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La Cina come nuova potenza egemone globale? _ di Constantin von Hoffmeister

La Cina come nuova potenza egemone globale?

Il potere viene prima dell’ideologia.

Constantin von Hoffmeister25 ottobre∙Pagato
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L’affermazione secondo cui la Cina non può diventare la principale potenza mondiale perché priva di una grande idea politica si basa su una strana incomprensione della storia. Si dice che la Gran Bretagna abbia conquistato il mondo con il libero scambio e un governo parlamentare. L’America ha seguito l’esempio con la libertà, la democrazia e i diritti individuali. La Cina, ci viene detto, non ha nulla di paragonabile da offrire. La sua ricchezza può crescere, le sue fabbriche possono dominare e la sua tecnologia può progredire, ma senza una dottrina che le altre nazioni desiderino abbracciare, non potrà mai dominare il mondo. Carl Schmitt avrebbe riconosciuto la debolezza di questa argomentazione. Aveva capito che l’autorità politica non deriva da belle dichiarazioni. Cresce dal potere di stabilire regole, tracciare confini e decidere cosa accade quando tali regole vengono contestate. La mentalità liberale inverte questa relazione. Immagina che le nazioni scoprano prima principi universali e poi costruiscano il loro potere su di essi. La storia di solito procede nella direzione opposta. Uno Stato diventa potente, fa apparire i suoi interessi naturali e alla fine li descrive come principi che tutta l’umanità dovrebbe accettare. Il sermone segue la conquista. L’argomentazione morale viene dopo la vittoria economica.

La convinzione che la Cina non abbia alcun fascino culturale rivela anche quanto poco molti osservatori occidentali conoscano il mondo al di là dei propri confini. Vedono fabbriche cinesi, telecamere di sorveglianza e funzionari del partito, ma trascurano le abitudini e i desideri delle giovani generazioni in tutta l’Asia. L’intrattenimento, i servizi digitali, i beni di consumo e la cultura urbana cinesi hanno acquisito un’influenza che non può essere misurata contando i discorsi politici. Carl Schmitt sosteneva che ogni potenza storica cerca di stabilire uno spazio politico in cui i propri principi diventino decisivi. Tale spazio non si crea solo con le argomentazioni. Si sviluppa attraverso il commercio, le istituzioni, la tecnologia e la graduale accettazione degli standard di un paese da parte degli altri. Si pensi a come gli europei vedevano l’America all’inizio del XX secolo. Per molti, era un paese di enormi edifici, ricchezza volgare e uomini d’affari che confondevano il denaro con la civiltà. Oswald Spengler vedeva nell’America il trionfo finale di una civiltà che aveva perso la sua anima. Eppure, nel giro di pochi decenni, gli americani avevano trasformato il consumo ordinario in un modello di felicità umana. La casa di periferia, l’automobile, il frigorifero e il cinema divennero simboli di progresso. L’Europa aveva deriso lo stile di vita americano prima di imparare a imitarlo.

La distinzione di Carl Schmitt tra potere politico e pretese liberali di verità universale aiuta a spiegare questo cambiamento. La Gran Bretagna non divenne la fabbrica del mondo perché l’umanità scoprì improvvisamente la bellezza morale del libero scambio. Divenne potente perché l’industria britannica poteva produrre beni a costi inferiori rispetto ai suoi concorrenti e la potenza navale britannica contribuì a garantire l’accesso ai mercati esteri. Il libero scambio britannico permise ai tessuti a basso costo di Manchester di inondare il mercato indiano, indebolendo i produttori locali che avevano scarso potere di resistere alle politiche commerciali imposte dai loro governanti britannici. Quando la concorrenza industriale di Germania e America si intensificò, Joseph Chamberlain, sostenitore della riforma tariffaria imperiale, e altri politici britannici iniziarono a mettere in discussione gli stessi principi che il loro paese aveva a lungo promosso. La libertà americana seguì un modello analogo. La libertà di attraversare un continente in auto dipendeva da strade finanziate e organizzate dallo stato, da enormi scorte di carburante a basso costo e da fabbriche in grado di produrre milioni di automobili. Il sistema parlamentare britannico e il linguaggio costituzionale americano acquisirono prestigio internazionale perché appartenevano a stati di successo. Altre nazioni ne copiarono le istituzioni nella speranza di replicarne la prosperità. Schmitt comprese che le pretese di validità universale spesso celano gli interessi di particolari potenze. Ciò che appare come un principio di civiltà è spesso un assetto che serve a coloro che sono già abbastanza potenti da poterlo imporre.

La Cina sta sviluppando un modello di vita che potrebbe acquisire la stessa autorevolezza internazionale, sebbene ammiratori e oppositori non abbiano ancora trovato un accordo su come definirlo. Carl Schmitt si sarebbe interessato meno al nome che alla struttura politica che si sta delineando al di sotto di esso. Le città cinesi dimostrano una forma di modernità costruita attorno a infrastrutture sofisticate, trasporti ad alta velocità, servizi digitali integrati, pianificazione industriale e un rapporto insolitamente stretto tra Stato e vita economica. La condotta personale è sempre più mediata dalla tecnologia, mentre l’autorità pubblica antepone l’ordine e la stabilità collettiva alla concezione liberale dell’autonomia individuale. Il fascino del sistema cinese risiede nei risultati tangibili che i suoi sostenitori gli attribuiscono: ferrovie moderne, rapidi progressi edilizi, capacità produttiva in espansione e l’impressione di un governo in grado di realizzare piani a lungo termine. Per i Paesi la cui esperienza con la consulenza politica occidentale ha portato a risultati economici deludenti, questo esempio merita attenzione. Pechino non pretende che ogni partner riproduca le sue istituzioni. Offre investimenti, macchinari, commercio e infrastrutture, pur ribadendo la sovranità e la non ingerenza politica. La concezione di Schmitt di un mondo diviso in spazi politici distinti offre una chiave di lettura per comprendere perché tale approccio metta in discussione l’assunto occidentale secondo cui ogni paese debba alla fine adottare lo stesso sistema politico.

Il linguaggio con cui la Cina spiega il proprio ruolo internazionale sta già cambiando. Pechino promuove la cooperazione internazionale basata sullo sviluppo economico, la sovranità nazionale e la prosperità condivisa, si presenta come un’antica civiltà sopravvissuta a conquiste straniere e umiliazioni nazionali e sostiene che la modernizzazione non debba necessariamente comportare l’abbandono delle tradizioni nazionali. Carl Schmitt si opponeva all’idea che la vita politica possa essere ridotta a un unico sistema universale governato da principi giuridici astratti. La sua teoria del Großraum , o grande spazio, riguarda l’organizzazione della politica internazionale attorno a vaste regioni con le proprie potenze dominanti e i propri principi politici. Tale teoria solleva una questione che rimane attuale: ogni civiltà deve seguire le regole stabilite da un centro vincente, oppure possono coesistere più centri? Il linguaggio ufficiale cinese è più universale della visione regionale di Schmitt, ma la sua enfasi sulla sovranità e l’opposizione alle interferenze esterne condividono alcune delle stesse preoccupazioni. In gran parte del mondo in via di sviluppo, i funzionari cinesi possono fare appello a governi che ricordano il dominio coloniale e diffidano delle lezioni occidentali su “democrazia” e “diritti umani”. Tali appelli non rendono la Cina disinteressata o benevola. Dimostrano piuttosto che una potenza emergente può promuovere i propri interessi presentando la propria esperienza storica come guida per gli altri.

La cultura svolgerà gran parte del lavoro rimanente. Carl Schmitt aveva compreso che un’autorità duratura non può essere spiegata unicamente attraverso le istituzioni formali. Gli assetti politici dipendono anche da abitudini consolidate, lealtà e presupposti su ciò che costituisce la vita normale. Il sistema economico viene prima, e le forme culturali si diffondono di pari passo. Le aziende americane un tempo portavano lo stile di vita americano nelle case straniere attraverso automobili, film, musica, pubblicità e beni di consumo. Le persone adottavano abitudini americane molto prima di apprendere il linguaggio della filosofia politica americana. Qualcosa di simile potrebbe accadere con la Cina. Le sue serie televisive, l’animazione, i videogiochi, la tecnologia di consumo, le pratiche commerciali e le forme di vita urbana raggiungono già un pubblico al di fuori dei suoi confini. La loro influenza futura dipenderà dal fatto che questi prodotti continuino a diventare più attraenti, accessibili e competitivi. Tra una generazione, gli studiosi potrebbero dare a questo insieme di abitudini un nome altisonante e descriverlo come una coerente filosofia cinese della vita moderna. Potrebbero scoprire principi profondi in assetti che in origine si sono sviluppati per risolvere problemi pratici. Schmitt avrebbe messo in guardia dal confondere tali spiegazioni retrospettive con le cause del cambiamento storico. Una civiltà di successo acquisisce interpreti che spiegano perché il suo successo era inevitabile. Una civiltà in declino si procura dei critici che spiegano perché il suo fallimento fosse meritato.

La storia del nazionalsocialismo offre un monito particolarmente cupo contro il considerare l’attrazione ideologica come prova di forza politica o legittimità storica. La sua propaganda attrasse seguaci, sia in Germania che all’estero, attraverso promesse di rinascita nazionale, grandezza militare, gerarchia razziale e distruzione dei nemici ideologici designati. Dietro queste promesse si celava un regime responsabile di persecuzioni sistematiche, guerre di aggressione e genocidio. La persistenza dei movimenti neonazisti dimostra che le idee distruttive possono conservare seguaci anche molto tempo dopo la sconfitta del regime che le ha promosse. Eppure, l’esistenza di fedeli convinti non salvò la Germania nazista dalla sconfitta. I suoi governanti si trovarono ad affrontare nemici dotati di una maggiore capacità industriale, popolazione, accesso al carburante e risorse materiali. La carenza di petrolio e l’incapacità della Germania di sostenere una guerra prolungata contro le potenze alleate si rivelarono gravi, insieme a catastrofiche decisioni strategiche e alle conseguenze dell’aggressione nazista (l’invasione dell’Unione Sovietica ne è l’esempio principale). L’impegno ideologico poteva spingere i soldati a combattere con maggiore tenacia e la popolazione a sopportare maggiori sofferenze, ma non poteva produrre carburante illimitato né rimpiazzare le fabbriche distrutte. L’enfasi posta da Schmitt sulle decisioni politiche concrete e sulla realtà del potere risulta utile in questo contesto.

La conclusione è semplice: le idee contano, ma non fluttuano al di sopra del mondo materiale. Crescono al suo interno, ne traggono forza e spesso scompaiono quando il potere che le sostiene crolla. Carl Schmitt rifiutò l’abitudine liberale di celare le decisioni politiche dietro pretese di moralità neutrale e legge universale. La sua critica contribuisce a mettere in luce la distanza tra ciò che le grandi potenze dicono e ciò che effettivamente fanno. L’ideologia può ispirare il sacrificio, garantire l’obbedienza e persuadere le persone a lavorare o a combattere per ricompense che potrebbero non ricevere mai. Nei movimenti politici di massa del ventesimo secolo, i governi hanno dimostrato come simboli, slogan, cerimonie e promesse di un futuro glorioso potessero mobilitare intere popolazioni. Ma l’ideologia da sola non può spiegare l’ascesa e la caduta degli imperi mondiali. La Gran Bretagna possedeva tessuti a basso costo, una flotta mercantile e il controllo di importanti rotte commerciali. L’America possedeva petrolio, un’enorme capacità industriale, un mercato continentale e la capacità di produrre beni desiderabili su una scala che i suoi concorrenti faticavano a eguagliare. Le loro dottrine politiche si diffusero di pari passo con questi vantaggi. La Cina possiede oggi una formidabile capacità produttiva, estese reti di trasporto ed energetiche, tecnologie avanzate e una presenza commerciale in espansione. Resta da vedere se queste basi saranno sufficienti a sostenere un nuovo sistema mondiale. Quel che è certo è che nessun comitato di filosofi può creare una leadership mondiale redigendo una dichiarazione sufficientemente ispiratrice. Schmitt sapeva che il linguaggio politico non può abolire le realtà del potere. Una civiltà non diventa dominante perché tutti ne ammirano le idee. Più spesso, le sue idee diventano di moda perché la civiltà stessa è già diventata dominante.


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