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La crisi costituzionale al centro del “colpo di stato” giudiziario in Polonia, di Simplicius

La crisi costituzionale al centro del “colpo di stato” giudiziario in Polonia

Simplicius 31 ottobre
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Ieri in Polonia è scoppiato il panico quando è stato dichiarato un “colpo di stato” giudiziario dopo che l’edificio del Tribunale costituzionale è stato bloccato dalla polizia mentre la giudice Anna Korwin-Piotrowska, vicina al partito Tusk, procedeva alla sospensione illegale del presidente del Tribunale, Bogdan Swieczkowski, vicino al partito Nawrocki.

L’intera vicenda ruota attorno alla lotta tra il governo Tusk, allineato a Bruxelles, e il partito nazionalista di opposizione del presidente Nawrocki, odiato dai globalisti perché cerca di preservare la sovranità polacca di fronte al sistema totalitario dell’UE che tenta di sovvertirla.

L’eurodeputato polacco Dominik Tarczynski ne offre un riassunto conciso:

La Germania è complice di un colpo di stato a Varsavia, afferma Tarczyński, membro polacco del Parlamento europeo.

«Vogliono trascinarci nell’eurozona affinché abbandoniamo la nostra valuta. Vogliono mandarci migranti illegali oltre confine.»

Il conflitto nasce dal fatto che l’attuale presidente Karol Nawrocki si è rifiutato di nominare molti dei giudici proposti dal Sejm, il parlamento polacco a maggioranza liberal-globalista. A dire il vero, il suo potere di rifiutare tali nomine rimane oggetto di discussione: la Costituzione polacca sembra essere vaga al riguardo, conferendo al presidente il potere di nominare i candidati proposti, ma sottintendendo che non sia obbligato a farlo qualora non lo desideri.

Come sottolinea Dominik Tarczynski, lo scopo di insediare al potere questi giudici nominati è quello di formalizzare l’integrazione della Polonia nella sovrastruttura globalista dell’UE, trasformandola in definitiva in uno stato vassallo la cui sovranità nazionale verrà abolita in cambio di migrazioni di massa, moneta europea e tutti gli altri veleni che il Politburo dell’UE, tirannicamente corrotto e assetato di potere, ha usato per sovvertire tutte le altre sfortunate nazioni cadute sotto la sua bandiera.

La migliore spiegazione su come tutto ciò fosse stato pianificato in anticipo è stata fornita da Mike Benz:

Mike Benz@MikeBenzCyber La mia opinione sulla situazione in Polonia 13:57 · 31 ottobre 2026·41.900 visualizzazioni60 risposte·266 condivisioni·910 Mi piace

Egli fa notare, giustamente, che la National Endowment for Democracy (NED), un’organizzazione affiliata alla CIA e partner dell’USAID e di altre istituzioni globaliste, ha elaborato il piano per usurpare il potere in Polonia alla vigilia dell’ascesa al potere di Tusk nel 2023. Il piano prescrive nel dettaglio come sradicare gli ultimi residui di elementi “populisti” e “nazionalisti” al fine di assoggettare completamente la Polonia all’egida dell’UE.

I disegni provengono dal Journal of Democracy, fondato dalla NED, i cui comitati editoriali e consultivi sono un vero e proprio gotha ​​di lacchè globalisti: Condoleezza Rice, Anne Applebaum (moglie del vice primo ministro polacco globalista Radoslaw Sikorski), Michael Mcfaul, Francis Fukuyama, Vladimir Kara-Murza e molti altri.

Il documento programmatico, dal titolo quanto mai appropriato, è “Come smantellare una democrazia illiberale”, e rivela tutto ciò che c’è da sapere sulle sue vere intenzioni:

https://www.journalofdemocracy.org/online-exclusive/how-to-dismantle-an-illiberal-democracy/

Il documento del 2023 delinea con precisione ciò che il nuovo governo di Tusk deve fare per prendere il potere e sabotare l’opposizione. Inizia con una richiesta diretta di sradicare il populismo alla radice:

Il nuovo governo polacco non deve quindi limitarsi a ripristinare la democrazia liberale; deve affrontare la questione della giustizia di transizione. Il Primo Ministro Tusk e il suo governo di coalizione devono inoltre stabilizzare il sistema politico per garantire che il populismo non ritorni alle prossime elezioni. Il futuro della democrazia in Polonia è in bilico.

Gli autori ammettono persino che il “populismo” polacco si basa sul desiderio di sovranità che affonda le sue radici nella storia e nell’identità polacca, ammettendo quindi, per estensione, che l’obiettivo è quello di cancellare per sempre l’identità polacca:

Il populismo odierno, pur essendo parte di un fenomeno globale che abbraccia paesi dagli Stati Uniti all’Ungheria e alla Turchia, trae origine anche da radici locali. L’eclettico programma del PiS si fondava sul sovranismo, con profonde radici nella storia e nell’identità nazionale polacca.

Ricordiamo che la questione chiave alla base di tutto questo conflitto tra le fazioni globaliste e nazionaliste è che i globalisti, legati alla mafia di Bruxelles, credono che il diritto dell’UE prevalga sul diritto polacco. La fazione nazionalista all’opposizione, d’altro canto, ritiene che la Costituzione polacca sia superiore al diritto dell’UE, come qualsiasi persona di buon senso concorderebbe sul fatto che dovrebbe essere così. L’intera lotta si riduce a questo punto critico ed esistenziale.

La mafia totalitaria di Bruxelles non può permettere che la costituzione di nessuna nazione abbia la precedenza sul Politburo dell’UE, poiché ciò distruggerebbe i piani dell’URSS per la centralizzazione del potere. Essendo il burattino prescelto dall’UE, Tusk ha combattuto con orgoglio per consegnare la Polonia ai globalisti, ed è per questo che ha pubblicato questo messaggio il giorno prima del tentativo di colpo di stato per indebolire l’opposizione:

L’assorbimento totale e l’assimilazione in stile Borg nel decrepito panopticon dell’Unione Sovietica sono l’ unica politica che conta per burattini globalisti come Tusk; non il benessere del popolo polacco, l’economia, la cultura, il patrimonio o qualsiasi altra irrilevante feccia che alla fine verrà inglobata dal piano Kalergi dell’UE.

Il documento del NED prosegue con espliciti appelli alla “giustizia di transizione”, un eufemismo globalista per indicare una guerra legale volta a perseguire e imprigionare gli oppositori politici una volta strappato loro il controllo giudiziario e legislativo. È sempre lo stesso vecchio schema, in ogni paese:

Il progetto di processare i politici più in vista del PiS ha implicazioni sia politiche che legali e si scontrerà con un’élite radicata e potente. Il presidente del Tribunale di Stato, ad esempio, è stato nominato dal precedente regime ed è di fatto il primo presidente della Corte Suprema. La presidenza è ricoperta da Andrzej Duda, alleato del PiS, e anche la Corte Suprema e altri incarichi sono ora occupati da persone legate al precedente partito di governo. Sarebbe ingenuo pensare che queste figure parteciperanno volontariamente alla seconda ondata di giustizia di transizione. Al contrario, è probabile che ostacoleranno l’azione e attenueranno le responsabilità per i misfatti del passato. Ciò lascia alle commissioni parlamentari la maggior parte del potere inquirente. Secondo il Codice di procedura penale, queste commissioni dispongono di alcuni strumenti per sanzionare coloro che vengono convocati in caso di mancata ottemperanza.

Altri esempi pubblicati da Mike Benz:

Si noti la particolare attenzione riservata alla nomina dei giudici del Tribunale costituzionale, che, a loro avviso, sarebbe stata fondamentale per i loro piani. Chiedono apertamente che il leader del partito PiS, Jaroslaw Kaczynski, venga “ritenuto responsabile”, un altro eufemismo per “eliminato”, in un modo o nell’altro.

In definitiva, tutto ruota attorno al loro bisogno di controllo del Tribunale, poiché il compito di questo tribunale è interpretare la Costituzione polacca , il che gli conferisce l’autorità di interpretare la questione fondamentale se la Costituzione sia subordinata al diritto dell’UE o viceversa. La mafia di Tusk a Bruxelles vuole usare il tribunale per assicurarsi che la Costituzione polacca rimanga soggetta al diritto dell’UE in ogni caso.

La questione era giunta al culmine nel luglio 2026 con una “Relazione sullo Stato di diritto” della Commissione europea , che evidenziava l’incapacità del Tribunale costituzionale polacco di applicare il diritto dell’UE, ritenuto prevalente rispetto alla costituzione polacca.

Dal rapporto:

“Le serie preoccupazioni relative al Tribunale costituzionale e alla sua giurisprudenza sono state confermate dalla Corte di giustizia dell’UE.”

«La Corte di giustizia ha ritenuto che la Polonia non avesse adempiuto ai propri obblighi ai sensi del diritto dell’UE poiché il Tribunale costituzionale polacco aveva violato il principio di effettiva tutela giurisdizionale e ignorato il primato, l’autonomia, l’efficacia e l’applicazione uniforme del diritto dell’UE , nonché il valore vincolante delle due sentenze della Corte. Alla luce delle gravi irregolarità riscontrate nella nomina di tre giudici della Corte costituzionale polacca nel dicembre 2015 e del suo Presidente nel dicembre 2016, la Corte ha messo in discussione lo status del Tribunale costituzionale quale tribunale indipendente e imparziale istituito per legge ai sensi del diritto dell’UE.»

Il Tribunale costituzionale ha affermato che la Corte di giustizia dell’UE non ha giurisdizione per pronunciarsi su questioni relative al Tribunale costituzionale e che la sua sentenza non ha effetto sul funzionamento del Tribunale stesso. Il Tribunale costituzionale ha dichiarato incostituzionale il criterio di indipendenza applicato ai giudici dei tribunali amministrativi.

Leggete attentamente di nuovo: l’organo dell’UE considera una pericolosa violazione del diritto dell’UE il fatto che il Tribunale costituzionale polacco abbia osato infrangere il “primato… del diritto dell’UE” . Il Tribunale costituzionale ha inoltre dichiarato che “la Corte di giustizia dell’UE non ha giurisdizione per pronunciarsi su questioni relative al Tribunale costituzionale” .

Per porre rimedio a questa situazione di stallo, il documento dell’UE chiede che le “autorità competenti” della Polonia, essenzialmente il presidente, consentano la nomina dei giudici globalisti scelti dal parlamento polacco di orientamento liberale:

Nel marzo 2026, il Parlamento ha adottato una risoluzione con la quale ha ribadito la necessità di ripristinare l’indipendenza del Tribunale costituzionale ed ha eletto, il 13 marzo e l’11 giugno 2026, sette giudici per ricoprire i posti vacanti all’interno del Tribunale. Il 5 maggio 2026, la Corte europea dei diritti dell’uomo ha emesso misure provvisorie che obbligavano le autorità polacche competenti ad astenersi dall’ostacolare l’assunzione e l’esercizio delle funzioni giurisdizionali da parte di quattro di questi giudici.

Come già accennato, il presidente polacco non è legalmente obbligato a rispettare le nomine, secondo la Costituzione; al contrario, il Sejm sostiene che la nomina non richieda l’approvazione presidenziale, e questo processo appare giuridicamente ambiguo. Si è quindi creata una situazione di stallo, e la mafia globalista di Tusk è stata costretta ad agire impulsivamente impadronendosi del tribunale a causa dell’urgenza delle imminenti elezioni parlamentari del 2027.

È significativo notare che non ci sono state condanne di rilievo da parte dell’UE o di altri organismi internazionali per questa flagrante violazione del loro sacro “Stato di diritto”. Se Putin avesse inviato i suoi scagnozzi a occupare con la forza la Corte Suprema russa, quante riunioni “di emergenza” e dichiarazioni internazionali sarebbero state indette? Ciò mette ancora una volta in luce l’ipocrisia dell’Occidente globalista che negli ultimi anni ha chiuso un occhio o addirittura avallato apertamente la messa al bando dei partiti di opposizione, l’annullamento delle elezioni, l’incarcerazione di figure politiche conservatrici e molto altro ancora.

L’ex presidente della Polonia Andrzej Duda ha riassunto al meglio la situazione paragonando le azioni di Tusk a quello che oggi è comunemente considerato il “modo di fare europeo”:

La saga continua a svolgersi e potrebbe persino precipitare in una crisi ben più grave, a seconda di quanto Tusk deciderà di spingersi oltre con i suoi piani disperati.

Stańczyk@NatConPatriot ORA IN POLONIA: I manifestanti patriottici polacchi chiedono la consegna di Tusk, che si nasconde nell’ufficio del Primo Ministro. La rabbia dell’opinione pubblica è al culmine. Una situazione del genere non si verificava in Polonia dalla caduta del blocco orientale. 22:36 · 31 ottobre 2026·5.270 visualizzazioni29 risposte·213 condivisioni·668 Mi piace

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C’è del metodo in questa follia, di WS

MdL ha scritto qui

un articolo sintetico del suo punto di vista; confesso di essere stato sempre molto influenzato dalle sue tesi.

I suoi libri ormai hanno anni. A leggerli sono stati a suo tempo “pugni nello stomaco”; ora si possono considerare “profetici” su questo mondo distopico in cui siamo stati portati.

Ma qualcosa , e lo nota lo stesso “catastrofista” MdL , sembra stia “andando storto”; siamo infatti tutti sconcertati dalla imprevista traiettoria presa da “l’ occidente combinato” perché di sicuro la sua “Agenda” è in ritardo.

Dalla guerra alla Russia alla guerra all’ Iran con la militarizzazione dei “soci” e la conseguente distruzione delle loro economie e relativi stati sociali, con in aggiunta per di più, ma questo per ora solo nella parte “europea” dell’ impero, il loro “antico” tessuto sociale già completamente sfilacciato e pure corroso da una immigrazione di massa allogena ed indigeribile, questo “transatlantico” , per riprendere il titolo di un mio vecchio contributo , andrà comunque a sbattere da qualche parte , fosse anche che il “rompighiaccio” russo riuscisse miracolosamente a schivarlo.

Perché questo Titanic un “iceberg” alla fine lo troverà e noi siamo tutti chiusi in terza classe !

Ma CHI ne decide la rotta? Non certo i burattini politici che ci viene concesso di “eleggere”. In plancia si annida “ un “pilota automatico” come ci disse un “banchiere che tutto il mondo ci invidia”.

Ma CHI lo ha impostato quel “pilota” e perché questa folle “ rotta di collisione” ?

Prima di tentare di rispondere a queste domande sarà bene cominciare a chiarire che qui la teoria marxista-leninista non ci aiuta anche se a volte “ suona bene”.

Usando infatti un’ ottica marxista si potrebbe pensare che sia solo per una ottusa avidità che capitali, tecnologie e posti di lavoro siano stati estratti dall’ interno de “l’ impero occidentale” e portati in Asia, al “comunismo” cinese invece che a quello russo.

Sempre nella stessa ottica, sarebbe per la stessa avidità che i “ salari” all’ interno de “l’ impero occidentale” siano stati portati , come ci dicono le statistiche della natalità, sotto il valore necessario alla riproduzione dei “ salariati” (/ “consumatori”) , e che per questo , e sempre nella stessa ottica, si sia avviata l’ importazione sistematica “ da fuori” di “disperati” ansiosi di “consumare” e per questo pronti ad accettare i salari che i “nativi” oramai non erano più disposti ad accettare.

Tutte queste cose infatti Marx ce le aveva già descritte analizzando le vicende del capitalismo inglese del XIX secolo .

Ma è proprio qui che le cose cominciano a divergere; ALLORA i capitalisti inglesi per abbassare i salari agli operai inglesi “importavano” affamati irlandesi , mica “afroislamici” !

E ALLORA “ la sinistra” inglese si organizzava CONTRO i “crumiri “; mica andava a festeggiare il loro arrivo sulle banchine di Liverpool e Glasgow !

E anche se qualcuno può marxisticamente dire che questo sia il “capitalismo terminale” e pensare che tutto questo sia la conseguenza di un gigantesco “abbaglio “ di un “capitalismo lasciato a se stesso” fino al finire “ impiccato con la corda data a prestito “ di Lenin (ma stranamente ”prestata” alla Cina invece che alla Russia), chi fermerà questa corsa ? Voi vedete da qualche parte l’opposizione di un qualche nuovo marxiano “soggetto economico”?

Le “analisi marxiste” non funzionano perché qui siamo davanti ad un “fenomeno nuovo” .

Infatti per entrare nello specifico italiano , non è solamente l’ avidità degli industrialotti “ padani” a riempire l’ Italia di “nuovi italiani”, perché in Italia la forza lavoro non ERA mai mancata e quella che oggi vanta la Meloni non è “piena occupazione” ma piena “SOTTOccupazione” di gente senza altra speranza che sopravvivere.

Certo la “ legge ferrea dei salari” spinge sempre ogni capitalista a comprimere i “ salari” fino al limite in cui i suoi affari peggiorano , e anche gli Agnelli , quando erano ancora “ industriali”, per guadagnare di più riempirono Torino di operai meridionali , ma mica di “banglas” come Monfalcone oggi , per citare l’ ultima industria strategica nazionale …

Ma perché allora quella Fiat , che allora macinava comunque grossi utili, in gran parte pure lasciati all’ estero, non superò quel limite di importare “ crumiri” dal Bangla Desh ?

Perché ALLORA nessun ingegner Valletta, per citare un VERO industriale, avrebbe portato in fabbrica manodopera “esotica”; lo STATO ITALIANO di ALLORA non gli avrebbe pagato i relativi COSTI SOCIALI; cosa che invece era disposto a pagare per ALTRI cittadini italiani.

La decisione di schiacciare “ il salariato “ ne “ l’ impero occidentale” è stata presa ben prima del crollo “ufficiale” del “ comunismo” e questo si può definire da quando le curve della produttività e dei salari hanno cominciato a divergere.

Negli USA ad esempio l’ inizio di questo processo è avvenuto nella seconda metà degli anni settanta , in Gran Bretagna nella prima metà degli ottanta e nella UE agli inizi dei ‘ 90 ed il “ritardo” è stato dovuto solo al tempo necessario per “ integrare” nel progetto i “corpi rappresentativi” un tempo schierati a difesa del “ salariato”.

Da noi il momento chiave fu segnato dalla “legge Martelli” che non a caso porta il nome di uno dei tanti nostri “ socialisti pret-a-porter” , ma il piano a qualcuno era già noto prima.

Infatti negli anni ‘80 il giornalista Maurizio Blondet era allora una punta del Giornale di Montanelli dove fece tante inchieste su “ voci” che aveva raccolto fino a quando, seguendo i retroscena del capitalismo meneghino nell’ affare Bi-Invest, incappò negli “ esoterismi” di quell’ “ambientino” e fu brutalmente espulso da quel quotidiano dopo un durissimo “disclaimer” del suo direttore.

Ma appunto una delle “voci” che aveva poco prima riportato Blondet riguardava lo strano progetto sottoposto alla “Fondazione Agnelli” su “ milioni di africani in Italia entro il 2000”; la Fondazione aveva risposto “ si può fare, purché i COSTI SOCIALI non siano in capo all’ azienda”.

CHI aveva sottoposto questo progetto e perché era stato preso tanto sul serio nonostante fosse ALLORA una totale assurdità ?

La conclusione, quindi, è molto semplice: non siamo finiti qui per un “capitalismo impazzito” o quantomeno per quel “ capitalismo” del XIX secolo che aveva descritto Marx.

C’ è al di sopra di quel capitalismo , comunque produttivo, ed quindi in qualche modo “progressivo”, come gli aveva riconosciuto Marx stesso , un altro “capitalismo” dedito non a guadagnare producendo “ cose”, ma a guadagnare creando “ denaro” cioè quel “ sangue “ necessario al funzionamento di ogni corpo sociale e quindi detentore di un potere che supera quello degli Stati. Proprio quegli Stati che avendo ceduto a questo “ capitalismo” il potere di “creare moneta” sono ora costretti ad indebitarsi con esso come qualunque di noi “sudditi”.

Ed un simile potere, seppur “ invisibile” come la mitica “ mano del mercato” di A. Smith , non è “inanimato” e “ci vede benissimo”; quindi “ c’ è del metodo in questa follia” e RIleggere Marx non ce lo può spiegare.

L’urna a doppiofondo: le “liste civiche” a Marano Vicentino e la logica duale delle elezioni locali italiane. Uno studio di caso locale, di Antonio Rossello

L’urna a doppiofondo: le “liste civiche” a Marano Vicentino e la logica duale delle elezioni locali italiane. Uno studio di caso locale

Sommario: Il presente contributo assume il comune di Marano Vicentino, in provincia di Vicenza e regione Veneto, come unità di analisi per esaminare il funzionamento della “lista civica” quale meccanismo linguistico-istituzionale nelle elezioni amministrative italiane. Sulla base dei dati comparabili delle elezioni europee del 2019 e delle elezioni comunali del 2022, si rileva una significativa divaricazione tra la logica della competizione partitica nazionale e la logica della scelta amministrativa locale. Il contributo ricostruisce inoltre le origini politiche del sindaco uscente Marco Guzzonato, collocandole nella tradizione di governo locale del centro-sinistra veneto, e definisce il fenomeno elettorale maranese come caso locale esemplificativo di quella che può essere definita una “ontologia politica duplex” del sistema italiano, nella quale il principio acta non verba opera come criterio di legittimazione dell’amministratore locale.

Parole chiave: liste civiche; elezioni amministrative; Veneto; Marano Vicentino; ontologia politica duplex; acta non verba

1. Introduzione: il valore analitico di un caso locale

Nella geografia politica italiana, il Veneto è tradizionalmente considerato un territorio di solida egemonia del centro-destra. Tuttavia, se si abbassa la scala di osservazione dal livello regionale o nazionale a quello comunale, il quadro del comportamento elettorale rivela una tessitura più complessa. Marano Vicentino, un comune di circa novemilacinquecento abitanti situato tra Schio e Thiene, offre un caso di valore analitico: lo stesso corpo elettorale mostra, tra elezioni nazionali ed elezioni amministrative, una differenza sistematica nella logica del voto. Il presente contributo non interpreta tale differenza come effetto di una volatilità a breve termine delle preferenze degli elettori, bensì come il funzionamento di un meccanismo istituzionale stabile della governance locale italiana: la lista civica come grammatica politica “dicibile”, che consente alla scelta amministrativa locale di trovare espressione autonoma al di fuori delle etichette ideologiche dei partiti nazionali.

La scelta di Marano Vicentino come campione non è casuale. Il comune si presenta, nella descrizione che ne dà la stampa locale, come un “comune cuscinetto” dell’Alto Vicentino, collocato tra due centri di rilevanza industriale e sociale come Schio e Thiene . Questa posizione intermedia non è soltanto geografica: Marano è un centro di dimensioni contenute, inserito in un distretto produttivo di lunga tradizione, quello della meccanica dell’Alto Vicentino, riconosciuto dalla Regione Veneto come distretto industriale . La sua struttura economica combina agricoltura residuale, piccola e media impresa manifatturiera e una tradizione tessile storicamente documentata . Dal punto di vista demografico, si tratta di una comunità di circa novemila abitanti, sufficientemente piccola da rendere leggibili le dinamiche di prossimità, ma sufficientemente grande da non esaurirsi in una dimensione puramente paesana. La storia insediativa, con tracce di centuriazione romana e una continuità documentaria che attraversa i secoli, conferisce al territorio uno spessore che ne fa un osservatorio non episodico . In sintesi, Marano non è un’exception territoriale: è un comune rappresentativo di quella fascia di centri medi del Nord-Est italiano in cui il voto locale e il voto nazionale hanno storicamente seguito logiche distinte. È precisamente questa “normalità” che ne fa un campione significativo, potenzialmente estensibile a proiezioni di più largo raggio.

2. Presentazione dei dati: confronto quantitativo tra voto nazionale e voto locale

Secondo i dati dell’Osservatorio elettorale della Regione Veneto, elaborati su base Ministero dell’Interno, alle elezioni europee del 2019 il Partito Democratico ha ottenuto nella provincia di Vicenza il 18,2 per cento. Marano Vicentino, comune appartenente a tale provincia, presenta un risultato coerente con l’andamento provinciale: la stampa locale riporta che il Partito Democratico si è collocato in terza posizione nel comune, dietro al Movimento 5 Stelle e alla Lega. Va precisato che i dati pubblici disponibili non riportano in modo isolato la percentuale esatta del Partito Democratico nel comune di Marano; il presente contributo non formula pertanto asserzioni numeriche precise su tale punto, ma la valutazione qualitativa, secondo cui il Partito Democratico non è nella prima fascia, è sostenuta da fonti giornalistiche locali.

Tre anni dopo, le elezioni comunali del 2022 presentano un assetto radicalmente diverso. Secondo i dati del Ministero dell’Interno, Marco Guzzonato, con la lista civica “Marano Bene Comune”, ha ottenuto 2.559 voti, pari al 62,22 per cento, ed è stato eletto sindaco; la sfidante Vanna Dalla Vecchia (“Noi di Marano”) ha ottenuto il 24,17 per cento, mentre Luca Zanandrea (“Marano Domani”) il 13,62 per cento. Tutte e tre le liste presentate sono di natura civica, nessuna delle quali compare con etichetta di partito nazionale. L’affluenza alle urne è stata del 51,75 per cento: non elevata, ma sufficiente, in elezioni locali, a produrre una chiara investitura maggioritaria.

L’informazione centrale di tale confronto non è che gli elettori hanno cambiato posizione, bensì che gli elettori, nei diversi livelli elettorali, hanno attivato grammatiche politiche differenti. In questa attivazione differenziata si inserisce, come si argomenterà, il principio acta non verba: nel voto amministrativo l’elettore tende a valutare le opere realizzate e i risultati concreti dell’amministrazione uscente, più che le dichiarazioni programmatiche o le appartenenze ideologiche.

3. Le origini politiche di Guzzonato: la continuità di una tradizione di governo locale di centro-sinistra

Marco Guzzonato non è un nuovo arrivato in politica. Quando nel 2017 si candidò per la prima volta a sindaco, il quotidiano locale Il Gazzettino lo indicò esplicitamente come vicesindaco dell’allora sindaca di centro-sinistra Piera Moro, precisando che era “sostenuto da una lista di centrosinistra” . La cronaca elettorale dello stesso anno conferma inoltre che fu eletto con il 72,66 per cento dei voti, descritto come candidato di una “civica di centrosinistra” . VicenzaPiù, nel riepilogo dei sindaci eletti, lo definisce “vice sindaco uscente dell’amministrazione di Piera Moro della lista civica Marano Bene Comune che rappresenta il centrosinistra” . La rielezione del 2022 va dunque intesa come continuazione dello stesso filone politico locale, non come fenomeno isolato di “movimento civico”. Un ulteriore elemento di conferma indiretta proviene dalla dichiarazione di Daniela Sbrollini, esponente del Partito Democratico, che nel 2017 commentò i risultati amministrativi menzionando esplicitamente “l’ottimo risultato ottenuto a Marano Vicentino con l’elezione di Marco Guzzonato” . Si tratta di una valutazione politica proveniente da un’esponente nazionale del PD, che colloca il risultato maranese nel novero dei successi del centro-sinistra locale.

In questo quadro va segnalato, con la cautela dovuta a un’espressione di natura gergale e non documentata storiograficamente, che Marano è talvolta evocata in ambito locale, ironicamente, come “piccola Stalingrado”: si tratta di una citazione attinta da colloqui verbali informali, non di un dato bibliografico verificato, e l’etichetta allude alla persistenza percepita di una tradizione politica di sinistra in un territorio a prevalente egemonia di centro-destra. L’identità politica personale di Guzzonato, nelle informazioni pubbliche verificabili, si è sempre espressa attraverso liste civiche locali, senza che risultino registrazioni di adesione formale a partiti nazionali. Proprio tale caratteristica costituisce la base istituzionale della sua resilienza elettorale attraverso livelli diversi: in un contesto regionale veneto a egemonia di centro-destra, un sindaco di formazione centro-sinistra, sostenuto da una lista civica, riesce a mantenere una stabile maggioranza elettorale sul piano amministrativo locale. La legittimazione così ottenuta si fonda, coerentemente con il principio acta non verba, sulla valutazione dell’operato amministrativo più che sull’adesione a una piattaforma ideologica nazionale.

4. Interpretazione politologica e sociologica: la lista civica come meccanismo di ammortizzazione

Dal punto di vista politologico, il modello elettorale maranese può essere concettualizzato come un meccanismo istituzionale di ammortizzazione. Nelle elezioni nazionali, l’elettore si confronta con una competizione chiusa incentrata su identità politica nazionale, appartenenza ad alleanze e posizionamento geo-strategico; l’etichetta di partito porta con sé un carico simbolico che trascende l’ambito amministrativo locale. Nelle elezioni comunali, la lista civica offre una riduzione pragmatica di complessità: ricolloca i temi della competizione su questioni di governo concretamente esperibili, quali la manutenzione delle strade, i servizi scolastici, la gestione del verde pubblico. È in questo spostamento di scala che il principio acta non verba assume funzione strutturante: la valutazione dell’elettore si orienta verso le realizzazioni verificabili dell’amministrazione, i fatti appunto, e non verso le enunciazioni verbali o le appartenenze simboliche. Per un sindaco di origine politica centro-sinistra, l’etichetta civica consente di ottenere, nella struttura elettorale veneta di centro-destra, una forma di enunciabilità cross-schieramento. Non si tratta di inganno, né di amnesia collettiva degli elettori, bensì del funzionamento quotidiano di una ontologia politica duplex già istituzionalizzata nella governance locale italiana.

Questa dinamica non è esclusiva di Marano né del centro-sinistra. Un sindaco di un piccolo comune italiano, iscritto a Fratelli d’Italia, ha descritto in forma confidenziale, chiedendo di restare anonimo e senza indicare il nome del proprio comune, un’esperienza analoga: nel 2014 le elezioni amministrative coincisero con le elezioni europee, nelle quali il Partito Democratico di Renzi raggiunse il 40,1 per cento anche nel suo territorio; ciò nonostante, egli vinse con oltre il 65 per cento dei voti con una lista dichiaratamente di centro-destra. La sua osservazione è politologicamente significativa: “L’elettore riesce a sdoppiarsi all’interno della cabina elettorale, nella stessa consultazione. La differenza la fanno le persone.” E aggiunge, riguardo al proprio partito: “Guardo al partito a cui sono iscritto, Fratelli d’Italia: il riferimento per l’elettore è Giorgia Meloni, raramente lo è in maniera determinante il rappresentante locale.” Questa testimonianza, pur non essendo verificabile con fonti documentali e dovendo essere trattata come dichiarazione informale, conferma che il fenomeno dello sdoppiamento non è un tratto ideologico del centro-sinistra maranese, ma una struttura ricorrente del voto locale italiano, che attraversa gli schieramenti.

Dal punto di vista sociologico, la generalizzazione delle liste civiche produce inoltre effetti strutturali meritevoli di attenzione. Quando nel 2022 a Marano tutte e tre le liste si presentano in forma civica, la funzione distintiva di tale etichetta si attenua. La civicità passa da strategia linguistica eccezionale a grammatica politica locale di default. Le conseguenze di tale passaggio sono neutre: da un lato può ridurre la penetrazione delle ideologie partitiche nell’amministrazione locale; dall’altro può rendere l’elettore, in assenza dell’etichetta di partito come scorciatoia informativa, maggiormente dipendente dalla reputazione personale del candidato e dalle reti locali. In questo secondo scenario, il criterio acta non verba diventa ancora più centrale, poiché, venendo meno le etichette partitiche come segnale informativo, la valutazione dell’operato concreto diviene il principale ancoraggio della scelta elettorale. Per la ricerca politologica, il valore del caso Marano risiede precisamente nel fatto che esso mostra la forma assunta da tale meccanismo quando giunge a saturazione.

5. Conclusione

Marano Vicentino non va letto come esempio aneddotico di elettori volubili, bensì come caso locale di chiarezza analitica nel quadro del sistema elettorale locale italiano. I dati che esso rivela mostrano una separazione stabile e ripetibile tra la logica della competizione partitica nazionale e la logica della scelta amministrativa locale. La traiettoria politica di Guzzonato dimostra che tale separazione non richiede al candidato di rinunciare alla propria origine politica, ma di collocare tale origine entro il quadro enunciativo della lista civica, lasciando che sia il principio acta non verba a fondare la legittimazione dell’amministratore presso l’elettorato. In questo senso, l’urna a doppiofondo di Marano non è una patologia della democrazia, ma un meccanismo adattivo della tradizione di governance locale italiana meritevole di osservazione continuativa.

Resta però una domanda che il caso solleva e che non può essere elusa. Se l’elettore è in grado di sdoppiarsi, se la stessa persona vota in un modo per Roma e in un altro per il proprio comune, e se questo sdoppiamento non è un difetto di informazione ma una competenza civica acquisita, allora la lista civica e il principio acta non verba sono strumenti che rafforzano o indeboliscono la democrazia? Da un lato, essi avvicinano la scelta amministrativa ai problemi concreti e consentono alla comunità locale di premiare chi ha governato bene indipendentemente dall’etichetta nazionale. Dall’altro, possono offrire un alibi all’assenza di radicamento partitico, rendere opaca la responsabilità politica e trasformare il “bene comune” in una formula tanto inclusiva quanto indeterminata. La risposta non è univoca, e forse è proprio in questa ambiguità che risiede la vitalità — e la fragilità — della democrazia amministrativa italiana.

Fonti di riferimento (già indicate nel testo):

Osservatorio elettorale della Regione Veneto, dati delle elezioni europee del 2019 (elaborazione su base Ministero dell’Interno); Corriere della Sera, risultati delle elezioni comunali di Marano Vicentino 2022; la Repubblica, risultati delle elezioni comunali di Marano Vicentino 2022; Il Gazzettino, 1 giugno 2017, servizio sui candidati di Marano Vicentino; Il Gazzettino, 12 giugno 2017, resoconto dei risultati elettorali; VicenzaPiù, 26 giugno 2017, riepilogo dei sindaci eletti; AltoVicentinOnline, 11 giugno 2017, dichiarazione di Daniela Sbrollini; Centro Studi CISL Vicenza, I distretti in Provincia di Vicenza, 27 gennaio 2022. La locuzione “piccola Stalingrado” è citazione attinta da colloqui verbali informali, non da fonte bibliografica. La testimonianza del sindaco iscritto a Fratelli d’Italia è parimenti attinta da colloquio confidenziale, reso in forma anonima su richiesta dell’interlocutore, e non da fonte documentale verificabile.

Tavola rotonda tra le due sponde | Tang Xianglong, Xin Qiang, Chen Fengxin: I disordini in Francia si stanno diffondendo in diversi paesi; per quanto tempo ancora reggeranno le “dichiarazioni dure” dei politici europei?

Tavola rotonda tra le due sponde | Tang Xianglong, Xin Qiang, Chen Fengxin: I disordini in Francia si stanno diffondendo in diversi paesi; per quanto tempo ancora reggeranno le “dichiarazioni dure” dei politici europei?

  • Tang Xianglonggiornalista di lunga esperienza
  • XinqiangDirettore del Centro di studi su Taiwan dell’Università di Fudan
  • Chen FengxinGiornalista di lunga data e commentatore economico di Taiwan

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23 ottobre 2026, ore 13:47:13Dimensione carattere: A- A A+Fonte: Guanchazhe.comLetture: 65.013

Da un lato c’è Bruxelles: i negoziati commerciali tra la Cina e l’UE hanno appena registrato progressi parziali su 16 punti di intesa, ma l’Unione europea, subito dopo aver definito le disposizioni relative alle quote tariffarie per le auto ibride, ha immediatamente indicato che tali disposizioni si applicano “per analogia” anche a settori quali l’industria chimica e quella delle materie plastiche.

Da un lato, le strade di Parigi: le manifestazioni in Francia sono sfociate in atti di violenza, saccheggi e disordini, estendendosi poi a Italia, Belgio, Portogallo e persino all’Albania.

Due vicende apparentemente parallele, ma che conducono alla stessa domanda: quando la competitività delle industrie chiave europee è in calo e le riforme strutturali interne procedono a rilento, per quanto tempo ancora le “dichiarazioni forti” dei politici potranno reggere? Di fronte ai negoziati tra Cina e Unione Europea, perché la Cina sembra “più disponibile al dialogo”? Dietro a questo atteggiamento si nascondono concessioni economiche e commerciali o calcoli strategici? E quali malcontenti della popolazione sono emersi dai disordini scoppiati nelle strade francesi?

In questa puntata di “Tavola rotonda tra le due sponde”, analizzeremo, da un punto di vista economico e politico, il legame nascosto tra il gioco di potere tra Cina e Europa e il caos che regna in Europa, chiarendo la logica intrinseca delle attuali difficoltà strutturali del continente e fornendo una prospettiva utile per comprendere l’andamento delle relazioni sino-europee e l’evoluzione della situazione politica interna europea.

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Chen Fengxin: Concentriamoci innanzitutto sulla situazione dei negoziati commerciali e di investimento tra la Cina e l’UE. Le due parti sono finalmente riuscite a compiere progressi parziali e il Ministero del Commercio cinese ha pubblicato 16 punti di intesa. Con il passare del tempo, stanno venendo alla luce molti dettagli relativi a tali intese, tra cui la questione dei contingenti tariffari per le auto ibride — che a Taiwan chiamiamo “auto a benzina e elettricità” —; allo stesso tempo, le due parti potrebbero aver raggiunto alcuni accordi preliminari sullo sviluppo futuro.

Tuttavia, al momento l’Unione Europea sembra ritenere che i progressi nei negoziati sulle auto ibride siano molto vantaggiosi per l’Europa, tanto da voler estendere tale approccio ad altri settori, tra cui l’industria chimica, quella delle materie plastiche e così via. Riguardo a questo fenomeno, per cui da un lato si ottengono determinati risultati nei negoziati e dall’altro si alzano immediatamente la posta in gioco, chiediamo innanzitutto a Xianglong di esprimere la sua opinione: secondo te, come reagirà l’Unione Europea di fronte al continuo aumento del deficit commerciale con la Cina?

Tang Xianglong: A dire il vero, se si considera esclusivamente la struttura del commercio tra Cina ed Europa, se fossi al posto di paesi europei influenti come la Germania o la Francia, o se ricoprissi un ruolo come quello di von der Leyen alla Commissione europea, anch’io sarei molto preoccupato e riterrei che si tratti effettivamente di un problema. Infatti, non si tratta solo di una questione strutturale: il disavanzo commerciale tra Cina ed Europa sta crescendo rapidamente, con evidenti ripercussioni negative sui prodotti chiave europei; è quindi naturale che l’Europa cerchi di mitigare questa situazione.

Dal punto di vista della logica dei negoziati economici e commerciali bilaterali, la parte che ricorre al protezionismo è spesso quella che si trova in una posizione di svantaggio nella competizione tra industrie tecnologiche, che si manifesta sotto forma di scambi commerciali. I settori chiave dell’Europa sono ormai in svantaggio; si noti che non si tratta di settori marginali, bensì del nucleo della sua struttura industriale, come l’industria chimica e quella automobilistica, che sono senza dubbio i tradizionali punti di forza di paesi europei come la Germania. Oggi questi settori sono in svantaggio e, nell’attuale contesto competitivo, non hanno alcuna possibilità di recuperare terreno. Pertanto, piuttosto che dire che l’Europa sta cercando di negoziare con la Cina, sarebbe più corretto affermare che sta implorando clemenza, sperando che la Cina possa mostrare indulgenza e concedere loro un po’ di respiro.

In occasione di questi negoziati, quando sono arrivati i rappresentanti europei, pensavamo che le trattative si sarebbero protratte per diversi giorni, con possibili discussioni accese e magari anche un secondo round, ma non è stato così. Fin dall’inizio, a prima vista, sembrava che entrambe le parti fossero soddisfatte e si è giunti rapidamente a un accordo reciprocamente accettabile. Ritengo che ciò indichi che le riflessioni di tutti si siano ormai distaccate dalla superficie della concorrenza industriale e commerciale, per concentrarsi essenzialmente su questioni di struttura strategica.

Ciò è evidente sotto due aspetti: da un lato, se si considera la Cina odierna, sebbene l’Occidente tenda a descriverla in termini di cosiddetto “eccesso di capacità produttiva”, perché mai i prodotti di esportazione principali della Cina stanno riscuotendo un successo così travolgente? Perché la capacità tecnologica dell’industria cinese ha ormai raggiunto livelli di eccellenza all’avanguardia; in passato forse non rappresentava una minaccia per i cosiddetti paesi industrializzati avanzati, ma oggi proprio questi ultimi sono quelli che subiscono maggiormente la pressione competitiva della Cina.

In secondo luogo, poco prima che la Merkel lasciasse l’incarico, durante i negoziati tra la Cina e l’Europa sull’accordo globale sugli investimenti, la Cina si è subito dichiarata disposta a promuoverne l’approvazione; questo mi ha fatto pensare che la Cina abbia una visione ponderata nei confronti dell’Europa, che va oltre le questioni economiche e commerciali e raggiunge un livello strategico. In questa occasione, credo che la Cina abbia trasmesso all’Unione Europea l’impressione che sia un interlocutore con cui si possa dialogare. La Cina non ha posto ostacoli eccessivi all’Europa. Questa buona volontà manifestata nei confronti dell’Unione Europea mi ha ricordato l’atteggiamento della Cina durante i negoziati sull’accordo globale sugli investimenti tra Cina ed Europa di allora.

La forza industriale attuale della Cina è sotto gli occhi di tutti: nel 2025 la produzione industriale cinese rappresenterà il 34% del totale mondiale. Di che livello si tratta? Se si sommano tutti i paesi del G7, con gli Stati Uniti in testa, si ottiene all’incirca questa cifra, e la Cina potrebbe addirittura superarla di poco. Di questa quota, gli Stati Uniti rappresentano il 40-50% del G7; se si esclude gli Stati Uniti, i restanti paesi del G6, messi insieme, raggiungono una quota complessiva inferiore al 15%. Se si escludono anche Germania e Giappone, i restanti paesi – Italia, Francia e Regno Unito – raggiungono complessivamente solo il 3-4% circa.

Oggi, di fronte alla competitività travolgente dell’industria manifatturiera cinese, che in molti settori ha un vantaggio schiacciante, è quasi impossibile competere con la Cina, a meno che non ci si sieda a un tavolo per discutere seriamente con essa, innalzando le barriere all’accesso al mercato e utilizzando proprio l’accesso al mercato per attenuare l’impatto della concorrenza; l’Europa ha già intrapreso questa strada.

Un altro punto chiave di riflessione per la Cina è che i settori coinvolti, ovvero l’industria chimica e quella automobilistica, incidono sul consenso fondamentale che oggi esiste tra Cina e Europa: il globalismo. In materia di energia verde e riduzione delle emissioni di carbonio, infatti, Cina ed Europa condividono una posizione comune. Tuttavia, non sono sicuro che la Cina abbia colto questo sottinteso: ora che l’Europa sta gradualmente perdendo terreno nella competizione industriale, resta da vedere se avrà ancora la forza di continuare a perseguire l’efficienza energetica e la riduzione delle emissioni di carbonio, a sostenere lo sviluppo dell’industria delle energie verdi e a mantenere la rotta del globalismo. Questo è ormai un punto interrogativo. La Cina non può in alcun modo permettere all’Europa di abbandonare questa nave da guerra; per questo continuo a sostenere che, nell’osservare gli attuali negoziati economici e commerciali tra Cina e UE, piuttosto che concentrarsi su specifiche voci di prodotto, aliquote fiscali o limiti quantitativi all’accesso al mercato, sarebbe meglio riflettere sul motivo per cui questa volta la Cina dia l’impressione di essere più “disponibile al dialogo”: è proprio la riflessione strategica che sta dietro a questo atteggiamento ad essere davvero importante.

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Fonte dell’immagine: Forum dei 40 esperti finanziari cinesi (CF40)

Chen Fengxin: Vorrei porre una domanda anche al professor Xin Qiang. Come valuta questi negoziati economici e commerciali tra Cina ed Europa? Prima delle trattative, i politici europei, tra cui il presidente francese Macron e il cancelliere tedesco Merz, sembravano voler unire le forze per assumere una posizione più dura nei confronti della Cina, arrivando persino a mettere in conto una rottura delle relazioni economiche e commerciali tra Cina ed Europa. Tuttavia, dopo aver raggiunto un consenso in brevissimo tempo, il passo successivo non è stato quello di consolidare i risultati ottenuti, bensì di discutere se estendere tali accordi ad altri settori industriali. Come valuta questo approccio europeo, che consiste nel continuare a combattere e allo stesso tempo inasprire la situazione?

Xin Qiang: Si tratta probabilmente di una strategia utilizzata da tutti i paesi nel corso dei negoziati; tuttavia, nei paesi occidentali, compresi quelli europei, i politici sono costretti a prendere posizioni rigide per ragioni di politica interna ed elettorale. Naturalmente, la possibilità di assumere toni duri e di agire con fermezza dipende dalla capacità e dalla forza di cui si dispone.

La Cina non ha mai amato particolarmente questo genere di cose, ed è per questo che, come vedete, continuiamo a ribadire la necessità di sostenere, approfondire ed espandere la globalizzazione, di continuare a sventolare la bandiera del libero scambio e di opporci al protezionismo. Nei negoziati con l’Europa, non usiamo mai parole dure a cuor leggero; ribadiamo costantemente la nostra disponibilità a sederci al tavolo delle trattative, a promuovere il continuo ampliamento degli interessi comuni tra Cina ed Europa, ad aumentare la torta e poi a pensare a come dividerla, anziché ricorrere a un gioco a somma zero in cui uno vince e l’altro perde.

Tuttavia, in passato gli Stati Uniti e l’Occidente sembravano ritenere che il loro modo di agire fosse piuttosto efficace, finché un giorno, trovandosi di fronte a un ostacolo insormontabile, si sono resi conto che questo tipo di retorica e di strategia negoziale, di fronte ad attori davvero potenti, spesso può portare a un’umiliazione o a mettere se stessi in una situazione molto imbarazzante. All’epoca, nonostante i dazi esorbitanti del 145% imposti da Trump, alla fine sono stati proprio gli Stati Uniti a ritirarsi con la coda tra le gambe, cercando una via d’uscita per raggiungere una tregua commerciale con la Cina.

L’Europa si è mai chiesta se possiede la stessa forza degli Stati Uniti? Quando la Cina usa toni decisi, l’Europa ha la stessa sicurezza degli Stati Uniti? Dispone delle stesse carte da giocare? È evidente che l’Europa non può assolutamente essere paragonata agli Stati Uniti. Se la Cina si comporta così nei confronti degli Stati Uniti, come potrebbe mai fare concessioni sostanziali di fronte alle minacce vuote dell’Europa?

Alcuni politici europei ed americani, per raccogliere voti e sostegno politico a livello nazionale, iniziano con dichiarazioni forti, rimandando a più tardi la questione della loro realizzabilità, perché chissà, magari tra qualche giorno non saranno più in carica: assumersi la responsabilità è un’altra storia, o magari non dovranno assumersela affatto. Non prendono minimamente in considerazione il danno che tali dichiarazioni possano causare alla popolazione del proprio Paese, né le perdite in termini di benessere e qualità della vita. Molti politici – e lo dico senza mezzi termini – sono politici senza scrupoli, che fondamentalmente approfittano di ogni singolo giorno in cui sono al potere; quando un giorno lasceranno la carica, lasceranno dietro di sé un disastro, ma tanto non è un problema loro, è un problema di chi verrà dopo di loro, e lui o lei non dovrà riflettere seriamente né assumersi alcuna responsabilità.

Nei negoziati commerciali tra Cina e Occidente, così come in ogni tipo di questione – che si tratti di politica, diplomazia o controversie sulla sovranità territoriale – gli Stati Uniti e l’Europa hanno sempre seguito lo stesso schema per anni; la Cina se ne è ormai abituata e ne ha compreso a fondo le dinamiche. La Cina ha delle carte da giocare? Certamente sì: se non le avesse, come potrebbe costringere gli Stati Uniti a cedere alla fine? E se la Cina volesse infliggere un duro colpo all’Europa, avrebbe delle carte da giocare? Certamente sì, e sarebbero persino molto più numerose di quelle che ha a disposizione contro gli Stati Uniti. Ritengo che i politici europei, purché dotati di conoscenze di base, ne siano ben consapevoli. Eppure ora l’Europa sta alzando la voce più di chiunque altro, ma cosa ha ottenuto realmente dalla Cina?

Quando diciamo che ogni mossa deve andare a segno, chiunque abbia un po’ di buon senso capisce la potenza della cosiddetta strategia cinese di “colpire il punto vitale”. Ad esempio, qualche giorno fa alcuni media hanno rivelato che un’azienda sconosciuta, forse addirittura ignota al grande pubblico, è in realtà un fornitore chiave delle litografiche ASML olandesi. Di fatto, se la Cina riuscisse a bloccare questa singola azienda, potrebbe interrompere completamente l’intera catena di approvvigionamento per la produzione delle litografiche. Quale paese potrebbe permettersi un costo del genere? L’Olanda sarebbe disposta a sopportarlo? L’Europa potrebbe sopportarlo? O addirittura il mondo intero? D’altra parte, dato che comunque non possiamo acquistare le litografiche di fascia più alta, stringervi un po’ il collo non avrebbe alcun impatto o danno reale per la Cina.

Naturalmente, noi non addetti ai lavori non possiamo comprendere nei dettagli e in modo così specifico questa strategia così precisa, ma credo che il Ministero del Commercio cinese, il Ministero degli Affari Esteri o le aziende interessate abbiano già analizzato a fondo queste questioni nel corso degli anni, individuando davvero il “punto debole”.

Ritengo quindi che l’Europa stia commettendo un errore strategico. Di fronte alle pressioni degli Stati Uniti, la scelta più saggia per l’Europa sarebbe quella di collaborare con la Cina e sedersi al tavolo delle trattative per discutere di come eliminare le barriere commerciali, ridurre quelle non tariffarie, promuovere la cooperazione economica tra Cina e Europa e contrastare insieme la “bastone tariffario” degli Stati Uniti, nonché le restrizioni commerciali, i controlli sulle esportazioni e altre misure di coercizione economica unilaterali.

Ma l’Europa ora non è così. Da un lato nutre risentimento nei confronti degli Stati Uniti, ma non può fare altro che piegarsi; dall’altro, cerca di scaricare il danno subito sulla Cina, arrivando persino a esercitare pressioni su di essa per ottenere un risarcimento. Qual è il risultato finale? È proprio il doppio misto Cina-Stati Uniti. In futuro, lo spazio di manovra dell’Europa potrebbe ridursi sempre più, mentre i danni ai suoi interessi aumenteranno sempre di più. Naturalmente, questo potrebbe non essere così evidente nell’arco di tre o cinque anni, ma in futuro i cittadini europei, così come l’intero tessuto economico ed ecologico del continente, subiranno danni concreti.

Chen Fengxin: Vorrei intervenire. Sia Xiang Long che il professor Xin Qiang hanno sottolineato che i politici europei sono bravi a fare dichiarazioni forti, ma non sono in grado di agire con fermezza. Quando si tratta di negoziare sul serio, non riescono a separare le relazioni economiche e commerciali tra Cina ed Europa. Questo perché la dipendenza dell’Europa dalla Cina continentale non riguarda il mercato, ma i prodotti.

Vorrei innanzitutto esprimere la mia opinione personale: perché i politici europei sono così propensi a usare toni duri? Ritengo che ci siano due ragioni. In primo luogo, quando un’economia è in declino, è facile ricorrere al nazionalismo, cercare nemici all’esterno e attribuire i problemi interni alla malvagità dei nemici stranieri, nascondendo in questo modo le questioni che si devono risolvere. Si tratta di una situazione che si verifica in qualsiasi economia in declino: è così negli Stati Uniti e lo è ancora di più in Europa. Il secondo motivo è la pressione degli elettori: poiché le elezioni si tengono a intervalli regolari, i politici devono fare i conti con le pressioni esercitate dai diversi gruppi di interesse che rappresentano i vari settori industriali. Attualmente, vedendo la crescita vertiginosa delle auto ibride nella Cina continentale, il settore europeo delle auto elettriche è sottoposto a una pressione enorme, e per questo motivo i politici sperano di poter dare una risposta adeguata.

Ma quale sarà il risultato effettivo? Parlo innanzitutto dei negoziati sul commercio e gli investimenti tra Cina ed Europa: cosa ha ottenuto l’Europa? Ha ottenuto che la Cina continentale acconsentisse a non far crescere così rapidamente il segmento delle auto ibride, in modo da dare all’Europa il tempo di adeguarsi; allo stesso tempo, la Cina può aumentare gli investimenti diretti nei veicoli elettrici in diversi paesi europei. In questo modo, sia i veicoli elettrici che quelli ibridi di marchi cinesi prodotti in Europa non avranno bisogno di ricorrere ai contingenti tariffari. Ritengo quindi che la Cina continentale abbia chiarito la propria posizione: anche lo stabilimento BYD in Ungheria ha già iniziato a effettuare le spedizioni e potrà aumentare le consegne di questo tipo di veicoli senza ricorrere ai contingenti tariffari.

Ho però notato una cosa, su cui bisognerà prestare attenzione in futuro quando l’UE renderà noti i dettagli, poiché la Cina continentale ha sempre sottolineato la necessità di rispettare le norme dell’Organizzazione mondiale del commercio (OMC) e di attenersi al principio di non discriminazione. Pertanto, i contingenti tariffari per le auto ibride non possono riguardare solo la Cina continentale, ma devono essere applicati a livello mondiale. Poiché i contingenti cresceranno in modo ordinato sulla base del valore delle esportazioni del 2025, mi chiedo: quale sarà il contingente tariffario che il Giappone potrebbe ottenere?

E cosa ha ottenuto in cambio la Cina continentale? Ha ottenuto gli inverter, un aspetto che forse è sfuggito all’attenzione di molti. Inizialmente l’Europa vietava ai produttori della Cina continentale di esportare nell’Unione Europea, ma ora l’Unione Europea si dice disposta a negoziare, il che ha un che di “scambio alla pari”. Pertanto, se in futuro dovessero introdurre restrizioni di questo tipo anche per i settori chimico e delle materie plastiche, credo che, in primo luogo, il principio di non discriminazione sarà sicuramente rispettato, come deve essere in tutto il mondo; in secondo luogo, ritengo che la questione verrà gestita secondo il principio “prodotto per prodotto”.

Perché si dice che questi leader dell’Unione Europea non siano affatto in grado di prendere decisioni difficili? C’è una cosa che mi ha colpito profondamente: un articolo del “Financial Times” di Londra, che raccoglieva numerosi dati economici e commerciali tra Cina e Europa, menzionava alcuni settori chiave, come quello dei veicoli elettrici, dell’industria automobilistica, dei macchinari e della chimica, in cui le esportazioni dalla Cina continentale verso l’Unione Europea registravano una crescita molto rapida. Ciò che però non viene notato è che la loro competitività è aumentata proprio grazie all’utilizzo di componenti a monte e materie prime provenienti dalla Cina continentale. La catena di approvvigionamento a monte proveniente dalla Cina continentale offre infatti prodotti di alta qualità a prezzi competitivi, e a parità di qualità non è possibile trovare alternative più economiche. In realtà, la Banca centrale europea ha condotto uno studio secondo cui, dal 2000 al 2022, la catena di approvvigionamento di prodotti intermedi provenienti dalla Cina continentale ha determinato un aumento della produzione industriale nei settori europei correlati pari a circa 0,6 punti percentuali. Poiché il ritmo di crescita della produttività in Europa è molto lento, un aumento di 0,6 punti percentuali rappresenta un incremento davvero significativo.

L’ultima cosa che vorrei sottolineare è: il fatto che i politici europei usino toni duri ma non siano in grado di agire con fermezza potrebbe danneggiare l’Europa? A prima vista, le loro azioni concrete sembrano piuttosto pragmatiche, ma ritengo che comunque ci sia un danno. In che senso? Questo atteggiamento anestetizza l’opinione pubblica, impedendole di affrontare realisticamente il fatto che la propria competitività sta calando. Tuttavia, per ingraziarsi gli elettori, i politici europei non vogliono affrontare i profondi problemi interni e scaricano tutta la colpa all’esterno. Il risultato è che guadagnano un po’ di tempo, ma una volta ottenuto, non attuano alcuna riforma strutturale al loro interno.

L’esempio più evidente risale al settembre 2024, quando la Commissione europea ha incaricato l’ex presidente della Banca centrale europea ed ex primo ministro italiano Draghi di presentare un rapporto su come migliorare la competitività europea, in cui erano elencate 383 azioni da intraprendere. Ogni volta che parlo con amici esperti di economia europea, tutti concordano sul fatto che il rapporto Draghi colga effettivamente nel segno rispetto alle attuali esigenze dell’Europa; tuttavia, a distanza di oltre due anni, solo il 15% circa delle misure è stato effettivamente attuato, mentre le altre sono state accantonate. Ritengo quindi che, in questa situazione, in una prospettiva a lungo termine, il futuro dell’Europa sia effettivamente motivo di maggiore pessimismo.

Vorrei quindi rivolgere una domanda a entrambi: recentemente abbiamo assistito a proteste in Francia che si sono trasformate in rivolte, con atti di violenza, distruzione e saccheggi, e che si sono poi estese all’Italia, al Belgio, al Portogallo e persino all’Albania. Quindi, come abbiamo appena accennato, cosa sta succedendo all’economia europea? E alla competitività europea? Gli elettori accetteranno questo modo di agire, che consiste nell’esternalizzare tutti i problemi ad altri paesi?

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Fonte dell’immagine: Forum dei 40 esperti finanziari cinesi (CF40)

Tang Xianglong: Questo è al massimo un palliativo. L’Europa sta attualmente affrontando problemi molto gravi di integrazione interna, fallimenti di governance e fallimenti politici. Le rivolte come quelle che si verificano in Francia stanno diventando sempre più frequenti e non sono più semplici azioni di piazza volte a sostenere una determinata rivendicazione politica. Le proteste di piazza a cui assistiamo oggi non hanno più alcuna rivendicazione specifica; gli atti di violenza e i comportamenti criminali della folla stessa hanno ormai superato di gran lunga i limiti consentiti da un’azione di protesta.

Parigi sta bruciando, la Francia sta bruciando, e questo probabilmente è uno shock per i principali paesi europei. La Francia, dopotutto, è una grande potenza continentale, nonché il paese europeo che più di ogni altro sottolinea la propria sovranità politica, riuscendo in questo meglio persino di paesi come la Germania. Tuttavia, ora che i fallimenti della sua governance sono venuti alla luce, Macron sembra ormai impotente di fronte alla situazione. Allo stesso tempo, lo scontro tra destra e sinistra che emerge attualmente nei sondaggi politici francesi non lascia quasi più spazio alla sopravvivenza di una posizione politica come quella di Macron. In altre parole, se non fosse per il fatto che è il presidente in carica eletto a suo tempo, nell’attuale contesto politico non ci sarebbe spazio né per la figura di Macron né per la sua linea politica. Possiamo sostanzialmente prevedere che, una volta terminato il suo mandato, la posizione di centro-sinistra da lui rappresentata verrà probabilmente messa da parte in breve tempo.

Al momento, la preoccupazione maggiore per l’Europa è che questa situazione di disordine possa diffondersi ulteriormente. La maggior parte dei paesi è ora in preda alla paura, temendo che le proteste possano estendersi. Ma si diffonderanno davvero? Ritengo di sì, poiché sussistono le condizioni per farlo: questi problemi riguardano la Francia, ma anche altri paesi dell’Unione Europea.

Pertanto, di fronte alla situazione attuale in Francia, questi paesi europei manifestano in generale un atteggiamento di compassione, cautela e timore, ritenendo che la situazione sia ormai sul punto di sfuggire al controllo. Ecco perché oggi Macron viene paragonato a Luigi XVI: si pensa che sia destinato alla ghigliottina, oppure che si tratti della fine della Francia.

Per la Cina, è importante evitare di diventare il capro espiatorio dell’attuale caos europeo nell’opinione pubblica: è questo che la Cina deve tenere in guardia. Oggi tutti sanno che i problemi europei sono legati all’economia; sia dal punto di vista soggettivo che oggettivo, la Cina rischia di diventare il capro espiatorio dell’attuale confusione europea, e non è detto che si riesca a sfuggire a questo destino solo perché lo si desidera. Ritengo che, alla fine, in Europa si leveranno alcune voci che punteranno il dito contro la Cina. Tuttavia, un aspetto relativamente favorevole per la Cina è che le forze di destra attualmente in ascesa in Europa sono generalmente ben disposte nei confronti della Cina, il che le distingue nettamente dalla destra tradizionale e istituzionalista.

Chen Fengxin: Le proteste in Europa si stanno diffondendo molto rapidamente: questo effetto a catena è destinato a durare? Si tratta certamente di una questione economica, ma quali ripercussioni potrebbero avere queste proteste sulla politica interna europea o sulla politica globale?

Xin Qiang: Credo che questa tendenza al diffondersi sia destinata a continuare, soprattutto se consideriamo che in molti paesi in via di sviluppo si stanno verificando fenomeni come la cosiddetta “Primavera araba” o le “rivoluzioni colorate”. Se le potenze statunitensi ed europee non fossero dietro le quinte a fomentare questi movimenti, o addirittura a promuovere cambiamenti di regime, ritengo che tale rabbia e malcontento, comprese eventuali forme di protesta violenta più estreme, pur diffondendosi, non produrrebbero alcun risultato politico concreto, né offrirebbero soluzioni realmente efficaci ai problemi strutturali a livello economico e sociale.

In realtà, che si tratti di proteste o di malcontento, in Europa non si è mai smesso di vederli da decenni. Ma cosa succede dopo un’ondata di proteste, dopo che si è dato sfogo alla violenza e ai saccheggi? Quale problema è stato risolto? Se davvero alcuni problemi potessero essere risolti con questo tipo di comportamenti, l’Europa non sarebbe arrivata al punto in cui si trova oggi, non ci sarebbero proteste violente continue e impossibili da fermare, e naturalmente non ci sarebbe nemmeno la cosiddetta ascesa delle forze di estrema destra.

In realtà, “estrema destra” è un’etichetta che l’Europa ha affibbiato loro. Ma se consideriamo il sistema tradizionale degli Stati-nazione, ovvero il cosiddetto sistema di Westfalia, le cosiddette rivendicazioni dell’estrema destra non sono altro che le classiche rivendicazioni di interesse degli Stati-nazione. Una volta etichettati come «estrema destra», si crea immediatamente l’impressione che si tratti di demoni o fantasmi, come se tutte le loro rivendicazioni fossero irragionevoli, persino estremiste, eretiche e dannose per gli interessi nazionali; votare per loro significherebbe avere una macchia morale. Ritengo che questo sia di per sé un modo di esercitare il controllo sul discorso pubblico, che porta a distorsioni politiche.

Attualmente queste cosiddette forze di estrema destra stanno emergendo con grande rapidità e la loro influenza è in continua espansione. A ciò si accompagna un fermento dell’opinione pubblica, in cui si concentra in particolare l’insoddisfazione per le numerose teorie e politiche attuate negli anni dal sistema politico tradizionale. Ritengo quindi che ogni fenomeno segua un processo di transizione dalla quantità alla qualità. L’Europa è giunta a questo punto? Credo che sia ancora troppo presto per dirlo, ma anche se non dovesse accadere oggi o domani, sicuramente accadrà dopodomani o in un futuro non troppo lontano: finché questi problemi non saranno risolti, prima o poi quel giorno arriverà.

Come possiamo vedere, in molti paesi europei – come hanno appena menzionato il fratello Xianglong e il conduttore, riferendosi alla Francia – le proteste non si sono mai fermate in questi anni. Se dovessimo usare un’espressione che in rete in Cina potrebbe risultare poco educata, come definiremmo queste proteste? In realtà si tratta di rabbia da incompetenza. Si prova rabbia e forte insoddisfazione, ma cosa si può fare? E quali risultati concreti si ottengono? A parte qualche teppista che magari ruba due iPhone da un negozio di lusso o si arricchisce con una borsa di Chanel, si riesce davvero a risolvere i problemi sociali? Riusciranno davvero a far cambiare ai politici al potere le politiche errate attualmente in vigore? Riusciranno a spingerli ad affrontare con la determinazione di chi è disposto a tagliarsi un braccio i problemi che tutti vedono chiaramente? A mio avviso, almeno nell’ambito dell’attuale sistema politico europeo, temo sia difficile sperare che si crei una dinamica del genere in un singolo Paese, figuriamoci in più Paesi o addirittura in tutta Europa. Pertanto, al momento, temo che la gente comune in Europa non abbia altra scelta se non quella di scendere in piazza a distruggere, saccheggiare e sfogare la propria insoddisfazione.

In fin dei conti si tratta solo di un governo eletto tramite voto: spesso oggi si vota per la sinistra, domani per la destra; oggi è così, domani è così. Il avvicendamento dei partiti al potere non è certo una novità, ma i problemi accumulati sono stati davvero risolti? No. Credo che questo schema fisso, che si potrebbe addirittura definire ormai radicato, continuerà a ripetersi in Europa: non solo in Francia, ma in tutti i paesi, compresa la Germania.

A dire il vero, anche se la cosiddetta estrema destra dovesse salire al potere, ad esempio in Germania o in altri paesi — se guardiamo alla situazione degli ultimi due anni, come nel caso dell’Ungheria, che negli anni precedenti era stata etichettata come estrema destra, oggi il vento è cambiato. Questo cambiamento è davvero un bene o un male per l’Ungheria? Se l’estrema destra salisse al potere in Germania, sarebbe un bene o un male per il Paese? E se anche in Francia ci fosse un cambio di governo, sarebbe un bene o un male? Temo che, anche se ci fosse un cambio di governo, di persone o di partiti, i mali cronici accumulati nel corso di decenni non potrebbero essere risolti in breve tempo. A quel punto, assisteremmo solo a una nuova ondata di proteste che si ripetono nelle strade.

Serbia, un dopo elezioni turbolento. Con Chiara Nalli

Su Italia e il Mondo: Si Parla del dopo elezioni in Serbia dall’esito univoco, ma dalle conseguenze alquanto oscure. Dietro l’entusiasmo giovanile si nascondono trame oscure, ma collaudate, che traggono origine dagli ambienti europei comunitari e trovano alimento in una borghesia emergente distante dalla effettiva difesa degli interessi nazionali che afferma di voler sostenere. Un equivoco e una ambiguità che renderà incerto l’esito dello scontro politico che si prospetta sempre più violento. Buon ascolto, Giuseppe Germinario

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