Italia e il mondo

AI LETTORI DI ITALIA E IL MONDO

Ho ritenuto opportuno, a due anni di distanza, ripresentare il bilancio economico del sito.

A fronte di € 6.207,00 di spese, ho registrato € 1.307,00 di entrate in contributi volontari. Andamento analogo a quello registrato nel 2024.

Ringrazio sentitamente i circa quindici contributori, parte dei quali, per altro, collaboratori del sito, che hanno risposto all’appello durante l’anno. Non riesco a nascondere, però, la delusione e amarezza per l’esiguo numero di contribuenti a fronte di circa 1200 accessi dichiarati giornalieri al sito, 2300 iscritti al canale omonimo di YouTube, 600 iscritti al canale Telegram ed alcune migliaia su X. Gli accessi reali in realtà, come segnalato da aziende specializzate, sono almeno 7/8 volte più alti.

La differenza grava, quindi, interamente sulle tasche del responsabile, normalissimo cittadino, titolare della testata.

Il sito continua a subire continui e documentabili intralci, intromissioni, interferenze ed ostracismi che, oltre ad ostacolare la fluidità di gestione e la trasparenza del traffico reale di utenti, impediscono totalmente, con vari pretesti, di fruire di introiti pubblicitari. Una condizione che non potrà essere procrastinata ancora per molto tempo.

I fruitori professionali del sito, che so numerosi e molto spesso di orientamento opposto (diciamo istituzionale), dovrebbero sentirsi in dovere di contribuire. Agli altri rimane il segno di una partecipazione che consenta il proseguimento di una attività su base volontaria e particolarmente impegnativa.

Qui sotto le coordinate bancarie disponibili; in allegato il prospetto completo del bilancio. Un saluto, Giuseppe Germinario

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ESEGESI PRIMA DEL NATIONAL SECURITY STRATEGY OF THE UNITED STATES DEL NOVEMBRE 2025 (NSS 2025) NELLA DEFINIZIONE DELL’ ‘IMPERIALISMO IN FORMA’ DELL’AMMINISTRAZIONE TRUMP_di Massimo Morigi

ESEGESI PRIMA DEL NATIONAL SECURITY STRATEGY OF THE UNITED STATES DEL NOVEMBRE 2025 (NSS 2025) NELLA DEFINIZIONE DELL’ ‘IMPERIALISMO IN FORMA’ DELL’AMMINISTRAZIONE TRUMP E PER LA COMPRENSIONE         DELLA          CRISI         DI           “LIMES”  NELL’ ERMENEUTICA DEL REPUBBLICANESIMO GEOPOLITICO  DEL    PENSIERO  MAZZINIANO      SULLA      MISSIONE        DELL’ITALIA  E         DELLA      TERZA      ROMA

Di Massimo Morigi

           Fra i vari commenti degli osservatori indipendenti dal mainstream sul  National Security Strategy of the United States of America del novembre 2025 (quelli del mainstream  lo hanno liquidato come semplice retorica antieuropea e, quando va bene, come frutto della confusione strategica e culturale dell’amministrazione Trump, senza addentrarsi in analisi un pochino più raffinate perché queste, inevitabilmente, riguarderebbero anche la loro intima  corruzione di agenti al servizio di interessi non nazionali. NSS 2025 all’URL Wayback Machine http://web.archive.org/web/20251205045339/https://www.whitehouse.gov/wp-content/uploads/2025/12/2025-National-Security-Strategy.pdf), un punto su cui l’unanimità è stata pressoché concorde nell’affermare o  sottintendere che  in questo documento viene riproposto con una fortissima verve ideologica il concetto di ‘civiltà occidentale’. Ma, sorpresa delle sorprese, questa locuzione non trova cittadinanza nel documento. L’unico passaggio dove l’aggettivo ‘western’ è semanticamente rafforzativo del  concetto di civiltà è a pagina 5 del documento dove si afferma: «We want to support our allies in preserving the freedom and security of Europe, while restoring Europe’s civilizational self-confidence and Western identity», dove  è ben chiaro che quello che si deve difendere e rimettere in asse non sono vaghi valori di una civiltà ma la sicurezza geopolitica del Vecchio continente, una sicurezza geopolitica dove ha sì una grande importanza la ‘Western identity’ ma  in cosa consista questa identità occidentale non viene meglio spiegato, a meno che non le si voglia dare (o meglio suggerire) la valenza etnico-europea della c.d. razza bianca da contrapporre alle ondate migratorie più o meno colorate, come in effetti verrà mostrato in questa comunicazione.

            A pagina 11 del documento, nel secondo luogo  dove si parla di civiltà, viene qui abbandonato qualsiasi esplicito riferimento alla ‘Western identity’ e si cerca di meglio definire in cosa consista questa civiltà senza però assegnarle uno specifico caratterizzante marcatore geografico d’origine, con esiti alquanto deludenti, lasciamo perdere dal punto di vista più o meno scientifico ma anche sotto l’aspetto puramente retorico: «Competence and Merit – American prosperity and security depend on the development and promotion of competence. Competence and merit are among our greatest civilizational advantages: where the best Americans are hired, promoted, and honored, innovation and prosperity follow. Should competence be destroyed or systematically discouraged, complex systems that we take for granted – from infrastructure to national security to education and research – will cease to function. Should merit be smothered, America’s historic advantages in science, technology, industry, defense, and innovation will evaporate. The success of radical ideologies that seek to replace competence and merit with favored group status would render America unrecognizable and unable to defend itself. At the same time, we cannot allow meritocracy to be used as a justification to open America’s labor market to the world in the name of finding “global talent” that undercuts American workers. In our every principle and action, America and Americans must always come first.» La civiltà si definisce quindi attraverso le virtù che essa coltiva, in primo luogo (o esclusivamente?) la competenza e il merito e, a parte questa sciocca e debole retorica, è chiaro che qui non si può parlare di Europa – per forza della suo stato delle cose anticompetitivo e burocratizzato in tutti i gangli delle varie società europee e, soprattutto, in ragione della cappa soffocante messa in atto dall’UE – e se si parla di America lo si fa non attribuendo all’America il primato sulla competenza e il merito (implicitamente si ammette che queste virtù risiedano anche all’estero) ma sottolineando il fatto che questi valori  devono essere ristabiliti negli Stati Uniti. La realtà è che su questa retorica del merito e della competenza, l’Europa, molto giustamente lo si ribadisce, non può certo venire menzionata mentre per l’America, e anche qui dal documento si manifesta una innegabile verità,  si tratta da valori da ristabilire ma anche che però, soprattutto, su questa linea di narrazione incombe, non nominata,  quella statua del commendatore  che va sotto il nome di Cina, la cui filosofia confuciana dell’ordine, del merito e della gerarchia è proprio alla base del suo sviluppo, una Cina vero e proprio  ‘innominato’ nell’ambito della retorica del merito anche se in altri luoghi del documento, ovviamente, trova la sua debita trattazione nel corso di un discorso più classicamente geopolitico e meno legato alla considerazione di fattori sovrastrutturali e/o culturali.

          Dalle pagine 25-27 del documento viene impiegato per le ultime due volte il concetto di civiltà, appaiandolo  come nel primo esempio col sostantivo di ‘Europa’ e a buon ragione perché il discorso che vi si sviluppa inizialmente (ma per poi prendere in finale, come vedremo, una torsione tutta particolare) è essenzialmente di natura geopolitica, un geopolitica di stampo classico dove apparentemente in maniera esclusiva ed esaustiva  viene sviluppato un ragionamento sulle masse territoriali euroasiatiche: «C. Promoting European Greatness. American officials have become used to thinking about European problems in terms of insufficient military spending and economic stagnation. There is truth to this, but Europe’s real problems are even deeper. Continental Europe has been losing share of global GDP – down from 25 percent in 1990 to 14 percent today – partly owing to national and transnational regulations that undermine creativity and industriousness. But this economic decline is eclipsed by the real and more stark prospect of civilizational erasure. The larger issues facing Europe include activities of the European Union and other transnational bodies that undermine political liberty and sovereignty, migration policies that are transforming the continent and creating strife, censorship of free speech and suppression of political opposition, cratering birthrates, and loss of national identities and self-confidence. Should present trends continue, the continent will be unrecognizable in 20 years or less. As such, it is far from obvious whether certain European countries will have economies and militaries strong enough to remain reliable allies. Many of these nations are currently doubling down on their present path. We want Europe to remain European, to regain its civilizational self-confidence, and to abandon its failed focus on regulatory suffocation. This lack of self-confidence is most evident in Europe’s relationship with Russia. European allies enjoy a significant hard power advantage over Russia by almost every measure, save nuclear weapons. As a result of Russia’s war in Ukraine, European relations with Russia are now deeply attenuated, and many Europeans regard Russia as an existential threat. Managing European relations with Russia will require significant U.S. diplomatic engagement, both to reestablish conditions of strategic stability across the Eurasian landmass, and to mitigate the risk of conflict between Russia and European states. It is a core interest of the United States to negotiate an expeditious cessation of hostilities in Ukraine, in order to stabilize European economies, prevent unintended escalation or expansion of the war, and reestablish strategic stability with Russia, as well as to enable the post-hostilities reconstruction of Ukraine to enable its survival as a viable state. The Ukraine War has had the perverse effect of increasing Europe’s, especially Germany’s, external dependencies. Today, German chemical companies are building some of the world’s largest processing plants in China, using Russian gas that they cannot obtain at home. The Trump Administration finds itself at odds with European officials who hold unrealistic expectations for the war perched in unstable minority governments, many of which trample on basic principles of democracy to suppress opposition. A large European majority wants peace, yet that desire is not translated into policy, in large measure because of those governments’ subversion of democratic processes. This is strategically important to the United States precisely because European states cannot reform themselves if they are trapped in political crisis. Yet Europe remains strategically and culturally vital to the United States. Transatlantic trade remains one of the pillars of the global economy and of American prosperity. European sectors from manufacturing to technology to energy remain among the world’s most robust. Europe is home to cutting-edge scientific research and world-leading cultural institutions. Not only can we not afford to write Europe off – doing so would be self-defeating for what this strategy aims to achieve. American diplomacy should continue to stand up for genuine democracy, freedom of expression, and unapologetic celebrations of European nations’ individual character and history. America encourages its political allies in Europe to promote this revival of spirit, and the growing influence of patriotic European parties indeed gives cause for great optimism. Our goal should be to help Europe correct its current trajectory. We will need a strong Europe to help us successfully compete, and to work in concert with us to prevent any adversary from dominating Europe. America is, understandably, sentimentally attached to the European continent – and, of course, to Britain and Ireland. The character of these countries is also strategically important because we count upon creative, capable, confident, democratic allies to establish conditions of stability and security. We want to work with aligned countries that want to restore their former greatness.  Over the long term, it is more than plausible that within a few decades at the latest, certain NATO members will become majority non-European. As such, it is an open question whether they will view their place in the world, or their alliance with the United States, in the same way as those who signed the NATO charter [evidenziazione nostra].» Insomma, per farla breve: al netto della sparata che bisogna ristabilire la democrazia in Europa (il bue che dà del cornuto all’asino…), bisogna andare d’accordo con la Russia perché la geopolitica ci insegna che Europa e Russia fanno parte della stessa massa continentale euroasiatica e sopratutto, passaggio finale che va analizzato attentamente e da noi proprio per questo graficamente evidenziato, la Nato dovrà progressivamente essere abbandonata non tanto perché in linea di principio di ostacolo verso questo appeasement con la Russia (ed anche perché troppo costosa, entrambe queste verità non menzionate) ma perché, udite, udite, le migrazioni favorite dalla politica  dell’Unione Europea e dalla maggioranza dei suoi singoli paesi favorendo una sostituzione razziale all’interno di questi paesi alterano l’originaria composizione etnica dell’Europa e la  rendono così meno affidabile dal punto di vista del mantenimento degli originari obiettivi militari dell’Alleanza atlantica, diversamente dal passato quanto il Vecchio continente era omogeneo dal punto di vista etno-culturale e una NATO composta da questi paesi era totalmente affidabile e quindi strutturalmente inadeguata a proseguire finalità che non fossero la difesa della pace e la protezione contro le mire espansionistiche dell’Unione Sovietica.  

          A questa nostra chiosa che segnala che alla fine del passaggio evidenziato si fuoriesce da un discorso geopolitico di vecchio stampo dove quello che conta è essenzialmente la geografia e come questa quasi deterministicamente condizioni il comportamento degli attori sullo scenario internazionale,  si potrebbe ribadire che, in realtà, l’accusa mossa contro l’Europa è quella di favorire l’immigrazione musulmana (oggettivamente creatrice di terribili problemi nei paesi che ne ha accettato l’apporto) e che se questa non viene menzionata in termini espliciti è perché A) negli Stati Uniti sono presenti comunità musulmane e quindi non è utile pestare la coda al cane che più o meno dorme e B) la proiezione imperialistica degli Stati Uniti non consente di disprezzare apertamente l’Islam o coloro che lo professano e, in parte, molto piccola parte, ammettiamo che sono  pur presenti queste preoccupazioni ma il punto è che, se si voleva segnalare il problema unicamente dal punto di vista etno-cultural-religioso senza però voler offendere nessuno, senza volere cioè volere offendere l’Islam in quanto religione, sarebbe bastato affermare che l’Europa per colpa di queste immigrazioni non europee sta fiaccando e perdendo le sue radici cultural-religiose, sta cioè diventando una continente dove il cristianesimo rischia di diventare minoritario ed alterando quindi la sua tradizione spirituale che invece, non perché migliore delle altre ma perché costituente l’intima struttura vitale ed espressiva di queste società, deve essere tutelata. Ma il documento si guarda bene dal fare questa osservazione e quindi non si può che concludere che la preoccupazione del documento riguardo l’Europa è rivolta (almeno dal punto di vista di una retorica non dichiarata ma chiaramente sottesa) al rischio che il Vecchio continente diluisca fino ad annullarla la sua storicamente maggioritaria  ed egemone componente etnica c.d. ariano-caucasica, cioè, detto ancor più semplicemente, che la c.d. razza bianca divenga una componente minoritaria soverchiata dalle altre “razze” più o meno variamente colorate.

          Alla luce quindi di questa ‘interpretazione autentica’ della retorica sottesa al documento National Security Strategy of the United States of America del novembre 2025 (una Weltanschauung i cui punti riferimento sono Joseph Arthur de Gobineau,  Friedrich Maximilian Müller e Houston Stewart Chamberlain) ed evidenziando altresì che l’ ‘imperialismo in forma’ dell’amministrazione Trump, oltre alla concreta applicazione pratica ed anche teorica di un realismo politico totalmente schematico ed antidialettico ma comunque con maggiori potenzialità performative rispetto alle precedenti impostazioni neocon e democratiche basate sulla mistica parareligiosa della democrazia e dei diritti umani,  sembra anche stare ripercorrendo  il tragitto cultural-retorico del vecchio imperialismo otto-novecentesco del fardello dell’uomo bianco,  due considerazioni, una nient’affatto extravagante riguardo al tema di questa comunicazione, la seconda, invece, apparentemente eccentrica rispetto allo stesso ma, invece, strettamente correlata con la prima. Veniamo subito alla considerazione apparentemente eccentrica e riguarda la crisi di “Limes”.  Senza stare a ripercorrere nel dettaglio nei nomi dei protagonisti di questa crisi e nelle loro motivazioni che li hanno indotti a lasciare la rivista, perché proprio non ne varrebbe la pena, possiamo dire che l’idea fondante di “Limes” sin dai suoi esordi è stata quella di assumere il ruolo machiavelliano di consigliere del Principe, un ruolo che, concretamente, era affidato alla notevole capacità affabulatoria  del suo direttore e fondatore Lucio Caracciolo, solo che, “piccolo” dettaglio A) questa grande capacità affabulatoria, pur appoggiata nella maggior parte di casi, su una corretta conoscenza empirica delle varie realtà nazionali che si muovono sullo scenario internazionale, è sempre stata assolutamente refrattaria ad adottare una pur minima visione teorica non solo di questo scenario ma anche delle forze politico-sociali che si muovono e scontrano all’interno di questi paesi, e non è certo sufficiente a coprire questa deficienza teorica proclamare ad ogni piè sospinto che “Limes” si rifà integralmente al realismo politico se questo realismo non viene meglio precisato nelle sue articolate e dialettiche fonti teoriche e quando citate ed approvate non se ne opera una debita storicizzazione e, soprattutto, in parallelo a questa gracile e rachitica ermeneutica geopolitica, il realismo che ne risulta –  cioè in “Limes” che non ne risulta – non viene calato concretamente nell’analisi  concreta delle varie realtà nazionali, le quali in “Limes” vengono sì empiricamente riconosciute ma mai dinamicamente inquadrate dialetticamente sia per quanto riguarda gli agenti strategici interni sia sotto il punto di vista degli agenti strategici operanti sullo scenario internazionale.   Insomma, a “Limes” il compianto Gianfranco La Grassa e la sua teoria degli agenti strategici risultano ampiamente non pervenuti, cosa che invece, pur nella modestia dei suoi mezzi, può ben essere rivendicata dall’ “Italia e il Mondo”, come anche, nella modestia dei suoi mezzi intellettuali, risulta pervenuta al sottoscritto attraverso il paradigma del Repubblicanesimo Geopolitico. Ma come si dice, si potrebbe predicare male (cioè nel caso di “Limes” col suo realismo dimidiato, non sufficientemente bene) ma razzolare bene ma è proprio sul realismo concretamente praticato ed applicato pro domo sua la falla maggiore di “Limes”, perché l’idea di fungere da consigliere del Principe può avere un pur minimo senso se esiste un Principe che voglia veramente insignorirsi di una data realtà territoriale, cosa che invece non esiste in Italia perché la sua forma di potere politico può essere definita, come ho affermato nel mio precedente intervento sull’ “Italia e il Mondo”, una ‘polioligarchia eterodiretto-competitiva’: insomma gli agenti strategici nazionali  non aspettano certo i consigli del Caracciolo di turno ma prendono ordini e consigli direttamente dagli Stati Uniti. Da qui la crisi di “Limes” che si inserisce nel quadro in radicale e tumultuoso mutamento che se un tempo gli agenti strategici nazionali potevano sopportare di buon grado e far finta di gradire le edulcorate lezioncine di “Limes” che nell’ambito di una ripetuta (e sincera) proclamata fedeltà della rivista alle ragioni della NATO, cercava di indicare una via nazionale entro cui far muovere questa fedeltà, oggi per “Limes” diventa tutto più difficile perché l’amministrazione Trump è la forza politico-strategica  che solo al momento, e pur fra mille contraddizioni, è prevalente all’interno degli Stati Uniti e facendo quindi  sì che “Limes” e il suo direttore abbiano dovuto abbandonare la litania dell’importanza di affidarsi senza se e senza ma alle ragioni degli Stati Uniti ricondotti  fino ad ora se non ad un blocco più o meno unitario certamente a conflittualità perlomeno controllata nella dialettica fra amministrazione ed opposizione, ma abbia deciso di scegliere e  sposato espressamente le ragioni delle forze strategiche che fanno capo all’amministrazione  Trump. E questo non può essere accettato da nessuno degli agenti strategici nazionali che in passato erano fidelizzati solo apparentemente alle lezioncine di Caracciolo. Da una parte, coloro che continuano a coltivare rapporti diretti con le componenti neocon americane e con quelle democratiche e retoricamente proseguono nel canto  propagandistico di queste due correnti politico-ideologiche statunitensi che pur nella loro polarità destra/sinistra si fanno chiassosamente portavoce  dei diritti dell’uomo e della democrazia da esportazione manu militari, e  qui ci si sta riferendo ai personaggi che ora hanno lasciato “Limes”. Dall’altra parte, dalla parte cioè dei “patrioti” al governo ora molto vicini a Trump, senza potersi aspettare a favore di “Limes” alcuna sponda significativa, visto che nei loro rapporti sottomissivi ed autoreferenziali verso questa amministrazione essi sono benissimo in grado di servirsi da soli, come del resto hanno fatto sempre coloro che a parole dicevano ad ogni piè sospinto  di far tesoro delle parole di Caracciolo.

           Veniamo ora alla considerazione non eccentrica sul documento del National Security Strategy of the United States of America del novembre 2025 riguardante l’Italia e collegandoci al  discorso appena svolto per “Limes” possiamo metterla in questo modo: così come “Limes” e il suo direttore si sono sempre illusi prima di fare il consigliere degli italici Principi in un quadro di conflitto strategico all’interno degli Stati uniti apparentemente sotto controllo e sono ancora più illusi ora di cavar fuori qualcosa di buono in termini di consiglio per i nostri locali Principi appoggiandosi ad un’amministrazione perennemente in lotta nella società americana ed anche al suo interno per tentare di imporre la sua egemonia politico-culturale (nel mio precedente intervento sull’ “Italia e il Mondo”, Massimo Morigi, Tassonomia prima degli idealtipi delle principali forme del potere politico in conformità alla dialettica del paradigma realistico del Repubblicanesimo Geopolitico a proposito de le questioni russe al di là dell’Ucraina di George Friedman, documento all’URL Wayback Machine https://web.archive.org/web/20251206192330/https://italiaeilmondo.com/2025/12/06/tassonomia-prima-degli-idealtipi-delle-principali-forme-del-potere-politico-in-conformita-alla-dialettica-del-paradigma-realistico-del-repubblicanesimo-geopolitico-a-proposito-de-le-questi/, ho definito la forma del potere “democratico” statunitense ‘polioligarchia stasististico-competitiva’ per evidenziare la perenne guerra civile che percorre quel paese), altrettanto si illudono i nostri “patrioti” al governo che da un ‘imperialismo in forma’ come quello dell’amministrazione Trump, un ‘imperialismo in forma’ che ripercorre le retoriche dell’uomo bianco e ariano-etniche dell’imperialismo ottocentesco, possa uscire qualcosa di buono per l’Italia e questo per due motivi. Il primo è che nonostante il suo  debolissimo senso identitario inteso in senso strettamente nazionalistico, la sua vera identità spirituale è quella informata  al un suo profondo cattolicesimo culturale, e ciò implica che se in via ipotetica possono essere accettate forme più o meno larvate  di islamofobia, l’Italia non può assolutamente far proprio un discorso suprematista bianco così come emerge dal documento in questione e, come c’è da pensare, realmente profondamente radicato all’interno del mondo dell’amministrazione Trump. Il secondo è che è proprio il discorso suprematista bianco a porre un ostacolo proprio da parte di  coloro che vi si identificano a far inserire a pieno titolo l’Italia e il suo popolo in  questa ristretta ed esclusiva cerchia razziale, perché dal punto di vista dell’amministrazione Trump e dei circoli politico-culturali che ruotano attorno alla sua amministrazione  il posto destinato all’Italia e al suo popolo non è altro che quella di ascari fedeli in quanto bianchi di serie B se proprio si vuole essere generosi, con tutte le concrete conseguenze politico-culturali che è facile immaginare (ricordiamo che in origine, nella razzista America ora rinnegata, ma solo apparentemente, gli italiani non erano considerati facenti parte della c.d. razza bianca, pur essendo il loro fenotipo quanto di più distante si potesse immaginare dalla popolazione di origine africana).

          E quindi, se di consiglieri i Principi nazionali non hanno mai saputo cosa farsene e dei Principi italiani amici di quelli ora a al timone degli Stati Uniti la realtà ne decreterà ugualmente l’inutilità e la ridicolaggine, che fare?  Molto semplice a dirsi anche se estremamente arduo nella realizzazione: impegnarsi   a costruire una reale didattica nazionale che nella odierna crisi degli stati-nazione, sappia ritrovare le ragioni esistenziali del perché l’Italia è (ancora) una nazione e, se vogliamo cogliere un lato positivo del documento esaminato, è che questo chiaramente individua la necessità geopolitica prima ancora che culturale di individuare – anche se solo riferite agli Stati Uniti e da un punto di vista suprematista –  queste ragioni (un suggerimento, oltre ovviamente a William Faulkner e ad Harper Lee,  per cogliere la formaperfetta del sentire suprematista americano e senza, peraltro, che nel documento proposto vi sia alcuna forma di distanziamento verso questo fenomeno: il film del 1915 di David Wark Griffith The Birth of a Nation, bellissimo esteticamente e terribile nella sua ingenuità razzista e nella sua apologia del Ku Klux Klan). Alla luce, inoltre, del fatto che la ricerca dell’individuazione/creazione  di queste ragioni non è proprio un’invenzione dell’amministrazione Trump e/o di suprematisti e/o dichiaratamente razzisti ma è una ricorrenza costante  delle forme di potere genericamente definibili come ‘polioligarchie competitive’ (cioè le c.d. democrazie rappresentative per le quali si rinvia ancora al mio ultimo intervento sull’ “Italia e il Mondo”) e, senza voler fare un elenco dei modelli di costruzione identitaria praticati nel corso della storia (non solo dalle c.d. democrazie rappresentative ma anche dalle forme di potere informate a modelli tradizionalisti che le hanno precedute, ma in questo caso le costruzioni identitarie hanno ritmi collocabili più nella “lunga durata” che nella costante e frenetica giustificazione di un potere che non riesce mai a tenere fede alle promesse “democratiche”), dal punto di vista del Repubblicanesimo Geopolitico non è inutile segnalare che nella nostra storia d’Italia abbiamo l’esempio di un pensatore che non ha nulla a spartire con l’ideologia sottesa al documento esaminato ma che ugualmente era ben consapevole che una nazione “democratica” come è oggi concepita e praticata attraverso la c.d. democrazia rappresentativa ma  senza un’idea  del proprio essere nel consesso internazionale e senza che questa idea sia  condivisa da tutto il popolo e nella rappresentazione che esso ha di sé proiettata al di là delle semplici contingenze politiche del momento,  è destinata ad immiserirsi fino a scomparire.

         A questo proposito Mazzini parlava di una vera e propria missione dell’Italia che avrebbe dovuto porsi alla guida politico-militare  di tutti i popoli nel processo da loro autonomamente intrapreso per la liberazione dalle dominazioni straniere. Ora se il lato utopistico di quest’idea di un’Italia che assume il comando della liberazione dei popoli è di tutta evidenza, non è altrettanto evidente l’improponibilità dell’idea di un’Italia che proprio in ragione della consapevolezza della sua storia fatta di dominazioni straniere rifiuta alla radice qualsiasi discorso falsamente universalistico (altrimenti detto, diritti umani e democrazia da esportazione con le armi) così come suprematistico (proprio in ragione delle sue profonde radici universalistiche cattoliche), facendosi internazionalmente il più eloquente e prestigioso portavoce, proprio in ragione della sua storia événementielle e della sua più profonda e significativa tradizione culturale, ideologica e politica, del non fungibile diritto di ogni popolo a trovare la sua unica e non sindacabile dall’esterno via all’autogoverno. Si tratterebbe, in altre parole, di poggiare la nuova pedagogia identitaria nazionale sulla teologia politica dei due filoni fra i  più profondi, anche se nell’Ottocento confliggenti, della nostra tradizione politico-culturale nazionale, vale a dire l’universalismo cattolico italiano (di cui, fra l’altro, un sotterraneo rizoma non sottoposto a sufficiente riconoscimento ermeneutico in questo suo legame è il marxismo umanistico e volontaristico di Antonio Gramsci che, con la sua filosofia della prassi poggiata sull’unione dialettica fra oggetto e soggetto agente sullo stesso, una filosofia della prassi con profonde analogie alla mazziniana endiade ‘pensiero e azione’, ha posto le basi perché con un pensiero marxista teoricamente vivo e politicamente espressivo se ne dovranno fare i conti per molto tempo ancora, e una gramsciana filosofia della prassi di cui il Repubblicanesimo Geopolitico  riconosce tutta la sua fondante importanza per la sua teoresi) e il mazzinianesimo, in particolare nella sua declinazione geopolitico-idelogica  del  cosmopolitismo delle nazioni, nell’ambito del concreto quadro del multipolarismo in via di una sempre più tumultuosa affermazione, un multipolarismo il cui orizzonte etico-politico è proprio l’idea mazziniana che ai popoli non possono essere imposti dall’esterno ridicoli e nefasti schemi ideologici essendo, per Mazzini,  il loro unico dovere quello di essere responsabili di fronte a Dio del mantenimento della propria identità e libertà nell’armonioso consesso di tutti gli altri popoli (questo armonioso consesso di libere nazioni Mazzini lo definiva ‘cosmopolitismo delle nazioni’, concetto con profonde analogie con la Weltanschaung condivisa di coloro che si rifanno dal punto di vista assiologico, teorico e politico al processo del multipolarizzazione).   Un compito immane ma almeno storicamente con solide e reali fondamenta, una missione per l’Italia del futuro che riprende e aggiorna la missione che per l’Italia aveva pensato Mazzini. In mancanza di questa nuova pedagogia nazionale di matrice mazziniana poggiante a sua volta sull’universalismo di matrice cattolica (e notiamo en passant che l’universalismo cattolico non è altro che il riverbero alto e basso medievale del mito universalistico della Città Eterna portatrice di civiltà a tutti i popoli del mondo che Roma antica amava attribuire a sè, un riverbero che ebbe profondissima influenza anche nel pensiero  mazziniano attraverso il mito della Terza Roma, la Roma, cioè, del popolo che sarebbe stata per Mazzini la legittima erede della Roma dei Cesari e della Roma dei Papi, e mito della Terza Roma che agisce tuttora anche come una sorta di teologia politica abscondita per quanto riguarda la Russia, ma anche  mito della Terza Roma espressamente ripreso da Aleksandr Dugin nell’ambito della sua concezione assiologico-geopolitica dell’euroasiatismo… ), il futuro ci riserverà ancora (poco ascoltati) consiglieri del Principe e altrettanto (poco considerati) pseudopatrioti, che non riusciranno  mai non solo a passare del tutto indenni l’esame di purezza etnica ma anche, ancora più importante, a potersi vantare senza vergogna di avere raccolto degnamente il testimone dei momenti più alti del pensiero politico-culturale italiano. E, come abbiamo visto, a trarli d’impaccio non si potrà ricorrere ai vari cantori di un realismo dimidiato che  hanno già dato ampia prova della loro inefficacia. Ma certamente a trarci d’impaccio il vero realismo politico ci suggerisce di rivolgerci a colui che per primo seppe concepire l’Italia come la diretta e principale erede di una bimillenaria tradizione e per questo «una, indipendente e repubblicana». Ora e sempre.

Massimo Morigi, 1° gennaio 2026

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Il punto zero_di WS

Essendo tutti presi dalla “narrazione” che ci sta avvolgendo, sto leggendo cose ( ad esempio qui riflessioni-del-moa-il-saggio-di-sachs-le-interviste-di-lavrov-e-la-straordinaria-dichiarazione_di-karl-sanchez/) che richiedono di fare il punto per capire come possano evolvere gli avvenimenti.

Soprattutto mi preme ribadire il “punto zero” pressoché mai citato da tutti i commentatori : il sistema finaziario estrattivo che guida l’ economia globale è fuori controllo ed esploderà . Noi non sappiamo ne “il quando” ne “ il come” ( in realtà “il come” sarà quello solito).

Di solito infatti “ il sistema” mostra di essere “ fuori controllo” con una grave crisi finanziaria che poi con vari trucchi può essere rabberciata ma non risolta, se non, alla fine, con una guerra mondiale sotto le cui macerie nascondere anche l’ insolvibilità dei debiti pregressi.

Io infatti già da tanti anni posto la relativa equivalenza

1907→ 1914 WW1

1929 → 1939 WW2

2007 → ??? WW3

Da questo confronto si nota subito l’ impressionante ritardo della WW3 , il che potrebbe indurre qualcuno ad un facile “ottimismo” ( la guerra non verrà mai ! ). Un ottimismo che io invece gelo subito facendo notare che il “tempo di attesa” non comporta alcuna “ soluzione alternativa “ perché nel frattempo il debito impagabile continua a crescere e a deprimere sempre più l’economia reale, ragion per cui semplicemente più la guerra “ ritarda” e più grosso sarà “il botto”.

“Il ritardo” infatti non serve a trovare “soluzioni diverse” ( non esistono senza rimettere in riga il Grande Kapitale ), ma serve solo ai vari attori a meglio posizionarsi, nonché ai banksters a definire gli opportuni soggetti su cui scaricare “la colpa” della guerra .

I quali “caproni espiatori “ possono anche intuire quale parte gli sarà assegnata nella “commedia” e quindi cercare di “resistere” al proprio incaprettamento.

Ad esempio nel 1914 l’operazione fu perfetta, in quanto i “caproni” di allora, gli imperi europei, non immaginarono mai la trappola in cui stavano allegramente entrando.

Nel 1939 invece la cosa fu già più problematica, perché se anche la Germania non si rese esattamente conto della trappola, la dirigenza dell’ URSS al contrario ne era molto più avvertita; l’URSS ne sarebbe rimasta ancora per un po’ fuori, in quel ruolo “falsamente neutrale” che è da sempre quello degli USA (+) , se la Germania nella sua disperazione strategica non avesse visto la sua unica via di uscita in un attacco a “l’Unione Sovietica”.

Questa volta il ruolo del “ cattivo” toccava appunto alla Russia essendo la Germania un cane fedele della “grande Finanza”, il Kapò de l’€urolager che rastrellava il surplus economico dell’€urotonnara per convogliare i profitti finanziari nei centri della “Grande Finanza “ angloamericana .

Ma la Russia ha manovrato abilmente per non farsi fregare , ragione per cui ora siamo già a 18 anni dalla corrispondente “crisi finanziaria” e ancora la “grande guerra” non c’è, almeno ufficialmente.

Ma “una guerra” al “grande Kapitale” è ogni giorno sempre più necessaria; “la resistenza” della Russia a “intestarsene “, sta comportando una fase di studio per individuare alcune “varianti” .

Una evidentissima è “ la variante cino-giapponese ” che ci viene annunciata dal rapido riarmo del Giappone e “ l’ altra “ , meno evidente, è “ la variante “€uro- tedesca”, cosa che può avere una più probabile realizzazione; i tedeschi sono da sempre le più grandi pippe della geopolitica mondiale.

Sia comuque chiaro che in tutto questo non c’è alcun “ determinismo” , cioè non è ancora detto che “Germania” e “ Giappone” eseguano poi esattamente gli “ordini ricevuti” e che magari invece non cerchino di sfuggirne. Che poi ci riescano è tutta un’altra questione (*)

Esiste anche la “ variante Israele”! “L’unica democrazia del MO“ verrebbe lanciata contro tutti i suoi vicini provocando una gigantesca crisi economica mondiale. Ma questa sarà solo una soluzione di “emergenza” perché il suo “contraccolpo” specie di “narrazione “ non sarebbe facilmente gestibile come le “altre “ varianti”.

Comunque, più ci si avvicina al “momento topico” è più tutti i giocatori copriranno le loro carte e le loro mani. Solo gli sciocchi faranno dichiarazioni roboanti su cose che non potranno gestire; quelli “bravi”, che invece hanno i mezzi per gestire “la guerra”, parleranno sino alla fine di “diplomazia” e “pace” mentre si prepareranno ad una guerra sempre meno rinviabile.

(+) Nel 1907 gli USA partirono con un gigantesco programma di armamento navale il cui scopo poteva essere finalizzato solo ad una guerra fuori dalle acque del continente americano.

E’ poi abbastanza noto che il programma del B17 partì nel 1933 e che, collegato allo sviluppo del Napalm, ci dice che il tutto servisse al bombardamento a largo raggio delle città giapponesi, notoriamente “ di legno” e quindi facilmente infiammabili.

Ma l’orientamento bellicista della amministrazione americana svoltò solo nel 1939 verso il “Germany first” con immediato decollo del “progetto Manhattan” e prima ancora che la guerra esplodesse in Europa.

Tutte “iniziative” comunque sempre perfettamente dissimulate dietro una postura fintamente “neutrale” e “ pacifista”. La mia domanda quindi è sempre la stessa: quale è il nuovo “trucco” con cui gli U$A entreranno nella WW3 ?

(*) La variante “ €uro-tedesca” , nella sua attuale accezione che prevede cioè una NATO-€uropa lanciata contro la Russia sotto una egemonia tedesca, militare al posto della vecchia “egemonia economica”, è particolarmente pericolosa per noi che vi saremo trascinati in vario modo. Lì vedremo i limiti della agibilità politica della “sora giorgia”.

Comunque ho già spiegato come i tedeschi, ancor di più i giapponesi, non possano essere così tanto fessi; probabilmente, seppur costretti , abbiano anche “ progetti propri “ .

Ma è alquanto improbabile che poi i tedeschi siano tanto abili da saltare in tempo giù dal “ treno in corsa”; cosa che invece noi dovremmo essere pronti a fare , dal momento che lo abbiamo già fatto anche le “altre due volte” seppur , “la seconda”, con esiti comunque disastrosi.

Perché NON sedersi al tavolo resterebbe sempre il miglior modo di “ non farsi male”; una cosa per noi stavolta impossibile laddove invece “le altre due volte”, al tavolo, ci siamo voluti proprio sedere noi.

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Dialogo tra Kaho Miyake ed Emmanuel Todd

Dialogo tra Kaho Miyake ed Emmanuel Todd

“Figli” e “Padri”, ma non “Mariti”: gli uomini giapponesi (Pubblicato su “Shukan Bunshun”)

Emmanuel Todd30 dicembre
 
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La geopolitica non è l’essenziale della mia vita, anche se l’emergenza civica mi costringe in questo periodo a dedicarle molto tempo. Sono quindi felice di staccarmi per un momento da essa per ripubblicare sul mio blog questa intervista realizzata lo scorso autunno a Tokyo con Kaho Miyake sui rapporti interpersonali in Giappone e in Francia. Kaho Miyake è una brillante critica letteraria e saggista, originariamente specializzata nel Man’yōshū (antologia poetica classica). Analizza la letteratura giapponese moderna e contemporanea, i manga e il cinema dal punto di vista della famiglia, in particolare delle relazioni tra genitori e figli o tra uomini e donne. Qui discutiamo della cultura e della società giapponese attraverso il prisma della famiglia.

Kaho Miyake

Dialogo tra Kaho Miyake ed Emmanuel Todd
“Figli” e “padri”, ma non “mariti”: gli uomini giapponesi

(Pubblicato su “Shukan Bunshun”)

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Todd: Innanzitutto, vorrei precisare che in La sconfitta dell’Occidente distinguo due Occidenti. C’è l’Occidente in senso stretto, il cuore individualista composto da Stati Uniti, Regno Unito e Francia, fondato sulla famiglia nucleare (dove i rapporti tra genitori e figli sono liberali). E poi c’è l’Occidente in senso lato, che include paesi come il Giappone e la Germania, che sono società con famiglie patriarcali (eredità al primogenito, relazioni autoritarie tra genitori e figli, disuguaglianza tra fratelli); questi paesi autoritari sono stati integrati nel sistema americano dopo la guerra.

Miyake: Leggo i suoi libri con grande interesse da molto tempo, ma c’è una domanda che mi tormenta. Lei spesso paragona il Giappone e la Germania come paesi con famiglie patriarcali, ma vorrei chiederle quale sia il legame tra la famiglia patriarcale e le scrittrici.
Il Giappone ha un numero di scrittrici eccezionalmente alto rispetto al resto del mondo, e questo era particolarmente vero nei periodi Nara e Heian. Tuttavia, con l’emergere della famiglia nucleare nel Medioevo e il suo radicamento dall’epoca premoderna all’era moderna, la presenza delle scrittrici è andata scemando. Detto questo, oggi sono di nuovo molto attive e stanno guadagnando popolarità all’estero.
In confronto, la letteratura tedesca conta un numero infinitamente inferiore di scrittrici. Esiste un legame tra la struttura della famiglia nucleare, il tasso di alfabetizzazione delle donne e questo fenomeno?

Todd: Ottima osservazione!
Il confronto tra Giappone e Germania è una delle grandi questioni della mia vita di ricercatore. Sebbene questi paesi condividano alcune somiglianze dovute alla stessa famiglia etnica, esistono anche molte differenze. Ad esempio, quando faccio una battuta durante una conferenza, i giapponesi ridono, anche se la mia battuta è brutta, per educazione, mentre i tedeschi non ridono, anche se è buona (ride). I tedeschi non hanno il senso dell’umorismo dei giapponesi. È una differenza più importante di quanto si pensi, indirettamente legata allo status delle donne e alla presenza di scrittrici donne. La famiglia allargata, a differenza della famiglia nucleare anglo-americana o francese, è una forma familiare che plasma l’individuo. Tuttavia, questo grado di costrizione è più debole in Giappone che in Germania. Come ha rivelato Akira Hayami, il padre della demografia storica giapponese, la famiglia tradizionale è stata completata in Giappone solo nell’era Meiji e la sua storia è quindi forse un po’ più recente che in Germania. Ma di poco. Forse dovremmo soprattutto distinguere tra una famiglia nucleare rigida (Germania) e una famiglia nucleare morbida (Giappone). Durante le mie oltre venti visite in Giappone, ho spesso assistito a una dimensione di libertà, quella di un “uomo naturale”, nei giapponesi, pur essendo così educati e disciplinati. Superiori e subordinati, il cui rapporto gerarchico dovrebbe essere rigido, discutono apertamente davanti a un bicchiere. Una giornalista giapponese ha parlato di una “democrazia giapponese dopo le 17” (risate). È una scena che non ho mai osservato in Germania, nonostante sia un paese di famiglia rigida.

Miyake: Forse è un’applicazione di quello che lei chiama il principio di conservatorismo delle zone periferiche. La famiglia nucleare, che si crede nuova, è in realtà la forma più primitiva (vicina allo stato di natura)”. Proprio come le parole antiche sopravvivono nelle periferie lontane dal centro, la forma familiare vicina alla famiglia nucleare dell’Homo sapiens arcaico (l’uomo naturale) si trova nelle periferie del continente eurasiatico. Tra i tipi di famiglie originarie, il Giappone è più periferico e quindi più vicino all’«uomo naturale» rispetto alla Germania.

Todd: Esatto! Se consideriamo la posizione geografica e le differenze culturali nel contesto dell’Asia orientale, anche all’interno della stessa sfera confuciana (il confucianesimo incarna i valori della famiglia tradizionale), possiamo dire che l’ordine di vicinanza all'”uomo naturale”, dalla periferia, è: 1) il Giappone, 2) la penisola coreana e 3) la Cina. Per tornare al confronto tra Germania e Giappone, non percepisco questo uomo naturale nei tedeschi, soprattutto nei rapporti tra uomini e donne. L’aspetto dell’uomo naturale dei giapponesi è sicuramente legato all’esistenza delle scrittrici all’origine della civiltà giapponese. Ho letto con piacere le Note del cuscino (Makura no Sōshi) di Sei Shōnagon; la letteratura classica scritta da donne ha senza dubbio lasciato un segno indelebile nella storia del Giappone.
D’altra parte, il protestantesimo luterano che si è diffuso in Germania ha un aspetto non solo severo ma anche violento (del resto, la mappa di distribuzione del luteranesimo corrisponde quasi a quella dei voti per il partito nazista), ed è estremamente ostile alle donne. La “Vergine Maria”, simbolo di dolcezza materna nel cattolicesimo, è stata sostituita da Eva e dal peccato originale dai luterani, trasformando la donna in simbolo del male.
Se si osservano gli attuali tassi di accesso all’università, le donne superano gli uomini negli Stati Uniti e in Francia, ma non è così in Germania.

Miyake: Anche in Giappone, se si includono i Junior Colleges (università con ciclo breve), il tasso è più elevato tra le donne. A questo proposito, legge spesso letteratura giapponese?

Todd: Non conosco bene gli autori contemporanei, ma ho letto con passione Jun’ichirō Tanizaki e Yasunari Kawabata. In ogni caso, ho sempre letto letteratura giapponese per piacere, mentre non ho mai letto romanzi tedeschi per divertimento (ride). Ciò che apprezzo nei romanzi (e non necessariamente nei romanzi d’amore) sono le sottigliezze dei rapporti tra uomini e donne, e non trovo questo aspetto nella letteratura tedesca.
Il modo in cui Kawabata o Tanizaki guardano alle donne è per me normale. Cioè, le trovano belle e attraenti. La letteratura giapponese e quella francese sono forse le due “grandi” per quanto riguarda la complessità psichica dell’erotismo. Questo punto in comune franco-giapponese probabilmente non esiste con la Germania. Spero che questa intervista non venga tradotta in tedesco (ride).
Detto questo, percepisco anche differenze fondamentali tra il Giappone e la Francia nei rapporti tra uomini e donne.

Miyake: Che tipo di differenze?

Todd: Il tema classico della letteratura giapponese è la debolezza della comunicazione all’interno della coppia. La prima opera di Tanizaki che ho letto è stata La chiave (sottotitolata La confessione impudica in francese). È la storia di una coppia in cui ciascuno legge segretamente il diario dell’altro, scritto proprio per essere letto, e il libro descrive una situazione peggiore della mancanza di comunicazione. Al contrario, i rapporti tradizionali tra uomini e donne in Francia erano più simili a quelli di amicizia o cameratismo. Per inciso, ovviamente non sono riuscito a leggere Yukio Mishima.

Miyake: Il critico Norihiro Katō ha analizzato il Giappone del dopoguerra attraverso i concetti di Honne (sentimenti reali) e Tatemae (facciata/principio dichiarato). La cultura giapponese privilegia le regole del Tatemae all’interno del gruppo, pur consentendo agli individui di condividere il proprio Honne durante incontri informali, come ad esempio davanti a un drink. Secondo la sua terminologia, Todd, il Tatemae sarebbe dalla parte della “famiglia originaria” e l’Honne dalla parte dell'”uomo naturale”. Ma questa dualità non si limita al dopoguerra.
Ad esempio, in La Danseuse (Maihime) di Mori Ōgai, che studiò in Germania durante l’era Meiji, il protagonista, un giovane uomo con una carriera promettente, si innamora di una donna tedesca.

La Danseuse ha fatto molto scalpore perché metteva in parole il conflitto, l’Honne, nato dalla divisione tra il «sé che vive per lo Stato» e il «sé individuale che ama una donna». È grazie all’esistenza in Giappone di questo linguaggio letterario delicato, proprio dell'”uomo naturale”, che autori come Tanizaki e Kawabata hanno potuto esprimere il loro Honne in quanto uomini. Tuttavia, non appena gli uomini giapponesi si ritrovano in gruppo, soffocano questo Honne e finiscono inevitabilmente per irrigidirsi.

Todd: Questo può essere compreso attraverso l’approccio antropologico. Che cos’è il sistema patrilineare della famiglia originaria, ovvero il principio del dominio maschile? È la superiorità degli uomini come gruppo. In altre parole, gli uomini sono forti come collettività, non come individui. L’uomo come individuo all’interno del gruppo non fa altro che obbedire all’ordine stabilito e ha un’esistenza debole, come un bambino .
Ho capito qualcosa parlando con diverse coppie che vivono a Parigi, composte da uomini francesi e donne giapponesi. Mentre gli uomini francesi considerano le loro mogli giapponesi come loro pari, le donne giapponesi trovano i loro mariti francesi virili. Probabilmente ritengono che “poter decidere da soli” equivalga ad essere “virili”. Paradossalmente, gli uomini sono più infantili (deboli) nella società a famiglia patrilineare che in quella a famiglia nucleare.

Miyake: Questi bambini sono, in altre parole, figli e padri, ma non mariti. Nel mio libro Perché mi piace leggere persone che parlano bene (titolo provvisorio), ho rilevato un punto in comune tra il film Il ragazzo e il airone di Hayao Miyazaki e il romanzo La città e le sue mura incerte di Haruki Murakami. Il fatto che l’eroina sia la Madre. In altre parole, il desiderio di innamorarsi della propria madre prima della propria nascita e di essere generato da lei; non è forse questo il desiderio comune a entrambe le opere?
In nessuna delle due opere compare una donna nel ruolo di moglie. L’immagine della madre è più forte di quella della moglie. Ciò significa che prevale la consapevolezza di sé come figlio piuttosto che come marito. Tuttavia, esiste la prospettiva del padre che si chiede: «A chi lascerò il mio lavoro?». In sintesi, sono figli e padri, ma non mariti.
Perché in Giappone il legame tra genitori e figli è più forte di quello coniugale? Perché viene descritto il rapporto verticale tra genitori e figli, mentre viene ignorato quello orizzontale della coppia? Ho l’impressione che questo rifletta un problema della società giapponese nel suo complesso. Soprattutto nelle prime opere di Murakami, ci sono molte scene in cui il protagonista diventa silenzioso dopo che sua moglie gli ha detto: “Non so cosa pensi”. Poiché in Giappone non esiste un modello di relazione coniugale egualitaria, gli uomini si trovano di fronte a un’alternativa binaria: essere un padre patriarcale o un marito silenzioso.

Todd: Ascoltandovi, mi dispiace ancora di più non poter leggere i vostri libri.

Miyake: Questo problema è oggi ancora più evidente, dato che entrambi i coniugi lavorano è diventata la norma. Molte donne trovano problematico che gli uomini della loro età desiderino in fondo che diventino delle mogli che siano anche delle madri.

Todd: Anche se in Giappone la convivenza con i genitori sta diminuendo e le famiglie nucleari sono in aumento, i valori basati sulla famiglia d’origine non scompaiono così facilmente.

Miyake: Esatto. Una caratteristica della generazione Z giapponese non è che odia i propri genitori, ma piuttosto che li ama, e sempre più giovani non lasciano la casa dei genitori.

Todd: Anch’io ho una domanda. Come nel Regno Unito, negli Stati Uniti o in Scandinavia, anche in Francia la bisessualità è in aumento tra le giovani donne. Qual è la situazione in Giappone?

Miyake: Ci sono persone bisessuali fin dalla nascita, ma non credo che siano ancora molto numerose. Ciò che sta aumentando in Giappone è piuttosto l’« Oshikatsu», ovvero l’atto di sostenere e amare appassionatamente idoli o personaggi degli anime. I giovani giapponesi tendono a preferire le relazioni virtuali a quelle reali.

Todd: Capisco. In ogni caso, stiamo parlando di paesi che non cercano più di avere figli. Se i bambini scompaiono e la popolazione continua a diminuire, la società non ha altra scelta che scomparire. Si tratta di una crisi culturale comune ai paesi sviluppati. La sto studiando dal punto di vista dei sistemi familiari e delle strutture politico-economiche, ma questa crisi è vissuta anche a livello individuale in una società che ha perso i propri valori collettivi.

Miyake: È il problema dello stato zero della religione e del nichilismo che lei segnala in La sconfitta dell’Occidente. Tuttavia, la popolarità dell’« Oshikatsu » in Giappone o l’ascesa degli evangelici negli Stati Uniti non costituiscono una sorta di ritorno alla religione in sostituzione delle antiche credenze?

Todd: Non credo proprio. Non ha nulla a che vedere con le religioni del passato. Quella che un tempo veniva chiamata religione possedeva un sistema di credenze che abbracciava l’individuo, stabiliva norme morali e rendeva possibile l’azione collettiva. Al contrario, gli evangelici americani di oggi hanno un’interpretazione completamente folle della Bibbia, affermando che Dio distribuisce denaro o che i ricchi sono fantastici. Se osassi usare un vocabolario religioso, direi che obbediscono all’Anticristo o praticano un culto di Satana.

Miyake: Capisco. Ma come interpretare questo stato di assenza di religione e questo nichilismo in Giappone, che non è un paese monoteista?

Todd: Lo stato zero della religione ha implicazioni diverse a seconda delle culture.
L’area più colpita è la sfera protestante, dove lo stato zero genera un particolare senso di vuoto e disperazione. Questo perché si tratta di una religione che originariamente proibiva severamente le immagini e ignorava il bello. Dio e l’individuo sono collegati direttamente, senza intermediari, e il mondo terreno, intermediario per natura, la sua bellezza e le gioie della vita, sono rifiutati. Nello stato attivo della religione, questa fede rigorosa ha contribuito notevolmente all’innalzamento del livello di istruzione e allo sviluppo economico. Come ha sottolineato Weber, la prosperità dell’Occidente è stata determinata principalmente dal dinamismo del protestantesimo. Tuttavia, se si perde Dio, che era l’unica entità importante di fronte all’individuo, si perde tutto. Con la secolarizzazione e l’avvento dello stato zero, si può cadere paradossalmente in un nichilismo estremo.
D’altra parte, nella sfera cattolica, come in Francia o in Italia, lo stato zero della religione non ha conseguenze così gravi. In queste culture, dove la lotta protestante contro le immagini e la bellezza del mondo è fallita, le arti hanno prosperato, la bellezza del mondo terreno e le gioie della vita sono state riaffermate, il che oggi permette di evitare di sprofondare nel nichilismo.
Come ha analizzato Ruth Benedict in Il crisantemo e la spada, la cultura giapponese, che giudica le cose in base all’estetica del bello e del brutto piuttosto che a criteri etici trascendenti del bene e del male, è vicina al cattolicesimo e può essere considerata resistente al nichilismo.

Miyake: Lei sostiene che il problema del Giappone sia il calo delle nascite. Come motivo sottolinea l’aumento del numero di giovani che rifuggono dalle relazioni sentimentali, ma qual è la situazione in Francia?

Todd: In un tipico film americano, se un uomo e una donna iniziano a litigare, significa che sta per nascere una storia d’amore. Il rapporto tra uomo e donna è fondamentalmente antagonistico. In Francia, invece, come ho detto, il rapporto tradizionale è più simile all’amicizia o al cameratismo, e non è così antagonistico.
Tuttavia, il movimento #MeToo, di origine anglo-americana, che percepisce uomini e donne come antagonisti, si è esteso alla Francia. Forse è l’inizio di una parziale distruzione della cultura francese. Il fatto che uomini e donne non si amino più come amici sarebbe estremamente preoccupante. Il calo delle nascite è un fenomeno comune ai paesi sviluppati, ma i paesi dell’Asia orientale come Cina, Taiwan, Corea del Sud e Giappone si trovano in una situazione estrema. In Corea del Sud, il tasso di fertilità è pari a 0,75. È l’influenza della cultura confuciana: non solo i rapporti tra uomini e donne sono deboli, ma si dedica troppo tempo alla cura dei genitori. È un’ironia: a forza di rispettare troppo la famiglia, la si uccide (provocando il calo delle nascite).

Miyake: Il mio libro Come può una figlia uccidere sua madre? (titolo provvisorio) analizza il rapporto madre-figlia attraverso diverse opere. In Giappone, il padre è spesso assente da casa ed è la madre che si occupa dei figli. Si crea naturalmente una certa distanza con il figlio, che è del sesso opposto, ma con la figlia, che è dello stesso sesso, la madre impone tacitamente le proprie idee. Molte figlie ne soffrono. È una caratteristica della famiglia giapponese: il rapporto tra genitori e figli, e in particolare tra madre e figlia, è sovraccarico, tanto più che il rapporto coniugale è fragile.

Todd: Capisco. Detto questo, anche nella famiglia francese il principio è la predominanza della madre nell’educazione dei figli. Concordo con la tesi di Erich Fromm secondo cui l’errore di Freud è stato quello di porre il rapporto padre-figlio al centro dei problemi familiari.
La mia prima moglie, che da giovane aveva consultato uno psicologo, pensava di parlare dei suoi problemi con un padre severo, ma ha scoperto che il suo problema era sua madre. Anche il mio problema non era mio padre, ma mia madre.

Miyake: Era severa?

Todd: Il problema era piuttosto che lei non si occupava molto di me, il che mi ha certamente dato una grande libertà spirituale, ma era severa sul piano intellettuale. Da giovane, se commettevo un errore linguistico, mia madre, che era bilingue, mi diceva in inglese: «Category mistake» (termine logico, come dire «il numero è blu») (ride).
Era una donna eccezionale, sorridente e bella. La sua risata era luce. Era un intenso mix di gioia e tristezza, generosità e avarizia, modestia e arroganza. Essendo la figlia di Paul Nizan, era molto sicura di sé e mi confidava di essere più intelligente di mio padre (Olivier Todd), un famoso giornalista. Ed era vero!

Miyake: Grazie mille per questa discussione appassionante.

Todd: Mi piacerebbe molto leggere i tuoi libri in francese. Sono sicuro che troveranno un pubblico.

(Interprete: Shigeki Hori)

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