Alla base della “sceneggiata Groenlandia” come era facilmente prevedibile c’è un strategia semplice : costruire la fortezza America e portare il caos in tutto il resto del mondo.
Ma come nota Simplicius qui c’è soprattutto una enorme valenza “psicologica” sia nella “conquista del Venezuela” che nella “annessione della Groenlandia” con annesse umiliazioni pubbliche e gratuite alla €uroservitù.
Questa pressione psicologica è diretta tanto agli “amici” quanto ai “nemici”. Il messaggio è imperiale :Ogni resistenza è futile , arrendetevi o sarete annientati perché non vi saranno concessi margini” oltre al “chi mi teme mi obbedisca”.
E l’ esito ( infausto) di simili operazioni mi sembra abbastanza scontato perché le “leggi ferree della geopolitica” non possono essere sovvertite dalla “narrazione”. Tra “chi non teme ” U$rael verrà prima o poi un giocatore razionale che riterrà inutile continuare a “trattare” con uno psicopatico pesantemente armato e che concluderà che l’ unica risposta possibile non potrà che essere “ a brigante un brigante e mezzo”
Vorrei infatti far notare che la “strategia del pazzo” di Trump è una estenzione globale della “ strategia” di Israele in MO: suprematismo , messianismo , eccezionalismo, razzismo e totale disprezzo per tutti.
Ma a me non sembra che questa ottantennale ” strategia” israeliana abbia poi risolto i problemi di Israele. Certo, il caos in MO non è mancato, ma non mi sembra che gli “amici” ( Egitto, Turchia e Arabia ) per quanto “timorosi” siano così obbedienti, tanto meno che pure “il nemico “( Iran) sia tanto terrorizzato da “ arrendersi E perire”.
Anzi senza il continuo ( e autolesionistico) appoggio del suo Golem “occidentale” Israele avrebbe dovuto chiudere questa sua strategia già da un pezzo; quindi non vedo su quali solide basi poggi questo scimmiottamento americano che alla fine andrà a sbattere senza la protezione di nessun “ Grande Fratello”.
Gli U$A attuali infatti sono semplicemente un Golem della Grande Finanza, preda dei suoi deliri sempre più fuori dalla realtà.
Anzi proprio questa rapida deriva del MAGA verso questo “imperialismo terminale” segnala già il fallimento del movimento MAGA . Come infatti era facilmente prevedibile Trump NON può ricostruire un ‘ America che non c’è più perché I FATTI hanno sempre CONSEQUENZE e la scelta dell’ imperialismo finanziario ha distrutto per sempre gli USA di Pound e Twain.
Gli storici domani , esattamente come per la storia di Roma , indagheranno su quando sia stata compiuta questa “ svolta“ mortale e/o quando questa sia diventata irreversibile.
Io una qualche idea in merito ce l’ho e mi era chiaro che Trump avrebbe fallito esattamente come da noi mi fu facile prevedere che avrebbe fallito miseramente Craxi, unico esponente della prima repubblica che ne sia uscito con qualche dignità.
La storia infatti ci ricorda i “capi” e ce li consegna come “vincitori” o “vinti” come se fosse stato tutto nelle loro mani dimenticandosi sempre che all’ esito delle loro scelte contribuiscono sempre fondamentalmente le risorse umane e materiali di cui disponevano. Nessun “grande generale ” può vincere guidando un “esercito di Pulcinella”.
Un ‘ altra interessante questione è questa elite “ repubblicana “ che guida ora gli U$A. Soprattutto questo pugno di Colby , Miller , Vance , Rubio ect. che vorrebbero ritornare ai fasti della “frontiera” e che rappresentano una giusta reazione alle politiche volute dai grandi “finanzieri” i quali detengono il controllo del partito democratico, dimenticandosi però che sono altrettanti “grandi imprenditori” della stessa etnia che riforniscono di dollari anche il loro partito.
Questi “ repubblicani” si considerano gli eredi della elite di “calvinisti” che ha fondato e diretto gli USA fino a farli diventare “grandi” .
Il calvinismo è una programmatica imitazione dell’ ebraismo “placcata” di cristianesimo e come tale una religione funzionale agli scopi precipui di una Setta intesa come una elite che vuole dominare il mondo operando slegata da ogni vincolo e usando ogni mezzo grazie al proclamato proprio eccezionalismo di un diretto rapporto con Dio.
Un “dio” che però è essenzialmente “mammona” data la loro smodata adorazione del danaro , del potere e di una ricchezza mostrata a pubblica affermazione della ricevuta “benevolenza divina”.
Per capire questa mentalità è molto istruttivo il film “ the good shepard”, soprattutto in quel passaggio in cui il protagonista risponde al capomafia con cui sta ordendo un intrigo a Cuba: “noi possediamo l’ America e voi siete qui solo di passaggio”
Bene, ovviamente non è così e la vecchia elite calvinista oggi possiede l’ America solo “in società” con una elite finanziaria ed economica dei “fratelli maggiori” i cui interessi non coincidono esattamente con quelli della vecchia elite americana.
E altrettanto ovviamente c’è chi dovrebbe essere “lì solo di passaggio” piuttosto che per restare; invece ci resterà.
In conclusione, le attuali contraddizioni del sistema americano sono enormi e richiederebbero troppo lungo tempo per essere digerite.
La scelta quindi sarà , come sempre, di scaricarle all’ esterno, perché nella innata visione americana di un mondo “a somma zero” “ beggar thy neighbour” è sempre la soluzione più semplice.
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Il 3 gennaio 2026, gli Stati Uniti hanno scritto una nuova pagina della Dottrina Monroe con l’Operazione Absolute Resolve: l’estrazione militare di Nicolás Maduro da Caracas in meno di tre ore. Ma dietro il blitz notturno emerge una realtà geopolitica più complessa: l’inefficacia dei sistemi di difesa russi S-300 e Buk-M2, mai collegati ai radar, rimasti in gran parte nelle casse d’imballaggio originali. Un fallimento che solleva interrogativi strategici sulla capacità di Mosca di proiettare potenza oltre i teatri prioritari, con l’Ucraina che assorbe risorse critiche e limita il supporto agli alleati periferici. In questa puntata analizziamo con Gianfranco Campa (in collegamento dagli USA, analista di punta per italiaeilmondo.com), Cesare Semovigo e il direttore Giuseppe Germinario le dinamiche di un’operazione che riafferma il primato energetico americano sul Venezuela (303 miliardi di barili di riserve petrolifere) e ridefinisce gli equilibri nell’emisfero occidentale. Delcy Rodríguez assume la presidenza ad interim, mentre Trump annuncia l’ingresso delle major petrolifere USA per “ricostruire” il Paese—un caso di studio su realismo geopolitico, priorità strategiche russe e limiti del supporto militare extraterritoriale nell’era della competizione multidominio.
Temi trattati:
• Operazione Absolute Resolve: cronaca tattica e implicazioni strategiche del raid su Caracas • Armamenti russi in Venezuela: S-300, Buk-M2, Igla-S e il paradosso della deterrenza inutilizzata • Il peso della guerra in Ucraina sulle capacità di proiezione russa in America Latina • Petrolio venezuelano e interessi USA: dalla Dottrina Monroe al “Corollario Trump” • Delcy Rodríguez e la transizione: continuità chavista o nuova fase negoziale? • Russia, Cina e Iran: creditori esposti e ripercussioni sul debito sovrano venezuelano
Con: Gianfranco Campa – Analista geopolitico dagli Stati Uniti, contributor italiaeilmondo.com Cesare Semovigo – Esperto di dinamiche strategiche , tech-Ai , analista Osint Mil. Giuseppe Germinario – Direttore italiaeilmondo.com Un’analisi realista, senza polarizzazioni, che esamina la riaffermazione del primato regionale americano, i vincoli operativi della Russia post-invasione ucraina e le implicazioni per l’ordine internazionale. Dalla mancata risposta dei sistemi antiaerei alla silenziosa ritirata diplomatica di Mosca, fino alle dinamiche petrolifere che ridisegnano il cortile di casa statunitense.
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La geopolitica non è il fulcro della mia vita, anche se ultimamente l’urgenza civica mi ha costretto a dedicarle molto tempo. Sono quindi felice di prendermi una pausa per un momento e ripubblicare sul mio blog questa intervista realizzata lo scorso autunno a Tokyo con Kaho Miyake sulle relazioni interpersonali in Giappone e Francia. Kaho Miyake è una brillante critica letteraria e saggista, originariamente specializzata nel Man’yōshū (antologia di poesia classica). Analizza la letteratura giapponese moderna e contemporanea, i manga e il cinema dal punto di vista della famiglia, in particolare i rapporti tra genitori e figli o tra uomini e donne.
Qui discutiamo della cultura e della società giapponese attraverso il prisma della famiglia.
Kaho Miyake
Dialogo tra Kaho Miyake ed Emmanuel Todd
“Figli” e “Padri”, ma non “Mariti”: gli uomini giapponesi
(Pubblicato in ‘Shukan Bunshun’)
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Todd: Innanzitutto, vorrei sottolineare che in “La sconfitta dell’Occidente” distinguo due Occidenti. C’è l’Occidente in senso stretto, il nucleo individualista costituito da Stati Uniti, Regno Unito e Francia, basato sulla famiglia nucleare (dove i rapporti genitori-figli sono liberali). E poi c’è l’Occidente in senso più ampio, che include paesi come Giappone e Germania, che sono società basate sulla famiglia di base (eredità al figlio maggiore, rapporti genitori-figli autoritari, disuguaglianza tra fratelli); questi paesi autoritari sono stati integrati nel sistema americano dopo la guerra.
Miyake: Leggo i tuoi libri con grande interesse da molto tempo, ma una domanda continua a tormentarmi. Paragoni spesso il Giappone e la Germania come paesi patrilineari, ma vorrei chiederti del legame tra la famiglia patrilineare e le scrittrici.
Il Giappone vanta un numero eccezionalmente elevato di scrittrici a livello mondiale, in particolare nei periodi Nara e Heian. Tuttavia, con l’emergere della famiglia ancestrale nel Medioevo e il suo consolidamento dall’era premoderna a quella moderna, la presenza di scrittrici è andata diminuendo. Ciononostante, oggi sono di nuovo molto attive e stanno guadagnando popolarità all’estero.
In confronto, la letteratura tedesca conta molte meno scrittrici. Esiste un legame tra la struttura del nucleo familiare, il tasso di alfabetizzazione femminile e questo fenomeno?
Todd: Ottima osservazione! Il paragone tra Giappone e Germania è uno dei grandi interrogativi della mia vita di ricercatore. Sebbene questi paesi condividano somiglianze dovute alla famiglia allargata, ci sono molte differenze. Ad esempio, quando faccio una battuta a una conferenza, i giapponesi ridono, anche se la mia battuta è brutta, per cortesia, e i tedeschi non ridono, anche se è bella (ride). I tedeschi non hanno lo stesso senso dell’umorismo dei giapponesi. Questa è una differenza più significativa di quanto si possa pensare, ed è molto indirettamente correlata alla condizione femminile e alla presenza di scrittrici.
La famiglia allargata, a differenza della famiglia nucleare anglo-americana o francese, è una forma di famiglia che plasma l’individuo. Tuttavia, questo grado di costrizione è più debole in Giappone che in Germania. Come rivelato da Akira Hayami, il padre della demografia storica giapponese, la famiglia a radice ha raggiunto la sua forma definitiva in Giappone durante l’era Meiji, quindi la sua storia lì è forse un po’ più recente che in Germania. Ma solo di poco. Forse dovremmo distinguere tra una famiglia allargata rigida (Germania) e una famiglia allargata morbida (Giappone).
Durante le mie oltre venti visite in Giappone, ho spesso assistito a una dimensione di libertà, quella di un “uomo naturale”, tra i giapponesi, altrimenti così educati e disciplinati. Superiori e subordinati, il cui rapporto gerarchico dovrebbe essere rigido, discutono apertamente bevendo qualcosa. Un giornalista giapponese una volta ha parlato di “democrazia giapponese dopo le 17:00” (risate). Questa è una scena che non ho mai osservato in Germania, un paese con una struttura familiare intransigente.
Miyake: Forse questa è un’applicazione di quello che lei chiama il principio del conservatorismo nelle aree periferiche. La famiglia nucleare, che riteniamo nuova, è in realtà la forma più primitiva (vicina allo stato di natura). Proprio come parole antiche sopravvivono in aree lontane dal centro, la forma familiare vicina alla famiglia nucleare dell’Homo sapiens arcaico (l’uomo naturale) si trova nelle periferie del continente eurasiatico. Tra i tipi di radici familiari, il Giappone è più periferico e sarebbe quindi più vicino all'”uomo naturale” rispetto alla Germania.
Todd: Esatto! Se consideriamo la posizione geografica e le differenze culturali nel contesto dell’Asia orientale, anche all’interno della stessa sfera confuciana (il confucianesimo incarna i valori della famiglia staminale), possiamo dire che l’ordine di prossimità all'”uomo naturale”, dalla periferia, è: 1) Giappone, 2) penisola coreana e 3) Cina.
Tornando al paragone tedesco-giapponese, non percepisco questo aspetto maschile naturale nei tedeschi, soprattutto nelle relazioni uomo-donna. L’aspetto maschile naturale dei giapponesi è certamente legato all’esistenza di scrittrici alle origini della civiltà giapponese. Ho apprezzato molto la lettura di ” Il libro del cuscino” ( Makura no Sōshi ) di Sei Shōnagon; la letteratura classica scritta da donne ha indubbiamente lasciato un segno indelebile nella storia giapponese.
D’altro canto, il protestantesimo luterano, diffuso in tutta la Germania, ha un aspetto severo e violento (infatti, la mappa della distribuzione del luteranesimo corrisponde quasi a quella dei voti per il partito nazista), ed è estremamente ostile alle donne. La “Vergine Maria”, simbolo di dolcezza materna nel cattolicesimo, è stata sostituita da Eva e dal peccato originale tra i luterani, trasformando le donne in simboli del male.
Se osserviamo i tassi di iscrizione all’università oggi, negli Stati Uniti e in Francia le donne superano in numero gli uomini, ma non è così in Germania.
Miyake: Anche in Giappone, se includiamo i junior college (università a ciclo breve), la percentuale di donne è più alta. A questo proposito, leggi spesso letteratura giapponese?
Todd: Non ho molta familiarità con gli autori contemporanei, ma ho letto Jun’ichirō Tanizaki e Yasunari Kawabata con grande entusiasmo. In ogni caso, ho sempre letto letteratura giapponese per piacere, mentre non ho mai letto romanzi tedeschi per intrattenimento (ride). Ciò che apprezzo nei romanzi (e non necessariamente nei romanzi rosa) sono le sottigliezze dei rapporti tra uomini e donne, e questo non lo trovo nella letteratura tedesca.
Il modo in cui Kawabata o Tanizaki vedono le donne è normale per me. Vale a dire, le trovano belle e attraenti. La letteratura giapponese e quella francese sono forse le due “grandi” quando si tratta della complessità psicologica dell’erotismo. Questa comunanza franco-giapponese probabilmente non esiste in Germania. Spero che questa intervista non venga tradotta in tedesco (ride).
Detto questo, ritengo che ci siano anche grandi differenze tra Giappone e Francia in termini di relazioni uomo-donna.
Miyake: Che tipo di differenze?
Todd: Il tema classico della letteratura giapponese è la scarsa comunicazione all’interno delle coppie. La prima opera di Tanizaki che ho letto è stata La Chiave (sottotitolata La Confessione impudica in francese). È la storia di una coppia in cui ognuno legge segretamente il diario dell’altro, ma scrive per essere letto, e il libro in definitiva descrive qualcosa di peggio della mancata comunicazione. Al contrario, le relazioni tradizionali uomo-donna in Francia erano più vicine a una sorta di amicizia o cameratismo. Tra l’altro, ovviamente non sono riuscito a leggere Yukio Mishima.
Miyake: Il critico Norihiro Katō ha analizzato il Giappone del dopoguerra attraverso i concetti di Honne (sentimenti autentici) e Tatemae (principio di facciata/ostentato). La cultura giapponese privilegia le regole del Tatemae all’interno del gruppo, pur consentendo agli individui di condividere il proprio Honne durante incontri informali, come un drink. Secondo la sua terminologia, signor Todd, il Tatemae starebbe dalla parte della “famiglia” e l’Honne dalla parte dell'”uomo naturale”. Ma questa dualità non si limita al periodo postbellico.
Ad esempio, in The Dancer (Maihime) di Mori Ōgai, che studiò in Germania durante l’era Meiji, il protagonista, un giovane con una promettente carriera, si innamora di una donna tedesca.
La Danzatrice suscitò scalpore perché esprimeva a parole il conflitto, l’Honne, nato dalla divisione tra l'”io che vive per lo Stato” e l'”io individuale che ama una donna”. Fu proprio grazie a questo linguaggio letterario gentile, specifico dell'”uomo naturale”, che autori come Tanizaki e Kawabata riuscirono a esprimere la loro Honne in quanto uomini. Tuttavia, non appena gli uomini giapponesi si ritrovano in un gruppo, soffocano questa Honne e finiscono inevitabilmente per irrigidirsi.
Todd: Questo può essere compreso attraverso un approccio antropologico. Cos’è il sistema patrilineare della discendenza familiare, ovvero il principio di dominio maschile? È la superiorità degli uomini come gruppo. In altre parole, gli uomini sono forti come collettività, non come individui. L’uomo, come individuo all’interno del gruppo, si limita a obbedire all’ordine stabilito e ha un’esistenza debole, come un bambino. Ho capito qualcosa parlando con diverse coppie che vivono a Parigi, composte da uomini francesi e donne giapponesi. Mentre gli uomini francesi considerano le loro mogli giapponesi come loro pari, le donne giapponesi trovano i loro mariti francesi virili. Probabilmente ritengono che “essere in grado di decidere da soli” equivalga a essere “virili”. Paradossalmente, gli uomini sono più infantili (deboli) nelle società familiari patrilineari che in quelle nucleari.
Miyake: Questi bambini sono, in altre parole, figli e padri, ma non mariti. Nel mio libro ” Perché mi piace leggere persone che parlano bene” (titolo provvisorio), ho sottolineato un elemento comune tra il film ” Il ragazzo e l’airone” di Hayao Miyazaki e il romanzo ” La città e le sue mura incerte” di Haruki Murakami . Il fatto che l’eroina sia la Madre. In altre parole, il desiderio di innamorarsi della propria madre prima di nascere e di essere generati da lei; non è forse questo il desiderio comune a entrambe le opere?
In nessuna delle due opere compare una donna che interpreta il ruolo di moglie. L’immagine della madre è più forte di quella della moglie. Questo significa che prevale la consapevolezza di sé come figlio, piuttosto che come marito. Eppure c’è la prospettiva del padre che si chiede: “A chi trasmetterò il mio lavoro?”. In breve, sono figli e padri, ma non mariti.
Perché in Giappone il legame genitore-figlio è più forte del legame coniugale? Perché viene rappresentata la relazione verticale genitore-figlio mentre viene ignorata la relazione orizzontale di coppia? Credo che questo illustri un problema della società giapponese nel suo complesso. Soprattutto nelle prime opere di Murakami, ci sono molte scene in cui il protagonista tace dopo che la moglie gli dice: “Non so cosa stai pensando”. Poiché in Giappone non esiste un modello di relazione coniugale egualitaria, gli uomini si trovano di fronte a una scelta binaria: essere un padre patriarcale o un marito silenzioso.
Todd: Ascoltandoti, mi dispiace ancora di più di non poter leggere i tuoi libri.
Miyake: Questo problema è ancora più evidente oggi, dato che è diventata la norma che entrambi i coniugi lavorino. Molte donne trovano problematico il fatto che gli uomini della loro età vogliano che diventino mogli simili alle loro madri.
Todd: Anche se in Giappone la convivenza con i genitori è in calo e le famiglie nucleari sono in aumento, i valori basati sulla famiglia di origine non stanno scomparendo così facilmente.
Miyake: Esatto. Una caratteristica della Generazione Z giapponese non è l’odio per i genitori, ma piuttosto l’amore per loro, e sempre più giovani non lasciano la casa paterna.
Todd: Ho anche una domanda. Come nel Regno Unito, negli Stati Uniti e in Scandinavia, la bisessualità è in aumento tra le giovani donne in Francia. E in Giappone?
Miyake: Ci sono persone bisessuali dalla nascita, ma non credo che ce ne siano ancora molte. Ciò che sta aumentando in Giappone è l'” Oshikatsu” , l’atto di supportare e amare appassionatamente idol o personaggi degli anime. I giovani giapponesi tendono a preferire le relazioni virtuali a quelle reali.
Todd: Capisco. In ogni caso, stiamo parlando di Paesi che non cercano più di avere figli. Se i bambini scompaiono e la popolazione diminuisce, la società non ha altra scelta che scomparire. Questa è una crisi culturale comune ai Paesi sviluppati. La studio dal punto di vista dei sistemi familiari e delle strutture politico-economiche, ma questa crisi si sperimenta anche a livello individuale in una società che ha perso i suoi valori collettivi.
Miyake: Questo è il problema dello stato zero della religione e del nichilismo che lei sottolinea in ” La sconfitta dell’Occidente “. Tuttavia, la popolarità di “Oshikatsu” in Giappone e l’ascesa degli evangelici negli Stati Uniti non costituiscono una sorta di ritorno alla religione per sostituire le vecchie credenze?
Todd: Non credo proprio. Non ha nulla a che fare con le religioni del passato. Quella che una volta veniva chiamata religione aveva un sistema di credenze che abbracciava l’individuo, stabiliva standard morali e rendeva possibile l’azione collettiva. Al contrario, gli evangelici americani di oggi hanno un’interpretazione completamente folle della Bibbia, sostenendo che Dio distribuisce denaro o che i ricchi sono grandi. Se osassi usare il vocabolario religioso, direi che obbediscono all’Anticristo o praticano una setta di Satana.
Miyake: Capisco. Ma come possiamo comprendere questo stato zero di religione e nichilismo in Giappone, che non è un paese monoteista?
Todd: Lo stato zero della religione ha implicazioni diverse a seconda della cultura.
L’ambito più colpito è la sfera protestante, dove lo stato zero genera un particolare senso di vuoto e disperazione. Questo perché si tratta originariamente di una religione che proibisce severamente le immagini e ignora la bellezza. Dio e l’individuo sono collegati direttamente, senza intermediari, e il mondo terreno, che è per natura un intermediario, con la sua bellezza e le sue gioie della vita, viene rifiutato. Nello stato attivo della religione, questa fede rigorosa ha contribuito notevolmente all’innalzamento del livello di istruzione e dello sviluppo economico. Come ha sottolineato Weber, la prosperità dell’Occidente è stata principalmente determinata da questo dinamismo del protestantesimo.
Tuttavia, se perdiamo Dio, che era l’unica entità importante in relazione all’individuo, perdiamo tutto. Con la secolarizzazione e l’avvento dello Stato zero, possiamo paradossalmente cadere in un nichilismo estremo.
D’altra parte, in ambiti cattolici come Francia e Italia, lo stato zero della religione non ha conseguenze così gravi. In queste culture, dove la lotta protestante contro le immagini e la bellezza del mondo è fallita, le arti sono fiorite, la bellezza del mondo terreno e le gioie della vita sono state riaffermate, il che oggi ci permette di evitare di sprofondare nel nichilismo.
Come ha analizzato Ruth Benedict in Il crisantemo e la spada , la cultura giapponese, che giudica le cose in base all’estetica del bello e del brutto piuttosto che in base a criteri etici trascendenti del bene e del male, è vicina al cattolicesimo e può essere considerata resistente al nichilismo.
Miyake: Dici sempre che il problema del Giappone è il calo delle nascite. Indichi l’aumento del numero di giovani che rifuggono le relazioni sentimentali come causa, ma che dire della Francia?
Todd: In un tipico film americano, se un uomo e una donna iniziano a litigare, significa che sta per iniziare una storia d’amore. Il rapporto tra uomini e donne è fondamentalmente antagonistico. In Francia, invece, come ho detto, il rapporto tradizionale è più vicino all’amicizia o al cameratismo, e non è così antagonistico.
Tuttavia, il movimento #MeToo, nato nel mondo anglo-americano e che vede uomini e donne come antagonisti, si è diffuso anche in Francia. Questo potrebbe essere l’inizio di una parziale distruzione della cultura francese. Il fatto che uomini e donne non si amino più come amici sarebbe estremamente preoccupante.
Per quanto riguarda il calo delle nascite, si tratta di un fenomeno comune ai paesi sviluppati, ma i paesi dell’Asia orientale come Cina, Taiwan, Corea del Sud e Giappone si trovano in una situazione estrema. In Corea del Sud, il tasso di fertilità è dello 0,75. Questa è l’influenza della cultura confuciana: non solo le relazioni uomo-donna sono fragili, ma si dedica troppo tempo alla cura dei genitori. È ironico: rispettare troppo la famiglia significa ucciderla (causando un calo delle nascite).
Miyake: Il mio libro “Come può mia figlia uccidere sua madre?” (titolo provvisorio) analizza il rapporto madre-figlia attraverso diverse opere. In Giappone, i padri sono spesso assenti da casa ed è la madre a prendersi cura dei figli. Con i figli maschi, che sono di sesso opposto, si crea naturalmente una certa distanza, ma con le figlie femmine, che sono dello stesso sesso, le madri impongono tacitamente le proprie idee. Molte figlie ne soffrono. È una caratteristica della famiglia giapponese: il rapporto genitore-figlio, e in particolare quello madre-figlia, è sovraccarico, soprattutto perché il rapporto coniugale è fragile.
Todd: Capisco. Detto questo, anche nelle famiglie francesi il principio è che la madre svolga un ruolo predominante nell’educazione dei figli. Concordo con la tesi di Erich Fromm secondo cui l’errore di Freud fu quello di porre il rapporto padre-figlio al centro dei problemi familiari. Anche il mio problema non era con mio padre, ma con mia madre.
Miyake: Era severa?
Todd: Il problema era più che altro che non mi prestava molta attenzione, il che mi ha certamente dato grande libertà spirituale, ma era severa intellettualmente. Quando ero piccolo, se facevo un errore di lingua, mia madre, che era bilingue, mi diceva in inglese “Errore di categoria” (un termine logico, come dire “il numero è blu”) (ride).
Era una donna eccezionale, sorridente e bellissima. La sua risata era pura luce. Era un intenso mix di gioia e tristezza, generosità e avarizia, modestia e arroganza. Come figlia di Paul Nizan, era molto sicura di sé e mi confidò di essere più intelligente di mio padre (Olivier Todd), un famoso giornalista. Ed era vero!
Miyake: Grazie mille per questa interessante discussione.
Todd: Mi piacerebbe molto leggere i tuoi libri in francese. Sono sicuro che troveranno un pubblico.
(Interprete: Shigeki Hori)
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Donald Trump si è candidato due volte alla presidenza con un programma che includeva il suo desiderio di dare priorità assoluta alla normalizzazione delle relazioni con la Russia. “Non sarebbe bello se andassimo d’accordo con la Russia?”, disse Trump durante la sua campagna presidenziale del 2016. “Ho un ottimo rapporto con il presidente Putin”, dichiarò Trump nel settembre 2024.
Ma le cose non andarono come previsto. “Non c’è mai stato un presidente così duro con la Russia come lo sono stato io”, dichiarò Trump nel luglio 2018, riflettendo la realtà della politica russa della sua amministrazione: severe sanzioni economiche e sostegno militare all’Ucraina in cima alla lista dei suoi successi nei confronti di Mosca.
“Ho sempre avuto un ottimo rapporto con Vladimir Putin, ma gli è successo qualcosa”, dichiarò Trump nel maggio 2025. “È completamente impazzito! Ho sempre detto che vuole TUTTA l’Ucraina, non solo una parte, e forse si sta rivelando vero, ma se lo fa, porterà alla caduta della Russia!”
Lo yin e lo yang della relazione a fasi alterne di Trump con il presidente russo Vladimir Putin ha creato confusione tra gli osservatori di Trump ormai da un po’ di tempo.
Ma la realtà è che nemmeno Trump sa cosa vuole dalla Russia, perché le sue dichiarazioni non derivano da alcun impegno personale nei confronti della Russia o del suo leader riguardo al miglioramento delle relazioni, ma sono piuttosto sintomatiche di un uomo (Trump) che ha la tendenza a dire qualsiasi cosa, non importa quanto inverosimile, irrealistica e infondata, pur di ottenere ciò che lui (Trump) vuole.
Trump non cerca di stringere una vera amicizia né con Putin né con la Russia, ma piuttosto di fare in modo che Putin, in quanto leader della Russia, esegua i suoi ordini.
In breve, Trump vuole un rapporto tra Stati Uniti e Russia che sostenga l’obiettivo decennale degli Stati Uniti, fin dalla fine della Guerra Fredda nel 1991, di mantenere la Russia debole e completamente subordinata alla volontà degli Stati Uniti.
In questo, Trump non è diverso da Bill Clinton, George W. Bush, Barack Obama e Joe Biden, tutti ex presidenti che hanno perseguito politiche volte a indebolire e soggiogare la Russia e, forse ancora più importante, a indebolire e diminuire la capacità di Vladimir Putin di svolgere il ruolo di presidente della Russia.
Ci sono due cose che tutti questi leader hanno in comune quando si tratta della Russia. Innanzitutto, la convinzione che gli Stati Uniti abbiano vinto la Guerra Fredda, che crea un profilo psicologico di una Russia sconfitta, contribuendo a delineare una prerogativa politica coerente che pone gli Stati Uniti in una posizione di superiorità nella concezione di qualsiasi relazione tra Stati Uniti e Russia.
In secondo luogo, c’è l’infinita amarezza e il risentimento nei confronti del presidente russo Vladimir Putin per aver assecondato il copione scritto dai vincitori americani, optando invece per sollevare la Russia e instillare in lei un orgoglio nazionale che la pone al pari degli Stati Uniti.
Il presidente russo Putin interviene alla Conferenza sulla sicurezza di Monaco nel 2007
La famosa dichiarazione d’indipendenza di Putin, pronunciata alla Conferenza sulla sicurezza di Monaco nel 2007, sconvolse l’élite dell’establishment americano, profondamente infettata dalla russofobia, che si aspettava che Putin riprendesse il ruolo svolto dal primo presidente russo, Boris Eltsin, prostrandosi ai piedi del vincitore americano e vero salvatore della Russia.
Il “reset” delle relazioni del 2009 orchestrato da Barack Obama non è stato altro che un’operazione di cambio di regime mascherata da diplomazia, in cui gli Stati Uniti hanno cercato di sostituire Vladimir Putin con Dmitri Medvedev nella speranza che Medvedev si dimostrasse più accondiscendente. L’attuale resoconto di Dmitri Medvedev su X è la prova lampante che l’amministrazione Obama non aveva ben compreso l’ex presidente russo, né la Russia nel suo complesso.
La Russia non tornerà mai volontariamente alle condizioni che hanno causato il disastro degli anni ’90.
La Russia non subordinerà mai più il suo orgoglio nazionale, la sua cultura, la sua sicurezza e la sua storia ai capricci dell’Occidente.
Eppure è proprio questo che Donald Trump cerca oggi. Letteralmente, “o la faccio a modo mio o l’autostrada”, e l'”autostrada” di cui parla Trump è una rampa di uscita per l’inferno.
La politica di Trump nei confronti della Russia non si è mai discostata in modo significativo dal percorso strategico intrapreso fin dalla fine della Guerra Fredda.
Mantenere la Russia debole promuovendo l’indipendenza dell’Ucraina e incoraggiando l’integrazione dell’Ucraina nelle relazioni economiche e militari occidentali è stato un tema ricorrente fin dal 1991 e rimane in gran parte valido anche oggi.
E il controllo dell’economia russa – e, attraverso questo vettore, della sua stessa esistenza – è la componente fondamentale della politica di Trump nei confronti della Russia. L’obiettivo della politica sanzionatoria di Trump è il “collasso” dell’economia russa, il che significa il collasso della società russa e, con essa, del sistema politico russo.
Il rapporto economico che Trump immagina con una Russia post-conflitto è simile a quello che promuove con l’Ucraina: un forte coinvolgimento americano nelle attività principali come mezzo per esercitare un controllo diretto sulle politiche dei “partner” economici interessati.
Nel caso dell’Ucraina, questo si chiama “garanzie di sicurezza”.
Con la Russia, si tratta semplicemente di una resa economica.
Lo “spirito dell’Alaska”, promosso da funzionari russi e americani fin dal vertice di agosto tra Trump e Putin, non è altro che un sotterfugio, un lupo travestito da pecora che maschera i veri obiettivi politici dell’amministrazione Trump nei confronti della Russia.
Julia Gurganus, ex analista senior della CIA per la Russia
È un fatto poco noto che Julia Gurganus, ex analista senior della CIA per la Russia che, nel 2016-17, ha ricoperto il ruolo di responsabile dell’intelligence nazionale per la Russia e gli affari eurasiatici e, in questo ruolo, è stata responsabile della supervisione della produzione di una controversa valutazione della comunità di intelligence (ICA) che sosteneva che la Russia aveva colluso con Donald Trump per rubare le elezioni presidenziali del 2016, era sull’Air Force One mentre Trump volava in Alaska.
La missione di questo famigerato russofobo non era quella di informare il Presidente sulle possibilità di migliorare le relazioni tra Stati Uniti e Russia, ma piuttosto di come il Presidente avrebbe potuto usare il vertice dell’Alaska per mettere alle strette il Presidente Putin e creare la possibilità di far crollare il governo russo.
Gurganus era sull’Air Force One grazie all’intervento del suo capo, il direttore della CIA John Radcliff. Radcliff si era prodigato per insabbiare i peccati passati di Gurganus, declassificando un rapporto nel maggio 2025 che scagionava Gurganus da ogni illecito riguardante l’ICA del 2017 (purtroppo per Gurganus, la direttrice dell’intelligence nazionale Tulsi Gabbard condusse un’indagine più approfondita e onesta che dichiarò Gurganus colpevole, con conseguente revoca delle sue autorizzazioni di sicurezza e del suo impiego presso la CIA. Ma questo avvenne dopo il briefing sull’Air Force One).
Il compito di Gurganus non era quello di aiutare il presidente Trump a superare le macchinazioni politiche volte a normalizzare i rapporti con il presidente russo.
Non poteva essere, per il semplice fatto che lavorava per John Radcliff, e il suo compito era sconfiggere strategicamente la Russia e far cadere il governo di Vladimir Putin.
Questa era la missione che gli era stata affidata dal presidente Trump.
Radcliff e i suoi agenti paramilitari dello Special Activities Group della CIA avevano lavorato a stretto contatto con i servizi segreti e le forze speciali ucraine per pianificare ed eseguire attacchi strategici in profondità nel territorio russo. Erano stati strettamente coinvolti nell'”Operazione Spiderweb”, l’attacco dei droni ucraini contro i bombardieri strategici russi condotto nel giugno 2025. E la CIA ha pubblicamente ostentato il suo ruolo nel facilitare gli attacchi dei droni ucraini contro le infrastrutture di raffinazione del petrolio russe.
Ma il più grande indizio che la CIA e Trump non erano interessati alla pace con la Russia, ma stavano piuttosto usando la ricerca di una soluzione pacifica al conflitto russo-ucraino come copertura per un cambio di regime all’interno della Russia, è stato l’attacco del drone ucraino del 29 dicembre 2025 alla residenza personale di Vladimir Putin nella regione russa di Novgorod, eseguito mentre Putin era impegnato in colloqui telefonici con Donald Trump sulla fine della guerra in Ucraina.
Inizialmente Trump ha finto sgomento e rabbia. Ma in seguito ha definito la versione russa degli eventi una menzogna e ha accusato Vladimir Putin di inventarsi tutto.
Il problema per Trump era che l’attacco fallito aveva lasciato dietro di sé una scia di detriti, tra cui componenti di guida computerizzata intatti, contenenti le coordinate precise dell’obiettivo previsto (sì, la residenza di Putin) e dati sulla rotta che il drone avrebbe dovuto seguire.
Le “impronte digitali” americane erano ovunque su questo componente di guida, cosa che i russi sapevano quando il loro capo dell’intelligence militare consegnò uno di questi componenti intatti agli addetti militari statunitensi a Mosca.
La Russia conosce la verità.
E la verità è che gli Stati Uniti sotto la guida di Donald Trump puntano ancora alla sconfitta strategica della Russia.
Nulla è cambiato rispetto alle politiche di Joe Biden.
Di Barack Obama.
Del primo mandato di Donald Trump.
Il mese prossimo scadrà il trattato New START. Si tratta dell’ultimo trattato sul controllo degli armamenti tra Stati Uniti e Russia, che affonda le sue radici nell’eredità del controllo degli armamenti dell’era della Guerra Fredda. Il presidente russo Vladimir Putin ha indicato la sua disponibilità a implementare una moratoria di un anno sui “limiti” imposti dal New START, che limitano a 1.550 il numero di armi nucleari strategiche dispiegate per ciascuna parte del trattato.
Sebbene inizialmente Trump avesse espresso sostegno all’estensione del New START, più di recente ha espresso indifferenza per il destino del trattato, sostenendo di poterne negoziare uno migliore.
Christopher Ford
Qui dobbiamo prendere nota delle parole e delle azioni di Christopher Ford, ex assistente segretario di Stato statunitense per la sicurezza internazionale e la non proliferazione e sottosegretario per il controllo degli armamenti e la sicurezza internazionale, durante il primo mandato di Donald Trump.
Christopher Ford era responsabile della supervisione delle questioni relative al controllo degli armamenti tra Stati Uniti e Russia.
Christopher Ford ha contribuito a far naufragare il trattato INF nel 2019.
Christopher Ford è fermamente convinto che il controllo degli armamenti sia utile solo nella misura in cui consolida un vantaggio strategico degli Stati Uniti sui russi.
Christopher Ford è il volto della realtà del controllo degli armamenti del dopoguerra fredda.
In breve, Christopher Ford e le persone che la pensano come Christopher Ford ritengono che una corsa agli armamenti con la Russia sia meglio di un vero e proprio controllo degli armamenti.
Ecco perché ci stiamo dirigendo verso una corsa agli armamenti con la Russia e stiamo assistendo alla morte del controllo degli armamenti.
La domanda che oggi si pongono gli Stati Uniti e la Russia è: cosa si guadagna a portare avanti programmi che portano a risultati diversi?
Gli Stati Uniti chiedono alla Russia di cedere.
E la Russia non cederà.
Si dice che siamo sull’orlo di una nuova Guerra Fredda.
Perché non accettare semplicemente questo risultato?
Sì, la Guerra Fredda ci ha portato sull’orlo di una guerra nucleare.
John F. Kennedy affermò, a proposito della crisi missilistica cubana dell’ottobre 1962, che in quel momento c’era il 30% di probabilità che scoppiasse una guerra nucleare tra gli Stati Uniti e l’Unione Sovietica.
John F. Kennedy non voleva combattere una guerra nucleare con l’Unione Sovietica, quindi la evitammo.
Nel novembre 2024, alcuni membri selezionati del Congresso vennero informati dalla CIA che c’era più del 51% di probabilità che si sarebbe verificata una guerra nucleare tra Russia e Stati Uniti prima della fine dell’anno.
E l’amministrazione Biden ha dichiarato di essere d’accordo e di essere pronta a vincere una guerra del genere.
Solo l’elezione di Donald Trump ci ha allontanato da questa strada.
E Donald Trump ha appena cercato di uccidere il presidente della Russia.
Al confronto, la Guerra Fredda sembra piuttosto rosea.
La Guerra Fredda è stata dipinta come una lotta esistenziale tra due ideologie concorrenti e intrinsecamente incompatibili.
Ma la realtà era ben diversa.
Durante la Guerra Fredda, gli Stati Uniti e la Russia intrattennero intense relazioni diplomatiche.
Il turismo era possibile e incoraggiato.
Ci furono scambi culturali tra le nostre due nazioni.
Accademia specializzata in studi sull’area russa che ha formato gli studenti sulla realtà della Russia.
In breve, le nostre due nazioni si rispettavano a vicenda, in gran parte perché ci temevamo a vicenda. Sapevamo che qualsiasi sforzo concertato per sconfiggere strategicamente l’altra parte avrebbe portato a una distruzione reciproca assicurata, alimentata da armi nucleari.
La Guerra Fredda ha consentito l’avvio di un processo di controllo significativo degli armamenti, un processo basato sul rispetto reciproco e sulla necessità di reciproca affidabilità.
Ma la Guerra Fredda non fu tanto innescata da ideologie divergenti quanto piuttosto dal rifiuto sovietico di sottomettersi all’egemonia economica americana.
George Kennan
La maggior parte degli storici della Guerra Fredda indica il “Lungo Telegramma” di George Kennan del febbraio 1946 come l’inizio del processo che portò alla Guerra Fredda. La missiva di Kennan dipingeva un’Unione Sovietica in netto contrasto con le politiche e le priorità dell’Occidente. Questo telegramma diede avvio a quella che divenne nota come la “Dottrina Truman”, annunciata dal presidente Harry S. Truman nel 1947. La “Dottrina Truman” impegnò l’America al comunismo fornendo aiuti finanziari e militari a paesi come Grecia e Turchia minacciati dall’espansione sovietica. Stabilì il contenimento dell’Unione Sovietica come pietra angolare della politica statunitense. Queste idee furono poi trasformate in armi sotto forma di NSC-68, un documento top secret di 58 pagine che definiva formalmente l’obiettivo degli Stati Uniti di contenere il potere sovietico e l’ideologia comunista.
Kennan affermò in seguito che il suo lungo telegramma non aveva lo scopo di creare le basi ideologiche della Guerra Fredda e che il fatto che fosse stato utilizzato in questo modo era dovuto in gran parte a un’interpretazione errata dell’intento alla base della comunicazione.
La genesi del Lungo Telegramma non si basava sulla preoccupazione per il potere sovietico o per l’ideologia comunista in sé, ma piuttosto su un’indagine del Dipartimento del Tesoro sul motivo per cui l’Unione Sovietica era restia ad aderire alla Banca Mondiale e al Fondo Monetario Internazionale.
A quanto pare, Joseph Stalin non era molto favorevole al fatto che l’economia dell’Unione Sovietica fosse prigioniera di quello che sarebbe diventato “l’ordine internazionale basato sulle regole”.
L’incompatibilità intrinseca tra i sistemi economici statunitense e sovietico fu la vera causa principale della Guerra Fredda.
In Occidente si è diffuso un mito secondo cui gli Stati Uniti avrebbero sconfitto l’Unione Sovietica durante la Guerra Fredda, costringendo i sovietici a dichiarare bancarotta attraverso una corsa agli armamenti con gli Stati Uniti.
Ma i fatti non corrispondono al mito.
Secondo la maggior parte delle stime, tra la fine degli anni ’70 e l’inizio degli anni ’80 l’economia sovietica era entrata in una fase di relativa stagnazione per quanto riguarda i beni di consumo di base.
Questo è vero.
Ma l’economia sovietica funzionava.
La maggior parte dei cittadini sovietici in vita in quel periodo ricordano con affetto la società sovietica, perché non era, come la dipinge l’Occidente, una società in declino.
La sconfitta dell’Unione Sovietica non fu causata da forze esterne, ma piuttosto da forze interne. Il malgoverno di Mikhail Gorbaciov, acclamato dall’Occidente come un “riformatore”, è ampiamente considerato la genesi del crollo dell’Unione Sovietica.
Il desiderio di Gorbaciov di trasformare l’economia sovietica in un’economia consumistica di tipo occidentale andava controcorrente rispetto alla direzione politica intrapresa da Stalin nel 1946, ovvero evitare di essere consumati dalle organizzazioni e dai sistemi economici occidentali, perché ciò avrebbe significato la fine della sovranità sovietica.
Gorbaciov ignorò questo principio fondamentale, aprì l’Unione Sovietica alle idee economiche occidentali che poi vennero implementate in modo imperfetto, e il resto è storia.
Ma l’idea che l’Occidente abbia “sconfitto” l’Unione Sovietica non è semplicemente supportata dai fatti.
Le realtà della Guerra Fredda produssero una distensione.
Le realtà della Guerra Fredda hanno prodotto un vero e proprio controllo degli armamenti che ha cercato innanzitutto di porre fine alla corsa agli armamenti limitando la crescita dei rispettivi arsenali nucleari degli Stati Uniti e dell’Unione Sovietica, poi di ridurli, con l’obiettivo (espresso nel 1986) di eliminare del tutto le armi nucleari.
La realtà della Guerra Fredda permise a Ronald Reagan, un conservatore convinto, di smettere di chiamare l’Unione Sovietica “l’Impero del Male” e di ammettere che le nostre due nazioni potevano essere amiche.
Perché ci rispettavamo a vicenda.
Perché ci fidavamo l’uno dell’altro.
Oggi la realtà è che gli Stati Uniti non rispettano la Russia e non la rispetteranno finché non sarà finita la mitologia di una “vittoria” americana nella Guerra Fredda.
E dato il comportamento degli Stati Uniti nel corso dei tre decenni trascorsi dalla fine della Guerra Fredda, non potrà esserci alcuna possibilità di fiducia da parte della Russia finché gli USA crederanno di aver vinto la Guerra Fredda e perseguiranno politiche subordinate alla concessione da parte della Russia della propria sconfitta e della successiva sottomissione.
Abbiamo bisogno di un reset.
È tempo di tornare al futuro, replicando le esperienze di Marty McFly nel film “Ritorno al futuro”, dove torna indietro nel tempo per cambiare gli esiti che si manifestano nel presente.
Mosca durante la Guerra Fredda
Una nuova guerra fredda accetta come necessaria una nuova corsa agli armamenti nucleari, perché solo facendo rivivere la paura dell’annientamento nucleare gli Stati Uniti potranno mai impegnarsi in un controllo degli armamenti significativo basato su risultati reciprocamente vantaggiosi, in contrapposizione ai vantaggi unilaterali che gli Stati Uniti cercano di accumulare e sostenere oggi.
Una nuova Guerra Fredda richiederebbe un impegno diplomatico, il che significa che le istituzioni accademiche dovrebbero adattarsi alla necessità di veri esperti russi, e non degli ideologi anti-Putin che vengono attualmente prodotti.
Una nuova Guerra Fredda porterebbe i media tradizionali a modificare la loro copertura della Russia, se non altro perché i loro padroni del governo avrebbero bisogno di concentrarsi su soluzioni reali a problemi reali e non su soluzioni fittizie a problemi creati ad arte.
Una nuova Guerra Fredda costringerebbe gli Stati Uniti a riprogrammare l’intero approccio nei confronti della Russia, eliminando dalle proprie politiche l’idea della necessità di sostenere la Russia come una nazione sconfitta e soggiogata e riconoscendo invece la Russia come un paese pari, dotato di caratteristiche potenti, tra cui una civiltà unica e importante.
Una nuova Guerra Fredda imporrebbe la fine dell’irrazionale russofobia, se non altro perché gli Stati Uniti sarebbero costretti a conoscere la realtà di questo nuovo avversario.
È tempo di piantare un paletto nel cuore delle fallimentari politiche degli Stati Uniti post-Guerra Fredda nei confronti della Russia. Gli Stati Uniti devono essere completamente rieducati sulla realtà russa. Ciò è impossibile nell’attuale clima politico ideologico.
Ciò può accadere solo se torniamo indietro nel tempo, resuscitiamo la Guerra Fredda e poi cerchiamo un esito diverso.
Uno in cui le nostre due nazioni accettano di occupare il mondo in cui viviamo come pari, rinunciando per sempre sia all’idea della Russia come nazione sconfitta, sia alla necessità di un vincitore e di un perdente quando si tratta delle relazioni tra Stati Uniti e Russia.
Dobbiamo imparare a vivere insieme in pace, da pari.
Oppure morirete insieme come nemici.
Si tratta di un problema esistenziale che può essere affrontato solo in un contesto di Guerra Fredda.
Abbiamo bisogno di una nuova Guerra Fredda se vogliamo avere una possibilità di sopravvivenza.
Perché l’attuale stato delle relazioni tra Stati Uniti e Russia ci sta portando su un’autostrada per l’inferno, un viaggio di sola andata.