Italia e il mondo

Dalla voce che incantava le piazze al silenzio che ammortizza i colpi: la parabola della parola politica nella destra italiana, dal teatro della persuasione alla gestione tattica della nebbia, di Antonio Rossello

Dalla voce che incantava le piazze al silenzio che ammortizza i colpi: la parabola della parola politica nella destra italiana, dal teatro della persuasione alla gestione tattica della nebbia.

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C’è un filo che lega la destra italiana del Novecento a quella che governa oggi, e non è un filo ideologico: è un filo retorico. È la storia di come la parola politica — la sua capacità di incantare, di convincere, di costruire mondi — sia progressivamente scivolata dal centro della scena alla periferia della tattica. E in questa parabola si legge, insieme, una decadenza e uno splendore: la decadenza di una certa idea nobile e teatrale della politica, e lo splendore di una capacità di sopravvivenza che proprio da quella decadenza ha imparato a trarre la sua forza.

Il vecchio capo missino era, prima di tutto, un officiante della parola. Non aveva cultura politica nel senso tecnico, non era un teorico né uno stratega: aveva la politica nel sangue come teatro, come persuasione, come liturgia. La sua voce penetrava, il suo sguardo catturava, il suo linguaggio trasformava il fascismo in fascinazione allusiva. Sapeva infiammare con il fascino del proibito e con l’epopea dei vinti. Era, insieme, pifferaio e sacerdote: incantava la piazza e celebrava il mito. Amava l’italiano come lingua e come popolo, e per questo riusciva a suscitare amor patrio in un Paese che si vergognava di sé. Il suo habitat naturale erano il Parlamento e la piazza — o i loro succedanei, il partito e la televisione. Fu il primo leader televisivo di successo, capace di bucare lo schermo come nessun democristiano e nessun comunista. Ma la sua grandezza non stava nella lucidità del progetto: il progetto, anzi, naufragò. Stava nella capacità di farsi amare dal popolo di destra e di farsi ammirare da chi non lo votava. Una virtù rara, forse irripetibile: la capacità di rendere desiderabile ciò che era marginale, di dare dignità estetica a una comunità politica reietta.

Attorno a lui, la dialettica interna era turbolenta, frammentata, litigiosa: rivali fraterni, antagonisti interni, figure che non temevano di criticare il capo. Era una destra che si divideva, si scindeva, si combatteva — ma sempre dentro un orizzonte comune, quello della parola come strumento di costruzione politica. Anche i nemici culturali, gli eretici, i dissidenti interni parlavano la stessa lingua: quella della contesa ideale. C’era, insomma, un codice condiviso: la politica come dialettica, come scontro di visioni, come teatro del conflitto.

Poi venne il salto generazionale. Il vecchio capo scelse un giovane che non avesse un passato fascista e che non provenisse dalle correnti litigiose del partito. E scelse, come requisito principale, ancora l’oratoria: la capacità di parlare in televisione e nei comizi. La buccia c’era, il resto no. Fu l’inizio di una transizione che avrebbe cambiato la natura stessa della parola politica a destra: dalla parola che costruisce un mondo alla parola che gestisce un’immagine. Dal teatro alla vetrina. Dalla liturgia alla comunicazione.

E arriviamo all’oggi. La leader attuale non incanta le piazze con la voce che penetra e lo sguardo che cattura. Non officia liturgie. Non costruisce mondi. Fa qualcosa di più sobrio e, per certi versi, di più sofisticato: usa la parola come scudo. Dove il vecchio capo trasformava il fascismo in fascinazione, lei trasforma l’interesse nazionale in formula. Dove lui infiammava con l’epopea dei vinti, lei ammortizza con l’immutabilità dell’alleanza. Dove lui faceva della politica un teatro, lei fa della politica una nebbia gestita: parole che non indicano più le cose, ma che servono a non far vedere le cose. La frase “gli Stati Uniti restano alleati indipendentemente da chi li governa” non è un’affermazione politica: è un dispositivo. Ha una doppia funzione — difendere internamente chi la pronuncia, ammortizzare esternamente i colpi dell’imprevedibilità — e la sua efficacia non dipende dalla verità di ciò che dice, ma dalla sua capacità di rendere irrilevante la domanda sulla verità.

Qui sta la differenza fondamentale. Il vecchio capo era un classico della politica perché la sua parola aveva un referente: il mito, la nazione, la comunità, il nemico. Si poteva dissentire, ma si sapeva di cosa si parlava. La leader attuale è un classico di altro genere: la sua parola ha come referente non il mondo, ma la propria tenuta. Non costruisce un discorso per convincere, ma un dispositivo per resistere. Non persuade: resilia. E la sua abilità non sta nel fiuto politico — che è effimero, contingente, dipendente dal vento — ma nella capacità di cabotare tra eventi imprevisti, di difendersi con l’uso tattico del linguaggio, di trasformare l’incoerenza in coerenza narrativa. Una coerente incoerenza che fa rima con resilienza.

Eppure, in questa decadenza c’è uno splendore. Perché la destra italiana, passando dal teatro alla nebbia, ha imparato una cosa che il vecchio capo non sapeva fare: sopravvivere al proprio successo. Il vecchio capo vinse la sfida con i fuorusciti ma il suo progetto naufragò; la leader attuale ha vinto la sfida con la complessità, e il suo progetto è la propria permanenza. Non ha eredi, non ha scuole, non ha liturgie: ha una macchina di tenuta. Dove il vecchio capo lasciava un patrimonio ideale, politico e immobiliare a una destra che del suo partito aveva ereditato solo le correnti litigiose, la leader attuale lascia un metodo: la gestione linguistica dell’incertezza. È meno nobile, forse. Ma è più adatto al tempo.

Il tempo, del resto, è cambiato. Il vecchio capo appare quasi antico: la sua voce, la sua piazza, il suo teatro non funzionerebbero più. Oggi la politica non si fa con la voce che incanta, ma con la parola che ammortizza. Non con il mito, ma con la formula. Non con l’epopea, ma con la nebbia. E in questa nebbia, la destra italiana ha trovato una nuova forma di splendore: non quello dell’oratore che costruisce mondi, ma quello del navigatore che sa stare in mare senza vedere la riva. È una decadenza della dialettica e, insieme, uno splendore della resilienza. Il vecchio capo avrebbe forse disprezzato questa politica senza teatro. Ma avrebbe riconosciuto, forse, che la sua eredità più duratura non è stata l’ideologia, né il partito, né le correnti: è stata la lezione che la parola, quando non può più costruire, può ancora salvare.

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