Italia e il mondo

La “questione catalana”, di Vladislav Sotirovic

La “questione catalana”

L’identità catalana e la Catalogna

I catalani sono il popolo che vive nei territori della Spagna appartenenti alla regione autonoma storica denominata Catalogna. La loro importanza per la politica interna spagnola può essere compresa al meglio se si tiene presente che la Catalogna (Catalunya) è stata, dal 1975, la regione autonoma più potente dal punto di vista politico ed economico del Regno di Spagna – negli ultimi 25 anni, in sostanza, una sorta di «Stato nello Stato». Di fatto, i catalani sono il gruppo etnico-storico più integrato in Spagna insieme ai baschi. [1]

Ciò che rende i catalani così interconnessi può essere compreso se si conosce il modo in cui essi interpretano storicamente il concetto di identità di gruppo. Innanzitutto, definiscono un catalano come «chiunque viva e lavori in Catalogna» e«chiunque parli catalano». [2] Queste spiegazioni indicano che chiunque, sia per discendenza che per conversione, potrebbe essere considerato catalano; ciò significa, in pratica, che l’identità etnonazionale catalana si fonda sia su concetti o modelli politici (francesi) sia su quelli linguistico-culturali (tedeschi).[3] In sintesi, secondo il modello francese, l’etnonazione è costituita da tutte le persone che desiderano vivere insieme in un’unica entità politica (nazionale) (regione autonoma, provincia o Stato), mentre, secondo il concetto tedesco, le persone che parlano la stessa lingua, professano la stessa religione o condividono la stessa storia e cultura costituiscono il popolo in senso etnonazionale. Tuttavia, nel caso catalano è evidente che una cultura comune e, soprattutto, la lingua costituiscono il quadro fondamentale dell’identità etnonazionale: «Nessuno sarà catalano finché non parlerà come noi, finché non farà proprie le nostre esigenze[4].» Ciò indica che è necessaria una lotta per ottenere un’identità catalana, e si ritiene che il popolo difficilmente rinuncerà alle identità già conquistate dopo tale sforzo.

Si osserva che la lingua è il segno distintivo dell’integrazione in Catalogna, ma non l’unico. Chi adotta il catalano partecipa anche alla cultura popolare dei catalani. Ciò significa che ai nuovi arrivati vengono imposte non solo la lingua, ma anche le tradizioni e le usanze dei catalani; essi, nel loro insieme, hanno un compito sacro per il nazionalismo catalano, espresso come segue:

«Il nazionalismo è la volontà di avere un modo particolare di essere e la possibilità di costruire il proprio Paese»… «La nostra identità [catalana] come Paese, la nostra volontà di esistere e le nostre prospettive per il futuro dipendono dalla salvaguardia della nostra lingua»… «È compito di tutti coloro che vivono in Catalogna preservarne la personalità e rafforzarne la lingua e la cultura».[5]

Tutti i fattori che contribuiscono a creare un’identità etnonazionale comune, menzionati in precedenza, dimostrano che la consapevolezza dell’identità catalana viene insegnata a tutti i nuovi arrivati ed esercitata sia dai cittadini di lunga data che da quelli di recente arrivo, al fine di rendere la Catalogna forte come unità politica e i catalani forti come società etnonazionale. In sostanza, il nazionalismo culturale, in quanto forma di nazionalismo che pone l’accento principalmente sulla rigenerazione della nazione come civiltà distintiva piuttosto che sull’autodeterminazione, sta diventando un elemento fondamentale di coesione dell’identità di gruppo catalana. Il nazionalismo culturale è, tuttavia, solitamente sostenuto dal nazionalismo etnico e non da quello civico. Il nazionalismo etnico sottolinea l’unità organica ed etnica della nazione, mentre il nazionalismo civico consente il rispetto della diversità etnica e culturale che non metta in discussione i valori civici fondamentali. In altre parole, l’identità etnonazionale catalana si fonda sul nazionalismo etnico o etnoculturale, il quale lotta naturalmente per la realizzazione del proprio principio politico fondamentale: l’autodeterminazione nazionale, ovvero il principio secondo cui l’etnonazione deve essere un’entità politica sovrana. L’autodeterminazione nazionale implica, pertanto, l’idea di indipendenza nazionale, il che significa la creazione di uno Stato nazionale indipendente. In pratica, tale principio e la politica su di esso fondata hanno portato la Catalogna a un conflitto politico diretto con le autorità centrali di Madrid e con il resto della Spagna – un Paese che non è mai stato propriamente unito sin dalla sua fondazione nel 1479.

Un fattore storico

È un dato di fatto storico che la regione catalana abbia sempre lottato contro il governo centrale spagnolo per diversi motivi; tra questi, i più importanti sono:

1. La Catalogna era la regione economicamente più sviluppata e industrializzata della Spagna; pur disponendo di notevoli risorse economiche, si sentiva tuttavia sfruttata finanziariamente da Madrid. Le élite industriali, finanziarie e commerciali catalane identificavano gli interessi dei proprietari terrieri e finanziari della Castiglia e di Madrid come responsabili di tutti i mali della Spagna, e di tanto in tanto i tentativi di tassare i profitti derivanti dalla neutralità venivano contrastati dagli industriali catalani come un attacco di Madrid alle loro libertà.[6]

2. I catalani svilupparono il più alto grado di spirito di unità etnonazionale in Spagna e, pertanto, si sono sempre considerati spiritualmente superiori rispetto a tutte le altre regioni amministrativo-storiche della Spagna.

3. La Catalogna, infatti, insieme alla Castiglia, è una delle fondatrici dello Stato spagnolo nel 1479 (con il nome storico di Aragona), avendo fornito al Regno di Spagna il re e, successivamente, l’autonomia regionale catalana; insieme al nazionalismo etnico catalano, tali elementi sono considerati misure volte a preservare l’identità storica della regione.

Non dobbiamo mai dimenticare che la Catalogna moderna è, di fatto, il successore legale dello storico Regno di Aragona – uno Stato fondatore, insieme al Regno di Castiglia, del Regno di Spagna nel quadro giuridico dell’unione tra Castiglia e Aragona del 1479. Ciò significa, in pratica, che la Catalogna integrò la propria indipendenza storica-statale nella Spagna attraverso il matrimonio politico dei monarchi cattolici romani, Isabella I di Castiglia e Ferdinando II d’Aragona, nel 1469. Isabella I salì al trono nel 1474, mentre Ferdinando II fece altrettanto nel 1479. [7] Ciononostante, l’Aragona apportò al nuovo Stato, oltre al proprio territorio continentale nella penisola iberica, le Isole Baleari, la Sardegna e la Sicilia, nonché l’Italia meridionale (il Regno di Napoli).[8] A quel tempo, il Regno d’Aragona era molto più esteso dell’odierna Catalogna, che costituiva un ducato autonomo d’Aragona insieme al Regno autonomo di Valencia.[9] Il Regno d’Aragona era una federazione di principati autonomi. Il capo titolare della federazione feudale aragonese governava separatamente i vari Stati membri e, in ciascun caso, esisteva un rapporto contrattuale individuale tra il monarca e i vassalli, istituzionalizzato da una camera rappresentativa, le Cortes, che i rappresentanti catalani convocarono per la prima volta nel 1218, quelli aragonesi nel 1247 e quelli valenciani nel 1283. L’«impero» catalano iniziò a prendere forma quando l’espansione territoriale verso sud raggiunse i confini concordati con il Regno di Castiglia e, di conseguenza, la Catalogna rivolse la propria attenzione all’espansione territoriale verso il Mar Mediterraneo. La Catalogna stabilì una presenza permanente nel Nord Africa e intervenne negli affari politici degli Stati della Penisola Appenninica (la futura Italia). La Sardegna divenne la prima vittima italiana dell’espansionismo catalano, seguita dalla Sicilia e dall’Italia meridionale. [10] Furono aperti consolati catalani dal Levante alle Fiandre, e due ducati bizantini, Atene e Neopatras, furono incorporati nella federazione aragonese.[11] A nord dei Pirenei, nell’odierna Francia, esistevano due province catalane: la Cerdenya e il Roussillon.

Con la creazione dell’impero marittimo aragonese, le esportazioni industriali catalane crebbero enormemente in cambio di schiavi e spezie provenienti dall’Oriente. La lingua catalana divenne la lingua franca del bacino del Mar Mediterraneo in ambito commerciale, mentre le consuetudini commerciali catalane costituirono il primo corpus di norme di diritto marittimo, che fu infine codificato come Libre del Consolat de Mar. A metà del XIV secolo, l’età d’oro dell’espansione mercantile e marittima catalana raggiunse il suo apice, con prove evidenti e spettacolari di tale potere e prosperità economica visibili a Barcellona,[12] che fu il centro politico ed economico dell’impero marittimo aragonese fino all’unificazione con la Castiglia nella Spagna, quando Madrid divenne l’epicentro dell’impero spagnolo d’oltremare.

La disputa storica tra la Castiglia e l’Aragona/Catalogna sulla guida politica della Spagna e delle sue colonie d’oltremare in America (dal 1492) sfociò di fatto nel 1504, alla morte della regina Isabella di Castiglia. Il rappresentante dell’Aragona, il re Fernando, sosteneva che il suo territorio originario dovesse ora assumere la guida della Spagna, mentre l’aristocrazia di Castiglia sosteneva che, in base all’unione politica del 1469 tra Castiglia e Aragona, la prima dovesse essere la guida, in quanto:

1. La Castiglia era tre volte più estesa dei regni combinati di Aragona, Valencia e Maiorca e del Principato di Catalogna.

2. La Castiglia era più densamente popolata, con cinque milioni di abitanti (e contribuenti) contro meno di un milione in Aragona.

3. La Castiglia era molto più ricca in termini di patrimonio imponibile e reddito disponibile.

4. La Castiglia era più dinamica ed espansionista, avendo nelle proprie mani un impero coloniale americano.

Ciò che teneva unita la Spagna dal 1469 era piuttosto la Chiesa cattolica romana che un’origine etnica comune, che in realtà non era mai esistita.[13] La fragilità dell’identità comune spagnola, unita al -storico, si manifestò in tutta la sua evidenza durante la Guerra Civile Spagnola del 1936-1939, quando la presenza del governo repubblicano a Barcellona dalla fine del 1937 causò attriti incessanti tra l’autorità centralista e i sostenitori dell’autonomia catalana o addirittura della secessione. Mentre molti repubblicani consideravano la Catalogna come uno Stato nello Stato, che non contribuiva pienamente allo sforzo bellico contro le forze del generale Franco, i catalani ritenevano che il governo centrale cercasse costantemente di erodere la loro autonomia e persino la loro identità storico-regionale. Quando Barcellona cadde il 25 gennaio 1939, la guerra era ormai quasi finita: Madrid capitolò il 28 marzo. La Spagna entrò nell’era della supremazia cattolica romana in tutti gli ambiti della vita, sotto la dittatura palese del Caudillo de España.

Nel marzo 1939, il generale Francisco Franco assunse la guida della Spagna e rimase la principale figura politica del Paese fino alla sua morte, avvenuta nel 1975.[14] La questione della Catalogna rimase in sospeso, e le principali forze politiche spagnole erano consapevoli che i catalani costituivano l’unico gruppo etnico organizzato del Paese, anche sotto la dittatura di Franco, il quale godeva di grande benessere dal punto di vista economico.

I primi scioperi di rilievo nella Spagna di Franco si verificarono a Barcellona nel marzo 1951, seguiti dal resto della Catalogna e da alcune altre regioni. La Spagna non voleva perdere una regione così mobilitata e ricca e, pertanto, il governo centrale di Madrid dovette adottare misure speciali nei confronti dei catalani per non perderli. Prima della dittatura del generale Franco, la Catalogna godeva di una serie di privilegi regionali autonomi,ma con l’avvento del regime di Franco i catalani persero il loro status autonomo, poiché l’intero Paese fu fortemente centralizzato, e si sentirono i principali perdenti del regime militare-ecclesiastico di Franco. Ciononostante, la severa repressione culturale e politica in Catalogna non distrusse l’identità etnonazionale e storico-regionale catalana, né il desiderio di uno status separato e di autonomia amministrativa. La Chiesa catalana continuò a promuovere gli studi culturali catalani e ad affermarsi come punto di riferimento del catalonismo. Seguendo l’esempio catalano, nel 1966 anche le province basche iniziarono a rivendicare i propri diritti regionali, di cui i baschi avevano goduto per un breve periodo durante la Guerra Civile.

L’autonomia della Catalogna

La Catalogna riottenne il proprio status autonomo nel 1978, tre anni dopo la morte di Franco. Nonostante il sostegno condizionato da parte della Spagna settentrionale, la Carta costituzionale approvata nella seduta plenaria del Congresso e del Senato il 31 ottobre 1978, ratificata dalla nazione il 6 dicembre e sancita dal Re il 27 dicembre, fornì un quadro di garanzie per assicurare la convivenza democratica nell’ambito della Costituzione e delle leggi del Paese. L’aspetto più innovativo della Costituzione del 1978 fu la riorganizzazione del territorio amministrativo spagnolo in 17 (+2) comunità autonome[15], in un sistema statale semifederale.

L’autonomia regionale formale e giuridica della Catalogna è garantita dalla nuova Costituzione democratica post-franchista della Spagna del 1978. Ciò significava, in pratica, che, per la prima volta nella storia spagnola, i catalani e la Catalogna ottennero una significativa autonomia etnico-regionale e sovranità, con un elevato grado di diritti politici e amministrativi da esercitare; di fatto, la Catalogna divenne, secondo la Convenzione di Montevideo del 1933 sui diritti e i doveri dello Stato, uno Stato nello Stato (della Spagna). Ai sensi dell’articolo 1 di tale Convenzione, lo Stato presenta quattro caratteristiche:

1. Un territorio definito.

2. Una popolazione permanente.

3. Un governo effettivo.

4. La capacità di intrattenere relazioni con altri Stati.[16]

Va sottolineato che, secondo questa visione, l’esistenza politica dello Stato non dipende dal suo riconoscimento formale come «indipendente» da parte di altri Stati. Ciò significa inoltre che, ai sensi dell’articolo 3, lo Stato, anche in assenza di un riconoscimento formale, ha il diritto di difendere la propria integrità e sovranità, di provvedere alla propria conservazione e prosperità e, di conseguenza, di organizzarsi come ritiene opportuno. Tuttavia, la caratteristica principale del concetto di Stato è la sovranità – il principio di autorità suprema e indiscutibile, che si riflette nella pretesa dell’unità politica di essere l’unico autore delle leggi all’interno del proprio territorio. Ciò che era più importante era che i catalani, nell’ambito del quadro costituzionale della loro autonomia sovrana, avevano il diritto di decidere se accettare o meno le decisioni del governo centrale di Madrid riguardanti la Catalogna in materia di economia, giustizia e sicurezza sociale; ciò significa che essi avevano il potere giuridico di esercitare la propria sovranità politico-regionale in contrapposizione al governo centrale della Spagna. In sintesi, un simile tipo di «Stato nello Stato» nel sistema federale dell’unità politica è storicamente molto raro, e il caso catalano può essere in questo senso paragonato, ad esempio, al caso della sovranità albanese del Kosovo nella Repubblica Socialista Federativa di Jugoslavia dal 1974 al 1989, con la conclusione comune che: l’indipendenza politico-regionale de facto è giunta al termine e comporta la necessità del suo riconoscimento internazionale formale come Stato indipendente.[17]

Tra i festeggiamenti nella capitale della Catalogna, Barcellona, lo status pre-autonomistico di questa regione è stato riconosciuto con il ripristino della Generalitat. I privilegi sovrani etnico-regionali della Catalogna in ambito politico ed economico, secondo la Generalitat, erano:

a. Regime giuridico: La Generalitat, come menzionato dalla Costituzione della Catalogna[18], stabilisce che:

«L’Alta Corte di Giustizia della Catalogna è l’organo giurisdizionale supremo dell’ordinamento giuridico catalano ed è competente, ai sensi stabiliti dalla corrispondente legge organica, a giudicare i ricorsi e le cause delle diverse aree giurisdizionali, nonché a tutelare i diritti riconosciuti nel presente Estatut. In ogni caso, l’Alta Corte di Giustizia della Catalogna è competente in materia di diritto civile, penale, contenzioso-amministrativo e sociale, nonché in altri settori del diritto che potrebbero essere istituiti in futuro.”[19]

Ciò garantisce la parità di trattamento di tutti i cittadini e riduce il livello dei conflitti derivanti dall’assenza di un’amministrazione centrale. Inoltre, infonde fiducia alla Catalogna riguardo al proprio diritto di avviare procedimenti giudiziari sulle questioni relative alla regione catalana. Tuttavia, il fatto di disporre di un regime giuridico autonomo rafforza la posizione dei catalani all’interno dello Stato spagnolo.

b. Commercio e fiere:

«La Generalitat detiene la competenza esclusiva in materia di commercio e fiere, compresa la regolamentazione delle attività fieristiche non internazionali e la pianificazione amministrativa delle attività commerciali.»[20]

Ciò indica che la Catalogna ha il diritto di svolgere le proprie attività commerciali secondo le proprie esigenze e i propri interessi. In pratica, quando questo diritto giuridico relativo all’entroterra di Barcellona si concretizza, diventa più facile aumentare il benessere della regione.

c. Istruzione:

«La definizione dei contenuti didattici del primo ciclo dell’istruzione infantile e la regolamentazione della struttura in cui tale ciclo viene impartito, nonché la definizione delle modalità di assunzione e delle qualifiche e specializzazioni del resto del personale.»[21]

Ciò dimostra che la Catalogna ha il diritto di definire le modalità di istruzione nel rispetto della propria cultura. Sebbene sia obbligatorio insegnare lo spagnolo nelle scuole, i catalani continuano a ricevere un’istruzione improntata alla cultura catalana. Ciò li rende non solo più integrati nella società spagnola, ma conferisce loro anche un senso di identità catalana distinta.

d. Sicurezza pubblica:

«In materia di sicurezza pubblica, la Generalitat, in conformità con la legislazione statale, è responsabile della pianificazione e della regolamentazione del sistema di sicurezza pubblica della Catalogna, nonché dell’organizzazione della polizia locale, della sicurezza pubblica e dell’ordine pubblico.»[22]

Ciò conferisce alla regione autonoma il diritto di tutelare il benessere dei propri cittadini. Poiché la popolazione della regione conosce meglio i propri problemi, garantire la sicurezza tenendo conto delle reali problematiche rafforza la regione stessa.

e. Partecipazione ai trattati dell’Unione Europea:

«La Generalitat sarà informata dal Governo dello Stato in merito alle iniziative di revisione dei trattati dell’Unione Europea e ai successivi processi di firma e ratifica. Il Governo della Generalitat e il Parlamento trasmetteranno al Governo dello Stato e alle Cortes Generales le osservazioni che riterranno pertinenti a tal fine.»[23]

Ciò indica che, sebbene la Catalogna non eserciti un’influenza diretta sull’Unione Europea (UE), il governo centrale di Madrid è comunque tenuto a informare la Catalogna sulle questioni relative alle relazioni tra l’UE e la Spagna. Tuttavia, questo punto dimostra ancora una volta come, di fatto, la Regione Autonoma della Catalogna all’interno della Spagna sia giuridicamente potente.

f. Trattati e convenzioni internazionali:

«Il Governo dello Stato informerà preventivamente la Generalitat in merito alla firma di trattati che abbiano un effetto diretto e specifico sulle competenze della Catalogna. La Generalitat e il Parlamento possono rivolgere al Governo le osservazioni che ritengono pertinenti a tali questioni» e «Nel caso di trattati che abbiano un effetto diretto e specifico sulla Catalogna, la Generalitat può richiedere al Governo di includere rappresentanti della Generalitat nella delegazione negoziale; la Generalitat può richiedere al Governo di firmare trattati internazionali in settori di sua competenza». [24]

Ciò evidenzia una questione di grande rilevanza: sebbene la Catalogna sia solo formalmente una regione autonoma della Spagna, essa dispone, di fatto, di un diritto effettivo di influenzare Madrid in merito alle decisioni spagnole che riguardano la Catalogna, e ha il diritto di contestare le decisioni dell’autorità centrale spagnola.

La Catalogna tra Madrid e Bruxelles

I conflitti tra la Catalogna e il governo centrale di Madrid figurano tra le numerose questioni in cui l’UE è direttamente coinvolta sin dal 1986, quando la Spagna divenne uno Stato membro della Comunità Europea (CE). Le questioni fondamentali nelle relazioni tra Barcellona e Madrid sono:

  1. Il conflitto tra la Catalogna e Madrid riguardava la questione fiscale. Ad eccezione delle regioni dei Paesi Baschi e della Navarra, tutte le province versano le proprie imposte al governo centrale spagnolo.[25] Il 33% delle imposte riscosse veniva restituito a tali province.[26] Tuttavia, la Catalogna chiedeva che le venisse restituito il 50% delle imposte riscosse. Se la restituzione del 50% fosse stata concessa solo alla Catalogna, non ci sarebbero stati problemi; tuttavia, il governo centrale temeva che, qualora anche le altre regioni autonome avessero preteso la restituzione dello stesso importo (il 50%) delle imposte da loro versate, il governo centrale spagnolo sarebbe andato in bancarotta. [27]
  2. Il secondo problema riguardava la «nazione catalana». Se la Catalogna fosse stata accettata come «nazione», così come riconosciuto dal Parlamento catalano, la Spagna temeva di dover affrontare le stesse richieste da parte di altre regioni autonome. Una delle richieste della Catalogna era quella di essere riconosciuta come nazione e, non essendo riconosciuta in quanto tale, godeva solo di privilegi; anche in questo caso sorse un conflitto tra Madrid e la Catalogna. I conflitti relativi alla tassazione regionale-amministrativa e al riconoscimento o meno come nazione sono diventati i problemi politici più critici tra Barcellona e Madrid proprio perché, se Madrid avesse riconosciuto la Catalogna come nazione, questa regione avrebbe acquisito una serie completa di diritti legali per proclamare l’indipendenza del proprio Stato (cosa che, di fatto, hanno già fatto il 27 ottobre 2017). [28]
  3. Un altro problema è la lingua. La lingua ufficiale della Spagna è lo spagnolo (di fatto, la lingua di Castiglia), ma ogni regione amministrativa è autorizzata a utilizzare la propria lingua, a condizione che non venga trascurato l’insegnamento dello spagnolo. Tuttavia, la Catalogna non garantisce le tre ore settimanali obbligatorie di lezioni di spagnolo nelle scuole e, di conseguenza, Madrid e la Catalogna si trovano nuovamente in contrasto, poiché il governo centrale teme che la Catalogna possa perdere completamente la propria identità come parte della Spagna. Ecco perché Madrid desidera che la lingua spagnola venga insegnata ufficialmente nelle scuole della Catalogna, ai fini di una corretta integrazione dei catalani nella società spagnola. D’altra parte, però, in Catalogna persiste un forte residuo di risentimento e sfiducia nei confronti di determinati aspetti, tra cui la questione linguistica, che simboleggiano le tendenze centralizzatrici e repressive del governo centrale spagnolo.

La Catalogna si trova ad affrontare il problema sia della globalizzazione che dell’adesione della Spagna all’UE nel processo di ricerca del riconoscimento internazionale della propria indipendenza autoproclamata. Come è del tutto evidente, nell’odierno ordine mondiale globalizzato, nessuno Stato o regione autonoma è in grado di sopravvivere senza intrattenere relazioni con altri Stati o organizzazioni internazionali. Tale problema si pone in relazione alla Catalogna e all’UE – un’organizzazione sovranazionale che non ha riconosciuto l’indipendenza catalana dichiarata nell’ottobre 2017 ma che, d’altra parte, è la stessa organizzazione sovranazionale in cui la maggioranza degli Stati membri ha riconosciuto l’indipendenza autodichiarata del Kosovo nel febbraio 2008. In questo caso, si applica chiaramente una politica di due pesi e due misure da parte dell’UE: Bruxelles, riguardo al caso catalano dell’indipendenza dichiarata, non ha voluto interferire nelle questioni interne della Spagna indipendente e sovrana, ma lo ha fatto direttamente, violando brutalmente la Costituzione della Serbia quando gli albanesi del Kosovo hanno proclamato la propria indipendenza dalla Serbia.

L’UE, in quanto struttura politica sovranazionale unica al mondo, non è disposta a condividere il proprio potere con un’entità non statale. La Catalogna, in quanto regione autonoma, non ha il diritto di influenzare la politica dell’UE come invece fa il governo centrale spagnolo. Ciò solleva il problema che, sebbene la Catalogna sia una regione potente, non è accettata come figura influente nell’UE, poiché non è uno Stato indipendente. Poiché la Catalogna è un’entità amministrativo-regionale appartenente alla Spagna, il governo centrale di Madrid non accetta che la Catalogna goda degli stessi diritti dell’amministrazione spagnola nei rapporti con l’UE.

La Catalogna tra indipendenza e Spagna

La possibilità di una proclamazione formale dell’indipendenza della Catalogna è diventata la questione più spinosa della «questione catalana» sia per Madrid che per Bruxelles. È emerso chiaramente nel corso di un lungo periodo, come poi si è verificato nella realtà nell’ottobre 2017, che, in caso di una dichiarazione d’indipendenza catalana, le autorità centrali spagnole non l’avrebbero riconosciuta; il problema, tuttavia, era come avrebbe reagito l’apparato burocratico centrale dell’UE (Consiglio e Commissione) al diritto catalano all’autodeterminazione nazionale, compresa l’indipendenza politica: lo stesso diritto che Bruxelles aveva riconosciuto, ad esempio, nei casi della dissoluzione dell’ex Jugoslavia e dell’URSS. Occorre ricordare che l’UE (all’epoca Comunità Europea) formulò nel 1991 quattro principi fondamentali riguardo alla questione della delimitazione tra le (6) repubbliche federali della Jugoslavia e le loro dichiarazioni unilaterali di indipendenza politica, formalmente fondate sul diritto all’autodeterminazione nazionale:

A. I confini statali (esterni) della Jugoslavia sono immutabili.

B. I confini interrepubblicani possono essere modificati solo mediante accordo collettivo delle repubbliche.

C. Fino al raggiungimento di tale accordo, i precedenti confini interrepubblicani sono tutelati dal diritto internazionale (il principio Uti possidetis iuris).

D. La modifica forzata di tali confini non produce alcun effetto giuridico.[29]

Ciononostante, la questione dei confini relativa al problema dell’indipendenza catalana non ha influito sulla «questione catalana» a Madrid o a Bruxelles in modo diverso rispetto al caso dello scioglimento dell’ex Jugoslavia. Tuttavia, la natura della reazione di Bruxelles a questi due casi è stata piuttosto diversa, poiché l’amministrazione dell’UE non ha adottato una politica di non ingerenza negli affari interni (spagnoli) nel caso della Jugoslavia (nel 1991‒1992). Inoltre, il riconoscimento da parte dell’UE della separazione anticostituzionale e unilaterale della Slovenia,

croata e bosniaco-erzegovese, anticostituzionali e unilaterali, ha sostanzialmente alimentato le guerre civili nei territori occidentali dell’ex Jugoslavia. Ciò che la Catalogna ha fatto nell’ottobre 2017 è stato, di fatto, identico a quanto compiuto dai separatisti jugoslavi nel 1991-1992 (Slovenia, Croazia, Bosnia-Erzegovina) e nel 2008 (Kosovo). Va sottolineato che la Spagna è uno dei cinque Stati membri dell’UE che non hanno riconosciuto l’indipendenza del Kosovo; come in quel caso, Madrid deve adottare lo stesso atteggiamento nei confronti di quella catalana. Per Madrid, entrambi questi casi sono illegali e incostituzionali. Tuttavia, poiché la Spagna è uno Stato membro dell’UE (dal 1986), il riconoscimento da parte dell’UE dell’indipendenza della Catalogna deteriorerà sicuramente in modo drammatico le relazioni tra l’UE e la Spagna, il che non andrebbe a vantaggio di Bruxelles. Inoltre, Bruxelles teme anche che, se la Catalogna diventasse indipendente, ciò incoraggerebbe altri movimenti nazionalisti all’interno dei paesi dell’UE (ad esempio, fiamminghi, scozzesi, corsi, baschi, della Lega Nord, sardi, ecc.), tanto che un simile processo potrebbe portare alla disgregazione dell’UE.

La Catalogna gode di numerosi privilegi all’interno della Spagna, che i catalani esercitano a beneficio della società catalana. Tuttavia, esiste, di fatto, una maggioranza di catalani che lotta per l’indipendenza politica. La questione è fondamentalmente se i catalani desiderino ottenere un’indipendenza politicamente riconosciuta oppure acquisire maggiori privilegi dal governo centrale di Madrid. Su questo tema, esiste un’enorme diversità all’interno della società catalana, che si divide tra coloro che sostengono l’indipendenza e coloro che si accontentano di ottenere maggiori privilegi. Il secondo gruppo presenta quattro argomenti fondamentali per non sostenere l’indipendenza, ma lottare invece per una maggiore autonomia:

1. È impossibile sopravvivere senza intrattenere relazioni politiche ed economiche con altre entità e senza essere riconosciuti dal resto del mondo. Se la Catalogna diventasse indipendente, la maggior parte degli Stati (in particolare i membri dell’UE e della NATO) non la riconoscerebbe per non compromettere le proprie relazioni positive e vantaggiose con la Spagna.

2. Molti catalani preferiscono maggiori privilegi all’indipendenza, poiché per ottenerla dovrebbero ricorrere alla forza, come ha fatto la nazione basca[30], il che potrebbe provocare una guerra civile simile a quella dell’ex Jugoslavia, con conseguenze imprevedibili. Si osserva infatti che, nel corso della loro storia, i catalani hanno sempre preferito risolvere i problemi con Madrid ricorrendo a metodi politici, non alla forza. Poiché storicamente hanno agito secondo le regole politiche, molti catalani nutrono dubbi sul fatto che la Catalogna possa avere successo qualora si ricorresse alla forza. In sostanza, molti catalani ritengono che ottenere maggiori privilegi sarebbe più vantaggioso per la Catalogna; al contrario, l’essere riconosciuti come Stato indipendente da alcuni paesi, specialmente se la Spagna dovesse introdurre un blocco economico della Catalogna come misura repressiva per contrastare la sua indipendenza.[31]

3. Il governo centrale spagnolo non intende riconoscere l’indipendenza dichiarata dalla Catalogna, il che evidenzia ancora una volta la «sindrome jugoslava»: nessuna indipendenza senza violenza.[32] Secondo il diritto internazionale e la Carta delle Nazioni Unite, se lo status quo viene modificato ricorrendo alla forza e, di conseguenza, si instaura una nuova situazione politica, nessuno Stato può riconoscere l’indipendenza di una nuova entità politica; in caso contrario, si tratta di una violazione del diritto internazionale e gli Stati che la commettono sono considerati trasgressori. Ciò significa, in pratica, che, per non diventare trasgressori, la maggioranza degli Stati non riconoscerebbe l’indipendenza catalana ottenuta con l’uso della forza. Questo costituisce un argomento a favore della scelta di rimanere in Spagna come regione autonoma e di continuare a lottare per il miglioramento della propria situazione.[33]

4. Da un lato, i catalani nutrono un forte senso di identità regionale-storica, ma allo stesso tempo molti di loro non vogliono perdere la propria identità e le proprie origini iberico-spagnole. Ciò che si auspica è la consapevolezza di appartenere a una comunità distinta che condivide lo stesso background storico e il desiderio politico di una regione autonoma. Ciò indica che molti catalani ammettono di avere una doppia identità e desiderano convivere con entrambe: quella spagnola e quella catalana. Il riconoscimento dell’identità spagnola comporta anche la richiesta, da parte del governo centrale, di servizi quali un’istruzione migliore, assistenza sanitaria, servizi di polizia e la disponibilità a condividere gli sviluppi economici e sociali, ecc.; poiché ritengono di avere un impatto significativo sugli affari interni della Spagna, i catalani premono per ottenere maggiori privilegi in questi ambiti.

Tuttavia, l’insieme dei privilegi concessi da Madrid alla regione autonoma della Catalogna è sufficiente a garantire l’appartenenza catalana alla Spagna. I catalani sono strettamente coinvolti nelle decisioni riguardanti la Catalogna in materia di giurisdizione, accordi internazionali, insegnamento della lingua catalana, tutela della cultura catalana e alcune importanti questioni internazionali. Pertanto, la domanda cruciale è: cosa desidera di più la Catalogna da Madrid, oltre all’indipendenza? Fondamentalmente, vi sono due requisiti fondamentali relativi al miglioramento dello status autonomo della Catalogna come compensazione per la sua indipendenza:

I. I catalani desiderano ricevere un rimborso maggiore dalle imposte versate a Madrid, rispetto alle altre regioni autonome. La realizzazione di questa richiesta sta, di fatto, portando alla cosiddetta «federazione asimmetrica» che, ad esempio, la Slovenia e la Croazia sostenevano nel 1990 nei loro rapporti con il resto della Jugoslavia. Tuttavia, la «federazione asimmetrica» è iniqua in quanto crea membri di prima e di seconda classe all’interno della federazione, ovvero coloro che sono più privilegiati e coloro che lo sono meno all’interno dello stesso sistema politico-economico. Ciononostante, fino all’aprile 2006, questa richiesta catalana non era stata soddisfatta, ma dopo lunghi negoziati tra Madrid e Barcellona, la Catalogna ottenne il diritto di ricevere il 50% delle imposte riscosse sul proprio territorio.[34] Nonostante il governo centrale spagnolo temesse che tutte le altre regioni autonome potessero avanzare la stessa richiesta, Madrid ha riconosciuto tale diritto alla Catalogna principalmente perché tale decisione era stata presa in conformità con la Costituzione spagnola e data la posizione privilegiata della Catalogna, alla quale le altre regioni autonome non potevano opporsi. Indubbiamente, questo progresso è stato molto vantaggioso per il bene della Catalogna, ma poiché i catalani avevano ulteriori richieste, è apparso chiaro che non fosse sufficiente a soddisfare tutti i loro desideri.

II. I catalani desideravano essere riconosciuti come nazione. Analogamente alla restituzione del 50% delle imposte riscosse, nel corso delle stesse trattative anche questa richiesta è stata infatti accolta. Ciò ha dato ai catalani la sensazione che la Generalitat si stia rafforzando e che la Catalogna stia al contempo acquisendo le caratteristiche di uno Stato nello Stato. Come nel caso del privilegio fiscale, anche il riconoscimento dei catalani come nazione è stato sancito dalla Costituzione spagnola, per cui non vi sono state molte obiezioni da parte delle altre regioni autonome, poiché tutto è avvenuto nel rispetto del quadro costituzionale. In sostanza, solo perché le altre regioni autonome spagnole non sono potenti quanto la Catalogna, esse non protestano né rivendicano gli stessi privilegi di cui gode la Catalogna. Sebbene i catalani abbiano ottenuto i risultati più importanti che desideravano, non sono ancora pienamente soddisfatti poiché ritengono che Madrid avrebbe potuto fare di più per la Catalogna dopo le trattative del 2006; e questo, di fatto, costituisce l’infinito gioco politico tra Madrid e Barcellona (con il ricatto catalano nei confronti della Spagna). I catalani, in realtà, desiderano disporre di un potere politico pari a quello di Madrid e, in tal modo, trasformare la Spagna in uno Stato duale simile all’Austria-Ungheria dal 1867, secondo l’Ausgleich.[35] Se questa richiesta venisse soddisfatta, non in teoria ma nella pratica, la Catalogna diventerebbe un’entità politica indipendente. Tuttavia, si tratta di una «linea rossa» che Madrid non può accettare a nessun prezzo; d’altra parte, se la Spagna riconoscesse la Catalogna e i catalani come una nazione, ciò significherebbe che, in teoria, tale gruppo etnico avrebbe il diritto di vivere nel proprio Stato indipendente.

Conclusioni

La Catalogna, con l’entroterra di Barcellona, è una regione economica di grande importanza per la Spagna, dalla quale Madrid non può separarsi facilmente poiché essa apporta un ingente gettito fiscale al centro. Gli stessi catalani nutrono un forte senso di identità sia catalana che spagnola, a cui si aggiunge un’esperienza storica positiva nel rapportarsi con l’autorità centrale di Madrid. Pertanto, dal 1978, la Catalogna gode di un ampio grado di autonomia amministrativa, essendo considerata da molti esperti come uno Stato nello Stato.

Sebbene la Catalogna avesse il diritto di esprimersi sulle questioni che la riguardavano, essa pretesse di più. A prima vista, Madrid non soddisfò le richieste della Catalogna, per cui sorsero tensioni tra le due parti. Un altro problema si verificò tra i catalani e l’UE, poiché quest’ultima non ha mai condiviso il proprio potere centralizzato con le regioni autonome, nonostante i catalani disponessero di notevoli risorse economiche. Tuttavia, la ragione principale alla base della rigida politica filo-madrilena adottata da Bruxelles è che l’UE non intende compromettere le buone relazioni con la Spagna – un paese che riveste un’importanza ben maggiore sia per l’UE che per la NATO rispetto a una Catalogna indipendente.

Dopo un lungo periodo di scontri tra Madrid e Bruxelles, una parte significativa della società catalana ha compreso che disporre di maggiori privilegi può rivelarsi più vantaggioso rispetto all’ottenimento dell’indipendenza politica formale. Pertanto, hanno convinto Madrid a concedere maggiori privilegi in alcuni aspetti importanti della vita nazionale; tuttavia, la Catalogna chiede ancora di più, poiché Barcellona desidera essere potente quanto Madrid. Poiché i catalani vengono riconosciuti come nazione e ricevono il 50% delle imposte, le altre regioni autonome non ne sono soddisfatte; tuttavia, poiché tutte le decisioni relative ai privilegi catalani tra Madrid e Barcellona sono giustificate dalla Costituzione, le altre regioni autonome, finora, mantengono il silenzio. Tuttavia, nell’affrontare la «questione catalana» all’interno della Spagna – che si preannuncia come un gioco politico senza fine – il governo centrale di Madrid dovrebbe agire con cautela per non incorrere in gravi problemi interni al Paese nei rapporti con le altre regioni autonome. Infine, come dimostra chiaramente il caso del 2017, la Catalogna potrà ottenere l’indipendenza solo se una o più grandi potenze mondiali sosterranno direttamente il secessionismo catalano.

Infine, almeno dal punto di vista di Madrid, per risolvere la «questione catalana», probabilmente la soluzione ottimale sarebbe che i territori storici della Castiglia proclamassero la propria indipendenza politica dalla Catalogna – la Castiglia, del resto, fu uno dei due Stati indipendenti (regni) fondatori della Spagna nel 1479.

Dott. Vladislav B. Sotirović

Ex professore universitario (Vilnius, Lituania)

Ricercatore presso il Centro di studi geostrategici (Belgrado, Serbia)

Ricercatore associato del Centro di ricerca sulla globalizzazione (Montreal, Canada)

sotirovic1967@gmail.com

© Vladislav B. Sotirović 2026

Note finali:

[1] Sui baschi, si veda [Roger Collins, The Basques, Hoboken, seconda edizione, New Jersey: Blackwell Pub, 1990; R. L. Trask, The History of Basque, New York: Routledge, 1997; Mark Kurlansky, The Basque History of the World, New York: Penguin Books, 1999; M. Bryce Ternet, A Basque Story, seconda edizione, Scotts Valley, California: CreateSpace Independent Publishing Platform, 2009].

[2] Daniele Conversi, The Basques, the Catalans and Spain, Las Vegas: University of Nevada Press, 2000, pp. 214–215.

[3] Per quanto riguarda i concetti o i modelli di identità etnonazionale, si veda in [Montserrat Guibernau, John Rex (a cura di), The Ethnicity Reader: Nationalism, Multiculturalism and Migration, Cambridge, Regno Unito: Polity Press, 1997].

[4] Daniele Conversi, I baschi, i catalani e la Spagna, Las Vegas: University of Nevada Press, 2000, 215.

[5] Pujol J., Construir Catalunya, Barcellona: Pórtic, 1980, 22, 35−36. Si confronti con: «Se non sapete parlare gallese, portate con voi ogni giorno il marchio dell’inglese. Questa è la sgradevole verità» [The Guardian, 12 novembre 1990, 1].

[6] Juan Lalaguna, A Traveller’s History of Spain, quinta edizione, Londra: Phoenix, 2003, 164.

[7] Tra gli storici è in corso una controversia su quale anno debba essere considerato l’anno ufficiale della fondazione del Regno di Spagna: il 1469 o il 1479. I sostenitori della prima opzione prendono in considerazione l’anno del matrimonio tra Isabella e Ferdinando (1469) [Dragoljub R. Živojinović, Uspon Evrope 1450−1789, Novi Sad: Matica srpska, 1985, 93], mentre gli altri prendono in considerazione l’anno in cui l’ultimo dei due (Fernando) salì al trono (1479) [Dr Alan Isaacs et al. (a cura di), A Dictionary of World History, ristampa corretta, New York: Oxford University Press, 2001, 590].

[8] Dragoljub R. Živojinović, L’ascesa dell’Europa 1450–1789, Novi Sad: Matica srpska, 1985, 93.

[9] Josef Engel (a cura di), Grande Atlante storico mondiale. Seconda parte. Medioevo, Monaco di Baviera: Bayerischer Schulbuch-Verlag, 1979, 78–79.

[10] La lingua parlata oggi in Sardegna è una miscela di catalano e italiano. Tuttavia, gli italiani della penisola non riescono a comprendere la lingua sarda. Per quanto riguarda la storia della Sardegna, si veda in [Luciano Gallinari (a cura di), La Sardegna dal Medioevo alla contemporaneità, Berna: Peter Lang, 2018].

[11]

Flocel Sabaté (a cura di), La Corona d’Aragona: un impero mediterraneo singolare, Leida: BRILL, 2017.

[12] Ad esempio, la Cattedrale, la Chiesa di Santa María del Mar, il Consell de Cent, la Llotja, il Palazzo della Generalitat, le Reales Atarazanas, ecc.

[13] Il nome «Spagna» deriva dal nome della provincia romana di Hispania.

[14] Anita Inder Singh, Democracy, Ethnic Diversity and Security in Post-Communist Europe, New York: Praeger Publishers, 2001, 42.

[15] Juan Lalaguna, A Traveller’s History of Spain, quinta edizione, Londra: Phoenix, 2003, 224−227.

[16] Andrew Heywood, Global Politics, New York: Palgrave Macmillan, 2011, 112.

[17] Per quanto riguarda il caso del Kosovo, si veda in [Hannes Hofbauer, Experiment Kosovo: Die Rückkehr des Kolonialismus, Vienna: Promedia Druck- und Verlagsges. m.b.h., 2008; Pierre Pean, Sébastien Fontenelle, Kosovo: Une Guerre „Juste“ pour Créer un Etat Mafieux, Librairie Arthème Fayard, 2013].

[18] Scott L. Greer, Nationalism and Self-Government: the politics of Autonomy in Scotland and Catalonia, New York: State University of New York, 2008, 107.

[19]Generalitat. Articolo 95 [http://www.gencat.cat/generalitat/eng/estatut/titol_3.htm#a95].

[20]Generalitat. Articolo 121 [http://www.gencat.cat/generalitat/eng/estatut/titol_4.htm#a121].

[21] Generalitat. Articolo 131 [http://www.gencat.cat/generalitat/eng/estatut/titol_4.htm#a131].

[22]Generalitat. Articolo 164 [http://www.gencat.cat/generalitat/eng/estatut/titol_4.htm#a164].

[23]Generalitat. Articolo 185 [http://www.gencat.cat/generalitat/eng/estatut/titol_5.htm#a185].

[24]Generalitat. Articolo 196 [http://www.gencat.cat/generalitat/eng/estatut/titol_5.htm#a196].

[25] La Spagna sta crollando, Milliyet.com.tr [http://www.milliyet.com.tr/2006/02/21/dunya/adun.html].

[26] Ibid.

[27]Ibid.

[28] Ai catalani, tuttavia, sono state riconosciute tutte le caratteristiche necessarie di una nazione: lingua comune, storia, territorio, religione [Richard W. Mansbach, Kirsten L. Taylor, Introduction to Global Politics, seconda edizione, Londra−New York: Routledge Taylor & Francis Group, 2012, 434].

[29] Su questo tema, si veda in [Vladislav B. Sotirović, «Emigrazione, rifugiati e pulizia etnica in Jugoslavia 1991–2001 nel contesto della trasformazione dei confini etnografici in confini nazionali-statali», Dalia Kuizinienė (a cura di) Inizi e fini dell’emigrazione:

Vita senza confini nel mondo contemporaneo, una raccolta di saggi accademici pubblicata dall’Università Vytautas Magnus e dall’Istituto lituano per l’emigrazione, Kaunas: Versus Aureus, 2005, 85–108].

[30] Akın Özçer, Çoğul İspanya, Ankara: İmge Kitabevi Yayınları, 2006, 71–75.

[31] La questione economica dell’indipendenza sta inoltre assumendo un ruolo cruciale nel caso di quegli scozzesi che non sostengono l’indipendenza politica della Scozia dal Regno Unito.

[32] Questa sindrome si è manifestata in modo particolarmente evidente nel caso della guerra del Kosovo del 1998–1999, quando l’Esercito di Liberazione del Kosovo, un’organizzazione terroristica albanese, fece di tutto per spingere le forze di sicurezza serbe ad accettare la violenza come parte del gioco [Dott. Radoslav Đ. Gaćinović, Насиље у Југославији, Belgrado: Euro, 2002, 289–305]. Il resto della vicenda era nelle mani dei mass media corporativi occidentali e della diplomazia gangsteristica degli Stati Uniti e dell’Unione Europea.

[33] Tuttavia, se tale argomentazione dovesse prevalere in quelle repubbliche separatiste jugoslave e nella provincia del Kosovo, la Jugoslavia non verrebbe mai distrutta.

[34]La nazione catalana è stata riconosciuta, Evrensel.net [http://www.evrensel.net/06/04/01/dunya.html].

[35] Sul compromesso austro-ungarico (Ausgleich) del 1867, si veda [Robert A. Kann, A History of the Habsburg Empire 1526−1918, seconda edizione corretta, Barkley−Los Angeles−Londra: 1977].

The “Catalonian Question”

The Catalan identity and Catalonia

Catalans are the people who live in the territories of Spain in the autonomous-historical region called Catalonia. Their significance for Spanish inner politics can be understood best if we know that Catalonia (Catalunya) has been, since 1975, the most politically and economically powerful autonomous self-governing region in the Kingdom of Spain – during the last 25 years, basically, a kind of “a state within the state”. As a matter of fact, Catalans are the most integrated ethnohistorical group in Spain together with Basques.[1]

What makes Catalans so interlinked could be understood if we know how Catalans historically understand the concept of group identity. First of all, they identify a Catalan as “a Catalan is whoever lives and works in Catalonia”, and“a Catalan is whoever speaks Catalan.” [2] These explanations indicate that both hereditary and by converting everybody could be a Catalan; practically means that a Catalan ethnonational identity is founded on both political (French) and linguistic-cultural (German) concepts or models.[3] In short, according to the French model, ethnonation is made by all people who want to live together in a single (national) political entity (autonomous region, province or state), while, according to the German concept, persons speaking the same language, adhering to the same religion, or with the same history and culture are the people in an ethnonational sense. However, it is obvious in the Catalan case that a common culture and especially the language are creating the fundamental framework of ethnonational identity: “Nobody will be a Catalan until he speaks like us until he makes our needs his own[4].” This indicates that a struggle is needed to get a Catalan identity, and it is believed that the people will hardly give up their already achieved identities after that effort.

It is seen that the language is the hallmark of integration in Catalonia but not the only one. People who convert to Catalan participate in a popular culture of Catalans too. This means not only the linguistic but also the traditions and habits of Catalans are imposed on the newcomers who, all together, have a sacred task of Catalan nationalism expressed as:

“Nationalism is the will to have a particular way of being and the possibility to build up one’s own country”… “Our [Catalan] identity as a country, our will to be, and our perspectives for the future depend on the preservation of our language”… “It is the task of all those who live in Catalonia to preserve its personality and strengthen its language and culture”.[5]

All the factors creating a common ethnonational identity mentioned above show that the consciousness of Catalan identity is taught to all newcomers and exercised by both old and new citizens in order to make Catalonia as strong as a political unity and Catalans as strong as an ethnonational society. In essence, cultural nationalism, as a form of nationalism that places primary emphasis on the regeneration of the nation as a distinctive civilisation rather than on self-determination, is becoming a fundamental cement of Catalan group identity. Cultural nationalism is, however, usually backed by ethnic but not civic nationalism. Ethnic nationalism emphasises the organic and ethnic unity of the nation, while civic nationalism allows respect for ethnic and cultural diversity that does not challenge core civic values. In other words, Catalan ethnonational identity is based on ethnic or ethnocultural nationalism, which naturally struggles for the realisation of its basic political principle – national self-determination or the principle that the ethnonation has to be a sovereign political entity. National self-determination, therefore, implies the idea of national independence what means the creation of an independent national state. In practice, such a principle and politics based on it brought Catalonia to direct political conflict with the central authorities in Madrid and with the rest of Spain – a country which was never properly united since its foundation in 1479.  

A factor of history

As a matter of historical fact, the Catalan region always struggled with the central government of Spain for several reasons; among them, the most important are:

  1. Catalonia was economically the most developed and industrialised region of Spain, having at the same time significant economic resources but feeling to be financially exploited by Madrid. The Catalan industrial, financial, and commercial élites identified the landowning and financial interests from Castilla and Madrid as responsible for all the ills of Spain, and from time to time the attempts to tax the profits of neutrality were resisted by Catalan industrialists as Madrid’s attack on their liberties.[6]
  2. Catalans developed the highest degree of the spirit of ethnonational unity in Spain and, therefore, they always understood themselves to be spiritually superior in comparison to all other administrative-historical regions of Spain.
  3. Catalonia, in fact, together with Castilla, is a founder of the state of Spain in 1479 (under the historical name of Aragón), giving to the Kingdom of Spain the king and subsequently Catalan regional autonomy; together with Catalan ethnic nationalism are seen as measures to preserve the historical identity of the region.    

We never have to forget that modern Catalonia is, in fact, a legal successor of the historical Kingdom of Aragón – a state founder, together with the Kingdom of Castilla, of the Kingdom of Spain within the legal framework of the union of Castilla and Aragón in 1479. It practically means that Catalonia included its own state-historical independence in Spain by the political marriage of the Roman Catholic monarchs, Isabel I of Castilla and Fernando II of Aragón, in 1469. Isabel I succeeded to her crown in 1474, while Fernando II did the same with his crown in 1479.[7] Nevertheless, Aragón brought to the new state, together with its mainland territory in the Iberian Peninsula, the Balearic Islands, the islands of Sardinia and Sicily, and South Italy (the Kingdom of Naples).[8] At that time, the Kingdom of Aragón was much bigger than present-day Catalonia, which was an autonomous duchy of Aragón together with the autonomous Kingdom of Valencia.[9] The Kingdom of Aragón was a federation of autonomous principalities. The titular head of the Aragonese feudal federation ruled the various member-states separately, and in each case, there was an individual contractual relationship between monarch and vassals, institutionalised by a representative chamber, Cortes, which the Catalan representatives first assembled in 1218, the Aragonese in 1247, and the Valencians in 1283. The Catalan „empire“ started to be formed when the territorial expansion southwards reached the boundaries agreed with the Kingdom of Castilla and, as a consequence, Catalonia turned her attention to territorial expansion to the Mediterranean Sea. Catalonia established a permanent presence in North Africa and intervened in the political affairs of the states on the Apennine Peninsula (later Italy). Sardinia became the first Italian victim of the Catalan expansionism, followed by Sicily and South Italy.[10] Catalan consulates were opened up from the Levant to Flanders, and two Byzantine duchies of Athens and Neopatras were incorporated into the Aragonese federation.[11] Two Catalan provinces – Cerdenya and Roussillon existed north of the Pyrenees, today in France.

With the creation of the Aragonese maritime empire, Catalan industrial exports grew tremendously in return for slaves and spices from the east. The Catalan language became the lingua franca of the Mediterranean Sea basin concerning trade, followed by Catalan trading customs becoming the first set of rules of maritime law that was finally codified as Libre del Consolat de Mar. In the mid-14th century, the golden age of Catalan mercantile and maritime expansion reached its peak, with clear, spectacular evidence of such power and economic prosperity visible in Barcelona,[12] which was the political and economic centre of the Aragonese maritime empire until the unification with Castilla into Spain, when Madrid became the epicentre of the Spanish overseas empire.    

The historical dispute between Castilla and Aragón/Catalonia over political leadership of Spain and its overseas colonies in America (since 1492) basically broke out in 1504 when Queen Isabel of Castilla died. Aragón’s representative, King Fernando, claimed that his original crown land now had to have leadership of Spain, while the aristocracy of Castilla argued that according to the political marriage in 1469 between Castilla and Aragón, the first had to be the leader, as:

  1. Castilla was three times larger than the combined kingdoms of Aragón, Valencia and Mallorca and the Principality of Catalonia.
  2. Castilla was more heavily populated, with five million inhabitants (and taxpayers) against under a million in Aragón.
  3. Castilla was much richer in taxable wealth and disposable income.
  4. Castilla was more dynamic and expansionist, having in her hands an American colonial empire.

What was keeping Spain together since 1469 was rather the Roman Catholic Church than a common ethnic origin, which in reality never existed.[13] The fragility of Spanish common identity, followed by regional-historical separatism, was in full evidence during the Spanish Civil War of 1936−1939 when the presence of the Republican government in Barcelona from the end of 1937 caused endless friction between the centralist authority and the proponents of Catalan autonomy or even secession. While many Republicans looked upon Catalonia as a state within the state, not fully contributing to the war effort against the forces of General Franco, the Catalans felt that the central government was constantly seeking to erode their autonomy and even regional-historical identity. When Barcelona fell on January 25th, 1939, the war was nearly over – Madrid capitulated on March 28th. Spain entered the time of Roman Catholic supremacy in all spheres of life under the open dictatorship of Caudillo de España.      

In March 1939, General Francisco Franco came to the head of Spain, and he was the main political figure of the country until he died in 1975.[14] The problem of Catalonia was left to be solved, and the leading political forces of Spain were aware that Catalans were the only organised ethnic group in the country, even under Franco’s dictatorship, with Franco being very affluent in the sense of economy. The first serious strikes in Franco’s Spain occurred in Barcelona in March 1951, followed by the rest of Catalonia and some other regions. Spain did not want to lose a region which was so mobilised and rich and, therefore, the central government in Madrid had to do something special for Catalans in order not to lose them. Before General Franco’s dictatorship, Catalonia had a set of autonomous regional privileges,but with the rule of Franco, Catalans lost their autonomous status as the whole country was heavily centralised, and Catalans felt themselves to be the main losers of Franco’s military-ecclesiastic regime. Nevertheless, severe cultural and political repression in Catalonia did not destroy Catalan separate ethnonational and regional-historical identity or desire for separate status and administrative autonomy. The Catalan Church continued to foster Catalan cultural studies and set itself up as a Catalanist focus. Having Catalan example, in 1966 the Basque provinces started as well to reclaim their regional rights, which the Basques had shortly enjoyed during the Civil War.

Catalonia’s autonomy

Catalonia regained its autonomous status in 1978, three years after Franco’s death. Despite the conditional support in Northern Spain, the constitutional charter approved in the plenary session of Congress and Senate on October 31st, 1978, ratified by the nation on December 6th and sanctioned by the King on December 27th, provided a framework of guarantees to ensure democratic coexistence within the Constitution and the laws of the country. The most novel aspect of the 1978 Constitution was the reorganisation of the Spanish administrative territory into 17 (+2) autonomous communities[15] as a semi-federal state.

A formal and legal regional autonomy of Catalonia is guaranteed by a new democratic post-Franco 1978 Constitution of Spain. This practically meant that, for the first time in Spanish history, the Catalans and Catalonia received significant ethno-regional autonomy and sovereignty, with a high degree of political and administrative rights to be exercised; in fact, Catalonia became, according to the 1933 Montevideo Convention on the Rights and Duties of the State, a state within the state (of Spain). According to Article 1 of this Convention, the state has four features:

  1. A defined territory.
  2. A permanent population.
  3. An effective government.
  4. The capacity to enter into relations with other states.[16]

What has to be mentioned is the fact that according to this view, the political existence of the state is not dependent on its formal recognition as “independent” by other states. It means further that, according to Article 3,  the state, even without its formal recognition, has the right to defend its integrity and sovereignty, to provide for its conservation and prosperity, and consequently to organise itself as it sees fit. Nevertheless, the main feature of the concept of the state is sovereignty – the principle of supreme and unquestionable authority, reflected in the claim by the political unity to be the sole author of laws within its territory. What was most important the Catalans, within the constitutional framework of their sovereign autonomy, had the right to decide whether or not to accept the decisions of the central government in Madrid concerning Catalonia in the senses of economy, justice and social security, what means they had a legal power to exercise their political-regional sovereignty in competition with the central government of Spain. In short, such a kind of state within the state in the federal system of political unity is historically very rare, and this Catalan case can be in this sense compared, for instance, with the case of Kosovo’s Albanian sovereignty in the Socialist Federal Republic of Yugoslavia from 1974 to 1989, with the common conclusion: de facto political-regional independence is at an end and leads to the requirement of its formal international recognition as an independent state.[17]     

Amid celebration in Catalonia’s capital, Barcelona, pre-autonomy status for this region was recognised with the re-establishment of the Generalitat. The ethno-regional sovereign privileges of Catalonia in the senses of politics and economy according to the Generalitat were:

  1. Juridical Regime:TheGeneralitat, as the Constitution of Catalonia[18] mentions that:

“The High Court of Justice of Catalonia is the supreme jurisdictional body of the legal system in Catalonia, and it is competent, under the terms established by the corresponding organic law, to hear the appeals and cases of the different jurisdictional areas, and to protect the rights recognised in this Estatut. In all cases, the High Court of Justice of Catalonia is competent in the areas of civil, penal, contentious-administrative and social law and other areas of law which may be created in the future.”[19]

This guarantees the equal treatment of all citizens and decreases the level of conflicts derived from the lack of a central administration. Also, it gives confidence to Catalonia that it has the right to implement juridical processes about the issues of the Catalan region. Nevertheless, having a separate juridical regime makes Catalans stronger within the state of Spain.

  • Trade and Trade Fairs:

“The Generalitat has exclusive power in matters of trade and trade fairs, including the regulation of non-international trade fair activities and the administrative planning of trading activities.”[20]

This indicates that Catalonia has the right to implement its own trade activities according to its own wishes and benefits. In practice, when this legal right concerning the hinterland of Barcelona comes together, it gets easier to increase the welfare of the region.

  • Education:

“Determination of the educational content of the first cycle of infant education and the regulation of the centre in which this cycle is taught, and also the definition of the staffing arrangements and the qualifications and specialisations of the other staff.”[21]

This shows that Catalonia has the right to exercise the manner of education with regard to its own culture. Although it is obligatory to teach Spanish lessons in schools, Catalans are still being educated in Catalan culture. This also makes them both more integrated into Spanish society and gives a sense of a separate Catalan identity. 

  • Public Security:

“In matters of public security, the Generalitat, in accordance with State legislation, is responsible for planning and regulating the public security system for Catalonia and organisation of the local police and public safety and public order.”[22]

This gives the autonomous region the right to protect the welfare of its citizens. Due to the fact that the people of the region know their own problems better, providing security while being aware of the real problems makes the region stronger.

  • Participation in the Treaties of the European Union:

“The Generalitat shall be informed by the State Government of initiatives for review of European Union treaties and of subsequent signing and ratification processes. The Government of the Generalitat and Parliament shall address, to the State Government and to the Cortes Generales, the observations that it deems pertinent to this effect.”[23]

This indicates that although Catalonia does not have a direct influence on the European Union (the EU), the central government in Madrid still has to inform Catalonia about the issues of EU-Spanish relations. Nevertheless, this point again shows how, in fact, the Autonomous Region of Catalonia within Spain is legally powerful.

  •   International Treaties and Conventions:

“The Government of the State shall inform the Generalitat in advance of the signing of treaties which have a direct and singular effect on the powers of Catalonia. The Generalitat and Parliament may address the observations that they consider relevant to these matters to the Government.” and “In the case of treaties which have a direct and singular effect on Catalonia, the Generalitat may request that the Government include representatives of the Generalitat in the negotiating delegation; the Generalitat may request that the Government sign international treaties in areas within its jurisdiction.”[24]

This indicates a very important issue: although Catalonia is just formally an autonomous region of Spain, it has, in fact, a real right to influence Madrid about Spanish decisions in regard to Catalonia, and it has the right to challenge the decisions by the central Spanish authority.  

Catalonia between Madrid and Brussels

The conflicts between Catalonia and the central government in Madrid are among the multiple issues in which the EU is directly involved since 1986, when Spain became a member-state of the European Community (the EC). The fundamental issues in the relations between Barcelona and Madrid are:

  1. The conflict between Catalonia and Madrid was about taxing issue. Except for the Basque and Navarre regions, all the provinces pay their taxes to the central government of Spain.[25] 33% of the collected taxed was paid back to those provinces.[26] However, Catalonia demanded that 50% of the collected tax be paid back. Nevertheless, if only Catalonia were paid back 50%, there would be no problems, but the central government feared that if the other autonomous regions also demanded the same amount (50%) to be paid back of the taxes by them, then the central government of Spain would go bankrupt.[27]
  1. The second problem was about the “Catalan nation.” If Catalonia is accepted as “Catalonia is a nation”, as it is accepted in the Catalan Parliament, Spain feared facing the same demands from other autonomous regions. One of Catalonia’s demands was to be recognised as a nation, and because they were not recognized so, they only had privileges; there again arose a conflict between Madrid and Catalonia. The conflicts about regional-administrative taxing and being recognised or not as a nation became the most critical political problems between Barcelona and Madrid for the very reason that if Madrid would recognise Catalonia as a nation, then this region would acquire a full legal set of rights to proclaim its state’s independence (what they already did, in fact, on October 27th, 2017).[28] 
  1. Another problem is the language. The official language of Spain is Spanish (in fact, the language of Castilla), but every administrative region is allowed to speak its own language unless Spanish is not being taught. However, Catalonia does not implement the necessary 3 hours per week of Spanish language lessons at schools and, therefore, Madrid and Catalonia again have a clash because the central government fears that Catalonia can totally lose its identity as part of Spain. That is why Madrid wants the Spanish language to be taught in schools in Catalonia officially for proper Catalan integration into Spanish society. However, Catalonia, on the other hand, has a large residue of resentment and mistrust over certain features, including the language issue, symbolising the centralising and repressive tendencies of the Spanish central government.

Catalonia is faced with the problem of both globalisation and Spain’s membership in the EU in the process of seeking the international recognition of its self-proclaimed independence. As it is quite clear, in today’s globalised world order, no state or autonomous region is able to survive without relations with other states or international organisations. Such a problem exists concerning the relation of Catalonia and the EU – a supranational organisation, which did not recognise Catalan independence declared in October 2017 but, on the other hand, the same supranational organisation which the majority of member-states recognised the self-declared independence of Kosovo in February 2008. Here, a double-standard policy of the EU is clearly applied: Brussels, concerning the Catalan case of declared independence, did not want to interfere in the internal matter of the independent and sovereign Spain but did so directly by brutally violating Serbia’s Constitution when Kosovo Albanians proclaimed their independence from Serbia.     

The EU, as the most unique supranational political structure in the world, is not willing to share its power with a non-state entity. Catalonia, under the autonomous region conditions, does not have the right to influence the EU’s politics as the central government of Spain does. This raises the problem that, although Catalonia is a powerful region, it is not accepted as an influential figure in the EU, as it is not an independent state. Due to the fact that Catalonia is a regional-administrative entity which belongs to Spain, the central government in Madrid does not accept Catalonia having the same rights as the Spanish administration in dealing with the EU.

Catalonia between independence and Spain

The possibility of a proclamation of Catalonia’s formal independence became the most problematic issue of the “Catalonian Question” either for Madrid or for Brussels. It became clear over a long period of time, as happened in reality in October 2017, that, in the case of a Catalan declaration of independence, central Spanish authorities would not recognise it, but the problem was how the EU central bureaucratic apparatus (Council and Commission) would react to the Catalan right to national self-determination, including political independence: the same right which Brussels recognised in the cases of dissolutions of ex-Yugoslavia and the USSR, for instance. We have to remember that the EU (at that time the European Community) formulated in 1991 four basic principles regarding the question of delimitation between Yugoslavia’s (6) federal republics and their unilateral declarations of political independence formally based on the right to national self-determination:

  1. Yugoslavia’s state (external) borders are unchangeable.
  2. Inter-republican borders can be changed only by collective agreement of the republics.
  3. Until the time when such agreement is reached, the former inter-republican borders are protected by international law (the principle Uti possidetis iuris).
  4. Forcible change of such borders does not produce a legal effect.[29]

Nevertheless, the border issue of the Catalan independence problem did not affect the “Catalonian Question” in Madrid or Brussels differently in comparison with the case of the dissolution of ex-Yugoslavia. However, the nature of Brussels reaction to those two cases was quite different, as the EU’s administration did not imply a policy of noninterference in the inner (Spanish) affairs in the case of Yugoslavia (in 1991‒1992). Moreover, the EU’s recognition of Slovenian, Croatian and Bosnian-Herzegovinian anti-constitutional and unilateral separation basically fueled the civil wars in the western territories of ex-Yugoslavia. What Catalonia did in October 2017 was, in fact, the same as what Yugoslav separatists did in 1991−1992 (Slovenia, Croatia, Bosnia-Herzegovina) and in 2008 (Kosovo). It has to be noted that Spain is one of the 5 EU’s member-state which did not recognise Kosovo’s independence; as in this case, Madrid has to do the same with Catalonian one. For Madrid, both of these two cases are illegal and unconstitutional. However, as Spain is an EU member state (since 1986), the EU’s recognition of the independence of Catalonia will surely dramatically deteriorate the relations between the EU and Spain that would not go to the benefits of Brussels. In addition, Brussels also fears that if Catalonia becomes independent, this would encourage other nationalistic movements within the EU’s countries (for example, Flemish, Scottish, Corsican, Basque, Lega Nord, Sardinian, etc.) so that such a process can disintegrate the EU.  

Catalonia has many privileges within Spain which the Catalans exercise for the good of a Catalan society. However, there are, in fact, a majority of Catalans who struggle for political independence. The question is basically whether Catalans want to have politically recognised independence or to obtain more privileges from the central government in Madrid. Concerning this issue, there is a huge diversity inside Catalan society, which is divided between those who support independence and those who are satisfied with getting more privileges. The second group has four crucial arguments not to support independence but instead to struggle for higher autonomy:

  1. It is impossible to survive without having political and economic relations with other entities and without being recognised by the rest of the world. If Catalonia becomes independent, most of the states (especially the EU’s and NATO’s members) will not recognise it in order not to deteriorate their good and beneficial relations with Spain.
  2. Many Catalans prefer more privileges instead of independence, as in order to get independence Catalans have to use force like the Basque nation[30] what can provoke a civil war like in ex-Yugoslavia with unpredictable consequences. It is seen that in the history of Catalans, they prefer solving problems with Madrid by using political methods, not by force. As historically they have acted according to the political rules, many Catalans are suspicious about whether Catalonia will be successful if force is going to be used. In essence, it is seen by many Catalans that more privileges are going to be more beneficial for Catalonia; in contrast, becoming recognised as an independent by some countries, especially if Spain were to introduce an economic blockade of Catalonia as a repressive measure to beat its independence.[31]
  3. The central government of Spain does not want to recognise the declared independence of Catalonia what again indicates the “Yugoslav syndrome” – no independence without violence.[32] According to international law and the United Nations’ Charter, if the existing status is changed by using force and, as a consequence, a new political situation is established, no state can recognise the independence of a new political unity; otherwise, it is a violation of international law, and the states which violate it are considered as transgressors. It practically means that, in order not to be a transgressor, a majority of states would not recognise Catalan independence based on the use of force. This is an argument for the option to stay in Spain as an autonomous region and to continue to struggle for its improvement.[33]
  4. On the one hand, Catalans have a strong sense of regional-historical identity, but at the same time, many Catalans do not want to lose their Iberian-Spanish identity and origin. The consciousness of belonging to a distinct community sharing the same historical background and the political desire for an autonomous region are what are desired. This indicates that many Catalans admit having a double identity and have a desire to live with both of them: Spanish and Catalan. Admitting a Spanish identity also brings the demand for services like better education, healthcare, police services, and willingness to share economic and social developments, etc., from the central government, and because they believe that they have a significant impact on Spain’s domestic affairs, Catalans are pressing for more privileges in these areas.

However, the set of privileges which are given by Madrid to Catalonia’s autonomous region is sufficient to implement the Catalan affiliation to Spain. Catalans are very closely involved in decisions about Catalonia in terms of judgment, international agreements, teaching the Catalan language, preserving Catalan culture, and some important international issues. Therefore, the crucial question is: What does Catalonia want more from Madrid instead of independence? Basically, there are two cardinal requirements concerning the improvement of Catalonia’s autonomous status as compensation for her independence:

  1. Catalans want to be paid back more from the taxes that are given to Madrid, in comparison to other autonomous regions. The realisation of this requirement is, in fact, leading to the so-called “asymmetrical federation” which, for instance, Slovenia and Croatia advocated in 1990 in their relations with the rest of Yugoslavia. However, the “asymmetrical federation” is unfair as it creates first- and second class of the members of the federation, i.e., those who are more and those who are less privileged within the same political-economic system. Nevertheless, till April 2006, this Catalan demand was not met, but after the long negotiations between Madrid and Barcelona, Catalonia got the right to be paid back 50% of the collected taxes from its territory.[34] Regardless of the fact that the central government of Spain feared that all other autonomous regions could demand the same, Madrid recognised this right to Catalonia primarily due to the fact that this decision was made according to the Constitution of Spain and advantaged position of Catalonia, which other autonomous regions could not object to. Undoubtedly, this progress was very beneficial for the good of Catalonia, but because the Catalans had more demands, it became clear that it was not enough to satisfy all Catalan wishes.
  2. Catalans wanted to be recognised as a nation. Like being paid back 50% of the collected taxes, during the same negotiations, this request, in fact, was accepted as well. This gave Catalans the feeling that the Generalitat is getting stronger and that Catalonia is at the same time gaining the features of a state within the state. Like taxing privilege, the recognition of Catalans as a nation was also made under the Constitution of Spain so that there were not many objections from other autonomous regions, as everything was done within the constitutional framework. Basically, only due to the fact that other autonomous regions in Spain are not as powerful as Catalonia is, they do not protest or demand the same privileges as Catalonia enjoys. Although Catalans achieved the most important desires they wished, they are still not satisfied in full because they believe that Madrid could do more for Catalonia after the 2006 negotiations, and that is, in fact, the endless political game between Madrid and Barcelona (with Catalan blackmailing of Spain). Catalans, actually, want to have as much political power as Madrid has and, in such a way, transform Spain into a dual state like it was Austria-Hungary since 1867 according to the Ausgleich.[35] If this demand is met, not in theory but in practice, Catalonia will be an independent political entity. However, that is a “red line” which Madrid cannot accept at any price, but on the other hand, if Spain recognised Catalonia and Catalans as a nation, it means that, theoretically, such an ethnic group has the right to live in its own independent state.

Conclusions

Catalonia, with the Barcelona hinterland, is a very important economic region for Spain, which Madrid cannot separate easily as it brings a huge amount of taxes to the centre. Catalans themselves have a strong sense of both Catalan and Spanish identities, followed by successful historical experience in coping with a central authority in Madrid. Therefore, since 1978, Catalonia has enjoyed a great degree of self-administration, being seen by many experts as a state within the state.

Although Catalonia had the right to have a voice in the issues related to Catalonia, it demanded more. At first sight, Madrid did not meet Catalonia’s demands, so problems occurred between them. Another problem occurred between Catalans and the EU, as the EU never shared its centralised power with autonomous regions, although Catalans had powerful economic resources. However, the most important reason for a strict pro-Madrid policy by Brussels is that the EU does not want to deteriorate good relations with Spain – a country that is much more important for both the EU and NATO in comparison to a separate Catalonia.

After a long time of clashes between Madrid and Brussels, a significant part of Catalan society understood that having more privileges can be more beneficial instead of getting formal political independence. Therefore, they persuaded Madrid to grant more privileges in some important aspects of national life, but still, Catalonia demands more, as Barcelona wants to be as powerful as Madrid. Since Catalans are being recognised as a nation and they are being paid back 50% of the taxes, other autonomous regions are not happy with that, but because all decisions about Catalan privileges between Madrid and Barcelona are justified by the Constitution, other autonomous regions are, up to now, staying silent. However, dealing with the “Catalonian Question” within Spain, which is going to be an endless political game, the central government in Madrid should be careful in order not to face serious problems inside the country on relations with other autonomous regions. Finally, as the 2017 case clearly shows, Catalonia can get independence only if some global great power(s) will directly support Catalan secessionism.

Finally, at least from Madrid’s point of view, to solve the “Catalonian Question,” probably the optimal solution that historical lands of Castilla would proclaim their own political independence from Catalonia – Castilla, nevertheless, was one of the two founding independent states (kingdoms) of Spain in 1479.

Dr. Vladislav B. Sotirović

Former University Professor (Vilnius, Lithuania)

Research Fellow at Centre for Geostrategic Studies (Belgrade, Serbia)

Research Associate of Centre for Research on Globalization (Montreal, Canada)

sotirovic1967@gmail.com                                                                                                                                                                                                       

© Vladislav B. Sotirović 2026


Endnotes:

[1] On Basques, see in [Roger Collins, The Basques, Hoboken, Second Edition, New Jersey: Blackwell Pub, 1990; R. L. Trask, The History of Basque, New York: Routledge, 1997; Mark Kurlansky, The Basque History of the World, New York: Penguin Books, 1999; M. Bryce Ternet, A Basque Story, Second Edition, Scotts Valley, California: CreateSpace Independent Publishing Platform, 2009].

[2] Daniele Conversi, The Basques, the Catalans and Spain, Las Vegas: University of Nevada Press, 2000, 214−215.

[3] On the concepts or models of ethnonational identity, see in [Montserrat Guibernau, John Rex (eds.), The Ethnicity Reader: Nationalism, Multiculturalism and Migration, Cambridge, UK: Polity Press, 1997].

[4]Daniele Conversi, The Basques, the Catalans and Spain, Las Vegas: University of Nevada Press, 2000, 215.

[5] Pujol J., Construir Catalunya, Barcelona: Pórtic, 1980, 22, 35−36. Compare with: “If you cannot speak Welsh, you carry the mark of the Englishman with you every day. That is the unpleasant truth” [The Guardian, November 12th, 1990, 1].  

[6] Juan Lalaguna, A Traveller’s History of Spain, Fifth Edition, London: Phoenix, 2003, 164.

[7] There is a dispute among historians which year is to be taken as the official year of the creation of the Kingdom of Spain: 1469 or 1479. The proponents of the first option are taking into consideration the year of the marriage between Isabel and Fernando (1469) [Dragoljub R. Živojinović, Uspon Evrope 1450−1789, Novi Sad: Matica srpska, 1985, 93] while the others are taking into account the year when the last of them (Fernando) succeeded the crown (1479) [Dr Alan Isaacs et al (eds.), A Dictionary of World History, Reprinted with corrections, New York: Oxford University Press, 2001, 590].

[8] Dragoljub R. Živojinović, Uspon Evrope 1450−1789, Novi Sad: Matica srpska, 1985, 93.

[9] Josef Engel (Redaktion), Großer Historischer Weltatlas. Zweiter Teil. Mittelalter, München: Bayerischer Schulbuch-Verlag, 1979, 78−79.

[10] A language spoken today in Sardinia is a mixture of the Catalan and Italian. However, the Italians from the mainland cannot understand the Sardinian language. About the history of Sardinia, see in [Luciano Gallinari (ed.), Sardinia from the Middle Ages to Contemporaneity, Bern: Peter Lang, 2018].

[11] Flocel Sabaté (ed.), The Crown of Aragon: A Singular Mediterranean Empire, Leiden: BRILL, 2017.

[12] For instance, the Cathedral, the Church of Santa María del Mar, Consell de Cent, Llotja, the palace of Generalitat, Reales Atarazanas, etc.

[13] A name of Spain is derived from the name of the Roman province of Hispania.

[14] Anita Inder Singh, Democracy, Ethnic Diversity and Security in Post-Communist Europe, New York: Praeger Publishers, 2001, 42.  

[15] Juan Lalaguna, A Traveller’s History of Spain, Fifth Edition, London: Phoenix, 2003, 224−227.

[16] Andrew Heywood, Global Politics, New York: Palgrave Macmillan, 2011, 112.

[17] Concerning the Kosovo case, see in [Hannes Hofbauer, Experiment Kosovo: Die Rückkehr des Kolonialismus, Wien: Promedia Druck- und Verlagsges. m.b.h., 2008; Pierre Pean, Sébastien Fontenelle, Kosovo: Une Guerre „Juste“ pour Créer un Etat Mafieux, Librairie Arthème Fayard, 2013].

[18] Scott L. Greer, Nationalism and Self-Government the politics of Autonomy in Scotland and Catalonia, New York: State University of New York, 2008, 107.

[19]Generalitat. Article 95 [http://www.gencat.cat/generalitat/eng/estatut/titol_3.htm#a95]. 

[20]Generalitat. Article 121 [http://www.gencat.cat/generalitat/eng/estatut/titol_4.htm#a121]. 

[21]Generalitat.  Article 131 [http://www.gencat.cat/generalitat/eng/estatut/titol_4.htm#a131]. 

[22]Generalitat. Article 164 [http://www.gencat.cat/generalitat/eng/estatut/titol_4.htm#a164].

[23]Generalitat. Article 185 [http://www.gencat.cat/generalitat/eng/estatut/titol_5.htm#a185].

[24]Generalitat. Article 196 [http://www.gencat.cat/generalitat/eng/estatut/titol_5.htm#a196].

[25]İspanya Çatırdıyor, Milliyet.com.tr [http://www.milliyet.com.tr/2006/02/21/dunya/adun.html].

[26]Ibid.

[27]Ibid.

[28] The Catalans, however, have been recognized to have all necessary characteristics of the nation: common language, history, territory, religion, history [Richard W. Mansbach, Kirsten L. Taylor, Introduction to Global Politics, Second Edition, London−New York: Routledge Taylor & Francis Group, 2012, 434].

[29] On this issue, see in [Vladislav B. Sotirović, “Emigration, Refugees and Ethnic Cleansing in Yugoslavia 1991–2001 in the Context of Transforming Ethnographical Borders into National-State Borders”, Dalia Kuizinienė (ed.) Beginnings and Ends of Emigration: Life without Borders in Contemporary World, A collection of scholarly essays issued by Vytautas Magnus University and The Lithuanian Emigration Institute, Kaunas: Versus Aureus, 2005, 85–108].

[30]Akın Özçer, Çoğul İspanya, Ankara: İmge Kitabevi Yayınları, 2006, 71−75.

[31] The economic issue of independence is also playing the crucial role in the case of those Scotts who do not support Scotland’s political independence from the UK.

[32] This syndrome was mostly visible in the case of the Kosovo War 1998−1999 when a terrorist Albanian Kosovo Liberation Army did everything in order to provoke Serbia’s security forces to accept violence as a part of the game [Др Радослав Ђ. Гаћиновић, Насиље у Југославији, Београд: Евро, 2002, 289−305]. The rest of the story was in the hands of the Western corporate mass media and the US/EU’s diplomacy of gangsterism.  

[33] However, if such argument would prevail in those Yugoslav separatist republics and province of Kosovo, Yugoslavia will never be destroyed.

[34]Katalan Ulusu Tanındı, Evrensel.net [http://www.evrensel.net/06/04/01/dunya.html].

[35] On the Austrian-Hungarian compromise (Ausgleich) of 1867, see in [Robert A. Kann, A History of the Habsburg Empire 1526−1918, Second and corrected Edition, Barkley−Los Angeles−London: 1977].

Rielezioni in Spagna, di Antonio de Martini

La Spagna ha tenuto la sua terza elezione politica in quattro anni.
A Sánchez mancano 53 voti per avere la maggioranza utile a governare.
Il dato fondamentale è che assistiamo ad una polarizzazione delle forze politiche, all’aumento della partecipazione al voto di quasi dieci punti percentuali, al crollo dei popolari, alla nascita di un partito di estrema destra (vox) che da zero è passato a 27 deputati.

Appare chiara la motivazione del gesto inelegante di Sanchez che volle sfrattare la tomba del generale Franco dalla “valle de los caidos” dove riposano assieme i morti delle due parti: provocare la fuga degli elettori dai popolari verso Vox per indebolire il centro.

L’apprendista stregone c’e riuscito, ma non ha ugualmente ottenuto la maggioranza ed ora non ha un partner moderato su cui contare.

Vox entra in Parlamento dove l’estrema destra era assente dalla caduta del franchismo nel 1975.

Il tema caldo della Catalogna ( su cui Vox ha inspiegabilmente glissato divergendo l’attenzione verso la polemica anti-Islam finora inesistente in Spagna) rischia di provocare un ulteriore aumento dei seggi di Vox alle prossime elezioni che mi paiono inevitabili entro un anno o poco più.

A quattro elezioni in cinque anni, la crisi, anche istituzionale, sarà evidente mentre alcuni partiti ( popolari e ciudadanos certamente) dovranno cambiare la fallimentare leadership prima del prossimo confronto generale.

Più la situazione si incarognirà, più il boccino tornerà in mano al re, al quale non resteranno che scelte drastiche in mancanza della alternativa moderata del PP.

IL TESTAMENTO SPAGNOLO, di Antonio de Martini

IL TESTAMENTO SPAGNOLO

Tra un paio di giorni, la Spagna ci dirà se vuole restare unita oppure farsi preda di una delle periodiche convulsioni che contagiano regolarmente l’Europa.

Eppure sembriamo non capirlo. Preferiamo guardarci l’ombelico della nostra crisi senza capire che siamo inestricabilmente connessi a tutte le convulsioni del mondo Mediterraneo.

Per tre secoli gli spagnoli hanno dominato il globo e sono passati dal dominio alla irrilevanza in maniera inusitata : senza aver subito invasioni o perso una battaglia “storica” decisiva che segnasse la fine.

Sono stati distrutti – con una “ guerra senza guerra” e cento mini sconfitte- dalla inflazione per troppa ricchezza che non hanno saputo gestire e dalla superiorità di interpretazione della realtà degli anglosassoni che hanno logorato questo grande impero militar-cattolico sostituendolo gradatamente con un impero commercial-protestante basato sul dominio del mare.

Grandi studi sono stati realizzati negli anni sugli imperi, dal romano, al cinese all’ottomano, ma pochi sanno come Madrid sia passata da capitale del vecchio e nuovo mondo a buen retiro dei Borboni.

Credo che la ragione dell’oscuramento subito da questi studi, sia da ritrovarsi nella grande somiglianza con la situazione dell’Unione Europea. Potrebbero suggerire paragoni.

L’UE , per numero di abitanti, capacità tecnologiche, potenza commerciale, non è, finora, stata seconda a nessuno nel mondo.

Questo gigante commerciale, culturale, scientifico e demografico, è stato però progressivamente ridotto a un nano politico e gli è stato impedito di dotarsi di un apparato difensivo all’altezza del necessario.

È stato provato della capacità di iniziativa politica e sociale e paralizzato progressivamente.

Senza addentrarci nella Storia, constatiamo che siamo stati incapaci di risolvere il problema dei rapporti con gli USA e con la Russia, di convincere l’Inghilterra a non violentare la geografia e la storia allontanandosi da noi, abbiamo ceduto alle suggestioni egoistiche nazionali di ciascuno senza capire che il livello cui i problemi si pongono è ormai irreversibilmente continentale.

Non abbiamo nemmeno risolto problemi locali come Cipro o Gibilterra o il problema basco.
Non abbiamo stabilizzato il Levante o assorbito armonicamente la Turchia.

Ci siamo fatti imporre il controllo dei traffici marittimi e aerei con gli stessi mezzi che condizionarono gli spagnoli nel XVII e XVIII secolo: la pirateria e la finanza, l’ipervalutazione politica delle minoranze religiose o etniche usate come grimaldello per incrinare il grande valore dell’Unità.

Ci siamo regolarmente fatti imporre lo spartito del concerto, spesso da musicisti da strapazzo, stonando comunque.

Tra due giorni, vedremo se almeno gli spagnoli hanno imparato la lezione, restando uniti e concordino se abboccheranno al nuovo problema della grottesca “ indipendenza” catalana.

Poi tra un mese toccherà a tutta l’Europa.

Dopo l’ora x della Catalogna, a cura di Giuseppe Germinario

Qui sotto una intervista ad un dirigente indipendentista catalano sulle rivendicazioni della regione. Il segno che le pesanti frizioni tra governo centrale e le forze separatiste proseguono. A fianco il link di un articolo del 17 ottobre scorso apparso sul sito https://italiaeilmondo.com/2017/10/10/lora-x-della-catalogna-lultimora-di-puigdemont-di-giuseppe-germinario/

La ricerca catalana dell’indipendenza non vacilla. Di Attilio Moro

Grazie7

In un’intervista a Consortium News, un leader indipendentista e membro del parlamento spagnolo ha dichiarato ad Attilio Moro che i catalani non hanno rinunciato a cercare di separarsi da Madrid.

Di Attilio Moro a Barcellona

“Libertà per i prigionieri politici”, proclamano striscioni appesi a centinaia di balconi, da Plaza Catalunya alle Ramblas e Vila de Gracia nel Quartiere Gotico. Hanno chiesto la libertà per i molti attivisti di base che chiedono l’indipendenza dalla Spagna e che sono stati arrestati. E anche per la libertà di Charles Puigdemont, ex presidente della Generalitat de Catalunya, arrestato a marzo dalle autorità tedesche. Il 19 luglio un giudice tedesco ha respinto la richiesta di estradizione della Spagna. Sarebbe stato accusato di ribellione e sedizione se fosse tornato in Spagna.

Puigdemont è fuggito in Belgio il giorno dopo il referendum sull’indipendenza, il 1 ° ottobre 2017, con la polizia spagnola alle calcagna. Gli agenti dei servizi segreti di Madrid hanno quindi nascosto un plotter GPS nell’auto che stava guidando da Helsinki, dove aveva partecipato a una conferenza a Bruxelles. Ora è ad Amburgo sotto la supervisione della polizia tedesca.

Otto ministri del governo catalano disciolto (Vice Presidente Joseph Junqueras Rull, Dolores Bassa Meri Borras, Joaquim Forn, Charles Mund, Jordi Torull Raul Romeva) si trovano in un carcere di Madrid, accusati di minacciare la integrità del paese. Sette leader separatisti e intellettuali sono fuggiti in Scozia e in Olanda per evitare di essere arrestati.

Non c’erano armi o violenza quando questi leader hanno organizzato il referendum per l’indipendenza, che è stato un grande successo e che, a Madrid, ha violato la Costituzione spagnola. Questi arresti avevano lo scopo di impedire lo svolgimento del referendum.

Puigdemont: ricercato in Spagna.

All’inizio di questo mese presso la sede del Partit Democrata, uno dei due principali partiti catalani indipendenza, ho incontrato Sergi Miquel, un leader separatista e membro del parlamento nazionale.

“La mia generazione non aveva mai visto tali misure, pensavamo appartenessero al passato, nell’era di Franco”, mi disse. “Ma tutto questo accade oggi in Spagna, in Europa: deputati e governatori eletti democraticamente vengono arrestati e detenuti per motivi politici. La sentenza sarà pronunciata in autunno. Rischiano fino a trent’anni di carcere. ”

Ho chiesto a Miquel se il nuovo governo spagnolo di minoranza del primo ministro socialista Pedro Sanchez sarebbe stato più propenso al compromesso rispetto all’ex primo ministro Mariano Rajoy.

“Tra due anni ci saranno nuove elezioni in Spagna, e nessuno dei partiti politici ci parlerà, così da non perdere gli elettori spagnoli che sono contro di noi”, ha detto Miquel. “I nostri leader potrebbero persino ricevere una condanna esemplare. Molto dipenderà dall’Europa: l’UE deve smettere di chiudere un occhio su questa flagrante violazione della democrazia e dei diritti umani nel suo territorio. ”

Il 9 luglio, Sanchez e Quim Torra, primo ministro della Catalogna, succeduto a Puigdemont, si sono incontrati a Madrid per provare a rilanciare il dialogo. Hanno concordato di riprendere le riunioni in sette anni tra i ministri spagnolo e catalano. E hanno discusso la possibilità di commemorare congiuntamente l’attacco terroristico a Barcellona lo scorso agosto. Ma Sanchez si è opposto categoricamente alla tenuta di un nuovo referendum sull’indipendenza della Catalogna.

“L’indipendenza ci attende”

Miquel: “Il nostro percorso è tracciato”

Ho chiesto a Miquel cosa potremmo fare nel frattempo per i prigionieri catalani. “Sfortunatamente non molto”, dice. “Dal marzo scorso, le famiglie dei detenuti hanno avuto solo un giorno di viaggio per vedere i loro parenti per 45 minuti in un carcere di Madrid. Chiediamo – e le organizzazioni umanitarie dovrebbero unirsi a noi – che siano almeno trasferiti in un carcere di Barcellona. Certo, speriamo in un’amnistia, dal momento che non è stato commesso alcun crimine grave. Speriamo che il nuovo governo, dopo le prossime elezioni, sarà formato dal Partito socialista e dal gruppo politico meno ostile nei nostri confronti, Podemos. ”

Miquel non ha escluso che il governo catalano stia organizzando un nuovo referendum per l’indipendenza, nonostante gli arresti e la repressione violenta contro gli elettori primi. “Possiamo subire perdite e battute d’arresto, ma il nostro percorso è tracciato”, ha detto.

Miquel ha detto che anche cercare di ottenere più autonomia da Madrid sarebbe difficile, almeno nel breve periodo.

“Saremmo pronti,” ha detto. “Ma il governo spagnolo non lo ammetterà. Al contrario, stanno lentamente erodendo la poca autonomia che siamo riusciti a raggiungere negli ultimi 50 anni. I baschi oggi sono molto più autonomi di noi. Vogliamo che il nostro diritto all’autodeterminazione sia riconosciuto in Spagna e in Europa. Sappiamo che il processo sarà lungo e complesso. Affronteremo altre difficoltà, arresti e violazioni dei diritti. Ma sappiamo che alla fine della strada, l’indipendenza ci attende. ”

Attilio Moro è un giornalista italiano esperto, corrispondente per il quotidiano Il Giorno a New York, che in precedenza ha lavorato in radio (Italia Radio) e in televisione. Ha viaggiato molto, coprendo la prima guerra in Iraq, le prime elezioni in Cambogia e Sud Africa, e ha coperto Pakistan, Libano, Giordania e diversi paesi dell’America Latina, tra cui Cuba, Ecuador e Argentina. Attualmente è corrispondente per gli affari europei a Bruxelles.

Fonte: Attilio Moro, Notizie del Consorzio , 25-07-2018

Tradotto dai lettori del sito www.les-crises.fr . Traduzione liberamente riproducibile per intero, citando la fonte.

CATALOGNA INDIPENDENTE! LE REAZIONI NEL MONDO

La situazione in Catalogna sta precipitando. Ne abbiamo già parlato qui https://italiaeilmondo.com/2017/10/10/lora-x-della-catalogna-lultimora-di-puigdemont-di-giuseppe-germinario/ e qui https://italiaeilmondo.com/2017/10/02/cataluna-libre-ovvero-il-mistero-teologico-di-peppa-pig-di-roberto-buffagni/  Alla dichiarazione di Indipendenza del Governo Catalano, segue la sua destituzione ad opera del Governo Spagnolo. Il 21 dicembre si terranno nuove elezioni per eleggere il nuovo parlamento catalano. La dichiarazione appare sempre più la forzatura di un gruppo dirigente ormai trascinato dagli eventi e privo di margini di manovra. L’iniziativa non sembra nemmeno godere del sostegno della gran parte della popolazione, lasciando Puigdemont nudo, rispetto al suo europeismo non corrisposto, ed esposto alle pressioni più radicali, votate al disastro. Dal punto di vista del Governo Centrale, tuttavia, la situazione non è delle più rosee; soprattutto nel caso dovesse protrarsi la crisi. La crisi catalana arriva proprio e non a caso nel momento in cui si cerca di ricomporre i conflitti con altre comunità nazionali presenti nel territorio con la concessione di ulteriori prerogative alle comunità locali. La condizione di debolezza economica e di dipendenza politica non rendono molto credibile l’appello all’unità nazionale. Le reazioni all’estero non si sono fatte attendere e tutte, almeno ufficialmente, sono di sostegno al Governo Spagnolo. La più decisa mi pare quella del Governo degli Stati Uniti, in particolare di Trump e Tillerson. Sarà interessante verificare i comportamenti e il dibattito che si svilupperanno alla luce del conflitto, inedito nelle modalità e nella virulenza, che continua ad imperversare negli Stati Uniti.

Qui sotto il link della dichiarazione https://www.state.gov/r/pa/prs/ps/2017/10/275136.htm e la traduzione:

“Gli Stati Uniti godono di una grande amicizia e di una partnership duratura con una nostra alleata della NATO; la Spagna. I nostri due paesi collaborano strettamente per promuovere le nostre priorità in termini di sicurezza ed economia. La Catalogna è parte integrante della Spagna e gli Stati Uniti appoggiano le misure costituzionali del governo spagnolo per mantenere la Spagna forte e unita“

DALLE PRIMAVERE AGLI INVERNI DI SOROS. SARANNO CALDI, MOLTO CALDI di Giuseppe Germinario

UN TORRIDO INVERNO

Questo insolito tepore ottobrino, così siccitoso, lascia presagire un torrido ed infuocato inverno.

Dal punto di vista meteorologico potrebbe essere una previsione troppo azzardata; previsioni del tempo attendibili riescono a coprire un arco di tempo ancora troppo breve, di pochi giorni.

È la temperatura politica del pianeta, in particolare negli Stati Uniti e in Europa, che pare surriscaldarsi sino a sfiorare pericolosamente il punto critico di formazione di tempeste distruttive e roghi devastanti.

Provo a collegare, più o meno avventurosamente, quattro episodi apparentemente avulsi tra essi.

  1. Il discorso di Trump all’ONU_ Il 19 Settembre scorso Trump ha pronunciato il suo primo e per ora unico discorso all’ONU. Sul sito ne abbiamo già parlato con dovizia https://italiaeilmondo.com/2017/09/24/httpssoundcloud-comuser-159708855podcast-episode-13/

https://italiaeilmondo.com/2017/09/27/massimo-morigi-a-proposito-del-podcast-episode-13_-lo-smarrimento-dei-vincitori-di-gianfranco-campa/  ; allo stato attuale, potremmo arricchire e corroborare le nostre valutazioni con una ulteriore supposizione. Quel discorso così apparentemente contraddittorio e paradossale potrebbe essere in realtà un tentativo particolarmente sofisticato e pericoloso di mettere a nudo le debolezze, l’inconcludenza e l’avventurismo delle strategie di quello staff militare dal quale è ormai circondato e che sta cercando di erigere una vera e propria barriera in grado di filtrare rigorosamente i contatti del presidente americano. Sembra voler dire: “volete lo scontro con la Russia e la Cina, l’Iran e la Corea del Nord? Ve lo offro su un piatto d’argento e vediamo se avete la reale intenzione e capacità di portarlo avanti, con quali rischi e a che prezzo!”

Il recente viaggio degli esponenti del ramo prevalente dei Saud, dei regnanti quindi dell’Arabia Saudita, in Russia può essere d’altro canto letto non solo come un sussulto di autonomia di quella classe dirigente di fronte allo stallo della politica di destabilizzazione in Medio Oriente e al recupero di autorevolezza della Russia di Putin; ma anche come una sorta di diplomazia parallela e per interposta persona che le forze fautrici dell’avvento di Trump alla Presidenza Americana continuano a portare avanti. Le aperture ben più esplicite dei generali egiziani alla Russia da una parte e i contatti di Bannon, il mentore ufficialmente disconosciuto e reietto, in realtà ancora costantemente e discretamente consultato dal Presidente, con la dirigenza cinese sembrano confermare l’esistenza di questi doppi canali di comunicazioni e di relazioni.

  1. Lo scandalo a sfondo sessuale del produttore cinematografico americano Weinstein e le rivelazioni di wikileaks sul traffico di uranio con la Russia alimentato da personaggi politici di spicco del Partito Democratico americano hanno una cosa essenziale in comune. Entrambi colpiscono al cuore gli esponenti più importanti e decisivi della coorte che ha sostenuto e determinato in questi decenni l’ascesa e il consolidamento dell’affermazione del sodalizio tra neoconservatori e democratici americani. Più che i danni materiali e i vizi privati sbandierati sui media, risalta l’irrimediabile deterioramento di immagine e di credibilità del costrutto ideologico e mediatico sul quale si sono fondati trenta anni di politica estera e di gestione interna di quel paese.

Gli uni assestano un colpo tremendo all’ipocrisia disgustosa del politicamente corretto tanto fervido ed accorato nell’ostentare le pubbliche virtù e la coerenza del rispetto della dignità umana, quanto certosino nel coltivare nel privato della persona e nei canali riservati delle relazioni politiche i soprusi, le sopraffazioni, le meschinerie, i mercimoni più interessati.

Gli altri rivelano le relazioni e gli interessi inconfessabili di una classe dirigente così apertamente ostile alla formazione di un mondo multipolare, la quale ha individuato nella Russia di Putin il nemico acerrimo della pacificazione unipolare e globalistica, salvo intrattenere con settori di essa gli affari e i commerci più loschi. Le vittime sacrificali predestinate appaiono il produttore Weinstein e il politico Podesta, ma il capro espiatorio finale appare ben più emblematico.

  1. L’Open Society di Soros si è vista rimpolpare in breve tempo il proprio salvadanaio di ben 18.000.000.000 (diciotto miliardi) di dollari.gentiloni-soros Una cifra stratosferica in grado di impressionare manipolatori persino particolarmente adusi e avvezzi al denaro come Soros, in grado di muovere eserciti, bande armate, contestatori, manifestanti e Pussy Riot di mezzo mondo. Sino ad ora il nostro paladino delle libertà e del soccorso umanitario ha utilizzato un doppio metro di comportamento al centro e alla periferia dell’Impero, nonché nei confronti dei riottosi più ostinati esterni ad esso. Apertamente violento e destabilizzatore ai margini; più cauto e pervasivo, più suadente man mano che le trame riguardavano la geografia prossima al centro dei poteri. Qualcosa, evidentemente, comincia a cambiare in questa strategia in maniera assolutamente radicale. Come non bastasse saltano nuovamente alla ribalta organizzazioni, quasi sempre legate al filantropo e beneficiarie dei più disparati finanziamenti pubblici e privati, spesso concessi dagli stessi rappresentanti delle vittime delle loro azioni; tutte dedite, con solerzia e qualche dose inevitabile massiccia di stupidità ed ottusità, alla compilazione di liste di prescrizione foriere di una prossima caccia all’untore. Tra queste brilla ultimamente, secondo RT, https://www.rt.com/news/407347-rt-guests-list-ngo/ , l’associazione http://www.europeanvalues.net/ ,con questo documento http://www.europeanvalues.net/wp-content/uploads/2017/09/Overview-of-RTs-Editorial-Strategy-and-Evidence-of-Impact.pdf e secondo questo interessante documento fondativo, corredato da un elenco dei finanziatori sorprendente, ma non troppo http://www.europeanvalues.net/wp-content/uploads/2013/02/VZ2015_ENG_FIN.pdf L’analogia con la caccia alle streghe del Maccarthismo degli anni ’50 è inquietante. A ruoli invertiti, è probabile che le squadracce che vediamo infiltrate nelle manifestazioni di strada antisistema, prointegrazione e via dicendo, diventino lo strumento di giustizia sommaria e di fomentazione provocatoria di questi filantropi.
  2. L’investimento mortale a Charlottesville, in Virginia, di due mesi fa,riviera24-luca-botti-strage-los-angeles-390786 la drammatica strage del cecchino (dei cecchini?) a Las Vegas di due settimane fa, ancora coperta da una fitta e misteriosa coltre di nebbia da cui emergono i sussurri più inquietanti; il tentativo di secessione in Catalogna e lo stesso referendum nel quadrilatero lombardo-veneto annunciano alcune variazioni essenziali sul tema della strategia del caos perpetrata in questi ultimi anni. Le modalità di svolgimento di questi eventi apparentemente sconnessi lasciano sospettare, rispettivamente, a volte una vera e propria provocazione, altre volte una istigazione, altre ancora una manipolazione e per finire una capacità di cogliere opportunità. Non si tratta, quindi, semplicemente, di un complotto ordito a tavolino sin nei particolari; troppo semplicistico! Quanto, piuttosto, di sfruttamento di opportunità create e utilizzate in un contesto di crescente instabilità e di emersione di nuove forze antagoniste, spesso confuse e contraddittorie. Un terreno, tra l’altro, sul quale diventa particolarmente difficile ed insidioso l’intervento politico di forze sovraniste, specie quelle più sensibili alla suggestione della democrazia dal basso e della superiorità dei progetti autonomistici e localistici.

La “strategia del caos” che sino ad ora ha interessato i paesi riottosi al predominio unipolare, in particolare la Russia, ha investito le zone di confine e di contesa ai margini dell’impero, come il Nord-Africa, il Medio Oriente, in parte il Sud-Est Asiatico, l’estremità dell’Europa Orientale pare investire sempre più da vicino i luoghi e la geografia centrale dei centri di potere e delle formazioni sociali connesse attorno secondo gli stessi propositi degli attori-mestatori.

È il segno che lo scontro politico sta investendo direttamente questi centri di potere, piuttosto che essere condotto da essi per interposte persone; li sta costringendo ad un confronto diretto sempre più aspro e risolutivo.

Richiederà il sacrificio di alcuni illustri capri espiatori, alcuni dei quali particolarmente in auge nell’immediato passato.

Nel Partito Repubblicano neoconservatore abbiamo visto cadere qualche testa illustre, ma ancora senza particolare crudeltà.

Nel Partito Democratico americano, la ricomposizione che si sta tentando con buone probabilità di successo tra la componente pragmatica vicina ad Obama e la componente social-radicale prossima a Sanders, il candidato sconfitto da Hillary Clinton alle primarie, in parte lui stesso nominalmente esterno al partito, ma generosamente ricompensato con una buona presa e radicata presenza all’interno di esso, richiederà probabilmente il sacrificio ben più sanguinoso di una intera dinastia politica: quella dei Clinton. Sanguinosa riguardo al futuro delle carriere politiche, ma anche a quello degli averi e della sicurezza economica del sodalizio.

La figura che più si potrebbe attagliare a quella di Hillary Clinton, potrebbe essere metaforicamente proprio quella di Maria Antonietta, vittima predestinata della Rivoluzione Francese.

La signora Rodham Hillary C. si presenta come il capro espiatorio perfetto sul capo riverso della quale costruire le fortune di una nuova classe dirigente ansiosa di liquidare al più presto l’attuale mina vagante dello scenario politico americano: Donald Trump. Una classe dirigente ancora in grado di controllare la quasi totalità delle leve di potere e di controllo e di legarsi ai settori tecnologicamente più vivaci, ma sino ad ora incapace di dare un respiro strategico alla propria iniziativa che riesca a garantire una sufficiente coesione della formazione sociale americana e a coinvolgere in una nuova versione del sogno, buona parte del resto del mondo. Il cumularsi di errori grossolani e di una gretta difesa degli interessi di costoro e la boria legata ad un inguaribile senso di superiorità rischiano di far precipitare quel paese in una crisi analoga a quella che ha prodotto la guerra di secessione di metà ‘800, ma dagli effetti ancora più distruttivi piuttosto che creativi in un contesto di potenza declinante. Non solo, ma di lasciare i propri orfani e sodali disseminati nel mondo, soli ed esposti ad affrontare con scarso sostegno le intemperie e a cercare col tempo nuovi ripari, più per se stessi che per il gregge da accudire, come ogni buon Gattopardo o Generale Badoglio che si comandi.

 La forza e la possibile sopravvivenza delle componenti che hanno espresso Trump risiede proprio nella debolezza strategica dei suoi avversari, piuttosto che nella solidità dei propri mezzi.

Su questo “Italia e il Mondo” cercherà di concentrare la propria attenzione e le proprie scarse energie sin dai prossimi articoli con lo scopo di individuare le opportunità e gli spazi di formazione di una nuova classe dirigente così necessaria a questo nostro “pauvre pays”.

CONTRO L’EUROPA DELLE REGIONI PER L’EUROPA FEDERATA DELLE NAZIONI SOVRANE E PROTAGONISTA NELLA FASE MULTICENTRICA, di Luigi Longo

E PENSARE CHE C’ERA IL PENSIERO

 

Il secolo che sta morendo è un secolo piuttosto avaro
nel senso della produzione di pensiero.

Dovunque c’è un grande sfoggio di opinioni
piene di svariate affermazioni
che ci fanno bene e siam contenti

Un mare di parole un mare di parole
ma parlan più che altro i deficienti.

Il secolo che sta morendo
diventa sempre più allarmante
a causa della gran pigrizia della mente.

E l’uomo che non ha più il gusto del mistero
che non ha passione per il vero
che non è cosciente del suo stato

Un mare di parole un mare di parole
è come un animale ben pasciuto.

E pensare che c’era il pensiero
che riempiva anche nostro malgrado
le teste un po’ vuote.

Ora inerti e assopiti aspettiamo
un qualsiasi futuro
con quel tenero e vago sapore
di cose oramai perdute.

Va’ pensiero sull’ali dorate
va’ pensiero sull’ali dorate.

Nel secolo che sta morendo
s’inventano demagogie
e questa confusione è il mondo delle idee.

A questo punto si può anche immaginare
che potrebbe dire o reinventare
un Cartesio nuovo e un po’ ribelle

Un mare di parole un mare di parole
io penso dunque sono un imbecille.

Il secolo che sta morendo
appare a chi non guarda bene
il secolo del gran trionfo dell’azione

Nel senso di una situazione molto urgente
dove non succede proprio niente
dove si rimanda ogni problema

Un mare di parole un mare di parole
e anch’io sono più stupido di prima.

E pensare che c’era il pensiero
era un po’ che sembrava malato
ma ormai sta morendo.

In un tempo che tutto rovescia
si parte da zero.
E si senton le note dolenti di un coro
che sta cantando

(sull’aria di va pensiero)
Vieni azione coi piedi di piombo
Vieni azione coi piedi di piombo

Giorgio Gaber*

  1. Avanzerò alcune riflessioni a partire dalla richiesta di indipendenza della Catalogna, una delle 17 Comunità autonome della Spagna con una popolazione di 7.522.596 pari al 16.2% che, insieme alle tre grandi Comunità dell’ Andalusia (con 8.370.368 abitanti, pari al 18%), di Madrid (con 6.377.634 abitanti, pari al 13,7%) e della Valenciana (con 4.935.010 abitanti, pari al 10,6%), costituisce il 58.5% dell’intera popolazione spagnola che è di 46.468.102. La Catalogna è una delle Comunità autonome più industrializzate.

confronto spagna catalogna

Questa regione ha un livello di autonomia più vicino al concetto di federazione ( tra le regioni della Spagna), per dirla con Emilia Giuron Reguera ( docente di diritto costituzionale dell’Università di Cadice in Andalusia):<< […] Il decentramento spagnolo si colloca oggi in una posizione intermedia tra regionalismo e vero e proprio federalismo. […] Gli elementi peculiari di alcune Comunitá Autonome, chiamati fatti differenziali, trovano riconoscimento negli Statuti di Autonomia e perfino nella Costituzione, come segni di autoidentificazione. La Costituzione del 1978 è la prima ed unica costituzione spagnola che riconosce i fatti differenziali. Cinque sono le situazioni di differenziazione sono il regime di diritto civile forale, il pluralismo linguistico, un livello di governo intermedio diverso alle Province chiamati “Diputaciones Forali” in Paesi Baschi e “Cabildos” in Isole Canarie e Baleari, proprie forze di policia e il sistema di finanziamento.

In particolare, l’elenco dei fatti differenziali per Comunità Autonoma è il seguente:

  1. Paesi Baschi: territori forali (Alava, Guipùzcoa e Vizcaya), lingua, diritto civile forale, polizia propria e sistema di finanziamento speciale.
  2. Catalogna: lingua, diritto civile speciale e polizia propria.
  3. Galicia: lingua e diritto civile forale.
  4. Navarra: diritto civile forale, polizia propria, sistema di finanziamento speciale (“convenio economico”), ed euskera (cioè, la lingua basca) nel area bascoparlante.
  5. Canarie: “Cabildos” e particolare regime economico e fiscale, giustificato nell’insularità.
  6. Le Baleari: Lingua, “consigli insulari”, diritto civile speciale.
  7. Comunità Valenciana: lingua e diritto civile.
  8. Aragona, soltanto il diritto civile.>> (1).

spagna comunità

 

Si pone, quindi, la domanda: perché i decisori della Catalogna dichiarano lo status di indipendenza ben sapendo della sfida impari (2) sia in relazione alla Spagna ( intesa come nazione e come stato, chiarirò dopo cosa intendo) sia in relazione all’Unione Europea? Cosa cela questa mossa apparentemente rischiosa che non ha niente a che vedere con l’autodeterminazione nè con la democrazia, mentre molto ha a che fare con la frattura sociale e territoriale di una nazione e con il disegno dell’Europa delle regioni (3) portata avanti dal 1957 dai servi decisori europei nel quadro delle strategie USA? Cercherò di avanzare delle ipotesi per cercare di rispondere a queste domande, e questo, a prescindere da come evolverà o involverà la situazione in Catalogna, mi auguro la meno triste per la popolazione.

 

  1. La definizione di nazione data da Iosif Stalin, in un saggio pubblicato nel 1914 e approvato da Vladimir Lenin, è la seguente:<< una comunità umana stabile, storicamente costituita, nata sulla base di una comunanza di lingua, territorio, vita economica e formazione psichica che si traduce in comunità culturale >> (4).

E’ una definizione nell’essenziale ancora valida. Le radici territoriali dell’individuo sessuato sono fondamentali per la sua crescita, benessere, sicurezza, formazione e cultura. La specie umana sessuata è l’unica specie che può vivere solo in comunità ( a prescindere dalla qualità della comunità) anche se si è data assurde organizzazioni territoriali quali sono le grandi città ( metropoli, megalopoli) dove i concetti di autodeterminazione e di democrazia sono aleatori perché sfuggono al concetto di limite nell’accezione dei classici greci (5). La questione delle regioni e dei loro equilibri economici, sociali, territoriali vanno inquadrati nell’insieme dello sviluppo della nazione. Le regioni con più sviluppo vanno viste nella logica dello sviluppo ineguale del sistema sociale capitalistico nazionale. Quindi lo sviluppo di alcune regioni a scapito di altre è da leggere nella realizzazione delle strategie dei decisori egemoni nelle diverse fasi storiche dello sviluppo del Paese. E’ demagogia da furfanti sostenere che le regioni ricche devono gestire in maniera autonoma le risorse (soprattutto finanziarie) senza riferimento al sistema Paese; significa la rottura della solidarietà, dell’anima di una nazione: è la barbarie! Altro sarebbe, invece, rivedere le strategie di sviluppo delle regioni, configurate diversamente, quali macro-regioni dell’intero sistema nazionale (come alcune università italiane stanno facendo da tempo con i loro decisori di riferimento). E’ nella dialettica dei rapporti sociali tra dominanti (con il loro conflitto interno) e dominati (con la loro lotta interna) che va affrontata la questione nazione e non la questione regione.

Per questo non ho mai capito l’internazionalismo, non quello solidale e politico, ma quello senza nazioni, senza conoscenza del territorio (quanti comunisti non conoscevano l’ambiente dove vivevano, però erano internazionalisti), senza relazione, sessuata, con la natura, eccetera (6). Così come non ho capito, in nome della mondializzazione, la confusione tra circolazione di merci, di capitale e di persone e la perdita delle radici territoriali di appartenenza che è altro dal confronto tra popoli diversi per storia e cultura. Questa questione è stata e continua ad essere una grande lacuna, soprattutto di origine marxiana, che è quella che a me interessa con i vari ripensamenti, rifondazioni e abbandoni.

Le nazioni, sia in Occidente sia in Oriente, hanno diverse configurazioni territoriali peculiari, perché diverse e peculiari sono la natura, i paesaggi, la storia dei popoli; ma hanno in comune una cosa: la concezione del potere-dominio che viene realizzata attraverso le proprie architetture istituzionali che sono espressione dei rapporti sociali storicamente dati. Per me, infatti, lo stato non è altro che l’articolazione territoriale delle architetture istituzionali ( le casematte gramsciane) dove si svolge e si decanta il conflitto strategico (inteso nell’accezione lagrassiana) e si egemonizzano, in una situazione di equilibrio dinamico del dominio di volta in volta egemone, la nazione, i continenti, il mondo (7).

 

  1. Parlare di autodeterminazione (dei decisori in nome del popolo), di democrazia ( di una minoranza in nome del popolo) e di fine della nazione è fuorviante perché non si coglie l’essenza del problema che è quello di una accelerazione della fase dell’Europa delle regioni che, attraverso la frammentazione dei territori nazionali, renderà l’Europa uno spazio funzionale alle nuove strategie di dominio mondiale monocentrico degli Stati Uniti che, distruggendo le nazioni, invalideranno qualsiasi possibilità di fondazione di politica autonoma dell’Europa quale protagonista tra l’Occidente e l’Oriente, quantomeno per ritardare la fase policentrica ( che comporta la guerra come scontro finale tra schieramenti delineati di potenze mondiali- anche se nutro forti dubbi sulla sopravvivenza complessiva delle stesse, considerati gli arsenali nucleari a disposizione).

Con l’Europa delle regioni l’Europa non sarà più un soggetto politico attivo nella fase multicentrica (avviata con andamento sempre più accelerato) così come lo fu nelle precedenti fasi multicentriche dei secoli passati a partire, per dirla con Giovanni Arrighi, dal primo ciclo sistemico di accumulazione, quello genovese-iberico, dal XV secolo agli inizi del XVII (8).

Si smantellano le nazioni, dopo un lungo processo iniziato tra la fine del 1700 e quasi tutto il 1800, per costruire una Europa di macro regioni a servizio degli interessi statunitensi, per meglio controllare e indirizzare sia l’orientamento politico europeo, sia per utilizzare lo spazio europeo per le loro strategie nel Mediterraneo, nell’Africa e nel Medio Oriente, contro le potenze mondiali emergenti (Russia e Cina con la loro visione di sviluppo e le loro aree di influenza ), così da impedire la relazione euroasiatica fortemente temuta dagli USA.

Non vedremo più la cartografia dell’Europa che rappresenta il simbolico delle nazioni asservite agli interessi della potenza mondiale egemone degli USA.

europa

Ma, a partire dalla cartografia dell’Europa independentista, dovremo immaginare una Europa delle regioni formata da macro aree ancora una volta (il tutto torna ma in maniera diversa) definite o ri-definite dal disegno degli agenti strategici pre-dominanti statunitensi e sub-dominanti europei (9) per la ri-affermazione monocentrica del dominio mondiale (10) [tutti i programmi di cooperazione territoriale europea (Interreg, Espon, SSSE, eccetera) hanno già in parte delineato alcune macroregioni].

Tutto quanto fin qui evidenziato è a prescindere dal conflitto strategico interno agli USA che si sta definitivamente orientando verso la strategia di potenza mondiale basata sulla forza e sulla violenza perché altrimenti incapace di ri-lanciare la propria egemonia a partire da un nuovo modello di sviluppo, una nuova visione, una nuova idea di società. L’illusione del cosiddetto trumpismo è finita. E’ stata una ideologia negativa basata sul multicentrismo (soprattutto l’apertura con la Russia), sul rilancio dell’economia reale con più equilibrio tra i settori economici (soprattutto la politica del re-investimento interno), eccetera. E’ stata una operazione dei decisori priva di qualsiasi base strutturale radicata nella società e senza alcun controllo delle casematte istituzionali, importanti del potere.

 

europa indipendentista

 

 

Si configura un triste immaginario di frammentazione e dissoluzione delle relazioni sociali e territoriali delle nazioni, con drammi umani inenarrabili; la storia recente lo sta a dimostrare soprattutto in Europa, nell’Africa settentrionale e nel Medio Oriente; inutile aggiungere l’elenco delle nazioni distrutte.

Qui sta l’importanza di difendere la nazione: i decisori partendo dagli interessi della propria nazione possono sviluppare un progetto di Europa federata e sovrana. Se non si è sovrani, si è servi delle potenze mondiali egemoni di turno.

Il conflitto strategico all’interno delle nazioni deve avere come obiettivo la sovranità per ridare la possibilità all’Europa di essere un soggetto protagonista nella fase multicentrica. Certo il degrado sociale europeo è grave, il secolo iniziato è un secolo piuttosto avaro nel senso della produzione di pensiero e nell’immaginare prìncipi gramsciani all’altezza dei tempi.

La Catalogna è l’inizio simbolico della fase di regionalizzazione dell’Europa: è il laboratorio per realizzare il processo di regionalizzazione e verificare le relative reazioni dei popoli. Questo processo, comunque, è iniziato con l’implosione dell’ex URSS (1990-1991) e con il processo di integrazione europeo attraverso le regioni [ avviato con il preambolo del Trattato di Roma del 1957 (CEE) e proseguito con lo Schema di Sviluppo dello Spazio Europeo (SSSE) della Unione Europea della prima metà degli anni novanta del secolo scorso].

Ogni nazione europea ha la sua Catalogna in pectore e si prevedono in Europa scenari cupi (11).

 

 

La citazione scelta come epigrafe è tratta da: Giorgio Gaber, Pensare che c’era il pensiero, www.giorgiogaber.it, 1995-1996.

 

 

NOTE

 

 

  1. Emilia Giron Reguera, Esperienza e prospettive del regionalismo in Spagna, www.crdc.unige.it, anno?, pp.12-13 e pag.19.
  2. Alberto Magnani, Quanto costerebbe alla Catalogna il divorzio dalla Spagna ( e dalla UE) in Il Sole 24 Ore del 5/10/2017; Comidad, Prove tecniche di euro-destabilizzazione, www.comidad.org, 28/9/2017; Federico Dezzani, “Lo Stato nazionale è superato”: perché Bruxelles tifa per la secessione della Catalogna, www.federicodezzani.altervista.org, 20/9/2017.
  3. Con la definizione di Europa delle regioni non intendo riferirmi ai teorici dell’ascesa delle regioni e del tramonto delle nazioni, per una sintesi rinvio a Mario Caciagli, Le regioni nell’Unione Europea in Quaderni di Sociologia n.55/2011.

Con una lettura critica sul ruolo delle politiche regionali dell’Unione Europea rimando a: Maria Rosaria Prisco, Spazio, luoghi, territorio: ripensare la spazialità delle politiche di coesione territoriale in www.mensotef.uniroma1.itsites/dipartimento/…/Maria Rosaria Prisco_67-84.pdf; Marco Cremaschi, L’Europa delle città. Accessibilità, partnership e policentrismo nelle politiche comunitarie per il territorio, Alinea editrice, Firenze, 2005; Commissione Europea, Sull’attuazione delle strategie macroregionali dell’UE,www.ec.europea.eu/regional…strategy/pdf/report_implem_macro_region_strategy_it.pdf, 16/12/2016.

  1. La citazione di Iosif Stalin è tratta da Costanzo Preve, Il tempo delle ricerca. Saggio sul moderno, il post-moderno e la fine della storia, Vangelista, Milano, 1993, pag.25.
  2. Per questi temi rimando a Lewis Mumford, La città nella storia, Bompiani, Milano, 1967, Volumi I, II, III.
  3. Maura Del Serra, Dialogo di Natura e Anima, Editrice C.R.T., Pistoia, 1999.
  4. Credo che sarebbe utile avviare una ricerca sull’intreccio tra l’intuizione gramsciana delle casematte e il conflitto strategico lagrassiano: Antonio Gramsci, Quaderni del Carcere, Einaudi, Torino, 1975, quaderno 7, Volume II; Gianfranco La Grassa, Gli strateghi del capitale, Manifestolibri, Roma, 2005.
  5. Giovanni Arrighi, Capitalismo e (dis)ordine mondiale, a cura di Giorgio Cesarale e Mario Pianta, Manifestolibri, Roma, 2010, pp. 143-179.
  6. E’ utile mantenere la concezione servo-padrone nell’accezione di La Boètie ( la servitù volontaria), invece di quella hegeliana della Fenomenologia dello Spirito (la coscienza servile).
  7. Per una riflessione sulle trasformazioni territoriali mondiali nella fase multicentrica, si rinvia a Pierluigi Fagan, Lo spazio politico nel mondo multipolare. Nuovi stati, secessioni, sovranità, www.pierluigifagan.com, 4/10/2017.
  8. Si veda l’intervista, da me non condivisa, a Franco Cardini, “L’Italia unita un pateracchio. Presto una crisi cambierà il volto dell’Europa”, www.liberoquotidiano.it, 10/10/2017.

L’autunno della Fronda, di Roberto Buffagni

La vicenda catalana, che con l’odierna dichiarazione di indipendenza in standby tocca un vertice di comicità ineguagliato a memoria d’uomo, ci parla però di qualcosa di molto, molto serio. Ci parla della nuova fase in cui è entrata la Rivoluzione (con la Maiuscola) che da cinque secoli trascina con sé, non si sa dove, la civiltà europea e occidentale, e dunque il mondo. Pare follia impiegare questi paroloni per un’avventura politica di Peppa Pig® qual è l’indipendentismo catalano, come andare a caccia di tordi con i missili terra-aria. Ma «On a remarqué, avec grande raison, que la révolution …. mène les hommes plus que les hommes la mènent. Cette observation est de la plus grande justesse… […] Les scélérats mêmes qui paraissent conduire la révolution, n’y entrent que comme de simples instruments; et dès qu’ils ont la prétention de la dominer, ils tombent ignoblement.» (De Maistre, Considérations sur la Révolution, 1796).

La vicenda catalana ci parla infatti di una crisi che non è soltanto la crisi politica degli Stati nazionali, che si rivelano fragili, disuniti, disfunzionali: è la crisi del simbolo politico, del cosmion1 che ordina(va) e illumina(va) di significato la forma di civiltà assunta dall’Europa dopo la fine delle guerre di religione. Come tutti i simboli, un cosmion entra in crisi quando non ci parla più. Un simbolo può ammutolire per infiniti motivi; ma trattandosi di un simbolo politico, di solito la sua voce si fa fioca per l’azione congiunta di un abuso di autorità e di una contestazione di autorità. Se il dissenso in merito all’ordine non può essere ricomposto, entra in campo la nuda violenza politica, e il clamore delle armi copre la voce del simbolo.

La forma primaverile di questa lotta fra le autonomie e gli Stati sono le guerre della Fronda, che vedono lo Stato assoluto nascente opporsi agli “stati”, nel senso che questa parola assume nell’antica istituzione francese degli “Stati generali”: la forma politica che rivestono le autonomie sociali, allora rappresentate dai grandi signori e dai Parlamenti2. Lo scontro tra stati e Stato nasce dalla crisi di un altro grande cosmion: la cristianità medievale, frantumato e ammutolito dalle guerre di religione; e si svolge contemporaneamente in Inghilterra (Cromwell contro gli Stuart) e in Francia (de Retz e Condé contro Mazzarino e Turenne). In Inghilterra vincono gli stati, in Francia lo Stato3.

Oggi assistiamo (e volenti o nolenti partecipiamo) alla forma autunnale della lotta fra autonomie sociali o stati e lo Stato nazionale. Autunnale, per due ordini di ragioni. Anzitutto, lo Stato nazionale europeo non basta più a se stesso – non può autolegittimarsi – almeno da quando, entrato in crisi lo Stato liberale, sono sorti gli Stati nazionali totalitari fascista e nazista, sconfitti sul campo nella Seconda Guerra Mondiale. Lo Stato nazionale europeo è stato poi arruolato, insieme al cristianesimo, nella gigantomachia tra USA e URSS. Conclusa quella, la potenza imperiale egemone ha trattato gli Stati nazionali europei come un residuo o un ostacolo, come dimostrano sia l’appoggio americano all’Unione Europea, che agli Stati nazionali risucchia autorità e potenza, sia il disinvolto intervento nella guerre civili jugoslave, con la promozione delle indipendenze e la creazione dello Stato fantoccio del Kosovo. Ma ecco il secondo ordine di ragioni: questa Fronda 2.0 è autunnale cioè decadente perché entrambe le forze che la combattono, stati e Stato nazionale, sono in via di esaurimento, e alle loro spalle si stagliano forze imperiali nascenti: anzitutto la neocristianità russa, ma anche la Cina neoconfuciana. Questi, infatti, paiono essere i nuovi cosmion, i nuovi simboli politici che sorgono per rispondere alla sfida culturale e politica dell’impero statunitense. Dove l’insorgere, con Trump, di una nostalgia di Stato nazionale declinata in forma di isolazionismo pasticcione, illustra la crisi della potenza egemone mondiale in seguito ai terribili errori strategici, frutto di arroganza e avidità, commessi dopo il crollo del suo nemico storico, l’URSS.

Per trarre una conclusione provvisoria, potremmo dunque dire che la vicenda catalana ci insegna, per ora, questo: che lo Stato nazionale è un simbolo politico morente, che sopravvive come monumento storico-turistico, come nostalgia di un ordine perento, rifugio provvisorio di chi si sente debole e minacciato, psicofarmaco contro l’angoscia di un futuro che si profila caotico e minaccioso. E che gli stati che lo attaccano, come le iene e gli sciacalli attaccano il leone ferito, letteralmente non sanno quello che fanno, neppure che al leone ferito basta ancora una zampata per disperderli. Per finire, ci insegna di nuovo che l’Unione Europea non sarà mai un simbolo politico vitale. Non è un impero. Non è uno Stato nazionale. E’ un fascio di stati, un insieme arlecchinesco di forze economiche, sociali e politiche incapaci di legittimarsi e di fiorire in un ordine simbolico, che quando le cose si fanno serie – quando la crisi culturale e politica lo tocca da vicino – è costretto puntellare ipocritamente lo Stato nazionale del quale continua a minare le basi.

1 “Cosmion” è un’espressione che prima Adolf Stohr e poi Eric Voegelin impiegano per definire il simbolismo politico, pensato in analogia con il cosmo, che conferisce senso a una forma di civiltà e ne costituisce l’ordine politico. C’è dunque il cosmion imperiale ellenistico o romano, ma anche il cosmion dello Stato nazionale assoluto, etc.

2 I Parlamenti francesi dell’ancien régime sono istituzioni giuridiche con il compito di registrare gli atti del potere regale. Sono anche e soprattutto le istituzioni nelle quali siedono i rappresentanti delle 40.000 famiglie che detengono la ricchezze commerciale e industriale del regno di Francia, mentre i grandi signori frondisti sono i detentori di una larga quota delle terre, e, naturalmente, sono professionisti della guerra.

3 Le ragioni del diverso esito sono molteplici. Non secondaria la diversa statura dei contendenti, re Giacomo commette gravi errori politici e sul campo non si dimostra all’altezza di Cromwell, mentre Mazzarino e Turenne sono più che validi avversari di un politico geniale come Retz e di un grande soldato come Condé. Il risultato determina la diversità storica di cultura politica, che permane tuttora, tra l’anglosfera e il continente europeo: nei paesi anglosassoni lo Stato nazionale non assumerà mai il valore simbolico e la forza politica che invece prende nell’Europa continentale (la direzione politica del Regno Unito non deve la sua efficacia a uno Stato nazionale razionalmente strutturato, ma alla permanenza di un nucleo dirigente che si riproduce per cooptazione ed è l’erede diretto dell’alleanza tra alta aristocrazia e grande commercio che con la guida di Cromwell sconfisse re Giacomo) . In seguito alla sconfitta patita dall’Europa continentale nelle due guerre civili europee e all’egemonia dell’anglosfera, la cultura politica anglosassone, che privilegia sullo Stato nazionale la “società civile” ovvero, nell’accezione contemporanea, le autonomie sociali, ha egemonizzato anche l’Europa continentale: come ognuno vede.

L’ORA X DELLA CATALOGNA, L’ULTIM’ORA DI PUIGDEMONT, di Giuseppe Germinario

Carles Puigdemont ha confermato la dichiarazione di indipendenza della Catalogna ed auspicato una trattativa con il Governo Centrale di Spagna

Raramente accade di una classe dirigente così platealmente votata al suicidio come quella catalana, senza nemmeno l’aura romantica che spesso riveste i predestinati al sacrificio patriottico. Un epilogo tanto tragico quanto farsesco del destino individuale di questi condottieri. Non di tutti, beninteso. I più scaltri e furbi hanno istigato, hanno saputo defilarsi e alcuni arrivano ora a proporsi come mediatori con buone probabilità di qualche riconoscimento istituzionale nel prossimo futuro.

Un gruppo dirigente evidentemente privo di qualsiasi memoria storica. La Catalogna, in epoca moderna, ha conosciuto vari moti indipendentistici conclusisi inesorabilmente tutti più o meno tragicamente nel giro di pochi giorni o mesi.

Privo di cultura istituzionale visto che non solo ha violato apertamente la legge dello Stato centrale, anche se questo è pressoché la norma nei tentativi secessionistici, pur con le recenti eccezioni legate al dissolvimento del blocco sovietico; ha forzato, violato e gestito malamente le procedure della propria istituzione regionale che hanno portato al referendum e alla proclamazione di indipendenza e dirottato apertamente risorse pubbliche a fini privati legati alla promozione mediatica e lobbistica del progetto secessionistico in particolare negli Stati Uniti.

Privo soprattutto di basilare cultura ed accortezza politiche.

Ha con ogni evidenza del tutto sottostimato le implicazioni militari di un tale atto e la capacità reattiva di uno stato e governo centrale lesi in una delle loro prerogative fondamentali. Il recente accordo tra il Governo Centrale e la Regione Basca che riconosce ad essa ulteriore ampia autonomia e addirittura la prerogativa dell’imposizione fiscale deve averli indotti a sopravvalutare gravemente l’indebolimento delle capacità di difesa delle prerogative dello Stato Centrale. Un indebolimento certamente in atto grazie al processo di integrazione militare nella NATO e politico-economico nell’Unione Europea che ne ha accentuato la subordinazione politica e ridotto l’agibilità, ma non ancora del tutto compiuto. La Spagna ha infatti pagato il proprio relativo e fragile sviluppo economico incentrato soprattutto sull’edilizia, sulla creazione di infrastrutture e sul turismo con una cessione significativa del controllo delle proprie attività industriali più importanti; al pari dell’Italia e di altri paesi europei politicamente malconci e a causa di un contesto territoriale determinato dall’esistenza di ben quattro principali grandi nazionalità, ha ceduto maggiormente alle lusinghe europeiste di una regionalizzazione sovrana in grado di agire direttamente con le istituzioni comunitarie, aggirando le prerogative, il coordinamento e gli indirizzi dello stato centrale. Il risultato è la sovrapposizione di una subordinazione storica alla potenza americana a quella franco-tedesca, analoga a quella italiana anche se parzialmente contenuta dai retaggi nazionalistici più pervasivi legati al recente passato franchista.

Ha sorprendentemente glissato sulla indispensabile compattezza quantomeno della popolazione catalana necessaria a sostenere un confronto così aspro e definitivo. Il movimento indipendentista si sta rivelando invece una realtà politica significativa ma minoritaria non solo nell’intera Catalogna, compresa quella non interessata dall’azione referendaria, ma anche nell’epicentro stesso del conflitto, la zona di Barcellona.

Riguardo all’indispensabile sostegno internazionale necessario a rompere l’isolamento e a trarre energia, aiuto militare e appoggio politico sembra aver ignorato le conseguenze dell’appartenenza della Spagna alla Unione Europea e alla NATO. I legami ed il sostegno internazionale, i quali comunque non mancano, non possono infatti manifestarsi con le stesse modalità che hanno caratterizzato le primavere arabe e i movimenti secessionisti e sovvertitori di questi ultimi anni. La grande novità dell’evento di rottura riguarda proprio la sua collocazione geopolitica; non più ai margini della sfera occidentale e nelle zone di attrito con Russia e Cina, bensì al centro dell’Europa occidentale.

Sul tavolo dei congiurati non potevano certo mancare opzioni più graduali ed avvolgenti che implicassero un’alleanza con le altre comunità nazionali di Spagna, compresa quella della costruzione di uno stato federale ormai resa verosimile e praticabile dal recente accordo già citato con i Paesi Baschi.

Quale nefasta congiunzione astrale ha determinato alla fine l’attuale piega degli eventi?

Certamente hanno assunto un ruolo importante le ambizioni e le rivalità all’interno del gruppo dirigente catalano il quale tenta alla fine di trovare una loro compensazione ed uno loro spazio nella neonata entità statale; ma queste trovano espressione solo nel particolare humus e retroterra alimentatosi nella regione.

Nella Catalogna di questi ultimi anni si è condensato un sodalizio sempre più complice tra un gruppo di politici locali, ben radicati negli interessi della comunità e con una visione megalomane della propria collocazione nel contesto internazionale, e la componente sinistrorsa e movimentista riconducibile a Podemos e Sinistra Unita.

Dei primi va sottolineata la pervicacia con la quale hanno confermato la propria collocazione nella NATO e nella UE, l’ostinazione nella ricerca di un sostegno lobbistico negli ambienti angloamericani, per la verità con ampio dispiego di risorse e scarsi risultati. Apparentemente nulla di anomalo rispetto alla necessaria ricerca di alleanze, sostegno o quantomeno neutralità che tutte le forze irridententistiche, rivoluzionarie portano avanti nella loro azione. I legami professionali e la storia di gran parte di questi dirigenti inducono però a pensare a qualcosa di deleterio.

Dei secondi, in particolare di Podemos, va rilevata con qualche attenzione in più la loro impostazione politica. La formazione di questo gruppo dirigente, in particolare di Pablo Iglesias inizia negli ambienti universitari di Los Angeles, la fucina che ha generato il movimento degli indignati e di Occupy Wall Street  https://italiaeilmondo.com/2017/10/11/dal-nostro-indignato-speciale-di-giuseppe-germinario-scritto-il-18102011/( https://italiaeilmondo.com/2017/10/11/dal-nostro-indignato-speciale-di-giuseppe-germinario-scritto-il-18102011/ )di alcuni anni fa; prosegue con un immersione, non priva di contrasti, nei movimenti culturali latinoamericani che hanno sostenuto le svolte di numerosi regimi di quel continente; si insedia nelle università di Madrid e Barcellona, in particolare negli ambienti accademici, dalle quali partono le spinte organizzative e la formazione del soggetto politico. La quasi totalità dell’impegno si fonda su tecniche di comunicazione basate su un particolare recupero del concetto gramsciano di egemonia; elude il problema del controllo degli strumenti coercitivi e punta sulla manipolazione dei sistemi mediatici, per altro nemmeno controllati direttamente. Si tratta in particolare di imporre un linguaggio e i propri contenuti. Il mondo viene schematicamente diviso tra un 1% di dominanti e un 99% di defraudati; il conflitto deve concentrarsi con azioni di partecipazione dal basso; le rivendicazioni si riducono a mere politiche di diritti e di redistribuzione. In Spagna il successo politico del movimento si basa su una campagna mediatica su scala nazionale e sull’alleanza su base locale con le forze autonomistiche e le varie opposizioni sociali.

Il movimento indipendentista catalano è figlio di queste impostazioni, in linea per altro con i tentativi passati. Fonda la propria azione politica sulla base di colpi di mano e di smaccata manipolazione mediatica degli eventi. Una esasperazione analoga a quella cui stiamo assistendo negli Stati Uniti e che sta minando progressivamente la credibilità degli artefici. La gestione strumentale ed approssimativa del referendum, la montatura della critica verso atti repressivi in realtà alquanto blandi stanno spingendo in un vicolo cieco il gruppo dirigente catalano in una azione puramente simbolica e verbale che potrà trovare alimento, probabilmente, solo in provocazioni sempre più pericolose e strumentali. Non si conoscono le effettive capacità e propensioni del governo catalano a condurre in questa maniera e sino in fondo il gioco; c’è di che dubitarne. Come c’è da dubitare delle solide convinzioni di un popolo indipendentista così lesto a smobilitare la piazza, un minuto dopo le dichiarazioni solenni del Presidente Puigdemontes, non ostante l’ombra minacciosa delle forze lealiste in campo.

La conferma della dichiarazione di indipendenza di oggi al parlamento catalano, con un dilazionamento dei suoi effetti, rappresenta una mossa disperata che non cambierà un destino personale ormai segnato dei responsabili catalani e il declino delle formazioni politiche citate già per altro in corso.

Una debolezza che rischia di spingerli sempre più sotto la protezione e il salvacondotto esterni. Non sono mancati a queste forze gli incoraggiamenti, il sostegno e il supporto dei soliti centri di potere che hanno contribuito a sconvolgere l’intera area mediterranea; nemmeno è mancato il sostegno discreto e qualche incoraggiamento altrettanto discreto di centri presenti nei paesi europei.

È mancato rumorosamente, questa volta, l’aperto e sfrontato supporto diplomatico americano messo all’opera direttamente nelle piazze in Egitto, in Ucraina, in Siria, in Kossovo nel recente passato.

Segno che il fronte non è più così compatto e che il confronto in corso negli Stati Uniti sta lasciando la propria impronta anche in Europa.

Quello in corso in Catalogna rappresenta comunque un test, probabilmente anche una forzatura determinata dalla perdita parziale delle leve di comando, di quanto la politica di destabilizzazione e del caos sia ormai esportabile in Europa. Qualche riflesso visibile lo stiamo vivendo anche in Italia con la vicenda del referendum lombardo-veneto. Friedman tempo fa ci aveva avvertiti. Il suo fallimento indurrà, probabilmente, a riproporre, ma sotto mutate spoglie, quella politica; certamente contribuirà a mettere in crisi e a far piazza pulita di queste sedicenti forze di opposizione perfettamente complementari all’azione degli attuali establishment sino a determinarne l’ulteriore sopravvivenza. Si auspica da più parti il successo di una qualsiasi politica di destabilizzazione, perché potrebbe favorire di per sé la formazione di nuove classi dirigenti più autonome e più sensibili alla costruzione di formazioni sociali più coese ed eque, adatte a sostenere il confronto che sta covando nel mondo. È invece proprio la modalità di svolgimento di questo confronto sia all’interno che tra esse che determina la qualità della formazione dei centri strategici.

Il compito faticoso degli analisti e soprattutto dei pochi politici dediti alla causa è appunto quello di discernere il grano dal loglio piuttosto che dedicarsi alla contemplazione del caos primordiale.

¡Cataluña libre! ovvero il mistero teologico di Peppa Pig®, di Roberto Buffagni

 

Ecco il bello della vecchiaia moderna: che invece di brontolare, come i vecchi dei vecchi tempi, plus ça change, plus c’est la même chose o nihil sub sole novi, il vecchio moderno può continuare a meravigliarsi come un bambino al cospetto di novità assolute come questa lotta di liberazione nazionale catalana, in cui la tragedia della guerra civile spagnola si reincarna in un’appassionante avventura di Peppa Pig®.

Riassunto della puntata per i più distratti: i dirigenti catalani lanciano una campagna per l’indipendenza della Catalogna (non per l’autonomia che hanno già, e larghissima). Indipendenza della Catalogna = the end per il Regno di Spagna. Basterebbe la scissione catalana per far passare i titoli di coda su una storia plurisecolare, ma siccome una ciliegia tira l’altra, seguirebbero a ruota i baschi, che in fatto di identità storica specifica non hanno niente da invidiare ai catalani e in verità a nessuno in Europa e nel mondo, visto che la loro è una “lingua isolata”, non imparentata con alcuna delle lingue conosciute[1] (che siano alieni? Attendiamo la prossima puntata).

E fin qui, si potrebbe commentare come i vecchi di vecchio modello: nihil sub sole novi. Perché quante volte abbiamo visto, nella storia d’Europa e del mondo, lotte di liberazione nazionali più o meno giustificate, più o meno coronate da successo, più o meno esaltanti e condivisibili? Tante, anche qui in Italia. Ma ecco la novità assoluta: i dirigenti catalani non sono sfiorati dal pensiero che il Regno di Spagna, forse, non vorrà morire, e forse, almeno forse, reagirà. Ispirati dalla paella valenciana, cucinano invece uno strabiliante pastrocchio ideologico-politico composto da: anarchismo allo stato brado (“facciamo come ci pare”), democrazia confusionaria con colonna sonora degli Inti Illimani (“el pueblo unido jamàs serà vencido”), antifascismo back to the future (“via dallo Stato oppressore criptofranchista”), economicismo decerebrato (“tanto i soldi li abbiamo noi”), e indicono un referendum-battaglia campale decisiva per l’indipendenza della Catalogna.

Il cigolante Regno di Spagna, però, reagisce. Reagisce tardi, reagisce male, ma reagisce; e in effetti, perché non reagisse affatto e si lasciasse amputare la Catalogna (e a seguire almeno i Paesi Baschi), dovrebbe essere più stupido, più autolesionista e più confusionario dei dirigenti catalani. Il che è manifestamente impossibile, e dunque il Regno di Spagna reagisce. Il referendum è indiscutibilmente illegale. A scanso di equivoci, il Regno di Spagna chiede un chiarimento alla Corte Costituzionale, che naturalmente conferma un fatto chiaro come il sole: non si può distruggere formalmente uno Stato restando all’interno delle leggi che lo fondano, quindi no, non è vero che “facciamo come ci pare”. Il Regno di Spagna sa anche che a) non tutto el pueblo spagnolo è d’accordo sulla secessione catalana, quindi no, el pueblo non è unido, quindi può essere vencido b) non c’è bisogno verificare a) interpellando el pueblo spagnolo con un controreferendum, perché in ogni caso lo Stato spagnolo dispone delle forze dell’ordine e delle forze armate appunto spagnole, capacissime da sole di sconfiggere anche un eventuale pueblo unido. Il Regno di Spagna sa altresì che l’evocazione di una guerra civile per quanto low cost contro “lo Stato oppressore criptofranchista” mette il freddo nelle ossa a tutti gli spagnoli, catalani compresi, che non abbiano assimilato la storia patria seguendo le avventure di Peppa Pig®, e dunque anche l’antifascismo back to the future fidelizza un target limitato di consumatori. Per concludere, lo Stato spagnolo sa che la Catalogna può anche “avere i soldi”, ma se lui ha il monopolio della forza e il riconoscimento internazionale, e la Catalogna no, non c’è partita neanche sul piano economico o economicista.

Tutte queste cose, invero elementari, il Regno di Spagna le sa, e dunque reagisce. Reagisce tardi e male, dicevo. Se interessa, secondo me avrebbe dovuto reagire come segue: alla prima convocazione ufficiale del referendum, arrestare immediatamente i dirigenti catalani, processarli per propaganda e associazione sovversiva o antinazionale (art. 272 del C.P. italiano, non dubito esistano articoli analoghi nel C.P. spagnolo), condannarli e fargli scontare la pena fino all’ultimo giorno, commissariare la Generalitat catalana, presidiare il territorio con le FFAA e prevenire così la pericolosa sceneggiata del referendum, che di certo darà alimento anche in futuro a nuove puntate della serie “¡viva Cataluña libre y viva Peppa Pig®!”; e che poteva finire molto male, con più di un morto invece che con un po’ di feriti a quanto pare lievi, grazie a Dio: Dio che, secondo le parole di Miguel de Unamuno, “no puede olvidarse de España”. Poi, con tutta calma, indire nuove elezioni in Catalogna dopo aver messo fuori legge i partiti secessionisti presenti e futuri.

In breve, il Regno di Spagna doveva fare una cosa sola, e per quanto un po’ maldestramente l’ha fatta: far capire a tutti gli spagnoli, e in particolare ai catalani, che la politica è una cosa seria. Cosa seria vuole dire, nel caso in esame, che quando si ritiene, a torto o a ragione qui non importa, che per un popolo, una regione, una città, un quartiere o un condominio, sia giunta l’ora di secedere dallo Stato nel quale sono inclusi, chi prende la decisione deve prepararsi a un conflitto che prima o poi giungerà allo scontro armato, e quindi a versare il sangue proprio e altrui in un conflitto a morte: a fare insomma quella cosa che si chiama “guerra civile”. Perché la politica, o meglio il Politico, è retto da queste leggi, e non da altre; e lo si racconta con le tragedie classiche o con i drammi storici di Shakespeare, non con le avventure di Peppa Pig®.

Perché l’enigma vero che ci propone la vicenda catalana è proprio questo: come è possibile che un intero gruppo dirigente politico di una regione civile e moderna, appoggiato da un’importante quota di popolazione composta da persone in genere istruite e informate, e incoraggiato dall’estero da partiti, organi di stampa ufficiale, innumerevoli commentatori sui social media e così via, non si renda conto che la politica è una cosa seria? Che gli organismi politici e gli Stati non si lasciano distruggere o mutilare senza reagire? Che non esiste la lotta di liberazione nazionale sans larmes, per votazione plebiscitaria magari telematica? E che dunque chi si assume la responsabilità di indire una secessione deve prevederne le conseguenze, e prepararsi a una battaglia difficile e sanguinosa?

“Irresponsabili”, certo: i dirigenti catalani di oggi sono degli irresponsabili. Furono irresponsabili anche i dirigenti repubblicani spagnoli negli anni Trenta, quando forzarono le leggi e i risultati elettorali a loro vantaggio, quando non repressero o appoggiarono tacitamente le violenze politiche degli anarchici e della sinistra contro la Chiesa e contro la destra spagnola[2]. Ma all’epoca, l’irresponsabilità dei dirigenti repubblicani e delle sinistre spagnole si può compendiare in errato calcolo dei rapporti di forza e incapacità di controllare la propria base militante, in particolare le frange estremiste che puntavano a una rivoluzione sociale vera e propria; un’irresponsabilità che provocò l’alzamiento militare e la terribile guerra civile spagnola (centinaia di migliaia di caduti, sul campo e nelle repressioni sterministe dietro entrambe le linee).

Ma in questa nuova, odierna irresponsabilità c’è del mistero: il mistero di Peppa Pig®.

Esclusa a priori un’epidemia del morbo di Alzheimer-Perusini, mi sono interrogato su questo mistero. Ecco le ipotesi provvisorie a cui sono giunto.

1) Dopo le due guerre mondiali e la sconfitta complessiva d’Europa (nazioni nominalmente vincitrici comprese) gli europei, non potendo più partecipare autonomamente alla lotta per la potenza che intanto continuava come sempre a svolgersi nel mondo, hanno operato su di sé, con l’assistenza interessata delle loro badanti americana e sovietica, una colossale negazione del problema “potenza”, vale a dire: “Siamo impotenti ma in realtà non siamo impotenti perché la potenza non esiste o se esiste riguarda solo gli altri”.

2) Dopo l’instaurazione dell’ Unione Europea, che è un falso Stato privo di confini, legittimazione politica e forza che si propone come Superstato economico e ideologico, cioè un ferro di legno e un ossimoro politico vivente, la negazione di cui al punto precedente si è aggravata e approfondita: “Se l’Unione Europea, che non ha confini da proteggere o nemici tranne gli avversari ideologici antieuropei, è il nostro orizzonte politico e ideale, allora anche gli Stati europei che ne fanno parte non prenderanno sul serio i loro confini e non avranno altri nemici che gli avversari ideologici antieuropei. I catalani non sono meno europeisti degli spagnoli, quindi perché non dovrebbero volere l’indipendenza i catalani, e perché dovrebbero arrabbiarsi gli spagnoli?”

3) L’ideologia europeista e progressista, compendiata nel politically correct, si fonda sui principi di libertà, eguaglianza e fraternità che furono la bandiera della Rivoluzione francese e dell’illuminismo; che a loro volta sono una trascrizione secolarizzata dell’universalismo cristiano. Secolarizzata significa: amputata della dimensione sia specificamente religiosa, sia metafisica della cultura cristiana europea, che integra anche il lascito greco-romano. Secolarizzando la cultura cristiana europea, il politically correct trascrive e ritraduce a modo suo anche un elemento essenziale, e specificamente religioso, del cristianesimo: il ruolo unico e salvifico che il cristianesimo assegna alla vittima. Nella lettura di René Girard, il cristianesimo rivela le cose nascoste sin dalla fondazione del mondo[3] proprio perché al contrario di tutti i miti, che tutti si fondano sul meccanismo del capro espiatorio e assegnano alla vittima del sacrificio il ruolo di “colpevole/divino fondatore”, il cristianesimo rivela, nelle Scritture, che la vittima è vittima innocente.  Ma non c’è bisogno di rifarsi all’interpretazione girardiana del cristianesimo. La vittima per antonomasia, nella religione cristiana, è Gesù Cristo, la Vittima innocente, salvifica e redentrice, l’Agnello di Dio che toglie i peccati del mondo. Si dà il caso che questa Vittima innocente sia anche Dio, e che Dio sia onnipotente. Nella dimensione religiosa cristiana che le è propria, questa coincidenza non pone problemi. Gesù è certamente Vittima, è certamente innocente, è certamente Dio e dunque certamente onnipotente: però non scende dalla Croce per fare fuori i cattivi e assumere la presidenza del Governo Mondiale della Bontà, dell’Innocenza e del Progresso. Non lo fa perché la tentazione della potenza mondana è la seconda (o la terza, a seconda dei Vangeli) tentazione di Satana a Gesù: “Di nuovo il diavolo lo portò sopra un monte altissimo e gli mostrò tutti i regni del mondo e la loro gloria e gli disse: ‘Tutte queste cose io ti darò se, gettandoti ai miei piedi, mi adorerai’ ” [Mt 4,8-9.[4]]  che Gesù respinge con una citazione scritturale: “Adora il Signore Dio tuo e a lui solo rendi culto” [Dt, 6,13]

Trascritto nel contesto secolarizzato, amputato della sua dimensione specificamente religiosa e metafisica, il ruolo salvifico e redentore della vittima diviene però tutt’altra cosa; per l’esattezza, diviene l’esatto contrario, esattamente anticristico, di Gesù Vittima Divina, Sacra e Redentrice: diviene la vittima onnipotente che redime l’umanità con l’azione politica.

Il politically correct, infatti, si fonda proprio sulla designazione di vittime sacre, e sacre in quanto vittime. Le donne sono vittime degli uomini, gli immigrati stranieri sono vittime degli autoctoni europei, i neri sono vittime dei bianchi, gli omosessuali sono vittime degli eterosessuali, i bambini sono vittime degli adulti, e così via: fino ad arrivare al caso in esame, la piccola Catalogna che è vittima della grossa Spagna, i deboli cittadini catalani che sono vittime del potente Stato spagnolo. (Tutte le vittime, naturalmente, sono vittime perché non sono potenti: altrimenti non sarebbero vittime). Ma se la vittima è sacra, è anche divina; e se è anche divina, le spetta di diritto l’attributo divino del quale nessuno ride: l’onnipotenza. Onnipotenza che la vittima si guarderà ben dal rifiutare, perché non esiste né un Dio da adorare e a cui solo rendere culto, e tanto meno Satana, che dunque non può proporla come tentazione a chicchessia. Anzi: l’onnipotenza, o in generale la maggior potenza possibile, se conferita di diritto alla vittima le consentirà di operare per il bene di tutti; addirittura per la redenzione – certo secolare visto che altre non ce ne sono –  del mondo e dell’umanità; fino al giorno in cui non ci saranno più vittime, perché non ci sarà più potenza (che è sempre un differenziale di potenza) e dunque non ci sarà più né conflitto, né ingiustizia, né politica, ma accordo e pace universali; dove il leone giacerà con l’agnello, e la Catalogna potrà dichiararsi libera e indipendente con la commossa benedizione del Regno di Spagna.

Però, sorpresa! Il giorno beato della vittima onnipotente che redime l’umanità con l’azione politica arriva sempre domani.

Per ora, in Spagna, è arrivata la redenzione dell’umanità copyright Peppa Pig®. Poteva andare molto peggio: ma in Spagna e altrove, non è finita qui. Stay tuned per la nuova stagione di questa emozionante serie fantaculturale,  intitolata L’apocalisse secondo Peppa Pig®.

[1] Il basco è una lingua ergativo-assolutiva, diversa da tutte le lingue indoeuropee occidentali (tutte lingue nominativo-accusative). I linguisti hanno provato a ricostruire una lingua proto-basca per mezzo della tecnica conosciuta come ricostruzione interna, ma non è stata ancora scoperta la sua origine e per questo viene considerata una lingua isolata, vale a dire una lingua che non è imparentata con nessun’altra lingua.

[2] Si vedano ad esempio le opere dello storico americano Stanley G. Payne, https://en.wikipedia.org/wiki/Stanley_G._Payne  o dello storico inglese Hugh Thomas https://en.wikipedia.org/wiki/Hugh_Thomas,_Baron_Thomas_of_Swynnerton. Interessante, sintetica e in italiano questa intervista a Payne: http://www.identitanazionale.it/Sesia_Payne.pdf

[3] E’ il titolo di un celebre libro di Girard. V. https://fr.wikipedia.org/wiki/Ren%C3%A9_Girard

[4] Ma vedi tutti i sinottici:  Mt 4,1-11; Mc 1,12-13; Lc 4,1-13.