Italia e il mondo

Il caos democratico, di Bernard Lugan

Il caos democratico

Se oggi la Francia deve affrontare un rifiuto massiccio e globale in Africa, il disamore risale alla Conferenza franco-africana di La Baule, quando, nel 1990, François Mitterrand dichiarò che era a causa della mancanza di democrazia che il continente non riusciva a «svilupparsi». Condizionò quindi gli aiuti della Francia all’introduzione del multipartitismo. 

Il risultato di questo diktat democratico fu che, in tutta l’Africa francofona, la caduta del sistema monopartitico provocò una serie di crisi e guerre, poiché il multipartitismo esacerbò l’etnicismo e il tribalismo che fino ad allora erano stati contenuti e canalizzati nel partito unico.

Tuttavia, la democrazia del “one man, one vote” imposta all’Africa ha matematicamente dato il potere ai popoli, alle etnie o alle tribù con il maggior numero di elettori. Quello che ho definito “etno-matematica elettorale africana”, secondo cui i popoli più prolifici detengono automaticamente il potere derivante dalla somma dei voti.

Tuttavia, ancora una volta, sono stati proprio questi diktat elettorali, visti a livello locale come ingerenze neocoloniali, che hanno portato gradualmente all’espulsione della Francia, in particolare dalla regione del Sahel dove, a parte i funzionari francesi e i vampiri delle ONG, nessuno ha mai creduto alla farsa elettorale, un sondaggio etnico in grande stile e un rito destinato a soddisfare i donatori occidentali…

A più di trent’anni dall’ingiunzione rivolta all’Africa da François Mitterrand nel suo “discorso di La Baule” del 20 giugno 1990, la democrazia che egli postulava come rimedio ai mali del continente non ha portato né sviluppo economico, né stabilità politica e tanto meno sicurezza. 

Questo fallimento spiega perché paesi come il Mali, il Burkina Faso, la Guinea, il Ciad e la Repubblica Centrafricana abbiano deciso di voltare le spalle all’imperativo del «buon governo» e di instaurare o reintrodurre regimi autoritari. Assistiamo quindi sia alla fine di un ciclo che a un cambiamento di paradigma.

Tuttavia, se la democrazia elettorale non è riuscita a risolvere i conflitti africani, è a causa dell’inadeguatezza tra le realtà socio-politiche comunitarie radicate e un sistema politico importato basato sull’individualismo. Come avrebbe potuto attecchire il trapianto democratico europeo nell’Africa subsahariana, dove tradizionalmente l’autorità non era condivisa, dove la separazione dei poteri era sconosciuta e dove i capi detenevano attraverso la loro persona sia l’auctoritas che la potestas?

Come si è potuto far credere agli africani che fosse possibile trasporre la democrazia occidentale senza aver prima riflettuto sulla creazione di contro-poteri, sulle modalità di rappresentanza e di associazione al governo delle minoranze etniche condannate dall’etno-matematica elettorale a essere per sempre escluse dal potere?

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