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Vita e morte dell’Unione europea_di André Larané

Vita e morte dell’Unione europea

La vassallaggio dell’Europa, accettato sin da Maastricht

1 febbraio 2026. Donald Trump non ha nulla a che vedere con la sottomissione dell’Unione Europea a Washington. Questa è il risultato di una politica condotta con costanza dal 1993 dalle élite francesi ed europee.
C’è speranza di una rinascita? Innanzitutto dovremmo ritrovare la fiducia in noi stessi e nella nostra magnifica storia. Non è facile…

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Il 22 gennaio 2026, su France Inter, Thierry Breton, ex industriale, alto funzionario, ministro e commissario europeo, ha fatto appello al «patriottismo europeo». Temeva che il presidente Trump potesse servirsi dei partiti di estrema destra europei per « rendere l’Europa ancora più vassalla ». Ma ci si chiede cosa potrebbe aggiungere il governo americano alla « vassallaggio » dell’Unione europea !

Senza attendere l’insediamento di Donald Trump, i leader francesi ed europei hanno lavorato con costanza e metodo alla decostruzione degli Stati-nazione del Vecchio Continente. L’attuale presidente della Commissione europea ha senza dubbio avuto più successo di chiunque altro, alla pari con il presidente della Repubblica francese. Quest’ultimo voleva essere Giove all’inizio del suo primo mandato. Rimarrà nella storia come il nostro Romolo Augustolo, dal nome dell’ultimo sovrano dell’Impero Romano d’Occidente, un bambino deposto nel 476 dal barbaro Odoacre.

Entrambi hanno agitato il concetto di «sovranità europea» per far accettare più facilmente la rinuncia alla sovranità nazionale. Hanno anche preso a pretesto la lotta contro l’islamismo, la Russia o altro per giustificare la sottomissione al Pentagono e accettare i brutti scherzi della Casa Bianca (caso Aukus). Infine, si sono nascosti dietro il dogma europeo del libero scambio per lasciare che i GAFAM (Internet americano) si appropriassero dei servizi digitali europei, dei loro database e dei relativi ricavi.

La fonte di queste rinunce è facile da identificare. Risale all’abbandono della costruzione europea secondo il trattato di Roma (1957) e alle illusioni nate dal crollo dell’Unione Sovietica.

Donald Trump et Ursula von der Leyen, le 16 juin 2025, au Canada

1957-1988: successo a cascata del pragmatismo « romano »

Dopo la caduta del nazismo, gli ex alleati anglosassoni e sovietici entrarono in « guerra fredda ». Per evitare che la Germania occidentale cadesse sotto il controllo del Cremlino, gli occidentali rafforzarono i loro legami economici creando la Comunità europea del carbone e dell’acciaio (CECA) nel 1950. Il suo successo portò nel 1957 al Trattato di Roma e alla creazione della Comunità economica europea (CEE): in un’Europa occidentale già ben avviata sulla via del progresso, non si trattava più di proteggersi dalla minaccia sovietica, ma di mettere in atto strumenti adeguati a stimolare gli scambi intraeuropei e la produzione.

Questo pragmatismo è evidente nel trattato, che si limita scrupolosamente all’abolizione dei dazi doganali tra gli Stati membri e all’istituzione di una tariffa doganale comune nei confronti dei paesi terzi (articolo 9 CEE, comma 1). Non si parla di negoziare con i paesi terzi l’abolizione delle barriere commerciali, né tantomeno di liberalizzare i flussi di capitali.

Naturalmente, ogni Stato mantenne la propria sovranità monetaria e ciò consentì una crescita economica forte e armoniosa di ciascuno di essi. Alla fine degli anni ’80, la Francia era alle calcagna della Germania sia in termini di ricchezza pro capite che di industria. 

Nei tre decenni successivi, il Consiglio europeo ha moltiplicato le decisioni lungimiranti: politica agricola comune, 1963; programma Airbus, 1970; Agenzia spaziale europea, 1975; programma Erasmus, 1985; zona Schengen, ecc.

In materia di difesa e diplomazia, ogni paese poteva perseguire la propria politica di interesse. Sotto la presidenza del generale De Gaulle, la Francia sviluppò così una forza di dissuasione nucleare « a tutto campo » si ritirò dal comando integrato della NATO senza che i suoi partner della CEE e gli Stati Uniti, all’apice della loro potenza, trovassero nulla da ridire. 

1988-…: una serie di vicoli ciechi del federalismo « maastrichtiano »

Vedendo la fine della minaccia sovietica, gli europei, con François Mitterrand e Jacques Delors in testa, ritennero urgente rafforzare le istituzioni europee con la firma dell’Atto unico europeo il 17 febbraio 1986 e poi del trattato di Maastricht il 7 febbraio 1992. Il 1° gennaio 1993, l’Unione europea sostituì la CEE e il 1° gennaio 1999 entrò in vigore la moneta unica (euro).

Convinti dell’evidenza universale dei benefici del libero scambio, gli europei lo hanno inserito nei trattati dell’Unione europea, rendendo impossibile per gli Stati membri derogare ad esso, indipendentemente dalla congiuntura economica. È così che il trattato di Maastricht del 1992 ha conferito valore costituzionale alla «progressiva eliminazione delle restrizioni agli scambi internazionali e agli investimenti diretti esteri, nonché alla riduzione delle barriere doganali e di altro tipo…» (articolo 206 del TCE).

Successivamente, nonostante gli sconvolgimenti geopolitici e la fine della terza globalizzazione, in atto già dal 2003, i leader europei non hanno cambiato di una virgola le loro convinzioni liberiste, dall’integrazione della Repubblica Popolare Cinese nell’OMC (Organizzazione mondiale del commercio) l’11 dicembre 2001 fino alla firma di un trattato di libero scambio con l’India il 27 gennaio 2026, passando per il trattato CETA con il Canada e il trattato con il Mercosur (Sud America), senza dimenticare, il 1° gennaio 2005, nbsp;lo smantellamento degli accordi Multifibre che limitavano le esportazioni cinesi di prodotti tessili!

Allo stesso tempo, prendendo atto della fine della guerra fredda, gli stessi leader si affrettarono a raccogliere i «dividendi della pace». Presero per buona la tesi del politologo americano Francis Fukuyama secondo cui la vittoria della democrazia segnava la fine della storia (1992). Ridussero a meno del 2% la quota del loro PIL destinata alla difesa e delegarono soprattutto la loro protezione al loro grande alleato americano, che mantenne intorno al 3-5% la quota del suo PIL destinata alla difesa.

L’Unione europea vittima dei propri dogmi

È passata una generazione. Gli europei sotto i quarant’anni non hanno conosciuto altro che l’Europa di Maastricht, con la sua moneta unica che sottrae agli Stati e ai parlamenti democratici il controllo della politica economica, con le sue corti di giustizia europee che si fanno un dovere di omogeneizzare i diritti nazionali ereditati da un millennio di storia e fanno passare i diritti individuali, compresi quelli degli immigrati, al di sopra dell’«utilità comune» (articolo 1 della Dichiarazione del 1789).

Voeux 2026 de la maire de Paris à ses administrésSi sono anche abituati a un linguaggio contaminato da vocaboli americani, seguendo l’esempio che viene dall’alto. Come nel caso di questo manifesto del sindaco di Parigi che augura buon anno ai suoi concittadini nella lingua di Donald. Lo stesso vale per il presidente francese quando si rivolge in inglese ai suoi partner o all’opinione pubblica internazionale.

Più che una semplice vanità linguistica, è l’ammissione di una gerarchia accettata, l’interiorizzazione di un dominio culturale diventato così naturale da non essere più percepito come tale. 

Con Stati indeboliti e istituzioni sovranazionali prive di legittimità popolare, l’Unione Europea è diventata una nave alla deriva, preda facile per i predatori, primi fra tutti gli Stati Uniti e la Cina.

Al timone, i suoi leader sognano un federalismo modellato su quello degli Stati Uniti, in totale contraddizione con la storia e l’antropologia europee… e con il bellissimo motto dell’Unione: «Uniti nella diversità». Da qui i loro ripetuti fallimenti.

La riduzione delle barriere doganali ha contribuito alla deindustrializzazione della Francia. Più in generale, ha posto l’Europa in una situazione di grave dipendenza da prodotti inaspettati come il paracetamolo durante l’epidemia di Covid-19 (2020-2023). Oggi siamo arrivati al punto che i leader europei vanno in Cina a cercare trasferimenti di tecnologia e investimenti, ad esempio nel settore delle batterie per automobili. Si tratta di un capovolgimento totale rispetto alla fine del XX secolo, quando erano invece i cinesi a sollecitare gli europei!

Ancora più grave è il fatto che l’Unione europea abbia permesso alle aziende americane del settore digitale, le famose GAFAM, di imporsi come padrone nelle nostre aziende, nelle nostre amministrazioni e nelle nostre case. Visa e MasterCard garantiscono oltre il 60% dei pagamenti con carta nell’area dell’euro, l’Eliseo si avvale dei servizi della società di consulenza McKinsey e tutti i dati digitali degli europei sono ormai di proprietà dei giganti statunitensi del cloud.

È ancora necessario sottolineare la dipendenza europea dal settore militare-industriale americano? Quest’ultimo fornisce quasi la metà delle attrezzature militari dell’Unione Europea (44%), con in più l’obbligo per gli stati maggiori di richiedere l’autorizzazione al Pentagono per l’uso di alcune armi, come gli aerei F-35.

La guerra in Ucraina ha anche aumentato di molto la dipendenza energetica dell’Europa dal gas naturale liquefatto (GNL) americano, che ha sostituito il gas naturale russo…

A peggiorare la situazione, la popolazione dell’Unione Europea è stagnante e tende a diminuire e invecchiare rapidamente, nonostante l’afflusso di immigrati africani. Nulla di simile accade negli Stati Uniti, che vantano la demografia più dinamica del mondo moderno. Il divario demografico si sta riducendo, con 350 milioni di americani contro 450 milioni di europei (2024).

Così intesa, la sottomissione dell’Unione europea alla potenza americana non è né frutto di un complotto né di una fatalità. È il risultato di un lungo processo di rinuncia, condotto in nome del liberalismo, della modernità o della «fine della Storia»

Resistere

I cittadini europei possono ancora fare qualcosa al riguardo? Oppure devono rassegnarsi a un precipizio senza fondo… come i cinesi all’inizio del XIX secolo? Non saprei dirlo.

In ogni caso, il primo passo della resistenza deve passare attraverso la presa di coscienza del nostro ricco passato, unico nel suo genere. È un presupposto indispensabile per l’emancipazione.

È quello che ho cercato di fare, già due anni fa, nel caso specifico della Francia, con il libro Notre Héritage, ce que la France a apporté au monde (Il nostro patrimonio, ciò che la Francia ha dato al mondo). È rivolto a tutti i tipi di pubblico e in particolare ai più giovani. Il titolo ha un doppio significato. Elenca l’eredità dei nostri antenati, grazie alla quale possiamo portare avanti la loro opera. In caso contrario, testimonia tutto ciò a cui abbiamo voltato le spalle a favore del meraviglioso mondo di Paperino.

André Larané

Pubblicato o aggiornato il: 2026-02-01 09:55:22

25 marzo 1957

Il trattato di Roma istituisce la Comunità economica europea

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Il 25 marzo 1957, a Roma, i rappresentanti di sei paesi gettano le basi dell’Euratom ma anche e soprattutto della Comunità economica europea (CEE), che nel 1993 sarà sostituita dall’Unione europea. Questi trattati sono il risultato della volontà di pace manifestata dai leader del dopoguerra e, ancora di più, della necessità di fronteggiare la minaccia sovietica, nel contesto della guerra fredda tra il blocco atlantico e quello comunista…

Il preambolo del trattato che istituisce la CEE inizia con le seguenti parole:
«Sua Maestà il Re dei Belgi, il Presidente della Repubblica Federale di Germania, il Presidente della Repubblica Francese, il Presidente della Repubblica Italiana, Sua Altezza Reale la Granduchessa di Lussemburgo, Sua Maestà la Regina dei Paesi Bassi,
determinati a gettare le basi di un’unione sempre più stretta tra i popoli europei,
deciso a garantire, con un’azione comune, il progresso economico e sociale dei loro paesi eliminando le barriere che dividono l’Europa, […] »

André Larané

Signature du traité de la CEE, à Rome, le 25 mars 1957

La strategia dei piccoli passi

Nel 1949 nacque il Consiglio d’Europa. Comprendeva dieci paesi europei e aveva grandi ambizioni, ma i suoi poteri erano irrisori e la Germania non ne faceva parte.

Jean Monnet, il «Padre dell’Europa», forte di una lunghissima esperienza, propose allora di fondare l’integrazione europea su realizzazioni concrete. Nel 1950-1951 creò la CECA (Comunità Europea del Carbone e dell’Acciaio) con il sostegno di tre leader democratici cristiani: Robert Schuman, Konrad Adenauer e Alcide De Gasperi. Fu la prima amministrazione sovranazionale. La Gran Bretagna ne rimase fuori.

La CECA aveva un’utilità pratica per la gestione delle risorse economiche del continente. Ma gli Stati europei non avevano più bisogno di essa che di qualsiasi altra istituzione sovranazionale per mantenere la pace. Dopo due conflitti che li avevano dissanguati, avevano perso completamente la voglia di farsi nuovamente la guerra e pensavano solo a vivere in armonia.

Ma con la «guerra fredda» e la rivalità tra Stati Uniti e Unione Sovietica era emerso un pericolo esterno. Gli occidentali e i democratici erano terrorizzati dall’avanzata del comunismo nell’Est: blocco di Berlino nel 1947, « colpo di Praga » nel 1948, presa del potere a Pechino nel 1949, invasione della Corea del Sud nel 1950 ecc. Per far fronte al pericolo molto reale di un attacco da parte dell’Unione Sovietica, le democrazie dell’Europa atlantica e filoamericana sentirono l’urgente necessità di rafforzare i loro legami e di mettersi sotto la protezione degli Stati Uniti.

La CECA nacque da questa esigenza. Jean Monnet, incoraggiato dal successo ottenuto, promosse poi un progetto di esercito europeo denominato Comunità Europea di Difesa. La CED avrebbe avuto il duplice vantaggio di avvicinare gli europei e di rinviare il riarmo della Germania. Prematura e mal avviata, fallì nel 1954. Questo insuccesso raffreddò gli entusiasmi.

Jean Monnet e il belga Paul-Henri Spaak tornarono quindi alla carica con un obiettivo meno ambizioso. Insieme, suggerirono un ravvicinamento tra gli industriali coinvolti nel settore nucleare civile. Inoltre, proposero anche una graduale eliminazione delle barriere doganali.

La sfida europea

L’invasione dell’Ungheria da parte dei carri armati sovietici il 4 novembre 1956 e, contemporaneamente, il miserabile fallimento della spedizione franco-britannica a Suez ravvivarono la necessità degli europei di rafforzare la loro unione per far fronte all’arroganza delle superpotenze (URSS e Stati Uniti). La Francia, su iniziativa del presidente del Consiglio Guy Mollet, si impegnò in questa direzione per cercare di ritrovare il proprio rango. Ma la Gran Bretagna scelse invece di allinearsi agli Stati Uniti.

Il 25 marzo 1957 Germania, Francia, Italia, Paesi Bassi, Belgio e Lussemburgo firmano a Roma il trattato Euratom e il trattato che istituisce la Comunità economica europea (CEE). In un bel gesto di equilibrio, i testi sono redatti in francese, tedesco, italiano e olandese, le quattro lingue dei membri fondatori. L’unico capo di governo a recarsi sul posto è il cancelliere Konrad Adenauer, sottolineando così l’importanza che attribuisce all’evento.

• Il trattato sull’energia nucleare cattura tutta l’attenzione dell’opinione pubblica. Esso proroga la CECA aggiungendovi un tocco di modernità! Tuttavia, esso finirà per svanire senza lasciare alcun rimpianto.
• Il secondo trattato, al contrario, fa un ingresso discreto. È vero che il suo contenuto richiede precisazioni. Ma porterà passo dopo passo all’integrazione economica e politica dell’Europa occidentale.

Questo trattato coltiva il pragmatismo non pronunciandosi sul dibattito essenzialmente franco-tedesco relativo all’introduzione di un protezionismo a livello europeo (che in seguito verrà denominato: «preferenza comunitaria»). «Quando dicevamo che era meglio, anche solo per ovvie ragioni negoziali, partire da una tariffa seria e ottenere in cambio concessioni da parte degli altri paesi del mondo, il professor Ehrardt, ministro dell’Economia e delle Finanze della Repubblica federale, forte del notevole successo della sua politica sistematicamente liberale, ci rispondeva che il protezionismo era un male in sé e che una riduzione delle tariffe doganali era un bene in sé, anche senza contropartita negoziata…& nbsp;», scrive nelle sue memorie Jean-François Deniau, uno dei negoziatori (L’Europe interdite).

La ratifica del trattato non è priva di difficoltà. Personalità di spicco si oppongono, come il deputato socialista Pierre Mendès France, che teme che l’industria nazionale non sia in grado di sopportare l’apertura delle frontiere e la concorrenza tedesca. Più lungimirante, invece, il generale Charles de Gaulle, sollecitato dai suoi collaboratori a porre il veto, rifiuta. Scrive a margine del fascicolo: «Siamo forti, ma loro non lo sanno» (sottinteso: non abbiamo paura di aprirci all’Europa).

Una bella dimostrazione di pragmatismo

Di fatto, il trattato di Roma si inserisce in un approccio molto pragmatico, con la volontà di rafforzare la solidarietà tra i sei Stati membri.

Il primo comma dell’articolo 9 del Trattato CEE è fondamentale in tal senso. Esso recita: « nbsp;La Comunità si fonda su un’unione doganale che si estende a tutti gli scambi di merci e che comporta il divieto, tra gli Stati membri, di dazi doganali all’importazione e all’esportazione e di tutte le tasse di effetto equivalente, nonché l’adozione di una tariffa doganale comune nelle loro relazioni con i paesi terzi. »   

Qui non si tratta, come nei trattati successivi dell’Unione europea (1993), di liberalizzare i flussi di capitali o di abbassare in qualche modo le tasse e le norme che potrebbero limitare gli scambi con i paesi terzi.

Il trattato di Roma sulla CEE entra in vigore il 1° gennaio 1958. Istituisce un Parlamento con sede inizialmente a Bruxelles e una Corte di giustizia con sede a Lussemburgo. Il potere esecutivo è affidato al Consiglio dei ministri dei paesi membri. L’elaborazione delle decisioni è delegata a una Commissione europea permanente con sede a Bruxelles.

Nei tre decenni successivi, il Consiglio dei capi di Stato e di governo, che guida l’esecutivo europeo, moltiplicherà le decisioni portatrici di futuro, sia tra tutti gli Stati membri (politica agricola comune, 1963), sia tra una parte di essi, con l’eventuale partecipazione di altri Stati europei (programma Airbus, 1970; Agenzia spaziale europea, 1975; programma Erasmus, 1985; zona Schengen, ecc.).

Foglio bianco

Nel solenne momento della firma del Trattato di Roma, i ministri europei non immaginavano che esso consistesse essenzialmente in una pila di fogli bianchi. Il giorno prima, gli estensori, esausti, avevano lasciato i fogli sparsi sul pavimento del loro ufficio, riservandosi di raccoglierli più tardi. Ma nel frattempo le donne delle pulizie scoprirono il disordine. Zelanti, gettarono i fogli sparsi nella spazzatura.
I funzionari rimasero sbalorditi alla scoperta del disastro. Corsero alla discarica, ma ovviamente non trovarono nulla. Poiché era troppo tardi per riscrivere tutto e un rinvio della firma avrebbe disonorato l’ospite italiano, si decise di riscrivere solo i primi e gli ultimi fogli del trattato, quelli che dovevano essere siglati o firmati, inserendo tra di essi una serie di fogli bianchi.
Durante tutta la cerimonia, i funzionari impediranno incessantemente a giornalisti e ministri di sfogliare il voluminoso registro, per non rischiare che scoprano l’inganno (l’aneddoto è confermato da fonti ufficiali europee e riportato da un documentario del canale ArteDans les coulisses du traité de Rome).

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Pubblicato o aggiornato il: 31/01/2026 alle 17:55:42

7 febbraio – 20 settembre 1992

Dal trattato di Maastricht al referendum francese

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Traité sur l?Union européenne. Maastricht, 7 février 1992. (copie certifiée conforme à l?original ; gouvernement italien dépositaire de l?original)Il 7 febbraio 1992, i dodici ministri degli Affari esteri dell’Unione europea firmano un «trattato di unione economica, monetaria e politica» a Maastricht, nei Paesi Bassi. Si tratta di una conseguenza indiretta del crollo dell’URSS e del trionfo incontrastato delle teorie liberali provenienti dall’America.

Il trattato suscita tuttavia forti tensioni in tutta Europa. Consultati democraticamente tramite referendum, i cittadini danesi lo respingono il 2 giugno 1992 e sarà necessario concedere al loro paese condizioni specifiche affinché lo approvano finalmente al termine di un secondo referendum, il 18 maggio 1993. Costretto dal voto danese, il presidente François Mitterrand accetta di sottoporre il trattato a un referendum. Al termine di una campagna molto accesa, il 20 settembre 1992 i francesi lo approvano con una maggioranza molto risicata.

Trentacinque anni dopo il Trattato di Roma, l’Europa entra in una nuova era…

André Larané

L’Europa in fase di ricomposizione

Il 9 novembre 1989, cadde il muro di Berlino e l’Europa centrale uscì da quattro decenni di isolamento. Immediatamente, un po’ ovunque emersero rivendicazioni democratiche ma anche nazionalistiche.

Nella Repubblica Federale Tedesca, il cancelliere Helmut Kohl proclama che la « riunificazione dei tedeschi » è in corso. Il suo amico e alleato François Mitterrand fa il broncio. Il presidente francese, segnato dai ricordi della Seconda guerra mondiale, teme che una Germania riunificata possa riprendere i suoi sogni di grandezza e allontanarsi dal progetto di unificazione dell’Europa. Chiede al cancelliere di riconoscere prima di tutto il confine tedesco-polacco dell’Oder-Neisse. Ma il cancelliere si offende per questo segno di sfiducia.

Durante il vertice europeo di Strasburgo dell’8 dicembre 1989, il presidente francese prende finalmente atto dell’inevitabilità della riunificazione. Insieme agli altri partecipanti al vertice, accetta che il popolo tedesco « ritrovi la sua unità nella prospettiva dell’integrazione comunitaria ». Ma in cambio negozia il sacrificio del Deutsche Mark sull’altare dell’unione monetaria europea e mette sul tavolo il progetto di una moneta europea. Per realizzarlo, è disposto a fare molte concessioni, compresa l’accettazione di una moneta sopravvalutata che rischia di indebolire l’industria francese…

Un anno dopo, a Roma, il 27 e 28 ottobre 1990, un Consiglio europeo decide di accelerare l’integrazione europea e di creare un’unione monetaria. È durante questo Consiglio che Margaret Thatcher saluta i suoi omologhi europei. Il 10 dicembre successivo viene firmato l’atto di dissoluzione della Comunità economica europea (CEE) e la sua sostituzione con l’Unione europea.

Subito dopo iniziano le conferenze intergovernative volte ad attuare tali risoluzioni. I funzionari che lavorano dietro le quinte inseriscono il trattato in fase di elaborazione nella continuità dell’Atto unico europeo, firmato il 17 febbraio 1986 a Lussemburgo sotto l’egida di Jacques Delors, presidente della Commissione europea, e riprendono i grandi principi del neoliberismo: apertura delle frontiere alla libera circolazione dei capitali, controllo dell’inflazione attraverso l’austerità dei bilanci statali, ecc.

Un atto fondamentale

Il trattato di Maastricht è il secondo atto fondamentale della costruzione europea dopo il trattato di Roma del 27 marzo 1957. Complesso, comprende 252 articoli ripresi in parte dai trattati precedenti, oltre a 17 protocolli e 31 dichiarazioni. Si distinguono quattro punti fondamentali:

– Nascita di una cittadinanza europea:

Il trattato recita: «Sono cittadini dell’Unione tutti coloro che hanno la cittadinanza di uno Stato membro». Ciò significa libertà di stabilimento, di soggiorno e di circolazione, ma anche diritto di voto e di eleggibilità alle elezioni locali ed europee.

– Ampliamento delle politiche comuni:

Il trattato proroga le politiche comuni, ad esempio in materia di agricoltura e ricerca. Annuncia inoltre una politica estera e di sicurezza comune (PESC) «che potrebbe portare, a tempo debito, a una difesa comune».

– Cooperazione in materia di giustizia e affari interni:

Il trattato suggerisce un coordinamento tra gli Stati membri sui meccanismi di controllo alle frontiere, nella lotta contro il banditismo, nella concessione del diritto di asilo e nel controllo dei flussi migratori.

– Unione monetaria:

Il quarto punto, quello con le conseguenze più rilevanti, traccia la strada verso un’unione monetaria che entrerà in vigore il 1° gennaio 1999 per undici paesi dell’Unione (il Regno Unito preferirà mantenere la propria moneta nazionale).

È la prima volta che l’unificazione monetaria precede quella politica e sociale. Questa innovazione risveglia gli oppositori dell’Europa economica, giudicata troppo tecnocratica. Suscita dubbi nei leader politici, come il gollista Philippe Séguin, deputato e sindaco di Épinal, nonché in economisti e storici come Emmanuel Todd. Questi ultimi contestano l’assioma secondo cui la moneta unica costringerà naturalmente le economie e i livelli di vita ad avvicinarsi.

Altri ancora temono che i burocrati dell’Unione europea possano alterare la sovranità degli Stati e dei loro rappresentanti eletti. Sono solo parzialmente rassicurati dall’articolo 3 del trattato che sostiene il «principio di sussidiarietà». Questo termine desueto, mutuato dal vocabolario ecclesiastico, significa che le istituzioni europee devono astenersi dall’intervenire in ambiti di competenza in cui le istituzioni inferiori (nazionali o locali) sono più competenti.

Altri infine si indignano che l’Europa parli di soldi mentre bande armate conducono una guerra di altri tempi intorno a Sarajevo

Il presidente Mitterrand assicura che «i francesi saranno consultati», senza però aggiungere altro, e per diverse settimane la classe politica, imbarazzata, rimane in silenzio. Il RPR (Rassemblement pour la République), grande partito di opposizione guidato da Jacques Chirac, è, come di consueto a destra, diviso tra una frangia ultraliberista che approva il trattato e una frangia gollista o nazionalista, guidata da Philippe Séguin, che invece lo vede con preoccupazione.

A sinistra, nella coalizione al potere, l’atmosfera è deleteria. Édith Cresson lascia l’Hôtel Matignon dopo un anno disastroso alla guida del governo, segnato dallo scandalo del sangue contaminato, rivelato il 25 aprile 1991. Lascia il posto all’austero ministro delle Pierre Bérégovoy, uomo austero, sostenitore del «franco forte» e poco incline a sostenere l’unione monetaria.

Le ostilità scoppiarono all’Assemblea Nazionale il 5 maggio 1992 con un discorso appassionato di Philippe Séguin che mise in guardia dalle prevedibili conseguenze del trattato. Jacques Chirac, molto imbarazzato, lasciò che il suo braccio destro Alain Juppé rimproverasse Philippe Séguin di aver « esageratamente appassionato il dibattito ».

Avviso senza spese di Philippe Séguin

Quella sera del 5 maggio 1992, alla tribuna dell’Assemblea Nazionale, il deputato dei Vosgi impressiona per la sua statura e la sua voce profonda. Sottolinea la posta in gioco fondamentale del dibattito tra «da un lato, coloro che considerano la nazione una semplice modalità di organizzazione sociale ormai superata nella corsa alla globalizzazione che auspicano, e, dall’altro, coloro che ne hanno un’idea completamente diversa».
Un po’ visionario, afferma: «La logica del processo di ingranaggio economico e politico messo a punto a Maastricht è quella di un federalismo al ribasso fondamentalmente antidemocratico, falsamente liberale e decisamente tecnocratico». Con conseguenze nefaste per i cittadini: «La normalizzazione della politica economica francese implica a brevissimo termine una revisione al ribasso del nostro sistema di protezione sociale, che si rivelerà rapidamente un ostacolo insormontabile.»
L’oratore teme che, una volta applicato, il trattato non sarà più rescindibile: « Ci si chiede se non stiamo creando una situazione in cui la denuncia in blocco dei trattati diventerà così difficile e costosa da diventare presto una soluzione illusoria. »
Chiede quindi «che la parola sia data al popolo» e invoca un referendum per una rottura politica più grave: « Attenzione : è quando il sentimento nazionale viene calpestato che si apre la strada alle derive nazionaliste e a tutti gli estremismi ! »

Contestazioni da tutte le parti

Il progetto suscita dibattiti anche negli altri undici paesi firmatari, ma solo la Danimarca, fedele ai principi democratici, ha osato sottoporlo all’approvazione dei cittadini. Il 2 giugno 1992, i danesi, euforici per la vittoria sulla Germania nella Coppa Europa di calcio, hanno osato respingere il trattato con un referendum. In Francia, sotto la pressione dell’opinione pubblica, il presidente François Mitterrand ha accettato a sua volta il principio di un referendum.

Ne segue una lotta epica con il fronte del No, guidato a destra da Philippe Séguin e a sinistra dal socialista Jean-Pierre Chevènement. A loro si unisce un altro esponente di spicco della destra, il senatore RPR Charles Pasqua, che con il suo efficace contributo condurrà per tutta l’estate una campagna martellante. Sale gremite e dibattiti intensi.

Nel campo del , l’atmosfera è molto più piatta. Jacques Chirac annuncia che voterà a favore del trattato «senza entusiasmo, ma senza remore». Non proprio qualcosa che possa mobilitare le masse…  nbsp; Soprattutto, per la prima volta emerge una frattura sociale nel cuore stesso del gioco politico. Gli elettori hanno la sensazione che la questione sia stata appropriata dalla classe superiore, che trascende i partiti e che il saggista Alain Minc battezza compiacente: «cerchio della ragione».

Il socialista Jacques Delors, presidente della Commissione europea, osò così affermare a Quimper, il 28 agosto 1992: «(I sostenitori del No) sono apprendisti stregoni. (…) Io darò loro un solo consiglio: signori, o cambiate atteggiamento o abbandonate la politica. Non c’è posto per discorsi e comportamenti del genere in una vera democrazia che rispetta l’intelligenza e il buon senso dei cittadini».

«Il trattato sull’Unione europea porterà a una maggiore crescita, più posti di lavoro e più solidarietà», scrive Michel Sapin, lungimirante ministro socialista delle Finanze, su Le Figaro (20 agosto 1992). E Élisabeth Badinter, solitamente più moderata, scrive su Vu de gauche nel settembre 1992: «Il trattato di Maastricht raccoglie il consenso quasi unanime dell’intera classe politica. I politici che abbiamo eletto sono comunque più informati della gente comune» (451).

Hubert Védrine, consigliere dell’Eliseo, scrive al presidente: «Siamo sul filo del rasoio: siamo al 50/50, ma la tendenza è favorevole al no. […] Tutto dipenderà dagli indecisi».

Infatti, tutti attendono il dibattito televisivo del 3 settembre tra Philippe Séguin e François Mitterrand. Purtroppo, il presidente, che pochi giorni prima era stato operato di cancro alla prostata, appare pallido ed esausto sullo schermo. Durante il dibattito, vengono inseriti – cosa insolita – degli spot pubblicitari per consentire ai medici di rinvigorire il presidente con prodotti dopanti. Il suo avversario, sconcertato e tutto sommato pieno di compassione per il presidente, trattiene i colpi. Il dibattito si svolge con toni moderati e rimane cortese fino alla fine. È senza dubbio questo che salverà il Sì due settimane dopo e consentirà l’attuazione dell’Unione monetaria con tutte le sue conseguenze.

Il trattato viene approvato con un margine minimo il 20 settembre 1992 dal popolo francese con 540.000 voti di scarto (51,04% di ). Quasi due terzi degli operai e dei contadini votarono No, mentre i quadri e i liberi professionisti votarono in massa . Questo fu l’inizio della frattura politica tra la Francia periferica e la Francia della globalizzazione teorizzata da Christophe Guilluy.

Un’attuazione dolorosa

Il 1993 inizia con l’attuazione del Mercato unico, con l’abolizione delle ultime barriere doganali. Questo progresso coincide con il primo anno di recessione in Europa dalla fine della seconda guerra mondiale.

Gli anni successivi sono caratterizzati da una crescita debole a seguito delle misure di rigore fiscale richieste dall’attuazione dell’unione monetaria e dal lancio dell’euro. L’industria francese continua tuttavia a competere con la sua rivale d’oltre Reno. Nel 2002, con l’arrivo della moneta unica, i due paesi registrano quasi lo stesso PIL pro capite e una bilancia commerciale più o meno in equilibrio.

Ma approfittando della momentanea debolezza della Germania, alle prese con la grande sfida della riunificazione, la Francia si abbandona ai suoi soliti demoni. Promuove la settimana lavorativa di 35 ore e abolisce il bollo automobilistico (nota). Quando nel 2008 la congiuntura economica si fa più cupa con la crisi dei subprime, inizia il divario tra una Germania rinvigorita e una Francia disarmata. Si concretizzano così le cupe previsioni di Philippe Séguin. Nel 2022, il PIL pro capite dei francesi è inferiore del 14% a quello dei tedeschi. Ancora più grave è il fatto che il deficit commerciale della Francia continua ad aumentare (-110 miliardi di euro), mentre esplode il surplus della Germania (+178 miliardi di euro)…  

29 maggio 2005

Il popolo francese dice no al trattato costituzionale

Domenica 29 maggio 2005, al termine di un dibattito democratico di eccezionale vivacità, il popolo francese respinge a stragrande maggioranza (55%) il trattato costituzionale europeo, nonostante fosse stato osannato dalla quasi totalità dei media e della classe dirigente. Il 2 giugno successivo, anche il popolo olandese respinge il trattato.

Référendum du 29 mai 2005Ne consegue immediatamente una « rivolta delle élite » e un’ondata di rabbia, se non addirittura di odio, nei confronti delle classi popolari, ritenute responsabili di questo fallimento a causa della loro ristrettezza mentale.

Si comincia quindi a denunciare con il nome di « populismo » ogni forma di contestazione della corrente politica centrale, neoliberista, europeista, globalista. La linea di frattura si ritrova sia a destra che a sinistra. Si tratta di una rottura rispetto ai decenni precedenti, quando tutti i grandi partiti trascendevano le classi sociali.

Nicolas Sarkozy, eletto presidente due anni dopo, aggirerà il referendum: il 13 dicembre 2007 firma a Lisbona un trattato che è una copia conforme del testo respinto dai francesi e dagli olandesi. Sei settimane dopo, fa modificare di conseguenza la Costituzione francese dai parlamentari riuniti in congresso. Da quel momento in poi, molti cittadini boicotteranno le elezioni, ritenendo che il loro voto non abbia alcun valore.

Gli storici ricorderanno di questo episodio che la democrazia ha trionfato in Francia il 29 maggio 2005 ed è stata assassinata il 13 dicembre 2007…

André Larané

Un progetto nato dall’alto

François Hollande et Nicolas Sarkozy, en une de Paris Match, le 17 mars 2005, en campagne pour le référendum sur la Constitution européenneIl trattato costituzionale europeo è stato redatto da un centinaio di persone scelte dai loro pari (governanti, alti funzionari, parlamentari europei o nazionali…), sotto la presidenza di Valéry Giscard d’Estaing.

Questa «Convenzione» ha preso atto del fallimento dei vertici europei di Amsterdam (1997) e Nizza (2001) e si è prefissata i seguenti obiettivi: 1) ristabilire l’equilibrio dei poteri tra Stati membri grandi e piccoli, 2) semplificare i processi decisionali, 3) dotare l’Unione di una vera politica estera e di difesa, 4) rilanciare la simbologia europea.

Il testo è stato siglato il 29 ottobre 2004 dai ministri degli Affari esteri dei 25 Stati membri e dei paesi candidati, compresa la Turchia (pagina 165 del testo: Türkiye Cumhuriyeti Adina«Per la Repubblica turca»). Si prevedeva che entrasse in vigore il 1° novembre 2006, una volta ratificato da tutti gli Stati membri.

I promotori del trattato non dubitavano quindi della sua accettazione da parte dei cittadini francesi. Gli stessi spagnoli lo avevano accettato poco prima con una maggioranza molto ampia, nonostante una maggioranza si fosse astenuta. D’altra parte, i primi sondaggi mostrano un consenso massiccio da parte degli elettori.

Il sondaggio CSA del 2 e 3 febbraio 2005 dà quindi una vittoria del  al 69%! Ma questo prima che i cittadini iniziassero a riflettere autonomamente sulla posta in gioco del referendum…

Dal dubbio al rifiuto

Il cambiamento avviene dopo che l’ex primo ministro socialista Laurent Fabius si è pubblicamente schierato con gli oppositori. Già nell’autunno 2004 aveva espresso ai militanti socialisti i suoi dubbi sulla fondatezza del progetto. Il 1° marzo 2005, sul set di France 2, davanti a diversi milioni di telespettatori, si è pronunciato chiaramente a favore del No.

Il dibattito si fa quindi sempre più acceso e gli scettici si contendono l’edizione tascabile del trattato. Ne vengono vendute oltre 200.000 copie, nonostante il carattere estremamente arido delle sue 300 pagine.

I sostenitori del trattato attribuiscono ai loro avversari la «paura dell’idraulico polacco» (l’espressione è stata coniata dal commissario europeo Frits Bolkestein, autore di una controversa direttiva sui lavoratori distaccati). Criticano inoltre l’assenza di un «piano B» in caso di bocciatura del testo. Godono del sostegno delle classi medio-alte e delle persone anziane, che vedono nella costruzione europea una garanzia di pace, indipendentemente dalla direzione che prenderà.

Référendum du 29 mai 2005Sulla scia di Laurent Fabius, l’estrema denuncia a sua volta un trattato che moltiplica i livelli decisionali nelle istituzioni europee a scapito della democrazia e, soprattutto, scolpisce nella pietra il principio neoliberista (dizionario) secondo cui il benessere comune si baserebbe su una «concorrenza libera e non falsata» ».

Da parte sua, l’opposizione di destra al trattato è indignata dalla volontà delle istituzioni europee di far entrare nell’Unione europea la Turchia islamista di Erdogan.

È la combinazione di queste due tendenze che farà pendere la bilancia dalla parte della maggioranza.

Quindici giorni prima delle elezioni, Nicolas Sarkozy, leader della destra europeista, tiene un comizio al Palais des Sports della Porte de Versailles (Parigi) davanti a un pubblico sparuto, composto principalmente da saggi pensionati dai capelli grigi. Ma una settimana dopo, in un Palais des Sports gremito, in mezzo a una folla giovane e scatenata, Philippe de Villiers, leader della destra sovranista, denuncia il trattato e, con esso, il progetto di far entrare la Turchia nell’Unione. Fa acclamare a gran voce la bandiera armena, ricordo del genocidio commesso dai turchi.

Il risultato delle elezioni sconcerta la classe politica e i media, che vedono in esso la vittoria dell’ignoranza e del «populismo» (così viene definito un movimento che gode del favore delle classi popolari).

Questo risultato, infatti, non esprime solo un disapprovazione della politica europea condotta dal trattato di Maastricht. Esso riflette anche una profonda frattura tra le classi popolari e le classi superiori.

Infatti, più interessati alla solidarietà che all’apertura verso l’Europa, l’Altro e il Mondo, gli operai e gli impiegati hanno votato No rispettivamente al 74% e al 62%, contro il 38% dei quadri superiori e dei liberi professionisti! Un abisso separa le due categorie sociali.

Il filosofo Marcel Gauchet conferma questa osservazione: «Il 2005 rimarrà senza dubbio l’anno della svolta. Da quel momento in poi, la frattura tra la base e il vertice diventa il fulcro della vita pubblica» (Comprendre le malheur français, 2016). Questa diagnosi troverà conferma nelle successive scadenze presidenziali.

Nel frattempo, il presidente della Repubblica Jacques Chirac, gravemente screditato, respinge con disinvoltura ogni ipotesi di dimissioni, distinguendosi in questo dal suo illustre predecessore, il generale de Gaulle. Esclude anche lo scioglimento dell’Assemblea nazionale, i cui membri avevano tuttavia approvato al 90% il progetto di trattato costituzionale e sono quindi sconfessati dai loro elettori.

Dopo il voto negativo anche degli olandesi, il 2 giugno 2005, gli altri governi dell’Unione, compreso quello britannico, annullano i progetti simili di referendum. Si sta già organizzando la risposta.

Controffensiva della classe dirigente

Ci vorranno solo due anni ai leader francesi ed europei per rimettere in sella il trattato, con il sostegno dei media.

Il Consiglio europeo di Lisbona del 18 e 19 ottobre 2007 adotta di nascosto un nuovo testo. Con il nome di «trattato modificativo», è stato ratificato a Lisbona il 13 dicembre 2007 dai leader dei ventisette Stati membri dell’Unione, che si sono guardati bene dal chiedere nuovamente il parere dei propri cittadini.

Il trattato di Lisbona comprende diverse centinaia di pagine con 359 modifiche ai trattati esistenti, tredici protocolli e alcune decine di progetti di dichiarazioni aventi lo stesso valore giuridico dei trattati. Nella forma appare molto diverso dal progetto costituzionale, ma ne conserva l’essenza. 

Sono stati eliminati gli aspetti simbolici come il riferimento a una qualsiasi Costituzione e a un inno, un motto e una bandiera europei! Curiosamente, le bandiere stellate su sfondo blu che adornano i nostri edifici pubblici non hanno più alcuna legittimità! I termini «ministro» e «legge» sono stati abbandonati e si è tornati alla semantica precedente: «alto rappresentante» e «direttiva». La formula criticata di «concorrenza libera e non falsata» è ora menzionata solo in un protocollo allegato. Anche gli articoli del Titolo III del progetto iniziale, ridondanti rispetto ai testi precedenti, sono stati eliminati per motivi formali. 

Tutti dettagli che inducono il presidente francese Nicolas Sarkozy ad affermare che il nuovo testo non è altro che un «trattato semplificato, limitato alle questioni istituzionali». Con maggiore franchezza, la cancelliera Angela Merkel si compiace che esso riprenda integralmente il progetto costituzionale. Infatti, il trattato modificativo di Lisbona riprende alla lettera i grandi impegni fondamentali del TCE (Trattato costituzionale europeo): procedura legislativa ordinaria basata sulla codecisione Consiglio-Parlamento, voto a doppia maggioranza in Consiglio (55% degli Stati membri che rappresentano almeno il 65% della popolazione), nuova funzione di presidente del Consiglio europeo, nuova funzione di Alto rappresentante per gli affari esteri e la politica di sicurezza, valore giuridico attribuito alla Carta dei diritti fondamentali del 7 dicembre 2000, diritto di iniziativa dei cittadini…

A questo proposito, il 4 febbraio 2008 il presidente della Repubblica francese ha riunito i parlamentari in Congresso a Versailles per modificare la Costituzione francese e consentire la ratifica del nuovo trattato da parte del Senato e dell’Assemblea nazionale, senza consultare i cittadini. La classe politica è fin troppo soddisfatta di questo stratagemma e il Consiglio costituzionale si astiene dal protestare contro questa evidente violazione dello spirito della Costituzione.

Diventati cauti, gli altri Stati membri si attengono alla ratifica parlamentare del trattato. Tutti tranne l’Irlanda… Nonostante la sventura franco-olandese, gli irlandesi si concedono un referendum sul nuovo progetto di trattato e lo respingono il 13 giugno 2008. È il momento in cui l’Europa viene colpita dalla crisi dei subprime proveniente dagli Stati Uniti.

Gli elettori irlandesi sono chiamati a votare nuovamente sul trattato, ma, temendo un nuovo voto negativo, Bruxelles concede all’Irlanda delle deroghe fiscali che la renderanno la terra d’elezione delle sedi europee delle multinazionali americane. Su richiesta di Dublino, Bruxelles accetta anche che la Commissione conti sempre un rappresentante di ciascuno Stato membro invece della Commissione  « a rotazione » di diciotto membri prevista dal trattato di Lisbona.

Soddisfatti, il 2 ottobre 2008 gli irlandesi approvano alle urne il testo così modificato. Il trattato può finalmente entrare in vigore il 1° dicembre 2009… Il trattato? Ma quale trattato?

Come sottolinea l’avvocato André Bonnet, autore di Référendum de 2005, les preuves de la trahison démocratique (L’Artilleur, 2021), non si tratta più del trattato di Lisbona precedentemente approvato dagli altri parlamenti nazionali, compreso quello francese! Si tratta di un testo diverso, quello che è stato modificato su richiesta degli irlandesi! In altre parole, l’Unione europea vive oggi sotto un regime che è stato approvato solo dall’1% dei suoi cittadini senza che questo scandalizzi nessuno…

Con l’approvazione da parte del Parlamento francese di un testo respinto dai cittadini e la successiva attuazione di un testo diverso da quello approvato dagli Stati membri, l’Unione europea conferma la scarsa importanza che attribuisce alle regole fondamentali della democrazia.

La democrazia sepolta

È ormai chiaro che le grandi linee politiche, a livello nazionale e ancor più europeo, sfuggono ai cittadini. Il sistema elettorale gira a vuoto, senza più alcuna possibilità di influenzarle. L’astensionismo e il voto «euroscettico» stanno diventando largamente maggioritari, come nelle elezioni del 2014 al Parlamento di Strasburgo. Alcuni pensatori evocano l’ingresso dell’Europa in un’era post-democratica.

Due decenni dopo, la situazione dell’Unione europea conferma i timori dei noisti francesi e olandesi. In vigore dal 2009 sotto forma di trattato di Lisbona, il trattato costituzionale non ha apportato alcun miglioramento al funzionamento delle istituzioni. Al contrario, «ha accentuato i difetti della costruzione europea», osserva l’ex primo ministro Édouard Balladur, che ha fatto approvare il trattato di Maastricht. In un libello del circolo di riflessione Fondapol (L’Europa è la nostra sovranità, Fondapol, 2023), egli si mostra molto critico sull’evoluzione dell’Unione europea e sulla crescente autonomia della Commissione:  « L’indipendenza del presidente della Commissione europea rispetto agli Stati membri è rafforzata, poiché non è più designato all’unanimità ma a maggioranza e investito dal Parlamento europeo; la Commissione, che detiene il monopolio dell’iniziativa legislativa, è responsabile nei confronti del Parlamento, che può censurarla; la sua composizione è ridotta, poiché ogni Stato membro nomina un solo commissario, mentre in precedenza quelli più importanti e popolosi ne nominavano due. Quanto al ruolo del Consiglio europeo, esso è ridotto per lo più all’approvazione a posteriori delle decisioni prese da altri. »

In materia diplomatica regna la più totale cacofonia e nessuno conosce più nemmeno il nome dell’Alto rappresentante dell’Unione per gli affari esteri istituito dal trattato! In materia interna, le tensioni e le divergenze sono più vive che mai. È solo in campo monetario che le istituzioni europee riescono ancora a raggiungere faticosi compromessi per salvare la moneta unica.

Un sostenitore disilluso del trattato costituzionale

Segno dei tempi, su Le Monde del 18 marzo 2015 (pagina 24) si può leggere una constatazione di fallimento del progetto europeo, tanto più significativa in quanto proviene da uno dei più convinti sostenitori dell’euro e del progetto costituzionale, il giornalista Arnaud Leparmentier. Quest’ultimo constata che il binomio franco-tedesco non funziona più. L’Europa ha ormai un unico capo, la cancelliera tedesca. Ed è a Berlino che convergono tutte le questioni delicate. L’Unione europea e, più sicuramente, la zona euro assomigliano a una Grande Germania. La caduta del muro di Berlino non ha portato alla fine della Storia e delle nazioni, ma al contrario a una rinascita del nazionalismo in Europa, con « una proliferazione di microstati che la rendono più simile all’Impero austro-ungarico che all’Europa dei Sei, dove il piccolo gioco consiste nel contestare il potere centrale (Berlino-Francoforte-Bruxelles).& nbsp;» Altra delusione: l’Europa non è più un gioco vantaggioso per tutti e ciò è particolarmente evidente nella zona euro, dove l’attività economica fugge dai paesi più fragili verso il cuore tedesco.
Oggettivamente, «l’Europa è dominata dalla Germania, in un’unione monetaria che la favorisce». E il giornalista constata con amarezza che il trattato costituzionale, convertito nel trattato di Lisbona, non ha mantenuto le sue promesse, dando definitivamente ragione ai cittadini contro i media e la classe politica.

Pubblicato o aggiornato il: 19/09/2025 alle 22:11:55