Gianfranco Bottazzi: il concetto di sviluppo in sociologia
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9 Maggio 2026
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“Sviluppo” è uno di quei termini che tutti credono di capire. Più ricchezza, più progresso, più benessere. Sembra chiaro. Eppure è uno dei concetti più ambigui e instabili delle scienze sociali. Gianfranco Bottazzi, nel suo libro Sociologia dello sviluppo, lo definisce un termine polisemico: può significare crescita economica, trasformazione sociale, modernizzazione culturale, miglioramento della qualità della vita. Ogni volta che lo usiamo, infiliamo dentro un giudizio di valore, spesso positivo, a volte critico.
Per decenni lo abbiamo usato quasi come sinonimo di “crescita economica”. Più PIL significava più sviluppo. Ma è proprio qui che comincia il problema.
- Sviluppo non è solo crescita
- I numeri che raccontano una storia scomoda
- Perché lo sviluppo è diventato un “problema”
- La lezione più importante di Bottazzi
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Sviluppo non è solo crescita
La crescita misura una cosa sola: l’aumento della quantità di beni e servizi prodotti. Il PIL sale? Bene, c’è sviluppo. Peccato che questo aumento possa convivere tranquillamente con disuguaglianze abissali, povertà diffusa e esclusione sociale.
Bottazzi lo sottolinea con chiarezza: la crescita è un aumento di quantità. Lo sviluppo, invece, dovrebbe essere un cambiamento strutturale, profondo, che riguarda non solo l’economia ma anche le relazioni sociali, i valori, le istituzioni, i modi di vivere. In pratica: puoi avere crescita senza sviluppo. E purtroppo, negli ultimi decenni, è successo spesso.
Un concetto nato con un’ideologia incorporata
Il termine “sviluppo” (soprattutto nella versione “sviluppo economico”) diventa di uso comune solo dopo la Seconda Guerra Mondiale. Non è neutro. Nasce in un contesto preciso: il confronto tra Stati Uniti e Unione Sovietica, la decolonizzazione, l’emergere del Terzo Mondo.
L’idea implicita era chiara: lo sviluppo è la strada che porta i paesi “arretrati” a diventare come l’Occidente. Il modello di riferimento era uno solo: quello occidentale, industriale, consumista. Gli altri paesi venivano misurati (e spesso giudicati) rispetto a questo parametro. Così lo sviluppo è diventato, fin dall’inizio, non solo un obiettivo economico, ma anche un progetto politico e culturale.
I numeri che raccontano una storia scomoda
I dati parlano chiaro. Già negli anni Sessanta il 20% della popolazione mondiale controllava oltre il 65% delle risorse. All’inizio del Duemila il 15% della popolazione assorbiva più dell’80% della ricchezza prodotta sul pianeta. Intanto, quasi la metà degli abitanti della Terra viveva con meno di due dollari al giorno.
Un miliardo di persone senza accesso all’acqua potabile. Dieci milioni di bambini che muoiono ogni anno per malattie curabilissime. Quasi un miliardo di persone che soffrono la fame. Queste non sono statistiche astratte. Sono il segno che qualcosa, nel grande racconto dello sviluppo, non ha funzionato come promesso.
Perché lo sviluppo è diventato un “problema”
Fino alla Seconda Guerra Mondiale la povertà di massa era considerata quasi una condizione naturale. Dopo il 1945 diventa invece una questione politica urgente. Entrano in gioco vari fattori:
- La guerra fredda e il timore che i paesi poveri potessero cadere nell’orbita sovietica
- La decolonizzazione e l’indipendenza di decine di nuovi Stati
- La presa di coscienza, anche grazie ai media, delle enormi disparità esistenti
Da quel momento lo sviluppo non è più solo una speranza. Diventa un problema da spiegare e, soprattutto, da risolvere.
Un tema che non appartiene solo all’economia
Bottazzi lo ripete più volte: lo sviluppo non è (solo) un problema economico. È un tema sociologico, perché riguarda il mutamento sociale. È un tema antropologico, perché tocca culture e valori. È un tema politico, perché coinvolge potere e istituzioni. È persino un tema etico e filosofico, perché mette in discussione la nostra idea di uomo, di giustizia e di futuro. Ridurre tutto al PIL significa perdere di vista la complessità della questione.
La lezione più importante di Bottazzi
Dopo aver letto Bottazzi, una cosa mi è rimasta impressa: lo sviluppo non è un processo naturale e lineare. È una costruzione storica, carica di ideologia, di interessi e di conflitti. È stato usato per giustificare interventi, aiuti, politiche internazionali, ma anche per imporre modelli culturali e forme di dominio.
Capire lo sviluppo significa quindi prima di tutto mettere in discussione il concetto stesso. Domandarsi non solo “come si sviluppa”, ma soprattutto: sviluppo per chi? Secondo quali valori? A quale prezzo?
Perché alla fine, dietro quella parola apparentemente innocua, si nasconde una delle domande più difficili del nostro tempo: che tipo di società vogliamo costruire? E su questa domanda, la storia non è ancora finita.
Biagio De Risi

Amante della comunicazione, dei dati e della società, indago il legame tra tecnologia, cultura e dinamiche sociali. Mi occupo di intelligenza artificiale, media, lavoro e trasformazioni digitali, adottando un prospettiva sociologica e analitica. In questo spazio propongo riflessioni, studi e idee per comprendere il presente e prospettare il futuro.