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Rimigrazione: il mito mobilitante che ravviva la volontà europea

Remigration : le mythe mobilisateur qui rallume la volonté européenne

Idee / Dibattiti

Rimigrazione: il mito mobilitante che ravviva la volontà europea

Lo sciopero generale, la rivoluzione proletaria, la restaurazione monarchica, il Frexit, Gaza… ogni corrente politica ha il proprio mito che mobilita i propri militanti e sostenitori. Questo obiettivo finale, la cui futura realizzazione potrebbe segnare l’avvento della vittoria, permette di trascinare le masse al proprio seguito. La nostra epoca individualista, restia alle grandi narrazioni mobilitanti, sembra esserne priva. Eppure, per la gioventù europea radicata, questo mito è quello della rimigrazione.

Avere ragione non basta: ogni movimento ha bisogno di un mito. Da Georges Sorel a José Carlos Mariátegui, diversi pensatori socialisti hanno approfondito il concetto di mito politico mobilitante: un’immagine forte di un futuro potenziale che esprima le aspirazioni di una collettività e susciti passione e azione. Il mito soreliano non vale per la sua veridicità, ma per la sua efficacia: crea una dinamica. È una proiezione che ha l’obiettivo di mettere in moto le energie, un’immagine che permette di far convergere gli animi verso un obiettivo comune che funge da prospettiva.

Ogni mito è radicato in un determinato periodo storico. Lo sciopero generale era il mito mobilitante di Sorel (si articolava attorno a un potente movimento sindacalista). Nel XXe secolo, i regimi totalitari si sono basati in larga misura su narrazioni mobilitanti. Queste costruzioni simboliche, indipendentemente dal loro rapporto con la verità, hanno strutturato potenti immaginari collettivi. Hanno dimostrato che un mito non ha bisogno di essere esatto per essere efficace: basta che sia condiviso. Nel 1947, Thomas Mann descriveva in un’analisi critica1 questa capacità delle società di massa di strutturarsi attorno a narrazioni semplificate, emotive, talvolta scollegate dalla realtà. Il mito politico, scriveva in sostanza, agisce come una « fede che forma comunità », una forza che va oltre la semplice argomentazione razionale.

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«Un mito politico non si decreta. Spetta invece a noi identificarlo e strumentalizzarlo», scriveva François Bousquet2. Esso emerge, si cristallizza, si impone. Non si riduce a un programma politico dettagliato o a una politica pubblica immediatamente applicabile. Funziona piuttosto come una rappresentazione globale, un’immagine semplice e radicale di un futuro possibile. La sua forza risiede proprio in questa semplicità: propone una soluzione netta a una situazione percepita come complessa o fonte di ansia. Offre un orizzonte, una direzione, una narrazione. In quanto tale, svolge diverse funzioni: dare senso, unire, strutturare un immaginario comune e, soprattutto, suscitare l’impegno.

Il mito non va valutato solo in termini di fattibilità o razionalità. Appartiene a un ambito diverso: quello della proiezione, dell’affetto, dell’identificazione. Delinea un panorama mentale in cui l’azione appare non solo possibile, ma necessaria.

La storia come terreno di possibilità

Una delle caratteristiche distintive dei miti politici è quella di lasciare aperta la questione del futuro. Essi rifiutano il fatalismo e contestano l’idea di un’evoluzione irreversibile. A prescindere dalle analisi sul declino o sulla trasformazione delle società, essi affermano che la storia deve ancora essere scritta. Questa visione si fonda sull’idea che i percorsi storici possano essere modificati dalla volontà collettiva. In questo contesto, il mito svolge un ruolo di acceleratore: cerca di produrre il futuro. Agisce come una leva, un catalizzatore di energia militante. Non dice ciò che sarà, ma ciò che potrebbe accadere se una massa critica di individui se ne facesse carico.

Lungi dall’essere scomparsi, i miti politici possono ancora oggi dare forma a impegni e visioni del mondo. Essi testimoniano un bisogno persistente di narrazioni globali, capaci di dare una direzione all’azione collettiva. Che li si analizzi come un progetto, uno slogan o una costruzione simbolica, essi illustrano soprattutto la permanenza del fatto mitico in politica. Perché, in definitiva, una società non si muove solo per programmi o statistiche, ma anche per rappresentazioni. E finché sussisterà questo bisogno di senso e di proiezione, ci saranno miti ad alimentarlo.

Il ritorno in patria: una necessità per gli europei

La rimpatrio si inserisce in questa logica e appare come il mito più unificante per il campo dei difensori della civiltà europea. Inutile spiegare qui perché la rimpatrio sia più che mai necessaria e vitale per la sopravvivenza del nostro popolo. La demografia fa la storia e le cifre – o il semplice fatto di prendere i mezzi pubblici in qualsiasi città della Francia – confermano la Grande Sostituzione e l’assoluta necessità della rimpatrio.

Ciononostante, il termine «remigrazione» è difficile da far entrare nel linguaggio comune, poiché rimane carico di forti connotazioni politiche e ideologiche, spesso percepite come radicali o addirittura estremiste. Questa connotazione conflittuale e negativa ne frena la diffusione tra il grande pubblico, dove suscita più rifiuto o polemiche che consenso.

È proprio nell’immagine della rimpatrio, tuttavia, che si potrebbe trovare quel mito in grado di unire le volontà. Affinché il rimpatrio diventi un’immagine mobilitante, è necessario che il dibattito politico si concentri sull’immigrazione. Ma la politica elettorale è solo una parte della lotta politica.

La continuità del pensiero della Nuova Destra

Il ritorno nel proprio paese d’origine della maggioranza degli immigrati extraeuropei presenti sul nostro territorio costituisce il coronamento politico del pensiero della Nuova Destra. Fin dagli anni ’70-’80, l’etno-differenzialismo e il concetto di identità sono stati al centro della lotta ideologica condotta dai pensatori della ND. «Il desiderio di uguaglianza, succeduto al desiderio di libertà, è stato la grande passione dei tempi moderni. Quella dei tempi postmoderni sarà il desiderio di identità», analizzava Alain de Benoist nel 20024.

In questa linea, i movimenti intellettuali o militanti francesi (dall’Institut Iliade a Génération identitaire) ed europei (i Vertici della rimpatrio) si impegnano a promuovere il rimpatrio basandosi sulla difesa di un’identità europea radicata in una storia di lunga data, di una trasmissione diretta dagli Indoeuropei, primo popolo portatore di un modello di organizzazione sociale, di riferimenti culturali e di narrazioni fondanti che costituiscono la memoria più antica della civiltà europea.

L’influenza di questa corrente, sebbene numericamente esigua (intellettuali, think tank, gruppi militanti, influencer), si fa sempre più percepibile nel dibattito pubblico e lo spazio del dicibile si apre a queste tematiche, soprattutto tra le giovani generazioni. Influenzare il vocabolario per orientare le rappresentazioni: questa è la logica metapolitica all’opera. «  La semplice parola “identitario”, ignorata prima degli anni 2000 al di fuori dell’estrema destra, è ormai entrata nell’uso comune, al termine di un’evoluzione che gli attivisti del “gramscismo di destra” considerano una vittoria nella guerra delle parole che hanno intrapreso », conferma il politologo Jean-Yves Camus5.

L’idea della rimigrazione, a lungo confinata ai margini della destra radicale, si sta ormai insinuando nel dibattito politico europeo. Organizzazione di incontri, pubblicazione di testi, il termine viene ripreso in tutta Europa da attivisti e intellettuali (Jean-Yves Le Gallou naturalmente6, l’austriaco Martin Sellner, il tedesco Benedikt Kaiser, il portoghese Afonso Gonçalves, l’olandese Eva Vlaardingerbroek, il britannico Tommy Robinson) e da partiti politici (l’FPÖ austriaco, Reconquête! in Francia).

Unire le forze di destra europee

La rimigrazione rappresenta un’immagine sufficientemente forte da unire la « destra europea », oggi frammentata. L’obiettivo è quello di riunire tutte le persone che hanno ancora a cuore il futuro della nostra civiltà, di raccoglierle su una base comune, al di là delle divisioni partitiche e al di fuori delle differenze che devono essere messe da parte. «Dobbiamo formare un’ampia coalizione attorno alla questione più importante: la nostra esistenza e la nostra continuità etnoculturale. Se siete d’accordo con questo, siete dei nostri», ricorda Martin Sellner7.

È attraverso il mito politico e l’azione che si potrà forgiare in gran parte dei giovani la volontà di ritrovare il nostro retaggio. È nella lotta e nelle situazioni concrete che le persone danno prova di sé. Oggi, quali sono le cause a cui dedicarsi? Non esiste un mito mobilitante per l’avvento della «startup nation» o della società liquida. Il nostro compito è risvegliare le coscienze e dimostrare che esiste una causa per cui mobilitarsi.

La civiltà europea, forte di tre millenni di storia, sopravviverà solo se i popoli avranno il coraggio di difendere ciò che sono. Potrà ritrovare la sua grandezza solo a una condizione: riconoscere pienamente ciò che è, assumersi ciò che ne costituisce l’identità. Non mollare mai, né arrendersi. Più che mai, la storia è aperta.

© Foto: Jérémy-Günther-Heinz Jähnick. Manifestazione a favore della rimpatrio organizzata dal movimento PEGIDA nel 2015 a Calais, in Francia.

1. Thomas Mann, Il dottor Faustus, 1947.

2. François Bousquet, Dominique Venner. La fiamma non si spegne, Edizioni La Nouvelle Librairie/Istituto Iliade, 2023.

3. Concetto centrale della strategia e del programma politico di La France insoumise.

4. Alain de Benoist, prefazione all’edizione del 2001 di Vu de droite, Edizioni Labyrinthe.

5. Jean-Yves Camus, Il movimento identitario o la costruzione di un mito delle origini europee, Fondazione Jean-Jaurès, 2018.

6. Jean-Yves Le Gallou, Remigrazione. Per l’Europa dei nostri figli, Edizioni La Nouvelle Librairie/Istituto Iliade, 2026.

7. Martin Sellner, post pubblicato su X, 16/04/2026.

Que pensez-vous de la « remigration » ?

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Cosa ne pensate della « rimigrazione »? (3)

Al fine di approfondire e completare il dossier del nostro numero 220, attualmente in edicola, dedicato alla «remigrazione» – un concetto che sta gradualmente acquisendo importanza nel dibattito politico francese ed europeo – abbiamo deciso di interpellare su questo tema una serie di personalità del mondo politico e culturale dissidente, ponendo loro la stessa domanda: «Ritiene che la “remigrazione” sia possibile e auspicabile e, in caso affermativo, in quale forma e a quali condizioni?» Anche i lettori sono invitati a partecipare a questo dibattito, tramite commenti o e-mail. Oggi, la risposta del filosofo e saggista Alain de Benoist.

La rimpatrio è auspicabile e possibile? Se non è possibile (se non in astratto), non ne parliamo più. È auspicabile? Tutto dipende da cosa si intende con questo termine.

     È evidente che l’immigrazione extraeuropea in Europa, che si è trasformata in un fenomeno di insediamento e che comporta patologie sociali ormai ben note, debba essere frenata con ogni mezzo possibile. Tutti i sondaggi lo confermano: le popolazioni autoctone non ne vogliono più sapere e non ne possono più. È per questo motivo che un certo numero di gruppi e partiti politici (a volte di governo) sono oggi favorevoli alla « rimigrazione ». Il problema, a ben vedere, è che non sempre ne danno la stessa definizione. La maggior parte di loro, ad esempio, attribuisce grande importanza alla volontarietà (che può certamente essere incoraggiata), cosa che non è necessariamente vera per gli altri.

     La rimigrazione è stata presentata come un « mito mobilitante ». Ci si chiede come si possa tradurre questo mito in un progetto che non sia, come tanti altri, di pura e semplice apoliticità.

     Combattere l’immigrazione non significa combattere gli immigrati solo perché sono immigrati, ma combattere coloro che, per amore del profitto e per volontaria ignoranza della fisiologia delle culture, hanno reso possibile l’immigrazione di massa, l’hanno incoraggiata e continuano a incoraggiarla, sia per soddisfare le esigenze del sistema capitalista, sia per ingenuo idealismo umanitario o universalismo morale, sia con la perversa intenzione di cambiare in profondità la costituzione dei popoli europei, negando loro ogni diritto alla continuità storica.

     È certamente possibile arrestare i flussi di immigrazione, almeno in una certa misura (e tralasciando il potere di nuocere esercitato dai giudici allineati all’ideologia dominante). Il « ritorno al paese d’origine » non ha senso, invece, quando ne esistono diversi per una stessa famiglia, quando i paesi d’origine si rifiutano di riprendere i propri cittadini, e nel caso di coppie e famiglie miste, che molto probabilmente sono destinate ad aumentare. Dagli espulsioni ci si aspetta una diminuzione dei volumi delle scorte (in contrapposizione ai volumi dei flussi). Ciò vale per i clandestini, per i delinquenti stranieri, per gli agitatori ostili, per coloro che sono venuti solo per beneficiare di un sistema di assistenza sociale – il tutto non rappresentando la maggioranza degli immigrati. Dopodiché si entra in un terreno instabile, dove i motivi di espulsione scompaiono poco a poco. Non vedo come andare oltre, se non ricorrendo a una nuova forma di arbitrarietà che, in ogni caso, non potrà essere messa in atto. Come valutare il numero di coloro che sono un po’, molto, per niente integrati ? Di coloro che amano un po’, molto o per niente il paese in cui vivono? Le persone possono essere giudicate e sanzionate in base a ciò che fanno, non a ciò che sono (e non bisogna credere che facciano ciò che sono, è il contrario: sono ciò che fanno).

     I sostenitori della rimigrazione (che in passato parlavano di « reconquista ») sono in fin dei conti dei grandi ottimisti. Credono che la catastrofe possa ancora essere evitata. Io, invece, penso che la catastrofe sia già avvenuta. Quando una biglia, che rappresenta un determinato processo, scende su un piano inclinato cosparso di chiodi, si può tentare di modificarne la traiettoria o di indirizzarla in una direzione piuttosto che in un’altra, ma l’unica cosa che non si può fare è farla risalire. Fare questa constatazione è solo una questione di realismo.

     Aggiungo che, per prendere posizione su questo problema, non mi colloco in una prospettiva nazionale o nazionalista (non sono nazionalista), ma in una prospettiva imperiale, il che è molto diverso: la presenza di minoranze etniche all’interno della società avrebbe tutto l’interesse ad essere analizzata dal punto di vista del federalismo imperiale, non del giacobinismo dello Stato-nazione. Preciso che non credo nemmeno nell’assimilazione, che ai miei occhi non è né possibile né auspicabile, e che detesterei vedere la Francia diventare uno Stato razzista (in materia, la storia ha già dato).

Que pensez-vous de la « remigration » ?

Idee / Dibattiti

Cosa ne pensate della « rimigrazione »? (2)

Al fine di approfondire e completare il dossier del nostro numero 220, attualmente in edicola, dedicato alla «remigrazione» – un concetto che sta gradualmente acquisendo importanza nel dibattito politico francese ed europeo – abbiamo deciso di interpellare su questo tema una serie di personalità del mondo politico e culturale dissidente, ponendo loro la stessa domanda: «Ritiene che la “remigrazione” sia possibile e auspicabile e, in caso affermativo, in quale forma e a quali condizioni?» Anche i lettori sono invitati a partecipare a questo dibattito, tramite commenti o e-mail. Oggi diamo la parola a Sylvain Roussillon, scrittore e conferenziere, e a Yann Vallerie, animatore del sito di controinformazione Breizh Info.

Yann Vallerie, responsabile del sito di controinformazione Breizh Info 

La questione della rimpatrio è oggi all’ordine del giorno. Non è più, come vent’anni fa, relegata ai margini di un dibattito tabù: si fa strada sulle pagine dei principali quotidiani, nei programmi politici, nelle conversazioni familiari. Questo è di per sé un segnale: quello di una lucidità collettiva che sta lentamente tornando, dopo quattro decenni in cui qualsiasi interrogativo sui flussi migratori o sulla composizione demografica dei paesi europei comportava l’immediata scomunica. Resta da formulare correttamente la domanda e da rispondervi senza demagogia, né minimizzando né esagerando.

La rimigrazione, così come la intendo io, consiste nell’organizzazione di un ritorno volontario e incentivato delle popolazioni extraeuropee stabilitesi in Europa verso i loro paesi d’origine e la terra dei loro antenati. È anche — e sarebbe disonesto dimenticarlo — il ritorno delle popolazioni europee espatriate verso le loro terre d’origine. Il movimento non è a senso unico. Si tratta di restituire a ogni civiltà lo spazio geografico in cui si è storicamente sviluppata e in cui le sue istituzioni, i suoi costumi, i suoi punti di riferimento, il suo rapporto con il tempo e con il sacro hanno un senso. Auspicabile? Sì, profondamente. Realizzabile? Non allo stato attuale delle cose. Ed è proprio questa tensione che bisogna guardare in faccia.

Perché è auspicabile: la questione riguarda la civiltà, non la sicurezza

Un’osservazione preliminare, poiché condiziona tutto il resto: la giustificazione della rimpatrio non è né di natura securitaria né religiosa. È un punto su cui molti, anche nel mio stesso schieramento, si sbagliano — per pigrizia retorica o per calcolo elettorale. La stragrande maggioranza delle popolazioni extraeuropee stabilitesi in Europa non è criminale. La criminalità, anche se sovrarappresentata in alcune categorie, rimane un fenomeno minoritario che non può da solo giustificare una politica di questa portata. Lo stesso vale per la religione: in Francia si contano centinaia di migliaia di cattolici extraeuropei, profondamente legati al Paese, alle sue istituzioni e al suo retaggio cristiano. Ridurre la questione all’Islam significa mancare l’obiettivo.

La vera ragione sta altrove, ed è più profonda. Nessuna società, in nessuna regione del mondo, è mai riuscita a integrare in modo duraturo e armonioso più di una certa percentuale di contributi provenienti da civiltà radicalmente diverse dalla propria. Tale soglia, empiricamente, sembra aggirarsi intorno al cinque per cento. Al di sotto di essa, il tessuto sociale assorbe, trasforma, assimila. Oltre tale soglia, i gruppi costituiti smettono di diluirsi; mantengono i propri punti di riferimento, le proprie reti, i propri stili di vita; e ciò che doveva essere un mosaico diventa una giustapposizione. A lungo termine, uno scontro. È vero in Europa. È vero ovunque. Dovrebbe essere la regola generale in ogni paese del mondo — africano, asiatico, americano, europeo.

Quando civiltà diverse, talvolta in contrasto tra loro nella visione del mondo, nel rapporto con le donne, con la libertà individuale, con la religione, con lo Stato e con la giustizia, convivono in gran numero su uno stesso territorio, la storia insegna che finiscono per scontrarsi. I Balcani, il Libano, l’India, la Siria, il Caucaso, l’Irlanda del Nord ne sono la prova — ciascuno a modo suo. L’idea che l’Europa occidentale sfuggisse, per chissà quale grazia particolare, a questa legge antropologica, è frutto di una credenza, non di un’analisi.

È fattibile? Non allo stato attuale delle cose

Siamo realistici: la rimpatrio, inteso come partenza forzata, massiccia e immediata, è oggi una fantasia. Nessun governo europeo, anche se guidato dalle figure più determinate del momento, prenderebbe una decisione del genere. Gli ostacoli giuridici, diplomatici, economici e umani sarebbero insormontabili, e la destabilizzazione provocata da una tale politica supererebbe senza dubbio il male che pretende di curare. Bisogna dirlo chiaramente, anche a coloro che sognano una soluzione radicale: questo scenario non si verificherà.

A ciò si aggiunge un fatto di cui occorre prendere atto: una parte delle popolazioni extraeuropee stabilitesi in Europa da due, tre o quattro generazioni si considera legittimamente a casa propria. Nati qui, istruiti qui, che parlano la lingua e crescono qui i propri figli, non si considerano più ospiti — e questo sentimento, che lo si condivida o meno, è ormai una realtà. La polveriera demografica è pronta. Non si disinnescherà con un decreto.

La strada percorribile: incentivi, pressioni sui paesi d’origine, un processo a lungo termine

Rimane una via realistica, che richiede sia ambizione che pazienza. Primo punto: l’espulsione immediata, senza esitazioni, di ogni straniero in situazione irregolare, di ogni straniero condannato per un reato o un crimine, di ogni straniero che abbia manifestato ostilità nei confronti del paese ospitante o delle sue leggi. Si tratta di una condizione minima di sovranità, oggi ampiamente ostacolata dalle giurisdizioni europee e francesi. Ciò presuppone una profonda revisione degli impegni sovranazionali e una volontà politica che manca da quarant’anni.

Seconda parte: incentivi al rimpatrio per chi lo desidera. Aiuti sostanziali al rimpatrio, sostegno alla creazione di attività economiche nel paese d’origine, avvio di percorsi formativi, garanzie di reinserimento. Non si tratta di un’umiliazione, ma di un’opportunità per chi, in fin dei conti, non si sente pienamente a casa in Europa o desidera contribuire allo sviluppo del proprio paese d’origine.

Terzo aspetto, il più decisivo e il più trascurato nel dibattito attuale: la pressione diplomatica, economica e persino militare sui paesi di origine. Una rimpatrio sostenibile presuppone che i paesi di emigrazione smettano di inviare la propria popolazione verso l’Europa e che accettino — o addirittura organizzino — il ritorno dei propri cittadini stabilitisi all’estero. Ciò richiede una politica estera risoluta: subordinare gli aiuti allo sviluppo alla cooperazione in materia di migrazione, abolire i visti per i paesi recalcitranti, bloccare i trasferimenti finanziari, applicare dazi doganali differenziati. E, sul piano interno, l’attuazione da parte di questi Stati di programmi di reinserimento, leggi che facilitino il ritorno delle loro diaspore, progetti economici mobilitanti che si estendano su più generazioni. Nessuno tornerà in un paese rovinato dalla corruzione e dal nepotismo. Bisogna quindi esigere anche una profonda trasformazione di questi Stati — il che implica, di conseguenza, smettere di saccheggiarli tramite le multinazionali europee complici delle loro élite predatrici.

L’alternativa: la guerra civile

Una cosa è certa: se la questione della convivenza separata all’interno dello stesso territorio non viene risolta — che sia attraverso un graduale ritorno in patria o qualsiasi altra soluzione intelligente —, l’Europa va incontro a un conflitto interno. I segnali sono già visibili: rivolte urbane ricorrenti, secessione culturale di interi quartieri, rifiuto del modello comune, aumento dei separatismi comunitari, crescente sfiducia reciproca. Nessuno, tra gli attuali responsabili politici, ha il coraggio di formulare la diagnosi — ma la diagnosi si imporrà da sé.

Il dibattito sulla rimpatrio non è quindi, a mio avviso, un dibattito estremista o marginale. È, al contrario, il dibattito sulla responsabilità. La responsabilità di evitare il peggio organizzandolo con calma, nel lungo periodo, con rispetto ma con fermezza, piuttosto che lasciare che la realtà si imponga con la violenza. I popoli hanno diritto alla continuità storica. Tutti i popoli — europei ed extraeuropei. Ciò presuppone che ciascuno, alla fine, ritrovi, se lo desidera, la terra dei propri padri. È una visione lucida. Non è odiosa. È semplicemente civile.

Sylvain Roussillon, scrittore e conferenziere 

È una domanda complessa, ed è probabile che qualche anno fa non avrei dato la stessa risposta, se non altro perché parte della mia formazione politica è di stampo maurrassiano e la formula di Bainville («Il popolo francese è un insieme. È meglio di una razza. È una nazione») mi è ben nota.

Tuttavia, le opinioni non si formano solo attraverso le letture, ma anche grazie alle esperienze vissute. Sono piuttosto riservato su questo argomento e non mi piace mettere in mostra la mia vita privata sui social network, che riservo alla promozione delle mie attività editoriali.

È di moda, soprattutto a sinistra, inventarsi un’infanzia nei «quartieri». Per quanto mi riguarda, non ho bisogno di inventarmi nulla. Ho trascorso la mia prima infanzia in un complesso di edilizia popolare, nel quartiere di Bellecroix, oggi quartiere prioritario della politica urbana, a Metz. Poi, dall’età di 6 o 7 anni fino all’età adulta, in un altro quartiere prioritario della politica urbana, quello di Grésilles, a Digione, dove del resto vive ancora mia madre.

Se racconto tutto questo, non è per suscitare una compassione di dubbia genuinità (ho avuto un’infanzia molto felice) né per rivendicare chissà cosa. Ricordo semplicemente che quei quartieri erano all’epoca, negli anni ’60, ’70 e in parte anche ’80, autenticamente « popolari ». Cioè abitati da operai, impiegati, pensionati con scarse risorse, classi medie modeste. Gli edifici non erano fatiscenti, le rare famiglie che possedevano un’auto potevano lasciarla parcheggiata senza timori, i bambini giocavano sui marciapiedi, non si davano fuoco ai cassonetti. All’epoca non si parlava di ghetti, anche se i collegamenti erano sicuramente peggiori di adesso e l’offerta socio-culturale associativa e sovvenzionata era quasi inesistente.

Non sto, come fanno alcuni politici di destra, a glorificare una Francia prospera e felice di un tempo, con l’uomo in giacca e cravatta e la donna casalinga, che in realtà non è mai esistita. Nella Francia operaia e contadina, sia gli uomini che le donne sono sempre stati costretti a lavorare sodo per sopravvivere. No, sto solo sottolineando un’evidenza: questi quartieri, pur non essendo ben serviti dai mezzi pubblici, pur non ricevendo miliardi di denaro pubblico, pur non beneficiando di una miriade di animatori socio-culturali e mentre solo una famiglia su tre poteva andare in vacanza, ospitavano una popolazione laboriosa e tranquilla che lavorava per tirare avanti e garantire la migliore istruzione possibile ai propri figli.

I due alunni più «esotici» della mia classe di scuola materna, in questo futuro «quartiere prioritario della politica urbana», erano un bambino portoghese e una bambina della Martinica.

Naturalmente, ci veniva già ripetuto a oltranza il discorso, storicamente distorto, sulla «Francia, terra di accoglienza», dimenticando semplicemente di precisare che quell’immigrazione tanto celebrata risaliva, in quella forma, solo alla seconda metà del XIX secolo, e che bisognava relativizzarne l’importanza. Integrare in una classe un portoghese e una martinicana, o la loro famiglia in un complesso di case popolari abitato da una ventina di famiglie franco-francesi provenienti dalla Borgogna, dal Poitou o dall’Alvernia, non doveva essere molto complicato.

Probabilmente è così che interpreta l’osservazione di Bainville. Come avrebbero potuto lui o Maurras, che avevano sotto gli occhi solo le immigrazioni di lavoratori italiani e portoghesi nell’edilizia, o di robusti polacchi nelle miniere e nelle industrie, tutti di tradizione cattolica, anticipare l’ondata demografica che si è abbattuta sulla Francia a partire dagli anni ’70? Anche in questo caso, non cado in un ingenuo idealismo. Ci sono state reazioni, a volte violente, all’arrivo di questa o quella colonia di Rital, Polak o Russkof, qua e là, ma, superata la prima generazione, a parte il cognome e qualche ricetta di famiglia, nulla distingueva più i francesi «autoctoni». Tutto sommato, la caricatura dell’italiano o del polacco andava ad aggiungersi a quella del bretone testardo, del chti alcolizzato, dell’auvergnate tirchio, del parigino arrogante o del provenzale spaccone e pigro in un grande Pantheon nazionale dell’autoironia.

L’invenzione di un senso di colpa europeo, per non dire «bianco», in quasi tutti i campi – dalla schiavitù al riscaldamento globale, passando per l’inquinamento del Golfo di Guinea, i problemi sessuali dei panda o la scomparsa della Lepidiota caudata cornuta – ha modificato questa situazione più di quanto si possa immaginare.

Ripetendo incessantemente a una parte della popolazione che era colpevole di tutti i mali, e martellando a un’altra che era vittima di tutto, e in particolare della prima, abbiamo instillato nelle nostre società un veleno mentale che potrebbe benissimo ucciderle. Non sto esagerando. Ricordate il movimento « non toccare il mio amico » con tutte le sue ingiunzioni pedagogiche e morali a dimostrare, con l’ausilio di un piccolo distintivo visibile, che si era dalla parte del Bene e del pentimento di un antirazzismo inquisitorio. Chi, come me, è stato militante in quegli anni, ricorda sicuramente la forza di carattere necessaria per sopportare, ad esempio al liceo, gli sguardi furiosi dell’insegnante sul suo podio e dei circa trenta compagni di classe, tutti portatori della piccola mano liberatrice, davanti al nostro bottone disperatamente vuoto (o portatore di distintivi odiati).

Insomma, mentre da un lato si smarmava mentalmente il piccolo francese attribuendogli tutta la colpa del mondo, dall’altro si armava invece Mohammed o Fofana spiegando loro che la loro storia era pura e immacolata, che erano solo vittime, figli e nipoti di vittime.

Insomma, il modello integrativo, per quel che valeva, è stato distrutto e, allo stesso tempo, si è generato un discorso «disintegrativo» nei confronti delle popolazioni interessate. Il fatto che una ragazzina indossi il velo oggi è meno il segno di una sottomissione a Dio e al Corano che di un rifiuto visibile e rivendicato di appartenere a una nazione i cui unici modelli si riducono a celebrare la Differenza a colpi di strisce pedonali arcobaleno e di promozione del rugby femminile.

Qualche giorno fa, una mattina, mi sono fermato a osservare l’inizio dell’anno scolastico in una scuola di quartiere. Intendo dire una scuola qualsiasi. Né l’Ecole alsacienne né l’asilo nido di una zona ZEP. Una scuola «normale», standard. Ho contato meno di due alunni su dieci che avevano un aspetto europeo. Al di là della facile accusa di razzismo che mi si potrebbe rinfacciare, ci rendiamo davvero conto di cosa significhi? Quando ci si lamenta, gli insegnanti per primi, del crollo del livello degli alunni, come potrebbe essere altrimenti quando quasi l’80% degli alunni di alcune scuole non parla francese a casa? Si sono distrutte le esigenze pedagogiche così come si sono distrutte le esigenze di integrazione, il tutto in piena ondata migratoria.

Quindi sì, pur senza definirmi «identitario», penso che da un lato occorra bloccare completamente l’immigrazione, ma anche prendere in considerazione una «rimigrazione». Ovviamente, questa sarà dolorosa. Ma non più, se ben gestita, del rimpatrio dei francesi dall’Algeria o degli spostamenti massicci di popolazione che si sono verificati in Europa dopo la Prima e la Seconda Guerra Mondiale (e prima) con l’obiettivo chiaramente dichiarato di preservare una pace futura. Dove sono le anime gentili traumatizzate dalla minima applicazione di un OQTF quando si parla di Pieds-Noirs o Sudeti? Quindi sì, di fronte a un’ondata migratoria di popoli con i quali, a parte la condizione umana, non condividiamo assolutamente nulla, bisogna prendere in considerazione questa soluzione estrema.

Ma essa stessa ha senso solo se, per i « autoctoni », è accompagnata da un profondo riarmo morale. Infatti, limitarsi a rimandare Fatima in terra d’Islam senza porre fine alle manifestazioni delle idiote dai capelli blu e di altri uomini soia non fermerà il crollo. L’identitarismo senza un progetto politico rivoluzionario non ha senso. Uso volutamente la parola «rivoluzionario», in un momento in cui molti dei nostri amici si definiscono «conservatori». Ma cosa vogliono conservare? La nostra democrazia bloccata? La nostra repubblica arrugginita? La nostra società dello spettacolo?

«Quando l’ordine non è più nell’ordine, è nella rivoluzione», diceva Gramsci. Molti gramscisti di destra, più o meno autoproclamati, farebbero bene a ricordarlo.

© Fotomontaggio: Yann Vallerie e Sylvain Roussillon

Intervista a cura di Xavier Eman

Luca Marsella, président du comité « Remigration et Reconquête »

Idee / Dibattiti

La rimigrazione vista dall’Italia: intervista a Luca Marsella, presidente del comitato «Rimigrazione e Riconquista»

Per proseguire e approfondire il dibattito sulla «remigrazione» avviato nel nostro numero 220, attualmente in edicola, la nostra corrispondente da Roma, Chiara Del Fiacco, ha intervistato su questo tema Luca Marsella, dirigente di CasaPound Italia, ex consigliere comunale di Ostia e presidente del comitato «Remigrazione e Riconquista». Questo comitato è nato da un’iniziativa congiunta di quattro organizzazioni fondatrici – CasaPound Italia, Rete dei Patrioti, VFS e Brescia ai Bresciani – accomunate dalla volontà di attuare concretamente un programma di rimpatrio, in particolare presentando un disegno di legge in Parlamento.

ELEMENTI. Come è nata questa proposta di legge sulla rimpatrio volontario? Potrà diventare una legge a tutti gli effetti? E come è stata accolta al momento della sua presentazione in Parlamento?

LUCA MARSELLA. Questa proposta di legge di iniziativa popolare nasce da una necessità che non può più essere rimandata: dare una risposta concreta e radicale al totale fallimento delle politiche migratorie e multiculturaliste in Italia. Non possiamo più limitarci a gestire l’emergenza; occorre un cambiamento di rotta storico per riportare al centro la nostra sovranità, la nostra identità e la sicurezza degli italiani.

Per diventare una legge a tutti gli effetti, stiamo seguendo la procedura costituzionale prevista per i progetti di legge di iniziativa popolare. La legge richiede un minimo di 50.000 firme autenticate affinché il progetto venga esaminato in Parlamento, ma il nostro obiettivo è quello di raccogliere un sostegno così massiccio da costringere politicamente le istituzioni a non ignorarci.

Per quanto riguarda la presentazione alla Camera dei Deputati, abbiamo assistito a uno scandalo istituzionale senza precedenti. La conferenza stampa è stata semplicemente annullata dai parlamentari del PD, di AVS e del Movimento 5 Stelle, che hanno fisicamente occupato la sala stampa di Montecitorio per impedirci di parlare. Hanno messo in scena la loro solita farsa, cantando «Bella Ciao» e sventolando la Costituzione, dimostrando così che per loro la democrazia vale solo quando fa comodo. Il fatto di voler censurare, con metodi arroganti, il diritto di presentare una proposta di legge popolare dimostra solo una cosa: la sinistra ha paura del dibattito e delle idee che piacciono agli italiani.

ELEMENTI. Qual è stata la reazione dei cittadini, soprattutto alla luce dello scandalo dell’occupazione dell’aula da parte dei parlamentari del PD e del «clamore» mediatico che ne è seguito?

LUCA MARSELLA. La risposta dei cittadini è stata straordinaria e, sotto molti aspetti, un clamoroso «autogol» per la sinistra. Mentre i parlamentari del PD, di AVS e del M5S si davano alla pazza gioia con il loro «carnevale antifascista», la gente comune si è indignata per il loro atteggiamento da censori. Come reazione immediata, abbiamo raccolto 60.000 firme in un solo giorno. In sole ventiquattro ore, il popolo italiano ha polverizzato il minimo richiesto dalla legge, dando uno schiaffo morale clamoroso ai censori di palazzo. La reazione popolare è chiara: ne abbiamo abbastanza delle parate della sinistra che difende i confini degli altri mentre spalanca le porte di casa nostra. Questo «clamore» mediatico non ha fatto altro che spingere migliaia di italiani a sostenerci in massa. Più urlano nei palazzi, bloccano le sale, organizzano contro-manifestazioni e tentano di ostacolarci, più il popolo italiano risponde presente.

ELEMENTI. Come si sta svolgendo la raccolta delle firme e la sua promozione, che si può definire massiccia, in tutta Italia?

LUCA MARSELLA. La raccolta delle firme procede a un ritmo sostenuto, superando addirittura le nostre aspettative: ad oggi abbiamo già raggiunto la straordinaria cifra di 150.000 firme in tutta Italia. Non si tratta solo di un successo numerico eccezionale, che triplica la soglia minima richiesta dalla legge, ma di un vero e proprio risveglio popolare. Siamo presenti nelle piazze con i nostri attivisti, da nord a sud, e la risposta è trasversale. Organizziamo conferenze, manifestazioni e stand ovunque, in tutte le regioni. Il senso di insicurezza e la volontà di difendere la propria identità sono ormai presenti ovunque, non solo nelle grandi metropoli ma anche nelle province. Gli italiani si avvicinano ai nostri stand con determinazione, e queste 150.000 firme dimostrano che il nostro popolo vuole riprendere in mano il proprio futuro.

ELEMENTI. Alla luce dei recenti avvenimenti di Modena — una prima assoluta in Italia, che non aveva ancora conosciuto questo tipo di attentati contro la popolazione italiana come purtroppo accade da decenni nel resto d’Europa —, cosa risponde alla sinistra che, come al solito, minimizza i fatti e invoca sistematicamente l’irresponsabilità per cause di disturbo mentale?

LUCA MARSELLA. A questa sinistra angelica e complice rispondiamo che la nostra pazienza è esaurita. Ogni volta che un immigrato commette un atto di violenza o un vero e proprio attentato contro i nostri connazionali, scatta immediatamente il riflesso pavloviano del «povero pazzo isolato» o del «problema psichiatrico». È una narrazione offensiva per l’intelligenza degli italiani e per il dolore delle vittime. I fatti di Modena dimostrano che il modello europeo delle periferie e del terrorismo strisciante è purtroppo arrivato anche da noi. Non si tratta di disturbi mentali, ma di una totale incompatibilità culturale e di un’ostilità dichiarata verso il nostro popolo, alimentata da anni di impunità. Chi non ha il diritto di stare qui deve essere rimpatriato immediatamente. Il rimpatrio non è una provocazione, è l’unica vera misura di legittima difesa nazionale.

ELEMENTI. Qual è il prossimo appuntamento nazionale della vostra campagna?

LUCA MARSELLA. Il prossimo appuntamento nazionale è già fissato: ci ritroveremo a Roma il 13 giugno per una grande manifestazione. Sarà un’importante mobilitazione di piazza durante la quale porteremo fisicamente la voce, l’orgoglio e la forza delle nostre 150.000 firme. Subito dopo la manifestazione a Roma, le consegneremo ufficialmente. A quel punto, la palla passerà al campo politico: speriamo che il governo discuta e approvi questa legge senza snaturarla e, soprattutto, senza esitazioni. Non si può più scendere a compromessi sulla pelle degli italiani. La rimpatrio deve diventare la priorità assoluta e immediata dell’agenda politica nazionale.

Intervista a cura di Chiara Del Fiacco

© Foto: Shutterstock – Luca Marsella, presidente del comitato « Rimigrazione e Riconquista ».

Racisme antiblanc : François Bousquet refuse le silence et fait parler les victimes

Interviste

Razzismo contro i bianchi: François Bousquet rifiuta il silenzio e dà voce alle vittime

A un anno da «Il razzismo anti-bianchi, l’inchiesta proibita», François Bousquet torna alla ribalta con «Sale Blanc. Il razzismo che non si vuole vedere» (La Nouvelle Librairie). Un affresco sociale più che un semplice seguito, costruito attorno a un centinaio di testimonianze crude: una madre coraggiosa, un giustiziere nell’ombra, una ragazza a cui è stata rubata la verginità, un giovane a cui è stata rubata l’adolescenza, un espatriato che ora chiede asilo politico fuori dalla Francia. Il direttore editoriale di «Éléments» vi analizza senza mezzi termini i meccanismi di un razzismo ben reale, metodicamente negato dalle istituzioni, e dispiega per l’occasione una formidabile chiave di lettura: la famosa «legge delle tre D» – negazione, delitto, delirio – che da sola riassume l’arsenale del gauchismo istituzionale contemporaneo. Riprendendo la metafora ornitologica del cuculo – quell’uccello che depone il suo uovo nel nido di un altro e il cui piccolo finisce per espellere gli uccellini legittimi –, Bousquet offre un quadro sconfortante di una generazione sacrificata.

BREIZH-INFO: Già alcuni anni fa aveva pubblicato *Le Racisme antiblanc, l’enquête interdite*. Perché riprendere oggi questo progetto con *Sale Blanc*? Cosa è cambiato – nei fatti, nelle coscienze o nel suo modo di vedere le cose – per giustificare questo nuovo lavoro che lei presenta come un libro «a sé stante» e non come un seguito?

FRANÇOIS BOUSQUET. Non ho voluto scrivere un semplice seguito, ma un libro a sé stante. Se il primo volume era un’indagine cruda, il secondo è più un affresco sociale sulla Francia contemporanea. I due libri formano un dittico: il primo rivelava un punto cieco, il secondo ne illumina il contesto. Non volevo solo raccogliere testimonianze, ma metterle in scena nel loro contesto sociale, scolastico, religioso, etnico, culturale. C’è una tale galleria di personaggi che è difficile fingere che non esistano. Si va dalla Madre Coraggio al giustiziere nell’ombra, dallo skinhead che mette in ordine le auto al geek militante, dalla ragazza a cui è stata rubata la verginità al giovane a cui è stata rubata la giovinezza, dal resistente dall’interno all’espatriato che chiede altrove l’asilo politico che non trova più a casa sua. Tutto questo era solo accennato nella prima parte. Qui, le sagome prendono corpo. La materia è così abbondante, così poco esplorata, che ci volevano almeno due libri per renderne conto. Quando si inizia a tirare il filo del razzismo anti-bianchi, non c’è fine, proprio mentre le vittime si nascondono, provano vergogna o hanno paura di essere etichettate come di estrema destra.

La questione non riguarda solo gli insulti e le violenze, ma le strutture profonde delle società, poiché il razzismo anti-bianchi comporta visioni del mondo antagoniste, rapporti di genere diversi, concezioni contrastanti dell’onore, della mescolanza, della seduzione, della festa, ecc. Ecco perché affronto in modo più diretto le violenze contro le donne, che mettono in gioco logiche di dominio e di contaminazione profondamente radicate.

Dedico inoltre un capitolo a quelli che gli americani chiamano i «bianchi adiacenti», tra cui gli asiatici, che si presume godano degli stessi presunti privilegi dei bianchi, a patto che lavorino, si integrino e rispettino le norme della maggioranza, senza mai ricorrere alla retorica vittimistica.

BREIZH-INFO: Fin dall’introduzione ci propone una metafora ornitologica di grande impatto, quella del cuculo che depone il proprio uovo nel nido di un altro uccello e il cui piccolo finisce per cacciare via gli uccellini legittimi. Perché ha scelto questa immagine piuttosto che un’analisi più classica? Non teme che le venga rimproverato un paragone ritenuto brutale, se non addirittura disumanizzante?

FRANÇOIS BOUSQUET. Sono piuttosto le vittime del razzismo anti-bianchi ad essere disumanizzate. Perché il cuculo e la sua strategia? Diciamo che un buon disegno vale più di un lungo discorso. Ciò che vale per i disegni vale anche per le metafore e le parabole: sono in grado di raggiungere un pubblico più ampio. Attraverso il cuculo, non cerco di essenzializzare una popolazione, ma di descrivere un processo: il destino riservato ai piccoli bianchi di cui ho raccolto le testimonianze. La strategia del cuculo è l’immagine che, a mio avviso, descrive meglio il sentimento di sostituzione provato dai miei testimoni: un’inversione delle legittimità. Ciò che mi ha colpito, nel corso delle testimonianze raccolte, è proprio questo: francesi di origini spesso modeste, che hanno avuto la sensazione di essere stati espulsi dal nido legittimo, soprattutto durante la loro giovinezza. Come eredi disconosciuti, intimati a cedere il posto senza sollevare la minima protesta. La brutalità, se di brutalità si tratta, non sta nella metafora, ma nella realtà che essa descrive. Da Esopo e La Fontaine, l’Europa si racconta attraverso animali – la volpe, il lupo, l’asino o il corvo – che non hanno mai scandalizzato nessuno. Perché vietarsi il cuculo?

Aggiungiamo che Florence Bergeaud-Blackler parla anche della «strategia del cuculo» per descrivere la strategia indiretta del «frérisme» musulmano: avanzare sotto mentite spoglie, infiltrandosi in strutture esistenti come LFI o i sindacati per deporvi le proprie uova ideologiche e lasciare che l’incubazione faccia il resto.

BREIZH-INFO: Avete raccolto quasi un centinaio di testimonianze. Qual è il filo conduttore che accomuna questi racconti, al di là della diversità dei profili e delle provenienze geografiche? C’è una testimonianza in particolare che ha dato una svolta alla vostra indagine, o che ancora oggi vi tormenta?

FRANÇOIS BOUSQUET. Le due costanti che attraversano il libro sono, da un lato, per quanto riguarda le vittime: l’apprendimento precoce della vergogna di essere francesi e di essere bianchi…

Intervista a cura di Yann Vallerie

François Bousquet publie un ouvrage qui brosse le tableau d’une jeune génération sacrifiée : « Sale Blanc.

Azienda

Razzismo anti-bianchi: come la strategia del cuculo sta uccidendo i nostri figli!

Dopo un libro dedicato a un tema tabù, «Il razzismo anti-bianchi. L’inchiesta proibita», François Bousquet pubblica un’opera che traccia il ritratto di una giovane generazione sacrificata: «Sporco bianco. Il razzismo che non si vuole vedere» (La Nouvelle Librairie). «Ho scritto queste due raccolte per rendere giustizia ai miei testimoni. Il mio obiettivo principale – e ultimo – è proprio questo», precisa l’autore. Grazie a Jean-Yves le Gallou per averci autorizzato a riprodurre questo articolo, originariamente pubblicato su «Polémia» a firma di Johan Hardoy.

«Non esiste una convivenza pacifica con il cuculo.» Questo uccello non costruisce un nido, ma depone il proprio uovo in quello di un altro uccello affinché quest’ultimo lo covi al posto suo e poi nutra la sua prole, che finirà per espellere i piccoli legittimi. I genitori adottivi allevano così l’intruso a scapito della propria prole. Se per caso l’ospite si difende respingendo l’uovo, il cuculo ritorna per distruggere il nido e annientare la covata.

François Bousquet vede in questa «strategia del cuculo» una metafora «crudelmente eloquente del razzismo anti-bianchi e dell’immigrazione di insediamento che subiamo». Con il pretesto della carità, «il bambino bianco diventa l’uovo che si può spingere fuori dal nido senza rischi. E l’istituzione — scuola, personale di riferimento, discorso ufficiale — interpreta il ruolo dei genitori adottivi deviati».

Non si tratta di animalizzare le nostre società, ma di « ricordare che le logiche di dominio sociale obbediscono a leggi ferree : occupazione dello spazio, eliminazione dei concorrenti più deboli, appropriazione delle risorse, neutralizzazione delle resistenze attraverso il senso di colpa ».

Giovani bianchi che provano vergogna di sé stessi

«La vergogna di essere francesi», è ciò che raccontano i testimoni intervistati. In mancanza di una solidarietà protettiva, tutti si sono, almeno temporaneamente, «inventati delle origini alternative» per sopravvivere in quanto minoranze.

«Nel migliore dei casi, la famiglia francese vittima dell’aggressione è una famiglia nucleare. Cosa può fare contro delle tribù — fratelli, sorelle, le tre mogli di un uomo, cugini, amici di amici — in grado di radunare rapidamente dalle quindici alle venti persone?»

In questi ambienti giovanili, «la cultura cede il passo alla “razza”», che è diventata «il denominatore comune — e il fattore scatenante — di queste differenze culturali».

« È questa l’eredità del multiculturalismo : voler abolire i confini, compresi quelli etnici, e reinventare la guerra tra tribù. »

Costretti ad affrontare fin da giovanissimi molestie e violenze, alcuni assumono una « dhimmitudine consenziente », definita dall’autore « sindrome di Stoccolma »: « Si modellano la propria visione e il proprio comportamento su quelli del dominante. »

Altri rifiutano «un destino alla Franck Ribéry» — «finire con un tappeto da preghiera rivolto verso La Mecca» — e diventano degli «angry white men».

Nel frattempo, gli insegnanti sono rimasti inerti, limitandosi a fare la predica. Marc, cresciuto nel «Nord rosso», ne è profondamente indignato: «Ma chi subiva il razzismo? Noi. Ciò che mi feriva di più era la totale mancanza di empatia. Perché nessuno ci difendeva ? »

«Diversi casi sono finiti in tribunale, ma già all’epoca imperversavano i giudici di sinistra, tutte donne. Gli stranieri venivano continuamente assolti o, peggio ancora, salvati dalla prescrizione, conseguenza dell’estrema lentezza della giustizia», afferma da parte sua Jean-Emmanuel.

Il risentimento, « triste passione delle società multiculturali »

«La questione che rimane aperta e che attraversa questo libro come un filo conduttore è quella dell’origine di questa violenza anti-francese e anti-bianchi».

L’autore, che fa riferimento a Nietzsche e a Dostoevskij, vede in quest’ultima l’espressione di un risentimento da cui derivano rancore e ostilità nei confronti di ciò che è considerato la causa di una frustrazione.

Secondo il teologo protestante Reinhold Niebuhr, il risentimento lusinga l’ego ferito, offre un nemico a buon mercato e esonera dallo sforzo di lucidità.

«Lungi dall’essere quella fortuna provvidenziale promessa alla Francia e all’Europa, l’immigrazione appare piuttosto come una sventura, non solo per noi, ma anche per gli immigrati, forse meno per i nuovi arrivati stessi che per i loro figli e ancor più per i loro nipoti. […] Tutto sommato, l’immigrazione è destinata a produrre una serie infinita di anime consumate dal risentimento.»

Il rapporto con le donne

François Bousquet osserva, tra i giovani Identitari, che «se in alcuni di loro esiste una fissazione per la biologia, tipica delle società multiculturali, dove l’identità si riduce a segni distintivi della pelle, è perché, fin dalla più tenera età, sono stati ricondotti alla biologia attraverso gli insulti anti-bianchi che venivano loro lanciati in faccia. È a questo che la loro esperienza di minoranza, a scuola e per strada, li aveva esposti. Tutti avevano carattere e una personalità sufficientemente solida per non cedere alle facilità dell’assimilazione al contrario. Dei self-made men e ancor più delle self-made women. È di loro che voglio parlare ».

Alice Cordier è la presidente del Collectif Némésis, che si rifà alla « generazione Colonia », in riferimento agli stupri e alle aggressioni sessuali di massa commessi in quella città il 31 dicembre 2015 da bande di individui descritti come «nordafricani» e «fortemente ubriachi», seguiti dal silenzio «politicamente corretto» delle autorità tedesche. La giovane donna confida all’autore: «Un giorno, mia sorella — aveva dodici anni — è tornata da scuola in lacrime: un uomo di origine straniera le si era strusciato contro sul tram. […] In quel momento ho sentito davvero una rabbia crescere dentro di me. Non si è mai spenta. È stata proprio quella rabbia, credo, a dare origine, anni dopo, a Némésis

Eventi del genere sono inevitabili, ci dice François Bousquet, tanto più « che l’immigrazione extraeuropea è in stragrande maggioranza maschile » : « Nei loro paesi d’origine, questi uomini non hanno quasi mai conosciuto la convivenza tra i sessi ; la loro socializzazione è avvenuta nella vergogna del desiderio e nel sospetto nei confronti del femminile. La donna occidentale appariva loro al tempo stesso come un essere affascinante e offensivo, cresciuta nella libertà del corpo e della parola. Una volta qui, questa tentazione si è tradotta meccanicamente in comportamenti di appropriazione. […] L’errore tragico dell’Europa è quello di credere che queste due antropologie possano coesistere senza conflitti. »

Il suo libro raccoglie così numerose testimonianze toccanti, tra cui una delle meno strazianti è quella di Aline, assunta in un negozio di bigiotteria a Cergy-Pontoise. Il primo giorno, quando la direttrice, di origini algerine, la accoglie, le dice: « Avevo detto niente bianche! », prima di precisare « Non è contro di te, è solo che quando le nostre commesse sono bianche, subiamo più furti. Nessuno vi rispetta. » In effetti, questa osservazione è purtroppo giustificata perché i furti « esplodono » durante la sua settimana di lavoro…

Anche gli asiatici!

Loreine, che sul suo account X si definisce una «asiatica di destra», denuncia un razzismo proveniente da membri delle comunità magrebine e nere, nonostante l’assenza di un passato coloniale che possa fungere da pretesto per tale ostilità…

Aggiunge che «gli asiatici hanno dimostrato di non rappresentare alcun pericolo per la popolazione ospitante. Da quel momento, gli occidentali hanno abbassato la guardia. È inevitabile che all’inizio ci siano pregiudizi e una certa forma di rifiuto. Quindi ci si fa da parte, si mantiene un profilo basso, non si impone nulla, non si dà fastidio».

«A Roma, comportati come un romano», ripete. Di conseguenza, viene regolarmente definita «straccio» dai progressisti: «  Per una francese di origini coreane, rispettare il popolo francese che ha accolto la mia famiglia da generazioni, la sua cultura, le sue tradizioni e la sua identità prevalentemente bianca, equivale [secondo loro] a sminuirmi e a sottomettermi.»

***

Negli ultimi giorni, François Bousquet è stato oggetto di una campagna diffamatoria da parte dei media dopo aver presentato il suo libro su CNews.

In quell’occasione ha dichiarato, tra l’altro: «Vado agli Inrockuptibles nell’edificio di Matthieu Pigasse, nel XVIII arrondissement; è un edificio enorme dove ci sono solo bianchi. Ma quando ci vai, devi scendere a Clignancourt, e Clignancourt è sbalorditivo: cammini per 500 metri e non c’è un solo bianco ».

L’autore illustrava così ciò che denuncia nel suo saggio, ovvero «il bobolchevismo: l’amore per il popolo, ma visto da una torre di guardia climatizzata».

Nel programma di infotainment Quotidien, Matthieu Pigasse, presentato come «un banchiere di sinistra che conduce una battaglia culturale contro l’estrema destra», ha risposto a questa critica con ironico disprezzo, senza entrare nel merito della questione. Il conduttore ha invece ritenuto che «molti telespettatori fossero rimasti scioccati nel sentire ciò», sottolineando al contempo il «passato controverso» di François Bousquet. Nel 2018, una collaboratrice di questo programma, recatasi nella sua libreria (ora chiusa), aveva così scoperto che questa proponeva al pubblico opere di Dominique Venner, Marc Augier alias Saint-Loup, François Duprat e Henry Coston.

Su X, François Bousquet, che ha deplorato l’impossibilità di far valere il proprio diritto di replica, ha scritto: «Vi definiscono “razzisti”, ma, nel frattempo, mai bugiardi.»

Johan Hardoy

Risultati imprevisti? _ di Morgoth

Risultati imprevisti?

Su come i media di sinistra/liberali britannici elaborano l’omicidio di Henry Nowak

Morgoth3 giugno
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Negli anni 2010, quando il terrorismo islamico era più diffuso in Europa di quanto non lo sia oggi, i creatori di contenuti e i commentatori online iniziarono a notare che le risposte dei vari governi si erano standardizzate e prodotte in serie. Inizialmente, si trattava degli atti terroristici stessi e delle questioni legate all’immigrazione di massa. Gradualmente, però, si iniziò a notare la coordinazione e la replicabilità delle risposte. Era l’era di “Preghiamo per Parigi, Londra, Berlino, Bruxelles, Madrid” e così via.

L’amore e la tolleranza non hanno mai vinto davvero. Ha vinto uno stato di sorveglianza ipertrofico.

Le autorità europee hanno adottato piani di gestione dell’immagine anziché un piano per eliminare una religione violenta e storicamente antagonista. Non invocate deportazioni di massa, mettete una candela nel vostro avatar di Facebook per mostrare la vostra solidarietà ai musulmani pacifici e agli europei che sono stati massacrati. Ma soprattutto ai musulmani pacifici.

Il problema per il regime non era tanto il fatto di trovarsi sempre più spesso seduto su una montagna di cadaveri dei propri cittadini, quanto piuttosto che la soluzione più ovvia e lampante fosse al di là di ogni limite e di estrema destra. Lo scopo di queste manipolazioni della percezione era quello di diffondere una narrazione che riconducesse le masse in preda al panico in una cornice gradita al consenso neoliberista. Come spargere esche per terra per far rientrare le galline nel pollaio.

Questa strategia di gestione dei danni, profondamente cinica e in qualche modo sociopatica, è stata vista da chi si trovava “all’esterno” con un misto di orrore e fascino.

Ho trascorso gli ultimi giorni osservando le reazioni all’omicidio di Henry Nowak con un simile senso di sconcerto, repulsione e orrore. Ho guardato servizi su Sky News, Channel Four, LBC, Novara Media, GB News e ho ascoltato anche le dichiarazioni del governo stesso.

Millennial Woes ha pubblicato un ottimo articolo che spiega i dettagli della vicenda.

A questo proposito, è importante distinguere tra le ondate di violenza islamica citate in precedenza e la violenza endemica dello “Yookay”. Oggi, la violenza e gli omicidi testimoniano più un’ondata crescente di caos, una ferocia sporadica e una fredda indifferenza verso la morte, piuttosto che reti di fanatici religiosi altamente coordinati con legami con altre reti in tutto il mondo islamico. Nello Yookay, un afghano potrebbe accoltellarti a morte mentre porti a spasso il cane, senza una ragione apparente, senza obiettivi ideologici più ampi o rivendicazioni geopolitiche.

È più nello stile di Cormac McCarthy che in ” La guerra delle pulci” .

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Il punto di convergenza tra le due forme di barbarie risiede nel fatto che il liberalismo manageriale e le sue politiche ne sono in ultima analisi responsabili, e in entrambi i casi i suoi difensori devono giustificarsi, mentire, contorcersi e raccontare frottole per farsi strada nel ciclo mediatico. Si poteva sempre sostenere che i terroristi islamici non fossero rappresentativi di tutti i musulmani, e che, in effetti, costituissero solo una minuscola minoranza. Un certo margine di negabilità plausibile era quindi disponibile.

Il caso di Henry Nowak non presenta alcun elemento a sostegno di questa tesi. La domanda è semplice: le istituzioni del potere sono anti-bianchi?

Il pensiero dominante ha a lungo deriso l’accusa di “discriminazione a due livelli” tra polizia e cittadini, considerandola un cliché di estrema destra o populista, ma il problema è che tutti questi gruppi hanno promosso una moltitudine di politiche e leggi, moduli di formazione e linee guida per garantire e insistere affinché i gruppi che l’Equality Act ha designato come aventi “caratteristiche protette” fossero, appunto, protetti.

Ricordiamo brevemente cosa accadde nella fatidica notte dell’omicidio di Nowak. Un sikh chiamò la polizia per denunciare di essere stato vittima di un’offesa razziale da parte di un giovane bianco. All’arrivo degli agenti, questi ammanettarono il giovane, evidentemente gravemente ferito, nonostante le sue ripetute affermazioni di essere stato accoltellato e di “non riuscire a respirare”. L’atteggiamento sprezzante della polizia fu di per sé raccapricciante, ma la vera domanda è perché in quel momento l’agente scelse di credere all’uomo di colore e alla sua famiglia e non al giovane bianco ferito.

Perché, in definitiva, la vita di quel giovane bianco è stata svalutata in questo modo?

La reazione principale dei commentatori di sinistra/liberali è stata quella di affermare che sì, si trattava di una dimostrazione spaventosa di incompetenza della polizia, ma che non rappresentava un problema strutturale.

Aaron Bastani di Novara Media , un esponente della sinistra che gode di una certa simpatia anche tra i conservatori, lo ha spiegato così:

La polizia dell’Hampshire si vanta di quello che definisce il suo ” Piano d’azione contro le questioni razziali “:

Le loro linee guida abbracciano l’intera gamma degli slogan sulla giustizia sociale in materia di DEI (Diversità, Equità e Inclusione), con tanto di riferimenti reverenziali a George Floyd. Includono anche:

Bastani vuole inquadrare la risposta della polizia in termini di incompetenza, sostenendo che la polizia sia diventata poco professionale e inadeguata. C’è ovviamente del vero in questo, ma anche ammettendo che gli agenti intervenuti sulla scena dell’omicidio di Henry Nowak fossero del tutto incapaci, le decisioni prese in quel momento corrispondevano effettivamente alle politiche e alla formazione previste dalla polizia dell’Hampshire.

Questo per ribadire la mia tesi sul fatto che il sistema sia semplicemente incompetente o malevolo. Se l’incompetenza fosse l’unico fattore, assisteremmo, per impostazione predefinita, a risultati che avvantaggerebbero i nativi bianchi di tanto in tanto, anche solo per caso. Ma questo non accade mai.

A onor del vero, Bastani ha sottoposto queste preoccupazioni a un altro personaggio di sinistra durante il suo programma , il quale ha adottato la posizione di destra e ha chiesto se ci fosse del vero nell’affermazione che la giustizia britannica fosse discriminatoria nei confronti dei bianchi. Il suo ospite ha espresso sorpresa e persino sconcerto per l’ipotesi, affermando che non vi erano prove a sostegno di una tesi seria secondo cui gli indigeni fossero trattati peggio delle minoranze. A quel punto, con una certa ammirevole ironia, Bastani ha ampliato la discussione includendo la crisi delle “bande di adescamento”. Ancora una volta, e nonostante i numerosi esempi di inchieste e procedimenti giudiziari che affermavano esplicitamente che i servizi di protezione dell’infanzia, la polizia e i politici locali erano mortificati dall’essere stati accusati di razzismo come causa scatenante, l’ospite di sinistra ha negato tutto, adducendo complesse dinamiche materiali interclassiste per spiegare il problema.

Nel frattempo, il podcast News Agents ha anche sollevato la possibilità che nel Regno Unito esistesse effettivamente un sistema di polizia a due livelli. Tuttavia, il loro esperto di polizia ha ricordato al pubblico che gli uomini di colore erano i più propensi a essere fermati e perquisiti, e che una volta una giovane donna di colore era stata sottoposta a una perquisizione corporale completa in una stazione di polizia di Londra.

Su LBC, l’assolutamente ripugnante James O’Brien ha quasi completamente ignorato gli aspetti razziali della vicenda, dedicando invece la sua trasmissione a lamentarsi della reazione di Nigel Farage.

Che cosa si aspettavano?

Credere alla narrativa del mainstream politico e mediatico britannico (Bastani non è del tutto mainstream, va detto) significa credere che alcuni gruppi possano essere protetti dalla legge e godere di privilegi speciali, mentre altri no, e che in qualche modo ciò non porterà a conseguenze perverse.

Significa credere, letteralmente, che tutti siano uguali ma che alcuni siano più uguali degli altri, e che quando tali politiche si manifestano in risse notturne, scandali di stupri interetnici e omicidi, presumibilmente ci sarà una fata marxista che scenderà dal cielo e porterà i risultati perfettamente “uguali” di tali politiche.

In alternativa, il pensiero alla base di tali schemi ideologici è pura follia.

Nel 2020, la BBC ha riportato che la guardia di sicurezza presente all’attentato alla Manchester Arena, in cui persero la vita 22 persone, per lo più ragazze, durante un concerto di Ariana Grande, evitò di avvicinarsi al terrorista perché temeva di essere accusato di razzismo.

Non sapevo bene cosa fare.

È molto difficile definire un terrorista. Per quanto ne sapevo, poteva benissimo essere un innocente maschio asiatico.

Non volevo che la gente pensasse che lo stessi etichettando in base alla sua etnia.

Avevo paura di sbagliare e di essere etichettato come razzista se avessi sbagliato, e questo mi avrebbe messo nei guai. Mi rendeva esitante.

Volevo fare le cose per bene e non rovinare tutto reagendo in modo eccessivo o giudicando qualcuno in base alla sua razza.

È facile deridere il giovane Kyle Lawler, che all’epoca aveva 18 anni. Ma non aveva torto quando diceva che se avesse accusato un uomo asiatico di essere un terrorista quando non lo era, probabilmente sarebbe stato licenziato e forse persino processato o trascinato nella sfera pubblica per essere demonizzato.

Il nostro reattore multiculturale 5Il nostro reattore multiculturale 5Morgoth·7 gennaio 2025Leggi la storia completa

Analogamente, e sebbene non se ne parli molto, l’insegnante di Axel Rudakubana, l’assassino di Southport, Joanne Hodson, aveva cercato di dare l’allarme, ma era stata dissuasa da un operatore della salute mentale, secondo quanto riportato da The Spectator .

Dopo aver condiviso questa bozza, Hodson si è trovata ad affrontare l’ostilità sia del padre del ragazzo che di un’operatrice sanitaria specializzata in salute mentale, Samantha Steed. Steed è arrivata persino ad accusare Hodson di aver “stereotipato razzialmente” Rudakubana definendolo “un ragazzo nero con un coltello”, in risposta al fatto che lui l’aveva guardata dritto negli occhi affermando di aver avuto intenzione di “usare” il coltello che aveva portato nella sua precedente scuola. Intimidita dalla minaccia di essere stata vittima di “profilazione razziale”, Hodson ha cancellato le frasi in questione.

Il risultato è che altre tre bambine vengono massacrate per aver difeso l’antirazzismo, e ancora una volta, un cittadino si trova di fronte al dilemma di salvare vite umane o commettere un errore e vedersi distruggere la carriera e la vita.

Sorge però spontanea la domanda: cosa spaventa così tanto queste persone? La risposta è, ovviamente, la burocrazia statale. Lo Stato di cui la polizia è il braccio armato principale.

È vero, quindi, che una guardia giurata o un insegnante non rappresentano la polizia britannica, ma è la prospettiva di rimanere invischiati con lo Stato e i suoi organi che incute timore nel cuore della gente comune. E il motivo è che tutti sanno benissimo che si tratta di “woke” e la polizia ha chiarito a chiare lettere di essere la punta di diamante di questa corrente.

A differenza di un netturbino o di una guardia giurata con un salario minimo, la polizia ha linee guida e una formazione specifiche che le permeano della morale e dei principi ideologici dello Stato.

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Nonostante tutto ciò, ci si aspetta che crediamo che tutto questo dogma, la miriade di strutture di incentivi e la semplice paura non influenzino le decisioni delle autorità e siano perfettamente compatibili con l'”uguaglianza davanti alla legge”.

Inoltre, Vickrum Digwa e tutta la sua famiglia, a differenza dei progressisti di sinistra, hanno capito subito l’inganno, ed è per questo che hanno giocato la carta razziale fin dall’inizio. A prescindere dalle chiacchiere sulla classe sociale e la condizione economica, le minoranze hanno un incentivo a manipolare il sistema, e i bianchi hanno un incentivo a non inciampare nei campi minati esplosivi posti sotto i loro piedi.

I risultati parlano da soli: morte, stupri, ingiustizia, paura, doppi standard e menzogne, ammassati uno sull’altro come sacchi per cadaveri in una fossa fangosa.

“Forse gli agenti di polizia nel caso di Henry Nowak si sono spinti un po’ troppo oltre. Queste politiche sembravano valide nei seminari e nei gruppi di riflessione, quindi non possiamo certo essere noi i responsabili, no? Dev’essere stata incompetenza, semplicemente non hanno seguito correttamente la formazione…”

Certo, è un problema sia sistemico che strutturale. Due termini che la sinistra un tempo conosceva bene, ma che in qualche modo ha dimenticato.

Il razzismo strutturale si riferisce ai sistemi, alle istituzioni e alle politiche sociali – come quelli relativi all’edilizia abitativa, alla sanità, all’istruzione e alla giustizia penale – che interagiscono per perpetuare le disuguaglianze razziali. Esso opera in modo continuativo anche in assenza di individui apertamente razzisti, poiché i pregiudizi storici sono radicati nel funzionamento quotidiano di queste strutture.

Il poliziotto viene chiamato sul luogo di un incidente. Davanti a lui, un ragazzo bianco si contorce sul pavimento, affermando di essere stato accoltellato, e una famiglia di colore dichiara di essere la vittima. Il poliziotto ammanetta il ragazzo bianco, che muore sul colpo.

Dev’essere solo incompetenza, un caso isolato, non fare domande più approfondite.

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Le radici dell’ideologia nazista: Arthur Graf J. Gobineau e la sua teoria politica razzista e razziale_di Vladislav Sotirovic

Arthur Graf J. Gobineau e la sua teoria politica razzista e razziale

Prefazione

Arthur Graf J. Gobineau (1818‒1882) può essere tranquillamente considerato il fondatore della moderna teoria razzista e razziale, che ha avuto un’influenza significativa sulle successive teorie razziali del secolo successivo, in particolare quelle di origine nazista. Gobineau e la sua teoria politica razzista furono il prodotto storico del periodo reazionario della Francia durante il regno di Napoleone III Bonaparte (presidente della Seconda Repubblica francese, 1850-1852; imperatore del Secondo Impero francese, 1850-1870) e della secolare esperienza coloniale dei paesi dell’Europa occidentale in Nord e Sud America, Africa e Asia. Va notato che tutte le teorie politiche basate su fondamenti teorici politici razzisti sono prodotti della civiltà dell’Europa occidentale.

Nella prima metà del XIX secolo, la teoria razziale rimase praticamente inefficace in Europa. Tuttavia, durante il Secondo Impero in Francia, che disilluse le legittime strutture feudali del paese e che, durante la crisi rivoluzionaria antifeudale del 1848-1849, come parte del “partito dell’ordine”, permise a Napoleone III di salire al potere per difendere il vecchio ordine, ci fu una rinascita dell’ideologia feudale razziale, che presto assunse la forma della moderna teoria politica coloniale-razzista. A. G. J. Gobineau rappresentò la svolta principale in questo processo di transizione ideologica. Gobineau riuscì a rinnovare la teoria razziale feudale e a infonderle un nuovo spirito modernista di razzismo, perché essa divenne l’ideologia di combattimento della borghesia reazionaria contro la vecchia nobiltà feudale.

La teoria razzista di Gobineau

In sostanza, il punto principale della teoria e dell’ideologia razzista di A. G. J. Gobineau era la lotta contro la democrazia, cioè contro la richiesta di attuare una politica di uguaglianza tra le persone a tutti i livelli, compreso quello razziale. Per Gobineau, tale richiesta era considerata non scientifica e anche innaturale. Il motivo era semplice: per Gobineau, tutto il male della storia derivava dall’idea di uguaglianza. Per lui, questa idea era una “bomba atomica” che distruggeva tutti i valori della civiltà umana in una prospettiva storica. In altre parole, Gobineau aggiunse una forma borghese modernista alla percezione feudale medievale della disuguaglianza “naturale” delle razze umane, che in molti casi corrispondeva al sistema capitalista.

Per Gobineau, l’idea, o almeno l’ipotesi scientifica dell’uguaglianza delle persone, è solo un sintomo della bastardizzazione dell’impurità del sangue. Per lui, nei cosiddetti “tempi normali”, la disuguaglianza è accettata come un fenomeno comprensibile in sé. Una delle tesi di Gobineau può essere ridotta a quanto segue: se nelle vene della maggioranza dei cittadini di uno Stato scorre sangue misto, questi stessi cittadini, a causa del loro numero elevato, si sentono chiamati a proclamare come principio universalmente valido che per loro tutte le persone sono uguali.

A causa della sua teoria razzista della supremazia della razza bianca su tutte le altre razze, A. G. J. Gobineau, a differenza dei suoi seguaci successivi, cadde nel pessimismo a causa dell’inevitabile collasso della cultura e della civiltà bianca, che deriva dalla mescolanza di sangue. Secondo questo processo storico, la razza originariamente più pura e superiore dell’uomo bianco fu gradualmente sostituita dai membri delle razze “di colore”, il che alla fine portò alla cosiddetta ‘bastardizzazione’ del “superuomo” bianco (più tardi nell’ideologia nazista, l’Überman tedesco). Tuttavia, a differenza dei suoi sostenitori successivi (ad esempio i nazisti) e delle persone che la pensavano come lui, Gobineau non offrì alcun metodo o obiettivo per “correggere” questa situazione “razziale” su scala globale.

Si può affermare che il punto di partenza della teoria razziale del conte Gobineau fosse la lotta contro la democrazia liberale, cioè contro la visione dell’uguaglianza automatica delle persone. Gobineau e i suoi sostenitori ritenevano che questa visione fosse innaturale ed estremamente antiscientifica. Altrimenti, secondo Gobineau, tutte le disgrazie dell’umanità derivano dalla visione dell’uguaglianza delle persone. Gobineau sostiene la concezione dell’ineguaglianza naturale-razziale delle persone, essenzialmente su basi genetiche. Per il conte Gobineau, l’ipotesi dell’uguaglianza delle persone su base razziale è solo il risultato della politica di bastardizzazione delle classi razziali superiori, nonché il risultato dell’impurità dovuta alla contaminazione del sangue.

Il conte Gobineau sosteneva che in tempi “normali” la disuguaglianza è accettata come qualcosa di naturale e abbastanza comprensibile in senso razionale. Tuttavia, secondo lui, se nelle vene della maggioranza dei cittadini di una comunità politica (Stato) scorre sangue misto, questi, a causa del loro numero elevato (democrazia), si sentono chiamati a proclamare come verità universalmente valida per loro che tutte le persone sono uguali. Per Gobineau, questo è uno degli esempi fondamentali della “bastardizzazione” della razza superiore (bianca) rispetto alle razze inferiori (non bianche), il tutto nel quadro della volontà della maggioranza (democratica). Qui possiamo vedere chiaramente il suo attacco al principio fondamentale della democrazia (la volontà della maggioranza), ma basato sulle differenze razziali nella società. A. G. J. Gobineau trasferisce semplicemente le contraddizioni sociali basate sulle differenze socio-professionali al campo delle differenze razziali e crea così un’ottima base per l’ulteriore sviluppo di teorie e ideologie razziste.

Tuttavia, a differenza della maggior parte dei suoi successivi seguaci ideologici, A. G. J. Gobineau esprime ipotesi estremamente pessimistiche riguardo al crollo della cultura e della civiltà della razza bianca a causa della mescolanza con altre razze “inferiori”, che egli chiama ‘bastardi’. È importante notare che il conte Gobineau non offre alcun obiettivo o metodo di lotta per “riportare alla normalità” questo stato di cose.

La teoria razziale di A. G. J. Gobineau, che egli presentò nella sua opera sull’ineguaglianza delle razze umane (vedi edizione: Die Ungleichheit der Menschenrassen, Berlino 1935), rifletteva in un dato momento storico la posizione dell’opposizione aristocratica feudale francese, che stava perdendo gran parte della sua posizione sul piano sociale e politico della Francia dopo gli eventi rivoluzionari del 1848-1849, e che vedeva il passato come uno stato socio-politico che doveva essere ristabilito e che si rifletteva nella disuguaglianza feudale. Questa disuguaglianza feudale era storicamente basata su una disuguaglianza puramente socio-economica all’interno della stessa società locale che possedeva più o meno le stesse caratteristiche razziali, ma il conte Gobineau trasformò questa disuguaglianza in un rapporto di disuguaglianza razziale a livello globale. In altre parole, la vecchia aristocrazia feudale non gradiva l’idea dell’uguaglianza sociale, perché in tal caso avrebbe perso la sua posizione dominante nella società. Di conseguenza, l’aristocrazia combatté con tutti i mezzi, anche con teorie razziali, per mantenere la sua posizione privilegiata “naturale” (cioè data da Dio) nella società contro le idee democratiche delle classi sociali inferiori sull’uguaglianza sociale e la parità dei diritti politici nella stessa società.

In ogni caso, A. G. J. Gobineau, dopo una pausa storica piuttosto lunga, ha riportato in auge la teoria razziale in Francia, aprendo così nuovi orizzonti alla successiva teoria razzista che ha assunto le sue forme moderne tra le due guerre mondiali. Gobineau ha cercato di costruire una nuova storia del mondo e, soprattutto, delle relazioni razziali a livello globale, su base razziale. La base della sua storia è la tradizione feudale-aristocratica, che egli cerca essenzialmente di armonizzare con l’Antico Testamento. Gobineau solleva la questione della purezza razziale e sottolinea il fenomeno storico secondo cui lo stato ideale di purezza razziale non è mai stato raggiunto nella storia, almeno nel quadro storico che egli conosceva (il Giappone, ad esempio, è un chiaro esempio del raggiungimento della totale purezza razziale).

Gobineau ha correttamente osservato che la maggior parte delle razze umane ha storicamente vissuto in uno stato di mescolanza con altre razze, cosicché, secondo lui, i popoli storicamente conosciuti sono il prodotto di una mescolanza razziale. Secondo lui, la mescolanza con una razza inferiore (non bianca) rappresenta la bastardizzazione di una razza superiore (bianca), la cui conseguenza inevitabile è la caduta del mondo civilizzato e la vittoria dell’anticiviltà. Tuttavia, ci sono anche contraddizioni significative nella teoria politica di Gobineau (un cattolico romano ortodosso francese). Egli sostiene infatti che l’arte possa nascere solo come prodotto della mescolanza con la razza più bassa della sua scala razziale: i neri. Inoltre, accetta la tesi di un’unica origine di tutte le razze umane, cioè l’umanità. Tuttavia, in un altro punto, sostituisce questa tesi con la trinità biblica dell’origine delle razze che derivano dai figli di Noè, Cam, Sem e Jafet. Per lui esiste una disuguaglianza fisiologica e psicologica tra le razze, che a sua volta ha collegamenti diretti con la religione, perché per Gobineau il cristianesimo è il livello più alto di cultura. Secondo lui, le razze inferiori non possono adattarsi alla cultura delle razze superiori, quindi possono solo servirle in un modo o nell’altro.

A. G. J. Gobineau è stato certamente uno dei pionieri della storia moderna che ha presentato posizioni (pseudo)scientifiche contro la democrazia e il suo principio fondamentale (e in molti casi specifici banale) di uguaglianza, collegando i principi fondamentali della democrazia con la mescolanza razziale, dato che sono proprio le razze inferiori ad accettare il principio democratico dell’uguaglianza a livello globale e dell’uguaglianza nella stessa società. Ad esempio, la rivoluzione borghese francese (1789-1794) ha sottolineato proprio il principio di uguaglianza, che era una conseguenza del costante aumento della mescolanza razziale, un fenomeno che, dopotutto, riempie la storia del genere umano. Per lui è importante che la diversità del sangue causi differenze di opinioni e atteggiamenti su molte questioni nella società. Altrimenti, la mescolanza delle razze porta in ultima analisi alla corruzione, al lassismo e alla confusione delle razze avanzate, e soprattutto della razza bianca, che è anche la razza più pura e che supera tutte le altre razze in tutte le caratteristiche, e soprattutto in quelle intellettuali ed estetiche. La razza bianca, a differenza delle altre, dà valore alla vita e al tempo. Il luogo in cui vive la razza bianca è anche il centro della vita intellettuale su scala globale.

A. G. J. Gobineau è noto per aver utilizzato la teoria razziale e persino razzista come base per costruire l’intera storia del mondo che lo circonda. Così, ad esempio, egli riduce semplicemente tutte le crisi storiche e tutti i conflitti sociali a una base razziale, il che è certamente molto lontano dalla realtà dei fatti e, soprattutto, dalla verità storica. In ogni caso, secondo lui, qualsiasi cambiamento nella struttura sociale è innaturale, porta al degrado dell’umanità e non può in alcun modo rappresentare un progresso nella storia umana.

Riguardo allo stato originale ideale, egli sosteneva che ogni ordine sociale si basa su tre classi originarie, ciascuna delle quali è una variante razziale: 1) La nobiltà (aristocrazia), che è generalmente un accurato riflesso della razza vittoriosa; 2) La cittadinanza, composta da tipi misti vicini alla razza dominante; e 3) Il popolo (plebe, demos), che vive in schiavitù o almeno in una posizione molto oppressa e appartiene a una razza inferiore che è sorta nel sud mescolandosi con i neri e nel nord con i popoli ugro-finnici. Per Gobineau, la forma razziale ideale può essere vista nelle caste indiane e nel feudalesimo europeo, e questa forma razziale ideale è stata raggiunta solo dagli ariani.

Gobineau ha chiaramente sottolineato nella sua ideologia razziale l’ineguaglianza delle persone come uno stato naturale, cosicché sostenere l’uguaglianza delle persone ha portato anche al blocco del progresso e della ragione. Per lui, esiste solo la storia della razza bianca, che è anche l’unica in grado di costruire la civiltà. Tutte le altre razze sono ahistoriche, cioè incivili. Per la teoria razziale e razzista di Gobineau, le differenze nei livelli culturali non significano fasi di sviluppo attraverso le quali passa uno stesso popolo, cioè una stessa società, ma ogni livello è equiparato, cioè identificato, a determinate razze e alle loro caratteristiche. Alcune razze rimangono sempre barbariche, mentre altre non sono mai state come la razza bianca.

Si può concludere che l’ideologia razzista di Arthur Graf J. Gobineau è un classico prodotto della manifestazione della superiorità razziale dei colonizzatori dell’Europa occidentale (bianchi) rispetto alla popolazione indigena non bianca delle Americhe, dell’Africa e dell’Asia, che i bianchi consideravano razze non storiche incapaci di sviluppare la civiltà. Tuttavia, l’ideologia del pessimismo razziale di Gobineau fu respinta nelle successive teorie razziali e superata dall’attivismo militante del nuovo periodo imperialistico dell’Europa occidentale, ma in ogni caso servì da base per la successiva ideologia razziale nazista, con alcune modifiche significative in alcuni segmenti.

A. G. J. Gobineau e il nazismo tedesco

Possiamo affermare con certezza che Adolf Hitler (1889-1945) conosceva molto bene la letteratura antisemita, che dopo il 1890 era completamente sotto l’influenza ideologica e il segno di quel ramo della teoria politica dell’Europa occidentale sulla dottrina delle razze o come comprensione antropologica della storia, come sosteneva Ernst Nolte nella sua famosa pubblicazione sul fascismo nella sua epoca (Der Faschismus in Seiner Epoche). A. Hitler non sviluppò in modo creativo l’ideologia razziale di Gobineau o Chamberlain perché semplicemente non ne era capace dal punto di vista educativo e intellettuale, come invece fece prima di lui Charles Maurras (1868-1952) con le dottrine ideologiche dei suoi predecessori.

In ogni caso, A. Hitler conosceva queste dottrine solo superficialmente, ma anche questa conoscenza era sufficiente per svilupparle con l’aiuto di Joseph Goebbels (1897-1945) fino a raggiungere la perfezione propagandistica pratica. Esattamente ciò che i tedeschi etnici volevano sentire sotto l’egida della propaganda totalitaria nazista. Gobineau e Chamberlain (Houston Steward Chamberlain, 1855-1927) furono senza dubbio i maestri di Hitler. È importante sottolineare che per il fascismo e il nazionalsocialismo, solo ciò che il leader (Führer, Duce) accettava e approvava come verità relativa era rilevante per il resto della popolazione.

Tra i nazisti tedeschi, l’ideologia di A. G. J. Gobineau rappresentava la base della loro ideologia razzista, che era l’insegnamento dell’ineguaglianza delle razze umane, che significava addirittura l’incomparabilità tra loro, perché il sangue della razza bianca avrebbe il monopolio del potere creativo. Tutte le disuguaglianze esistenti derivano dal diverso grado di connessione tra il nucleo razziale bianco, creatore di storia e cultura, e le razze inferiori. In molti casi successivi, la destra dell’Europa occidentale accettò l’insegnamento ideologico razziale di Gobineau secondo cui la classe sociale è uguale alla razza, cosicché la nobiltà, la borghesia e il popolo differiscono tra loro principalmente per la quantità di sangue ariano che scorre nelle loro vene, che altrimenti non può essere misurata in senso puramente tecnologico. Per Gobineau, e come accettato con entusiasmo dai nazisti tedeschi, il nemico del germanismo era l’assolutismo francese, che aveva privato la nobiltà feudale del potere e dell’indipendenza e quindi aveva guidato la lotta contro i resti del germanismo in Francia.

Per Gobineau, il germanismo è caratterizzato dal suo orgoglioso individualismo e dal suo atteggiamento repellente nei confronti della comunità dei romani e degli slavi. Gobineau disprezzava gli slavi come popolo non bellicoso. Un’ideologia che i nazisti tedeschi abbracciarono con entusiasmo. La tendenza al dispotismo era spiegata dal sangue semitico, cioè dal caos razziale, e quindi anche questo nemico della razza bianca fu inserito nella lista della distruzione morale. Secondo Gobineau, la razza ariana (bianca) era in degrado storico a causa della mescolanza di sangue con altre razze (non bianche). I nazisti tedeschi si proclamarono salvatori dal declino della razza ariana bianca e quindi costruirono l’ideologia razzista di Gobineau in senso “positivo”.

I nazisti tedeschi accettarono senza riserve l’insegnamento di Gobineau secondo cui tutto ciò che non aderiva alla civiltà germanica (non solo tedesca) e al suo modo di pensare doveva essere eliminato. Per lui, la civiltà germanica possiede questo potere di sterminio, ma non pensa che questa stessa proprietà della razza e della civiltà germanica porti all’antisemitismo, cioè allo sterminio degli ebrei. L’antisemitismo è presente in Gobineau solo in forma embrionale, ma i nazisti tedeschi lo trasformeranno in seguito nelle fondamenta della loro politica mondiale. Tuttavia, ciò che gli ideologi del nazismo tedesco non dissero dell’ideologia di Gobineau è che egli considerava la massa dei tedeschi non germanica a causa della mescolanza delle razze. Le sue preferenze razziali erano rivolte agli anglosassoni e agli scandinavi.

In breve, gli ideologi dell’ideologia razziale nazista tedesca accettarono da Gobineau e da altri ideologi delle teorie razziali quelle parti che erano loro utili per raggiungere i loro obiettivi puramente politici di ricostruire l’Europa nel contesto del “Nuovo Ordine Mondiale”. Tutto il resto non fu preso in considerazione. Così, Gobineau, come altri, rimase “spogliato” dagli ideologi nazisti.

Dichiarazione di non responsabilità personale: l’autore scrive per questa pubblicazione a titolo personale, senza rappresentare alcuna persona o organizzazione se non le proprie opinioni personali. Nulla di quanto scritto dall’autore deve essere confuso con le opinioni editoriali o le posizioni ufficiali di qualsiasi altro mezzo di comunicazione o istituzione.

L’autore del testo non ha alcuna responsabilità morale, politica, scientifica, materiale o legale per le opinioni espresse nell’articolo.

Dr. Vladislav B. Sotirović

Ex professore universitario (Vilnius, Lituania)

Ricercatore presso il Centro di studi geostrategici (Belgrado, Serbia)

Ricercatore associato del Centro di ricerca sulla globalizzazione (Montreal, Canada)

sotirovic1967@gmail.com

© Vladislav B. Sotirović 2026

The Roots of Nazi Ideology:

Arthur Graf J. Gobineau and His Racial-Racist Political Theory

Preface

Arthur Graf J. Gobineau (1818‒1882) can be safely considered the founder of modern racial and racist theory, which had a significant influence on later racial theories in the following century, especially those of Nazi origin. Gobineau and his racial-racist political theory were a historical product of the reactionary period of France during the reign of Napoleon III Bonaparte (President of the Second Republic in France, 1850‒1852; Emperor of the Second Empire in France, 1850‒1870) as well as of the centuries-old colonial experience of Western European countries in North and South America, Africa, and Asia. It should be noted that all political theories based on racial-racist political theoretical backgrounds are products of Western European civilization.

In the first half of the 19th century, racial theory remained virtually ineffective in Europe. However, during the Second Empire in France, which disillusioned the legitimate feudal structures in the country, and which, during the anti-feudal revolutionary crisis of 1848‒1849, as part of the “party of order”, allowed Napoleon III to come to power in order to defend the old order, there was a renaissance of racial feudal ideology, which soon took the form of modern colonial-racist political theory. A. G. J. Gobineau represented the main turning point in this process of ideological transition. Gobineau was able to renew feudal racial theory and breathe into it a new modernist spirit of racism because it became the combat ideology of the reactionary bourgeoisie against the old feudal nobility.

Gobineau’ racial-racist theory

In essence, the main point of the racial-racist theory and ideology of A. G. J. Gobineau was the struggle against democracy, i.e., against the demand for the implementation of a policy of equality of people at all levels, including racial too. For Gobineau, such a demand was considered unscientific and also unnatural. The reason was simple because for Gobineau, all evil in history stemmed from the idea of ​​equality. For him, this idea was an “atomic bomb” that destroyed all the values ​​of human civilization in a historical perspective. In other words, Gobineau added a modernist bourgeois form to the medieval feudal perception of the “natural” inequality of human races, which in many cases corresponded to the capitalist system.

For Gobineau, the idea, or at least the scientific hypothesis of the equality of people, is only a symptom of the bastardization of the impurity of blood. For him, in so-called “normal times”, inequality is accepted as a phenomenon that is understandable in itself. One of Gobineau’s theses can be reduced to the following: If mixed blood flows in the veins of the majority of the citizens of a state, these same citizens, due to their large numbers, feel called upon to proclaim as a universally valid principle that for them all people are equal.

Due to his racist theory of the primacy of the white race over all other races, A. G. J. Gobineau, unlike his later followers, fell into pessimism due to the inevitable collapse of white culture and civilization, which comes as a result of blood mixing. According to this historical process, the originally purest and highest race of the white man was gradually replaced by members of the “colored” races, which ultimately led to the so-called “bastardization” of the white “superman” (later in Nazi ideology, the German Überman). However, unlike his later (e.g., Nazi) supporters and like-minded people, Gobineau did not offer any methods or goals to “correct” this “racial” situation on a global scale.

It can be stated that the starting point of Count Gobineau’s racial theory was the struggle against liberal democracy, i.e., against the view of the automatic equality of people. Gobineau and his supporters believed that this view was unnatural and extremely unscientific. Otherwise, according to Gobineau, all the misfortune of humanity stems from the view of the equality of people. Gobineau supports the understanding of the natural-racial inequality of people, essentially on genetic grounds. For Count Gobineau, the hypothesis of the equality of people on a racial basis is only the result of the policy of bastardization of the upper racial classes, as well as the result of impurity due to blood contamination.

Count Gobineau argued that in “normal” times, inequality is accepted as something that is natural and quite understandable in a rational sense. However, for him, if mixed blood flows in the veins of the majority of citizens of a political community (state), they, due to their large numbers (democracy), feel called upon to proclaim as a universally valid truth for them, which is that all people are equal. For Gobineau, this is one of the basic examples of the “bastardization” of the higher (white) race in relation to the lower (non-white) races, all within the framework of the will of the (democratic) majority. Here we can clearly see his attack on the basic principle of democracy (the will of the majority), but based on racial differences in society. A. G. J. Gobineau simply transfers social contradictions based on socio-professional differences to the field of racial differences and thus creates an excellent basis for the further development of racist theories and ideologies.

However, unlike most of his later ideological followers, A. G. J. Gobineau expresses extremely pessimistic hypotheses regarding the collapse of the culture and civilization of the white race due to mixing with other “lower” races, which he calls “bastards”. It is important to note that Count Gobineau does not offer any combat goals or methods to “return to normal” this state of affairs.

The racial theory of A. G. J. Gobineau, which he presented in his work on the inequality of human races (see edition: Die Ungleichkeit der Menschenrassen, Berlin 1935), reflected at a given historical moment the position of the French feudal aristocratic opposition, which was largely losing its position on the social and political plane of France after the revolutionary events of 1848‒1849, and which viewed the past as a socio-political state that needed to be re-established and which was reflected in feudal inequality. This feudal inequality was historically based on purely socio-economic inequality within the same local society that possessed more or less the same racial characteristics, but Count Gobineau transformed this inequality into a relation of racial inequality on a global level. In other words, the old feudal noble aristocracy did not like the idea of ​​social equality, because in that case, that same aristocracy would lose its dominant position in society. Consequently, the noble aristocracy fought by all means, even racial theories, to maintain its “natural” (i.e., God-given) privileged position in society against the democratic ideas of the lower social classes about social equality and equal political rights in the same society.

In any case, A. G. J. Gobineau, after a somewhat longer historical pause, revived racial theory in France and thus opened new horizons for the later racist theory that took on its modern forms between the two world wars. Gobineau attempted to build a new history of the world, and above all, of racial relations on a global level, on a racial basis. The basis of his history is the feudal-aristocratic tradition, which he essentially tries to harmonize with the Old Testament. Gobineau raises the question of racial purity and points to the historical phenomenon that the ideal state of racial purity has never been achieved in history, at least in the historical framework he knew (Japan is, for example, a clear example of the achievement of total racial purity).

Gobineau correctly observed that the majority of human races have historically lived in a state of mixing with other races, so that, according to him, historically known peoples are the product of racial mixing. According to him, mixing with an inferior race (non-whites) represents the bastardization of a superior (white) race, the inevitable consequence of which is the downfall of the civilized world and the victory of anti-civilization. However, there are also significant contradictions in the political theory of Gobineau (a French orthodox Roman Catholic). Thus, he claims that art can only arise as a product of mixing with the lowest race on his racial scale – blacks. Furthermore, he accepts the thesis of a single origin of all human races, i.e., humanity. However, in another place, he replaces this thesis with the biblical trinity of the origin of races that stem from Noah’s sons, Ham, Shem, and Japhet. For him, there is a physiological and psychological inequality of races, which in turn has direct links to religion, because for Gobineau, Christianity is the highest level of culture. According to him, lower races cannot adapt to the culture of higher races, so they can only serve them in one form or another.

A. G. J. Gobineau was certainly one of the pioneers in modern history who presented (pseudo)scientific positions against democracy and its basic (and in many specific cases banal) principle of equality, by linking the fundamental principles of democracy with racial mixing, given that it is precisely the lower races that accept the democratic principle of equality on the global level and equality in the same society. For example, the French bourgeois revolution (1789‒1794) emphasized precisely the principle of equality, which was a consequence of the constant increase in racial mixing, a phenomenon that, after all, fills the history of the human race. For him, it is important that the diversity of blood causes differences in views and attitudes on many issues in society. Otherwise, the mixing of races ultimately leads to the corruption, laxity, and confusion of advanced races, and above all, the white race, which is also the purest race and which surpasses all other races in all characteristics, and above all, intellectual and aesthetic. The white race, unlike others, values ​​life and time. Where the white race lives is also the center of intellectual life on a global scale.

A. G. J. Gobineau is known for using racial and even racist theory as a basis for constructing the entire history of the world around it. Thus, for instance, he simply reduces all historical crises and all social conflicts to a racial basis, which is certainly very far from the real state of affairs and, above all, from historical truth. In any case, according to him, any change in the social structure is unnatural, it leads to the degradation of humanity, and it can in no way represent progress in human history.

Regarding the ideal original state, he argued that every social order is based on three original classes, each of which is a racial variation: 1) The nobility (aristocracy), which is generally an accurate reflection of the victorious race; 2) The citizenry, composed of mixed types close to the master race; and 3) The people (plebs, demos), who live enslaved or at least in a very oppressed position and belong to an inferior race that arose in the south by mixing with blacks and in the north with Finno-Ugric peoples. For Gobineau, the ideal racial form can be seen in the Indian castes and in European feudalism, and this ideal racial form was achieved only by the Aryans.

Gobineau clearly emphasized in his racial ideology the inequality of people as a natural state, so that advocating for the equality of people also led to the blocking of progress and reason. For him, there is only the history of the white race, which is also the only one capable of building civilization. All other races are ahistorical, that is, uncivilized. For Gobineau’s racial and racist theory, differences in cultural levels do not mean developmental stages through which one and the same people, i.e., one and the same society, pass, but each level is equated, i.e., identified, with certain races and their characteristics. Some races always remain barbaric, while others have never been like the white race.

It can be concluded that the racial-racist ideology of Arthur Graf J. Gobineau is a classic product of the manifestation of the racial superiority of Western European (white) colonizers in relation to the non-white indigenous population of both Americas, Africa, and Asia, which whites considered as non-historical races incapable of developing civilization. However, Gobineau’s ideology of racial pessimism was rejected in later racial theories and overcome by the militant activism of the new Western European imperialistic period, but in any case, it served as the basis for the later Nazi racial ideology, with certain and even significant modifications in some segments.

A. G. J. Gobineau and German Nazism

We can safely claim that Adolf Hitler (1889‒1945) was thoroughly familiar with anti-Semitic literature, which after 1890 was completely under the ideological influence and sign of that branch of Western European political theory on the doctrine of races or as an anthropological understanding of history, as Ernst Nolte argued in his famous publication on fascism in its era (Der Faschismus in Seiner Epoche). A. Hitler did not creatively develop the racial ideology of Gobineau or Chamberlain because he was simply not capable of it in an educational and intellectual sense, as Charles Maurras (1868‒1952) did before him with the ideological doctrines of his predecessors.

In any case, A. Hitler knew these doctrines only superficially, but even such knowledge of them was enough for him to develop them with the help of Joseph Goebbels (1897‒1945) to practical propaganda perfection. Exactly what ethnic Germans wanted to hear under the auspices of totalitarian Nazi propaganda. Gobineau and Chamberlain (Houston Steward Chamberlain, 1855‒1927) were undoubtedly Hitler’s teachers. It is important to emphasize that for fascism and national socialism, only what the leader (Führer, Duce) accepted and approved as the relative truth was relevant for the rest of the population.

Among the German Nazis, A. G. J. Gobineau’s ideology represented the basis of their racist ideology, which was the teaching of the inequality of human races, which even meant incomparability between them, because the blood of the white race allegedly has a monopoly on creative power. All existing inequalities stem from the varying extent to which the white racial core, creating history and culture, is connected with lower races. In many later cases, the Western European right accepted Gobineau’s ideological racial teaching that social class is equal to race, so that the nobility, bourgeoisie, and people differ from each other primarily by the amount of Aryan blood in their veins, which otherwise cannot be measured in a purely technological sense. For Gobineau, and as the German Nazis heartily accepted, the enemy of Germanism was French absolutism, which had deprived the feudal nobility of power and independence and thus led the fight against the remnants of Germanism in France.

For Gobineau, Germanism is characterized by its proud individualism and its repulsive attitude towards the community of Romans and Slavs. Gobineau despised the Slavs as a non-warlike people. An ideology that the German Nazis embraced wholeheartedly. The tendency towards despotism was explained by Semitic blood, i.e., racial chaos, and therefore, this enemy of the white race was also put on the list of moral destruction. According to Gobineau, the Aryan (white) race was in historical degradation due to the mixing of blood with other (non-white) races. The German Nazis proclaimed themselves saviors from the decline of the white Aryan race and thus built on the racial-racist ideology of Gobineau in a “positive” sense.

The German Nazis wholeheartedly accepted Gobineau’s teaching that everything that did not join the Germanic (not only German) civilization and its way of thinking should be eliminated. For him, Germanic civilization possesses this power of extermination, but he does not think that this very property of the Germanic race and civilization leads to anti-Semitism, i.e., the extermination of Jews. Anti-Semitism is present in Gobineau only in rudimentary beginnings, but which the German Nazis will later transform into the foundations of their world policy. However, what the ideologists of German Nazism did not say about Gobineau’s ideology is that he considered the mass of Germans to be non-Germanic due to the mixing of races. His racial preferences were directed towards the Anglo-Saxons and Scandinavians.

In short, the ideologists of German Nazi racial ideology accepted from Gobineau and other ideologists of racial theories those parts that suited them to achieve their purely political goals of reconstructing Europe in the context of the “New World Order.” Everything else was not taken into account. Thus, Gobineau, like others, remained “stripped” by Nazi ideologists.

Personal disclaimer: The author writes for this publication in a private capacity, which is unrepresentative of anyone or any organization except for his own personal views. Nothing written by the author should ever be conflated with the editorial views or official positions of any other media outlet or institution. 

The author of the text does not have any moral, political, scientific, material, or legal responsibility for the views expressed in the article.

Dr. Vladislav B. Sotirović

Former University Professor (Vilnius, Lithuania)

Research Fellow at Centre for Geostrategic Studies (Belgrade, Serbia)

Research Associate of Centre for Research on Globalization (Montreal, Canada)

sotirovic1967@gmail.com                                                                                                                                                                                                       

© Vladislav B. Sotirović 2026

Origini e fini dell’antirazzismo (3)_di Jean Montalte

Devant l'église Saint-Jean-Baptiste-au-Béguinage, occupée par des sans-papiers en grève de la faim, à Bruxelles, le 2 juin 2021.

La società

Origini e fini dell’antirazzismo (3)

“L’antirazzismo può essere una frase trita e ritrita, ma l’attualità della questione rimane”. Jean Montalte, revisore dei conti dell’Institut Iliade e collaboratore della rivista Éléments, tenta di rispondere a questa domanda in una serie di articoli che ripercorrono la storia, i lati positivi e negativi di un fenomeno che è diventato una sorta di religione civile.

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Lo Stato laico ha una nuova religione. Quando sarà separato?

È molto importante notare che l’antirazzismo è un’ideologia di Stato prima che delle organizzazioni associative e dell’O.N.G.. Non dobbiamo credere che il Regio sarebbe stato preso d’assalto, incapace di difendersi da un’aggressione esterna, sia essa ideologica. L’ideologia è stata messa in atto non solo con il suo pieno sostegno, ma anche su sua iniziativa. Questo mette in prospettiva le teorie inverosimili sul “razzismo sistemico di Stato”, che rimane un’accusa non dimostrata, mentre l’antirazzismo come ideologia di Stato è perfettamente documentato. Solo l’antirazzismo è sistemico, che piaccia o no ai nostri professionisti della menzogna come voi.

Ecco cosa scrive Paul Yonnet nel suo Voyage au centre du malaise français :  ” Per quanto riguarda l’esercizio del potere da parte dei socialisti a partire dal 1981, è necessario moltiplicare le osservazioni precise e datate per sfuggire alla miopia del ragionamento politico. Per quanto riguarda la destra, la causa è chiara. I socialisti, che nel 1985 erano in difficoltà, si sono uniti al movimento antirazzista per trarne profitto in modo machiavellico. Ma questa è semplicemente una dimenticanza storica: l’antirazzismo era un’ideologia di Stato più di un anno prima della nascita di S.O.S. Racisme (ottobre-novembre 1984). S.O.S. Racisme discende dall’ideologia di Stato antirazzista sviluppata dal socialismo al potere, prima di ascendere “.

Nell’autunno del 1983 ebbe luogo la Marcia dei giovani per l’uguaglianza e contro il razzismo, incentrata su un nucleo di giovani nordafricani (detti “beurs”) con “difficoltà di integrazione” provenienti da Les Minguettes, un quartiere problematico di Lione. La marcia è stata pubblicamente incoraggiata e applaudita da alcuni ministri (Jack Lang, ministro della Cultura, Raymond Courrière, segretario di Stato per i rimpatri, Pierre Bérégovoy, ministro degli Affari sociali e della solidarietà, Georgina Dufoix, segretario di Stato per le donne, la popolazione e i lavoratori immigrati). Non è stato reso pubblico, ma un membro fidato del gabinetto di Georgina Dufoix ha aiutato i marciatori a organizzare il loro percorso e a gestire i problemi finanziari, materiali e di sicurezza. Il Partito Socialista, il Movimento Radicale di Sinistra e il Partito Socialista Unito hanno convocato la marcia a Parigi il 3 dicembre 1983. Un unico striscione campeggiava sulla marcia: “Vivere insieme con le nostre differenze”. Sulla scia di quella che rimase una campagna di successo, il M.R.A.P, (Movimento contro il razzismo e per l’amicizia tra i popoli) lanciò una campagna sullo stesso tema in vista di una conferenza da tenersi il 17 e 18 marzo 1984 a Parigi. Le manifestazioni, finanziate per metà dal governo (per un importo di 900.000 franchi), si svolsero presso la sede dell’Unesco, dove Georgina Dufoix dichiarò: “Dobbiamo convivere con le nostre differenze”. Questa prescrizione differenzialista significa ovviamente che i francesi sono e saranno confrontati con più persone diverse e più differenze che mai. S.O.S. Racisme non ha quindi in alcun modo inventato un discorso differenzialista anti-razzista. Lo ha preceduto. Era rannicchiato in essa ai suoi inizi”.

Nicolas Sarkozy, continuando a promuovere l’ideologia antirazzista dello Stato, ha affermato nel suo discorso sulla diversità all’Ecole Polytechnique di Palaiseau il 17 dicembre 2008 che ” la Francia deve raccogliere la sfida del métissage “. Per buona misura, si è preoccupato di affermare che ” l’universalismo della Francia si basa sul métissage “, cosa che, come si può immaginare, ha fatto rabbrividire il suo consigliere Patrick Buisson. Valéry Giscard d’Estaing, anch’egli di destra, era stato un precursore in questo campo promulgando il ricongiungimento familiare, una riforma introdotta nel 1976. Tuttavia, si scontrò con Kofi Yamgnane, nato a Bassar in Togo e Segretario di Stato per l’Integrazione dal 1991 al 1993, quando parlò di “rischio di invasione”. Kofi Yamgnane ha replicato: “Giscard d’Estaing ha ancora il diritto di preferire i neri che distribuiscono diamanti e cedono i diritti di caccia a quelli che puliscono i marciapiedi di Parigi […]. I suoi antenati con una particella hanno preso dall’Africa e venduto centocinquanta milioni di uomini, i suoi schiavi, per creare la loro ricchezza e il loro benessere. È stata invasione o immigrazione? Nonostante questi scontri occasionali, vale la pena notare che la divisione tra sinistra e destra si sta attenuando di fronte agli imperativi di questa religione secolare.

Antirazzismo: l’unione di Chiesa e Stato

Quando la psicoanalisi era ancora in voga, la Chiesa era felice di mandare i suoi seminaristi a farsi esaminare la psiche sul lettino, per determinare quale complesso disturbo potesse motivare questa vocazione fuori moda. Si trattava di un sostituto alla moda degli esercizi di Sant’Ignazio di Loyola, ritenuti in odore di naftalina da un clero bisognoso di modernizzazione. Oggi, la sete di sostegno del clero si è spostata sull’antirazzismo e sul suo corollario, l’immigrazionismo. Durante un sinodo sulla riforma del governo della Chiesa, Papa Francesco è arrivato a istituire sette nuovi peccati, in modo molto ufficiale, tra cui il “peccato contro i migranti”. Chiunque cerchi di respingerli sarebbe colpevole di questo peccato. In un attimo, la questione è risolta: una o due citazioni che raccontano la fuga della sacra famiglia in Egitto e l’esegesi teologica è completa, la garanzia evangelica sigillata. I confessionali dovranno arruffianarsi con queste confessioni, di cui il cristianesimo ha fatto a meno per due millenni?

Il paradosso è che l’enciclica che evoca la legittima difesa della razza (questi erano i termini usati all’epoca) non è altro che l’enciclica Mit Brennender Sorge, scritta il 14 marzo 1937, per mettere in guardia dal nazionalsocialismo. A mia conoscenza, è l’unica enciclica ad essere stata scritta in lingua volgare, il che la dice lunga sull’importanza che il Papa le attribuiva. All’epoca, Pio XII espresse – cito dall’enciclica – “una profonda preoccupazione e un crescente stupore per il fatto che da molto tempo seguiamo con i nostri occhi le dolorose prove della Chiesa e le sempre più gravi vessazioni subite da coloro che le rimangono fedeli nel cuore e nella condotta, in mezzo al Paese e al popolo a cui San Bonifacio portò un tempo il luminoso messaggio, la buona novella di Cristo e del Regno di Dio…”.

Il Papa prosegue e precisa l’oggetto della sua preoccupazione : ” Chiunque prenda a pretesto la razza, o il popolo, o lo Stato, o la forma dello Stato, o i depositari del potere, o qualsiasi altro valore fondamentale della comunità umana – tutte cose che occupano nell’ordine terreno un posto necessario e onorevole, – chiunque prenda queste nozioni per rimuoverle da questa scala di valori, anche religiosi, e le divinizzi attraverso un culto idolatrico, costui rovescia e distorce l’ordine delle cose creato e ordinato da Dio : è lontano dalla vera fede in Dio e da una concezione della vita che corrisponda a tale fede. ” La “razza”, dunque, secondo il Papa è un “valore fondamentale della comunità umana” e rientra tra quelle “cose che occupano nell’ordine terreno un posto necessario e onorevole”. La preoccupazione non sta nella sua difesa, che è considerata legittima perché si tratta di diritto naturale, ma nel “culto idolatrico ” a cui potrebbe essere sottoposto. Di conseguenza, condanniamo le rivelazioni “arbitrarie” che “certi portavoce del giorno d’oggi pretendono di trarre da quello che chiamano il Mito del Sangue e della Razza”.

Stiamo ancora aspettando la condanna del mito antirazzista, del cittadino senza radici e senza identità, che pretende di sostituire la Rivelazione del Vangelo. Non solo non arriva, ma questa sostituzione di rivelazioni viene attuata a capo della Chiesa, dal suo più eminente rappresentante, il Papa, che sembra vedere nella figura del migrante una nuova figura sacra, messianica per intenderci.Con un pizzico di malizia, Laurent Dandrieu non aveva messo all’inizio del suo libro Chiesa e immigrazione, il grande malessere questo tweet di Papa Francesco, datato 9 agosto 2016 : ” Chiediamo il rispetto dei popoli indigeni, la cui identità e la cui stessa esistenza sono minacciate” ?

© Foto: Alexandros Michailidis / shutterstock. Davanti alla Chiesa di SaintJeanBaptiste-au-Béguinage, occupata da migranti senza documenti in sciopero della fame, a Bruxelles, il 2 giugno 2021.

Origini e fini dell’ideologia antirazzista (1)
Aux origines de l’antiracisme (2) : ” L’idéologie française ” de Bernard-Henri Lévy

https://italiaeilmondo.com/2025/04/23/le-origini-dellantirazzismo-2-lideologie-francaise-di-bernard-henri-levy-di-jean-montalte/

Nazione, nazionalismo, etnia, popolo, razza, razzismo, impero, imperialismo, globalizzazione, cosmopolitismo (3), di Fabrizio Mottironi

Nazione, nazionalismo, etnia, popolo, razza, razzismo, impero, imperialismo, globalizzazione, cosmopolitismo (3)
Le due Guerre Mondiali hanno archiviato definitivamente il “nazionalismo” tardo ottocentesco. Gli europei sono riusciti a procurarsi 88 milioni di morti ammazzati nell’assurda gara per stabilire la loro nazione “alpha”.
88 milioni di morti per non risolvere nulla e consegnare il presunto scettro degli “alpha” (perché “presunto” lo vedremo più avanti), fino a quel momento da loro posseduto, agli USA e ai sovietici…
I nazisti hanno fondato le loro dottrine nazionalistiche sul primato della loro razza “superiore”, ma nel bunker di Berlino il loro führer si troverà a dover amaramente constatare che questa “superiorità” non si è davvero dimostrata.
Mussolini e il re italiano, mai stati razzisti ma divenuti razzisti per “Realpolitik” nazionalistica, impareranno amaramente che l’approssimazione, il velleitarismo e il cinismo non sono risultati premianti. Nel ’41 hanno dichiarato guerra agli Stati Uniti d’America nella convinzione che quel paese non sarebbe stato in grado di trasformare la propria industria civile in industria bellica: nel solo mese di aprile del 1945 gli USA fabbricheranno tanti aerei militari quanto l’Italia in tutto il periodo compreso tra il 1941 e il 1945…
La mitologia “nazionalista”, ovvero la gara europea per stabilire il “Volkgeist” più duro e puro, costato 88 milioni di morti, è dunque stata definitivamente archiviata nel 1945.
Analoga archiviazione per la mitologia positivista “razziale” che, va ricordato, non fu una sola prerogativa del nazifascismo, ma trovò fervente accoglienza fino agli anni ’50 almeno in una parte del partito democratico statunitense, ossia nel partito di Clinton, Obama e Biden, con le leggi di Jim Crow propugnate, emanate e applicate nel Sud degli Stati Uniti proprio dal partito democratico.
Gli studi di genetica hanno ampiamente dimostrato l’infondatezza dell’esistenza delle “razze” umane di cui non era per niente convinto, già nel XIX secolo, lo stesso Charles Darwin.
Sulle cause che hanno reso negli ultimi tre secoli gli europei all’avanguardia mondiale nelle scoperte scientifiche, tecniche e nell’organizzazione sociale del lavoro, vi è un godibilissimo e chiaro saggio dell’antropologo statunitense James Diamond che consiglio vivamente a tutti: “Armi, acciaio e malattie”. Vi consiglio vivamente di leggerlo…
Dalle ceneri dell’Europa 1945 escono sostanzialmente fuori due vincitori: gli Stati Uniti, propugnatori della mitologia “liberale”, e l’URSS che propugna invece la mitologia “comunista”.
La storia la conosciamo tutti. L’URSS è imploso nel 1989, al suo posto c’è oggi la Russia del nuovo zar Putin. È implosa anche una successiva superpotenza, la Cina di Mao ossia quella della Rivoluzione culturale. La Cina sorta da quelle ceneri, la Cina non ancora ‘imperiale’ di Hua Guofeng e Deng Xiaoping è già assolutamente diversa.
Da queste due implosioni del comunismo emerge un dato sconcertante. Nonostante la rigida economia comunista e pianificata e l’indottrinamento capillare per circa tre generazioni, questi due immensi paesi non hanno partorito nemmeno un singolo “uomo nuovo”, con una coscienza diversa dal denaro, potere e filosofia dell’apparire. Nemmeno uno straccio di “uomo nuovo” che potesse, pure nell’implosione, rilanciare la rivoluzione e la coscienza proletaria. E già solo questo fatto denuncia la grave fragilità antropologica di quella ideologia. Da archiviare nella pattumiera come quelle precedenti: decine e decine di milioni di morti per non concludere nulla. Niente, solo souvenir per tardi e frustrati romantici di Che Guevara.
Gli Stati Uniti? Gli Stati Uniti per come li conoscevamo alla fine della guerra sono definitivamente implosi anche loro, nonostante il vano tentativo di restaurazione operato da Donald Trump.
Gli Stati Uniti della mitologia “liberale” del secondo Dopoguerra sono coerenti con gli Stati Uniti della mitologia “liberale” del primo Dopoguerra ma vi è una profonda cesura tra questi, richiamati dall’ultimo presidente repubblicano, e i nuovi Stati Uniti della mitologia “neoliberale” di Biden, già anticipati dai Clinton e da Obama.
Non sto parlando a livello geopolitico ma solo di storia delle idee. È quello che mi preme. E i due piani (geopolitico e di storia delle idee) non andrebbero mai confusi, e questo per buone ragioni. Ma li confondono quasi tutti.
Nel frattempo, dopo questa rapida ricostruzione delle origini delle idee in circolazione e prima di arrivare nel dettaglio al caso italiano ed europeo, passando per quello statunitense, invito ciascuno di noi intanto a domandarsi dove ci si intende collocare.
Siamo “imperiali”, “sovranazionali” o “internazionali/universali”? Beh… le dottrine e i valori dell’antica Roma, del cristianesimo, del Sacro Romano Impero, dell’aristocrazia europea fino al XVIII secolo, del comunismo e del pensiero neoliberale si muovono lungo quell’asse, anche se ne predicano diversi tipi.
Oppure ci si riconosce come nazionali o nazionalisti, come ad esempio i massoni del XIX secolo o i fascisti del XX secolo, e poi questo sul piano regionale, italiano o europeo?
Ecco che, sempre con valori diversi, oggi il supermercato delle idee ci propone di acquistare i nostri prodotti ideologici preferiti misurati secondo i nostri gusti.
Oggi possiamo acquistare davvero gelati identitari “tutti i gusti” persino abbinandoli: abbiamo comunisti sovranisti, nazionalisti sovranisti, neoliberali con visione europeista ma anche internazionalista, ci sono poi i nazionalisti europeisti, i comunisti internazionalisti, cristiani sovranisti ma anche internazionalisti o europeisti o regionalisti, etc.etc. Diciamo che nessuno ha più l’esclusiva, e anche i partiti possono facilmente cambiare idea a seconda della bisogna o del momento. E lo fanno e lo faranno, fin troppo frequentemente…
Ognuno cerca le sue identità, anche a seconda della moda, della confusione o della convenienza.
Ma c’è un fatto che molti dimenticano, e lo fanno in modo imperdonabile: i desideri, anche quelli identitari, possono essere infiniti, ma le risorse no, le risorse non sono infinite, per la semplice ragione che il nostro pianeta non è infinito e la nostra vita, almeno su questo pianeta, nemmeno.
E ci sono temi davvero cogenti che nessuno ha ancora sollevato se non nei ristretti ambiti accademici, lì dove nascono le idee che poi nutriranno tutte le lobby e tutte le tifoserie con le loro mitologie spesso mal comprese, di qualsivoglia colore o sua sfumatura.

 

il razzismo degli antirazzisti, di Giuseppe Germinario

Qui sotto la traduzione di un articolo della rivista statunitense di categoria delle forze di polizia particolarmente espressivo della situazione e dello stato d’animo delle forze dell’ordine. Una condizione non nuova, ma che sta trovando un momento di precipitazione nell’attuale situazione di conflitto politico e disordine sociale di quel paese. Questa volta anticipiamo la traduzione cui seguirà un lungo commento proprio per non scoraggiarne la lettura.

America, ce ne stiamo andando

Sembra ormai chiaro che il cambiamento degli equilibri geopolitici, gli squilibri della formazione socio-economica, l’insolita asprezza del conflitto politico stiano intaccando pesantemente l’assetto istituzionale ed inizino ad intaccare la fluidità di funzionamento degli apparati statali e pubblici sino a raggiungere le stesse forze dell’ordine statunitensi. L’ondata di proteste scatenata dall’uccisione di Floyd a Minneapolis rientra tra le spallate ormai sempre più frequenti in grado di accentuare l’instabilità di quell’edificio politico. Gli atti peggiori hanno però spesso bisogno di ammantarsi della più nobile delle motivazioni. https://twitter.com/RPD_PSI/status/1267202275895803904La denuncia di razzismo rientra a pieno titolo in questa casistica. Per cogliere al meglio il peso di tali valutazioni occorre porsi delle domande e fornire qualche dato.

Il comportamento delle polizie e delle forze dell’ordine possono essere tacciate oggi di discriminazione razziale? I dati diffusi confermano questa tesi e questa convinzione così diffusa in determinati ambienti sociali e politici?

Le forze dell’ordine americane hanno compiuto nel 2019 370 milioni di interventi con circa mille uccisioni di cittadini e la morte di diverse decine di poliziotti in un contesto di libera circolazione delle armi.

La percentuale di morti neri rispetto a quelli di origine europea è 2 volte e mezza maggiore. La percentuale di neri che hanno minacciato e aggredito con armi e automezzi le forze dell’ordine è di gran lunga maggiore rispetto a quella dei bianchi. I neri sono i maggiori responsabili della morte violenta di neri; uccidono molto più spesso i bianchi che viceversa. ( I dati sono tratti da https://www.washingtonpost.com/graphics/2019/national/police-shootings-2019/?fbclid=IwAR10teMtLb9P9kpFgMeDivzonaf6DBEXBvO3heztwArU43JqgD0TkdZd9JM e dalle statistiche della FBI).

I neri di recente immigrazione sono molto più integrati e riescono a migliorare la loro posizione sociale molto più dei neri delle comunità originarie americane. Si potrebbe continuare su questa falsariga. Questi, come altri dati, non ci dicono che il razzismo è scomparso da quella società. Ci dicono che non investe le istituzioni in quanto tali. Gli Stati Uniti attuali sono molto diversi da quelli di cinquanta anni fa. Ai propositi di “melting pot” si è sostituita la chiusura e la giustapposizione di comunità. Il degrado sociale e delle aspettative le attraversano sempre più trasversalmente. Il mercato elettorale, perché sempre più di mercato ormai si tratta, si è prontamente adeguato alla situazione. Più che preoccuparsi di creare un linguaggio comune fatto di significati condivisi e doveri e diritti comuni, le famiglie politiche conseguono il successo elettorale assecondando le rivendicazioni più disparate e i diritti e processi identitari più particolaristici. L’assetto democratico di quel paese sta rivelando limiti analoghi all’applicazione dei sistemi democratici nelle società di tipo tribale. I paradossi in effetti non mancano. Dal razzismo si sta passando ai razzismi. Una sorta di nemesi delle intenzioni dei progressisti. I disordini e le contestazioni hanno mostrato la loro maggiore virulenza proprio in quelle città, per lo più democratiche, dove più il ceto politico prevalente ha assecondato queste tendenze. Ha compreso e appoggiato i manifestanti e contemporaneamente è finito sotto accusa perché responsabile da decenni della organizzazione delle polizie locali così duramente contestate. Alla fine piuttosto che dimettere i responsabili, tra le forze dell’ordine, degli atti di arbitrio specifici e reprimere i pesanti atti di vandalismo e linciaggio, piuttosto che compromettere assetti di potere ultradecennali ha preferito assecondare gli istinti e sottomettersi al pubblico ludibrio https://www.ilfattoquotidiano.it/2020/06/07/george-floyd-il-sindaco-di-minneapolis-si-unisce-ai-manifestanti-ma-viene-contestato-vergogna-torna-a-casa-ed-e-costretto-ad-andarsene/5827143/ e delegittimare le istituzioni in quanto tali con pubblici atti di prostrazione e contrizione.  

Atti che hanno trovato emuli patetici ed interessati anche qui a casa nostra

E’ la goccia che sta facendo traboccare il vaso. Lo scoramento e la disaffezione tra le forze dell’ordine sono al livello di guardia; l’abbandono delle fila assume dimensioni preoccupanti; corrispondentemente le forze anarcoidi e le bande si stanno ringalluzzendo.

https://www.foxnews.com/media/tulsa-police-travis-yates-law-enforcement-exodus?fbclid=IwAR1kANFZ4DhLMebJ40idwBEkpEimVmsqRXhL4z1zX1ROKSMuJyexxgxJOIo

La conseguenza sarà che per rimpolpare le fila dovranno abbassare gli standard qualitativi per le assunzioni di poliziotti avvicinandoli pericolosamente ai livelli sudamericani per non parlare delle tentazioni di autogoverno e di iniziative autonome. Se queste sono le tendenze di medio periodo, un discorso a parte merita una contingenza politica perfettamente inserita in queste dinamiche. Trump è sempre più il nemico delegittimato da abbattere. Alle soglie di una inchiesta che rischia di ribaltare le accuse del Russiagate e dell’Ucrainagate, di compromettere ex capi della FBI, di Stato ed aspiranti candidati alle presidenziali, di smascherare alla luce del sole le connivenze vergognose di uomini politici e funzionari degli apparati di sicurezza europei, le manifestazioni ed i disordini si stanno rivelando un provvidenziale diversivo teso a prendere tempo e distogliere l’attenzione. I sempre più frequenti appostamenti, aggressioni, agguati e uccisioni ai danni di singoli poliziotti, bianchi e neri e delle loro famiglie creano un clima di ingovernabilità che potrebbe legittimare la richiesta di decadenza prematura dell’attuale Presidente, ormai sempre più accerchiato da avversari e finti amici, da apparenti difensori che non fanno altro che perdere tempo prezioso nel concludere le indagini sulle manipolazioni delle inchieste. Una situazione che potrà portare alla vittoria non risolutiva di una fazione, non di una classe dirigente legittimata da tutto il paese. Una eventuale vittoria su Trump, per altro per nulla scontata, si rivelerebbe allora ancora più amara, più disastrosa e distruttiva di una sua riconferma sia per il paese che per lo stesso ceto politico a lui ostile; proprio per l’ostilità organizzata e al momento silenziosa che cinque anni di delegittimazione pretestuosa hanno fatto crescere nello zoccolo duro del suo elettorato ormai in possesso di qualche aggancio negli apparati. George Soros tre anni fa era stato profetico. Ma era solo preveggenza?

L’IPOCRISIA E IL DISGUSTO, di Augusto Sinagra

L’IPOCRISIA E IL DISGUSTO

Nessuna giustificazione per i violenti metodi tradizionali della Polizia nordamericana che frequentemente evidenzia anche aspetti di brutalità. Vanno tuttavia considerati gli “interlocutori” della Polizia USA, che molto spesso si caratterizzano per inaudita ed efferata violenza.
Non è questo il caso di George Floyd e a nulla rileva il fatto che egli fosse un pluricondannato per droga e per rapina a mano armata consumata in danno di una donna incinta nella di lei casa.
Ma da questo a far passare questo George Floyd come un martire e per di più un martire della presunta violenza razziale dei “bianchi” è cosa di inaudita ignobiltà.
Fuori dai commenti e da ogni diversa soggettiva valutazione dei fatti, sono i numeri che parlano e ci indicano come nella stragrande maggioranza dei casi gli afro-americani sono vittime di altri afro-americani; i numeri ci indicano come il numero delle vittime “bianche” ad opera dei “neri” siano sideralmente superiori alle vittime “nere” ad opera dei “bianchi”. Basta consultare i numeri e le statistiche.
Quello che è ancora più schifoso è che la morte di questo povero George Floyd venga biecamente strumentalizzata per basse finalità politiche, per alimentare, specialmente in Italia, un razzismo che non c’è e che se malauguratamente dovesse presentarsi, sarà opera proprio di falsi antirazzisti.
È così abbiamo assistito ad una moltitudine di “Black Lives Matter” inginocchiati a Roma, a Bologna e in altre Città d’Italia nel gesto di chiedere perdono. È stata patetica la foto di una giornalista televisiva che ricordava, inginocchiata anche lei, la morte di questo poveretto in America. Non ne faccio il nome per non darle la pubblicità alla quale il suo gesto era unicamente rivolto.
Ma quello che è stato più sconcertante è vedere la inossidabile Laura Boldrini e altri 4/5 patetici deputati inginocchiati, con le medesime false intenzioni e con la medesima rivoltante ipocrisia, nell’Aula della Camera dei Deputati.
Una foto chiaramente preordinata a fini ignobili di pubblicità. Personaggi questi che, senza vergogna veruna, strumentalizzano la morte di un poveretto per fini di bassa politica.
Preferirei pensare che si tratti di somma stupidità, vorrei pensare a gesti compiuti in buona fede. Purtroppo non è così. Si tratta di personaggi e di fatti che testimoniano non solidarietà per una morte che non doveva avvenire, ma un livello morale veramente basso.
Dove e quando questa gente si è inginocchiata per la atroce uccisione di Pamela Mastropietro o Desirè Mariottini? Come anche di tante altre vittime della violenza delle risorse “boldriniane”.

Le città americane bruciano. Domani potrebbe toccare alle nostre di Daniele Scalea

Qui sotto un interessante articolo di Daniele Scalea sui disordini sempre più aspri che stanno interessando le città americane. Il connotato razziale delle dinamiche sociopolitiche statunitensi ha da sempre assunto una notevole rilevanza sino a sovrapporsi e conformare spesso il conflitto sociale spesso nei suoi aspetti più deleteri. Sta di fatto, però, che negli ultimi cinquant’anni e progressivamente il collante ideologico del “melting pot”, del crogiolo e della fusione delle diverse comunità razziali si è trasformato nel suo opposto; nella affermazione ermetica della propria identità razziale sino a sfociare nella aperta contrapposizione ostile. Questo a dispetto anche della cruda realtà ben evidenziata da Daniele Scalea. L’altro apparente paradosso è che, se gran parte delle forze politiche hanno assecondato questa tendenza, i democratico-progressisti ne sono diventati i più accesi alfieri e gli ostaggi più ingabbiati nei propri stessi stereotipi e nelle proprie dinamiche di acquisizione del consenso. Una trappola che rischia di risucchiare lo stesso Trump in questo gioco al massacro. Da qui il cedimento progressivo sino agli atti di delegittimazione ed autodelegittimazione vera e propria delle locali forze dell’ordine. Atti che stanno provocando scoramento e dissenso in gran parte di esse.

 Un atto agli antipodi di un riconoscimento delle responsabilità dirette e personali legate alla morte di George Floyd. E’ un ulteriore passo che sta conducendo quel paese alla guerra civile, cioè al regolamento diretto dei conti tra i cittadini. I crudi video allegati rendono più di mille parole. Da tre giorni le città dell’american redoubt zone sono infatti presidiate da milizie civili.

 Una dinamica che sta interessando con qualche tempo di ritardo le città europee e l’Italia. Basta osservare la progressiva chiusura e regolazione interna delle diverse comunità etniche presenti in città come Torino, Milano, Bologna con la tendenza a diffondersi anche nei centri più piccoli. Come pure analogo è lo scivolamento su posizioni integraliste e compiacenti della sinistra progressista. Il recentissimo accordo governativo con il Qatar, con il quale si lascia ampio spazio alle forze più radicali per le loro attività esterne di proselitismo religioso e organizzazione interna delle comunità islamiche sono la conferma di questa cecità spesso confortata da veri e propri mercimoni. L’esperienza francese delle banlieu, dei quartieri ghetto, non ha evidentemente insegnato alcunché o forse troppo. Si continua piuttosto a chiudere un occhio se non due sulla azione promozionale e sulle attività di finanziamento di figure filantropiche come Soros di squadre dedite ad alimentare la natura e la virulenza di queste dinamiche. E’ il paradosso, l’ennesimo, dei paladini dei cittadini del mondo. Buona lettura_Giuseppe Germinario

Le città americane bruciano. Domani potrebbe toccare alle nostre

di Daniele Scalea

https://www.centromachiavelli.com/2020/06/01/rivolta-usa-george-floyd-violenza-sinistra-disinformazione/

Da una settimana le grandi città degli USA sono in preda al caos, dopo che le manifestazioni anti-polizia sono rapidamente degenerate in rivolte e saccheggi, con danni ingenti, morti e feriti. Ciò che sta accadendo Oltreatlantico ha a che fare con dinamiche proprie della società americana, retaggio d’un passato segnato da schiavismo, segregazione razziale e un presente di forte sperequazione sociale tra afroamericani e resto della società. Eppure, ha molte più similitudini di quel che pensiamo con le nostre società europee, e offre inquietanti anticipazioni d’un futuro che potrebbe riguardare anche noi.

Ma andiamo con ordine. Partiamo riepilogando succintamente ciò che è accaduto, perché non sempre l’informazione giunta in Italia è stata ricca di dettagli (e men che meno equilibrata). Il 25 maggio George Floyd, un pregiudicato (rapina a mano armata) afro-americano, è stato arrestato dalla polizia di Minneapolis per aver circolato una banconota falsa. Nel corso dell’arresto, al quale secondo i poliziotti avrebbe opposto resistenza, Floyd ha perso la vita. Sono circolati filmati realizzati dai passanti in cui si vede l’uomo a terra lamentarsi di non poter respirare, mentre un poliziotto lo tiene lungamente immobilizzato col ginocchio sul collo. Il comportamento della pattuglia coinvolta è subito apparso eccessivamente violento e inconscientemente pericoloso, e malgrado l’autopsia abbia escluso l’asfissia come causa della morte, è difficile non crederla collegata alle modalità dell’arresto.

David Patrick Underwood, agente federale ucciso dai “manifestanti”

La morte di George Floyd è diventata l’innesco per manifestazioni e proteste contro il “razzismo sistemico” che interesserebbe la polizia e le istituzioni americane in genere. Le forze dell’ordine sono state attaccate con violenza: un agente (nero!) è stato ucciso con colpi d’arma da fuoco. Altri sono stati feriti in scontri a fuoco che si stanno facendo sempre più frequenti. La Casa Bianca è sotto assedio dei manifestanti anti-Trump, malgrado Minneapolis sia una città amministrata dai democratici (e la polizia “normale” negli USA dipende dall’amministrazione comunale o statale, non da quella federale). Fin qui c’è una logica, per quanto illegale, in ciò che fanno i “manifestanti”. Impossibile invece legare alla morte di Floyd e alla “lotta al razzismo” i saccheggi che si stanno sistematicamente svolgendo in decine di città americane; colpiti sono non solo i negozi delle grandi catene ma anche i piccoli esercizi a gestione familiare (inclusi quelli di afro-americani e latini). La polizia, che ricordiamo dipendere dall’amministrazione cittadina (in tutte le grandi città interessate dalle rivolte afferente al Partito Democratico) il più delle volte non interviene. Negozianti e cittadini si stanno organizzando autonomamente per difendere le loro proprietà e i loro quartieri, ma spesso hanno la peggio e sono vittime di aggressioni d’indicibile brutalità, come attestato nei video seguenti [VIDEO CON CONTENUTI SENSIBILI: non guardare se facilmente impressionabili]:

ELIJAH
@ElijahSchaffer

BREAKING: man critically injured at Dallas riots It appears he attempted to defend a shop with a large sword Looters ran at him, then he charged rioters They then beat him with a skateboard and stoned him with medium sized rocks I called an Ambulance and it’s on the way
ELIJAH

@ElijahSchaffer

Kicked in the head laying lifeless on the street

A man had his teeth literally knocked out by Portland rioters

Reporter @farleymedia shows how vicious these riots have become

Nobody is safe

No business is exempt from destruction

https://twitter.com/i/status/1267022974542102528

Patrol_Investigations_RPD @PatrolRpd

Do you know any of these men❓Yesterday, May 30, these men violently attacked a store owner & her husband who were trying to protect their business from being looted. Please look at the video & still images. If you know any of them, please call Crime Stoppers @ 423-9300.

https://twitter.com/i/status/1267202275895803904

Teddy Suh @suhteddey

I saw some violence and looting and confusion in .

https://twitter.com/i/status/1267215081265217537

Daily Caller

@DailyCaller

MSNBC reporter says “I want to be clear on how I characterize this. This is mostly a protest. It is not generally speaking unruly.”

As a building burns in the background…

https://twitter.com/i/status/1266223410008514562

Malgrado i “manifestanti” abbiano assaltato anche la sede della CNN ad Atlanta, i media progressisti stanno facendo i salti mortali per giustificare le rivolte e caratterizzarle come “pacifiche”, talvolta con esiti comici (nel video seguente c’è un cronista che dichiara: “Si tratta di proteste che, parlando in generale, non sono indisciplinate”. Nel frattempo, sullo sfondo, si vede un edificio dato alle fiamme, e la grafica informa che il fuoco è stato appiccato anche alla stazione di polizia).

Ovviamente i politici di Sinistra non sono da meno. I tumulti avvengono in città da loro amministrate, con la polizia che non vuole o non può frenarli. Il Presidente Trump sta offrendo la Guardia Nazionale per sedare i disordini, ma per ora poche città l’hanno accettata, malgrado la situazione sia fuori controllo da giorni. Del resto, politici democratici stanno partecipando ai cortei pacifici, mentre i loro rampolli partecipano ai tumulti più violenti. La figlia del sindaco di New York Bill De Blasio è stata arrestata. La figlia della deputata Ilhan Omar su Twitter ha organizzato una colletta di “beni di prima necessità” per i manifestanti, tra cui barre di compensato da usare come scudi e …mazze da hockey. Poco male: i progressisti hanno già trovato dei capri espiatori. Le rivolte sarebbero opera, niente meno, che dei suprematisti bianchi e, ovviamente, dei Russi, che nella paranoia maccartista dei democratici stanno bene ovunque.

Ultima annotazione: la Sinistra, anche in America, ha fatto propria la causa del lockdown. Le amministrazioni democratiche sono state implacabili nel chiudere in casa i cittadini. Improvvisamente, in nome della lotta al “razzismo” e a Trump, cortei e assembramenti divengono leciti ed anzi encomiabili: che il coronavirus abbia preferenze ideologiche e colpisca solo i conservatori? Lo scopriremo fra un paio di settimane, tempo di incubazione e peggioramento dei sintomi della Covid-19.

Completato questo doveroso quadro, spostiamoci ora alla visione contestuale e alle lezioni da trarne.

1. Esiste una storia problematica di brutalità della polizia contro gli afro-americani; ma l’America del 2020 non è quella del 1991-92, del pestaggio a Rodney King e della rivolta di Los Angeles. All’epoca i poliziotti responsabili furono prosciolti. La vicenda di George Floyd è forse più grave di quella di King, ma anche le conseguenze sono state assai differenti.
Il capo della Polizia, Medaria Arradondo, un nero d’origine messicana nominato dal sindaco democratico di Minneapolis, dopo un solo giorno dagli eventi ha licenziato in tronco tutti e quattro i componenti della pattuglia. Dopo quattro giorni è stata formulata l’accusa d’omicidio per il maggiore responsabile. Addirittura, tanta è stata l’esecrazione generale, che la moglie dell’ex poliziotto si è affrettata a chiedere il divorzio dando pubblicità alla cosa. Dov’è il “razzismo sistemico” in tutto ciò? La vicenda assomiglia semmai a quanto accadde nel 2016 al bianco Tony Timpa, un soggetto con problemi psichiatrici immobilizzato in una posizione pericolosa dai poliziotti che lui stesso aveva chiamato (tra i quali un nero), e che ci lasciò la pelle. Anche in questo caso abbiamo un video dell’accaduto, nessun agente coinvolto è stato punito, eppure non si sono viste mobilitazioni di piazza.
Certo: gli afro-americani hanno più probabilità di essere uccisi dalla polizia (anche se la maggior parte delle vittime è d’etnia bianca). Ma è vero anche il contrario: gli agenti hanno una più elevata probabilità di essere uccisi da criminali afro-americani (tra 2004 e 2015 responsabili del 43% delle uccisioni pur essendo il 13% della popolazione; dei 48 agenti uccisi nel 2019 il 35% è stato ucciso da neri – dati FBI). Uno studio statistico recente non ha rilevato pregiudiziali anti-neri nelle uccisioni a fuoco da parte di forze dell’ordine; al contrario si è visto (qui e qui) che sono gli agenti neri e ispanici a premere il grilletto con maggior facilità. Più che un problema di razzismo, sembrerebbe trattarsi di disparità etnica nella partecipazione ad attività criminali. Gli afro-americani, che compongono la parte economicamente più povera, più spesso si dedicano ad attività criminali e più spesso hanno a che fare con la polizia: sia come vittime sia come carnefici.

2. Chiaramente un commentatore progressista ricondurrà anche le predette disparità sociali al “razzismo sistemico”, ed è esattamente ciò che fanno per rinfocolare la rivolta. Se lo Stato e le istituzioni sono intrinsecamente razziste, tutti i dati e argomenti presentati al punto 1 sono fatui: qualsiasi cosa sia avvenuta, se una minoranza etnica è implicata, a monte ci saranno sempre l’ingiustizia e lo sfruttamento da parte dei bianchi. Il neomarxismo post-operaista, egemone nelle università e nella cultura, identifica nelle minoranze il nuovo soggetto rivoluzionario capace di scardinare ciò che resta dell’ordine sociale tradizionale. Centinaia di corsi, articoli, talk show e serie Tv hanno spiegato che “il Sistema” è intrinsecamente razzista, che il benessere e la prosperità dell’Occidente bianco dipendono dallo sfruttamento del resto del mondo “colorato”, che non si può scendere a patti con quest’ordine sociale ma che va distrutto alle fondamenta. Così si soffia sul fuoco della rivolta e la si legittima anche nelle sue estreme manifestazioni. Gli antifa, estremisti di sinistra dediti alla violenza politica, sono i grandi protagonisti dei tumulti assieme alle gang afro-americane.

3. Il controllo dell’informazione mainstream permette di controllare il sentire comune. Mostrando le immagini della morte di George Floyd si è suscitata una giusta indignazione contro alcuni poliziotti violenti. Inquadrando la vicenda nel presunto razzismo di gran parte dei poliziotti si è incanalata la rabbia dai singoli alle istituzioni, così che nemmeno le pronte misure prese contro i rei possano placare gli animi: la questione non è più “giustizia per George Floyd” (più che licenziare e incriminare i responsabili che si può fare?), ma la lotta contro Trump, il “razzismo sistemico dei bianchi” e via dicendo. Nascondendo le immagini delle peggiori violenze dei rivoltosi, si evita che nasca indignazione anche contro di essi.

4. Tutti gli elementi predetti ci sono già, in nuce, anche in Italia. Da noi non c’è una comunità minoritaria che discende da una storia di schiavismo, ma c’è una crescente componente allogena che, da quando i flussi sono divenuti caotici e incontrollati (cioè dal 2011), sempre meno è assimilata o anche solo integrata dalla società italiana. Anche nelle nostre città, come già accaduto in quelle francesi o tedesche, si stanno creando comunità dall’identità separata, con proprie reti sociali sganciate dal resto della popolazione, economicamente svantaggiate e socialmente emarginate. Su tali svantaggi lucrano gli agitatori di professione, coloro che da varie cattedre e pulpiti raccontano che l’Italia è razzista e ciò sta all’origine di tutti i problemi delle minoranze. In America le violenze sono state perpetrate da gang criminali ed estremisti di sinista (gli Antifa). Anche in Italia con l’immigrazione di massa è arrivato il crimine organizzato di matrice etnica e anche da noi esistono realtà estremiste, come gli anarco-insurrezionalisti e certi “centri sociali”, che praticano la violenza politica e sognano una rivoluzione manu militari. Tutti i fattori del caos americano sono presenti anche da noi. La rivolta delle banlieue francesi ci ha svelato anni fa che certi fenomeni non sono più esclusiva degli USA, ma fanno parte anche della realtà europea. Oggi il fuoco divampa Oltreatlantico, presto potrebbe farlo da noi, se non sapremo prendere contromisure. Quali? Contrastare con una narrazione alternativa la propaganda estremista della Sinistra; tornare a un’immigrazione controllata e regolata che permetta di assimilare culturalmente e socialmente i nuovi arrivati; estirpare i fenomeni d’illegalità estremista e violenza politica che ancora sussistono quasi indisturbati nel nostro Paese.

Daniele Scalea

Fondatore e Presidente del Centro Studi Machiavelli. Laureato in Scienze storiche (Università degli Studi di Milano) e Dottore di ricerca in Studi politici (Università Sapienza), è docente di “Storia e dottrina del jihadismo” e “Geopolitica del Medio Oriente” all’Università Cusano. Dal 2018 al 2019 è stato Consigliere speciale su immigrazione e terrorismo del Sottosegretario agli Affari Esteri Guglielmo Picchi.

il razzismo dell’antirazzismo, di Paolo Di Remigio e Giuseppe Masala

PAOLO DI REMIGIO

Interessante l’articolo di Erri De Luca «Il razzismo spiegato a Salvini». Esso dipende da un errore di base. Il signor De Luca considera il razzismo il male assoluto, non tiene conto che c’è invece di molto peggio. Peggio del razzismo è lo schiavismo. Il razzismo è considerare inferiori certi gruppi in base al loro aspetto fisico, lo schiavismo è considerare un uomo cosa. Mentre superiorità e inferiorità sono relazioni quantitative e non escludono quindi che agli inferiori siano riconosciuti diritti, allo schiavo non è riconosciuto alcun diritto: può essere sfruttato, stuprato, torturato, ucciso. Schiavismo e razzismo non sono affatto la stessa cosa: nel mondo antico si poteva diventare schiavi in quanto prigionieri di guerra o rapiti, poteva cioè capitare a chiunque, anche ai re (un celebre esempio: Platone fu fatto schiavo nell’isola di Egina e si salvò da un destino terribile solo perché Anniceride, un suo ammiratore di Cirene che per caso lo aveva trovato esposto in vendita al mercato, lo comprò e lo liberò). Nel mondo moderno, invece, il razzismo si accompagna al colonialismo; in particolare nel nazismo i due atteggiamenti coincidono.
Che razzismo e schiavismo coincidano è una possibilità, non una necessità. Occorre dunque stare molto attenti al pericolo che, finita l’epoca coloniale, lo schiavismo possa aver assunto una forma non razzista e che nel giusto fervore antirazzista non si insinui un’apologia dello schiavismo. Erri De Luca mi sembra per lo meno imprudente su questo punto. Scrive infatti: «In economia la rinuncia all’impiego di manodopera immigrata a basso costo è atto di autolesionismo», senza porsi il problema se lavorare per tre euro l’ora dall’alba al tramonto non sia una forma di schiavismo, se dunque l’economia di cui sta parlando sia un’economia neo schiavista.
Tipico della condizione dello schiavo è l’isolamento dai legami sociali; la sua estraneità ne fa una merce. A questo proposito occorre chiedersi se il fenomeno della migrazione, su cui Erri De Luca, al pari della signora Boldrini, non ha alcuna riserva, non sia un modo per privare i lavoratori della libertà nel senso classico (dei loro legami umani), per farne delle pure merci.

GIUSEPPE MASALA

Incredibile articolo di Erri De Luca su #LaRepubblica dove spiega il razzismo a Salvini.
Sottolineo questo passaggio memorabile: “In economia la rinuncia all’impiego di manodopera immigrata a basso costo è atto di autolesionismo”. Dunque per questo signore è assolutamente giusto sfruttare nei campi i richiedenti asilo a 3 euro l’ora (con il pizzo da pagare ai caporali peraltro), farli vivere nelle baraccopoli e magari anche accettare il fatto che ogni tanto qualcuno muoia bruciato vivo a causa di qualche incendio divampato a causa dei fornellini a gas che utilizzano per scaldarsi. Tutto questo è giusto, e chi non lo fa è autolesionista. Questa è la sinistra oggi: schiavista e fascista. Poi in un incredibile transfert freudiano accusano gli altri di quello che appartiene loro. Qui ormai non capisco dove finisca la cattiveria e l’ipocrisia e dove inizi il disturbo psichiatrico.

https://www.facebook.com/cronachedeitempiultimi/photos/a.1191891504240339/2530402820389194/?type=3&theater

Sulla via del tramonto, di Antonio de Martini

Il breve scritto di Antonio de Martini riveste una grande importanza. Per giorni l’intero sistema di informazione tedesco, prontamente ripreso anche da quello italiano, ha denunciato a spron battuto gli assalti proditori di gruppi di estrema destra a danno di immigrati nella città tedesca di Chemnitz, ex KarlMarxstadt. Le proteste sono partite con l’ennesimo episodio di selvaggio accoltellamento di cittadini inermi, nella fattispecie intenti a prelevare con il bancomat, ad opera di immigrati regolarmente provvisti di coltello. L’ultimo efferato episodio è culminato con la morte del depredato e il ferimento di altri cittadini giunti a soccorso del malcapitato ad opera inizialmente di due immigrati ai quali si sono aggiunti una ulteriore torma di malintenzionati della stessa origine. La manifestazione di protesta più significativa è stato l’assedio per strada di un centinaio di immigrati raccoltisi ad opera di un migliaio di cittadini, compresi anche neonazisti, i quali hanno provveduto a sequestrare a tutti l’arnese così familiare e a consegnare quindi il bottino di un centinaio di coltelli alla locale stazione di polizia. Tanto clamore sul crescente razzismo ha fatto da controcanto alla coltre di silenzio mediatico sugli innumerevoli episodi di violenza, anche estrema, anche di gruppo, verificatisi nelle città tedesche vittime delle ultime massicce ondate di immigrazione incontrollata. Qualcuno comincia a pagare il fio di cotanta manipolazione. Quando in Italia? Buona lettura_Giuseppe Germinario

Hans-Georg Maaßen e Angela Merkel sono alla crisi del settimo anno.

Hans è stato per oltre sei anni a capo del Bfd, il servizio segreto interno della Repubblica federale tedesca.

Angela, la sua referente politica cui egli deve la nomina.
Proprio ieri, Hans ha fatto una dichiarazione molto precisa.

Smentendo la Cancelliera: ha detto che i video apparsi su internet in cui attivisti di estrema destra assaltavano immigrati, era falso e che al suo servizio non risultavano tafferugli di sorta, nemmeno lievi in quel di Chemnitz.

Durante il periodo della DDR ( Repubblica democratica tedesca) Chemnitz aveva un altro nome: si chiamava Karl Marx Stadt.

Evidentemente qualcuno fidava nel silenzio assenso dei cittadini, trascurando il fatto che il nome nuovo era stato sradicato a viva forza dopo la caduta del muro.

Un’altra ” fake news” di origine governativa.
Il bravo servitore dello stato, è stato convocato davanti alla commissione parlamentare per rispondere della sua dichiarazione . Hans-Georg Maaßen, dovrà trovarsi presto un altro lavoro, ma conserva il decoro.

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