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Il tradimento di Trump e la caduta dell’impero globale MAGA, di Constantin von Hoffmeister

Il tradimento di Trump e la caduta dell’impero globale MAGA

La morte di un sogno politico

Constantin von Hoffmeister1 novembre∙Pagato
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La caduta del MAGA è iniziata il 28 febbraio 2026, quando Donald Trump si è unito a Israele nell’attacco all’Iran. Quella decisione ha smascherato il grande inganno al centro del suo movimento politico. Trump aveva promesso di porre fine alle infinite guerre americane, di cacciare i neoconservatori da Washington e di ripristinare la sovranità del popolo americano. Aveva denunciato i disastrosi interventi in Iraq e Afghanistan, condannato la corruzione del Deep State e si era presentato come il nemico dell’establishment imperialista. Milioni di persone gli avevano creduto. Eppure, al momento della decisione, Trump ha scelto un’altra guerra in Medio Oriente. I missili americani hanno colpito l’Iran, la regione è precipitata nel caos e il consueto linguaggio di minacce, ultimatum e dominio militare è tornato a farsi sentire. Il cessate il fuoco di aprile e l’accordo di giugno non sono riusciti a produrre una pace duratura, mentre il conflitto continua a consumare risorse americane. Trump non ha distrutto il vecchio sistema. Ne è diventato il più fervente difensore. I neoconservatori non hanno più bisogno di rovesciare il MAGA perché il MAGA ha adottato le loro politiche. Il movimento che avrebbe dovuto porre fine all’imperialismo americano è diventato un ulteriore strumento per la sua perpetuazione. Trump ha promesso “America First” e ha scatenato un’altra guerra per un impero che si rifiuta di riconoscere i propri limiti. Da quel momento, le conseguenze politiche del suo tradimento hanno iniziato a diffondersi ben oltre Washington.

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Il declino dell’autorità di Trump si riflette ora nelle battute d’arresto subite dai leader politici che un tempo consideravano MAGA l’inizio di una rivoluzione conservatrice mondiale. In Ungheria, Viktor Orbán, uno dei più stretti alleati europei di Trump, ha perso le elezioni parlamentari di aprile contro Péter Magyar dopo sedici anni al potere. Orbán si era presentato come difensore della sovranità ungherese contro Bruxelles, ma la sua identificazione con Trump lo ha anche reso parte di un progetto politico americano la cui credibilità si stava progressivamente erodendo. In Serbia, Aleksandar Vučić ha subito una sconfitta decisiva a ottobre, quando l’opposizione guidata dagli studenti ha ottenuto la maggioranza parlamentare. Vučić aveva apertamente elogiato Trump, coltivato stretti legami con la sua famiglia e salutato il suo ritorno al potere come un’opportunità storica per rafforzare le relazioni della Serbia con Washington. Tale assetto è infine crollato sotto la pressione del malcontento interno. Gli studenti serbi hanno dimostrato che il rinnovamento politico non deve necessariamente provenire dall’opposizione liberale o dall’obbedienza a Washington. Il loro movimento ha sfidato un ordine politico consolidato senza però porre l’ostilità verso la Russia a fondamento del proprio programma. Queste sconfitte rivelano la debolezza della presunta alleanza internazionale MAGA. Trump si è presentato come il leader di un risveglio globale, ma questo risveglio assomiglia sempre più a un insieme di movimenti isolati che lottano per la sopravvivenza. Chi si aspettava una salvezza politica da Washington sta scoprendo che la Casa Bianca non può garantire il suo futuro.

La crisi in Polonia offre un’ulteriore dimostrazione dei limiti dell’influenza internazionale di Trump. Il presidente Karol Nawrocki, fervente ammiratore e alleato di Trump, si trova ora ad affrontare una crescente disputa con il governo di Donald Tusk in merito al Tribunale costituzionale. La controversia riguarda le nomine giudiziarie, l’autorità costituzionale e la legittimità delle istituzioni statali concorrenti. Nawrocki si è rifiutato di riconoscere diversi giudici eletti dal parlamento, mentre il governo di Tusk insiste sul fatto che il presidente non abbia il diritto di ostacolarne le nomine. Lo scontro è culminato con l’assedio della sede del Tribunale a Varsavia da parte della polizia, rivendicazioni contrapposte di autorità legale e accuse di appropriazione indebita della Costituzione. Bruxelles è ora intervenuta, con la Commissione europea che difende l’autorità del parlamento polacco in materia di nomina dei giudici e invoca decisioni della giurisprudenza europea. La disputa solleva seri interrogativi sui limiti dell’intervento europeo negli affari di uno Stato sovrano. Ma la difficile situazione di Nawrocki rivela anche la contraddizione del trumpismo in Europa. Come può un politico affermare di difendere l’indipendenza nazionale e al tempo stesso considerare l’amicizia con un presidente americano una fonte di forza politica? MAGA afferma di opporsi al globalismo, eppure ha incoraggiato i conservatori europei a organizzare la propria identità politica attorno al leader di una superpotenza straniera. Trump può lodare Nawrocki, invitarlo a Washington e denunciare i suoi oppositori. Nulla di tutto ciò risolve la lotta per l’autorità costituzionale polacca. Il presidente degli Stati Uniti non può conferire sovranità alla Polonia. Tale sovranità deve esistere indipendentemente sia da Bruxelles che da Washington.

In Brasile, Flávio Bolsonaro, figlio ed erede politico di Jair Bolsonaro, ha perso le elezioni presidenziali di ottobre contro Luiz Inácio Lula da Silva, ottenendo il 48,21% dei voti contro il 51,79% di Lula. Il movimento Bolsonaro aveva abbracciato Trump come leader simbolico di una rivolta conservatrice contro l’ordine internazionale liberale, pur mantenendo una posizione apertamente filo-sionista. Jair Bolsonaro aveva coltivato stretti rapporti con Netanyahu e suo figlio aveva promesso di rafforzare l’alleanza del Brasile con Israele e di trasferire l’ambasciata israeliana a Gerusalemme. Lula, al contrario, ha giustamente condannato la campagna israeliana a Gaza definendola un genocidio, si è opposto all’espansionismo israeliano e ha difeso la sovranità palestinese. Le elezioni hanno quindi evidenziato una fondamentale spaccatura geopolitica tra l’allineamento della famiglia Bolsonaro con l’asse Trump-Netanyahu e il sostegno di Lula a una politica estera brasiliana più indipendente in un mondo multipolare emergente. Le politiche aggressive di Trump in Sud America, in particolare l’intervento militare in Venezuela e i dazi punitivi imposti al Brasile, hanno fornito a Lula un valido argomento contro le interferenze straniere. La reazione negativa ai tentativi di Washington di dominare la regione ha contribuito a trasformare la stretta associazione di Bolsonaro con Trump in un punto debole a livello elettorale. La sua sconfitta può quindi essere compresa anche nel contesto della crescente opposizione internazionale alle politiche israeliane a Gaza e della resistenza alla rinnovata affermazione del potere imperialista americano sul Sud America da parte di Trump.

In Israele, la contraddizione è ancora più evidente. Benjamin Netanyahu, il cui governo ha goduto dello straordinario sostegno militare e diplomatico di Trump durante la guerra contro l’Iran, è uscito dalle elezioni di ottobre senza la maggioranza parlamentare. Il suo partito, il Likud, è rimasto il più grande, ma il suo blocco politico si è assicurato solo 53 dei 120 seggi della Knesset. Trump ha impegnato la potenza militare americana in una guerra combattuta al fianco di Israele, eppure Netanyahu si trova ancora ad affrontare un futuro politico incerto. Qui emerge con particolare chiarezza la trasformazione del movimento MAGA in quello che i suoi critici chiamano MIGA, “Make Israel Great Again” (Rendiamo di nuovo grande Israele). Trump aveva promesso di smettere di sacrificare vite e risorse americane per conflitti all’estero. Invece, la sua amministrazione ha fatto di un’altra guerra in Medio Oriente un obiettivo centrale della politica estera americana. Le sorti politiche di Netanyahu restano incerte, mentre gli americani pagano il prezzo della decisione di Trump. Il MAGA prometteva di mettere l’America al primo posto, ma la guerra di Trump contro l’Iran ha sollevato, all’interno del movimento, il dubbio che stia sacrificando gli interessi americani per servire Israele.

Il movimento trumpiano internazionale si fondava sul presupposto che gli Stati Uniti potessero guidare una rivolta mondiale contro lo stesso ordine liberale che il potere americano aveva contribuito a instaurare. Questa è sempre stata una tesi instabile. La sovranità nazionale non si raggiunge attraverso la fedeltà a un presidente americano, che questi si definisca un internazionalista liberale o un nazionalista. Un mondo autenticamente multipolare richiede centri di autorità politica indipendenti, non una rete di movimenti conservatori organizzati attorno alla Casa Bianca. Trump non ha mai risolto questa contraddizione perché non ha mai veramente accettato la fine della supremazia americana. Voleva che le nazioni sovrane ammirassero l’America, mentre Washington continuava a dettare i limiti della loro sovranità.

Le strade di diversi paesi offrono ulteriori prove del fatto che la cerchia internazionale di Trump non è immune al malcontento popolare. In Albania, il Primo Ministro Edi Rama si trova ad affrontare manifestazioni di massa per accuse di corruzione, costi dell’istruzione, disoccupazione e un controverso progetto di sviluppo costiero legato a Jared Kushner, genero di Trump. Rama non è un politico MAGA convenzionale, ma il coinvolgimento della famiglia Trump nel controverso investimento ha conferito alle proteste un collegamento diretto con l’ambiente politico e imprenditoriale del presidente americano. Nella Repubblica Ceca, Andrej Babiš si trova ad affrontare manifestazioni contro le modifiche proposte al finanziamento della televisione e della radio pubbliche. In Argentina, Javier Milei, che Trump ha ripetutamente accolto come alleato ideologico, si scontra con le proteste studentesche contro i tagli ai finanziamenti universitari e altre misure di austerità. In Cile, José Antonio Kast si scontra con la resistenza ai tagli proposti all’istruzione. Queste proteste nascono da rimostranze interne piuttosto che da una campagna unitaria contro Trump. Tuttavia, dimostrano che il linguaggio politico del MAGA non può nascondere le conseguenze pratiche delle politiche governative. Gli alleati di Trump parlano di libertà, rinascita nazionale e liberazione dalle élite consolidate, ma tali promesse vengono giudicate alla luce delle condizioni economiche, dei servizi pubblici e della condotta di chi è al potere. Il movimento MAGA avrebbe dovuto sfidare una classe politica che aveva perso il contatto con la gente comune. Invece, i suoi imitatori internazionali si imbattono spesso nella stessa rabbia che ha portato Trump alla ribalta. Il solito schema si ripete: grandi promesse dall’alto, crescente insoddisfazione dal basso.

La questione centrale non è più se Trump riuscirà a sconfiggere l’establishment liberale, ma se la sua politica estera si discosti sufficientemente da quella che ha condannato. La risposta risiede nel suo trattamento delle altre potenze sovrane. Trump avrebbe potuto riconoscere che Russia, Cina, Iran e altre civiltà possiedono interessi che non possono essere semplicemente subordinati a Washington. Avrebbe potuto accettare la transizione da un dominio unipolare a un mondo di potenze in competizione e negoziare di conseguenza. Invece, ha continuato a perseguire il primato americano attraverso la coercizione. Il movimento MAGA prometteva una rivoluzione nazionale contro l’impero. Sotto Trump, l’impero ha assorbito la rivoluzione.


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Sangue di guerra indiano

Scalpi e pistole

Constantin von Hoffmeister30 ottobre
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Questo è un estratto dal mio libro Il destino dell’America bianca (Multipolar Press, 2026).

Questo capitolo si concentra sulla frontiera come mito formativo dell’identità americana, esaminando la violenza, l’espansione e la trasformazione che hanno accompagnato la colonizzazione verso ovest. Considera come la memoria della conquista continui a essere attiva nell’immaginario culturale e storico della nazione.

Hagen von Tundra, un’anima faustiana, narra la storia di coloni che si avventurarono nel cuore delle terre di confine selvagge. Attraversarono praterie, paludi e pianure, spinti da una marea che si dirigeva verso ovest. Il bagliore accecante del sole al tramonto illuminò un cumulo di cadaveri rossi, preparando il terreno per la storia agghiacciante che stava per dipanarsi. Con i volti pallidi, le pistole in pugno e i fucili a ripetizione spianati, spararono in un desolato poligono di tiro, riconquistando la biosfera per nobili spedizioni che si snodavano tra venti gelidi all’alba.

Ricordate il castello, assediato su tutti i fronti. Le tende dei carri sventolavano disgustate dalla noncuranza degli invasori, la loro sfida un mero mormorio contro le bestie selvagge che vagavano per la terra. Kapow! Kapow! Cadde un pennuto, zoppicando a malapena come un debole su una sella logora e rubata. “Regali allora! E ora dove?” risuonò la domanda attraverso la distesa selvaggia, dove gli orsi erano troppo selvaggi e le donne troppo docili, apparecchiando la tavola e preparando il focolare mentre gli uomini erano là fuori, a piantare e scavare le proprie tombe.

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Le generazioni future avrebbero rivolto lo sguardo verso l’interno, riflettendo la propria raffinatezza, mentre davanti a loro il paesaggio si estendeva a perdita d’occhio. Sentite l’odore delle palme irrigate dal fuoco, rivolte verso l’alto e supplicanti di avanzi? Nel cuore di questa terra passionale, ribolliva una rabbia rossa per uccidere i rossi, per flagellare il paese dalla sua piaga. Linea dopo linea, progettarono una complessa griglia di corsie e treni per modernizzare, per civilizzare un’antica terra intrisa di intenzioni malvagie. Per la misericordia di Dio, la purificarono, facendola risplendere con mille grattacieli che trafiggevano le nuvole. E nella loro spietata avanzata, non ascoltarono mai il grido della mezza bestia morta, perché la loro era una missione di destino divino, una marcia per domare la natura selvaggia e dare inizio a una nuova era di civiltà.

Eppure, quando i fuochi si ridussero a braci e i fucili tacquero, un mormorio più profondo si levò dalla terra stessa, e lui mi parlò con una voce tesa da una pressione invisibile: «Credi che sia finita con la loro vittoria?». Risposi con incertezza, perché la terra davanti a noi sembrava alterata in modi che nessun conteggio di conquiste poteva spiegare. «Credevano di averla bonificata», dissi, sebbene le parole suonassero deboli, insufficienti. Scosse lentamente e deliberatamente la testa. «Nulla è bonificato», replicò. «Solo ricoperto. Solo ricoperto da strati di nomi, strade e strutture che fingono di essere permanenti». Un vento si mosse attraverso la pianura, portando con sé un debole odore di carne bruciata e di qualcosa di più antico, qualcosa che si aggrappava sotto la superficie delle cose. «Allora cosa rimane?», chiesi, sebbene anche mentre parlavo sentissi la risposta premere dal basso. Si sporse più vicino, con gli occhi fissi sull’orizzonte dove l’ultima luce svaniva in una foschia opaca e metallica. «Impressioni», disse. «Residui di azioni, di violenza, di volontà imposta e contrastata. Si depositano nel terreno, nella memoria, nella struttura stessa del mondo che segue.» Il silenzio si fece più profondo, denso, quasi tangibile, e per un istante ebbi la sensazione che le vaste reti di strade e torri, le superfici scintillanti delle città, non si ergessero come un trionfo finale, ma come un sottile e tremolante strato teso su qualcosa che non si era mai arreso, qualcosa che attendeva pazientemente sotto le linee misurate del progresso, sopportando ogni tentativo di definirlo, di dominarlo, di rivendicarlo come completo.

Cavalcavano verso ovest sotto il bagliore accecante di un sole morente, ammassando cadaveri rossi come offerte a dei invisibili, mentre le tende dei carri sventolavano in un silenzioso disgusto e le bestie selvagge della vecchia terra ruggivano la loro vana sfida; eppure, anche mentre purificavano la terra dalla sua antica piaga e posavano la griglia di ferro di corsie e binari lucenti, non udirono mai l’ultimo grido della mezza bestia morta provenire dal suolo che avevano “civilizzato”, perché in quell’avanzata spietata la frontiera non si chiuse; fu semplicemente interiorizzata, ora marcisce nell’anima della repubblica dell’era delle macchine, in attesa di eruttare di nuovo quando le ultime illusioni di raffinatezza crolleranno e i grattacieli stessi cominceranno a urlare!

Durante le brutali guerre indiane, i coloni si scontrarono con le tribù indigene. Sangue e fuoco segnarono quest’epoca oscura, mentre conflitti e massacri si diffondevano in tutto il paese. Intere tribù, come gli Yuki in California, furono spinte sull’orlo dell’estinzione. In mezzo al caos, il ciclo di violenza e deportazione tracciò una scia di distruzione, evidenziando gli effetti di una civiltà votata alla conquista e al dominio.

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