Italia e il mondo

La terra multipolare contro il mare globale _ di Constantin von Hoffmeister

La Terra multipolare contro il mare globale
Abitazione radicata contro capitale liquido
Constantin von Hoffmeister

26 luglio

Pagato

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Il mare si estende a perdita d’occhio come un’unica superficie ininterrotta, una vasta e uniforme distesa d’acqua che trascina ogni cosa in un movimento continuo. In questo regno, l’occhio trova solo uniformità, poiché le onde si alzano e si abbassano senza curarsi di alcun segno o confine fisso che una mano umana potrebbe tracciare sulla terra. Laddove la terra offre crinali, valli e i contorni netti dei territori, il mare si presenta come un campo aperto in cui ogni differenza si dissolve nell’infinito gioco delle correnti. È la controparte liquida del deserto, una distesa che invita al viaggio ma rifiuta la permanenza dell’insediamento, e in questo rifiuto rivela la sua essenza più profonda di mezzo di pura circolazione.
Il teorico politico tedesco Carl Schmitt (1888-1985) osservò la distinzione fondamentale tra terra e mare come due principi opposti che plasmano l’ordine politico del mondo. Sulla terra, la terra stessa fornisce il terreno solido su cui i popoli stabiliscono confini, leggi e istituzioni durature; il suolo riceve l’impronta della volontà umana e la conserva attraverso le generazioni. Il mare, al contrario, rimane libero da tali segni permanenti. La sua superficie non ammette linee permanenti e le sue profondità sono attraversate solo dalle rotte temporanee delle navi che passano e scompaiono. Il pensatore francese della Nuova Destra Alain de Benoist (nato nel 1943) ha ripreso questa stessa distinzione e l’ha portata all’epoca contemporanea, mostrando come il principio marittimo sia diventato dominante e ora cerchi di rimodellare ogni sfera della vita secondo la propria fluida misura.
Le antiche tradizioni della terra possono ancora rispondere alla crescente ondata di pura circolazione?
Un mondo governato dal mare non conosce un centro fisso da cui possano irradiarsi autorità o identità. Vive invece di movimento continuo, di passaggio incessante di navi, merci e segnali che non si fermano mai. Queste correnti costituiscono la sostanza stessa dell’esistenza del mare e trovano il loro equivalente moderno nei grandi flussi dell’era della globalizzazione. Capitali, informazioni e popolazioni si muovono sulla superficie del pianeta secondo schemi che ripetono l’antica irrequietezza dell’oceano, unendo coste lontane in un’unica rete di scambi, pur lasciandosi alle spalle le solide ancore delle comunità più antiche.
L’epoca attuale si presenta come un ordine liquido in cui ogni forma solida cede alla pressione del movimento. Ciò che un tempo era saldo – le tradizioni radicate dei popoli, le nette distinzioni di rango e di luogo, e le strutture durature della vita locale – ora si piega e si sposta sotto la forza di una circolazione incessante. La stabilità cede il passo alla trasformazione costante, la solidità si ammorbidisce in adattabilità e i diversi modelli di insediamento umano confluiscono in una superficie più liscia e uniforme. In questo mondo liquido, le virtù terrestri della permanenza e della misurata differenza si ritirano di fronte alle virtù marittime della velocità e dello scambio.
Il filosofo tedesco Martin Heidegger (1889-1976) definì l’abitare il modo in cui gli esseri umani rimangono sulla terra in pace, preservando e salvaguardando il mondo che li circonda affinché possa nascere una vera casa. Abitare è la modalità fondamentale dell’esistenza umana stessa: abitare significa prendere posto sul terreno solido, rimanere con le cose del mondo e riunire il quadruplice elemento in un tutto vivente. Il quadruplice elemento è costituito da terra e cielo, mortali e divinità, e ogni elemento entra in libera relazione con gli altri attraverso l’atto stesso dell’abitare. La terra appare come il terreno di sostegno che fiorisce e porta frutto, che si espande verso l’esterno in rocce e acque e si eleva in vita vegetale e animale. Il cielo si dispiega come il percorso arcuato del sole, il corso della luna, il luccichio errante delle stelle, il susseguirsi delle stagioni, la luce e il crepuscolo del giorno, l’oscurità e il bagliore della notte, e il mutevole clima di nuvole ed etere limpido. Gli esseri umani sono coloro che sono consapevoli della propria morte e perciò misurano i loro giorni con cura. Le divinità giungono come messaggeri invitanti del sacro, silenziose allusioni del divino che conferiscono a ogni luogo la sua profondità di significato. Nell’abitare, queste quattro si uniscono, ciascuna preservando le altre affinché possa sorgere un mondo autentico.
Chi abita in un luogo costruisce e cura, misura il terreno con paziente attenzione e permette alle cose del mondo – case, ponti, campi e imbarcazioni – di manifestarsi pienamente, accogliendo al loro interno la quadruplice essenza. Questa modalità di esistenza appartiene interamente alla terra, dove il suolo riceve il peso delle abitazioni, la crescita dei campi coltivati ​​e la quieta successione delle generazioni che rimangono legate a un luogo specifico. Sulla terra solida, la presenza umana trae la sua misura da un’appartenenza radicata, dai ritmi quotidiani di lavoro e riposo, semina e raccolto, costruzione e conservazione che plasmano una casa duratura. Il principio terrestre preserva così le condizioni affinché l’abitare possa dispiegarsi nella sua forma piena e autentica, riunendo terra e cielo, mortali e divinità in un unico ordine continuo che funge da contrappeso vivente alle correnti inquiete del regno marittimo.
Anche il commercio segue lo stesso percorso liquido. Le merci viaggiano in flussi che attraversano ogni antica frontiera, guidati dalla logica del capitale che misura il valore solo in termini di movimento e rendimento. Il capitale, come il mare, prospera grazie al flusso continuo; trae forza dal passaggio ininterrotto della ricchezza da una mano all’altra, da una sponda all’altra. Il mercante e l’investitore diventano navigatori moderni, tracciando rotte attraverso mercati che si comportano come acque aperte, liberi dai punti di riferimento fissi che un tempo definivano la vita della terra.
L’uniformità prodotta da questo commercio globale appartiene interamente al principio marittimo. Laddove un tempo la terra sosteneva una ricca varietà di ordini locali, ciascuno plasmato dal proprio suolo e dalla propria storia, il mare impone un’unica misura che appiana ogni differenza. Alain de Benoist ha dimostrato come questa logica marittima si affermi sotto la bandiera di una singolare fede economica, un monoteismo del capitale che non tollera divinità rivali del luogo o della tradizione. Il capitale che oggi domina il mondo trae la sua essenza dal mare aperto, e la somiglianza tra l’impresa capitalistica e l’antica pratica della pirateria appare come una parentela naturale piuttosto che una coincidenza.
Un tempo i pirati vivevano impadronendosi delle ricchezze gratuite delle rotte oceaniche, muovendosi rapidamente, colpendo dove la corrente li favoriva e scomparendo di nuovo nell’immensa distesa. Lo stesso spirito anima i grandi sistemi commerciali dei nostri giorni: prosperano catturando valore in movimento, trattando ogni confine come provvisorio e convertendo la ricchezza fissa della terra nella ricchezza fluida dello scambio. La distinzione di Schmitt tra terra e mare illumina quindi il conflitto più profondo del presente, poiché l’ordine marittimo cerca di estendere il suo dominio liquido su ogni residua sacca di solidità terrestre.
In definitiva, la lotta tra questi due principi determina la forma dell’era a venire. La terra continua a offrire la possibilità di comunità radicate, confini chiari e forme di vita durature, mentre il mare impone la sua visione di flusso infinito e uniformità universale. De Benoist ci ricorda che la scelta tra questi ordini rimane aperta. Si intravedono ora segnali che l’era del puro dominio marittimo sta cedendo il passo a un ordine multipolare in cui diversi centri di civiltà distinti, ciascuno radicato nel proprio suolo e nella propria storia, si affermano per rivendicare la propria dimensione del mondo. Questi poli emergenti traggono la loro forza dal principio terrestre, ripristinando il peso del luogo, la continuità dei popoli e la varietà di forme durature che la corrente globale liquida un tempo cercava di dissolvere in un unico movimento uniforme.
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Il plurale contro l’universale

Il peso degli antenati

Constantin von Hoffmeister29 luglio∙Pagato
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L’universalismo si espande sempre a partire da un particolare nucleo culturale fino a rivendicare come proprio dominio naturale gli angoli più remoti del mondo umano. In questa espansione, le abitudini locali di un popolo si trasformano in un presunto metro di misura per ogni popolo. Il nazionalismo opera in direzione opposta, raccogliendo i desideri di molte persone distinte in un’unica volontà condivisa. Entrambi i movimenti trattano la vita concreta delle comunità come materia prima per astrazioni più ampie. La trama viva delle singole usanze e la reale portata di ciò che può essere condiviso rimangono quindi al di fuori del quadro di entrambe le dottrine. Ciò che emerge, invece, è un’incessante oscillazione tra il locale e il planetario, che non si stabilizza mai in un ordine duraturo.

In un mondo composto da molteplici civiltà autonome, ciascuna incentrata sulla propria esperienza storica, la principale fonte di destabilizzazione si manifesta ogni volta che una di queste civiltà si erge a modello definitivo per tutte le altre. Tale civiltà si incarna in un senso di redenzione e cerca di diffondere le proprie istituzioni, forme economiche e vocabolario morale oltre ogni confine. La pretesa di parlare a nome dell’umanità intera genera un attrito continuo con le società che continuano a orientarsi secondo la propria memoria e i propri parametri. La pressione culturale e la leva economica si muovono di pari passo, rafforzandosi a vicenda, finché i centri più piccoli non percepiscono minacciata la propria continuità.

L’Europa, intesa come formazione continentale radicata in una stratificazione di storie di lingua, paesaggio e diritto, esiste in crescente tensione con l’Occidente, inteso come un insieme di principi trasportabili, svincolati da qualsiasi geografia fissa. La realtà continentale trae la sua coerenza da stagioni condivise, confini condivisi e sequenze di eventi comuni, percorribili e ricordabili. L’Occidente, privo di geografia, fluttua libero da questi ancoraggi e si offre come un modello portatile pronto per l’esportazione. I due seguono quindi traiettorie divergenti: l’uno rimane legato al luogo, l’altro dissolve il luogo in una mobilità astratta. La loro separazione diventa la naturale conseguenza di queste diverse fondamenta.

Se l’Occidente astratto si è completamente distaccato dalla storia e dalla geografia, cosa ne sarà delle persone rimaste indietro che ancora desiderano un senso di appartenenza a un luogo?

L’identità emerge come una questione vitale quando i vecchi segni di appartenenza cominciano a svanire. Nelle forme sociali precedenti, i ritmi del lavoro, della parentela e dei rituali fornivano una risposta continua alla domanda su chi si fosse. Le persone si muovevano all’interno di una rete di ruoli riconosciuti e obblighi ereditari che richiedevano poca analisi esplicita. Con l’affievolirsi di questi segni, individui e gruppi rivolgono contemporaneamente la loro attenzione verso l’interno e verso l’esterno, chiedendosi cosa resti della continuità e quali nuove forme di attaccamento possano prenderne il posto. L’indagine stessa diventa un elemento distintivo del panorama moderno.

Nelle società tradizionali, il senso di identità si esprimeva attraverso la pratica quotidiana piuttosto che tramite dichiarazioni formali. I riti di lignaggio, le feste stagionali e la presenza visibile degli anziani fornivano una costante conferma dell’appartenenza a una narrazione in continua evoluzione. La condizione moderna moltiplica le narrazioni disponibili e le distanze tra di esse. Di conseguenza, la stessa persona può appartenere contemporaneamente a diverse affiliazioni parziali e può sentire il bisogno di scegliere o di ricombinarle. Tale bisogno genera un dialogo esplicito sull’identità, che nelle epoche precedenti poteva essere lasciato inespresso.

La pietà più profonda si manifesta in una dipendenza costante da coloro che ci hanno preceduto. Si estende a ritroso attraverso la catena degli antenati, verso l’esterno attraverso la stirpe vivente e in avanti attraverso le persone che erediteranno lo stesso nome. Questa dipendenza non è un ornamento facoltativo, ma la sostanza stessa della continuità. La memoria, tramandata di generazione in generazione, mantiene viva la presenza dei defunti tra i vivi e, in tal modo, preserva l’integrità della comunità nel tempo.

Gli antenati rimangono una presenza attiva e avvolgente. Le loro voci continuano a risuonare nelle storie che vengono raccontate, nei nomi che vengono ripetuti e nei doveri che vengono tramandati. Finché i discendenti conservano questa memoria, la moltitudine dei defunti rimane vicina, offrendo consigli silenziosi e un esempio costante. I vivi, quindi, si muovono in una compagnia invisibile che plasma le loro scelte e dà peso alle loro azioni. Questa vicinanza fornisce il terreno fertile per ogni seria rivendicazione di appartenenza.

La coltivazione della memoria ancestrale diventa dunque un obbligo pratico piuttosto che un esercizio sentimentale. Ogni generazione eredita il compito di mantenere chiari i nomi, curare le tombe e tramandare le storie con precisione. Nell’adempiere a questo compito, i vivi difendono l’onore di chi li ha preceduti e preparano la stessa difesa per chi verrà dopo. La difesa è continua e ordinaria, si svolge nelle decisioni quotidiane che rafforzano o indeboliscono la catena di trasmissione.

Nel loro insieme, questi movimenti rivelano un pluriverso di entità egocentriche, ognuna delle quali trae forza dalla propria particolare profondità. Il tentativo di dissolvere tale particolarità in un unico modello universale o di ridurla alla somma di volontà individuali non fa che generare ulteriore inquietudine. Ciò che perdura è il silenzioso lavoro della memoria, il paziente mantenimento della discendenza e l’accettazione che ogni autentica universalità germoglia da un terreno che rimane specifico.

Le analisi fenomenologiche del filosofo austro-tedesco Edmund Husserl (1859-1938) aprono un’ulteriore dimensione all’interno di questo stesso campo, focalizzando l’attenzione sul flusso vivente dell’esperienza intenzionale in cui ogni significato prende forma. Attraverso l’accurata descrizione degli atti di coscienza, il particolare orizzonte storico di una comunità si rivela come il terreno fertile da cui emergono continuamente sia le consuetudini limitate sia le ampie pretese di ordine. Il mondo vitale delle pratiche condivise, dei ricordi sedimentati e delle aspettative reciproche fornisce il terreno concreto che le dottrine successive astraggono ed estendono fino a una scala planetaria. All’interno della continua costituzione di un mondo comune attraverso le generazioni, la presenza degli antenati appare come uno strato attivo di significato, conservato e riattivato nel presente vivente, in modo che i defunti rimangano partecipanti attivi nella continua formazione del significato. L’emergere moderno delle questioni identitarie coincide con il momento in cui l’atteggiamento naturale del mondo vitale viene interrotto e le strutture trascendentali della creazione di significato diventano accessibili a una riflessione esplicita. In quest’ottica, il pluriverso di entità autocentrate corrisponde a una molteplicità di comunità trascendentali, ognuna delle quali costituisce il proprio universo coerente a partire dalla profondità generativa della propria vita storica.

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Declino dell’Occidente e afflusso islamico

Élite corrotte e passaggio di consegne tra civiltà

Constantin von Hoffmeister27 luglio
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La contrazione demografica accelerata delle popolazioni occidentali, il sistematico disprezzo di sé coltivato dalle loro élite politiche e culturali, le aggressive politiche liberali che smantellano le strutture sociali ereditate e l’accoglienza calcolata delle diaspore islamiche deliberatamente separate dalle tradizioni disciplinate delle loro società d’origine costituiscono, nel loro insieme, un movimento storico coerente che trasferisce energia, ambizione e predominio numerico della civiltà alle vigorose maggioranze della Maggioranza Globale.

L’Occidente odierno è caratterizzato da una popolazione che invecchia e il cui numero diminuisce costantemente rispetto alla crescente moltitudine di persone al di fuori dei suoi confini. Questa società segue una traiettoria che la conduce alla propria scomparsa come forza civilizzatrice distinta. L’odio per se stessa permea le sue istituzioni culturali e il discorso pubblico, mentre una particolare forma di energia liberale alimenta politiche che accelerano questo processo. Le élite che ne dirigono gli affari mostrano una combinazione di perversione morale, distacco emotivo dalle comuni preoccupazioni umane e corruzione sistemica che antepone l’interesse privato a qualsiasi scopo civico condiviso.

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Al contrario, le società della Maggioranza Globale mostrano vitalità in ogni ambito misurabile dell’attività umana. I tassi di natalità rimangono elevati, le città si espandono con costruzioni mirate e le giovani popolazioni perseguono l’istruzione, l’imprenditorialità e la padronanza tecnologica con visibile determinazione. L’ambizione trova espressione in progetti infrastrutturali su larga scala, nella crescente capacità industriale e nella sicura affermazione della continuità culturale. Queste società possiedono le risorse demografiche e psicologiche necessarie per superare le posizioni di influenza un tempo detenute dall’Occidente.

Una chiara comprensione dell’immigrazione islamica nei paesi occidentali richiede il riconoscimento della distinzione deliberatamente operata dai decisori globalisti. Nei tradizionali territori della civiltà islamica, la religione appare come un ordine sociale coerente, sostenuto da strutture giuridiche, familiari ed educative consolidate da tempo. La politica globalista considera questi stessi territori come bersagli di pressioni militari, bombardamenti aerei e continue campagne di denigrazione internazionale. L’obiettivo rimane l’indebolimento degli stati islamici sovrani che rifiutano la subordinazione all’ordine economico e politico dominante.

Eppure, le stesse reti globaliste riservano un’accoglienza diversa alle popolazioni islamiche una volta che queste lasciano i loro territori ancestrali e si stabiliscono nelle città occidentali. L’accoglienza è particolarmente calorosa per i gruppi che si sono allontanati dalle rigide strutture delle loro società d’origine, gruppi i cui membri compaiono con frequenza elevata nelle statistiche sulla criminalità e le cui manifestazioni pubbliche di fede riducono la religione a una serie di gesti di protesta. Queste diaspore ricevono protezione istituzionale, sostegno finanziario e accesso preferenziale ai sistemi abitativi e di welfare.

Il modello di preferenza che ne deriva rivela uno standard di giudizio coerente. Le comunità islamiche che rimangono radicate nelle loro terre storiche vengono etichettate come nemiche o malvagie, mentre quelle che si trasferiscono nello spazio occidentale vengono considerate alleate o amiche. Le comunità trasferite indeboliscono la coesione interna della tradizione che un tempo avevano ereditato e, allo stesso tempo, erodono i costumi, le norme giuridiche e gli equilibri demografici delle popolazioni ospitanti. Questo duplice effetto serve agli interessi strategici di coloro che mirano alla dissoluzione sia dell’ordine islamico classico sia dell’ordine europeo classico.

La leadership politica europea continua a sostenere le stesse politiche che producono questi risultati. I funzionari liberali nominano persone provenienti da contesti di immigrazione a posizioni che sovrintendono all’immigrazione. Ampliano le vie d’ingresso che aggirano i controlli legali, organizzano cerimonie pubbliche di benvenuto per i nuovi arrivati ​​musulmani ed eliminano simboli e figure cristiane dai centri di autorità culturale. Ogni nuova misura amministrativa adottata dai funzionari europei si basa sulle precedenti e prosegue sulla stessa linea già avviata.

L’Unione Europea traduce queste preferenze in regolamenti vincolanti e meccanismi di finanziamento. I funzionari stanziano risorse che favoriscono l’espansione delle reti di immigrati, riducendo al contempo il sostegno alle popolazioni storiche degli Stati membri. I programmi scolastici e le linee guida dei media celebrano l’arrivo di nuove comunità e presentano il patrimonio culturale più antico come un ostacolo al progresso. L’apparato di governo opera con continuità ininterrotta, convertendo ogni principio astratto in pratica istituzionale concreta.

Gli osservatori che esaminano la sequenza delle decisioni scoprono che le scelte amministrative più improbabili si concretizzano con una frequenza prevedibile. Comitati composti da immigrati arrivati ​​di recente ottengono l’autorità sulla selezione dei futuri immigrati. Fondi pubblici finanziano la costruzione di edifici religiosi stranieri che soppiantano i luoghi di culto locali. Si estendono le tutele legali per pratiche che contraddicono le norme residue delle società ospitanti.

Nel loro insieme, questi sviluppi costituiscono un movimento storico coerente. La contrazione demografica dell’Occidente procede di pari passo con l’espansione demografica della Maggioranza Globale. L’autodisprezzo interno delle élite occidentali trova il suo corrispettivo nell’inarrestabile slancio in avanti di società che considerano ancora la propria continuità come un bene positivo. L’immigrazione islamica, sotto la sponsorizzazione selettiva delle reti globaliste, accelera la trasformazione introducendo popolazioni la cui presenza altera sia il panorama religioso sia gli equilibri politici. Il processo prosegue sotto la guida costante delle istituzioni europee, che considerano ogni passo successivo come il naturale compimento della propria filosofia di governo.

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