L’ossatura del domani, di SIMPLICIUS THE THINKER

Con l’avvicinarsi della fine dell’anno, vengo irrimediabilmente trascinato in una fantasticheria riflessiva. Anche se non è la fine del decennio, quando le cose assumono davvero una sfumatura retrospettiva, questi tempi di sconvolgimenti fanno sì che gli anni sembrino davvero passare come decenni.

Ho sempre sostenuto che un decennio in realtà non cambia solo alla sua cuspide nominale, quando trabocca nella sorgente in attesa di quello successivo, ma piuttosto a metà, il vero cuore ed epicentro. Forse è stato Andy Warhol, o qualcuno del suo calibro, a riassumere i decenni come momenti di rottura della loro vera crisalide stilistica durante i loro centri esatti; è quasi come se la prima metà fosse una sorta di maturazione, la ricerca a tentoni dell’identità mentre gli anni si accumulano in una lotta alla ricerca di se stessi, per poi emergere nella sua forma più vera a metà strada, seguita dalla fase di lento declino e burnout, il processo naturale di decadenza e rinnovamento.

E così, mentre ci avviciniamo alla metà degli anni 2020 – un decennio che molti di noi non avrebbero mai pensato di vedere – sono solito rapsodiare sulle incognite del futuro e su quelle pugnalate alla cieca del periodo del parto a cui siamo ora soggetti.

Ci sono decenni di cambiamenti, e poi ci sono intere epoche. Mentre rifletto su queste cose, mi capita di leggere Il mondo di ieri di Stefan Zweig, un’ode romantica all’Europa, in particolare all’Impero austro-ungarico e al suo ultimo lustro di dinastia asburgica, scritta alla vigilia di un cambiamento epocale durante la seconda guerra mondiale. Il libro ha una certa valenza mistica anche perché l’autore si uccise appena un giorno dopo aver consegnato il manoscritto al suo editore. Era distrutto dal peso schiacciante di un futuro incerto, mentre il passato idilliaco dei suoi ricordi veniva spazzato via dallo zolfo e dalle cannonate di una guerra incomprensibile.

Il libro stesso ruota attorno a quel rarefatto passaggio della guardia, un mondo che svanisce in un altro irriconoscibile. È un’elegia malinconica agli ideali dell’infanzia offuscati dall’oscurità sconcertante della modernità, l’attrazione spaventosa verso i sentieri incerti che si irradiano in un futuro privo di logica. Il libro abbaglia con le sontuose descrizioni della Parigi e della Vienna di un tempo come centri di espressione, amore, ordine e libertà, certamente eccessivamente idealizzati dall’autore, un po’ credulone e infantile, ma comunque rappresentativi del senso di qualcosa di perduto e mai più ritrovato, che tutti noi sopportiamo sempre più spesso al giorno d’oggi.

Un estratto dal capitolo Luminosità e ombre sull’Europa:

La generazione di oggi è cresciuta in mezzo a disastri, crisi e fallimenti di sistemi. I giovani vedono la guerra come una possibilità costante da aspettarsi quasi quotidianamente, e può essere difficile descrivere loro l’ottimismo e la fiducia nel mondo che provavamo quando noi stessi eravamo giovani all’inizio del secolo. Quarant’anni di pace avevano rafforzato le economie nazionali, la tecnologia aveva accelerato il ritmo della vita, le scoperte scientifiche erano state fonte di orgoglio per lo spirito della nostra generazione. La ripresa che stava iniziando poteva essere percepita quasi nella stessa misura in tutti i Paesi europei. Le città diventavano di anno in anno più attraenti e densamente popolate; la Berlino del 1905 non era come quella che avevo conosciuto nel 1901. Da capitale di uno Stato principesco era diventata una metropoli internazionale, che a sua volta impallidiva di fronte alla Berlino del 1910. Vienna, Milano, Parigi, Londra, Amsterdam: ogni volta che vi si tornava si rimaneva sorpresi e deliziati. Le strade erano più ampie e raffinate, gli edifici pubblici più imponenti, i negozi più eleganti. Tutto trasmetteva un senso di crescita e di maggiore distribuzione della ricchezza. Anche noi scrittori ce ne accorgemmo dalle edizioni dei nostri libri: nel giro di dieci anni il numero di copie stampate per ogni edizione triplicò, poi quintuplicò e decuplicò. Ovunque c’erano nuovi teatri, biblioteche e musei. I servizi domestici, come i bagni e i telefoni, che prima erano prerogativa di pochi ambienti selezionati, divennero disponibili per la classe medio-bassa e, ora che le ore di lavoro erano più brevi di prima, il proletariato aveva la sua parte almeno nei piccoli piaceri e nelle comodità della vita. C’era progresso ovunque. Chi osava, vinceva. Chi comprava una casa, un libro raro, un quadro, vedeva aumentare il suo valore; più audaci e ambiziose erano le idee alla base di un’impresa, più era certo il suo successo. All’estero si respirava un’atmosfera meravigliosamente spensierata: cosa avrebbe potuto interrompere questa crescita, cosa avrebbe potuto ostacolare il vigore che traeva sempre nuova forza dal suo stesso slancio? L’Europa non era mai stata più forte, più ricca o più bella, non aveva mai creduto con più fervore in un futuro ancora migliore e nessuno, a parte qualche vecchio rinsecchito, piangeva ancora la scomparsa dei “bei tempi andati”. E non solo le città erano più belle, anche i loro abitanti erano più attraenti e più sani, grazie alle attività sportive, a un’alimentazione migliore, a orari di lavoro più brevi e a un legame più stretto con la natura. La gente aveva scoperto che in montagna l’inverno, un tempo triste stagione da trascorrere giocando a carte nelle taverne o annoiandosi in stanze surriscaldate, era una fonte di luce solare filtrata, un nettare per i polmoni che faceva scorrere il sangue deliziosamente sotto la pelle. Le montagne, i laghi e il mare non sembravano più lontani. Le biciclette, le automobili, le ferrovie elettriche avevano ridotto le distanze e dato al mondo un nuovo senso dello spazio. La domenica migliaia e decine di migliaia di persone, vestite con abiti sportivi dai colori sgargianti, sfrecciavano sulle piste innevate con sci e slittini; centri sportivi e bagni erano stati costruiti ovunque. In quei bagni si vedeva chiaramente il cambiamento: mentre nella mia giovinezza una figura di uomo veramente bella spiccava tra tutti gli esemplari dal collo taurino, paffuti o con il petto di piccione, oggi i giovani agili e atletici, abbronzati dal sole e in forma grazie a tutte le loro attività sportive, gareggiavano allegramente tra loro come nell’antichità classica. Solo i più poveri rimanevano a casa la domenica; tutti i giovani andavano a passeggiare, ad arrampicarsi o a gareggiare in ogni tipo di sport, perché il mondo si muoveva a un ritmo diverso. Un anno… quante cose potevano accadere in un anno! Le invenzioni e le scoperte si susseguivano a ritmo incalzante, e ognuna di esse diventava rapidamente un bene comune. Mi dispiace per tutti coloro che non hanno vissuto questi ultimi anni di fiducia europea quando erano ancora giovani. Perché l’aria che ci circonda non è un vuoto e un’assenza, ma ha in sé il ritmo e la vibrazione del tempo. Li assorbiamo inconsciamente nel nostro flusso sanguigno, mentre l’aria li trasporta in profondità nei nostri cuori e nelle nostre menti. Forse, ingrati come sono gli esseri umani, non ci siamo resi conto in quel momento della forza e della sicurezza con cui l’onda ci portava in alto. Ma solo chi ha conosciuto quell’epoca di fiducia nel mondo sa che da allora tutto è stato regresso e oscurità.
Questo passaggio ha forse smosso qualcosa di profondo nelle vostre viscere? Un ricordo di un tempo lontano, che forse risuona in quei confini claustrali del vostro essere? Quand’è stata l’ultima volta che la nostra società attuale ha offerto una vera crescita, in qualsiasi forma o sapore, o qualsiasi cosa di valore? Quand’è che le invenzioni e i progressi scientifici sono stati fatti per avvantaggiare l’uomo comune piuttosto che, al contrario, per togliergli i mezzi di sussistenza, come tutti gli ultimi sviluppi dell’intelligenza artificiale? Quando vi siete trovati per l’ultima volta a camminare all’aperto e a guardare una scena come questa colorata del 1945, e vi siete sentiti involontariamente cadere a capofitto verso un destino indeterminato, ma eccitante, nato da un futuro che valeva la pena di essere vissuto?


È la quintessenza del joi de vivre, quella leggerezza quasi indescrivibile o galleggiamento dell’essere, che manca gravemente all’esperienza vissuta di oggi. Forse io sono solo un po’ morigerato, e molti di voi sono meravigliosamente appagati da un senso di promessa vitalizzante per il futuro. Forse questa nostalgia esistenziale vi sembra una nota stonata. Ma azzardo che sempre più spesso vi siete sentiti inciampare in un bosco crepuscolare negli ultimi tempi, con una cecità temporale che vi impedisce di vedere la luce che si affievolisce oltre gli alberi davanti a voi.

Per coincidenza, mi è capitato di leggere l’ultima opera del collega Substacker David Bentley Hart, che risuonava con lo stesso senso sincronico di ricordo perduto. Egli descrive magnificamente le magiche evocazioni della liminalità contenute nel classico romanzo francese Le Grande Meaulnes:

Per me, è qui che risiede il genio peculiare di entrambi gli uomini: nella loro capacità di evocare il senso di qualcosa che si trova sempre alle proprie spalle e che non si riesce a girare abbastanza velocemente per scorgere: il senso di un paese perduto al cui confine si può solo andare alla deriva, o di una memoria perduta di cui non si riesce ad afferrare il bordo tremulo. La loro è un’arte pervasa dal dolore dell’esilio, dalla sensazione di qualcosa di ormai scomparso che è sempre stato al tempo stesso pericolosamente fragile e profondamente amato: un’infanzia o una prima giovinezza svanite; un’innocenza scomparsa; la bellezza della Francia e dell’Inghilterra rurali, con i loro boschi e boschetti che presto saranno cancellati per lo sviluppo, e i loro campi e stradine di campagna che presto saranno coperti da autostrade asfaltate; un consenso sociale più antico, sostenuto da una serie di illusioni più rosee; un paese fatato che svanisce alla luce dell’alba; un paradiso sprecato e immemore; o qualsiasi altra cosa. Soprattutto, in una lunga retrospettiva, evoca le immagini di una generazione di bambini cresciuti nella lunga e serena primavera edoardiana, ma che non sarebbero diventati abbastanza grandi da avere figli propri.
La maggior parte delle culture ha un concetto vagamente legato a questo. Che si tratti del je ne sais quoi dei francesi, o del mono no aware dei giapponesi, o del portmanteau di vesperance, coniato da un altro scrittore di internet con l’aiuto di ChatGPT, che ho proposto prima:

Vesperanza (n.): L’emozione solitaria di un malinconico riconoscimento del presente come un’epoca in via di dissolvimento, che si tinge di anticipazione per un futuro irriconoscibile e trasformativo.
Colpisce il cuore del precipizio su cui ci troviamo oggi. L’America è l’esempio più viscerale: gli ultimi decenni sono stati segnati da un’esuberanza decadente che ha visto la cultura americana, pur con tutti i suoi eccessi, portare la fiaccola attraverso le tenebre strascicate della postmodernità, verso un futuro tangibile che potevamo anticipare con il morso dell’aria salmastra che preannuncia un mare. Nonostante la mancanza della capacità di dargli un nome o una forma, una sorta di determinazione speranzosa ci riempiva almeno di un cauto senso di ottimismo per le cose a venire.

Ma negli anni ’60 e ’70 un crescente disordine cominciò ad attanagliare il mondo. Vari shock e crisi legati al petrolio, alla politica monetaria e alla geopolitica spuntarono come cavallette. La guerra culturale iper-liberale ha abbattuto le barriere una dopo l’altra, propagandando alti livelli superficiali che smentivano i mali che si trovavano sotto la terra colpita alle radici della società. La malattia è stata sublimata attraverso i movimenti di controcultura e le scene indie in espansione, che hanno abbracciato il nichilismo e la dissoluzione, senza alcun esito felice. Mi viene in mente Ian Curtis, cantante dei Joy Division, che si uccise alla vigilia del loro primo tour nordamericano, un tema tristemente prevalente.

In tutto questo, il fervore per le promesse del domani continuava a brillare fiocamente, unendo le persone con un tocco affine non dichiarato. La società occidentale conservava la sua licenza morale di presiedere alla rubrica del bene e del male; l’Unione Sovietica offriva un facile antipodo mitologico, sfruttato a dovere dai potenti. Anche se il futuro lasciava presagire l’incertezza, rimanevano almeno alcuni elementi tangibili: la gente pianificava la propria vita perché le necessità materiali erano ancora a portata di mano: ci si poteva permettere una casa, un’auto, le vacanze, ecc. Il Paese portava la sua leadership mitizzata come una corona e il mondo si inchinava libidinosamente al suo percepito “primo diritto”.

Oggi l’America è avvolta da uno strano pantano. La cultura ha perso la sua lucentezza, il suo peso per muovere il mondo: le esche usate un tempo per intrappolarci in un mito comune di salvezza giacciono appassite come falsi idoli. Il fuoco che si sta affievolendo ha fatto sparire ogni senso di “magia” nell’Occidente che sta andando a rotoli, sostituendolo con i resti di un’incomprensibile inquietudine, un’accidia esistenziale. Le pietre miliari della cultura si sgretolano intorno a noi come edifici in decomposizione uno dopo l’altro, torri d’avorio che riscattano anni di abbandono spirituale. Marchi come Disney, che un tempo rappresentavano filoni inviolabilmente profondi della psiche americana, sono stati trasfigurati in motori di perversione – o più propriamente di conversione – con perdite miliardarie: sangue che sgorga dalla bocca di un gargoyle. L’America assomiglia ormai a un carcere di massima sicurezza, con ogni Stato che ha un blocco di celle separato, i cui residenti, in preda alla collera, si agitano con sospetto o con vera e propria ostilità l’uno verso l’altro. Il sole è tramontato sui bon vivants di un tempo e lo spettacolo dei pony è andato in malora.

La Cina, la Russia e l’Africa tracciano ora audacemente le proprie strade, ignorando le vermicolose ricadute culturali dell’America. I loro imperativi sociali sono concepiti per proteggere non solo la famiglia, ma anche la maggioranza della società; basti pensare al recente decreto di Putin secondo cui il 2024 sarà considerato “l’anno della famiglia“, con tutti gli investimenti sociali e governativi che ne conseguono; ad esempio, Putin ha già organizzato giorni fa una conferenza con il compito di delineare nuovi benefici sociali per le famiglie che hanno figli, bonus di maternità per le donne, ecc. Allo stesso modo, lo status del movimento LGBT è stato ancora una volta declassato a una regolamentazione più severa, al fine di proteggere la stragrande maggioranza dei cittadini da una propaganda dannosa e destabilizzante. Al contrario, in Occidente la maggioranza subisce i colpi e le frecce di una vera e propria nuova Inquisizione spagnola per amore di un’immaginaria minoranza vittimizzata. In realtà, questa minoranza è stata indotta e armata come mero guignol istituzionale contro coloro che rappresentano la più grande minaccia per gli ingegneri sociali dell’autorità. La società occidentale ha sempre più l’odore di una sfrenata lustrazione rituale.

A cosa ha portato tutto questo?

L’Occidente ha sbattuto contro un muro culturale; la sua visione del mondo è stata rifiutata dalla società in generale e con essa il mandato di dettare la direzione da seguire. Ci troviamo in una sorta di bardo nebuloso, una palude liminale, intrappolati tra le epoche senza una chiara via d’uscita, senza una visione soddisfacente del futuro che ci guidi o ci rassicuri. Di conseguenza, la cultura si è trasformata in un vortice stagnante: un ciclo temporale interrotto di ossessionante isolamento, solitudine e indescrivibile alienazione. Questi, i nostri nuovi idoli, sono diventati i tessuti sociali del nostro continuum dislocato, per essere occasionalmente interrotti dalle contorsioni stridenti di qualche “tecno-meraviglia” di breve durata – AI e ChatGPT come nuovi uscieri del nostro spossessamento.

Diversi pensatori hanno fatto carriera analizzando il fenomeno negli ultimi anni. Primo fra tutti il brillante Mark Fisher, che ha reso popolare il termine Hauntology, coniato da Derrida, per descrivere il modo in cui i nostri “futuri perduti” trapelano attraverso i pori del nostro presente collettivo, sintetizzandosi in un senso sempre più viscerale non solo di perdita per qualcosa che un tempo era stato promesso, ma anche di un’ineluttabile sensazione di vuoto sviscerale nei confronti del domani. In sostanza, in mancanza di un vero futuro, le figure di quello che ci è stato promesso continuano a esercitare la loro seduzione sulla nostra psiche come un ritmo ipnotico; spettri lampeggianti di ciò che è stato e sarà.

Fisher parla di “lento annullamento del tempo”, un concetto che riecheggia leggermente nel “deserto post-ideologico” di Zizek – l’idea che la modernità abbia soppiantato ogni sviluppo precedente con un paesaggio arido di non-idee, simile ai “non-luoghi” di Marc Augé, a cui Fisher fa riferimento. In breve: la post-modernità e la metamodernità come un terreno vuoto infestato dai fantasmi di un futuro che non c’è più.

Riuscite a indovinare il prevedibile destino di Fisher?

Una discendenza diretta può essere rintracciata non solo attraverso Derrida, ma anche attraverso il suo ex allievo Fukuyama, che ha notoriamente dichiarato la fine della storia, con il capitalismo neoliberale che è culminato in un apice del progresso umano, una vetta che guarda al mondo lillipuziano con un freddo sogghigno. Il conquistatore della montagna – in questo caso l’Occidente consacrato – unisce passato e futuro in un unico vessillo da apporre con orgoglio nell’eterno crepuscolo, dichiarando la Pax Liberalis.

Fukuyama potrebbe aver avuto ragione, ma non nel modo in cui immaginava. Invece il presente si è accartocciato su se stesso: quella promessa tonica della modernità, costruita sui sogni dissacrati di un futuro sventrato e reso sterile per tamponare i peccati del passato, è venuta meno.

La supremazia culturale dell’Occidente si è affievolita sotto la luce fioca del suo ingegno. Sotto la facciata seducente dell’innovazione, dell’espressione, della progressione e di tutte le altre vuote tangenti agitistiche che adornano i pannelli scintillanti delle pareti, abbiamo trovato le tracce ben nascoste di un elaborato stratagemma: una rete nascosta di corde e pulegge, l’astuta sovversione delle forze mercificanti globaliste. Una corsa di topi, una mitografia religiosa dei motori di sfruttamento dell’eccesso di capitale in fuga, il “mito del progresso” astorico. Senza la sottoscrizione del capitale predatorio globale, la locomotiva culturale si è trovata a fermarsi. Sotto l’impiallacciatura di gingilli e fronzoli non c’era altro che l’orpello sbiadito di una vuota sublimazione: la negazione dell’impulso moderatore della natura. Il punto in cui ci troviamo ora è quello in cui ci siamo sempre trovati: le sabbie mobili del tempo.

Quando Edward Bernays iniziò a progettare i copioni del moderno reality show, fu almeno abbastanza coscienzioso da mantenere le spinte comportamentali solo leggermente sfalsate rispetto ai nostri impulsi naturali. I costumi della società sono stati preservati, con solo un attento e periodico ritocco per soddisfare le esigenze degli showrunner di Big Business.

Ora i tecno-farisei eletti hanno alzato la posta in gioco. A causa dell’urgenza dell’imminente caduta della loro egemonia finanziaria, sono costretti a fistolizzarci la gola con megadosi di programmi confusi per assicurarsi che la nidiata sia abbastanza compiacente e disunita da non prendere in considerazione alcuna scomoda modalità di ricorso durante il periodo storico di declino del fariseo eletto. L’alleanza avvelenata deve durare a tutti i costi, per evitare che il tessuto della realtà imposta si disfi.

Il rumore incoerente ci intrappola in uno stato di limbo: sempre distanti, sempre alienati, sempre diffidenti gli uni verso gli altri. Questa distanza insopportabile ci lascia menestrelli spostati che scalciano sulla ghiaia sciolta del passato, rovistando alla ricerca di frammenti di quei futuri estranei, un tempo splendenti, come archeologi ribelli. Quali tesori possono nascondersi in questi campi abbandonati? Potremmo portare alla luce un significato per questi tempi fratturati?

Avendo trovato un frammento imperfetto, posizioniamo le nostre casse di risonanza in qualche angolo poco frequentato di questo vecchio fascio di fibre e portiamo avanti le nostre parole e canzoni di ricordo, sperando di accendere un ricordo o due in un compagno di viaggio. Forse qualcosa si smuoverà, per scoprire qualcosa di più di ciò che è andato perduto.

Vi va di cantare una canzone?


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