Italia e il mondo

La terra multipolare contro il mare globale _ di Constantin von Hoffmeister

La Terra multipolare contro il mare globale
Abitazione radicata contro capitale liquido
Constantin von Hoffmeister

26 luglio

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Il mare si estende a perdita d’occhio come un’unica superficie ininterrotta, una vasta e uniforme distesa d’acqua che trascina ogni cosa in un movimento continuo. In questo regno, l’occhio trova solo uniformità, poiché le onde si alzano e si abbassano senza curarsi di alcun segno o confine fisso che una mano umana potrebbe tracciare sulla terra. Laddove la terra offre crinali, valli e i contorni netti dei territori, il mare si presenta come un campo aperto in cui ogni differenza si dissolve nell’infinito gioco delle correnti. È la controparte liquida del deserto, una distesa che invita al viaggio ma rifiuta la permanenza dell’insediamento, e in questo rifiuto rivela la sua essenza più profonda di mezzo di pura circolazione.
Il teorico politico tedesco Carl Schmitt (1888-1985) osservò la distinzione fondamentale tra terra e mare come due principi opposti che plasmano l’ordine politico del mondo. Sulla terra, la terra stessa fornisce il terreno solido su cui i popoli stabiliscono confini, leggi e istituzioni durature; il suolo riceve l’impronta della volontà umana e la conserva attraverso le generazioni. Il mare, al contrario, rimane libero da tali segni permanenti. La sua superficie non ammette linee permanenti e le sue profondità sono attraversate solo dalle rotte temporanee delle navi che passano e scompaiono. Il pensatore francese della Nuova Destra Alain de Benoist (nato nel 1943) ha ripreso questa stessa distinzione e l’ha portata all’epoca contemporanea, mostrando come il principio marittimo sia diventato dominante e ora cerchi di rimodellare ogni sfera della vita secondo la propria fluida misura.
Le antiche tradizioni della terra possono ancora rispondere alla crescente ondata di pura circolazione?
Un mondo governato dal mare non conosce un centro fisso da cui possano irradiarsi autorità o identità. Vive invece di movimento continuo, di passaggio incessante di navi, merci e segnali che non si fermano mai. Queste correnti costituiscono la sostanza stessa dell’esistenza del mare e trovano il loro equivalente moderno nei grandi flussi dell’era della globalizzazione. Capitali, informazioni e popolazioni si muovono sulla superficie del pianeta secondo schemi che ripetono l’antica irrequietezza dell’oceano, unendo coste lontane in un’unica rete di scambi, pur lasciandosi alle spalle le solide ancore delle comunità più antiche.
L’epoca attuale si presenta come un ordine liquido in cui ogni forma solida cede alla pressione del movimento. Ciò che un tempo era saldo – le tradizioni radicate dei popoli, le nette distinzioni di rango e di luogo, e le strutture durature della vita locale – ora si piega e si sposta sotto la forza di una circolazione incessante. La stabilità cede il passo alla trasformazione costante, la solidità si ammorbidisce in adattabilità e i diversi modelli di insediamento umano confluiscono in una superficie più liscia e uniforme. In questo mondo liquido, le virtù terrestri della permanenza e della misurata differenza si ritirano di fronte alle virtù marittime della velocità e dello scambio.
Il filosofo tedesco Martin Heidegger (1889-1976) definì l’abitare il modo in cui gli esseri umani rimangono sulla terra in pace, preservando e salvaguardando il mondo che li circonda affinché possa nascere una vera casa. Abitare è la modalità fondamentale dell’esistenza umana stessa: abitare significa prendere posto sul terreno solido, rimanere con le cose del mondo e riunire il quadruplice elemento in un tutto vivente. Il quadruplice elemento è costituito da terra e cielo, mortali e divinità, e ogni elemento entra in libera relazione con gli altri attraverso l’atto stesso dell’abitare. La terra appare come il terreno di sostegno che fiorisce e porta frutto, che si espande verso l’esterno in rocce e acque e si eleva in vita vegetale e animale. Il cielo si dispiega come il percorso arcuato del sole, il corso della luna, il luccichio errante delle stelle, il susseguirsi delle stagioni, la luce e il crepuscolo del giorno, l’oscurità e il bagliore della notte, e il mutevole clima di nuvole ed etere limpido. Gli esseri umani sono coloro che sono consapevoli della propria morte e perciò misurano i loro giorni con cura. Le divinità giungono come messaggeri invitanti del sacro, silenziose allusioni del divino che conferiscono a ogni luogo la sua profondità di significato. Nell’abitare, queste quattro si uniscono, ciascuna preservando le altre affinché possa sorgere un mondo autentico.
Chi abita in un luogo costruisce e cura, misura il terreno con paziente attenzione e permette alle cose del mondo – case, ponti, campi e imbarcazioni – di manifestarsi pienamente, accogliendo al loro interno la quadruplice essenza. Questa modalità di esistenza appartiene interamente alla terra, dove il suolo riceve il peso delle abitazioni, la crescita dei campi coltivati ​​e la quieta successione delle generazioni che rimangono legate a un luogo specifico. Sulla terra solida, la presenza umana trae la sua misura da un’appartenenza radicata, dai ritmi quotidiani di lavoro e riposo, semina e raccolto, costruzione e conservazione che plasmano una casa duratura. Il principio terrestre preserva così le condizioni affinché l’abitare possa dispiegarsi nella sua forma piena e autentica, riunendo terra e cielo, mortali e divinità in un unico ordine continuo che funge da contrappeso vivente alle correnti inquiete del regno marittimo.
Anche il commercio segue lo stesso percorso liquido. Le merci viaggiano in flussi che attraversano ogni antica frontiera, guidati dalla logica del capitale che misura il valore solo in termini di movimento e rendimento. Il capitale, come il mare, prospera grazie al flusso continuo; trae forza dal passaggio ininterrotto della ricchezza da una mano all’altra, da una sponda all’altra. Il mercante e l’investitore diventano navigatori moderni, tracciando rotte attraverso mercati che si comportano come acque aperte, liberi dai punti di riferimento fissi che un tempo definivano la vita della terra.
L’uniformità prodotta da questo commercio globale appartiene interamente al principio marittimo. Laddove un tempo la terra sosteneva una ricca varietà di ordini locali, ciascuno plasmato dal proprio suolo e dalla propria storia, il mare impone un’unica misura che appiana ogni differenza. Alain de Benoist ha dimostrato come questa logica marittima si affermi sotto la bandiera di una singolare fede economica, un monoteismo del capitale che non tollera divinità rivali del luogo o della tradizione. Il capitale che oggi domina il mondo trae la sua essenza dal mare aperto, e la somiglianza tra l’impresa capitalistica e l’antica pratica della pirateria appare come una parentela naturale piuttosto che una coincidenza.
Un tempo i pirati vivevano impadronendosi delle ricchezze gratuite delle rotte oceaniche, muovendosi rapidamente, colpendo dove la corrente li favoriva e scomparendo di nuovo nell’immensa distesa. Lo stesso spirito anima i grandi sistemi commerciali dei nostri giorni: prosperano catturando valore in movimento, trattando ogni confine come provvisorio e convertendo la ricchezza fissa della terra nella ricchezza fluida dello scambio. La distinzione di Schmitt tra terra e mare illumina quindi il conflitto più profondo del presente, poiché l’ordine marittimo cerca di estendere il suo dominio liquido su ogni residua sacca di solidità terrestre.
In definitiva, la lotta tra questi due principi determina la forma dell’era a venire. La terra continua a offrire la possibilità di comunità radicate, confini chiari e forme di vita durature, mentre il mare impone la sua visione di flusso infinito e uniformità universale. De Benoist ci ricorda che la scelta tra questi ordini rimane aperta. Si intravedono ora segnali che l’era del puro dominio marittimo sta cedendo il passo a un ordine multipolare in cui diversi centri di civiltà distinti, ciascuno radicato nel proprio suolo e nella propria storia, si affermano per rivendicare la propria dimensione del mondo. Questi poli emergenti traggono la loro forza dal principio terrestre, ripristinando il peso del luogo, la continuità dei popoli e la varietà di forme durature che la corrente globale liquida un tempo cercava di dissolvere in un unico movimento uniforme.
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Il plurale contro l’universale

Il peso degli antenati

Constantin von Hoffmeister29 luglio∙Pagato
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L’universalismo si espande sempre a partire da un particolare nucleo culturale fino a rivendicare come proprio dominio naturale gli angoli più remoti del mondo umano. In questa espansione, le abitudini locali di un popolo si trasformano in un presunto metro di misura per ogni popolo. Il nazionalismo opera in direzione opposta, raccogliendo i desideri di molte persone distinte in un’unica volontà condivisa. Entrambi i movimenti trattano la vita concreta delle comunità come materia prima per astrazioni più ampie. La trama viva delle singole usanze e la reale portata di ciò che può essere condiviso rimangono quindi al di fuori del quadro di entrambe le dottrine. Ciò che emerge, invece, è un’incessante oscillazione tra il locale e il planetario, che non si stabilizza mai in un ordine duraturo.

In un mondo composto da molteplici civiltà autonome, ciascuna incentrata sulla propria esperienza storica, la principale fonte di destabilizzazione si manifesta ogni volta che una di queste civiltà si erge a modello definitivo per tutte le altre. Tale civiltà si incarna in un senso di redenzione e cerca di diffondere le proprie istituzioni, forme economiche e vocabolario morale oltre ogni confine. La pretesa di parlare a nome dell’umanità intera genera un attrito continuo con le società che continuano a orientarsi secondo la propria memoria e i propri parametri. La pressione culturale e la leva economica si muovono di pari passo, rafforzandosi a vicenda, finché i centri più piccoli non percepiscono minacciata la propria continuità.

L’Europa, intesa come formazione continentale radicata in una stratificazione di storie di lingua, paesaggio e diritto, esiste in crescente tensione con l’Occidente, inteso come un insieme di principi trasportabili, svincolati da qualsiasi geografia fissa. La realtà continentale trae la sua coerenza da stagioni condivise, confini condivisi e sequenze di eventi comuni, percorribili e ricordabili. L’Occidente, privo di geografia, fluttua libero da questi ancoraggi e si offre come un modello portatile pronto per l’esportazione. I due seguono quindi traiettorie divergenti: l’uno rimane legato al luogo, l’altro dissolve il luogo in una mobilità astratta. La loro separazione diventa la naturale conseguenza di queste diverse fondamenta.

Se l’Occidente astratto si è completamente distaccato dalla storia e dalla geografia, cosa ne sarà delle persone rimaste indietro che ancora desiderano un senso di appartenenza a un luogo?

L’identità emerge come una questione vitale quando i vecchi segni di appartenenza cominciano a svanire. Nelle forme sociali precedenti, i ritmi del lavoro, della parentela e dei rituali fornivano una risposta continua alla domanda su chi si fosse. Le persone si muovevano all’interno di una rete di ruoli riconosciuti e obblighi ereditari che richiedevano poca analisi esplicita. Con l’affievolirsi di questi segni, individui e gruppi rivolgono contemporaneamente la loro attenzione verso l’interno e verso l’esterno, chiedendosi cosa resti della continuità e quali nuove forme di attaccamento possano prenderne il posto. L’indagine stessa diventa un elemento distintivo del panorama moderno.

Nelle società tradizionali, il senso di identità si esprimeva attraverso la pratica quotidiana piuttosto che tramite dichiarazioni formali. I riti di lignaggio, le feste stagionali e la presenza visibile degli anziani fornivano una costante conferma dell’appartenenza a una narrazione in continua evoluzione. La condizione moderna moltiplica le narrazioni disponibili e le distanze tra di esse. Di conseguenza, la stessa persona può appartenere contemporaneamente a diverse affiliazioni parziali e può sentire il bisogno di scegliere o di ricombinarle. Tale bisogno genera un dialogo esplicito sull’identità, che nelle epoche precedenti poteva essere lasciato inespresso.

La pietà più profonda si manifesta in una dipendenza costante da coloro che ci hanno preceduto. Si estende a ritroso attraverso la catena degli antenati, verso l’esterno attraverso la stirpe vivente e in avanti attraverso le persone che erediteranno lo stesso nome. Questa dipendenza non è un ornamento facoltativo, ma la sostanza stessa della continuità. La memoria, tramandata di generazione in generazione, mantiene viva la presenza dei defunti tra i vivi e, in tal modo, preserva l’integrità della comunità nel tempo.

Gli antenati rimangono una presenza attiva e avvolgente. Le loro voci continuano a risuonare nelle storie che vengono raccontate, nei nomi che vengono ripetuti e nei doveri che vengono tramandati. Finché i discendenti conservano questa memoria, la moltitudine dei defunti rimane vicina, offrendo consigli silenziosi e un esempio costante. I vivi, quindi, si muovono in una compagnia invisibile che plasma le loro scelte e dà peso alle loro azioni. Questa vicinanza fornisce il terreno fertile per ogni seria rivendicazione di appartenenza.

La coltivazione della memoria ancestrale diventa dunque un obbligo pratico piuttosto che un esercizio sentimentale. Ogni generazione eredita il compito di mantenere chiari i nomi, curare le tombe e tramandare le storie con precisione. Nell’adempiere a questo compito, i vivi difendono l’onore di chi li ha preceduti e preparano la stessa difesa per chi verrà dopo. La difesa è continua e ordinaria, si svolge nelle decisioni quotidiane che rafforzano o indeboliscono la catena di trasmissione.

Nel loro insieme, questi movimenti rivelano un pluriverso di entità egocentriche, ognuna delle quali trae forza dalla propria particolare profondità. Il tentativo di dissolvere tale particolarità in un unico modello universale o di ridurla alla somma di volontà individuali non fa che generare ulteriore inquietudine. Ciò che perdura è il silenzioso lavoro della memoria, il paziente mantenimento della discendenza e l’accettazione che ogni autentica universalità germoglia da un terreno che rimane specifico.

Le analisi fenomenologiche del filosofo austro-tedesco Edmund Husserl (1859-1938) aprono un’ulteriore dimensione all’interno di questo stesso campo, focalizzando l’attenzione sul flusso vivente dell’esperienza intenzionale in cui ogni significato prende forma. Attraverso l’accurata descrizione degli atti di coscienza, il particolare orizzonte storico di una comunità si rivela come il terreno fertile da cui emergono continuamente sia le consuetudini limitate sia le ampie pretese di ordine. Il mondo vitale delle pratiche condivise, dei ricordi sedimentati e delle aspettative reciproche fornisce il terreno concreto che le dottrine successive astraggono ed estendono fino a una scala planetaria. All’interno della continua costituzione di un mondo comune attraverso le generazioni, la presenza degli antenati appare come uno strato attivo di significato, conservato e riattivato nel presente vivente, in modo che i defunti rimangano partecipanti attivi nella continua formazione del significato. L’emergere moderno delle questioni identitarie coincide con il momento in cui l’atteggiamento naturale del mondo vitale viene interrotto e le strutture trascendentali della creazione di significato diventano accessibili a una riflessione esplicita. In quest’ottica, il pluriverso di entità autocentrate corrisponde a una molteplicità di comunità trascendentali, ognuna delle quali costituisce il proprio universo coerente a partire dalla profondità generativa della propria vita storica.

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Declino dell’Occidente e afflusso islamico

Élite corrotte e passaggio di consegne tra civiltà

Constantin von Hoffmeister27 luglio
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La contrazione demografica accelerata delle popolazioni occidentali, il sistematico disprezzo di sé coltivato dalle loro élite politiche e culturali, le aggressive politiche liberali che smantellano le strutture sociali ereditate e l’accoglienza calcolata delle diaspore islamiche deliberatamente separate dalle tradizioni disciplinate delle loro società d’origine costituiscono, nel loro insieme, un movimento storico coerente che trasferisce energia, ambizione e predominio numerico della civiltà alle vigorose maggioranze della Maggioranza Globale.

L’Occidente odierno è caratterizzato da una popolazione che invecchia e il cui numero diminuisce costantemente rispetto alla crescente moltitudine di persone al di fuori dei suoi confini. Questa società segue una traiettoria che la conduce alla propria scomparsa come forza civilizzatrice distinta. L’odio per se stessa permea le sue istituzioni culturali e il discorso pubblico, mentre una particolare forma di energia liberale alimenta politiche che accelerano questo processo. Le élite che ne dirigono gli affari mostrano una combinazione di perversione morale, distacco emotivo dalle comuni preoccupazioni umane e corruzione sistemica che antepone l’interesse privato a qualsiasi scopo civico condiviso.

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Al contrario, le società della Maggioranza Globale mostrano vitalità in ogni ambito misurabile dell’attività umana. I tassi di natalità rimangono elevati, le città si espandono con costruzioni mirate e le giovani popolazioni perseguono l’istruzione, l’imprenditorialità e la padronanza tecnologica con visibile determinazione. L’ambizione trova espressione in progetti infrastrutturali su larga scala, nella crescente capacità industriale e nella sicura affermazione della continuità culturale. Queste società possiedono le risorse demografiche e psicologiche necessarie per superare le posizioni di influenza un tempo detenute dall’Occidente.

Una chiara comprensione dell’immigrazione islamica nei paesi occidentali richiede il riconoscimento della distinzione deliberatamente operata dai decisori globalisti. Nei tradizionali territori della civiltà islamica, la religione appare come un ordine sociale coerente, sostenuto da strutture giuridiche, familiari ed educative consolidate da tempo. La politica globalista considera questi stessi territori come bersagli di pressioni militari, bombardamenti aerei e continue campagne di denigrazione internazionale. L’obiettivo rimane l’indebolimento degli stati islamici sovrani che rifiutano la subordinazione all’ordine economico e politico dominante.

Eppure, le stesse reti globaliste riservano un’accoglienza diversa alle popolazioni islamiche una volta che queste lasciano i loro territori ancestrali e si stabiliscono nelle città occidentali. L’accoglienza è particolarmente calorosa per i gruppi che si sono allontanati dalle rigide strutture delle loro società d’origine, gruppi i cui membri compaiono con frequenza elevata nelle statistiche sulla criminalità e le cui manifestazioni pubbliche di fede riducono la religione a una serie di gesti di protesta. Queste diaspore ricevono protezione istituzionale, sostegno finanziario e accesso preferenziale ai sistemi abitativi e di welfare.

Il modello di preferenza che ne deriva rivela uno standard di giudizio coerente. Le comunità islamiche che rimangono radicate nelle loro terre storiche vengono etichettate come nemiche o malvagie, mentre quelle che si trasferiscono nello spazio occidentale vengono considerate alleate o amiche. Le comunità trasferite indeboliscono la coesione interna della tradizione che un tempo avevano ereditato e, allo stesso tempo, erodono i costumi, le norme giuridiche e gli equilibri demografici delle popolazioni ospitanti. Questo duplice effetto serve agli interessi strategici di coloro che mirano alla dissoluzione sia dell’ordine islamico classico sia dell’ordine europeo classico.

La leadership politica europea continua a sostenere le stesse politiche che producono questi risultati. I funzionari liberali nominano persone provenienti da contesti di immigrazione a posizioni che sovrintendono all’immigrazione. Ampliano le vie d’ingresso che aggirano i controlli legali, organizzano cerimonie pubbliche di benvenuto per i nuovi arrivati ​​musulmani ed eliminano simboli e figure cristiane dai centri di autorità culturale. Ogni nuova misura amministrativa adottata dai funzionari europei si basa sulle precedenti e prosegue sulla stessa linea già avviata.

L’Unione Europea traduce queste preferenze in regolamenti vincolanti e meccanismi di finanziamento. I funzionari stanziano risorse che favoriscono l’espansione delle reti di immigrati, riducendo al contempo il sostegno alle popolazioni storiche degli Stati membri. I programmi scolastici e le linee guida dei media celebrano l’arrivo di nuove comunità e presentano il patrimonio culturale più antico come un ostacolo al progresso. L’apparato di governo opera con continuità ininterrotta, convertendo ogni principio astratto in pratica istituzionale concreta.

Gli osservatori che esaminano la sequenza delle decisioni scoprono che le scelte amministrative più improbabili si concretizzano con una frequenza prevedibile. Comitati composti da immigrati arrivati ​​di recente ottengono l’autorità sulla selezione dei futuri immigrati. Fondi pubblici finanziano la costruzione di edifici religiosi stranieri che soppiantano i luoghi di culto locali. Si estendono le tutele legali per pratiche che contraddicono le norme residue delle società ospitanti.

Nel loro insieme, questi sviluppi costituiscono un movimento storico coerente. La contrazione demografica dell’Occidente procede di pari passo con l’espansione demografica della Maggioranza Globale. L’autodisprezzo interno delle élite occidentali trova il suo corrispettivo nell’inarrestabile slancio in avanti di società che considerano ancora la propria continuità come un bene positivo. L’immigrazione islamica, sotto la sponsorizzazione selettiva delle reti globaliste, accelera la trasformazione introducendo popolazioni la cui presenza altera sia il panorama religioso sia gli equilibri politici. Il processo prosegue sotto la guida costante delle istituzioni europee, che considerano ogni passo successivo come il naturale compimento della propria filosofia di governo.

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Alla riscoperta di un’élite dinamica? _ di Blake Smith

Alla riscoperta di un’élite dinamica?

Di Blake Smith

SAGGIO DI RECENSIONE
Elite e democrazia
di Hugo Drochon
Portfolio, 2025, 336 pagine

Se abbiamo deciso che la democrazia non può significare letteralmente il governo del popolo e deve essere ridefinita, allora non c’è alcun motivo particolare per cui dobbiamo accettare che l’apertura, la mobilità o l’adesione delle élite democratiche ad alcuni ideali di progresso storico siano gli elementi chiave di una democrazia ridefinita oggi. La democrazia, una volta svincolata dall’idea del governo del popolo, potrebbe piuttosto significare che l’inevitabile élite governa efficacemente per conto del popolo. Una volta liberati dalle narrazioni ormai consegnate alla storia, o dalle metafore fisiche che equiparano una buona società alla fluidità e al movimento, potremmo essere liberi di ripensare ciò che vogliamo dalle nostre élite e come ottenerlo

È quasi inimmaginabile che chiunque osservi le società occidentali contemporanee possa ritenerle ben rappresentate dalle proprie élite. Anche in assenza di un accordo su chi siano tali élite, sul significato del termine “élite” o sull’opportunità o meno di avere un’élite di qualche tipo, interlocutori di ogni orientamento politico e provenienza sociale possono unirsi nel disprezzo verso coloro che ci governano.

Per difendere in modo convincente le nostre élite attuali occorrerebbe una maestria retorica che va ben oltre le capacità di qualsiasi scrittore vivente. Difendere l’idea che dovrebbero, o debbano, esistere élite — difendere una qualche versione di elitismo — è, tuttavia, possibile anche per intellettuali di modesto talento. Tali intellettuali, e forse alcuni dei loro lettori, possono immaginare che, sostenendo l’esistenza di un’élite, stiano andando contro le principali correnti della politica e del pensiero politico odierni.

Hugo Drochon, professore di teoria politica all’Università di Nottingham, lamenta nel suo nuovo libro, Elites and Democracy, che “viviamo nell’era della rivolta contro le élite”. 1 Drochon cerca, attraverso l’opera di diversi pensatori politici moderni, di sostenere la validità di un tipo adeguato di governo delle élite, compatibile con i valori della maggior parte degli occidentali istruiti impegnati nella manipolazione simbolica da colletto bianco: diritti liberali, progresso storico e, in una certa misura, democrazia.

Drochon definisce questo tipo di elitarismo auspicabile “democrazia dinamica”. Egli introduce il termine innanzitutto come una “teoria della democrazia”. Alla luce delle sue presunte intuizioni, dovremmo riconoscere che, come qualsiasi forma di governo, la democrazia implica “l’esistenza di un’élite che controlla le leve del potere, vale a dire lo Stato”. Questa è la «realtà del potere».2 A creare confusione, il termine «democrazia dinamica» ricorre nel testo di Drochon anche come denominazione di un tipo di regime basato su questa intuizione teorica. In questo contesto, un’élite al potere, «democratica» nella misura in cui è eletta, non ereditaria o soddisfa altri criteri, è «dinamica» nella misura in cui si apre al rinnovamento e alla contestazione da parte dei nuovi arrivati. I leader dei sindacati, i portavoce delle minoranze emarginate e altri contendenti al potere, con alle spalle le loro basi non appartenenti all’élite, esercitano una pressione sufficiente sulla classe dirigente affinché quest’ultima non solo apporti cambiamenti alle politiche, ma includa anche alcuni di quei leader nell’élite. Non è chiaro se Drochon intenda dire che la «democrazia dinamica» in questo senso sia stata la norma per gran parte della storia occidentale moderna, oppure se debba essere intesa come un ideale, realizzato solo in parte, a cui le democrazie dovrebbero aspirare.

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Democrazia e merito

Per sostenere la sua nozione polisemica di “democrazia dinamica”, Drochon ricorre ai teorici delle élite che, nella sua disciplina, sono considerati quelli che hanno posto in modo più incisivo la questione delle élite nella politica moderna: Gaetano Mosca (1858–1941), Vilfredo Pareto (1848–1923) e Robert Michels (1876–1936). A queste letture dei pensatori fondamentali aggiunge capitoli dedicati a un’altra schiera di studiosi, da Joseph Schumpeter (1883–1950) a Raymond Aron (1905–1983), che egli ritiene abbiano conservato alcune delle intuizioni essenziali del primo gruppo, perdendone però altre. I lettori che non hanno familiarità con la tradizione intellettuale di Pareto, Mosca e dei loro interlocutori impareranno qualcosa sulla teoria delle élite e sui suoi commentatori. I lettori che invece ne sono a conoscenza troveranno fastidiosamente pretenziosa l’insistenza di Drochon sul suo presunto recupero di intuizioni chiave. Il lettore desideroso sia di una spiegazione introduttiva sia di una rilettura innovativa dei teorici delle élite troverebbe più utile il recente libro di Natasha Piano Democratic Elitism: The Founding Myth of American Political Science (2025), un libro che Drochon menziona solo in un breve paragrafo condiscendente che riduce il suo lavoro a un riflesso della rilettura di Machiavelli da parte del suo relatore di dottorato, John McCormick.

Coniare uno pseudo-concetto apparentemente originale, esagerare l’originalità delle proprie interpretazioni dei testi, mettere da parte i giovani studiosi e collegare frettolosamente gli argomenti della propria presunta competenza alle questioni politiche attuali sono peccati così tipici del mondo accademico da dover essere perdonati. Alcuni degli altri problemi di Elites and Democracy, tuttavia, sono sintomatici di questioni più ampie rispetto alle deformazioni professionali di Drochon. Essi rivelano piuttosto una confusione su come concepire le élite, diffusa in tutto quel segmento della società incaricato della spiegazione pubblica di tali problemi.

Come afferma Drochon nella sua conclusione, l’idea più fondamentale dei teorici delle élite è che «le élite governano sempre».3 La democrazia non può significare, come sembrerebbe per definizione ed etimologia, il governo del popolo. Coloro che difendono la democrazia non devono perdere di vista questo fatto, esorta Drochon. Devono opporsi ai progetti che mirano ad abolire del tutto le élite senza per questo soccombere a un pessimismo in cui il dominio incessante delle élite fa apparire la politica futile. Sebbene il governo da parte di un’élite sia inevitabile, non siamo destinati a essere governati da una particolare élite, e le potenziali élite variano notevolmente in termini di qualità. Essere governati meglio potrebbe non sembrare una causa particolarmente entusiasmante o nobile, ma a differenza dei sogni di totale emancipazione dal governo o dell’esercizio perfettamente non gerarchico del potere, non è impossibile sempre e ovunque. Se Elites and Democracy avvicina anche solo uno dei suoi lettori a questa saggezza prudente e moderata, forse ne è valsa la pena di scriverlo, anche se Drochon non riesce mai a spiegare in modo convincente perché questa saggezza richieda né un termine di nuova coniazione come «democrazia dinamica» né un’escursione attraverso gli scritti di vari teorici politici.

Senza dubbio, Mosca e Pareto, in particolare, sono pensatori stimolanti, giunti alle loro visioni in qualche modo complementari dell’elitarismo osservando il successo di una monarchia costituzionale liberale e democratica in Italia, insieme all’ascesa dei partiti operai di ispirazione marxista, all’emergere dell’Unione Sovietica e, infine, al fascismo italiano. Tutti questi movimenti attaccavano le precedenti forme di governo in quanto espressione di quella che i loro sostenitori consideravano un’élite eccessivamente ristretta, interessata solo ai propri interessi e reazionaria, inadeguata alle sfide poste dalla modernità industriale. Tutti sostenevano che un insieme di persone non appartenenti all’élite – che potesse essere l’umanità in quanto titolare di diritti universali, il proletariato o la nazione – fosse stato escluso dal potere e oppresso. Eppure nessuno di quei movimenti creò una forma di governo in cui non governassero élite di qualche tipo. Questo fatto spinse Mosca e Pareto a sostenere che le élite sarebbero state un elemento di qualsiasi regime possibile e a considerare quali specifiche modalità di selezione, istruzione e competizione potessero produrre la migliore schiera di leader politici. Per loro, le rivoluzioni del XIX e dell’inizio del XX secolo non rappresentavano tanto una successione di rotture storiche decisive quanto piuttosto una serie di promemoria sull’importanza di gestire in modo pragmatico le tensioni sociali attraverso il mantenimento di un’élite adeguatamente diversificata, intelligente e flessibile.

Gran parte di ciò che si può trarre da Mosca e Pareto in questo senso è buon senso, frutto dell’osservazione della loro epoca ma, mutatis mutandis, valido anche per la nostra. Il nucleo di questo buon senso, tuttavia, non era affatto estraneo ai leader delle rivoluzioni liberaldemocratiche, marxiste e fasciste che, qualunque cosa dicessero a nome della parte non elitaria dell’umanità, erano essi stessi acuti teorici e praticanti dei propri tipi di elitarismo. L’avanguardismo di Lenin, o i culti fascisti del grande uomo, sono ciò che si potrebbe definire teorie elitarie. Gli scritti che li esprimono, al di là del loro dogmatismo respingente e del loro carattere occasionale, sono attenti ai problemi legati alla costituzione di una nuova élite capace di organizzare un cambiamento sociale auspicabile.

Anche le rivoluzioni democratiche che le avevano precedute erano indissolubilmente legate alla riflessione sulle élite. Ad esempio, uno dei pensatori centrali della Rivoluzione francese, Emmanuel Joseph Sieyès, nel suo opuscolo del 1789 “Che cos’è il Terzo Stato?”, fornì un quadro di riferimento attraverso il quale organizzare intellettualmente e operativamente le richieste diffuse e ancora incoerenti rivolte alla monarchia vacillante. Come molti dei suoi colleghi, Sieyès vedeva la Rivoluzione come il rovesciamento di un’aristocrazia feudale ereditaria a favore di una nuova élite la cui pretesa al potere si fondava su ciò che veniva chiamato talento o merito. Presentata dai rivoluzionari come una rottura con quello che cominciarono a chiamare l’ancien régime, questa era in realtà solo un’estensione o un’accelerazione del processo di assorbimento di nuovi membri già in atto all’interno di quest’ultimo. La monarchia francese, come quasi tutte le sue contemporanee, aveva creato percorsi che consentivano ai cittadini comuni di nobilitare se stessi o i propri figli in cambio di ingenti somme di denaro o della prestazione di grandi servizi pubblici.

Idee simili erano presenti anche tra i padri fondatori americani, per i quali il pensiero politico era sinonimo di riflessioni sulla creazione, la continuità e il ricambio delle élite. Sebbene avessero visioni diverse sul futuro dell’America e sul tipo di persone qualificate a guidarla verso la sua realizzazione, i padri fondatori potevano dare per scontato che esistessero individui dotati di intelligenza, ambizione e virtù eccezionali, qualificati a governare. Questi individui dovevano ricevere un’istruzione adeguata affinché potessero essere di massima utilità per la repubblica. Dovevano inoltre essere protetti sia dalla gelosia di quella che all’epoca veniva definita «la plebe», sia dalla loro stessa tentazione di monopolizzare il potere ed emarginare i colleghi. L’arte di governare consisteva principalmente nella creazione di istituzioni, prassi e principi etici grazie ai quali gli individui si sarebbero impegnati a guadagnarsi un posto tra le élite attraverso una forma di emulazione tra rivali, intensa ma ben incanalata.

Anche gli occidentali con una conoscenza storica anche solo superficiale comprendono che le tradizioni politiche dei secoli precedenti, dall’estrema sinistra all’estrema destra passando per il centro liberaldemocratico, ruotano essenzialmente attorno alle questioni relative alla leadership. La lettura dei Federalist Papers, o un corso universitario introduttivo alla storia europea dal 1750 in poi, dovrebbe essere sufficiente a far prendere coscienza agli studenti che l’elitarismo — ovvero l’accettazione del fatto che una minoranza governi sempre, unita alla preoccupazione per la selezione e la formazione di questa minoranza — non è una posizione esoterica o eterodossa in contrasto con i valori liberaldemocratici. È semplicemente l’impostazione predefinita del pensiero politico occidentale moderno e di molto altro ancora prima della modernità e al di là dell’Occidente. Non occorre guardare oltre le risorse concettuali immediate delle nostre tradizioni più vicine, né ridefinire la democrazia, per scoprire l’importanza di un’élite funzionale.

Un certo tipo di persona, tuttavia, potrebbe sentire il bisogno di immaginare che, facendo o pensando qualcosa di consolidato, stia inventando qualcosa di nuovo oppure recuperando, con un certo rischio, qualcosa di perduto o nascosto. Negli ultimi anni, tutto – dall’avere figli alla lettura di libri, fino all’attività fisica – è stato interpretato da alcuni commentatori culturali come una spinta di sfida contro le norme prevalenti. Siamo incitati da ogni parte a concepire noi stessi come coloro che resistono a qualcosa, piuttosto che come coloro che agiscono e sostengono: a provare risentimento verso la nostra cultura piuttosto che gratitudine per il fatto che, nella sua straordinaria generosità, ci abbia offerto ricche risorse concettuali grazie alle quali possiamo perseguire e forse diventare ciò che vogliamo essere. Pertanto, la «democrazia dinamica» viene presentata al lettore come un termine rivelatore.

Mosca, Pareto e i loro difetti

Se oggi i classici luoghi comuni riescono a colpirci solo quando vengono presentati come novità, allora forse Drochon ha ragione, per ragioni tattiche, a riscaldare l’elitarismo che sta al centro del pensiero politico occidentale moderno con il suo concetto apparentemente innovativo. Purtroppo, però, è piuttosto affascinato da alcune delle idee più eccentriche o inapplicabili dei pensatori da cui attinge le sue idee. Queste sono tra le meno adatte ad aiutarci a comprendere i problemi del presente. È affascinato, ad esempio, dalla divisione di Pareto delle élite in «leoni» e «volpi». I primi sono «conservatori, che danno importanza al mantenimento dell’unità… dell’omogeneità, dei costumi consolidati e della fede, anteponendo i bisogni della comunità a quelli dell’individuo». I secondi sono «gli innovatori, più inclini alla disaggregazione… alla pluralità e allo scetticismo, che antepongono l’individuo alla comunità». 4 Questa distinzione è stata tratta dall’esperienza storica del suo autore nell’Italia del XIX secolo, dove la nobiltà tradizionale era in conflitto con coloro che avevano accumulato ricchezze grazie alla finanza e all’industria. L’analogia deve essere apparsa convincente a chi era cresciuto in mezzo a questi conflitti e in una cultura in cui tali concetti trovavano ancora riscontro.

Drochon, stranamente, ritiene che la contrapposizione “leoni contro volpi” metta in luce la nostra esperienza più recente. “La storia europea recente”, sostiene, è stata “dominata” dai “valori” delle volpi, ovvero quel tipo di élite in grado di prosperare nei “regimi parlamentari” basati sulla “negoziazione e sul compromesso”. 5 Gran parte della storia europea recente, infatti, è stata caratterizzata dalla frustrazione nei confronti dei regimi parlamentari, spesso descritti dai loro nemici come inutili forum di litigi senza fine o come strumenti corrotti al servizio degli interessi economici (le burocrazie statali europee e la burocrazia sovranazionale dell’Unione Europea possono essere intese come strategie volte a eludere alcuni aspetti indesiderabili del parlamentarismo).

Anche tralasciando i movimenti antiparlamentari del fascismo, del nazismo e del comunismo, se si considera la storia europea dopo il 1945, uno dei leader più importanti del continente, Charles de Gaulle, compì un colpo di Stato militare nel 1958 per abolire quello che considerava il regime eccessivamente parlamentare della Quarta Repubblica. Se quella si potesse definire un’azione da leone, il suo successivo programma di governo presidenziale sottolineava la necessità di modernizzare l’economia e la società francesi, cosa che, secondo Drochon, è invece la preoccupazione specifica delle volpi. Categorie in qualche modo utili per comprendere ciò che animava i dibattiti tra i politici italiani cinque generazioni fa crollano al contatto con i fenomeni del XX secolo, per non parlare di quelli del XXI.

Un altro elemento deplorevole del pensiero di Mosca e Pareto che affascina Drochon è l’idea dei gruppi sociali in ascesa e in declino. La “democrazia dinamica” da lui sostenuta è aperta al talento e al merito, di cui sono portatori gli individui non appartenenti all’élite che lottano per scalare la gerarchia, oltre ai gruppi emarginati che, attraverso i propri leader, esercitano pressione sulle élite, le quali rispondono ammettendo alcuni di quei leader in un’élite riconfigurata. Tutto ciò rientra nella norma. Ma, cosa ben più significativa, Drochon sostiene che il regime ideale sia quello governato da un’élite che rimanga aperta alla «sfida perpetua delle élite emergenti nei confronti di quelle consolidate».6

Questa nozione di una “élite emergente” che si unisce a un’“élite consolidata” può sembrare una naturale riformulazione dei due percorsi di ingresso delle non-élite nell’élite descritti sopra. Ma cosa significa “emergente”? Si può dire che gli individui ammessi nell’élite attraverso quelli che vengono intesi come risultati personali o come mezzo di negoziazione collettiva siano emersi o, piuttosto, siano stati elevati. Ma ciò che Drochon intende per «élite emergente» è che, ancor prima di essere ammessi nell’élite esistente, questi individui si trovano già su una traiettoria ascendente, fanno parte di un gruppo sociale in ascesa in termini di ricchezza e prestigio, senza aver ancora ottenuto dall’attuale classe dominante ciò che i suoi membri attribuiscono a se stessi come misura del riconoscimento meritato.

Si tratta di immaginare che i gruppi sociali formino o una sorta di soggetto collettivo che si può dire stia facendo strada verso l’alto, oppure un’entità sovraindividuale trascinata verso l’alto dal moto del cambiamento storico. Nella sua ascesa, essa converge e si scontra con le élite esistenti. Ma non sappiamo quali gruppi stiano emergendo, né tantomeno quali insiemi di persone possano mantenere una coerenza politica, culturale e morale sufficiente per essere qualificati in modo convincente come gruppi, se non attraverso le lotte di potere che, secondo Drochon, si svolgono tra le élite future e quelle presenti. La competizione non è un’arena in cui un’élite aspirante entra una volta superata una soglia di sviluppo sociale. Piuttosto, i risultati della competizione fanno sì che i vincitori e i vinti sembrino, col senno di poi, aver appartenuto a gruppi in ascesa o in declino.

Le aspirazioni frustrate delle classi sociali apparentemente emergenti costituirono un tema centrale dell’attivismo politico e della teoria occidentale del XVIII, XIX e primo XX secolo. Si riteneva che il progresso storico della modernità commerciale e industriale creasse una serie di classi distinte, ciascuna delle quali, man mano che diventava più numerosa e politicamente consapevole, si trovava a scontrarsi con le strutture tradizionali della società e con le élite che le governavano. Si diceva che la borghesia avanzasse tali richieste alla nobiltà; una volta che la borghesia era stata accontentata, a sua volta la classe operaia avanzava le proprie richieste. Questo modo di concepire la storia recente non era esclusivo di Marx e della tradizione marxista. Era il contesto intellettuale che rendeva plausibili le idee di Marx. Tocqueville, ad esempio, vedeva la democrazia liberale—il regime della nuova élite—non aristocratica, imprenditoriale e burocratica—nonostante l’apparente fallimento della Rivoluzione francese, come destinata a eliminare i residui dell’ancien régime e a sostituire, o a fondersi con, l’élite aristocratica di quest’ultimo. In un contesto del genere, poteva sembrare plausibile parlare, con speranza o con timore, dell’ascesa della borghesia o del proletariato come se si discutesse dell’inesorabile movimento delle placche tettoniche.

Nell’ultimo mezzo secolo, gli storici si sono spesso chiesti se, in realtà, dietro le rivoluzioni del 1776, del 1789 e del 1848 esistessero effettivamente gruppi sociali così coerenti. Forse si sono accumulati dubbi ancora maggiori riguardo alla convinzione che la storia possa essere intesa come un movimento in avanti dello sviluppo economico e sociale, costituito da movimenti e contromovimenti più piccoli attraverso i quali insiemi di attori politici cercano di accelerare, rallentare o comunque rispondere al ritmo del cambiamento.

Potrebbe invece essere utile pensare alla società, in un dato momento, come a un insieme di un numero indefinito di potenziali contro-élite che vengono spinte verso l’autocoscienza grazie agli sforzi dei loro aspiranti leader di entrare a far parte dell’establishment al potere. Pensare in questi termini, in termini di élite potenziali piuttosto che emergenti, significherebbe accettare che vi sia contingenza non solo nell’esito degli scontri tra élite attuali e aspiranti, ma anche nei processi attraverso i quali i gruppi sociali vengono a esistere, e nei processi attraverso i quali le persone ambiziose vengono designate come rappresentanti di tali gruppi. Ciò che renderebbe efficace, o in qualche modo legittima, una particolare schiera di aspiranti a entrare nelle file della classe dirigente non sarebbe, secondo questa prospettiva, il fatto che essi appartengano a forze emergenti o storicamente progressiste.

Al contrario, le nostre aspiranti élite si ingraziano l’élite esistente presentando in modo convincente le proprie ambizioni individuali come il mezzo per il progresso delle masse non appartenenti all’élite. Queste ultime, in realtà, dispongono di un’effettiva forza politica e persino di coesione sociale nella misura in cui vengono spinte all’azione o rappresentate simbolicamente dai propri leader. Il fatto che i leader descrivano coloro che guidano come formazioni sociali preesistenti su una traiettoria storica ascendente, destinate a scontrarsi con i limiti di un ordine conservatore, è una caratteristica contingente — e forse in via di estinzione di una particolare fase della storia occidentale moderna. Man mano che l’era della borghesia «in ascesa», seguita da un proletariato «in ascesa» (che non è mai realmente asceso), si allontana, alle sue narrazioni politiche caratteristiche dovrebbe essere riservato lo stesso scetticismo che riserveremmo alle storie sulle fazioni al potere che hanno ottenuto o perso il Mandato del Cielo.

Eliti demoralizzate

Mosca e Pareto combinano la concezione storicista dell’ascesa e del declino delle classi con metafore naturalistiche che, come le antiche nozioni di un ciclo delle dinastie, assimilano la vita politica a meccanismi impersonali. Drochon trova queste metafore affascinanti. Per Mosca, la classe dominante diventa «chiusa e stazionaria — in una parola, conservatrice», mentre nuovi contendenti emergono e riportano la storia a uno stato di flusso. Per Pareto, la «circolazione delle élite» avviene o attraverso un flusso costante in cui nuovi talenti vengono continuamente assorbiti da una classe dominante aperta, oppure attraverso «il fiume che straripa e rompe gli argini» nel rovesciamento rivoluzionario di un’élite che si era mantenuta chiusa. 7 In questa ottica, la politica è l’arte di individuare nuovi talenti e gruppi sempre più potenti, e di adattare ad essi le istituzioni esistenti in modo tale che il cambiamento assuma la forma di una sequenza costante di riforme tempestive piuttosto che di rotture dirompenti.

Concepire la politica in questo modo affida alle élite consolidate una missione gestionale, analitica e, in ultima analisi, antipolitica. Anziché assumersi la responsabilità attiva di creare le condizioni sociali ed economiche che ritengono debbano prevalere, le élite educate a pensare nei termini sopra indicati sono essenzialmente irresponsabili. È certamente sensato integrare in modo pragmatico i dissidenti e i nuovi talenti. Ma una delle cause dell’attuale impasse politica e dell’ampia insoddisfazione nei confronti delle élite occidentali odierne potrebbe benissimo essere il fatto che queste ultime siano state a lungo addestrate a liberarsi della responsabilità politica: a descrivere se stesse come semplici esecutrici degli imperativi imposti dalla logica del mercato, dalla sicurezza nazionale, dall’arco morale dell’universo, ecc., piuttosto che come leader che plasmano e realizzano una volontà collettiva. Un’élite i cui membri vedono la propria missione come la descrive Drochon potrebbe non essere in grado di esercitare una leadership politica, specialmente nel corso delle generazioni.

Drochon ha molto da dire sull’importanza di accettare che tutti i regimi, anche le democrazie, abbiano un’élite, e di comprendere che un’élite funzionale è quella aperta a nuovi membri. Entrambe queste affermazioni sono sicuramente vere, anche se ci si può interrogare sull’impegno profuso per sottolinearle. Ma non c’è motivo di pensare che tale élite debba essere aperta nel modo in cui Drochon, attingendo a Mosca e Pareto, concepisce l’apertura. Abbiamo alle spalle una certa esperienza storica, o meglio una narrazione storiografica, di vecchi regimi abbattuti da una borghesia in ascesa e di ordini liberali minacciati da classi operaie insorgenti. Di conseguenza, abbiamo un senso comune morale e politico secondo cui appare evidente che una casta ristretta, chiusa e che si autoalimenta sia necessariamente «conservatrice», anzi anacronistica, e destinata al collasso se non rimane aperta a nuovi talenti. Né questa visione della storia né quella delle élite chiuse contrapposte a quelle aperte sono ovviamente vere. Queste nozioni potrebbero essere considerate come prodotti di un’epoca specifica, sempre più lontana, in cui la rivoluzione era una prospettiva concreta.

Sia da una prospettiva storica più ampia che da un punto di vista immediato nell’Occidente contemporaneo, non è affatto chiaro perché un gruppo di élite non possa perpetuarsi con successo senza aprirsi a nuovi membri. Per gran parte della storia recente, lo status all’interno di un’élite politica, economica e culturale è stato tramandato di generazione in generazione attraverso poche famiglie, i cui membri dovevano in genere superare alcune prove di idoneità, come esami o il servizio militare. Se ben concepito, un sistema del genere può durare a lungo. Si potrebbero prendere in considerazione le dinastie imperiali cinesi, che in genere duravano due o tre secoli. Un’élite di questo tipo potrebbe essere più o meno «statica» pur presiedendo a cambiamenti «dinamici» sul piano economico, sociologico e persino politico. Può valere anche il contrario: un’élite dinamica (composta da più gruppi in un equilibrio mutevole) non è necessariamente la più adatta a promuovere cambiamenti positivi nella società.

La stasi di tipo negativo ci è ben nota. Le nostre società, sempre più disuguali, conoscono bene la ricchezza patrimoniale: stiamo infatti assistendo a un ritorno dall’impresa societaria all’impresa familiare come forma più rilevante di potere economico. Le nostre giovani aspiranti élite, impegnate a dimostrare il proprio merito e a incarnare valori legati al dinamismo, all’apertura e al progresso, sono solitamente figlie di élite che hanno fatto lo stesso.

La democrazia dinamica in America

Drochon vuole convincerci che, poiché non possiamo fare a meno di un’élite, dobbiamo mantenere aperta la nostra élite. Egli sostiene che, in particolare negli Stati Uniti, la “circolazione delle élite” abbia “subito un rallentamento, se non si è addirittura arrestata del tutto”, creando le condizioni per una “rivoluzione” o almeno per una “rivolta”. È vero che la contesa tra Trump e Biden è stata giustamente «denunciata come gerontocratica» e come un segnale preoccupante del fatto che i meccanismi di trasmissione del potere alla prossima generazione di élite fossero in qualche modo bloccati o in fase di collasso.8  Tuttavia, nulla nell’analisi di Drochon ci permette di riflettere specificamente sulla trasmissione generazionale del potere, che dopotutto può consistere nel fatto che i figli subentrino nelle posizioni dei genitori. Un’élite potrebbe evitare la gerontocrazia pur rimanendo chiusa sia ai nuovi talenti sia ai leader dei gruppi emergenti. Possiamo immaginare un’aristocrazia politicamente efficace composta da persone di mezza età o persino da giovani, come i principi del Rinascimento italiano o, più immediatamente, i giovani rampolli delle dinastie dei Kennedy e dei Trump.

Per Drochon, tuttavia, è stata la chiusura mentale — piuttosto che l’età, l’incompetenza o la malevolenza — dell’élite americana a suscitare sia l’antielitarismo populista sia l’insoddisfazione di un’élite emergente che, almeno temporaneamente, si è identificata con Trump. Quest’ultima, sostiene Drochon in un’affermazione incredibilmente generalizzata, ha vinto nel 2024 con il sostegno di una nuova élite che «ha completamente sostituito la vecchia élite». La vecchia élite era composta da democratici e repubblicani anti-Trump (Drochon cita solo politici); la nuova élite comprende repubblicani pro-Trump e «i “tech-bros” Elon Musk, Jeff Bezos e Mark Zuckerberg, ecc.». Questi «oligarchi della tecnologia» costituivano una «élite emergente», apparentemente insoddisfatta dei limiti imposti loro dalla vecchia élite politica, pronta a sostenere il «cambio di regime» di Trump per promuovere i propri interessi.9 In che misura questi miliardari della tecnologia costituissero già in precedenza un’élite emergente o quali siano i loro interessi specifici rimane inspiegato in tutto il libro.

Negli ultimi due anni questa storia è stata raccontata così tante volte che l’esistenza di una specifica formazione sociale costituita dalle élite tecnologiche, con interessi e ideologia propri, potrebbe sembrare ovvia. Le convinzioni politiche delle singole élite della Silicon Valley, tuttavia, sono ampiamente eccentriche e instabili. I tentativi di tracciare il comportamento politico collettivo del gruppo, o di delineare gli impegni condivisi dai suoi membri, finora si sono rivelati poco convincenti. Poiché le élite tecnologiche sembrano aderire a ogni dottrina, dall’anarco-libertarismo all’autoritarismo neocameralista e dal transumanesimo al cattolicesimo eterodosso, spostando al contempo le loro donazioni dai Democratici neoliberisti ai Repubblicani del movimento MAGA, diventa difficile formulare affermazioni sul carattere di questa élite.

È vero, alcune élite tecnologiche hanno donato ingenti somme di denaro a Trump, e questo è stato probabilmente determinante per la sua rielezione. Ma queste élite rappresentano forse un gruppo a sé stante, una classe emergente con una propria visione del mondo e un proprio percorso storico, che si scontrano con le strutture gerontocratiche della Beltway proprio come la borghesia francese contro la Bastiglia?

Gli oligarchi della tecnologia, come gli altri ricchi, in genere vogliono tasse più basse, meno regolamentazione, più appalti pubblici, manodopera a basso costo, mercati protetti e così via. A differenza degli altri ricchi, possono anche avanzare richieste specifiche riguardanti, ad esempio, l’approvvigionamento idrico ed elettrico per i data center o l’allentamento delle leggi antimonopolistiche. Possono trovarsi in disaccordo con altri ricchi individui — e tra loro stessi — su ogni sorta di altre questioni sociali e culturali. Non è chiaro fino a che punto le loro richieste specifiche si integrino in un programma tale da poter affermare che le élite tecnologiche abbiano interessi comuni chiaramente articolati che debbano essere soddisfatti dall’establishment politico.

È ancora meno ovvio se il mezzo secolo di cambiamenti economici legati alla Silicon Valley e al settore tecnologico possa essere paragonato all’era dell’industrializzazione, che presumibilmente ha dato vita a nuove classi e a élite emergenti, tanto da poter parlare delle élite tecnologiche come di un’altra formazione di questo tipo. Tale analogia, tuttavia, ha orientato gran parte del nostro modo di pensare sia a queste élite, sia, più in generale, alle nuove tecnologie e ai nuovi modi di vivere legati all’informatica, a Internet e all’intelligenza artificiale. Gli analisti ci informano periodicamente che, grazie al dinamismo intrinseco della tecnologia, siamo alle soglie di, o siamo già entrati in, una nuova era alla quale le nostre strutture politiche, sociali e culturali devono adeguarsi. Tale affermazione si basava sul fatto che tali analisti avessero ereditato un quadro intellettuale grazie al quale potevano parlare con sicurezza della natura del cambiamento storico e della sua inevitabile sequenza di novità epocali.

Sembra tuttavia sempre più difficile tracciare la storia in questi termini lineari, o seguire l’ascesa e il declino di gruppi sociali caratterizzati da insiemi ben definiti di interessi e ideologie. La vita politica e la società civile appaiono sempre più come geroglifici imperscrutabili, specialmente se letti attraverso i metodi tradizionali dello storicismo e dell’analisi sociologica. Il corso in continua evoluzione dell’amministrazione Trump, l’instabile coalizione che lo sostiene e la mutevolezza delle visioni del mondo delle élite tecnologiche sembrano sintomatiche di questa variabilità, così come lo sono i tentativi disperatamente loquaci dei commentatori di fornire categorie e classi attraverso cui comprendere le forme di pensiero frammentarie, proteiformi e sconcertanti in cui ci muoviamo. Non passa settimana senza che qualche saggio su Substack, improvvisamente popolare, annunci o denunci l’esistenza di una categoria di persone prima insospettabile (come, appunto, volpi e leoni). Ci viene fatto credere che sia imperativo per il nostro futuro politico comprendere questa categoria, o meglio discuterne in modo prolisso fino alla pubblicazione del prossimo saggio.

A partire dagli anni ’60, la sinistra ha cercato un gruppo sociale che sostituisse la classe operaia come motore del cambiamento sociale, riponendo le proprie speranze nelle minoranze razziali, nei giovani e negli immigrati, mentre gli osservatori conservatori hanno di conseguenza concentrato la propria ira su una serie di gruppi in parte immaginari, dai burocrati dello “Stato profondo” alle donne delle risorse umane. Le descrizioni dell’«élite tecnologica» possono ricoprire un ruolo simile, facendola apparire o come un pericolo o come uno strumento con cui smantellare un’élite sempre più disfunzionale. Ma il discorso pseudo-sociologico che identifica nuovi eroi e cattivi per il nostro dramma storico sembra aver raggiunto un picco di onnipresenza, incapace di orientare in modo affidabile la nostra politica.

Immaginare un’élite del futuro

Quanto detto sopra potrebbe sembrare un cavillo meschino. Drochon vuole che accettiamo l’idea che abbiamo bisogno di un’élite, in contrapposizione alla spinta irrazionale del populismo. Vuole che la nostra élite sia vitale, energica e competente. Si tratta di un’idea lodevole, e non si può non essere d’accordo. Ma nel tentativo di utilizzare le sue interpretazioni della teoria delle élite e il suo concetto di “democrazia dinamica” per sostenere queste tesi, Drochon ci presenta false scelte e falsi problemi.

Coloro che condividono il suo desiderio che le società occidentali siano governate in modo dignitoso non dovrebbero confondere tale desiderio, come fa Drochon, con quelli di mobilità sociale o di adeguamento al progresso della storia, che hanno prevalso come senso comune sin dalla fine del XVIII secolo. Questi desideri possono essere ragionevoli, o avere un nucleo razionale che andrebbe riformulato per la nostra epoca, ma non hanno nulla a che vedere, di per sé, né con la democrazia né con un’élite sana. Drochon, avendo accettato che la democrazia non possa fare a meno di un’élite, cerca di ridefinire la democrazia come un regime governato da un’élite aperta, mobile e progressista. Un regime governato da un’élite meritocratica, tuttavia, costantemente aperta a nuovi talenti e attivamente alla ricerca nel campo sociale di gruppi emergenti o minoranze emarginate, potrebbe essere percepito come antidemocratico da molti dei non-elitari che esso governa. Questo scenario, dopotutto, riflette in parte il modo in cui la base populista di Trump vede le élite che identifica all’interno della burocrazia federale, delle reti di lobbisti, dei media e del mondo accademico.

Se abbiamo deciso che la democrazia non può significare letteralmente il governo del popolo e deve essere ridefinita, allora non c’è alcun motivo particolare per cui dobbiamo accettare che l’apertura, la mobilità o l’adesione delle élite democratiche ad alcuni ideali di progresso storico siano gli elementi chiave di una democrazia ridefinita oggi. La democrazia, una volta svincolata dall’idea del governo del popolo, potrebbe piuttosto significare che l’inevitabile élite governa efficacemente per conto del popolo. Da questa prospettiva, potremmo riconsiderare se la creazione di un’élite intelligente e virtuosa al servizio del popolo abbia davvero così tanto a che fare con la questione dell’apertura di tale élite, piuttosto che, ad esempio, con la qualità della sua istruzione, l’ampiezza della sua visione o il suo senso di responsabilità. Una volta liberati dalle narrazioni ormai consegnate alla storia, o dalle metafore fisiche che equiparano una buona società alla fluidità e al movimento, potremmo essere liberi di ripensare a ciò che vogliamo dalle nostre élite e a come ottenerlo.

La nostra profonda e diffusa insoddisfazione nei confronti degli attuali assetti sociali, economici e culturali si manifesta spesso sotto forma di ostilità nei confronti di coloro che vengono percepiti come élite e, talvolta, nei confronti di qualsiasi élite in generale. Le proteste contro la stagnazione e il relativo declino del tenore di vita delle classi medie e lavoratrici occidentali —che generano disorientamento etico e disperazione nei loro membri—si esprimono in forme imprecise e irrazionali che confondono problemi risolvibili con nemici chimerici. Il malcontento ben fondato per la traiettoria della nostra civiltà sfocia in movimenti e credenze bizzarri e autolesionistici. Le lamentele riguardo all’inaccessibilità degli alloggi e dell’assistenza sanitaria, o alla crescente difficoltà di assicurarsi un lavoro ben retribuito e un matrimonio appagante, si traducono in invettive non solo contro i leader che ci capitano e le loro decisioni sbagliate, ma contro il fatto stesso di dover essere guidati.

La sensazione diffusa di essere stati condotti in un vicolo cieco e di dover trovare una nuova strada rappresenta una richiesta politica di azione collettiva per riorganizzare il nostro mondo. Le persone che sembrano invocare a gran voce l’azione, la politica, la leadership sono diventate, a causa delle condizioni contro cui protestano, così disorientate e tormentate da aderire a movimenti demagogici che offrono loro la fugace illusione che qualcosa possa essere fatto a loro favore (o, più probabilmente, per punire le persone che odiano). Nel frattempo, questa demagogia erode ulteriormente non solo il loro tenore di vita, ma anche la loro capacità di distinguere l’azione dal gesto, la politica dalla messinscena, i leader dagli showman.

Nell’ultimo decennio, le richieste di smantellare lo “Stato amministrativo” o lo “Stato profondo” provenienti dalla destra, oppure “la polizia” e “le frontiere” provenienti dalla sinistra, si sono accompagnate, in un apparente paradosso, a un uso arbitrario e punitivo del potere statale da parte sia dei conservatori che dei progressisti per mettere a tacere e umiliare i propri nemici ideologici. Sia le richieste impossibili di abolire gli strumenti necessari al potere politico, sia gli abusi eclatanti di tali strumenti sono stati accolti con entusiasmo da ampi segmenti dell’opinione pubblica non appartenente all’élite. Se in tutto l’Occidente contemporaneo l’élite ha deluso il popolo, va detto che il popolo, a sua volta, ha perso la capacità di selezionare, sostenere o riconoscere un’élite efficace.

Noi che facciamo parte dell’élite culturale o intellettuale dobbiamo chiarire ai nostri concittadini — e prima di tutto a noi stessi — che un’élite di qualche tipo è necessaria e che solo attraverso un’élite è possibile riattivare la politica e trovare una via d’uscita dalla nostra impasse che ci sta riducendo alla miseria. La giustificazione di questo elitarismo non dovrebbe basarsi su modelli di pensiero storici e sociologici che, se mai sono stati utili, ora sembrano solo ingombrare il nostro discorso comune con astrazioni inapplicabili. Sappiamo, senza bisogno di ricorrere a essi, che esiste un’élite al potere e che ci governa male.

Potremmo iniziare a riflettere in modo positivo su come dovrebbe essere un’élite auspicabile, senza immaginarne l’auspicabilità in termini di capacità di rappresentare classi sociali o tipi umani distinti. Potremmo, infatti, considerare di rompere con la tradizione moderna che ha inteso il problema delle élite in termini di grado di apertura della classe dominante nei confronti dei nuovi arrivati e considerare cose più elevate. Tale apertura rimarrebbe, ovviamente, un argomento di analisi, ma di importanza secondaria rispetto alla virtù intrinseca della nostra élite in senso più platonico: nella forza di carattere, nella chiarezza di visione e nella gestione responsabile della nazione. In politica ci sono cose più importanti del semplice metodo di selezione.

Percepiamo inoltre che, nel cuore della libertà umana, vi sia un richiamo sempre presente a riconoscere e a partecipare a quella qualità splendente, preminente e superiore che si manifesta in certi individui dinamici, i quali ci svelano possibilità di agire insospettabili. Il fatto che questo richiamo sia stato stravolto dai demagoghi, che fingono di essere proprio quelle persone per sedurci con gesti spettacolari e vuoti — i quali incarnano i nostri grotteschi fallimenti e mettono in scena le nostre peggiori fantasie, anziché liberarci per vivere meglio alla luce del loro stesso esempio — rende ancora più imperativo che lo ascoltiamo e lo facciamo eco. Se speriamo di convincere i nostri concittadini ad accettare la necessità di un’élite, e di rendere questa élite necessaria il più competente e benevola possibile, allora dobbiamo iniziare a portare alla luce e a chiarire le nostre esperienze elementari di gerarchia, che sono state in parte oscurate da quel tipo di richiami allo storicismo su cui si basa la difesa dell’elitarismo di Drochon.

Questo articolo è stato originariamente pubblicato su American Affairs Volume X, Numero 2 (Estate 2026): 226–40.

Note

1 Hugo Drochon, Elites and Democracy (Princeton: Princeton University Press, 2026), 2.

2 Drochon, Elites and Democracy, 11–12.

3 Drochon, Elites and Democracy, 239.

4 Drochon, Elites and Democracy, 109.

5 Drochon, Elites and Democracy, 120.

6 Drochon, Elites and Democracy, 239.

7 Drochon, Elites and Democracy, 62, 106.

8 Drochon, Elites and Democracy, 241.

9 Drochon, Elites and Democracy, 242.

Informazioni sull’autore

Blake Smith è uno scrittore e storico di Chicago.

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Friedrich Nietzsche colloca Omero e i suoi poemi epici al centro stesso della civiltà occidentale, non semplicemente come prodotti di un antico poeta, ma come opere che hanno plasmato l’immaginario europeo per oltre duemila anni. Sostiene che la grandezza dell’Iliade e dell’Odissea non può essere compresa semplicemente chiedendosi chi le abbia scritte, perché tale domanda appartiene a un’indagine ben più ampia su come le civiltà preservano, trasformano e ricordano le loro più grandi creazioni. I poemi epici sono apprezzati dall’umanità occidentale come opere d’arte apparentemente perfette, ammirate da innumerevoli generazioni e considerate modelli che gli scrittori successivi hanno potuto imitare, ma mai superare.

Eppure, più gli studiosi le esaminano attentamente, più la figura di Omero si fa incerta. Il poeta sembra quasi dissolversi sotto il peso della leggenda, della tradizione e delle interpretazioni contrastanti. Nietzsche non vede in questo un motivo per abbandonare Omero, ma un invito a riflettere più a fondo sul rapporto tra genio, storia e memoria culturale. La vera questione non è semplicemente se Omero sia esistito come un singolo individuo, ma perché questi poemi siano diventati inseparabili dal suo nome e cosa ciò ci riveli sul modo in cui le civiltà creano i propri eroi. Il potere duraturo dell’Iliade e dell’Odissea , con i loro vividi ritratti di coraggio, sofferenza, ritorno a casa e resistenza umana, dimostra che la grande letteratura possiede una vita che trascende le circostanze storiche della sua creazione. Secondo Nietzsche, il compito della filologia classica è quindi quello di comprendere come queste opere siano nate e perché continuino a esercitare un’autorità così straordinaria sull’immaginario occidentale.

Nietzsche sostiene che la filologia classica non possiede un’identità semplice o unitaria perché combina storia, linguistica, estetica e pedagogia in un’unica disciplina, le cui componenti spesso tendono in direzioni diverse. Studia il passato con rigore scientifico, ricercando al contempo ideali di bellezza e grandezza che siano rilevanti per il presente. Questa tensione genera confusione sia tra gli studiosi che nel grande pubblico, eppure Nietzsche insiste sul fatto che è proprio questa difficile combinazione a conferire importanza alla filologia. Piuttosto che essere un campo tecnico ristretto, essa si colloca al punto d’incontro tra conoscenza, cultura e formazione del carattere umano.

Nietzsche ritiene che il pericolo maggiore per la filologia non sia il ridicolo da parte degli estranei, bensì la perdita di fiducia al suo interno. Molti liquidano i filologi come aridi specialisti che trascorrono la vita immersi in dettagli insignificanti, mentre altri attaccano la disciplina perché mantiene in vita ideali che la società moderna non desidera più onorare. Eppure Nietzsche sostiene che lo studio accurato della Grecia protegge la civiltà stessa, preservando i canoni di nobiltà, bellezza e serietà intellettuale. Senza questo legame con il mondo classico, il progresso tecnico e lo sviluppo politico da soli non possono impedire il declino culturale.

Allo stesso tempo, Nietzsche ammette che la filologia contiene una contraddizione interna. L’analisi scientifica scompone i testi antichi in frammenti, confronta le parole e ricostruisce la storia, mentre l’ammirazione artistica anela a vivere le opere come un’unità vivente. Lo studioso che disseziona un capolavoro può inavvertitamente distruggere la meraviglia stessa che lo ha ispirato. Questo conflitto non può essere semplicemente eliminato perché entrambi gli approcci appartengono alla disciplina. Nietzsche sostiene che la filologia raggiunge il suo vero scopo solo quando la precisione scientifica è al servizio, e non sostituisce, l’apprezzamento della grandezza.

Nietzsche si sofferma sulla questione omerica, presentandola come l’esempio più chiaro di questo conflitto. Il problema non è semplicemente se Omero sia esistito come individuo storico, ma come la critica moderna dovrebbe affrontare le origini dell’Iliade e dell’Odissea . Le generazioni precedenti accettarono Omero senza riserve, mentre i critici successivi iniziarono a suddividere i poemi in molteplici strati e autori. Nietzsche non respinge queste indagini, ma insiste sul fatto che esse debbano essere comprese come parte di una più ampia ricerca della verità, piuttosto che come atti di distruzione della tradizione antica.

Egli ripercorre la storia degli studi omerici dagli antichi Greci fino a Friedrich August Wolf, la cui opera più influente fu Prolegomena ad Homerum (1795), in cui contestò la convinzione tradizionale che Omero fosse l’unico autore dell’Iliade e dell’Odissea . Gli studiosi antichi credevano che i poemi fossero stati tramandati oralmente prima di essere messi per iscritto e riconoscevano che editori e cantori successivi ne avessero alterato alcune parti. Wolf ripropose questi interrogativi nell’era moderna e dimostrò che anche le tradizioni più rispettate devono essere esaminate criticamente. Per Nietzsche, ciò rappresentò un importante passo avanti perché dimostrava che la storia poteva mettere in discussione credenze ereditate senza rinunciare al rispetto per le conquiste culturali del passato.

Nietzsche sostiene che il nome stesso di Omero abbia cambiato significato nel corso del tempo. Inizialmente, non si riferiva necessariamente a un poeta specifico, ma fungeva da simbolo per l’intera tradizione della poesia epica eroica. Solo in seguito, con l’affinarsi del giudizio artistico greco, Omero venne identificato specificamente con l’ Iliade e l’ Odissea , fino a diventare il modello supremo di perfezione poetica. Pertanto, l’immagine familiare di Omero non è semplicemente un dato storico, ma il risultato di secoli di interpretazione culturale.

Una delle idee centrali di Nietzsche è che l’opposizione tra poesia popolare e genio individuale sia fondamentalmente errata. Ogni poesia deve passare attraverso la mente creativa di un individuo, anche quando esprime i sentimenti e le tradizioni di un intero popolo. Allo stesso modo, nessun grande poeta si pone al di fuori della vita della sua cultura. L’individuo e la comunità non possono essere separati in modo così netto come suggeriscono molte teorie moderne, perché il genio nasce dagli istinti più profondi di un popolo pur rimanendo opera di un singolo creatore.

Nietzsche critica la convinzione, all’epoca di moda, che le grandi opere siano prodotte da masse anonime, mentre i singoli autori si limitano a dar loro forma. Egli considera questa un’illusione nata da una errata comprensione della storia. Il popolo possiede istinti e tradizioni, ma l’arte richiede sempre una personalità creativa capace di dare a questi istinti un’espressione visibile. La grande letteratura, quindi, non è né il prodotto di un genio isolato né di un collettivo senza volto. Essa emerge laddove un individuo eccezionale diventa la voce attraverso cui si esprime una civiltà.

Nietzsche è altrettanto scettico riguardo ai tentativi di ricostruire la personalità di un autore assemblando frammenti di biografia, circostanze storiche e psicologia. Tali metodi possono spiegare le influenze esterne, ma non riescono a cogliere la forza creativa unica che definisce il vero genio. Quando rimangono solo le opere, gli studiosi spesso confondono le proprie preferenze con scoperte oggettive. Nietzsche avverte che ridurre la grandezza artistica a spiegazioni meccaniche significa privarla proprio di ciò che la rende degna di studio.

Secondo Nietzsche, la perfezione dei poemi omerici non va ricercata in una struttura impeccabile, bensì nella straordinaria potenza delle singole scene. L’ Iliade non assomiglia a una struttura perfettamente unitaria, ma a una magnifica ghirlanda intessuta da innumerevoli immagini brillanti. Editori successivi potrebbero aver imposto una maggiore organizzazione, ma ciò non sminuisce il valore artistico. La grandezza duratura dei poemi risiede nella loro forza vitale, piuttosto che in un’astratta simmetria strutturale.

Nietzsche giunge dunque a una conclusione sorprendente. Crede nell’esistenza di un grande poeta dietro l’ Iliade e l’ Odissea , ma non ritiene che questo poeta corrisponda alla figura leggendaria tradizionalmente chiamata Omero. Il nome storico appartiene al mito e alla memoria culturale, mentre l’opera artistica appartiene a un creatore straordinario ma in definitiva sconosciuto. La leggenda e l’opera non vanno confuse, sebbene entrambe siano diventate inseparabili nella storia della civiltà occidentale.

Lungi dal distruggere il passato, Nietzsche sostiene che la filologia lo rinnova continuamente. Le generazioni precedenti hanno ereditato concetti vaghi e spesso vuoti sull’antichità. Attraverso un paziente lavoro di ricerca, questi concetti sono stati smantellati, corretti e ricostruiti su basi più solide. Ciò che ai critici appare come una demolizione è in realtà una ricostruzione. I vecchi nomi rimangono, ma i loro significati si arricchiscono e si precisano perché sono stati messi alla prova anziché accettati ciecamente.

Nietzsche difende anche i filologi da coloro che li accusano di mancare di rispetto per la cultura antica. I capolavori della Grecia non sono sopravvissuti da soli. Hanno dovuto essere recuperati attraverso generazioni di lavoro meticoloso, critica e interpretazione. La filologia non ha creato il mondo antico, ma lo ha riportato alla luce e restaurato dopo secoli di abbandono. Senza questo paziente lavoro, gran parte del più grande patrimonio dell’umanità sarebbe rimasto sepolto sotto l’ignoranza e il pregiudizio.

Nietzsche insiste sul fatto che lo studio di fatti isolati non è mai sufficiente. Ogni dettaglio deve essere compreso, in ultima analisi, all’interno di una visione filosofica più ampia che conferisca unità e significato alla conoscenza. L’erudizione senza la filosofia diventa un accumulo infinito di osservazioni sconnesse, mentre la filosofia senza uno studio rigoroso perde il contatto con la realtà. Le due cose devono rimanere inseparabili affinché l’apprendimento sia al servizio della cultura e non della mera curiosità.

Nietzsche esprime la speranza che la filologia torni a essere una via verso la saggezza, anziché una mera raccolta di esercizi tecnici. Lo studioso non dovrebbe accontentarsi di catalogare frammenti del passato, ma dovrebbe cercare di rivelare le verità eterne che tali frammenti contengono. Solo quando la conoscenza storica è guidata da una profonda intuizione filosofica, la filologia realizza il suo scopo più elevato, agendo non solo come scienza dei testi antichi, ma anche come ponte tra la grandezza del passato e la vita spirituale del presente.

Ordina qui LA VITA DI OMERO e IONE di Platone ( Multipolar Press, 2026) .

E la cosa continua _ di Aurelien

E la cosa continua.

Non siamo noi a decidere quando finirà.

Aurelien22 luglio
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Considerando che circa il novanta per cento di tutti coloro che hanno scritto di relazioni internazionali, studi sulla guerra e sui conflitti e questioni strategico-militari sono ancora vivi e attivi, potreste rimanere sorpresi nello scoprire che sappiamo ancora molto poco sulle cause principali dei conflitti reali, e ancor meno sul perché e sul come finiscono. Inoltre, ci manca persino una definizione condivisa di “conflitto”, il che significa che i vari tentativi di calcolare la frequenza e la durata dei conflitti, così come di individuarne la fine, producono risultati radicalmente diversi. Eppure il problema non risiede nella ricerca inadeguata, nelle risorse insufficienti o persino nel numero insufficiente di pubblicazioni. Migliaia di persone, almeno, con un dottorato di ricerca, lavorano instancabilmente producendo milioni di parole all’anno su tutti gli aspetti dei conflitti, eppure il settore non sembra fare progressi. Non sembriamo imparare nulla e non comprendiamo nessuno di questi problemi meglio di quanto non li comprendessimo cinquant’anni fa.

Vorrei subito precisare che non mi includo in quel “noi”. Non ho mai creduto nell’utilità di spiegazioni generiche per i conflitti e, anzi, per anni ho cercato invano di convincere le persone a smettere di parlare di “conflitto” e a concentrarsi sui singoli “conflitti”, dai quali si potrebbero forse trarre alcune conclusioni più ampie, seppur provvisorie. Il problema è che esistono diverse lobby con diverse idee universalizzanti e normative sul conflitto, che operano in contrasto tra loro e si basano su esempi differenti, che peraltro potrebbero non comprendere appieno. Ciò che trasforma questa confusione, da semplice spreco di denaro e di energie, in qualcosa di ben più pericoloso, è il fatto che limita notevolmente la nostra capacità di comprendere cosa stia accadendo nei conflitti in Ucraina e in Iran, e soprattutto come, e se, questi conflitti possano concludersi. Noi (loro) siamo come scienziati che cercano di effettuare misurazioni con strumenti obsoleti e, in molti casi, inadeguati, per poi discutere sui risultati. Oggi quindi esporrò brevemente il problema, fornirò alcuni esempi e cercherò di capire cosa la storia e persino il buon senso possono dirci sul modo in cui questi conflitti potrebbero eventualmente concludersi, ammesso che si possa persino decidere cosa significhi “concludersi” in questo contesto.

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Probabilmente non esiste un conflitto di grande portata nella storia moderna su cui gli esperti concordino completamente sulle “cause”. Questo perché la struttura e la definizione stessa di tali conflitti sono spesso oggetto di dibattito. Chi crede che esista una relazione organica e causale tra la Seconda Guerra Mondiale in Asia e quella in Europa, sosterrà che la guerra iniziò nei primi anni ’30 e cercherà nessi causali tra i due episodi. Chi (come me) le considera invece due guerre separate, con alcune connessioni tematiche e un certo grado di influenza reciproca, preferirà date, punti di conclusione e priorità differenti nelle ricostruzioni del periodo. Persino nella Prima Guerra Mondiale, geograficamente più circoscritta, si riscontrano enormi differenze di enfasi e un dibattito irrisolvibile sulle “cause”, sia immediate che a lungo termine. Il nesso causale tra l’assassinio di un arciduca austriaco da parte di nazionalisti serbi a Sarajevo e gli scontri tra truppe coloniali britanniche e tedesche in quella che allora era la Tanganica è fragile come un filo di cotone, ed è persino discutibile, alla fine, se stiamo parlando dello stesso conflitto.

Allo stesso modo, non è sempre ovvio quando le guerre “finiscono”. (I combattimenti non cessarono ovunque nel novembre del 1918, per esempio). Quante guerre ci sono state in Medio Oriente dal 1948? Alcuni sostengono che ce ne sia stata solo una, con lunghe pause e cambiamenti di fronte. Qualcuna di queste guerre è effettivamente “finita”? La guerra civile libanese è stata un evento a sé stante, le cui cause erano principalmente interne, anche se potenze esterne come la Siria sono intervenute fin dall’inizio? Si è trattato di un’unica guerra o di diverse guerre, con pause e riconfigurazioni? Quella guerra è effettivamente terminata nel 1990, o l’esaurimento delle risorse ha semplicemente prodotto una lunga pausa in cui la guerra non sembrava più allettante? E se effettivamente esiste una crisi di fondo insolubile che occasionalmente assume la forma di un conflitto, non dovremmo forse dedicare maggiore attenzione alla crisi in questione e meno ai conflitti periodici?

A queste domande non esiste una risposta definitiva, e pertanto qualsiasi tentativo di generalizzare a partire dalle risposte proposte, o di forzare gli eventi storici in un quadro applicabile altrove, è destinato al fallimento fin dall’inizio. Eppure, questi tentativi continuano, in gran parte a causa di quello che viene definito bias cognitivo: in generale, tendiamo a percepire e ad attribuire importanza a quegli elementi di una situazione che possiamo comprendere e di cui abbiamo una qualche esperienza o un interesse particolare. È risaputo che gli economisti individuano sempre cause economiche nei conflitti. Gli attivisti per i diritti umani sostengono che la responsabilità sia da attribuire alla negligenza in materia di diritti umani. I diplomatici individuano un fallimento nella diplomazia. Gli esperti di diritto internazionale attribuiscono la colpa al disprezzo per il diritto internazionale, gli oppositori dell’estremismo politico e del nazionalismo incolpano l’estremismo politico e il nazionalismo, e altri ancora, a seconda dei loro pregiudizi politici, incolpano i produttori di armi, gli “imprenditori della violenza” o le interferenze straniere. Data la varietà dei conflitti, molti di questi fattori hanno un’influenza in determinati casi. (Ironia della sorte, quello che certamente non è così è il mito fondante dell’ideologia moderna della sicurezza internazionale: l’idea che le guerre siano causate dall’odio popolare tra le nazioni, che siano colpa di persone come te e me.)

Questa incoerenza fa sì che teorie radicalmente diverse sulle cause, e persino sulle interpretazioni, delle guerre circolino contemporaneamente e, pur essendo considerate generiche dai loro sostenitori, in realtà hanno origini molto specifiche, legate a determinati casi e a specifici gruppi di interesse. Immaginate di rivolgervi a un governo occidentale, ad esempio, e dire: “L’Ucraina non è forse uno di quei casi di cui si parla sempre, in cui una soluzione militare non è appropriata e dovremmo invece cercare di affrontare i problemi di fondo?”. Oppure: “Non è forse giunto il momento che i cittadini americani e gli iraniani si siedano a un tavolo per cercare di risolvere pacificamente le loro divergenze?”. Beh, non si andrebbe molto lontano, ma questo è ciò che può accadere quando discorsi distinti, autonomi e contraddittori coesistono nello stesso spazio concettuale, sostenuti da diversi gruppi di interesse per scopi diversi e spesso in conflitto tra loro.

A tutto ciò si aggiungono i problemi della totale mancanza di familiarità con le principali crisi politico-militari che effettivamente colpiscono il proprio paese, e quindi della scarsità di esperienze recenti su cui fare affidamento, nonché della limitata capacità di valutare tutte queste sicure teorie normative. Un Capo di Stato Maggiore della Difesa di una grande nazione occidentale potrebbe aver comandato un battaglione durante la missione NATO in Afghanistan, ma niente di più. Potrebbe aver prestato servizio presso un quartier generale internazionale ad alto livello, ma non avrà avuto alcuna esperienza di guerra convenzionale su larga scala, semplicemente perché non ce n’era. Allo stesso modo, dieci anni fa, non aveva molto senso addestrare gli ufficiali militari al combattimento ad alta intensità o agli attacchi missilistici, poiché i loro paesi non avevano la capacità di farlo e non si aspettavano di combattere contro chi invece ce l’aveva. Ma questo era allora. E naturalmente, i politici civili che consiglia conosceranno solo ciò che hanno visto in televisione o al cinema. Questo non significa necessariamente che siano stupidi, significa solo che non hanno altro su cui basarsi se non stereotipi e folklore politico-militare.

La confusione inizia ai livelli più elementari. Ad esempio, fino al 1945 le nazioni potevano e di fatto “dichiaravano guerra” l’una all’altra, ed esisteva un corpus di leggi e precedenti a disciplinare tali situazioni e il comportamento delle nazioni. Ma la Carta delle Nazioni Unite, riservando questo diritto alle azioni approvate dal Consiglio di Sicurezza, ha creato un’enorme zona grigia (in cui si svolge ormai quasi ogni conflitto reale) non adeguatamente coperta da alcun quadro giuridico internazionale. Ora abbiamo i “conflitti armati”, un termine del Diritto Internazionale Umanitario, opportunamente non definito in modo preciso, il cui scopo è identificare le situazioni in cui il tipo e il livello di conflitto implicano l’applicazione del DIU e delle cosiddette “leggi di guerra”. Ma al di là di questo, questioni come il diritto di una parte di affondare le navi dell’altra (che era chiaro prima del 1945) sono diventate oscure e devono essere dedotte da altri trattati con interpretazioni controverse, poiché il tipo di guerra che si sta svolgendo ora tra Stati Uniti e Iran non avrebbe mai dovuto verificarsi.

Ma questo non impedisce ai politici, e soprattutto agli opinionisti, di continuare a usare il vocabolario di un secolo fa e di parlare di “atti di guerra”, “stato di guerra”, “belligeranti”, casus belli, “crimini di guerra ” , e così via, anche se a rigor di termini nulla di tutto ciò è più applicabile. E sul campo di battaglia non abbiamo altro che la formulazione tradizionale, riprodotta più recentemente nel Protocollo aggiuntivo 1 alle Convenzioni di Ginevra (1979) che afferma che “gli attacchi devono essere strettamente limitati agli obiettivi militari” che sono

“ Quegli oggetti che per loro natura, ubicazione, scopo o utilizzo contribuiscono efficacemente all’azione militare e la cui distruzione, cattura o neutralizzazione totale o parziale, nelle circostanze del momento, offre un vantaggio militare concreto.”

A parte l’aggiunta che, in caso di dubbio, si dovrebbe presumere che oggetti come case e scuole che potrebbero essere utilizzati per scopi militari non lo siano, questo è tutto. Come dico sempre, le Convenzioni di Ginevra sono un’ottima guida su come si sarebbe dovuta combattere la Prima Guerra Mondiale, ma non affrontano minimamente la complessità della guerra odierna. Quindi, cosa sono questi “obiettivi civili” di cui sentiamo sempre parlare, vi chiederete? Beh, non sono definiti come tali, sono semplicemente oggetti che non sono obiettivi militari. Grazie.

Tradizionalmente, le guerre iniziavano con una dichiarazione formale e terminavano con un trattato negoziato. La cultura politica moderna è ancora ancorata all’idea che i trattati pongano fine alle guerre, anziché considerarli segnali della loro effettiva conclusione. Da qui deriva l’ossessione per “negoziati”, “accordi” e “intese” che ha occupato così tanto spazio mediatico negli ultimi anni, come se tali documenti fossero una sorta di formula magica in grado di porre fine ai combattimenti. Ho già scritto abbastanza su questo argomento, quindi non vale la pena di approfondirlo ulteriormente, ma mi limiterò a osservare che non vi è alcun segno che politici e commentatori abbiano compreso meglio la situazione rispetto al passato, né che abbiano preso sul serio gli esempi moderni di come i conflitti si concludono effettivamente, a prescindere dal fatto che la fine sia suggellata o meno da pezzi di carta.

In questo contesto di ignoranza e dubbia comprensione, non sorprende riscontrare una vasta gamma di peccati intellettuali, di omissione e di commissione, tutti derivanti da fraintendimenti basilari e da una mitologia ereditata basata su idee obsolete le cui origini risalgono a decenni o addirittura generazioni fa. Ciò complica enormemente la comprensione occidentale della nostra posizione in questi conflitti e, di conseguenza, della nostra vicinanza alla fine. Sarebbe tedioso elencarli tutti, ma ne esaminerò alcuni, e vedrete i fili conduttori che li uniscono.

Lentamente, il concetto di logoramento sta riemergendo nella coscienza strategica occidentale. Dico “riemergendo” perché, naturalmente, la Prima Guerra Mondiale fu essenzialmente una guerra di logoramento, in cui la superiorità numerica, l’accesso alle materie prime e la capacità produttiva logorarono le Potenze Centrali fino al punto di farle crollare. Ma la Prima Guerra Mondiale è in gran parte scomparsa dalla memoria popolare e persino da quella delle élite, se non come una caricatura grottesca di un’inutile carneficina, e quindi crediamo che non ci siano lezioni da imparare da essa. (Le risorse dedicate allo studio e alla scrittura sulla Prima Guerra Mondiale sono enormemente inferiori a quelle dedicate alla Seconda, sebbene ci siano stati molti più combattimenti sul fronte occidentale tra il 1914 e il 1918 che nel conflitto successivo). Persino negli studi sulla Seconda Guerra Mondiale, le questioni relative alla produzione bellica, all’accesso alle materie prime e al vantaggio degli Alleati derivante dalle consistenti riserve di manodopera coloniale sono generalmente lasciate agli specialisti, a favore della narrazione delle grandi e avvincenti battaglie. Eppure è proprio lì che risiedeva il vantaggio decisivo. (I bombardamenti strategici si rivelarono una strategia di logoramento fallimentare perché non erano sufficientemente precisi per distruggere la produzione industriale tedesca.)

Non comprendiamo quindi che una guerra possa effettivamente “finire” quando una delle parti non è più in grado di schierare un numero sufficiente di uomini e attrezzature, e non ha più accesso al carburante, alle munizioni e persino al cibo per sostenerli, né ai mezzi per trasportarli. Ma questo non significa necessariamente annientamento totale. Persino nel maggio del 1945, la Wehrmacht poté schierare circa cinque milioni di uomini sul campo, ma pochi di loro si trovavano nel posto giusto. E pochi mesi dopo, quando il Giappone si arrese, aveva ancora un discreto numero di aerei, ma non carburante per rifornirli. Quindi, parte della strategia russa in Ucraina al momento sembra essere quella di distruggere la capacità ucraina di schierare effettivamente le truppe e i droni di cui dispone, attaccando depositi di carburante, collegamenti di trasporto e infrastrutture. Se non si riesce a mettere le proprie forze a contatto con il nemico, queste sono di scarsa utilità. Allo stesso modo, l’usura legata a determinate capacità chiave potrebbe essere sufficiente. Gli Stati Uniti e Israele si stanno avvicinando al punto in cui non avranno più missili a sufficienza per infliggere danni all’Iran. Una volta raggiunto quello stadio, il numero di navi o aerei nella regione diventa irrilevante, perché, a meno che l’Iran non sia già crollato prima, avranno perso.

Alcuni hanno trovato scioccante il fatto che gli Stati Uniti stiano esaurendo le scorte di missili, ma in realtà è una conseguenza naturale della dottrina e delle aspettative. Durante la Guerra Fredda, non ci si aspettava che un conflitto con il Patto di Varsavia durasse a lungo. Le forze aeree di entrambe le parti sarebbero state in gran parte obsolete dopo un periodo relativamente breve, e non aveva senso acquistare missili che non sarebbero mai stati utilizzati. Allo stesso modo, nei brevi e talvolta violenti conflitti successivi al 1990, non erano necessarie grandi scorte di missili. Dopotutto, scorte maggiori significavano costruire più depositi, impiegare più personale, organizzare più trasporti e, in ogni caso, presumere che le piattaforme stesse sarebbero durate abbastanza a lungo da consentire l’utilizzo delle armi aggiuntive. I russi, con una tradizione militare completamente diversa e una storica enfasi sulla guerra di logoramento, hanno mantenuto immense scorte di ogni genere, perché non si poteva mai sapere.

Sebbene siano in corso iniziative per incrementare le scorte di armi chiave, l’Occidente non potrà mai condurre con successo una guerra di logoramento contro la Russia, perché le infrastrutture industriali e ingegneristiche necessarie non esistono e non possono essere ricreate. Anzi, è dubbio che siano mai esistite su scala sufficiente. Questo vale a prescindere dalle capacità tecniche degli equipaggiamenti occidentali e dal (limitato) potenziale di incremento delle dimensioni delle forze armate occidentali. Le conseguenze politiche di tutto ciò sono enormi e non sembrano essere state minimamente considerate. Inoltre, inviando armi in Ucraina, l’Occidente non fa altro che aggravare il problema a lungo termine. (I droni non saranno d’aiuto, poiché i russi avranno sempre un vantaggio produttivo: e comunque si vedano i paragrafi successivi). Per di più, il mercato militare è ormai così internazionalizzato che i paesi occidentali importano in genere almeno il 50% dei loro componenti e sottogruppi, per non parlare delle materie prime. Probabilmente ci sono una mezza dozzina di paesi al mondo in grado di bloccare completamente la produzione e la manutenzione degli F-35.

Uno dei più curiosi punti ciechi dottrinali occidentali riguarda la sottovalutazione del valore del fuoco indiretto, che sta avendo enormi conseguenze se solo la gente si fermasse a riflettere. Sebbene l’artiglieria abbia sempre fatto parte delle strutture delle forze armate occidentali (Napoleone, per inciso, era un ufficiale di artiglieria), non le è mai stata attribuita la stessa importanza che aveva nella tradizione russa e successivamente sovietica. Dopo la Seconda Guerra Mondiale, questa importanza iniziò a estendersi anche ai missili. L’Unione Sovietica catturò migliaia di scienziati e ingegneri tedeschi, molti dei quali con esperienza nello sviluppo del razzo V-2, e li impiegò nella produzione di un clone, che inizialmente era una copia, poi un’evoluzione del V-2, noto in Occidente come SCUD. Durante la Guerra Fredda, l’Unione Sovietica produsse missili sempre più numerosi e performanti, con gittate maggiori, e la tecnologia fu ampiamente esportata. Ma non fu mai una priorità per l’Occidente, che preferì gli aerei con equipaggio e trascurò quasi completamente i missili offensivi convenzionali. Sebbene il numero e la qualità dei missili russi siano emersi come uno shock dopo il 2022 (fino ad allora erano stati considerati semplici prototipi e dimostratori tecnologici), la reazione occidentale non è stata quella di sviluppare tecnologie simili, il che richiederebbe un ripensamento completo del proprio assetto strategico, e non accadrà. Piuttosto, la reazione è stata quella di ignorare il più possibile l’esistenza di questa capacità, per poi proporre di contrastarla con sistemi antimissile. Il fatto che paesi presumibilmente tecnicamente inferiori come la Corea del Nord e l’Iran possano schierare missili di questo tipo, contro i quali l’Occidente ha scarse difese, non sembra essere ancora stato pienamente compreso.

C’è però un altro problema, legato al concetto di logoramento. Fino a tempi recenti, gli attacchi aerei erano difficili e costosi, mentre la difesa aerea era economica. Un bombardiere della Seconda Guerra Mondiale era una macchina costosa e complessa, con un equipaggio che richiedeva diversi anni di addestramento. Poteva essere abbattuto da munizioni antiaeree economiche, o al massimo da un caccia notturno, molto più economico. Ancora oggi, un F-35 è vulnerabile ai missili prodotti in serie, che costano una frazione del suo prezzo. I missili offensivi ad alta precisione ribaltano la situazione. Difendersi da tali missili è un processo costoso e laborioso, che coinvolge sistemi complessi, e un numero relativamente ridotto di missili può sopraffarli. Inoltre, se i radar vengono distrutti (come nell’attuale guerra con l’Iran) o le scorte di missili si esauriscono, il sistema smette di funzionare. In qualsiasi conflitto con l’Occidente, i russi sarebbero in grado di inondare i sistemi di difesa missilistica occidentali con un numero enorme di droni e esche, consumando i missili difensivi e lasciando gli obiettivi in ​​gran parte indifesi.

È difficile rendere l’idea di quanto questo concetto sia estraneo all’esperienza e al modo di pensare occidentali, ma proviamo con un’analogia semplice: quella del cricket. (Gli americani possono pensare al baseball). Ecco il battitore davanti al wicket. Pur volendo segnare punti, la sua priorità principale è proteggere il wicket. Per questo, ha una buona consapevolezza della situazione. Sa chi sono i lanciatori e da dove arriverà la palla. Sa come è disposto il campo e quindi in quali direzioni è sicuro colpire. Sa che tipo di lanciatore ha di fronte e quando aspettarsi la palla. Ciononostante, ha solo un secondo circa per decidere come giocare la palla una volta che gli viene lanciata. Ora immaginate una situazione simile a quella della difesa missilistica, contro un attacco che ha già distrutto i radar a lungo raggio. Il nostro battitore non sa quale dei giocatori avversari abbia la palla e come e quando la lancerà. Non sa da quale direzione arriverà la palla, né quando, né a quale velocità e altezza. Tuttavia, la situazione è persino peggiore, perché molte palle potrebbero essergli lanciate contemporaneamente, e lui deve valutare quali siano pericolose. Inoltre, diversi altri giocatori avversari fingono di lanciare palle senza farlo realmente.

Come tutte le analogie, non si può spingere troppo oltre, ma voglio solo sottolineare il brevissimo lasso di tempo a disposizione per prendere una decisione. Più veloce è la palla, meno tempo c’è. Man mano che i missili diventano sempre più veloci e capaci di manovrare, potrebbe arrivare un punto in cui l’intercettazione diventa fisicamente impossibile nel tempo disponibile, tenendo presente che il difensore deve calcolare non dove si trova il missile, ma dove si troverà quando arriverà il missile difensivo, e il missile difensivo deve avere il tempo di arrivarci. (Immaginate un battitore che affronta una palla che arriva troppo veloce perché lui possa vederla e che devia per arrivare dall’altro lato del wicket). Diverse nazioni nel mondo, non necessariamente amiche dell’Occidente, ora possiedono questo tipo di tecnologia. I singoli missili possono forse essere contrastati in modo affidabile: salve di missili, come abbiamo già visto, non possono esserlo. Basta che una sola palla colpisca il wicket.

Ciascuno di questi punti ciechi è a sua volta il prodotto della mancanza di interesse per gli affari e la tecnologia militare da parte di una classe dirigente che non prestava più servizio militare, né aveva ricordi familiari di conflitti. (Il presidente Chirac ha prestato servizio come paracadutista in Algeria. Era praticamente l’ultimo). La “cultura militare” sia della classe dirigente che dell’élite intellettuale (chiamiamola così, per usare un eufemismo) è composta da vaghi ricordi di libri di storia dell’epoca di Tuchman o Shirer, film di guerra hollywoodiani, racconti popolari politici del passato, documentari su YouTube e frammenti trovati su Internet, tutti accomunati dallo stesso peso epistemologico e mescolati tra loro. Molto deriva da una sorta di saggezza ereditata da generazioni passate. Nient’altro, ad esempio, può spiegare le bizzarre idee di “scortare” navi attraverso lo Stretto di Hormuz. Si tratta di un concetto che risale alle guerre del secolo scorso, quando la minaccia per la navigazione mercantile proveniva dai sottomarini tedeschi, e quindi le navi venivano raggruppate e protette da navi di scorta, riducendo drasticamente le perdite. La minaccia odierna non proviene da singole navi, ma da sciami di droni e missili, contro i quali, come abbiamo visto, non è possibile difendersi su larga scala. Inoltre, lo scopo dell’attacco non è necessariamente affondare le navi, ma scoraggiarle dal salpare. In queste circostanze, le “scorte” offrono più bersagli, ma ben poca protezione. Almeno, però, ci si consola sapendo cosa significano queste parole.

Questo è uno dei molteplici motivi per cui parlare di “riarmo” anziché di piccoli incrementi della forza militare non dovrebbe essere preso sul serio. Come ho spesso sostenuto, i veri problemi che l’Occidente affronta oggi sono principalmente concettuali e psicologici, tra cui un’eccessiva dipendenza dal pensiero astratto e l’adesione a una serie di norme derivate dal passato, come nell’esempio appena discusso. L’Occidente non sa più a cosa gli servano le forze militari, né come le impiegherebbe. “Difendersi dalla Russia” è uno slogan, non una missione, ed è a sua volta il risultato della riproposizione acritica di vecchi e stanchi cliché del folklore politico degli anni ’30-’80, perché è tutto ciò che i suoi leader conoscono. La conseguenza è che, nonostante le lezioni dell’Ucraina e dell’Iran, l’enorme inerzia del sistema continua a spingerlo in un’unica direzione: quella già nota.

Prendiamo ad esempio il misterioso programma statunitense F-47 , progettato per produrre l’aereo da superiorità aerea della metà del secolo. Si potrebbe sostenere che la stessa esistenza del programma dimostri che non è stato fatto alcun serio tentativo di imparare dalle lezioni dell’Ucraina e dell’Iran. Un aereo da superiorità aerea implica un contesto in cui altri velivoli contendono tale superiorità. Se gli avversari si stanno orientando sempre più verso l’uso di missili per dominare lo spazio aereo, allora è discutibile se un programma come l’F-47 abbia ancora molto senso. Certo, i programmi di difesa durano decenni e non si può cambiare tutto dall’oggi al domani, ma qualcuno, almeno, dovrebbe riflettere se l’era degli aerei da caccia con equipaggio stia finalmente volgendo al termine. Questo è particolarmente importante se, come sostengo, la “fine” dell’attuale crisi ucraina è molto lontana e se, una volta raggiunti i loro obiettivi immediati, i russi probabilmente useranno le tecnologie di cui dispongono e che noi non abbiamo per intimidire politicamente. (Detto questo, non ho molta fiducia nella capacità dei leader occidentali di rendersi conto di essere stati intimiditi.)

Questo, a sua volta, è un aspetto di un problema più ampio, ovvero la tendenza storica a considerare l’Occidente come la norma. Se i russi e gli iraniani fanno qualcosa di diverso da noi, devono per forza sbagliare. Se noi, per definizione, stiamo facendo la cosa giusta, allora dovremmo vincere e quindi non abbiamo bisogno di cambiare nulla di sostanziale. L’Occidente segue le mode del pensiero militare (i droni sono l’ultima novità), ma non c’è alcun segno che sia soddisfatto di revisioni fondamentali della propria strategia. (Avendo partecipato personalmente ad alcune presunte revisioni, è strano quanto spesso la conclusione sia che, in fondo, stiamo comunque facendo la cosa giusta). Questo fa parte di una massiccia sovrastima delle norme e del potere occidentali nel mondo, che è sopravvissuta a decenni di delusioni ed è ancora molto potente, in gran parte perché sappiamo poco delle questioni e delle preoccupazioni strategiche al di fuori dell’Occidente e non ci preoccupiamo di scoprirle. Formuliamo ipotesi sul potere e sull’influenza occidentali che si basano su presupposti normativi piuttosto che pragmatici. Diamo per scontato che le persone che sembrano pensarla come noi, in realtà la pensino come noi, perché il nostro modo di pensare è semplicemente superiore. Partiamo dal presupposto che la dottrina, l’addestramento e le attrezzature occidentali siano i migliori, perché non abbiamo mai seriamente esaminato altri sistemi, e cerchiamo qualcuno a cui dare la colpa quando uno di questi si rivela inadeguato.

Ne consegue che sovrastimiamo enormemente la nostra capacità di influenzare l’evoluzione delle crisi, e soprattutto la loro conclusione, e ci attribuiamo arrogantemente la responsabilità di cose su cui in realtà abbiamo avuto ben poca influenza. Questo è un problema particolarmente sentito a Washington, dove le dimensioni e la complessità del sistema, e le incessanti lotte personali per il controllo di ogni questione, fanno sì che il resto del mondo abbia solo un ruolo marginale. Sono certo che a Washington ci fossero persone che credevano davvero che le forniture di armi e denaro ai mujahidin in Afghanistan attraverso il Pakistan avessero contribuito al crollo dell’Unione Sovietica, così come non c’è dubbio che oggi ci siano persone che pensano che una manciata di soldati americani nel nord della Siria abbia rovesciato Assad e insediato l’attuale regime a Damasco. A Washington, suggerire che qualcun altro al di fuori degli Stati Uniti abbia un ruolo determinante in situazioni del genere, soprattutto la popolazione locale, equivale a un suicidio professionale. Un’allucinazione condivisa di questo tipo può essere molto allettante, naturalmente, finché non si scontra con la realtà.

Più in generale, cercare di comprendere a fondo la diabolica complessità della politica mediorientale o dell’Africa occidentale è un lavoro di una vita per gli specialisti, e le capitali occidentali, in generale, non sono interessate a questo livello di dettaglio. Da generazioni ormai, è più facile invocare argomentazioni da grande potenza che occuparsi delle reali circostanze sul campo, e nulla cambia di significativo. A partire dagli anni ’70, le potenze occidentali hanno sostenuto che i movimenti indipendentisti in Africa, avendo cercato il sostegno dell’Unione Sovietica, non fossero altro che strumenti di Mosca. (Ancora nel 1990, la BBC fu aspramente criticata da alcuni politici di destra per la sua copertura in diretta della liberazione del “terrorista” Mandela). E l'”ingerenza” dell’Unione Sovietica era ovunque: giornalisti di destra, spinti da “fonti di intelligence” non identificate, affermarono negli anni ’70 che la decisione di De Gaulle di ritirare le forze francesi dalla Struttura Militare Integrata della NATO fosse stata orchestrata dal KGB. Dato che il folklore politico è così privo di immaginazione e originalità, fondamentalmente circolano ancora oggi le stesse idee, che permettono a politici e opinionisti di evitare le complessità della vita reale e di crogiolarsi nell’idea di un mondo misterioso e affascinante fatto di “operazioni psicologiche”, “rivoluzioni colorate” e “cartoline” di cui, in realtà, non sanno quasi nulla. E se sbagliamo, beh, le conseguenze non ci riguardano.

Almeno, non lo facevano. Quando Chalmers Johnson coniò il termine “blowback” (contraccolpo), pensava a una più ampia disapprovazione politica nei confronti degli Stati Uniti e ai danni ai loro interessi derivanti dal loro comportamento. Ma più recentemente, abbiamo finalmente iniziato a capire che i paesi che abbiamo inimicato potrebbero sviluppare la capacità di dimostrare il loro disappunto in termini pratici, e persino cinetici. I missili iraniani possono probabilmente già raggiungere l’Europa sud-orientale, e la Corea del Nord sembra stia costruendo almeno un sottomarino a propulsione nucleare con missili balistici, teoricamente in grado di minacciare gran parte del mondo. Il risultato è il solito mix di negazione e panico nascente. Il mondo non dovrebbe essere così, e non ci è mai venuto in mente di immaginare cosa succederebbe se lo fosse.

Il panico nasce dalla crescente consapevolezza che le azioni occidentali possono avere conseguenze reali . Per diversi decenni, parlare e comportarsi in modo duro nei confronti di Cina, Russia o Iran è stato essenzialmente un tentativo di compiacere l’opinione pubblica interna, cercando di apparire più radicali e intransigenti degli altri. Ciò che i bersagli di questo comportamento potessero pensare fosse irrilevante, e in ogni caso non potevano farci nulla. Ora, naturalmente, le cose sono cambiate, ma le abitudini di una generazione sono dure a morire. Non è che i governi occidentali stiano cercando di “provocare una guerra” con la Cina, è che non riescono ad abbandonare l’abitudine di minacciare e insultare quel paese, sicuri che non ci saranno mai conseguenze concrete. Finora, però, la sottigliezza con cui i cinesi si stanno comportando è evidentemente superiore a quanto i sistemi politici occidentali possano facilmente comprendere.

Ne consegue che l’Occidente ha ormai in gran parte perso la capacità di determinare come si svilupperanno le crisi, e soprattutto quando e come si concluderanno. Ciò non significa che altri Stati siano diventati onnipotenti, ma semplicemente che non si può dare per scontata una supremazia occidentale permanente. Questo vale sia per il controllo quotidiano dell’evoluzione del conflitto (il cosiddetto ciclo di Boyd, di cui ho già scritto) sia per il lungo termine. Tuttavia, non vi è alcun segno che l’Occidente se ne sia reso conto, né che i suoi sistemi decisionali siano in grado di comprendere e tenere realmente conto degli obiettivi e delle capacità altrui. L’ossessione continua a concentrarsi su ciò che i sistemi politici occidentali possono accettare, come se fosse l’unica cosa che conta, e sulla conseguente convinzione che l’Occidente possa annunciare come finirà una crisi e che la realtà si adeguerà obbedientemente. Concludiamo tornando ai due esempi attuali in cui vedremo manifestarsi i problemi che ho descritto.

Nel caso dell’Ucraina, l’Occidente scelse di non credere agli avvertimenti di Mosca sulle possibili conseguenze del proprio comportamento. Ciò si basava in parte sull’illusione della forza occidentale e della debolezza russa, ma anche sull’inaccettabilità politica di un eventuale cambiamento di rotta della NATO per tenere conto delle opinioni altrui. L’Occidente non comprese la natura della guerra fin dall’inizio, optando per interpretarla come una guerra di conquista, quando inizialmente era concepita come uno shock politico, per poi trasformarsi in una guerra di logoramento per la quale i russi si erano preparati. All’Occidente non importava davvero capire: la guerra sarebbe finita presto comunque. Ma non fu così, e la durata stessa dei combattimenti divenne un problema, poiché rivelò importanti debolezze industriali in Occidente. L’uso di missili da parte della Russia sorprese tutti, ma per il momento è stato accantonato nella categoria “Troppo difficile da affrontare”. Soprattutto, ancorato alle nozioni tradizionali di guerra e pace, l’Occidente si aggrappa all’idea che la crisi finirà con una conferenza di pace i cui termini potrà dettare, dopo la quale le cose torneranno rapidamente alla normalità e la Russia implorerà di essere riammessa nel “sistema internazionale”.

Per quanto assurdo possa sembrare, questo rappresenta il massimo che il sistema occidentale è in grado di immaginare al momento. In realtà, saranno i russi a decidere quando tutto questo finirà, e non sappiamo (e forse non l’hanno ancora deciso nemmeno loro) quale forma assumerà la situazione postbellica. Ma possiamo aspettarci un uso intimidatorio delle capacità militari, una serie di crisi politiche all’interno della NATO e tra la NATO e la Russia, e altri divertimenti. Le opzioni occidentali per evitare tutto ciò sono poche e diminuiscono con ogni giorno di atteggiamenti bellicosi. Ho visto fantasie di guerriglia e terrorismo, ma non siamo negli anni ’50, e questo dimostra solo quanto sia forte la presa dei ricordi di un passato lontano e solo parzialmente compreso sui problemi del presente. Non ci sarà una guerra infinita contro la Russia, così come non ce n’è stata una dopo il 2021 in Afghanistan, dove gli esperti insistevano sul fatto che gli Stati Uniti avrebbero continuato la guerra oltre confine e non si sarebbero mai ritirati. Quand’è stata l’ultima volta che avete sentito un politico statunitense menzionare il Paese? E il temuto complesso militare-industriale: non costringerà forse la guerra a continuare? Forse non è poi così temuto: tra le maggiori aziende statunitensi per fatturato, secondo la rivista Fortune , nessuna delle aziende del settore militare rientra tra le prime cinquanta. Gran parte del potere economico risiede altrove, e in ogni caso non si può intensificare un conflitto con risorse che non si possiedono.

Lo stesso vale per l’Iran, dove gli iraniani, pur non essendo ancora i vincitori, hanno l’iniziativa, e dove gli Stati Uniti stessi non possono vincere. (Ecco perché è inquietante vedere gli esperti statunitensi che già cercano di delineare una sorta di futuro conflitto rinnovato con l’Iran, come se fosse possibile). Questo fallimento deriva da un misto di arroganza, dal folklore militare e politico ereditato menzionato in precedenza e da una semplice riluttanza a studiare le capacità militari iraniane, perché in fin dei conti a chi importava? Il sistema politico iraniano e la natura della sua società non necessitavano di essere studiati: si potevano dare per scontati. E l’idea di una rappresaglia iraniana efficace, se anche solo presa in considerazione, poteva essere scartata, perché avrebbe gettato dubbi sulla capacità dell’intera operazione. Tutto ciò era prevedibile, e in una certa misura previsto in termini generali. E ora, l’evoluzione futura della crisi dipende principalmente dall’Iran, un luogo scomodo e sconosciuto per l’Occidente.

Nulla della nostra concezione arcaica e radicata di guerra e pace, delle cause dei conflitti e delle ragioni per cui finiscono, è di alcuna utilità in questa situazione. In ogni caso, il risultato più probabile sarà un lungo periodo di bassa tensione, che farebbe comodo rispettivamente ai russi e agli iraniani, ma che metterebbe a dura prova, e probabilmente fratturerebbe irreparabilmente, la coesione occidentale. In altre parole, non è ancora finita, e non sarà l’Occidente a decidere quando finirà.

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Questo è tutto per questa settimana. Come sempre, grazie a coloro che instancabilmente forniscono traduzioni nelle loro lingue. Maria José Tormo pubblica traduzioni in spagnolo sul suo sito qui , Marco Zeloni pubblica traduzioni in italiano su un sito qui e Italia e il Mondo le pubblica qui . Sono lieto di aggiungere che le versioni di questi saggi in ceco appariranno ora regolarmente in traduzione sul sito czstrat.cz . Sono sempre grato a coloro che pubblicano occasionalmente traduzioni e riassunti in altre lingue, purché citino l’originale e me lo facciano sapere.

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«La geografia di Lacoste è fonte di meraviglia e stupore» — Intervista a Yves Lacoste

«La geografia di Lacoste è fonte di meraviglia e stupore» — Intervista a Yves Lacoste

di Yves Lacoste

  • Nato a Fès, formatosi alla Sorbona, inviato in Vietnam per osservare le dighe — Yves Lacoste è una figura di spicco della geografia francese, la cui opera rifiuta tanto la pretesa sociologica quanto la superficialità delle semplici enumerazioni.
  • In questa intervista inedita del 2023, parla dei suoi rapporti con il mondo militare, della geopolitica dell’Ucraina, della saggezza di Ibn Khaldun e della figura di Erodoto, il primo geografo prima di Alessandro.
  • Una conversazione tenuta alle soglie della guerra, da un uomo che non ha mai smesso di cercare, di provocare, di porre domande.

Yves Lacoste è appena venuto a mancare. Per riscoprire il suo pensiero e le sue analisi, pubblichiamo questa intervista inedita realizzata nel febbraio 2023. L’intervista è stata condotta da Swan Dubois Galabrun

Questa intervista è stata realizzata il 2 febbraio 2023. All’epoca facevo parte del II battaglione. Era prevista per la pubblicazione sul *Journal de Saint-Cyr*. Tuttavia, per motivi di calendario e di avvicendamenti nella redazione, questa intervista non è mai stata pubblicata. Questo spiega perché le domande siano spesso incentrate sull’ambito militare, anche se, in definitiva, le risposte offrono spunti più generali, e proprio questo era l’obiettivo: collegare l’ambito militare a una disciplina in tutta la sua ampiezza. Avevo ottenuto dalla casa editrice Maspero il suo numero di telefono e un incontro a casa sua, elegantemente organizzato da Béatrice Giblin. Ho così potuto essere accolto nel suo sorprendente appartamento, che non avrebbe potuto rappresentare meglio ciò che è la dimora di un geografo, visti gli oggetti che vi si accalcavano e che erano come metonimie di frammenti di vita, raccolti lì in quegli oggetti non potendo essere custoditi meglio accanto a sé. Dopo una sorta di pellegrinaggio per raggiungerlo, conservo il ricordo di un bel momento trascorso con un uomo gioviale, i cui numerosi ricordi della sua defunta moglie mi hanno lasciato intuire un amore fedele e commovente.

Yves Lacoste non era un teorico della guerra, ma ciò che aveva scritto era ben più prezioso. Suonava come una saggezza proveniente dai tempi antichi, come la fonte di tutto ciò che sarebbe venuto dopo. Sembrava esprimere la verità dei paesaggi che avevamo la fortuna di attraversare.

La cosa interessante di Yves Lacoste è che non è la figura di spicco che dovrebbe essere, né per i geografi, né per i seguaci della geopolitica. Ecco cos’è la geografia di Lacoste: una geografia che rifiuta le vane disquisizioni sui fiumi della Francia, o di essere una pseudo-sociologia fatta di quadri sgradevoli. Perché la geografia di Lacoste è ben più profonda: è meraviglia e stupore. Meraviglia per la bellezza della natura e stupore di fronte a tale bellezza, che spinge sempre più a cercarne le cause, a comprendere, a creare un discorso che ne dia conto. È un discorso razionale sull’estrema bellezza del paesaggio. Un discorso animato dal desiderio di comprendere, di capire come il tempo e gli elementi abbiano creato quella valle attraversata da un fiume o quella foresta adagiata sul fianco di una montagna. È senza dubbio per questo che non fu mai un geopolitico, ma sempre un geografo, consapevole che ciò avrebbe atrofizzato la forza di questo sapere, riducendolo, perché questa geografia, nella sua natura, nel suo metodo e nei suoi oggetti, è ben superiore a volgari elenchi che non toccheranno mai il nocciolo della questione. Come Braudel, che ammirava, nei suoi scritti c’era una forma di poesia razionale, l’unica in grado di suscitare il desiderio di sapere piuttosto che una fredda erudizione; essa tradiva la sua acuta intuizione di un mondo in cui tempo e spazio vanno di pari passo e in cui la geografia è un modo per esprimere la bellezza di ciò che la loro relazione produce

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Potrebbe presentarsi in poche parole?

Yves Lacoste – Sono nato a Fès, in Marocco, poco dopo quella che è stata chiamata la guerra del Rif, e mio padre, che era un giovane geologo, stava scrivendo la sua tesi sullo studio delle colline del Rif meridionale, che si tuffano nella Grande pianura del Rharb. I suoi superiori, anch’essi geologi, lo avevano spinto a esplorare quella zona ancora poco conosciuta perché, con quelle immersioni nel sottosuolo, la configurazione ricordava quella dei giacimenti petroliferi in Iraq, e la cosa diventava quindi molto interessante.

Poi, quando avevo 10 anni, mio padre si ammalò di tubercolosi, probabilmente a causa di alcune persone della sua scorta, quindi non poté più rimanere in Marocco e ci portò proprio qui (nel suo appartamento di Bourg-La-Reine, dove stiamo parlando) mia madre, i miei fratelli e me. Sono qui quindi dall’inizio del 1939.

Il mio rapporto con il Maghreb: ho sentito il desiderio di tornare. Una volta superato l’esame di abilitazione all’insegnamento di geografia alla Sorbona, ho voluto scrivere la mia tesi di dottorato in Marocco. Ma quello fu l’anno in cui il Sultano fu deposto da un generale – perché a volte i generali combinano delle sciocchezze (mi rivolge un sorriso e uno sguardo malizioso, poi ride di cuore) – che lo costrinse a partire per l’isola della Riunione, se ricordo bene, e la serie di disordini che ne derivarono mi avrebbe impedito di svolgere il «lavoro sul campo». L’Algeria sembrava allora tranquilla. Ma sarebbe durata poco (ride). Mi sono ritrovato al liceo Bugeaud di Algeri.

Leggi anche: Yves Lacoste, una geopolitica virile!

I geografi, come i militari, effettuano ricognizioni sul campo

Sapete, tra i militari e i geografi, per molto tempo ci sono stati rapporti molto stretti, in particolare durante le operazioni nelle zone coloniali. Ogni ufficiale a capo di una colonna deve redigere ogni giorno un rapporto su ciò che ha visto. Si tratta quindi di rapporti che non sono andati tutti perduti e che costituiscono fonti di osservazioni notevoli.

Ha avuto due esperienze con l’ambiente militare: il Vietnam, con la famosa inchiesta per cui è noto, e La geografia serve, innanzitutto, a fare la guerra (sottolinea la virgola prima di innanzitutto)

François Maspero, editore e amico, ha pubblicato il mio primo libro sul grande storico magrebino Ibn Khaldun, ed è lì che è nata la nostra amicizia. Al ritorno da quella vicenda delle dighe nel 1972 – non era una missione, allora, ma cos’era? Non lo so ancora. Nel 1972, gli americani, impegnati in una guerra da cui non riescono a uscire, diedero il via a massicci bombardamenti sulle dighe del fiume Rosso, suscitando dopo un certo tempo grande scalpore nell’opinione pubblica. Tutti parlavano delle dighe, ma non si capiva bene perché fossero così importanti. Quell’estate scrissi un breve articolo, molto semplice, come per una lezione di seconda superiore, per spiegare l’importanza delle dighe: il fiume Rouge e i suoi vari bracci scorrono infatti al di sopra del livello della pianura, dove ormai si concentrano numerose popolazioni, e le dighe, al momento della piena, impedivano al fiume di riversarsi sulla pianura. A seconda dei meandri, il rischio era più o meno elevato. Era un articolo breve e senza pretese e, con mia grande sorpresa, «Le Monde» lo pubblicò già il giorno dopo; a quel punto partii per le vacanze senza pensarci più. Finché, al mio ritorno, mi avvisarono che qualcuno aveva cercato di contattarmi con urgenza. Non ho mai saputo chi mi avesse chiamato; mi disse che dovevo recarmi immediatamente in Vietnam. Mi sembrò incredibile. Tornai dalla cabina telefonica e raccontai l’accaduto. Avevo detto che, in ogni caso, non avrei potuto andarci, che non avevo il visto, e, alle mie spalle, ho sentito mio figlio maggiore, che doveva avere 12 anni, esclamare: «Papà, se non ci vai, sei solo un idiota». Allora ho detto che almeno avrei provato a fare qualcosa. Sono tornato a Parigi; il Vietnam aveva solo una modesta rappresentanza. All’ambasciata sovietica, dove mi ero recato e dove mi avevano mandato a quel paese, mi hanno chiesto: «Come pensi di andarci?» – allora ho risposto: «Non ci andrò in bicicletta (risate)». Mi hanno quindi risposto che dovevo procurarmi un biglietto aereo. All’Aeroflot, a fine giornata, mi hanno passato un biglietto aereo per Hanoi attraverso le sbarre. Ero ancora molto sorpreso. Mi sono rassicurato di fronte a questa sorpresa dicendomi: «In ogni caso, senza visto, mi rimanderanno a casa». Con mia grande sorpresa, anche all’aeroporto di Mosca mi hanno lasciato passare. Ero convinto che mi avrebbero rimandato a Parigi, invece mi sono ritrovato su un aereo diretto ad Hanoi. Ad Hanoi sono stato accolto bene, ma mi hanno chiesto cosa fossi venuto a fare. Ho chiesto una mappa dei bombardamenti e di poter andare a vedere sul posto le dighe. Mi è stato negato tutto in blocco, perché era troppo pericoloso e le mappe erano coperte dal segreto militare. La sera, al ristorante dell’hotel, un signore è venuto a prendere il tè chiacchierando con me. Dopo avergli raccontato cosa volevo fare, l’ho visto tornare a fine giornata in uniforme e dirmi: «Partiamo stasera». Così, mi sono ritrovato coinvolto in questa faccenda per una serie di circostanze. Faccio fatica a raccontarla, perché tutti hanno creduto che fosse stata orchestrata dal partito comunista.

Allora, quando mi ha telefonato mi ha fatto un’osservazione – che tra l’altro mi ha divertito molto – dicendomi: «Lei era nel Partito Comunista»: me ne sono allontanato con cortesia, e tutto si è svolto in modo molto amichevole. Sono rimasto amico di tutti; alcuni hanno lasciato il Partito Comunista (risate). E tutti hanno creduto che fosse successo per volere del partito. Il partito, al contrario, non era affatto contento: aveva mandato un ingegnere – con cui ho mantenuto rapporti molto distaccati – e lui non si è recato sul posto (risate), e i membri del Partito Comunista ne sono rimasti molto offesi. Al mio ritorno, i giornalisti di *Le Monde* mi aspettavano, e ho raccontato questa storia, mostrato la mappa, l’ho commentata, e quei giornalisti hanno dato prova di una straordinaria efficienza. Tutto ciò che avevo raccontato è stato pubblicato la sera stessa.

Ve lo racconto perché dimostra l’importanza del ragionamento geografico nell’esercito. La mia analisi di questo caso si basa su ragionamenti fortemente geografici, poiché si dà il caso che i miei primi lavori di osservazione, quando ero studente, siano stati proprio per caso – a volte gli dei preparano le cose – in una pianura del Marocco, dove la configurazione di un fiume che scende con dei meandri. È stata una digressione un po’ lunga, perdonatemi, ma mi chiedo ancora: cosa mi ha portato a finire ad Hanoi? Penso che sia stato il risultato di un accordo tra vietnamiti e sovietici, ma, al di là di qualsiasi ruolo dei partiti, in Vietnam non ho avuto alcun contatto con i dirigenti del Partito Comunista. Tranne quel colonnello in uniforme che non rappresentava il Partito. Solo in seguito ho saputo che era stato il vice del generale Giap nella battaglia di Diên Biên Phu.

Dopo il suo percorso, oggi è sorpreso di essere stato contattato dai militari?

Niente affatto, ho avuto a che fare con i militari solo in rare occasioni. Meno spesso di quanto avrei voluto.

Oggi si assiste a una sorta di entusiasmo per la geopolitica – sì, e meno male – che a volte, però, verte su argomenti lontani dal rapporto con il territorio. Si tratta forse di una deviazione dalla disciplina?

Esatto, oggi la geopolitica è diventata un discorso. Le persone che discorrono di geopolitica non hanno quasi nulla a che fare con me. Ma la redazione di Hérodote, che era stata designata da François Maspero su mia proposta non appena tornai dal Vietnam, che impiegò due anni a prepararsi e che apparve per la prima volta nel 1976 e appare ancora oggi, contava tra i suoi membri Béatrice Giblin, che oggi la dirige. Ha iniziato i suoi studi di geografia con me, è di formazione storica e la geografia le dispiaceva moltissimo. Il fatto che nella laurea e nell’agrégation di storia sia stata mantenuta una parte di geografia non funziona bene: il compito di spiegare agli storici il ragionamento geografico viene affidato a qualcuno che non ha una formazione specifica, di solito un assistente. Far comprendere la geografia è molto più difficile e, all’inizio, spesso risulta fastidioso.

Lei si definisce un geografo e non un geopolitico: per lei la disciplina di base ha la precedenza; non si può fare geopolitica senza una solida base di geografia?

Chi parla di geopolitica non ha alcun ragionamento geografico e spesso nemmeno storico. I problemi geopolitici derivano da un’evoluzione storica, che a volte può estendersi per secoli; è importante comprenderlo, perché l’idea che ne hanno oggi i protagonisti porta a malintesi o a certezze molto spiacevoli. La guerra in Ucraina ne è un ottimo esempio: si tralascia completamente una parte delle considerazioni storiche. I problemi in Ucraina sono molto più complessi di quanto ci venga detto, poiché si tratta di vicende spiacevoli. Putin afferma che quella terra fa parte della Grande Russia, e così è stato per molto tempo. Durante la Seconda Guerra Mondiale, la situazione in Ucraina, come si osa dire di tanto in tanto, era diversa: i tedeschi venivano accolti molto bene. La carestia, oh, che brutto ricordo. L’antisemitismo in Ucraina, dove gli ebrei svolgevano un ruolo importante, era forte e si spiega con il fatto che l’esportazione dei cereali era da tempo gestita da commercianti ebrei. Questi ebrei dell’Ucraina, non si sa bene da dove provengano, dall’Europa centrale, altri probabilmente dal Caucaso. Questi problemi vengono troppo spesso ignorati. Poi c’è il ruolo dei fiumi, del clima…

Qualche anno fa si pensava che un’invasione russa fosse impossibile, contrariamente a quanto suggeriscono le grandi teorie geopolitiche, secondo le quali, in particolare, le invasioni in Europa avvengono sempre da est verso ovest.

Nel corso della storia, i rapporti tra quelli che verranno chiamati ucraini e i polacchi sono stati inizialmente molto tesi. Oggi, ciò che è molto interessante è che i polacchi sostengono gli ucraini nonostante questi antagonismi: i polacchi sono cattolici, gli ucraini ortodossi.

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Andando dal cavallo all’asino: alla base delle vittorie di Alessandro c’è Aristotele. Ma non c’è piuttosto, o anche, Erodoto?

È Erodoto! Erodoto, prepara Alessandro. Erodoto è un greco dell’Asia Minore, che all’epoca faceva parte dell’Impero persiano. Sa benissimo che i Persiani hanno già invaso la Grecia due volte e, di conseguenza, ciò che è straordinario in Erodoto è che ritiene che ciò si ripeterà. Si lancia nell’analisi dell’Impero persiano viaggiando al suo interno e studiando i popoli che ne fanno parte. Si spinge fino all’Indo e diventa così, in un certo senso, il consigliere e l’informatore di Pericle. L’offensiva che Erodoto ritiene imminente non avrà luogo, e sarà Alessandro a trarre vantaggio da queste informazioni e a metterle a frutto. E prima di lui anche Senofonte. Erodoto è già un ottimo geografo: ad esempio, è lui a stupirsi che il Nilo si divida in tre bracci e a proporre il termine «delta», poiché su una mappa questa forma ricorda la lettera greca. È sorpreso di constatare che in estate, mentre i corsi d’acqua intorno al Mediterraneo sono in secca, il Nilo ha la sua grande piena. Propone quindi l’ipotesi che provenga da un paese lontano dove piove d’estate. Ed è vero. Pericle, Senofonte, Alessandro hanno sicuramente letto Erodoto. Quest’ultimo perché le sue conquiste fino in India si basano sugli elementi descritti dallo storico-geografo greco.

Esiste un ragionamento geografico simile a quello militare?

Su certe cose, sì! Mentre passeggiavo nel parco di Sceau, avevo incontrato un signore che camminava davanti a me, che aveva letto alcuni numeri di Erodoto, e mi disse: «Ha letto del generale de Brack?» « «No, non lo conosco», e lui mi ha detto: «De Brack era un colonnello di ussari, e gli ussari sono molto importanti per l’osservazione geografica perché partono in ricognizione». E ha aggiunto che «il generale de Brack diceva che, nell’equipaggiamento di un ufficiale di ussari, devono esserci un cartoncino, un blocco da disegno e matite colorate». Ne rimasi molto sorpreso e lui mi prestò quel libro, Avant-Postes de Cavalerie légère. E la grande preoccupazione per quell’epoca era quella di tenere conto degli spazi nascosti, delle anse del terreno, dove il nemico avrebbe atteso per poi attaccare. L’ussaro è colui che torna a riferire al comandante.

– Vedete, ve lo dico io, gli dei fanno bene le cose. Devo dire che l’intero articolo sul generale de Brack fa parte del numero 7 di Erodoto e che tale articolo ha suscitato grande interesse. È l’epoca in cui le configurazioni, gli spazi nascosti, si diluiscono man mano che i metodi di osservazione diventano sempre più sofisticati. Una delle cose che non so è da dove derivi il ragionamento di Bonaparte: Bonaparte si muove in modo tale da ingannare il nemico. So però, d’altra parte, che Napoleone trascorse due anni nell’archivio cartografico a preparare la campagna d’Italia.

Ovviamente, oggi i metodi di osservazione stanno cambiando le carte in tavola. Me ne ero reso conto: i militari non avevano più interesse per la geografia, ma la colpa è dei geografi.

Ovviamente oggi i metodi di osservazione stanno cambiando le carte in tavola. Me ne ero reso conto, che i militari non avevano più quell’interesse per la geografia, ma la colpa è dei geografi. I geografi universitari danno della geografia un’immagine infondata e noiosa; Ricordo che al liceo la storia mi appassionava, ma durante le lezioni di geografia sentivo che qualcosa non andava, che erano penose. Credo che al giorno d’oggi l’immagine della geografia non sia positiva. Bisogna spiegarla meglio. Non basta dire che esistono la geografia fisica e la geografia umana.

Nelle conquiste coloniali, l’osservazione geografica è già di grande utilità. Gli ufficiali, che non conoscono bene il territorio, lo osservano con maggiore attenzione e hanno bisogno di queste conoscenze sistematizzate per conquistare e organizzare i territori conquistati.

Lyautey, Ibn Khaldun e la geografia del potere

La conquista del Marocco da parte di Lyautey è un’operazione geografica. Questo perché Lyautey si fa redigere una mappa delle diverse tribù e sceglie di sostenere una tribù contro un’altra. Ad esempio, Lyautey è il fondatore del club alpinistico del Marocco, di cui faceva parte Théophile Jean Delaye, che ha svolto un ruolo importante. È stato un ufficiale francese a mappare il Toubkal. Mio padre conosceva bene Delaye; la casa, del resto, è piena dei suoi acquerelli. Mi ha conosciuto da piccolo in Marocco e questo grande geografo, ottimo alpinista, che è rimasto un amico, ha scritto la sua tesi sull’Alto Atlante occidentale; era già comunista (ride), con il sostegno degli ufficiali degli affari indigeni; Questi ultimi, in Marocco, sono anch’essi una creazione di Lyautey: piuttosto che espropriare le tribù delle loro terre, a ciascuna di esse è stato assegnato un proprio ufficiale. Lyautey giunse in Marocco, già convinto della grandezza culturale del Paese. Ha restaurato molte cose e ciò che non è stato sufficientemente valutato è che l’accordo di protettorato vietava che le tribù fossero espropriate delle loro terre. Un unico caso era quello delle tribù che dipendevano già direttamente dal sultano. Era un grande uomo e il suo piano per il Marocco derivava da un’analisi geografica. Le tribù vivevano raramente nelle pianure, ma piuttosto sulle montagne, da dove potevano sfidare il sultano, come gli Almohadi da Tin ‘Mel. Per questo motivo, non solo aveva già pensato a come contrastarle in un territorio montuoso, ma ne approfittò anche per insediare i pochi europei giunti nelle pianure, dove non depredavano nessuno.

Proprio in La geografia serve, innanzitutto, a fare la guerra lei racconta che suo padre la portava al marabout di Lyautey.

Infatti, nei giardini della residenza. Ciò che mi infastidisce è che si voglia ridurre tutto al fatto che fosse monarchico. Ha un’esperienza molto significativa: in Indocina, è l’unico, insieme a Gallieni, a non mettere da parte il primo governatore, che non era un ammiraglio, ma un civile. Lì impara l’importanza di una civiltà, poi torna in Francia. Durante il viaggio, viene a sapere di essere stato nominato residente generale in Marocco. È un abile cavaliere, ha trascorso un periodo nelle pianure dell’Algeria occidentale. Arriva quindi in Marocco forte di queste esperienze e, cosa molto importante, decide immediatamente di avvalersi di una serie di storici e arabisti, che tracciano un quadro della civiltà marocchina.

Senza dubbio Lyautey avrà avuto modo di leggere i *Prolégomènes* di Ibn Khaldun, nei quali si ritrovano alcuni degli elementi da lei descritti.

Analizza le ragioni che portano alla formazione di un impero e il motivo per cui esso si disgrega, talvolta senza nemmeno essere stato attaccato. Quando ho scritto il mio libro su Ibn Khaldun, per puro caso mi trovavo ad Algeri, dove frequentavo alcuni giovani intellettuali algerini; uno di loro, un giovane medico, è venuto a trovarmi e mi ha chiesto se l’esame di abilitazione in geografia prevedesse ancora argomenti di storia. Gli risposi di sì, ma ne rimasi piuttosto sorpreso. Allora mi chiese se potessi scrivere un breve articolo su uno storico arabo, Ibn Khaldun. «Sa, vorrei farle questo favore», gli dissi, «ma non ne so assolutamente nulla e non parlo arabo». Mi spiega che la parte più interessante, i Prolegomeni (al-Muqqadima), è stata tradotta per ordine di Napoleone III. Per curiosità sono andato a dare un’occhiata alla Biblioteca Centrale di Algeri. Mi aspettavo la solita retorica, le lodi e il rispetto per la parola di Dio, bla bla bla, e invece, in realtà, è tutta un’altra cosa. Molto rapidamente mi sono detto: «È un western»: la cosa che ho notato da tempo è che in Francia si parla malissimo di Napoleone III, ma è a lui che si deve la traduzione in francese dei Prolegomeni, affidata a un arabista di Slane.

René Grousset ne ha tratto grande ispirazione (L’Impero delle steppe), proprio come voi.

Certo, ma se volete, gli storici francesi che hanno studiato l’argomento riducono l’opera di Ibn Khaldun a considerazioni geografiche: a quanto pare, egli spiegherebbe la lotta dei nomadi contro i sedentari. Beh, questa tesi ha avuto molto successo, e quindi – sottinteso – la Francia doveva frapporsi tra loro. Ridurre Ibn Khaldun a questo è una vera e propria truffa, il che mi è valso un certo numero di nemici. Ci sono molte persone che non mi amano (ride). L’analisi di Ibn Khaldun è molto più geopolitica: come si forma l’impero, ma soprattutto come si disgrega senza essere stato attaccato dall’esterno. Le forze che hanno creato l’impero all’interno della tribù nomade o sedentaria sono un gruppo che prende il controllo della tribù, l’asabiyya, e la conduce verso una conquista, creando così lo Stato. Ciò che garantisce la coesione del gruppo comincia a sgretolarsi. Un grande impero si disgrega senza essere aggredito dall’esterno e questo è senza dubbio il più grande contributo di Ibn Khaldun, che offre un’analisi geopolitica molto più approfondita.

Gabriel Martinez Gros, che tra l’altro non vi ha citato, è molto criticato per le estensioni che apporta alla teoria.

No, non ci piacciamo molto. No? No, penso che quello che dice su Ibn Khaldun, beh, diciamo che è piuttosto superficiale… Normalmente avrei dovuto pubblicare il mio libro con la PUF, ma c’erano già stati libri pubblicati che riducevano la questione a un conflitto tra nomadi e sedentari. Quindi non volevo pubblicare con la PUF per non finire sotto il controllo di quegli storici. Sono andato da Maspero, che non conoscevo, e che pubblicava a palate la filosofia pro-marxista prodotta dalla Normale Sup. Sapete, per i filosofi della Normale, il marxismo era il non plus ultra (risate). Quando gli ho portato il manoscritto, non si parlava affatto di marxismo, ma lui l’ha pubblicato subito ed è stato un grande successo… ma perché vi sto raccontando tutto questo, in fondo? Sì, il modello di Ibn Khaldun non può essere esteso ai nostri tempi. No. Mi è capitata una strana avventura: il mio libro è stato letto in Spagna da un importante uomo d’affari che ha organizzato a Granada un grande convegno dedicato allo storico. Mi ha invitato, ovviamente, e io ho accettato con piacere di parlare di Ibn Khaldun. Ha aperto il convegno dicendo: «Ecco, il primo a cui darò la parola è Yves Lacoste». » Devo dire che questo mi ha fatto guadagnare un bel po’ di amici, ma mi sentivo un po’ in imbarazzo di fronte a tutti quei distinti arabisti.

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La Russia, l’immigrazione e la carriera militare

A volte si avverte una certa nostalgia dell’Africa, sia nella società che nell’esercito, non per il desiderio di potere, ma per la nostalgia dell’avventura e dei suoi paesaggi?

La questione coloniale è una questione complicata. A sud del Sahara, i rapporti con la marina sono pessimi. A nord ci sono l’esercito e i cavalieri. A sud, invece, l’esplorazione è affidata agli ufficiali della marina! Questo perché gli ufficiali dell’esercito di terra non sanno calcolare longitudini e latitudini, cosa che ogni marinaio sa fare. È anche nella marina che ha inizio la medicina coloniale. Credo che, per quanto riguarda l’esercito, il suo ruolo nella scoperta scientifica di questi territori e di queste popolazioni sia stato importante, ma oggi se ne tace. Io sono molto orgoglioso della mia infanzia coloniale (ride). Penso che ci sia del lavoro da fare per i giovani che stanno iniziando: un’analisi del fenomeno coloniale e del ruolo dell’esercito; e penso che, a parte l’Algeria dove le cose stanno andando male, gli ufficiali che lì hanno la responsabilità delle tribù si rendano ben conto che non funziona. Gli ufficiali non hanno ostacolato i cambiamenti, ma per i contadini senza terra che sono stati portati lì, la situazione è inaccettabile. Hanno sabotato tutte le trasformazioni necessarie; in particolare, hanno impedito l’insegnamento del francese agli arabi bruciando le scuole e rifiutandosi di restituire la terra alle tribù.

Ho notato che avete rimproverato ad alcuni geografi, come Roger Brunet, di introdurre i numeri nella geografia, una scienza umana.

– Scoppia a ridere: «Sì, oltre a questo, non solo inseriva dei numeri, ma anche dei modelli geometrici. È lì che aveva inventato l’idea che si potessero ricondurre tutte le situazioni geografiche, che sono complicate, a modelli geometrici. Quindi era felicissimo, li aveva chiamati “coremi”! I coremi risolvevano tutto! Allora, negli Stati Uniti c’era una certa situazione, e beh, si creava un «chorème»; in Francia era diverso, si creava un «chorème»…

La geografia è il corrispettivo scientifico di un romanzo d’avventura?

Nell’Africa nera bisogna tenere conto del fatto che si tratta di ufficiali di marina, e questo è ben diverso dagli ufficiali dell’esercito. È piuttosto curioso, perché la loro competenza intellettuale è stata per molto tempo superiore a quella degli ufficiali dell’esercito. Su una nave, fin da subito c’è un medico, mentre l’esercito se la cava come può. Il ruolo dei medici nelle truppe di marina è del resto importante. Disegnare paesaggi è una piccola parte della geografia, ma gli ussari lo fanno.

(mi fa una domanda): Conosce il rapporto tra gli storici e la geografia?

Il Mediterraneo all’epoca di Filippo II? Aiutatemi, ho un vuoto di memoria – Braudel – e come inizia? Proprio come La guerra gallica di Cesare: il primo titolo del primo capitolo è «E innanzitutto, le montagne»!

Ma vi rendete conto, per un libro sul Mediterraneo! Allora nutrivo una grande ammirazione per Braudel e un giorno, dopo aver discusso con gli storici, scrissi una breve lettera al professor Braudel per chiedergli un incontro. Mi rispose immediatamente e rimasi stupito dalla profondità della sua analisi delle situazioni geografiche nel suo libro. Ero rimasto colpito da quel famoso titolo, e lì il maestro mi rispose: «Io volevo diventare geografo»: al momento di sostenere l’esame di abilitazione all’insegnamento, Braudel, che voleva scrivere una tesi sui confini della Lorena, andò da Martonne con la sua idea, il quale gli rispose che non era molto interessante, nonostante avesse tracciato la maggior parte dei confini nel 1918. Braudel mi disse allora che si era trovato costretto a rivolgersi agli storici. Ma in lui c’era un temperamento da geografo sorprendente.

Le argomentazioni storiche e geografiche sono indissociabili. Il concetto fondamentale dell’argomentazione geografica è quello degli insiemi spaziali, che possono avere dimensioni molto diverse.

Il ragionamento storico e quello geografico sono indissociabili. Il concetto fondamentale del ragionamento geografico è quello degli insiemi spaziali, che presentano dimensioni molto diverse tra loro. Questi insiemi si misurano in decine, centinaia, migliaia di metri: il ragionamento geografico si applica a diverse scale su insiemi diversi, con tempi lunghi, medi e brevi, come diceva Braudel.

Non avete mai vissuto davvero la guerra, eppure l’avete studiata, come se vi trovaste sulla sua soglia.

Nella storia, l’aspetto militare riveste un ruolo considerevole. Ritengo che voi, in quanto ufficiali, abbiate un ruolo fondamentale da svolgere.  La Russia non smetterà mai di essere pericolosa. Sapete, la Russia è grande, è imponente, ha una profondità strategica, e il suo popolo si racconta una storia, quella dell’impero perduto. Sapete, se Putin perdesse il potere, chi gli succederà non saranno certo dei chierichetti. Nel 2014, l’occupazione della Crimea, beh, in Europa non è sembrata una cosa molto importante, ma ciò che mi stupisce è che gli inglesi e gli americani abbiano colto la gravità della situazione. Il modo in cui hanno addestrato ed equipaggiato il nuovo esercito ucraino ha creato sorpresa quando si è vista la loro capacità di resistenza rispetto a quanto ci si aspettava. La Francia aveva già molto da fare in Africa.

Leggi anche: La guerra in Ucraina alla luce della legge geopolitica dei numeri

Marx, gli ebrei e il liberalismo _ di Constantin von Hoffmeister

Marx, gli ebrei e il liberalismo

Dai diritti all’emancipazione

Constantin von Hoffmeister11 giugno
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Karl Marx inizia la sua analisi della questione ebraica attaccando una convinzione diffusa nell’Europa del XIX secolo: la convinzione che i soli diritti politici potessero risolvere i problemi più profondi dell’esistenza umana. Molti ebrei aspiravano alla parità di trattamento all’interno degli stati cristiani. I liberali rivendicavano costituzioni, diritto di voto, tutele legali e libertà di culto. Marx considerava queste richieste comprensibili, ma incomplete. Sosteneva che un uomo potesse ottenere diritti politici pur rimanendo intrappolato in strutture che ne plasmavano la vita dall’alto. Uno stato cristiano poteva concedere diritti agli ebrei, preservando al contempo le condizioni che, in primo luogo, li avevano resi degli emarginati. Il problema, quindi, si estendeva ben oltre i rapporti tra cristiani ed ebrei, arrivando a toccare le fondamenta stesse della politica moderna. Marx pone una domanda semplice, in un linguaggio chiaro: che tipo di libertà esiste quando lo stato proclama l’uguaglianza mentre la società rimane divisa da ricchezza, potere, status e legami ereditari? La questione ebraica diventa la porta d’accesso a un’indagine ben più ampia sul significato dell’emancipazione umana.

Marx rifiuta l’idea che una comunità religiosa debba cercare il favore di un’altra. Vede una trappola in questo sistema. Se i cristiani detengono l’autorità e gli ebrei chiedono di essere ammessi nell’ordine costituito, la struttura stessa rimane intatta. Un gruppo si trova all’interno della porta e l’altro all’esterno. Il dibattito riguarda l’ammissione, non la trasformazione. Marx, quindi, sposta la sua attenzione dalla teologia al potere. Sostiene che sia i governanti che i richiedenti diventano partecipi dello stesso sistema. I governanti difendono i propri privilegi, mentre i richiedenti cercano di essere inclusi in tali privilegi. Nessuna delle due parti si chiede se l’assetto stesso meriti di sopravvivere. In questo senso, Marx considera l’emancipazione politica come qualcosa di limitato. Può rimuovere le barriere legali, ma lascia intatte le forze più profonde che plasmano la società. Un uomo può acquisire diritti sulla carta, pur rimanendo soggetto a pressioni economiche, gerarchie ereditate e divisioni sociali. La libertà diventa uno status giuridico, non una realtà concreta.

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La religione occupa un posto importante in questa analisi, sebbene Marx la affronti in modo diverso da molti dei suoi contemporanei. Non si concentra sull’attaccare specifiche fedi, bensì esamina il rapporto tra religione e Stato. Un governo che si definisce attraverso una fede specifica divide inevitabilmente la popolazione in categorie di appartenenza. Alcuni si avvicinano all’autorità, mentre altri ne rimangono più distanti. Marx sostiene che uno Stato veramente moderno cerca di sfuggire a questo problema separandosi dalle istituzioni religiose. Tuttavia, osserva anche che questa separazione risolve solo in parte il problema. Lo Stato può diventare laico, mentre la società rimane profondamente religiosa. Le leggi possono cessare di esprimersi in un linguaggio teologico, sebbene i cittadini continuino a portare le proprie convinzioni in ogni aspetto della vita quotidiana. Il risultato è una peculiare dualità. La vita pubblica segue un insieme di regole, mentre la vita privata ne segue un altro. La divisione permane anche dopo la scomparsa del privilegio religioso formale.

L’esempio che attira l’attenzione di Marx è quello degli Stati Uniti. Egli considera l’America uno degli esempi più avanzati di emancipazione politica disponibili al suo tempo. Lo Stato si astiene dall’istituire una chiesa nazionale. I gruppi religiosi godono di ampia libertà. Diverse fedi coesistono sotto lo stesso quadro costituzionale. Molti osservatori consideravano questo assetto la soluzione definitiva ai conflitti religiosi. Marx non è d’accordo. Egli osserva che la religione rimane potente in tutta la società americana. Le chiese prosperano. Le identità religiose persistono. I cittadini portano le proprie convinzioni nelle relazioni sociali e nel comportamento politico. Lo Stato si è ritirato dalla religione, eppure la religione continua a influenzare le persone che lo compongono. L’emancipazione politica crea quindi una nuova situazione, non una soluzione definitiva. Il governo diventa neutrale, mentre la società rimane frammentata in innumerevoli comunità, tradizioni e interessi. La tolleranza sostituisce la persecuzione, sebbene permangano forme più profonde di separazione.

Questa osservazione conduce Marx a una delle sue distinzioni centrali. L’emancipazione politica e l’emancipazione umana non sono la stessa cosa. L’emancipazione politica riguarda il rapporto tra gli individui e lo Stato. L’emancipazione umana riguarda l’intera struttura della vita sociale. Una costituzione può garantire l’uguaglianza davanti alla legge, mentre le realtà economiche e sociali producono immense disparità di potere. Un operaio e un ricco industriale possono avere gli stessi diritti di voto, eppure la loro capacità di influenzare gli eventi rimane profondamente diversa. Marx ritiene che le società liberali spesso confondano la prima conquista con la seconda. Celebrano l’uguaglianza giuridica e presumono che il lavoro sia finito. Marx insiste sul fatto che il compito più profondo è ancora da svolgere. Gli esseri umani rimangono divisi da classe, proprietà e posizione sociale. La legge li riconosce come uguali, mentre la vita quotidiana ricorda loro costantemente le loro disuguaglianze.

Il linguaggio dei diritti occupa un posto centrale in questa critica. I pensatori liberali presentano i diritti come la più alta conquista della civiltà moderna. Marx li esamina attentamente e giunge a una conclusione più dura. Molti diritti, sostiene, descrivono gli individui come unità isolate piuttosto che come membri di una comunità più ampia. Il diritto di proprietà protegge la proprietà. Il diritto di coscienza protegge il libero arbitrio. Il diritto di perseguire i propri interessi protegge l’autonomia personale. Ciascuno di questi diritti ha un valore pratico. Eppure Marx osserva che tutti presuppongono la separazione. L’individuo appare come una figura autosufficiente la cui preoccupazione principale è difendere la propria sfera dalle intrusioni. La società diventa un insieme di compartimenti protetti. Il cittadino gode di sicurezza, sebbene la vera solidarietà rimanga irraggiungibile. I diritti proteggono gli individui. Fanno ben poco per superare la frammentazione della vita moderna.

Per Marx, l’ascesa della società borghese intensifica questa tendenza. La vita economica incoraggia la competizione, l’accumulazione e l’interesse privato. Gli individui si incontrano sempre più spesso attraverso contratti, transazioni e rapporti di mercato. Le istituzioni politiche rispecchiano questa realtà. I ​​governi difendono la proprietà e regolano gli scambi. La vita pubblica si lega all’attività economica. I cittadini parlano di libertà, ma misurano il successo in base all’accumulo di beni. Marx vi ravvisa una contraddizione. La società liberale esalta i valori universali, eppure la vita quotidiana ruota attorno al vantaggio privato. Gli esseri umani sembrano connessi attraverso la legge, pur rimanendo separati dagli interessi economici. La promessa di una vita collettiva svanisce dietro una rete di ambizioni contrastanti. La libertà viene associata all’indipendenza dagli altri piuttosto che alla partecipazione a un progetto comune.

Le grandi rivoluzioni dell’era moderna illustrano questa contraddizione. La Rivoluzione francese proclamò i diritti universali e la cittadinanza. I monarchi persero autorità. Antichi privilegi crollarono. Emerse un nuovo ordine politico. Marx riconosce il significato storico di queste conquiste. Tuttavia, osserva che lo Stato rivoluzionario ha spesso sostituito le vecchie forme di autorità con nuove astrazioni. I cittadini divennero formalmente uguali, mentre le disuguaglianze materiali persistettero. Il linguaggio politico celebrava l’umanità, mentre le divisioni sociali continuavano a plasmare la vita quotidiana. La rivoluzione trasformò le istituzioni più rapidamente di quanto non trasformò la società. Di conseguenza, si creò un divario tra gli ideali politici e la realtà vissuta. I governi moderni parlavano in nome del popolo, mentre la vita economica seguiva una propria logica.

Anche la religione si trasforma in queste condizioni. Nelle società più antiche, spesso fungeva da struttura pubblica che organizzava la vita comunitaria. Nelle moderne società liberali, diventa sempre più una questione privata. La fede sopravvive, sebbene il suo ruolo sociale si modifichi. Le chiese rimangono attive, ma la religione entra nella sfera della scelta personale. Marx vede questo sviluppo come un’ulteriore forma di frammentazione. La vita spirituale si ritira nella sfera privata, mentre la politica occupa quella pubblica. L’individuo impara a vivere in due mondi contemporaneamente. Un mondo riguarda la cittadinanza, la legge e il governo. L’altro riguarda la fede, l’identità e il significato. La società liberale considera questa separazione normale. Marx la interpreta come la prova di una contraddizione irrisolta nella vita moderna.

Uno degli aspetti più sorprendenti dell’argomentazione di Marx è la sua progressiva espansione oltre il soggetto originario. La questione ebraica, che inizia come un dibattito riguardante una specifica minoranza all’interno della società europea, si evolve in un’analisi più ampia della cittadinanza moderna stessa. L’ebreo diventa l’esempio di una condizione più ampia. Ogni individuo nella società moderna sperimenta una qualche forma di divisione tra esistenza pubblica e privata. Ogni cittadino partecipa a istituzioni che proclamano l’uguaglianza, pur dovendo muoversi all’interno di strutture sociali che producono disuguaglianza. Il problema cessa di appartenere a una singola comunità religiosa. Diventa il problema dell’uomo moderno.

Un episodio intrigante della vita di Marx illustra quanto profondamente egli si interessasse alle questioni della trasformazione sociale. Negli anni Quaranta dell’Ottocento, dopo aver affrontato la censura, le pressioni politiche e l’esilio in Europa, Marx esplorò la possibilità di emigrare negli Stati Uniti. Gli storici hanno rinvenuto prove che suggeriscono che il Texas figurasse tra le destinazioni prese in considerazione. All’epoca, il Texas rappresentava una società di frontiera associata alla terra, all’espansione e alle opportunità. L’immagine è intrisa di una certa ironia. L’uomo che sarebbe diventato il più famoso critico del capitalismo considerava l’idea di trasferirsi in una regione strettamente legata alla proprietà privata, all’ambizione imprenditoriale e all’individualismo di frontiera. Se Marx intendesse davvero stabilirsi lì rimane oggetto di dibattito. Eppure, l’episodio rivela qualcosa di importante. Marx comprese che i sistemi sociali sono storici, non eterni. Guardò oltre le consolidate strutture europee e contemplò contesti completamente diversi. Il fatto che il Texas sia entrato a far parte della discussione ci ricorda che anche i pensatori rivoluzionari si trovano spesso a un bivio, dove molteplici futuri rimangono possibili.

Man mano che la sua analisi si sviluppa, Marx giunge a una conclusione che va ben oltre la riforma giuridica. L’emancipazione umana richiede più di costituzioni, elezioni e dichiarazioni dei diritti. Queste misure hanno un valore, ma affrontano solo una parte del problema. La sfida più profonda riguarda l’organizzazione stessa della società. Finché gli individui vivranno la propria vita attraverso divisioni tra pubblico e privato, cittadino e credente, lavoratore e proprietario, uguaglianza giuridica e disuguaglianza materiale, la promessa di libertà rimarrà incompiuta. L’emancipazione politica crea le condizioni per il progresso, ma non ne garantisce la piena realizzazione.

Questa argomentazione spiega perché Marx continui ad attirare l’attenzione anche molto tempo dopo che le controversie dell’Europa ottocentesca si sono affievolite. Le circostanze specifiche sono cambiate, ma le questioni di fondo rimangono. Le società moderne si confrontano ancora con le tensioni tra diritti individuali e scopo collettivo, tra libertà economica e coesione sociale, tra identità privata e cittadinanza pubblica. I dibattiti su religione, cultura e appartenenza continuano a plasmare la vita politica in tutto il mondo. Il saggio di Marx è attuale perché affronta queste questioni più ampie, al di là della disputa immediata. La questione ebraica diventa così uno studio della società moderna stessa.

In definitiva, Marx presenta la libertà come qualcosa di più ampio del semplice riconoscimento legale. Un governo può concedere diritti. I tribunali possono garantire l’uguaglianza. Le costituzioni possono proclamare principi universali. Eppure Marx insiste sul fatto che una vera emancipazione richiede una trasformazione della vita sociale che vada oltre le istituzioni formali. Gli esseri umani devono cessare di esistere come figure frammentate, divise tra ruoli e lealtà contrastanti. L’obiettivo è una condizione in cui la vita pubblica, la vita economica e la vita personale formino un tutt’uno coerente. Che si condividano o meno le soluzioni proposte da Marx, la forza della sua argomentazione risiede nella portata della questione che solleva. Si chiede se la libertà significhi l’ammissione in un ordine esistente o la creazione di un ordine completamente diverso. Più di un secolo e mezzo dopo, questa domanda incombe ancora sul mondo moderno.

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Che cos’è il postmodernismo? _ di Spenglarian Perspective

Che cos’è il postmodernismo?

Esplorare i motivi per cui il poststrutturalismo è diventato la corrente di pensiero dominante

prospettiva spenglariana8 giugno∙Pagato
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Michel Foucault (1926 – 1984)

Il mio saggio, “La critica di Adorno a Spengler”, confutava il saggio di Theodore Adorno ” Spengler dopo il declino” analizzando il funzionamento effettivo del potere predittivo di Spengler. Adorno sosteneva che Spengler formulasse affermazioni generali sulla storia in modo categorico, considerando qualsiasi prova all’interno di tale categoria come conferma dell’affermazione, mentre qualsiasi prova al di fuori di essa veniva scartata in quanto arbitraria. La sua filosofia della Dialettica Negativa è esplicitamente concepita come contrapposizione a questo tipo di pensiero, poiché egli riteneva che fosse stata la causa dell’Olocausto; pertanto, a suo avviso, Spengler si limitava a seguire la tradizione che l’aveva generata.

Ma il “concetto” di simboli primari di Spengler è più complesso di così, ed è per questo che, dopo Adorno, Il tramonto dell’Occidente ha mantenuto un potere predittivo su tendenze future come lo scetticismo filosofico. Spengler predisse che il relativismo storico sarebbe cresciuto e avrebbe ricondotto tutte le cause a un’unica causa: quella genetica. A partire dagli anni ’70, la Genealogia di Foucault ha quasi realizzato questo, relativizzando ogni nozione di oggettività come causata esclusivamente da rapporti di potere. Ci sono voluti decenni per dimostrare il suo successo, ma ora è innegabile. In una nota su Substack, suggerii quindi che questo dovrebbe giustamente collocare Spengler al di sopra di Foucault in ambito accademico, e che la sconfitta della Germania durante la Seconda Guerra Mondiale è la ragione per cui Spengler è oggi ingiustamente trascurato.

Vorrei usare questo articolo per esplorare cosa sia effettivamente il postmodernismo. Nella storia universitaria, è impossibile sfuggire alle implicazioni di Foucault. La sua figura emerge in ogni saggio che si legge, non solo in quelli scritti da altri, ma anche in quelli che si producono, perché le argomentazioni possono essere supportate solo da studiosi appartenenti alla sua tradizione. Comprendendo meglio la genealogia della filosofia di Foucault, potremo formulare un’argomentazione molto più efficace e precisa sul perché Spengler sia superiore e dovrebbe legittimamente sedere sul suo trono, in un post successivo, ma per ora, basterà spiegare perché non lo merita.

Che cos’è il postmodernismo?

La definizione di postmodernismo è molto controversa e soggetta a svariate interpretazioni errate. A destra, viene spesso confusa con una forza di sinistra, poiché viene utilizzata principalmente per descrivere coloro che minano le istituzioni e i principi della civiltà occidentale. Pertanto, prima di esaminare la posizione di Spengler in merito, è opportuno chiarire il significato effettivo del termine e valutare se sia appropriato per la discussione in questione.

La formulazione più citata del concetto di postmodernismo proviene da ” La condizione postmoderna ” (1979) di Jean-François Lyotard, che lo definisce come “incredulità nei confronti delle metanarrative”. Le metanarrative sono grandi narrazioni utilizzate per legittimare elementi come la conoscenza e le condizioni politiche, e sono state spesso impiegate nei periodi storici precedenti per giustificare lo stato attuale delle cose, con l’epoca moderna in particolare che ne è stata un esempio lampante. La narrazione illuminista della ragione umana universale che progredisce verso la verità, la narrazione marxista della storia come lotta di classe che conduce al comunismo, la narrazione liberale della fine della storia: tutte queste narrazioni sono, da una prospettiva postmoderna, incredule. In un clima postmoderno, ciò si traduce solitamente in un’apertura verso molteplici narrazioni e verità relative, che lasciano il posto a concetti come la verità universale.

Per quanto utile, la definizione di Lyotard confonde due aspetti distinti del postmodernismo che dovrebbero essere compresi separatamente: il postmodernismo come condizione storico-culturale e la filosofia del post-strutturalismo, derivata dai filosofi francesi a partire dalla fine degli anni ’60. Il primo rappresenta semplicemente la condizione storica della società tardo-capitalista, mentre il secondo si riferisce alle tecniche analitiche e alla teoria utilizzate per interrogare significato, conoscenza e potere. Pur rafforzandosi a vicenda, non sono identici, pertanto d’ora in poi il termine post-strutturalismo verrà utilizzato per descrivere la tradizione teorica, mentre postmodernismo si riferisce unicamente alla più ampia condizione culturale diagnosticata da Lyotard. Questo è importante perché il post-strutturalismo è ciò che di fatto domina nelle università occidentali ed è ciò che deve essere sostituito dalla teoria di Spengler.

Il filosofo più eminente è Michel Foucault. Il suo contributo principale è l’idea di episteme : la struttura sottostante della conoscenza che governa ciò che può essere pensato, detto e conosciuto in un dato periodo storico. Nella sua opera “Le parole e le cose ” (1966) sostiene che il pensiero occidentale non è un progresso continuo verso la verità, ma una serie di formazioni epistemiche discontinue , ognuna con le proprie regole su ciò che conta come conoscenza, regole invisibili a chi opera al suo interno. Ogni episteme viene sostituita da un’altra attraverso una rottura che non può essere spiegata dall’interno della formazione precedente. Foucault distingue un’episteme classica (XVII e XVIII secolo ), organizzata attorno alla tavola delle identità e delle differenze, e un’episteme moderna (XIX secolo in poi), organizzata attorno all’uomo come essere storico e biologico che produce linguaggio, lavoro e vita. La transizione tra le due è stata una completa riorganizzazione delle condizioni della conoscenza possibile, piuttosto che una graduale scoperta.

Le sue opere L’archeologia del sapere (1969), Sorvegliare e punire (1975) e Storia della sessualità hanno delineato ciò che rendeva Foucault particolarmente importante, ovvero l’individuazione di una connessione tra conoscenza e potere. Sono le relazioni di potere dominanti, e non la verità oggettiva, a determinare ciò che viene considerato prezioso. Per dimostrarlo, ha studiato carceri, cliniche, manicomi e scuole, luoghi in cui conoscenza e potere si co-producono, e ha mostrato come l’autorità giocasse un ruolo importante nel definire normalità e devianza, salute e malattia, sanità mentale e follia. Piuttosto che essere centralizzate, queste relazioni di potere erano disperse in tutte le relazioni sociali, il che significa che non esisteva un’unica fonte di potere da attaccare.

L’approccio di Jacques Derrida era meno incentrato sulla storia e più sulla filosofia strutturalista stessa. Il suo saggio ” Della grammatologia ” (1967) dimostra che tutti i sistemi concettuali dipendono da opposizioni binarie: parola/scrittura, presenza/assenza, natura/cultura. Queste opposizioni appaiono stabili, ma sono internamente contraddittorie e privilegiano un termine rispetto all’altro. La presenza può essere compresa solo in relazione all’assenza, la parola solo in relazione alla scrittura. La decostruzione legge un testo in contrapposizione a se stesso per rivelare queste gerarchie e le contraddizioni in esse contenute. Derrida dimostra in filosofia ciò che Foucault dimostra in storia: che nessun testo presenta un significato stabile e autosufficiente come pretende di avere, e che tutte le pretese di verità oggettiva sono segretamente operazioni di potere che sopprimono la propria dipendenza da ciò che escludono.

Il concetto di différance di Derrida coglie l’instabilità del significato: i segni acquisiscono il loro significato in distinzione da decine di migliaia di altri segni e rimandano il significato all’infinito attraverso una catena di riferimenti che non giunge mai a un punto di equilibrio stabile. L’argomentazione post-strutturalista è che il significato non è mai completamente fisso e si basa sempre su un contesto suscettibile di sovversione da parte dei termini usati per esprimerlo.

Simulacri e simulazione (1981) di Jean Baudrillard è l’opera post-strutturalista più citata per l’idea che i segni della realtà diventino autodistruttivi fino a non riflettere più la realtà stessa. Baudrillard sostiene che la società contemporanea sia entrata in una condizione in cui ciò accade. La mappa precede il territorio. Il mondo in cui viviamo è un mondo di simulazioni senza originali, un’iperrealtà più reale della realtà stessa. Baudrillard applica questo concetto in La guerra del Golfo non è avvenuta (1991) . Descrive la guerra del Golfo come il prodotto di una simulazione mediatica e di uno spettacolo accuratamente orchestrato, piuttosto che come un conflitto reale nel senso tradizionale del termine.

Ciò che le discipline umanistiche hanno assimilato è stato questo metodo post-strutturalista combinato con una sensibilità culturale ampiamente postmoderna, scettica nei confronti delle grandi narrazioni e delle pretese universali.

Perché così tanti bulldog francesi?

Foucault, Derrida e Baudrillard sono tutti filosofi francesi. Inoltre, anche altri padri del post-strutturalismo, come Jean-Paul Sartre, erano francesi. Non è un caso che siano tutti francesi, poiché il post-strutturalismo è stato il prodotto di specifiche condizioni istituzionali nel continente dopo la Seconda Guerra Mondiale. Gli stessi meccanismi che hanno determinato questa situazione sono gli stessi che hanno impedito a un uomo come Spengler di essere preso sul serio nel momento cruciale in cui le università iniziarono ad adottare una nuova ideologia per inquadrare i propri problemi politici.

La tradizione intellettuale francese è stata caratterizzata da una centralizzazione unica sin dalla Rivoluzione francese. Le grandes écoles , in particolare l’École Normale Supérieure, hanno prodotto una ristretta e omogenea élite intellettuale i cui membri si conoscono, competono tra loro, si leggono a vicenda e determinano collettivamente cosa venga considerato pensiero serio. Sartre, Foucault e Derrida hanno tutti frequentato la stessa istituzione, sostenuto gli stessi esami di filosofia e vissuto nello stesso ambiente intellettuale parigino. La biografia di Michel Foucault (1989) di Didier Eribon ricostruisce con precisione come questo mondo istituzionale abbia plasmato la carriera di Foucault attraverso le posizioni che ha ricoperto, i comitati che ne hanno determinato l’avanzamento, e come le sue idee siano state recepite e diffuse attraverso una rete di relazioni formatasi all’ENS e mantenuta fino al Collège de France.

Pierre Bourdieu, prodotto dello stesso sistema, ha dedicato gran parte della sua carriera all’analisi di come tali ambiti si riproducano attraverso l’accumulo e la trasmissione del capitale culturale. In Homo Academicus (1984) e Il campo della produzione culturale (1993), mostra come gli ambiti accademici generino le proprie gerarchie di legittimità, consacrando certe forme di pensiero ed emarginandone altre attraverso meccanismi sociali piuttosto che intellettuali. L’ironia del fatto che queste convinzioni siano state prodotte dalla stessa tradizione teorica francese non sfugge ai lettori più attenti.

L’altro fattore è la straordinaria influenza del Partito Comunista Francese sulla vita intellettuale francese dagli anni ’30 agli anni ’60. Sartre, Merleau-Ponty, Barthes e Althusser furono, in diversi momenti, membri o simpatizzanti del partito. Ciò significa che il quadro di riferimento dominante per l’analisi socio-storica nell’ambiente accademico francese era di carattere marxista. La storia come lotta di classe, la cultura come ideologia e la conoscenza come prodotto dei rapporti sociali di produzione sono elementi visibili nelle caratterizzazioni post-strutturaliste della società. Sono concetti distinti, ma vanno intesi come appartenenti alla stessa stirpe. Quando lo strutturalismo emerse come corrente intellettuale dominante negli anni ’60, fu in gran parte assorbito da questa cultura accademica marxista. Il marxismo strutturale di Althusser, il tentativo di interpretare Marx attraverso Saussure e Lacan, ne è l’esempio più lampante. Quando il post-strutturalismo emerse dopo il 1968, mantenne l’intuizione marxista che conoscenza e potere siano connessi, pur abbandonando la concezione marxista ortodossa di tale connessione. La gerarchia potere/sapere di Foucault presenta una relazione simile a quella tra base e sovrastruttura marxista, sebbene più raffinata e generalizzata. Invece di una base economica che determina la sovrastruttura ideologica, è il regime di potere diffuso a produrre il regime della verità. La genealogia intellettuale si snoda direttamente da Marx, attraverso l’egemonia culturale del Partito Comunista Francese, fino alla teoria post-strutturalista che pretendeva di averla superata.

Saussure, lo strutturalismo e la transizione al post-strutturalismo

Il post-strutturalismo implica una fase successiva allo strutturalismo. La Storia dello strutturalismo (1991-92) di François Dosse rimane la trattazione più completa di questo movimento in tutti i suoi ambiti. Il fondamento teorico di questa tradizione è il Corso di linguistica generale di Ferdinand de Saussure , pubblicato postumo nel 1916 a partire dagli appunti delle lezioni compilati dai suoi studenti. Saussure sosteneva che il linguaggio è un sistema di differenze autosufficiente in cui la relazione tra significante e significato è arbitraria. Quindi, la parola “albero” non significa albero perché si riferisce ad alberi nella realtà, ma perché differisce da ogni altra parola del sistema. Il significato è pertanto relazionale e interno al sistema, piuttosto che referenziale a qualcosa di esterno. Questa idea è stata generalizzata al di là della linguistica dai successori di Saussure. Claude Lévi-Strauss lo applicò all’antropologia negli anni ’50, sostenendo che miti, sistemi di parentela e rituali, in culture radicalmente diverse, condividono schemi profondi identificabili con lo stesso metodo utilizzato per analizzare i sistemi fonologici. Roland Barthes lo applicò alla letteratura e alla cultura popolare, Lacan alla psicoanalisi e Althusser al marxismo.

Il momento strutturalista nella vita intellettuale francese, dal 1958 al 1968, fu percepito come il raggiungimento di una scienza della cultura completa. Tutto poteva essere analizzato come un sistema di segni, le strutture sottostanti governavano la variegata superficie dei fenomeni culturali e un metodo universale era a portata di mano. Ma nel 1968, lo sconvolgimento politico delle rivolte studentesche e la quasi rivoluzione, poi fallita, misero a nudo i limiti del quadro sincronico e deterministico dello strutturalismo. Se le strutture culturali sono chiuse e si autoriproducono, come si spiega la rottura o la resistenza del soggetto agente? Il post-strutturalismo è la critica interna allo strutturalismo che questi interrogativi hanno provocato. Non è un caso che le sue figure principali, Foucault, Derrida e Deleuze, abbiano sviluppato le loro posizioni più caratteristiche negli anni immediatamente successivi agli eventi di maggio.

L’adozione della teoria francese da parte degli Stati Uniti a partire dagli anni ’70 rappresenta il momento in cui si istituzionalizza il suo predominio. Il libro di François Cusset, ” French Theory” (2003), documenta questo processo. Il punto di origine convenzionale è la conferenza della Johns Hopkins del 1966, dove Derrida presentò il saggio ” Struttura, segno e gioco nel discorso delle scienze umane” , che annunciò la decostruzione al pubblico americano. La successiva adozione di massa da parte dei dipartimenti umanistici americani avvenne in risposta alle pressioni del movimento per i diritti civili, del femminismo della seconda ondata e del movimento contro la guerra del Vietnam. La teoria francese fornì un quadro intellettualmente sofisticato per affrontare queste rivendicazioni politiche attraverso il suo vocabolario di potere, discorso e soggetto decentrato. Era inoltre sufficientemente complessa e tecnicamente specialistica da funzionare come una forma di capitale accademico. La padronanza di Derrida o di Lacan distingueva lo studioso serio dal dilettante, nello stesso modo in cui un tempo faceva la padronanza delle lingue classiche. Tra gli anni ’80 e ’90, Foucault era diventato il quadro metodologico dominante negli studi letterari, culturali, di genere e, in misura crescente, anche in storia e sociologia. All’inizio del XXI secolo, Foucault era diventato l’ autore accademico più citato nelle discipline umanistiche. Il suo primato, secondo la sua stessa definizione, è il prodotto delle dinamiche di potere della cultura accademica americana, piuttosto che una semplice dimostrazione della validità delle sue idee.

E Spengler?

Esiste un’idea errata sulla storia della filosofia, ovvero che sia lineare e segua un’unica linea, e che un nuovo filosofo, formulando le proprie opinioni sulla base di materiali del passato, crei un nuovo gradino su questa linea, caricandovi l’intera tradizione. Se interpretassimo il post-strutturalismo in questo modo, identificheremmo nelle Episteme Classiche e Moderne di Foucault il rapporto di Spengler tra il Periodo Tardo e il Periodo della Civiltà, e in Derrida la gerarchia dei fatti concreti sulle verità astratte, quando in realtà tale gerarchia non esiste affatto. Spengler pubblicò il primo volume de Il tramonto dell’Occidente nel 1918 e il secondo nel 1922, risultando quindi quasi contemporaneo di Saussure, piuttosto che un precursore dello strutturalismo o una sua reazione. La sua formazione intellettuale fu interamente tedesca e non ebbe nulla a che fare con la tradizione razionalista francese che avrebbe poi prodotto il post-strutturalismo. Per comprendere il rapporto di Spengler con la teoria francese, dobbiamo esaminare le sue fonti di ispirazione specificamente tedesche per la sua teoria storico-filosofica.

La prima e più fondamentale influenza è la morfologia di Goethe. Spengler, nella sua introduzione, cita esplicitamente Goethe come una delle sue due principali fonti di ispirazione. Lo studio della morfologia vegetale condusse Goethe al concetto di Urphanomen, il fenomeno primordiale o forma originaria le cui trasformazioni producono i diversi organi di un organismo vivente. La radice, il fusto, la foglia, il sepalo, il petalo e lo stame di una pianta non sono strutture indipendenti, come vengono rappresentate dalle scienze naturali, ma trasformazioni di un’unica forma sottostante (in questo caso, la foglia). Comprendere la pianta richiede il riconoscimento di questa forma sottostante e del suo divenire o sviluppo nel tempo, piuttosto che la catalogazione delle singole parti nella loro morte. Goethe estese questo metodo morfologico all’anatomia animale e alla teoria del colore. Si poneva esplicitamente in opposizione alla fisica newtoniana e alla tassonomia linneana, approcci che egli considerava come metodi che uccidevano l’oggetto di studio riducendolo a frammenti analizzabili e numerabili. Ne “La metamorfosi delle piante ” (1790) , egli scrive che lo scienziato che attacca la farfalla alla tavola con gli aghi ha già distrutto ciò che la rendeva una farfalla.

Spengler riprende questo metodo morfologico e lo applica alla storia e alla cultura umana su scala storico-mondiale. Ognuna delle sue otto culture principali ha il proprio Urphanomen, che conosciamo attraverso le parole anima , simbolo primordiale , visione del mondo e macrocosmo . Comprendere una cultura significa riconoscere intuitivamente questo simbolo primordiale senza essere tentati di catalogarne analiticamente le istituzioni. Goethe non ha un equivalente nella teoria francese.

C’è anche Nietzsche. Nel suo saggio “Sull’utilità e gli svantaggi della storia per la vita ” (1874) sostiene che l’accumulo ossessivo di conoscenze storiche senza la forza vitale di utilizzarle, ciò che egli definisce l’atteggiamento monumentale antiquario nei confronti della storia, è sintomo di declino culturale. L’uomo storicamente saturo sa tutto del passato e non può fare nulla nel presente perché la sua vitalità è stata soffocata dal peso della sua conoscenza. Questo anticipa la diagnosi di Spengler sull’intelletto della civiltà. Nietzsche ha inoltre introdotto un prospettivismo secondo il quale ogni pretesa di verità deriva da una particolare posizione culturale e storica.

Anche la tradizione dello storicismo tedesco fu importante per il declino dell’Occidente. John Farrenkopf, in “Profeta del declino: Spengler sulla storia e la politica mondiale” (2001), dimostra chiaramente la preminenza di concetti come le personalità culturali (sebbene prima di Spengler fossero principalmente limitate alle personalità nazionali), l’esistenza di valori e cognizioni come fenomeni storici e di natura individuale, lo sviluppo razionale ed etico della storia e il timore di una deriva della storia verso il relativismo, temi a cui Spengler si rivolge direttamente. Anche George Igger, in ” La concezione tedesca della storia ” (1968), ripercorre questa tradizione da Herder a Ranke fino a Dilthey, mostrando come essa costituisse un’alternativa coerente e sofisticata all’approccio positivista-universalista alla conoscenza storica che si stava sviluppando contemporaneamente in Francia e in Gran Bretagna.

L’insistenza di Spengler sul fatto che non si possa comprendere una cultura attraverso un’analisi causale esterna, che lo storico debba approcciarsi alle culture passate come un fisiognomista legge un volto, è il programma di Verstehen di Dilthey esteso alla storia universale. È anche la risposta della tradizione filosofica tedesca alla stessa domanda a cui strutturalismo e post-strutturalismo cercavano di rispondere, molto prima, sul versante francese: come si comprende la differenza storica e culturale senza ridurla a un’unica narrazione progressista o dissolverla nel puro relativismo? La risposta francese è l’analisi dei sistemi di segni e dei loro effetti di potere; la risposta tedesca è la comprensione morfologica fondata sulla riviviscenza empatica. Entrambe sono risposte valide, ma solo una è stata ammessa nel mondo accademico contemporaneo.

Perché oggi ne esiste solo uno

La ragione principale dell’esclusione di Spengler dal mondo accademico umanistico contemporaneo è chiaramente di natura politica piuttosto che filosofica. Anche il meccanismo di tale esclusione ha una connotazione foucaultiana. Dopo il 1945, qualsiasi cosa associata al pensiero nazionalista o conservatore rivoluzionario tedesco divenne inaccettabile all’interno delle istituzioni, in un modo che non aveva precedenti per altre tradizioni intellettuali. Le posizioni politiche di Spengler erano complesse e, per molti versi, incompatibili con il nazionalsocialismo. Incontrò Hitler una sola volta nel 1933, lo trovò poco convincente e scrisse ” L’ora della decisione” nello stesso anno, in termini talmente critici nei confronti del nazismo che il libro fu successivamente bandito dal regime. Morì nel 1936, prima che il peggio di ciò che seguì si abbattesse sul paese. Tuttavia, questo tipo di sfumature non fu esteso ai pensatori tedeschi della sua generazione. L’associazione con il clima intellettuale che precedette il fascismo fu sufficiente a rendere di fatto impossibile una riabilitazione istituzionale nell’ambito accademico del dopoguerra.

È qui che le critiche di Adorno si rivelarono fondamentali per la condanna di Spengler. L’approccio di Adorno fu molto più meticoloso rispetto a quello dei critici precedenti e si concentrò sui fondamenti della sua filosofia, presentando il suo “Spengler dopo il declino” come un attacco sufficientemente fondato da stroncare definitivamente la sua opera. Alla fine, Adorno relegò Spengler nella categoria dei filosofi del periodo prebellico che, intellettualmente, giustificavano l’Olocausto, direttamente o indirettamente. Sebbene Spengler stesso rifiutasse tali posizioni, il suo disprezzo per le forme liberal-democratiche, considerate forme decadenti di una civiltà morente, fa sì che, agli occhi di molti, la sua opera venga vista come una legittimazione del regime nazista quale soluzione alla Repubblica di Weimar.

Farrenkopf e Ben Lewis, nelle loro rispettive opere su Spengler, documentano la ricezione del declino dell’Occidente nel corso del XX secolo , descrivendo un iniziale apprezzamento, seguito da un rifiuto retrospettivo e da una debole ripresa in ambito accademico, quando si inizia a guardare a Spengler con il senno di poi. Spengler fu in grado di anticipare di quasi cinquant’anni le intuizioni fondamentali del post-strutturalismo sulla storicità della conoscenza, la discontinuità delle formazioni culturali e l’impossibilità di punti di vista universali; raggiunse una portata globale comparativa che la genealogia in gran parte eurocentrica di Foucault non tentò mai, affondando le sue radici nei principi stabiliti durante l’età d’oro dello storicismo tedesco, quando le sue idee potevano poggiare su basi solide anziché ricostruire negativamente un’ideologia troppo spaventata dalle implicazioni della Seconda Guerra Mondiale per operare liberamente.

Conclusione

Il risultato è che il post-strutturalismo è una versione ridotta all’osso de Il tramonto dell’Occidente. Privilegia i fatti rispetto alle verità, senza considerare che atteggiamenti simbolici possano essere alla base di entrambi. Un relativismo della storia che rispecchia fedelmente Spengler, ma che non osa affermare forme identificabili al di là di piccoli zeitgeism, e una serie di conclusioni politiche che hanno infettato il mondo accademico e avvelenato il pensiero di generazioni di studenti. Il successo del post-strutturalismo è dovuto alla politica e non al valore della verità. In primo luogo, alla vittoria degli Alleati sull’Asse nella Seconda Guerra Mondiale, che ha generato generazioni di timore per un ritorno a quello stato di natura brutale, manifestandosi in una specifica paura dell’Olocausto e dell’ideologia fascista. In secondo luogo, all’atteggiamento culturale dell’Occidente, che ha influenzato i dibattiti politici degli anni Sessanta e Settanta. Avendo bisogno di una cornice per la politica, il post-strutturalismo è stato adottato nelle Americhe per affrontare la rivoluzione culturale in atto. Come spesso accade in politica, si è trovato al posto giusto al momento giusto e ha raccolto i frutti, ma esistono modelli più promettenti per la storia.

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Il concetto di politica – Carl Schmitt _ di élucid

Il concetto di politica – Carl SchmittSintesi e podcast del libro

In Il concetto di politico (1932), Carl Schmitt sviluppa la sua concezione del politico, che egli considera il dominio fondamentale della società, indissolubilmente legato al concetto di conflitto, di opposizione tra amico e nemico, che ritiene inerente alla natura umana. In questo testo egli muove inoltre una feroce critica al liberalismo e alla pretesa dei liberali di superare e distruggere lo Stato e la nozione di politica.

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Biblioteca Politica

pubblicato il 05/06/2026 Di Élucid

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Definire il concetto di politica è complicato; è difficile separarlo dal concetto di Stato. Ciò non costituisce un problema fintanto che lo Stato continua a esistere, ma resta comunque auspicabile una definizione positiva. Schmitt lo individua in un’opposizione fondamentale tra amico e nemico, che costituisce il fondamento della politica.

Da ricordare

Il nemico non è il rivale personale, né il concorrente, né l’avversario occasionale; è il nemico pubblico, l’hostis dei Romani, nemico di un intero popolo, di un’intera entità politica, e da essa designato. Questo antagonismo è l’antagonismo per eccellenza; ogni antagonismo che si estremizza tende quindi a diventare politico. Il culmine di questo antagonismo è la guerra, che rimane sempre un’opzione per la politica. Se un’autorità politica è incapace di effettuare per il popolo unito questa designazione del nemico, allora semplicemente non esiste in quanto autorità politica. La guerra civile rappresenta una forma di dissoluzione dello Stato incapace di mantenere l’unità del popolo contro un hostis ; dall’esito della guerra civile emergerà una nuova autorità politica.

È impossibile per un popolo sfuggire all’antagonismo politico. Proclamarsi senza nemici non depoliticizzerà il mondo, ma non farà altro che renderlo vulnerabile ai suoi nemici, che sono sempre ben reali. Esso sarà o distrutto, o assorbito da un’altra entità politica capace e disposta a difenderlo al suo posto contro i suoi nemici. Un corollario di questo principio è che è impossibile unificare l’umanità all’interno di un unico Stato; se un giorno dovesse avvenire una tale unificazione, la politica scomparirebbe. Allo stesso modo, è altrettanto vano, come pretende di fare il liberalismo, immaginare che sia possibile distruggere lo Stato e la politica e sostituirli con altre forze, in primo luogo l’economia. I conflitti economici si intensificheranno fino a diventare antagonismi politici, e la politica sopravviverà.

Biografia dell’autore

Carl Schmitt (1888-1985) è stato un giurista e filosofo tedesco. Teorico del concetto di sovranità statale, che concepiva come assoluta, Schmitt era un pensatore reazionario, fortemente critico nei confronti delle istituzioni borghesi, del liberalismo politico e del parlamentarismo. Professore di diritto di fama durante la Repubblica di Weimar, a partire dal 1930 si avvicina agli ambienti politici.

Inizialmente contrario al partito nazista, al quale preferiva i conservatori di Kurt von Schleicher, vi aderì infine nel 1933 e divenne rapidamente uno dei principali giuristi degli albori del Terzo Reich. Contribuì alla fondazione ideologica e costituzionale del nuovo regime. Fu tuttavia presto allontanato dal potere, già nel 1936. Non rinnegò mai il suo impegno a favore del nazionalsocialismo e rimase escluso dalla vita pubblica tedesca per il resto dei suoi giorni; tuttavia, continuò a essere attivo come intellettuale e la sua opera continuò ad avere una grande influenza dopo la sua morte, in particolare sui neoconservatori americani e su alcuni regimi autoritari, ma anche in alcuni circoli della sinistra post-marxista.

Avviso:Il presente documento è una sintesi dell’opera di riferimento sopra citata, realizzata dai team di Élucid; il suo scopo è quello di riportare le idee principali di tale opera e non intende riprodurne il contenuto. Per approfondire le vostre conoscenze su questo argomento, vi invitiamo ad acquistare l’opera di riferimento presso la vostra libreria. La copertina, le immagini, il titolo e le altre informazioni relative all’opera di riferimento sopra citata rimangono di proprietà del suo editore.

Indice dell’opera

I. Statale e politico
II. La distinzione tra amico e nemico, criterio della politica
III. La guerra, fenomeno di ostilità
IV. Lo Stato come forma di unità politica, messo in discussione dal pluralismo
V. La decisione di entrare in guerra e l’identificazione del nemico
VI. Il mondo non è un’unità politica, ma un pluriverso politico
VII. I fondamenti antropologici delle teorie politiche
VIII. La depoliticizzazione attraverso la polarità Stato-economia

Sintesi del libro

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Capitolo I. Lo Stato e la politica

Secondo Schmitt, « il concetto di Stato presuppone quello di politica ». In generale, definire la politica è un compito arduo. Essa viene solitamente definita in modo negativo, per esclusione, e in relazione ad altri concetti. Si parla quindi di politica in contrapposizione a ciò che rientra nell’economia, nel diritto, nella morale. Tali definizioni non sono inutili ; consentono in particolare di identificare ciò che non rientra nella sfera politica. Ma la loro utilità si ferma qui; per coglierne il significato è necessaria una definizione più positiva del concetto. E in questo ambito, ogni tentativo di definire la politica come ciò che è relativo allo Stato è naturalmente vano, poiché la politica, sebbene sia certamente legata allo Stato, gli preesiste.

Ma in definitiva, elaborare una definizione positiva della politica non è indispensabile fintantoché lo Stato esiste e rimane un’entità stabile e duratura, poiché in tal caso la politica può effettivamente essere definita in funzione dello Stato. Finché lo Stato rimane un’entità sovrana detentrice del monopolio della politica, non c’è bisogno di approfondire ulteriormente. Ma naturalmente, tale soddisfazione vale solo finché lo Stato non è indebolito, finché non lascia svilupparsi entità autonome all’interno delle quali la politica possa intervenire; in caso contrario, il confine fino ad allora netto tra politico e non politico tende a scomparire. Una definizione positiva della politica, che si traduca nell’evidenziazione del suo criterio specifico, si rivela quindi essenziale.

Capitolo II. La distinzione tra amico e nemico, criterio della politica

Molti concetti si definiscono attraverso una distinzione fondamentale tra due poli: l’estetica ha come distinzione fondamentale il bello e il brutto; l’economia, il redditizio e il non redditizio; la morale, il bene e il male. Lo stesso vale per la politica. Schmitt identifica questa distinzione fondamentale della politica con quella tra amico e nemico. Da questa distinzione derivano tutti gli atti e le motivazioni politiche.

Questa distinzione tra amico e nemico costituisce, senza alcun dubbio, il criterio specifico ricercato da Schmitt per definire il politico, in quanto non deriva da nessun’altra distinzione fondamentale identificabile in un altro ambito. Pertanto, il nemico politico non è necessariamente moralmente cattivo, o esteticamente brutto, né tantomeno un concorrente economico – a volte può persino essere interessante trattare con lui. Semplicemente, è «altro», straniero, in un senso sufficientemente forte, al punto da implicare la negazione dell’esistenza dell’entità che lo giudica, affinché i conflitti provocati da questa alterità non possano essere risolti né dall’applicazione di norme né dall’intervento di una terza parte.

Capitolo III. La guerra, fenomeno di ostilità

Il nemico è diverso dal concorrente, dall’avversario o dal rivale personale. Il nemico è necessariamente un nemico pubblico; per riprendere i termini latini, il nemico è qui l’hostis, e non l’inimicus. Il fatto che alcune lingue non distinguano i due termini può creare seri problemi. Così, il passo della Bibbia che prescrive di « amare i propri nemici » si riferisce all’inimicus, ma certamente non all’hostis ; è solo nella vita privata, e non in quella pubblica, che il superamento di un odio personale ha senso.

L’antagonismo politico è l’antagonismo supremo, superiore a tutti gli altri. Di conseguenza, più un conflitto diventa estremo, più è politico. Anche il vocabolario della politica è polemico per natura, poiché trova senso solo se l’ascoltatore è consapevole del nemico che si suppone debba essere colpito, combattuto, attraverso lo Stato di diritto, la dittatura, l’assolutismo, ecc.

Al contrario, la politica, che rappresenta una forma di conflitto molto attenuata, conserva ormai ben poco dell’antagonismo politico se non vaghi intrighi, rivalità e macchinazioni. Quando la politica inizia ad assimilarsi alla politica di partito, è un sintomo dell’indebolimento dello Stato: gli antagonismi interni legati alle logiche dei partiti politici sono diventati più potenti dell’antagonismo strutturale che oppone lo Stato ai suoi nemici. Il livello estremo di questa logica è quello in cui la classificazione tra amici e nemici all’interno dello Stato trionfa e produce una guerra civile.

La guerra costituisce effettivamente il culmine della logica della distinzione tra amico e nemico, la negazione esistenziale di un altro essere. Il concetto stesso di nemico implica necessariamente la possibilità di una lotta. Non è né necessariamente ideale né auspicabile; si tratta semplicemente di una possibilità che rimane sempre sul tavolo. Schmitt non approva la formula comunemente attribuita a Clausewitz, secondo cui la guerra non è che la continuazione della politica con altri mezzi; ma concorda sul fatto che la guerra dipenda effettivamente da una decisione politica preliminare, in quanto il nemico deve essere identificato. Un pianeta interamente pacificato sarebbe libero da ogni distinzione tra amico e nemico e, di conseguenza, da ogni attività politica.

Capitolo IV. Lo Stato come forma di unità politica, messo in discussione dal pluralismo

Una conseguenza dell’antagonismo amico-nemico caratteristico della politica è che ogni antagonismo, se è abbastanza forte da determinare una suddivisione degli individui in amici e nemici, diventa allora un antagonismo politico. È proprio questo antagonismo a caratterizzare la politica, e non la guerra o la lotta, che sono solo una conseguenza di esso. Così, se la lotta di classe, concetto di natura inizialmente economica, diventa sufficientemente seria da portare le rispettive classi a trattarsi come nemiche attraverso una guerra, all’interno dello Stato o tra Stati, allora la natura politica della lotta di classe risulterà dimostrata. Al contrario, agisce in modo politico anche un’entità che è capace e desiderosa di negare agli altri la qualifica di nemico; d’altra parte, una mancanza di volontà di operare questa discriminazione tra amico e nemico, e di fare la guerra se necessario, rappresenta una mancanza di potenziale politico.

La politica può quindi avere origini molteplici, il che contribuisce a conferirle il suo dinamismo. Fondamentalmente, è politico qualsiasi raggruppamento che si realizzi tenendo presente la possibilità della lotta. È questo che conferisce all’autorità politica il suo carattere decisivo e la sua qualità di sovrana: spetta a lei risolvere ogni situazione che implichi un antagonismo politico. Se non ne è in grado, se considerazioni economiche, religiose o di altro tipo diventano sufficientemente potenti da impedire a tale autorità politica di impedire una guerra decisa contro i propri interessi e principi, ciò dimostra che essa non aveva proprio raggiunto quel grado decisivo che è la sovranità. E se, al contrario, forze interne riescono a impedire una guerra voluta dall’autorità politica, ma non sono abbastanza potenti da determinare a loro volta un antagonismo suscettibile di portare alla guerra, allora ogni unità politica scompare. Un’autorità politica sovrana deve essere in grado di comandare questo antagonismo amico-nemico, altrimenti semplicemente non esiste.

È il carattere politico dello Stato a fondarne l’unità e a conferirgli il suo carattere determinante, quello di centro decisionale. La politica presuppone l’antagonismo amico-nemico e l’unità di comunità che ne deriva; non esiste né società né associazione politica. La politica trascende in questo l’individualismo e le interazioni delle associazioni sociali come concepite dal liberalismo, poiché la volontà dello Stato è l’unica a essere determinante; se non lo è, l’unità dello Stato e la politica stessa si ritrovano distrutte.

Capitolo V. La decisione di entrare in guerra e l’identificazione del nemico

Il carattere politico dello Stato spiega perché esso abbia il potere non solo di designare il nemico, ma anche di decidere di combatterlo attivamente, vale a dire di disporre della vita di esseri umani: i propri cittadini, ai quali lo Stato chiede di essere pronti sia a uccidere che a morire, e gli individui presenti nel campo nemico, che lo Stato cercherà di eliminare. È il jus belli: il diritto alla guerra. Ciò presuppone un popolo politicamente unito.

Di conseguenza, in tempi di pace, al di fuori di qualsiasi conflitto bellico, lo Stato ha il compito di garantire la tranquillità e l’ordine all’interno dei propri confini, al fine di instaurare una situazione normale. Infatti, ogni norma trova fondamento solo in una situazione che essa stessa considera normale; una norma non può far valere la propria autorità di fronte a una situazione che si discosta da essa. Per farlo, lo Stato avrà talvolta bisogno di distruggere un nemico interno, che può designare in vari modi: ostracismo, messa al bando, ecc. Nel caso estremo, ciò porta a una guerra civile, che implica necessariamente la disintegrazione dello Stato, di quell’unità pacificata internamente da un potere politico decisionale. È l’esito della guerra civile che determinerà l’eventuale futuro di questo Stato e la sua ricomparsa. Il combattimento si svolge necessariamente al di fuori della norma, ed è il suo risultato che rifonderà la norma.

In alcune società possono tuttavia sopravvivere forme di diritto relative alla pena di morte la cui risoluzione rimane al di fuori delle questioni di Stato. Si pensi al potere di vita o di morte del pater familias romano, o alle vendette tra famiglie o clan. Ma questi comportamenti non possono includere la designazione dell’hostis, e dovranno cedere il passo a quest’ultima, e alla volontà dello Stato, in caso di necessità, se si desidera che lo Stato mantenga la propria unità politica. Infine, l’individuo conserva sempre il diritto strettamente privato di scegliere di morire per la causa di sua scelta se lo desidera ; un simile comportamento non interessa allo Stato, purché non derivi da un’ingiunzione a carattere politico di una comunità alla quale l’individuo appartiene. Ma esigere dagli esseri umani che uccidano, o muoiano, per un ideale, per una causa, per una norma, costituisce una follia ; solo nel caso in cui sia in gioco una lotta esistenziale, quando esiste e minaccia un nemico in senso politico, cioè un nemico esistenziale, che nega la forma di esistenza degli individui uniti dietro lo Stato, diventa politicamente logico difendersi da questo nemico, anche a costo di vite umane.

La guerra va separata radicalmente dal concetto di giustizia. Una guerra ha senso solo se è diretta contro un nemico reale, non se viene condotta per ideali o norme giuridiche. Un popolo può benissimo scegliere di rinunciare alla guerra come strumento di politica nazionale attraverso un trattato, ma non è mai possibile dichiarare la guerra fuorilegge in quanto tale, e avrà sempre il potere di designare il proprio nemico e di agire contro di lui se lo ritiene necessario. Rendere più difficile il ricorso alla guerra non fa altro che proiettare la distinzione amico-nemico in una nuova dimensione, quella internazionale, che le offre nuove possibilità. Ma un popolo non può scegliere di sfuggire all’antagonismo politico.

Ci sono persone che lo fanno, dimostrando così di volersi allontanare dalla realtà politica di cui fanno parte, per dedicarsi esclusivamente alla propria vita privata. Ma anche supponendo che un intero popolo agisca in questo modo e abbandoni all’unanimità le preoccupazioni di un’esistenza politica, allora un altro popolo si assumerà il compito di proteggerlo dai suoi nemici, che rimangono ben reali, e assumerà al posto del primo popolo la sovranità politica su di esso. Ma un popolo non può seriamente immaginare di poter avere solo amici, né che la sua impotenza volontaria possa forse intenerire i suoi nemici. Se un popolo agisce in questo modo, ciò non porterà alla fine dell’antagonismo politico nel mondo, ma semplicemente alla scomparsa di un popolo debole.

Capitolo VI. Il mondo non è un’unità politica, è un pluriverso politico

Un’altra conseguenza del rapporto tra Stato e politica, nonché dell’esistenza dell’antagonismo amico-nemico, è l’esistenza di una pluralità di Stati. Finché lo Stato esisterà sulla Terra, ce ne saranno necessariamente diversi, e qualsiasi idea di uno Stato universale che comprenda tutta l’umanità e l’intero pianeta non è che una chimera. Il concetto di umanità esclude il concetto di nemico – almeno su questo pianeta – e quindi il concetto di guerra. Pretendere di fare la guerra « in nome dell’umanità » non equivale affatto a essere effettivamente una guerra « dell’umanità », ma significa semplicemente che un belligerante cerca di appropriarsi di un concetto di universalità a scapito del suo avversario per screditarlo meglio. Umanità, pace, giustizia, morale, progresso, civiltà… Molti concetti possono servire a questo scopo. A questo proposito, ricordiamo le parole di Proudhon: «Chi parla di umanità vuole ingannare». La logica rimane la stessa: negare al proprio avversario la qualità di essere umano, il che permette di spingere la guerra fino ai limiti più estremi dell’inumano.

È proprio per questo che il mondo politico non è un universum, ma un pluriversum. Ciò non significa prevedere che una tale unificazione dell’umanità sia impossibile; semplicemente, se un giorno dovesse verificarsi, non conoscerà più né la politica né lo Stato. La Società delle Nazioni non era affatto un progetto internazionale, di portata universale, ma un progetto fondamentalmente interstatale, volto a garantire lo statu quo degli attuali confini degli Stati. Un’organizzazione analoga che pretendesse l’universalità avrebbe il compito molto arduo di sottrarre agli Stati il jus belli di cui dispongono, pur avendo cura di non arrogarselo a sua volta.

Capitolo VII. I fondamenti antropologici delle teorie politiche

Da un punto di vista antropologico, le diverse teorie dello Stato e dottrine politiche possono essere classificate a seconda che postulino che l’uomo sia buono per natura o che sia corrotto per natura. Questa contrapposizione implica stabilire se l’uomo costituisca o meno un problema che la teoria deve risolvere, un essere pericoloso di cui occorre tenere conto della pericolosità.

Secondo Schmitt, l’opposizione tra le teorie anarchiche e quelle autoritarie si articola attorno a questo criterio. Postulare una natura buona dell’uomo è generalmente prerogativa delle teorie politiche liberali, contrarie a un eccessivo intervento dello Stato, che deve rimanere al servizio della società; la società scaturisce dalle virtù dell’uomo, mentre lo Stato esiste solo per gestirne i vizi. Questa fede nella bontà naturale dell’uomo è ancora più forte tra gli anarchici e si traduce nella negazione pura e semplice dello Stato. Al contrario, il liberalismo non nega radicalmente lo Stato, ma non è stato in grado né di elaborarne una teoria positiva né di riformarlo. Ha semplicemente voluto sottoporre la politica all’economia e accompagnarla con barriere etiche? La dottrina della separazione dei poteri non può essere definita una teoria dello Stato.

Di conseguenza, si deve concludere che tutte le vere teorie dello Stato presuppongono un uomo corrotto. Di per sé, ciò non è affatto sorprendente; poiché la politica si fonda sulla possibile esistenza di un nemico, non può certo basarsi su un postulato antropologico ottimista. Attenersi a un simile postulato rivela semplicemente l’accecamento di chi vi crede. Il rifiuto di operare una distinzione tra amico e nemico è sempre un sintomo del declino della politica. In Russia come in Francia, alla vigilia delle rivoluzioni del 1789 e del 1917, il popolo era idealizzato e considerato virtuoso per natura dalle classi decadenti, che non vedevano la botola aprirsi sotto i loro piedi.

Capitolo VIII. La depoliticizzazione attraverso la polarità Stato-economia

Il liberalismo, per sua stessa natura, è incapace di proporre una teoria dello Stato. Può solo formulare una critica liberale della politica. La sua vocazione è quella di neutralizzare la politica. Il suo sistema teorico si limita in gran parte all’opposizione alla restrizione delle libertà da parte dello Stato nella politica interna, a vantaggio della proprietà privata e della libertà individuale, facendo in modo di trasformare lo Stato in un insieme di compromessi volti a mantenere un equilibrio tranquillo.

Per questo motivo, il liberalismo sceglie generalmente di concentrarsi sulla morale e sull’economia. Poiché l’unità politica presuppone che, in determinate situazioni, l’uomo sia disposto a sacrificare la propria vita, l’individualismo liberale è del tutto incapace di conciliarsi con tale esigenza. Per il liberale, qualsiasi restrizione alla libertà individuale, alla proprietà privata e alla libera concorrenza è una violenza; e lo Stato deve limitarsi a garantire queste libertà e a distruggere ciò che le ostacola. Per questo, il liberalismo fa ricorso al principio dello Stato di diritto, ovvero del diritto privato, che riunisce al contempo concetti morali ed economici.

Il liberalismo snatura così il concetto politico di lotta, trasformandolo in competizioni economiche o in dibattiti etici che si susseguono all’infinito. Il popolo, politicamente unito, si trasforma sotto un regime liberale, a seconda delle circostanze, o in un pubblico che aspetta che la cultura gli venga versata in gola, o in una massa di lavoratori o di consumatori. Dal punto di vista morale, il potere pubblico e la politica vengono denigrati come propaganda; dal punto di vista economico, come controlli ingiustificati. L’obiettivo è quello di sottomettere lo Stato e la politica a una morale individualista e agli interessi economici, privandoli del loro significato.

La forza del liberalismo risiede nella sua estrema semplicità. Il suo pensiero traccia una linea retta tra fanatismo e ragione, ignoranza e conoscenza, arcaismo e progresso, schiavitù e libertà. Una simile antitesi dualistica seduce facilmente la mente pigra. Il liberalismo, del resto, non è l’unico a funzionare in questo modo. Lo stesso vale per il marxismo e la sua opposizione tra borghesi e proletari; il marxismo si è rivelato tanto più potente in quanto è sceso anch’esso nell’arena economica per combattere il liberalismo con le sue stesse armi.

Ma il fondamento storico del liberalismo, la sua opposizione all’assolutismo, al feudalesimo e all’Ancien Régime, è oggi del tutto superato. Il liberalismo ha distrutto il suo avversario, e la coalizione liberale, quella che riunisce economia, etica, tecnica e parlamentarismo, ha trionfato ed è ormai diventata la norma; ma il liberalismo, che si è costruito su questa opposizione, ha così perso la sua ragion d’essere. Continua a permeare l’atmosfera intellettuale dell’Europa, ma l’economia ha smesso di significare libertà, la tecnica non serve più al solo comfort dell’uomo, il progresso non comporta quel perfezionamento morale che i pensatori del XVIIIe secolo avevano previsto.

È per questo che è vano pensare che il liberalismo, con la sua polarità etica-economica, sia in grado di sradicare lo Stato e la politica e di depoliticizzare il mondo. Gli antagonismi economici si sono semplicemente trasformati in antagonismi politici, il che non ha nulla di sorprendente: come abbiamo visto, al pari di qualsiasi altro settore di attività, le dissensioni all’interno dell’economia possono raggiungere lo stadio della distinzione amico-nemico che rende il conflitto politico. Cambierà solo la terminologia; di ispirazione liberale, definirà come non politici i nuovi mezzi di coercizione che un imperialismo fondato sull’economia metterà in atto.

Al contrario, saranno definiti violenti quei paesi che cercheranno di sottrarsi a questo imperialismo dai metodi che si proclamano pacifici. La guerra stessa scompare dal linguaggio; si parla ormai solo di sanzioni, di salvaguardia dei trattati, di misure di «polizia internazionale» destinate a «garantire la pace». L’avversario non è più chiamato nemico, ma viene dichiarato fuorilegge, o addirittura «fuori dall’umanità». Ma in definitiva, questo nuovo sistema non rappresenta che una continuazione di quello vecchio, poiché non può sfuggire alla logica della politica.

Gianfranco Bottazzi: il concetto di sviluppo in sociologia

Gianfranco Bottazzi: il concetto di sviluppo in sociologia

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 Biagio De Risi

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9 Maggio 2026

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“Sviluppo” è uno di quei termini che tutti credono di capire. Più ricchezza, più progresso, più benessere. Sembra chiaro. Eppure è uno dei concetti più ambigui e instabili delle scienze sociali. Gianfranco Bottazzi, nel suo libro Sociologia dello sviluppo, lo definisce un termine polisemico: può significare crescita economica, trasformazione sociale, modernizzazione culturale, miglioramento della qualità della vita. Ogni volta che lo usiamo, infiliamo dentro un giudizio di valore, spesso positivo, a volte critico.

Per decenni lo abbiamo usato quasi come sinonimo di “crescita economica”. Più PIL significava più sviluppo. Ma è proprio qui che comincia il problema.

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Sviluppo non è solo crescita

La crescita misura una cosa sola: l’aumento della quantità di beni e servizi prodotti. Il PIL sale? Bene, c’è sviluppo. Peccato che questo aumento possa convivere tranquillamente con disuguaglianze abissali, povertà diffusa e esclusione sociale.

Bottazzi lo sottolinea con chiarezza: la crescita è un aumento di quantità. Lo sviluppo, invece, dovrebbe essere un cambiamento strutturale, profondo, che riguarda non solo l’economia ma anche le relazioni sociali, i valori, le istituzioni, i modi di vivere. In pratica: puoi avere crescita senza sviluppo. E purtroppo, negli ultimi decenni, è successo spesso.

Un concetto nato con un’ideologia incorporata

Il termine “sviluppo” (soprattutto nella versione “sviluppo economico”) diventa di uso comune solo dopo la Seconda Guerra Mondiale. Non è neutro. Nasce in un contesto preciso: il confronto tra Stati Uniti e Unione Sovietica, la decolonizzazione, l’emergere del Terzo Mondo.

L’idea implicita era chiara: lo sviluppo è la strada che porta i paesi “arretrati” a diventare come l’Occidente. Il modello di riferimento era uno solo: quello occidentale, industriale, consumista. Gli altri paesi venivano misurati (e spesso giudicati) rispetto a questo parametro. Così lo sviluppo è diventato, fin dall’inizio, non solo un obiettivo economico, ma anche un progetto politico e culturale.

I numeri che raccontano una storia scomoda

I dati parlano chiaro. Già negli anni Sessanta il 20% della popolazione mondiale controllava oltre il 65% delle risorse. All’inizio del Duemila il 15% della popolazione assorbiva più dell’80% della ricchezza prodotta sul pianeta. Intanto, quasi la metà degli abitanti della Terra viveva con meno di due dollari al giorno.

Un miliardo di persone senza accesso all’acqua potabile. Dieci milioni di bambini che muoiono ogni anno per malattie curabilissime. Quasi un miliardo di persone che soffrono la fame. Queste non sono statistiche astratte. Sono il segno che qualcosa, nel grande racconto dello sviluppo, non ha funzionato come promesso.

Perché lo sviluppo è diventato un “problema”

Fino alla Seconda Guerra Mondiale la povertà di massa era considerata quasi una condizione naturale. Dopo il 1945 diventa invece una questione politica urgente. Entrano in gioco vari fattori:

  • La guerra fredda e il timore che i paesi poveri potessero cadere nell’orbita sovietica
  • La decolonizzazione e l’indipendenza di decine di nuovi Stati
  • La presa di coscienza, anche grazie ai media, delle enormi disparità esistenti

Da quel momento lo sviluppo non è più solo una speranza. Diventa un problema da spiegare e, soprattutto, da risolvere.

Un tema che non appartiene solo all’economia

Bottazzi lo ripete più volte: lo sviluppo non è (solo) un problema economico. È un tema sociologico, perché riguarda il mutamento sociale. È un tema antropologico, perché tocca culture e valori. È un tema politico, perché coinvolge potere e istituzioni. È persino un tema etico e filosofico, perché mette in discussione la nostra idea di uomo, di giustizia e di futuro. Ridurre tutto al PIL significa perdere di vista la complessità della questione.

La lezione più importante di Bottazzi

Dopo aver letto Bottazzi, una cosa mi è rimasta impressa: lo sviluppo non è un processo naturale e lineare. È una costruzione storica, carica di ideologia, di interessi e di conflitti. È stato usato per giustificare interventi, aiuti, politiche internazionali, ma anche per imporre modelli culturali e forme di dominio.

Capire lo sviluppo significa quindi prima di tutto mettere in discussione il concetto stesso. Domandarsi non solo “come si sviluppa”, ma soprattutto: sviluppo per chi? Secondo quali valori? A quale prezzo?

Perché alla fine, dietro quella parola apparentemente innocua, si nasconde una delle domande più difficili del nostro tempo: che tipo di società vogliamo costruire? E su questa domanda, la storia non è ancora finita.

Biagio De Risi

Biagio De Risi

Amante della comunicazione, dei dati e della società, indago il legame tra tecnologia, cultura e dinamiche sociali. Mi occupo di intelligenza artificiale, media, lavoro e trasformazioni digitali, adottando un prospettiva sociologica e analitica. In questo spazio propongo riflessioni, studi e idee per comprendere il presente e prospettare il futuro.

Oltre il potere e l’interesse: l’attualità intramontabile del costruttivismo in un mondo frammentato di Mateo Rojas Samper

Oltre il potere e gli interessi: la rilevanza intramontabile del costruttivismo in un mondo frammentato

28.05.2026

Mateo Rojas Samper

© Sputnik/Varvara Gertier

Interessante, ma un passo indietro rispetto agli sviluppi più recenti nel campo delle teorie fondative dell’analisi geopolitica. Teorie che cercano di superare appunto il dualismo e la contrapposizione tra approccio deterministico e soggettivismo dell’azione politica_Giuseppe Germinario

In un’era di certezze che crollano — in cui l’ordine internazionale liberale si sta sgretolando ai margini, la rivalità tra le grandi potenze si intensifica di pari passo con la riaffermazione delle civiltà e il vocabolario della politica globale è oggetto di accese controversie — le teorie dominanti delle relazioni internazionali si stanno rivelando sempre più insufficienti. Il realismo, con la sua logica ferrea del potere e dell’auto-aiuto, e il liberalismo, con la sua fede nelle istituzioni e nell’interdipendenza economica, offrono mappe preziose ma parziali di un terreno che sta cambiando sotto i nostri piedi. È il costruttivismo – un paradigma troppo spesso relegato alla periferia accademica – a fornire gli strumenti più incisivi per comprendere ciò che sta realmente accadendo nel mondo di oggi, scrive Mateo Rojas Samper. L’autore partecipa al progetto Valdai—New Generation.

Il costruttivismo non nega la realtà degli arsenali militari, delle classifiche del PIL o dei flussi commerciali. Sostiene piuttosto che a questi fatti materiali viene attribuito un significato attraverso processi sociali e ideativi. Come ha sostenuto Alexander Wendt con elegante semplicità, «l’anarchia è ciò che gli Stati ne fanno». Il sistema internazionale non è una struttura meccanica che determina automaticamente il comportamento; è una costruzione sociale, riprodotta continuamente attraverso comprensioni condivise, identità collettive e norme in evoluzione. Il comportamento degli Stati non è guidato da interessi prestabiliti, ma da un senso di identità in continua evoluzione.

Uno Stato che si considera una «grande potenza responsabile», un «paladino del Sud del mondo» o un «custode dell’ordine basato sulle regole» agirà in modo molto diverso da uno che non lo fa, anche quando le loro capacità materiali sono comparabili.

La costruzione sociale della minaccia

Il mondo post-11 settembre ha fornito una vivida illustrazione del potere esplicativo del costruttivismo. L’emergere del terrorismo globale come minaccia alla sicurezza determinante dell’inizio del XXI secolo non è stato un semplice riconoscimento di una realtà preesistente. È stato un atto di attribuzione collettiva di significato su scala planetaria. La categoria del “terrorismo” – intesa come minaccia esistenziale che richiedeva coalizioni militari e la sospensione delle normali norme giuridiche – è stata socialmente costruita attraverso il discorso politico, le narrazioni dei media e le decisioni istituzionali. Una “guerra al terrorismo” contro una rete non statale non era una necessità logica; era una scelta plasmata da una particolare concezione costruita di chi fosse il nemico e di quale tipo di risposta esso richiedesse.

La stessa logica si applica oggi al modo in cui gli Stati inquadrano l’ascesa della Cina, la politica estera della Russia o l’assertività del Sud del mondo. Che questi attori siano intesi come “minacce revisioniste” o “potenze legittime in cerca di giusto riconoscimento” non è mai una lettura neutra dei fatti. È un atto di interpretazione plasmato dall’identità dell’interprete e dai quadri normativi attraverso i quali questi percepisce il mondo.

La realtà materiale non parla da sé; è sempre già mediata dalle idee.

Identità, multipolarità e la contesa per l’ordine mondiale

L’ordine multipolare emergente non può essere compreso esclusivamente attraverso la lente dei mutamenti negli equilibri di potere. La posta in gioco non è semplicemente una ridistribuzione delle capacità materiali, ma una profonda contesa su identità, narrazioni e i fondamenti normativi dell’ordine mondiale stesso. L’iniziativa cinese Belt and Road ne è un esempio calzante.

Per quanto economicamente significativa, la BRI è allo stesso tempo un progetto identitario: uno sforzo per costruire la Cina come partner di sviluppo benevolo e leader della cooperazione Sud-Sud, un’alternativa alla condizionalità occidentale. Il modo in cui le altre nazioni la accolgono dipende non solo da calcoli economici, ma anche dalle loro identità e storie.

La traiettoria della politica estera indiana racconta una storia parallela. Mentre Nuova Delhi approfondisce il suo impegno con il Quad mantenendo contemporaneamente la propria voce nei BRICS e nel Sud del mondo, non si limita semplicemente a cercare un equilibrio tra i blocchi. Sta affrontando una questione profonda su quale tipo di grande potenza l’India desideri diventare – e come desideri essere riconosciuta dagli altri. Le dispute nel Mar Cinese Meridionale offrono un’altra arena in cui le rivendicazioni identitarie concorrenti si rivelano analiticamente più potenti dei semplici calcoli di potere. La narrativa storica della Cina sulla sovranità si scontra non solo con gli interessi materiali degli altri contendenti, ma anche con la loro identità di Stati inseriti in un ordine giuridico internazionale. Gli Stati Uniti, nel frattempo, inquadrano la loro presenza navale come tutela di un «ordine internazionale basato su regole» — esso stesso un’identità costruita, ora ferocemente contestata da coloro che non hanno avuto voce in capitolo nella sua creazione.

Policentricità e diversità

RIC: Il costrutto Russia-India-Cina in un mondo multipolare conteso

B.K. Sharma

Anziché sostenere visioni contrastanti, Russia, India e Cina devono esplorare standard di interoperabilità, finanziamenti congiunti per progetti in paesi terzi e lo sviluppo di corridoi complementari. Il RIC deve rimanere incentrato su questioni specifiche piuttosto che evolversi in un’alleanza formale, preservando la sua utilità ed evitando al contempo la formazione di un blocco che potrebbe innescare risposte di contrappeso, scrive il Magg. Gen. (in pensione) BK Sharma.

Opinioni

Il costruttivismo e la crisi dell’universalismo liberale

C’è una ragione più profonda per cui il costruttivismo è urgentemente rilevante in questo momento storico. Stiamo vivendo una crisi globale dell’universalismo: un momento in cui l’affermazione che le norme liberali occidentali rappresentino valori umani universali viene messa in discussione simultaneamente dall’interno e dall’esterno. Questa sfida è, nella sua essenza, un argomento costruttivista: essa afferma che ciò che è stato presentato come universale è, in realtà, particolare – il prodotto di specifici processi storici, configurazioni di potere e presupposti culturali. L’«ordine internazionale basato sulle regole» non è un quadro neutrale; è un costrutto sociale che porta l’impronta dei suoi creatori.

Questo riconoscimento non porta al nichilismo o all’abbandono delle aspirazioni normative. Porta piuttosto a un approccio più onesto e dialogico all’ordine globale – un approccio che riconosca la pluralità di identità, civiltà e interessi legittimi che devono essere accolti in qualsiasi architettura internazionale duratura. Un mondo multipolare non è semplicemente un mondo di centri di potere in competizione; è un mondo di sistemi di significato in competizione, ciascuno dei quali rivendica il proprio diritto di contribuire alla grammatica condivisa della vita internazionale.

Conclusione

Man mano che il XXI secolo acuisce le sue contraddizioni – accelerazione tecnologica, crisi ecologica, riaffermazione delle civiltà e dissoluzione delle certezze del dopoguerra fredda – diventa sempre più urgente la necessità di teorie che colgano il ruolo delle idee, delle norme e delle identità. Il costruttivismo non offre il falso conforto di leggi predittive, ma qualcosa di più prezioso: una descrizione onesta della natura sociale della vita internazionale e un promemoria del fatto che il mondo in cui viviamo è, nel senso più profondo, il mondo che stiamo costruendo collettivamente. Comprendere questo non è solo un esercizio accademico. È un prerequisito per qualsiasi impegno serio con la questione fondamentale del nostro tempo: che tipo di mondo desideriamo costruire insieme e su quali fondamenta condivise possiamo costruirlo?

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