia nera del pensiero conformista e talvolta anche di quello anticonformista) preceduta da una lunga e brillare intervista a Playboy, che funge da introduzione al suo pensiero.

Che è quello, per così dire, di un realista liberale che non crede né all’uomo nuovo, né al buonismo di governo, ma di come “mettere a frutto” l’interesse personale di ciascuno di guisa che sia realizzato quello di tutti.

Demolisce così i capisaldi del Welfare State: le storture che provoca, la pressione fiscale eccessiva, la burocrazia ridondante, gli sprechi che ne conseguono. Spesso Friedman suggerisce le misure alternative liberiste: in particolare l’imposta negativa sul reddito (che sostituisce le altre forme di assistenza pubblica) e il buono-scuola.

Tutto questo ha dei precedenti noti nel pensiero nordamericano (e ovviamente non sono in quello). A cominciare dall’antropologia negativa enunciata nel Federalista per sostenere lo Stato liberal-democratico: se gli uomini fossero angeli, non occorrerebbero i governi, se lo fossero i governanti non servirebbero i controlli sui governi; dato però che di angeli non se ne vedono, sono necessari i governi e i controlli sui governi. Per continuare poi,  nel secolo XX con gli scritti dei teorici della public choice, oltre s’intende Hayek, Mises e gli economisti liberisti non americani.

Dato che i saggi sono “ad ampio spettro” ovvero affrontano i problemi più disparati non posso che rinviare alla lettura del volume, limitandomi ad alcune considerazioni.

In primo luogo quanto scrive Friedman corrisponde, sulla coniugazione degli interessi personali con quello generale, con l’abituale tecnica del giurista, e i particolare del legislatore. Tanto per ricordare è la tesi esposta (tra i tanti) da Jhering che ironizzava sul contrario ricordando ai di esso sostenitori che facevano come S. Crispino che rubava il cuoio ai ricchi per fare stivali ai poveri. Resta il fatto che il cuoio rubato dal sant’uomo qualcuno doveva aver lavorato per produrlo (anche perché nessun pasto è gratis).

Secondariamente le obbligazioni-scambio, cioè quelle di diritto privato, sono fondate su due capisaldi: l’autonomia negoziale e la responsabilità patrimoniale. Ambedue assenti, ridotte o diverse nelle obbligazioni pubbliche, basate sul rapporto di comando-obbedienza. Due delle proposte di Friedman importano i principi delle prime nell’ambito – per quanto possibile – delle seconde. Per cui garantendo reddito ed istruzione, consentono all’assistito di scegliere (la scuola, come spendere il denaro dell’imposta negativa). Col risultato di incrementarne l’effetto positivo e di ridurre gli sprechi (ad esempio, istituti d’istruzione o presidi sanitari inutili perché poco frequentati).

E in terzo luogo riduce la capacità di coalizzarsi e corporativizzarsi dei tax-consumers, cioè di coloro che beneficiano della spesa pubblica perché vivono non dell’assistenza, ma dell’erogazione dell’assistenza. Aiutando così a risolvere il problema della qualità e congruità del servizio. Ma ancor più evitando la costruzione di “carrozzoni” d’imprese pubbliche costose e di dubbia utilità (economicità, efficienza). Si salva così l’assistenza, ma si evita la creazione di enti alla stessa preposti. Strada, quest’ultima, spesso seguita.

Insomma c’è tanto da imparare da questo libro, specie per gli italiani tartassati  da un carico fiscale enorme cui corrispondono servizi mediocri o carenti.

Buona lettura.

Teodoro Klitsche de la Grange

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VESPAIOTENE 2.0_di Teodoro Klitsche de la Grange

VESPAIOTENE 2.0

Non è un caso che la domanda della giornalista maltrattata da Romano Prodi riguardasse, tra i vari punti dolenti del Manifesto di Ventotene, quello sulla proprietà privata, né che era quello cui era più difficile che l’interpellato rispondesse. Ciò, in quanto è quello dove la prassi costante e la legislazione delle istituzioni europee è stata la più distante da quella espressa dal documento.

La proprietà è diritto garantito dalle costituzioni degli Stati fondatori (i sei iniziali): dall’art. 14 della Grundgesetz tedesca, dall’art. 11 di quella belga, dall’art. 42 dell’italiana, dall’art. 16 della lussemburghese. Per la Francia vale, come diritto vigente, la dichiarazione dei diritti del 1789, come richiamata dal Preambolo della Costituzione della V repubblica. L’art. 17 della suddetta dichiarazione dispone “Essendo la proprietà un diritto sacro ed inviolabile, nessuno ne può essere privato, se non in caso di pubblica necessità, legalmente accertata, la quale l’esiga con evidenza, e a condizione del pagamento di una giusta e preventiva indennità”. Pur con minore enfasi, tutte le disposizioni delle Costituzioni europee citate (influenzate dalla citata dichiarazione dei diritti), tutelano la proprietà, l’accesso alla stessa e la relativa possibilità di espropriarla.

Date queste premesse, nel diritto europeo, come risultante sia dalla normativa sia (principalmente) dalla giurisprudenza della Corte EDU, sia da quella della Corte di giustizia dell’Unione europea, il diritto di proprietà ha fondamentale importanza.

Infatti viene considerato dalla Carta di Nizza del 2000 quale situazione soggettiva di potere la cui tutela deve manifestarsi in una forma più «intensa» rispetto a quanto previsto nell’ambito dei rapporti economici. L’art. 17 della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione Europea, considera il diritto di proprietà quale diritto dell’individuo.

Esso, infatti, dispone che «ogni individuo ha il diritto di godere della proprietà dei beni che ha acquistato legalmente, di usarli, di disporre e di lasciarli in eredità» e e che «l’uso dei beni può essere regolato dalla legge nei limiti imposti dall’interesse generale».

Inoltre è garantita anche dalla Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo. Ad essa è dedicato l’art. 1 del primo Protocollo («Protezione della proprietà») addizionale alla Convenzione per la salvaguardia dei diritti dell’Uomo, firmato a Parigi nel (lontano) 1952. Sulla nozione di «bene» la Corte di Strasburgo si è soffermata ripetutamente, con conseguente ampliamento delle fattispecie giuridiche rientranti in codesta categoria. Così ha sussunto nella garanzia del cittadino tutti i beni (in certi casi anche crediti) spettanti allo stesso.

Dato che non sempre la legislazione italiana è stata rispettosa della proprietà privata come disposto sia dall’art. 42 della Costituzione che dalla normativa europea, gli organi giurisprudenziali europei l’hanno ripetutamente bacchettata.

A ricordare solo alcune delle sentenze della Corte EDU, bacchettatrici della legislazione italiana, ricordiamo (limitandoci ad alcune delle più recenti): Scardaccione/Italia del 07/11/2024 (sull’eccessiva durata degli sfratti); Cutelli + 1/Italia del 07/11/2024 (sull’occupazione appropriativa); Varvara/Italia dell’11/10/2024 (sulla confisca). Di guisa che, anche richiamando questa costante giurisprudenza, la Corte costituzionale italiana ha pronunciato molte sentenze di annullamento di disposizioni legislative, che riconoscevano indennizzi troppo inferiori al valore di mercato del bene ablato: le sentenze 348/2007 e 349/2007 della Corte costituzionale (sull’indennizzo pari alla media tra valore di mercato e valore catastale) o la 181/2011 (sul criterio dell’indennizzo pari al valore agricolo medio).

Da questa mole di norme e decisioni contrarie alle affermazioni sulla proprietà privata nel Manifesto di Ventotene è chiaro che Prodi, già Presidente della Commissione dell’UE, si sentiva profondamente imbarazzato: se avesse risposto si, avrebbe smentito legislazione e giurisprudenza europea (sia della UE, ma ancor più della Corte EDU, organo del Consiglio d’Europa), se invece avesse risposto negativamente sarebbe andato contro la sacralizzazione del Manifesto di Ventotene operata dalla sinistra.

Per cui era meglio, come ha preferito fare, non rispondere, quasi addossando alla peculiarità della situazione dei confinati le espressioni del documento. E tirando la ciocca dei capelli  alla giornalista impertinente.

Teodoro Klitsche de la Grange

Vespaiotene, di Teodoro Klitsche de la Grange

VESPAIOTENE

L’ultimo vespaio suscitato dal discorso della Meloni alla Camera per le citazioni del “Manifesto” di Ventotene, si presta ad una serie di considerazioni, che vado ad enumerare:

1) Come succede spesso il “Manifesto” è assai più citato che letto, e i di esso estimatori (di professione) non hanno l’accortezza di citare i passi interpretati (magari corredandoli con l’indicazione relativa come i versetti della Bibbia o i frammenti del Digesto). Per cui complicano il lavoro del lettore curioso che voglia approfondire e controllare. A pensar male la prassi sarebbe volontaria, con l’effetto (voluto) di ascrivere a Rossi o a Spinelli le idee dell’interprete.

2) Le affermazioni del “Manifesto” citate dalla Meloni – e comunque oggetto della discussione, concernono idee che, all’epoca della redazione del “manifesto” (1941) erano diffuse e dibattute, in particolare tra intellettuali e politici.

Le ricordiamo: “La metodologia politica democratica sarà un peso morto nella crisi rivoluzionaria” e “Nelle epoche rivoluzionarie, in cui le istituzioni non debbono essere amministrate, ma create, la prassi democratica fallisce clamorosamente” (sulla democrazia).

E sul carattere dell’auspicata rivoluzione “La rivoluzione europea, per rispondere alle nostre esigenze, dovrà essere socialista”.

Sulla proprietà: “la proprietà privata dei mezzi materiali di produzione deve essere in linea di principio abolita e tollerata solo in linea provvisoria quando non se ne possa proprio fare a meno… La proprietà privata deve essere abolita, limitata, corretta, estesa caso per caso, non dogmaticamente in linea di principio”.

Sul rapporto tra popolo e partito dirigente: “Durante la crisi rivoluzionaria […] (il movimento, ndr) attinge la visione e la sicurezza di quel che va fatto non da una preventiva consacrazione da parte dell’ancora inesistente volontà popolare, ma dalla coscienza di rappresentare le esigenze profonde della società… Attraverso questa dittatura del partito rivoluzionario si forma il nuovo Stato, e intorno a esso la nuova vera democrazia”.

Tutte tali affermazioni, inequivocabili, corrispondono a convinzioni allora diffuse, ma che le vicende successive – e la stessa evoluzione di Rossi e Spinelli – hanno cambiato spesso radicalmente.

Ernesto Rossi fu un benemerito sostenitore del liberismo contro i monopoli; Spinelli fu a favore del Piano Marshall e nel corso della sua carriera politica, pur sempre di sinistra, non risulta che avesse posizioni o prassi simili a quelle esposte nel Manifesto prima sintetizzate.

Fa in particolare impressione il rapporto tra rivoluzionari e masse (sia movimenti politici che cittadini comuni). Quanto ai primi nel manifesto si criticano i partiti (e loro dirigenti) democratici: che questi «Credono nella “generazione spontanea” degli avvenimenti e delle istituzioni, nella bontà assoluta degli impulsi che vengono dal basso. Non vogliono forzare la mano alla “storia” al “popolo” al “proletariato” o come altro chiamano il loro dio… Sono perciò dirigenti adatti solo nelle epoche di ordinaria amministrazione, in cui un popolo è nel suo complesso convinto della bontà delle istituzioni fondamentali, che debbono essere ritoccate solo in aspetti relativamente secondari. Nelle epoche rivoluzionarie, in cui le istituzioni non debbono già essere amministrate, ma create, la prassi democratica fallisce clamorosamente».

Il popolo, nelle situazioni rivoluzionarie è disorientato «Mille campane suonano alle sue orecchie, con i suoi milioni di teste non riesce a raccapezzarsi, e si disgrega in una quantità di tendenze in lotta tra loro» e conseguentemente «i democratici si sentono smarrirti non avendo dietro uno spontaneo consenso popolare, ma solo un torbido tumultuare di passioni; pensano che loro dovere sia di formare quel consenso, e si presentano come predicatori esortanti, laddove occorrono capi che guidino sapendo dove arrivare… Man mano che i democratici logorassero nelle loro logomachie la loro prima popolarità di assertori della libertà, mancando ogni seria rivoluzione politica e sociale, si andrebbero immancabilmente ricostituendo le istituzioni politiche pretotalitarie, e la lotta tornerebbe a svilupparsi secondo i vecchi schemi della contrapposizione delle classi».

Anche i comunisti, col loro classismo «costituiscono nei momenti decisivi un elemento settario che indebolisce il tutto» per cui «Una situazione dove i comunisti contassero come forza politica dominante significherebbe non uno sviluppo non in senso rivoluzionario, ma già il fallimento del rinnovamento europeo». Invece il «partito rivoluzionario non può essere dilettantescamente improvvisato nel momento decisivo, ma deve sin da ora cominciare a formarsi almeno nel suo atteggiamento politico centrale, nei suoi quadri generali e nelle prime direttive d’azione… dalla schiera sempre crescente dei suoi simpatizzanti deve attingere e reclutare nell’organizzazione del partito solo coloro che abbiano fatto della rivoluzione europea lo scopo principale della loro vita… e costituiscano così la solida rete che dia consistenza alla più labile sfera dei simpatizzanti…Durante la crisi rivoluzionaria spetta a questo partito organizzare e dirigere le forze progressiste, utilizzando tutti quegli organi popolari che si formano spontaneamente come crogioli ardenti in cui vanno a mischiarsi le forze rivoluzionarie, non per emettere plebisciti, ma in attesa di essere guidate»[1].

È evidente l’influenza del modello del partito rivoluzionario-totalitario e, soprattutto, l’insegnamento di Lenin. Il quale nel “Che fare?” scriveva:  il “nostro compito pratico più urgente: creare un’organizzazione di rivoluzionari capace di garantire alla lotta politica l’energia, la fermezza e la continuità” e affermava “che  non potrà esservi un movimento rivoluzionario solido senza un’organizzazione stabile di dirigenti che ne assicuri la continuità… che tale organizzazione deve essere composta principalmente di uomini i quali abbiano come professione l’attività rivoluzionaria”. È inutile poi ricordare il ruolo guida che, nel pensiero di Gramsci ha il partito rivoluzionario o la sua organizzazione tattico-insurrezionale (Malaparte). Giudizi in cui il consenso, la democrazia, la legittimità sono quasi sempre un impaccio, e comunque non costituiscono né una condizione né una preoccupazione. Secondo Malaparte alla tattica insurrezionale dei bolscevichi non servivano le masse, ma nuclei ristretti, esperti e organizzati Tutto il resto delle citazioni della Meloni (estratte dalle più numerose conferme esposte nel Manifesto) concernenti socialismo, proprietà (dei mezzi di produzione) più che proprietà in genere, sono state superate dall’attuale EU, che sicuramente non è socialista, è contraria a ogni nazionalizzazione dei mezzi di produzione (e così via).

Cos’è   ancora vivo nel Manifesto di Ventotene, esaminandolo con un occhio realista?

A mio avviso principalmente due cose: il giudizio che in un’epoca di potenze continentali, gli Stati nazionali sono superati  non avendo ma massa critica per competere con le superpotenze in essere o in fieri (oggi USA, Cina, India, Russia e forse Brasile). È un buon argomento per costruire uno Stato federale europeo come quello auspicato dal Manifesto.

La seconda: che Rossi e Spinelli non credevano ad una “unione” che prescindesse dall’elemento decisivo perché unione ci sia: un potere sovraordinato ai singoli Stati, come scriveva il giovane Hegel sul Sacro Romano Impero (allora in via di estinzione), al quale mancava proprio quello. L’insistenza sul partito rivoluzionario e l’indifferenza verso il consenso e le procedure democratiche non è altro che la riproduzione nella prima metà del XX secolo della essenzialità per una sintesi politica di avere un centro unificatore supremo (Hegel). all’epoca del filosofo era il monarca assoluto, ai tempi di Rossi e Spinelli, era diventato il partito rivoluzionario che, esercitando la dittatura, costruiva un nuovo ordine. Al contrario dell’UE attuale, la quale ha unificato molte cose, ma non il potere (decisivo e superiore) ai singoli Stati, ma si è limitata ad alcuni “rami bassi”. Anzi in Italia è stato teorizzato il “vincolo esterno” che si presta a questa unificazione delle mezze misure. Dai tappi delle bottiglie in su. Cioè di ciò che non è (o è poco) politico.

E, anche per ciò, il Manifesto, liberato da utopismo e condizionamenti d’epoca, può dirci ancora qualcosa.

Teodoro Klitsche de la Grange


[1]      I corsivi sono miei.

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Gianluca Sadun Bordoni, Guerra e natura umana, Il Mulino, Bologna 2025, pp. 341, € 20,00. Recensione di Teodoro Klitsche de la Grange

Il ritorno della guerra in Europa e soprattutto nei mass-media rende di grande interesse ed attualità due idee – o meglio idola – contemporanei: che la guerra sia (solo) frutto di decisioni e culture belliciste e che il “progresso” (correntemente inteso) porti al suo superamento come mezzo di risoluzione dei conflitti. Accanto alla guerra – aggiungo io – oggetto in via di estinzione è anche il nemico. A meno che non si tratti di colui/coloro che si oppongono alle suddette convinzioni: nel qual caso si tratta di un arcinemico, un nemico assoluto, colmo di tutto il male possibile.

Scrive l’autore “non c’è dubbio che il fenomeno politico più eclatante di questi anni sia il ritorno prepotente del conflitto tra le grandi potenze. Si tratta di un brusco e amaro risveglio dopo il breve interludio seguito alla conclusione della guerra fredda, in cui parve che, assieme alla storia, fosse prossima a finire la sua ombra ferrigna, cioè la guerra. Dall’altro lato, la rivoluzione in atto nelle scienze antropologiche…, ha reso ineludibile confrontarsi con l’evidenza scientifica che la guerra appartiene all’uomo sin dalle sue origini”. Ma il carattere anarchico, conseguente alla parità dei soggetti politici internazionali, esclude un potere superiore decisore dei conflitti. Il problema della natura umana, consustanziale al realismo politico (v. Tucidide e l’Ambasciata ateniese ai Meli) può essere affrontato “nel quadro delle scienze biologiche. Uno degli obiettivi di questo libro è in tal senso quello di innestare sul tronco del realismo politico l’analisi scientifica della natura umana, e cioè l’antropologia evoluzionistica”. Il libro è diviso in due parti “la prima parte, storico-politica, intende mostrare il naufragio del tentativo moderno di superare la perenne precarietà della pace, una tregua tra due guerre, mediante un assetto durevolmente pacifico delle relazioni tra stati, mirando addirittura a una «pace perpetua»”. Nella seconda si analizza il rapporto tra guerra e natura umana (Proudhon) alla luce anche dei moderni risultati della biologia e dell’antropologia (e non solo), onde rispondere alla domanda se la guerra sia “un’attività con profonde radici nella nostra storia naturale, ovvero un adattamento evolutivo”. Data l’inevitabilità della guerra si chiede Sadun Bordoni nella conclusione se “la superiore intelligenza, capacità tecnica e presumibilmente aggressività, che consentirono a Homo sapiens di affermarsi nella competizione con altre specie di uomini, potrebbe causarne l’autodistruzione, anche solo parziale. Non si tratta infatti solo dell’ipotesi di un’estinzione della specie: anche un radicale collasso di civiltà rappresenterebbe il giorno del giudizio per l’uomo”.

Due considerazioni del recensore. L’ineliminabilità del conflitto e della guerra è una regolarità della politica (Miglio) e un presupposto del politico (Freund). Tanto per ricordare due acuti studiosi del secolo scorso, senza bisogno di citare i loro (tanti) predecessori da Tucidide, passando per Machiavelli e Hobbes fino a Carl Schmitt.

Senza conflitto e nemico non si comprende né la politica e neanche – tra l’altro – il diritto (Carnelutti tra i tanti): non se ne può dare una giustificazione razionale. Il fatto poi che chi pensa il contrario non indica in millenni di storia, alcuna comunità che sia esistita senza capi, senza nemici e senza conflitti è indicativo della regolarità di questi e del carattere favolistico del contrario.

Che vengano, come scrive Sadun Bordoni, indagini moderne a confermare ciò è un’ulteriore conforto alla tesi della regolarità del conflitto e del nemico. Tuttavia tale tesi deve contemperarsi con l’esistenza del libero arbitrio che se rende comunque possibile la guerra, può indurre a scegliere la pace. Ne deriva che le concezioni antropologiche della bontà naturale, del raziocinio, del progresso (e così via) nonché i loro sostenitori potrebbero finire col generare un pianeta senza guerre.

Neanche tale concezione può essere condivisa – anche se auspicabile. La modernità ha perso la distinzione tra ciò che è impossibile e quindi non oggetto di prescrizioni giuridiche, come osservare la legge di gravità, nutrire i tavoli, far volare gli asini (Spinoza), cioè l’impossibile ontologico e ciò che, pur essendo possibile, è altamente improbabile, come contrario a comportamenti costanti.

Ossia alle regolarità (psicologiche e) sociologiche; onde si può evitare una guerra ma non eliminare la guerra dalla possibilità (dalla volontà e dalla natura) umana.

La regolarità del potere di Tucidide, la legge ferrea dell’oligarchia, la distinzione amico-nemico sono conformi al comportamento umano e quindi regolari. Se una comunità di stiliti nella Tebaide o una tribù polinesiana sono vissute senza capi e senza nemici ciò conferma il carattere di eccezione rispetto alla costanza di comportamenti contrari. E la necessità quindi di costruire gli argini per proteggersi dalle (future) inondazioni (Machiavelli). Cosa che questo libro aiuta a fare.

Teodoro Klitsche de la Grange

Gianluca Sadun Bordoni, Guerra e natura umana, Il Mulino, Bologna 2025, pp. 341, € 20,00.

Il ritorno della guerra in Europa e soprattutto nei mass-media rende di grande interesse ed attualità due idee – o meglio idola – contemporanei: che la guerra sia (solo) frutto di decisioni e culture belliciste e che il “progresso” (correntemente inteso) porti al suo superamento come mezzo di risoluzione dei conflitti. Accanto alla guerra – aggiungo io – oggetto in via di estinzione è anche il nemico. A meno che non si tratti di colui/coloro che si oppongono alle suddette convinzioni: nel qual caso si tratta di un arcinemico, un nemico assoluto, colmo di tutto il male possibile.

Scrive l’autore “non c’è dubbio che il fenomeno politico più eclatante di questi anni sia il ritorno prepotente del conflitto tra le grandi potenze. Si tratta di un brusco e amaro risveglio dopo il breve interludio seguito alla conclusione della guerra fredda, in cui parve che, assieme alla storia, fosse prossima a finire la sua ombra ferrigna, cioè la guerra. Dall’altro lato, la rivoluzione in atto nelle scienze antropologiche…, ha reso ineludibile confrontarsi con l’evidenza scientifica che la guerra appartiene all’uomo sin dalle sue origini”. Ma il carattere anarchico, conseguente alla parità dei soggetti politici internazionali, esclude un potere superiore decisore dei conflitti. Il problema della natura umana, consustanziale al realismo politico (v. Tucidide e l’Ambasciata ateniese ai Meli) può essere affrontato “nel quadro delle scienze biologiche. Uno degli obiettivi di questo libro è in tal senso quello di innestare sul tronco del realismo politico l’analisi scientifica della natura umana, e cioè l’antropologia evoluzionistica”. Il libro è diviso in due parti “la prima parte, storico-politica, intende mostrare il naufragio del tentativo moderno di superare la perenne precarietà della pace, una tregua tra due guerre, mediante un assetto durevolmente pacifico delle relazioni tra stati, mirando addirittura a una «pace perpetua»”. Nella seconda si analizza il rapporto tra guerra e natura umana (Proudhon) alla luce anche dei moderni risultati della biologia e dell’antropologia (e non solo), onde rispondere alla domanda se la guerra sia “un’attività con profonde radici nella nostra storia naturale, ovvero un adattamento evolutivo”. Data l’inevitabilità della guerra si chiede Sadun Bordoni nella conclusione se “la superiore intelligenza, capacità tecnica e presumibilmente aggressività, che consentirono a Homo sapiens di affermarsi nella competizione con altre specie di uomini, potrebbe causarne l’autodistruzione, anche solo parziale. Non si tratta infatti solo dell’ipotesi di un’estinzione della specie: anche un radicale collasso di civiltà rappresenterebbe il giorno del giudizio per l’uomo”.

Due considerazioni del recensore. L’ineliminabilità del conflitto e della guerra è una regolarità della politica (Miglio) e un presupposto del politico (Freund). Tanto per ricordare due acuti studiosi del secolo scorso, senza bisogno di citare i loro (tanti) predecessori da Tucidide, passando per Machiavelli e Hobbes fino a Carl Schmitt.

Senza conflitto e nemico non si comprende né la politica e neanche – tra l’altro – il diritto (Carnelutti tra i tanti): non se ne può dare una giustificazione razionale. Il fatto poi che chi pensa il contrario non indica in millenni di storia, alcuna comunità che sia esistita senza capi, senza nemici e senza conflitti è indicativo della regolarità di questi e del carattere favolistico del contrario.

Che vengano, come scrive Sadun Bordoni, indagini moderne a confermare ciò è un’ulteriore conforto alla tesi della regolarità del conflitto e del nemico. Tuttavia tale tesi deve contemperarsi con l’esistenza del libero arbitrio che se rende comunque possibile la guerra, può indurre a scegliere la pace. Ne deriva che le concezioni antropologiche della bontà naturale, del raziocinio, del progresso (e così via) nonché i loro sostenitori potrebbero finire col generare un pianeta senza guerre.

Neanche tale concezione può essere condivisa – anche se auspicabile. La modernità ha perso la distinzione tra ciò che è impossibile e quindi non oggetto di prescrizioni giuridiche, come osservare la legge di gravità, nutrire i tavoli, far volare gli asini (Spinoza), cioè l’impossibile ontologico e ciò che, pur essendo possibile, è altamente improbabile, come contrario a comportamenti costanti.

Ossia alle regolarità (psicologiche e) sociologiche; onde si può evitare una guerra ma non eliminare la guerra dalla possibilità (dalla volontà e dalla natura) umana.

La regolarità del potere di Tucidide, la legge ferrea dell’oligarchia, la distinzione amico-nemico sono conformi al comportamento umano e quindi regolari. Se una comunità di stiliti nella Tebaide o una tribù polinesiana sono vissute senza capi e senza nemici ciò conferma il carattere di eccezione rispetto alla costanza di comportamenti contrari. E la necessità quindi di costruire gli argini per proteggersi dalle (future) inondazioni (Machiavelli). Cosa che questo libro aiuta a fare.

Teodoro Klitsche de la Grange

IL TRAMONTO DELLA SPD_di Teodoro Klitsche de la Grange

IL TRAMONTO DELLA SPD

Il pessimo risultato della SPD alle recenti elezioni tedesche è “il peggior risultato nell’ultimo secolo di esistenza di questo partito” (è stata così indicato negli articoli che ho letto), induce due considerazioni congiunte tra loro.

La prima, che qui non ripeto, perché spesso ci sono tornato, è che è venuta meno l’opposizione principale nel “secolo breve” cioè quella tra proletariato e borghesia, a seguito del crollo del “socialismo reale”; onde viene meno anche la necessità di quei partiti che della suddetta opposizione erano la conseguenza e l’espressione (politica e organizzativa).

La seconda: di quella opposizione la SPD era il caso (e il prodotto) più importante. Quale espressione dell’evoluzione e dei travagli a un tempo del movimento operaio, del socialismo e della sinistra in genere da circa un secolo e mezzo

Il partito ispirato a Marx, Engelss e Lassalle, nato nel 1875, che aveva visto al proprio vertice Bebel, Kautsky, Bernstein fino a Willy Brandt e ai dirigenti successivi alla II guerra mondiale; il partito che è stato oggetto di studio anche di pensatori non proprio socialisti come Spengler e Michels è ridotto ai minimi termini. Spengler ne notava il carattere disciplinato (prussiano/comunitario) contrapposto allo spirito disordinato e individualista (francese e inglese). Mentre Michels  vi trovava conferma della regolarità (Miglio) della classe politica e della ferrea legge delle oligarchie che dominavano anche in un movimento teso ad una prospettiva di liberazione totale (la società senza classi).

In effetti Spengler scriveva che “in quella classe operaia forgiata da Bebel in un potente esercito, nella sua disciplina e fedeltà, nel suo cameratismo, nella sua disponibilità ai più estremi sacrifici, sopravviveva quell’antico stile prussiano”.; e che un socialismo tedesco o meglio prussiano significa che questo si conforma alla convinzione generale (istinto/guida) che il potere appartiene alla comunità mentre in quello inglese appartiene all’individuo e in quella francese a nessuno. Combinandosi col socialismo questa convinzione (notata da altri come di derivazione luterana) genera un socialismo gerarchico-comunitario, in sostanza autoritario.

Nel secondo dopo guerra Kirchheimer coniava il termine di “partito pigliatutto”  ispirandosi (anche) all’evoluzione dell’SPD; connotati salienti del “partito pigliatutto” erano (rispetto al “partito di classe” che l’aveva preceduto) di fare riferimento a un insieme di gruppi sociali e una evidente de-ideologizzazione.

A seguito del crollo del comunismo, della perdita dell’opposizione borghese-proletario e dell’emergere di una nuova frattura decisiva (globalizzazione-sovranpopulismo), anche un partito esemplare e glorioso come la SPD pare giunto ai minimi termini come i suoi analoghi di sinistra (e spesso anche di destra).

Né l’insediamento sociale, né l’aver governato per decenni, né la tradizione più che centenaria hanno retto alla neutralizzazione dell’opposizione che li ha generati e all’indebolimento dei fattori d’integrazione. Una lezione per l’avvenire.

Teodoro Klitsche de la Grange

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AVANTI IL PROSSIMO 2.0, di Teodoro Klitsche de la Grange

AVANTI IL PROSSIMO 2.0, di Teodoro Klitsche de la Grange

AVANTI IL PROSSIMO 2.0

Faccio seguito ad un mio articolo con lo stesso titolo per aggiungervi qualcosa, ma anche per analizzare alcune delle reazioni al discorso di Vance e le prime mosse di Trump sulle trattative per far cessare la guerra in Ucraina.

Particolarmente interessanti sono quelle dei guerrafondai italiani (e non solo) delusi. Non potendo schierarsi contro il tentativo di Trump di trattare la pace, sostengono (soprattutto) due tesi.

La prima che occorre rispettare il diritto internazionale: l’aggressore (criminale) va sempre punito. A certe anime belle (quanto ipocrite) va ripetuto che la storia trabocca di aggressioni finite con accordi di pace che riconoscevano (le ragioni e) le conquiste (in parte e talvolta in tutto) degli aggressori. La guerra è nomogenetica: genera un ordine nuovo che è la base e la conseguenza della pace raggiunta. A non prendere atto della realtà la pace non si fa mai.

Come del pari, spesso è polemogenetico il diritto: sempre la storia (e non solo) è gravida di guerre nate per pretese giuridiche – alcune fondate, altre no – invocate a sostegno del perseguimento di interessi dei belligeranti. Peraltro nel conflitto russo-ucraino è tutt’altro che insostenibile che la mancata attuazione degli accordi di Minsk e la guerra strisciante contro le minoranze russofone costituissero valide ragioni per l’“operazione militare speciale” di Putin.

Resta il fatto che, se non si tratta per un nuovo ordine, la conseguenza non può essere che la prosecuzione della guerra, contrariamente a quanto le teste – hegelianamente gonfie di vento – di chi vorrebbe il ritorno allo statu quo ante, come condizione per la pace. Ossia la sconfitta dell’aggressore.

La seconda tesi è surreale: si sostiene che non si può far la pace con Putin perché è un nemico. A parte l’ovvia replica che per far cessare (lo stato di) guerra occorre trattare la pace con il nemico, giacché non si è mai vista una trattativa con un non belligerante, per assenza di oggetto, occorre comunque considerare che, atteso lo stato di potenziale inimicizia in cui si trovano i soggetti di diritto internazionale per natura, non sia opportuno che la pace coinvolga (anche) qualche non belligerante, i cui interessi possono essere compromessi da una guerra.

Ma questo non esclude che essenziale della pace è che la trattativa abbia come soggetti gli Stati nemici e in guerra. Nemici reali e attuali, non potenziali.

In terzo luogo, e come conseguenza ventilata e implicita: trattare e non dettare è il miglior sistema per concludere una pace durevole. Il che significa farsi carico anche degli interessi e delle aspettative del nemico. Un pessimo esempio dell’inverso fu il “trattato” di Versailles, non negoziato con la Germania, ma imposto e per questo denominato “dettato”. E di cui Papa Benedetto XV disse che il di esso effetto sarebbe stata una nuova guerra tra vent’anni (previsione esatta anche nei tempi).

Quarto: rispettare il diritto internazionale restituendo le terre occupate ante bellum dicono i buoni. E l’attuale situazione di fatto? Questo è proprio il contrario della situazione al fronte: dove Putin ha occupato praticamente tutta l’area russofona dell’Ucraina, per cui non è chiaro perché dovrebbe restituirla, ma d’altra parte sarebbe suo interesse evitare una pace troppo dura per l’Ucraina.

Quinto: non insistere tanto, al contrario di quanto fanno i guerrafondai in servizio permanente effettivo, sulla criminalizzazione di Putin, per una serie di ottime ragioni. La prima delle quali è ch’è decisamente strano trattare con un criminale. E non distinguere questo dal nemico, come già nel diritto romano “‘Hostes’ hi sunt, qui nobis aut quibus nos publice bellum decrevimus: ceteri ‘latrones’ aut ‘praedones’ sunt”. Distinzione che è passata nel diritto internazionale (westfaliano); il suo tramonto (parziale) ha connotato le guerre “assolute” del XX secolo (le due mondiali e quelle di decolonizzazione).

Su “L’Opinione delle libertà” Savarese, Sola e Holmes hanno ricordato le incongruenze, le falsificazioni della realtà, le omissioni di una propaganda anti-russa che ha raggiunto (e talvolta sorpassato) i limiti del ridicolo, ora stigmatizzata della nuova amministrazione Trump. Holmes ha più diffusamente di quanto da me fatto (v. il “Primo della classe”) sottolineato la corrispondenza tra le prime mosse di Trump e i consigli di Machiavelli, in particolare ai governanti innovatori, di stare accorti perché toccano interessi consolidati. Segnatamente le mosse del nuovo Presidente, come il discorso di Vance, denotano la consapevolezza dei governanti americani di essere il cambiamento in atto più un passaggio d’epoca che una sostituzione di un governo con uno di segno opposto.

*                      *                      *

Mentre termino di scrivere queste righe si è votato in Germania. Nell’articolo “Avanti il prossimo” mi riferivo (nell’immediato) proprio a Scholz, puntualmente defenestrato dai suoi elettori, secondo un copione che va avanti in occidente da diversi anni, invariato. I partiti anti establishment aumentano sempre e spesso vanno al governo. Quando non ci riescono i governi messi su sono instabili, come notato da Vance.  Come invariate sono le reazioni (e le veline mainstream conseguenti) delle élite europee (in lista di sbarco).

Non so se sia ormai troppo tardi per loro organizzare una contrapposizione all’offensiva politica trumpiana, ma occorre aggiungere che il carattere “nuovo” di questa impone non una reazione come quella già in atto, che i Trump-sovran-populisti rompono l’unità europea (fanno il gioco degli USA, sono i maggiordomi del nuovo padrone, ecc. ecc.), giacché come difensori dell’indipendenza europea le élite non sono in condizioni di dare lezioni a nessuno, ma ancor più, perché l’unità europea, come gli ha (implicitamente ed esplicitamente) ricordato Vance, l’hanno liquidata loro. Se ai costruttori dell’Europa (da Adenauer a Monnet, da Spaak a Martino) era evidente che l’Europa occidentale (democratica e liberale) non era altro che la creazione del cristianesimo occidentale, a loro questa ovvietà è ostica, al punto di aver rifiutato le radici giudaico-cristiane (e aggiungiamo greco-romane) che hanno tenuto uniti i popoli malgrado organizzati in diverse sintesi politiche, da ultimo gli Stati nazionali. Alla divisione verticale in Stati, che i loro predecessori volevano (e speravano) gestire hanno sostituito quella orizzontale tra élite e popoli, oltretutto coltivandola, sia per inconsapevolezza, sia per miope interesse, così facendola diventare prevalente e decisiva.

Teodoro Klitsche de la Grange

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La lotta contro il Diritto _ Con Buffagni, Klitsche de la Grange, Sinagra, Germinario, Semovigo

Il Diritto. Da principio regolatore della civiltà, il diritto si trasforma in una macchina di potere, chi è dentro e chi è fuori. Un capovolgimento radicale che ricorda la critica di Carl Schmitt alla neutralità liberale: il diritto non è più neutrale, ma espressione della volontà del più forte.

Dike, CPI e la crisi della sovranità
Il diritto penale internazionale diventa un’arma geopolitica che rimane intoccabile. È il modello della guerra giuridica (lawfare)

Hegel, Stato e diritto: il tradimento delle istituzioni
Hegel vedeva lo Stato come l’incarnazione dello Spirito, il luogo in cui il diritto trova la sua realizzazione. Ma cosa accade quando lo Stato abdica al proprio ruolo e diventa un mero esecutore di decisioni prese altrove ?

L’UE come spazio di controllo giuridico
L’Unione Europea ha creato un sistema di diritto che vincola gli Stati membri e impone un modello giuridico o è un apparato burocratico autoreferenziale ?

Dike e il tradimento della giustizia – Dalla Grecia classica a oggi, il diritto è sempre stato fondamento della civiltà. Ma cosa accade quando diventa un’arma di guerra?

Lawfare: il nuovo volto del totalitarismo – Dalla CPI ai tribunali europei, il diritto penale internazionale portatore di neutralità ?

L’Unione Europea e il soft power giuridico – Trattati, corti e regolamenti indipendenti ?

Ospiti e relatori

⚖️Teodoro Klitsche de la Grange – autore di : La Lotta contro il Diritto
Roberto Buffagni – saggista e analista politico
⚖️ Augusto Sinagra – giurista e magistrato
Giuseppe Germinario – Analista Geopolitico e direttore di Italia e il Mondo
Cesare Semovigo – regista e documentarista

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AVANTI IL PROSSIMO_di Teodoro Klitsche de la Grange

AVANTI IL PROSSIMO

Ha ottenuto una risonanza planetaria il discorso da Monaco di J. D. Vance in cui ha rampognato le classi dirigenti europee. Le reazioni di quella italiana (di centrosinistra) e della stampa mainstream sono state le solite. Chi, riferendosi all’incontro di Vance con i leaders di AFD l’ha ricondotta alla consueta reductio ad hitlerum; i più a una interferenza (ovviamente inammissibile perché non sollecitata da loro); altri al tentativo di far dimenticare analoghi errori della politica USA, e qua siamo al focherello, perché prassi simili sono state poste in essere dalle amministrazioni di Biden ed Obama (salvo altri).

A me preme di notare che in quanto affermato da Vance siano enunciate idee che da millenni, o da secoli fanno parte del pensiero politico realista, quello parafrasando Machiavelli, che prende in considerazione la realtà dei fatti e non l’immaginazione degli stessi.

Due in particolare.

La prima è che l’Europa è in crisi, e che questa è per così dire endogena.

Dice Vance: “L’Europa deve affrontare molte sfide, ma la crisi che questo continente sta affrontando in questo momento, la crisi che credo stiamo affrontando tutti insieme, è una crisi che abbiamo creato noi stessi” Questa è dovuta a “come molti di voi in questa sala sapranno, la Guerra Fredda ha schierato i difensori della democrazia contro forze molto più tiranniche in questo continente. E considerate la parte in quella lotta che censurava i dissidenti, che chiudeva le chiese, che annullava le elezioni. Erano i buoni? Certamente no. E grazie a Dio hanno perso la Guerra Fredda. Hanno perso perché non hanno valorizzato né rispettato tutte le straordinarie benedizioni della libertà. La libertà di sorprendere, di sbagliare, di inventare, di costruire, poiché a quanto pare non si può imporre l’innovazione o la creatività, così come non si può costringere le persone a pensare, a sentire o a credere a qualcosa, e noi crediamo che queste cose siano certamente collegate. E purtroppo, quando guardo all’Europa di oggi, a volte non è così chiaro cosa sia successo ad alcuni dei vincitori della Guerra Fredda”. In altre parole l’Europa decade perché non crede essa stessa nei propri valori. A chiosare quanto affermato dal vice presidente USA, perché ha oscurato le radici giudaico-cristiane, cioè il fondamento della democrazia liberale, in particolare nella “variante” della dottrina del diritto divino provvidenziale. Nei due capisaldi fondamentali: il rispetto per le decisioni e convinzioni della comunità e la tutela dei diritti di ciascuno, comunque quello di manifestazione della libertà del pensiero. Per cui, sempre a leggere Vance, alla luce di Machiavelli, farebbero molto bene i governi europei a “ritornar al principio”, cioè ai fondamenti dell’ordine politico democratico-liberale e non all’(ipocrita) camuffamento del medesimo.

La seconda. Vance ha poi posto un problema di potenza politica. Infatti dice: “Se avete paura dei vostri stessi elettori, non c’è niente che l’America possa fare per voi, né, del resto, c’è niente che voi possiate fare per il popolo americano che ha eletto me e ha eletto il presidente Trump. Avete bisogno di mandati democratici per realizzare qualcosa di valore nei prossimi anni. Non abbiamo imparato nulla dal fatto che mandati deboli producono risultati instabili, ma c’è così tanto valore che può essere realizzato con il tipo di mandato democratico che penso verrà dall’essere più reattivi alle voci dei vostri cittadini.

 

Se volete godere di economie competitive, se volete godere di energia a prezzi accessibili e catene di approvvigionamento sicure, allora avete bisogno di mandati per governare perché dovete fare scelte difficili per godere di tutte queste cose e, ovviamente, lo sappiamo molto bene in America”.

E qua Vance ha posto un tema fondamentale del pensiero politico ossia, a sintetizzarlo al massimo, quello dell’obbedienza (del consenso, della legittimità) e del rapporto con la potenza dell’istituzione politica (o nelle “varianti” dei governanti, delle comunità). È intuitivo che un comando che non ottiene obbedienza non è comando reale; quello che la ottiene, ma soltanto con la coazione, dura poco (è instabile). Quindi l’ideale è che il comando sia sempre corrisposto da un certo grado di obbedienza (anche se non perinde ac cadaver). Meno intuitivo è che un governo, poco confortato dal consenso degli elettori (pour richiamandosi alla democrazia) è un governo debole.

Scriveva Spinoza: “Il diritto dello Stato, infatti, è determinato dalla potenza della massa, che si conduce come se avesse una sola mente. Ma questa unione degli animi non sarebbe in alcun modo concepibile, se lo Stato non avesse appunto soprattutto di mira ciò che la sana ragione insegna essere utile a tutti gli uomini”[1] e che “non è il modo di obbedire, ma l’obbedienza stessa, che fa per il suddito”; ciò, malgrado non ammettesse un dovere d’obbedienza assoluta, Anche se un monarca come Federico II di Prussia enunciava come fattori di potenza e di sicurezza di uno Stato: esercito, tesoro, fortezze, alleanze” (omettendo così il consenso/obbedienza) è sicuro che senza questa, il potere del governante è ridotto ai minimi termini. L’ordine e la coesione sociale e politica che ne consegue – al contrario – facilitano sia l’esecuzione delle obbligazioni, anche internazionali come, del pari, rendono vane – o limitano – la possibilità di speculare dall’esterno sulle rivalità e conflitti tra i governati e soprattutto sui gruppi in cui si dividono. E pluribus unum non è solo il motto degli USA: è il compito e lo scopo di ogni unità politica vitale.

Ma se, al contrario, tale unità degli animi non si realizza, anzi si sviluppano nuove contrapposizioni, a farne le spese è, in primo luogo, la potenza (in senso weberiano) dell’istituzione statale, che vede nullificata o radicalmente ridotta la possibilità che la propria volontà possa essere fatta valere. Il parametro sul quale giudicare la potenza dello Stato è esistenziale e non normativo. La scelta virtuosa, dice Vance, è abbracciare “ciò che il vostro popolo vi dice, anche quando è sorprendente, anche quando non siete d’accordo. E se lo fate, potete affrontare il futuro con certezza e fiducia, sapendo che la nazione è al fianco di ognuno di voi, e questa per me è la grande magia della democrazia… Credere nella democrazia significa capire che ogni cittadino ha la propria saggezza e la propria voce, e se ci rifiutiamo di ascoltare quella voce, anche le nostre battaglie più riuscite otterranno ben poco…. Non dovremmo avere paura del nostro popolo, anche quando esprime opinioni in disaccordo con la propria leadership”. Mentre nelle istituzioni europee a molti “non piace l’idea che qualcuno con un punto di vista alternativo possa esprimere un’opinione diversa o, Dio non voglia, votare in modo diverso o, peggio ancora, vincere un’elezione”.

E in ciò Vance non ha fatto altro che seguire non solo il pensiero politico realistico, ma anche la prassi del diritto internazionale (sia classico che post-vestfaliano) per cui soggetto di diritto internazionale, o comunque interlocutore è chi ha il potere, in una comunità; chi lo aveva, anche se titolare legale, ma non ce l’ha più, lo perde. Chi è in “lista di sbarco” come gran parte della classe dirigente europea, è un interlocutore debole e quindi inutile. Dato che, negli ultimi anni, la gran parte dei paesi dell’U.E. ha visto cambi di governo a favore di sovranisti (lato sensu) e, laddove non è successo, gli stessi sono cresciuti, di guisa che perfino la stabilissima quinta repubblica francese è diventata bastabile, è chiaro che i suddetti governanti non sono ritenuti interlocutori reali. A meno che – quanto meno improbabile – non recuperino il favore popolare. Ma se ciò non avviene non resta che aspettare le elezioni: avanti il prossimo.

Teodoro Klitsche de la Grange

[1] Trattato politico, III, Torino 1958.

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