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I risvolti geopolitici e strategici della Battaglia del grano e della promozione del riso e della risicoltura nella geopolitica interna e di difesa sotto il fascismo

I risvolti geopolitici e strategici della Battaglia del grano e della promozione del riso e

della risicoltura nella geopolitica interna e di difesa sotto il fascismo

Scritto da Lucio Cornelio Silla

Composto tra il gennaio ed il giugno 2026

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La Battaglia del grano fu una vasta campagna economica e agricola promossa dal regime fascista a partire dal 1925, con l’obiettivo di incrementare sensibilmente la produzione nazionale di frumento e di ridurre la dipendenza dell’Italia dalle importazioni cerealicole provenienti dall’estero.
Tale iniziativa si inseriva nel più ampio quadro di una politica economica ispirata a principi di nazionalismo economico e di tutela degli interessi produttivi nazionali, volta a rafforzare l’autonomia del Paese nell’approvvigionamento di una risorsa considerata essenziale per la sicurezza alimentare e per la stabilità economica della nazione.
Pur sviluppandosi in una fase storica nella quale l’economia fascista conservava ancora numerosi elementi riconducibili all’orientamento liberale e neoclassico, negli anni ’20 del ‘900, che aveva caratterizzato i primi anni del regime, la Battaglia del grano rappresentò un significativo intervento dello Stato nel settore agricolo. Attraverso incentivi alla coltivazione del frumento, misure di sostegno ai produttori, politiche tariffarie e campagne di mobilitazione nazionale, il governo perseguì il conseguimento di una crescente autosufficienza granaria, elevando tale obiettivo a simbolo della forza economica e dell’indipendenza della nazione.
Così, anticipando, alcune delle tendenze interventiste e autarchiche che avrebbero caratterizzato in misura assai più marcata la politica economica fascista negli anni successivi, negli anni ’30 del ‘900, la Battaglia del grano fu una campagna lanciata durante il regime fascista, al fine di attuare una politica economica di stampo nazionalista, dirigista e protezionista, allo scopo di perseguire l’autosufficienza produttiva di frumento dell’Italia.
Infatti, negli anni ’20 del ‘900, la politica economica del regime fascista fu prevalentemente improntata ai principi “liberisti” dell’economia neoclassica e dell’ortodossia finanziaria, privilegiando la stabilizzazione monetaria, il pareggio di bilancio, l’austerità, i tagli alla spesa pubblica, e un limitato intervento diretto dello Stato nell’economia. Ad ogni modo, questo venne coniugato con pulsioni nazionaliste, e, pertanto, tale impostazione non escluse, tuttavia, specifiche
iniziative strategiche ed interventiste, all’epoca circoscritte in specifici settori, tra cui la Battaglia del grano, iniziata nel 1925, finalizzata al conseguimento dell’autosufficienza negli alimenti di base per la nazione ed il popolo.
In Italia, sotto il fascismo, la svolta verso forme più accentuate di dirigismo, interventismo di Stato nell’economia, e di nazionalismo economico si manifestò soprattutto in seguito alla crisi del 1929, nei primissimi anni ’30 del XX secolo, e si intensificò ulteriormente dopo le severissime sanzioni imposte dalla Società delle Nazioni – soprattutto da Francia e Inghilterra e dai loro imperi – all’Italia nel 1935. Da quel momento, a partire dalla metà degli anni ’30 del ’90, il regime adottò
politiche sempre più protezionistiche, nazionalistiche e autarchiche, ampliando significativamente il ruolo dello Stato nell’economia (parlando anche nella propria propaganda ideologica dell’autarchia economica).
Ad ogni modo, per comprendere il contesto entro il quale, a metà degli anni ’20 del ‘900, il fascismo elaborò la cosiddetta Battaglia del grano, seppure collocata in un quadro dell’economia politica e della macroeconomia applicata dell’epoca in Italia generalmente improntato a impostazioni di matrice neoclassica, va osservato il contesto economico globale e delle tensioni sui settori strategici o di base italiani.
Infatti, nel 1925, l’Italia si trovava infatti a fronteggiare un crescente disavanzo della bilancia commerciale, dovuto in larga misura alle importazioni di grano, che rappresentavano circa il 15% del totale delle importazioni (e tale è settore peculiare, in quanto è tanto di consumo generale di base, quanto strategico legato alla sopravvivenza).
Perciò, in tale contesto, il governo italiano avviò un processo di riorientamento all’epoca solo specificamente settoriale della politica economica, finalizzato al reinserimento della lira nel sistema dei pagamenti internazionali e al rafforzamento di alcune specifiche industrie più avanzate (seppure senza enormi innovazioni di prodotto o di produzione), perseguendo al contempo l’obiettivo dell’autosufficienza alimentare nelle produzioni di base, nonché in alcuni comparti strategici specifici, così come già osservato, in una fase ancora distinta dai successivi e più marcati
orientamenti dirigisti e autarchici degli anni ’30 del XX secolo.

La lira venne riammessa nel sistema dei pagamenti internazionali alla fine del 1927, con effetti concreti a partire dai primi mesi del 1928, in seguito alla stabilizzazione valutaria nota come “Quota 90”, finalizzata alla fissazione del cambio a 90 lire per una sterlina. Tale intervento consentì all’Italia il reinserimento nel sistema del Gold Exchange Standard (che era fondamentale per il commercio globale, le relazioni economiche internazionali, e compartecipare al “livello di globalizzazione” dell’epoca).
In particolare, con i decreti emanati alla fine del 1927, fu abolito il corso forzoso e la lira venne resa convertibile in oro o in valute estere a loro volta convertibili in oro. Contestualmente, venne introdotto l’obbligo per l’istituto di emissione di mantenere una riserva metallica (in oro o divise estere) pari ad almeno il 40% della cartamoneta in circolazione.
Si osservi, inoltre, che in un contesto precedente alla crisi del 1929 (cosa che non sarebbe mai potuta succedere dopo tale data), tale operazione fu sostenuta anche attraverso il ricorso a prestiti internazionali concessi dalla Federal Reserve degli Usa e dalla Banca d’Inghilterra.
In questa traiettoria evolutiva, caratterizzata da un progressivo e graduale rafforzamento dell’intervento strategico dello Stato nell’economia, si colloca, successivamente alla costituzione dell’IRI nel 1933 – istituito quale risposta agli effetti della crisi economica internazionale iniziata nel 1929, i cui esiti si tradussero in una lunga fase di stagnazione strutturale non pienamente risolta sino allo scoppio del secondo conflitto mondiale – la creazione del Ministero per gli Scambi e le
Valute.
Tale organismo, istituito nel 1935, aveva come finalità principale il contenimento della fuga di capitali, la svalutazione e rivalutazione strategica della lira a fine della vendita degli stock di merce prodotti dall’industria italiana, il coordinamento di una politica economica sempre più rigidamente orientata in senso autarchico.
Tornando tuttavia a focalizzare l’analisi sulla fase precedente, già nel 1925, così come
evidenziato, al fine di ridurre il disavanzo della bilancia commerciale italiana (soprattutto in settori specifici), venne elaborata la cosiddetta Battaglia del grano, una campagna finalizzata al conseguimento della piena autosufficienza nazionale nella produzione cerealicola, con particolare riferimento al grano, e alla conseguente riduzione della dipendenza dalle importazioni estere.

Nel 1931, a sei anni dall’avvio della campagna, la cosiddetta Battaglia del grano contribuì a determinare il superamento del disavanzo della bilancia commerciale per un valore stimato di circa 5 miliardi di lire, consentendo al Regno d’Italia di soddisfare in misura strategicamente soddisfacente una percentuale consistente del proprio fabbisogno di frumento, con una produzione pari a circa 81 milioni di quintali. Contestualmente, l’incremento demografico rese necessario un modesto aumento del fabbisogno complessivo di cereali; ciononostante, le importazioni di frumento risultarono pari, nello stesso anno, a 1 milione ed un mezzo circa di tonnellate, in
sensibile diminuzione rispetto alle ai più di 2 milioni di tonnellate registrate nel 1925.
Da un punto di vista strategico e di politica economica, negli anni ’20 del XX secolo il fascismo riprese e rilanciò, in questo settore e, successivamente, anche in altri ambiti negli anni ’30 del ‘900, diverse impostazioni di politica economica di carattere sviluppista e nazionalista che erano state attuate – o in alcuni casi progettate, seppure all’epoca non implementate – tra la fine degli anni ’70, gli anni ’80, e gli anni ’90 dell’ ‘800, sotto la guida del triumvirato informale, sintesi di post-mazzinianesimo e neo-ghibellinismo, di Francesco Crispi, Adriano Lemmi, e Umberto I. In tale fase, infatti, si affermò un orientamento volto a un capitalismo interventista di Stato, nazionalista, dirigista, protezionista e industrialista, in rottura con la precedente tradizione “liberista” della scuola classica d’economia (Smith, Ricardo, Malthus), e della scuola manchesteriana (Bright, Cobden), che aveva contribuito a collocare l’Italia in una posizione prevalentemente esportatrice del settore primario e caratterizzata da un persistente sottosviluppo industriale.
Non a caso, tale periodo di grande sviluppo, vede la creazione delle prime grandi aziende strategiche di Stato, compartecipate, e private, la costruzione delle grandi infrastrutture energetiche, di trasporto, e comunicative, un sistema protezionistico vasto e capillare, l’introduzione delle banche miste di sviluppo, la mano dello Stato nell’orientare lo sviluppo, la formazione di una classe manageriale delle aziende strategiche (sia pubbliche che private), si spinge per introdurre ritrovati teorici economici dirigisti, sviluppisti e protezionisti soprattutto dalla Germania ma anche
copiati in parte dagli Usa (anche se in quest’ultima potenza stavano andando via via scemando, dove gli ultimi eredi della tradizione dell’American system di Herny Charles Carey, rappresentati dalla scuola economica storica americana, stavano via via perdendo la battaglia contro l’avvento dell’economia neoclassica; mentre, invece, la scuola economica storica tedesca di Schmoeller resisteva con forza i neoclassici anche per via della protezione degli apparati del Kaiser).

In Italia, stagione di politica economica nazionalista e sviluppista, dalla fine degli anni ’70 al corso degli anni ’90 del XIX secolo, fu progressivamente superata tra il 1892 ed il 1900 (1892-94:
scandalo della Banca Romana e liquidazione di Lemmi; 1896: sconfitta di Adua e liquidazione di Crispi; 1900: assassinio di Umberto I, e di altre figure simili nel dietro alle quinte), in seguito alla svolta verso un più marcato assetto di economia di matrice neoclassica, e ad un ritorno del “liberismo”, consolidatosi con l’azione di esponenti e ambienti politici quali Nathan, Luzzatti, Giolitti, Sonnino, etc. Che pur mantenendo alcune imprese strategiche, sviluppate nel precedente periodo, ridimensionarono numerosi progetti precedenti, alcune le privatizzarono, molti li liquidarono tout court, e reimposero austerità, monetarismo, tagli alla spesa pubblica, etc.,
orientando l’Italia verso un modello di matrice economica neoclassica.
Ad ogni modo, così come si stava introducendo prima di codesta digressione, in ambito agricolo, il fascismo, negli anni ’20 del XX secolo (e lo farà ancora più forza negli anni ’30 del ‘900 in molti più ambiti), in particolare rispetto alla politica della Battaglia del grano, riprese inoltre alcuni elementi già emersi in età crispina, come il progetto l’educazione agraria delle masse contadine attraverso le cattedre ambulanti di agricoltura. Tale funzione venne poi in parte istituzionalizzata e coordinata dalla Federconsorzi, che, mediante i Consorzi agrari provinciali, assunse un ruolo
rilevante sia nella distribuzione dei mezzi tecnici per l’agricoltura sia nella gestione dei sistemi di ammasso dei prodotti agricoli.
Inoltre, sotto il profilo propriamente geopolitico interno allo Stato nazionale, e in continuità con la Battaglia del grano, l’espansione della superficie coltivata fu perseguita soprattutto attraverso un ampio programma di bonifica integrale esteso su scala nazionale. Particolare rilievo assunsero, in tale contesto, la bonifica dell’Agro Pontino e della Maremma, nonché, in misura significativa, la riconversione di terreni precedentemente destinati ad altre colture verso la cerealicoltura.
Sebbene tale interpretazione risulti in parte in dissonanza con una più ampia tradizione propagandistica del regime fascista, consolidatasi nella memoria pubblica anche nel secondo dopoguerra, è possibile osservare come, da un punto di vista geopolitico interno ma anche strategico e di difesa, le politiche di bonifica abbiano presentato anche profili problematici e, in taluni casi, potenzialmente controproducenti per lo Stato nazionale ed il suo sviluppo di potenza.
Ciò in quanto le aree palustri possono essere considerate non soltanto come spazi marginali da un punto di vista economico-produttivo, ma anche come elementi di difesa naturale del territorio nazionale. La storia militare europea, ma anche di altri paesi, offre, in questo senso, alcuni esempi significativi: si pensi all’impedimento arrecato alle truppe austriache incalzanti quelle piemontesi di Vittorio Emenuele II mediante l’allagamento delle risaie durante Seconda guerra d’indipendenza
del 1859, oppure agli effetti del progressivo re-inondamento da parte dei tedeschi di alcune aree dell’Agro Pontino dopo lo sbarco alleato ad Anzio nel 1944 (causato dal ritorno delle acque facendo saltare le idrovore), che, insieme alla resistenza militare sul terreno, contribuì a rallentare di diversi mesi l’avanzata verso l’interno.
Da questo punto di vista, nell’ambito delle dinamiche di alta politica e della geopolitica interna dello Stato nazione, si può dunque osservare come le politiche di bonifica, pur rispondendo nell’immediato a obiettivi economici, sociali e anche a istanze di consenso politico legate alla redistribuzione delle terre, possano presentare anche effetti strategici negativi. Tale considerazione, peraltro, non si limita al XX secolo, ma può essere estesa anche a precedenti interventi del XIX
secolo e degli Stati pre-unitari: le aree lacustri, palustri, allagate, fiumi vasti da argine ad argine, estuari a delta paludosi, acquitrini, etc., infatti, hanno storicamente costituito in più casi un elemento di protezione del territorio, mentre la loro trasformazione agraria può comportare la perdita di tali funzioni difensive, con implicazioni che vanno valutate anche in termini di potenza e sicurezza dello Stato.
Medesimo discorso, seppure siano infrastrutture territoriali diffuse, si può fare per le zone soggette ad allagamento a comando (con canalizzazioni irrigue a gravità, con imboccamenti resistenti a bombardamenti per insita ingegneria), tipiche di molte aree della Pianura Padana.
Dunque, nel complesso intreccio delle diverse correnti presenti all’interno del sistema di potere fascista – che, al di là di una certa costruzione propagandistica, non fu mai un organismo realmente monolitico, né sul piano istituzionale né su quello informale – da parte di una componente più genuinamente nazionalista, in senso interclassista e intersettoriale, e con una visione di potenza pragmatica e realista (e non di “grandeur”), riconobbe alcune criticità connesse alla Battaglia del grano, o anche delle bonifiche, e tentò di porvi rimedio attraverso la promozione della risicoltura, attraverso una sorta di quello che, con una certa licenza, potrebbe essere indicata come una sorta di “Battaglia del riso”.
Da un punto di vista strategico e di sviluppo, e della geopolitica interna dello Stato nazionale, tale indirizzo mirava a rafforzare l’autosufficienza alimentare mediante una struttura produttiva territoriale con potenziale anche rilevanza strutturale e territoriale “dual use”, in particolare attraverso il sistema delle risaie, che poteva assumere, in determinate condizioni, non solo per la produzione agraria, e dunque nel settore alimentare e strategico perché di consumo di base di massa, ma anche una funzione potenziale di efficiente difesa del territorio (in caso di potenziale guerra ed invasione, mediante allagamento).
Pertanto, il fascismo, a partire dai primissimi anni ’30 del XX secolo, spinse sempre più per il consumo del riso, con una campagna culturale, e di propaganda, come anche con progetti di sviluppo interno risicoli.
Inoltre, sostegno esterno a cotale sviluppo, fu anche sostenuto dalla campagna culturale e mediatica sviluppata nell’ambito delle avanguardie futuriste. In tale contesto si colloca il Manifesto della cucina futurista, pubblicato sulla Gazzetta del Popolo il 28 dicembre 1930 e successivamente apparso in lingua francese sul quotidiano parigino Comœdia il 20 gennaio 1931, nel quale veniva promossa una radicale trasformazione delle abitudini alimentari italiane, con l’esplicita proposta
di sostituire la pasta con il riso.
Dal punto di vista della politica economica e della strategia di sviluppo (in senso strutturale e multifattoriale), occorre considerare che la produzione di pasta secca, basata sul grano duro, implicava un ricorso significativo alle importazioni. Pertanto, in converso, il regime incentivò dunque, almeno in parte, la diffusione del consumo di riso. Nel 1931 l’Ente Nazionale Risi promosse una prima campagna di valorizzazione di tale prodotto. Campagne che vennero ripetute nel tempo, che tuttavia ottennero risultati limitati, anche per la scarsa continuità e incisività dell’azione del regime. Tutto ciò a dimostrazione di come, il fascismo, spesso, in molte aree perseguì politiche in modo non sistematico, né efficiente, senza convinzione, e talvolta senza
neppure coordinazione totale (oppure con opposizioni dietro alle quinte da parte di potentati con influenza indiretta sullo Stato). In pratica, al di fuori delle principali aree risicole, e a quelle a quest’ultime contigue, pertanto soprattutto in Nord Italia, esclusa l’introduzione o la spinta forzosa verso il consumo di cotale alimento anche nell’Italia peninsulare, infatti, il riso rimase a lungo un alimento poco diffuso, la cui penetrazione significativa nella dieta nazionale si sarebbe consolidata soltanto nel secondo dopoguerra.
Si può anche ricordare come, nel medesimo periodo, venissero promosse anche feste e manifestazioni popolari dedicate al riso, in sostituzione o affiancamento di precedenti sagre, con finalità esplicitamente orientate alla diffusione e alla legittimazione culturale di tale alimento nel quadro delle politiche di autosufficienza alimentare. A dimostrazione, vista la poca caratura del tipo di azione, della superficialità, quantomeno in alcuni settori, dell’azione del fascismo in certe
aree ed ambiti, qualcosa di inversamente proporzionale all’importanza ed alla rilevanza strategica e di geopolitica interna di cotale progetto di sviluppo.
Come già anticipato e sopra richiamato, tale insieme di considerazioni assume anche una valenza strategica nell’ambito della geopolitica interna dello Stato nazione (e anche di fronte a certi potenziali ed ipotetiche evenienze storiche). Le risaie, infatti, quando alimentate mediante sistemi di canalizzazione a gravità – tipici delle tecniche agrarie dell’epoca, e del passato, ed ancora molto usate – e in presenza di solide opere di presa nei canali principali, possono contribuire alla configurazione di un’infrastruttura territoriale diffusa a uso duale. Da un lato, esse assicurano
la funzione civile di produzione di un alimento fondamentale quale il riso; dall’altro, possono concorrere, in determinate condizioni, tramite allagamento, a una maggiore difficoltà di penetrazione e mobilità del territorio in chiave militare (soprattutto rispetto a sistemi irrigui, più contemporanei, basati su sollevamento meccanico, tramite pompe, intrinsecamente più vulnerabili in caso di conflitto: non efficienti in caso di difesa, in quanto facilmente distruggibili in caso di conflitto).
In tale prospettiva, un territorio saturato d’acqua o soggetto a inondazione a comando – sia come di solito sono le risaie, ma anche soprattutto se inondate oltre la loro normale funzionalità agricola – può produrre effetti in parte analoghi, pur con le necessarie distinzioni tecniche, a quelli osservabili in altri contesti storici di allagamento controllato (seppure in modo più contenuto, ma comunque vasto, consistente, e sostanziale). In simili condizioni: carri armati, mezzi corazzati,
veicoli, e artiglieria, risultano fortemente limitati nella mobilità, mentre anche la fanteria incontra significative difficoltà operative nell’avanzata in attacco in cotale tipo di territorio.
La storia militare del XX secolo richiama diversi esempi in tal senso: l’allagamento dei polder belgi lungo il basso corso dell’Yser durante la Prima guerra mondiale (che bloccò la direttrice di avanzata dei tedeschi, in tale luogo, per tutto il corso della guerra); la distruzione degli argini del Fiume Giallo – sopraelevato rispetto al territorio – nel 1938 da parte delle forze cinesi del Kuomintang di Chiang Kai Sheck durante una ritirata strategica mentre incalzato dalle forze armate dell’Impero del Giappone; l’impiego dell’inondazione difensiva in alcune aree europee, tra cui i polders dei Paesi Bassi e l’Agro Pontino, facendo saltare dighe costiere e/o idrovore, negli ultimi anni della Seconda guerra mondiale da parte dei tedeschi mentre incalzati ed in difesa (ottenendo consistenti risultati con cotali azioni); così come provarono contro i francesi i Vietcong nelle risaie dell’Indocina tra la seconda metà degli anni ‘40 e la prima metà de anni ’50 del XX secolo; così come provarono i Vietcong contro gli americani in Vietnam negli anni ‘60 e nella prima metà degli anni ’70 del ‘900: il territorio allegato, e/o allagabile a comando, come anche le risaie allagate, fra i vari, ne sono un esempio, per un esercito difensore, per una popolazione in difesa, è altamente difensibile: in quanto, un esercito attaccante, ed i suoi veicoli, non si muovono né operano bene in cotale tipo di territorio.
In tale quadro, una parte del pensiero politico interno al fascismo – verosimilmente quella più coerentemente orientata a una concezione integrale e strategica del nazionalismo – sviluppò una riflessione in senso geopolitico su tali dinamiche territoriali. Tuttavia, tale impostazione rimase in larga misura teorica e non trovò un’applicazione sistematica e coerente nella pratica politica del regime, che spesso non tradusse le proprie premesse strategiche in politiche compiutamente
strutturate e continuative.
Infine, concludendo, un’azione d’alta politica, di sviluppo, e di strategia, maggiormente coerente e più seriamente patriottica, nazionalista, orientata allo sviluppo strategico e alla difesa del territorio, e volta al benessere collettivo, di tutti e di ciascuno, avrebbe verosimilmente seguito linee di intervento profondamente differenti.
In tale prospettiva, si sarebbe potuto ipotizzare, in primo luogo, l’assenza sia della Battaglia del grano sia delle grandi operazioni di bonifica delle aree palustri (come quella della Maremma, dell’Agro Pontino, etc.). Al contrario, una simile impostazione avrebbe potuto contemplare, ove tecnicamente e territorialmente possibile, processi di de-bonifica e di re-inondazione controllata di aree precedentemente bonificate, con conseguente recupero di funzioni ecologiche e difensive proprie degli ambienti palustri.
In secondo luogo, laddove compatibile con le condizioni idrauliche e infrastrutturali, un’estesa porzione della Pianura Padana – caratterizzata da un’elevata disponibilità idrica – avrebbe potuto essere progressivamente riconvertita, mediante un sistema di canalizzazione e irrigazione a gravità e attraverso un’ampia opera di ingegnerizzazione del territorio in chiave dirigistica, alla coltivazione risicola su larga scala, con esclusione delle sole aree pedemontane e collinari.

Un simile assetto avrebbe configurato una più marcata integrazione tra organizzazione produttiva, infrastruttura territoriale e funzione difensiva, dando luogo a una forma di pianificazione geopolitica interna del territorio intesa come strumento congiunto di sviluppo economico e sicurezza nazionale, con potenziali ricadute positive sia sul piano strategico sia su quello del benessere collettivo.
In conclusione, la pianificazione territoriale dello Stato nazionale avrebbe potuto integrare aspetti di difesa e di sviluppo economico più coerenti, evitando la semplice espansione agricola (con prospettiva immediata), pensando invece rispetto al medio e lungo periodo, e favorendo un modello di pianificazione geopolitica interna duale e strategica: produttiva e difensiva.