Italia e il mondo

Paradigmi perduti, di Aurèlien

Paradigmi perduti.

In attesa del boato delle bombe.

Aurelien4 novembre
 
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Quando ci si trova coinvolti per la prima volta nella vita reale in crisi politiche internazionali, anziché limitarsi a leggerne, ciò che di solito colpisce di più è la loro complessità quasi infinita. Parte di questa complessità è ovviamente insita nella situazione di crisi stessa, poiché anche una crisi “semplice”, le cui origini sono ragionevolmente ben comprese, presenta spesso molteplici sfaccettature, livelli e sfumature.

Ma al di là di ciò, sono proprio i diversi attori, le diverse relazioni tra loro e il rapporto di ciascuno con le (diverse) questioni a costituire l’origine della maggior parte della complessità. Infatti, in una crisi politica, la complessità può essere vista come una proprietà emergente di sistemi semplici sottoposti a sollecitazioni, man mano che il numero degli attori supera una certa soglia. Come regola generale, la complessità di una situazione di crisi aumenta geometricamente all’aumentare aritmetico del numero di attori. E questa complessità emergente sembra riflettere qualcosa di intrinseco al comportamento umano in condizioni di stress. Nel corso dei decenni ho condotto numerose esercitazioni di simulazione di crisi con giochi di ruolo in diversi paesi, e ciò che è interessante è che scenari iniziali piuttosto semplici sfociano in sviluppi altamente complessi man mano che i partecipanti interagiscono tra loro, e l’esito finale non è mai lo stesso, anche a parità di punti di partenza.

La realtà è peggiore, come al solito. Alla complessità intrinseca della situazione stessa, bisogna aggiungere le fazioni e le sottofazioni direttamente coinvolte, gli altri attori e gli interessi direttamente colpiti dalla crisi, gli Stati interessati a trarne profitto, gli Stati preoccupati dalle potenziali conseguenze, quelli che ritengono che i propri interessi siano in gioco, quelli che temono che altri Stati intervengano contro i propri interessi, quelli che vogliono, o non vogliono, il coinvolgimento di Stati esterni, e gli Stati Uniti, che sembrano incapaci di restare fuori da qualsiasi cosa. Ci sono anche istituzioni regionali e internazionali, insieme all’UE, all’ONU e, in effetti, all’intera “zuppa di lettere”. Poi, naturalmente, ci sono i legami tra questa particolare crisi e tutte le altre questioni che tutti gli altri Stati hanno tra loro, a livello bilaterale e multilaterale. A ciò si aggiungono i media, il Parlamento e i gruppi di pressione. E questa crisi, ovviamente, sarà solo uno dei tanti argomenti che i vari governi devono affrontare ogni giorno, individualmente e collettivamente. Ecco perché descrivo spesso la maggior parte dei tentativi di affrontare le crisi al giorno d’oggi come poco più che gestione delle politiche, vale a dire che si dedica così tanto tempo a gestire tutte queste relazioni che rimane poco tempo per cercare effettivamente di affrontare direttamente il problema in sé, cosa che comunque non si può fare da soli.

Qualsiasi tentativo di affrontare concretamente la portata completa (e spesso mutevole) di questa complessità è comunque impossibile, ed è una perdita di tempo provarci. Il meglio che i governi e i loro attori possano fare è cercare di mantenere l’attenzione sul piano strategico e, anche se non sono sicuri di quale sia la direzione giusta, almeno essere coerenti con la direzione che stanno seguendo. La grande tentazione, d’altra parte, è quella di concentrarsi invece su ciò che si riesce a comprendere, a scapito di ciò che va fatto e persino compreso. È straordinario, guardando alle crisi del passato, quanto sforzo sia stato sprecato su questioni secondarie, semplicemente perché erano abbastanza semplici da comprendere e tutti potevano avere un’opinione al riguardo. Dobbiamo quindi affrontare tutta questa complessità, inevitabilmente, attraverso processi di astrazione; ed è proprio di questo che voglio parlare oggi.

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Il primo è l’uso dei paradigmi. Ora, sebbene questo termine sia stato “rapito” da Thomas Kuhn per il suo studio sui cambiamenti nei sistemi di pensiero scientifico, più in generale, fin dai tempi dei Greci, ha significato semplicemente “modello” o “schema”. Qui la uso in senso colloquiale moderno: un insieme di presupposti e concetti che pretendono di spiegare il mondo e forniscono linee guida per l’azione e una certa sicurezza riguardo alle sue conseguenze. Permettetemi di approfondire un po’ questo concetto. Un paradigma non è, ovviamente, la realtà. Né è una descrizione completa della realtà, altrimenti sarebbe come la famosa mappa di Borges che era grande quanto il territorio stesso. È un’astrazione, un insieme preesistente di idee sul mondo che ti permette di comprendere e interpretare, almeno in teoria, ciò che vedi accadere. Fondamentalmente, identifica il tipo di problema con cui hai a che fare e, di conseguenza, lo colloca nel contesto delle tue aspettative normative e dei tuoi modi abituali di procedere. Suggerisce inoltre le linee d’azione che si possono intraprendere e, almeno in teoria, idee su ciò che funzionerà e ciò che non funzionerà. Così, per una generazione dopo la Guerra Fredda, è esistito un paradigma per affrontare i conflitti in Africa, che partiva da una serie di presupposti generici sulle cause e sulle soluzioni dei conflitti. Prevedeva una forza militare dell’ONU, una missione civile dell’ONU, la presenza di attori esterni come l’UE e la Banca Mondiale, programmi di smobilitazione, disarmo e reinserimento, riforma giudiziaria, educazione di genere, la formazione di un nuovo esercito nazionale, commissioni per la verità, processi per crimini di guerra e molte altre cose. Il paradigma è stato applicato essenzialmente anche all’Afghanistan (seppur sovrapposto a una guerra in corso) ed è diventato progressivamente sempre più complesso col passare del tempo, senza mai ottenere risultati concreti. Ma almeno era un paradigma.

I paradigmi sono essenziali anche se gli Stati vogliono dialogare tra loro. Una conversazione produttiva di cinque minuti nei corridoi dell’ONU tra due ministri degli Esteri è possibile solo se esiste un paradigma condiviso, o in gran parte condiviso: altrimenti parlano senza capirsi. Infatti, una delle tante ragioni per cui i negoziati falliscono o non iniziano nemmeno è che le due parti hanno paradigmi diversi e quindi parlano di cose diverse. Ci sono periodi, come vedremo, in cui i paradigmi possono essere ampiamente condivisi, sebbene raramente siano universali. Ma ci sono anche periodi – e noi ci troviamo proprio in uno di questi – in cui circolano frammenti sconnessi di paradigmi, e politici ed esperti vi si aggrappano disperatamente, perché in realtà non c’è nient’altro, e comunque è semplicemente impensabile per un governo ammettere di non avere alcuna base intellettuale per cercare di comprendere ciò che sta accadendo.

I paradigmi tendono a generare euristiche, che potrebbero essere descritte come scorciatoie, basate forse sulla nostra esperienza, ma anche su ciò che ci è stato detto, su ciò che abbiamo letto e su ciò che tutti intorno a noi danno per scontato. Le euristiche non sono necessariamente sbagliate, ma il punto fondamentale è che non si basano su prove concrete né sono il risultato di un’analisi razionale in un dato momento. Si fondano su una sensazione soggettiva riguardo alla linea di condotta giusta, o alla corretta interpretazione di una situazione, a cui si giunge molto rapidamente. Lo si vede, ad esempio, nelle notizie dei media che suggeriscono immediatamente che il paese X fosse dietro all’incidente Y avvenuto cinque minuti fa, perché in passato ci sono state così tante accuse simili che questa è la prima cosa che viene in mente.

I paradigmi rappresentano il modo fondamentale in cui tutti noi, nel governo o altrove, dobbiamo affrontare il mondo in primo luogo. Chi di noi si ritiene più consapevole può cercare di andare oltre i semplici paradigmi e cercare di garantire che gli schemi mentali che siamo costretti a utilizzare siano il più possibile privi di pregiudizi, ma dobbiamo comunque partire da qualche parte. Li incontriamo anche nella nostra vita quotidiana, nei nostri rapporti con gli altri. Tutti abbiamo incontrato, e probabilmente ci siamo sentiti infastiditi da, quella persona con il paradigma della «visione d’insieme», che ha un’opinione su ogni questione internazionale, solitamente priva di sfumature e talvolta intellettualmente rozza. «Capisco cosa sta succedendo», afferma questa persona. Come al solito: «È tutta una questione di…». Segue poi una spiegazione banalmente riduttiva sul petrolio, sulla rivalità tra superpotenze o su qualsiasi altra cosa. Un approccio del genere non richiede una comprensione approfondita di nulla: le statistiche e le prove visive non hanno alcuna importanza perché possono essere falsificate, e chiunque sia morto di recente è stato ovviamente assassinato da X o Y per garantire l’insabbiamento. Questo paradigma non riguarda le teorie del complotto, sebbene i due aspetti si sovrappongano: è essenzialmente il prodotto dell’impulso umano a trovare risposte semplici a domande complesse, sebbene serva anche allo scopo più banale di garantire che chiunque, dall’esperto da bar al commentatore ostinato su Internet, abbia sempre qualcosa da dire su qualsiasi nuovo evento. Se il tuo livello di spiegazione è sufficientemente generico, allora non potrai mai essere smentito. («Ah, ma tu non ti rendi conto del quadro più ampio di manipolazione che c’è dietro…») E questa specie si trova anche su Internet, nell’insopportabile “esperto di geopolitica” che sa tutto di tutto, tranne che non capisce nulla di nulla. Ma non si lasciano fermare da questo: il loro modello di business dipende proprio da questo.

Le culture hanno dei paradigmi reciproci. Quando andai in Giappone per la prima volta, quasi cinquant’anni fa, rimasi molto colpito dall’immagine culturale condivisa della Gran Bretagna, fortemente antiquata e idealizzata, che la maggior parte dei giapponesi aveva. (Era un po’ meno evidente nelle grandi città che in campagna, dove pochi giapponesi avevano mai visto uno straniero.) Era come se all’arrivo in aeroporto mi avessero dato un abito e una maschera da indossare, e non aveva senso protestare. La cultura popolare giapponese, infatti, enfatizzava tutti questi cliché, importando proprio quegli elementi della cultura britannica che sembravano confermarli. (Ad esempio, nel 1981 impazzirono per il matrimonio di Carlo e Diana.) E questa percezione veniva di fatto rafforzata quando i turisti giapponesi si recavano nel Regno Unito, poiché venivano portati a visitare proprio quelle parti del Paese e quei luoghi che desideravano vedere, perché, a loro volta, li “conoscevano” già. (Lo stesso vale, tra l’altro, ancora di più per la Francia: l’immagine popolare di Parigi in Giappone è una parodia romantica della realtà.)

Spesso, come in questo caso, questi paradigmi sono sostanzialmente innocui. Ma a volte possono minare in modo fatale la visione del mondo di una cultura. Le culture post-imperiali ne risentono più di altre, e quelle post-ottomane più di tutte. Ho già citato in precedenza il lamento del grande scrittore egiziano-libanese Amin Malouf riguardo all’effetto che il secolare senso storico di lontananza da Istanbul, e l’impotenza della popolazione locale di fronte ai misteriosi meccanismi dell’Impero, hanno avuto sulla cultura politica del Levante contemporaneo. Se avete trascorso molto tempo lì, apprezzerete il commento stanco di Sabyl Ghoussoub secondo cui un gran numero dei suoi connazionali libanesi si considera «esperto di geopolitica, con una specializzazione in teorie del complotto». È innegabilmente vero, e mi sono state impartite numerose e dotate di grande visione d’insieme lezioni da libanesi di ogni tipo su «Come funziona davvero il mondo», con un grado di sicurezza che io, armato solo di conoscenza ed esperienza, non potrei mai sperare di eguagliare. Se si considera che questa è la cultura condivisa dalla maggior parte dei politici, sia all’interno che all’esterno del governo nella regione, si comincia a capire perché la vita politica possa essere un po’ difficile lì, di tanto in tanto.

Un altro paradigma estremamente pericoloso è quello derivato dalle teorie realiste e neorealiste della politica internazionale, che vedono tutto in termini di rapporti di potere, competizione, dominio e sottomissione. Quando vengono messi alle strette – e sempre più spesso negli ultimi decenni – coloro che vengono accusati di eccessiva semplificazione borbottano che, sì, forse è tutto un po’ più complicato di così, ma anche un modello semplificato può essere utile… non è vero? Ma il grande fascino di tali teorie rimane: pretendono di spiegare tutto facendo riferimento al PIL relativo, alla geografia, alla popolazione, alle dimensioni delle forze armate ecc. e, in linea di principio, questo metodo di analisi può essere applicato a qualsiasi crisi senza bisogno di conoscenze specialistiche e con mezz’ora di ricerca, se non meno. Quindi, ecco due paesi delle stesse dimensioni, sono ovviamente concorrenti; ecco un paese grande, quindi ovviamente domina i suoi vicini; ecco due paesi con interessi economici opposti, ovviamente finiranno per combattere l’uno contro l’altro. Non era quindi necessario sapere nulla della situazione in Iran, dei problemi legati allo schieramento delle forze o dello stato della tecnologia militare iraniana. Ovviamente, gli Stati Uniti avrebbero vinto. L’euristica «i paesi grandi sconfiggono sempre quelli piccoli» poteva essere applicata con grande sicurezza. (Vale la pena aggiungere che anche la tradizione sovietica, fortemente materialista, cadde in questa trappola, e non sono sicuro che i russi ne siano usciti del tutto.)

Una conseguenza necessaria di questo paradigma è che le nazioni sono entità unitarie, che agiscono come attori singoli. È quindi possibile parlare di “obiettivi cinesi” e di “interessi francesi”. Spesso, l’euristica secondo cui il governo riconosciuto a livello internazionale (il che rappresenta un giudizio pragmatico, non morale) è l’attore principale, è corretta. Ma ciò è ben lungi dall’essere sempre vero e, in molti casi, attori esterni al governo, o addirittura al di fuori del paese, possono rivestire un’importanza estrema. La complessità stessa delle influenze esterne sulla politica del Libano e delle loro interrelazioni, ad esempio, che non si limitano affatto a Hezbollah, lascia gli esperti a piangere nel loro bicchiere di arak in preda alla disperazione. Trovo esilarante, in modo quasi sarcastico, che questa idea di un interesse statale unitario sia così popolare negli Stati Uniti, quando il governo di quel paese è spesso irrimediabilmente diviso su tutte le questioni importanti e ogni attore di primo piano sembra avere una propria politica estera.

Ho fatto risalire le origini di questo tipo di ragionamento all’influenza dell’economia di mercato e della teoria dei giochi negli Stati Uniti degli anni ’50, e non ripeterò tutto ciò in questa sede. Il punto è che tale modo di pensare, con i suoi rozzi stereotipi, permette a chi non possiede alcuna conoscenza specialistica di pontificare praticamente su qualsiasi questione internazionale dopo pochi minuti di ricerca. Ciò vale all’interno del governo, vale anche nel mondo accademico, ma soprattutto vale nei media, compresi i media alternativi. Ad esempio, il rapporto tra Stati grandi e piccoli viene sempre dato per scontato come un rapporto di dominio e sottomissione, motivo per cui la «punditocrazia» si ritira sconcertata di fronte ai tentativi di spiegare il rapporto tra Israele e gli Stati Uniti. Pertanto, quando gli Stati Uniti avanzano una proposta e uno dei loro alleati la accetta, si presume implicitamente che gli interessi di questi due paesi dovessero essere originariamente diversi, e che quindi gli Stati Uniti stiano costringendo un altro paese a fare qualcosa. Agli opinionisti non viene mai in mente di considerare che l’altro paese possa essere d’accordo o che l’altro paese possa ritenere che i propri interessi siano così tutelati, o che l’altro paese possa avere motivi indipendenti per accettare, o addirittura che l’altro paese possa aver avuto lui stesso l’idea. In pratica, questo genere di cose accade continuamente, ma è molto difficile per gli opinionisti comprenderle appieno, tanto è lontana la realtà da quel gigantesco club sadomasochista aperto 24 ore su 24 che costituisce il modello teorico di gran parte del loro modo di pensare al mondo.

Questo spiega in gran parte lo shock causato dal patto tripartito tra Arabia Saudita, Pakistan e Turchia, l’Alleanza di Difesa della Mecca, firmato ad agosto. Com’è possibile? Gli Stati Uniti non sono stati invitati. Anzi, non è stato invitato nessun Stato occidentale. Ma l’Arabia Saudita e il Pakistan non sono forse semplicemente burattini degli Stati Uniti? Come potrebbero agire indipendentemente dai desideri del loro padrone? Ora è importante comprendere che, non solo molti di questi esperti ignorano fatti fondamentali (esistono stretti legami in materia di sicurezza tra Riyadh e Islamabad da molti decenni, senza che nessuno abbia chiesto il parere degli americani), ma, inoltre, sono prigionieri del paradigma irrealistico di dominio e subordinazione menzionato sopra. L’idea che tali paesi possano avere politiche estere che vadano oltre la sottomissione agli interessi statunitensi (e possano persino agire di tanto in tanto contro gli interessi degli Stati Uniti) non può essere contenuta entro i confini di quel paradigma, per cui tale possibilità deve essere scartata.

Allo stesso modo, l’incontro di questi tre Stati con gli iraniani a Teheran il 26 ottobre non si inserisce facilmente in alcun paradigma dominante. Di certo, i nemici degli Stati Uniti e i loro alleati non dovrebbero incontrarsi? O almeno, questa divisione tra sunniti e sciiti di cui abbiamo sentito parlare non avrebbe dovuto impedirlo? E l’Iran e l’Arabia Saudita non sono in qualche modo in guerra tra loro? Non c’è da stupirsi (applicando le normali euristiche) che siano circolate speculazioni secondo cui i tre Stati della Mecca sarebbero stati «inviati» dagli Stati Uniti per negoziare con gli iraniani. È l’unica interpretazione che il paradigma possa accogliere. Eppure questa è probabilmente una di quelle situazioni in cui gran parte dello scopo dell’incontro è proprio il fatto di incontrarsi. Se si fosse limitato a discussioni di terze parti sulla guerra tra Stati Uniti e Iran, il tutto sarebbe stato molto più discreto, o addirittura non annunciato. Ciò che l’incontro e la relativa pubblicità iraniana suggeriscono in realtà è che gli iraniani stanno iniziando a rafforzare la loro posizione nel Golfo e nella regione, e questa è una piccola dimostrazione dell’influenza politica e militare che ritengono di avere ora. Cooperare mentre si combatte, o sostenere parti o fazioni diverse, è qualcosa che tutti, tranne l’Occidente, comprendono: è normale nella maggior parte del mondo. I nostri paradigmi esistenti non possono tenerne conto, quindi alla fine ne avremo bisogno di nuovi. D’altra parte, non possiamo limitarci a prendere un paradigma esistente e cambiarne i nomi. Non credo che l’Iran nutra aspirazioni al tipo di egemonia regionale che gli Stati Uniti amavano pensare che avesse. Cercherà di esercitare influenza piuttosto che potere palese, come ha fatto in Iraq, in Libano e in Siria.

In effetti, la visione occidentale dell’Arabia Saudita è un buon esempio di un paradigma che non tiene conto della realtà. Fin dagli anni ’70, si è diffusa una supposizione superficiale, condivisa da tutte le parti, secondo cui i sauditi pagherebbero gli Stati Uniti sotto forma di vendite di armi e gli Stati Uniti li proteggerebbero, e ora tutto questo sarebbe andato a rotoli. Probabilmente a Washington ci sono persone che ci credono davvero, anche se immagino che a Riyadh siano pochissime. La verità è evidentemente molto più complessa, ma la volgarizzazione razzista, specialmente nei media alternativi che amano parlare di «vassalli decapitatori», semplicemente non riesce a interiorizzare l’idea che i non bianchi e i non occidentali abbiano effettivamente una propria autonomia d’azione e possano giocare abili partite diplomatiche. Eppure la fine imminente della Casa dei Saud viene proclamata da sempre, per quanto mi ricordi – sicuramente fin dai primi anni ’80 – e, l’ultima volta che ho controllato, era ancora lì.

In realtà, la strategia saudita è stata molto più sottile. Gli Stati Uniti sono ben lungi dall’essere l’unico fornitore di armi — sono coinvolti almeno una dozzina di paesi — e questa è una politica deliberata volta a coinvolgere il maggior numero possibile di paesi nella sicurezza della stessa Arabia Saudita. Le attrezzature e le forze armate sono supportate da un numero molto elevato di personale britannico, francese, italiano, svedese, coreano, cinese e di ogni altra nazionalità presente nel paese, che, insieme agli americani, sono di fatto ostaggi. Il principio dell’accordo era abbastanza semplice: i sauditi avrebbero acquistato equipaggiamenti che non avrebbero mai utilizzato, ma che avrebbero coinvolto molti altri paesi e il loro personale nella propria sicurezza. Ciò avrebbe agito da disincentivo e deterrente per qualsiasi paese che volesse attaccarli, poiché si sarebbe implicitamente messo contro alcune delle nazioni più grandi e potenti del mondo. Ciò avrebbe inoltre contribuito a garantire il sostegno occidentale (e non solo) contro i militanti islamici nel proprio Paese e, di fatto, nelle crisi regionali, come quella dello Yemen. Questo modello è ormai crollato, anche se non sono sicuro che tutti se ne rendano conto. Ha cominciato a mostrare segni di instabilità con il coinvolgimento saudita nello Yemen, che ha rappresentato la prima volta in assoluto in cui le forze saudite sono state impiegate in azioni che andavano oltre il livello simbolico. Ma naturalmente nessuno, fino alla piccola avventura del signor Trump, aveva mai immaginato un attacco occidentale all’Iran, che ha completamente stravolto tutti i calcoli strategici di decenni.

Avremo bisogno di un nuovo paradigma, se vogliamo riuscire ad avere anche solo una comprensione intellettuale minima e semplificata di ciò che sta accadendo. Dobbiamo accettare che i nostri paradigmi esistenti non solo non spiegano ciò che sta accadendo in questo momento, ma non ci avrebbero nemmeno permesso di anticiparlo. L’Ego collettivo dell’Occidente, dai governi ai media alternativi, farà molta fatica ad accettare che le persone non bianche possano agire in nostra assenza, e persino senza chiederci il permesso. Ciò che è accaduto negli ultimi anni — più o meno a partire dall’invasione dell’Ucraina — è un esempio di come un paradigma, consolidato da tempo e ampiamente accettato, si scontri con l’ostacolo della realtà, e di come le euristiche che ne derivano non siano più applicabili. Dalla fine della Guerra Fredda, gli Stati Uniti avevano promosso il paradigma di sé stessi come egemone globale, e di altri paesi classificati in modo ordinato come clienti o nemici. Sebbene la realtà fosse quasi sempre molto più complessa e sottile di così, in assenza di una guerra con un concorrente alla pari non c’era alcun modo reale per confutare la validità di tale paradigma, ed esso veniva accettato con almeno lo stesso entusiasmo sia dai critici degli Stati Uniti che dai suoi sostenitori.

La realtà, che in passato ho paragonato al processo di determinazione dei prezzi, è stata chiara. Gli Stati Uniti sono potenti, ma non onnipotenti. La loro influenza militare diretta in Europa è molto ridotta e il loro potenziale contributo a una futura guerra europea è molto limitato. Il loro equipaggiamento è discreto ma non eccezionale, e gran parte di esso è obsoleto e necessita di sostituzione. Mancano di alcune tecnologie chiave, in particolare la difesa contro i missili ad altissima velocità, e dispongono essi stessi di pochi missili di quel tipo. La guerra contro l’Iran ha dimostrato che la loro capacità di proiettare potenza marittima e aerea a distanza è molto più limitata di quanto si pensasse, e che non possono sperare di affrontare un nemico dotato di missili con la speranza di ottenere successo mantenendo un livello accettabile di perdite.

Se è chiaro che il paradigma dell’egemonia non corrisponde alla realtà (e in effetti non l’ha mai fatto veramente), è molto meno chiaro quale paradigma, se mai ce ne sia uno, possa sostituirlo in modo utile. Come ho sottolineato più volte, limitarsi a sostituire “Stati Uniti” con “Cina” non ci porta da nessuna parte. Ma a ben vedere, forse non si tratta di un problema del tutto nuovo. Ai tempi della Guerra Fredda, l’Occidente aveva un paradigma piuttosto semplice che rifletteva in larga misura gli elementi di cui ho parlato sopra. Il mondo era essenzialmente bipolare (la Cina era una complicazione che poteva essere ignorata fino al 1989) e le due superpotenze erano di gran lunga gli attori principali, dissuase dal «bilanciamento del terrore» dal conflitto diretto, ma alla ricerca di influenza ovunque a spese l’una dell’altra, e impegnate a reclutare o sottomettere Stati alla propria causa in tutto il mondo. Il teatro più probabile per una guerra vera e propria era l’Europa centrale, dove le due parti schieravano milioni di soldati. Attraverso l’addestramento, le forniture di armi e le pressioni politiche, ciascuna cercava di espandere la propria influenza a spese dell’altra. Le nazioni di tutto il mondo potevano essere vagamente raggruppate in «filoccidentali» e «filosovietiche», e questo era praticamente tutto ciò che occorreva sapere. E poi tutto finì quando la tenacia occidentale portò infine al crollo dell’Unione Sovietica. L’euristica fondamentale in Occidente era che qualsiasi evento negativo che accadesse nel mondo fosse responsabilità di Mosca.

Tutto ciò non era del tutto sbagliato e, del resto, i paradigmi sovietici non erano necessariamente più affidabili. (Parte del paradigma di ciascuna delle due parti consisteva nel ritenere di comprendere l’altra.) Tuttavia, sebbene ciò fornisse una serie di principi euristici per comprendere rapidamente il mondo e portasse a reazioni istintive per cui, se una “parte” era sostenuta dall’Occidente, l’Unione Sovietica avrebbe sostenuto l’altra, e viceversa, si trattava comunque di un modo piuttosto superficiale di guardare alle cose, che portò non solo a disastri individuali, ma anche a una banalizzazione pervasiva e a una pericolosa semplificazione eccessiva, in cui gli scogli che erano sempre stati lì vennero alla luce quando la marea della Guerra Fredda si ritirò. All’improvviso emerse allora che i termini «filoccidentale» e «filosovietico» non erano mai stati realmente utili se non come semplici etichette e che, in molti casi, erano i paesi e i movimenti a sfruttare le superpotenze, piuttosto che il contrario.

Il Sudafrica è un buon esempio, di cui so qualcosa. Da un lato, era vero che l’African National Congress fosse sostenuto dall’Unione Sovietica, ma si trattava soprattutto di sostegno militare e di intelligence. (La Svezia sosteneva l’attività politica dell’ANC, e la sede del Movimento Anti-Apartheid era a Londra.) Era anche vero che la maggior parte dei membri di spicco dell’ANC fossero anche membri del Partito, compreso Nelson Mandela. Inoltre, i campi di addestramento dell’ANC si trovavano in Angola, dove i loro militanti combattevano a fianco dei cubani contro i sudafricani e venivano addestrati da istruttori cubani e della Germania dell’Est. Pertanto, per molti in Occidente, la situazione appariva piuttosto semplice: si trattava di una cospirazione sovietica volta a prendere il controllo del Paese e a impadronirsi della base navale di Simon’s Town. Le opinioni effettive dei non afrikaner non avevano molta importanza.

Senza dubbio Mosca avrebbe accolto con grande soddisfazione quel risultato. Ma non erano stati loro a darne l’impulso. Per decenni, il SACP era stato l’unico partito politico che si fosse opposto direttamente all’apartheid, e coloro che in altri paesi si sarebbero uniti al Partito Laburista o ai Democratici gravitavano attorno ad esso. Il primo addestramento militare dell’ala armata dell’ANC, umKhonto weSizwe, fu in realtà fornito da veterani comunisti bianchi della Seconda guerra mondiale che avevano combattuto contro i tedeschi in Nord Africa e in Italia come volontari. Ma in mancanza di alternative, l’organizzazione nascente si rivolse al Blocco dell’Est in cerca di un supporto più strutturato. Eppure, come disse in seguito lo stesso Mandela, loro stavano usando l’Unione Sovietica almeno quanto, se non più, di quanto Mosca usasse loro, ed era sorprendente quanto rapidamente l’influenza sovietica svanì dopo la fine della Guerra Fredda. Ho incontrato molte persone che erano state addestrate a Mosca, e alcune di loro continuavano ancora a chiamarsi d’istinto “compagni”, ma ben presto emerse una cultura molto più anglosassone (e in effetti africana). Fu allora che i governi occidentali si resero improvvisamente conto che, ancora prigionieri del paradigma della Guerra Fredda, in realtà non capivano affatto il funzionamento del nuovo governo. C’erano divisioni tra la componente politica e quella militare, tra la resistenza interna e gli esiliati, tra i sindacalisti e gli attivisti della società civile, tra coloro che erano stati a Robben Island con Mandela e coloro che non c’erano stati… proprio come ci si sarebbe potuto aspettare in qualsiasi organizzazione di resistenza di grandi dimensioni e eterogenea.46>

Alla fine della Guerra Fredda ci fu un periodo di incoerenza e confusione che vide i fantasmi dei paradigmi e i morti viventi delle euristiche disgregarsi lentamente. No, la nuova Russia non era l’Unione Sovietica sotto altre spoglie; no, c’erano in realtà problemi concreti tra gli ex Stati del Patto di Varsavia di cui ci eravamo quasi dimenticati; no, le origini dei problemi nel resto del mondo si rivelarono, in definitiva, avere ben poco a che fare con la rivalità tra grandi potenze. Dal punto di vista economico, invece, il paradigma economico neoliberista stava proprio allora affermandosi e, sebbene ora si stia dimenando in preda agli spasimi dell’agonia, ha infettato le menti dei decisori occidentali al punto che non riescono a pensare in nessun altro modo. Nessuno di loro è in grado di spiegare logicamente perché tagliare il potere d’acquisto dei pensionati, riducendo così il gettito fiscale e aumentando i costi della disoccupazione, dovrebbe essere positivo per l’economia; e se ci provassero, probabilmente il loro cervello esploderebbe.

Ma questo ci mette in guardia da un pericolo fondamentale legato ai paradigmi: essi non devono necessariamente corrispondere alla realtà, purché siano sufficientemente accettati. Poiché i paradigmi generano euristiche, e i decisori e i loro consulenti hanno bisogno di euristiche per formulare giudizi e prendere decisioni, essi possono causare gravi danni nel mondo reale fintanto che i decisori continuano ad applicarli ciecamente. Non basta che esistano paradigmi concorrenti in ambiti trascurati della teoria economica, ad esempio, anche se tali paradigmi spiegano la realtà in modo molto più accurato. Né si tratta semplicemente del rozzo paradigma secondo cui il potere produce la verità. Uno dei principali problemi dell’attuale paradigma di politica economica, nonostante tutta la sua assurdità, è che sembra ragionevole, poiché appare conforme a semplici euristiche e all’esperienza quotidiana. Non si può spendere più denaro di quanto se ne abbia, vero? (Beh, sì, cosa pensate che siano i mutui, e da dove prendono le aziende il denaro per gli investimenti? Ah, ma quello è diverso. Perché? Ci torneremo più avanti.)

Si trattava sostanzialmente dello stesso paradigma macroeconomico che aveva dominato negli anni ’30, e i paesi occidentali ne furono strappati solo dalla guerra e dalla necessità della ricostruzione postbellica. Persino il Tesoro britannico riconobbe che l’invasione e l’occupazione da parte della Germania rappresentavano un prezzo eccessivo da pagare solo per mantenere l’ortodossia finanziaria del taglio della spesa pubblica durante una recessione. Abbiamo già assistito all’atteggiamento schizofrenico dei governi occidentali, disposti a spendere somme incalcolabili per gli aiuti anti-Covid e per l’Ucraina, due situazioni che sembrano svolgersi in una realtà economica parallela. È probabile, infatti, che la fine del neoliberismo nella pratica avverrà mentre la teoria sarà ancora politicamente influente. In realtà, ad esempio, l’aumento dei costi del carburante renderà il commercio globalizzato molto più difficile e, in alcuni casi, antieconomico se non fisicamente impossibile. Tra le altre cose, ciò renderà meno competitivi frutta e verdura coltivate in paesi in cui si ricorre a manodopera a basso costo proveniente da immigrati clandestini. A un certo punto, con ogni probabilità, i principali paesi europei diranno alla Commissione di andare al diavolo, dopodiché il gioco sarà di fatto finito. L’ortodossia di Bruxelles non ha alcun potere effettivo: funziona solo finché i paesi credono che funzioni e si attengono alle direttive della BCE. Una nuova generazione di politici che non trova allettante la prospettiva di essere linciata potrebbe trovarsi a spingere contro una porta aperta. E in effetti l’intero paradigma potrebbe cambiare domani stesso, se i ricchi e i potenti decidessero che è l’unico modo per salvarsi dall’essere impiccati ai lampioni. Dopotutto, lo svuotamento degli Stati europei è tale che ora essi hanno poco o nessun potere coercitivo sulla massa dei propri cittadini.

Il paradigma della guerra e del conflitto dei “morti viventi” che ho descritto in precedenza sembra ancora esistere, anche se al momento non viene effettivamente applicato da nessuna parte. L’Ucraina e l’Iran hanno dimostrato che i suoi presupposti fondamentali non sono tanto sbagliati quanto irrilevanti. A quanto pare, in Africa e in Medio Oriente sono ancora in corso vari programmi su «pace e sicurezza», «accesso alla giustizia», «governance» e «società civile», ma in gran parte per inerzia: i bilanci sono stati approvati, i consulenti sono al loro posto e, in ogni caso, cos’altro potremmo fare? Ma la situazione è cambiata, anche se i paradigmi e gli approcci euristici non sono stati formalmente abbandonati.

Non disponiamo di alcun paradigma che ci aiuti a comprendere, e tanto meno ad anticipare, ciò che accadrà in futuro. I paesi che abbiamo attaccato e ai cui nemici abbiamo fornito armi dispongono ora della tecnologia per attaccarci direttamente: non “noi” in quanto nazioni, ma “noi” in quanto individui, in quanto semplici cittadini, e faremmo bene a riflettere su come adattare la nostra visione del mondo e il nostro comportamento – vale a dire i nostri paradigmi e le nostre euristiche – per tenerne conto. Non vi è alcun segno che i politici e gli opinionisti abbiano compreso nemmeno la necessità di iniziare a farlo.

Ironia della sorte, potrebbe esserci un precedente storico: il periodo precedente al 1939, quando tra la popolazione circolavano vaghi timori riguardo a una nuova guerra, ma non esisteva un paradigma per comprenderla. Di ritorno dai combattimenti in Spagna nel 1937, dopo essere sfuggito per un soffio all’arresto come «fascista trotskista», George Orwell rifletteva sul paese tranquillo e pacifico in cui era tornato, «che dormiva il sonno profondo, profondissimo dell’Inghilterra, dal quale a volte temo che non ci sveglieremo mai, finché non ne saremo strappati dal rombo delle bombe». Ma almeno allora circolavano frammenti di modelli interpretativi: della Prima guerra mondiale, della paura dei bombardamenti aerei, e proprio della stessa guerra in Spagna. Oggi non abbiamo nulla se non film hollywoodiani e video confusi provenienti dall’Ucraina e dall’Iran, e dormiamo tutti profondamente, nessuno più profondamente dei nostri leader.

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Per questa settimana è tutto. Come sempre, grazie a chi, instancabilmente, fornisce le traduzioni nelle proprie lingue. Maria José Tormo pubblica le traduzioni in spagnolo sul suo sito qui, mentre Marco Zeloni pubblica le traduzioni in italiano su un sito qui, mentre «Italia e il Mondo» le pubblica qui. Sono lieto di aggiungere che le versioni di questi saggi in ceco appariranno ora regolarmente tradotte sul sito czstrat.cz. Sono sempre grato a chi pubblica occasionalmente traduzioni e sintesi in altre lingue, purché si citi la fonte originale e me lo si comunichi.

Xi sta preparando la Cina ad affrontare un periodo più difficile, di Victoria Herczegh

Xi sta preparando la Cina ad affrontare un periodo più difficile

Di

Victoria Herczegh

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30 ottobre 2026Apri come PDF

La quinta sessione plenaria del 20° Comitato Centrale del Partito Comunista Cinese, tenutasi a Pechino dal 26 al 29 ottobre, rappresenta un momento significativo nella politica interna della Cina e nel suo più ampio percorso geopolitico. Svoltasi mentre il Paese entra nella fase iniziale del suo 15° Piano quinquennale (2026-30), la sessione plenaria si è concentrata principalmente sul rafforzamento della governance del partito, della disciplina interna e della lotta alla corruzione. La sua importanza, tuttavia, va oltre questi obiettivi formali. Con il prossimo Congresso del Partito previsto per il 2027, il presidente Xi Jinping si avvicina a un anno decisivo nel suo tentativo di assicurarsi un quarto mandato quinquennale senza precedenti. In contrasto con la sua consueta retorica sulla forza e sul progresso nazionali, i suoi recenti discorsi, i riferimenti sempre più frequenti a Mao Zedong e le continue epurazioni di alti funzionari civili e militari suggeriscono che stia preparando il sistema politico per un altro mandato, pur dovendo affrontare un contesto interno meno stabile.

L’esito del plenum rafforza questa valutazione. Al termine dell’evento, un numero record di 33 membri del Comitato Centrale è stato espulso dal partito, tra cui 16 militari. Il numero dei partecipanti è sceso a soli 279 membri, rispetto ai 315 del Quarto Plenum dell’ottobre 2025 e ai 364 del Terzo Plenum del luglio 2024. La portata di queste espulsioni è sorprendente perché rivela fino a che punto l’applicazione delle misure disciplinari sia diventata una caratteristica distintiva del modello di governo di Xi. La domanda chiave non è più semplicemente come Xi intenda consolidare la propria autorità, ma cosa riveli la continua necessità di un intervento così esteso riguardo alle istituzioni attraverso le quali egli la esercita.

Il discorso di Xi in occasione del 90° anniversario della Lunga Marcia, pronunciato poco prima del plenum, offre una visione rivelatrice delle sue priorità politiche. Descrivendo l’attuale percorso della Cina verso il rinnovamento nazionale e la modernizzazione socialista come una “nuova Lunga Marcia”, Xi ha collegato le sfide che il suo governo deve affrontare a uno degli episodi più significativi della storia del Partito Comunista Cinese. Tra il 1934 e il 1936, l’Esercito Rosso intraprese una ritirata strategica per sfuggire all’accerchiamento da parte delle forze nazionaliste, attraversando vaste aree della Cina. La Lunga Marcia contribuì a trasformare il PCC in un movimento rivoluzionario radicato nella società rurale e rafforzò la posizione di Mao all’interno del partito, contribuendo in ultima analisi alla sua ascesa come leader dominante. Pertanto, il richiamo di Xi a questa storia andava oltre la semplice commemorazione. Sottolineando l’importanza di una leadership salda, della convinzione ideologica, dell’unità e della lealtà durante i periodi di crisi, ha presentato l’autorità centralizzata come una condizione necessaria per superare le sfide contemporanee. Sebbene Xi abbia spesso invocato Mao come fonte di legittimità rivoluzionaria, continuità storica e simbolismo politico, ciò non significa necessariamente che egli cerchi di ricreare integralmente il governo di Mao. La Cina è ormai profondamente integrata nell’economia globale e l’approccio di Xi si basa in larga misura sul controllo istituzionale, sulla disciplina burocratica e sulla governance centralizzata, piuttosto che sugli sconvolgimenti politici di massa associati agli ultimi anni di Mao. Ciononostante, i parallelismi sono politicamente significativi perché legittimano la concentrazione dell’autorità in un unico leader in un momento in cui Xi si appresta a prolungare il proprio mandato.

L’analogia con la Lunga Marcia ha implicazioni anche per le priorità economiche interne della Cina. Xi ha sottolineato che lo sviluppo deve garantire una crescita di alta qualità, un’espansione quantitativa, una prosperità condivisa e miglioramenti tangibili nella vita delle persone. I suoi riferimenti al popolo come fonte duratura di forza del partito richiamano le origini rurali della rivoluzione comunista e suggeriscono che potrebbe essere prestata maggiore attenzione alle province interne più povere della Cina. Queste regioni sono particolarmente vulnerabili alle difficoltà economiche e le loro popolazioni rischiano di essere lasciate indietro quando le priorità nazionali favoriscono il commercio costiero, l’industria manifatturiera avanzata e i centri urbani già prosperi. Il mantenimento della stabilità sociale nelle regioni meno sviluppate rappresenta una sfida persistente per la leadership. L’enfasi posta da Xi sulla Lunga Marcia, unita alle recenti riforme volte a stimolare i consumi nelle province rurali, potrebbe segnalare un rinnovato impegno per affrontare le disparità regionali e rafforzare il rapporto del partito con i cittadini comuni. Tuttavia, resta incerto in che misura questa retorica si tradurrà in miglioramenti significativi.

Più in generale, i discorsi di Xi si sono discostati dalla sua consueta enfasi sui risultati raggiunti dalla Cina e sulla sua ascesa apparentemente inarrestabile. Avvertendo che il Paese deve prepararsi ad affrontare «venti forti, onde impetuose e persino tempeste pericolose», ha riconosciuto che la Cina deve affrontare gravi sfide sia interne che internazionali. Ha inoltre descritto lo sviluppo come una «lotta», presentando la modernizzazione come una prova prolungata della determinazione nazionale. Questo linguaggio è degno di nota perché prepara sia l’opinione pubblica che i funzionari del partito ad affrontare un periodo potenzialmente difficile. A livello internazionale, la Cina deve affrontare una concorrenza geopolitica sempre più intensa e l’incertezza che circonda la sua posizione nell’ordine globale. A livello interno, persistenti problemi economici strutturali minacciano di complicare i suoi obiettivi di sviluppo. Inquadrando queste pressioni come parte di una lotta a lungo termine, Xi può rafforzare la percezione della necessità dell’unità nazionale, della disciplina politica, della sicurezza e dell’autosufficienza. La stessa narrativa può anche contribuire a giustificare i costi associati a queste priorità, anche quando limitano l’apertura economica o l’autonomia individuale.

Le sfide economiche che la Cina si trova ad affrontare costituiscono un contesto importante per questo cambiamento di retorica. La produzione manifatturiera avanzata e le forti esportazioni continuano a sostenere la crescita, portando la crescita del prodotto interno lordo nel terzo trimestre al 4,5% e quella dei primi tre trimestri al 4,6% su base annua. Tuttavia, questi dati nascondono alcune debolezze persistenti, tra cui la continua contrazione del settore immobiliare, l’eccesso di capacità produttiva industriale e la fragilità del mercato del lavoro. La crescita della gig economy, in particolare, riflette un mercato del lavoro in cui l’occupazione flessibile e precaria può offrire opportunità di reddito senza necessariamente garantire sicurezza a lungo termine. Queste pressioni incidono sui cittadini comuni in modi che gli indicatori ufficiali delle prestazioni economiche potrebbero non cogliere appieno. La disponibilità di Xi a riconoscere le difficoltà e le future avversità rappresenta quindi un cambiamento di tono potenzialmente significativo. Riconoscere le difficoltà già vissute dalla popolazione potrebbe far apparire la leadership più credibile rispetto a una che insista su un progresso ininterrotto. Tuttavia, riconoscere i problemi non equivale a risolverli. Senza misure concrete a sostegno dei consumi, per migliorare la sicurezza occupazionale, affrontare gli squilibri strutturali e ripristinare la fiducia, il linguaggio della lotta rischia di diventare una giustificazione per sopportare le difficoltà invece che un preludio a una riforma efficace.

L’attenzione principale del Plenum sull’autogoverno rigoroso del partito dimostra la convinzione di Xi secondo cui un apparato politico disciplinato è necessario per attuare gli obiettivi strategici a lungo termine della Cina. Il rapporto di lavoro presentato a nome del Politburo ha riconosciuto che i profondi cambiamenti nel contesto internazionale, nella società cinese e all’interno dello stesso partito hanno creato nuove circostanze e sfide. Ha sollecitato standard più elevati, misure più concrete e sforzi per affrontare i problemi all’interno del PCC. La distinzione tra la Quarta Sessione Plenaria del 2025 e la Quinta Sessione Plenaria del 2026 è significativa: mentre la prima ha stabilito la direzione generale del 15° Piano quinquennale, la seconda si è concentrata sull’organizzazione e la disciplina dell’apparato di partito responsabile della sua attuazione. Il controllo politico è quindi strettamente legato alle ambizioni economiche e strategiche, tra cui l’innovazione tecnologica, la modernizzazione industriale, i consumi interni e la resilienza agli shock esterni.

La portata della campagna anticorruzione dimostra l’intensità di questo approccio. Secondo fonti ufficiali cinesi, nel 2025 sono stati indagati 181 funzionari di livello centrale. La destituzione o l’indagine su figure di alto livello non è una novità sotto Xi, che ha portato avanti un’ampia campagna anticorruzione sin dalla sua ascesa al potere nel 2012. Ciò che rende sorprendente la situazione attuale è la portata costante delle misure disciplinari dopo oltre un decennio di governo sempre più centralizzato. Alla conclusione del plenum sono stati espulsi trentatré membri del Comitato Centrale, portando a 51 il totale cumulativo delle espulsioni durante il terzo mandato di Xi. Questo dato è da confrontare con le 34 espulsioni del suo primo mandato e le cinque del secondo.

La dimensione militare è particolarmente rilevante. Xi ha ribadito la leadership assoluta del Partito sulle forze armate, ha chiesto di accelerare la modernizzazione militare e ha esortato a raggiungere gli obiettivi del centenario delle forze armate nel 2027. Tuttavia, il protrarsi delle indagini e la rimozione di alti ufficiali sollevano interrogativi sull’affidabilità della struttura di comando e sulla misura in cui Xi abbia raggiunto il livello di controllo desiderato sulle forze armate. Gli ultimi sviluppi acuiscono queste preoccupazioni. Tra i 33 membri del Comitato Centrale espulsi al termine del plenum figuravano sedici militari. Le conseguenze sono potenzialmente significative. Una possibile interpretazione è che Xi abbia faticato a smantellare reti profondamente radicate di funzionari i cui interessi o approcci differiscono dai propri. Un’altra è che la portata delle indagini rifletta preoccupazioni più profonde riguardo alla corruzione, alla lealtà e alla capacità dei vertici militari di attuare le direttive centrali. Ciò che è chiaro è che il continuo prendere di mira l’alto personale militare rende il consolidamento del controllo sulle forze armate una priorità costante. Ciò crea un paradosso geopolitico: Xi cerca un esercito più capace e modernizzato, in grado di soddisfare gli obiettivi strategici del partito riguardo a Taiwan, mentre le ripetute rimozioni dalla leadership rischiano di interrompere la continuità del comando, minando la fiducia all’interno dell’istituzione e complicando l’attuazione dei piani di difesa a lungo termine.

In definitiva, il Quinto Plenum dovrebbe essere considerato parte dei preparativi di Xi in vista del Congresso del Partito del 2027. Il fatto che non abbia indicato un successore, l’enfasi ideologica posta sulla propria leadership e la continua rimozione di funzionari da lui precedentemente promossi avvalorano l’ipotesi che egli intenda rimanere il leader supremo della Cina per un altro mandato quinquennale. L’espulsione di decine di membri del Comitato Centrale, la riduzione del numero dei partecipanti e la continua riorganizzazione della leadership militare dimostrano la portata della campagna. Il riconoscimento da parte dello stesso partito delle debolezze all’interno della propria leadership suggerisce inoltre che la sfida sia sia istituzionale che politica.

Il prossimo anno politico sarà decisivo. Xi sta cercando di rafforzare la propria autorità attraverso il simbolismo storico, l’unità ideologica e l’applicazione della disciplina, pur riconoscendo le difficoltà economiche che non possono essere risolte solo attraverso il controllo politico. Una possibile rinnovata attenzione allo sviluppo rurale e ai consumi offre un’indicazione del fatto che la leadership riconosca la necessità di affrontare le difficoltà dei cittadini comuni, ma la sua rilevanza dipenderà dalle politiche che ne seguiranno. La domanda chiave è se il linguaggio sempre più schietto di Xi riguardo alle difficoltà sarà seguito da azioni economiche efficaci, oppure se l’enfasi sulla disciplina e sulla lealtà continuerà a mettere in secondo piano le riforme strutturali.

Tra questa sessione plenaria e il prossimo Congresso del Partito, il rapporto tra retorica e risultati diventerà più chiaro. Se Xi riuscirà a tradurre il proprio consolidamento politico in una migliore governance, in una maggiore resilienza economica e in una maggiore stabilità sociale, potrebbe iniziare il suo quarto mandato – senza precedenti – con una posizione rafforzata. Ma se le epurazioni dovessero continuare senza effettivi miglioramenti delle condizioni economiche o dell’efficacia istituzionale, potrebbero invece mettere in luce i limiti di un sistema in cui il potere è sempre più concentrato nelle mani di un unico individuo.

Il tradimento di Trump e la caduta dell’impero globale MAGA – L’età dell’oro che non è mai arrivata: il crollo del PR sotto Trump, di Constantin von Hoffmeister

L’età dell’oro che non è mai arrivata: il crollo del Partito Repubblicano sotto Trump.

Guerra, tradimento e la morte dell’America First

Constantin von Hoffmeister4 novembre
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Il popolo americano ha emesso il suo verdetto, ed è devastante. Nelle elezioni di metà mandato del 3 novembre, i Repubblicani sono stati annientati, perdendo il controllo sia della Camera dei Rappresentanti che del Senato, mentre la promessa età dell’oro di Donald Trump si è trasformata in un’umiliazione politica. Trump aveva praticamente implorato gli elettori repubblicani di immaginare che il suo nome fosse sulla scheda elettorale. Loro hanno seguito il suo consiglio e hanno votato di conseguenza. Il risultato è stato un rifiuto nazionale di un’amministrazione che aveva promesso di riportare l’America alla grandezza, ma che invece ha resuscitato proprio l’establishment che avrebbe dovuto distruggere. Due anni dopo il suo trionfale ritorno alla Casa Bianca, Trump ha trascinato il suo partito nell’abisso. I Democratici non hanno vinto perché hanno offerto una magnifica alternativa. Hanno vinto perché milioni di americani si erano stancati di essere ingannati.

Al centro di questa catastrofe si trova l’inutile guerra di Trump contro l’Iran, un conflitto alimentato dagli interessi israeliani e sostenuto dagli interventisti sionisti che hanno riacquistato influenza su Washington. Trump aveva promesso di tenere l’America fuori dalle guerre straniere. Invece, ha permesso che gli Stati Uniti si impigliassero in un altro disastro mediorientale, sacrificando la prosperità americana alle ambizioni geopolitiche di Benjamin Netanyahu. Le conseguenze si sono estese ben oltre il campo di battaglia. I prezzi della benzina e del diesel sono schizzati alle stelle, i costi dei trasporti sono aumentati e i cittadini americani si sono ritrovati a pagare per una guerra che non volevano e di cui non avevano bisogno. Camionisti, agricoltori, operai e famiglie sono stati costretti a finanziare un’altra avventura dell’establishment della politica estera. Il presidente che aveva promesso di mettere l’America al primo posto ha ancora una volta anteposto gli interessi stranieri al proprio popolo.

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Le conseguenze economiche sono state particolarmente devastanti perché Trump aveva costruito il suo ritorno politico su una semplice promessa: tutto sarebbe diventato più economico. Benzina, generi alimentari, alloggi, elettricità e i beni di prima necessità avrebbero dovuto tornare ad essere accessibili. Invece, i consumatori americani si sono trovati di fronte a costi crescenti, incertezza economica e allo spettacolo di un presidente che si congratulava con se stesso mentre le famiglie comuni faticavano ad arrivare a fine mese. La guerra con l’Iran ha intensificato la crisi energetica, mentre i dazi e gli esperimenti economici di Washington hanno ulteriormente aggravato la situazione. La leadership repubblicana si aspettava che gli elettori celebrassero slogan patriottici pagando di più alla pompa di benzina. Ma gli slogan non possono riempire un serbatoio e i discorsi sulla grandezza americana non possono pagare la spesa al supermercato. I lavoratori americani che avevano riportato Trump al potere hanno scoperto che l’età dell’oro esisteva principalmente nei discorsi presidenziali.

Il tradimento si estese anche all’immigrazione. Trump aveva promesso deportazioni di massa, il ripristino della sovranità sulle frontiere e una rottura decisiva con le politiche migratorie dei suoi predecessori. Eppure, la massiccia campagna di deportazioni che i suoi sostenitori si aspettavano non si è mai concretizzata nella misura promessa. Ci sono state operazioni di controllo, scontri e infinite dichiarazioni di “risolutezza”, ma nulla che assomigliasse alla trasformazione radicale pubblicizzata durante la campagna elettorale. L’amministrazione ha preferito annunci sensazionalistici e dimostrazioni di autorità accuratamente orchestrate al difficile lavoro di ristrutturazione fondamentale del sistema migratorio. Ancora una volta, la distanza tra la retorica di Trump e i suoi risultati è diventata impossibile da nascondere. Milioni di persone avevano votato per una restaurazione nazionale, non per un’altra messa in scena teatrale in cui gli stessi problemi sopravvivevano sotto una nuova serie di slogan.

L’America non ha assistito alla grande rinascita industriale e infrastrutturale promessa da Trump. Dove erano le magnifiche nuove fabbriche, i ponti ricostruiti, le ferrovie trasformate e le città industriali sorte dopo decenni di abbandono? Dov’era il programma nazionale di costruzioni che avrebbe rappresentato una vera rottura con le esaurite politiche economiche del passato? Qualunque investimento o progetto l’amministrazione potesse pubblicizzare, non c’è stata una trasformazione infrastrutturale complessiva degna del grandioso linguaggio storico utilizzato da Trump. Il cuore dell’America è rimasto gravato da comunità in declino, strutture pubbliche fatiscenti e dalle lunghe conseguenze della deindustrializzazione. Invece di destinare le risorse nazionali alla ricostruzione, Washington è tornata alle solite priorità: la potenza militare, il confronto geopolitico e le esigenze dei potenti interessi finanziari. All’America è stata promessa una rinascita, ma ha ricevuto un altro ciclo di manutenzione imperialista.

Forse il più grande inganno è stata la presunta ribellione di Trump contro l’establishment neoconservatore. Per anni, i sostenitori di MAGA avevano denunciato gli artefici dei disastrosi interventi militari americani all’estero, la burocrazia permanente di Washington e la classe politica che trattava la nazione americana come strumento di dominio globale. Trump affermava di rappresentare la distruzione di quel sistema. Eppure la sua seconda amministrazione ne ha abbracciato sempre più le priorità. Il linguaggio è cambiato, le personalità sono cambiate e le decorazioni patriottiche sono diventate più stravaganti, ma la sostanza è rimasta dolorosamente familiare: interventi militari all’estero, sostegno incondizionato a Israele, confronto con potenze sovrane come Russia e Cina e subordinazione della prosperità interna alle ambizioni strategiche oltremare. La rivoluzione promessa si è conclusa con le solite fandonie neoconservatrici, ora commercializzate sotto l’etichetta “America First”. Il movimento che aveva promesso di rovesciare l’establishment ne è diventato l’ultimo travestimento.

La sconfitta repubblicana ha anche messo in luce la debolezza di un movimento politico organizzato attorno alla personalità di un singolo uomo piuttosto che a un programma coerente di rinnovamento nazionale. Trump ha esito lealtà, ha respinto le critiche e ha trattato il dissenso all’interno del suo stesso movimento come un tradimento. Eppure, la lealtà personale non può compensare un fallimento politico. Ci si aspettava che i suoi sostenitori perdonassero ogni promessa non mantenuta perché l’alternativa sarebbe stata presumibilmente peggiore. Questa argomentazione ha infine esaurito la sua utilità. Quando gli americani hanno votato contro i repubblicani, non stavano necessariamente abbracciando l’establishment democratico, il cui operato in termini di globalismo, interventismo e cattiva gestione economica rimane altrettanto disastroso. Molti si sono semplicemente rifiutati di premiare un presidente che aveva tradito le aspettative che lo avevano portato al potere. Le elezioni di metà mandato hanno dimostrato che una rivolta populista non può sopravvivere indefinitamente sulla nostalgia, sul teatro politico e sulla ripetizione di promesse già infrante.

Il crollo dei Repubblicani segna qualcosa di più significativo di un semplice cambio di maggioranza al Congresso. Rappresenta la distruzione di un’illusione politica che ha affascinato milioni di americani e ispirato movimenti nazionalisti in tutto il mondo occidentale. Trump ha promesso la pace e ha portato la guerra. Ha promesso prosperità e ha portato prezzi più alti. Ha promesso deportazioni di massa e non è riuscito a realizzare la trasformazione che i suoi sostenitori si aspettavano. Ha promesso una rinascita industriale e non ha offerto alcuna grande ricostruzione nazionale. Soprattutto, ha promesso di sconfiggere l’establishment neoconservatore e alla fine ne ha abbracciato l’agenda. La tragedia è che i Democratici, beneficiari di questo clamoroso fallimento, rappresentano gran parte dello stesso ordine politico in decadenza. L’America è ora intrappolata tra due partiti che si discordano sulla retorica, pur preservando le strutture essenziali del potere imperialista. L’età dell’oro non è mai arrivata. Al popolo americano è stata promessa una rivoluzione e ha ricevuto un’altra amministrazione del vecchio regime. Il più grande successo politico di Trump potrebbe essere stato, in definitiva, quello di distruggere il movimento che credeva che lui lo avrebbe salvato.

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Il tradimento di Trump e la caduta dell’impero globale MAGA

La morte di un sogno politico

Constantin von Hoffmeister1 novembre∙Pagato
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La caduta del MAGA è iniziata il 28 febbraio 2026, quando Donald Trump si è unito a Israele nell’attacco all’Iran. Quella decisione ha smascherato il grande inganno al centro del suo movimento politico. Trump aveva promesso di porre fine alle infinite guerre americane, di cacciare i neoconservatori da Washington e di ripristinare la sovranità del popolo americano. Aveva denunciato i disastrosi interventi in Iraq e Afghanistan, condannato la corruzione del Deep State e si era presentato come il nemico dell’establishment imperialista. Milioni di persone gli avevano creduto. Eppure, al momento della decisione, Trump ha scelto un’altra guerra in Medio Oriente. I missili americani hanno colpito l’Iran, la regione è precipitata nel caos e il consueto linguaggio di minacce, ultimatum e dominio militare è tornato a farsi sentire. Il cessate il fuoco di aprile e l’accordo di giugno non sono riusciti a produrre una pace duratura, mentre il conflitto continua a consumare risorse americane. Trump non ha distrutto il vecchio sistema. Ne è diventato il più fervente difensore. I neoconservatori non hanno più bisogno di rovesciare il MAGA perché il MAGA ha adottato le loro politiche. Il movimento che avrebbe dovuto porre fine all’imperialismo americano è diventato un ulteriore strumento per la sua perpetuazione. Trump ha promesso “America First” e ha scatenato un’altra guerra per un impero che si rifiuta di riconoscere i propri limiti. Da quel momento, le conseguenze politiche del suo tradimento hanno iniziato a diffondersi ben oltre Washington.

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Il declino dell’autorità di Trump si riflette ora nelle battute d’arresto subite dai leader politici che un tempo consideravano MAGA l’inizio di una rivoluzione conservatrice mondiale. In Ungheria, Viktor Orbán, uno dei più stretti alleati europei di Trump, ha perso le elezioni parlamentari di aprile contro Péter Magyar dopo sedici anni al potere. Orbán si era presentato come difensore della sovranità ungherese contro Bruxelles, ma la sua identificazione con Trump lo ha anche reso parte di un progetto politico americano la cui credibilità si stava progressivamente erodendo. In Serbia, Aleksandar Vučić ha subito una sconfitta decisiva a ottobre, quando l’opposizione guidata dagli studenti ha ottenuto la maggioranza parlamentare. Vučić aveva apertamente elogiato Trump, coltivato stretti legami con la sua famiglia e salutato il suo ritorno al potere come un’opportunità storica per rafforzare le relazioni della Serbia con Washington. Tale assetto è infine crollato sotto la pressione del malcontento interno. Gli studenti serbi hanno dimostrato che il rinnovamento politico non deve necessariamente provenire dall’opposizione liberale o dall’obbedienza a Washington. Il loro movimento ha sfidato un ordine politico consolidato senza però porre l’ostilità verso la Russia a fondamento del proprio programma. Queste sconfitte rivelano la debolezza della presunta alleanza internazionale MAGA. Trump si è presentato come il leader di un risveglio globale, ma questo risveglio assomiglia sempre più a un insieme di movimenti isolati che lottano per la sopravvivenza. Chi si aspettava una salvezza politica da Washington sta scoprendo che la Casa Bianca non può garantire il suo futuro.

La crisi in Polonia offre un’ulteriore dimostrazione dei limiti dell’influenza internazionale di Trump. Il presidente Karol Nawrocki, fervente ammiratore e alleato di Trump, si trova ora ad affrontare una crescente disputa con il governo di Donald Tusk in merito al Tribunale costituzionale. La controversia riguarda le nomine giudiziarie, l’autorità costituzionale e la legittimità delle istituzioni statali concorrenti. Nawrocki si è rifiutato di riconoscere diversi giudici eletti dal parlamento, mentre il governo di Tusk insiste sul fatto che il presidente non abbia il diritto di ostacolarne le nomine. Lo scontro è culminato con l’assedio della sede del Tribunale a Varsavia da parte della polizia, rivendicazioni contrapposte di autorità legale e accuse di appropriazione indebita della Costituzione. Bruxelles è ora intervenuta, con la Commissione europea che difende l’autorità del parlamento polacco in materia di nomina dei giudici e invoca decisioni della giurisprudenza europea. La disputa solleva seri interrogativi sui limiti dell’intervento europeo negli affari di uno Stato sovrano. Ma la difficile situazione di Nawrocki rivela anche la contraddizione del trumpismo in Europa. Come può un politico affermare di difendere l’indipendenza nazionale e al tempo stesso considerare l’amicizia con un presidente americano una fonte di forza politica? MAGA afferma di opporsi al globalismo, eppure ha incoraggiato i conservatori europei a organizzare la propria identità politica attorno al leader di una superpotenza straniera. Trump può lodare Nawrocki, invitarlo a Washington e denunciare i suoi oppositori. Nulla di tutto ciò risolve la lotta per l’autorità costituzionale polacca. Il presidente degli Stati Uniti non può conferire sovranità alla Polonia. Tale sovranità deve esistere indipendentemente sia da Bruxelles che da Washington.

In Brasile, Flávio Bolsonaro, figlio ed erede politico di Jair Bolsonaro, ha perso le elezioni presidenziali di ottobre contro Luiz Inácio Lula da Silva, ottenendo il 48,21% dei voti contro il 51,79% di Lula. Il movimento Bolsonaro aveva abbracciato Trump come leader simbolico di una rivolta conservatrice contro l’ordine internazionale liberale, pur mantenendo una posizione apertamente filo-sionista. Jair Bolsonaro aveva coltivato stretti rapporti con Netanyahu e suo figlio aveva promesso di rafforzare l’alleanza del Brasile con Israele e di trasferire l’ambasciata israeliana a Gerusalemme. Lula, al contrario, ha giustamente condannato la campagna israeliana a Gaza definendola un genocidio, si è opposto all’espansionismo israeliano e ha difeso la sovranità palestinese. Le elezioni hanno quindi evidenziato una fondamentale spaccatura geopolitica tra l’allineamento della famiglia Bolsonaro con l’asse Trump-Netanyahu e il sostegno di Lula a una politica estera brasiliana più indipendente in un mondo multipolare emergente. Le politiche aggressive di Trump in Sud America, in particolare l’intervento militare in Venezuela e i dazi punitivi imposti al Brasile, hanno fornito a Lula un valido argomento contro le interferenze straniere. La reazione negativa ai tentativi di Washington di dominare la regione ha contribuito a trasformare la stretta associazione di Bolsonaro con Trump in un punto debole a livello elettorale. La sua sconfitta può quindi essere compresa anche nel contesto della crescente opposizione internazionale alle politiche israeliane a Gaza e della resistenza alla rinnovata affermazione del potere imperialista americano sul Sud America da parte di Trump.

In Israele, la contraddizione è ancora più evidente. Benjamin Netanyahu, il cui governo ha goduto dello straordinario sostegno militare e diplomatico di Trump durante la guerra contro l’Iran, è uscito dalle elezioni di ottobre senza la maggioranza parlamentare. Il suo partito, il Likud, è rimasto il più grande, ma il suo blocco politico si è assicurato solo 53 dei 120 seggi della Knesset. Trump ha impegnato la potenza militare americana in una guerra combattuta al fianco di Israele, eppure Netanyahu si trova ancora ad affrontare un futuro politico incerto. Qui emerge con particolare chiarezza la trasformazione del movimento MAGA in quello che i suoi critici chiamano MIGA, “Make Israel Great Again” (Rendiamo di nuovo grande Israele). Trump aveva promesso di smettere di sacrificare vite e risorse americane per conflitti all’estero. Invece, la sua amministrazione ha fatto di un’altra guerra in Medio Oriente un obiettivo centrale della politica estera americana. Le sorti politiche di Netanyahu restano incerte, mentre gli americani pagano il prezzo della decisione di Trump. Il MAGA prometteva di mettere l’America al primo posto, ma la guerra di Trump contro l’Iran ha sollevato, all’interno del movimento, il dubbio che stia sacrificando gli interessi americani per servire Israele.

Il movimento trumpiano internazionale si fondava sul presupposto che gli Stati Uniti potessero guidare una rivolta mondiale contro lo stesso ordine liberale che il potere americano aveva contribuito a instaurare. Questa è sempre stata una tesi instabile. La sovranità nazionale non si raggiunge attraverso la fedeltà a un presidente americano, che questi si definisca un internazionalista liberale o un nazionalista. Un mondo autenticamente multipolare richiede centri di autorità politica indipendenti, non una rete di movimenti conservatori organizzati attorno alla Casa Bianca. Trump non ha mai risolto questa contraddizione perché non ha mai veramente accettato la fine della supremazia americana. Voleva che le nazioni sovrane ammirassero l’America, mentre Washington continuava a dettare i limiti della loro sovranità.

Le strade di diversi paesi offrono ulteriori prove del fatto che la cerchia internazionale di Trump non è immune al malcontento popolare. In Albania, il Primo Ministro Edi Rama si trova ad affrontare manifestazioni di massa per accuse di corruzione, costi dell’istruzione, disoccupazione e un controverso progetto di sviluppo costiero legato a Jared Kushner, genero di Trump. Rama non è un politico MAGA convenzionale, ma il coinvolgimento della famiglia Trump nel controverso investimento ha conferito alle proteste un collegamento diretto con l’ambiente politico e imprenditoriale del presidente americano. Nella Repubblica Ceca, Andrej Babiš si trova ad affrontare manifestazioni contro le modifiche proposte al finanziamento della televisione e della radio pubbliche. In Argentina, Javier Milei, che Trump ha ripetutamente accolto come alleato ideologico, si scontra con le proteste studentesche contro i tagli ai finanziamenti universitari e altre misure di austerità. In Cile, José Antonio Kast si scontra con la resistenza ai tagli proposti all’istruzione. Queste proteste nascono da rimostranze interne piuttosto che da una campagna unitaria contro Trump. Tuttavia, dimostrano che il linguaggio politico del MAGA non può nascondere le conseguenze pratiche delle politiche governative. Gli alleati di Trump parlano di libertà, rinascita nazionale e liberazione dalle élite consolidate, ma tali promesse vengono giudicate alla luce delle condizioni economiche, dei servizi pubblici e della condotta di chi è al potere. Il movimento MAGA avrebbe dovuto sfidare una classe politica che aveva perso il contatto con la gente comune. Invece, i suoi imitatori internazionali si imbattono spesso nella stessa rabbia che ha portato Trump alla ribalta. Il solito schema si ripete: grandi promesse dall’alto, crescente insoddisfazione dal basso.

La questione centrale non è più se Trump riuscirà a sconfiggere l’establishment liberale, ma se la sua politica estera si discosti sufficientemente da quella che ha condannato. La risposta risiede nel suo trattamento delle altre potenze sovrane. Trump avrebbe potuto riconoscere che Russia, Cina, Iran e altre civiltà possiedono interessi che non possono essere semplicemente subordinati a Washington. Avrebbe potuto accettare la transizione da un dominio unipolare a un mondo di potenze in competizione e negoziare di conseguenza. Invece, ha continuato a perseguire il primato americano attraverso la coercizione. Il movimento MAGA prometteva una rivoluzione nazionale contro l’impero. Sotto Trump, l’impero ha assorbito la rivoluzione.


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Sangue di guerra indiano

Scalpi e pistole

Constantin von Hoffmeister30 ottobre
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Questo è un estratto dal mio libro Il destino dell’America bianca (Multipolar Press, 2026).

Questo capitolo si concentra sulla frontiera come mito formativo dell’identità americana, esaminando la violenza, l’espansione e la trasformazione che hanno accompagnato la colonizzazione verso ovest. Considera come la memoria della conquista continui a essere attiva nell’immaginario culturale e storico della nazione.

Hagen von Tundra, un’anima faustiana, narra la storia di coloni che si avventurarono nel cuore delle terre di confine selvagge. Attraversarono praterie, paludi e pianure, spinti da una marea che si dirigeva verso ovest. Il bagliore accecante del sole al tramonto illuminò un cumulo di cadaveri rossi, preparando il terreno per la storia agghiacciante che stava per dipanarsi. Con i volti pallidi, le pistole in pugno e i fucili a ripetizione spianati, spararono in un desolato poligono di tiro, riconquistando la biosfera per nobili spedizioni che si snodavano tra venti gelidi all’alba.

Ricordate il castello, assediato su tutti i fronti. Le tende dei carri sventolavano disgustate dalla noncuranza degli invasori, la loro sfida un mero mormorio contro le bestie selvagge che vagavano per la terra. Kapow! Kapow! Cadde un pennuto, zoppicando a malapena come un debole su una sella logora e rubata. “Regali allora! E ora dove?” risuonò la domanda attraverso la distesa selvaggia, dove gli orsi erano troppo selvaggi e le donne troppo docili, apparecchiando la tavola e preparando il focolare mentre gli uomini erano là fuori, a piantare e scavare le proprie tombe.

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Le generazioni future avrebbero rivolto lo sguardo verso l’interno, riflettendo la propria raffinatezza, mentre davanti a loro il paesaggio si estendeva a perdita d’occhio. Sentite l’odore delle palme irrigate dal fuoco, rivolte verso l’alto e supplicanti di avanzi? Nel cuore di questa terra passionale, ribolliva una rabbia rossa per uccidere i rossi, per flagellare il paese dalla sua piaga. Linea dopo linea, progettarono una complessa griglia di corsie e treni per modernizzare, per civilizzare un’antica terra intrisa di intenzioni malvagie. Per la misericordia di Dio, la purificarono, facendola risplendere con mille grattacieli che trafiggevano le nuvole. E nella loro spietata avanzata, non ascoltarono mai il grido della mezza bestia morta, perché la loro era una missione di destino divino, una marcia per domare la natura selvaggia e dare inizio a una nuova era di civiltà.

Eppure, quando i fuochi si ridussero a braci e i fucili tacquero, un mormorio più profondo si levò dalla terra stessa, e lui mi parlò con una voce tesa da una pressione invisibile: «Credi che sia finita con la loro vittoria?». Risposi con incertezza, perché la terra davanti a noi sembrava alterata in modi che nessun conteggio di conquiste poteva spiegare. «Credevano di averla bonificata», dissi, sebbene le parole suonassero deboli, insufficienti. Scosse lentamente e deliberatamente la testa. «Nulla è bonificato», replicò. «Solo ricoperto. Solo ricoperto da strati di nomi, strade e strutture che fingono di essere permanenti». Un vento si mosse attraverso la pianura, portando con sé un debole odore di carne bruciata e di qualcosa di più antico, qualcosa che si aggrappava sotto la superficie delle cose. «Allora cosa rimane?», chiesi, sebbene anche mentre parlavo sentissi la risposta premere dal basso. Si sporse più vicino, con gli occhi fissi sull’orizzonte dove l’ultima luce svaniva in una foschia opaca e metallica. «Impressioni», disse. «Residui di azioni, di violenza, di volontà imposta e contrastata. Si depositano nel terreno, nella memoria, nella struttura stessa del mondo che segue.» Il silenzio si fece più profondo, denso, quasi tangibile, e per un istante ebbi la sensazione che le vaste reti di strade e torri, le superfici scintillanti delle città, non si ergessero come un trionfo finale, ma come un sottile e tremolante strato teso su qualcosa che non si era mai arreso, qualcosa che attendeva pazientemente sotto le linee misurate del progresso, sopportando ogni tentativo di definirlo, di dominarlo, di rivendicarlo come completo.

Cavalcavano verso ovest sotto il bagliore accecante di un sole morente, ammassando cadaveri rossi come offerte a dei invisibili, mentre le tende dei carri sventolavano in un silenzioso disgusto e le bestie selvagge della vecchia terra ruggivano la loro vana sfida; eppure, anche mentre purificavano la terra dalla sua antica piaga e posavano la griglia di ferro di corsie e binari lucenti, non udirono mai l’ultimo grido della mezza bestia morta provenire dal suolo che avevano “civilizzato”, perché in quell’avanzata spietata la frontiera non si chiuse; fu semplicemente interiorizzata, ora marcisce nell’anima della repubblica dell’era delle macchine, in attesa di eruttare di nuovo quando le ultime illusioni di raffinatezza crolleranno e i grattacieli stessi cominceranno a urlare!

Durante le brutali guerre indiane, i coloni si scontrarono con le tribù indigene. Sangue e fuoco segnarono quest’epoca oscura, mentre conflitti e massacri si diffondevano in tutto il paese. Intere tribù, come gli Yuki in California, furono spinte sull’orlo dell’estinzione. In mezzo al caos, il ciclo di violenza e deportazione tracciò una scia di distruzione, evidenziando gli effetti di una civiltà votata alla conquista e al dominio.

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