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Tavola rotonda tra le due sponde | Tang Xianglong, Xin Qiang, Chen Fengxin: I disordini in Francia si stanno diffondendo in diversi paesi; per quanto tempo ancora reggeranno le “dichiarazioni dure” dei politici europei?

Tavola rotonda tra le due sponde | Tang Xianglong, Xin Qiang, Chen Fengxin: I disordini in Francia si stanno diffondendo in diversi paesi; per quanto tempo ancora reggeranno le “dichiarazioni dure” dei politici europei?

  • Tang Xianglonggiornalista di lunga esperienza
  • XinqiangDirettore del Centro di studi su Taiwan dell’Università di Fudan
  • Chen FengxinGiornalista di lunga data e commentatore economico di Taiwan

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23 ottobre 2026, ore 13:47:13Dimensione carattere: A- A A+Fonte: Guanchazhe.comLetture: 65.013

Da un lato c’è Bruxelles: i negoziati commerciali tra la Cina e l’UE hanno appena registrato progressi parziali su 16 punti di intesa, ma l’Unione europea, subito dopo aver definito le disposizioni relative alle quote tariffarie per le auto ibride, ha immediatamente indicato che tali disposizioni si applicano “per analogia” anche a settori quali l’industria chimica e quella delle materie plastiche.

Da un lato, le strade di Parigi: le manifestazioni in Francia sono sfociate in atti di violenza, saccheggi e disordini, estendendosi poi a Italia, Belgio, Portogallo e persino all’Albania.

Due vicende apparentemente parallele, ma che conducono alla stessa domanda: quando la competitività delle industrie chiave europee è in calo e le riforme strutturali interne procedono a rilento, per quanto tempo ancora le “dichiarazioni forti” dei politici potranno reggere? Di fronte ai negoziati tra Cina e Unione Europea, perché la Cina sembra “più disponibile al dialogo”? Dietro a questo atteggiamento si nascondono concessioni economiche e commerciali o calcoli strategici? E quali malcontenti della popolazione sono emersi dai disordini scoppiati nelle strade francesi?

In questa puntata di “Tavola rotonda tra le due sponde”, analizzeremo, da un punto di vista economico e politico, il legame nascosto tra il gioco di potere tra Cina e Europa e il caos che regna in Europa, chiarendo la logica intrinseca delle attuali difficoltà strutturali del continente e fornendo una prospettiva utile per comprendere l’andamento delle relazioni sino-europee e l’evoluzione della situazione politica interna europea.

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Chen Fengxin: Concentriamoci innanzitutto sulla situazione dei negoziati commerciali e di investimento tra la Cina e l’UE. Le due parti sono finalmente riuscite a compiere progressi parziali e il Ministero del Commercio cinese ha pubblicato 16 punti di intesa. Con il passare del tempo, stanno venendo alla luce molti dettagli relativi a tali intese, tra cui la questione dei contingenti tariffari per le auto ibride — che a Taiwan chiamiamo “auto a benzina e elettricità” —; allo stesso tempo, le due parti potrebbero aver raggiunto alcuni accordi preliminari sullo sviluppo futuro.

Tuttavia, al momento l’Unione Europea sembra ritenere che i progressi nei negoziati sulle auto ibride siano molto vantaggiosi per l’Europa, tanto da voler estendere tale approccio ad altri settori, tra cui l’industria chimica, quella delle materie plastiche e così via. Riguardo a questo fenomeno, per cui da un lato si ottengono determinati risultati nei negoziati e dall’altro si alzano immediatamente la posta in gioco, chiediamo innanzitutto a Xianglong di esprimere la sua opinione: secondo te, come reagirà l’Unione Europea di fronte al continuo aumento del deficit commerciale con la Cina?

Tang Xianglong: A dire il vero, se si considera esclusivamente la struttura del commercio tra Cina ed Europa, se fossi al posto di paesi europei influenti come la Germania o la Francia, o se ricoprissi un ruolo come quello di von der Leyen alla Commissione europea, anch’io sarei molto preoccupato e riterrei che si tratti effettivamente di un problema. Infatti, non si tratta solo di una questione strutturale: il disavanzo commerciale tra Cina ed Europa sta crescendo rapidamente, con evidenti ripercussioni negative sui prodotti chiave europei; è quindi naturale che l’Europa cerchi di mitigare questa situazione.

Dal punto di vista della logica dei negoziati economici e commerciali bilaterali, la parte che ricorre al protezionismo è spesso quella che si trova in una posizione di svantaggio nella competizione tra industrie tecnologiche, che si manifesta sotto forma di scambi commerciali. I settori chiave dell’Europa sono ormai in svantaggio; si noti che non si tratta di settori marginali, bensì del nucleo della sua struttura industriale, come l’industria chimica e quella automobilistica, che sono senza dubbio i tradizionali punti di forza di paesi europei come la Germania. Oggi questi settori sono in svantaggio e, nell’attuale contesto competitivo, non hanno alcuna possibilità di recuperare terreno. Pertanto, piuttosto che dire che l’Europa sta cercando di negoziare con la Cina, sarebbe più corretto affermare che sta implorando clemenza, sperando che la Cina possa mostrare indulgenza e concedere loro un po’ di respiro.

In occasione di questi negoziati, quando sono arrivati i rappresentanti europei, pensavamo che le trattative si sarebbero protratte per diversi giorni, con possibili discussioni accese e magari anche un secondo round, ma non è stato così. Fin dall’inizio, a prima vista, sembrava che entrambe le parti fossero soddisfatte e si è giunti rapidamente a un accordo reciprocamente accettabile. Ritengo che ciò indichi che le riflessioni di tutti si siano ormai distaccate dalla superficie della concorrenza industriale e commerciale, per concentrarsi essenzialmente su questioni di struttura strategica.

Ciò è evidente sotto due aspetti: da un lato, se si considera la Cina odierna, sebbene l’Occidente tenda a descriverla in termini di cosiddetto “eccesso di capacità produttiva”, perché mai i prodotti di esportazione principali della Cina stanno riscuotendo un successo così travolgente? Perché la capacità tecnologica dell’industria cinese ha ormai raggiunto livelli di eccellenza all’avanguardia; in passato forse non rappresentava una minaccia per i cosiddetti paesi industrializzati avanzati, ma oggi proprio questi ultimi sono quelli che subiscono maggiormente la pressione competitiva della Cina.

In secondo luogo, poco prima che la Merkel lasciasse l’incarico, durante i negoziati tra la Cina e l’Europa sull’accordo globale sugli investimenti, la Cina si è subito dichiarata disposta a promuoverne l’approvazione; questo mi ha fatto pensare che la Cina abbia una visione ponderata nei confronti dell’Europa, che va oltre le questioni economiche e commerciali e raggiunge un livello strategico. In questa occasione, credo che la Cina abbia trasmesso all’Unione Europea l’impressione che sia un interlocutore con cui si possa dialogare. La Cina non ha posto ostacoli eccessivi all’Europa. Questa buona volontà manifestata nei confronti dell’Unione Europea mi ha ricordato l’atteggiamento della Cina durante i negoziati sull’accordo globale sugli investimenti tra Cina ed Europa di allora.

La forza industriale attuale della Cina è sotto gli occhi di tutti: nel 2025 la produzione industriale cinese rappresenterà il 34% del totale mondiale. Di che livello si tratta? Se si sommano tutti i paesi del G7, con gli Stati Uniti in testa, si ottiene all’incirca questa cifra, e la Cina potrebbe addirittura superarla di poco. Di questa quota, gli Stati Uniti rappresentano il 40-50% del G7; se si esclude gli Stati Uniti, i restanti paesi del G6, messi insieme, raggiungono una quota complessiva inferiore al 15%. Se si escludono anche Germania e Giappone, i restanti paesi – Italia, Francia e Regno Unito – raggiungono complessivamente solo il 3-4% circa.

Oggi, di fronte alla competitività travolgente dell’industria manifatturiera cinese, che in molti settori ha un vantaggio schiacciante, è quasi impossibile competere con la Cina, a meno che non ci si sieda a un tavolo per discutere seriamente con essa, innalzando le barriere all’accesso al mercato e utilizzando proprio l’accesso al mercato per attenuare l’impatto della concorrenza; l’Europa ha già intrapreso questa strada.

Un altro punto chiave di riflessione per la Cina è che i settori coinvolti, ovvero l’industria chimica e quella automobilistica, incidono sul consenso fondamentale che oggi esiste tra Cina e Europa: il globalismo. In materia di energia verde e riduzione delle emissioni di carbonio, infatti, Cina ed Europa condividono una posizione comune. Tuttavia, non sono sicuro che la Cina abbia colto questo sottinteso: ora che l’Europa sta gradualmente perdendo terreno nella competizione industriale, resta da vedere se avrà ancora la forza di continuare a perseguire l’efficienza energetica e la riduzione delle emissioni di carbonio, a sostenere lo sviluppo dell’industria delle energie verdi e a mantenere la rotta del globalismo. Questo è ormai un punto interrogativo. La Cina non può in alcun modo permettere all’Europa di abbandonare questa nave da guerra; per questo continuo a sostenere che, nell’osservare gli attuali negoziati economici e commerciali tra Cina e UE, piuttosto che concentrarsi su specifiche voci di prodotto, aliquote fiscali o limiti quantitativi all’accesso al mercato, sarebbe meglio riflettere sul motivo per cui questa volta la Cina dia l’impressione di essere più “disponibile al dialogo”: è proprio la riflessione strategica che sta dietro a questo atteggiamento ad essere davvero importante.

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Fonte dell’immagine: Forum dei 40 esperti finanziari cinesi (CF40)

Chen Fengxin: Vorrei porre una domanda anche al professor Xin Qiang. Come valuta questi negoziati economici e commerciali tra Cina ed Europa? Prima delle trattative, i politici europei, tra cui il presidente francese Macron e il cancelliere tedesco Merz, sembravano voler unire le forze per assumere una posizione più dura nei confronti della Cina, arrivando persino a mettere in conto una rottura delle relazioni economiche e commerciali tra Cina ed Europa. Tuttavia, dopo aver raggiunto un consenso in brevissimo tempo, il passo successivo non è stato quello di consolidare i risultati ottenuti, bensì di discutere se estendere tali accordi ad altri settori industriali. Come valuta questo approccio europeo, che consiste nel continuare a combattere e allo stesso tempo inasprire la situazione?

Xin Qiang: Si tratta probabilmente di una strategia utilizzata da tutti i paesi nel corso dei negoziati; tuttavia, nei paesi occidentali, compresi quelli europei, i politici sono costretti a prendere posizioni rigide per ragioni di politica interna ed elettorale. Naturalmente, la possibilità di assumere toni duri e di agire con fermezza dipende dalla capacità e dalla forza di cui si dispone.

La Cina non ha mai amato particolarmente questo genere di cose, ed è per questo che, come vedete, continuiamo a ribadire la necessità di sostenere, approfondire ed espandere la globalizzazione, di continuare a sventolare la bandiera del libero scambio e di opporci al protezionismo. Nei negoziati con l’Europa, non usiamo mai parole dure a cuor leggero; ribadiamo costantemente la nostra disponibilità a sederci al tavolo delle trattative, a promuovere il continuo ampliamento degli interessi comuni tra Cina ed Europa, ad aumentare la torta e poi a pensare a come dividerla, anziché ricorrere a un gioco a somma zero in cui uno vince e l’altro perde.

Tuttavia, in passato gli Stati Uniti e l’Occidente sembravano ritenere che il loro modo di agire fosse piuttosto efficace, finché un giorno, trovandosi di fronte a un ostacolo insormontabile, si sono resi conto che questo tipo di retorica e di strategia negoziale, di fronte ad attori davvero potenti, spesso può portare a un’umiliazione o a mettere se stessi in una situazione molto imbarazzante. All’epoca, nonostante i dazi esorbitanti del 145% imposti da Trump, alla fine sono stati proprio gli Stati Uniti a ritirarsi con la coda tra le gambe, cercando una via d’uscita per raggiungere una tregua commerciale con la Cina.

L’Europa si è mai chiesta se possiede la stessa forza degli Stati Uniti? Quando la Cina usa toni decisi, l’Europa ha la stessa sicurezza degli Stati Uniti? Dispone delle stesse carte da giocare? È evidente che l’Europa non può assolutamente essere paragonata agli Stati Uniti. Se la Cina si comporta così nei confronti degli Stati Uniti, come potrebbe mai fare concessioni sostanziali di fronte alle minacce vuote dell’Europa?

Alcuni politici europei ed americani, per raccogliere voti e sostegno politico a livello nazionale, iniziano con dichiarazioni forti, rimandando a più tardi la questione della loro realizzabilità, perché chissà, magari tra qualche giorno non saranno più in carica: assumersi la responsabilità è un’altra storia, o magari non dovranno assumersela affatto. Non prendono minimamente in considerazione il danno che tali dichiarazioni possano causare alla popolazione del proprio Paese, né le perdite in termini di benessere e qualità della vita. Molti politici – e lo dico senza mezzi termini – sono politici senza scrupoli, che fondamentalmente approfittano di ogni singolo giorno in cui sono al potere; quando un giorno lasceranno la carica, lasceranno dietro di sé un disastro, ma tanto non è un problema loro, è un problema di chi verrà dopo di loro, e lui o lei non dovrà riflettere seriamente né assumersi alcuna responsabilità.

Nei negoziati commerciali tra Cina e Occidente, così come in ogni tipo di questione – che si tratti di politica, diplomazia o controversie sulla sovranità territoriale – gli Stati Uniti e l’Europa hanno sempre seguito lo stesso schema per anni; la Cina se ne è ormai abituata e ne ha compreso a fondo le dinamiche. La Cina ha delle carte da giocare? Certamente sì: se non le avesse, come potrebbe costringere gli Stati Uniti a cedere alla fine? E se la Cina volesse infliggere un duro colpo all’Europa, avrebbe delle carte da giocare? Certamente sì, e sarebbero persino molto più numerose di quelle che ha a disposizione contro gli Stati Uniti. Ritengo che i politici europei, purché dotati di conoscenze di base, ne siano ben consapevoli. Eppure ora l’Europa sta alzando la voce più di chiunque altro, ma cosa ha ottenuto realmente dalla Cina?

Quando diciamo che ogni mossa deve andare a segno, chiunque abbia un po’ di buon senso capisce la potenza della cosiddetta strategia cinese di “colpire il punto vitale”. Ad esempio, qualche giorno fa alcuni media hanno rivelato che un’azienda sconosciuta, forse addirittura ignota al grande pubblico, è in realtà un fornitore chiave delle litografiche ASML olandesi. Di fatto, se la Cina riuscisse a bloccare questa singola azienda, potrebbe interrompere completamente l’intera catena di approvvigionamento per la produzione delle litografiche. Quale paese potrebbe permettersi un costo del genere? L’Olanda sarebbe disposta a sopportarlo? L’Europa potrebbe sopportarlo? O addirittura il mondo intero? D’altra parte, dato che comunque non possiamo acquistare le litografiche di fascia più alta, stringervi un po’ il collo non avrebbe alcun impatto o danno reale per la Cina.

Naturalmente, noi non addetti ai lavori non possiamo comprendere nei dettagli e in modo così specifico questa strategia così precisa, ma credo che il Ministero del Commercio cinese, il Ministero degli Affari Esteri o le aziende interessate abbiano già analizzato a fondo queste questioni nel corso degli anni, individuando davvero il “punto debole”.

Ritengo quindi che l’Europa stia commettendo un errore strategico. Di fronte alle pressioni degli Stati Uniti, la scelta più saggia per l’Europa sarebbe quella di collaborare con la Cina e sedersi al tavolo delle trattative per discutere di come eliminare le barriere commerciali, ridurre quelle non tariffarie, promuovere la cooperazione economica tra Cina e Europa e contrastare insieme la “bastone tariffario” degli Stati Uniti, nonché le restrizioni commerciali, i controlli sulle esportazioni e altre misure di coercizione economica unilaterali.

Ma l’Europa ora non è così. Da un lato nutre risentimento nei confronti degli Stati Uniti, ma non può fare altro che piegarsi; dall’altro, cerca di scaricare il danno subito sulla Cina, arrivando persino a esercitare pressioni su di essa per ottenere un risarcimento. Qual è il risultato finale? È proprio il doppio misto Cina-Stati Uniti. In futuro, lo spazio di manovra dell’Europa potrebbe ridursi sempre più, mentre i danni ai suoi interessi aumenteranno sempre di più. Naturalmente, questo potrebbe non essere così evidente nell’arco di tre o cinque anni, ma in futuro i cittadini europei, così come l’intero tessuto economico ed ecologico del continente, subiranno danni concreti.

Chen Fengxin: Vorrei intervenire. Sia Xiang Long che il professor Xin Qiang hanno sottolineato che i politici europei sono bravi a fare dichiarazioni forti, ma non sono in grado di agire con fermezza. Quando si tratta di negoziare sul serio, non riescono a separare le relazioni economiche e commerciali tra Cina ed Europa. Questo perché la dipendenza dell’Europa dalla Cina continentale non riguarda il mercato, ma i prodotti.

Vorrei innanzitutto esprimere la mia opinione personale: perché i politici europei sono così propensi a usare toni duri? Ritengo che ci siano due ragioni. In primo luogo, quando un’economia è in declino, è facile ricorrere al nazionalismo, cercare nemici all’esterno e attribuire i problemi interni alla malvagità dei nemici stranieri, nascondendo in questo modo le questioni che si devono risolvere. Si tratta di una situazione che si verifica in qualsiasi economia in declino: è così negli Stati Uniti e lo è ancora di più in Europa. Il secondo motivo è la pressione degli elettori: poiché le elezioni si tengono a intervalli regolari, i politici devono fare i conti con le pressioni esercitate dai diversi gruppi di interesse che rappresentano i vari settori industriali. Attualmente, vedendo la crescita vertiginosa delle auto ibride nella Cina continentale, il settore europeo delle auto elettriche è sottoposto a una pressione enorme, e per questo motivo i politici sperano di poter dare una risposta adeguata.

Ma quale sarà il risultato effettivo? Parlo innanzitutto dei negoziati sul commercio e gli investimenti tra Cina ed Europa: cosa ha ottenuto l’Europa? Ha ottenuto che la Cina continentale acconsentisse a non far crescere così rapidamente il segmento delle auto ibride, in modo da dare all’Europa il tempo di adeguarsi; allo stesso tempo, la Cina può aumentare gli investimenti diretti nei veicoli elettrici in diversi paesi europei. In questo modo, sia i veicoli elettrici che quelli ibridi di marchi cinesi prodotti in Europa non avranno bisogno di ricorrere ai contingenti tariffari. Ritengo quindi che la Cina continentale abbia chiarito la propria posizione: anche lo stabilimento BYD in Ungheria ha già iniziato a effettuare le spedizioni e potrà aumentare le consegne di questo tipo di veicoli senza ricorrere ai contingenti tariffari.

Ho però notato una cosa, su cui bisognerà prestare attenzione in futuro quando l’UE renderà noti i dettagli, poiché la Cina continentale ha sempre sottolineato la necessità di rispettare le norme dell’Organizzazione mondiale del commercio (OMC) e di attenersi al principio di non discriminazione. Pertanto, i contingenti tariffari per le auto ibride non possono riguardare solo la Cina continentale, ma devono essere applicati a livello mondiale. Poiché i contingenti cresceranno in modo ordinato sulla base del valore delle esportazioni del 2025, mi chiedo: quale sarà il contingente tariffario che il Giappone potrebbe ottenere?

E cosa ha ottenuto in cambio la Cina continentale? Ha ottenuto gli inverter, un aspetto che forse è sfuggito all’attenzione di molti. Inizialmente l’Europa vietava ai produttori della Cina continentale di esportare nell’Unione Europea, ma ora l’Unione Europea si dice disposta a negoziare, il che ha un che di “scambio alla pari”. Pertanto, se in futuro dovessero introdurre restrizioni di questo tipo anche per i settori chimico e delle materie plastiche, credo che, in primo luogo, il principio di non discriminazione sarà sicuramente rispettato, come deve essere in tutto il mondo; in secondo luogo, ritengo che la questione verrà gestita secondo il principio “prodotto per prodotto”.

Perché si dice che questi leader dell’Unione Europea non siano affatto in grado di prendere decisioni difficili? C’è una cosa che mi ha colpito profondamente: un articolo del “Financial Times” di Londra, che raccoglieva numerosi dati economici e commerciali tra Cina e Europa, menzionava alcuni settori chiave, come quello dei veicoli elettrici, dell’industria automobilistica, dei macchinari e della chimica, in cui le esportazioni dalla Cina continentale verso l’Unione Europea registravano una crescita molto rapida. Ciò che però non viene notato è che la loro competitività è aumentata proprio grazie all’utilizzo di componenti a monte e materie prime provenienti dalla Cina continentale. La catena di approvvigionamento a monte proveniente dalla Cina continentale offre infatti prodotti di alta qualità a prezzi competitivi, e a parità di qualità non è possibile trovare alternative più economiche. In realtà, la Banca centrale europea ha condotto uno studio secondo cui, dal 2000 al 2022, la catena di approvvigionamento di prodotti intermedi provenienti dalla Cina continentale ha determinato un aumento della produzione industriale nei settori europei correlati pari a circa 0,6 punti percentuali. Poiché il ritmo di crescita della produttività in Europa è molto lento, un aumento di 0,6 punti percentuali rappresenta un incremento davvero significativo.

L’ultima cosa che vorrei sottolineare è: il fatto che i politici europei usino toni duri ma non siano in grado di agire con fermezza potrebbe danneggiare l’Europa? A prima vista, le loro azioni concrete sembrano piuttosto pragmatiche, ma ritengo che comunque ci sia un danno. In che senso? Questo atteggiamento anestetizza l’opinione pubblica, impedendole di affrontare realisticamente il fatto che la propria competitività sta calando. Tuttavia, per ingraziarsi gli elettori, i politici europei non vogliono affrontare i profondi problemi interni e scaricano tutta la colpa all’esterno. Il risultato è che guadagnano un po’ di tempo, ma una volta ottenuto, non attuano alcuna riforma strutturale al loro interno.

L’esempio più evidente risale al settembre 2024, quando la Commissione europea ha incaricato l’ex presidente della Banca centrale europea ed ex primo ministro italiano Draghi di presentare un rapporto su come migliorare la competitività europea, in cui erano elencate 383 azioni da intraprendere. Ogni volta che parlo con amici esperti di economia europea, tutti concordano sul fatto che il rapporto Draghi colga effettivamente nel segno rispetto alle attuali esigenze dell’Europa; tuttavia, a distanza di oltre due anni, solo il 15% circa delle misure è stato effettivamente attuato, mentre le altre sono state accantonate. Ritengo quindi che, in questa situazione, in una prospettiva a lungo termine, il futuro dell’Europa sia effettivamente motivo di maggiore pessimismo.

Vorrei quindi rivolgere una domanda a entrambi: recentemente abbiamo assistito a proteste in Francia che si sono trasformate in rivolte, con atti di violenza, distruzione e saccheggi, e che si sono poi estese all’Italia, al Belgio, al Portogallo e persino all’Albania. Quindi, come abbiamo appena accennato, cosa sta succedendo all’economia europea? E alla competitività europea? Gli elettori accetteranno questo modo di agire, che consiste nell’esternalizzare tutti i problemi ad altri paesi?

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Fonte dell’immagine: Forum dei 40 esperti finanziari cinesi (CF40)

Tang Xianglong: Questo è al massimo un palliativo. L’Europa sta attualmente affrontando problemi molto gravi di integrazione interna, fallimenti di governance e fallimenti politici. Le rivolte come quelle che si verificano in Francia stanno diventando sempre più frequenti e non sono più semplici azioni di piazza volte a sostenere una determinata rivendicazione politica. Le proteste di piazza a cui assistiamo oggi non hanno più alcuna rivendicazione specifica; gli atti di violenza e i comportamenti criminali della folla stessa hanno ormai superato di gran lunga i limiti consentiti da un’azione di protesta.

Parigi sta bruciando, la Francia sta bruciando, e questo probabilmente è uno shock per i principali paesi europei. La Francia, dopotutto, è una grande potenza continentale, nonché il paese europeo che più di ogni altro sottolinea la propria sovranità politica, riuscendo in questo meglio persino di paesi come la Germania. Tuttavia, ora che i fallimenti della sua governance sono venuti alla luce, Macron sembra ormai impotente di fronte alla situazione. Allo stesso tempo, lo scontro tra destra e sinistra che emerge attualmente nei sondaggi politici francesi non lascia quasi più spazio alla sopravvivenza di una posizione politica come quella di Macron. In altre parole, se non fosse per il fatto che è il presidente in carica eletto a suo tempo, nell’attuale contesto politico non ci sarebbe spazio né per la figura di Macron né per la sua linea politica. Possiamo sostanzialmente prevedere che, una volta terminato il suo mandato, la posizione di centro-sinistra da lui rappresentata verrà probabilmente messa da parte in breve tempo.

Al momento, la preoccupazione maggiore per l’Europa è che questa situazione di disordine possa diffondersi ulteriormente. La maggior parte dei paesi è ora in preda alla paura, temendo che le proteste possano estendersi. Ma si diffonderanno davvero? Ritengo di sì, poiché sussistono le condizioni per farlo: questi problemi riguardano la Francia, ma anche altri paesi dell’Unione Europea.

Pertanto, di fronte alla situazione attuale in Francia, questi paesi europei manifestano in generale un atteggiamento di compassione, cautela e timore, ritenendo che la situazione sia ormai sul punto di sfuggire al controllo. Ecco perché oggi Macron viene paragonato a Luigi XVI: si pensa che sia destinato alla ghigliottina, oppure che si tratti della fine della Francia.

Per la Cina, è importante evitare di diventare il capro espiatorio dell’attuale caos europeo nell’opinione pubblica: è questo che la Cina deve tenere in guardia. Oggi tutti sanno che i problemi europei sono legati all’economia; sia dal punto di vista soggettivo che oggettivo, la Cina rischia di diventare il capro espiatorio dell’attuale confusione europea, e non è detto che si riesca a sfuggire a questo destino solo perché lo si desidera. Ritengo che, alla fine, in Europa si leveranno alcune voci che punteranno il dito contro la Cina. Tuttavia, un aspetto relativamente favorevole per la Cina è che le forze di destra attualmente in ascesa in Europa sono generalmente ben disposte nei confronti della Cina, il che le distingue nettamente dalla destra tradizionale e istituzionalista.

Chen Fengxin: Le proteste in Europa si stanno diffondendo molto rapidamente: questo effetto a catena è destinato a durare? Si tratta certamente di una questione economica, ma quali ripercussioni potrebbero avere queste proteste sulla politica interna europea o sulla politica globale?

Xin Qiang: Credo che questa tendenza al diffondersi sia destinata a continuare, soprattutto se consideriamo che in molti paesi in via di sviluppo si stanno verificando fenomeni come la cosiddetta “Primavera araba” o le “rivoluzioni colorate”. Se le potenze statunitensi ed europee non fossero dietro le quinte a fomentare questi movimenti, o addirittura a promuovere cambiamenti di regime, ritengo che tale rabbia e malcontento, comprese eventuali forme di protesta violenta più estreme, pur diffondendosi, non produrrebbero alcun risultato politico concreto, né offrirebbero soluzioni realmente efficaci ai problemi strutturali a livello economico e sociale.

In realtà, che si tratti di proteste o di malcontento, in Europa non si è mai smesso di vederli da decenni. Ma cosa succede dopo un’ondata di proteste, dopo che si è dato sfogo alla violenza e ai saccheggi? Quale problema è stato risolto? Se davvero alcuni problemi potessero essere risolti con questo tipo di comportamenti, l’Europa non sarebbe arrivata al punto in cui si trova oggi, non ci sarebbero proteste violente continue e impossibili da fermare, e naturalmente non ci sarebbe nemmeno la cosiddetta ascesa delle forze di estrema destra.

In realtà, “estrema destra” è un’etichetta che l’Europa ha affibbiato loro. Ma se consideriamo il sistema tradizionale degli Stati-nazione, ovvero il cosiddetto sistema di Westfalia, le cosiddette rivendicazioni dell’estrema destra non sono altro che le classiche rivendicazioni di interesse degli Stati-nazione. Una volta etichettati come «estrema destra», si crea immediatamente l’impressione che si tratti di demoni o fantasmi, come se tutte le loro rivendicazioni fossero irragionevoli, persino estremiste, eretiche e dannose per gli interessi nazionali; votare per loro significherebbe avere una macchia morale. Ritengo che questo sia di per sé un modo di esercitare il controllo sul discorso pubblico, che porta a distorsioni politiche.

Attualmente queste cosiddette forze di estrema destra stanno emergendo con grande rapidità e la loro influenza è in continua espansione. A ciò si accompagna un fermento dell’opinione pubblica, in cui si concentra in particolare l’insoddisfazione per le numerose teorie e politiche attuate negli anni dal sistema politico tradizionale. Ritengo quindi che ogni fenomeno segua un processo di transizione dalla quantità alla qualità. L’Europa è giunta a questo punto? Credo che sia ancora troppo presto per dirlo, ma anche se non dovesse accadere oggi o domani, sicuramente accadrà dopodomani o in un futuro non troppo lontano: finché questi problemi non saranno risolti, prima o poi quel giorno arriverà.

Come possiamo vedere, in molti paesi europei – come hanno appena menzionato il fratello Xianglong e il conduttore, riferendosi alla Francia – le proteste non si sono mai fermate in questi anni. Se dovessimo usare un’espressione che in rete in Cina potrebbe risultare poco educata, come definiremmo queste proteste? In realtà si tratta di rabbia da incompetenza. Si prova rabbia e forte insoddisfazione, ma cosa si può fare? E quali risultati concreti si ottengono? A parte qualche teppista che magari ruba due iPhone da un negozio di lusso o si arricchisce con una borsa di Chanel, si riesce davvero a risolvere i problemi sociali? Riusciranno davvero a far cambiare ai politici al potere le politiche errate attualmente in vigore? Riusciranno a spingerli ad affrontare con la determinazione di chi è disposto a tagliarsi un braccio i problemi che tutti vedono chiaramente? A mio avviso, almeno nell’ambito dell’attuale sistema politico europeo, temo sia difficile sperare che si crei una dinamica del genere in un singolo Paese, figuriamoci in più Paesi o addirittura in tutta Europa. Pertanto, al momento, temo che la gente comune in Europa non abbia altra scelta se non quella di scendere in piazza a distruggere, saccheggiare e sfogare la propria insoddisfazione.

In fin dei conti si tratta solo di un governo eletto tramite voto: spesso oggi si vota per la sinistra, domani per la destra; oggi è così, domani è così. Il avvicendamento dei partiti al potere non è certo una novità, ma i problemi accumulati sono stati davvero risolti? No. Credo che questo schema fisso, che si potrebbe addirittura definire ormai radicato, continuerà a ripetersi in Europa: non solo in Francia, ma in tutti i paesi, compresa la Germania.

A dire il vero, anche se la cosiddetta estrema destra dovesse salire al potere, ad esempio in Germania o in altri paesi — se guardiamo alla situazione degli ultimi due anni, come nel caso dell’Ungheria, che negli anni precedenti era stata etichettata come estrema destra, oggi il vento è cambiato. Questo cambiamento è davvero un bene o un male per l’Ungheria? Se l’estrema destra salisse al potere in Germania, sarebbe un bene o un male per il Paese? E se anche in Francia ci fosse un cambio di governo, sarebbe un bene o un male? Temo che, anche se ci fosse un cambio di governo, di persone o di partiti, i mali cronici accumulati nel corso di decenni non potrebbero essere risolti in breve tempo. A quel punto, assisteremmo solo a una nuova ondata di proteste che si ripetono nelle strade.