Italia e il mondo

Giunge l’ora…di Aurèlien

Giunge l’ora…

Arriva… beh, chi esattamente?

Aurelien7 ottobre
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La scorsa settimana abbiamo analizzato la presa che la casta professionale e manageriale occidentale (PMC), e la sua espressione politica, il Partito, ha progressivamente acquisito sulla vita politica occidentale, e come ciò sia avvenuto. Abbiamo notato che molte questioni politiche tradizionali, e in effetti gran parte dell’elettorato europeo, sono state brutalmente relegate nel cestino dell'”estremismo”. Ho fatto notare che se un partito di sinistra (ho citato come esempio l’LFI di Mélenchon) dovesse mai sembrare in grado di conquistare il potere, potremmo aspettarci un ritorno alle fogne intellettuali della Guerra Fredda, ma che, in primo luogo, la virulenza del Partito era perlopiù diretta contro coloro che venivano definiti “di estrema destra”, o che semplicemente dicevano o facevano cose che presumibilmente “rafforzavano” quell’entità amorfa. Il risultato, paradossalmente ma logicamente, è stato quello di creare in molti paesi europei una “destra estrema” concettuale, composta da partiti ed elettori con posizioni storicamente moderate, e al contempo di rafforzare quei partiti che effettivamente ascoltano le preoccupazioni degli elettori, come faceva un tempo la sinistra, invece di respingerle arrogantemente e liquidare chi le esprime come “razzisti” o peggio.

Ho sostenuto, e credo che questo sia indiscutibile, che il processo non può continuare all’infinito e che, nella sua formula sacra, dovrà quindi fermarsi a un certo punto. La carta dell’estrema destra verrà senza dubbio giocata ancora una volta nelle elezioni dei prossimi anni, ma non solo sta perdendo la sua forza a causa della sua incessante ripetizione, ma sta anche ampliando fino a livelli quasi caricaturali il divario tra le élite politiche e la gente comune. La carta dell’estrema sinistra potrebbe essere giocata in un secondo momento, ma siamo ancora lontani da quel momento. Nessuna delle due carte, a mio avviso, può ostacolare un cambiamento inevitabile.

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Data la natura umana, per quanto si possa desiderare ardentemente un cambiamento del sistema in teoria, esistono svariati motivi banali per cui non lo si vorrebbe vedere realizzato domani. Chi è nato dopo il 1980 non ricorderà un’epoca precedente al neoliberismo, e sarà difficile immaginare come potrebbe essere un’alternativa. C’è anche il timore, più che fondato, che se la situazione attuale è già critica, un cambiamento potrebbe facilmente peggiorarla anziché migliorarla. In alcuni ambienti serpeggia una convinzione masochistica (seppur anacronistica) secondo cui il sistema sarà sempre troppo potente e qualsiasi tentativo di cambiamento fallirà inevitabilmente. D’altro canto, esiste anche un approccio nichilista che considera il sistema irrecuperabile e desidera distruggerlo definitivamente, subito.

Oggi, tuttavia, prenderò come punto di partenza la conclusione che un cambiamento fondamentale sia inevitabile. Per “cambiamento” intendo una significativa trasformazione politica ed economica delle nazioni occidentali, che può essere graduale e riformista, improvvisa e discontinua, o una combinazione di entrambe. Evito deliberatamente il linguaggio carico di significato di “rivoluzione”, perché esso presuppone una serie di ipotesi su come avverrà il cambiamento e su chi lo realizzerà, semplificando eccessivamente situazioni spesso complesse con cause diverse. Ciò che accade più comunemente con un cambiamento discontinuo, infatti, è il crollo di un sistema e il conseguente vuoto di potere, che può essere colmato in vari modi, o non essere colmato affatto. Quindi la prima domanda è se questo possa essere evitato con delle riforme.

Ebbene, la storia suggerisce che il punto di partenza sia la forza, o la debolezza, del sistema stesso, inclusa la sua capacità di riforma, e qui dobbiamo ammettere che la maggior parte dei giudizi storici semplifica eccessivamente il significato di “forza” e, a posteriori, giudica i sistemi più forti o più deboli di quanto non fossero in realtà. Molto dipende dai criteri, ovviamente. Il più semplice è la longevità: la Casa dei Saud è sopravvissuta a generazioni di critici e non ha ancora finito. Il sistema politico del Libano, l’equivalente moderno della questione Schleswig-Holstein, continua a funzionare, più o meno, in qualche modo. Nel frattempo, interi sistemi politici (Iraq, Afghanistan…) sono sorti e tramontati sotto i nostri occhi. Trarre conclusioni generali è praticamente impossibile: tutto ciò che possiamo dire è che i sistemi e i regimi resistono finché rappresentano l’alternativa meno peggiore, o finché l’opposizione è ancora più debole. Molti regimi e sistemi politici africani sopravvivono per l’assenza di una seria opposizione e competizione, piuttosto che per una forza intrinseca. Quando i sistemi falliscono, generalmente è perché vengono indeboliti da tensioni interne al punto da non essere più in grado di affrontare le sfide alla loro sopravvivenza. Ma alcune di queste sfide possono richiedere molto tempo per essere risolte.

In questo contesto, è importante non perdersi in tecnicismi politici e non presumere che basti armeggiare con i sistemi per trasformare una situazione negativa in una migliore. Ad esempio, nonostante il caos che regna attualmente in Francia, la struttura del sistema politico non è cambiata sostanzialmente dal 1958. Nei primi anni funzionava piuttosto bene: perché ora non funziona più? Oppure, in Gran Bretagna, molti sostengono che il sistema politico sia stato effettivamente migliorato e modernizzato negli ultimi anni, eppure la vita politica del paese è ora altrettanto caotica quanto quella francese. E ci sono altri esempi molto simili. Al contrario, le modifiche amministrative in stati di crisi (“Ho un’idea, creiamo un Commissario Anticorruzione!”) o persino i cambiamenti politici radicali (introdurre un sistema multipartitico dal nulla) hanno una storia pressoché ininterrotta di fallimenti. Sebbene i cambiamenti strutturali e procedurali possano avere un’influenza positiva o negativa, è difficile individuare un caso in cui abbiano avuto un effetto decisivo nella risoluzione dei problemi. D’altra parte, ci sono molti casi in cui i cambiamenti strutturali hanno effettivamente esacerbato il problema. Un buon esempio è il progressivo trasferimento di poteri da Belgrado alle regioni dopo la morte di Tito, che avrebbe dovuto placare il fervore nazionalista nell’ex Jugoslavia, ma che in realtà lo ha solo rafforzato.

Quindi, qualunque siano i problemi, la soluzione non si trova nel tipo di aggiustamenti amministrativi che il PMC tanto ama e che, di fatto, è l’unica cosa che sa fare. La “riforma”, se effettivamente possibile, può includere cambiamenti istituzionali, ma non può limitarsi a questi. Un buon esempio è la rappresentanza proporzionale (RP), spesso proposta come soluzione agli stalli politici. Si sostiene, a ragione, che nei sistemi non proporzionali la maggior parte dei voti viene sprecata, pochi seggi cambiano effettivamente di mano e quindi molti elettori non si sentono rappresentati. La RP assegnerebbe i seggi, almeno in teoria, in base ai voti espressi, ma, anche se si riuscisse a concordare una variante di RP generalmente accettabile, l’effetto sarebbe quello di aumentare il numero dei partiti, soprattutto quelli minori. Più un sistema politico è frammentato e diviso, peggio diventa con la RP: il problema è il sistema stesso, non il meccanismo elettorale. Pertanto, da diversi decenni in Francia si sta diffondendo una corrente di pensiero che auspica una “Sesta Repubblica”, con un sistema proporzionale e maggiori poteri per il Parlamento, sostenendo che l’attuale sistema sia troppo centralizzato. Ciò può essere vero, ma come dico ai critici, di fatto la Sesta Repubblica esiste già, nel senso che il Parlamento è composto da un gran numero di gruppi reciprocamente ostili, dai quali non è possibile formare una maggioranza stabile. Il sistema proporzionale non farebbe altro che peggiorare la situazione, perché il problema fondamentale è la frammentazione del sistema politico stesso.

Ho fatto questa piccola digressione perché è importante sottolineare che la riforma, per essere efficace, non può limitarsi a meri ritocchi tecnici: deve essere sostenuta da un forte impulso politico. Le riforme amministrative su larga scala attuate in Gran Bretagna nella seconda metà del XIX secolo possono essere studiate come operazioni puramente tecniche, ma il vero punto cruciale è il riconoscimento, da parte delle classi politiche ed economiche, dell’urgente necessità di modernizzare uno Stato decrepito e corrotto, per evitare di essere emarginati politicamente ed economicamente in Europa. Oltremanica, le riforme dell’istruzione successive al 1870 furono una parte fondamentale della creazione della Terza Repubblica. L’istruzione fu sottratta al controllo della Chiesa e affidata a giovani uomini e donne appositamente reclutati, spesso provenienti dalla classe operaia, che costituirono la forza trainante della secolarizzazione e della modernità. Esistono interessanti parallelismi tecnici con le riforme dell’istruzione in altri Paesi, ma è la determinazione politica dei partiti repubblicani in Francia che conta davvero e che distingue questo episodio.

Storicamente, la caduta di regimi e imperi è stata spesso preceduta da tentativi di riforma falliti. Un famoso esempio è il Tanzimat , l’ambizioso programma di riforme che si estese per diverse generazioni, con l’obiettivo di modernizzare e occidentalizzare l’Impero Ottomano. Furono migliorate l’uguaglianza religiosa e i diritti umani, furono presi provvedimenti contro la tratta degli schiavi, l’esercito e la burocrazia furono riformati radicalmente, e così via. Ma ci fu una forte opposizione da parte di coloro che avrebbero subito delle perdite – in particolare il clero tradizionalista – e le riforme finirono per esaurirsi: alcuni storici arrivano persino ad affermare che accelerarono la successiva frammentazione dell’Impero. Il contrasto con il Giappone nello stesso periodo, dove ampie riforme furono imposte con successo alle strutture di potere tradizionali, è interessante. Sia l’Impero asburgico (con la creazione della Duplice Monarchia nel 1867) che i Romanov (con la creazione della Duma nel 1906) riconobbero la necessità di riforme, ma furono sopraffatti dagli eventi.

Sebbene la riforma delle società occidentali odierne sarebbe molto diversa da questi esempi, anche ammesso che si concordasse sul significato di “riforma”, vale la pena delineare i tre requisiti assoluti e non negoziabili affinché qualsiasi programma di riforma possa anche solo iniziare a funzionare. Il primo e più ovvio è un senso di crisi, ampiamente condiviso e profondamente sentito. Una delle ragioni principali di tutte le riforme dell’istruzione del XIX secolo fu che la complessità del mondo e gli emergenti sviluppi tecnologici implicavano che i paesi avessero bisogno di una forza lavoro qualificata che semplicemente non possedevano, quindi il futuro stesso del paese era in gioco. C’erano anche fattori specifici: per i francesi, porre fine al controllo intellettuale e all’influenza politica della Chiesa, per i giapponesi il tentativo di non diventare un’altra colonia e per gli ottomani il tentativo di mantenere le proprie colonie. Se le nostre élite vedono un problema simile oggi, non lo danno a vedere. Dopotutto, l’intelligenza artificiale farà tutto, no? Anche il lavoro degli insegnanti, no? In effetti, a parte sporadiche “crisi” il cui scopo sembra essere quello di privare i poveri del poco che ancora possiedono, il PMC sembra pensare che tutto proceda a gonfie vele e si limita a ricordare di cacciare Putin dal Cremlino e di far scendere il prezzo del petrolio.

Il secondo fattore, di conseguenza, è il consenso dell’élite su ciò che va fatto. Questo a sua volta richiede, come minimo, un potere centrale sufficientemente forte da imporre un programma riformista. Questa è la ragione del relativo successo in Giappone, in contrapposizione al relativo fallimento dell’Impero Ottomano. Aumentare la percentuale di persone che potevano votare in Europa non era necessariamente attraente per parte dell’élite, ma questa lo accettò perché si rese conto che era inevitabile per il futuro. Ciò era legato alla necessità di un’alfabetizzazione diffusa, anch’essa controversa, ma riconosciuta come essenziale per reclutare una forza lavoro industriale e amministrativa adeguata. A sua volta, ciò comportò la fondazione di università e altri istituti di istruzione superiore al di fuori delle strutture di potere esistenti e della Chiesa. Un’idea forse poco attraente per alcuni, ma considerata necessaria e inevitabile. Al contrario, le élite odierne sembrano esitare di fronte alla sola prospettiva di fare qualsiasi cosa, se non a livello puramente di facciata. Avrete forse letto dei problemi nel sistema scolastico francese di questa settimana: rivolte e manifestazioni, insegnanti aggrediti, scuole incendiate. E se doveste indovinare la reazione del governo, e se diceste: istituire inchieste, tenere riunioni, convocare commissioni, beh, più o meno è tutto. Col tempo, dopotutto, il problema si risolverà da solo. No?

Il terzo punto riguarda un approccio globale alla riforma. Non intendo piani imponenti e complessi, ma piuttosto che le conseguenze delle riforme proposte vengano valutate attentamente e che vengano intraprese anche altre azioni necessarie e conseguenti. La società occidentale ha in gran parte perso questa capacità e, nella migliore delle ipotesi, si limita a tastare i problemi. Ciò è dovuto al fatto che le élite occidentali non pensano più al di là della settimana successiva e sono incapaci di tenere a mente contemporaneamente due idee distinte ma correlate. I grandi movimenti di riforma politica e sociale del XIX e XX secolo, tuttavia, possedevano questa essenziale unità. La Repubblica francese dopo il 1870 sapeva che, per sopravvivere, doveva spezzare l’influenza della Chiesa, soprattutto nelle campagne, dove i sacerdoti dicevano ai loro parrocchiani che votare alle elezioni repubblicane era un peccato mortale, o che almeno avrebbero dovuto votare per il candidato più anti-repubblicano. Questo significava creare da zero un corpo di insegnanti laici altamente motivati ​​per contrastare la Chiesa. Per questo, era necessario formarli e, naturalmente, bisognava prima costruire gli istituti di formazione. Gli studenti venivano reclutati, spesso provenienti dalla classe operaia, e poiché la Repubblica non scherzava, ricevevano uno stipendio per la formazione, prima di andare a insegnare nelle scuole che nel frattempo erano state costruite in tutto il paese. Con la definitiva separazione tra Chiesa e Stato nel 1905, il governo inviò polizia e soldati nelle scuole per espellere le suore e i sacerdoti che si rifiutavano di andarsene.

Non si fa più questo genere di cose, perché la riforma è uno slogan, non un’azione concreta, e spesso viene portata a termine solo a metà. Tipicamente, ad esempio, gli stati africani offrono istruzione ai giovani, che poi lasciano le loro terre per andare nelle città in cerca di lavoro, lavoro che spesso non c’è, con conseguenze politiche destabilizzanti. Non è necessariamente giusto incolpare solo i governi per questa situazione, ma illustra piuttosto bene come le riforme debbano procedere di pari passo: la cosa preoccupante è che una variante di questo fenomeno si sta verificando anche in Occidente.

Anche se fosse possibile concordare un piano di riforma in qualche ambito (e a dire il vero è difficile sapere da dove cominciare), mancano una visione concreta, le capacità, una strategia e un gruppo di persone motivate, tutti elementi necessari al successo dei programmi di riforma. Tali persone non nascono dal nulla (un punto su cui tornerò), ma è necessaria una massa critica sia in termini numerici che di competenze, e soprattutto una cultura politica che pensi, come minimo, a lungo termine, nell’arco di decenni. Per quanto ne so, ad esempio, il sistema universitario occidentale è destinato al collasso entro la fine dei prossimi dieci anni. Tra cinque anni potrebbe essere addirittura irrecuperabile, con le persone più valide che se ne vanno, le università che si indebitano sempre di più e gli studenti che non considerano più la laurea un requisito essenziale. Cosa bisognerebbe fare per riformare le università? A seconda del paese, si potrebbe ridurre il numero di posti disponibili per gli studenti di un quarto o di un terzo, chiudere alcune università, in alcuni casi cambiare completamente il sistema di finanziamento, eliminare due terzi del personale amministrativo, aumentare gli stipendi del personale accademico di livello inferiore, abbandonare il modello degli studenti come consumatori e sbarazzarsi in modo deciso di interi dipartimenti che non sono considerati seri dal punto di vista accademico. Draconiano? Certo, ma qualcosa del genere andrebbe fatto. Ma non accadrà, e quindi il sistema universitario occidentale crollerà.

A prima vista, questa opposizione alle riforme può sembrare strana. Certo, gli interessi consolidati giocano un ruolo, ma questi possono essere, e di fatto sono stati, superati in situazioni di emergenza. Spesso, al contrario, ho la sensazione che la classe dirigente odierna abbia tendenze al limite del suicidio: ha costruito un sistema che si sta lentamente autodistruggendo, consumando lentamente quel poco di capacità produttiva che rimane. Dopotutto, verrebbe da pensare che la classe dirigente desideri, come minimo, una popolazione con un livello di istruzione decente, proprio come i suoi predecessori due secoli fa. Sì, l’istruzione rappresenta una minaccia per il potere, ma una società che non sa leggere e scrivere correttamente è sicuramente una minaccia ancora maggiore, come dimostrano gli eventi attuali in Francia.

Il risultato di tutto ciò è che la riforma è di fatto impossibile. Prendiamo la politica. I sistemi politici dei paesi occidentali sono stati svuotati: nel decennio successivo alla Brexit, la Gran Bretagna ha avuto tanti Primi Ministri quanti ne aveva avuti nei precedenti sessant’anni. E la qualità (fatta salva una blanda speranza per il signor Burnham) è andata diminuendo, anche se la diversità della classe politica stessa è aumentata a dismisura. Un serio movimento per riformare la politica britannica semplicemente non riuscirebbe a trovare persone con le competenze e la motivazione necessarie all’interno dell’attuale o futura classe politica. In Francia, la gente guarda con quel tipo di orrore ipnotizzato che si prova di fronte a un incidente stradale in corso alle prospettive delle elezioni presidenziali e legislative del prossimo anno. Ci sono tra i 20 e i 25 candidati alla presidenza già annunciati (a seconda di come li si conta) e i risultati del primo turno potrebbero essere incredibilmente complessi, con i due candidati al ballottaggio che passano il turno per frazioni di punto percentuale. In ogni caso, nonostante il notevole aumento della diversità nella classe politica francese, persiste un diffuso senso di sconforto sulla qualità dei candidati. Ed è pressoché certo che le prossime elezioni legislative produrranno un’Assemblea Nazionale ancora più divisa e inefficace di quella attuale, rendendo impossibile la formazione di un governo. Anche un eventuale tentativo di riforma, per quanto serio, non troverebbe mai gli ingredienti necessari per realizzarlo. Credo, infatti, che in politica viga una regola generale: è impossibile riformare un sistema in modo autentico con le stesse persone che lo hanno mandato in rovina, anche in caso di un’improbabile conversione. La soluzione, come vedremo, spesso viene dall’esterno.

Il declino del sistema politico si accompagna alla distruzione indiscriminata delle capacità statali, comprese persino la polizia e l’esercito, il che, per una classe dirigente impopolare, appare francamente assurdo. E invece di un sistema ordinato di importazioni, esportazioni e produzione locale, abbiamo catene di approvvigionamento lunghe, complesse ed estremamente fragili, la cui efficacia dipende dal perfetto funzionamento di ogni elemento. Se ciò non accade, gli stati occidentali non sono più in grado di intervenire in modo significativo. È possibile un limitato rientro della produzione in patria, ma ricostruire l’industria occidentale e la capacità produttiva in generale su vasta scala è di fatto impossibile. (Probabilmente lo stesso vale per l’agricoltura, tra l’altro). Richiederebbe, tra le altre cose, un processo decennale di formazione di ingegneri di tutte le discipline, investimenti in infrastrutture, rilancio dell’apprendistato e garanzia di materie prime prima ancora di poter iniziare. E ora una nota stonata: dopo le violenze scolastiche di questa settimana in Francia, il governo ha annunciato che finanzierà un aumento dei posti di insegnamento. Una delle maggiori carenze riguarda gli insegnanti di matematica perché, semplicemente, nessuno vuole insegnare matematica, e il livello professionale della maggior parte dei neo-insegnanti è preoccupantemente basso. Dato che gli ingegneri e i tecnici di domani, se mai ce ne saranno, impareranno la matematica dagli insegnanti di oggi, è difficile essere ottimisti sulle prospettive di una ripresa industriale.

Potrei continuare, ma probabilmente avete già letto gran parte di queste cose, almeno a tratti. La mia conclusione è di carattere generale: non c’è modo di arrestare, né tantomeno invertire, il declino sociale, politico ed economico dell’Occidente iniziato negli anni ’80, in condizioni simili a quelle attuali. Il massimo che possiamo sperare di fare è arrestare il declino in alcuni settori, ma il problema è che abbiamo ampiamente superato il punto in cui le intenzioni contano davvero, e viviamo all’interno di una macchina che si sta disintegrando senza alcun intervento umano. Sarebbe confortante credere che Qualcuno abbia il controllo di tutto questo, ma, come dimostrano le insensate dichiarazioni dei ricchi e dei potenti, sono persi quanto tutti gli altri. Alcuni sviluppi – la rinazionalizzazione di alcuni servizi, ad esempio – si imporranno ai governi perché l’alternativa è troppo terribile da contemplare. Ma non si possono nazionalizzare industrie un tempo fiorenti che non esistono più.

Questo era, ovviamente, prevedibile e previsto. Una volta messi in moto i processi ciechi del neoliberismo, tutto si è inevitabilmente mosso nella direzione dell’estrazione di rendite a breve termine. (I Large Language Models possono essere visti come la meta-versione, o l’epitome, della ricerca di rendite. Presto si alimenteranno a vicenda). La conseguente demolizione della capacità e dell’efficacia dello Stato ha fatto sì che questa tendenza sfuggisse al controllo, e che oggi gli Stati non abbiano la capacità effettiva di porre rimedio alla situazione, anche se esistesse la volontà di farlo. Ecco perché trovo la pirateria un utile analogo storico, perché era interamente parassitaria e a breve termine. In un’epoca in cui la capacità dello Stato era limitata, i pirati operavano su larga scala: Algeri era di fatto una reggenza indipendente sotto l’Impero Ottomano, una sorta di Stato mercenario che si sosteneva con la pirateria e la tratta degli schiavi, fino all’invasione francese del 1830. Non c’è quindi nulla di nuovo nelle multinazionali con risorse che superano quelle di alcuni Stati.

Date queste difficoltà, è possibile immaginare due possibili scenari futuri. Il primo è un declino (relativamente) lento delle società occidentali, che in linea di principio potrebbe durare a lungo. L’altro è una Discontinuità, e spiegherò tra un attimo cosa intendo con questo termine. Il problema dell’idea di un declino lento è che viviamo in una società incredibilmente complessa e interdipendente, dove effetti anche minimi in un’area possono avere conseguenze enormi e imprevedibili altrove. Non credo, ad esempio, che le persone abbiano realmente compreso alcune delle conseguenze dell’aumento dei prezzi del gasolio e della sua carenza. Se gli agricoltori, già colpiti dalla carenza e dall’aumento dei costi dei fertilizzanti, non possono trasportare i loro raccolti al mercato perché non possono permettersi il gasolio, o semplicemente perché non ce n’è , cosa succede in un paese come il Canada o gli Stati Uniti, con le loro immense distanze? Carestia di massa? La tentazione è di dire che questo non sarà “permesso”. Ma chi impedirà che accada? Da dove proverranno le risorse necessarie? Chi è in grado di coordinare l’approvvigionamento alimentare di vaste aree di un paese con trasporti trainati da cavalli o altro? Per la prima volta nella storia, ci troviamo di fronte alla combinazione di un mondo estremamente complesso, fragile, instabile e interdipendente, e di una serie di sfide ambientali, di risorse, economiche e politiche, ognuna delle quali è palesemente al di là della capacità di gestione della nostra classe dirigente. È questa combinazione di fattori, piuttosto che la gravità individuale, ad esempio, del cambiamento climatico, a costituire il rischio. Il livello del mare si è già innalzato in passato, ma mai in un mondo in cui città costiere come Lagos e Bangkok, con i loro milioni di abitanti, potrebbero essere sommerse da un giorno all’altro. Non si tratta semplicemente di aspettarsi mega-catastrofi, ma del fatto che una combinazione inaspettata di eventi potrebbe produrre risultati completamente imprevedibili e pericolosi, che innescherebbero una cascata inarrestabile di conseguenze.

Facciamo un esempio banale e a breve termine. Nell’ultima generazione si è assistito a un’esplosione dei viaggi aerei a basso costo, causata dalla deregolamentazione neoliberista, e nuove compagnie aeree nascono e falliscono di continuo. Persino tra le principali capitali europee, i voli possono essere subappaltati a compagnie di cui non avete mai sentito parlare. Ora, molte di queste capitali, in paesi che si sono completamente deindustrializzati, si affidano quasi esclusivamente al turismo per sostenere le proprie economie, e gran parte dei loro centri storici è costituita da case vacanza. Eppure, l’incredibile livello di concorrenza ha fatto crollare i prezzi dei biglietti aerei, e persino le compagnie aeree nazionali consolidate sono ora sull’orlo del baratro. Se si desidera viaggiare da una grande città europea (Berlino, per esempio) verso una popolare meta turistica per il fine settimana (Venezia, Barcellona…), gli unici voli diretti saranno probabilmente operati da compagnie aeree low cost, la maggior parte delle quali sarà già sull’orlo del fallimento: alcune hanno già chiuso i battenti, altre sono sul punto di seguirle. In breve tempo, l’industria turistica in molte di queste città si contrarrà drasticamente, ristoranti e hotel chiuderanno, i centri storici si spopoleranno e si creeranno ampie fasce di popolazione immigrata disoccupata (dato che nessun abitante del luogo potrà permettersi di vivere e lavorare lì).

Tutto questo potrebbe essere moltiplicato quasi all’infinito, ma credo che il concetto sia chiaro. Non si tratta della caduta dell’Impero Romano, del ritiro delle legioni dalle province. Ci troviamo in una situazione di complessità e interdipendenza infinitamente maggiori, che sospetto ridurrebbero un contemporaneo Spengler o Toynbee a un delirio di incomprensione. Ecco perché parlo di “Discontinuità”, perché potrebbe presentarsi in qualsiasi momento e in qualsiasi forma, o in diverse forme contemporaneamente. Non si tratta solo di crisi politica, o economica, o di conflitto, o di crisi ambientale, ma di una combinazione variabile e imprevedibile di tutte queste. La domanda è: cosa si può fare, se si può fare qualcosa? Arriverà il momento, certo, ma non è molto chiaro da dove verranno le persone capaci di affrontare i problemi. Dovrebbe essere ormai evidente, però, che non verranno dalle strutture esistenti della classe politica, né dai vertici della burocrazia, né dai supereroi della finanza e dell’informatica, che dimostrano quotidianamente di non aver imparato nulla e di aver dimenticato tutto. Quando inizieranno i fallimenti su larga scala delle aziende legate all’intelligenza artificiale (secondo la maggior parte delle stime, nel 2027), non solo ampie porzioni del settore IT crolleranno, ma gli effetti su governi, banche, mercati azionari e sull’immensamente complessa catena di approvvigionamento globale potrebbero essere di vario tipo, da un semplice inconveniente a una catastrofica. Quindi non aspettatevi alcun aiuto da parte loro. Del resto, i governi non hanno più le risorse né le capacità per influenzare significativamente gli eventi: una conseguenza naturale, seppur ironica, dell’auto-castrazione che si sono inflitti negli ultimi anni.

Ci troviamo dunque in una di quelle situazioni in cui dovremo fare il possibile da soli. Questo significa distretti e città (probabilmente non le grandi metropoli), comunità e organizzazioni locali: l’ente locale sarà probabilmente l’ultima unità di governo funzionante. E qui, naturalmente, ci imbattiamo negli ovvi problemi: le società e le famiglie sono state frammentate, gran parte delle capacità istituzionali è andata distrutta, non ci sono leader comunitari nel senso tradizionale del termine (e in effetti non esistono molte comunità) e intere generazioni sono state educate a dare valore a un individualismo spietato al di sopra di ogni altra cosa.

Eppure. Sappiamo qualcosa su come le società e i grandi gruppi affrontano disastri ed emergenze. Lungi dal generare anarchia e barbarie, esistono ormai numerosi studi che dimostrano come i disastri inducano le persone a cooperare e a manifestare tendenze altruistiche. Persino profondamente corrotte da un individualismo liberale psicotico, le nostre società probabilmente conservano la capacità di collaborare. Questo implica, ovviamente, che le condizioni siano diventate davvero critiche, cosa che credo accadrà. Ma illustra anche un concetto di buon senso: ci sono cose che semplicemente non si possono fare da soli. Cose come la distribuzione di cibo e acqua, i servizi sanitari di base e la sicurezza collettiva non possono essere gestite dai singoli individui per conto proprio. Osservate, o partecipate, a qualsiasi grande gruppo che si trovi ad affrontare un problema, e emergeranno dei leader naturali: non necessariamente quelli che gridano più forte.

D’altro canto, dobbiamo guardarci con molta cautela dall’arrivo di aspiranti salvatori e figure del destino. Probabilmente, nella politica occidentale, c’è chi si vede in questo ruolo, ma non funziona mai, perché tali figure sono essenzialmente proiezioni fantastiche prive di sostanza. Pétain, ad esempio, era venerato (a ragione) come un grande leader militare che aveva salvato l’esercito francese, ma politicamente era un perfetto sconosciuto. Pochi dei milioni di francesi che lo consideravano un punto di riferimento erano interessati al miscuglio reazionario di ideologie di Vichy. Era visto soprattutto come una figura di stabilità e protezione, un garante contro il caos derivante da una sconfitta clamorosa e inaspettata. E un tale culto della personalità può facilmente diventare patologico: ho studiato spagnolo ai tempi di Franco, quando la stampa lo chiamava ancora El Caudillo, come Mussolini era stato chiamato Il Duce e, naturalmente, Hitler Der Führer: “il capo”. Si considerava una figura “donata da Dio”, impegnata in una “crociata” per preservare i valori tradizionalisti, cattolici e assolutisti. Non abbiamo bisogno di altri come lui.

Cosa ci lascia tutto questo? Non un declino graduale, ma nemmeno una disintegrazione improvvisa e catastrofica. Piuttosto una serie di pugni allo stomaco, arrivati ​​in momenti imprevedibili e da direzioni inaspettate, senza che le istituzioni e la classe politica di cui disponiamo offrano un modo efficace per affrontarli. Certo, si può ancora credere che le riforme siano possibili, e non metterei in dubbio che con energia ed entusiasmo si potrebbe arrestare, almeno temporaneamente, parte del declino. Ma in termini pratici, dubito seriamente che in qualsiasi ambito importante della società, della politica o dell’economia occidentale, si possano davvero realizzare riforme significative, anche se sarei felice di essere smentito.

Vorrei concludere con una nota di modesta speranza. Storicamente, nei periodi di discontinuità, le vecchie forze vengono spazzate via, nuove persone e nuove forze prendono il sopravvento, ed è spesso impossibile sapere in anticipo da dove verranno. Vi suggerisco ancora una volta di andare a vedere il nuovo film in due parti su De Gaulle con Simon Abrakian. Ciò che colpisce del film, soprattutto della seconda parte, è come la resistenza ai tedeschi, sia sul campo che a Londra, dipendesse in larga misura da figure marginali, minori e sconosciute, che capirono cosa bisognava fare e lo fecero, mentre i grandi e i potenti dell’establishment francese o si fecero da parte prudentemente, o collaborarono attivamente. La Resistenza fu un’iniziativa di gente comune, ma i diversi gruppi avevano bisogno di essere organizzati per essere efficaci. Un solo alto funzionario governativo, il prefetto Jean Moulin (interpretato da Felix Kysyl), si unì a De Gaulle a Londra e fu rimandato in Irlanda per mettere a frutto le sue capacità amministrative e organizzative al fine di riunire i vari movimenti nel Consiglio Nazionale della Resistenza, cosa che riuscì a fare con successo prima di essere arrestato e torturato a morte dalla Gestapo.

Un solo giovane ufficiale, Philippe de Hautecloque (Niels Schneider), brillante e anticonformista, riuscì a fuggire a Londra e fu inviato, con il nome di battaglia di Leclerc, a organizzare la resistenza dai territori francesi in Africa. Combatté dal Ciad fino alla costa mediterranea con un incredibile esercito improvvisato (ben rappresentato nel film) composto da disertori francesi, truppe regolari africane e volontari, alcuni dei quali letteralmente a dorso di cammello, prima di guidare la neonata Seconda Divisione Corazzata per ricongiungersi con le forze della Resistenza a Parigi. In tempo di pace, sarebbe stato fortunato a superare il grado di colonnello. Il governatore del Ciad era Félix Éboué (Vincent Fontano), nato nella Guyana francese, uno dei relativamente numerosi non bianchi nell’amministrazione coloniale, l’unico governatore a schierarsi con De Gaulle nel 1940, al quale concesse territori francesi da cui operare. Una nazione riconoscente in seguito trasferì le sue spoglie al Pantheon.

Sebbene la Francia tra il 1940 e il 1944 rappresenti un caso estremo, è comunque vero, in generale, che le emergenze su larga scala tendono a sostituire chi sa cosa dire con chi sa cosa fare. Lo stesso Churchill (interpretato da Simon Russell Beale nel film) era un politico fallimentare in tempo di pace, ma nel 1940 si rivelò l’uomo giusto. Più in generale, però, la mobilitazione dello Stato britannico dopo il 1939, sulla quale si potrebbero scrivere pagine intere, fu una vera e propria lezione su come persone di ogni estrazione sociale venissero prelevate dal proprio lavoro o dalla pensione e impiegate nello sforzo bellico in ogni campo, dall’ingegneria all’agricoltura. Ad esempio, esperti di cruciverba e di letteratura tedesca furono inviati a Bletchley Park per decifrare i codici tedeschi, e ogni sorta di esperti e ufficiali militari marginali o trascurati si ritrovò improvvisamente a dover mettere a frutto le proprie competenze. I matematici pianificarono le tattiche antisommergibile e gli addetti alla programmazione degli orari ferroviari organizzarono la distribuzione degli alimenti.

Se succederà, sarà così. Non c’è nulla da sperare dalla classe politica che abbiamo, se non che abbia la decenza di svanire silenziosamente. L’unica caratteristica degna di nota da osservare nei politici di oggi è se saranno, per quanto possibile, in grado di adattarsi a una situazione totalmente nuova e diversa tra qualche anno. Anzi, direi che l’unica domanda che vale la pena porsi riguardo a qualsiasi politico oggi non è se vincerà questa o quella elezione, né se sopravviverà a questo o quello scandalo, ma piuttosto se, quando le cose si metteranno davvero male, sarà in grado di uscire dalle proprie incarnazioni di partito e fare qualcosa di utile . O se semplicemente scomparirà nel Cestino della Storia insieme a tutti gli altri? Perché alla fine, e nonostante l’isteria, i risultati delle elezioni nei vari paesi nei prossimi due anni potrebbero non contare poi molto.

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Questo è tutto per questa settimana. Come sempre, grazie a coloro che instancabilmente forniscono traduzioni nelle loro lingue. Maria José Tormo pubblica traduzioni in spagnolo sul suo sito qui , Marco Zeloni pubblica traduzioni in italiano su un sito qui e Italia e il Mondo le pubblica qui . Sono lieto di aggiungere che le versioni di questi saggi in ceco appariranno ora regolarmente in traduzione sul sito czstrat.cz . Sono sempre grato a coloro che pubblicano occasionalmente traduzioni e riassunti in altre lingue, purché citino l’originale e me lo facciano sapere.