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Da Bava Beccaris a Vannacci: la lunga ombra del pugno di ferro a Milano, di Antonio Rossello

Da Bava Beccaris a Vannacci: la lunga ombra del pugno di ferro a Milano

Un parallelismo storico tra i moti del 1898 e le recenti dichiarazioni del generale Vannacci sui “maranza”: quando il mito dell’ordine a tutti i costi ritorna nel dibattito politico milanese.

Tags: Bava Beccaris, Roberto Vannacci, Milano 1898, maranza, storia politica

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Editoriale: Il generale e la piazza. Da Bava Beccaris a Vannacci, la tentazione perenne dell’ordine

Milano, crocevia di tensioni sociali e laboratorio politico del Paese, si ritrova ciclicamente a fare i conti con la propria memoria storica e con i fantasmi di un’autorità che si fa spettacolo. La visita del generale Roberto Vannacci nel capoluogo lombardo — e le sue ormai consuete uscite verbali, arrivate a toccare il fenomeno giovanile e urbano dei cosiddetti “maranza” — riapre in modo quasi perturbante una linea di continuità sotterranea nella destra identitaria e securitaria italiana. Una linea che, attraverso epoche lontane, lega il generale del 1898 a quello del XXI secolo attraverso un filo rosso fatto di retorica della forza, militarizzazione del dibattito pubblico e culto della mano pesante.

1. Il precedente fondativo: Fiorenzo Bava Beccaris e la Milano del 1898

Per comprendere l’appiglio storico che lega queste due figure, bisogna tornare al maggio del 1898. Di fronte alla protesta popolare scaturita dal carovita (la cosiddetta “rivolta del pane”), il governo di Antonio Di Rudinì proclamò lo stato d’assedio a Milano, affidando i pieni poteri militari al generale Fiorenzo Bava Beccaris. La risposta non fu la gestione dell’ordine pubblico intesa come mediazione o tutela costituzionale, bensì la guerra mossa contro i propri cittadini: cannonate contro le barricate, truppe schierate e un bilancio di sangue che la storiografia ufficiale quantificò in centinaia di morti civili.

Quell’episodio non fu soltanto una pagina di repressione feroce; fu la consacrazione di un’ideologia: l’idea che il dissenso, la povertà organizzata e il tumulto sociale non meritassero risposte politiche, ma la sottomissione fisica attraverso l’uso sproporzionato della forza militare. Bava Beccaris divenne, agli occhi delle élite reazionarie dell’epoca, il salvatore della Patria, decorato persino con la croce di Grande Ufficiale dell’Ordine Militare di Savoia da Re Umberto I (il quale, di lì a poco, pagherà con la vita a Monza quel sostegno alla repressione).

Qui l’analisi dei centri decisori si fa decisiva. Bava Beccaris non agì in solitudine: fu il braccio esecutivo di una coalizione di élite — la corona, il governo Di Rudinì, l’alta burocrazia prefettizia e la componente militare più oltranzista — che vide nella piazza milanese non un interlocutore sociale ma un nemico da annientare. Il generale ricevette istruzioni precise, ebbe a disposizione tredici battaglioni e ventisei compagnie di fanteria, dieci squadroni di cavalleria e un reggimento d’artiglieria ippotrainata . Il suo piano operativo, «da tempo meditato», prevedeva la conquista sistematica della città per segmenti, dalla piazzaforte del centro verso le porte e i sobborghi . Non era ordine pubblico: era occupazione militare. E i centri decisori che lo avevano voluto — monarchia e governo — ne raccolsero i frutti politici: Bava Beccaris fu nominato senatore del Regno il 16 giugno 1898 . La teoria delle élite di Mosca e Pareto illumina qui il suo nucleo più crudo: una minoranza organizzata, detentrice del potere formale e sostanziale, utilizza l’apparato coercitivo dello Stato per conservare la propria posizione di dominio, indifferentemente dalla legalità costituzionale e dal consenso dei governati . Il «pugno di ferro» non è un accidente: è una tecnica di riproduzione del potere elitario.

Il mantenimento legale dell’ordine pubblico, va detto con chiarezza, è altra cosa. Esso presuppone la legge, la proporzionalità, la distinzione tra repressione del crimine e soppressione del dissenso. Bava Beccaris superò ogni confine: il suo «Tribunale giberna» comminò pene fino a sedici anni per i moti, colpendo Turati, Kuliscioff, Bissolati e don Albertario . Lo stato d’assedio durò 122 giorni, durante i quali Milano fu governata come un territorio occupato . La differenza tra ordine legale e ordine militare è incolmabile, e la storia di Milano la incarna nel suo stesso corpo.

2. Il salto temporale: il generale Vannacci e la retorica dei “Maranza”

Oggi, a più di un secolo di distanza, la spada lascia il posto alla parola televisiva e social, ma l’impostazione culturale mostra sorprendenti analogie. Quando Roberto Vannacci — figura che ha convertito i gradi militari in un brand politico sovranista — sbarca a Milano il 2 novembre per intervenire sul tessuto urbano e stigmatizzare il fenomeno dei “maranza”, non sta compiendo un’analisi sociologica. Sta replicando lo schema classico del “generale custode dei valori tradizionali” che individua nel degrado urbano e nei giovani ribelli o marginali il sintomo di una società in disfacimento, bisognosa di una cura autoritaria.

I “maranza”, etichetta mediatica spesso usata per definire gruppi di giovani di periferia (spesso figli di immigrati di seconda generazione o fasce popolari) dediti a microcriminalità o a comportamenti di disturbo urbano, diventano nel discorso di Vannacci il bersaglio perfetto. Non sono visti come una questione di inclusione, disagio sociale o politiche giovanili da governare, ma come una minaccia esistenziale all’ordine e al decoro che richiede, implicitamente o esplicitamente, un “pugno di ferro”. È la trasposizione moderna della piazza del 1898: ieri c’erano gli operai e i rivoltosi affamati considerati “sovversivi”, oggi ci sono le nuove periferie multietniche marchiate come “pericolo per l’identità”.

Anche qui, però, l’analisi dei centri decisori è necessaria. Vannacci non è Bava Beccaris, e la differenza non è solo nei morti. Bava Beccaris disponeva dell’apparato coercitivo dello Stato e agiva su mandato formale del governo. Vannacci dispone di un partito, Futuro Nazionale, e di un capitale mediatico costruito sulla provocazione. La sua Milano è un palcoscenico elettorale: gazebo in piazza Oberdan, un candidato sindaco che è anch’egli un generale, Carmelo Burgio, e la presenza di figure della destra radicale come Roberto Jonghi Lavarini, neo-iscritto al partito . La sua retorica dell’ordine non è un ordine eseguito: è un ordine promesso, offerto in cambio di consenso. La teoria delle élite, qui, si declina nella sua variante populista: un leader che si presenta come espressione diretta del «popolo sano» contro le élite «lassiste», ma che nel frattempo costruisce una propria cerchia ristretta di potere, con dinamiche oligarchiche che Michels avrebbe riconosciuto senza difficoltà .

3. Gli appigli della relazione: militarismo, identità e populismo punitivo

Quali sono, dunque, gli anelli di congiunzione tra Bava Beccaris e Vannacci? Sono molteplici e profondi:

Il mito della gerarchia e della forza come soluzione: Entrambi incarnano l’archetipo del capo in uniforme che pretende di risolvere problemi sociali complessi (la fame nel 1898, la sicurezza urbana e l’integrazione oggi) attraverso la categoria militare dell’amico-nemico e della repressione preventiva. La differenza è che Bava Beccaris poteva disporre dei cannoni; Vannacci dispone di un lessico che li evoca.

La politicizzazione dell’uniforme: Bava Beccaris agì come braccio armato di una politica reazionaria che voleva piegare il Parlamento e la piazza; Vannacci sfrutta il proprio passato e il proprio status militare per legittimare un’offerta politica populista basata sulla difesa dei “confini” (fisici e culturali). In entrambi i casi, l’uniforme non è un dettaglio biografico: è una risorsa politica che conferisce autorità e discredita la mediazione civile.

Il capro espiatorio: Per Bava Beccaris i rivoltosi milanesi erano “forze eversive” manovrate dall’estero o dai socialisti; per Vannacci, i fenomeni di marginalità urbana e i “maranza” sono il prodotto di un lassismo culturale e di un’immigrazione fuori controllo che minacciano l’ordine costituito. La funzione del capro espiatorio, nell’analisi delle élite, è nota: esso permette di convertire una crisi strutturale (disuguaglianza, povertà, esclusione) in una questione di ordine pubblico, spostando il conflitto dal terreno sociale a quello della forza.

La differenza sostanziale, ribadiamolo, sta nella legalità. Il mantenimento dell’ordine pubblico è un compito legittimo dello Stato, ma la sua legalità si misura nella proporzionalità dei mezzi, nel rispetto dei diritti fondamentali e nella distinzione tra chi delinque e chi protesta. Bava Beccaris cancellò questa distinzione: i suoi cannoni non distinguevano tra rivoltosi armati e cittadini affamati. Vannacci, dal canto suo, propone una scorciatoia retorica che, se tradotta in politiche pubbliche, rischierebbe di produrre lo stesso effetto: trattare un fenomeno sociale complesso come un’emergenza militare. La storia di Milano insegna che l’ordine ottenuto con la forza bruta lascia cicatrici che durano generazioni.

Conclusione

La visita milanese di Vannacci e le sue dichiarazioni riportano alla luce un tropo antico: la tentazione di delegare la complessità della convivenza civile alla figura del “generale” salvatore della patria. Se nel 1898 la risposta di Bava Beccaris lasciò una cicatrice indelebile nel corpo di Milano — e la teoria delle élite ci ricorda che quella cicatrice fu inflitta da una minoranza organizzata che vide nella repressione la propria assicurazione sulla conservazione del potere — oggi la versione mediatica di quel militarismo dimostra che la retorica del pugno di ferro non ha esaurito la sua presa elettorale. Ma la storia di Milano — città che dopo le cannonate seppe rialzarsi e scrivere pagine di democrazia e Resistenza — insegna che ai problemi sociali non si risponde con lo stato d’assedio morale, né ieri né oggi. L’ordine pubblico legale è una cosa seria, e la sua difesa non richiede generali: richiede istituzioni che sappiano distinguere tra il crimine e la complessità sociale, tra la forza necessaria e la violenza inutile.

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