Svizzera: l’economia prima dell’etnia _ di Constantin von Hoffmeister
Svizzera: l’economia prima dell’etnia.
Il significato più profondo dell’ultimo voto in Svizzera
| Constantin von Hoffmeister15 giugno |

Il recente referendum svizzero che ha respinto le limitazioni all’immigrazione, con circa il 55% dei votanti contrari all’iniziativa dell’UDC (Partito Popolare Svizzero), è stato celebrato da funzionari governativi e rappresentanti del mondo imprenditoriale come un trionfo di “apertura e pragmatismo”. Il loro sollievo è stato rivelatore. Per chi è stata realmente conseguita questa vittoria? Certamente per i datori di lavoro in cerca di una forza lavoro più ampia, per i settori economici dipendenti da una crescita perpetua e per un sistema finanziario che tratta gli esseri umani sempre più come unità intercambiabili di produzione e consumo. Quella che è stata presentata come una vittoria dei valori liberali può invece essere interpretata come una vittoria del capitale sulla democrazia, dei mercati sulle persone e dell’economia sulla politica.
Questo risultato illustra perfettamente uno dei punti cardine della critica alla modernità liberale avanzata dal pensatore francese Alain de Benoist. Il liberalismo si presenta come la filosofia della libertà, ma in pratica dissolve tutte le identità collettive che potrebbero ostacolare la circolazione di beni, capitali e lavoro. Nel capitalismo globale, i confini diventano ostacoli, le culture merci e le nazioni mercati. Le politiche migratorie cessano di preoccuparsi della continuità di un popolo e diventano subordinate alle esigenze della crescita economica. Il sollievo espresso dagli imprenditori svizzeri dopo il referendum rivela quindi il vero sovrano dell’Europa contemporanea: non il cittadino, non l’etnia, ma il mercato.
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In questo senso, la Svizzera offre una sorprendente conferma de ” Il tramonto dell’Occidente” di Oswald Spengler . La visione di Spengler non descrive un semplice collasso, bensì l’esaurimento di una forma di civiltà. Il mondo tardo-faustiano sostituisce la cultura con la civiltà, il destino con la gestione e le comunità organiche con sistemi astratti. I dibattiti sull’immigrazione nell’Occidente contemporaneo raramente riguardano questioni di continuità storica o di eredità di civiltà. Sono inquadrati quasi esclusivamente attraverso il linguaggio della carenza di manodopera, del PIL, della demografia e dell’efficienza economica. L’etnia è scomparsa dalla politica; rimangono solo le variabili.
De Benoist sostiene da tempo che il capitalismo e il liberalismo, in ultima analisi, minano le stesse comunità su cui si fonda la vita politica. I mercati prosperano grazie alla mobilità; i popoli sopravvivono grazie alla continuità. Il capitale ricerca l’individuo fluido, svincolato da legami ereditari, mentre le civiltà nascono dalla memoria, dalle radici e da un destino condiviso. In questo senso, l’immigrazione di massa nel capitalismo globale spesso si configura meno come un progetto umanitario e più come un meccanismo per deprimere i salari, espandere i consumi e trasformare i cittadini in attori economici avulsi dalle identità storiche ed etnoculturali. Il paradosso della modernità liberale è quindi evidente: lo stesso sistema che proclama la “diversità” produce frequentemente un’omogeneizzazione culturale su scala planetaria, sostituendo popoli distinti con consumatori standardizzati.
Il referendum svizzero è dunque più di una semplice votazione isolata. È sintomo di un processo storico più profondo, descritto sia da Spengler che da de Benoist: la graduale subordinazione della sovranità politica agli imperativi economici. Mentre l’Occidente entra nel suo inverno di civiltà, la lotta decisiva potrebbe non essere più tra destra e sinistra, o nemmeno tra nazionalismo e globalismo, ma tra il dominio del capitale e la persistenza dei popoli storici. La grande domanda del nostro secolo è se nuove forme di civiltà, forse emergenti nel mondo multipolare che si sta delineando in Eurasia, possano recuperare una concezione della politica che ponga la cultura al di sopra dell’economia, la comunità al di sopra dei mercati e il destino al di sopra della crescita.
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