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Xi sta preparando la Cina ad affrontare un periodo più difficile, di Victoria Herczegh

Xi sta preparando la Cina ad affrontare un periodo più difficile

Di

Victoria Herczegh

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30 ottobre 2026Apri come PDF

La quinta sessione plenaria del 20° Comitato Centrale del Partito Comunista Cinese, tenutasi a Pechino dal 26 al 29 ottobre, rappresenta un momento significativo nella politica interna della Cina e nel suo più ampio percorso geopolitico. Svoltasi mentre il Paese entra nella fase iniziale del suo 15° Piano quinquennale (2026-30), la sessione plenaria si è concentrata principalmente sul rafforzamento della governance del partito, della disciplina interna e della lotta alla corruzione. La sua importanza, tuttavia, va oltre questi obiettivi formali. Con il prossimo Congresso del Partito previsto per il 2027, il presidente Xi Jinping si avvicina a un anno decisivo nel suo tentativo di assicurarsi un quarto mandato quinquennale senza precedenti. In contrasto con la sua consueta retorica sulla forza e sul progresso nazionali, i suoi recenti discorsi, i riferimenti sempre più frequenti a Mao Zedong e le continue epurazioni di alti funzionari civili e militari suggeriscono che stia preparando il sistema politico per un altro mandato, pur dovendo affrontare un contesto interno meno stabile.

L’esito del plenum rafforza questa valutazione. Al termine dell’evento, un numero record di 33 membri del Comitato Centrale è stato espulso dal partito, tra cui 16 militari. Il numero dei partecipanti è sceso a soli 279 membri, rispetto ai 315 del Quarto Plenum dell’ottobre 2025 e ai 364 del Terzo Plenum del luglio 2024. La portata di queste espulsioni è sorprendente perché rivela fino a che punto l’applicazione delle misure disciplinari sia diventata una caratteristica distintiva del modello di governo di Xi. La domanda chiave non è più semplicemente come Xi intenda consolidare la propria autorità, ma cosa riveli la continua necessità di un intervento così esteso riguardo alle istituzioni attraverso le quali egli la esercita.

Il discorso di Xi in occasione del 90° anniversario della Lunga Marcia, pronunciato poco prima del plenum, offre una visione rivelatrice delle sue priorità politiche. Descrivendo l’attuale percorso della Cina verso il rinnovamento nazionale e la modernizzazione socialista come una “nuova Lunga Marcia”, Xi ha collegato le sfide che il suo governo deve affrontare a uno degli episodi più significativi della storia del Partito Comunista Cinese. Tra il 1934 e il 1936, l’Esercito Rosso intraprese una ritirata strategica per sfuggire all’accerchiamento da parte delle forze nazionaliste, attraversando vaste aree della Cina. La Lunga Marcia contribuì a trasformare il PCC in un movimento rivoluzionario radicato nella società rurale e rafforzò la posizione di Mao all’interno del partito, contribuendo in ultima analisi alla sua ascesa come leader dominante. Pertanto, il richiamo di Xi a questa storia andava oltre la semplice commemorazione. Sottolineando l’importanza di una leadership salda, della convinzione ideologica, dell’unità e della lealtà durante i periodi di crisi, ha presentato l’autorità centralizzata come una condizione necessaria per superare le sfide contemporanee. Sebbene Xi abbia spesso invocato Mao come fonte di legittimità rivoluzionaria, continuità storica e simbolismo politico, ciò non significa necessariamente che egli cerchi di ricreare integralmente il governo di Mao. La Cina è ormai profondamente integrata nell’economia globale e l’approccio di Xi si basa in larga misura sul controllo istituzionale, sulla disciplina burocratica e sulla governance centralizzata, piuttosto che sugli sconvolgimenti politici di massa associati agli ultimi anni di Mao. Ciononostante, i parallelismi sono politicamente significativi perché legittimano la concentrazione dell’autorità in un unico leader in un momento in cui Xi si appresta a prolungare il proprio mandato.

L’analogia con la Lunga Marcia ha implicazioni anche per le priorità economiche interne della Cina. Xi ha sottolineato che lo sviluppo deve garantire una crescita di alta qualità, un’espansione quantitativa, una prosperità condivisa e miglioramenti tangibili nella vita delle persone. I suoi riferimenti al popolo come fonte duratura di forza del partito richiamano le origini rurali della rivoluzione comunista e suggeriscono che potrebbe essere prestata maggiore attenzione alle province interne più povere della Cina. Queste regioni sono particolarmente vulnerabili alle difficoltà economiche e le loro popolazioni rischiano di essere lasciate indietro quando le priorità nazionali favoriscono il commercio costiero, l’industria manifatturiera avanzata e i centri urbani già prosperi. Il mantenimento della stabilità sociale nelle regioni meno sviluppate rappresenta una sfida persistente per la leadership. L’enfasi posta da Xi sulla Lunga Marcia, unita alle recenti riforme volte a stimolare i consumi nelle province rurali, potrebbe segnalare un rinnovato impegno per affrontare le disparità regionali e rafforzare il rapporto del partito con i cittadini comuni. Tuttavia, resta incerto in che misura questa retorica si tradurrà in miglioramenti significativi.

Più in generale, i discorsi di Xi si sono discostati dalla sua consueta enfasi sui risultati raggiunti dalla Cina e sulla sua ascesa apparentemente inarrestabile. Avvertendo che il Paese deve prepararsi ad affrontare «venti forti, onde impetuose e persino tempeste pericolose», ha riconosciuto che la Cina deve affrontare gravi sfide sia interne che internazionali. Ha inoltre descritto lo sviluppo come una «lotta», presentando la modernizzazione come una prova prolungata della determinazione nazionale. Questo linguaggio è degno di nota perché prepara sia l’opinione pubblica che i funzionari del partito ad affrontare un periodo potenzialmente difficile. A livello internazionale, la Cina deve affrontare una concorrenza geopolitica sempre più intensa e l’incertezza che circonda la sua posizione nell’ordine globale. A livello interno, persistenti problemi economici strutturali minacciano di complicare i suoi obiettivi di sviluppo. Inquadrando queste pressioni come parte di una lotta a lungo termine, Xi può rafforzare la percezione della necessità dell’unità nazionale, della disciplina politica, della sicurezza e dell’autosufficienza. La stessa narrativa può anche contribuire a giustificare i costi associati a queste priorità, anche quando limitano l’apertura economica o l’autonomia individuale.

Le sfide economiche che la Cina si trova ad affrontare costituiscono un contesto importante per questo cambiamento di retorica. La produzione manifatturiera avanzata e le forti esportazioni continuano a sostenere la crescita, portando la crescita del prodotto interno lordo nel terzo trimestre al 4,5% e quella dei primi tre trimestri al 4,6% su base annua. Tuttavia, questi dati nascondono alcune debolezze persistenti, tra cui la continua contrazione del settore immobiliare, l’eccesso di capacità produttiva industriale e la fragilità del mercato del lavoro. La crescita della gig economy, in particolare, riflette un mercato del lavoro in cui l’occupazione flessibile e precaria può offrire opportunità di reddito senza necessariamente garantire sicurezza a lungo termine. Queste pressioni incidono sui cittadini comuni in modi che gli indicatori ufficiali delle prestazioni economiche potrebbero non cogliere appieno. La disponibilità di Xi a riconoscere le difficoltà e le future avversità rappresenta quindi un cambiamento di tono potenzialmente significativo. Riconoscere le difficoltà già vissute dalla popolazione potrebbe far apparire la leadership più credibile rispetto a una che insista su un progresso ininterrotto. Tuttavia, riconoscere i problemi non equivale a risolverli. Senza misure concrete a sostegno dei consumi, per migliorare la sicurezza occupazionale, affrontare gli squilibri strutturali e ripristinare la fiducia, il linguaggio della lotta rischia di diventare una giustificazione per sopportare le difficoltà invece che un preludio a una riforma efficace.

L’attenzione principale del Plenum sull’autogoverno rigoroso del partito dimostra la convinzione di Xi secondo cui un apparato politico disciplinato è necessario per attuare gli obiettivi strategici a lungo termine della Cina. Il rapporto di lavoro presentato a nome del Politburo ha riconosciuto che i profondi cambiamenti nel contesto internazionale, nella società cinese e all’interno dello stesso partito hanno creato nuove circostanze e sfide. Ha sollecitato standard più elevati, misure più concrete e sforzi per affrontare i problemi all’interno del PCC. La distinzione tra la Quarta Sessione Plenaria del 2025 e la Quinta Sessione Plenaria del 2026 è significativa: mentre la prima ha stabilito la direzione generale del 15° Piano quinquennale, la seconda si è concentrata sull’organizzazione e la disciplina dell’apparato di partito responsabile della sua attuazione. Il controllo politico è quindi strettamente legato alle ambizioni economiche e strategiche, tra cui l’innovazione tecnologica, la modernizzazione industriale, i consumi interni e la resilienza agli shock esterni.

La portata della campagna anticorruzione dimostra l’intensità di questo approccio. Secondo fonti ufficiali cinesi, nel 2025 sono stati indagati 181 funzionari di livello centrale. La destituzione o l’indagine su figure di alto livello non è una novità sotto Xi, che ha portato avanti un’ampia campagna anticorruzione sin dalla sua ascesa al potere nel 2012. Ciò che rende sorprendente la situazione attuale è la portata costante delle misure disciplinari dopo oltre un decennio di governo sempre più centralizzato. Alla conclusione del plenum sono stati espulsi trentatré membri del Comitato Centrale, portando a 51 il totale cumulativo delle espulsioni durante il terzo mandato di Xi. Questo dato è da confrontare con le 34 espulsioni del suo primo mandato e le cinque del secondo.

La dimensione militare è particolarmente rilevante. Xi ha ribadito la leadership assoluta del Partito sulle forze armate, ha chiesto di accelerare la modernizzazione militare e ha esortato a raggiungere gli obiettivi del centenario delle forze armate nel 2027. Tuttavia, il protrarsi delle indagini e la rimozione di alti ufficiali sollevano interrogativi sull’affidabilità della struttura di comando e sulla misura in cui Xi abbia raggiunto il livello di controllo desiderato sulle forze armate. Gli ultimi sviluppi acuiscono queste preoccupazioni. Tra i 33 membri del Comitato Centrale espulsi al termine del plenum figuravano sedici militari. Le conseguenze sono potenzialmente significative. Una possibile interpretazione è che Xi abbia faticato a smantellare reti profondamente radicate di funzionari i cui interessi o approcci differiscono dai propri. Un’altra è che la portata delle indagini rifletta preoccupazioni più profonde riguardo alla corruzione, alla lealtà e alla capacità dei vertici militari di attuare le direttive centrali. Ciò che è chiaro è che il continuo prendere di mira l’alto personale militare rende il consolidamento del controllo sulle forze armate una priorità costante. Ciò crea un paradosso geopolitico: Xi cerca un esercito più capace e modernizzato, in grado di soddisfare gli obiettivi strategici del partito riguardo a Taiwan, mentre le ripetute rimozioni dalla leadership rischiano di interrompere la continuità del comando, minando la fiducia all’interno dell’istituzione e complicando l’attuazione dei piani di difesa a lungo termine.

In definitiva, il Quinto Plenum dovrebbe essere considerato parte dei preparativi di Xi in vista del Congresso del Partito del 2027. Il fatto che non abbia indicato un successore, l’enfasi ideologica posta sulla propria leadership e la continua rimozione di funzionari da lui precedentemente promossi avvalorano l’ipotesi che egli intenda rimanere il leader supremo della Cina per un altro mandato quinquennale. L’espulsione di decine di membri del Comitato Centrale, la riduzione del numero dei partecipanti e la continua riorganizzazione della leadership militare dimostrano la portata della campagna. Il riconoscimento da parte dello stesso partito delle debolezze all’interno della propria leadership suggerisce inoltre che la sfida sia sia istituzionale che politica.

Il prossimo anno politico sarà decisivo. Xi sta cercando di rafforzare la propria autorità attraverso il simbolismo storico, l’unità ideologica e l’applicazione della disciplina, pur riconoscendo le difficoltà economiche che non possono essere risolte solo attraverso il controllo politico. Una possibile rinnovata attenzione allo sviluppo rurale e ai consumi offre un’indicazione del fatto che la leadership riconosca la necessità di affrontare le difficoltà dei cittadini comuni, ma la sua rilevanza dipenderà dalle politiche che ne seguiranno. La domanda chiave è se il linguaggio sempre più schietto di Xi riguardo alle difficoltà sarà seguito da azioni economiche efficaci, oppure se l’enfasi sulla disciplina e sulla lealtà continuerà a mettere in secondo piano le riforme strutturali.

Tra questa sessione plenaria e il prossimo Congresso del Partito, il rapporto tra retorica e risultati diventerà più chiaro. Se Xi riuscirà a tradurre il proprio consolidamento politico in una migliore governance, in una maggiore resilienza economica e in una maggiore stabilità sociale, potrebbe iniziare il suo quarto mandato – senza precedenti – con una posizione rafforzata. Ma se le epurazioni dovessero continuare senza effettivi miglioramenti delle condizioni economiche o dell’efficacia istituzionale, potrebbero invece mettere in luce i limiti di un sistema in cui il potere è sempre più concentrato nelle mani di un unico individuo.

La crisi europea è più grave di quella francese, di the Duran – Cosa pensare delle proteste in Europa, di Antonia Colibasanu


 Cosa pensare delle proteste in Europa

La crisi europea è più grave di quella francese.

Mentre la Francia è scossa dalle proteste, la questione più profonda è se il sistema politico europeo sia ancora in grado di rispondere alle esigenze del popolo che governa.

The Duran Insider22 ottobre
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La Francia è sprofondata nella spirale di disordini, diventando la manifestazione più evidente di una crisi politica che si estende ben oltre i suoi confini. Ciò che è iniziato come una protesta per il deterioramento delle condizioni scolastiche si è trasformato in un confronto più ampio sul tenore di vita, sull’autorità del governo e sulla direzione intrapresa dal Paese. Il presidente Emmanuel Macron si trova ad affrontare una crescente ostilità pubblica, eppure le istituzioni e le politiche contro cui è diretta gran parte di questa rabbia rimangono sostanzialmente invariate.

Gli eventi del 17 ottobre, quando le manifestazioni in tutta la Francia sono degenerate in alcuni casi in disordini, saccheggi e attacchi a edifici pubblici, hanno messo a nudo la portata del crollo. Macron ha condannato la violenza e ha promesso di ristabilire l’ordine, mentre il suo governo ha introdotto ulteriori misure di sicurezza. Ma la risposta ha fatto ben poco per risolvere le cause profonde del malcontento. Sono previste ulteriori manifestazioni e i sindacati stanno preparando una nuova mobilitazione per novembre.

Il significato di questi sviluppi non risiede semplicemente nell’indebolimento di un altro governo europeo. La Francia si trova ad affrontare una contraddizione che caratterizza sempre più la politica europea: gli elettori nazionali si aspettano che i loro governi risolvano i problemi interni, mentre molte delle decisioni strategiche ed economiche che determinano tali problemi sono vincolate da impegni assunti al di fuori della sfera politica nazionale.

Ciò non significa che Bruxelles sia responsabile di ogni difficoltà francese. I problemi fiscali, le inefficienze amministrative e le divisioni politiche della Francia hanno in gran parte origini interne. Tuttavia, la crescente distanza tra le aspettative elettorali e la capacità dei governi di attuare cambiamenti significativi sta diventando impossibile da ignorare.

La Francia diventa l’epicentro
La Francia ha ripetutamente svolto il ruolo di barometro politico delle tensioni europee più ampie. La sua tradizione rivoluzionaria, le sue potenti istituzioni statali e il rapporto insolitamente conflittuale tra governo e società l’hanno resa particolarmente vulnerabile a periodi di intensa instabilità politica.

L’attuale crisi ha diverse cause immediate. Un prolungato deterioramento della fiducia pubblica è stato aggravato dalla pressione sui redditi delle famiglie, dall’aumento dei costi energetici, dalla carenza di servizi pubblici e da un governo che fatica a conciliare la disciplina fiscale con le crescenti richieste di spesa.

Le ultime proteste sono iniziate con gli studenti che lamentavano strutture scolastiche inadeguate e carenza di insegnanti. Le loro rimostranze hanno poi trovato il sostegno dei sindacati e di gruppi preoccupati per il costo della vita, trasformando una disputa sull’istruzione in una sfida più ampia all’autorità del governo.

La distruzione di edifici pubblici, compresi i gravi danni causati dall’incendio al municipio storico di Limoges, illustra i pericoli derivanti dal permettere che la rabbia politica si trasformi in violenza incontrollata. Tale distruzione danneggia proprio le comunità le cui rimostranze sono apparentemente alla base delle proteste. Offre inoltre ai governi l’opportunità di spostare il dibattito politico dalle mancanze che hanno generato i disordini alle questioni di sicurezza e ordine pubblico.

La risposta di Macron riflette questo dilemma. La sua enfasi sul ripristino dell’ordine risponde a una legittima responsabilità del governo, ma l’azione di polizia non può sostituirsi a una soluzione politica. La decisione di delegare gran parte della gestione della crisi al Primo Ministro Sébastien Lecornu ha rafforzato l’impressione di una presidenza sempre più distaccata dai problemi interni che affliggono i comuni cittadini francesi.

Questa percezione è particolarmente dannosa in vista delle elezioni presidenziali francesi dell’aprile 2027. Il sistema politico sta entrando in una fase in cui l’autorità del presidente in carica si sta affievolendo, l’opposizione rimane frammentata e il prossimo governo erediterà molti degli stessi vincoli strutturali.

Il problema europeo: elezioni senza cambiamenti
La questione più profonda sollevata dalle proteste in Francia riguarda il rapporto tra democrazia e autorità politica all’interno dell’Unione europea.

L’UE è stata costruita attraverso una serie di trattati che hanno trasferito o messo in comune poteri precedentemente esercitati esclusivamente dai governi nazionali. La politica monetaria per i membri dell’eurozona, la politica commerciale, le norme sulla concorrenza e aspetti significativi della regolamentazione economica sono ora determinati a livello europeo. L’immigrazione e diverse altre importanti aree politiche implicano competenze condivise, mentre i governi nazionali mantengono poteri sostanziali in materia di tassazione, servizi pubblici, difesa e altre responsabilità interne.

Questa distribuzione di autorità non è intrinsecamente antidemocratica. Le istituzioni europee derivano i propri poteri dai trattati stipulati dagli Stati membri, e sia i governi nazionali che il Parlamento europeo, eletto direttamente, partecipano alle decisioni più importanti. Tuttavia, tale assetto crea un serio problema di responsabilità politica quando i governi nazionali promettono cambiamenti che non sono in grado di attuare autonomamente.

Un elettore può sostituire un governo francese, tedesco o italiano senza necessariamente modificare gli impegni europei che ne influenzano sostanzialmente le politiche. Il risultato è uno schema ricorrente in cui le elezioni producono una nuova leadership politica, ma modifiche relativamente limitate all’orientamento economico e strategico di fondo.

Questo contribuisce a spiegare il crescente fascino dei movimenti politici che sfidano l’establishment europeo. I loro sostenitori spesso non cercano semplicemente un governo diverso, ma un rapporto diverso tra sovranità nazionale e istituzioni europee.

Tuttavia, anche i partiti di opposizione si trovano ad affrontare gli stessi vincoli istituzionali ed economici una volta giunti al potere. Uscire dall’euro, rivedere radicalmente le normative migratorie o rifiutare le politiche consolidate dell’UE comporta costi potenzialmente ingenti. Di conseguenza, i movimenti che promettono cambiamenti fondamentali spesso moderano le proprie posizioni man mano che diventano candidati credibili al governo.

La distinzione tra vittoria elettorale e controllo politico effettivo è quindi diventata sempre più importante. I cittadini europei possono cambiare i propri rappresentanti, ma modificare le politiche che contano di più potrebbe richiedere cambiamenti istituzionali più ampi, sui quali c’è scarso consenso.

È questo senso di immobilità politica, piuttosto che una singola politica europea, a rappresentare la sfida più seria a lungo termine per la legittimità dell’Unione.

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L’Ucraina e la questione delle priorità europee
La guerra in Ucraina ha messo in luce queste tensioni in modo più acuto, poiché costringe i governi europei a compiere scelte sempre più difficili in merito a risorse, sicurezza e priorità economiche.

I leader europei considerano il continuo sostegno a Kiev essenziale per la sicurezza europea. La loro argomentazione è che permettere alla Russia di raggiungere i suoi obiettivi attraverso la forza militare creerebbe maggiore instabilità e potrebbe imporre costi molto più elevati al continente in futuro.

Tale argomentazione merita di essere compresa nei suoi presupposti. Tuttavia, non elimina le conseguenze politiche ed economiche degli impegni assunti, né esonera i governi dall’obbligo di spiegare tali impegni ai propri elettori.

L’entità della spesa europea è considerevole. Secondo la Commissione europea, l’UE e i suoi Stati membri hanno fornito all’Ucraina un sostegno complessivo di 227,4 miliardi di euro dal 2022. L’ultimo prestito di sostegno di 90 miliardi di euro per il biennio 2026-2027 destina, a titolo indicativo, 60 miliardi di euro alla difesa e 30 miliardi di euro all’assistenza al bilancio. Il 14 ottobre, la Commissione ha annunciato un ulteriore stanziamento di 2,86 miliardi di euro per le esigenze militari ucraine.

Il problema non è solo la somma spesa, ma l’assenza di un obiettivo politico chiaramente definito.

I governi europei si sono impegnati a sostenere lo sforzo bellico dell’Ucraina, espandendo la produzione militare e aumentando le spese per la difesa, pur faticando a dimostrare come queste politiche possano portare a una soluzione negoziata accettabile per le parti principali.

Nel frattempo, le loro economie interne si trovano ad affrontare costi energetici più elevati, difficoltà industriali e crescenti pressioni fiscali. I governi che chiedono moderazione nella spesa pubblica sono al contempo chiamati a sostenere ingenti impegni all’estero.

Ciò crea una vulnerabilità politica che i leader europei non hanno affrontato in modo adeguato. I cittadini che si trovano ad affrontare servizi in deterioramento e un potere d’acquisto in calo hanno il diritto di chiedere quali priorità determinino l’allocazione delle risorse nazionali e per quanto tempo continueranno gli impegni straordinari.

La scelta non è necessariamente tra sostenere l’Ucraina e preservare la prosperità interna. Ma le risorse sono limitate e i governi che si rifiutano di riconoscere esigenze contrastanti rischiano di presentare i propri impegni di politica estera come obblighi che sfuggono al controllo democratico.

Il pericolo per Bruxelles è che l’Ucraina diventi qualcosa di più di una semplice questione di politica strategica. Rischia di trasformarsi in un indicatore di conformismo politico all’interno dell’establishment europeo, dove mettere in discussione la portata, la durata o l’efficacia degli aiuti viene considerato un segno di slealtà anziché un legittimo disaccordo sulla strategia.

Una politica che non può essere sottoposta a un dibattito politico significativo diventa col tempo più difficile da difendere, anche quando i suoi obiettivi di fondo continuano a godere di un notevole sostegno.

La debolezza economica dell’Europa si sta trasformando in debolezza politica.
La situazione finanziaria della Francia illustra con quanta rapidità il disordine politico possa trasformarsi in un problema economico.

Il 21 ottobre, il rendimento dei titoli di Stato francesi a dieci anni ha raggiunto il 5%, il livello più alto dal 2002. Lo spread rispetto al debito tedesco equivalente si è avvicinato ai livelli registrati nei precedenti periodi di instabilità finanziaria dell’eurozona. Gli investitori sono sempre più preoccupati per la capacità del governo di stabilizzare le finanze pubbliche in un contesto di scontro politico e deboli prospettive economiche.

L’aumento dei costi di indebitamento riduce il margine di manovra del governo proprio nel momento in cui le richieste di aumento della spesa si fanno più urgenti. I tentativi di ripristinare la credibilità fiscale attraverso tagli alla spesa o un aumento delle tasse potrebbero acuire il malcontento pubblico, mentre l’abbandono del risanamento fiscale potrebbe minare ulteriormente la fiducia degli investitori.

La Francia si trova quindi ad affrontare una difficile interazione tra fragilità economica e instabilità politica, in cui l’una rafforza l’altra.

I problemi non si limitano alla Francia. Il modello industriale tedesco è sotto pressione a causa dell’aumento dei costi energetici, dei cambiamenti nei mercati di esportazione e dell’intensificarsi della concorrenza internazionale. L’Italia continua a essere penalizzata dal debito e da debolezze economiche strutturali, mentre diversi paesi europei si trovano ad affrontare rinnovate tensioni industriali e sociali.

Le proteste segnalate a Milano, Bruxelles e Tirana hanno cause locali diverse e non dovrebbero essere considerate come un unico movimento politico coordinato. Tuttavia, la loro comparsa in concomitanza con la crisi francese indica un contesto continentale più ampio in cui la frustrazione economica sta diventando sempre più difficile da contenere per i governi.

Per decenni, l’integrazione europea è stata sostenuta da un tacito accordo economico: un maggiore coordinamento e la condivisione della sovranità avrebbero contribuito a garantire prosperità, stabilità e influenza.

Questo compromesso diventa più difficile da mantenere quando le prestazioni economiche peggiorano e i governi nazionali sembrano incapaci di invertire la tendenza.

L’Unione Europea era stata concepita per accrescere il peso economico e politico collettivo dei suoi membri. Tuttavia, il continente si trova ora di fronte alla possibilità che si stia verificando una maggiore centralizzazione, parallelamente a un indebolimento della sua competitività industriale e della sua influenza internazionale.

La centralizzazione non può compensare indefinitamente il declino economico. Anzi, senza una strategia credibile per il ripristino della capacità produttiva, rischia semplicemente di concentrare la responsabilità di fallimenti che nessuna istituzione è in grado di risolvere.

L’Europa può cambiare direzione?
L’ipotesi convenzionale è che la crescente insoddisfazione pubblica finirà per costringere le istituzioni europee a cambiare. I partiti politici contrari a una maggiore integrazione guadagneranno consensi, i governi saranno sostituiti e Bruxelles sarà costretta ad accogliere le richieste di maggiore autonomia nazionale.

L’esperienza suggerisce che il processo potrebbe essere considerevolmente più complicato.

L’Ungheria offre un esempio istruttivo. Viktor Orbán ha trascorso anni a contestare le politiche dell’UE in materia di migrazione, relazioni con la Russia e ripartizione delle competenze tra Bruxelles e gli Stati membri. La sua sconfitta contro Péter Magyar ha portato al potere un governo più collaborativo, ma non ha comportato un completo ribaltamento delle posizioni ungheresi. Magyar ha mantenuto politiche migratorie restrittive, pur cercando di migliorare le relazioni con le istituzioni europee e con l’Ucraina.

L’esperienza rivela i limiti di una visione della politica europea come un semplice scontro tra sovranità nazionale e autorità sovranazionale. I governi possono opporsi a Bruxelles in un ambito, pur cercando una maggiore cooperazione in un altro. Il cambiamento politico non segue necessariamente un’unica direzione ideologica.

La Germania rappresenta una prova di maggiore rilevanza. Qualsiasi riorganizzazione sostanziale del sistema europeo richiederebbe quasi certamente la partecipazione tedesca, data la rilevanza economica del paese e la sua posizione centrale all’interno dell’eurozona.

Eppure, anche i movimenti che auspicano una maggiore autonomia nazionale si trovano ad affrontare questioni spinose in merito alla valuta, agli accordi commerciali, alle responsabilità fiscali e al futuro del mercato unico europeo. I loro disaccordi interni suggeriscono che l’insoddisfazione per il sistema esistente non equivale a un accordo su un’alternativa praticabile.

La Gran Bretagna offre una lezione diversa. La Brexit ha dimostrato che l’uscita dall’Unione Europea è possibile, ma ha anche messo in luce le notevoli difficoltà economiche e amministrative che si incontrano quando si separa un’economia da accordi europei consolidati.

L’ostacolo principale alla riforma non è quindi semplicemente la resistenza di Bruxelles. È l’assenza di un’alternativa politica ed economica sufficientemente coerente tra i governi e i movimenti che mettono in discussione l’attuale ordine europeo.

Il progetto europeo potrebbe sopravvivere a una prolungata insoddisfazione pubblica non perché le sue istituzioni abbiano risolto i problemi di fondo, ma perché le forze politiche che lo contestano rimangono incapaci di concordare su cosa dovrebbe sostituire gli assetti esistenti.

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Il pericolo di un centro più forte e di stati più deboli
L’ipotesi che una crisi europea debba necessariamente indebolire Bruxelles merita un esame più approfondito.

L’instabilità politica ed economica può produrre esattamente l’esito opposto. Quando i governi nazionali si trovano in difficoltà, possono cercare accordi di finanziamento più comuni, un maggiore coordinamento europeo e maggiori poteri istituzionali per gestire problemi che vanno oltre le loro capacità individuali.

La guerra in Ucraina ha già accelerato la cooperazione europea in materia di appalti per la difesa, finanziamenti militari e politica estera. L’instabilità economica potrebbe incoraggiare iniziative simili in altri settori.

Tali misure vengono spesso presentate come risposte necessarie a circostanze immediate, e alcune possono essere giustificate dai vantaggi pratici dell’azione collettiva. La difficoltà sorge quando risposte successive alle emergenze producono trasferimenti di autorità duraturi senza un altrettanto sostanziale sviluppo della responsabilità politica.

La struttura che ne risulta può diventare sempre più centralizzata, mentre la legittimità dei governi che vi partecipano continua a deteriorarsi.

Questa è la contraddizione centrale che l’Europa si trova ad affrontare oggi. L’integrazione potrebbe estendersi ulteriormente, anche se la fiducia economica e politica che un tempo la sosteneva si indebolisce.

L’Unione Europea potrebbe quindi emergere da crisi successive con una maggiore autorità istituzionale ma un consenso popolare ridotto. I suoi Stati membri, nel frattempo, potrebbero trovarsi sempre più responsabili dell’attuazione di politiche sulle quali i loro elettori esercitano solo un’influenza indiretta.

Un simile esito non porterebbe necessariamente al collasso immediato né dell’UE né dei suoi Stati membri. Potrebbe invece produrre un periodo prolungato di stabilità istituzionale accompagnato da stagnazione politica, ricorrenti disordini e calo di fiducia nella partecipazione democratica.

Tale possibilità potrebbe rivelarsi considerevolmente più dannosa di un improvviso scontro costituzionale, poiché non offre un momento di risoluzione evidente.

Una crisi senza una via d’uscita evidente
È improbabile che la Francia risolva la sua attuale crisi con un cambio di personale o con una risposta di sicurezza più dura. Macron potrà contenere i disordini immediati, ma le rimostranze economiche, le debolezze istituzionali e le divisioni politiche che ne sono alla base rimarranno per il suo successore.

Il quadro generale europeo è altrettanto difficile. Il continente si trova ad affrontare crescenti pressioni finanziarie e industriali, pur assumendo ingenti impegni militari e cercando di assumere un ruolo geopolitico più rilevante. I suoi governi non hanno ancora dimostrato come conciliare questi obiettivi contrastanti senza imporre ulteriori costi a popolazioni già insoddisfatte della propria situazione economica.

Tre sviluppi saranno particolarmente importanti: se la Francia riuscirà a ristabilire la stabilità politica senza peggiorare la propria situazione fiscale; se la Germania riuscirà a recuperare una forza economica sufficiente per assumere un ruolo di leadership all’interno dell’Unione; e se i governi europei saranno in grado di elaborare una strategia diplomatica credibile per l’Ucraina che colleghi la spesa militare a obiettivi politici raggiungibili.

Il fallimento in questi ambiti non farebbe altro che rafforzare un modello sempre più distruttivo. Una scarsa performance interna eroderebbe l’autorità dei governi nazionali, i quali reagirebbero cercando un maggiore coordinamento europeo, mentre un’ulteriore centralizzazione potrebbe intensificare la frustrazione pubblica per la perdita di controllo politico.

Secondo la valutazione di Duran, il pericolo più immediato per l’Europa non è la disgregazione dell’Unione Europea, bensì il progressivo indebolimento dei suoi Stati membri all’interno di un sistema istituzionale che continua ad espandere la propria autorità.

La crisi francese non è quindi solo un monito per gli ultimi mesi della presidenza Macron. Solleva un interrogativo ben più ampio sul futuro politico dell’Europa.

Un continente non può preservare indefinitamente l’apparenza di una scelta democratica, limitando al contempo la capacità dei suoi governi eletti di realizzare cambiamenti significativi. Né può sostenere ambizioni geopolitiche che superano sempre più le sue risorse economiche.

A meno che i leader europei non affrontino questa contraddizione, gli attuali disordini potrebbero rivelarsi una manifestazione precoce di un periodo ben più lungo di instabilità politica e declino economico.

Le istituzioni dell’integrazione europea potrebbero anche rimanere in piedi. La questione più preoccupante è quanta forza economica, coesione nazionale e fiducia democratica resteranno salde al di sotto di esse.


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Cosa pensare delle proteste in Europa

22 ottobre 2026

Le manifestazioni (che dimostrano l’unità europea) giungono in un momento caratterizzato da un maggiore impegno militare.

Di: Antonia Colibasanu

Nell’ultima settimana sono scoppiate proteste in Francia, Italia, Spagna, Portogallo e Albania, mentre mobilitazioni di minore entità si sono verificate anche in Belgio e Germania. Sebbene le proteste differissero per portata e intensità, la loro concomitanza e le cause immediate rivelano un aspetto significativo delle pressioni socioeconomiche e politiche che si stanno accumulando in tutta Europa.

Ciò che rende particolarmente significativa l’attuale ondata di proteste è la tempistica, le rivendicazioni comuni e la metodologia. Certamente, ogni paese europeo ha le proprie tradizioni politiche, strutture economiche e sfide istituzionali. La crisi politica della Francia non è quella dell’Italia. La crisi immobiliare della Spagna ha origini diverse da quella del Portogallo. Tuttavia, si delinea un modello sempre più riconoscibile: insoddisfazione nei confronti dei servizi pubblici, aumento del costo della vita, opportunità economiche insufficienti e, forse soprattutto, la crescente difficoltà che i giovani incontrano nel diventare adulti economicamente indipendenti.

Le somiglianze sono evidenti anche nel modo in cui queste proteste sono state organizzate e presentate. Le piattaforme dei social media, in particolare TikTok, Instagram e Facebook, hanno facilitato la rapida diffusione di appelli alla protesta, immagini e slogan in tutti i paesi. In Italia e in Francia, secondo quanto riferito, i gruppi su WhatsApp, Snapchat e Telegram hanno costituito un secondo canale di diffusione. In Francia, gli appelli alle manifestazioni del 17 ottobre hanno circolato ampiamente online, contribuendo a riunire studenti, sindacati, ex attivisti dei Gilet Gialli e cittadini insoddisfatti della situazione economica. Le manifestazioni hanno combinato forme più tradizionali di azione collettiva, tra cui scioperi e marce organizzate, con mobilitazioni decentralizzate, blocchi scolastici e occupazioni di spazi pubblici.

A complicare le cose è il fatto che alcune proteste si sono sviluppate in modo autonomo, mentre altre sono state direttamente ispirate da eventi verificatisi altrove. Le manifestazioni in Belgio, in particolare a Bruxelles e Liegi, e le proteste di solidarietà su scala minore a Berlino sono state influenzate dal movimento studentesco nella vicina Francia. Gli studenti belgi nutrivano le proprie rivendicazioni riguardo ai costi dell’istruzione e alle riforme, mentre la mobilitazione di Berlino era esplicitamente incentrata sulla solidarietà con gli studenti francesi e sulle richieste di un’istruzione migliore.

Al contrario, le grandi proteste in Francia, Italia, Spagna, Portogallo e Albania si sono sviluppate attraverso processi e manifestazioni nazionali distinti, già prima del 17 ottobre. Le motivazioni dei manifestanti erano specifiche, ma riflettevano comunque le frustrazioni che si erano già accumulate nelle varie società europee. Le rivendicazioni ruotavano sempre più attorno alle stesse priorità: istruzione, occupazione, alloggi a prezzi accessibili, investimenti pubblici e un futuro credibile.

Profili di protesta

Francia

In Francia, le proteste sono iniziate a metà settembre, inizialmente tra gli studenti delle scuole superiori della periferia di Parigi, per poi estendersi ad altre grandi città, tra cui Marsiglia, Lione, Bordeaux, Lille, Nantes e Rennes. Gli studenti hanno denunciato il deterioramento delle infrastrutture scolastiche, le aule sovraffollate, l’insufficienza del personale docente e le disuguaglianze che ostacolano l’accesso a un’istruzione di qualità.

Nelle settimane successive, le loro rivendicazioni si sono inserite in un movimento più ampio contro l’aumento del costo della vita e il deterioramento dei servizi pubblici. Il 17 ottobre, centinaia di migliaia di manifestanti avevano aderito alle proteste in tutto il Paese, con la partecipazione di organizzazioni studentesche, sindacati, movimenti politici di sinistra e attivisti dei Gilet Gialli. Sebbene la maggior parte delle manifestazioni fosse pacifica, episodi di violenza, saccheggi e attacchi a edifici pubblici in diverse città trasformarono le proteste in una grave sfida politica e di sicurezza per il governo in vista delle elezioni del 2027.

Le frustrazioni legate all’istruzione rivelano un problema strutturale più profondo. In Francia, dove il sistema educativo è stato tradizionalmente motivo di orgoglio nazionale per il suo impegno a favore delle pari opportunità e dell’accesso universale, l’istruzione rimane una condizione essenziale per assicurarsi un buon lavoro e un futuro economico stabile. Tuttavia, l’accesso a un’istruzione di qualità è sempre più costoso. Questo divario crescente tra la promessa di uguaglianza educativa e la realtà delle disuguaglianze socioeconomiche è, chiaramente, fonte di rabbia. Le questioni relative alla spesa pubblica per l’istruzione sono quindi diventate indissolubilmente legate alle preoccupazioni sulla mobilità sociale, sulle opportunità economiche e sul futuro delle giovani generazioni francesi.

Inoltre, il problema va oltre l’istruzione e riguarda il passaggio sempre più difficile all’età adulta. Ad agosto il tasso di disoccupazione complessivo in Francia si attestava all’8,2%, contro il 20,6% tra i giovani sotto i 25 anni. A causa degli elevati costi degli alloggi e delle difficoltà nel trovare un impiego stabile, l’indipendenza finanziaria dipende sempre più dal patrimonio familiare, una realtà che rafforza le disuguaglianze socioeconomiche e compromette le prospettive di mobilità sociale ascendente.


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Queste frustrazioni sono indissolubilmente legate alla più ampia crisi politica e fiscale che sta attraversando la Francia. I dibattiti sul bilancio 2027 hanno trasformato le rivendicazioni degli studenti in una protesta più ampia contro la disuguaglianza economica, il calo del potere d’acquisto e le priorità di spesa del governo, proprio mentre si prevede un aumento dell’inflazione quest’inverno.

Tuttavia, sebbene queste rivendicazioni interne possano sembrare spiegare le proteste, durante le manifestazioni sono state esposte in modo ben visibile anche bandiere palestinesi. Il movimento ha assunto una dimensione di politica estera strettamente legata al dibattito sul bilancio. Oltre a esprimere solidarietà a Gaza e opposizione alla guerra, i manifestanti hanno chiesto con crescente insistenza che vengano bloccati gli aumenti previsti per la spesa della difesa, contestando direttamente gli impegni assunti dalla Francia in seno alla NATO di aumentare le spese militari.

Italia

Analogamente, a Roma alcuni manifestanti hanno bruciato bandiere statunitensi e israeliane, mentre a Milano e a Firenze sono comparsi simboli filopalestinesi. Come in Francia, la critica più esplicita in materia di politica estera tra i gruppi studenteschi riguarda il presunto compromesso tra spesa per la difesa e investimenti sociali. Gli studenti sostengono che il governo stia destinando risorse alle priorità militari, mentre le scuole necessitano di lavori di ristrutturazione, strutture migliori e ulteriori risorse didattiche.

L’insoddisfazione degli studenti non è una novità in Italia; il malcontento andava montando già da settimane. Ma la mobilitazione del 16 ottobre, organizzata sotto lo slogan “No Meloni Day”, ha portato gli studenti nelle strade di diverse città ed è proseguita nel fine settimana, quando a Milano, Bologna e altrove si sono svolte proteste più ampie contro l’aumento del costo della vita. Anche il sindacato CGIL ha organizzato una grande manifestazione a Roma.

Nel frattempo, la più ampia mobilitazione “Italia in Piazza”, svoltasi nel fine settimana nelle principali città al di fuori della capitale, ha riunito le rivendicazioni relative a salari, occupazione, alloggi, assistenza sanitaria e aumento del costo della vita. Queste rivendicazioni hanno assunto particolare rilevanza alla luce dell’aumento dei prezzi dell’energia e dei carburanti, che ha esercitato una maggiore pressione sulle famiglie e sulle imprese.

Come in Francia, le difficoltà socioeconomiche che affliggono le giovani generazioni contribuiscono a spiegare il fascino esercitato dalle proteste italiane. Ad agosto, il tasso di disoccupazione complessivo in Italia si attestava al 6,2%, contro il 20,3% tra i giovani. Oltre alla disoccupazione, i giovani italiani devono fare i conti con stipendi iniziali bassi, precarietà lavorativa, disparità economiche regionali e costi elevati degli alloggi. Anche con un titolo di studio e un lavoro, raggiungere l’indipendenza finanziaria è sempre più difficile.


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Pertanto, il problema di fondo è che il passaggio all’età adulta è diventato sempre più difficile e incerto. L’insicurezza economica spesso ritarda l’uscita di casa, la ricerca di un alloggio stabile e la creazione di una famiglia. L’istruzione non garantisce più una carriera stabile né il tenore di vita di cui godevano le generazioni precedenti. Questo spiega perché le proteste studentesche possano facilmente fondersi con manifestazioni più ampie sui salari, gli alloggi e la politica economica.

Spagna

In Spagna, le proteste contro la precarietà abitativa hanno preso slancio tra la fine di settembre e l’inizio di ottobre, in seguito allo sgombero di una donna di 87 anni, il cui caso è diventato un simbolo della crisi abitativa sempre più grave che affligge il Paese. I manifestanti hanno allestito un accampamento a Madrid, in Puerta del Sol, mentre mobilitazioni simili si sono sviluppate a Barcellona e in altre città spagnole. Le proteste si sono intensificate dopo che il Parlamento spagnolo ha respinto le misure governative volte a proteggere gli inquilini vulnerabili, limitare gli sfratti e rafforzare le tutele sugli affitti. Il conseguente scontro politico ha contribuito alla decisione del primo ministro Pedro Sánchez di indire elezioni generali anticipate per novembre 2026.

Sebbene il fattore scatenante immediato sia stato legato alla legislazione in materia di alloggi, il problema di fondo è di natura strutturale: l’aumento dei prezzi degli immobili, l’insufficiente offerta abitativa, l’aumento degli affitti e l’espansione degli affitti a breve termine hanno ridotto in modo sostanziale l’accessibilità degli alloggi, in particolare per i giovani. La Spagna presenta inoltre uno dei mercati del lavoro giovanili più difficili dell’Unione Europea. Ad agosto, il tasso di disoccupazione complessivo era del 10%, mentre la disoccupazione tra i giovani sotto i 25 anni si attestava al 22,7%.


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La combinazione di un tasso di disoccupazione giovanile relativamente elevato e di un mercato immobiliare eccezionalmente costoso costituisce una forte fonte di malcontento. I giovani spagnoli rischiano di rimanere economicamente dipendenti dalle loro famiglie per periodi prolungati, anche dopo aver completato gli studi o aver trovato un impiego.

Nel fine settimana del 17 ottobre, le proteste relative alla questione abitativa si sono intrecciate con le rivendicazioni riguardanti l’istruzione pubblica. Alcuni giorni prima, il 14 ottobre, gli insegnanti di Madrid avevano dato il via a uno sciopero a tempo indeterminato per chiedere salari più alti, una riduzione dell’orario di insegnamento, classi meno numerose, migliori infrastrutture scolastiche e personale aggiuntivo. Lo sciopero era stato annunciato a giugno.

Gli attivisti per il diritto alla casa e gli insegnanti si sono mobilitati per diverse questioni urgenti, ma entrambi i movimenti hanno messo in discussione l’adeguatezza delle politiche pubbliche nel sostenere le basi sociali ed economiche della vita quotidiana. (Anche le preoccupazioni relative all’immigrazione erano presenti durante le proteste.)

Durante le manifestazioni sono state avvistate anche bandiere palestinesi. I manifestanti hanno avanzato richieste esplicite riguardo alla guerra a Gaza e alle relazioni della Spagna con Israele. Le richieste si estendono alla politica estera degli Stati Uniti, con alcune organizzazioni partecipanti che chiedono la chiusura delle basi militari statunitensi in Spagna e condannano il coinvolgimento militare degli Stati Uniti in Medio Oriente. Alcuni gruppi di attivisti hanno inoltre espresso opposizione alla NATO e al suo ruolo militare nei conflitti internazionali, sebbene questa non sia una richiesta condivisa dall’intero movimento di protesta. Le rivendicazioni socioeconomiche interne si sono concentrate sulla necessità di ridefinire le priorità: la spesa per l’istruzione e il miglioramento della sicurezza abitativa dovrebbero essere in cima all’agenda, mentre il governo dovrebbe tagliare la spesa in altri settori, come la difesa.

Portogallo

Le proteste in Portogallo hanno seguito un andamento particolarmente simile a quello spagnolo. Nella prima metà di ottobre, gli attivisti per il diritto alla casa e le organizzazioni sindacali si sono mobilitati contro l’aumento del costo della vita, i salari insufficienti e le condizioni sempre più difficili nei mercati immobiliari urbani portoghesi. Le manifestazioni sono proseguite nelle principali città durante il fine settimana del 17 ottobre.

Il Portogallo ha registrato uno degli aumenti più marcati in Europa per quanto riguarda i costi abitativi. I prezzi degli immobili sono più che raddoppiati dal 2017, mentre gli affitti dei nuovi contratti sono aumentati in modo vertiginoso. Il turismo, la domanda immobiliare proveniente dall’estero, gli affitti a breve termine e l’afflusso dei nomadi digitali hanno contribuito ad aumentare la pressione sui mercati immobiliari urbani.

Come in Spagna, la questione socioeconomica centrale è la disparità di ricchezza, soprattutto tra i giovani. Ad agosto il tasso di disoccupazione complessivo del Portogallo era del 5,7%, mentre la disoccupazione giovanile ha raggiunto il 19,8%. Sebbene il tasso di disoccupazione nazionale sia relativamente basso, le difficoltà nel trovare un’occupazione stabile e adeguatamente retribuita sono notevoli per i lavoratori più giovani. Una persona può avere un lavoro e tuttavia non essere in grado di permettersi un alloggio, accumulare risparmi o pianificare il proprio futuro.


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Anche in Portogallo l’istruzione ha avuto un ruolo nelle proteste, sebbene in misura minore rispetto ad altri paesi. Il 14 ottobre, circa 200 studenti hanno manifestato a Porto contro una proposta del governo volta a sbloccare le rette universitarie nel bilancio del 2027. Hanno inoltre chiesto maggiori aiuti finanziari e alloggi per studenti a prezzi accessibili. La principale federazione degli insegnanti del Paese, la FENPROF, ha chiesto maggiori investimenti nell’istruzione pubblica, migliori stipendi e condizioni di lavoro, nonché misure per far fronte alla carenza di docenti. Insegnanti e studenti si sono poi uniti alle proteste del 17 ottobre. Le loro preoccupazioni sono state rafforzate dalle critiche al bilancio 2027 proposto dal governo, che secondo i sindacati non aumenterebbe la spesa per l’istruzione in misura sufficiente a compensare l’inflazione.

Non sorprende che le bandiere palestinesi fossero visibili anche durante le manifestazioni di ottobre, in particolare alle manifestazioni di solidarietà a Lisbona e Porto, che hanno coinciso con proteste più ampie sui temi dell’alloggio, dei salari e del costo della vita. I manifestanti hanno chiesto la fine delle operazioni militari israeliane a Gaza, dell’occupazione dei territori palestinesi e della cooperazione portoghese con le politiche militari israeliane. L’opposizione alla politica estera statunitense è stata particolarmente marcata tra le organizzazioni legate al Partito Comunista Portoghese, il cui programma politico ufficiale sostiene esplicitamente lo scioglimento della NATO e il ritiro del Portogallo dalle sue strutture. Il partito detiene attualmente solo tre seggi nel parlamento portoghese, composto da 230 membri, quindi non può fare molto in termini di legislazione, ma la sua importanza risiede maggiormente nella sua storica forza organizzativa, in particolare nei suoi legami con la confederazione sindacale CGTP-IN, che ha svolto un ruolo importante nella mobilitazione dei lavoratori.

Albania

Le proteste in Albania hanno origini diverse. Un movimento noto come “Rivoluzione dei fenicotteri” è iniziato a maggio e si è protratto per tutta l’estate. Inizialmente, le proteste erano incentrate sull’opposizione a un grande progetto di turismo di lusso legato a Jared Kushner e Ivanka Trump. Il progetto, del valore di diversi miliardi di euro, prevede interventi turistici sull’isola di Sazan e nella zona costiera di Zvernec, area ecologicamente sensibile che comprende importanti habitat per i fenicotteri e altre specie di uccelli.

Il movimento ha adottato il fenicottero come simbolo, mentre lo slogan “L’Albania non è in vendita” esprimeva preoccupazioni riguardo alla sovranità nazionale, allo sviluppo economico e al rapporto tra potere politico e investimenti stranieri. Per diversi mesi le manifestazioni sono rimaste per lo più pacifiche. Tuttavia, si sono gradualmente trasformate in un movimento più ampio contro la corruzione, la mancanza di trasparenza e l’insoddisfazione nei confronti del governo del primo ministro Edi Rama.

La svolta decisiva è avvenuta a metà ottobre, quando studenti universitari e delle scuole superiori si sono uniti in gran numero alle proteste. A partire dal 13 ottobre, le manifestazioni a Tirana hanno iniziato a concentrarsi sull’aumento dei costi dell’istruzione, sulle condizioni precarie delle università, sulle limitate opportunità di lavoro e sulla mancanza di sostegno finanziario a disposizione dei giovani. Le proteste si sono poi trasformate in gravi scontri con la polizia, mentre i manifestanti chiedevano le dimissioni di Rama.

Nonostante lo sviluppo economico dell’Albania, i giovani continuano a trovarsi di fronte a opportunità di lavoro relativamente limitate, salari bassi, disuguaglianze regionali e forti incentivi all’emigrazione. Secondo l’istituto di statistica albanese, l’INSTAT, il tasso di disoccupazione complessivo si è attestato all’8,3% nel secondo trimestre del 2026, mentre la disoccupazione tra le persone di età compresa tra i 15 e i 29 anni era pari a circa il 17,7%. Si tratta di una categoria demografica leggermente diversa rispetto ai dati di Eurostat relativi agli under 25, ma ciò dimostra comunque le difficoltà comuni che i giovani albanesi devono affrontare sul mercato del lavoro.


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Le bandiere palestinesi sono state visibili sin dalle prime fasi della “Rivoluzione dei Fenicotteri”. La bandiera non va vista solo come un simbolo di resistenza al governo di Rama, ma anche come una confutazione dell’approccio alla politica estera del presidente degli Stati Uniti Donald Trump e, per estensione, di una strategia statunitense percepita dai manifestanti come volta a privilegiare gli interessi commerciali e l’influenza politica rispetto alla sovranità locale. I manifestanti hanno tracciato un parallelo tra lo sviluppo del litorale albanese e le proposte di Trump per Gaza, collegando l’opposizione all’espropriazione dei terreni alla resistenza all’influenza statunitense. Man mano che le manifestazioni sono diventate sempre più violente nel mese di ottobre, estendendosi dalle rivendicazioni ambientali alle richieste di un’istruzione migliore, di opportunità economiche e delle dimissioni di Rama, le bandiere nazionali albanesi hanno assunto un ruolo sempre più prominente nelle strade.

Il legame con la NATO

Le richieste in materia di politica estera sono particolarmente significative se si considera il ruolo strategico che questi paesi rivestono all’interno della NATO. Le critiche alla politica estera degli Stati Uniti, alla guerra a Gaza e, in alcuni casi, alla stessa NATO stanno emergendo in un momento in cui Washington chiede una maggiore assunzione di responsabilità da parte dell’Europa per la sicurezza dell’alleanza e la guerra in Ucraina sta mettendo alla prova la capacità dell’Europa di sostenere i propri impegni in materia di difesa, mettendo in luce una crescente tensione tra imperativi strategici e priorità politiche interne.

Ciò che rende questo fenomeno particolarmente significativo è il fatto che i paesi europei teatro di grandi proteste sono anche attori di primo piano nell’attuale processo di ristrutturazione della posizione difensiva della NATO. Ciascuno di essi svolge un ruolo specifico nel rafforzamento del pilastro europeo dell’alleanza, in particolare in ambito marittimo, dove gli investimenti in capacità militari, infrastrutture critiche, sorveglianza e connettività logistica stanno assumendo un’importanza sempre maggiore. In altre parole, le proteste si inseriscono in un più ampio processo di trasformazione strategica che richiede ai governi europei di destinare ulteriori risorse alla difesa e alla sicurezza.

La Francia è l’unica potenza della NATO dell’Europa continentale dotata di armi nucleari e rimane uno dei pochi paesi europei in grado di proiettare la propria potenza militare a livello globale. È inoltre una potenza atlantica, mediterranea e dell’Europa continentale, il che le conferisce un ruolo centrale nell’architettura di difesa della NATO, ed è tra i più convinti sostenitori dello sviluppo delle capacità militari proprie dell’Europa.

L’Italia ha recentemente aumentato la propria spesa per la difesa dichiarata, portandola al di sopra del 2% del prodotto interno lordo fissato dalla NATO come parametro di riferimento, in parte grazie a modifiche nelle pratiche contabili. Oltre alle sue notevoli capacità navali e aeree, l’Italia riveste un ruolo fondamentale per la sicurezza nel Mediterraneo e contribuisce in modo significativo alla cooperazione industriale europea nel settore della difesa. La sua posizione geografica e le sue infrastrutture militari collegano i teatri operativi meridionali e orientali della NATO, e la sua industria della difesa è in grado di trarre vantaggio dai rinnovati investimenti europei nelle capacità militari.

Il Portogallo svolge un ruolo diverso ma importante: la sua posizione strategica sull’Atlantico lo rende un importante snodo nelle comunicazioni sottomarine transatlantiche, e sta potenziando le proprie capacità in materia di sorveglianza subacquea, sistemi marittimi autonomi e innovazione tecnologica contro le minacce ibride.


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La Spagna, dal canto suo, mette a disposizione capacità navali e competenze in materia di comando marittimo. Le sue operazioni di monitoraggio nei pressi di Gibilterra e delle Isole Canarie sono particolarmente importanti per seguire i movimenti della marina russa e del traffico commerciale. All’inizio di quest’anno, la Spagna ha assunto il comando della task force atlantica della NATO, continuando al contempo a sviluppare capacità specializzate di intervento e sorveglianza subacquea. Il Paese svolge un ruolo significativo nel garantire la sicurezza delle comunicazioni marittime, nel monitorare attività potenzialmente ostili e nel proteggere le infrastrutture che collegano l’Europa all’Atlantico.

Infine, l’Albania sta emergendo come un nodo di collegamento strategicamente importante nell’Adriatico. Si prevede che nel 2026 la spesa per la difesa di Tirana supererà il 2% del PIL. La sua importanza risiede meno nelle dimensioni delle sue forze armate che nello sviluppo delle infrastrutture navali e logistiche, in particolare intorno a Porto Romano e al Corridoio VIII. Questo corridoio potrebbe fornire una rotta alternativa per il trasporto di equipaggiamenti militari e rinforzi tra il Mare Adriatico e il Mar Nero, sostenendo quella che sta diventando sempre più la nuova linea di contenimento e deterrenza della NATO lungo la frontiera orientale dell’Europa.

Questi sviluppi mettono in luce una tensione fondamentale nella trasformazione dell’Europa. Il rafforzamento del pilastro europeo della NATO richiede ben più di un aumento della spesa militare; esige investimenti nella sicurezza marittima, nelle infrastrutture critiche, nei corridoi logistici e nelle capacità tecnologiche. Tuttavia, i paesi che stanno assumendo ruoli sempre più importanti in questa ristrutturazione stanno anche vivendo un crescente malcontento sociale. Le proteste rivelano inoltre quanto siano diventate integrate le società europee, in particolare tra le giovani generazioni che utilizzano le stesse piattaforme di social media, affrontano problemi simili e condividono sempre più le proprie frustrazioni oltre i confini nazionali. Questa interconnessione rappresenta sia una sfida che una responsabilità per i governi europei. In definitiva, rafforzare la sicurezza dell’Europa significa trovare un equilibrio tra i crescenti impegni in materia di difesa e le richieste dell’opinione pubblica di migliori tenori di vita e stabilità economica, riconoscendo al contempo che la coesione sociale è essa stessa una componente essenziale della sicurezza.


 
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Riflessioni su come finirà la guerra in Iran, di George Friedman

Riflessioni su come finirà la guerra in Iran

Di

George Friedman

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5 ottobre 2026Apri come PDF

Tutte le guerre finiscono, e lo fanno in uno dei due modi seguenti: o una delle parti sconfigge l’altra, oppure entrambe le parti negoziano un accordo. Un accordo negoziato implica implicitamente che una delle parti (o entrambe) si renda conto di non poter vincere, o che qualsiasi vittoria sarebbe una vittoria di Pirro, e che nel frattempo l’opposizione interna alla guerra sia così intensa da costringere il governo a porre fine al conflitto, pena la perdita del potere e il rovesciamento, sia alle urne che per mezzo di una ribellione.

Dal punto di vista militare, l’Iran non può sconfiggere gli Stati Uniti al punto da costringerli alla resa. Gli Stati Uniti sono militarmente più potenti, ma i costi di uno scontro sarebbero ingenti. Potrebbero essere in grado di sconfiggere l’Iran se fossero disposti a schierare un maggior numero di soldati e armi più distruttive, dato che l’Iran è un paese molto vasto e il suo esercito è molto disperso. Si può dire molto sull’uso dei droni nella guerra moderna, ma non sono sufficienti a costringere nessuna delle due parti alla resa.

In un certo senso, ciò corrisponde alla storia. Il blitz tedesco su Londra non costrinse l’Inghilterra a chiedere la pace. Il massiccio bombardamento delle città tedesche e di altri obiettivi non costrinse la Germania alla resa. La sola potenza aerea non ha sconfitto nessuna delle due parti; è stata l’invasione terrestre della Germania da parte degli Alleati a portare alla resa. La sconfitta delle forze giapponesi sul terreno, sostenuta com’era dalla potenza aerea, stava portando alla vittoria, ma l’entrata in guerra delle armi atomiche ha determinato la sconfitta definitiva del Giappone, abbreviando così la guerra. Pertanto, Washington era la potenza più forte, ma la realtà di questa particolare guerra ha posto limiti significativi all’uso di tale potere da parte degli Stati Uniti.

Il timore per il programma nucleare iraniano ha scatenato la guerra contro l’Iran. Washington potrebbe porre fine al conflitto ricorrendo alle armi nucleari, ma da Hiroshima e Nagasaki ha perso diverse guerre senza ricorrere alle armi atomiche. Il motivo è che il pericolo per gli Stati Uniti derivante dall’avvio dell’uso di armi nucleari – con altre nazioni che possiedono o stanno sviluppando armi nucleari e che in un certo senso legittimano l’uso di tali armi – rappresentava una minaccia di gran lunga maggiore per gli Stati Uniti nel lungo periodo rispetto all’accettazione della sconfitta o di una situazione di stallo nelle guerre combattute dal Vietnam all’Afghanistan. Ritengo che questo ragionamento rimanga valido.

La guerra in Ucraina segue una logica simile. L’Ucraina ha portato la Russia a una situazione di stallo, cosa che molti (compresa Mosca) ritenevano impossibile. I droni e le informazioni raccolte tramite satellite sono stati utili in tal senso, ma ciò che realmente mantiene viva la guerra è l’incapacità dell’opinione pubblica di entrambe le nazioni di mobilitarsi per porvi fine.

Credo che questo sia un buon modello per riflettere sull’evoluzione della guerra in Iran e su come potrebbe concludersi. Non è chiaro se, date le armi moderne, una delle due parti possa sconfiggere l’altra. Ciò solleva la questione se i cittadini di entrambi i paesi vogliano continuare la guerra. Non posso parlare a nome dell’opinione pubblica iraniana, ma il governo sembra nutrire un certo grado di lealtà verso la nazione – o forse è solo il desiderio di impedire una rivolta contro la guerra. Il punto è che, sebbene molti iraniani siano considerati contrari alla guerra, due fattori limitano la reazione dell’opinione pubblica. Il primo è il potere del Corpo delle Guardie Rivoluzionarie Islamiche e il timore che tale potere genera. Il secondo è più complesso. Sebbene le persone possano opporsi a una guerra, non vogliono essere sconfitte e occupate, e questa avversione può creare legami molto forti. I leader possono essere malvisti o addirittura disprezzati, ma l’amore per la patria potrebbe limitare la ribellione contro la guerra.

Da questo punto di vista, gli Stati Uniti potrebbero risultare più deboli dell’Iran. Gli Stati Uniti hanno combattuto e perso numerose guerre e ora sono più scettici nei confronti di conflitti che non possono essere vinti. Dal punto di vista economico, le conseguenze per l’Iran potrebbero essere più gravi di quelle per gli Stati Uniti, ma le implicazioni per questi ultimi sono comunque significative e, vista l’opinione pubblica, gli Stati Uniti sono meno inclini a sopportare le pressioni economiche imposte da questa guerra.

Data la struttura politica dell’Iran, sembra meno probabile che l’opposizione pubblica determini l’andamento della guerra per Teheran. Data invece la struttura politica degli Stati Uniti – che ben conosce il costo e la durata della guerra, nonché il basso costo della sua conclusione – ritengo che l’Iran goda di notevoli vantaggi motivazionali, soprattutto perché per il suo governo la posta in gioco è altissima. Come ci ha ricordato l’Ucraina, le persone sono più tolleranti alla sofferenza quando è in gioco il destino della loro nazione.

A volte, per quanto una nazione possa essere divisa, si tende a unirsi quando viene attaccata da una potenza straniera. Ciò potrebbe valere ancora di più nel caso dell’Iran, dato che si tratta di un Paese musulmano attaccato da quello che percepisce come un Paese cristiano. Non è certo, ma è possibile.

È un modo piuttosto contorto per affermare l’ovvio: l’esito della guerra sarà determinato dalla disponibilità dell’opinione pubblica americana ad accettare le difficoltà che ne derivano, che sono di gran lunga inferiori a quelle imposte al popolo iraniano, ma con una posta in gioco molto più alta. E nel sistema politico statunitense, l’opposizione a una guerra non solo è consentita, ma ha una storia piuttosto lunga nel determinare come finiscono le guerre. Le elezioni di medio termine determineranno la composizione del Congresso, ma la capacità del Congresso di trovare un accordo e di imporre la fine della guerra sarà probabilmente limitata.

Allo stesso tempo, le elezioni di medio termine segnano l’inizio della campagna elettorale per la scelta del prossimo presidente, e pochi esponenti di entrambi i partiti si presenteranno con un programma a favore della guerra contro l’Iran. Anche questo contribuirà ad aumentare la pressione dell’opinione pubblica affinché si ponga fine alla guerra.

Ancora una volta, è un percorso piuttosto lungo per giungere a una conclusione ovvia, ma a volte vale la pena tentare una presentazione sistematica, oltre che metterla per iscritto, per esporre ciò che sto cercando di capire.

Notizia del giorno: l’Alleanza della Mecca invoca la difesa collettiva

La Turchia e il Pakistan si sono impegnati a venire in aiuto dell’Arabia Saudita.

Di

Prospettive geopolitiche

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6 ottobre 2026Apri come PDF

Sostegno alla sicurezza. L’Arabia Saudita, la Turchia e il Pakistan hanno condannato i recenti attacchi contro obiettivi sauditi da parte dei ribelli Houthi yemeniti in una dichiarazione congiunta rilasciata al termine di una riunione d’emergenza del loro patto di sicurezza tenutasi a Riyadh. Hanno concordato di procedere “immediatamente all’attuazione concreta degli impegni di difesa collettiva” e di dispiegare forze e risorse militari in Arabia Saudita.
Perché è importante: Gli Houthi rappresentano un dilemma strategico per la nuova alleanza, costituita ufficialmente solo due mesi fa. I tre paesi stanno ora valutando il modo migliore per gestire la situazione.

Altri attacchi. A questo proposito, gli Houthi hanno dichiarato di aver condotto tre operazioni in Arabia Saudita contro due aeroporti (tra cui l’aeroporto internazionale di Riyadh), un impianto della Saudi Aramco a Rabigh e alcune basi militari. Un portavoce degli Houthi ha esortato le compagnie aeree a smettere di utilizzare lo spazio aereo del regno, poiché era diventato una “zona operativa”. Nel frattempo, il governo yemenita e le forze alleate hanno condotto operazioni offensive nei pressi della città strategica di Taiz, uccidendo circa 100 combattenti Houthi e ferendone altri 150. Un portavoce degli Houthi ha smentito le recenti notizie secondo cui le forze governative avrebbero conquistato territori controllati dal gruppo.
Perché è importante: Finora, i proxy di Riyadh nello Yemen sono riusciti a impedire agli Houthi di raggiungere la costa meridionale, ma se il gruppo riuscisse a ottenere il controllo di tutte le regioni montuose a est, tenterebbe poi di avanzare verso sud, creando una minaccia ancora più grave per i sauditi.

Cooperazione in materia di difesa. La marina militare dell’Azerbaigian ha partecipato a esercitazioni congiunte con il Pakistan nella città di Karachi. Le truppe si sono addestrate al recupero di un’imbarcazione sequestrata dai terroristi, al salvataggio degli ostaggi e alle operazioni subacquee. Le esercitazioni miravano allo scambio di esperienze nella conduzione di operazioni speciali, alla familiarizzazione delle forze con le procedure operative di entrambi i paesi, all’addestramento con fuoco reale e all’esecuzione di operazioni marittime in condizioni che simulavano il combattimento.
Perché è importante: Le esercitazioni dimostrano che l’Azerbaigian cerca di mantenere stretti legami militari non solo con la Turchia e l’Asia centrale, ma anche con il Pakistan, che fa parte della nuova alleanza della Mecca con la Turchia e l’Arabia Saudita. L’Azerbaigian sta instaurando relazioni più strette con tutti e tre i paesi, anche se è troppo presto per dire se Baku vorrà aderire in futuro.

I rapporti tra Iran e Armenia. I ministri degli Esteri dell’Iran e dell’Armenia si sono incontrati lunedì a Teheran. Hanno discusso della cooperazione su progetti relativi all’energia, ai trasporti e allo sviluppo delle infrastrutture – tra cui la costruzione di un secondo ponte transfrontaliero e di una terza linea di trasmissione elettrica tra i due Paesi. Durante la visita, il ministro armeno ha inoltre incontrato il presidente iraniano e il presidente del Parlamento.
Perché è importante: Nonostante le strette relazioni strategiche dell’Armenia con gli Stati Uniti, Yerevan continua ad approfondire i rapporti economici con Teheran e ha persino in programma di creare una rete logistica lungo il confine comune. Va tuttavia sottolineato che l’Iran ha contestato la realizzazione, sul territorio armeno, della rotta di trasporto TRIPP, promossa dagli Stati Uniti.

Corridoio energetico. Ankara intende trasformare il progetto “Development Road” in un corridoio energetico per il trasporto di petrolio, gas naturale ed elettricità verso la Turchia e l’Europa, ha affermato il ministro turco dell’Energia e delle risorse naturali al termine di un incontro con il ministro del Petrolio iracheno. Il progetto potrebbe generare circa 80 miliardi di dollari all’anno e aprire una via di accesso per il gas del Qatar e il petrolio iracheno verso la Turchia e i mercati europei, riducendo così la dipendenza dallo Stretto di Ormuz.
Perché è importante: Si tratta di un piano ambizioso che Ankara ha promosso negli ultimi anni. Una delle maggiori sfide in materia di sicurezza deriverà dal ritiro delle truppe statunitensi dal nord dell’Iraq.

Sicurezza in Iraq. I militanti dello Stato Islamico hanno attaccato un posto di blocco della polizia federale a 70 chilometri (circa 40 miglia) a sud-ovest di Kirkuk, nella regione del Kurdistan iracheno, secondo quanto riportato da Reuters. Almeno un agente di polizia iracheno è rimasto ucciso e altri quattro sono rimasti feriti. Nessun gruppo ha rivendicato la responsabilità dell’attacco, ma fonti delle forze di sicurezza e dell’esercito interpellate da Reuters hanno affermato che sono coinvolti militanti dello Stato Islamico. Si tratta del primo attacco dello Stato Islamico contro le forze di sicurezza irachene dal ritiro completo delle truppe statunitensi dal Paese, avvenuto il 30 settembre.
Perché è importante: L’attacco è un primo segnale che attori non statali potrebbero tentare nuovamente di colmare il vuoto lasciato dagli Stati Uniti.

Rafforzare i Paesi baltici. Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha affermato che avrebbe “sicuramente preso in considerazione” la possibilità di istituire una base militare statunitense in Lituania, dopo che il primo ministro lituano aveva dichiarato la scorsa settimana che il suo Paese era pronto a coprire i costi di una presenza permanente delle truppe statunitensi. Ha inoltre suggerito che i funzionari lituani abbiano già sollevato la questione con Washington.
Perché è importante: Cresce la preoccupazione nei Paesi baltici riguardo a una potenziale incursione russa.

Xi a Washington: i punti salienti del vertice, di Fred Gao – Lo “Stato d’animo newyorkese” di Donald Trump, di Ahmed Charai_ Riflessioni sul vertice tra Stati Uniti e Cina, di George Friedman

Xi a Washington: i punti salienti del vertice

Fred Gao25 settembre
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La Cina ha appena pubblicato il resoconto ufficiale dei colloqui tra Xi e Trump. Ecco le mie considerazioni principali.

  1. Stabilità strategicaSi tratta in gran parte di una continuazione del consenso raggiunto a Pechino, con quattro ulteriori formulazioni che delineano il percorso da seguire:在务实合作中互利共赢,在良性竞争中彼此成就,在求同存异中妥处分歧 ,在累积互信中构筑和平.raggiungere vantaggi reciproci e risultati vantaggiosi per tutti attraverso la cooperazione pratica, contribuire al successo reciproco tramite una sana competizione, gestire adeguatamente le divergenze alla ricerca di un terreno comune più ampio e costruire la pace attraverso una maggiore fiducia reciproca.L’accento è posto sui potenziali benefici della concorrenza per entrambi i paesi. Si riconosce inoltre che le divergenze bilaterali persisteranno, pur sottolineando l’importanza di costruire fiducia reciproca attraverso il processo di risoluzione di tali divergenze.
  2. Dialogo con l’IAIl dialogo sull’intelligenza artificiale è la novità più importante all’ordine del giorno. Sulla sicurezza dell’IA, la prospettiva cinese differisce da quella degli amministratori delegati delle aziende tecnologiche statunitensi, che auspicano un rallentamento dello sviluppo dell’IA: la Cina tende a considerare i rischi dell’IA più come problemi di ingegneria che possono essere risolti con l’intervento umano.Al momento, le priorità e gli interessi delle due parti non coincidono, il che rende difficile compiere progressi sostanziali su questioni specifiche nel breve termine.Inoltre, sia Pechino che Washington considerano attualmente l’intelligenza artificiale un ambito strategico di competizione bilaterale. È quindi probabile che qualsiasi cooperazione a breve termine rimanga limitata, ad esempio, a un meccanismo per la notifica reciproca dei principali rischi legati all’IA.
  3. tregua commercialeIn un’intervista rilasciata mercoledì a Fox News, il Segretario del Tesoro statunitense Scott Bessent ha dichiarato che i due Paesi hanno concordato di prorogare di altri due mesi la tregua commerciale, che in precedenza sarebbe dovuta scadere a novembre. Pechino non ha ancora confermato la proroga. Bessent ha guidato i negoziati commerciali con la Cina questa settimana.Alcuni interpretano la breve proroga come un segnale che i negoziati non stiano procedendo bene. La mia interpretazione è diversa: considerando che i due leader hanno ancora la possibilità di incontrarsi quest’anno, la proroga potrebbe essere intesa a lasciare spazio per un ulteriore annuncio in un incontro successivo. La durata di una proroga non è necessariamente un indicatore affidabile dei progressi nei negoziati.Il resoconto del vertice non menzionava i consigli sugli investimenti o sul commercio. Tuttavia, il resoconto separato della Cina sulle consultazioni economiche e commerciali descriveva le discussioni come “franche, approfondite e altamente costruttive”. Interpreto “altamente costruttive” (富有建设性) come una valutazione più positiva rispetto al più comune “costruttive” (建设性).

Altri :

Durante la sua visita negli Stati Uniti nel 2023, quando Biden era in carica, Xi annunciò un piano per invitare 50.000 giovani americani in Cina per scambi e studi nei cinque anni successivi. Tale obiettivo fu raggiunto entro maggio 2026. Questa volta, Xi ha annunciato l’intenzione di invitare 100.000 giovani americani nei prossimi cinque anni. Ora vedremo se Trump considererà questo un ulteriore successo che lo pone in vantaggio su Biden.

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Di seguito è riportata la versione cinese dei risultati:

Discorso di Sua Eccellenza Xi Jinping, Presidente della Repubblica Popolare Cinese, in occasione della cerimonia di benvenuto alla Casa Bianca.

Onorevole Presidente Donald J. Trump e la signora Melania Trump,
Signore e signori,
Cari amici,

Sono molto lieto di effettuare una visita di Stato nel vostro splendido Paese, gli Stati Uniti d’America. Grazie, Presidente Trump e Signora Trump, per la calorosa ospitalità che avete riservato a me e a mia moglie. A nome degli oltre 1,4 miliardi di cinesi, desidero innanzitutto porgere i miei più sinceri saluti al popolo americano e le mie più calorose congratulazioni per il 250° anniversario dell’indipendenza americana.

Sia la Cina che gli Stati Uniti sono grandi paesi, e sia il popolo cinese che quello americano sono grandi popoli. Sono in visita negli Stati Uniti su invito del Presidente Trump per consolidare la nostra amicizia, ampliare la cooperazione e promuovere il benessere di entrambi i nostri popoli.

Di fronte ai cambiamenti che stanno interessando il nostro mondo, i nostri tempi e che rivestono oggi un’importanza storica, la Cina e gli Stati Uniti, in quanto due grandi nazioni, si assumono la responsabilità storica di promuovere lo sviluppo e il progresso umano.

Signor Presidente, durante la sua visita in Cina quest’anno, abbiamo concordato di costruire una relazione costruttiva tra Cina e Stati Uniti, caratterizzata da stabilità strategica, un obiettivo ampiamente accolto con favore dai popoli dei nostri due Paesi e dalla comunità internazionale. Sono pronto a collaborare con lei per guidare la grande nave delle relazioni sino-americane verso un futuro prospero.

—Dobbiamo rafforzare la comunicazione. La Cina e gli Stati Uniti hanno condizioni nazionali diverse, ma attraverso un dialogo franco, approfondito e continuo, i nostri due Paesi possono comprendersi meglio, cercare punti d’incontro accantonando le divergenze e costruire una fiducia reciproca. Il Presidente Trump ed io nutriamo rispetto reciproco. Abbiamo instaurato un rapporto personale e siamo rimasti in contatto. Incoraggiamo i nostri ministeri, come quelli responsabili degli affari esteri, delle questioni economiche, della cooperazione finanziaria, delle forze dell’ordine e degli scambi tra i popoli, a intensificare i contatti e sosteniamo i nostri organi legislativi nell’aumentare gli scambi.

—Dovremmo cooperare con sincerità. Gli interessi di Cina e Stati Uniti sono profondamente interconnessi e abbiamo ampi margini di collaborazione. La cooperazione sino-americana potrebbe non risolvere tutti i problemi del mondo, ma senza di essa sarebbe difficile risolverne molti. La Cina tiene le sue porte spalancate e accoglie con favore le aziende americane che desiderano investire e fare affari nel suo Paese. Ci auguriamo che le aziende cinesi vengano trattate equamente qui negli Stati Uniti. Lavorando insieme, possiamo ampliare la gamma delle aree di cooperazione e ridurre le problematiche. Sia la Cina che gli Stati Uniti sono nazioni leader nell’intelligenza artificiale. Abbiamo la capacità e la responsabilità di sviluppare e gestire l’IA per il bene comune, garantendo che il suo sviluppo sia sempre sotto il controllo umano e al servizio del benessere delle persone. In materia di lotta al narcotraffico e contrasto alla criminalità, la Cina è disposta a rafforzare la cooperazione con gli Stati Uniti. Le nostre due parti potrebbero anche incrementare i voli diretti per agevolare gli spostamenti e gli scambi commerciali bilaterali.

—Dovremmo coesistere in pace. Come ho detto molte volte, la Cina e gli Stati Uniti, in quanto due grandi nazioni, trarrebbero vantaggio dalla cooperazione e perderebbero entrambi in caso di confronto. Non dobbiamo evitare di parlare di competizione, ma la nostra competizione dovrebbe essere sana e rimanere entro certi limiti. Dovrebbe essere una corsa per recuperare terreno a vicenda, non una lotta in cui uno vince e uno perde. La Cina e gli Stati Uniti devono mantenere la linea di non conflitto e di non confronto tra di noi, e possiamo certamente trovare la strada giusta affinché i nostri due grandi paesi convivano pacificamente su questo pianeta che entrambi chiamiamo casa. I nostri due eserciti dovrebbero mantenere un dialogo costante e migliorare i meccanismi di comunicazione e prevenzione delle crisi. La trappola di Tucidide può essere superata.

Signore e signori,
Cari amici,

Durante la Seconda Guerra Mondiale, cinesi e americani hanno combattuto fianco a fianco contro l’aggressione fascista. Il popolo cinese non ha mai dimenticato quella parte di storia, né l’ha fatto il popolo americano. La speranza per le relazioni sino-americane risiede nei nostri popoli e il loro futuro è nelle mani dei giovani. Sono lieto di annunciare un invito rivolto a 100.000 giovani americani a visitare la Cina per scambi e studi nei prossimi cinque anni.

Il panda gigante è stato un ambasciatore di amicizia tra cinesi e americani. Ho una buona notizia per voi. Tra pochi giorni, due panda, Ping Ping e Fu Shuang, arriveranno nella loro nuova casa allo Zoo di Atlanta e incontreranno il pubblico americano.

Signore e signori,
Cari amici,

Raggiungere la grande rinascita della nazione cinese e rendere di nuovo grande l’America possono andare di pari passo. Soddisfiamo le aspettative del popolo e dimostriamo la nostra iniziativa storica. Continuiamo a promuovere l’amicizia tra i nostri due popoli e lavoriamo insieme per costruire un mondo migliore!

Grazie.

Il presidente Xi Jinping partecipa alla cerimonia di benvenuto alla Casa Bianca offerta dal presidente degli Stati Uniti Donald J. Trump.

La mattina del 24 settembre, ora locale, il presidente degli Stati Uniti Donald J. Trump ha ospitato una solenne cerimonia alla Casa Bianca per dare un caloroso benvenuto al presidente cinese Xi Jinping in occasione della sua visita di Stato negli Stati Uniti.

Nel piacevole scenario settembrelino di Washington, le bandiere nazionali cinese e americana sventolavano nella brezza. Giunti alla Casa Bianca in limousine, il presidente Xi Jinping e la signora Peng Liyuan sono stati accolti calorosamente dal presidente Trump e dalla signora Melania Trump nell’area di sosta. I due presidenti e le rispettive mogli hanno posato insieme per delle foto.

Accompagnati dal presidente e dalla signora Trump, il presidente Xi e la signora Peng sono entrati alla Casa Bianca dove hanno firmato il libro degli ospiti.

Tra le squillanti note della musica militare, i due presidenti si sono diretti verso la Cross Hall. La banda militare ha suonato gli inni nazionali di Cina e Stati Uniti.

Dopo gli inni nazionali, il presidente Xi e il presidente Trump hanno tenuto dei discorsi.

Il Presidente Xi ha esteso i suoi sinceri saluti al popolo americano e le sue calorose congratulazioni per il 250° anniversario dell’indipendenza americana a nome degli oltre 1,4 miliardi di cinesi.

Il Presidente Xi ha osservato di trovarsi negli Stati Uniti su invito del Presidente Trump per consolidare l’amicizia, ampliare la cooperazione e promuovere il benessere dei popoli dei due Paesi. Di fronte ai cambiamenti che il mondo, i tempi e la storia stanno attraversando, la Cina e gli Stati Uniti, in quanto grandi potenze, si assumono la responsabilità storica di promuovere lo sviluppo e il progresso umano. Durante la visita del Presidente Trump in Cina all’inizio di quest’anno, le due parti hanno concordato di costruire una relazione costruttiva tra Cina e Stati Uniti, improntata alla stabilità strategica, un obiettivo ampiamente accolto con favore dai popoli dei due Paesi e dalla comunità internazionale. Il Presidente Xi ha affermato di essere pronto a collaborare con il Presidente Trump per guidare la grande nave delle relazioni sino-americane verso un futuro stabile.

Il Presidente Xi ha sottolineato che Cina e Stati Uniti dovrebbero rafforzare la comunicazione. I due Paesi, pur avendo condizioni nazionali diverse, attraverso un dialogo franco, approfondito e continuo, possono comprendersi meglio, cercare punti d’incontro accantonando le divergenze e costruire una fiducia reciproca. Cina e Stati Uniti dovrebbero cooperare con sincerità. Gli interessi dei due Paesi sono profondamente interconnessi e vi è ampio margine di collaborazione. La cooperazione sino-americana potrebbe non risolvere tutti i problemi del mondo, ma senza di essa sarebbe difficile risolvere molti dei problemi globali. Sia la Cina che gli Stati Uniti sono nazioni leader nell’intelligenza artificiale, con la capacità e la responsabilità di sviluppare e gestire l’IA per il bene comune, garantendo che lo sviluppo dell’IA sia sempre sotto il controllo umano e al servizio del benessere dell’umanità. Cina e Stati Uniti dovrebbero coesistere pacificamente. In quanto grandi potenze, entrambe trarrebbero vantaggio dalla cooperazione e subirebbero perdite in caso di confronto. Cina e Stati Uniti devono mantenere una posizione di non conflitto e di non confronto. La trappola di Tucidide può essere superata.

Il presidente Xi ha ricordato che cinesi e americani hanno combattuto fianco a fianco contro l’aggressione fascista. Il popolo cinese non ha mai dimenticato quella parte della storia, né l’ha fatto il popolo americano. La speranza per le relazioni sino-americane risiede nel popolo e il suo futuro è nelle mani dei giovani. Nei prossimi cinque anni, la Cina inviterà 100.000 giovani americani a visitare la Cina per scambi culturali e di studio. Il panda gigante è da sempre un ambasciatore dell’amicizia tra i popoli cinese e americano. Due panda, Ping Ping e Fu Shuang, arriveranno presto nella loro nuova casa allo Zoo di Atlanta e incontreranno il pubblico americano.

Il presidente Xi ha sottolineato che il raggiungimento della grande rinascita della nazione cinese e il ritorno alla grandezza dell’America possono procedere di pari passo. Ha esortato entrambe le parti a soddisfare le aspettative del popolo, a dimostrare un’iniziativa storica, a continuare a promuovere l’amicizia sino-americana e a lavorare insieme per costruire un mondo migliore.

Il Presidente Trump ha dato un caloroso benvenuto al Presidente Xi in occasione di questa storica visita di Stato negli Stati Uniti, affermando di aver stretto con lui una profonda amicizia, fondata sul rispetto reciproco e sugli interessi vitali dei popoli di entrambi i Paesi. Gli Stati Uniti e la Cina, secoli fa, si sono incontrati al di là dell’oceano per commerciare e imparare. Il Presidente Xi è giunto in un momento importante per l’America, in occasione del 250° anniversario dell’indipendenza. Le due parti continueranno la loro cooperazione e contribuiranno a un mondo migliore. Il Presidente Trump avrà un colloquio approfondito con il Presidente Xi su temi quali commercio, sicurezza, intelligenza artificiale e tecnologia, che potranno gettare solide basi per la pace e la prosperità dei decenni a venire. I due Paesi hanno combattuto insieme nella Seconda Guerra Mondiale, contribuendo alla vittoria, e storie come quella delle Tigri Volanti sono ancora ricordate dai popoli di entrambe le nazioni. Il Presidente Trump auspica di continuare a collaborare con il Presidente Xi e di costruire un futuro migliore per entrambi i Paesi.

Dopo i discorsi, il presidente Xi e la signora Peng hanno assistito a un’esibizione dei Marines statunitensi in compagnia del presidente e della signora Trump. I due presidenti e le rispettive mogli hanno salutato e stretto la mano al seguito della controparte. Si sono poi recati al Giardino delle Rose della Casa Bianca per una parata militare. La banda militare ha suonato la fanfara di apertura e le guardie d’onore statunitensi di diverse forze armate hanno eseguito esercitazioni tradizionali e suonato musica strumentale. Diversi aerei da combattimento hanno sorvolato la Casa Bianca in onore dei presidenti cinese e statunitense e delle loro mogli.

Dopo la cerimonia di benvenuto, i due presidenti e le rispettive mogli si sono ritirati nello Studio Ovale della Casa Bianca, dove hanno avuto un cordiale e amichevole scambio di opinioni.

Cai Qi, Wang Yi e He Lifeng, tra gli altri, hanno partecipato agli eventi.

A volte, una foto può dire di più

Il presidente Xi Jinping ha avuto colloqui con il presidente degli Stati Uniti Donald J. Trump.

La mattina del 24 settembre, ora locale, il presidente Xi Jinping ha avuto un colloquio con il presidente degli Stati Uniti Donald J. Trump alla Casa Bianca.

Il presidente Xi ha sottolineato che lo scambio di visite tra i presidenti cinese e statunitense in meno di sei mesi non ha precedenti nella storia delle relazioni sino-americane. Lui e il presidente Trump hanno mantenuto i contatti attraverso diversi canali e hanno collaborato per guidare la grande nave delle relazioni sino-americane. Il presidente Xi ha affermato che, nel mese di maggio, lui e il presidente Trump hanno concordato di costruire una relazione sino-americana costruttiva e strategicamente stabile. Questa nuova visione riflette la realtà dei rapporti sino-americani, incarna le aspettative per il futuro ed è un passo importante verso un approccio corretto per la convivenza pacifica tra i due Paesi. Le due parti dovrebbero tradurre questa visione in azioni concrete, impegnandosi a costruire una relazione in cui la cooperazione sia il pilastro portante, la competizione rimanga entro limiti appropriati, le divergenze siano gestite e la pace sia auspicabile, tracciando così il giusto percorso per la convivenza pacifica tra le due grandi potenze. La Cina e gli Stati Uniti dovrebbero, e hanno tutte le condizioni per, raggiungere vantaggi reciproci e risultati vantaggiosi per entrambe le parti nella cooperazione pratica, contribuendo al successo reciproco attraverso una sana competizione, gestendo adeguatamente le divergenze mentre cercano un terreno comune più ampio e costruendo la pace attraverso una maggiore fiducia reciproca, in modo che i popoli dei nostri due paesi e dei paesi di tutto il mondo possano tutti beneficiare di una relazione costruttiva tra Cina e Stati Uniti di stabilità strategica.

Il Presidente Xi ha sottolineato che i team economici e commerciali delle due parti hanno tenuto un nuovo ciclo di consultazioni e raggiunto un nuovo accordo congiunto, il che rappresenta un’ottima notizia sia per le industrie e i cittadini dei nostri due Paesi, sia per l’economia mondiale. La cooperazione è una strada a doppio senso. Per mantenere stabili i legami economici e commerciali, è necessario ampliare l’elenco delle aree di cooperazione e ridurre quello delle questioni da risolvere. Finché entrambe le parti agiranno nello spirito di uguaglianza, rispetto reciproco e mutuo vantaggio, si potrà sempre trovare una via per la risoluzione delle divergenze. Si auspica che le due parti procedano nella stessa direzione, si attengano al mutuo vantaggio e a risultati reciprocamente vantaggiosi, promuovendo così il continuo e costante sviluppo e miglioramento dei legami economici e commerciali tra Cina e Stati Uniti.

Il presidente Xi ha sottolineato che sia la Cina che gli Stati Uniti possiedono solide capacità nel campo dell’intelligenza artificiale. Pur essendoci competizione, la cooperazione può essere ancora più forte. La cosa giusta da fare è sfruttare i rispettivi punti di forza, non difendersi l’uno dall’altro. Le due parti possono proseguire il dialogo sull’IA, scambiarsi opinioni sui suoi rischi e benefici e prevenire congiuntamente l’uso improprio e l’abuso dell’IA. L’IA deve rimanere sotto il controllo umano. Occorre sostenere un approccio incentrato sulla persona e sviluppare l’IA in modo positivo e benefico, affinché contribuisca al progresso dell’umanità.

Il presidente Xi ha sottolineato che la posizione della Cina in merito alla salvaguardia della riunificazione nazionale e dell’integrità territoriale è chiara e inequivocabile. Si auspica che gli Stati Uniti mantengano la corretta posizione di opposizione all'”indipendenza di Taiwan” e affrontino la questione di Taiwan con cautela, al fine di porre solide basi per la cooperazione strategica sino-americana e per lo sviluppo delle relazioni bilaterali.

Il presidente Trump ha affermato che la visita di Stato del presidente Xi negli Stati Uniti è stata un grande successo. Sia gli Stati Uniti che la Cina sono grandi nazioni. Il presidente Xi e lui sono buoni amici e mantengono una comunicazione profonda e stretta. Sotto la loro guida, le relazioni tra Stati Uniti e Cina saranno senza dubbio un successo. Un nuovo ciclo di consultazioni tra i team economici e commerciali dei due Paesi ha prodotto nuovi risultati. Le due parti dovrebbero continuare il dialogo e raggiungere un accordo ancora migliore. L’intelligenza artificiale riguarda il futuro dell’umanità. Gli Stati Uniti e la Cina dovrebbero mantenere il dialogo e rafforzare la cooperazione in materia di intelligenza artificiale.

I due presidenti si sono inoltre scambiati opinioni su importanti questioni internazionali e regionali, tra cui la situazione in Medio Oriente, la crisi ucraina e la penisola coreana.

I due presidenti hanno concordato di sostenersi a vicenda nell’organizzazione del vertice dei leader economici dell’APEC del 2026 e del vertice del G20.

Ai colloqui hanno partecipato, tra gli altri, Cai Qi, Wang Yi e He Lifeng.

Grazie per aver letto Inside China! Questo post è pubblico, quindi sentitevi liberi di condividerlo.

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Lo “Stato d’animo newyorkese” di Donald Trump

di Ahmed Charai

  • Dietro la consueta messinscena di Trump, tuttavia, si celava una chiara dimostrazione di come questa amministrazione concepisca il potere americano: creare un vantaggio negoziale, definire i limiti e poi negoziare.
  • La presenza di Kushner è significativa. Dagli Accordi di Abramo a Gaza, all’Ucraina e ora all’Iran, egli si è… concentrato sulla risoluzione dei conflitti e sulla costruzione di ciò che verrà dopo. Si tratta di una diplomazia concepita non tanto come un processo, quanto piuttosto come un tentativo di ottenere un risultato.
  • L’Iran riveste un’importanza che va ben oltre la questione nucleare. Il conflitto coinvolge lo Stretto di Ormuz, i mercati energetici globali, Israele, la sicurezza del Golfo, lo Yemen e le strategie di Cina e Russia.
  • L’obiettivo non è semplicemente un accordo. È un equilibrio regionale in grado di resistere a un accordo.
Dietro la consueta messinscena di Trump alle Nazioni Unite questa settimana si celava una seria dimostrazione di come questa amministrazione concepisca il potere americano: creare un vantaggio negoziale, definire i limiti e poi negoziare. Nella foto: il presidente Donald Trump interviene durante l’81ª sessione dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite il 22 settembre 2026 a New York City. (Foto di Michael M. Santiago/Getty Images)

Alle Nazioni Unite, il presidente Donald Trump ha offerto una dimostrazione eloquente della potenza americana: pressione, dialogo e la capacità di capire quando ricorrere a ciascuno di essi.

Ogni settembre, per una settimana, New York diventa la capitale del mondo. I cortei di auto sostituiscono i taxi, i presidenti prendono il posto dei turisti e, al di là dei discorsi alle Nazioni Unite, i governi cercano incontri che possano rivelarsi più importanti degli stessi discorsi. Quest’anno la posta in gioco era particolarmente alta: la guerra con l’Iran, il conflitto in corso in Ucraina, l’instabilità in tutto il Medio Oriente, le tensioni con la Cina e i crescenti dubbi sulla capacità delle istituzioni internazionali di gestire ancora un mondo sempre più plasmato dal potere duro.

Forse New York fa semplicemente emergere un Donald Trump diverso. O forse fa emergere quello originale. Lontano da Washington — con le sue continue guerre politiche e battaglie istituzionali — Trump sembrava straordinariamente a suo agio. Sorrideva. Negoziava. Minacciava. Si scontrava con la stampa. Accoglieva alcuni leader e ne teneva fuori altri. Dietro la consueta messinscena di Trump, tuttavia, si celava una seria dimostrazione di come questa amministrazione concepisca il potere americano: stabilire un vantaggio, definire i limiti, poi negoziare.

L’Iran ne è stato l’esempio più lampante. Il messaggio di Trump dinanzi all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite era volutamente intransigente. Teheran poteva negoziare un accordo e scegliere un rapporto diverso con la comunità internazionale, oppure proseguire sulla rotta attuale e andare incontro a conseguenze potenzialmente devastanti. Due scelte. Non tre. E poi, nel giro di poche ore, è iniziata la diplomazia. Jared Kushner e Steve Witkoff erano al centro dell’impegno americano, impegnandosi tramite mediatori in tre ore di discussioni indirette con la parte iraniana.

La presenza di Kushner è significativa. Dagli Accordi di Abramo a Gaza, all’Ucraina e ora all’Iran, è emerso — insieme a Witkoff — come punto di riferimento per la diplomazia pragmatica di Trump: meno rituali diplomatici, accesso diretto ai decisori e un’attenzione particolare alla risoluzione dei conflitti e alla ricostruzione del dopo-conflitto. Si tratta di una diplomazia concepita non tanto come un processo, quanto piuttosto come un tentativo di produrre un risultato.

Questo aiuta a spiegare l’apparente contraddizione. Come può un presidente minacciare un avversario al mattino e negoziare con lui nel pomeriggio? Forse è proprio questo il punto. Il linguaggio di Trump è spesso massimalista. La sua diplomazia può essere sorprendentemente transazionale. L’errore sta nel dare per scontato che la prima cosa impedisca necessariamente la seconda. La pressione crea un vantaggio; il vantaggio modifica i calcoli; la negoziazione verifica se tali calcoli possano portare a un accordo.

L’Iran riveste un’importanza che va ben oltre la questione nucleare. Il confronto riguarda lo Stretto di Ormuz, i mercati energetici globali, Israele, la sicurezza del Golfo, lo Yemen e i calcoli di Cina e Russia. Ecco perché le consultazioni simultanee di Trump con i leader arabi erano fondamentali. Washington deve negoziare con Teheran senza perdere la fiducia dei propri partner regionali — e rassicurare tali partner senza rendere impossibile la diplomazia con Teheran. L’obiettivo non è semplicemente un accordo. È un equilibrio regionale in grado di sopravvivere a tale accordo.

L’Ucraina ha rappresentato un’altra prova. Trump ha incontrato il presidente Volodymyr Zelensky alle Nazioni Unite e il presidente francese Emmanuel Macron a New York, con l’Ucraina e la sicurezza transatlantica al centro delle discussioni. È proprio in Ucraina che l’istinto transazionale di Trump si scontra con l’architettura istituzionale che gli stessi Stati Uniti hanno costruito dopo il 1945: porre fine alla guerra è fondamentale. Ma lo è altrettanto garantire che qualsiasi accordo rafforzi, anziché indebolire, la credibilità della NATO.

Ahmed Charai è presidente e amministratore delegato della World Herald Tribune, Inc., nonché editore del Jerusalem Strategic Tribune, di TV Abraham e di Radio Abraham. È membro dei consigli di amministrazione di diverse istituzioni di rilievo, tra cui l’Atlantic Council, il Center for the National Interest, il Foreign Policy Research Institute e l’International Crisis Group. È inoltre consigliere internazionale e membro del comitato consultivo del Center for Strategic and International Studies.

Questo articolo è stato originariamente pubblicato su National Interest. Viene qui ripubblicato per gentile concessione dell’autore.

Riflessioni sul vertice tra Stati Uniti e Cina

Di

George Friedman

–

24 settembre 2026Apri come PDF

Il vertice tra i presidenti Xi Jinping e Donald Trump si tiene oggi a Washington, mentre il precedente si era svolto a Pechino nel mese di maggio. Il contesto di questo vertice è, com’era prevedibile, in qualche modo diverso rispetto all’ultimo. La guerra in Iran era già iniziata, ma da allora si è intensificata, così come il suo impatto sull’economia globale.

La dimensione più importante delle relazioni tra Stati Uniti e Cina è quella economica. La dimensione militare è secondaria; nessuna delle due parti ha interesse né la piena capacità di dichiarare guerra all’altra. La guerra in Iran ha avuto ripercussioni su entrambe le nazioni, soprattutto per quanto riguarda la disponibilità e il prezzo del petrolio, e poiché entrambe ne hanno risentito negativamente, è ragionevole ritenere che sia nel loro reciproco interesse concentrarsi sulle questioni economiche.

Come abbiamo già osservato in precedenza – e come ha dichiarato apertamente il segretario al Tesoro degli Stati Uniti – il problema fondamentale tra Stati Uniti e Cina è che la Cina produce molti più beni di quanti ne possa consumare la propria economia interna. Pechino dipende quindi dalle esportazioni per sostenere la propria economia, il cui tasso di crescita è in calo già da prima dell’inizio della guerra in Iran. L’impatto economico del conflitto ha aggravato la situazione a causa del calo della domanda globale.

Gli Stati Uniti rimangono il principale importatore della Cina, nonostante la serie di dazi che hanno imposto alla Cina. La guerra in Iran aggrava quindi i problemi economici della Cina, poiché ha colpito anche l’economia statunitense, oltre a quella di altri paesi verso cui la Cina esporta. La contrazione economica può avere conseguenze politiche interne di fondamentale importanza. L’impatto sul sistema politico interno cinese, data la sua natura, appare meno significativo rispetto a quello sul sistema politico statunitense.

Il punto è che ora entra in gioco una dimensione che a maggio non era così evidente. La guerra in Iran ha accentuato la necessità della Cina di esportare verso gli Stati Uniti. Non sorprende, quindi, che già prima dell’incontro Xi abbia avanzato l’idea che la Cina sia disposta ad aumentare la pressione sull’Iran, aumentando la probabilità di porre fine alla guerra in Iran, dopo aver proposto di allentare i propri dazi su alcune importazioni dagli Stati Uniti.

A questo punto, Washington e Pechino hanno un interesse comune: porre fine al blocco delle forniture petrolifere dallo Stretto di Ormuz e dal Medio Oriente in generale. In questo, la Cina ha un vantaggio. La posizione politica di Xi sembra più solida di quella di Trump, nonostante i massicci licenziamenti di alti ufficiali militari da parte di Xi. Il Partito Repubblicano si appresta ad affrontare le elezioni di medio termine e gli indici di gradimento sia di Trump che della guerra sono bassi. Da un punto di vista geopolitico, gli Stati Uniti dipendono meno dalla Cina di quanto la Cina dipenda dagli Stati Uniti. Dal punto di vista della politica interna, Xi è più potente di Trump. Ma, cosa ancora più importante, il costo della guerra per gli Stati Uniti è talmente elevato da rendere imperativo, dal punto di vista geopolitico, porvi fine, magari con concessioni quali l’abbandono del programma nucleare da parte dell’Iran.

La pressione che la Cina può esercitare sull’Iran è di natura finanziaria. L’Iran utilizza le banche cinesi per effettuare transazioni in yuan o in dollari in altri paesi e, dato che ciò significa che l’Iran non è completamente escluso da tali transazioni e importazioni, queste sono vitali per l’economia iraniana. Se Teheran dovesse perdere l’accesso alle banche cinesi, si troverebbe ad affrontare una grave crisi economica interna, che andrebbe ad aggiungersi ai problemi economici già esistenti causati dalla guerra. All’inizio di settembre sono emersi alcuni segnali (senza conferma da parte cinese) secondo cui la Cina potrebbe essere disposta a bloccare le transazioni iraniane con le banche cinesi. La questione sarà probabilmente oggetto di discussione e, se l’accordo venisse raggiunto, il prezzo da pagare per gli Stati Uniti sarebbe quello di moderare i dazi sui prodotti cinesi.

Ma i dazi sono solo un aspetto. L’altro, ben più delicato, è Taiwan. Per la Cina, Taiwan riveste grande importanza come simbolo e come potenziale ostacolo all’accesso cinese al Pacifico – accesso da cui dipende la sua economia orientata alle esportazioni. Considerata la probabile evoluzione delle relazioni tra Stati Uniti e Cina, la questione non è cruciale per gli Stati Uniti dal punto di vista geopolitico, ma se Washington interrompesse le forniture di armi a Taiwan (una richiesta fondamentale della Cina), verrebbe vista come un abbandono di un alleato. Ciò avrebbe conseguenze internazionali per gli Stati Uniti e, per la Cina, anche conseguenze interne.

Per Pechino, questo è il momento di avanzare le proprie richieste. Una possibile soluzione a lungo termine sarebbe quella di rendere Taiwan una regione autonoma facente parte della Cina. Il problema è che si tratta della stessa promessa fatta a Hong Kong, una promessa che non è stata mantenuta. Se la Cina dovesse abbandonare il vertice senza concedere nulla, per gli Stati Uniti sarebbe ancora più difficile esercitare pressioni sull’Iran.

In sostanza, gli Stati Uniti hanno bisogno che la guerra in Iran finisca. La Cina ha bisogno di accedere ai mercati statunitensi. Qualunque sia la parte con il bisogno maggiore, questa influirà probabilmente sulla decisione riguardo a Taiwan, o almeno sulla decisione di limitare la prossima spedizione di armi verso quell’isola. Sarebbero inoltre possibili future discussioni sulle relazioni tra Stati Uniti e Taiwan. Ma per la Cina, Taiwan è fondamentale. Per gli Stati Uniti, l’Iran è fondamentale. Questo sarà il punto cruciale.

L’ordine di sicurezza post-americano in Europa _ di Kamran Bokhari

L’ordine di sicurezza post-americano in Europa

I negoziati diretti di Washington con Mosca sull’Ucraina e la sua richiesta che l’Europa assuma un ruolo guida nella propria difesa sono due facce della stessa strategia.

Di

 Kamran Bokhari

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9 settembre 2026Apri come PDF

Il passaggio di Washington da un ordine post-seconda guerra mondiale a uno che scarica la responsabilità della sicurezza sui partner regionali pone l’Europa in una situazione difficile. Nonostante decenni di sviluppo istituzionale, il continente deve affrontare sfide formidabili nel costruire un’architettura di sicurezza coerente con una minore partecipazione degli Stati Uniti. Il sistema transatlantico ha funzionato in gran parte perché Washington deteneva saldamente il comando, in particolare all’interno della NATO, ed era responsabile di conciliare le varie prerogative nazionali europee. Sta già emergendo un mosaico di coalizioni guidate da interessi particolari e, man mano che queste si consolidano, Washington farà sempre più affidamento su molteplici accordi bilaterali e multilaterali piuttosto che su un unico punto di contatto europeo coeso a cui poter trasferire le proprie responsabilità.

Recentemente ho potuto osservare in prima persona queste dinamiche quando ho partecipato alla Conferenza annuale sulla sicurezza di Sarajevo, tenutasi dal 4 al 7 settembre. L’evento è stato organizzato dal New Lines Institute in collaborazione con istituzioni europee quali la NATO, l’UE, l’Europe Center dell’Atlantic Council e il Center for European Policy Studies. La conferenza ha riunito eminenti esperti di politica, professionisti del settore, comandanti militari attuali ed ex comandanti, nonché leader del mondo industriale, per valutare la transizione in corso e le sue implicazioni per la sicurezza europea.

Nello stesso fine settimana, gli emissari del presidente degli Stati Uniti Donald Trump, Steve Witkoff e Jared Kushner, si sono recati a Mosca per un incontro con il presidente Vladimir Putin: l’ultimo tentativo di porre fine alla guerra in Ucraina. In altre parole, mentre l’Europa si interroga su come assumersi maggiori responsabilità per la propria sicurezza, Washington si sta sempre più posizionando per dialogare direttamente con Mosca sulle questioni di sicurezza più rilevanti per il continente.

I Balcani rappresentavano il luogo ideale per discutere di questo tipo di sviluppi: la regione è stata a lungo un crogiolo di conflitti e un laboratorio per iniziative di pace. Dalla battaglia del Kosovo del 1389 all’assassinio dell’arciduca Francesco Ferdinando a Sarajevo nel 1914, le potenze europee in competizione e gli ordini politici hanno sempre avuto la tendenza a convergere nei Balcani. È stato teatro della competizione tra grandi potenze durante la Seconda guerra mondiale, quando la Germania nazista e i suoi alleati dell’Asse occuparono e smembrarono la Jugoslavia, e durante la Guerra Fredda, quando la Jugoslavia di Tito ruppe con Stalin e perseguì una posizione distintiva tra il blocco sovietico e quello occidentale. Poi, quasi esattamente nel momento in cui l’Unione Sovietica stessa crollò nel 1991, la Jugoslavia iniziò a implodere, dando origine a una serie di guerre che durarono oltre un decennio.

Negli anni ’90 la NATO si è assunta la responsabilità primaria della stabilizzazione dei Balcani. In Bosnia, l’intervento militare della NATO ha contribuito a creare le condizioni per gli Accordi di Dayton del 1995, mentre nel 1999 l’Alleanza ha condotto una campagna di bombardamenti di 78 giorni contro la Jugoslavia per costringere Belgrado a ritirare le proprie forze dal Kosovo. Negli anni 2000, la NATO ha ampliato il proprio ruolo, passando dall’intervento in situazioni di crisi alla garanzia della sicurezza a lungo termine, mantenendo missioni di mantenimento della pace, sostenendo la riforma del settore della difesa e incorporando nell’alleanza diversi Stati dell’ex Jugoslavia. Questa esperienza ha rafforzato il patto centrale dell’ordine europeo del dopoguerra fredda: Washington forniva la spina dorsale strategica, mentre gli Stati europei operavano sempre più all’interno di un quadro guidato dagli Stati Uniti, anziché dover costruire una propria architettura di sicurezza autonoma.

Western Balkans


(clicca per ingrandire)

Da allora, i Balcani occidentali si sono stabilizzati in una pace precaria e irrisolta, piuttosto che in una vera e propria stabilità, con l’adesione all’UE e alla NATO ripetutamente promessa ma spesso in fase di stallo. L’ordinamento istituzionale della Bosnia-Erzegovina sta affrontando la crisi più grave dai tempi di Dayton, a causa della continua spinta secessionista dell’ex presidente della Republika Srpska Milorad Dodik, mentre gli sforzi per normalizzare le relazioni tra Serbia e Kosovo rimangono in gran parte inattuati.

In questo vuoto, le potenze esterne hanno ampliato la propria influenza: la Russia sostiene gli attori nazionalisti serbi e serbo-bosniaci, mentre la Turchia esercita la propria influenza attraverso la mediazione – tra cui la Piattaforma di pace balcanica lanciata nel luglio 2025 – oltre che tramite investimenti, legami religiosi e il ripristino delle istituzioni dell’epoca ottomana. Di conseguenza, la regione continuerà a essere plasmata da potenze esterne rivali che sfruttano le linee di frattura per promuovere interessi che spesso hanno ben poco a che fare con i Balcani stessi.

La più ampia linea di frattura tra Occidente e Russia è emersa dalla stessa trasformazione post-guerra fredda che ha ridisegnato i Balcani. Le rivoluzioni del 1989 che hanno travolto l’Europa orientale e la successiva dissoluzione dell’Unione Sovietica due anni dopo hanno smantellato la sfera d’influenza di Mosca e spianato la strada all’espansione verso est della NATO e dell’UE. L’allargamento, avvenuto nell’arco di 15 anni, ha portato gran parte dell’Europa centrale e orientale a far parte delle istituzioni occidentali entro il 2004, ma ha anche creato una nuova frontiera strategica con la Russia, che considerava sempre più l’erosione della sua ex zona cuscinetto come una minaccia alla propria sicurezza e alla propria influenza. La guerra russo-georgiana del 2008 fu una delle prime manifestazioni di questa convinzione, ma il caso di gran lunga più significativo fu quello dell’Ucraina, la cui affermazione come Stato sovrano fu segnata da sconvolgimenti politici, disgregazione economica, identità nazionale contestata, potere oligarchico e ripetute lotte sul proprio orientamento geopolitico. L’Ucraina era, in altre parole, l’esempio emblematico delle conseguenze irrisolte del crollo dell’Unione Sovietica, poiché il tentativo della Russia di preservare una sfera d’influenza e l’espansione verso est dell’Occidente finirono per convergere in una guerra aperta.

La guerra in Ucraina, quindi, ha messo in luce una realtà strategica fondamentale: la Russia odierna non rappresenta la minaccia che un tempo era l’Unione Sovietica. A quasi cinque anni dall’inizio della guerra, la Russia non è riuscita a conquistare più del 20 per cento circa dell’Ucraina; pertanto, pur rimanendo una grave minaccia regionale, non rappresenta più lo stesso tipo di minaccia convenzionale schiacciante per l’Europa. Anziché invertire la traiettoria strategica post-sovietica di Washington, la guerra l’ha accelerata, rafforzando le ragioni per liberarsi della responsabilità della sicurezza europea e destinare le risorse statunitensi a teatri operativi di maggiore priorità e all’emisfero occidentale. L’amministrazione Trump ha formalizzato questa logica: nella Strategia di Sicurezza Nazionale del dicembre 2025 e nella Strategia di Difesa Nazionale del gennaio 2026, il governo ha esplicitamente sottolineato la condivisione degli oneri e invita gli alleati europei ad assumersi la responsabilità primaria della propria difesa convenzionale.

Ora spetta all’Europa elaborare un nuovo sistema di sicurezza collettiva. L’obiettivo di Washington è porre fine al conflitto in Ucraina e poi far sì che i propri alleati assumano un ruolo guida nella difesa dell’Europa. Il modo in cui tale architettura prenderà forma dipenderà meno da Bruxelles che dalla volontà dei governi europei di conciliare le rispettive percezioni delle minacce, le priorità strategiche e le concezioni di sovranità. L’UE fornirà finanziamenti e coordinamento, ma non ha l’autorità di imporre un unico modello di sicurezza ai propri membri.

La portata del riarme in atto è tuttavia notevole: la Polonia è in prima linea in questo rafforzamento, con una spesa per la difesa che si avvicina ai 60 miliardi di dollari nel 2026; la Germania dispone di un fondo di investimento da 580 miliardi di dollari e sta rapidamente ampliando i propri bilanci della difesa; il Regno Unito si sta orientando verso un obiettivo di spesa per la difesa pari al 3% del prodotto interno lordo; la Svezia e la Finlandia hanno abbandonato la neutralità aderendo alla NATO; e la Danimarca, l’Estonia e altri Stati stanno accelerando la propria espansione militare. Questi sforzi nazionali sono rafforzati dal meccanismo di prestiti “Security Action for Europe” dell’UE, pari a circa 162 miliardi di dollari, ma la sfida principale non è più se l’Europa sia in grado di generare le risorse per difendersi, bensì se i governi siano in grado di trasformare tali risorse in un’architettura strategica coerente.

A complicare la questione è la Turchia. Ankara esercita una forte influenza nel Mediterraneo e nel Mar Nero e vanta la seconda forza militare più grande della NATO, per cui è diventata un attore di primo piano nell’Europa orientale. La posizione geografica della Turchia, le sue capacità militari, l’industria della difesa e il suo ruolo crescente nel bacino del Mar Nero la rendono una componente sempre più importante di qualsiasi architettura di sicurezza europea post-americana. (La Polonia ha già iniziato ad approfondire la cooperazione bilaterale in materia di difesa con Ankara.)

In definitiva, la transizione dell’Europa dall’ordine postbellico guidato dagli Stati Uniti non darà vita a un unico pilastro europeo di sicurezza, quanto piuttosto a una costellazione mutevole di coalizioni nazionali e regionali che uniscono paesi con interessi e capacità che si sovrappongono. L’Europa si trova in una posizione unica per assorbire il passaggio di Washington dal ruolo di garante della sicurezza a quello di partner nella condivisione degli oneri, ma proprio quella frammentazione che rende possibile tale transizione potrebbe anche far sì che l’ordine emergente risulti meno coerente, più transazionale e più dipendente da alleanze mutevoli rispetto al sistema guidato dagli Stati Uniti che va a sostituire.

Kamran Bokhari

Kamran Bokhari, PhD, è un collaboratore abituale ed ex analista senior (2015-2018) di Geopolitical Futures. Esperto di previsioni strategiche, il dottor Bokhari è attualmente Senior Resident Fellow presso il Middle East Policy Council e direttore senior presso il New Lines Institute for Strategy & Policy a Washington, DC. Bokhari insegna inoltre Geopolitica eurasiatica presso il Programma di Studi sulla Sicurezza della Georgetown University. In precedenza, ha ricoperto il ruolo di coordinatore per gli studi sull’Asia centrale presso il Foreign Service Institute del Dipartimento di Stato degli Stati Uniti. Seguitelo su X (ex Twitter) all’indirizzo @Kamran Bokhari

Il nuovo equilibrio di potere in Eurasia, di Kamran Bokhari

Il nuovo equilibrio di potere in Eurasia

Cina, Russia, India e Turchia sono troppo limitate e divise per poter sostituire l’ordine instaurato dagli Stati Uniti.

Di

 Kamran Bokhari

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1° settembre 2026Apri come PDF

Le principali potenze dell’Eurasia sono appena entrate in un periodo insolitamente intenso di diplomazia ad alto livello. La settimana è iniziata con un incontro di due giorni dell’Organizzazione di Cooperazione di Shanghai (SCO), dal 31 agosto al 1° settembre. Diversi leader presenti, tra cui il presidente cinese Xi Jinping, il presidente russo Vladimir Putin e il primo ministro indiano Narendra Modi, si incontreranno nuovamente il 12 e 13 settembre in occasione del vertice dei BRICS a Nuova Delhi. Anche il presidente turco Recep Tayyip Erdogan è presente al vertice della SCO e dovrebbe incontrare Putin il 1° settembre, mentre i suoi ministri degli Affari esteri e della Difesa e i capi delle forze armate hanno incontrato le loro controparti saudite e pakistane il 31 agosto a Istanbul.

I forum multilaterali come l’Organizzazione di Cooperazione di Shanghai (SCO) e il BRICS sono da tempo considerati un contrappeso all’ordine globale guidato dagli Stati Uniti. Ora gli Stati Uniti si stanno ritirando dall’emisfero orientale e stanno esercitando pressioni su alleati e partner affinché si assumano una parte maggiore dell’onere della sicurezza nelle loro regioni. Questo allontanamento da un periodo di circa 80 anni in cui gli Stati Uniti hanno sostenuto un ordine globale incentrato sulla propria supremazia militare ha spinto altri attori principali in Europa, Medio Oriente e nella regione indo-pacifica ad affrettarsi a stabilire nuove architetture politiche e di sicurezza.

Tuttavia, i quattro principali attori eurasiatici che stanno plasmando l’equilibrio di potere in evoluzione sono troppo limitati al loro interno per trarre vantaggio dal ritiro degli Stati Uniti, e i loro interessi sono troppo divergenti per poter cooperare in modo significativo. La Cina, nonostante il suo crescente potere economico e tecnologico, è ostacolata da crescenti sfide politiche ed economiche interne. La Russia è stata notevolmente indebolita dalla guerra con l’Ucraina. Potenze emergenti come l’India e la Turchia godono di influenza regionale, ma non dispongono del peso economico, militare e istituzionale necessario per proiettare il proprio potere su tutto il vasto territorio eurasiatico. Il risultato è un’Eurasia caratterizzata non tanto dall’emergere di una nuova potenza egemone, quanto piuttosto da una competizione tra potenze i cui interessi sono spesso in contrasto tra loro.

Eurasia's Major Powers


(clicca per ingrandire)

Incapaci di dominare da sole, le principali potenze eurasiatiche perseguono i propri interessi attraverso una combinazione di forum multilaterali e relazioni bilaterali, avvalendosi di istituzioni quali l’Organizzazione di Cooperazione di Shanghai (SCO) e il gruppo BRICS per interagire tra loro su scala più ampia, coltivando al contempo partnership più mirate al di fuori di tali contesti. Tuttavia, i loro interessi divergenti rendono questi forum strumenti poco efficaci per l’azione collettiva. I tentativi cinesi di proiettare il proprio potere più in profondità nell’Eurasia sono contrastati dalla Russia, che ha concentrato le proprie risorse militari e geopolitiche contro l’Occidente ma non può permettersi di lasciare che Pechino sfrutti la sua posizione indebolita altrove. L’India, nel frattempo, ha un interesse parallelo a impedire alla Cina di dominare i propri contesti strategici e sta quindi rafforzando i legami con i partner in tutto il bacino del Pacifico per alleggerire la pressione sulla propria posizione nell’Oceano Indiano. Analogamente, la Turchia sta espandendo il proprio ruolo nei bacini del Mar Nero e del Mar Caspio, emergendo al contempo come forza trainante nell’architettura di sicurezza mediorientale in evoluzione, il che le consente di contribuire a bilanciare l’influenza russa e indiana.

Piuttosto che come sede di un’azione collettiva, quindi, i forum multilaterali fungono da arene di coordinamento e di risoluzione dei conflitti, consentendo alle quattro potenze di gestire la loro competizione senza risolvere le rivalità sottostanti che daranno forma all’ordine emergente dell’Eurasia. Si consideri l’Organizzazione di Cooperazione di Shanghai (SCO). Fondata nel 2001 da Cina e Russia come esaltazione dei colloqui sulla sicurezza delle frontiere dei «Cinque di Shanghai», la SCO si è evoluta in un blocco di 10 membri che abbraccia quasi la metà della popolazione mondiale. Tuttavia, la sua espansione non si è tradotta in coesione strategica. Pur riunendosi per il vertice del 25° anniversario della SCO, Xi, Modi, Putin ed Erdogan stanno ciascuno perseguendo relazioni parallele, dai BRICS alla NATO e al Golfo. Ciò evidenzia il limite fondamentale della SCO come contrappeso all’Occidente: essa fornisce alla Cina e alla Russia una piattaforma per corteggiare i partner del Sud del mondo, ma tali partner rimangono intenzionati a preservare il proprio margine di manovra e spesso hanno interessi contrastanti. Piuttosto che come un blocco eurasiatico emergente, quindi, la SCO va intesa come un barometro della frammentazione strategica, che rivela come le potenze regionali si stiano posizionando per sfruttare un equilibrio di potere mutevole senza impegnarsi in alcun campo specifico.

È proprio questa frammentazione del potere il motivo per cui il termine “multipolarità” è diventato improprio nel discorso globale contemporaneo, confondendo l’esistenza di molteplici centri di potere con la presenza di poli multipli. Durante la Guerra Fredda, la bipolarità descriveva un sistema genuinamente polarizzato in cui gli Stati Uniti e l’Unione Sovietica costituivano due poli in competizione, ciascuno dei quali offriva un modello sociale, politico ed economico distinto in un mondo che contava circa 100 Stati di recente indipendenza che si allineavano, in misura diversa, all’uno o all’altro. Il crollo dell’Unione Sovietica nel 1991 eliminò uno di quei poli, lasciando gli Stati Uniti come unico polo globale, anche se altri Stati accumulavano maggiori capacità economiche, tecnologiche e militari. Primo tra questi era la Cina, che ha sfruttato l’ordine guidato dall’Occidente – compresi i mercati, le istituzioni e la tecnologia – per diventare la seconda economia mondiale. Ma nonostante rivaleggi con gli Stati Uniti in termini di capacità industriale e, sempre più, di progresso tecnologico, la Cina non costituisce un polo alternativo perché la sua ascesa è avvenuta in gran parte all’interno del sistema guidato dagli Stati Uniti piuttosto che attraverso la costruzione di un modello universale e competitivo attorno al quale gli altri Stati possano organizzarsi.

Mentre gli Stati Uniti si orientano verso un modello di condivisione degli oneri, gli attori regionali stanno mettendo a punto accordi che non solo preservano la stabilità regionale, ma gestiscono gli equilibri di potere e impediscono a qualsiasi singolo attore di trasformare il proprio predominio regionale in egemonia. Ancora più significativo è il fatto che ciascuna delle quattro grandi potenze in grado di proiettare la propria influenza in tutta l’Eurasia – Cina, Russia, India e Turchia – sia vincolata non solo dai propri limiti, ma anche dalla capacità delle altre tre di contrastare le sue ambizioni. In questo panorama strategico in evoluzione, gli Stati Uniti possono smettere di cercare di preservare il proprio ruolo del dopoguerra attraverso il dominio diretto e affidarsi a un equilibrio distribuito in cui le principali potenze eurasiatiche si controllano a vicenda, creando un contesto di sicurezza eurasiatico più fluido ma potenzialmente più resiliente.

Riflessioni sulla strategia dell’Iran _ di George Friedman

Riflessioni sulla strategia dell’Iran

Di

 George Friedman

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27 luglio 2026Apri come PDF

Nell’analisi geopolitica, la strategia consiste nel definire l’interesse nazionale, disporre del potere militare ed economico necessario per perseguirlo, valutare con precisione la forza del nemico, individuarne il punto di maggiore vulnerabilità e, soprattutto, trarne vantaggio. Se una nazione riesce a sfruttare correttamente la debolezza del nemico, spesso ne trae beneficio anche se è militarmente inferiore.

In questo senso, è difficile capire quale sia la strategia dell’Iran. Se Teheran osservasse le guerre più recenti combattute dagli Stati Uniti – Vietnam, Iraq e Afghanistan – emergerebbe uno schema ricorrente. In ciascun caso, vi sono due punti deboli. Il primo è che nessuna di queste guerre era esistenziale per gli Stati Uniti – vale a dire che l’esito della guerra non avrebbe mai determinato il benessere fondamentale dell’America. Il secondo è che, man mano che le guerre si protraevano senza una fine in vista, il sostegno negli Stati Uniti è venuto meno.

Non era così durante la Seconda guerra mondiale. Una sconfitta da parte del Giappone o della Germania avrebbe ridotto drasticamente la potenza americana, aumentando al contempo in modo esponenziale quella del Giappone in Asia e nel Pacifico e quella della Germania in Europa e nell’Atlantico. Insieme, entrambe avrebbero minacciato profondamente la sicurezza nazionale degli Stati Uniti e ridefinito le relazioni economiche dell’America. Pertanto, la risposta americana dopo l’attacco a Pearl Harbor e dopo la dichiarazione di guerra tedesca innescò un cambiamento radicale a livello interno, sia sul piano sociale che politico.

Il Vietnam, l’Iraq e l’Afghanistan non sono state guerre di secondaria importanza, ma non hanno influenzato gli Stati Uniti in modo sostanzialmente simile. Di conseguenza, il sistema sociale e politico americano ha reagito in modo diverso. All’inizio di queste guerre, c’era una certa opposizione alla posizione del governo, ma non sufficiente a impedirne lo scoppio. Tuttavia, man mano che le guerre si protraevano, senza né una vittoria né una fine, il sostegno interno alle guerre è cambiato. Non fu tanto l’opposizione attiva alle guerre a costituire l’aspetto cruciale (sebbene in Vietnam l’intensità e l’elevato numero di vittime abbiano suscitato maggiore opposizione man mano che il conflitto si protraeva), quanto piuttosto la sensazione diffusa che, anche in caso di vittoria, non valesse la pena combattere quella guerra. Dato che si trattava in ciascun caso di una guerra facoltativa, e considerando il prezzo che si stava pagando, la sensazione era che le guerre dovessero essere portate a termine, anche se le forze nemiche avessero avuto la meglio.

Questa equazione si basava anche sull’apparente volontà dei Vietcong, degli islamisti e dei baathisti in Iraq, nonché dei talebani in Afghanistan, di continuare a resistere, di imporre alla popolazione dei propri paesi la volontà di resistere e di incutere timore in coloro che avrebbero desiderato la fine della guerra.

La realtà era che la guerra rappresentava una questione esistenziale per queste nazioni. Di conseguenza, gli Stati Uniti non furono sconfitti militarmente, ma non furono in grado di portare avanti i conflitti per ragioni politiche – una questione ancora oggi oggetto di dibattito – il che portò a una richiesta politica di porre fine alle guerre.

I vertici iraniani conoscono certamente bene questo modello di guerra. La guerra attuale è stata avviata dagli Stati Uniti per il timore che l’Iran potesse diventare una potenza nucleare, ed è stata condotta partendo dal presupposto che un uso limitato della forza da parte americana avrebbe costretto l’Iran a sottomettersi alla volontà statunitense. Così è avvenuto in Vietnam, in Afghanistan e in Iraq – senza la componente nucleare.

La posizione dell’Iran sembra seguire questa logica. L’Iran sa che la guerra è impopolare negli Stati Uniti, persino tra molti repubblicani, che hanno sostenuto il presidente Donald Trump quando prometteva di evitare guerre di questo tipo. L’Iran non può sconfiggere militarmente gli Stati Uniti, ma se mantiene la solidarietà sociale e politica, basata sia sull’ideologia che sul timore del Corpo delle Guardie Rivoluzionarie Islamiche (IRGC), ritiene che la guerra finirà come sono finite le altre guerre statunitensi. E poiché si tratta di una guerra esistenziale per l’Iran, o almeno per l’IRGC, il Paese è in grado di sostenere costi ben più elevati – sia in termini economici che di vite umane – rispetto agli americani.

Dal punto di vista della politica tattica, l’Iran è consapevole dei dati dei sondaggi su Trump alla vigilia delle elezioni di medio termine. Ecco perché Teheran compie gesti volti a porre fine alla guerra e poi li vanifica continuando a combatterla. Per l’Iran, il controllo sull’opinione pubblica iraniana è maggiore di quello che Trump esercita sugli americani. Il governo iraniano sa bene che, se riuscirà a resistere ancora un po’, la guerra potrebbe costare a Trump il controllo del Congresso, compromettendo gravemente la sua presidenza.

Se questa logica è corretta, la strategia iraniana consiste nel prolungare la guerra fino a quando Trump non sarà costretto a porvi fine per necessità politica. Trump sarebbe molto meno propenso a concludere un accordo di pace basato su concessioni significative all’Iran in prossimità delle elezioni, poiché ciò potrebbe aggravare le perdite dei repubblicani. In altre parole, un accordo di pace dovrebbe essere raggiunto mesi prima delle elezioni, il che significa molto presto.

La mia teoria è che l’Iran sia pronto a due opzioni negoziali: un accordo con Washington a condizioni più favorevoli per l’Iran, basato su considerazioni di politica interna, oppure una guerra prolungata, che Washington finirà per porre fine come ha fatto in Vietnam, in Afghanistan e in Iraq. Sospetto che Teheran preferisca la prima opzione, ma sia pronta anche per la seconda. Pertanto, continuerà a prolungare la guerra finché gli Stati Uniti non faranno le concessioni decisive.

Per il Corpo delle Guardie Rivoluzionarie Islamiche (IRGC) e forse per molti iraniani, questa è una guerra esistenziale. Per gli Stati Uniti, invece, non lo è (se non per quanto riguarda il programma nucleare iraniano). L’esito è ancora incerto, ma sembrerebbe che la logica della situazione stia venendo alla luce.

Se Trump non dovesse accettare l’accordo proposto dall’Iran e se l’opinione pubblica statunitense non dovesse rivoltarsi in massa contro di lui per questo motivo – cosa del tutto possibile –, ciò significherebbe che i cicli delle altre tre guerre non si applicano in questo caso. In tal caso, il regime iraniano dovrebbe preparare l’opinione pubblica iraniana a continui attacchi statunitensi. In caso contrario, il regime potrebbe trovarsi in pericolo, indipendentemente da quanto sia spietato. Per gli iraniani, la posta in gioco è alta.

Gli Houthi non stanno combattendo la guerra dell’Iran

La rete regionale di Teheran sta diventando sempre meno una forza per procura e sempre più una coalizione di partner autonomi che perseguono i propri obiettivi.

Di

 Kamran Bokhari

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24 luglio 2026Apri come PDF

La guerra in Iran deve ora fare i conti con il problema degli Houthi. Gli attacchi iraniani contro tre petroliere commerciali nello Stretto di Hormuz l’8 luglio hanno infranto la fragile tregua dichiarata solo poche settimane prima, spingendo gli Stati Uniti ad abbandonare la moderazione e a riprendere i raid aerei quasi notturni in tutto l’Iran. Teheran ha reagito con attacchi missilistici balistici e con droni contro basi statunitensi e territori alleati in Giordania, Kuwait, Bahrein e Arabia Saudita, anche se questi attacchi non bastano a fermare la costante erosione delle capacità militari dell’Iran. L’ingresso degli Houthi nel conflitto ha lo scopo di aumentare la pressione su Washington interrompendo le esportazioni energetiche attraverso il Mar Rosso. L’Arabia Saudita, nel frattempo, non può permettersi che il traffico attraverso lo stretto di Bab el-Mandeb venga limitato mentre lo Stretto di Hormuz rimane conteso, e lavorerà a stretto contatto con gli Stati Uniti e con il Pakistan, suo alleato per trattato, per salvaguardare le proprie rotte di esportazione energetica.

L’entrata in scena degli Houthi nel conflitto è particolarmente degna di nota, sebbene tardiva. Nonostante sia stato ampiamente descritto come il membro più attivo della rete regionale di partner dell’Iran, il gruppo aveva finora evitato l’escalation. La loro moderazione ha chiarito che non consideravano la guerra degli Stati Uniti e di Israele contro l’Iran – la peggiore crisi che il regime iraniano abbia affrontato sin dalla sua nascita – abbastanza importante da esporsi a ritorsioni. Ha invece dato priorità alla tutela delle proprie conquiste. L’obiettivo centrale del movimento è consolidare il proprio potere come forza politica e militare dominante nello Yemen. Ogni sua mossa è finalizzata a tale obiettivo.

Arabian Peninsula


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Ciononostante, gli ultimi scontri tra Washington e Teheran creano opportunità che gli Houthi difficilmente potranno ignorare. L’instabilità regionale accresce la gravità della minaccia che essi rappresentano per il traffico marittimo attraverso il Mar Rosso e Bab el-Mandeb, uno dei punti di strozzatura commerciali più importanti al mondo. Interrompendo il commercio globale in un momento di crisi generalizzata, gli Houthi acquisiscono potere e rilevanza e, così facendo, ricordano all’Arabia Saudita che sono ancora in grado di infliggere un vero e proprio danno economico e politico.

Per Riyadh, la pressione esercitata dagli Houthi minaccia anche la relativa calma raggiunta dopo anni di costosi interventi militari. I leader sauditi non desiderano altro che salvaguardare i propri piani di trasformazione economica, la cui attuazione richiede stabilità regionale. Gli Houthi comprendono che un’escalation limitata e attentamente calibrata può sfruttare tale priorità senza necessariamente innescare un ritorno completo alla guerra. Le loro azioni vanno quindi interpretate come strumenti di coercizione politica, non come dimostrazioni di adesione ideologica alla guerra dell’Iran contro gli Stati Uniti.

In altre parole, hanno le loro ragioni per coordinarsi con Teheran in materia di tecnologia militare, intelligence e comunicazione. L’Iran fornisce risorse che rafforzano le capacità del movimento, ma non esercita il comando e il controllo tipici di un tradizionale rapporto di delega. Gli Houthi mantengono una notevole libertà di agire come ritengono opportuno.

Questa indipendenza spiega anche perché la partecipazione degli Houthi a qualsiasi futuro conflitto regionale sarà probabilmente moderata. Il movimento sfrutterà le opportunità create da un più ampio confronto geopolitico fintantoché i benefici supereranno i costi militari, politici ed economici. Una volta che un’escalation prolungata minaccerà la sua posizione interna nello Yemen o provocherà ritorsioni inaccettabili, ci si può aspettare che faccia marcia indietro indipendentemente dalle preferenze di Teheran. L’opportunismo, non l’obbligo ideologico, rimane la caratteristica distintiva del comportamento degli Houthi.

Il movimento sta inoltre osservando il mutamento degli equilibri di potere nella regione, mentre la posizione dell’Iran diventa sempre più limitata. Le successive battute d’arresto militari, le pressioni economiche e l’indebolimento dei gruppi alleati hanno frenato l’influenza iraniana. Questi sviluppi sollevano interrogativi sulla futura affidabilità del sostegno iraniano, fornendo al movimento ogni motivo per diversificare le proprie opzioni pur continuando ad avvalersi dell’Iran fintanto che l’aiuto rimane disponibile. Nel frattempo, gli Houthi staranno attenti a non spingersi troppo oltre; ricordano fin troppo bene l’Operazione Rough Rider, la campagna statunitense durata 52 giorni nel 2025 che consistette in oltre 1.000 attacchi contro di loro, e non vogliono riviverla.

La preoccupazione maggiore per gli Houthi è il sostegno iraniano. Man mano che l’Iran perde influenza, essi perdono terreno rispetto al governo riconosciuto a livello internazionale con sede ad Aden. Se Teheran non fosse in grado di fornire sostegno, gli Houthi si troverebbero ancora più isolati. Hanno quindi tutte le ragioni per dimostrare di disporre di un potere coercitivo indipendente dall’Iran.

Gli Houthi hanno inoltre sfruttato la lunga frattura tra l’Arabia Saudita e gli Emirati Arabi Uniti sul futuro politico dello Yemen. Riyadh sostiene il governo riconosciuto a livello internazionale con sede ad Aden, mentre Abu Dhabi appoggia il Consiglio di Transizione del Sud, la cui agenda secessionista complica il coordinamento contro gli Houthi. Questa divisione ha impedito a sauditi ed emiratini di formare un fronte unito contro gli Houthi, che ora dispongono di maggiore margine di manovra per consolidare il proprio controllo nel nord dello Yemen.

In sostanza, gli Houthi stanno sfruttando il conflitto con l’Iran per difendere i propri interessi in modo calcolato. Il 13 e 14 luglio hanno colpito l’aeroporto di Abha, in Arabia Saudita, con missili e droni, dopo aver accusato i sauditi di aver attaccato l’aeroporto internazionale di Sana’a mentre una delegazione houthi di ritorno da Teheran tentava di atterrare. Tale attacco ha fatto seguito agli scontri avvenuti a Hodeidah tra le forze houthi e quelle del governo yemenita ed è stato a sua volta seguito, il 21 luglio, dall’annuncio che gli Houthi avrebbero imposto un blocco marittimo all’Arabia Saudita. Riyadh ha condannato questa mossa definendola una minaccia alle esportazioni di petrolio.

Ciononostante, è improbabile che il movimento riesca a sostenere un’escalation di fronte a una forza schiacciante. Gli Houthi non vogliono scontrarsi con la potenza aerea statunitense, il supporto navale pakistano e gli Emirati Arabi Uniti, ora allineati con gli Stati Uniti. Una coalizione del genere minaccerebbe la loro sicurezza interna e rafforzerebbe il governo di Aden e l’STC. Di fronte a tale scenario, è probabile che gli Houthi facciano marcia indietro, poiché non sono interessati a combattere una guerra che non possono vincere.

Le azioni degli Houthi non vanno interpretate come prova di un’offensiva su scala sempre più ampia guidata dall’Iran, bensì come le mosse di un attore sempre più autonomo che sfrutta un momento di transizione geopolitica senza esserne travolto. Man mano che la posizione dell’Iran si deteriora, la coesione della sua rete regionale dipenderà sempre più dai calcoli indipendenti dei suoi membri piuttosto che dalle direttive provenienti da Teheran. Questa dinamica limita la capacità dell’Iran di compensare le proprie perdite militari convenzionali attraverso i propri partner. Ed è proprio per questo che l’equilibrio di potere regionale si sta spostando a sfavore dell’Iran, nonostante sporadici «successi» nel Mar Rosso e nel Golfo.

La promessa del complesso militare-industriale ucraino

Il Paese sta ora esportando attrezzature e competenze nei Paesi occidentali.

Di

 Prospettive geopolitiche

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21 luglio 2026Apri come PDF

Di Andrew Ryvkin

Nel 2022, quando la Russia ha invaso l’Ucraina, Kiev disponeva di una base industriale della difesa obsoleta, incapace di soddisfare le esigenze del conflitto. Nel primo anno di guerra, il Paese dipendeva quasi interamente dalle forniture di armi occidentali. Sebbene l’Ucraina non sia ancora in grado di produrre molte delle armi necessarie per respingere l’invasione, come aerei da combattimento e missili intercettori, ha subito una delle trasformazioni in tempo di guerra più rapide della storia. La capacità produttiva della difesa ucraina è passata da circa 1 miliardo di euro nel 2022 a una cifra stimata di 55 miliardi di euro nel 2026.

Un tempo costituito da una rete informale di ingegneri indipendenti e piccole aziende che assemblavano droni improvvisati nei magazzini, il mercato interno è ora dominato da aziende locali: nel 2025, l’82 per cento dei fornitori dell’esercito ucraino era di provenienza nazionale. Negli anni successivi all’inizio dell’invasione, il Paese è diventato il maggiore produttore mondiale di droni militari, uno dei principali sviluppatori di software per il campo di battaglia, compresi i sistemi autonomi, e, sempre più, un esportatore di tecnologia e competenze nel settore della difesa.

È difficile sopravvalutare l’importanza dei droni. L’Ucraina ne produce ora 10 milioni all’anno, rispetto ai 300.000 del 2023. Il settore è cresciuto così rapidamente che, a un certo punto, ha iniziato a produrre più armi di quante l’esercito potesse acquistarne. Un altro problema per i produttori ucraini di droni era la mancanza di finanziamenti interni: le banche ucraine non volevano investire in linee di produzione che rappresentavano un obiettivo prioritario per i missili russi. Stringere partnership con gli alleati era quindi fondamentale per l’industria della difesa ucraina, motivo per cui, a partire dal 2024, Kiev ha costituito joint venture con produttori di armi occidentali, tra cui la tedesca Rheinmetall, la britannica BAE Systems e la franco-tedesca KNDS.

L’Unione Europea ha quindi iniziato a istituzionalizzare la propria cooperazione con il settore della difesa ucraino. È passata da un modello in cui si limitava a finanziare le aziende ucraine o ad acquistare i loro prodotti, a uno in cui sta integrando nella propria base industriale della difesa il sistema ucraino di innovazione e aggiornamento continui delle armi in base alle condizioni del campo di battaglia. L’Ucraina fornisce progetti e competenze collaudati sul campo di battaglia, anche sotto forma di dati raccolti durante decine di migliaia di voli di combattimento, consentendo ad alcuni dei suoi partner di addestrare modelli di intelligenza artificiale. L’UE, a sua volta, fornisce capitali, accesso ai sistemi di appalto, capacità produttive su larga scala e strutture industriali meno esposte agli attacchi russi.

Il miglior esempio di questa partnership è BraveTech EU – un’iniziativa congiunta tra l’Unione Europea e l’Ucraina volta ad accelerare lo sviluppo e l’implementazione di tecnologie collaudate sul campo di battaglia – che collega la piattaforma tecnologica della difesa ucraina con il Fondo europeo per la difesa, l’Agenzia europea per la difesa e il Programma di innovazione per la difesa dell’UE. L’iniziativa contribuisce a integrare le aziende ucraine negli acceleratori di impresa europei e, cosa importante, garantisce loro l’accesso a sovvenzioni, finanziamenti e meccanismi di appalto europei. L’iniziativa è sostenuta da 50 milioni di euro (57 milioni di dollari) stanziati dall’Unione Europea, a cui si aggiungono altri 50 milioni di euro messi a disposizione dal governo ucraino. Sono inoltre in atto programmi separati dell’UE, volti a sbloccare centinaia di milioni di euro di ulteriori investimenti privati.

Tuttavia, il problema che Kiev doveva affrontare era che pochi acquirenti erano interessati a ciò che l’Ucraina e le sue circa 1.200 aziende del settore della difesa avevano da offrire. La situazione è cambiata con la guerra contro l’Iran.

La soluzione, ironia della sorte, è scaturita da anni di cooperazione militare tra Mosca e Teheran. Quando le bombe statunitensi hanno iniziato a cadere sull’Iran, è apparso chiaro che l’Ucraina era l’unico Paese in grado di offrire soluzioni pronte all’uso, efficienti e convenienti per difendersi dalle minacce poste dall’Iran. La più significativa di queste soluzioni era la competenza dell’Ucraina nella realizzazione di un sistema di difesa aerea a più livelli contro i tipi di droni utilizzati dall’Iran contro gli Stati del Golfo. A differenza del sistema esistente negli Stati del Golfo, l’Ucraina offriva soluzioni che non si basavano su missili intercettori dal costo di milioni di dollari.

A marzo 2026, 11 paesi del Medio Oriente avevano chiesto a Kiev assistenza per difendersi dai droni iraniani. L’Ucraina, un paese che per anni era stato visto semplicemente come una nazione che resisteva all’assalto russo, ha inviato centinaia di esperti militari negli Emirati Arabi Uniti, in Qatar, in Arabia Saudita, in Kuwait e altrove per aiutare nella difesa contro i droni. Mentre i combattimenti in Medio Oriente proseguivano, l’Ucraina ha firmato accordi decennali con l’Arabia Saudita, il Qatar e gli Emirati Arabi Uniti riguardanti la tecnologia anti-drone, la difesa aerea, la sicurezza informatica, la produzione congiunta e l’addestramento. Il presidente ucraino Volodymyr Zelenskyy ha affermato che gli accordi prevedono anche investimenti dei Paesi del Golfo nell’industria della difesa ucraina.

Negli Stati Uniti, un’azienda ucraina chiamata Swarmer, che produce software basato sull’intelligenza artificiale per droni, ha fatto il suo debutto sul mercato pubblico del NASDAQ. General Cherry, un produttore di droni con visuale in prima persona con sede a Zaporizhzhia, ha firmato accordi per aprire siti produttivi negli Stati Uniti. Sine Engineering, un’azienda che aiuta i produttori di droni a proteggere i propri prodotti dalle interferenze, è stata scelta come primo progetto del Fondo di investimento per la ricostruzione USA-Ucraina, che fa parte dell’«accordo sui minerali» tra Kiev e Washington.

L’Ucraina dipende ancora dall’assistenza militare occidentale e non è ancora in grado di produrre molti dei sistemi convenzionali necessari per una guerra di lunga durata. Tuttavia, il rapporto con i suoi alleati sta diventando sempre più reciproco. L’Europa e gli Stati Uniti continuano a fornire all’Ucraina finanziamenti e armi, mentre l’Ucraina fornisce tecnologie ed esperienza operativa che Bruxelles, Washington, gli Stati del Golfo e, secondo alcune voci, persino il Giappone e Taiwan stanno cercando di integrare nei propri settori della difesa. Mentre le esportazioni di armi russe stanno crollando, l’Ucraina, un Paese con un complesso militare-industriale significativamente più piccolo, sta iniziando a occupare una nicchia nel mercato della difesa incentrata su droni, intelligenza artificiale, guerra elettronica e software per la gestione del campo di battaglia.

Ma la spinta a fornire all’Occidente e ai suoi alleati armi e soluzioni di difesa ucraine non deriva solo da realtà economiche o addirittura militari, ma anche da quelle politiche. Sebbene l’Ucraina goda ancora del sostegno dell’opinione pubblica delle nazioni occidentali, sta diventando sempre più difficile per i leader occidentali far accettare massicci pacchetti di aiuti ai contribuenti che, in ultima analisi, devono pagarli. Con la guerra ormai entrata nel suo quinto anno, Kiev è fin troppo consapevole che la stanchezza da guerra ha preso piede in tutta Europa e tra molti degli alleati dell’Ucraina.

Grazie alla sua efficace campagna di attacchi in profondità contro le infrastrutture petrolifere russe e alla sua collaborazione con gli Stati del Golfo nella difesa dagli attacchi iraniani, l’Ucraina sta ottenendo un cambiamento di percezione di cui c’era grande bisogno: un cambiamento che la posiziona non più come una vittima perenne dell’aggressione russa, ma come partner strategico e attore attivo nell’architettura di sicurezza globale.

Andrew Ryvkin è un giornalista e analista che scrive per Air Mail e The Atlantic sulla Russia e sulle relazioni tra Stati Uniti e Russia. In precedenza ha lavorato nel campo della politica e dei media russi e ha tenuto conferenze in diverse università, tra cui Harvard e Yale, sulla comunicazione politica del Cremlino.

La tensione tra geopolitica e politica nella guerra in Iran, di George Friedman …e altro: il testo dell’intesa

La tensione tra geopolitica e politica nella guerra in Iran

Di

 George Friedman

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16 giugno 2026Apri come PDF

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L’accordo raggiunto domenica tra l’Iran e gli Stati Uniti non pone fine alla guerra. Si tratta essenzialmente di un accordo di cessate il fuoco della durata di 60 giorni, durante i quali verranno negoziate le questioni principali del conflitto. Sono due gli aspetti che determineranno il successo di questi negoziati. Uno è la capacità delle due parti di raggiungere un compromesso. L’altro è la disponibilità dell’opinione pubblica in generale, e delle fazioni all’interno di ciascun paese, a riprendere la guerra qualora i colloqui fallissero. Il grado di solidarietà nazionale riguardo a una guerra influisce sempre sull’esito, ma in questo caso è fondamentale.

In questa guerra sono coinvolte tre nazioni: gli Stati Uniti, l’Iran e Israele. I negoziati durante la tregua saranno fortemente influenzati dalla politica interna, poiché ciascuna di queste nazioni presenta divisioni interne, tutte di natura diversa e orientate in direzioni diverse.

Negli Stati Uniti, il dissenso sull’opportunità della guerra e sul prezzo economico che si sta pagando è notevole. La giustificazione si basava sul programma nucleare dell’Iran. Tuttavia, molti esponenti del Partito Repubblicano hanno visto nella guerra una violazione dei principi su cui il presidente Donald Trump aveva basato la sua campagna elettorale, ovvero la fine delle guerre infinite che gli Stati Uniti hanno combattuto negli ultimi 80 anni. Altri repubblicani hanno invece convenuto che valesse la pena combattere quella guerra per impedire all’Iran di diventare una potenza nucleare. I democratici si sono opposti alla guerra essenzialmente a causa del loro astio nei confronti di Trump. Alcuni critici della guerra in entrambi i partiti erano convinti che essa non fosse nell’interesse americano, ma che venisse combattuta a causa dell’influenza di Israele su Trump. E molti hanno assunto un atteggiamento ostile alla guerra quando si sono cominciati a sentire i costi economici, in particolare l’aumento dei prezzi del petrolio. A questo punto, con i dettagli del programma nucleare iraniano – la ragione fondamentale addotta per la guerra – ancora da negoziare, e con la pressione dell’opinione pubblica su Trump e le minacce al controllo repubblicano del Congresso, il presidente si trova in una posizione negoziale difficile.

In Israele, la guerra è stata combattuta per due motivi. Il primo era la minaccia rappresentata dal programma nucleare iraniano. Il secondo era il sostegno e il finanziamento da parte dell’Iran a forze islamiche non statali, in primo luogo Hezbollah. Pertanto, l’obiettivo di Israele nella guerra è stato quello di provocare il crollo del regime iraniano. Nell’ottobre 2024, Israele ha invaso il Libano, dove sono schierate ingenti forze di Hezbollah, nel tentativo di distruggere il gruppo. Il cessate il fuoco tra Stati Uniti e Iran riguarda anche il Libano, cosa che gli israeliani si sono rifiutati di accettare fino a questo momento, dato che il primo ministro Benjamin Netanyahu considera Hezbollah una minaccia fondamentale per Israele. Ciò ha portato a una possibile rottura con gli Stati Uniti nei prossimi negoziati. Per Israele, la perdita del sostegno americano sarebbe pericolosa, se non addirittura catastrofica, ma lo stesso si potrebbe dire di una conclusione prematura della guerra con Hezbollah. In Israele c’è già una forte opposizione a Netanyahu, e la possibilità che egli possa rischiare una rottura significativa con gli Stati Uniti sta generando un’ostilità ancora maggiore. Ciò pone Netanyahu in una posizione difficile, che potrebbe porre fine alla sua carriera politica.

Lo stesso Iran si trova in una situazione interna difficile. Le imponenti manifestazioni antigovernative scoppiate prima dell’inizio della guerra hanno rivelato un’ostilità significativa e diffusa nei confronti del governo. Il vero governo dell’Iran è il Corpo delle Guardie Rivoluzionarie Islamiche (IRGC), che ha represso brutalmente i manifestanti. Ma ora anche lo stesso IRGC sembra profondamente diviso tra coloro che sono disposti a raggiungere qualsiasi accordo con gli Stati Uniti, per quanto limitato, e coloro che vedono in questo un tradimento dei principi fondamentali che li guidano. È più difficile valutare il rapporto di forza tra queste due fazioni rispetto a quanto lo sia per le divisioni presenti negli Stati Uniti e in Israele, ma tali divisioni esistono, poiché la fazione che ha represso le manifestazioni ha chiaramente valori diversi da quella disposta a raggiungere un cessate il fuoco con gli Stati Uniti e a negoziare.

Nei conflitti in cui la popolazione è profondamente divisa, la capacità di continuare a condurre la guerra è limitata. A questo punto, sembrerebbe che tutte e tre le nazioni belligeranti presentino profonde divisioni politiche. Pertanto, la dimensione geopolitica – la forza che spinge le nazioni a fare la guerra e a porvi fine – si trova in tutte e tre le nazioni a confrontarsi con potenti forze politiche interne che potrebbero ridefinire le considerazioni geopolitiche. La richiesta degli Stati Uniti di porre fine al programma nucleare iraniano – un imperativo geopolitico – è più forte della realtà politica interna? L’esigenza geopolitica di Israele di distruggere Hezbollah è maggiore della sua necessità geopolitica di mantenere stretti legami con gli Stati Uniti, e quale delle due è più importante per i suoi cittadini? La necessità geopolitica per l’Iran di essere più sicuro in quanto potenza nucleare prevale sulle divisioni ideologiche della nazione – sia tra il Corpo delle Guardie Rivoluzionarie Islamiche (IRGC) e la popolazione, che ha manifestato la propria ostilità verso il regime, sia tra la fazione dell’IRGC che vuole continuare la guerra e quella che, temendo la sconfitta, vuole porvi fine?

Un’analisi geopolitica di questa particolare guerra deve tenere conto della realtà politica all’interno di ciascuna nazione. La politica interna influenzerà pesantemente le politiche e le strategie di ciascuna nazione. Nel tentativo di gestire il dissenso interno, ciascuna parte dirà cose che costringeranno le altre due a rispondere – una dinamica che mina il processo di negoziazione. Ciò potrebbe significare che un compromesso tra tutte le parti sia impossibile, ma, date le dinamiche e l’imprevedibilità della dimensione politica, potrebbe benissimo portare a una soluzione stabile. Mentre le considerazioni geopolitiche sono più facili da prevedere, gli esiti politici sono più inaffidabili, soprattutto perché tutti e tre i paesi sono sempre più divisi politicamente. Ci troviamo in un momento particolare in cui le esigenze di tutte e tre le nazioni sono in continuo mutamento e il processo decisionale è influenzato dalla dissonanza tra le rispettive élite.

L’accordo con l’Iran e i conflitti futuri

Il terreno è ormai pronto per la prossima fase del conflitto regionale.

Di

 Kamran Bokhari

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15 giugno 2026Apri come PDF

Secondo quanto riferito, la guerra tra Stati Uniti e Israele contro l’Iran sarebbe terminata. Il primo ministro del Pakistan, che ha svolto un ruolo di mediazione nel conflitto, ha annunciato il 14 giugno che è stato raggiunto un accordo. Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump lo ha successivamente confermato. I dettagli saranno resi noti nei prossimi giorni.

Ciononostante, la guerra ha già creato le condizioni per la prossima fase della competizione regionale. L’obiettivo di Washington non è semplicemente quello di contenere l’Iran, ma di instaurare un ordine di sicurezza in cui gli alleati regionali si assumano maggiori responsabilità man mano che gli Stati Uniti riducono i propri impegni militari diretti. Tuttavia, tale visione si scontra con un ostacolo di non poco conto: i partner di Washington nella regione sono divisi da agende contrastanti, il che rende la creazione di un’architettura regionale coesa un’impresa ben più ardua rispetto al semplice confronto con l’Iran.

Shifting Balance of Power in the Middle East


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Il 14 giugno, il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha affermato che l’accordo tra Stati Uniti e Iran procede secondo i piani, nonostante l’attacco sferrato da Israele a Beirut e la minaccia di ritorsione da parte di Teheran. Trump ha dichiarato ad Axios di essere stato colto alla sprovvista quando i suoi consiglieri lo hanno informato dell’operazione israeliana, avvenuta proprio mentre Washington stava cercando di finalizzare un accordo con l’Iran. Pur riconoscendo che Hezbollah avesse attaccato per primo Israele, Trump ha sottolineato che l’incidente non ha causato vittime e ha provocato danni limitati, mettendo tacitamente in discussione la necessità della risposta israeliana. Successivamente, Trump ha detto in modo meno velato al primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu di mettere in discussione il suo giudizio.

Raggiungere un accordo si sta rivelando molto più difficile che ottenere un cessate il fuoco. La sfida principale deriva dal fatto che, mentre gli Stati Uniti e Israele hanno combattuto la guerra insieme, i negoziati per porvi fine si stanno svolgendo principalmente tra Washington e Teheran. Israele non partecipa direttamente al processo di negoziazione che definirà l’ordine postbellico. Di conseguenza, i leader israeliani continuano a temere che qualsiasi accordo possa mettere l’Iran in una posizione tale da trasformare le perdite subite sul campo di battaglia in vantaggi diplomatici.

L’attrito tra Stati Uniti e Israele riflette differenze più profonde negli obiettivi strategici che hanno portato i due alleati in guerra. Gli Stati Uniti volevano eliminare una via praticabile che consentisse all’Iran di acquisire armi nucleari, assicurandosi al contempo che ciò non ostacolasse i più ampi sforzi statunitensi volti a ridurre il proprio carico militare in Eurasia – un obiettivo che, in ultima analisi, richiedeva una soluzione negoziata con Teheran. Israele voleva un cambio di regime. In tal senso, le tensioni relative all’accordo in fase di definizione sono meno il prodotto dei negoziati stessi che il risultato di obiettivi contrastanti che hanno portato alla guerra in primo luogo.

La sfida per Washington sarà quella di trovare un equilibrio tra la conclusione di un accordo con l’Iran, suo avversario, e la risposta alle preoccupazioni in materia di sicurezza di Israele, il suo più stretto alleato nella regione. Il futuro di Hezbollah è cruciale a questo proposito. Sebbene indebolito, il gruppo è ancora sostenuto dall’Iran e rimane la forza dominante nella politica libanese. Data la sua posizione radicata, né la neutralizzazione delle ambizioni nucleari dell’Iran né l’indebolimento delle sue capacità missilistiche balistiche saranno sufficienti a rassicurare Israele, specialmente se Teheran uscirà dai negoziati con l’accesso a miliardi di dollari di aiuti finanziari. Washington vorrà tuttavia cercare di assicurarsi che l’Iran non utilizzi l’accesso a tali risorse per ricostruire le proprie capacità militari e rilanciare la propria rete di proxy nella regione. Dopotutto, l’Iran potrebbe sentirsi rinvigorito dalla propria comprovata capacità di colpire Israele e gli Stati arabi del Golfo, di interrompere il traffico marittimo attraverso lo Stretto di Ormuz e di ottenere concessioni economiche.

Non è un compito facile. Se realizzabile, l’accordo dovrà andare ben oltre il programma nucleare iraniano e affrontare la sfida ben più complessa di limitare la rete di proxy regionali di Teheran, in particolare Hezbollah in Libano e le milizie allineate con l’Iran in Iraq. Questa prospettiva regionale più ampia aiuta a spiegare perché Washington abbia inserito l’Iraq nel portafoglio di competenze dell’ambasciatore statunitense in Turchia, che ricopre anche il ruolo di inviato speciale per il Levante, collegando di fatto i teatri iraniano, iracheno, libanese e siriano in un unico quadro diplomatico-di sicurezza.

Eppure, proprio mentre Washington e i suoi partner sono alle prese con la sfida di porre fine al conflitto in corso, sta già emergendo una nuova contesa geopolitica. Sebbene la Repubblica Islamica sia sopravvissuta a due anni di guerra e probabilmente otterrà accesso a nuove risorse finanziarie nell’ambito dell’accordo, dovrà affrontare crescenti pressioni interne di natura sociale, politica ed economica, che limiteranno la sua capacità di ripristinare pienamente la propria posizione regionale. Il vuoto che ne deriva viene colmato dalla Turchia, la cui influenza si è espansa notevolmente in Siria dopo che il movimento islamista suo alleato, guidato dal presidente Ahmed al-Sharaa, ha rovesciato il regime di Assad nel dicembre 2024. Ciò è stato reso possibile in gran parte dall’indebolimento di Hezbollah. Allo stesso tempo, lo schieramento di Israele nel sud della Siria per istituire una zona cuscinetto ha di fatto portato le sfere di influenza israeliana e turca a contatto diretto, ponendo le basi per un nuovo scenario di competizione strategica.

La Turchia e il governo siriano sostenuto dalla Turchia condividono con gli Stati Uniti e Israele l’interesse a vedere Hezbollah disarmato in Libano. Tuttavia, le relazioni turco-israeliane si sono deteriorate in modo significativo durante i 23 anni di governo del presidente Recep Tayyip Erdogan, riflettendo un più ampio scontro tra visioni e interessi regionali. Man mano che la Turchia emerge come uno dei principali attori geopolitici in tutto il Medio Oriente, in Eurasia e in alcune parti dell’Africa, il suo sostegno alla causa palestinese e i suoi continui legami con Hamas hanno acuito le preoccupazioni israeliane. Molti esponenti dell’establishment della sicurezza nazionale israeliana vedono sempre più spesso Ankara come il successore di Teheran nella veste di principale sfida statale nella regione. Ad aggravare le preoccupazioni di Israele è il fatto che la Turchia sia uno stretto alleato degli Stati Uniti che si sta allineando sempre più con l’Arabia Saudita e coordinandosi con una rete più ampia di partner regionali, tra cui Egitto, Giordania e Qatar, nonché con attori esterni quali Pakistan e Azerbaigian.

A differenza dell’Iran, la cui strategia regionale è consistita nel fare leva su attori non statali islamisti radicali, la geostrategia della Turchia si concentra sull’espansione della propria influenza attraverso le istituzioni statali e sul rafforzamento dei governi arabi alleati. La Siria post-Assad ne è l’esempio più lampante. Nella misura in cui la morsa di Hezbollah sul Libano si indebolirà e emergerà un ordine politico più rappresentativo, Beirut tenderà probabilmente a gravitare verso l’influenza di Ankara e Riyadh piuttosto che verso quella di Teheran. Dal punto di vista di Washington, indipendentemente da come si evolverà la situazione interna dell’Iran, un nuovo allineamento regionale incentrato su Turchia, Arabia Saudita, Egitto e Pakistan dovrà alla fine giungere a un accordo con Israele: questa è la logica strategica alla base degli Accordi di Abramo. La difficoltà, tuttavia, sta nel fatto che è improbabile che questi Stati normalizzino le relazioni con Israele a tempo indeterminato senza progressi significativi sulla questione palestinese. Questo è stato un punto di stallo per diversi governi israeliani che si sono succeduti.

Israele sta entrando in un periodo di cambiamenti politici interni in un contesto altamente polarizzato in vista delle prossime elezioni di ottobre, e non è ancora chiaro come queste dinamiche interne finiranno per plasmare la sua posizione strategica. Indipendentemente dall’esito elettorale, mantenere il contenimento dell’Iran richiederà un coordinamento costante tra Stati Uniti e Israele per costruire un nuovo equilibrio di potere regionale che coinvolga la Turchia e i principali Stati arabi. Allo stesso tempo, la Turchia e l’Arabia Saudita (per non parlare di altri attori arabi) presentano interessi distinti e spesso contrastanti che dovranno essere conciliati prima che possa affermarsi un quadro regionale stabile.

Pertanto, sebbene sia stato siglato un accordo di pace tra gli Stati Uniti e l’Iran, il Medio Oriente è oggi caratterizzato da molteplici linee di frattura che si intrecciano, indipendenti dall’Iran, e che plasmeranno la geopolitica regionale nel lungo periodo, complicando al contempo l’obiettivo di Washington di un ridimensionamento strategico.

Testo dell'”intesa” tra Stati Uniti e Iran

Laura Rosen17 giugno
 LEGGI NELL’APP 

Ecco il testo del Memeorandum d’intesa raggiunto tra Stati Uniti e Iran, secondo la mia trascrizione di quanto un alto funzionario dell’amministrazione statunitense ha letto oggi ai giornalisti durante una videoconferenza su Zoom.

Attualmente si prevede che il vicepresidente JD Vance guiderà una delegazione alla cerimonia di firma che si terrà in Svizzera questo fine settimana con gli iraniani e i mediatori pakistani.

L’accordo di Islamabad tra gli Stati Uniti d’America e la Repubblica islamica dell’Iran.

Gli Stati Uniti d’America e la Repubblica Islamica dell’Iran hanno concordato congiuntamente in buona fede in data [data] quanto segue:

Paragrafo 1. Gli Stati Uniti d’America e la Repubblica Islamica dell’Iran e i loro alleati nella guerra in corso, con la firma del presente Memorandum d’intesa, dichiarano la cessazione immediata e permanente delle operazioni militari su tutti i fronti, compreso il Libano, e si impegnano d’ora in poi a non iniziare alcuna guerra o operazione militare l’uno contro l’altro e ad astenersi dalla minaccia o dall’uso della forza l’uno contro l’altro, garantendo l’integrità territoriale e la sovranità del Libano. L’accordo finale confermerà la cessazione permanente della guerra su tutti i fronti, compreso il Libano, e le altre disposizioni del presente paragrafo.

Paragrafo 2. Gli Stati Uniti d’America e la Repubblica islamica dell’Iran si impegnano a rispettare la sovranità e l’integrità territoriale l’uno dell’altro e ad astenersi dall’interferire negli affari interni dell’altro.

Paragrafo 3. Gli Stati Uniti d’America e la Repubblica islamica dell’Iran si impegnano a negoziare e raggiungere l’accordo finale entro un massimo di 60 giorni, prorogabile di comune accordo.

Paragrafo 4. Immediatamente dopo la firma del presente Memorandum d’intesa, gli Stati Uniti d’America inizieranno la rimozione del blocco navale e di qualsiasi disturbo o impedimento nei confronti della Repubblica Islamica dell’Iran, e porranno fine al blocco navale entro 30 giorni. Durante questo periodo, il traffico navale sarà proporzionale ai livelli di traffico prebellico ripristinati dalla Repubblica Islamica dell’Iran. Gli Stati Uniti d’America si impegnano inoltre a ritirare le proprie forze dalle vicinanze della Repubblica Islamica dell’Iran entro 30 giorni dalla stipula dell’accordo definitivo.

Paragrafo 5. A seguito della firma del presente Memorandum d’intesa, la Repubblica Islamica dell’Iran si impegnerà al massimo per garantire il transito sicuro e gratuito delle navi commerciali per un periodo di 60 giorni, dal Golfo Persico al Mar d’Oman e viceversa. Il traffico delle navi commerciali riprenderà immediatamente, tenendo conto della necessità di rimuovere gli ostacoli tecnici e militari e dello sminamento da parte della Repubblica Islamica dell’Iran, che sarà completato entro 30 giorni. La Repubblica Islamica dell’Iran avvierà un dialogo con il Sultanato dell’Oman per definire la futura amministrazione e i servizi marittimi nello Stretto di Hormuz, in accordo con gli altri Stati rivieraschi del Golfo Persico, nel rispetto del diritto internazionale applicabile e dei diritti sovrani degli Stati costieri dello Stretto di Hormuz.

Paragrafo 6. Gli Stati Uniti d’America si impegnano, insieme ai partner regionali, a elaborare un piano definitivo e concordato di comune accordo, del valore di almeno 300 miliardi di dollari, per la ricostruzione e lo sviluppo economico della Repubblica islamica dell’Iran. Il meccanismo di attuazione di tale piano sarà definito nell’ambito di un accordo finale entro 60 giorni. Tutte le licenze, le deroghe e le autorizzazioni necessarie per le relative transazioni finanziarie saranno concesse dagli Stati Uniti d’America.

Paragrafo 7. Gli Stati Uniti d’America si impegnano a porre fine a tutte le tipologie di sanzioni contro la Repubblica islamica dell’Iran, comprese le risoluzioni del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, le risoluzioni del Consiglio dei governatori dell’AIEA e tutte le sanzioni unilaterali statunitensi, primarie e secondarie, secondo un calendario concordato nell’ambito dell’accordo finale. La Repubblica islamica dell’Iran e gli Stati Uniti d’America riconoscono l’importanza cruciale della questione della cessazione delle sanzioni sopra menzionata ed esprimono la loro intenzione di affrontare immediatamente tali questioni nei negoziati al fine di raggiungere un accordo reciproco.

Paragrafo 8. La Repubblica Islamica dell’Iran ribadisce che non si procurerà né svilupperà armi nucleari. Gli Stati Uniti d’America e la Repubblica Islamica dell’Iran hanno concordato di risolvere la questione dello smaltimento del materiale arricchito stoccato secondo un meccanismo che sarà concordato di comune accordo in conformità con il calendario menzionato al paragrafo 7, con la metodologia minima di riduzione del livello di arricchimento in loco sotto la supervisione dell’AIEA. Le due parti hanno inoltre concordato di discutere la questione dell’arricchimento e altre questioni concordate di comune accordo relative alle esigenze nucleari della Repubblica Islamica dell’Iran, sulla base di un quadro soddisfacente che sarà concordato nell’accordo finale. L’accordo finale confermerà le disposizioni del presente paragrafo. Gli Stati Uniti d’America e la Repubblica Islamica dell’Iran riconoscono l’importanza cruciale delle questioni nucleari sopra menzionate ed esprimono la loro intenzione di affrontare immediatamente tali questioni nei negoziati al fine di raggiungere un accordo reciproco.

Paragrafo 9. In attesa dell’accordo definitivo, gli Stati Uniti d’America e la Repubblica Islamica dell’Iran concordano di mantenere lo status quo. La Repubblica Islamica dell’Iran manterrà l’attuale status quo del suo programma nucleare e gli Stati Uniti d’America non imporranno nuove sanzioni né dispiegheranno ulteriori forze nella regione.

Paragrafo 10. Gli Stati Uniti d’America si impegnano a rilasciare, immediatamente dopo la firma del presente Memorandum d’intesa e fino alla cessazione delle sanzioni, deroghe per l’esportazione di petrolio greggio, prodotti petroliferi e derivati ​​iraniani, nonché per tutti i servizi correlati, comprese le transazioni bancarie, le assicurazioni, il trasporto, ecc.

Paragrafo 11. Gli Stati Uniti d’America si impegnano a rendere pienamente disponibili i fondi e i beni congelati o vincolati della Repubblica Islamica dell’Iran al momento dell’attuazione del presente Memorandum d’intesa. Gli Stati Uniti d’America e la Repubblica Islamica dell’Iran concorderanno reciprocamente le procedure relative allo sblocco di tali fondi durante i negoziati. Tali fondi, sia che mantengano il conto originario sia che vengano trasferiti, saranno resi pienamente utilizzabili per il pagamento a qualsiasi beneficiario finale designato dalla Banca Centrale della Repubblica Islamica dell’Iran. Gli Stati Uniti d’America si impegnano a rilasciare tutte le licenze e le autorizzazioni necessarie a tal fine.

Paragrafo 12. Gli Stati Uniti d’America e la Repubblica islamica dell’Iran convengono che verrà istituito un meccanismo esecutivo per monitorare la corretta attuazione del presente Memorandum d’intesa e il futuro rispetto dell’accordo finale.

Paragrafo 13. Dopo la firma del presente Memorandum d’intesa e subordinatamente all’inizio dell’attuazione dei paragrafi 1, 4, 5, 10 e 11 del presente Memorandum d’intesa, e alla continua attuazione di tali misure, gli Stati Uniti d’America e la Repubblica islamica dell’Iran avvieranno negoziati riguardanti l’accordo finale esclusivamente sugli altri paragrafi.

Paragrafo 14. L’accordo finale sarà ratificato da una risoluzione vincolante del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite.

La pericolosa transizione dell’Indo-Pacifico: potenza marittima e frammentazione strategica _ di Kamran Bokhari

La pericolosa transizione dell’Indo-Pacifico: potenza marittima e frammentazione strategica

Gli Stati Uniti e la Cina puntano a una concorrenza controllata, ma Tokyo e gli alleati regionali di Washington temono che l’equilibrio possa non reggere.

Di

 Kamran Bokhari

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28 maggio 2026Apri come PDF

Il vertice tenutosi all’inizio di questo mese tra il presidente degli Stati Uniti Donald Trump e il presidente cinese Xi Jinping ha rappresentato un segnale incoraggiante della possibilità di raggiungere un’intesa strategica tra l’unica superpotenza mondiale e la più grande potenza industriale del pianeta. La posizione dell’amministrazione Trump, illustrata in dettaglio a dicembre nella sua Strategia di sicurezza nazionale e a gennaio nella sua Strategia di difesa nazionale, è che la competizione con la Cina sia gestibile e non richieda un confronto globale su tutti i fronti. Allo stesso tempo, i documenti segnalano un riequilibrio degli impegni globali degli Stati Uniti verso l’emisfero occidentale, dando al contempo priorità a un coinvolgimento selettivo e alla condivisione degli oneri nell’Indo-Pacifico. La Cina, nel frattempo, sta espandendo le sue operazioni navali oltre la prima catena di isole. Insieme, queste tendenze stanno spingendo gli alleati regionali di Washington a rafforzare le proprie capacità di sicurezza e ad assumersi maggiori responsabilità di difesa, rendendo il bacino del Pacifico il teatro principale in cui viene messo alla prova questo equilibrio in evoluzione tra Stati Uniti e Cina.

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Con un passo importante verso la rimilitarizzazione, il 26 maggio il Giappone ha promulgato una legge che istituisce il Consiglio Nazionale di Intelligence e l’Ufficio Nazionale di Intelligence, entrambi con struttura centralizzata. Questa mossa conferisce a Tokyo un sistema decisionale e un’architettura di intelligence in materia di sicurezza nazionale più unificati – cosa che è mancata nel periodo successivo alla Seconda guerra mondiale – e sostiene le sue crescenti capacità di contrattacco e di proiezione di potenza. La Cina protesterà sicuramente. Già durante il suo vertice con Trump, Xi avrebbe criticato aspramente il potenziamento militare del Giappone, dando vita a quello che i funzionari che hanno parlato con il Financial Times hanno descritto come lo scambio più acceso dei colloqui. Pechino, tuttavia, non sta a guardare. Questa settimana è stato confermato che la fregata cinese di ultima generazione Tipo 054B ha operato per la prima volta con il gruppo d’attacco della portaerei Liaoning della marina cinese durante esercitazioni in “mari lontani” nel Pacifico occidentale, a est di Taiwan e delle Filippine, dopo aver attraversato lo stretto di Miyako vicino alle Isole Ryukyu giapponesi. Per gli Stati Uniti, questo tipo di danza “un passo avanti, un passo indietro” è una buona approssimazione di come sperano di costruire un nuovo ordine regionale nel Pacifico occidentale – ma non è privo di rischi.

Dalla fine del XIX secolo fino al 1945, il Giappone fu la principale potenza imperiale non occidentale nel Pacifico occidentale, esercitando la propria influenza in tutta l’Asia orientale e sud-orientale in diretta concorrenza con le potenze coloniali e marittime occidentali. L’attacco a Pearl Harbor del 1941 rifletteva la valutazione di Tokyo secondo cui gli embarghi petroliferi statunitensi e le più ampie sanzioni economiche, combinati con la crescente resistenza americana all’espansione giapponese, minacciavano la sopravvivenza del suo progetto imperiale e rendevano necessario un tentativo di neutralizzare la flotta statunitense del Pacifico e garantire la libertà operativa nel dominio marittimo. La guerra che ne derivò, in altre parole, fu il prodotto di uno scontro tra un sistema imperiale giapponese in espansione e un ordine del Pacifico radicato e incentrato sull’alleanza anglo-americana che Washington stava attivamente difendendo e consolidando.

Dal secondo dopoguerra, gli Stati Uniti sono stati la potenza militare preminente nel sistema internazionale. Durante la Guerra Fredda, l’Unione Sovietica emerse come un credibile concorrente militare degli Stati Uniti in settori chiave quali la guerra sottomarina e la deterrenza nucleare strategica. Tuttavia, non fu mai in grado di tradurre quella sfida militare in un ordine regionale duraturo nel Pacifico. Né riuscì a eguagliare il vantaggio integrato degli Stati Uniti in termini di potenza navale, raggio d’azione economico e reti di alleanze che costituivano il fondamento del sistema indo-pacifico guidato dagli Stati Uniti.

Nel periodo attuale, la Cina sta sfidando attivamente la supremazia degli Stati Uniti nella zona marittima del Pacifico occidentale, riducendo il divario in termini di capacità operative nelle «acque vicine» e ampliando al contempo la propria capacità di operare oltre la prima catena di isole. Tuttavia, nonostante Pechino si presenti come un concorrente economico e tecnologico a livello globale, gli Stati Uniti mantengono una superiorità qualitativa in diversi settori militari chiave. Per Washington, l’obiettivo è sempre più quello di gestire la competizione ed evitare uno scontro diretto nel teatro del Pacifico.

Western Pacific Island Chains


(clicca per ingrandire)

Gli Stati Uniti seguiranno da vicino la continua espansione delle capacità navali d’alto mare della Cina a est della prima catena di isole, considerandola un indicatore chiave dell’evoluzione delle intenzioni e della portata operativa di Pechino nel Pacifico occidentale. Sebbene entrambe le parti abbiano un forte interesse a evitare lo scontro militare, i loro imperativi strutturali le stanno portando sempre più su traiettorie di crescente attrito. La naturale evoluzione della Cina verso operazioni sostenute in acque lontane e la proiezione di potenza va direttamente contro l’obiettivo di lunga data degli Stati Uniti di preservare la supremazia marittima in tutto il Pacifico. Di conseguenza, anche cambiamenti incrementali nella posizione navale della Cina potrebbero avere un significato strategico sproporzionato, aumentando il rischio che la presenza di routine e i segnali inviati possano essere interpretati in modo errato.

Probabilmente ci vorrà del tempo prima che la spinta della Cina verso una presenza duratura a ovest della seconda catena di isole si traduca in una minaccia immediata e pienamente consolidata alla sicurezza dell’ordine regionale. Ciò significa che gli Stati Uniti dispongono ancora di un margine di tempo per adeguare la propria struttura militare, l’architettura delle alleanze e la strategia marittima al fine di controbilanciare l’espansione cinese nel medio termine. (Infatti, il 26 maggio, il Segretario di Stato americano Marco Rubio era a Nuova Delhi per incontrare i suoi omologhi del Quad provenienti da India, Giappone e Australia al fine di coordinare la politica di sicurezza indo-pacifica.) Per gli alleati degli Stati Uniti nel Pacifico occidentale, tuttavia, la traiettoria dell’attività navale cinese sta già generando livelli acuti di preoccupazione strategica, data la sua vicinanza a rotte marittime critiche e a zone costiere contese. L’accelerazione del ritmo delle riforme della difesa giapponese e l’allineamento operativo con i partner sottolineano la misura in cui Tokyo, in particolare, percepisce già che l’equilibrio di potere sta cambiando in modi che richiedono una risposta urgente.

Il Giappone e altri attori regionali, tra cui la Corea del Sud, Taiwan e le Filippine, considerano sempre più il mutamento di posizione degli Stati Uniti e i loro sforzi per orientare le relazioni con la Cina verso un compromesso strategico come un fattore destabilizzante per la stabilità regionale. Questi Stati hanno a lungo fatto affidamento sugli Stati Uniti come garante principale della loro sicurezza nazionale e collettiva, in un periodo in cui la proiezione della potenza militare cinese oltre la prima catena di isole era limitata e sporadica. Quel contesto sta ora cambiando, con Pechino che sta costruendo una presenza navale in acque profonde mentre gli impegni degli Stati Uniti appaiono calibrati in modo più selettivo, creando incertezza al centro dell’ordine regionale. In questo contesto in evoluzione, la rapida normalizzazione militare del Giappone e la sua traiettoria verso capacità di proiezione di potenza più autonome rendono la prospettiva di uno scontro diretto tra Cina e Giappone non più remota e difficile da escludere categoricamente.

Kamran Bokhari

https://geopoliticalfutures.com

Kamran Bokhari, PhD, è un collaboratore abituale ed ex analista senior (2015-2018) di Geopolitical Futures. Il dottor Bokhari ricopre attualmente il ruolo di direttore senior del portafoglio “Sicurezza e prosperità in Eurasia” presso il New Lines Institute for Strategy & Policy di Washington, DC. Il dottor Bokhari è inoltre specialista in sicurezza nazionale e politica estera presso l’Istituto di Sviluppo Professionale dell’Università di Ottawa. Ha ricoperto il ruolo di coordinatore per gli studi sull’Asia centrale presso l’Istituto del Servizio Estero del Dipartimento di Stato degli Stati Uniti. Seguitelo su X (precedentemente Twitter) all’indirizzo @Kamran Bokhari

Un punto critico nella guerra in Iran

Di

 George Friedman

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26 maggio 2026Apri come PDF

Dopo tre mesi, la guerra in Iran ha raggiunto un punto critico. Il conflitto stesso si è in un certo senso arenato. Il Corpo delle Guardie Rivoluzionarie Islamiche mantiene il controllo e non sembra essere stato significativamente indebolito come forza combattente. Israele sembra aver ridotto le operazioni in Iran, concentrandosi ora sulla lotta contro Hezbollah in Libano. Lo Stretto di Hormuz rimane sostanzialmente chiuso, con qualche movimento di navi consentito dall’Iran e dagli Stati Uniti, ciascuno in grado di bloccarlo ma non di liberarlo. I negoziati di pace finora sono falliti. Gli Stati Uniti vogliono che l’Iran ceda il suo materiale nucleare e apra lo stretto; non ha fatto né l’una né l’altra cosa. In breve, nessuna delle due parti ha inflitto danni sufficienti da costringere l’altra alla resa.

Da questo punto in poi, la guerra può prendere una delle tre direzioni seguenti: una delle parti mette in ginocchio l’altra, si raggiunge un accordo di pace, oppure si trasforma in una di quelle guerre senza fine, che si protraggono per molti anni senza che nessuna delle due parti sia disposta o in grado di porvi fine.

La domanda, quindi, è se gli Stati Uniti siano disposti o in grado di sferrare un attacco devastante contro il Corpo delle Guardie Rivoluzionarie Islamiche. Il rovescio della medaglia è se l’Iran ritenga di poter resistere a un simile attacco. Considerando che Teheran non ha ancora capitolato, probabilmente ritiene di poterlo fare.

Quindi, prima che gli Stati Uniti decidano le prossime mosse, devono stabilire se dispongono della capacità militare necessaria per lanciare un’offensiva devastante e se hanno il capitale politico da investire in un attacco del genere. Il sostegno alla guerra negli Stati Uniti è limitato, soprattutto a causa della precedente posizione del presidente Donald Trump, secondo cui si sarebbe opposto alle guerre nell’emisfero orientale. E resta da vedere se un attacco non finirebbe per galvanizzare la Repubblica Islamica nell’opposizione contro gli Stati Uniti. Finora, l’IRGC sembra avere il controllo interno dell’Iran e non ci sono segni evidenti all’interno del Paese di un movimento contro la guerra. Non si dovrebbe escludere la pressione di una terza parte; il prezzo del petrolio e le ripercussioni sui prezzi dei generi alimentari e sull’inflazione potrebbero spingere un altro Paese a indurre una delle parti in guerra ad agire (o a non agire). Se una tale terza parte esiste attualmente, chiaramente non ha esercitato una pressione sufficiente per fare la differenza.

A mio avviso, ciò significa che né gli Stati Uniti né l’Iran sono disposti a modificare le proprie richieste per raggiungere un accordo, e nessun altro è disposto o in grado di costringerli a sedersi al tavolo delle trattative. L’Iran non può fare concessioni senza apparire debole e, sebbene gli Stati Uniti abbiano un margine di manovra maggiore, non hanno ancora un motivo per farlo.

La soluzione più ovvia, quindi, sarebbe un massiccio rafforzamento delle forze statunitensi per intimidire l’Iran. Se l’Iran non si lasciasse intimidire, Washington lancerebbe un’invasione, distruggerebbe il Corpo delle Guardie Rivoluzionarie Islamiche e imporrebbe la pace.

A prescindere dalle considerazioni di politica interna, questo approccio presenta un paio di problemi. Innanzitutto, Washington non ha mai ottenuto grandi risultati quando ha invaso altri paesi per imporre i propri obiettivi. In secondo luogo, il Corpo delle Guardie Rivoluzionarie Islamiche non è certo un avversario facile. Si troverebbe a difendere la propria patria e la propria ideologia, quindi non vi è alcuna garanzia che gli Stati Uniti riescano a sconfiggere militarmente l’Iran.

Alla luce di quanto è accaduto in Ucraina, è evidente che la natura della guerra è cambiata al punto che i droni e i missili possono facilmente neutralizzare gli attacchi terrestri convenzionali. L’Iran non dispone delle informazioni di intelligence satellitare necessarie per individuare gli obiettivi, sebbene potrebbe procurarsele da altri paesi. Allo stesso tempo, la dispersione delle forze di terra del Corpo delle Guardie Rivoluzionarie Islamiche (IRGC) significa che anche le forze statunitensi avrebbero difficoltà a colpire l’IRGC.

L’alternativa, quindi, consisterebbe in intensi attacchi aerei volti a distruggere la capacità dell’Iran di costruire droni e a prendere il controllo del perimetro del Paese per impedire ad altre nazioni, in particolare alla Russia, di inviare i propri droni in sostegno all’Iran. Ciò richiederebbe di isolare l’Iran prima di lanciare l’offensiva principale. Il solo processo di isolamento sarebbe difficile e richiederebbe una massiccia forza militare ancora prima dell’inizio dell’invasione. Nel frattempo, il prezzo del petrolio indebolirebbe le economie di tutto il mondo, compresa quella americana, riducendo la popolarità di Trump e allentando il suo controllo.

L’altra opzione consisterebbe in un dispiegamento su vasta scala di droni statunitensi, accompagnato da massicci attacchi aerei e terrestri, con l’obiettivo di paralizzare le forze armate iraniane. I bombardieri con equipaggio della Seconda guerra mondiale e della guerra del Vietnam indebolirono il nemico, ma non lo annientarono. Oggi le bombe si lanciano da sole, ma il raggio d’azione delle armi convenzionali rimane comunque limitato, e il numero di droni e missili necessari per sconfiggere l’Iran sarebbe enorme.

La questione della guerra non è se debba essere combattuta, ma se possa essere combattuta al prezzo che una nazione è in grado e disposta a pagare. La guerra in Iran non sembra soddisfare questi criteri. Tuttavia, questo è un momento critico. Che la mia analisi sia corretta o meno, sembra che l’Iran lascerà che siano gli Stati Uniti a intensificare la guerra. Se così fosse, ciò andrebbe a vantaggio dell’Iran. Durebbe a lungo, e una guerra lunga non solo danneggerebbe Trump sul fronte interno, ma danneggerebbe anche l’economia mondiale, almeno finché lo Stretto di Hormuz rimarrà chiuso.

Non mi è chiaro cosa deciderà Trump, ma ogni decisione comporta pericoli e rischi politici ed economici. L’analisi geopolitica non prevede come finirà una guerra, ma prevede che gli Stati Uniti abbiano bisogno che questa guerra finisca. La questione delle capacità nucleari dell’Iran potrà essere affrontata in un secondo momento.

L’Ungheria e l’Europa_di George Friedman

L’Ungheria e l’Europa

Di

 George Friedman

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15 aprile 2026Apri come PDF

Viktor Orbán, dopo 16 anni alla guida dell’Ungheria come primo ministro, ha perso le elezioni e sarà presto sostituito da Péter Magyar. Orbán era un uomo di destra, contrario all’immigrazione su larga scala in Ungheria, con opinioni negative sull’omosessualità e, secondo molti, incline a reprimere la democrazia con tendenze autoritarie. Inoltre, intratteneva rapporti amichevoli con la Russia e il presidente Vladimir Putin. In questo senso, era un emarginato in Europa, o almeno nei luoghi che molti negli Stati Uniti considerano l’Europa: Gran Bretagna, Francia e Germania.

Sebbene la Russia, sotto il regime comunista, avesse occupato e in larga misura controllato l’Ungheria, Orbán guardava a Mosca con occhi molto più benevoli rispetto alla maggior parte dei suoi omologhi europei, anche dopo l’invasione dell’Ucraina. Dal punto di vista di Orban (e, dato che era stato eletto, dal punto di vista della maggioranza degli ungheresi), la Russia non era l’Unione Sovietica ed era una fonte fondamentale di petrolio e gas. Inoltre, era una nazione estremamente potente e un rapporto amichevole era essenziale per la sicurezza ungherese. L’Ungheria aveva anche rapporti tesi con l’Ucraina. La parte occidentale dell’Ucraina aveva fatto parte dell’Ungheria fino alla fine della prima guerra mondiale. In quella zona vivono ancora persone di etnia ungherese che parlano ungherese. Orban voleva, tra le altre cose, una maggiore tutela della lingua ungherese nelle scuole ucraine. Gli ucraini non erano disposti ad andare così lontano come voleva Orban, e sospetto che Orban avesse sperato che, se l’Ucraina fosse stata sconfitta dalla Russia, la parte ungherese dell’Ucraina, se non fosse stata restituita all’Ungheria, avrebbe almeno allentato le restrizioni sull’uso della lingua ungherese nell’istruzione.

L’Ungheria, quindi, aveva una visione dell’Ucraina sostanzialmente diversa rispetto al resto d’Europa. Considerava il proprio rapporto con Mosca un punto di forza, nonostante la storia travagliata che le legava, e l’Ucraina, se non proprio un nemico, certamente non un’amica. Di conseguenza, ha anche visto l’invasione russa dell’Ucraina sotto una luce molto diversa. Pertanto, l’Ungheria è stata ripetutamente un ostacolo all’adozione di sanzioni UE più severe contro la Russia e, più recentemente, ha bloccato un prestito dell’UE (che richiedeva l’unanimità) a sostegno dello sforzo bellico dell’Ucraina.

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In un certo senso, ciò ha allineato l’Ungheria agli interessi degli Stati Uniti sotto la presidenza di Donald Trump. Probabilmente a Trump non interessano le scuole di lingua ungherese, ma considera la Russia troppo debole per rappresentare una minaccia per il resto dell’Europa e preferisce una soluzione negoziata al conflitto, che consenta alla Russia di mantenere il controllo delle parti dell’Ucraina che ha occupato. Su questo punto, lui e Orbán potrebbero trovarsi d’accordo. E anche in questo caso Orban era un outsider, questa volta rispetto agli altri paesi dell’Europa orientale un tempo occupati dall’Unione Sovietica. La Polonia, al confine orientale della NATO, era profondamente preoccupata per l’invasione dell’Ucraina, così come la Romania, un altro paese dell’Europa orientale confinante con l’Ungheria. Tuttavia, dal punto di vista dell’Ungheria, protetta da distanze maggiori e da un terreno più impervio, la Russia non appariva così minacciosa.

L’elezione di Peter Magyar segna un cambiamento radicale nella posizione dell’Ungheria. Si tratta di un europeista, il che significa che probabilmente si allineerà al consenso europeo. Il problema è che tale consenso trascura una differenza fondamentale tra le nazioni europee e nella natura stessa dell’Europa. La differenza più importante riguarda la natura dell’Europa occidentale e di quella orientale nella loro storia recente.

Alla fine della seconda guerra mondiale, l’Europa occidentale era occupata dagli inglesi e dagli americani. Sotto l’egida della NATO e della sua principale potenza, gli Stati Uniti, le economie dell’Europa occidentale conobbero un rapido sviluppo. L’Europa orientale, invece, uscì dalla guerra sotto l’occupazione dell’Unione Sovietica, in condizioni politiche molto più difficili e, data la debolezza economica dei sovietici nel dopoguerra, con prospettive di sviluppo economico molto più limitate.

Questa differenza tra Europa occidentale ed Europa orientale non era in realtà una novità. A partire dalla fine del XV secolo, l’Europa occidentale, grazie al suo accesso marittimo all’Atlantico e al Mediterraneo, impose in momenti diversi un sistema coloniale in alcune parti dell’Africa, dell’Asia e dell’emisfero occidentale. È difficile comprendere la ricchezza generata da quegli imperi, ma basti pensare che un piccolo paese come i Paesi Bassi possedeva la vasta distesa dell’Indonesia. L’Europa orientale, con un accesso marittimo molto più limitato, non aveva il colonialismo come motore dello sviluppo economico.

Nonostante le devastazioni della Seconda guerra mondiale, queste differenze persistevano. Dato l’interesse americano a rilanciare le economie dell’Europa occidentale per impedire la diffusione del comunismo, un intero sistema politico ed economico – noto oggi come Unione Europea – si sviluppò parallelamente all’alleanza militare della NATO. Col tempo, l’Occidente emerse molto più ricco dell’Europa orientale controllata dall’Unione Sovietica. Quando l’Unione Sovietica si disintegrò, i paesi dell’Europa orientale appena diventati indipendenti furono incorporati in questo sistema dell’Europa occidentale, ma dopo decenni vissuti sotto il comunismo erano di fatto alla mercé dei loro parenti più ricchi dell’Europa occidentale.

Questo è stato il motivo alla base dell’ostilità di Orbán nei confronti dell’UE, nonché della sua cautela nei confronti della NATO. Possiamo supporre che Magyar seguirà una strada diversa. Allo stesso tempo, esiste una differenza radicata nella percezione del mondo tra gli europei occidentali e quelli orientali, dovuta principalmente alla disparità nello sviluppo economico. Questo divario si sta lentamente riducendo, ma finché persiste, è difficile, in particolare per l’UE, elaborare politiche vantaggiose per entrambe le regioni.

In realtà si tratta di una storia vecchia. Jozef Pilsudski, un generale polacco, sosteneva dopo la prima guerra mondiale che l’Europa orientale fosse fondamentalmente diversa dall’Occidente e che le nazioni situate tra il Mar Baltico e il Mar Nero dovessero unirsi, in riconoscimento di questo fatto, per formare quello che lui chiamava l’Intermarium. Sosteneva che sotto il dominio economico dell’Europa occidentale, i paesi dell’Europa orientale non potessero prosperare né essere al sicuro dalle nazioni predatrici, ma che, uniti, avessero le capacità culturali e le risorse per evolversi economicamente e difendersi. Da quella proposta non venne fuori nulla, e a essa seguirono una depressione globale che indebolì ulteriormente l’Est, la Seconda guerra mondiale e la Guerra Fredda.

La realtà è cambiata sotto un certo aspetto: la Polonia è emersa come una delle 20 maggiori economie del mondo, oltre che come una potenza militare di rilievo, fondamentale per la solida frontiera orientale della NATO. Per la prima volta una potenza dell’Europa orientale è entrata nelle file delle nazioni più importanti. Anche gli altri paesi dell’Europa orientale si sono evoluti in una certa misura, ma sono molto indietro rispetto alla Polonia e certamente all’Europa occidentale. Dato che il baricentro dell’Unione Europea si trova a ovest, l’emergere di un’alleanza economica e militare a est rimane un imperativo fondamentale. Tuttavia, il nazionalismo all’interno delle nazioni dell’Europa orientale e la reciproca sfiducia tra di esse hanno bloccato questa unione, nonostante le loro comuni realtà militari ed economiche.

Orbán si rese conto che il sistema creato dall’Europa occidentale era concepito a proprio vantaggio e non poteva andare a beneficio dell’Ungheria, e così cercò una strada diversa per il Paese. Lo allontanò dall’Occidente, ma l’Ungheria è un Paese piccolo e la sua potenza economica e militare era limitata. Questo è un aspetto che ha in comune con altri Paesi dell’Europa orientale come la Romania, la Slovacchia e gli Stati baltici e balcanici. La verità è che l’Ungheria da sola non può evolversi come ha fatto la Polonia. È più piccola in termini di dimensioni e popolazione rispetto alla Polonia, e anche la Polonia rimane molto indietro rispetto all’Europa occidentale dal punto di vista economico, anche se in una certa misura è alla pari dal punto di vista militare.

Pilsudski aveva compreso la differenza fondamentale tra l’Europa orientale e quella occidentale, ma fu ignorato. Stranamente, anche Orban ne aveva compreso la profonda differenza, ma non è riuscito a superare la sua attenzione per la propria nazione e ha intrattenuto rapporti tutt’altro che cooperativi con paesi come la Polonia e la Romania. La regione è dotata di grande ricchezza intellettuale e culturale. La Polonia e l’Ungheria si collocano al 13° e 14° posto per numero di premi Nobel, il che è straordinario date le loro dimensioni. Non è la mancanza di intelligenza a limitare la regione, ma le dimensioni e la sfiducia.

L’elezione di Magyar, dopo i notevoli sforzi compiuti da Orbán per sviluppare l’Ungheria da sola, apre la strada alla consapevolezza che una struttura di alleanza simile a quella dell’Europa occidentale, applicata all’Europa orientale nel suo complesso, potrebbe portare a uno sviluppo su vasta scala se non fosse ostacolata dalle istituzioni europee. Mentre Orban ha compreso i limiti che le istituzioni dell’Europa occidentale hanno imposto all’Ungheria e la Polonia ha dimostrato ciò che è possibile realizzare nell’Europa orientale, Magyar potrebbe inaugurare una nuova era riconoscendo il potenziale di integrazione tra paesi con un livello di sviluppo simile (in contrapposizione alle relazioni di grande disparità implicite nell’unione con l’Europa occidentale). Di conseguenza, l’emergere dell’Europa orientale come potenza di primo piano potrebbe essere possibile. Non è la personalità di Magyar la chiave, ma piuttosto la possibilità che egli possa combinare la sua preferenza per il multinazionalismo con la comprensione di Orban che l’Ungheria non è una nazione dell’Europa occidentale. Pertanto, il primo punto all’ordine del giorno potrebbe essere il miglioramento delle relazioni dell’Ungheria con la Polonia.

Non si tratta di una previsione, vista la natura della regione, ma è comunque un imperativo per la regione.

George risponde alle vostre domande: l’Ungheria e la guerra in Iran

Di

 George Friedman

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18 aprile 2026Apri come PDF

La guerra e i principi del processo negoziale
13 aprile 2026

Domanda: La tua ultima analisi introduce finalmente il vero vettore di questo conflitto: la Cina. Tuttavia, applicare il modello del Vietnam a questo equilibrio di potere genera un errore nelle dinamiche fondamentali dello scontro. Tu definisci il dilemma americano attraverso la logica di una guerra in cui il tempo ha eroso il sostegno politico. Il Vietnam ha seppellito la volontà americana di combattere a causa delle ingenti perdite umane. L’operazione contro l’Iran, basata su un blocco aero-navale ed evitando la linea rossa di un intervento terrestre (come lei accuratamente sottolinea), elimina quasi interamente il fattore delle vittime americane. Senza sacchi per i cadaveri, la tolleranza dell’opinione pubblica per un conflitto prolungato cresce in modo asimmetrico. Il tempo qui non gioca a favore del regime di Teheran – non consolida invece il dominio americano?

Risposta: La guerra del Vietnam iniziò sotto John F. Kennedy senza opposizione e senza che l’opinione pubblica fosse a conoscenza di ciò che sarebbe seguito sotto i presidenti successivi. Con l’evolversi della situazione, cominciò a emergere un’opposizione alla guerra e, alla fine, una profonda divisione negli Stati Uniti tra fazioni favorevoli e contrarie alla guerra, che culminò con il ritiro di Nixon. La guerra in Iran è diversa in quanto l’opposizione alla guerra è emersa fin dall’inizio e ha coinvolto anche i sostenitori del presidente. I sondaggi mostrano ora una maggioranza contraria alla guerra, in parte sulla base dell’impegno di Donald Trump di evitare tali coinvolgimenti. L’opposizione forse non è così sentita come lo era durante la guerra del Vietnam, né lo è la divisione tra fazioni anti-guerra e pro-guerra. Ma il fatto che non vi sia un profondo conflitto sociale sulla guerra e che ci sia stata una significativa opposizione a questa guerra fin dal primo giorno è, per certi versi, almeno altrettanto significativo quanto l’opposizione molto più tardiva alla guerra del Vietnam. I sondaggi d’opinione suggeriscono che un punto su cui molti sostenitori e detrattori di Trump trovano un terreno comune è l’opposizione a questa guerra. Ciò crea un’opposizione a questa guerra molto più precoce e ampia rispetto a quella contro il Vietnam.

Aggiungerei che la guerra del Vietnam è durata molti anni, mentre quella in Iran dura solo da poche settimane. Finora le vittime sono state poche. Se la guerra dovesse protrarsi, gli Stati Uniti potrebbero subire molte più perdite, soprattutto se le truppe dovessero intervenire sul campo. Credo che Trump stia cercando di porre fine a questa guerra prima che il numero delle vittime aumenti. Se non ci riuscirà, penso che dovrà affrontare una forte opposizione.


L’Ungheria e l’Europa
15 aprile 2026

Domanda: Perché si presta così tanta attenzione alle relazioni tra Stati Uniti e Cina rispetto a quelle tra Stati Uniti ed Europa? Il volume degli scambi commerciali tra Stati Uniti ed Europa (~1,7 trilioni di dollari all’anno) è di gran lunga superiore a quello degli scambi tra Stati Uniti e Cina (~600 miliardi di dollari all’anno). Gli Stati Uniti registrano inoltre un surplus commerciale nei servizi con l’Europa, che compensa in parte il deficit nel settore delle merci. Sembra che l’Europa sia più importante per gli Stati Uniti rispetto alla Cina, oltre al fatto che l’Europa rappresenta un luogo molto più sicuro per gli investimenti statunitensi. Allora perché gli Stati Uniti hanno un atteggiamento così negativo nei confronti dell’Europa?

Risposta: Credo che ci siano diversi aspetti da considerare. Innanzitutto, i paesi europei potranno anche non gradire gli Stati Uniti, ma non rappresentano una minaccia militare come invece fa la Cina. In secondo luogo, e forse ancora più importante, una delle conseguenze del calo delle importazioni cinesi negli Stati Uniti è la scarsa disponibilità di beni a prezzi più bassi, il che porta al problema dell’accessibilità economica. Pertanto, la tua preoccupazione riguardo all’attenzione che gli Stati Uniti rivolgono alla Cina ha una duplice dimensione, militare ed economica, che non si riscontra nel nostro rapporto con l’Europa.


Domanda: Considerando che la posizione ideologica e politica di Magyar non è molto diversa da quella di Orbán – anche lui appartiene alla destra conservatrice, sebbene in modo un po’ più moderato – si aspetta un cambiamento radicale nella politica estera dell’Ungheria, nel senso di una maggiore collaborazione con Bruxelles e/o di una maggiore ostilità nei confronti della Russia?

Risposta: C’è una differenza fondamentale tra Magyar e Orbán. Magyar si è presentato come un europeista, mentre Orbán era molto diffidente nei confronti dell’Unione Europea (e dell’Europa nel suo complesso). Ritengo inoltre che Magyar stia promettendo un diverso modo di governare. Dovremmo anche ricordare che il modo in cui i candidati in corsa per le elezioni si presentano tende a differire da come governano effettivamente. In questo caso, la differenza fondamentale tra i due candidati era l’Europa e il tempo – con ciò intendo dire che Orban aveva governato per 16 anni. È un periodo molto lungo, e l’opinione pubblica sembrava stanca di lui. Non so quanto la semplice stanchezza nei confronti di Orban abbia influito sulle elezioni, ma sospetto che sia stato un fattore determinante.


Domanda: Tenendo conto del fatto che l’Ungheria è soggetta alle pressioni delle potenze più grandi, in che misura, se del caso, la sua situazione attuale è legata al fatto di essere stata dalla parte dei vinti in entrambe le guerre mondiali?

Risposta: Se mi avessi posto questa domanda 50 anni fa, avrei risposto: la stanchezza della guerra. Per la generazione che ha vissuto la Seconda guerra mondiale, e i cui genitori hanno vissuto la Prima guerra mondiale, questo era un fattore determinante. È stato sicuramente così per la mia famiglia durante la mia infanzia. Ma la generazione che ha vissuto la Guerra Fredda e la repressione sovietica della rivolta ungherese del 1956 non è tanto stanca quanto ostile alla Russia. Orban è diventato adulto poco prima del crollo dell’Unione Sovietica. Non è stato un prodotto delle due guerre mondiali, ma della Guerra Fredda. Magyar, 45 anni, è diventato adulto all’inizio del secolo, vivendo la Russia sotto il governo di Putin. Orban diffidava dell’Europa più che della nuova Russia.  Magyar non ha ancora mostrato le sue carte su questo, ma in una certa misura fa parte di una generazione molto diversa. In una certa misura, le generazioni differiscono. Vedremo.


George Friedman

https://geopoliticalfutures.com/author/gfriedman/

George Friedman è un analista geopolitico e stratega di fama internazionale specializzato in affari internazionali, nonché fondatore e presidente di Geopolitical Futures. Il dottor Friedman è anche autore di best seller del *New York Times*. Il suo libro più recente, THE STORM BEFORE THE CALM: America’s Discord, the Coming Crisis of the 2020s, and the Triumph Beyond, pubblicato il 25 febbraio 2020, descrive come “gli Stati Uniti raggiungano periodicamente un punto di crisi in cui sembrano essere in guerra con se stessi, ma dopo un lungo periodo si reinventano, in una forma sia fedele ai propri principi fondanti sia radicalmente diversa da ciò che erano stati”. Il decennio 2020-2030 è un periodo di questo tipo, che porterà a sconvolgimenti drammatici e a una profonda riorganizzazione del governo, della politica estera, dell’economia e della cultura americane. Il suo libro più popolare, The Next 100 Years, rimane attuale grazie alla lungimiranza delle sue previsioni. Tra gli altri best seller figurano Flashpoints: The Emerging Crisis in Europe, The Next Decade, America’s Secret War, The Future of War e The Intelligence Edge. I suoi libri sono stati tradotti in più di 20 lingue. Il dottor Friedman ha tenuto briefing per numerose organizzazioni militari e governative negli Stati Uniti e all’estero e appare regolarmente sui principali media in qualità di esperto di affari internazionali, politica estera e intelligence. Per quasi 20 anni, prima di dimettersi nel maggio 2015, il dottor Friedman è stato amministratore delegato e poi presidente di Stratfor, una società da lui fondata nel 1996. Friedman ha conseguito la laurea presso il City College della City University di New York e ha un dottorato in scienze politiche presso la Cornell University.

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