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La coscienza greca e il barbaro_di Constantin von Hoffmeister

La coscienza greca e il barbaro

Ellade e l’altro

Constantin von Hoffmeister3 aprile∙
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Lo storico tedesco Jacob Burckhardt (1818-1897) presenta il barbaro come il grande opposto attraverso il quale la mente greca giunse alla piena consapevolezza di sé. Inizia dissipando le distorsioni successive. Poeti e retori greci avevano caricato la parola di accuse di crudeltà, tradimento e spergiuro, mentre la condotta stessa dei Greci spesso si muoveva nella stessa direzione. Tralascia inoltre l’effetto della schiavitù, poiché in epoca successiva il barbaro si presentava a molti Greci principalmente come uno schiavo in gran numero, un fatto che aveva profondamente influenzato il giudizio. Rifiuta anche di fondare l’intera distinzione sull’odio, poiché il disprezzo reciproco fioriva tra molti popoli, caste e nazioni antiche che si consideravano pure e sacre. Gli Egizi consideravano i Greci impuri. I Greci ricambiavano questo sentimento con la propria forma di disprezzo, ed entrambe le parti trovavano segni di superiorità nelle abitudini quotidiane. Burckhardt, quindi, va oltre gli insulti e i pregiudizi alla ricerca di una distinzione più profonda.

Questa distinzione più profonda risiede nella cultura piuttosto che nel sangue. Il confine tra greco e barbaro ebbe inizio all’interno del mondo greco stesso. I popoli di stirpe pelasgica potevano essere definiti barbari, così come i gruppi greci arretrati la cui vita rimaneva lontana dal modello civico che avrebbe poi definito l’ellenismo. Dove c’era poca vita cittadina, poche riunioni pubbliche, poca libertà di esercizio, poca partecipazione alle competizioni, poca individualità definita e una vita di razzie continua, lì i Greci vedevano la barbarie sopravvivere in una forma arcaica. Tucidide diede appoggio a questa visione quando descrisse la vita dei primi Greci come simile a quella dei barbari. L’Epiro poteva essere definito barbarico, pur ospitando Dodona, uno dei centri più antichi e sacri della religione greca. Gli Euritani sembravano così rozzi che si diceva mangiassero carne cruda, e il loro linguaggio suonava oscuro sebbene derivasse da radici greche. Persino i Troiani, che in Omero sono vicini agli Achei per religione e costumi, gradualmente vennero vestiti, immaginati e giudicati come barbari asiatici. Per Burckhardt, ciò dimostra come l’idea che i Greci avevano di sé si sia ristretta, affinata e elevata al di sopra di un precedente mondo comune.

Una volta che i Greci volsero lo sguardo verso l’esterno, si videro collocati tra due grandi categorie di barbari. Aristotele tracciò la celebre immagine: da una parte i popoli del nord Europa, coraggiosi e liberi nello spirito, ma poveri di pensiero, arte, arte di governo e capacità di governare; dall’altra i popoli dell’Asia, ricchi di intelletto, conoscenza e antica cultura, ma deboli di coraggio e quindi soggetti al dominio. Burckhardt utilizza questo schema per organizzare la percezione che i Greci avevano del mondo circostante. I Greci appaiono sospesi tra la forza bruta e la raffinata sottomissione. Non appartengono né alla vasta energia tribale del nord né alla pesante macchina civilizzata dell’est. Attraverso questo contrasto, acquisiscono una propria definizione. La Grecia diventa un regno intermedio in cui il coraggio si unisce all’intelligenza, la libertà alla forma, e la città diventa la scuola di un tipo di essere umano distinto da entrambi gli estremi.

Nella narrazione di Burckhardt, Erodoto offre l’immagine più ricca del barbaro del nord, soprattutto nel suo ritratto degli Sciti. Questi popoli possedevano grande vigore, orgoglio e gioia guerriera. Un cavaliere nella steppa poteva provare un’immensa libertà personale, eppure la vita dell’intero popolo seguiva un’unica volontà comune. Burckhardt vede in loro una collettività razziale, quasi come l’ordine istintivo delle società animali, dove tutti si muovono su un unico livello di costumi, religione e azioni, mantenuti a tale livello a volte con la forza. Un popolo di questo tipo trae la sua forza dall’omogeneità e dal potere collettivo. Qualsiasi forte movimento verso la diversità minaccia l’intero gruppo. Da qui la dura sorte di Anacarsi, un nobile scita, e di Scile, un re scita, entrambi uccisi a causa della loro attrazione per il culto e le usanze greche. Burckhardt trova in questo mondo poco spazio per la libera competizione che ha caratterizzato l’individuo greco. I loro giochi mostravano la forza della tribù come massa. I loro banchetti potevano trasformarsi in spettacoli armati. Il loro ricordo del passato e del futuro rimaneva vago, mentre la forza del momento incombeva con tutto il suo peso. La guerra era il loro stato d’animo più elevato, spesso perseguita da una spinta interiore piuttosto che da un obiettivo preciso. Regalità, sepoltura, sacrificio, giuramento e religione recavano tutti lo stesso segno di energia collettiva e solidarietà magica.

A questo modello nordico, Burckhardt contrappone i barbari civilizzati dell’Asia: antichi nella cultura, potenti nella tecnica, ricchi di conoscenze accumulate, eppure vincolati in un altro modo. Qui la catena era rappresentata dalle caste, dal dispotismo e da una vita governata da forme imposte. L’Egitto offre il suo esempio più convincente. Riconosce i suoi immensi contributi alla cultura mondiale e il suo immenso orgoglio nazionale, eppure vede l’individuo egizio moralmente corrotto dalla sottomissione. Antiche paure, fardelli rituali, simboli e vincoli ereditari trasformavano la vita in un duro servizio. Il lavoro produttivo e la vita pubblica erano entrambi soggetti a una rigida necessità. Nei resoconti pervenuti da Erodoto, Burckhardt percepisce quella che interpreta come la mentalità di una popolazione sottomessa: ingegnosa, sospettosa e incline alla vendetta indiretta attraverso pettegolezzi e diffamazione. Considera persino le consuetudini legali, come l’uso di cadaveri come garanzia per i debiti, come segni di una società plasmata da costrizioni e coercizione di lunga data. L’egiziano emerge come tenace, resistente e persino immune alle torture, ma interiormente piegato da un sistema che lascia poco spazio alla libera crescita personale. Per Burckhardt, questo si pone in netto contrasto con il percorso greco.

Si sofferma poi sulla Lidia e sulla Persia, dove il rapporto tra i Greci e l’Asia assunse una forma storica più immediata. La Lidia appare relativamente vicina e a tratti persino favorevole, sia per antichi legami di parentela, sia per una parziale condivisione della religione e della vita greca. La Persia, invece, suscitava sentimenti diversi: paura, avversione e, in seguito, una maggiore consapevolezza della specificità greca attraverso la guerra aperta. L’Impero persiano, secondo Burckhardt, è una potenza immensa, sorta in epoca tarda, che governava vasti territori, con sovrani deboli dopo Ciro e Dario, e che impiegava grandi energie in ripetute riconquiste. Attraverso le guerre persiane, i Greci percepirono la propria diversità in modo più intenso rispetto al passato, e le successive interferenze persiane negli affari greci generarono un profondo senso di vergogna. Eppure, osservatori greci come Senofonte giunsero a scorgere anche l’enorme debolezza celata dietro l’apparenza imperiale. Le cerimonie di corte, lo sfarzo regale e la sacralità della regalità mascheravano un impero già svuotato. Ai tempi di Alessandro Magno, i mercenari greci erano gli unici soldati realmente efficaci nell’esercito persiano, mentre la leadership e le forze centrali dell’impero si erano indebolite e perse di affidabilità. Quando Alessandro spinse verso est, lo stato persiano si dissolse con sorprendente rapidità. Solo oltre, tra le popolazioni più resistenti delle regioni più remote, incontrò nuovamente la forza dei veri e propri “barbari della natura”.

Qui Burckhardt giunge all’immagine positiva dei Greci. I Greci sono liberi dalle rigide dinamiche di razza e casta. Vivono tra pari in costante competizione, nei grandi giochi, nella polis , nel mercato e nel portico , nel linguaggio, nel canto, nell’arte e nell’ambizione civica. L’agonismo è al centro del loro essere: la spinta verso la competizione continua, attraverso la quale i Greci definiscono se stessi nei giochi, nella politica, nell’arte e nel linguaggio. Persino l’arguzia, la derisione e la critica quotidiane infondono questo spirito nella vita comune. La mentalità greca si diletta nel contrasto tra ciò che è e ciò che dovrebbe essere. Risate, conversazioni, competizione, giudizio pubblico e la spinta alla distinzione plasmano i cittadini. Burckhardt contrappone tutto ciò all’Oriente, che egli vede come serioso, gerarchico, vincolato dalle caste e povero di aperta rivalità. I ​​barbari possono bere molto, obbedire, temere e sopportare, eppure i Greci dibattono, scherzano, competono e cercano la persuasione. Secondo lui, con i Greci si agiva per mezzo della ragione, mentre con i barbari era più indicata la forza. Questa formulazione rivela quanto profondamente Burckhardt colleghi la libertà greca all’individualità della mente.

La religione accentua ulteriormente il contrasto. La religione greca, secondo Burckhardt, reca gli stessi segni della vita greca: pluralità, tensione, personalità vivida e un mondo divino plasmato in una forma umana elevata. Gli dèi dell’Olimpo litigano, prendono posizione e rispecchiano le divisioni dell’esistenza greca, mentre la vita greca sulla terra ammette anch’essa molteplici prospettive e rivendicazioni contrastanti. La religione orientale appare governata da regole fisse e da rituali pesanti, plasmata dall’autorità sacerdotale ed espressa attraverso rigide forme simboliche: dèi con tratti animali, arti multipli e gesti formalizzati e ripetitivi. Gli dèi greci appaiono più giusti e saggi, e anche la divinazione greca sembra più ricca. Popoli stranieri si recavano a Delfi, Dodona e in altri santuari in cerca di guida. Creso, il ricco re di Lidia, offriva doni in abbondanza ai templi greci, mentre Mardonio, un generale persiano, consultava gli oracoli greci prima di prendere decisioni importanti. Le offerte provenivano da popoli lontani per riverenza oltre che per necessità. Alcuni sovrani stranieri fondarono persino culti greci nelle proprie terre. Attraverso tutto ciò, i Greci acquisirono un forte senso di superiorità religiosa. Si consideravano particolarmente pii, particolarmente abili nel rapportarsi con gli dèi, quasi sacerdotali nei confronti degli altri.

Burckhardt sottolinea anche l’influenza del tipo umano greco sui barbari. Accetta le testimonianze greche a questo proposito con relativa sicurezza. L’unione di bellezza fisica e forza mentale conferiva ai Greci un peculiare potere di attrazione. Burckhardt mette in evidenza la leggenda secondo cui la figlia di un capo ligure sceglie il greco Euxenos come marito, un atto che porta alla fondazione di Massalia, una colonia greca sulla costa mediterranea oggi nota come Marsiglia, e vi vede il simbolo di un modello storico più ampio. Lungo le coste del Mediterraneo e del Mar Nero, le colonie greche attirarono i popoli vicini attraverso il commercio, l’imitazione e l’ammirazione. L’alfabeto greco, gli ornamenti greci, le abitudini greche, il sapere greco e le esigenze greche si diffusero. In Egitto, una volta che il paese si aprì ai Greci, la vita economica fiorì, la ricchezza e la popolazione crebbero e un intero ordine preesistente iniziò a cedere il passo. La casta guerriera si ritirò in Etiopia, mentre la maggior parte della popolazione del Basso Egitto si adattò alle nuove condizioni e gradualmente formò una popolazione mista attraverso il contatto con i Greci. Burckhardt vede in questo processo un segno della vitalità greca e anche dell’effetto disgregante che la mobilità greca poteva esercitare sulle civiltà antiche e rigide.

Si sofferma quindi nuovamente sulla Persia, questa volta analizzando l’influenza greca a corte e la strana attrazione che l’impero esercitava sui singoli greci. Gli uomini greci raggiunsero posizioni di rilievo nell’Impero achemenide, servendo come medici, esuli a corte, consiglieri del re e persino come governanti o influenti personaggi politici. Le donne della casa reale desideravano schiavi greci. I re avevano sentito parlare degli atleti greci. Figure come Democede, Istieo, Demarato, Artemisia I di Caria e Temistocle riuscirono ad entrare nella corte persiana e a influenzare le decisioni ai massimi livelli. Burckhardt si sofferma su Temistocle, statista e generale ateniese, come l’immagine stessa della superiorità greca in termini di intelligenza, giudizio, capacità di improvvisazione, lungimiranza e oratoria. Tuttavia, mostra anche che i greci raramente si sentivano a casa nel mondo persiano. I suoi vasti spazi interni, gli infiniti viaggi e la distanza dal mare pesavano su di loro come un fardello per l’anima. Persino la ricchezza, il favore e l’intimità con la famiglia reale non riuscivano a lenire la nostalgia di casa. Le epigrafi degli eretriani sfollati nei pressi di Susa rivelano un dolore per la patria e per il mare che Burckhardt descrive con commovente forza. I Greci potevano influenzare la Persia, affascinarla, persino servirla, eppure il loro istinto più profondo li riportava sempre verso la polis e la costa.

Burckhardt ripercorre l’indebolimento e poi il rovesciamento dell’antica contrapposizione. Durante l’età classica, il contrasto tra Greci e barbari era al suo apice, sebbene già Erodoto ne offrisse una descrizione più equilibrata e perspicace rispetto a scrittori retorici successivi come Euripide, il cui teatrale abuso dei barbari viene trattato da Burckhardt con aperto disgusto. Una polis temeva di “diventare barbara”, sia per conquista che per graduale infiltrazione. Eppure il IV secolo portò un cambiamento. Le sofferenze dei Greci per mano di altri Greci spezzarono l’antico orgoglio. Filosofi come Antistene e Platone iniziarono a usare i barbari, o le civiltà orientali, come esempi di forza, saggezza o antica autorità. Dopo Alessandro Magno, vaste terre orientali entrarono nell’orbita della lingua e della cultura greca. Lo stoicismo dichiarò sia i Greci che i barbari figli di Dio. Eratostene, intellettuale di spicco del mondo ellenistico e direttore della Biblioteca di Alessandria, rifiutò l’antica divisione tra Greci e barbari e la sostituì con una distinzione morale basata sull’eccellenza e sulla bassezza. Da lì, la strada condusse all’ammirazione per i barbari, all’idealizzazione dei popoli lontani, al fascino per la saggezza orientale e all’elogio della pietà e dell’ordine civico barbarici. In quest’epoca tarda, afferma Burckhardt, i Greci arrivarono persino a pensare che, laddove i barbari si erano corrotti, l’influenza greca stessa avesse giocato un ruolo. Così, l’antica contrapposizione che un tempo definiva l’autocoscienza greca cedette lentamente il passo a un mondo più ampio e misto, in cui sangue, intelligenza, culti e pensiero barbarici entrarono a far parte della vita greca stessa.

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Max Weber e la svolta multipolare, Nietzsche contro la dignità del lavoro_di Constantin von Hoffmeister

Max Weber e la svolta multipolare

Lo spirito del capitalismo e la crisi del globalismo

Constantin von Hoffmeister

29 marzo 2026

∙ A pagamento

Il sociologo tedesco Max Weber (1864-1920) parte da una domanda apparentemente semplice che si apre su un vasto campo di indagine: cosa si intende per «spirito del capitalismo» e come è possibile coglierne il significato? Egli rifiuta qualsiasi definizione affrettata poiché il fenomeno appartiene alla storia piuttosto che all’astrazione, e la storia resiste alle formule ordinate. Weber affronta invece la questione come una costellazione di atteggiamenti, abitudini e significati che si fondono in uno schema riconoscibile all’interno di una specifica civiltà. Lo “spirito” emerge gradualmente, assemblato da pratiche reali ed esperienze vissute, e rivela la sua forma completa solo alla fine dell’analisi piuttosto che all’inizio. Questo metodo testimonia già di una tesi più ampia: la vita economica moderna poggia su un fondamento morale e psicologico che non può essere ridotto a semplici cause materiali, e l’indagine deve procedere con pazienza, assemblando frammenti in un tutto che abbia un peso culturale.

Per illustrare questo spirito nella sua forma più pura, Weber attinge agli scritti di Benjamin Franklin, le cui massime sul tempo, sul credito e sul denaro si leggono come un codice morale di condotta economica. Questi aforismi elevano la puntualità, la diligenza e la parsimonia a virtù direttamente legate al successo finanziario, eppure il loro tono trasmette qualcosa di più profondo di un semplice consiglio pratico. Essi suggeriscono uno stile di vita disciplinato in cui l’accumulo di capitale appare come un dovere piuttosto che come una scelta. Weber vede in Franklin la cristallizzazione di una nuova etica: l’individuo si vincola a un processo impersonale di accumulazione, trattando l’attività economica come una vocazione. Questo orientamento si distingue dai precedenti atteggiamenti nei confronti della ricchezza, in cui il profitto poteva essere perseguito, ma raramente santificato come fine morale in sé.

Weber sottolinea che questa trasformazione non può essere intesa come mera astuzia o opportunismo. L’ethos che egli descrive impone una forma di autocontrollo che assomiglia più alla disciplina religiosa che all’indulgenza mondana. Il piacere passa in secondo piano, mentre il lavoro sistematico e il reinvestimento assumono un ruolo centrale. La ricchezza cessa di funzionare come mezzo per il benessere e diventa invece una misura del valore personale espressa attraverso l’attività continua. In questa ottica, lo spirito capitalista appare paradossale: esige uno sforzo incessante mentre scoraggia il godimento dei suoi frutti, creando un modello di vita che sembra irrazionale se giudicato secondo semplici standard edonistici, ma del tutto razionale all’interno del proprio quadro di riferimento del dovere.

Al contrario, Weber introduce il concetto di tradizionalismo, un modo di vivere in cui gli individui lavorano solo quanto basta per mantenere gli standard consolidati. Il lavoratore tradizionale misura lo sforzo in base al bisogno, cercando la stabilità piuttosto che l’espansione. I tentativi di aumentare la produttività attraverso salari più alti spesso falliscono in questa mentalità, poiché il reddito aggiuntivo non ispira un maggiore impegno. Al contrario, i lavoratori riducono il loro impegno una volta raggiunti i guadagni abituali. Questo modello rivela una divergenza fondamentale: mentre il tradizionalismo ancora l’azione all’abitudine e alla sufficienza, lo spirito capitalista spinge verso un aumento costante, superando i limiti ereditati e ridefinendo lo scopo del lavoro.

L’analisi di Weber va oltre il mondo del lavoro per estendersi al comportamento degli imprenditori. Egli descrive l’emergere di un nuovo tipo di uomo d’affari che sconvolge le routine consolidate attraverso un calcolo rigoroso e un’organizzazione implacabile. Questa figura non fa affidamento su improvvisi afflussi di capitale o su speculazioni azzardate. Al contrario, introduce un nuovo orientamento verso l’efficienza, il controllo della qualità e l’espansione del mercato, trasformando interi settori industriali grazie a uno sforzo metodico. Il cambiamento spesso inizia in modo silenzioso, con risorse modeste, ma si sviluppa in una radicale riorganizzazione della vita economica. In questo processo, le vecchie forme di business, radicate nel comfort e nella continuità, cedono il passo a un ambiente più ostile, plasmato dalla concorrenza e dal reinvestimento.

Questa transizione comporta profonde conseguenze sociali. Le comunità, abituate a routine stabili, si trovano ad affrontare una nuova intensità di lavoro e di aspettative. La ricchezza si accumula in nuove mani, mentre chi non riesce ad adattarsi va incontro al declino. Weber osserva che questa trasformazione raramente procede senza intoppi. Essa provoca sospetto, risentimento e indignazione morale, poiché la nuova etica sfida valori consolidati da tempo. Il primo capitalista appare come una forza dirompente, che sconvolge le gerarchie consolidate e introduce una logica che privilegia l’efficienza rispetto alla tradizione. Nel corso del tempo, questa logica diventa dominante, rimodellando sia le istituzioni che la condotta personale.

Al centro dell’argomentazione di Weber c’è l’idea della «vocazione» (Professione), che vincola l’individuo alla propria occupazione come un obbligo morale. Questo concetto eleva il lavoro quotidiano a una sfera di rilevanza etica, conferendogli uno scopo che va oltre il guadagno immediato. L’individuo arriva a considerare il proprio lavoro come un fine in sé, un compito da perseguire con dedizione e serietà. Questo cambiamento rappresenta una rottura decisiva rispetto agli atteggiamenti precedenti, in cui il lavoro serviva spesso come mezzo per il tempo libero o la sussistenza. Sotto la nuova etica, la struttura della vita si riorganizza attorno all’attività continua, guidata da un senso del dovere interiorizzato.

Weber fa risalire le origini di questa trasformazione agli sviluppi religiosi, in particolare all’interno di alcune correnti del pensiero protestante. Queste tradizioni hanno favorito un approccio disciplinato alla vita, ponendo l’accento sull’autocontrollo, sulla responsabilità e su una valutazione costante della propria condotta. Nel corso del tempo, le fondamenta religiose di questa etica sono venute meno, ma la loro influenza è persistita in forma laica. Lo spirito capitalista porta quindi in sé un’eredità di disciplina spirituale, tradotta in comportamento economico. Ciò che era iniziato come un orientamento religioso si è evoluto in una norma culturale, plasmando le società ben oltre il suo contesto originario.

Man mano che il capitalismo consolida il proprio dominio, i fondamenti etici che un tempo lo sostenevano cominciano a svanire dalla coscienza collettiva. Il sistema continua a funzionare, sostenuto dalle strutture istituzionali e dalle aspettative sociali, anche se le motivazioni originarie perdono di chiarezza. Gli individui entrano in un mondo già organizzato attorno a questi principi, adattandosi alle sue esigenze per necessità. Weber descrive questa condizione come una sorta di recinto, in cui la vita economica impone la propria logica agli individui a prescindere dalle loro convinzioni personali. Lo spirito che un tempo animava il sistema si radica nei suoi meccanismi, guidando il comportamento attraverso pressioni esterne piuttosto che convinzioni interne.

Al giorno d’oggi, le intuizioni di Weber risuonano con forza sorprendente, specialmente nel contesto di un’economia globalizzata che estende la logica capitalista all’intero pianeta. La crisi del globalismo rivela tensioni simili a quelle individuate da Weber nelle trasformazioni precedenti. I sistemi concepiti per l’espansione incontrano dei limiti, mentre le popolazioni plasmate da tradizioni diverse resistono a modelli uniformi di lavoro e consumo. L’ethos disciplinato che un tempo guidava la crescita appare messo a dura prova in condizioni di saturazione, disuguaglianza e frammentazione culturale. La razionalità economica continua a operare, ma il suo fondamento morale appare sempre più incerto.

L’ordine globale riflette un paradosso che Weber aveva intuito in forma embrionale. Un sistema fondato sull’accumulo disciplinato genera oggi forme di eccesso che ne minano la coerenza stessa. Le reti finanziarie si espandono al di là della produzione tangibile, mentre il lavoro si distacca da identità e comunità stabili. Il senso di vocazione che un tempo dava significato al lavoro si è affievolito, sostituito da una ricerca diffusa di efficienza e profitto. In questo contesto, gli individui avvertono una disconnessione tra impegno e scopo, che rispecchia la tensione già osservata in passato tra organizzazione razionale e significato esistenziale.

L’analisi di Weber porta in ultima analisi a una questione più profonda sul futuro della vita economica: se lo spirito che un tempo sosteneva il capitalismo si è eroso, cosa lo sostituisce? L’ordine multipolare emergente segna un allontanamento dalle pretese universalizzanti del capitalismo globale verso una pluralità di modelli di civiltà, ciascuno fondato sulla propria logica morale e sociale. In questo sviluppo, la riaffermazione dei principi collettivisti e socialisti emerge con particolare chiarezza, specialmente nel caso della Cina, dove la pianificazione diretta dallo Stato, il coordinamento a lungo termine e una rinnovata enfasi sullo scopo collettivo modellano la vita economica in modi che divergono dall’ethos individualista descritto da Weber. Qui, il lavoro disciplinato e l’accumulazione rimangono centrali, ma sono inseriti in una struttura che subordina il guadagno privato a obiettivi nazionali più ampi, ripristinando un senso di direzione condivisa che contrasta con il carattere atomizzato del globalismo tardivo. Il modello cinese non abbandona l’organizzazione razionale; piuttosto, la reindirizza, integrando l’attività economica in una visione più ampia di continuità sociale e potere. In questo senso, l’ascesa della multipolarità riflette una riconfigurazione degli stessi principi analizzati da Weber, poiché lo spirito capitalista incontra forme concorrenti di ordine che attingono a tradizioni più antiche di identità collettiva e autorità statale, aprendo la possibilità di una nuova sintesi in cui la vita economica serve ancora una volta un fine comunitario consapevolmente articolato.

Nietzsche contro la dignità del lavoro

La cultura e il suo costo in termini di vite umane

Constantin von Hoffmeister

22 marzo 2026

∙ A pagamento

Friedrich Nietzsche esprime un giudizio severo sulla vita moderna. Egli sostiene che le persone oggi si aggrappino a idee rassicuranti per sopportare una dura realtà. Parlano della «dignità dell’uomo» e della «dignità del lavoro», eppure l’esistenza quotidiana della maggior parte di loro rimane vincolata alla necessità e alla ripetizione. Il lavoro riempie le ore, spinto dal semplice bisogno di continuare a vivere, e questo bisogno modella il pensiero stesso. Milioni di persone lavorano sotto pressione, il che lascia poco spazio alla riflessione, eppure continuano ad attribuire un linguaggio nobile alla loro condizione. Nietzsche vede in questo una forma di autoconservazione attraverso l’illusione. Se la vita stessa avesse un valore più alto, allora il lavoro potrebbe riflettere quel valore. Invece, il lavoro serve alla sopravvivenza, e la sopravvivenza da sola non ha il potere di creare un vero onore. Pertanto, queste idee funzionano come una sorta di decorazione morale posta su una condizione che rimane immutata sotto la superficie.

Nietzsche osserva che la cultura moderna riunisce due forze che sono in tensione tra loro, pur coesistendo nello stesso individuo. Da un lato c’è la lotta per l’esistenza, con le sue esigenze, le sue ansie e il suo sforzo incessante. Dall’altro c’è il bisogno di arte, di bellezza e di qualcosa che elevi la vita al di là della mera sopravvivenza. Queste forze non si fondono in armonia. Si scontrano l’una contro l’altra, creando un tipo umano diviso. Una persona può trascorrere la giornata a garantirsi il sostentamento, per poi rivolgersi all’arte la sera, alla ricerca di elevazione. Da questa divisione nasce il bisogno di giustificare la prima forza attraverso la seconda. La lotta per l’esistenza cerca conferma nell’arte e, in quel processo, adotta un linguaggio nobile. Le idee di dignità emergono da questo tentativo di dare un senso a ciò che altrimenti apparirebbe come una costrizione.

Al contrario, Nietzsche presenta i Greci come un popolo che affrontava l’esistenza con lucidità e moderazione. Essi affermavano apertamente che il lavoro comporta un disonore. La loro visione andava ben oltre: la vita umana stessa appare fragile, fugace e priva di valore intrinseco. Il lavoro riflette questa condizione poiché è al servizio della perpetuazione di tale vita. Anche quando la vita viene abbellita dall’arte, quando la scultura, la poesia e la tragedia elevano l’esperienza, la verità sottostante rimane visibile ai loro occhi. Chi lotta per la sopravvivenza non può allo stesso tempo abitare pienamente il regno della creazione artistica. I Greci accettavano questa tensione invece di mascherarla. Gli uomini moderni, al contrario, rimodellano il linguaggio per addolcire la realtà che affrontano e, così facendo, si allontanano da una comprensione più diretta dell’esistenza.

Nietzsche fa risalire l’origine degli ideali moderni a una forma più profonda di occultamento. Coloro che sono vincolati alla necessità sviluppano un linguaggio che permette loro di sopportare la propria condizione. Parlano di «parità di diritti», di «dignità universale» e del «valore del lavoro», eppure questi concetti fungono da copertura protettiva. Consentono agli individui di vedersi sotto una luce più favorevole pur rimanendo all’interno della stessa struttura. Nietzsche sottolinea che la vera dignità appartiene a un diverso livello di esistenza. Essa appare solo quando l’individuo trascende la sopravvivenza personale e agisce al servizio di qualcosa di più grande. Una tale condizione è ben lontana dalla lotta quotidiana della maggioranza e, per questo motivo, raramente entra nella coscienza comune.

Anche a quel livello superiore, Nietzsche individua un elemento che assomiglia alla vergogna. Egli ricorda come i Greci reagissero alle grandi opere d’arte. Le ammiravano profondamente, eppure non provavano alcun desiderio di diventare essi stessi creatori. L’atto della creazione rientrava nella stessa categoria del lavoro, poiché comportava sforzo, costrizione e sottomissione a una forza. L’artista non crea solo per libera scelta. Una potente spinta interiore lo costringe, e lui deve seguirla. I Greci riconoscevano questa necessità e vi vedevano qualcosa che limita la purezza dell’elevazione artistica. Potevano ammirare la bellezza pur riconoscendo il fardello che l’aveva prodotta, tenendo insieme entrambe le intuizioni senza confusione.

Partendo da queste riflessioni, Nietzsche delinea un quadro più ampio della cultura. La cultura artistica richiede un fondamento che la sostenga, e tale fondamento poggia su condizioni di disuguaglianza. Un gruppo più ristretto prende le distanze dalla lotta per la sopravvivenza e, grazie a tale distanza, sviluppa l’arte, la filosofia e forme di vita superiori. Questa distanza non nasce da sé. Dipende dal lavoro di molti altri che rimangono legati alla necessità. Il loro lavoro sostiene le condizioni che permettono alla cultura di fiorire al di sopra di loro. Il risultato appare raffinato ed elevato, eppure poggia su una base che rimane nascosta alla vista.

Nietzsche esprime questa conclusione in termini molto chiari. Egli afferma che la schiavitù appartiene all’essenza stessa della cultura. La sofferenza e il lavoro dei molti rendono possibile la creazione della bellezza per i pochi. Questa intuizione genera tensione all’interno della società. I movimenti che cercano l’uguaglianza e la giustizia reagiscono contro una struttura sociale che impone oneri a un gruppo e privilegi a un altro. A volte, forti ondate di compassione hanno sconvolto le forme culturali e le hanno rimodellate. Nietzsche cita come esempio il cristianesimo primitivo, dove da un movimento di questo tipo è emersa una nuova visione morale. Tuttavia, egli osserva anche che potenti sistemi di credenze possono fissare la cultura in un certo stato, mantenendola stabile e limitandone l’ulteriore crescita.

Ovunque si formino strutture solide, queste portano con sé una certa rigidità. Sia la cultura che la religione impongono un ordine, modellano i comportamenti e stabiliscono dei limiti. Questo schema riflette una struttura più profonda insita nella vita stessa. Ogni istante sostituisce quello che lo precede, e ogni nuova forma emerge attraverso la scomparsa di quelle precedenti. Creazione e distruzione sono indissolubilmente legate in un processo continuo. La cultura riflette questo schema. Essa avanza attraverso la forza, la trasformazione e l’uso degli individui come mezzi per fini più grandi. Coloro che ne fanno parte spesso non riescono a vedere chiaramente questo processo e parlano invece in termini che preservano un senso di dignità.

Lo Stato riunisce gli individui in una struttura, assegna loro dei ruoli e favorisce lo sviluppo della cultura all’interno di tale struttura. La sua origine risiede nella conquista e nella forza. I gruppi più forti impongono l’ordine a quelli più deboli e, attraverso questo processo, emerge una nuova forma sociale. I Greci riconoscevano questa origine e ne parlavano apertamente. Col tempo, tuttavia, le persone finiscono per accettare lo Stato come qualcosa di naturale e persino degno di ammirazione. Percepiscono in esso uno scopo che va oltre l’interesse individuale, anche se non riescono a articolare pienamente tale scopo.

Nietzsche analizza gli sviluppi politici moderni e individua un cambiamento. Sorgono grandi sistemi che mirano alla stabilità, al coordinamento e al vantaggio economico. Gruppi distaccati dagli istinti più profondi dello Stato acquisiscono influenza e utilizzano le strutture politiche come strumenti per i propri scopi. Idee che promettono pace, uguaglianza e diritti universali si diffondono ampiamente, sostenute da forze economiche che influenzano il processo decisionale. In questo contesto, la forza originaria che ha dato forma allo Stato diventa meno visibile. Lo Stato inizia a servire il calcolo e la gestione piuttosto che i processi più profondi che un tempo gli hanno dato forma.

Nietzsche conclude con un’immagine cruda tratta dalla guerra e dall’ordine militare. In queste condizioni, la struttura dello Stato si manifesta nella sua forma più chiara. Gli individui sono disposti in ranghi, a cui vengono assegnate funzioni, e plasmati come parti di un insieme più ampio. Il sistema rivela come una forma collettiva possa guidare e trasformare l’attività umana. All’interno di questa struttura, l’individuo acquista valore attraverso la partecipazione a uno scopo superiore. Da ciò Nietzsche trae la conclusione finale del suo ragionamento. Il valore umano non si manifesta da solo. Esso nasce dal ruolo che una persona svolge all’interno di una forza creativa più ampia, una forza che si muove attraverso gli individui e li utilizza per generare cultura, forma e risultati duraturi.

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Geopolitica e cultura paneuropee

La spezia deve scorrere!_di Constantin von Hoffmeister

La spezia deve scorrere!

Dune nella vita reale, ambientato in Medio Oriente.

Constantin von Hoffmeister30 marzo
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Il deserto brucia di nuovo, e questa volta la sabbia trasporta missili anziché parole. La guerra iniziata con gli attacchi israelo-americani contro l’Iran si diffonde ora come un’ondata di calore in tutta la regione, trascinando Libano, Yemen, il Golfo e il Mar Rosso in un unico, ininterrotto campo di battaglia. Gli imperi si scontrano per procura, con attacchi aerei e invisibili linee di alleanza, proprio come le Grandi Casate che circondano Arrakis. Ogni fazione rivendica necessità, destino e sopravvivenza, e ogni mossa stringe la spirale. In Dune , il potere si cela dietro rituali e profezie, mentre la violenza reale esplode in improvvise tempeste. Anche qui, i leader parlano di “sicurezza” e “ordine” mentre intere regioni vengono sconvolte dai bombardamenti, le popolazioni si disperdono e l’orizzonte risplende della luce delle infrastrutture in fiamme.

Le spezie devono scorrere, e in questo mondo le spezie portano con sé l’odore del petrolio greggio. Lo Stretto di Hormuz diventa il vero e proprio collo di bottiglia nel deserto, uno stretto passaggio attraverso il quale un tempo transitava un quinto dell’energia globale, ora interrotto, minacciato o completamente bloccato. I prezzi salgono alle stelle, i mercati tremano e le economie si rimodellano in base al flusso o all’assenza di questa sostanza vitale. Nell’universo di Herbert, chi controlla le spezie controlla la navigazione, l’impero e il futuro stesso. In questa guerra, chi influenza le rotte petrolifere piega l’intero sistema globale, dall’industria europea alla crescita asiatica, fino al fragile equilibrio delle valute e dell’approvvigionamento alimentare. Il pianeta desertico torna a vivere, solo che questa volta i satelliti osservano dall’alto e gli algoritmi speculano su ogni esplosione.

Poi si dispiega lo strato più profondo, quello che Herbert comprese con inquietante chiarezza: la fede si trasforma in forza. L’Iran risponde agli attacchi con missili e droni, le milizie alleate si sollevano oltre i confini, gli Houthi sparano oltreoceano, Hezbollah si muove di pari passo, ogni attore guidato tanto dalla convinzione quanto dalla strategia. Il conflitto è permeato da discorsi di escalation, martirio, destino e missione storica, che riecheggiano la jihad dei Fremen che attraversa la galassia in Dune . Questa guerra non si riduce a territorio o risorse; si tratta di mito, identità e di un senso di inevitabile confronto. I vermi delle sabbie si agitano sotto la superficie, invisibili ma decisivi, proprio come forze civilizzatrici più profonde spingono gli eventi oltre il controllo di qualsiasi singolo leader. Il risultato appare meno come una guerra convenzionale e più come una saga già scritta, che si dispiega riga per riga nel deserto del reale.

“Muad’Dib…” la voce trema tra le dune, tesa dal vento e dalla profezia. “Ci hai promesso acqua. Ci hai promesso un futuro scritto nelle stelle.” La figura ammantata si volta lentamente, gli occhi che brillano di quello strano fuoco interiore, come se avesse visto troppo, come se portasse il peso di innumerevoli sentieri già percorsi. “Ho visto la jihad,” dice, ogni parola che cade come una pietra nel silenzio. “Si diffonde nel mio nome, attraverso mondi che non posso fermare.” Un guerriero abbassa la spada, incerto, riverente, impaurito. Il cielo romba di motori lontani. “Allora comandaci,” implora il guerriero. “Comandaci di fermarci.” Una pausa, vasta come il deserto stesso. “Non comando nulla,” arriva la risposta, quasi un sussurro. “Il futuro comanda tutto.”

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Lo scontro lovecraftiano tra Trump e l’Iran

Dove l’impero incontra l’abisso

Constantin von Hoffmeister

20 marzo 2026

Non si dovrebbe mai cercare nulla di razionalmente comprensibile nelle dichiarazioni febbrili che attualmente escono dalla bocca di Donald Trump; esse infatti assomigliano meno al discorso di uno statista che agli incantesimi semicoerenti di chi si è attardato troppo a lungo ai margini di un orizzonte dove il significato stesso si dissolve in una nebbia pallida e fosforescente. Durante il fine settimana, se si può ancora fidarsi della banale sequenza dei giorni, egli ha lanciato i suoi appelli a una cerchia di nazioni, implorandole di aiutare gli Stati Uniti a forzare l’apertura dello Stretto di Hormuz, quel passaggio stretto e antico la cui importanza vibra come un nervo nascosto sotto la pelle visibile del commercio e dell’impero. Le risposte sono arrivate sotto forma di rifiuti, bruschi e intransigenti. L’Europa ha affermato la propria linea, prendendo le distanze dalla richiesta di Washington e segnalando una crescente distanza dal suo presunto signore. Eppure, con un curioso riflesso comune a chi avverte il crollo delle proprie narrazioni, Trump ha riformulato la sua richiesta come una prova, una deliberata sonda delle lealtà, come se avesse semplicemente allungato dei tentacoli nell’oscurità per misurare la risposta di entità invisibili. Gli Stati Uniti, ha insistito, si ergono in radiosa autosufficienza. Non hanno bisogno di nulla. Eppure, ha pronunciato un giudizio sulla NATO – un edificio che si è a lungo ritenuto dotato di una certa permanenza strutturale – dichiarando che il suo rifiuto è un grave errore. Le parole avevano la cadenza di una minaccia, sebbene distorta dalla peculiare deformazione dell’intenzione in incoerenza. Da quel balbettio, tuttavia, emerge una percezione con terribile chiarezza: l’ira di Trump si è fissata sull’Europa, come se un antagonismo assopito si fosse risvegliato sotto il sedimento dell’abitudine diplomatica.

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Il nucleo soggettivo, quel serbatoio ribollente di volontà e risentimento, esercita la sua pressione sugli eventi. Trump si rivela vendicativo, una figura che riconosce sempre meno limiti, come se i confini che un tempo circoscrivevano l’azione si fossero dissolti sotto l’influenza corrosiva del suo stesso Essere-nel-mondo. Qui il linguaggio di Heidegger si inserisce con inquietante precisione: Esistenza, quella radura scoperta in cui l’Essere si rivela, quando viene recisa dal suo autentico radicamento scivola in una condizione di proiezione irregolare, dove il mondo appare come un campo mutevole di possibilità arbitrarie. Un uomo che proclama di poter fare ciò che vuole con uno Stato insulare come Cuba, che medita pigramente di bombardare l’isola di Kharg in Iran “solo per divertimento”, abita un regno in cui possibilità e realtà si fondono l’una nell’altra come forme indistinte intraviste attraverso un velo di vapore cosmico. Una figura del genere non esiterebbe a infliggere umiliazioni alle nazioni alleate, se se ne presentasse l’occasione, poiché nel suo orizzonte l’Altro appare come una configurazione sacrificabile all’interno di un campo di interesse sempre più ristretto. Se ciò accadrà nel futuro immediato rimane oscuro, come forme ciclopiche in agguato appena oltre la soglia della percezione.

A questo punto, vengono in mente quei dialoghi frammentari conservati in certi archivi poco raccomandabili di Arkham, dove i testimoni, dopo aver intravisto la struttura sottesa degli eventi, faticavano a dare voce a ciò che li opprimeva:

«Ti dirò, Carter, c’è un ritmo di fondo, una cadenza più antica della politica. Le parole sono sbagliate… strisciano, si attorcigliano… eppure qualcosa parla attraverso di esse.»

«Attraverso di loro?» La risposta di Carter fu tesa, come se ogni sillaba gli costasse un grande sforzo. «Parli come se fosse un canale, un’apertura.»

«Un’apertura, sì, uno spazio attraverso il quale qualcosa si manifesta. Queste minacce, questi capovolgimenti, sono privi della consistenza dell’intenzione. Assomigliano a… emanazioni.»

Carter trattenne il respiro, mentre un leggero brivido gli attraversava il corpo. «Allora la figura che vediamo è solo la superficie, un’agitazione che si agita su un mare più profondo?»

«Esatto. E quel mare è immenso, Carter, immenso oltre ogni mappa. Una volta che se ne è udito il mormorio, il mondo non riacquista mai più la sua solidità di un tempo.»

Nel frattempo, Trump sprofonda, passo dopo passo, in una palude la cui densità sembra meno una questione politica che una fatalità cosmica. La rapida e gloriosa vittoria che aveva immaginato in Iran si allontana come un miraggio intravisto in un deserto alieno, dissolvendosi all’avvicinarsi in una distorsione informe. Ogni giorno di bombardamenti incessanti aggrava le perdite subite dai suoi partner arabi nel Golfo Persico, perdite che si accumulano con una terribile inevitabilità, come se fossero dettate da forze che guardano a tali disegni con totale indifferenza. L’economia globale trema, il suo intricato reticolo di dipendenze vibra sotto la tensione, evocando quelle strutture immense e vertiginose descritte in testi proibiti, architetture non euclidee la cui scala sminuisce la comprensione umana, le cui fondamenta poggiano su principi che nessuna mente può pienamente afferrare. Eppure, in un modo al tempo stesso agghiacciante e del tutto prevedibile, tali conseguenze sembrano pesare poco su di lui. Ancora più preoccupante è l’agitazione all’interno della base MAGA: un fermento inquieto nato dai crescenti costi della guerra e dall’inesorabile ascesa dei prezzi del carburante. Quello che un tempo appariva come un corpo unificato ora comincia a fessurarsi, come un edificio un tempo solido i cui supporti nascosti sono da tempo decaduti.

La guerra in Iran rivela di per sé un aspetto ancora più inquietante. Per Heidegger, il conflitto—discutiamo—è una lotta primordiale attraverso la quale un mondo viene alla luce. Qui, la guerra cessa di essere meramente strategica o economica; diventa il luogo in cui l’Essere stesso rivela la propria tensione interiore. Le nazioni e i leader appaiono come Esistenzacatapultati collettivamente in una situazione storica, legati da quella strana «condizione di essere catapultati» che colloca l’esistenza in circostanze mai scelte. Eppure ciò che si dispiega in questo conflitto porta il segno di un oblio più profondo, un dimenticanza di sétalmente profonda che tutti i partecipanti si muovono all’interno di un circuito chiuso fatto di calcolo, dominio e manipolazione tecnica. In questo oblio, la questione dell’Essere si dissolve nell’oscurità e l’azione diventa sempre più frenetica, sempre più distaccata da qualsiasi fondamento autentico. L’escalation assume così un carattere quasi rituale, come se ogni atto di forza fosse un’offerta a un ordine invisibile la cui logica supera la comprensione umana, trascinando tutti i partecipanti sempre più in profondità nel suo inesorabile dispiegarsi.

Le dimissioni del capo dell’antiterrorismo di Trump, Joseph Kent, si configurano come un segnale – sottile, ma carico di significato – simile alla prima debole scossa che precede una frattura tettonica. L’establishment americano, quella costellazione di potere diffusa e oscura, tollera l’incoerenza solo fintantoché è accompagnata dai risultati. Il chiacchierone può chiacchierare, purché mantenga le promesse. Quando i risultati vacillano e quando le sue azioni rendono la nazione ridicola agli occhi del mondo, la tolleranza svanisce a una velocità allarmante. Allora l’atmosfera si fa densa, carica di una tensione che sfugge a ogni definizione, come se presenze invisibili si fossero avvicinate.

In risposta, Trump sembra ricorrere istintivamente all’escalation, come se una maggiore intensità potesse dissipare il vuoto che avanza. Cerca di invertire la tendenza attraverso un rinnovato conflitto, per imporre una direzione a una realtà che resiste sempre più alle sue proiezioni. Eppure lo sforzo porta a ben poco. Il successo rimane sfuggente, ritirandosi sempre più in una distanza incommensurabile. Viene in mente quelle figure condannate che, avendo intravisto la struttura più profonda dell’esistenza, persistono nei loro tentativi di affermare il dominio, solo per scoprire che l’universo non cede, che rimane vasto, indifferente e fondamentalmente estraneo al desiderio umano. In un contesto del genere, l’attuale corso degli eventi assume una connotazione minacciosa. Perché quando l’azione continua sfidando la propria futilità, quando l’escalation sostituisce la comprensione, le conseguenze si dispiegano con una gravità che supera ogni immaginazione precedente. E così, ciò che ora appare come un semplice fallimento potrebbe ancora rivelarsi, col tempo, la soglia di qualcosa di molto più profondo e molto più terribile.

Il declino e la caduta di Donald Trump

La macchina da guerra divora l’impero.

Constantin von Hoffmeister

15 marzo 2026

La fine dell’impero sionista-statunitense: tagli regionali e globali che fendono l’etere come un bisturi arrugginito nella clinica dell’Interzona, dove Pax Americanagiace contorcendosi sul tavolo operatorio, la pelle arancione che si sta staccando per rivelare le vene del Mugwump che pulsano di lubrificante sionista sintetico; l’intero apparato è ormai un guscio tremante che riversa le sue ultime gocce di sangue-dollaro nella trappola di sabbia persiana. L’analista politico Cameron Macgregor parla del «di fine ciclo«… mentre la mina a contatto esplodeva. Il mito militare dell’Impero si dissolve in tempo reale, Israele ridotto a un cumulo di macerie fumanti mentre Washington agita le sue ali inutili, incapace di impedire ai suoi alleati di recidere gli ultimi fili del controllo.»

Il vecchio ordine si sta sgretolando: la supremazia militare è stata svuotata, l’indispensabilità economica è un brutto scherzo mentre le zanne della recessione affondano, i prezzi del petrolio urlano come ruggiti di chi è in astinenza, la crisi del credito privato ribolle sotto la facciata cromata di Wall Street, l’apocalisse occupazionale sta dilaniando il tritacarne americano, le azioni vacillano come ubriachi nella nebbia. Gli addetti ai lavori di Washington e i reazionari europei continuano a mormorare preghiere a Fukuyama, aggrappandosi al talismano della “Fine della Storia” mentre l’ordine mondiale si trasforma in qualcosa di post-neoliberista, freddo e alieno, non più loro. Eppure, tra i detriti sparsi, un debole sussurro latino tremola—Il morale saleIl coraggio si rafforza con la ferita.—lo spirito si rafforza, la forza ritrovata grazie alla ferita—e la tempesta invernale di Padre Pio mormora di primavere più rigogliose a venire, la mezza speranza di un tossicodipendente che la necrosi possa dare vita a qualcosa di molto diverso, forse molto migliore, se il paziente non muore prima. La panchina è rotta, l’ultima dose dell’impero è esaurita, e il sipario si chiude su un palcoscenico disseminato di bossoli vuoti e bandiere sbiadite.

Le culture si contorcono come organismi morenti attraverso cicli inesorabili: il mitico risveglio della primavera, la fioritura culturale dell’estate, la cristallizzazione intellettuale dell’autunno e la civiltà pietrificata dell’inverno, dove l’anima si indurisce in una macchina imperiale, mentre la democrazia si dissolve nel bagno acido del potere del denaro. Qui, in questo gelo terminale, le masse, alienate dalle loro radici, bramano il redentore cesariano, l’autocrate dai nervi d’acciaio che frantuma il giogo plutocratico, recuperando energie primordiali dalle macerie di parlamenti e partiti, forgiando un destino di sangue sull’oro.

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Spengler, quel profeta di sventura che invoca il martello di Nietzsche, immaginava questo cesarismo come una fase inesorabile del Destino, un’evoluzione secolare in cui l’«uomo del destino» emerge dalla palude anarchica del liberalismo, con l’istinto che trionfa sull’intelletto, nell’ultimo balzo dell’Occidente faustiano verso l’infinito cosmico. Non un semplice despota, ma l’avatar della necessità storica, che calpesta la «mente finanziaria» con la spada della razza e della tradizione, dando vita a una rinascita primitiva tra le rovine megalopolitane. Eppure Trump, questo fantasma dai toni arancioni che barcolla per la Casa Bianca, uno spettacolo di spavalderia e confusione, prosciugando il corpo politico di ogni scopo, non è un colosso, ma una farsa vuota, la sua presa troppo debole per il bastone imperiale.

Il vendicatore di Spengler dovrebbe radunare gli «uomini di razza» contro la tirannia monetaria. Trump si inginocchia davanti agli oligarchi, con il denaro dei donatori che gli scorre nelle vene come eroina. L’«America First» si contorce in fedeltà sionista, mentre la base si frantuma come un osso spezzato in una rissa da vicolo dell’Interzone. Nessun ruggito dinastico, solo il debole gracidio di un faraone da fast food, il cui regno è un Il pranzo nudoquadro di fame vorace, che si divora su se stessa in una frenesia di dazi, invettive ed entropia irreversibile.

Riflessione teorica: Spengler descrive l’Occidente nella sua «posa del tramonto», che rispecchia la senescenza della Roma tardoantica, dove il cesarismo segna la «Seconda Religiosità»: un rifugio mistico nella fede senza tempo in mezzo alla calcificazione politica. L’autentico Cesare, nello schema di Spengler, annienta la morsa della finanza con le verità eterne del sangue e del suolo, preannunciando un indurimento selvaggio. Ma Trump, l’impostore indebolito, rafforza la morsa dei banchieri: i suoi tagli fiscali sono un tributo sontuoso alla corporatocrazia, le sue tariffe erratiche uno scatto spasmodico che corrode l’egemonia americana, allontanando gli alleati che virano verso l’orbita di Pechino, mentre le catene di approvvigionamento globali si incrinano e i mercati un tempo dominati dal dollaro statunitense scivolano via come sogni d’oppio. In momenti come questi, quando la vasta macchina dell’impero ronza con una grandiosità vuota, si avverte – come un sognatore tormentato che vaga per i corridoi illuminati da lampioni di qualche fantasma orientale – che lo splendore del potere si dissolve in una languida irrealtà, uno spettacolo magnifico nell’apparenza ma già in via di dissoluzione nelle province oscure della memoria.

In questo inverno spengleriano, la profezia si ribalta: non è un Cesare virile a consolidare il regno, ma un pretendente decrepito ad accelerare il disgelo. Trump, la Nova Criminal, provoca un sovraccarico sistemico; i suoi editti, agenti virali, trasformano l’impulso faustiano in un carnevale di figure grottesche, mentre i tendini dell’impero si contraggono in un agonia.

Di Edward Gibbon Storia del declino e della caduta dell’Impero romanosvolgendosi come un monumentale catalogo del marciume imperiale, che ripercorre tredici secoli dall’apogeo di Traiano al saccheggio di Bisanzio, attribuendo il crollo di Roma a una sinfonia di decadenza interna e assalti esterni: perdita della virtù civica, incursioni barbariche, decadenza morale e l’abbraccio snervante del cristianesimo, che minò lo spirito marziale con dottrine di pazienza e pusillanimità, dirottando la paga delle legioni verso oziosi monaci. Gibbon, quello scettico dell’Illuminismo, dissezionò la “grandezza smodata” dell’impero come il seme della sua rovina: la prosperità che genera compiacimento, la conquista che moltiplica le vulnerabilità fino a quando il colossale edificio crollò sotto il proprio peso, i sostegni artificiali della disciplina e della virtù erosi dal lusso e dalla tirannia. I parallelismi si moltiplicano come locuste: l’America di Trump, gonfiata dall’unipolarità del dopoguerra fredda, è inquietantemente simile all’apice antonino di Roma, solo per precipitare nel declino gibboniano a causa dell’eccessiva espansione e dell’atrofia etica.

La guerra contro l’Iran, un pantano di arroganza, richiama alla mente i coinvolgimenti di Roma con i Persiani, che prosciugarono sia le casse dello Stato che il coraggio dei soldati, mentre la base di Trump, un tempo modello di “virtù” populista, degenera in litigi tra fazioni, con l’impegno civico soppiantato dal circo dei social media: pane e giochi circensi per l’era digitale. Gibbon lamentava la deriva edonistica dell’élite dall’ethos agrario stoico a stravaganti eccessi alimentati dal debito, che sovvenzionava le masse con sussidi pubblici; così Trump, il fallito dorato, fa lievitare i deficit con agevolazioni fiscali e dazi che fanno impennare l’inflazione, erodendo il “valore attivo” della classe media in un torpore risentito. Orde barbariche alle porte e invasori economici – la potenza industriale cinese, le interruzioni della catena di approvvigionamento – che sfruttano le debolezze interne, la corruzione politica che marcisce come le “liti interne” di Gibbon. Fazioni che divorano fazioni, senatori e generali che rosicchiano lo Stato per vantaggio privato mentre la struttura imperiale marcisce dall’interno.

Favorevole alla guerra, i tamburi di guerra risuonano nel suo cervello offuscato dalle anfetamine; l’Iran, la tana velenosa, è stato provocato fino alla rabbia. 28 febbraio 2026: ha inizio il blitz statunitense-israeliano, “Operazione Epic Fury”, un bombardamento preventivo e immotivato che si trasforma in un delirio volto a rovesciare il regime: bunker vaporizzati, silos missilistici sventrati, il Leader Supremo Khamenei eliminato con un attacco chirurgico da drone, o forse non così chirurgico, dato che viene spazzata via anche metà della sua famiglia. Trump grida “vittoria” dopo una dozzina di giorni, ma il pantano lo inghiotte: la risposta di Teheran soffoca lo Stretto di Hormuz, il greggio schizza a 120 dollari al barile, i flussi di GNL vengono interrotti, le infrastrutture arabe e le basi statunitensi vengono incendiate in inferni scatenati dalla determinazione iraniana alla vendetta. 175 bambini polverizzati dalla macchina militare americana in un’apocalisse nel cortile di una scuola. Emorragia fiscale: miliardi bruciati nella prima settimana dal complesso militare-industriale americano, arterie commerciali deviate, stagflazione che rosicchia mentre il PIL si arresta, prezzi al consumo alle stelle. Colpire l’Iran? Distrugge il mandato di Trump. Non una crociata di ideali ma un’assurdità tardo-imperiale: il potere americano scagliato attraverso sabbie lontane mentre il bottino si accumula altrove e il cuore dell’impero marcisce silenziosamente. Un impero inizia la sua caduta non quando perde le guerre, ma quando le combatte a beneficio di altri. Il conflitto come una mischia umida nell’Interzona, milizie che lanciano droni come proiettili narcotici, la superpotenza che sanguina nelle paludi mesopotamiche. Il «tessuto prodigioso» dell’impero cede alle ferite autoinflitte. L’avventurismo di Trump è parallelo alla critica di Gibbon all’arroganza imperiale, dove «le cause della distruzione si moltiplicavano con l’estensione della conquista».

Il vero bivio nella linea temporale in decomposizione, il colpo mancato nel poligono di tiro dell’Interzona, era la Groenlandia, sì, quella roccia ghiacciata che pende come un’appendice dalla massa continentale nordamericana. Trump avrebbe dovuto impadronirsene con un unico, brutale balzo, invece di inseguire fantasmi iraniani attraverso labirinti di sabbia. Immaginate la mossa: i marines che prendono d’assalto Nuuk sotto la copertura della notte polare, la bandiera danese strappata come l’involucro di un’immondizia di ieri, i documenti di acquisto ridotti a brandelli in un lampo di comando esecutivo. Nessuna offerta cortese questa volta, solo una nuda acquisizione, la corona artica strappata da sotto il naso dell’Europa. La NATO si sarebbe frantumata come vetro scadente. L’articolo 5 invocato da una Danimarca urlante, la spina dorsale dell’alleanza spezzata mentre l’America diventava sia aggressore che garante, l’intero patto transatlantico che si dissolveva in accuse reciproche e comitati paralizzati. L’UE, quell’idra burocratica già ansimante per le cicatrici della Brexit, si sarebbe frammentata ulteriormente. La Germania che urla di sovranità, la Francia che si pavoneggia nella furia gollista, il blocco orientale che guarda alle braccia aperte di Mosca, il sogno di un blocco continentale unito che va in frantumi in schegge di veleno nazionalista.

Un vero e proprio colpo ai globalisti, non i dazi di facciata o le guerre per procura che non facevano altro che ingrossare i loro conti offshore, ma un’amputazione radicale: il controllo delle rotte marittime artiche, dei giacimenti di terre rare, del petrolio polare in via di scioglimento, il tutto strappato dalla rete multilaterale e tenuto sotto il tallone americano. Il Cesare di Spengler avrebbe sorriso dalla tomba: sangue e terra riconquistati, i fili invisibili del potere finanziario tagliati con un’unica occupazione territoriale, l’inverno dell’Occidente trasformato in una feroce rinascita invece che in un senile groviglio. Invece, Trump ha scelto il miraggio del deserto, ha dissanguato l’impero in una fedeltà infinita a Israele e ha lasciato marcire intatto il vero premio mentre la panchina globalista rimaneva intatta. L’occasione è sfuggita come una brutta dose, e ora il ghiaccio si scioglie per qualcun altro.

Le elezioni di medio termine incombono come una falce sulla megalopoli, il massacro alle urne del 2026. I sondaggi preannunciano il disastro: i Democratici in ascesa, i Repubblicani in declino. Una perdita catastrofica: la Camera diventa blu, il Senato vacilla, le legioni MAGA si disperdono come pula. Paradosso spengleriano: il cesarismo dovrebbe soffocare il cadavere della democrazia, eppure la debolezza di Trump ne evoca la rinascita, mentre il caos invernale consuma il suo trono. Le farsesche elezioni di Roma sotto gli ultimi imperatori, la virtù civica evaporata, i voti (o le invasioni) dei barbari che fanno pendere l’ago della bilancia mentre le fazioni interne divorano la politica. L’imminente disfatta di Trump alle elezioni di medio termine richiama alla mente la narrazione di Gibbon sull’impotenza del Senato, dove “le ferite del tempo e della natura”, aggravate da “attacchi ostili”, hanno eroso le fondamenta della repubblica, con il declino morale che si manifesta nell’apatia elettorale e nella corruzione.

MAGA? Trasformato in MIGA: «Make Israel Great Again», con la frattura che lacera come una cicatrice da vivisezione. Rivolta dei fedeli: “Pedine negli scacchi di Israele!” mentre le munizioni americane piovono sotto l’imprimatur di Netanyahu, Rubio confessa l’istigazione di Tel Aviv. Tucker, Owens, Fuentes esprimono un senso antisionista, Marjorie Taylor Greene abbandona Capitol Hill, denunciando lo snobbamento dell’AIPAC nei suoi confronti come prova dell’apostasia del MIGA. Dati: il 70% dei repubblicani rimane fedele a Israele, ma con un calo di 10 punti, mentre gli opinion leader frantumano la falange. Trump avverte i benefattori: «Il mio gregge si sta allontanando da Israele», la crepa si spalanca, il MAGA si spegne, nessuna dinastia, solo una setta alla deriva nella distesa glaciale di Spengler. Il credo come un verme segmentato, che si contorce e si disgrega, il sionismo come droga iniettata. L’insidiosa ascesa del cristianesimo, secondo Gibbon, sovverte il vigore pagano di Roma con dogmi alieni, il clero predica la sottomissione mentre sottrae ricchezza, prefigurando la svolta filoisraeliana di Trump come una «religione» di fedeltà straniera, che erode la «virtù» nazionalista e alimenta un’intolleranza simile alla «superstizione» di Gibbon. Come Gibbon vide Roma scivolare verso il dispotismo orientale e il lusso di corte erodere la virtù civica, la MIGA incarna uno spettacolo gibboniano di incanto orientale, la debolezza di Trump che accelera lo scisma come l’«abuso» del cristianesimo che affrettò la caduta di Roma.

Eppure il giudizio di Gibbon coglie solo un aspetto superficiale del fenomeno. Il cristianesimo non fu mai semplicemente il languore di un mondo esausto. Fu la cristallizzazione spirituale finale di una civiltà che entrava nel suo inverno. Quando le forme imperiali si irrigidirono e le antiche virtù civiche si dissolvero, la fede in Gesù Cristo raccolse le energie disperse dell’Occidente in una nuova disciplina interiore, una forma religiosa capace di sopravvivere al crollo del guscio politico. Nei monasteri, nelle basiliche e nelle confraternite itineranti, la continuità spirituale dell’Europa persistette mentre le istituzioni marmoree dell’impero si sbriciolavano in polvere. Così la Croce divenne l’ultimo grande simbolo del mondo classico e il seme nascosto di quello medievale, trasportando l’anima occidentale attraverso l’abisso tra le rovine di Roma e le cattedrali che un giorno sarebbero sorte sopra le sue tombe.

La diga contro l’ondata straniera che sta diluendo il sangue dell’Occidente, ormai una debole parodia sotto la guida vacillante di Trump: niente più espulsioni di massa, la grande epurazione promessa nei sogni febbrili della campagna elettorale si è ridotta a semplici espulsioni di assassini e dei «peggio del peggio», la Casa Bianca sussurra ai lacchè del GOP di smorzare i toni sulle espulsioni di massa in vista delle elezioni di medio termine, concentrando la retorica solo sui criminali violenti, mentre i sondaggi, riflettendo il sentimento liberale, si inaspriscono di fronte all’aggressività. Come salvare l’Occidente in questo modo, la reazione primordiale di Spengler che esige una ferma riaffermazione dei confini della civiltà, non questa tiepida potatura dei rami più vili mentre il problema alla radice si infetta, i barbari alle porte di Gibbon accolti non con legioni ma con cesoie selettive, il vigore dell’impero minato da mezze misure di fronte alla dissoluzione demografica?

Così l’Occidente attende il suo Cesare e riceve invece una sfilata di pretendenti, mentre la macchina imperiale continua a macinare il suo cammino attraverso l’inverno di Spengler, vasta, magnifica e già svuotata nel profondo.

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