Dalla conversione interiore alla costruzione della realtà sociale, di Franco Faggiano
Dalla conversione interiore alla costruzione della realtà sociale
Tommaso Demaria, L’Imitazione di Cristo e la rilettura sociologica della dinontorganica nei contributi di Antonio Rossello: saggio di approfondimento in filosofia sociale, spiritualità cristiana e progettazione sociale
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Abstract
Il saggio esamina le possibili relazioni tra il pensiero di Tommaso Demaria (1908-1996), fondatore del realismo dinamico e della prospettiva dinontorganica, e L’Imitazione di Cristo, opera fondamentale della spiritualità cristiana medievale tradizionalmente attribuita a Tommaso da Kempis. Il confronto viene sviluppato anche alla luce dei contributi contemporanei di Antonio Rossello, con particolare riferimento a Verso una Sociologia Costruttiva: il realismo dinamico e la progettazione sociale dinontorganica e Acta non verba: l’eredità di Tommaso Demaria e la sorpresa della Dinontorganica. L’ipotesi interpretativa è che le due tradizioni possano concorrere, pur nella loro irriducibile diversità, alla costruzione di un approccio integrato alla progettazione sociale. L’Imitazione di Cristo offre una prospettiva di formazione interiore, responsabilità morale e trasformazione delle relazioni; Demaria propone una concezione dinamica e organica della realtà storica, mentre Rossello ne sviluppa una rilettura orientata alla sociologia costruttiva, all’innovazione sociale e alla progettazione di organizzazioni e comunità. Il lavoro individua le convergenze antropologiche ed etiche, le differenze epistemologiche e teologiche e le condizioni metodologiche necessarie per tradurre tali riferimenti in interventi sociali verificabili. Particolare attenzione viene dedicata al rapporto tra persona e organizzazione, alla partecipazione comunitaria, alla valutazione dell’impatto sociale e alla necessità di evitare tanto il riduzionismo individualistico quanto la subordinazione della persona a una presunta unità del sistema.
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1. Introduzione: due tradizioni, una questione fondamentale
Come può la trasformazione dell’essere umano contribuire alla trasformazione della società? E, reciprocamente, in quale misura le strutture sociali possono favorire o ostacolare la maturazione personale, la solidarietà e la realizzazione del bene comune? Queste domande costituiscono il punto di partenza del presente confronto tra Tommaso Demaria e L’Imitazione di Cristo. Il loro interesse non consiste nell’individuare una coincidenza dottrinale tra opere appartenenti a epoche diverse, ma nel verificare la possibilità di un dialogo tra una prospettiva spirituale centrata sulla conversione personale e una concezione filosofico-sociale che interpreta la realtà storica come processo dinamico di costruzione. L’Imitazione di Cristo, composta da quattro libri, appartiene alla tradizione della devotio moderna, movimento spirituale della tarda età medievale caratterizzato dalla centralità dell’interiorità, dalla disciplina morale e dalla conformazione della vita a Cristo. La sua impostazione è prevalentemente ascetica e spirituale: la persona è chiamata a verificare le proprie intenzioni, a ridimensionare l’orgoglio e l’attaccamento al prestigio e a tradurre la fede in una condotta coerente. Tommaso Demaria, sacerdote salesiano e filosofo, sviluppa invece una riflessione che comprende la metafisica della realtà storica, la concezione dell’ente dinamico e l’interpretazione della società come realtà organica in divenire. La sua elaborazione non si limita alla formazione morale del singolo, ma investe le istituzioni, le organizzazioni e i processi attraverso cui la convivenza umana prende forma. Il confronto acquista una nuova dimensione attraverso gli studi contemporanei di Antonio Rossello,
i quali non tengono ancora conto degli affinamenti della sua visione frutto di ulteriore percorso di ricerca, che presenta il realismo dinamico come possibile fondamento di una sociologia costruttiva e come riferimento per una progettazione sociale capace di passare dalla diagnosi dei problemi alla costruzione di nuove realtà organizzative e comunitarie. Nel contributo pubblicato su Sociologia On Web nel giugno 2026, Rossello individua nel pensiero demariano una prospettiva che può essere tradotta in strumenti per la progettazione sociale, per l’innovazione organizzativa e per la rigenerazione territoriale. Il suo articolo affronta inoltre alcune questioni aperte, fra cui la misurazione dell’altruismo, il dialogo con le teorie sociologiche contemporanee e la gestione del conflitto nelle società pluralistiche. La tesi qui sostenuta è che la spiritualità dell’Imitazione di Cristo, la metafisica sociale di Demaria e la rilettura progettuale di Rossello possano essere messe in relazione come tre livelli distinti e complementari: la formazione della persona, la comprensione della realtà sociale e la costruzione metodica di interventi trasformativi. Tale complementarità è una proposta interpretativa. Non implica che l’opera medievale contenga una teoria sociologica della progettazione sociale, né che Demaria abbia necessariamente derivato la propria filosofia dall’Imitazione di Cristo.
2. Tommaso Demaria: il realismo dinamico e la realtà storica
2.1. L’ente dinamico e la realtà come processo
Il realismo dinamico costituisce il nucleo della riflessione metafisica di Demaria. La sua impostazione si fonda sulla distinzione tra l’ente statico, caratterizzato da un’essenza già costituita, e l’ente dinamico, la cui realtà si sviluppa attraverso l’attività nello spazio e nel tempo. L’espressione ens cuius essentia fit, utilizzata per caratterizzare l’ente dinamico, richiama l’idea di una realtà che si realizza progressivamente attraverso l’agire. Questa concezione non deve essere confusa con un generico elogio del cambiamento. Il movimento, nella prospettiva demariana, non costituisce un valore in sé: occorre comprendere la realtà che cambia, i processi che ne determinano l’evoluzione e l’orientamento complessivo della trasformazione. Il problema metafisico diventa quindi anche un problema storico e pratico. Se la realtà sociale viene continuamente costruita attraverso le attività umane, la sua comprensione richiede di considerare non soltanto gli individui, ma anche le relazioni, le istituzioni e le forme organizzative attraverso cui essi agiscono. La bibliografia di Demaria comprende, a questo proposito, i tre volumi della Trilogia del Realismo Dinamico, pubblicati nel 1975: Ontologia realistico-dinamica, Metafisica della realtà storica e La realtà storica come Superorganismo Dinamico. A questi si affiancano L’ideologia cristiana e Sintesi sociale cristiana. Riflessioni sulla realtà sociale. Queste opere rappresentano i riferimenti primari per una ricostruzione sistematica della sua teoria.
2.2. La dinontorganica: dinamismo, conoscenza e organizzazione
Il termine dinontorganica richiama tre dimensioni che, nella prospettiva demariana, non devono essere separate.
- Dinamica: la realtà storica si sviluppa attraverso processi e attività che ne modificano continuamente la configurazione.
- Ontologica: l’azione deve essere preceduta da una conoscenza adeguata della realtà sulla quale intende intervenire.
- Organica: le componenti della realtà sociale sono interdipendenti e non possono essere comprese adeguatamente come elementi completamente isolati.
La dimensione dinamica invita a considerare il cambiamento; quella ontologica richiede di comprendere la natura e le relazioni del fenomeno; quella organica sollecita a valutare le conseguenze delle singole azioni sull’insieme. Nel suo articolo Acta non verba, Rossello interpreta questa triade come una chiave per superare sia l’individualismo, che tende a isolare gli interessi dei singoli, sia una concezione meccanica del collettivo, nella quale le persone rischiano di essere trattate come semplici ingranaggi. L’autore sottolinea inoltre il rapporto tra pensiero e azione, richiamando il metodo della radice e l’esigenza che la riflessione produca effetti concreti nella realtà storica. Per la progettazione sociale, questa impostazione presenta una conseguenza importante: un intervento non può essere valutato esclusivamente in base alla qualità della sua formulazione teorica o alla correttezza formale delle procedure. Occorre verificare se le attività realizzate contribuiscano effettivamente a trasformare le condizioni che hanno generato il problema.
2.3. La realtà sociale come organismo dinamico
Demaria interpreta la realtà storica attraverso la categoria del superorganismo dinamico. La società non è considerata una semplice somma di individui, ma una realtà che assume consistenza attraverso l’interazione di persone, istituzioni, attività e processi. La prospettiva organica invita a considerare il rapporto tra le parti e il tutto, evitando di ridurre la società alla sola dimensione economica o alla mera aggregazione di interessi individuali.
Questo approccio si presta a interrogare fenomeni quali:
- la qualità delle relazioni all’interno delle organizzazioni;
- il rapporto tra imprese e territori;
- la cooperazione tra istituzioni pubbliche, associazioni e cittadini;
- la capacità delle comunità di affrontare bisogni condivisi;
- la coerenza tra finalità dichiarate e conseguenze effettive delle attività.
Occorre, tuttavia, una precisazione critica. La metafora dell’organismo non deve diventare una giustificazione della subordinazione dell’individuo al sistema. Un’organizzazione è socialmente costruttiva soltanto se la sua capacità di perseguire obiettivi collettivi rimane compatibile con la dignità, la libertà e i diritti delle persone che ne fanno parte. La dinontorganica può pertanto essere impiegata nella progettazione sociale come criterio per studiare le interdipendenze, senza trasformare l’unità del sistema in un valore assoluto che annulli il pluralismo.
2.4. L’ideoprassi: dalla teoria alla costruzione
Un elemento centrale del pensiero demariano è il rapporto tra elaborazione teorica e prassi. L’idea di ideoprassi esprime la necessità che la conoscenza della realtà diventi orientamento dell’azione. Una teoria che non incide sulle pratiche rimane separata dalla trasformazione storica; un’attività priva di una comprensione adeguata della realtà rischia, invece, di produrre risultati frammentari o contraddittori. Questa impostazione è particolarmente rilevante per la progettazione sociale contemporanea, che spesso deve confrontarsi con interventi frammentati, finanziamenti a breve termine e procedure amministrative non sempre coordinate con i bisogni effettivi delle comunità. Il problema non consiste nel rinunciare alla pianificazione tecnica o agli strumenti di project management. Consiste nell’inserirli in una visione più ampia, capace di collegare l’analisi dei bisogni, le finalità del progetto, le risorse, le relazioni e gli effetti attesi. Il progetto sociale può così essere interpretato come un processo di costruzione di una nuova realtà relazionale e organizzativa, non soltanto come un insieme temporaneo di attività.
3. Antonio Rossello: la sociologia costruttiva come sviluppo applicativo
3.1. Dalla ricostruzione teorica alla progettazione
Nei contributi individuati, Rossello propone una rilettura del realismo dinamico che ne mette in evidenza le potenzialità applicative per le scienze sociali. In Verso una Sociologia Costruttiva, il passaggio fondamentale consiste nel considerare la teoria demariana non soltanto come un sistema filosofico da ricostruire, ma come una possibile cornice per interpretare e trasformare i fenomeni sociali. La sociologia costruttiva viene presentata come un approccio che non si limita a descrivere i problemi, misurare le disuguaglianze o formulare critiche. Essa dovrebbe contribuire anche alla costruzione di configurazioni organizzative alternative, capaci di produrre risultati socialmente desiderabili. In questa prospettiva, il professionista della progettazione sociale non è soltanto un tecnico che individua un bando, raccoglie risorse e organizza attività. È chiamato a comprendere il sistema di relazioni entro il quale il progetto deve operare e a costruire una coerenza tra bisogni, persone, finalità e strutture. Il contributo di Rossello è rilevante soprattutto perché esplicita il problema della traduzione metodologica: concetti come altruismo, sintesi organica e costruttività devono poter essere tradotti in criteri osservabili e, dove possibile, in indicatori verificabili.
3.2. I cinque trascendentali dinamici
Nella presentazione della teoria demariana proposta da Rossello vengono richiamati cinque trascendentali dinamici:
- Religiosità: apertura al senso complessivo della realtà e al suo orientamento ultimo.
- Educatività: capacità di formare le persone e trasformare le competenze e i processi.
- Moralità: orientamento dell’agire secondo criteri etici.
- Missionarietà: diffusione e consolidamento delle modalità costruttive di azione.
- Socialità: inclusione delle componenti della realtà sociale e riconoscimento delle loro interdipendenze.
Queste categorie devono essere comprese nel loro contesto teorico e non semplicemente trasformate in una lista di valori organizzativi. Per un’applicazione sociologica contemporanea è tuttavia possibile elaborare una traduzione operativa, distinguendo il significato originario dei concetti dagli indicatori utilizzati per osservarne alcune manifestazioni. La religiosità, ad esempio, non può essere ridotta a un indicatore amministrativo; la moralità non coincide con la conformità normativa; la socialità non può essere misurata esclusivamente attraverso il numero dei partecipanti a un progetto. È invece possibile studiare alcune dimensioni empiricamente osservabili: la coerenza tra valori dichiarati e decisioni, la qualità dei percorsi formativi, l’accessibilità dei servizi, la partecipazione ai processi decisionali e la continuità delle relazioni di cooperazione. Questa distinzione consente di conservare la profondità filosofica del modello, evitando di presentare gli indicatori quantitativi come una misurazione esaustiva della realtà umana.
3.3. Il principio altruico e il bene comune
Un altro elemento centrale della lettura di Rossello è il principio altruico organico, secondo il quale la persona contribuisce alla vita dell’insieme sociale e, reciprocamente, l’insieme deve creare condizioni che consentano alla persona di svilupparsi. Tale principio può essere interpretato, sul piano progettuale, come un criterio di reciprocità tra sviluppo individuale e sviluppo collettivo. Un progetto è tanto più coerente con questa prospettiva quanto più evita di trattare le persone esclusivamente come beneficiari passivi, risorse da utilizzare o destinatari di prestazioni. Le persone coinvolte devono poter contribuire alla definizione dei problemi, alla scelta delle priorità, alla realizzazione degli interventi e alla valutazione dei risultati. Il principio altruico, tuttavia, non va confuso con una disponibilità illimitata al sacrificio individuale. La reciprocità richiede che anche le organizzazioni e le istituzioni assumano responsabilità verso le persone, garantendo diritti, risorse, condizioni di partecipazione e possibilità di dissenso. Una comunità non è costruttiva se richiede ai suoi membri di contribuire senza offrire loro condizioni adeguate di sviluppo.
3.4. L’impresa e la dimensione Social dell’ESG
Rossello estende la prospettiva dinontorganica anche all’impresa, proponendo di superare una concezione nella quale il profitto costituisce l’unico criterio sostanziale di valutazione dell’attività economica. Nella sua interpretazione, l’impresa dovrebbe essere considerata una realtà relazionale che contribuisce alla costruzione della società. La redditività rimane una condizione importante della sostenibilità economica, ma non esaurisce il significato dell’attività aziendale. Questa riflessione incontra un problema concreto della progettazione sociale applicata alla dimensione Social dell’ESG: come distinguere le iniziative che producono un cambiamento reale da quelle che si limitano a soddisfare requisiti formali o a comunicare un’immagine positiva dell’organizzazione? La proposta di una valutazione più sostanziale, richiamata da Rossello, suggerisce di interrogarsi non soltanto sui rischi mitigati, ma anche sul valore sociale effettivamente prodotto. Sul piano metodologico, questa prospettiva può essere sviluppata attraverso l’analisi del benessere organizzativo, della partecipazione dei lavoratori, delle opportunità di formazione, della qualità delle relazioni industriali, dell’accessibilità e dei rapporti tra impresa e comunità territoriale. Si tratta, però, di una possibile applicazione della prospettiva dinontorganica, non di uno standard ESG già riconosciuto o di un sistema di rating validato scientificamente. Per diventare uno strumento affidabile, una simile impostazione richiede definizioni operative, indicatori trasparenti, verifiche indipendenti e confronto con i criteri di rendicontazione già esistenti.
4. L’Imitazione di Cristo: formazione interiore e responsabilità morale
4.1. La conversione come processo di trasformazione
L’Imitazione di Cristo affronta la trasformazione umana attraverso la disciplina spirituale, la conoscenza di sé e la conformazione della propria vita all’insegnamento di Cristo. L’opera invita a interrogare le motivazioni che guidano le azioni, a riconoscere i limiti personali e a ridimensionare l’attaccamento al prestigio, al possesso e all’affermazione individuale. La conoscenza del bene, da sola, non è sufficiente. Occorre che essa si traduca in una condotta coerente, attraverso l’esercizio delle virtù e la revisione delle abitudini. Questa impostazione presenta una rilevanza anche per la riflessione sociale. I comportamenti organizzativi non sono determinati soltanto dalle regole formali, ma anche dalle motivazioni, dalle aspettative e dalle disposizioni delle persone che partecipano alla vita collettiva. L’opera medievale non formula una teoria sociologica di questi fenomeni. Offre tuttavia un riferimento etico per interrogare il rapporto tra intenzioni, condotte e responsabilità.
4.2. Umiltà e critica dell’autoreferenzialità
L’umiltà, nell’Imitazione di Cristo, non consiste semplicemente nel rinunciare alle proprie capacità o nel sottovalutare il proprio contributo. Essa implica una revisione del rapporto con il potere, la reputazione e il riconoscimento sociale. Trasposta con cautela sul piano organizzativo, questa prospettiva permette di interrogare alcune dinamiche frequenti nelle istituzioni e nei progetti: la ricerca del consenso personale, la competizione per il controllo delle risorse, l’appropriazione dei risultati collettivi e la difficoltà ad accettare le osservazioni critiche. Un’organizzazione può dichiarare di perseguire l’inclusione e, al tempo stesso, essere attraversata da pratiche autoreferenziali che concentrano le decisioni in poche mani. La riflessione spirituale può contribuire a rendere visibili tali contraddizioni, purché non venga utilizzata per sostituire l’analisi delle responsabilità, dei rapporti di potere e delle procedure decisionali. L’umiltà individuale non elimina automaticamente le disuguaglianze organizzative. Può però favorire atteggiamenti di ascolto, autocritica e disponibilità alla revisione delle proprie decisioni.
4.3. Carità e qualità delle relazioni
La carità costituisce uno dei riferimenti fondamentali dell’etica cristiana e attraversa l’intera tradizione dell’Imitazione di Cristo. Nell’opera, l’amore verso gli altri si esprime attraverso la pazienza, il perdono, la disponibilità al servizio e il superamento dell’orgoglio. La sua radice è teologica: la carità trova il proprio significato nella relazione con Dio e nella conformazione a Cristo. Per la progettazione sociale, la carità può essere assunta come fonte di ispirazione per un orientamento alla dignità umana, all’attenzione verso le persone vulnerabili e alla responsabilità relazionale. Non sarebbe corretto, tuttavia, identificare direttamente la carità cristiana con il capitale sociale, la cooperazione o l’altruismo sociologico. Queste categorie appartengono a contesti teorici differenti. È invece possibile costruire un dialogo tra esse, verificando in che modo atteggiamenti di attenzione, reciprocità e responsabilità si traducano in pratiche capaci di migliorare la vita delle persone.
4.4. La comunità e il limite della prospettiva ascetica
L’Imitazione di Cristo non sviluppa una teoria sistematica delle istituzioni, dell’impresa o delle politiche sociali. Il suo contributo alla vita collettiva è soprattutto indiretto: riguarda la formazione morale delle persone e il modo in cui esse si relazionano agli altri. Questa caratteristica rappresenta insieme un punto di forza e un limite. È un punto di forza perché ricorda che nessun sistema organizzativo può sostituire interamente la responsabilità morale degli individui. È un limite quando si tenta di utilizzare il testo come se offrisse già una metodologia di progettazione sociale. La carità non definisce automaticamente le priorità di un intervento, non stabilisce come distribuire le risorse e non garantisce che una politica produca risultati efficaci. Per tali compiti sono necessari strumenti sociologici, analisi dei bisogni, partecipazione degli interessati e valutazione degli esiti. L’Imitazione di Cristo può dunque orientare le finalità etiche dell’intervento, ma non sostituire le conoscenze e le competenze necessarie alla sua progettazione.
5. Punti di contatto e differenze tra Demaria e l’Imitazione di Cristo
5.1. La trasformazione personale
La prima convergenza riguarda l’idea che la vita umana non sia comprensibile soltanto attraverso ciò che una persona possiede o la posizione che occupa. Nell’Imitazione, la trasformazione si manifesta nella conversione interiore e nella conformazione a Cristo. In Demaria, il dinamismo assume una dimensione ontologica e storica: la persona partecipa alla costruzione della realtà attraverso le proprie attività e relazioni. Il punto di contatto è l’attenzione al processo attraverso cui l’esistenza prende forma. La differenza riguarda il significato ultimo attribuito a tale processo.
5.2. Il superamento dell’egoismo
Entrambe le prospettive consentono di criticare una concezione dell’esistenza centrata esclusivamente sull’interesse individuale. L’Imitazione affronta il problema attraverso l’umiltà, la carità e il distacco dal prestigio. Demaria lo affronta anche sul piano della struttura sociale, attraverso una concezione organica della realtà e il principio altruico. Ne deriva una distinzione fondamentale: la conversione personale può favorire relazioni più responsabili, ma non garantisce da sola la costruzione di istituzioni giuste. Analogamente, un’organizzazione ben progettata non assicura automaticamente la maturazione morale dei suoi membri.
5.3. La coerenza tra valori e azioni
L’Imitazione insiste sulla necessità che la conoscenza spirituale diventi condotta. Demaria sottolinea il rapporto tra conoscenza della realtà e azione costruttiva. Rossello sviluppa questa convergenza attraverso il richiamo alla sociologia costruttiva e al principio acta non verba, inteso come esigenza di verificare la capacità dell’azione di produrre effetti concreti. Il dialogo fra le tre prospettive permette di formulare un criterio utile alla progettazione sociale: i valori dichiarati devono tradursi in decisioni, comportamenti e risultati verificabili.
5.4. Le differenze fondamentali
| Dimensione | L’Imitazione di Cristo | Demaria e la dinontorganica |
| Finalità principale | Conversione e conformazione a Cristo | Comprensione e costruzione della realtà storica |
| Dimensione privilegiata | Interiorità e vita spirituale | Relazioni, strutture e processi storico-sociali |
| Criterio di riferimento | Vangelo, Cristo, vita sacramentale | Realismo dinamico e concezione organica della realtà |
| Rapporto con la società | Prevalentemente etico e relazionale | Esplicitamente sociale, organizzativo e progettuale |
| Metodo | Meditazione, esame di sé, esercizio delle virtù | Analisi della realtà, sintesi e orientamento della prassi |
| Possibile applicazione sociale | Formazione etica e responsabilità relazionale | Progettazione, organizzazione e trasformazione dei sistemi sociali |
Le due prospettive sono quindi complementari soltanto in senso interpretativo. Non costituiscono un unico sistema teorico e non devono essere assimilate forzatamente.
6. Come utilizzare sociologicamente entrambe le prospettive nella progettazione sociale
Il passaggio più rilevante consiste nel comprendere come i riferimenti teorici possano diventare strumenti di lavoro per l’Esperto di Progettazione Sociale. L’integrazione proposta non consiste nell’applicare letteralmente l’Imitazione di Cristo a un progetto né nel trattare la dinontorganica come una procedura già completamente standardizzata. Si tratta, piuttosto, di costruire un metodo nel quale la prospettiva spirituale contribuisca a interrogare le finalità etiche dell’intervento e quella dinontorganica aiuti a comprendere le relazioni, le strutture e i processi attraverso cui tali finalità possono essere perseguite.
6.1. Primo passaggio: conoscere la realtà prima di intervenire
Un progetto sociale dovrebbe iniziare con un’analisi del contesto che non si limiti alla raccolta dei bisogni immediatamente visibili.
Occorre ricostruire:
- le caratteristiche della comunità interessata;
- le relazioni tra persone, famiglie, associazioni e istituzioni;
- le risorse disponibili e quelle non ancora valorizzate;
- le cause strutturali dei problemi;
- le forme di esclusione e le disuguaglianze di accesso;
- i conflitti, le aspettative e le differenti interpretazioni dei bisogni.
La prospettiva dinontorganica invita a considerare queste componenti nella loro interdipendenza, evitando di affrontare ogni problema come se fosse indipendente dagli altri. L’Imitazione di Cristo introduce, su un piano differente, un’esigenza di umiltà conoscitiva: non presumere di conoscere già completamente le persone e non sostituire il proprio giudizio alla loro esperienza. Sul piano metodologico, questa disposizione può tradursi nell’ascolto attivo, nella ricerca qualitativa, nelle interviste, nei focus group e nell’analisi partecipata dei bisogni. L’umiltà non sostituisce la competenza tecnica, ma può contribuire a orientarla verso un atteggiamento meno autoreferenziale.
6.2. Secondo passaggio: definire una finalità condivisa
Una volta analizzato il contesto, occorre definire quale cambiamento il progetto intenda produrre. La prospettiva dinontorganica invita a considerare il progetto come un processo unitario, nel quale attività, risorse, relazioni e risultati devono essere coerenti con la finalità complessiva. La prospettiva cristiana aggiunge una domanda etica: il cambiamento perseguito favorisce realmente la dignità delle persone, oppure rischia di utilizzare alcuni soggetti come strumenti per obiettivi decisi da altri? Per evitare che la finalità venga stabilita esclusivamente dai progettisti, è necessario coinvolgere gli attori interessati nella definizione delle priorità. La partecipazione non significa che ogni decisione debba essere unanime. Significa che le persone devono avere opportunità effettive di esprimersi, conoscere le alternative, contestare le scelte e contribuire alla definizione degli obiettivi.
6.3. Terzo passaggio: costruire relazioni e strutture coerenti
Una finalità condivisa deve essere tradotta in un’organizzazione concreta. Ciò richiede la definizione di ruoli, responsabilità, risorse, procedure decisionali e modalità di collaborazione. La prospettiva dinontorganica invita a verificare che le componenti del progetto funzionino in modo coerente con l’obiettivo complessivo. L’etica dell’Imitazione di Cristo può invece contribuire a interrogare il modo in cui vengono esercitate le responsabilità: ascolto, rispetto, disponibilità alla collaborazione e capacità di riconoscere gli errori. In questa fase è particolarmente importante evitare due rischi. Il primo è la frammentazione: attività formalmente corrette, ma incapaci di produrre un cambiamento unitario. Il secondo è la concentrazione del potere: un progetto presentato come comunitario, ma gestito in modo da escludere i destinatari dalle decisioni fondamentali. Un’organizzazione costruttiva deve quindi essere contemporaneamente funzionale, partecipativa e rispettosa dei diritti delle persone.
6.4. Quarto passaggio: verificare i risultati
La valutazione rappresenta il momento in cui il progetto deve confrontarsi con gli effetti prodotti. In coerenza con il principio acta non verba, richiamato da Rossello, la bontà delle intenzioni non può essere assunta come prova dell’efficacia dell’intervento. Occorre verificare se le attività abbiano effettivamente contribuito al cambiamento desiderato, quali risultati siano stati raggiunti e quali conseguenze inattese siano emerse.
La valutazione deve comprendere almeno tre dimensioni:
- Efficacia: gli obiettivi sono stati raggiunti?
- Qualità relazionale: il progetto ha favorito partecipazione, fiducia, cooperazione e inclusione?
- Sostenibilità: i risultati possono essere mantenuti nel tempo attraverso risorse e relazioni adeguate?
La prospettiva etica richiede inoltre di considerare chi beneficia dei risultati, chi ne sostiene i costi e chi rischia di rimanere escluso. Un intervento non può essere considerato socialmente riuscito soltanto perché ha rispettato il budget o completato le attività previste. Deve essere valutato anche in rapporto alla qualità del cambiamento prodotto nella vita delle persone.
7. Una proposta metodologica integrata per l’Esperto di Progettazione Sociale
Sulla base del confronto sviluppato, è possibile proporre un modello operativo in sei fasi. Questo schema costituisce una proposta metodologica originale elaborata a partire dai riferimenti esaminati. Non va presentato come una procedura ufficiale già formalizzata da Demaria, da Rossello o dall’autore dell’Imitazione di Cristo.
Fase 1. Analisi della realtà
Riferimento prevalente: realismo dinamico.
Si analizzano il contesto, le relazioni, i bisogni, le risorse, gli attori e i vincoli che condizionano il fenomeno.
Strumenti: ricerca documentale, interviste, osservazione, dati territoriali, mappatura degli stakeholder e analisi delle reti.
Risultato atteso: una rappresentazione condivisa del problema e delle sue cause.
Fase 2. Orientamento etico
Riferimento prevalente: Imitazione di Cristo.
Si interrogano le finalità del progetto, il trattamento riservato alle persone, i possibili conflitti di interesse e la coerenza tra valori dichiarati e comportamenti.
Strumenti: analisi degli stakeholder vulnerabili, confronto etico, codici di condotta, procedure di ascolto e tutela.
Risultato atteso: criteri espliciti per orientare le decisioni.
Fase 3. Sintesi progettuale
Riferimento prevalente: dinontorganica.
Si definisce il cambiamento da realizzare e si collegano obiettivi, attività, risorse e relazioni in una struttura coerente.
Strumenti: teoria del cambiamento, quadro logico, mappa degli attori e pianificazione delle attività.
Risultato atteso: un progetto unitario, non una semplice somma di interventi separati.
Fase 4. Costruzione partecipata
Riferimento integrato: socialità dinontorganica e responsabilità relazionale cristiana.
Si coinvolgono gli attori interessati nella progettazione e nella realizzazione, garantendo modalità accessibili di partecipazione e possibilità di dissenso.
Strumenti: tavoli territoriali, laboratori comunitari, coprogettazione, partenariati e accordi di collaborazione.
Risultato atteso: una struttura di cooperazione capace di sostenere l’intervento.
Fase 5. Realizzazione e apprendimento
Riferimento integrato: ideoprassi e coerenza tra intenzioni e comportamenti.
Il progetto viene realizzato attraverso attività monitorate, momenti di confronto e possibilità di correggere le scelte.
Strumenti: cronoprogramma, indicatori di processo, riunioni di verifica, registri delle decisioni e gestione dei rischi.
Risultato atteso: un intervento capace di adattarsi alle condizioni reali senza perdere la propria finalità.
Fase 6. Valutazione e consolidamento
Riferimento prevalente: sociologia costruttiva.
Si verifica il cambiamento prodotto e si stabilisce se le relazioni, le competenze e le strutture attivate possano continuare a generare risultati.
Strumenti: indicatori di risultato, valutazione partecipata, analisi qualitativa degli esiti e misurazione dell’impatto.
Risultato atteso: un cambiamento verificabile e, quando possibile, sostenibile nel tempo.
Schema di sintesi
| Fase | Domanda fondamentale | Prodotto operativo |
| Analisi | Quale realtà dobbiamo comprendere? | Diagnosi sociale |
| Orientamento etico | Quale cambiamento è giusto perseguire? | Criteri etici |
| Sintesi | Quale realtà vogliamo costruire? | Disegno progettuale |
| Partecipazione | Chi deve contribuire e decidere? | Rete di cooperazione |
| Realizzazione | Come trasformiamo il progetto in pratica? | Intervento monitorato |
| Valutazione | Quali cambiamenti abbiamo prodotto? | Valutazione e piano di continuità |
La forza del modello risiede nel collegare la conoscenza del contesto, la responsabilità morale, la costruzione organizzativa e la verifica dei risultati. Il suo limite, allo stato attuale, è che si tratta di uno schema teorico da sperimentare e validare attraverso applicazioni concrete. Per dimostrarne l’efficacia sarebbero necessari casi di studio, confronti con altri modelli progettuali e verifiche empiriche.
8. Indicatori sociologici: come rendere osservabile la costruttività
Uno dei problemi metodologici più importanti riguarda la misurazione della qualità sociale degli interventi. Rossello segnala esplicitamente la necessità di tradurre concetti come sintesi organica e altruismo in indicatori affidabili. La questione è decisiva: senza un lavoro di operazionalizzazione, il rischio è che la dinontorganica rimanga una prospettiva filosofica interessante, ma difficilmente verificabile sul piano applicativo. Una possibile soluzione consiste nel distinguere tra concetti teorici e dimensioni empiriche osservabili.
| Dimensione | Possibili indicatori | Metodo di rilevazione |
| Partecipazione | Presenza dei destinatari nelle decisioni; distribuzione delle opportunità di parola | Verbali, questionari, osservazione |
| Inclusione | Accessibilità dei servizi; partecipazione dei gruppi meno rappresentati | Dati disaggregati, interviste |
| Educatività | Competenze acquisite; continuità della formazione | Valutazioni pre/post, osservazione |
| Qualità relazionale | Fiducia, collaborazione, gestione dei conflitti | Questionari, interviste, analisi delle reti |
| Coerenza etica | Corrispondenza tra principi dichiarati e decisioni effettive | Audit, analisi documentale, casi critici |
| Sostenibilità | Continuità delle attività; disponibilità di risorse e responsabilità | Bilanci, piani di continuità, follow-up |
| Costruttività sociale | Cambiamenti osservabili nelle condizioni di vita e nelle relazioni | Valutazione degli esiti e dell’impatto |
Questi indicatori non costituiscono una scala scientificamente validata della dinontorganica. Sono ipotesi operative da adattare al contesto e da sottoporre a verifica. È inoltre necessario distinguere tra risultati immediati, effetti di medio periodo e impatti di lungo periodo. Un aumento della partecipazione, per esempio, non dimostra automaticamente un miglioramento della coesione sociale; occorre verificare se la partecipazione abbia prodotto relazioni più stabili, decisioni più inclusive o un accesso più equo alle opportunità. Anche l’altruismo richiede particolare cautela. Non può essere misurato semplicemente attraverso dichiarazioni di disponibilità al servizio. È più utile studiare comportamenti osservabili, come la condivisione delle risorse, la reciprocità, la capacità di includere soggetti svantaggiati e la distribuzione dei benefici. La valutazione, infine, deve prevedere la possibilità di risultati negativi. Se un progetto produce esclusione, dipendenza o concentrazione del potere, tali effetti devono essere riconosciuti e corretti, anche quando le intenzioni originarie erano positive.
9. Applicazioni possibili nei territori, nelle organizzazioni e nelle imprese
Il dialogo tra Demaria, L’Imitazione di Cristo e la rilettura progettuale di Rossello può essere applicato a diversi ambiti.
9.1. Comunità territoriali e welfare partecipato
Un progetto di welfare territoriale può partire dall’analisi dei bisogni di anziani, famiglie, giovani e persone in condizioni di vulnerabilità. La prospettiva dinontorganica invita a non considerare separatamente i servizi sociali, le reti familiari, le associazioni, i trasporti e le istituzioni. Occorre comprendere come queste componenti interagiscano e quali ostacoli impediscano alle persone di accedere alle risorse. L’Imitazione di Cristo può offrire un orientamento etico centrato sulla dignità, sulla prossimità e sulla responsabilità verso chi si trova in difficoltà. La traduzione progettuale può consistere nella creazione di tavoli permanenti di comunità, reti di prossimità, servizi integrati e percorsi di partecipazione dei destinatari. Il successo non dovrebbe essere misurato soltanto dal numero delle prestazioni erogate, ma anche dalla capacità del sistema territoriale di ridurre l’isolamento, migliorare l’accessibilità e rafforzare le relazioni di sostegno.
9.2. Impresa e benessere organizzativo
In ambito aziendale, il confronto permette di superare una concezione del lavoratore come semplice risorsa produttiva. La dinontorganica invita a considerare l’impresa come realtà relazionale inserita in un sistema sociale più ampio. L’Imitazione di Cristo, letta come riferimento etico e non come manuale manageriale, sollecita a interrogare le pratiche di potere, la qualità delle relazioni e la coerenza tra principi dichiarati e comportamenti. Le applicazioni possono riguardare il benessere organizzativo, la formazione, la prevenzione delle discriminazioni, la partecipazione dei lavoratori, il rapporto tra impresa e territorio e la responsabilità sociale. In questo ambito, la progettazione sociale può contribuire a definire obiettivi misurabili, indicatori di processo e strumenti di valutazione, evitando che l’impegno etico si esaurisca in iniziative comunicative.
9.3. Educazione e formazione
La dimensione educativa costituisce un terreno particolarmente interessante. L’Imitazione di Cristo attribuisce importanza alla formazione delle disposizioni interiori; Demaria considera l’educatività una dimensione della realtà dinamica; Rossello richiama la necessità di trasformare i concetti teorici in pratiche costruttive. Un progetto educativo ispirato a questo dialogo potrebbe sviluppare competenze di cooperazione, responsabilità, ascolto, gestione dei conflitti e partecipazione. L’obiettivo non dovrebbe essere imporre una visione religiosa a contesti pluralistici, ma promuovere comportamenti rispettosi della dignità umana e capaci di contribuire al bene comune. La valutazione potrebbe riguardare non soltanto le conoscenze acquisite, ma anche i cambiamenti osservabili nelle pratiche collaborative, nella partecipazione e nella capacità di affrontare problemi condivisi.
9.4. Innovazione sociale e laboratori territoriali
Un ulteriore ambito è rappresentato dai laboratori territoriali permanenti, nei quali cittadini, istituzioni, imprese e associazioni collaborano per affrontare problemi comuni. Nel contributo dedicato alla sociologia costruttiva, Rossello richiama proprio la possibilità di sviluppare architetture sociali alternative e strutture territoriali capaci di sostenere processi di rigenerazione. Un laboratorio di questo tipo dovrebbe disporre di una diagnosi condivisa, obiettivi verificabili, ruoli definiti, strumenti di monitoraggio e meccanismi di revisione. Il riferimento spirituale potrebbe contribuire alla riflessione sulle finalità etiche, mentre il realismo dinamico offrirebbe una cornice interpretativa per comprendere le interdipendenze del sistema. L’elemento decisivo sarebbe la capacità di mantenere nel tempo le relazioni e le competenze generate dal progetto, evitando che ogni iniziativa si esaurisca con la conclusione del finanziamento.
10. Limiti epistemologici e condizioni di validità
Un confronto rigoroso deve riconoscere che le prospettive esaminate non sono esenti da difficoltà.
10.1. Il rischio di strumentalizzare la spiritualità
La carità cristiana non può essere ridotta a una tecnica per migliorare la produttività o la coesione di un’organizzazione. La sua finalità teologica eccede qualsiasi obiettivo gestionale. Un’applicazione sociale è legittima quando riconosce questa differenza e utilizza il riferimento spirituale come orientamento etico, senza pretendere di esaurirne il significato.
10.2. Il rischio di una concezione totalizzante dell’organismo
La prospettiva organica può favorire una comprensione integrata della società, ma deve confrontarsi con il pluralismo, il conflitto e l’autonomia delle persone. Una comunità non è sana perché tutti condividono la stessa interpretazione della realtà. Può essere sana anche quando ospita dissenso, purché disponga di procedure e relazioni che permettano di affrontarlo senza esclusione o coercizione. Questo problema è particolarmente rilevante nella progettazione sociale, dove le priorità possono essere interpretate diversamente dai cittadini, dalle amministrazioni, dalle imprese e dalle associazioni.
10.3. Il rischio di confondere principi e prove
Una teoria filosofica può orientare la ricerca, ma non dimostra automaticamente l’efficacia di un intervento. La validità applicativa della progettazione dinontorganica deve essere verificata attraverso casi di studio, indicatori, confronti e valutazioni empiriche. La stessa cautela vale per i percorsi ispirati all’etica cristiana: buone intenzioni e finalità generose non costituiscono, da sole, una prova di efficacia.
10.4. Il problema della misurazione
Concetti come carità, altruismo, unità organica e costruttività possiedono significati complessi che non possono essere esauriti da un singolo indicatore. È quindi necessario combinare metodi quantitativi e qualitativi, distinguere tra processi ed esiti e riconoscere i limiti delle misurazioni. La ricerca dovrebbe inoltre confrontare la proposta dinontorganica con altre prospettive sociologiche, evitando di considerarla valida soltanto sulla base della sua coerenza interna.
Conclusioni
Il confronto tra Tommaso Demaria e L’Imitazione di Cristo, approfondito attraverso i contributi di Antonio Rossello, permette di individuare una prospettiva di lavoro che collega formazione personale, comprensione della realtà sociale e progettazione del cambiamento. L’Imitazione di Cristo offre una riflessione sulla conversione, sulla carità, sull’umiltà e sulla coerenza morale. Demaria propone una concezione dinamica e organica della realtà storica, nella quale le relazioni e le strutture sociali assumono un ruolo fondamentale. Rossello sviluppa una rilettura contemporanea di questo patrimonio, sottolineando la possibilità di tradurlo in una sociologia orientata alla costruzione di realtà sociali concrete. Il contributo più interessante del confronto consiste nel superamento di due riduzioni. La prima è quella che considera il cambiamento sociale esclusivamente come una questione di strutture, procedure e risorse, trascurando la responsabilità delle persone. La seconda è quella che affida la trasformazione della società alla sola maturazione morale degli individui, senza interrogare le istituzioni, i rapporti di potere e le condizioni materiali che influenzano i comportamenti. Una progettazione sociale consapevole deve invece tenere insieme queste dimensioni, pur distinguendole sul piano metodologico. La formazione personale può favorire atteggiamenti di responsabilità e cooperazione; la progettazione organizzativa può creare condizioni che sostengano tali comportamenti; la valutazione può verificare se il cambiamento desiderato sia stato effettivamente prodotto. In questo quadro, la prospettiva dinontorganica non dovrebbe essere presentata come una formula capace di risolvere automaticamente i problemi sociali, ma come un paradigma da approfondire e sottoporre a verifica empirica. Allo stesso modo, l’Imitazione di Cristo non deve essere trasformata in un manuale di progettazione, ma può offrire una fonte di orientamento etico per interrogare le finalità e la qualità morale dell’azione.
La sintesi proposta può essere espressa attraverso tre domande:
- Domanda spirituale: quale trasformazione della persona è necessaria perché l’agire sia coerente con i valori professati?
- Domanda ontologico-sociale: quale realtà stiamo costruendo attraverso le relazioni, le istituzioni e le attività quotidiane?
- Domanda progettuale: quali interventi possono produrre un cambiamento verificabile, inclusivo e sostenibile?
Il dialogo tra queste domande non elimina le differenze tra le opere esaminate. Le rende, piuttosto, reciprocamente feconde. La carità può orientare l’attenzione verso le persone; il realismo dinamico può contribuire a comprendere le interdipendenze della realtà; la progettazione sociale può tradurre tali orientamenti in processi, responsabilità e risultati verificabili. La conclusione non è che una società giusta derivi automaticamente da persone virtuose o da organizzazioni ben progettate. È, più prudentemente, che la qualità del cambiamento sociale dipende anche dalla capacità di connettere responsabilità personale, strutture organizzative e verifica degli effetti prodotti.
In questa prospettiva, progettare socialmente significa non soltanto rispondere a un bisogno, ma contribuire alla costruzione di una realtà nella quale le persone possano partecipare, sviluppare le proprie capacità e concorrere al bene comune.
Franco Faggiano, Esperto di Progettazione Sociale, socio ASI | Blog: franco-faggiano.blogspot.com
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