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Lunga infamia ai Savoia: allora, ieri, oggi, domani_di Yari Lepre Marrani

Lunga infamia ai Savoia: allora, ieri, oggi, domani

La resa di Teano e l’inizio di un’unità controversa

Il 26 ottobre 1860, sulla piana di Teano, Giuseppe Garibaldi incontrò Vittorio Emanuele II e consegnò formalmente il controllo del recentemente conquistato Regno delle Due Sicilie al re di Savoia. Questo momento, celebrato dalla storiografia ufficiale come tappa fondamentale dell’Unità d’Italia, assume una connotazione ben diversa se analizzato nel contesto del repubblicanesimo mazziniano e del progetto politico originario di Garibaldi.

Garibaldi, fino ad allora allievo di Giuseppe Mazzini e animato dall’ideale repubblicano, tradì consapevolmente la causa repubblicana accettando di subordinare la sua conquista meridionale alla monarchia sabauda. In una sua celebre dichiarazione, Garibaldi avrebbe affermato: “Ho fatto per l’Italia ciò che un generale può fare per la sua patria; ora consegno al re ciò che ho conquistato con il mio popolo.” Questo passaggio, oltre a segnare una svolta politica, compromise l’idea di una repubblica unitaria fondata sulla partecipazione e sull’uguaglianza civile.

La cessione non fu un semplice atto formale: secondo numerosi storici critici, come Rosario Romeo e Denis Mack Smith, ridusse a mera annessione territoriale una rivoluzione popolare, cancellando molte esperienze di autogoverno e processi costituenti in corso nel Sud Italia. La resa di Teano segnò dunque l’inizio di un’unità costruita dall’alto, non frutto di un consenso nazionale diffuso.

Le responsabilità sabaude nella costruzione dello Stato nazionale

Una volta proclamato il Regno d’Italia nel 1861, Vittorio Emanuele II e la dinastia sabauda adottarono politiche che produssero molteplici effetti negativi sul tessuto sociale, economico e istituzionale del nuovo Stato.

  • Esclusione democratica e centralismo autoritario

Il nuovo regno si dotò di istituzioni parlamentari, ma il sistema elettorale era estremamente limitato: nel 1861 solo circa il 2% della popolazione maschile poteva votare, e le scelte politiche rimasero saldamente nelle mani di una élite aristocratica e liberale. Il centralismo piemontese espresse un modello di stato autoritario, incapace di valorizzare le specificità regionali italiane e di costruire un senso di appartenenza comune.

  •  La questione meridionale e la repressione del brigantaggio

Il cosiddetto “brigantaggio” nel Mezzogiorno fu soprattutto un fenomeno di resistenza contro l’occupazione militare sabauda e la cancellazione delle istituzioni borboniche. Le forze armate regie risposero con durezza: deportazioni, fucilazioni e stati d’assedio radicalizzarono l’ostilità della popolazione meridionale verso il nuovo Stato. La decisione dei Savoia di trattare il fenomeno solo come ordine pubblico, anziché come questione sociale e politica, aggrava le ferite storiche tra Nord e Sud fino ai nostri giorni. Un monito per i governanti e politici di oggi.

  • Politica economica: industrializzazione sbilanciata

Le politiche economiche sabaude favorirono nettamente il Nord industriale (in particolare Lombardia e Piemonte) attraverso tariffe protezionistiche e incentivi alle industrie. Il Sud, privo di infrastrutture e capitali, venne trasformato in un’area produttiva agricola svantaggiata, incapace di competere e attrarre investimenti. Questo squilibrio ha radici dirette nelle scelte di politica economica del nuovo Regno e ha contribuito a generare il divario Nord-Sud ancora oggi percepibile. Un monito per i governanti e politici odierni.

La Prima Guerra Mondiale e gli autori di una “vittoria mutilata”

Il coinvolgimento dell’Italia nella Prima guerra mondiale (1915-1918) fu deciso dalla monarchia in funzione anti-austriaca, ma fu gestito con scarso coordinamento politico. La retorica patriottica di re Vittorio Emanuele III non evitò che al fronte si verificassero fortissime disfatte, come quella di Caporetto, e che il dopoguerra consegnasse agli italiani né vittoria piena né stabilità politica.

Il conteggio dei territori “conquistati” (come Trento e Trieste) non compensò le perdite umane, sociali ed economiche subite dall’Italia. La retorica celebrativa della guerra contribuì, inoltre, ad alimentare sentimenti nazionalistici che favorirono l’ascesa delle destre radicali.

La monarchia e l’avvento del fascismo

Il momento forse più controverso per la casa Savoia fu l’ascesa di Benito Mussolini nel 1922. Davanti alla Marcia su Roma, Vittorio Emanuele III rifiutò di mobilitare l’esercito per difendere la democrazia parlamentare, consegnando de facto il potere a Mussolini. Si trattò non di un errore tattico isolato, ma di una scelta politica con profonde conseguenze:

  • l’abolizione delle libertà civili;
  • la repressione degli avversari politici;
  • lo stato totalitario istituzionalizzato dallo Stato fascista.

La monarchia, lungi dall’essere un freno, fu un abilitatore del fascismo per oltre un decennio, partecipando anche agli aspetti simbolici e propagandistici del regime

Seconda guerra mondiale e crac finale della monarchia

Durante la Seconda guerra mondiale, l’Italia si schierò con le potenze dell’Asse sotto la guida di re Vittorio Emanuele III, che non riuscì ad evitare l’entrata in guerra nel 1940 e gestì malamente il collasso militare e politico del 1943. Quando la sconfitta divenne inevitabile, il re trasferì i poteri a suo figlio Umberto II nel tentativo di salvare la corona, ma la mossa non evitò la vittoria del fronte repubblicano nel referendum istituzionale del 1946.

I  danni di un’unità incompiuta

L’Unità d’Italia, lungi dal realizzare immediatamente un progetto nazionale inclusivo e democratico, fu spesso costruita con modalità autoritarie, centraliste e, in certi casi, repressive. La scelta di Garibaldi di abbandonare il repubblicanesimo mazziniano non fu un semplice adattamento tattico, ma un punto di svolta che consolidò un modello statale monarchico e conservatore.

I Savoia, attraverso politiche esclusive e decisioni politiche di vasta portata, contribuirono a creare squilibri territoriali, sociali ed istituzionali che l’Italia ha cercato di superare per oltre un secolo e che alimentano ancora dibattiti sulla natura e il significato dell’Unità nazionale.

Un monito per i governanti e i politici del nostro tempo. Alla luce dei fatti sin qui narrati, sostenuti peraltro dai maggiori storici del Risorgimento e dell’Italia nella prima fase del XX secolo, ci si augura che gli abbagli costituzionali del passato non diventino mai più fiaccole incendiarie di errori tattici, sociali e politici che possano cagionare guasti storici di lunga portata.

Dott. Yari Lepre Marrani