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L’Italia tecnologica: una potenza che non si autofinanzia _ di Edoardo Secchi

L’Italia tecnologica: una potenza che non si autofinanzia

par Edoardo Secchi

  • Oltre 12.000 startup, un record per i fondi di venture capital: l’Italia non ha mai avuto un ecosistema tecnologico così sviluppato.
  • Eppure, i suoi campioni si finanziano a New York, Londra o Parigi: l’Italia non soffre di una carenza di innovazione, ma di una carenza di capitali.
  • La sfida è di natura culturale: un capitalismo familiare orientato al patrimonio deve imparare a finanziare l’immateriale e l’assunzione di rischi.

La rivoluzione tecnologica europea è ormai in atto. Le grandi economie europee stanno mobilitando ingenti capitali per far emergere i propri futuri campioni. L’Italia si inserisce pienamente in questa dinamica. Con oltre 12.000 startup innovative, più di 200 incubatori e acceleratori, un mercato del venture capital che nel 2025 raggiungerà quasi 1,5 miliardi di euro e diverse aziende diventate punti di riferimento a livello europeo — Satispay, Scalapay, Bending Spoons e iGenius —, non ha mai avuto a disposizione un ecosistema tecnologico così sviluppato. Tuttavia, rimane un paradosso: perché il capitale italiano finanzia ancora così poco le proprie imprese tecnologiche?

L’ecosistema tecnologico italianoValore
Startup innovativeoltre 12.000
Incubatori e acceleratorioltre 200
Capitale di rischio (2025)≈ 1,5 miliardi di euro
Patrimonio netto delle famiglie (fine 2025)oltre 12.300 miliardi di euro

Sebbene le aziende tecnologiche italiane non siano mai state così numerose né così competitive, molte di esse continuano a trovare i propri principali investitori a New York, Londra, Parigi, Berlino o Zurigo. In Italia, le raccolte di fondi raggiungono ormai importi senza precedenti e attraggono un numero crescente di fondi statunitensi, britannici, francesi, tedeschi o svizzeri, che oggi occupano un posto centrale nel finanziamento delle società ad alto potenziale.

L’Italia forma i talenti, crea le imprese e sviluppa le tecnologie, ma finanzia ancora solo una parte limitata della loro crescita. Molti imprenditori italiani scelgono infatti di proseguire il proprio sviluppo all’interno di ecosistemi internazionali che offrono un contesto finanziario più adatto alle imprese tecnologiche in forte espansione. L’Italia non soffre più di un deficit di innovazione. Soffre soprattutto di un deficit di capitale orientato all’innovazione. Il problema non risiede quindi nella qualità delle tecnologie sviluppate, ma nella capacità di finanziarne il passaggio a una scala superiore. Queste startup eccellono proprio nei settori in cui il Paese possiede già i suoi principali vantaggi competitivi: robotica, Industria 4.0, scienze della vita, sicurezza informatica, intelligenza artificiale applicata all’industria, tecnologie spaziali, nuovi materiali.

« L’Italia non soffre più di un deficit di innovazione : soffre di un deficit di capitale destinato all’innovazione. »

Il corporate venture capital è in crescita, ma in Italia non riveste ancora il ruolo strategico che occupa nei grandi ecosistemi tecnologici internazionali. Eppure, le grandi aziende costituiscono, in tutto il mondo, uno dei principali motori del finanziamento dell’innovazione. Il loro coinvolgimento più diretto nelle startup italiane rafforzerebbe i legami tra industria, centri di ricerca, università e investitori. Consentirebbe inoltre di far emergere un maggior numero di imprese simili a Satispay, diventata una delle principali fintech europee, la cui crescita è stata sostenuta, in diverse fasi, da capitali internazionali.

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Il paradosso del capitalismo familiare italiano

Ogni modello di capitalismo genera una propria cultura economica, che ogni generazione tende naturalmente a riprodurre attraverso i meccanismi che ne hanno determinato il successo. Finché i meccanismi di creazione di valore rimangono gli stessi, questa cultura costituisce un vantaggio. Quando invece tali meccanismi evolvono, essa deve imparare ad adattarsi.

Il capitalismo familiare rappresenta una delle grandi forze dell’economia italiana. Ha permesso la nascita di migliaia di imprese d’eccellenza, ha favorito una visione a lungo termine e ha contribuito in modo determinante al prestigio internazionale del Made in Italy. Sarebbe profondamente errato considerarlo un modello superato. Al contrario, esso spiega in misura essenziale il successo industriale del Paese.

È proprio questo successo a plasmare oggi i punti di riferimento economici di gran parte dei detentori di capitale. I dirigenti che hanno portato alla prosperità l’industria italiana hanno imparato a creare valore in un mondo dominato da fabbriche, impianti industriali, economie di scala e beni materiali. L’economia tecnologica si basa ormai su logiche diverse: porta a investire in imprese che talvolta non possiedono né un patrimonio industriale né una redditività immediata, ma un capitale immateriale considerevole — software, algoritmi, tecnologie dirompenti o proprietà intellettuale. La questione non è quindi generazionale: riguarda il quadro di riferimento economico.

Oggi coesistono due diverse concezioni del rischio. Quando il patrimonio è già consolidato, l’azienda è stata tramandata attraverso diverse generazioni e la ricchezza si basa su beni il cui valore è noto, il rischio viene naturalmente valutato in funzione di ciò che potrebbe distruggere. Al contrario, l’imprenditore tecnologico che non dispone ancora di un patrimonio consistente percepisce più facilmente il rischio come la condizione necessaria per la creazione di valore. I primi hanno qualcosa da preservare; i secondi hanno ancora qualcosa da costruire.

«I primi hanno qualcosa da preservare; i secondi hanno ancora qualcosa da costruire.»

Da diversi decenni, il risparmio italiano si orienta naturalmente verso gli asset che conosce meglio: il settore immobiliare, le imprese familiari, le obbligazioni e gli investimenti patrimoniali. Questa logica ha accompagnato a lungo lo sviluppo industriale del Paese e ha contribuito alla nascita di numerosi leader internazionali.

Tuttavia, questa ricchezza patrimoniale è in netto contrasto con i risultati ottenuti nel settore tecnologico. Sebbene alla fine del 2025 le famiglie italiane disponessero di un patrimonio netto superiore a 12 300 miliardi di euro (Banca d’Italia), solo una quota ancora limitata di questa ricchezza viene destinata al finanziamento dell’innovazione. Questo divario si riflette nei risultati :

PaesiNumero di unicorni
Regno Unito57
Germania33
Francia29
Italia4

Il problema non risiede quindi nella mancanza di capitale, ma nel modo in cui questo viene indirizzato verso l’economia tecnologica per sostenere la crescita delle imprese più innovative. Investire in un immobile significa proteggere un valore già noto; investire in una startup equivale a finanziare un valore che ancora non esiste, ma che bisogna essere in grado di immaginare. Gli ecosistemi tecnologici più performanti non dispongono necessariamente di maggiori capitali: dispongono soprattutto di una cultura che accetta di trasformare una parte del patrimonio di oggi nella ricchezza di domani. La sfida del capitalismo familiare italiano non è quindi quella di rinunciare alle proprie qualità, ma di estendere questa cultura dell’investimento ai meccanismi di creazione di valore propri dell’economia tecnologica.

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L’Europa come mercato dei capitali

La rivoluzione tecnologica supera ormai i confini nazionali. Di fronte agli Stati Uniti e alla Cina, nessuno Stato europeo dispone, da solo, della solidità finanziaria necessaria per sostenere in modo duraturo tutti i suoi futuri campioni tecnologici. Come sottolineato dal rapporto Draghi, l’Europa non soffre né di una carenza di talenti né di un deficit di innovazione, ma di una persistente frammentazione dei suoi mercati finanziari.

Per l’Italia, la sfida non consiste quindi nel sostituire i capitali italiani con quelli europei, ma nel poter accedere a un mercato europeo dei capitali sufficientemente ampio da consentire alle proprie imprese tecnologiche di crescere senza dover dipendere sistematicamente da investitori extraeuropei.

L’Europa non rappresenta una risposta al deficit culturale del capitalismo italiano. Può invece offrire alle imprese italiane un contesto finanziario più ampio e integrato, in grado di accompagnarne la crescita, mantenendo al contempo in Europa i centri decisionali, la proprietà intellettuale e le tecnologie strategiche.

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Le sfide del capitalismo italiano

L’obiettivo del capitalismo italiano non è quello di imitare la Silicon Valley. Né tantomeno quello di rinunciare alle caratteristiche che hanno determinato il successo della sua industria. Al contrario, trarrebbe vantaggio dall’ispirarsi a ciò che ne ha costituito la forza: la capacità di trasformare una rivoluzione tecnologica in una nuova cultura del capitale, dell’investimento e del rischio, senza rinunciare a un modello adeguato alle proprie forze industriali. L’Italia dispone già di una delle basi manifatturiere più solide d’Europa. Il suo futuro dipende ormai meno dalla costruzione di una nuova industria che dalla sua capacità di far evolvere il modo in cui il capitale accompagna questa base produttiva. Tutte le grandi trasformazioni economiche sono anche trasformazioni culturali.

Per oltre un secolo, l’Italia ha costruito una cultura economica adeguata al proprio sviluppo industriale. Ora deve adattare questa cultura ai meccanismi di creazione di valore propri dell’economia tecnologica. Nessuna misura, da sola, può trasformare una cultura dell’investimento consolidatasi nel corso di diversi decenni. Incentivi fiscali più chiari, più stabili e più attraenti possono contribuire ad accelerare questa evoluzione. Tuttavia, essi non possono sostituire l’indispensabile cambiamento di mentalità, che dipenderà anche dall’emergere di una nuova generazione di dirigenti, investitori e intermediari in grado di fare da ponte tra l’industria tradizionale, la finanza e l’economia tecnologica.

La sfida non consiste quindi solo nell’aumentare i finanziamenti destinati all’innovazione, ma anche nel convincere una nuova generazione di investitori che le tecnologie di oggi costituiscono il patrimonio industriale di domani.

« Convincere una nuova generazione di investitori che le tecnologie di oggi costituiscono il patrimonio industriale di domani. »

Per l’Europa, la sfida è della stessa natura, ma su un’altra scala: costruire uno spazio in grado di finanziare le proprie innovazioni, di mantenerne il controllo e di far emergere i propri leader. L’Italia — con le sue contraddizioni, i suoi paradossi e i suoi punti di forza unici — costituisce senza dubbio oggi il laboratorio più significativo di questa trasformazione del capitalismo europeo.