LA COMMISSIONE EUROPEA PROPONE UNA PROCEDURA DI INFRAZIONE PER DEBITO ECCESSIVO ALL’ITALIA. PERCHE’? a cura di Luigi Longo

LA COMMISSIONE EUROPEA PROPONE UNA PROCEDURA DI INFRAZIONE PER DEBITO ECCESSIVO ALL’ITALIA. PERCHE’?

a cura di Luigi Longo

 

Riporto la nota di Domenico Rondoni [referente economico del MMT (Modern Money Theory) – Umbria], apparsa sul sito www.ariannaeditrice.it del 6/6/2019, per porre la seguente domanda: perché l’Italia che ha aumentato il rapporto debito/Pil meno degli altri paesi europei nel periodo 1992-2017 verrà sottoposta alla procedura di infrazione per debito eccessivo?

Propongo una riflessione non interessata ad evidenziare a) la debolezza e il degrado peculiare politico e sociale dell’Italia (attacco alle risorse mobili e immobili, assalto definitivo al cosiddetto made in Italy, distruzione delle imprese strategiche ormai definitivamente in mano straniere…); b) l’ideologia (nell’accezione negativa del termine) del governo per il cambiamento (sic) dei cosiddetti sovranisti, populisti in Italia (e in Europa) che non hanno una strategia per liberarsi dal giogo assurdo dei sub-dominanti europei (Germania e Francia): per loro la politica non è la reale prassi di cambiamento ma è un gioco di potere maldestro dentro la logica del capitale; c) l’Italia e l’Europa come espressioni geografiche dei predominanti statunitensi a prescindere dal loro insanabile (un indicatore del declino irreversibile) conflitto interno tra gli agenti strategici; d) il nuovo ri-equilibrio che la fine della UE comporterà con le nuove relazioni tra i sub-dominanti europei e i pre-dominanti statunitensi.

La riflessione che qui avanzo è interessata piuttosto a rilevare la mancanza di un progetto strategico di ri-fondazione dell’Europa che passa attraverso la fuoriuscita dei Paesi europei dalla NATO (il progetto Usa della fase multicentrica) che è una delle importanti istituzioni mondiali per il dominio Usa.

Altro che fuoriuscita dall’euro: per fare cosa? Per rimanere ancora sotto la sudditanza statunitense? Per rimanere nella incapacità di aprire relazioni di cambiamento con l’Oriente le cui potenze mondiali (soprattutto Russia, Cina) sono per un equilibrio multicentrico del dominio?

La UE (il progetto USA del secondo dopoguerra) è finita e occorre ri-pensare un’altra Europa fondata su nazioni autodeterminate e sovrane (con la loro storia, il loro territorio, la loro geografia, la loro cultura) con una idea di sviluppo e di ri-pensamento della modernità a partire dalla rottura del dominio statunitense perché gli Stati Uniti d’America restano il grande collante culturale ed il grande garante geopolitico-militare della riproduzione capitalistica mondiale.

La crisi della modernità occidentale è un altro indicatore del declino egemonico statunitense.

 

 

 

 

 

RICAPITOLIAMO

di Domenico Rondoni

Ci fanno entrare nell’euro con un rapporto debito/pil piu alto di tutti.
In questi 25 anni difficilissimi aumentiamo il rapporto debito/pil di meno di tutti.
E ora ci aprono una procedura di infrazione per DEBITO ECCESSIVO!?!?
Cioé è come se convinco uno zoppo a fare i cento metri con i normodotati, lo zoppo facendo un miracolo e lasciandoci quasi le penne arriva primo, ed io gli azzoppo pure l’altra gamba perché non ha fatto il record del mondo!!
Ma ci rendiamo conto in che gabbia di matti ci hanno cacciato?
Se questi non capiscono che il cosidetto debito pubblico è uno STRUMENTO DI CRESCITA ECONOMICA che va GESTITO ed AUMENTATO, non resta davvero altro da fare che evadere dal manicomio….

 

 

 

 

OLTRE L’UNIONE EUROPEA, a cura di Luigi Longo

OLTRE L’UNIONE EUROPEA

a cura di Luigi Longo

 

Le Elezioni

                                                                                                                                     Generalmente mi ricordo
una domenica di sole
una mattina molto bella
un’aria già primaverile
in cui ti senti più pulito

                                                                                                                                     Anche la strada è più pulita
senza schiamazzi e senza suoni
chissà perché non piove mai
quando ci sono le elezioni

                                                                                                                                     Una curiosa sensazione
che rassomiglia un po’ a un esame
di cui non senti la paura
ma una dolcissima emozione

                                                                                                                                     E poi la gente per la strada
li vedo tutti più educati
sembrano anche un po’ più buoni
ed è più bella anche la scuola
quando ci sono le elezioni

                                                                                                                                     Persino nei carabinieri
c’è un’aria più rassicurante
ma mi ci vuole un certo sforzo
per presentarmi con coraggio

                                                                                                                                     C’è un gran silenzio nel mio seggio
un senso d’ordine e di pulizia
Democrazia!

                                                                                                                                     Mi danno in mano un paio di schede
e una bellissima matita
lunga sottile marroncina
perfettamente temperata

                                                                                                                                     E vado verso la cabina
volutamente disinvolto
per non tradire le emozioni

                                                                                                                                     E faccio un segno
sul mio segno
come son giuste le elezioni.

                                                                                                                                     E’ proprio vero che fa bene
un po’ di partecipazione
con cura piego le due schede

                                                                                                                                     e guardo ancora la matita
così perfetta e temperata…
Io quasi quasi me la porto via.
Democrazia!

Giorgio Gaber, Le elezioni, 1976-                                                                                                           1977, www.giorgiogaber.it

 

Nel mio precedente scritto Il Progetto dell’Unione Europea è finito, la Nato è lo strumento degli Usa nel conflitto strategico della fase multicentrica, apparso su questo sito il 26/11/2018, ho sostenuto la fine dell’Unione Europea come espressione del progetto statunitense nella fase monocentrica e la metamorfosi della Nato come nuovo strumento degli Usa nel conflitto strategico della fase multicentrica.

Soprattutto a quelli che credono ancora nell’Unione Europea e nelle elezioni come massima espressione di democrazia e di partecipazione (sic) propongo la lettura di tre articoli di Manlio Dinucci (A camp Darby le forze speciali italiane, il “partito americano” nelle istituzioni UE e le 70 candeline (esplosive) della Nato apparsi su il Manifesto rispettivamente il 5/3/2019, 19/3/2019 e 2/4/2019) e la Risoluzione del Parlamento europeo del 12 marzo 2019 sullo stato delle relazioni politiche tra l’Unione europea e la Russia, pubblicata sul sito www.europarl.europa.eu (12/3/2019).

Sono letture che evidenziano l’imbarazzante e il vergognoso livello di servitù volontaria europea alle strategie statunitensi, a prescindere dal loro insanabile conflitto interno agli agenti strategici: si va dalle politiche di contrasto alla Russia, alle politiche di contrapposizione alle vie della seta della Cina; dalla americanizzazione dei territori, all’approntamento delle infrastrutture al servizio Usa-Nato.

Riporto, infine, le conclusioni del mio scritto innanzi citato:<< L’attuale Europa è finita. E’ stata ridotta ad una espressione geografica […] a servizio delle strategie statunitensi e, per la prima volta nella sua storia, non sarà protagonista del conflitto tra le potenze mondiali che si formeranno nella fase multicentrica e in quella policentrica. Sarà, ahinoi, solo un campo di battaglia del conflitto mondiale.

All’interno di questo cambiamento europeo che resta, comunque, subordinato alle strategie dei pre-dominanti (gli agenti strategici principali) statunitensi, mancano dei decisori che vogliono attuare un processo di sviluppo nazionale autodeterminato, a partire dalla creazione di uno spazio della resistenza, capace di incunearsi nei giochi che si aprono nella fase multicentrica per proporre un progetto e una strategia di uscita dalla servitù volontaria verso gli USA e guardare a Oriente per le possibili costruzioni di nuove relazioni, di nuove idee di sviluppo, di nuove idee di società, di una Europa diversa […]. Purtroppo, ahinoi, questi decisori non si vedono in giro per l’Europa né si vedranno nel breve-medio periodo, considerata la situazione di degrado culturale, politico e sociale. I dominanti possono fare ancora sonni tranquilli.

Resta un problema storico da affrontare e riguarda i soggetti che si formano nelle varie fasi oggettive della storia nazionale, europea e mondiale. La domanda che si pone è: come i soggetti (sessuati) di trasformazione arrivano, sono pronti alle aperture delle finestre, delle crepe che le fasi multicentrica e policentrica necessariamente apriranno?

Oggi soffriamo la mancanza di una teoria adeguata che ci orienti nella pratica e nella pratica teorica per pensare un progetto-processo di autonomia e di autodeterminazione nazionale ed europeo. Siamo ridotti a scoprire, con le elezioni statunitensi, europee e nazionali (sic), l’esistenza di stati profondi (i luoghi istituzionali dove gli agenti strategici principali, esecutivi e gestionali realizzano il dominio) e a riscoprire l’illusione ideologica che con la vittoria elettorale, cioè la presa del potere non del dominio, gli obiettivi indicati (a prescindere dalle finalità reali, ripeto reali) nel programma elettorale minimamente squilibranti del sistema sono irrealizzabili.>>.

 

 

A CAMP DARBY LE FORZE SPECIALI ITALIANE

L’arte della guerra. È stato stipulato un accordo che prevede il trasferimento in quest’area del Comando delle forze speciali dell’esercito italiano (Comfose) attualmente ospitato nella caserma Gamerra di Pisa, sede del Centro addestramento paracadutismo

Manlio Dinucci*

La notizia non è ufficiale ma già se ne parla: da ottobre su Camp Darby sventolerà il tricolore. Gli Stati uniti stanno per chiudere il loro più grande arsenale nel mondo fuori dalla madrepatria, restituendo all’Italia i circa 1000 ettari di territorio che occupano tra Pisa e Livorno?

Niente affatto. Non stanno chiudendo, ma ristrutturando la base perché vi possano essere stoccate ancora più armi e per potenziare i collegamenti col porto di Livorno e l’aeroporto di Pisa. Nella ristrutturazione restava inutilizzata una porzioncina dell’area ricreativa: 34 ettari, poco più del 3% dell’intera area. È questa che lo US Army Europe ha deciso di restituire all’Italia, più precisamente al Ministero italiano della Difesa, per farne il miglior uso possibile.

È stato così stipulato un accordo che prevede il trasferimento in quest’area del Comando delle forze speciali dell’esercito italiano (Comfose) attualmente ospitato nella caserma Gamerra di Pisa, sede del Centro addestramento paracadutismo. Sono le forze sempre più impiegate nelle operazioni coperte: si infiltrano nottetempo in territorio straniero, individuano gli obiettivi da colpire, li eliminano con un‘azione fulminea paracadutandosi dagli aerei o calandosi dagli elicotteri, quindi si ritirano senza lasciare traccia salvo i morti e le distruzioni.

L’Italia, che le aveva usate soprattutto in Afghanistan, ha fatto un decisivo passo avanti nel loro potenziamento quando, nel 2014, è divenuto operativo il Comfose che riunisce sotto comando unificato quattro reggimenti: il 9° Reggimento d’assalto Col Moschin e il 185° Reggimento acquisizione obiettivi Folgore, il 28° Reggimento comunicazioni Pavia e il 4° Reggimento alpini paracadutisti Rangers. Nella cerimonia inaugurale nel 2014 fu annunciato che il Comfose avrebbe mantenuto un «collegamento costante con lo U.S. Army Special Operation Command», il più importante comando statunitense per le operazioni speciali formato da circa 30 mila specialisti impiegati soprattutto in Medio Oriente.

A Camp Darby – ha specificato l’anno scorso il colonnello Erik Berdy, comandante dello US Army Italy – già si svolgono addestramenti congiunti di militari statunitensi e italiani. Il trasferimento del Comfose in un’area di Camp Darby, formalmente appartenente all’Italia, permetterà di integrare a tutti gli effetti le forze speciali italiane con quelle statunitensi, impiegandole in operazioni coperte sotto comando Usa. Il tutto sotto la cappa del segreto militare.

Non può non venire a mente, a questo punto, la storia delle operazioni segrete di Camp Darby: dalle inchieste dei giudici Casson e Mastelloni è emerso che Camp Darby ha svolto sin dagli anni Sessanta la funzione di base della rete golpista costituita dalla Cia e dal Sifar nel quadro del piano segreto Gladio. Le basi Usa/Nato – scriveva Ferdinando Imposimato, presidente onorario della Suprema Corte di Cassazione – hanno fornito gli esplosivi per le stragi, da Piazza Fontana a Capaci e Via d’Amelio. In queste basi «si riunivano terroristi neri, ufficiali della Nato, mafiosi, uomini politici italiani e massoni, alla vigilia di attentati».

Nessuno però, né in parlamento né negli enti locali, si preoccupa delle implicazioni del trasferimento delle forze speciali italiane di fatto all’interno di Camp Darby sotto comando Usa. I comuni di Pisa e Livorno, passati rispettivamente dal Pd alla Lega e al M5S, hanno continuato a promuovere, con la Regione Toscana, «l’integrazione tra la base militare Usa di Camp Darby e la comunità circostante». Pochi giorni fa è stato deciso di integrare i siti Web delle amministrazioni locali con quelli di Camp Darby. La rete di Camp Darby si estende sempre più sul territorio.

*il Manifesto del 5/3/2019

 

 

Risoluzione del Parlamento europeo del 12 marzo 2019 sullo stato delle relazioni politiche tra l’Unione europea e la Russia
Il Parlamento europeo,

– vista la sua risoluzione del 10 giugno 2015 sullo stato delle relazioni UE-Russia(1)

–visti gli accordi raggiunti a Minsk il 5 e il 19 settembre 2014 e il 12 febbraio 2015(2)

–viste le sue precedenti risoluzioni, in particolare quella del 14 giugno 2018 sui territori georgiani occupati a 10 anni dall’invasione russa(3), e del 4 febbraio 2016 sulla situazione dei diritti umani in Crimea, in particolare dei tatari di Crimea(4),

–vista la sua raccomandazione al Consiglio del 2 aprile 2014 concernente l’applicazione di restrizioni comuni in materia di visti ai funzionari russi coinvolti nel caso Sergei Magnitsky(5),

–viste le conclusioni del Consiglio “Affari esteri” del 14 marzo 2016 sulla Russia,

–visto il premio Sacharov per la libertà di pensiero 2018 conferito al regista ucraino Oleg Sentsov,

–vista la sua risoluzione del 14 giugno 2018 sulla Russia, in particolare il caso del prigioniero politico ucraino Oleg Sentsov(6),

–vista la sua risoluzione del 25 ottobre 2018 sulla situazione nel Mar d’Azov(7),

–vista la relazione finale dell’Ufficio dell’OSCE per le istituzioni democratiche e i diritti umani (ODIHR) del 18 marzo 2018 sulle elezioni presidenziali nella Federazione russa,

–visto l’articolo 52 del suo regolamento,

–vista la relazione della commissione per gli affari esteri (A8-0073/2019),

A. considerando che l’Unione europea è una comunità basata su un insieme comune di valori, tra cui pace, libertà, democrazia, Stato di diritto e rispetto dei diritti fondamentali e umani;

B. considerando che riconosce che i principi sanciti dalla Carta delle Nazioni Unite, dall’atto finale di Helsinki del 1975 e dalla Carta di Parigi dell’OSCE del 1990 rappresentano i capisaldi di un continente europeo pacifico;

C. considerando che tali valori costituiscono la base delle relazioni dell’Unione europea con le terze parti;

D. considerando che le relazioni dell’Unione europea con la Russia devono basarsi sui principi di diritto internazionale, rispetto dei diritti umani, democrazia e risoluzione pacifica dei conflitti e che, a causa dell’inosservanza di tali principi da parte della Russia, le relazioni dell’UE con la Russia si basano attualmente sulla cooperazione in alcuni settori selezionati di interesse comune, quali definiti nelle conclusioni del Consiglio “Affari esteri” del 14 marzo 2016 e sulla dissuasione credibile;

E. considerando che l’Unione europea continua ad essere disponibile ad un partenariato rafforzato e al dialogo che a esso conduce, e auspica una ripresa di relazioni di cooperazione con la Russia, dopo che le autorità russe si siano conformate ai loro obblighi internazionali e giuridici ed abbiano dimostrato il reale impegno della Russia a ricostituire la fiducia perduta; che relazioni costruttive e prevedibili sarebbero reciprocamente vantaggiose e, idealmente, nell’interesse di entrambe le parti;

F. considerando che la Federazione russa, in quanto membro a pieno titolo del Consiglio d’Europa e dell’OSCE, si è impegnata a osservare i principi della democrazia, dello Stato di diritto e del rispetto dei diritti umani; che le continue e gravi violazioni dello Stato di diritto e l’adozione di leggi restrittive negli ultimi anni stanno mettendo sempre più in dubbio il rispetto degli obblighi nazionali e internazionali da parte della Russia; che la Russia non ha attuato oltre un migliaio di sentenze della Corte europea per i diritti dell’uomo (CEDU);

G. considerando che diverse relazioni governative mostrano il forte aumento, negli ultimi anni, dell’attività di spionaggio ostile da parte della Russia, che ha raggiunto livelli mai visti dalla Guerra fredda;

H. considerando che la piena attuazione degli accordi di Minsk e il generale rispetto del diritto internazionale rimangono un requisito essenziale per una più stretta cooperazione con la Russia; che, in risposta all’annessione illegale della Crimea e alla guerra ibrida condotta dalla Russia contro l’Ucraina, l’UE ha adottato una serie di misure restrittive che dovrebbero rimanere in vigore finché gli accordi di Minsk non saranno rispettati;

I. considerando che, dal 2015, sono emerse nuove aree di tensione tra l’Unione europea e la Russia, tra cui: l’intervento della Russia in Siria e l’ingerenza in paesi come la Libia e la Repubblica centrafricana; esercizi militari su larga scala (Zapad 2017); l’ingerenza russa volta a influenzare le elezioni e i referendum e ad alimentare le tensioni nelle società europee; il sostegno del Cremlino ai partiti antieuropeisti e ai movimenti di estrema destra; restrizioni alle libertà fondamentali ed estese violazioni dei diritti umani in Russia e il diffondersi di un sentimento anti LGBTI; la repressione dell’opposizione politica; azioni dirette e sistematiche contro i difensori dei diritti umani, i giornalisti e la società civile russa, tra cui la detenzione arbitraria di Oyub Titiev, direttore dell’ufficio in Cecenia del Centro per i diritti umani Memorial (HRC Memorial) o il caso di Yuri Dmitriev della filiale careliana di “Memorial”; la stigmatizzazione di attivisti della società civile, etichettati come “agenti stranieri”; gravi violazioni dei diritti umani nel Caucaso settentrionale, in particolare nella Repubblica cecena (sequestri, torture, esecuzioni extragiudiziali, cause penali pretestuose ecc.); la discriminazione della minoranza tatara nella Crimea occupata e la persecuzione politica di Aleksej Naval’nyj e molti altri, nonché uccisioni, come quelle di Boris Nemtsov e Sergei Magnitsky tra i casi più noti; attacchi informatici e ibridi e uccisioni sul territorio europeo eseguite da agenti dei servizi segreti russi utilizzando armi chimiche; intimidazioni, arresti e detenzioni di cittadini stranieri in Russia, tra cui il vincitore del premio Sacharov 2018 Oleg Sentsov e molti altri, in violazione del diritto internazionale; l’organizzazione di elezioni illegali e illegittime nel Donbas; l’organizzazione di elezioni presidenziali non democratiche e prive di qualsiasi scelta reale e con restrizioni alle libertà fondamentali; campagne di disinformazione; la costruzione illegale del ponte di Kerch; la militarizzazione su vasta scala della Crimea occupata e annessa illegalmente, nonché di parti del Mar Nero e del Mar d’Azov; restrizioni alla navigazione internazionale nel Mar d’Azov e attraverso lo stretto di Kerch, anche per le navi battenti bandiere degli Stati membri dell’UE; l’attacco e il sequestro illegali di navi della marina ucraina e l’arresto di militari ucraini nello stretto di Kerch; violazioni degli accordi sul controllo delle armi; il clima oppressivo per i giornalisti e i media indipendenti, con le continue detenzioni di giornalisti e blogger; e la posizione occupata dalla Russia (148° posto su 180) nell’indice mondiale della libertà di stampa 2018;

J. considerando che, dal 1° marzo 2018, il Centro per i diritti umani Memorial ha registrato 143 casi di prigionieri politici, 97 dei quali perseguitati per motivi religiosi; che, da un’analisi dell’elenco dei prigionieri politici stilato dal Centro per i diritti umani Memorial nel 2017, emerge che vi sono stati 23 casi di persone processate per reati connessi a eventi pubblici (sommosse e azioni violente contro un’autorità pubblica) e 21 casi, per lo più connessi alla pubblicazione di post su Internet, di procedimenti giudiziari che sono stati avviati in base agli articoli del codice penale in materia di “anti-estremismo”;

K. considerando che la Russia partecipa direttamente o indirettamente a una serie di conflitti che si protraggono nel vicinato comune – Transnistria, Ossezia del Sud, Abkhazia, Donbas e Nagorno Karabakh – che ostacolano seriamente lo sviluppo e la stabilità dei paesi vicini interessati, ne compromettono l’indipendenza e ne limitano le scelte libere e sovrane;

L. considerando che il conflitto nell’Ucraina orientale è durato più di quattro anni causando oltre 10.000 vittime, quasi un terzo delle quali civili, e migliaia di feriti tra la popolazione civile;

M. considerando che le tensioni e lo scontro attualmente persistenti tra l’UE e la Russia non sono nell’interesse di nessuna delle due parti; che i canali di comunicazione dovrebbero restare aperti nonostante i risultati deludenti; che la nuova divisione del continente mette a rischio la sicurezza tanto dell’UE quanto della Russia;

N. considerando che attualmente la Russia è il principale fornitore esterno di gas naturale dell’UE; considerando che l’energia continua a svolgere un ruolo centrale e strategico nelle relazioni UE-Russia; che la Russia utilizza l’energia come mezzo per difendere e promuovere i propri interessi di politica estera; che la dipendenza dell’Unione europea dall’approvvigionamento di gas russo è aumentata dal 2015; che la resilienza dell’Unione europea alle pressioni esterne può essere costruita attraverso la diversificazione dell’approvvigionamento energetico e la diminuzione della dipendenza dalla Russia; che, per quanto riguarda la sua sicurezza energetica, l’Unione europea deve esprimersi all’unisono e mostrare una forte solidarietà interna; che la forte dipendenza dell’UE dai combustibili fossili nuoce allo sviluppo di un’impostazione europea nei confronti della Russia che sia equilibrata, coerente e fondata su valori; che vi è la necessità di un’infrastruttura energetica più affidabile e strategica nell’UE, negli Stati membri e nei paesi del partenariato orientale (PO), al fine di aumentare la resilienza all’azione ibrida russa;

O. considerando che le azioni irresponsabili di aviogetti da combattimento russi nei pressi dello spazio aereo di Stati membri dell’Unione europea e della NATO pregiudicano la sicurezza dei voli civili e potrebbero costituire una minaccia per la sicurezza dello spazio aereo europeo; che la Russia ha condotto manovre militari provocatorie su larga scala nelle immediate vicinanze dell’UE;

P. considerando che la Russia continua a ignorare le sentenze della Corte europea per i diritti dell’uomo nonché le sentenze vincolanti della Corte internazionale di arbitrato, come nel caso di Naftogaz, mettendo a rischio i meccanismi internazionali di composizione delle controversie commerciali;

Q. considerando che la visione russa policentrica del concerto di potenze contrasta con quella dell’Unione europea di multilateralismo e di un ordine internazionale basato sulle norme; che l’adesione e il sostegno della Russia all’ordine multilaterale basato sulle norme creerebbero le condizioni per relazioni più strette con l’UE;

R. considerando che le autorità russe continuano a trattare le regioni occupate illegalmente come se fossero parte integrante del territorio russo, consentendo la partecipazione di rappresentanti di detti territori agli organi legislativi ed esecutivi della Federazione russa, in violazione del diritto internazionale;

S. considerando che il 21 dicembre 2018 il Consiglio, dopo aver valutato l’attuazione degli accordi di Minsk, ha prorogato le sanzioni economiche riguardanti settori specifici dell’economia russa fino al 31 luglio 2019;

T. considerando che le azioni della Russia violano il diritto internazionale, gli impegni internazionali e le buone relazioni di vicinato;

U. considerando che, nei documenti strategici della Federazione russa, l’UE e la NATO sono rappresentate come i principali avversari della Russia;

 

Sfide e interessi comuni

 

1. sottolinea che l’occupazione e l’annessione illegali della Crimea, regione dell’Ucraina, da parte della Russia nonché il coinvolgimento diretto e indiretto di quest’ultima in conflitti armati nella parte orientale dell’Ucraina e la violazione continua dell’integrità territoriale della Georgia e della Moldova costituiscono una deliberata violazione del diritto internazionale, dei principi democratici e dei valori fondamentali; condanna fortemente le violazioni dei diritti umani perpetrate dai rappresentanti russi nei territori occupati;

2. sottolinea che l’UE non può considerare un graduale ritorno a uno scenario del “non è successo niente” fino a quando la Russia non attui pienamente gli accordi di Minsk e non ripristini l’integrità territoriale dell’Ucraina; invita l’UE, a tale riguardo, a effettuare una completa rivalutazione critica delle proprie relazioni con la Federazione russa;

3. sottolinea che, nelle circostanze attuali, la Russia non può più essere considerata un “partner strategico”; è del parere che i principi di cui all’articolo 2 dell’accordo di partenariato e di cooperazione (APC) non siano più rispettati, e che l’APC andrebbe pertanto riconsiderato; ritiene che qualsiasi quadro per le relazioni tra l’Unione europea e la Russia dovrebbe basarsi sul pieno rispetto del diritto internazionale, dei principi di Helsinki dell’OSCE, dei principi democratici, dei diritti umani e dello Stato di diritto, e consentire un dialogo sulla gestione delle sfide globali e sul rafforzamento della governance globale nonché garantire l’applicazione delle norme internazionali, in particolare in vista di assicurare l’assetto di pace europeo e la sicurezza nel vicinato dell’UE e nei Balcani occidentali;

4. è del parere che l’attuazione degli accordi di Minsk dimostrerebbe la buona volontà della Russia di contribuire alla risoluzione del conflitto nell’Ucraina orientale e la sua capacità di garantire la sicurezza europea; sottolinea la necessità di portare avanti consultazioni nel processo formato Normandia, incluso un ruolo più forte dell’UE; ribadisce il proprio sostegno alla sovranità e all’integrità territoriale dell’Ucraina;

5. crede nell’importanza di smorzare le tensioni attuali e avviare consultazioni con la Russia, al fine di ridurre il rischio di malintesi, errate interpretazioni e fraintendimenti; riconosce, tuttavia, che l’UE deve essere risoluta in merito alle sue aspettative sulla Russia; sottolinea l’importanza della cooperazione tra UE e Russia nell’assetto internazionale basato sulle norme e di un positivo impegno in seno alle organizzazioni internazionali e multilaterali di cui la Russia è membro, in particolare nel quadro dell’OSCE, in relazione alle questioni controverse e alle crisi;

6. condanna con forza il coinvolgimento della Russia nel caso Skripal e le campagne di disinformazione e gli attacchi informatici attuati dai servizi segreti russi, volti a destabilizzare l’infrastruttura di comunicazione pubblica e privata e ad accrescere le tensioni all’interno dell’UE e dei suoi Stati membri;

7. è fortemente preoccupato per i legami tra il governo russo e i partiti e governi di estrema destra e nazional-populisti nell’UE che mettono a rischio i valori fondamentali dell’Unione sanciti all’articolo 2 del trattato sull’Unione europea e contenuti nella Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea, tra cui il rispetto della democrazia, dell’uguaglianza, dello Stato di diritto e dei diritti umani;

8. deplora, inoltre, i tentativi della Russia di destabilizzare i paesi candidati all’adesione nell’UE, in particolare, a titolo di esempio, il sostegno fornito da Mosca alle organizzazioni e alle forze politiche che si oppongono all’accordo di Prespa, che dovrebbe porre fine all’annosa disputa tra la Grecia e l’ex Repubblica iugoslava di Macedonia in merito alla denominazione di quest’ultima;

9. ritiene che gli attori statali russi abbiano interferito con la campagna del referendum sulla Brexit con mezzi manifesti e occulti, anche sui media sociali e con finanziamenti potenzialmente illeciti, sui quali le autorità britanniche stanno attualmente indagando;

10. sottolinea che una maggiore trasparenza reciproca nelle attività militari e nelle attività delle guardie di frontiera è importante per evitare ulteriori tensioni; denuncia con forza la violazione da parte della Russia dello spazio aereo degli Stati membri dell’UE; chiede un codice di condotta chiaro in relazione allo spazio aereo utilizzato dagli aerei militari e civili; condanna fortemente, in tale contesto, le reiterate violazioni delle acque territoriali e dello spazio aereo dei paesi della regione del Mar Baltico da parte della Russia; condanna la Federazione russa per la sua responsabilità nell’abbattimento del volo MH17 sull’Ucraina orientale nel 2014, come dimostrato dalla squadra internazionale di investigatori e chiede che i responsabili siano consegnati alla giustizia;

11. deplora il notevole peggioramento della situazione dei diritti umani e le restrizioni diffuse e indebite della libertà di espressione, associazione e riunione pacifica in Russia ed esprime profonda preoccupazione per le continue repressioni, vessazioni e persecuzioni nei confronti di difensori dei diritti umani, attivisti e altri oppositori;

12. è profondamente preoccupato per il fatto che la Russia dimostri così apertamente il suo potere militare, rivolga minacce ad altri paesi e manifesti attraverso azioni concrete la sua volontà e prontezza ad usare la forza militare contro altre nazioni, comprese le armi nucleari avanzate, come ribadito in diverse occasioni nel 2018 dal presidente Putin;

13. condanna la continua repressione ad opera del governo russo nei confronti del dissenso e della libertà dei media nonché degli attivisti, degli oppositori politici e di quanti dissentono apertamente con il governo;

14. esprime preoccupazione per le relazioni sui casi di detenzione e tortura di uomini ritenuti omosessuali in Cecenia e condanna le dichiarazioni del governo ceceno, che negano l’esistenza di omosessuali nel paese e incitano alla violenza nei confronti delle persone LGBTI;

15. pone l’accento sul fatto che le sfide globali del cambiamento climatico, dell’ambiente, della sicurezza energetica, della digitalizzazione, dell’impiego di algoritmi nel processo decisionale e dell’intelligenza artificiale, nonché delle questioni di politica estera e di sicurezza, della non proliferazione di armi di distruzione di massa e della lotta contro il terrorismo e la criminalità organizzata e gli sviluppi nel delicato ambiente della regione artica richiedano un impegno selettivo con la Russia;

16. esprime preoccupazione per il possibile riciclaggio di miliardi di euro l’anno attraverso l’UE da parte di società e individui russi, nel tentativo di legalizzare i proventi della corruzione, e chiede che siano condotte indagini su tali reati;

17. sottolinea che il riciclaggio di denaro e le attività finanziarie della criminalità organizzata da parte della Russia sono utilizzate per finalità politiche sovversive e rappresentano una minaccia per la sicurezza e la stabilità europee; ritiene che un riciclaggio di denaro di tale portata rientri nelle attività ostili finalizzate a minare, disinformare e destabilizzare, e nel contempo a sostenere le attività criminali e la corruzione; osserva che le attività russe di riciclaggio di denaro nell’UE mettono a rischio la sovranità e lo Stato di diritto di tutti gli Stati membri in cui la Russia svolge tali attività; afferma che ciò rappresenta una minaccia per la sicurezza e la stabilità europee nonché una delle principali sfide per la politica estera e di sicurezza comune dell’UE;

18. condanna le attività di riciclaggio di denaro, i finanziamenti illeciti e altri mezzi impiegati nella guerra economica della Russia; invita le autorità finanziarie competenti dell’UE a intensificare la cooperazione reciproca e con i pertinenti servizi di intelligence e di sicurezza, al fine di contrastare le attività di riciclaggio di denaro russe;

19. ribadisce che, nonostante la posizione dell’Unione europea sia ferma, coerente e concertata riguardo alle sanzioni dell’UE nei confronti della Russia, che saranno prorogate fintantoché quest’ultima continuerà a violare il diritto internazionale, l’approccio in materia di politica estera e di sicurezza dell’UE nei confronti della Russia richiede maggiore coordinamento e coerenza; invita, in tale contesto, gli Stati membri a cessare i programmi “golden visa”, di cui beneficia l’oligarchia russa che spesso sostiene il Cremlino, e che possono compromettere l’efficacia delle sanzioni internazionali; reitera i suoi appelli precedenti per un atto Magnitsky europeo (il regime di sanzioni dell’UE per le violazioni dei diritti umani), ed invita il Consiglio a proseguire senza indugio i suoi lavori in materia; invita gli Stati membri a cooperare appieno a livello europeo per quanto riguarda la loro politica nei confronti della Russia;

20. sottolinea che le misure restrittive mirate nei confronti dell’Ucraina orientale e della Crimea occupata non sono volte a colpire i cittadini russi, ma taluni individui e imprese connessi alla leadership russa;

21. sottolinea, a tale proposito, che la coerenza fra le sue politiche interne ed esterne, unita ad un migliore coordinamento di queste ultime è la chiave per la riuscita di una politica estera e di sicurezza dell’Unione europea più coerente ed efficace anche nei confronti della Russia; ricorda che ciò si applica in particolare nell’ambito di politiche quali l’Unione europea della difesa, l’Unione europea dell’energia e gli strumenti di difesa informatica e di comunicazione strategica;

22. condanna le violazioni da parte della Russia dell’integrità territoriale dei paesi confinanti, avvenute con mezzi tra cui il rapimento illegale di cittadini di questi paesi, al fine di processarli davanti a un tribunale russo; condanna inoltre l’abuso di Interpol da parte della Russia mediante l’emissione di avvisi di “persone ricercate” (i cosiddetti “avvisi rossi”), per perseguire gli oppositori politici;

23. condanna le azioni della Russia nel Mar d’Azov, in quanto violano il diritto marittimo internazionale e gli impegni internazionali assunti dalla Russia, nonché la costruzione del ponte di Kerch e la posa di cavi sotterranei verso la penisola illegalmente annessa della Crimea senza il consenso dell’Ucraina; rimane profondamente preoccupato per la militarizzazione del Mar d’Azov, della regione del Mar Nero e della regione di Kaliningrad, nonché per il sistematico ricorso della Russia alla violazione delle acque territoriali dei paesi europei nel Mar Baltico;

24. ribadisce il proprio sostegno inequivocabile alla sovranità e all’integrità territoriale della Georgia; chiede che la Federazione russa cessi di occupare i territori dell’Abkhazia e di Tskhinvali/Ossezia meridionale in Georgia, e rispetti pienamente la sovranità e l’integrità territoriale della Georgia; sottolinea la necessità che la Federazione russa adempia incondizionatamente a tutte le disposizioni dell’accordo di cessate il fuoco del 12 agosto 2008, in particolare l’impegno a ritirare tutte le sue forze militari dal territorio della Georgia;

25. sottolinea che il mancato rispetto delle norme internazionali da parte della Russia – in questo caso la libertà dei mari, gli accordi bilaterali e l’annessione illegale della Crimea – rappresenta una minaccia per i paesi vicini della Russia in tutta Europa, non soltanto nella regione del Mar Nero, ma anche nella regione del Mar Baltico e nel Mediterraneo; sottolinea l’importanza di elaborare una politica decisa nei confronti della Russia su tutti questi aspetti;

26. osserva che le elezioni presidenziali del 18 marzo 2018 sono state poste sotto l’osservazione della missione internazionale di osservazione elettorale (IEOM) dell’ODIHR e dell’Assemblea parlamentare dell’OSCE; sottolinea che, secondo la relazione finale della missione di osservazione elettorale dell’ODIHR, le elezioni si sono svolte in un contesto giuridico e politico eccessivamente controllato, caratterizzato da continue pressioni nei confronti delle voci critiche e da limitazioni delle libertà fondamentali di riunione, associazione ed espressione, nonché della registrazione dei candidati, e che pertanto è mancata una reale concorrenza;

27. è preoccupato per il continuo sostegno della Russia a regimi e paesi autoritari come la Corea del Nord, l’Iran, il Venezuela, la Siria, Cuba, il Nicaragua e altri, e per la sua pratica costante di bloccare qualsiasi azione internazionale esercitando il diritto di veto in seno al Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite;

 

Aree di interesse comune

 

28. ribadisce il suo sostegno ai cinque principi che guidano la politica dell’UE nei confronti della Russia, e chiede una maggiore definizione del principio di dialogo selettivo; raccomanda di porre l’accento sulle questioni concernenti la regione MENA e la regione nordica e artica, il terrorismo, l’estremismo violento, la non proliferazione, il controllo delle armi, la stabilità strategica nel ciberspazio, la criminalità organizzata, la migrazione e il cambiamento climatico, inclusi sforzi congiunti volti a salvaguardare il Piano d’azione globale congiunto (JCPOA) con l’Iran, approvato dal Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, e a porre fine alla guerra in Siria; ribadisce che le consultazioni tra l’UE e la Russia sul ciberterrorismo e la criminalità organizzata devono proseguire, e le sistematiche minacce ibride da parte della Russia richiedono un forte deterrente; chiede, in tale contesto, un dialogo UE-Russia-Cina-Asia centrale sulla connettività;

29. sottolinea che l’UE è attualmente il principale partner commerciale della Russia e manterrà la sua posizione di partner economico chiave nel prossimo futuro, ma che il progetto Nord Stream 2 rafforza la dipendenza dell’UE dall’approvvigionamento di gas russo, minaccia il mercato interno dell’UE e non è in linea con la politica energetica dell’UE o con i suoi interessi strategici, e va pertanto fermato; sottolinea che l’UE resta impegnata a completare l’Unione europea dell’energia e a diversificare le sue fonti di approvvigionamento energetico; sottolinea che nessun nuovo progetto dovrebbe essere attuato senza la preventiva valutazione di conformità giuridica con il diritto dell’UE e con le priorità politiche concordate; deplora la politica russa di utilizzare le sue fonti energetiche come strumento politico per esercitare, mantenere ed aumentare la sua influenza e pressione politica su quella che considera essere la sua sfera d’influenza e sui consumatori finali;

30. sottolinea che i programmi di cooperazione transfrontaliera UE-Russia e la cooperazione costruttiva nell’ambito dei partenariati per la dimensione nordica e della regione euroartica del Mare di Barents offrono vantaggi tangibili ai cittadini delle aree transfrontaliere e sostengono lo sviluppo sostenibile di tali aree; raccomanda, in tale contesto, di continuare a promuovere tutti questi ambiti positivi di cooperazione costruttiva;

31. osserva l’importanza dei contatti interpersonali, per esempio tramite l’istruzione e la cultura;

32. invita il vicepresidente della Commissione/alto rappresentante dell’Unione per la politica estera e di sicurezza e gli Stati membri a intensificare gli sforzi per giungere a una soluzione dei cosiddetti “conflitti congelati” nel vicinato orientale, al fine di garantire maggiore sicurezza e stabilità ai partner orientali dell’UE;

 

Raccomandazioni

 

33. sottolinea l’importanza di continuare a fornire sostegno politico e finanziario per favorire i contatti interpersonali in generale e, in particolare, agli attivisti, ai difensori dei diritti umani, ai blogger, ai media indipendenti, agli accademici apertamente critici e alle personalità pubbliche e alle ONG; invita la Commissione a programmare un’assistenza finanziaria, istituzionale e di sviluppo delle capacità più ambiziosa e a lungo termine per la società civile russa, a titolo degli strumenti finanziari esterni esistenti, e invita gli Stati membri dell’UE a contribuire maggiormente a tale assistenza; incoraggia gli Stati membri ad applicare attivamente gli orientamenti dell’UE sui difensori dei diritti umani, fornendo un sostegno e una protezione efficaci e tempestivi ai difensori dei diritti umani, ai giornalisti ed altri attivisti; invita in particolare gli Stati membri a rilasciare visti a lungo termine ai difensori a rischio e ai loro familiari; è favorevole all’aumento dei finanziamenti per la formazione dei giornalisti e gli scambi con i giornalisti europei, nonché per strumenti finalizzati all’avanzamento dei diritti umani e della democrazia, quali lo strumento europeo per la democrazia e i diritti umani (EIDHR) e il Fondo europeo per la democrazia (FED);

34. auspica maggiori contatti interpersonali, ponendo l’accento soprattutto sui giovani, su un dialogo e su una cooperazione più intensi tra esperti, ricercatori, società civile e autorità locali dell’UE e russi, e maggiori scambi di studenti, tirocinanti e giovani, in particolare nel quadro di Erasmus+; è a favore, in tale contesto, di maggiori finanziamenti per i nuovi programmi Erasmus+ nel periodo 2021-2027; osserva che l’Unione europea offre il più alto numero di opportunità di mobilità universitaria in Russia, rispetto ad altri paesi partner internazionali;

35. chiede il rilascio incondizionato di tutti i difensori dei diritti umani e altri soggetti detenuti per aver pacificamente esercitato il loro diritto alla libertà di espressione, riunione e associazione, tra cui il direttore del Centro per i diritti umani Memorial nella Repubblica cecena, Oyub Titiev, processato sulla base di accuse pretestuose di possesso di stupefacenti; esorta le autorità russe a garantire il pieno rispetto dei loro diritti umani e giuridici, compresi l’accesso a un difensore e alle cure mediche, l’integrità fisica e la dignità nonché la protezione dalle vessazioni giudiziarie, dalla criminalizzazione e dall’arresto arbitrario;

36. osserva che le organizzazioni della società civile spesso sono troppo deboli per incidere in maniera sostanziale sulla lotta contro la corruzione in Russia, mentre le ONG sono sistematicamente scoraggiate dal partecipare attivamente alle azioni anticorruzione o dal promuovere l’integrità pubblica; sottolinea che è necessario coinvolgere la società civile nel monitoraggio indipendente dell’efficacia delle politiche anticorruzione; invita la Russia ad attuare correttamente le norme internazionali anticorruzione formulate, per esempio, nella Convenzione delle Nazioni Unite contro la corruzione e nella Convenzione dell’OCSE sulla lotta alla corruzione di pubblici ufficiali stranieri nelle operazioni economiche internazionali (Convenzione sulla lotta alla corruzione);

37. sottolinea che la promozione dei diritti umani e dello Stato di diritto deve essere il fulcro delle relazioni dell’UE con la Russia; invita pertanto l’UE e gli Stati membri a continuare a sollevare la questione dei diritti umani in tutti i contatti con i funzionari russi; incoraggia l’UE a fare continuamente appello alla Russia affinché abroghi o modifichi tutte le leggi e le regolamentazioni incompatibili con le norme internazionali in materia di diritti umani, incluse le disposizioni che limitano la libertà di espressione, riunione e associazione;

38. esprime la convinzione che l’adesione della Russia al Consiglio d’Europa sia un elemento importante dell’attuale panorama delle relazioni istituzionali in Europa; auspica che si possano trovare soluzioni per convincere la Russia a non rinunciare all’adesione al Consiglio d’Europa;

39. condanna i tentativi del governo russo di bloccare i servizi di messaggistica via Internet e i siti web; invita il governo russo a sostenere i diritti fondamentali alla libertà di espressione e alla vita privata sia online sia offline;

40. invita le istituzioni e gli Stati membri dell’UE ad impegnarsi di più per costruire la resilienza, in particolare nei settori informatico e dei media, compresi i meccanismi per individuare e contrastare le interferenze elettorali; chiede l’aumento della resilienza contro gli attacchi informatici; esprime profonda preoccupazione per il fatto che la reazione dell’UE alle campagne di propaganda e agli attacchi diretti di disinformazione di massa della Russia sia stata insufficiente e ritiene che debba essere ulteriormente rafforzata, soprattutto in vista delle prossime elezioni europee del maggio 2019; sottolinea, in tale contesto, la necessità di incrementare notevolmente i finanziamenti e le risorse umane dell’UE a favore della Task Force East StratCom; chiede un sostegno a livello di UE per il settore europeo della sicurezza informatica e per un mercato interno del digitale funzionante, e un maggiore impegno nella ricerca; incoraggia, in tale contesto, la promozione dei valori europei in Russia da parte di East StratCom; accoglie con favore l’adozione del piano d’azione dell’UE contro la disinformazione e invita gli Stati membri e tutti i pertinenti attori dell’UE ad attuarne le azioni e le misure, soprattutto in vista delle prossime elezioni europee del maggio 2019;

41. invita l’UE a valutare la creazione di un quadro giuridico vincolante, sia a livello UE sia internazionale, per affrontare la guerra ibrida, che consenta all’UE di rispondere in maniera incisiva alle campagne che minacciano la democrazia o lo Stato di diritto, comprese sanzioni mirate contro i responsabili dell’organizzazione e attuazione di tali campagne;

42. ritiene che, ai fini di un dialogo significativo, sia necessaria una maggiore unità fra gli Stati membri e una comunicazione più chiara dei limiti invalicabili per l’UE; sottolinea pertanto che l’Unione europea dovrebbe prepararsi ad adottare ulteriori sanzioni, incluse sanzioni personali mirate, e a limitare l’accesso ai finanziamenti e alla tecnologia, nel caso in cui la Russia continui a violare il diritto internazionale; sottolinea, tuttavia, che tali sanzioni non sono dirette al popolo russo, bensì mirate a determinati individui; invita il Consiglio ad eseguire un’analisi approfondita dell’efficacia e del rigore del regime di sanzioni in atto; accoglie con favore la decisione del Consiglio di imporre misure restrittive alle società europee coinvolte nella costruzione illegale del ponte di Kerch; ribadisce la sua preoccupazione per il coinvolgimento di queste società, che consapevolmente o inconsapevolmente hanno compromesso il regime di sanzioni dell’UE; invita la Commissione, in tale contesto, a valutare e verificare l’applicazione delle misure restrittive dell’Unione in vigore, ed esorta gli Stati membri a condividere le informazioni in loro possesso per quanto concerne le indagini nazionali in materia doganale o penale su casi di possibili violazioni;

43. chiede un meccanismo a livello di UE che consenta di esaminare i finanziamenti ai partiti politici e la conseguente adozione di misure al fine di evitare che alcuni partiti e movimenti siano usati per destabilizzare dall’interno il progetto europeo;

44. condanna la crescente portata e il numero delle esercitazioni militari russe, durante le quali le forze russe simulano scenari offensivi con l’uso di armi nucleari;

45. invita la Commissione e il Servizio europeo per l’azione esterna (SEAE) ad elaborare senza indugio una proposta legislativa per una versione europea della legge Magnitsky, che consentirebbe di imporre divieti di rilascio del visto e sanzioni mirate, quali il congelamento dei beni immobili e degli interessi sui medesimi all’interno della giurisdizione dell’UE, nei confronti di singoli funzionari pubblici o di persone che svolgono una funzione pubblica, responsabili di atti di corruzione o gravi violazioni dei diritti umani; sottolinea l’importanza di elaborare nell’immediato una lista di sanzioni per garantire un’efficace applicazione della versione europea della legge Magnitsky;

46. invita l’UE a verificare l’applicazione delle misure restrittive in vigore nonché la condivisione di informazioni fra Stati membri, al fine di garantire che il regime di sanzioni dell’UE contro le azioni della Russia non sia compromesso, ma applicato proporzionatamente alle minacce poste dalla Russia; sottolinea il rischio di un allentamento delle sanzioni senza che la Russia dimostri, con azioni concrete e non solo a parole, di rispettare i confini dell’Europa, la sovranità dei paesi vicini e delle altre nazioni, nonché le norme e gli accordi internazionali; ribadisce che uno scenario del “non è successo niente” sarà possibile soltanto quando la Russia rispetterà appieno le norme e si limiterà ad agire pacificamente;

47. ribadisce che la Russia non ha diritto di veto in merito alle aspirazioni euro-atlantiche delle nazioni europee;

48. invita la Commissione a monitorare attentamente le conseguenze delle contro sanzioni russe nei confronti di operatori economici e, se necessario, a valutare l’adozione di misure risarcitorie;

49. sottolinea che esistono solo soluzioni politiche per il conflitto nell’Ucraina orientale; promuove misure per rafforzare la fiducia nella regione del Donbas; è a favore di un mandato per l’invio di una forza di mantenimento della pace delle Nazioni Unite in questa regione dell’Ucraina orientale; rinnova l’appello a favore della nomina di un inviato speciale dell’UE per la Crimea e la regione del Donbas;

50. condanna l’arbitrario provvedimento che impedisce l’accesso di politici dell’UE, tra cui deputati ed ex deputati al Parlamento europeo e funzionari UE, al territorio della Russia; chiede la revoca reciproca, immediata e senza condizioni, del divieto di accesso;

51. invita la Russia a rilasciare immediatamente i prigionieri politici, tra cui cittadini stranieri, e i giornalisti;

52. invita la Russia a cooperare appieno in relazione all’indagine internazionale sull’abbattimento del volo MH17, che potrebbe configurarsi come un crimine di guerra; condanna qualsiasi tentativo o decisione di concedere l’amnistia o di rinviare il procedimento di coloro che sono stati identificati come i responsabili, poiché gli autori dovrebbero essere chiamati a rispondere delle loro azioni;

53. invita il governo russo ad astenersi dal bloccare le risoluzioni del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite sulla situazione in Siria, volte ad affrontare le continue violenze contro i civili anche mediante l’uso di armi chimiche, le gravi inosservanze delle Convenzioni di Ginevra e le violazioni dei diritti umani universali;

54. sostiene il celere completamento di un’Unione europea dell’energia integrata che, in futuro, includerebbe i partner orientali; pone l’accento sul ruolo che una politica ambiziosa in materia di efficienza energetica e fonti rinnovabili può svolgere in questo ambito; condanna con la massima fermezza le pressioni russe sulla Bielorussia volte a spingere questo Stato a rinunciare, de facto, alla sua indipendenza; sottolinea che, a prescindere dall’avanzamento di una strategia UE-Russia, l’UE deve rafforzare il suo impegno e sostegno a favore dei partner orientali e sostenere le riforme volte a rafforzare la sicurezza e la stabilità, la governance democratica e lo Stato di diritto;

55. è a favore di un aumento dei finanziamenti per il Fondo europeo per la democrazia (FED), il Russian Language News Exchange (RLNE) e altri strumenti che promuovono la democrazia e i diritti umani in Russia e altrove;

56. esorta le autorità russe a condannare il comunismo e il regime sovietico nonché a punire i responsabili dei crimini commessi sotto tale regime;

57. incarica il suo Presidente di trasmettere la presente risoluzione al Consiglio, alla Commissione e al vicepresidente della Commissione/alto rappresentante dell’Unione per gli affari esteri e la politica di sicurezza.

 

(1) GU C 407 del 4.11.2016, pag. 35.
(2) “Protocollo sui risultati delle consultazioni del gruppo di contatto tripartito”, firmato il 5 settembre 2014, e “Pacchetto di misure per l’attuazione degli accordi di Minsk”, adottato il 12 febbraio 2015.
(3) Testi approvati, P8_TA(2018)0266.
(4) GU C 35 del 31.1.2018, pag. 38.
(5) GU C 408 del 30.11.2017, pag. 43.
(6) Testi approvati, P8_TA(2018)0259.
(7) Testi approvati, P8_TA(2018)0435.

 

 

IL «PARTITO AMERICANO» NELLE ISTITUZIONI UE

 

L’arte della guerra. Una risoluzione approvata dal Parlamento europeo il 12 marzo sostiene che «la Russia non può più essere considerata un partner strategico e l’Unione europea deve essere pronta a imporle ulteriori sanzioni se essa continua a violare il diritto internazionale»

 

di Manlio Dinucci*

 

«La Russia non può più essere considerata un partner strategico e l’Unione europea deve essere pronta a imporle ulteriori sanzioni se essa continua a violare il diritto internazionale»: così stabilisce la risoluzione approvata dal Parlamento europeo il 12 marzo con 402 voti a favore, 163 contro e 89 astensioni. La risoluzione, presentata dalla parlamentare lettone Sandra Kalniete, nega anzitutto la legittimità delle elezioni presidenziali in Russia, definendole «non-democratiche», presentando così il presidente Putin come un usurpatore.

Accusa la Russia non solo di «violazione dell’integrità territoriale dell’Ucraina e della Georgia», ma dell’«intervento in Siria e dell’interferenza in paesi come la Libia», e, in Europa, di «interferenza mirante ad influenzare le elezioni e ad accrescere le tensioni». Accusa la Russia di «violazione degli accordi di controllo degli armamenti», attribuendole la responsabilità di aver affossato il Trattato Inf. La accusa inoltre di «estese violazioni dei diritti umani al suo interno, comprese torture ed esecuzioni extragiudiziali», e di «assassini compiuti da suoi agenti con armi chimiche sul suolo europeo». Al termine di queste e altre accuse, il Parlamento europeo dichiara che il Nord Stream 2, il gasdotto destinato a raddoppiare la fornitura di gas russo alla Germania attraverso il Mar Baltico, «deve essere fermato perché accresce la dipendenza della Ue dalle forniture russe di gas, minacciando il suo mercato interno e i suoi interessi strategici».

La risoluzione del Parlamento europeo ripete fedelmente, non solo nei contenuti ma nelle stesse parole, le accuse che Usa e Nato rivolgono alla Russia. E, cosa più importante, ripete fedelmente la richiesta di bloccare il Nord Stream 2: obiettivo della strategia di Washington mirante a ridurre le forniture energetiche russe all’Unione europea per sostituirle con quelle provenienti dagli Stati uniti o comunque da compagnie statunitensi. Nello stesso quadro rientra la comunicazione della Commissione europea ai paesi membri, tra cui l’Italia, intenzionati ad aderire alla iniziativa cinese della Nuova Via della Seta: la Commissione li avverte che la Cina è un partner ma anche un concorrente economico e, cosa della massima importanza, «un rivale sistemico che promuove modelli alternativi di governance», in altre parole modelli alternativi alla governance finora dominata dalle potenze occidentali.

La Commissione avverte che occorre anzitutto «salvaguardare le infrastrutture digitali critiche da minacce potenzialmente serie alla sicurezza», derivanti da reti 5G fornite da società cinesi come la Huawei messa al bando negli Stati uniti. La Commissione europea ripete fedelmente l’avvertimento degli Stati uniti agli alleati.
Il Comandante Supremo Alleato in Europa, il generale Usa Scaparrotti, ha avvertito che le reti mobili ultraveloci di quinta generazione svolgeranno un ruolo sempre più importante nelle capacità belliche della Nato, per cui non sono ammesse «leggerezze» da parte degli alleati.

Tutto ciò conferma quale sia l’influenza che esercita il «partito americano», potente schieramento trasversale che orienta le politiche dell’Unione lungo le linee strategiche Usa/Nato.

Costruendo la falsa immagine di una Russia e una Cina minacciose, le istituzioni Ue preparano l’opinione pubblica ad accettare ciò che gli Usa a guida Trump stanno preparando per «difendere» l’Europa: gli Stati uniti – ha dichiarato alla Cnn un portavoce del Pentagono – si preparano a testare missili balistici con base a terra (proibiti dal Trattato Inf affossato da Washington), cioè nuovi euromissili che faranno di nuovo dell’Europa la base e allo stesso tempo il bersaglio di una guerra nucleare.

 

* il Manifesto del 19/3/2019

 

 

LE 70 CANDELINE (ESPLOSIVE) DELLA NATO

L’arte della guerra. Il 70° anniversario della Nato sarà celebrato dai 29 ministri degli Esteri dell’Alleanza, riuniti a Washington il 4 aprile

Manlio Dinucci*

Il 70° anniversario della Nato sarà celebrato dai 29 ministri degli Esteri dell’Alleanza, riuniti a Washington il 4 aprile. Un Consiglio Nord Atlantico in tono minore rispetto a quello al massimo livello dei capi di stato e di governo. Lo ha voluto il presidente Trump, non tanto contento degli alleati soprattutto perché sono per la maggior parte in ritardo nell’adeguare la spesa militare a quanto richiesto da Washington.

Presiederà il meeting il Segretario generale della Nato Jens Stoltenberg, al quale il Consiglio Nord Atlantico ha appena rinnovato il mandato di altri due anni per meriti acquisiti al servizio degli Stati uniti. Il calendario di Stoltenberg a Washington è stato organizzato in base a una attenta regia, per confermare chi comanda nell’Alleanza. Il 2 aprile il Segretario generale della Nato sarà ricevuto dal presidente Donald Trump alla Casa Bianca. Il 3 aprile, farà una relazione alle due Camere riunite del Congresso e sarà ricevuto dal segretario di stato Michael Pompeo.

Quindi, ricevute le ultime istruzioni, presiederà il Consiglio Nord Atlantico del 4 aprile. Lo stesso Consiglio Nord Atlantico ha appena approvato la nomina del generale Tod Wolters, della US Air Force, quale Comandante Supremo alleato in Europa al posto del generale Curtis Scaparrotti dello US Army. Come è «tradizione», da 70 anni il Comandante Supremo Alleato in Europa è sempre un generale statunitense, nominato dal presidente degli Stati uniti.

Poiché il generale che ha l’incarico di comandante supremo della Nato è allo stesso tempo comandante del Comando Europeo degli Stati uniti, la Nato è di fatto inserita nella catena di comando che fa capo al presidente degli Stati uniti. Non si sa ancora quali saranno le «priorità» del generale Wolters, ma di certo non differiranno da quelle del generale Scaparrotti: anzitutto «assicurare gli interessi degli Stati uniti e sostenere una Europa che sia intera e in pace», impegno quest’ultimo che suona tragicamente grottesco a vent’anni dalla guerra con cui la Nato sotto comando Usa demolì la Federazione Jugoslava.

Priorità odierna – dichiara il generale Scaparrotti – è quella che le infrastrutture europee siano potenziate e integrate per permettere alle forze Usa/Nato di essere rapidamente posizionate contro «l’aggressione russa». La Nato sotto comando Usa prosegue così da settant’anni di guerra in guerra. Dalla guerra fredda, quando gli Stati uniti mantenevano gli alleati sotto il loro dominio, usando l’Europa come prima linea nel confronto nucleare con l’Unione Sovietica, all’attuale confronto con la Russia provocato dagli Stati uniti fondamentalmente per gli stessi scopi.

 

*il Manifesto del 2/4/2019

 

Le armi e l’ombrello della Nato: così la Germania rafforza la sua egemonia sull’Europa, di Giuseppe Gagliano

Questo saggio di Giuseppe Gagliano assume una particolare importanza per due motivi. Sottolinea il carattere competitivo e conflittuale del sistema di relazioni tra gli stati europei con la Germania impegnata a conquistare una posizione di leadership continentale non assieme ma ai danni dei due altri grandi paesi fondatori, in particolare l’Italia. Una dinamica che però non intende mettere in discussione la funzione di guida degli Stati Uniti almeno nei prossimi dieci anni. Un arco di tempo biblico rispetto alla convulsione dei tempi. Il progressivo inserimento tedesco a capo di gran parte dei centri direzionali della NATO, l’integrazione delle strutture militari di alcuni paesi satelliti non sono avvenuti senza un qualche beneplacito del supervisore americano, quantomeno di una delle due componenti politiche di esso. La Germania, da sola, non è in grado di garantire una unità di azione, tanto meno politica, degli stati europei. Tanto meno può realizzare in queste condizioni l’ambizione di un confronto alla pari con gli Stati Uniti e con le altre potenze emergenti nell’agone internazionale. Quasi tutte le sue carte sembrano giocate nell’ambito economico ed energetico, comprese le esportazioni di armi. Per quanto importante è solo uno degli ambiti di applicazione delle strategie geopolitiche; uno spazio particolarmente esposto alle pressioni e alle incursioni di altre logiche e priorità. Le vicissitudini nel settore automobilistico, il preavviso di tempesta nel settore chimico, due settori trainanti dell’economia tedesca, la fragilità del settore finanziario sono lì a testimoniare la reale collocazione di una potenza probabilmente sovrastimata, incapace di offrire ai vicini una prospettiva comune accettabile. Una rideterminazione del sistema di relazioni degli stati europei e della loro collocazione rispetto ai protagonisti delle dinamiche geopolitiche mondiali, in particolare gli Stati Uniti, deve passare necessariamente attraverso la sconfitta delle attuali leadership tedesca e francese_Giuseppe Germinario

All’inizio del XXI secolo, la Germania si è posta l’ambizione di diventare il principale fornitore degli eserciti europei, e quindi di acquisire un monopolio tecnologico e industriale sui suoi vicini. Ciò avvenne in due modi: imbrigliando gli eserciti vicini nel suo complesso militare-industriale e indebolendo le industrie dei suoi “alleati”. Tale obiettivo può essere raggiunto perché Berlino ha un forte sostegno: la Nato. Pertanto, le procedure volte a bloccare le esportazioni di armi europee lasciano intravedere gli obiettivi reali dei tedeschi: rendere l’industria delle armi la spina dorsale di un’Europa della difesa purchè  questa sia sotto il suo controllo.

Armi ed esportazioni

Tutto ciò non deve destare alcuna sorpresa: la produzione del complesso militare-industriale tedesco è diventata di estrema rilevanza al punto che il mercato delle armi  è diventato molto dinamico.

La  Germania ha infatti, nel contesto dell’industria degli armamenti, ha una visione anglosassone poiché predilige una privatizzazione molto accentuata. Anche se allo stato attuale la Germania non è in grado di mantenere l’indipendenza militare ma è tuttavia in grado di esportare il suo equipaggiamento in Europa e in tutto il mondo per rafforzare l’economia tedesca. Insomma, Berlino sta utilizzando la Nato come un cavallo di troia per rafforzare la sua economia e per dominare, a livello europeo, l’Alleanza atlantica a danno degli altri alleati.

Egemonia sotto protezione Nato

L’ide del framework nation concept è stato sviluppato dalla Germania e proposto al vertice Nato nel 2014. La Nato si basa su questo principio per mettere assieme gli alleati in un sistema di difesa standardizzato ad alte prestazioni.

Già quando il concetto fu formulato era chiaro che la Germania stesse cercando in questo modo di ribaltare l’equilibrio della cooperazione a suo favore. Non a caso nel mese di agosto 2017, la Stiftung für Wissenschaft und Politik (SWP) ha raccomandato che la Germania potesse diventare il ​​pilastro europeo della Nato, anticipando un ritiro degli Stati Uniti e sottolineando altresì come la Bundeswehr potesse diventare una colonna portante della sicurezza europea nel lungo periodo. Questa integrazione tra la Germania e i paesi vicini ha già preso forma. I Paesi Bassi non sarebbero più in grado di schierare il loro esercito senza il supporto di quello tedesco a causa della loro integrazione troppo profonda. L’integrazione attuata dalla Germania è altrettanto profonda  per esempio sia in Norvegia (per i sottomarini) sia in Lituania, dove la Germania investirà 110 milioni di euro. Questo progetto fa parte del piano della Nato per lo schieramento di quattro battaglioni multinazionali negli Stati baltici e in Polonia, dove ancora una volta la Germania sta assumendo il ruolo di nazione ombrello. Berlino ha compreso in modo chiaro  come sfruttare la sua posizione all’interno della Nato per sostenere il complesso militare-industriale del paese.

Così la Germania “frega” i partner

Una delle strategie poste in essere da Berlino per  rafforzare la sua egemonia è quella di bloccare indirettamente le esportazioni di armi da altri paesi europei attraverso tempi di autorizzazione talmente lunghi da scoraggiare le imprese europee concorrenti e n el contempo, autorizzare l’esportazione se questa serve gli interessi tedeschi indipendentemente dal rispetto dei diritti umani o dalla lotta al terrorismo.

Uno dei primi clienti di Berlino è Ankara. La Turchia, in conflitto con i curdi (che sono armati e addestrati da Francia, Gran Bretagna e Stati Uniti e che sono la punta di diamante della lotta contro l’Isis in Oriente), sta combattendo con i carri armati tedeschi. Anche dopo l’inizio del conflitto con i curdi, gli industriali tedeschi hanno continuato a fornire alla Turchia attrezzature militari del valore di milioni di euro.

Un altro eloquente esempio è fornito dal viaggio fatto nel  2008 da Angela Merkel  in Algeria per parlare dei diritti umani e delle libertà religiose. Quattro anni dopo, l’Algeria acquisterà due fregate tedesche per 2,1 miliardi di euro e, per due anni e mezzo, i marinai algerini saranno formati dalla marina tedesca. Allo stato attuale, con buona pace dei francesi, l’Algeria è diventata  ufficialmente il primo cliente per l’esportazione dell’industria tedesca degli armamenti.

Nel 2017, inoltre, Angela Merkel ha incontrato il Re saudita con il  risultato di vendere 270 carri armati Leopard. D’altronde l’Arabia Saudita ha acquistato droni tedeschi al cui uso i soldati sauditi sono stati addestrati dai quadri del Bundeswehr e il fucile d’assalto tedesco G36 è prodotto su licenza sempre da Riad.

Se da un lato Berlino vuole egemonizzare a livello europeo la Nato dall’altro lato è evidente che sta con fermezza perseguendo non solo i propri interessi nazionali secondo una logica pragmatica (come la Francia ad esempio) ma sta marginalizzando sempre di più il nostro paese sia in Europa che nell’ambito dell’alleanza atlantica.

tratto da https://www.ilprimatonazionale.it/esteri/armi-ombrello-nato-germania-egemonia-europa-111872/?fbclid=IwAR18oQU-T6weEqyYKseWqsRMfhdJBygyyh9_wRaPACx0xTrVXQF0D1VdXW8

L’Italia, l’Europa e il Mondo: uno spaccato della servitù volontaria ed obbligatoria funzionale alle strategie Usa nel conflitto per l’egemonia mondiale. a cura di Luigi Longo

L’Italia, l’Europa e il Mondo: uno spaccato della servitù volontaria ed obbligatoria funzionale alle strategie Usa nel conflitto per l’egemonia mondiale.

 

a cura di Luigi Longo

 

 

Le letture che propongo riguardano gli aspetti nazionali, europei e mondiali che interessano le strategie della potenza egemonica mondiale, quali sono gli Stati Uniti d’America, nell’avanzamento della fase multicentrica.

La prima è tratta dal libro di Gianni Lannes, Italia, Usa e getta. I nostri mari: una discarica americana per ordigni nucleari, Arianna editrice, Bologna, 2014 (capitoli nn.4 e 5); la seconda è un articolo di Manlio Dinucci, Washington, la ragione della forza in il Manifesto del 5 febbraio 2019.

Qui mi interessa evidenziare tre questioni.

 

La prima. La sfera militare, nella fase multicentrica sempre più incalzante, tende ad avere un ruolo determinante all’interno del blocco dominante degli agenti strategici (principali, gestionali ed esecutivi). Per inciso, i nostri agenti strategici esecutivi della sfera militare sono incastrati sotto il comando di quelli principali statunitensi sia direttamente (Pentagono, Servizi segreti, eccetera) sia indirettamente tramite Nato.

E’ nella fase multicentrica, dove prevale l’egemonia coercitiva, che si incominciano a vedere le modifiche legislative ed istituzionali orientate ad un accentramento dei poteri per accorciare la filiera del comando e rendere più efficaci ed efficienti le strategie tra le potenze mondiali, finalizzate all’espansione e al controllo delle aree di influenza nel conflitto per l’egemonia mondiale (le potenze attuali sono Usa, Cina e Russia).

 

La seconda. La fine del progetto dell’Unione Europea, strumento strategico degli Usa pensato dopo la fine della seconda guerra mondiale per il coordinamento del mondo occidentale in opposizione al mondo orientale coordinato dall’Urss, coincide con l’inizio del relativo declino della potenza mondiale egemone statunitense (preceduto da una breve fase di dominio mondiale unipolare dopo l’implosione dell’Urss durata più o meno 10 anni) che tenta un cambio di strategia, per rilanciare il suo progetto egemonico mondiale, smembrando l’apparente Unione Europea (che è solo economico-finanziaria), che, nella fase unipolare, dove prevale l’egemonia consensuale, ha avuto un ruolo di dipendenza e servitù volontaria ed obbligatoria (coordinato principalmente nell’ultima fase dalla Germania tramite il sistema monetario dell’euro) permettendo l’occupazione militare dello spazio europeo da parte degli Usa. Altro che cambiare le regole, come sostengono molti sovranisti nostrani, per riconquistare sovranità come da Costituzione per mezzo delle elezioni europee (sic), ben sapendo che i Trattati europei hanno annullato la Costituzione italiana (e non solo), e, ammesso e non concesso che la Costituzione abbia a che fare con la vita reale della popolazione.

 

La terza. La fine dell’Unione Europea [che può essere simboleggiata formalmente dal trattato inconsistente di Aquisgrana tra Germania e Francia, due nazioni espressione di agenti strategici gestionali, che, tra le altre questioni, dimenticano sia la forza di polizia multinazionale a statuto militare, l’Eurogendfor, istituita con il Trattato di Velsen (Olanda), sia l’esercito europeo (la PeSCO), sia l’Eri (Iniziativa di rassicurazione dell’Europa), tutte sotto comando della Nato, cioè degli Usa] potrebbe comportare un ripensamento sia dell’autodeterminazione storica di una nazione sia dell’autodeterminazione storica del continente Europa.

Un ripensamento che deve partire dalla formazione di agenti strategici che siano in grado di rompere l’egemonia statunitense e guardare ad Oriente, a quelle nazioni che sono a favore di un mondo multicentrico: Russia e Cina.

Il problema delle nazioni europee è quello di essere egemonizzate e guidate da agenti strategici gestionali ed esecutivi delle strategie statunitensi per il dominio unipolare del mondo, ovverossia i tre rappresentanti Angela Merkel in Germania, Emmanuel Macron in Francia, Sergio Mattarella in Italia.

 

 

Gianni Lannes, Italia, Usa e getta. I nostri mari: una discarica americana per ordigni nucleari, Arianna editrice, Bologna, 2014:

 

Capitolo 4

 

Radiazioni belliche

 

«Non si sa che effetto avrà sul sistema immunitario dei siciliani di Lentini la radioattività delle scorie nucleari nascoste dagli americani nel suolo», si legge in un passaggio del libro Radiation and Human Health, scritto dal professor John William Gofman1, uno dei maggiori esperti in materia a livello internazionale.

A cosa si riferiva, lo scienziato nordamericano di caratura mondiale? Forse alle scorie della vicina base militare USA di Sigonella? Forse, in qualcuna delle 27 cave dismesse – etichettate “apri e chiudi” – del comprensorio locale? Gli investigatori della Direzione investigativa antimafia hanno rilevato che la base di Sigonella compare tra gli enti che per anni hanno scaricato rifiuti nella discarica abusiva di Salvatore Proto, un prestanome del clan Santapaola-Ercolano2. In ogni caso, c’è poco da stare allegri. Le ricerche scientifiche concordano nel ritenere l’esposizione a grandi quantità di radiazioni il maggiore fattore di rischio per il tumore del sangue. «La leucemia è associata al plutonio, responsabile della perdita dell’immunità biologica che colpisce un numero crescente di persone», argomenta Gofman nelle sue innumerevoli pubblicazioni. Il 21 gennaio 1968 un bombardiere B-52 americano che trasportava 4 bombe H cadeva nel nord della Groenlandia, disintegrandosi e spargendo rottami radioattivi su un’area vastissima di terra e di mare.

Nel giro di qualche anno, le persone che erano venute inavvertitamente a contatto con i rottami si ammalarono di leucemia, e in quel luogo proprio la leucemia divenne una delle più frequenti cause di morte.

Se si scava, emergono delle singolari analogie con due incidenti aerei – di carattere militare – che hanno funestato la Sicilia orientale a metà degli anni Ottanta.

Il 12 luglio 1984, alle ore 14:45, proprio a Lentini, un quadrigetto Lockeed C141B “Starlifter” dell’US Air Force, con un carico segreto si schiantò ed esplose in contrada Sabuci-San Demetrio, dopo essersi levato in volo da Sigonella, diretto in Germania. Nell’impatto, morirono sul colpo 9 militari americani.

«I marines giunsero sul luogo del disastro pochi minuti dopo e ostacolarono militarmente l’intervento dei mezzi di soccorso locali e l’accesso addirittura delle Forze dell’ordine italiane; l’indagine fu sottratta alla magistratura italiana», rivela il sostituto commissario della Polizia di Stato, Enzo Laezza che l’11 agosto 1987 ha perso la figlia Manuela di appena 7 anni, colpita dalla leucemia mieloide acuta.

Le autorità americane mantennero il massimo riserbo sul carico trasportato dal velivolo. La zona in cui era precipitato l’aereo USA venne transennata e per una quarantina di giorni la statale 194, che collega Catania a Ragusa, fu interdetta al traffico veicolare.

Un altro incidente aereo, del quale però si hanno solo scarne notizie, si verificò nel giugno del 1985. Nell’occasione, un altro velivolo dell’aviazione USA, in volo verso la base di Sigonella, perse quota proprio negli agrumeti di Lentini. L’aereo si disintegrò nell’impatto con il suolo. L’area rimase impenetrabile ai comuni mortali siciliani per diversi mesi, fino a quando tutti i frammenti del velivolo furono raccolti dai marines. Cosa trasportavano, i due aerei in missione per il Pentagono sui cieli di Lentini? Oltre ai velivoli e agli uomini che persero la vita nei due incidenti, cos’altro compenetrò il suolo siciliano da allora? A bordo vi erano materiali nucleari o soltanto uranio sporco usato come contrappeso dei velivoli? Conseguenze letali a prova di scienza.

Da allora, nelle contrade agricole del comprensorio di Lentini, Carlentini e Francofonte i bambini muoiono di leucemia più che in ogni altra parte d’Italia.

«In provincia di Siracusa negli ultimi anni si è osservato un aumento della mortalità per leucemie. Estendendo l’osservazione a otto anni, i tassi provinciali si attestano intorno a quelli regionali e nazionali, a eccezione del distretto di Lentini, dove si osservano tassi di gran lunga maggiori».

L’Atlante della “mortalità per tumori” (vol. 2), realizzato da alcuni epidemiologi coordinati da Anselmo Madeddu – con il contributo dell’università di Catania – e pubblicato dall’Azienda sanitaria locale, parla chiaro.

«Questo dato nell’ultimo periodo di osservazione non solo si è consolidato, ma è cresciuto e sembra ineluttabilmente destinato a moltiplicarsi. La mortalità e l’incidenza dei tumori del sangue, in particolare leucemie e linfomi, nella zona nord della provincia siracusana – caso totalmente diverso dalla situazione di Augusta, Priolo e Gela – stanno divenendo sempre più preoccupanti.

Sarebbe utile verificare se esistono fattori di rischio legati a determinati rifiuti tossici che hanno inquinato terreni e falde freatiche non distanti dall’insediamento militare di Sigonella», denuncia il dottor Pino Bruno, un medico della CGIL. Nell’area vivono 60.000 persone, su un totale di 403.000 dell’intero territorio provinciale. Il 30 gennaio 2006, l’associazione “Manuela-Michele”, che dal 1991 si batte per fare luce sul gran numero di bimbi e ragazzini deceduti a causa di questa particolare forma di cancro, ha presentato una denuncia alla Procura della Repubblica di Siracusa, sollecitando un’indagine sulla «tangibile possibilità che i numerosi casi di leucemia possano essere causati dalla commistione di reati contro l’ambiente». Secondo l’avvocato Santi Terranova, «tocca alla magistratura indagare e capire perché in questa zona della Sicilia i bambini muoiono in percentuale maggiore rispetto ad altre aree del Belpaese». L’incandescente fascicolo giudiziario giace nelle mani del sostituto procuratore Maurizio Musco. Il pubblico ministero, da me interpellato personalmente, però, non si sbottona di un millimetro. Ben due documentati rapporti dell’Azienda sanitaria siracusana ipotizzano una causa di inquinamento scatenata dalla presenza sul territorio di «discariche illegali di scorie radioattive. Infatti le radiazioni ionizzanti sono associate a un aumento di rischio per leucemie e possono avere due origini: origini nucleari, per disintegrazione di radionuclidi naturali come il radon, o per disintegrazione di radionuclidi artificiali, come nel caso delle centrali nucleari o delle bombe».

Il primo volume dell’Atlante ha ricevuto anche la prefazione del professor Donald Maxwel Parkin, membro dell’International Agency for Research on Cancer (IARC): «Si spera che gli autori di questa eccellente monografia avranno l’energia, il tempo e la pazienza per preparare una terza monografia, quando saranno disponibili i risultati scientifici». Il terzo volume dell’Atlante, la cui presentazione era prevista per l’ottobre del 2006, ha subito un brusco stop dalla Regione sotto il regno del governatore Totò Cuffaro.

L’area orientale della Sicilia è forse un luogo contaminato dalle invisibili radiazioni? Perché la magistratura non ha aperto doverosamente un’indagine, in occasione addirittura di ben due incidenti aerei? Il governo italiano non si è preoccupato di chiarire la vicenda e ha preferito occultare i rischi? Tutti gli scenari previsti da politicanti e strateghi negli interminabili anni della Guerra Fredda, erano così saltati. Forse in un Paese membro della Nato sono rovinate al suolo alcune bombe atomiche nordamericane, sia pure disattivate?

Il comando militare “alleato” e le autorità italiane hanno sempre mantenuto un silenzio tombale sui due incidenti di Lentini. Per quale ragione? Non era successo niente di preoccupante e tutto era apparentemente tranquillo?

Altri fatti. La base militare di Sigonella ha “smaltito”, ma è meglio dire “occultato”, le proprie scorie pericolose – prodotte in enorme quantità – nell’ampio complesso militare in territorio di Lentini, nella contrada Armicci. Sempre in loco sono stati interrati i rifiuti speciali ospedalieri prodotti nel grande ospedale della vicina base americana, che si occupa della salute degli ottomila soldati di stanza a Sigonella e di tutti gli altri assegnati alle diverse basi della marina militare USA dislocate nel Mediterraneo. Chi li controlla? Nessuno. Per lo “Zio Sam” non valgono le leggi italiane e il nostro governo non ha mai fatto rispettare la sua sovranità. Neppure l’EPA (agenzia federale americana di protezione ambientale) ha l’autorità di monitorare le basi militari all’estero. All’addetto stampa della base USA, a suo tempo, abbiamo girato i quesiti, ottenendo in cambio un seccato «No comment». Comunque, era alla Giano Ambiente, una società a responsabilità limitata, che l’US Navy aveva affidato lo smaltimento dei rifiuti ospedalieri speciali. Fondata nel 1983, la Giano Ambiente fa parte del Gruppo Giano SpA, con sede a Messina e ufficio di rappresentanza a Milano. L’azienda opera nel settore per la bonifica, il trasporto, lo smaltimento e il trattamento dei rifiuti d’ogni genere prodotti in Italia, Germania, Francia e Austria; vanta ufficialmente un fatturato annuo di 4 milioni di euro. Essa è anche una delle aziende di fiducia della Marina militare italiana: la Direzione Commissariato in Sicilia affida alla Giano la raccolta e lo smaltimento dei rifiuti delle basi navali di Augusta, Messina e Catania; l’impresa esegue inoltre lo smaltimento dei rifiuti industriali e tossici prodotti negli impianti di Priolo e Gela, di proprietà delle principali aziende petrolchimiche. Amministratore e principale azionista della Giano è il manager Gaetano Mobilia, rinviato a giudizio nell’aprile del 2004 con l’accusa di turbativa d’asta, falso e abuso d’ufficio. Già nel febbraio del 2002 il Tribunale aveva interdetto il Mobilia per due mesi dall’esercizio dell’attività d’impresa. Il nome di Gaetano Mobilia è poi comparso nel Rapporto Ecomafia 1998 di Legambiente: il manager messinese è legato alla ODM del faccendiere Giorgio Comerio, più volte sotto inchiesta per traffici di rifiuti radioattivi e tossico-nocivi, ovvero per affondamenti di navi e siluri nel Mediterraneo e in alcuni Oceani, nonché occultamenti in Africa (alla voce “Somalia”, ma non solo). Mobilia ha fatto anche parte del consiglio d’amministrazione della Servizi Ambientali di Filippo Duvia, società coinvolta nello scandalo dei rifiuti occultati nella discarica di Pitelli a La Spezia. Un dato generale: soltanto il Dipartimento della difesa USA produce mediamente 800.000 t di rifiuti nocivi, cinque volte quelli prodotti dalle cinque maggiori multinazionali chimiche, senza contare quelli nucleari.

Ma dove siamo? Nei pressi dell’Etna, prossimi a un altro deposito nucleare segreto. “Saygonella”, come dicono gli yankee, è stata messa a disposizione delle Forze Armate degli Stati Uniti d’America sulla base di un Memorandum firmato l’8 aprile 1957 e mai ratificato dal Parlamento italiano. Il 18 dicembre 2003, è stato predisposto segretamente un nuovo “Accordo Tecnico” tra l’Italia e gli Stati Uniti per regolare l’utilizzo delle installazioni militari della base militare. “Nassig” ricopre un ruolo fondamentale nello stoccaggio e nella manutenzione di testate e munizioni per le unità della VI flotta e i reparti dell’aviazione USA e NATO. L’infrastruttura è classificata dal Pentagono come “Special Ammunition Depot” (deposito di munizioni speciali), in quanto è a Sigonella che viene effettuato lo stoccaggio delle bombe nucleari del tipo B 57 – stimate in 100 unità – utilizzate per la guerra antisommergibile. Una ventina circa di queste testate nucleari è destinata ai velivoli Atlantic in forza al 41° Stormo dell’Aeronautica italiana. Il numero degli ordigni atomici occultati nella base siciliana cresce in particolari periodi di esercitazioni o di crisi internazionale, quando l’insediamento aeronavale funziona da centro di manutenzione per le armi nucleari destinate alle unità navali della VI flotta e ai velivoli imbarcati. «Periodicamente vengono dislocate a Sigonella anche le testate nucleari del tipo B 43, B 61 e B 83 con potenza distruttiva variabile da 1 kt a 1,45 Mt», rivela un alto ufficiale dell’US Navy, di origine italo-americana. A 39 km di distanza, si erge il vulcano Etna con le sue eruzioni e a 16 la città di Catania. La mastodontica base sorge nei territori di Lentini (Siracusa) e Motta Sant’Anastasia (Catania) e si compone di due sezioni: NAS 1 e NAS 2 (Naval Air Station 1 e 2). La prima ospita gli uffici amministrativi e di sicurezza, gli alloggi per gli ufficiali, servizi e strutture per il personale, un centro commerciale. NAS 2 sorge invece a 15 km di distanza e comprende le due zone militari operative degli USA e della NATO, un Air Terminal, altri centri residenziali, due piste d’atterraggio di 2500 m, due aree di parcheggio in grado di garantire la prontezza operativa a un’ottantina di mezzi, tra aerei da trasporto, cacciabombardieri, pattugliatori ed elicotteri da combattimento, depositi munizioni e sistemi radar e di intercettamento. A circa 3 km da NAS 2, nel territorio di Belpasso, è presente una terza area militare, in cui sono stati realizzati un centro trasmissioni e una decina di depositi sotterranei colmi di munizioni e di sistemi d’arma. Infine, nell’adiacente porto di Augusta, sovente attraccano e stazionano sommergibili a propulsione e armamento nucleare, sotto il controllo diretto del Pentagono5. L’US Naval Computer and Telecommunication Station Sicily controlla, inoltre, la base Ulmo di Niscemi, ove sono state installate 41 antenne, che collegano i reparti fra Asia sud-occidentale, Oceano Indiano e Oceano Atlantico, ed è stato allestito illegalmente il dispositivo di guerra denominato Muos, distruggendo un’antica sughereta protetta solo sulla carta.

Nel 2006, ho realizzato un’inchiesta giornalistica. Su questa base conoscitiva, i senatori Liotta, Russo Spena e Martone, il 13 settembre di sette anni fa, hanno indirizzato ai ministri dell’Ambiente, della salute e della difesa l’interrogazione a risposta scritta numero 4-026456.

A Lentini e dintorni, numerosi cittadini, e soprattutto quei genitori che hanno perso i figli, continuano a chiedere, con insistenza inascoltata, se esiste un qualche nesso di causalità tra l’elevato tasso di mortalità infantile per leucemie e i due incidenti aerei.

Perché il governo italiano non è intervenuto positivamente per garantire l’effettivo diritto alla salute, come sancito dall’articolo 32 della Costituzione? Non si può fare finta di nulla o girarsi dall’altra parte, anche se le radiazioni letali sono invisibili all’occhio umano. Si tratta di un crimine latente, che sfiora i governi, ma annienta i bambini.

 

 

Capitolo 5

 

Eldorado di guerra

 

Da anni svettiamo in cima alla classifica mondiale per spese ed esportazioni militari, grazie anche alle triangolazioni che hanno fatto la fortuna dei servizi segreti, soprattutto del SISMI, e causato l’eliminazione mirata di ben quattro giornalisti, vale a dire: Graziella De Palo e Italo Toni, assassinati in Libano nel 1980, nonché Ilaria Alpi e Miran Hrovatin ammazzati in Somalia nel 1994. Sicuramente in barba alla legge 185 del 1990, che vieta la vendita a Paesi in guerra o in cui non regna la democrazia. Gli ignari contribuenti sborsano milioni di euro per mantenere le basi militari dello “zio Sam”.

Gli italiani pagano con nuovi debiti gli armamenti, che la Difesa USA ci assegna. Ultimo caso: il cacciabombardiere nucleare F- 35, dal costo faraonico in perenne lievitazione.

La casta dei politicanti drena senza controllo le casse pubbliche, sempre più al verde; poi agli italiani dicono che non ci sono risorse per la scuola pubblica, la sanità collettiva, la ricerca di qualità, i servizi pubblici efficienti, il lavoro dignitoso, e tanto meno per la cultura, la famiglia, la salvaguardia ambientale e la reale crescita umana. Che succede, in un Paese a sovranità cancellata in cui i segreti di Stato coprono di tutto, sotto il peso di molteplici e schiaccianti condizionamenti? In ossequio alle pianificazioni della NATO, ecco l’ultima «Direttiva Ministeriale sulla politica militare italiana». Argomenti e contenuti del documento ufficiale, firmato dal ministro della Difesa non lasciano adito a equivoci, dubbi o fraintendimenti; eppure, il testo istituzionale passato inosservato ad analisti e mass media. Di che si tratta? Di una cosa inquietante: la preparazione a un conflitto bellico convenzionale e ibrido contro un nemico esterno (Siria, Iran e altri Stati “canaglia”), ma anche contro un problema interno. La direttiva ministeriale, emanata per il 2013, è in vigore anche nel 2014; composta da 24 pagine, si richiama prevalentemente alle normative di guerra e, in particolare, alle decisioni della NATO. Inoltre, presenta un vistoso omissis, ovvero un riferimento a una norma, che non è indicata, ma solo presunta: la “Delega al Governo per la revisione dello strumento militare nazionale e norme sulla medesima materia”; infatti vi è scritto, alla lettera: «VISTO il Codice dell’ordinamento militare […] VISTO il TESTO unico delle disposizione regolamentari in materia di ordinamento militare […] VISTO il decreto-legge 6 luglio 2012, n. 95, recante disposizioni urgenti per la revisione della spesa pubblica con invarianza dei servizi ai cittadini nonché misure di rafforzamento patrimoniale delle imprese del settore bancario, convertito con modificazioni dalla legge 7 agosto 2012, n. 135; VISTA la Legge […………….] recante “Delega al Governo per la revisione dello strumento militare nazionale e norme sulla medesima materia”; VISTE le Conclusioni del Consiglio europeo del 13 e 14 dicembre 2012; VISTA la “Chicago Summit Declaration” rilasciata dai capi di Stato e di Governo dei Paesi dell’Alleanza atlantica il 20 maggio 2012, EMANA per l’anno 2013 la direttiva ministeriale in merito alla politica militare, di cui all’annesso documento… IL MINISTRO Giampaolo di Paola».

Nel sommario, c’è un riferimento esplicito alle «Direttive specifiche per il potenziamento della condotta delle operazioni», ovviamente belliche; infatti, a pagina 8 (punti da 29 al 33, in alcune parti evidenziate in grassetto) si legge: «29. In ragione della mutevolezza del quadro internazionale, l’Italia deve saper concorrere a iniziative multilaterali caratterizzate da un significativo impegno militare, per affrontare in tempi brevi e in maniera risolutiva, crisi che dovessero accendersi in aree o contesti di critica rilevanza per la sicurezza del Paese e della stabilità internazionale. 30. Nel contempo, alla luce delle istanze che giungono dal Paese, le Forze Armate devono tenersi pronte ad assicurare quel supporto tecnico e organizzativo che risulta decisivo in caso di particolari emergenze nazionali, nei modi e nei tempi che verranno richiesti da parte delle autorità preposte alla gestione di tali eventi. 31. Non può essere, infine, ignorata la possibilità, per quanto remota, di un coinvolgimento del Paese e del sistema delle alleanze del quale siamo parte in un confronto militare su vasta scala e di tipo “ibrido”, ovvero che implichi sia operazioni militari convenzionali, sia operazioni nello spettro informativo, sia operazioni nel dominio cibernetico. 32. Elemento irrinunciabile della politica nazionale è anche il rispetto degli impegni assunti in sede europea, impegni finalizzati a garantire la stabilità di lungo periodo della moneta comune e, con essa, dell’intero sistema economico comunitario. Tale stabilità dev’essere considerata come essenziale per il perseguimento del fine ultimo costituito dalla sicurezza del sistema internazionale e delle relazioni politiche ed economiche che in questo si sviluppano […]». Unione dittatoriale? Il Consiglio europeo si riunisce almeno due volte a semestre a Bruxelles, nel palazzo Justus Lipsius. È composto dai capi di Stato o di governo degli Stati membri dell’UE e dal presidente della Commissione europea. È presieduto dal suo presidente Herman Van Rompuy. Prende altresì parte alle riunioni l’alto rappresentante per gli Affari esteri. L’Europa del potere bancario internazionale, pilotata dalla politica di dominio imperiale degli Stati Uniti d’America, non ha nulla a che vedere con il “vecchio continente” dei popoli liberi, sovrani e pacifici; infatti, il 14 dicembre 2012 il Consiglio europeo approvava così: «Una tabella di marcia per il completamento dell’Unione economica e monetaria, basato su una maggiore integrazione e una solidarietà rafforzata. I leader dell’UE hanno esaminato anche aspetti connessi alla politica di sicurezza e di difesa comune, le strategie regionali, l’allargamento e il processo di stabilizzazione e associazione, e la Siria […]. Nella conferenza stampa che ha fatto seguito al primo giorno di vertice, Herman Van Rompuy ha presentato i risultati delle discussioni della serata: progressi sull’istituzione del meccanismo di vigilanza unico, che dovrebbe consentire la ricapitalizzazione diretta delle banche mediante il meccanismo europeo di stabilità, e la decisione di istituire un unico meccanismo di risoluzione, una volta istituito il meccanismo di vigilanza unico. Herman Van Rompuy ha annunciato che presenterà altre misure economiche, dirette a conseguire un’Unione economica e monetaria europea stabile, da discutere nel Consiglio europeo di giugno 2013. Il Consiglio europeo ha approvato una tabella di marcia per il completamento dell’Unione economica e monetaria, basato su una maggiore integrazione e una solidarietà rafforzata».

In tempi bellici vale appunto il Codice di Guerra del Patto Atlantico. Non a caso, si fa riferimento esplicito al Chicago Summit Declaration (dei capi di Stato e di Governo dei Paesi dell’Alleanza atlantica (maggio 2012)3. Anche i rappresentanti del Belpaese senza alcun mandato parlamentare hanno accettato di scatenare la guerra, addirittura quella nucleare.

In punta di diritto, il poco noto Trattato di Lisbona (firmato il 12 dicembre 2007 da Prodi & D’Alema) entrato in vigore nel 2009, ha superato (annullato) la Costituzione italiana, ma chi detta legge preferisce non farlo sapere al popolo sovrano solo in teoria.

Attenzione: la questione tocca il rapporto tra la democrazia rappresentativa e il potere militare, che si reggono su princìpi diversi: su libertà e controllo pubblico, la prima; su disciplina, obbedienza cieca e gerarchia, il secondo. Quale pericolo si profila, concretamente, per l’Occidente? L’instaurarsi di tendenze autoritarie, che trovano espressione nel pensiero militare e legittimazione nell’ambito politico. Imperversa infatti il modello autoritario delle élite militari che hanno preso il sopravvento sui Parlamenti, già esautorati dai governi, palesemente eterodiretti. Le democrazie rappresentative occidentali hanno subito non golpe militari, bensì svuotamenti graduali che comportano un mantenimento solo apparente di forme democratiche, che coprono in realtà una sostanza oligarchica. È in questo tipo di processo che hanno trovato un ruolo le élite militari insieme a quelle dei servizi di sicurezza, vale a dire il potere repressivo. A parte i terroristici postulati del pensiero geopolitico nordamericano, c’è un documento del Pentagono, risalente al gennaio del 1992 (Prevent the Re-Emergence of a New Rival), davvero “illuminato”. Lo scenario che vi si profila è la fine del mondo in senso occidentale, e l’involuzione del sistema verso un unico e assoluto governo mondiale, non eletto dai popoli, selezionato dal sistema di potere finanziario. È interesse vitale, per gli USA, impedire, sia in Europa che in Asia, il sorgere di una superpotenza in grado di sfidare il potere mondiale degli Stati Uniti. Tale strategia, ufficialmente smentita, traspare però nell’adozione di una struttura delle Forze armate nordamericane.

La forza militare gioca un ruolo determinante nelle relazioni internazionali, e le armi nucleari non verranno eliminate. Ecco i due punti cardine del pensiero a stelle e strisce del presente e del futuro: essere l’unica superpotenza e l’esportazione della democrazia secondo il proprio modello quale realizzazione di una nuova storia basata sulla pax americana, imposta con la forza militare. Attenzione non solo al potere finanziario, ma a quello delle élite militari. Alla luce di Eurogendfor (alla voce “Trattato di Velsen”), ovvero la gendarmeria militare europea sotto il controllo della NATO, che esautora tutte le forze di polizia, carabinieri compresi, con licenza di uccidere chiunque, a buon diritto, osi ribellarsi e di distruggere qualunque obiettivo civile senza alcun controllo della magistratura e del Parlamento.

E allora? «Per amare la pace, bisogna armare la pace. L’F-35 risponde a questa esigenza», aveva dichiarato pubblicamente il ministro della Difesa Mario Mauro, titolare nel governo Letta (dimissionato dal capo dello Stato Giorgio Napolitano nel febbraio 2014): una “dichiarazione d’amore” al jet da guerra, utilizzata senza colpo ferire dalla multinazionale Lockheed Martin per lo “F 35 show” di New York.

Doveva essere il cacciabombardiere del futuro; invece l’F35 targato Lockheed, dopo la piena adesione dei governi tricolore al dispendioso e inutile programma di riarmo bellico in violazione dell’articolo 11 della Costituzione, rischia di diventare un boomerang. Specie ora che il Pentagono lo marchia come aereo difettoso e inaffidabile, con problemi strutturali e di gestione dei software. Il tutto, all’interno di un rapporto in cui, beffa ulteriore, si stimano nettamente al ribasso i livelli occupazionali promessi dal programma stesso. Secondo l’ultimo rapporto del Pentagono (per ora il sesto della serie) Director of Operational Test and Evaluation (DOT&E) – recapitato al Congresso venerdì 24 gennaio 2014, ma anticipato due giorni prima da una nota dell’agenzia giornalistica Reuters – «le prestazioni sull’operatività complessiva continuano a essere immature e rendono necessarie soluzioni industriali con assistenza e lavori inaccettabili per operazioni di combattimento».

È il DOT&E a definire “inaccettabili” le prestazioni del software, ponendo l’accento su altri due problemi particolarmente critici, già denunciati a più riprese: la continua scarsa affidabilità del sistema logistico ALIS, del cui “terminale di ingresso” italiano il sito di Cameri dovrebbe presto cominciare a equipaggiarsi, e l’altrettanto perdurante mancanza di adeguati margini di crescita del peso del velivolo, fattore chiave per ogni sviluppo ulteriore di cellula, sistemi e quant’altro. La fusoliera, in particolare, è soggetta a crepe che richiedono continua assistenza, circostanza, questa, che – in caso di guerra o di conflitto – rischierebbe di comprometterne in modo pesante l’operatività. Sempre sul fronte dell’affidabilità della fusoliera, già un anno fa la Difesa statunitense aveva sottolineato come, nel tentativo di ridurre il peso del velivolo (è stato infatti quasi raggiunto il peso massimo, prima di compromettere le capacità tecniche previste per contratto) lo si era reso talmente fragile che, se colpito da un fulmine, sarebbe potuto esplodere. Risultato: il cacciabombardiere non può volare a meno di 45 km da un temporale. Per non parlare, poi, della scarsa visibilità posteriore e del sistema radar, incapace di inquadrare gli obiettivi. Beffardamente, sarebbero proprio gli F-35 nella versione a decollo verticale su pista corta ad avere il software più difettoso. L’Italia ha già finanziato l’acquisto di 90 caccia F-35 (inizialmente erano 131) per l’Aviazione e per la Marina: di questi, due terzi sono modelli “tradizionali” Lightning 2, un terzo invece è composto da F-35B a decollo corto e atterraggio verticale. L’intera operazione costa, nel 2014, circa 12 miliardi di euro, ma il prezzo finale, quando il velivolo sarà ormai obsoleto, è destinato ad aumentare notevolmente. L’adesione al programma JSF è stata siglata per la prima volta dall’Italia nel 1998 (con la firma dell’allora ministro Massimo D’Alema); la scelta è stata poi confermata nel 2002 – senza ratifica parlamentare – dall’esecutivo allora in atto di mister Silvio Berlusconi (tessera P2 numero 1816)8; la decisione è stata infine confermata nel 2012 dal governo Monti. Secondo il Consiglio supremo della difesa, presieduto da Giorgio Napolitano, la prescrizione voluta dalla maggioranza non è attuabile. Il Consiglio supremo della difesa ha ribadito che la titolarità delle scelte sull’ammodernamento delle Forze armate, quindi anche sugli F-35, spetta al governo. La polemica sul programma di acquisto degli F-35 (Joint Strike Fighters) si è recentemente riaccesa dopo la notizia che il governo si appresta a dimezzare il parco dei velivoli Canadair antincendio, per mancanza di fondi. Eppure i lavori per l’assemblaggio del primo F-35 destinato all’Italia sono già cominciati (lo ha attestato «Il Sole 24 Ore») e il cacciabombardiere dovrebbe essere completato nel secondo semestre del 2015. Per i generaloni dell’Arma azzurra, questo caccia multiruolo è «un sistema d’arma di combattimento di nuova generazione economicamente sostenibile e supportabile in tutto il mondo». Nel portale online dell’Aeronautica militare è scritto: «Il Joint Strike Fighter (JSF) è un velivolo multi-ruolo con uno spiccato orientamento per l’attacco aria-suolo, Stealth, cioè a bassa osservabilità radar e quindi a elevata sopravvivenza, in grado di utilizzare un’ampia gamma di armamento e capace di operare da piste semipreparate o deteriorate, pensato e progettato per quei contesti operativi che caratterizzano le moderne operazioni militari di quest’era successiva alla Guerra Fredda. Nello specifico, il JSF può soddisfare un ampio spettro di missioni, a conferma della notevole versatilità della macchina, assolvendo compiti di operazioni di proiezione in profondità del “potere aereo”, di soppressione dei sistemi d’arma missilistici avversari e di concorso al conseguimento della superiorità aerea».

Il programma d’acquisto italiano per 131 aerei da guerra, in ossequio ai voleri del padrone nordamericano, prevede attualmente (8 maggio 2014) una previsione minima di spesa pari a ben 15 miliardi di euro (una lievitazione ingiustificata di altri 3 miliardi), equivalenti a una manovra finanziaria. Altre nazioni hanno già rinunciato. Le temute penali sul ritiro italiano non esistono. Lo ha confermato, tra l’altro, l’ex capo di Stato Maggiore della Difesa, il generale Vincenzo Camporini, che sa perfettamente quanto sia reale la subordinazione delle forze armate italiane. Perché comprare a tutti i costi – pagati però dagli ignari contribuenti – un autentico bidone, tant’è che lo stesso responsabile del programma Joint Strike Fighter, tale David Venlet, ha ammesso pubblicamente che «qualcosa non va nel programma, disegnato in modo da permettere la produzione massiccia prima ancora di terminare i test»? Infatti, secondo i responsabili tecnici USA, «il programma F35 continua a mostrare problemi tipici delle prime fasi di sperimentazione». Le reiterate richieste di ritocchi e modifiche fanno intuire che il JSF non sarà pronto per le operazioni belliche prima del 2019, ossia otto anni dopo il termine previsto. A quel punto, la macchina volante potrà essere considerata obsoleta, ma i costi saranno schizzati alle stelle.

In altri termini, il jet multiruolo, che doveva assicurare la superiorità aerea, atterrare sul ponte di una nave scendendo in verticale e di nascosto dai radar nemici, costa enormemente, ma non è ancora in grado di mantenere le promesse. In tempi di crisi speculativa, aumentano i dubbi sulla reale necessità di macchine inutili come i caccia di quinta generazione, che servono esclusivamente per fare la guerra, in violazione dell’articolo 11 della Costituzione (superata dal Trattato di Lisbona): un’altra brutta storia sconosciuta ai più, e da non dimenticare, mai.

 

 

Washington, la ragione della forza

L’arte della guerra. L’escalation Usa, dall’incoronazione di Guaidò alla sospensione del Trattato Inf

Manlio Dinucci

Due settimane fa Washington ha incoronato presidente del Venezuela Juan Guaidò, pur non avendo questi neppure partecipato alle elezioni presidenziali, e ha dichiarato illegittimo il presidente Maduro, regolarmente eletto, preannunciando la sua deportazione a Guantanamo. La scorsa settimana ha annunciato la sospensione Usa del Trattato Inf, attribuendone la responsabilità alla Russia, e ha in tal modo aperto una ancora più pericolosa fase della corsa agli armamenti nucleari. Questa settimana Washington compie un altro passo: domani 6 febbraio, la Nato sotto comando Usa si allarga ulteriormente, con la firma del protocollo di adesione della Macedonia del Nord quale 30° membro.

Non sappiamo quale altro passo farà Washington la settimana prossima, ma sappiamo qual è la direzione: una sempre più rapida successione di atti di forza con cui gli Usa e le altre potenze dell’Occidente cercano di mantenere il predominio unipolare in un mondo che sta divenendo multipolare. Tale strategia – espressione non di forza ma di debolezza, tuttavia non meno pericolosa – calpesta le più elementari norme di diritto internazionale. Caso emblematico è il varo di nuove sanzioni Usa contro il Venezuela, con il «congelamento» di beni per 7 miliardi di dollari appartenenti alla compagnia petrolifera di Stato, allo scopo dichiarato di impedire al Venezuela, il paese con le maggiori riserve petrolifere del mondo, di esportare petrolio.

Il Venezuela, oltre a essere uno dei sette paesi del mondo con riserve di coltan, è ricco anche di oro, con riserve stimate in oltre 15 mila tonnellate, usato dallo Stato per procurarsi valuta pregiata e acquistare farmaci, prodotti alimentari e altri generi di prima necessità. Per questo il Dipartimento del Tesoro Usa, di concerto con i ministri delle Finanze e i governatori delle Banche Centrali di Unione europea e Giappone, ha condotto una operazione segreta di «esproprio internazionale» (documentata da Il Sole 24 Ore). Ha sequestrato 31 tonnellate di lingotti d’oro appartenenti allo Stato venezuelano: 14 tonnellate depositate presso la Banca d’Inghilterra, più altre 17 tonnellate trasferite a questa banca dalla tedesca Deutsche Bank che li aveva avuti in pegno a garanzia di un prestito, totalmente rimborsato dal Venezuela in valuta pregiata. Una vera e propria rapina, sullo stile di quella che nel 2011 ha portato al «congelamento» di 150 miliardi di dollari di fondi sovrani libici (ormai in gran parte spariti), con la differenza che quella contro l’oro venezuelano è stata condotta segretamente. Lo scopo è lo stesso: strangolare economicamente lo Stato-bersaglio per accelerarne il collasso, fomentando l’opposizione interna, e, se ciò non basta, attaccarlo militarmente dall’esterno.

Con lo stesso dispregio delle più elementari norme di condotta nei rapporti internazionali, gli Stati uniti e i loro alleati accusano la Russia di violare il Trattato Inf, senza portare alcuna prova, mentre ignorano le foto satellitari diffuse da Mosca le quali provano che gli Stati uniti avevano cominciato a preparare la produzione di missili nucleari proibiti dal Trattato, in un impianto della Raytheon, due anni prima che accusassero la Russia di violare il Trattato. Riguardo infine all’ulteriore allargamento della Nato, che sarà sancito domani, va ricordato che nel 1990, alla vigilia dello scioglimento del Patto di Varsavia, il Segretario di stato Usa James Baker assicurava il Presidente dell’Urss Mikhail Gorbaciov che «la Nato non si estenderà di un solo pollice ad Est». In vent’anni, dopo aver demolito con la guerra la Federazione Jugoslava, la Nato si è estesa da 16 a 30 paesi, espandendosi sempre più ad Est verso la Russia.

 

Il Progetto dell’Unione Europea è finito, la Nato è lo strumento degli Usa nel conflitto strategico della fase multicentrica. di Luigi Longo

Il Progetto dell’Unione Europea è finito, la Nato è lo strumento degli Usa nel conflitto strategico della fase multicentrica.

di Luigi Longo

 

 

[…] la Nato non è un’alleanza fra eguali. Essa pone

                                                           necessariamente gli alleati europei in posizione di

                                                           subalternità e li costringe ad allinearsi agli obiettivi

                                                           degli Stati Uniti. […] La storia degli ultimi dieci anni,

                                                           dalla guerra del Golfo a quella del Kosovo, dimostra che

                                                           la Nato non agisce e non agirà mai se non al servizio degli

                                                           obiettivi di Washington e niente altro. La Nato interverrà

                                                           solo se gli Stati Uniti lo decidono e non agirà se essi non lo

                                                           vogliono.

Samir Amin*

 

Lo spazio della resistenza è la matrice di ogni possibile

                                                           futuro cambiamento. Da esso possiamo aspettarci, pur

                                                           se non ancora a breve termine, anche una resistenza al

                                                           bombardamento etico ed all’interventismo umanitario,

                                                           che scommettono sull’idiozia e sull’ignoranza dell’uomo.

                                                           Ma l’uomo è un animale idiota ed ignorante, quando lo è,

                                                           solo a breve termine. A lungo termine l’uomo è un animale

                                                           reattivo e intelligente.

Costanzo Preve**

 

 

L’Europa e il progetto degli Stati Uniti d’America

 

Il declino dell’Europa inizia con la prima guerra mondiale e si consolida con la seconda guerra mondiale. Con le due guerre gli Stati Uniti si sono affermati come potenza mondiale egemone il cui inizio può essere datato con la guerra di secessione (1861-1865) che < […] era stata un fenomeno importantissimo sì, ma non solo americano. La sua portata mondiale nacque dal fatto che essa fu la prima guerra “industriale” dell’età contemporanea, il prodromo mal studiato e incompreso dei due conflitti mondiali in cui naufragò quel mondo di nazioni la cui comparsa aveva segnato l’inizio dell’età moderna.>> (1).

Avanzerò alcune riflessioni sulla fine dell’Unione Europea come espressione del progetto statunitense nella fase monocentrica e la metamorfosi della Nato come nuovo strumento degli Usa nel conflitto strategico della fase multicentrica (2).

Si chiude una fase che è iniziata nel secondo dopoguerra con l’affermazione definitiva della potenza degli Stati Uniti come centro di coordinamento, prima nella << Grande Area >> comprendente l’emisfero occidentale, l’Estremo Oriente e l’ex impero britannico con le sue risorse energetiche mediorientali, e dopo, nel mondo intero, con la implosione del socialismo irrealizzato dell’URSS e del suo blocco (1990-1991, preceduta dalla caduta del muro di Berlino del 1989): << […] All’interno della Grande Area gli Stati Uniti avrebbero conservato un “potere incontrastato” e la “supremazia militare ed economica”, e avrebbero allo stesso tempo “limitato qualsiasi esercizio di sovranità” da parte degli Stati che potevano intralciare i loro piani >> (3).

L’attuale Europa è figlia del progetto ideato e attuato dagli agenti strategici statunitensi nella fase monocentrica << L’Unione Europea […] non sarebbe mai diventata tale se non fosse stata il progetto, pensato, finanziato e guidato segretamente dagli Stati Uniti, di uno Stato Federale europeo politicamente a loro legato, per non dire vassallo degli Usa, come è emerso da documenti alcuni venuti alla luce nel 1997, altri desecretati nel 2000 grazie a un ricercatore della Georgetown University di Washington, Joshua Paul. Un piano volutamente portato avanti sotto traccia e gradualmente dal dopoguerra a oggi […] >> (4).

Il progetto Europa statunitense è stato imposto sia con il consenso attraverso il Piano Marshall (1947-1948): << Il 5 giugno 1947, meno di tre mesi dopo il drammatico discorso con cui era stata enunciata la Dottrina Truman (del mondo libero sotto l’egida statunitense, mia precisazione), il segretario di stato George C. Marshall […] parlò della necessità di elaborare un nuovo piano di aiuti per l’Europa […] comitati americani ed europei occidentali formularono un piano (l’ERP) a carattere quadriennale, sotto la direzione degli Stati Uniti, che prevedeva una serie di sovvenzioni e di prestiti gestiti da un nuovo organismo del governo americano denominato Amministrazione per la Cooperazione Economica (ECA). Con l’inclusione della Germania occidentale, ma senza la partecipazione dell’Unione Sovietica e degli altri paesi dell’Europa orientale, e al di fuori della Commissione Economica delle Nazioni Unite per l’Europa (ECE), l’ERP contribuì non poco a creare la violenta rottura del periodo della guerra fredda. Tale situazione si aggravò poi per la maniera provocatoria con cui gli Stati Uniti, ignorando l’ECE, delinearono e presentarono il Piano Marshall ma anche per l’intransigenza dell’URSS, che interpretò l’ERP come un’aggressiva iniziativa antisovietica. Secondo un commentatore, “con il Piano Marshall la guerra fredda assume il carattere di una guerra di posizione. Entrambe le parti si cristallizzarono su posizioni di ostilità reciproca”. Sia l’Unione Sovietica che gli Stati Uniti cercarono reciprocamente di creare piani di ricostruzione per le loro sfere di influenze; il confronto sembrò istituzionalizzarsi con i Piani Marshall e Molotov >> (5); sia con la forza attraverso la NATO (1949) << Lo strumento principale al servizio della strategia di Washington è la Nato, il che spiega il suo sopravvivere al crollo dell’avversario contro il quale era stata creata. La Nato oggi parla in nome della “comunità internazionale”, esprimendo anche con questo il suo disprezzo per il principio democratico che governa questa comunità per mezzo dell’Onu. […] L’obiettivo ben confessato di questa strategia è di non tollerare l’esistenza di alcuna potenza capace di resistere ai comandi di Washington, e cercare quindi di smantellare tutti i paesi giudicati “troppo grandi” per creare il massimo numero di stati satelliti, prede facili per stabilire basi americane destinate alla loro “protezione”. Uno stato solo ha il diritto di essere “grande”: gli Stati Uniti […] >> (6).

 

 

 

La metamorfosi della Nato e il declino degli USA

 

Ho già accennato alla metamorfosi della Nato in precedenti scritti (7). Un cambiamento di ruolo che non è solo quello militare ma economico, di sviluppo di territori, di sicurezza, di controllo, di penetrazione e di ampliamento dell’area di influenza in funzione del conflitto con le potenze mondiali emergenti (pensiamo, per esempio, alla guerra economica sulle fonti energetiche russe e sulle nuove vie della seta cinesi).

Qui voglio evidenziare soltanto il ruolo della Nato come strumento diretto di controllo per le nuove strategie statunitensi che la fase multicentrica impone, dell’Europa (8).

La Nato diventa una organizzazione che tiene insieme l’Europa, attraverso una centralizzazione della filiera del comando con una sfera decisiva militare e istituzionale-territoriale (9), per l’approntamento di opere infrastrutturali funzionali allargamento delle sfere di influenza e di contrasto alle due potenze mondiali protagoniste dell’attuale fase multicentrica (10). Inoltre gli Usa prediligono in maniera più strutturale i rapporti bilaterali con gli Stati europei (non dimentichiamo che l’Europa non è un soggetto politico) per realizzare a) le strategie del divide et impera, b) l’utilizzo delle basi militari presenti in tutta Europa soprattutto in Germania e in Italia, c) le linee guida dello sviluppo, degli Stati o di macro regioni, finalizzato alle esigenze delle proprie strategie. Una sorta di sistemi di valori territoriali (11) embedded nelle strategie statunitensi che mantengono l’unità europea con il controllo militare (le basi militari che occupano il continente Europa vorranno dire pure qualcosa!!!) ed economico (si pensi, per esempio, all’Italia e ai suoi territori e città Nato; alla spesa militare italiana integrata ed al servizio della politica militare Nato) (12).

Fabio Mini coglie parzialmente, nella misura in cui non dà il peso determinante egemonico agli Stati Uniti, la questione del rapporto Europa-Nato:<< […] Senza una vera e propria autonomia nella politica estera e di sicurezza l’Unione Europea ha dovuto affidarsi alla Nato che così ha potuto affiancare gli Stati Uniti nel loro intento d’impedire la nascita di una entità sovranazionale autonoma e indipendente. […] L’organizzazione politico-militare dell’Unione prevede una serie di duplicati di quella Nato che consentono soltanto equilibrismi, giochi di cappello e di ruolo. La stessa struttura di comando e controllo politico-militare è ridondante nel numero e inefficace nei risultati. La responsabilità di tutti i paesi membri e in particolare dell’Italia è grave non tanto per ciò che hanno combinato ma per ciò che non hanno fatto. Non hanno preteso la costituzione di un vero collante giuridico e politico fra i paesi membri, non hanno promosso la costituzione di un esercito comune, anzi tramite la politica industriale della difesa hanno incrementato la dipendenza dagli americani (corsivo mio). Non hanno resistito alle pressioni esterne e hanno permesso che l’Europa fosse di nuovo divisa in blocchi e che l’Unione Europea fosse divisa in fazioni. […] La Nato al servizio degli Stati Uniti dovrebbe essere un assetto importante. In realtà quello che conta per loro è la capacità della Nato di tenere sotto controllo tutti gli altri paesi, volenti o nolenti. Lo scopo principale della stessa alleanza è quello di mantenere la coesione dei membri. Nel momento in cui tale coesione scricchiola, l’alleanza non è più utile e le pressioni americane si spostano sui singoli Stati membri (corsivo mio). La stessa Nato diventa un tramite e una vittima consapevole e contenta di tali pressioni dirette ad aumentare i bilanci militari. Le pressioni sono esercitate anche con l’apertura di nuove missioni all’esterno o all’interno della stessa alleanza. Spesso crisi e salassi avvengono contemporaneamente e i paesi della Nato devono subirle mentre l’organizzazione della Nato, controllata dai neo-filoamericani dell’Europa orientale e settentrionale, si adopera per eliminare le eventuali e sempre deboli resistenze: un compito complementare e marginale che non conta molto nemmeno per gli stessi americani >> (13).

Sergio Romano, invece, non coglie il problema del rapporto Europa-Nato quando afferma, riprendendo la risposta di Donald Trump a Emmanuel Macron che parlava di sicurezza europea avanzando il disegno della Comunità Europea di Difesa (Sic!), << […] Ma l’organizzazione militare del Patto Atlantico, soprattutto all’epoca di Trump, non sembra essere in grado di dare una risposta convincente al problema della sicurezza europea. E’ stata usata dagli americani per guerre che si sono dimostrate sbagliate e ha avuto l’effetto, dopo la sua estensione al di là della vecchia cortina di ferro, di peggiorare i nostri rapporti con la Russia >> (14).

Il problema che non si vuole vedere per tante ragioni è che gli Usa comandano la Nato e attraverso di essa realizzano le loro strategie di conflitto strategico nell’attuale fase multicentrica. L’Europa è subordinata tramite la Nato agli Usa; pertanto, la questione da porre è: come uscire dalla sudditanza europea statunitense e quale progetto-processo di uscita dalla Nato per ri-costruire una Europa indipendente e autonoma che sappia dialogare con l’Oriente, la cui visione multicentrica delle potenze può bloccare la sciagurata fase policentrica che significa il conflitto militare (15).

Gli Usa non hanno una nuova visione del mondo per fermare il proprio declino, relativo o accentuato che sia, (16) e ri-lanciare la sfida egemonica della fase multicentrica, nè Donald Trump e i centri strategici che rappresenta sono nelle condizioni di costruire una nuova visione. Gli Usa sono una potenza in declino e non hanno la forza economica, scientifica, culturale e politica per rilanciare e costruire un nuovo modello di egemonia capace di sconfiggere le potenze mondiali che si stanno organizzando per mettere in discussione l’ordine monocentrico e affermare l’ordine mondiale multicentrico (17).

Nella fase multicentrica (a maggior ragione nella fase policentrica) la sfera militare assume un particolare peso nella formazione del blocco degli agenti strategici egemonici che delineano le linee del conflitto tra le potenze mondiali (è da approfondire la teoria, la pratica e la pratica teorica della relazione tra gli agenti strategici delle sfere sociali che configurano il blocco egemone strategico).

Nella presidenza Trump sta prevalendo la sfera militare (non è un caso la forte presenza politica di provenienza militare) che basa la sua strategia di contrasto al declino e di rilancio della egemonia solo sulla forza, avendo scelto, per la peculiare storia statunitense, la strada dell’accumulazione distruttiva (18).

 

 

Dal progetto UE della fase monocentrica al progetto Nato della fase multicentrica

 

La Nato diventa lo strumento di coordinamento dell’Europa per le strategie Usa nell’arginare le potenze mondiali della fase multicentrica, al contrario del recente passato dove era l’Unione Europea, con i suoi luoghi istituzionali e i suoi agenti strategici esecutori e gestionali, lo strumento di coordinamento.

Il progetto UE degli Usa, creato nel secondo dopoguerra, cessa la sua funzione e viene sostituito dal progetto Nato: dalla guerra di posizione della fase monocentrica alla guerra di movimento della fase multicentrica.

Con la fine del progetto UE finirà anche l’euro (19) che è un sistema monetario dipendente da quello basato sul dollaro (il denaro è un simbolo delle relazioni sociali e dei rapporti di forza nonché strumento di lotta tra dominanti): saranno i tempi delle strategie statunitensi a eliminare l’euro e le sue gerarchie di valori territoriali nazionali [si pensi al ruolo primario della Germania e a quello secondario della Francia (20)].

Una volta eliminato il sistema basato sull’euro, sostituito con quello basato sulla Nato, il vassallo tedesco e il valvassore francese dovranno trovare altri campi economico-finanziari per difendere il loro sviluppo nazionale in competizione con altre economie nazionali (valvassini); i predominanti statunitensi con il nuovo sistema monetario e le nuove architetture istituzionali (costruzione di nuove gerarchie) imporranno sia relazioni dirette con le nazioni europee, sia il loro coordinamento per la realizzazione delle loro strategie.

I valvassini liberati dal sistema dell’euro possono competere e valorizzare le loro qualità sociali e le loro peculiari risorse storiche e possono scardinare e comporre nuove gerarchie basate su nuovi sistemi territoriali di valore.

Per l’Italia e la Germania la situazione è particolare, come racconta Marco Della Luna << […] l’Italia è collocata, per ragioni storiche di sconfitte militari, in una posizione di sudditanza rispetto a certe potenze straniere e ai loro interessi (lo dimostra il fatto che, a 73 anni dalla II Guerra Mondiale, è ancora occupata da circa 130 basi militari statunitensi), cioè si trova in posizione subordinata entro la gerarchia degli Stati, e deve obbedire entro un foedus iniquum (patto di alleanza asimmetrico, mia precisazione), per dirla nel latino giuridico. Si sa che, per Italia e Germania, esistono in tal senso protocolli aggiunti al trattato di pace con gli Alleati, il cui contenuto non è pubblico, e che vengono fatti sottoscrivere ai capi del governo. I suoi presidenti della Repubblica e i predetti magistrati sono garanti di questa obbedienza agli interessi stranieri e non fanno altro che impedire che i governi vadano contro tale condizione di sottomissione esponendo il Paese a ritorsioni che sarebbero peggiori della sottomissione stessa. […] In ogni caso, bisogna anche fare un’opera di divulgazione-ufficializzazione dei trattati e dei protocolli riservati che vincolano e sottomettono l’Italia a comandi e interessi stranieri, altrimenti ogni ragionamento politico ed economico rimane minato dalla grande incognita costituita da tali obblighi, e di importanti atti politici contrari agli interessi nazionali rimarrà sempre il dubbio se siano stati compiuti per costrizione, per tradimento o per incompetenza. >> (21).

L’attuale Europa è finita. E’ stata ridotta ad una espressione geografica (22) a servizio delle strategie statunitensi e, per la prima volta nella sua storia, non sarà protagonista del conflitto tra le potenze mondiali che si formeranno nella fase multicentrica e in quella policentrica. Sarà, ahinoi, solo un campo di battaglia del conflitto mondiale.

All’interno di questo cambiamento europeo che resta, comunque, subordinato alle strategie dei pre-dominanti (gli agenti strategici principali) statunitensi, mancano dei decisori che vogliono attuare un processo di sviluppo nazionale autodeterminato, a partire dalla creazione di uno spazio della resistenza, capace di incunearsi nei giochi che si aprono nella fase multicentrica per proporre un progetto e una strategia di uscita dalla servitù volontaria verso gli USA e guardare a Oriente per le possibili costruzioni di nuove relazioni, di nuove idee di sviluppo, di nuove idee di società, di una Europa diversa (23). Purtroppo, ahinoi, questi decisori non si vedono in giro per l’Europa né si vedranno nel breve-medio periodo, considerata la situazione di degrado culturale, politico e sociale. I dominanti possono fare ancora sonni tranquilli.

Resta un problema storico da affrontare e riguarda i soggetti che si formano nelle varie fasi oggettive della storia nazionale, europea e mondiale. La domanda che si pone è: come i soggetti (sessuati) di trasformazione arrivano, sono pronti alle aperture delle finestre, delle crepe che le fasi multicentrica e policentrica necessariamente apriranno?

Oggi soffriamo la mancanza di una teoria adeguata che ci orienti nella pratica e nella pratica teorica per pensare un progetto-processo di autonomia e di autodeterminazione nazionale ed europeo. Siamo ridotti a scoprire, con le elezioni statunitensi, europee e nazionali (sic), l’esistenza di stati profondi (i luoghi istituzionali dove gli agenti strategici principali, esecutivi e gestionali realizzano il dominio) e a riscoprire l’illusione ideologica che con la vittoria elettorale, cioè la presa del potere non del dominio, gli obiettivi indicati (a prescindere dalle finalità reali, ripeto reali) nel programma elettorale minimamente squilibranti del sistema sono irrealizzabili.

Concludo riportando un interessante, a mio avviso, passo del Lenin interpretato da Gyorgy Lukacs << L’onnipotenza dominante della prassi è dunque realizzabile soltanto sulla base di una teoria orientata in senso onnicomprensivo. Ma la totalità oggettivamente dispiegata dell’essere è infinita, come Lenin sa bene, e quindi non può mai essere compresa adeguatamente. Così qui l’infinità della conoscenza e l’imperativo sempre attuale del giusto agire immediato sembrano dare origine a un circulus vitiosus. Ma ciò che non ha soluzione teorico-astratta, in pratica può essere tagliato come il nodo gordiano. L’unica spada adatta per farlo è ancora una volta un comportamento umano che anche qui possiamo opportunamente definire solo con parole shakespeariane: «L’essere pronti è tutto». Uno dei tratti più fecondi e caratteristici di Lenin è che egli non cessò mai d’imparare teoricamente dalla realtà e che in pari tempo era sempre pronto ad agire. Da ciò derivava una qualità singolare, in apparenza paradossale, del suo atteggiamento teorico: non ritenne mai di avere finito d’imparare dalla realtà, ma in pari tempo la conoscenza così acquisita era in lui sempre così ordinata e orientata da permettergli di agire in qualsiasi momento.>> (24).

 

 

 

 

 

 

 

 

Le citazioni scelte come epigrafi sono tratte da:

 

*Samir Amin, Fermare la Nato. Guerra nei Balcani e globalizzazione, Edizioni Punto Rosso, Milano, 1999, pag.6.

**Costanzo Preve, Il bombardamento etico, Editrice C.R.T., Pistoia, 2000, pag. 163.

 

 

NOTE

 

  1. Raimondo Luraghi, La guerra civile americana. Le ragioni e i protagonisti del primo conflitto industriale, BUR Rizzoli, 2013, pp.7-8.
  2. Sulla fase multicentrica si veda Gianfranco La Grassa, Crisi, multipolarismo e gruppi sociali in conflittiestrategie.it, 16/11/2018; Francisco La Manna, Intervista esclusiva a Gianfranco La Grassa: crisi economica, mutamenti geopolitici,conflitto strategico in www.scenarieconomici.it, 21/11/2018.
  3. Noam Chomsky, Chi sono i padroni del mondo, Ponte alle Grazie, Milano, 2018, pag.59.
  4. A rilanciare questa narrazione, già oggetto nel 2000 di un breve articolo del Telegraph di un giovane Ambrose Evans-Pritchard, è stato soprattutto un libro inglese, divenuto un best seller, di Christopher Brooker, Richard North, The Great Deception. A Secret History of the European Union, Continuum International Publishing Group Ltd, 2003 in Maria Grazia Ardizzone, L’UE dalle origini al TTIP. Le operazioni segrete Usa per dar vita a uno Stato Federale Europeo in ariannaeditrice.it, 3 giugno 2016 (già riportato nel mio scritto del 2016 su La fase multipolare e l’accentramento dei poteri apparso sui blog Conflittiestrategie e Italiaeilmondo).
  5. Thomas G. Paterson, Il piano Marshall in Elena Aga Rossi, a cura di, Gli Stati Uniti e le origini della guerra fredda, il Mulino, Bologna, 1984, pag. 222; si veda anche Giovanni Arrighi, Il lungo xx secolo. Denaro, potere e le origini del nostro tempo, Il Saggiatore, Milano, 1996, pp.385-387 e David Harvey, Diciassette contraddizioni e la fine del capitalismo, Feltrinelli, Milano, 2014, pp.150-166. Giovanni Arrighi e David Harvey hanno proposto nelle loro ricerche, con saperi diversi, un paradigma sociale territoriale fondato sul potere territoriale e l’accumulazione del capitale. Il paradigma, a mio modo di vedere, ha un orientamento economico-sociale-territoriale e non afferra la totalità del rapporto sociale perché fondamentalmente tiene separato il potere territoriale (lo Stato) e l’accumulazione del capitale. Credo che la questione possa essere interessante con un confronto con il paradigma del conflitto strategico lagrassiano che può superare questa separazione, caratteristica di tutte le teorie economiche e sociali, con la costruzione di un diverso paradigma multidisciplinare.
  6. Samir Amin, Fermare la Nato. Guerra nei Balcani e globalizzazione, Edizioni Punto Rosso, Milano, 1999, pp. 32-33. Per una ricostruzione storica della nascita della Nato si rimanda, con una lettura critica, a Marco Clementi, La Nato, il Mulino, Bologna, 2002.
  7. Luigi Longo, Tav, Corridoio V, Nato e Usa. Dalla critica dell’economia politica al conflitto strategico; americanizzazione del territorio; gli Stati Uniti e lo spettro della Russia; le infrastrutture militari nella fase multicentrica. I primi due scritti sono stati pubblicati sui siti conflittiestrategie.it e www.italiaeilmondo.com; gli altri due sul sito www.italiaeilmondo.com.
  8. Manlio Dinucci, La Nato espandibile e sempre più costosa si allarga sull’Europa in ilmanifesto.it, 11/7/2018.
  9. Luigi Longo, La fase multipolare e l’accentramento dei poteri in conflittiestrategie.it, 13/6/2016.
  10. La Cina, e non la Russia, potrebbe essere la potenza mondiale che nel lungo periodo sarà in grado di contendere la egemonia mondiale agli Usa perché a) ha la capacità di sviluppare tutti i settori decisivi di una potenza egemonica (politico, economico, scientifico – tecnologico e culturale), b) svolge un ruolo fondamentale nella creazione di nuove istituzioni internazionali di coordinamento [ la Asian Infrastructure Bank (AIIB), la Shangai Cooperation Organition, il Brics, il Silk Road Fund e la Belt and Road Iniziative (BRI) ] c) instaura diverse forme di relazioni internazionali che non sono nè la forma coloniale né la forma neocoloniale, ma sono relazioni di integrazione, di innervamento che danno ampi strumenti e possibilità di sviluppo, per dirla con David Harvey, per una costruzione di valore territoriale. Si veda, Nicola Tanno, intervista a Diego Angelo Bertozzi sulla Belt and Road Iniziative in materialismostorico.blogspot.com, 11/07/2018; Vladimiro Giacchè, La UE e la BRI: un rapporto complicato in www.marx21.it, 2/11/2018.
  11. Sul significato dei valori territoriali si rimanda a David Harvey, Marx e la follia del capitale, Feltrinelli, Milano, 2018, pp.131-172.
  12. Sul senso del potere politico e militare dell’occupazione del territorio europeo da parte degli USA attraverso le proprie basi militari e quelle della Nato, si veda l’intervista ad Alexander Dugin, L’occupazione è occupazione, in millennium.org, 29/01/2014; sull’importanza della Nato si rimanda, con una lettura critica, a Eric R. Terzuolo, Perché alla Nato non rinunceremo mai in Limes n.4/2018, pp.51-58; sul ruolo sempre marginale dell’Europa si consiglia Manlio Dinucci, Usa e Nato soppiantano la UE in crisi in www.retevoltairenet.org, 3/7/2018; sull’integrazione dei sistemi militari industriali degli Stati europei con quello statunitense si suggerisce Manlio Dinucci, Il potere politico delle armi in www.voltairenet.org, 2/10/2018 e Gianandrea Gaiani, Missioni, Finanze, Industria: le ambiguità (a)strategiche della difesa italiana in Limes n.5/2018, pp.89-97.
  13. Fabio Mini, Siamo servi di serie B e non serviamo a niente in Limes5/2018, pp.75-87.
  14. Sergio Romano, Macron e l’esercito europeo, la chance di correggere De Gaulle in corriere.it, 17/11/2018.
  15. Si veda la imbarazzante (per la servitù intellettuale e politica espressa in difesa di questa Europa ancorata agli Stati Uniti) e apologetica lettera aperta di sei pensatori tedeschi Siamo seriamente preoccupati della crisi dell’Europa e della Germania per il riaffacciarsi della brutta testa del nazionalismo (I primi firmatari: Hans Eichel ex ministro delle finanze, Jürgen Habermas filosofo e sociologo, Roland Koch ex premier statale dell’Assia, Friedrich Merz avvocato e politico della CDU, Bert Rürup è l’economista capo di Handelsblatt, Brigitte Zypries è un ex ministro della giustizia e ministro dell’economia) in https://global.handelsblatt.com/opinion/europe-unity-future-habermas-koch-merz-zypries-975335?fbclid=IwAR1EIvJGxWOgdIg9HwKpiNZxZ6UR, 25/10/2018; sulla stessa scia Massimo Cacciari ed altri si veda Marco Damilano, Ora il PD si sciolga per far nascere la nuova Europa. L’appello di Massimo Cacciari in l’Espresso del 9/11/2018; sulla considerazione di una Europa occupata dalle basi Usa-Nato e il recupero della tradizione di territori europei con una pluralità di valori finalizzati alla costruzione di una coscienza e di una costituzione europea si pone in maniera problematica Franco Cardini, Europeisti traditi: perché questa Europa ha deluso in byoblu.com, video del 5/11/2018.
  16. Sul declino Usa rimando a Noam Chomsky, Chi sono i Padroni del mondo, Ponte alle Grazie, Milano, 2018, pp.74-105; Gianfranco La Grassa, Un sommario excursus storico per capire, conflittiestrategie.it, video del 11/11/2018.
  17. Sulla incapacità statunitense di una nuova visione del mondo come conseguenza della fine di una idea di sviluppo della modernità rinvio a Aleksandr Dugin, L’Occidente e la sua sfida (I e II parte) in ariannaeditrice.it, 18/10/2018; sulla mancanza di una ferma determinazione politica, propria della dottrina di Monroe del 1823, dovuta alla divisione tra gli agenti strategici statunitensi si veda Nico Perrone, Progetto di un impero 1823.L’annuncio dell’egemonia americana infiamma le borse, La Città del Sole, 2013, Napoli; sui limiti della politica estera degli USA collegati al vecchio retaggio da guerra fredda, sulle difficoltà di impostare una politica estera adatta alla nuova fase multipolare che si sta delineando e sulle lacune nonché sui conflitti decisionali basati su vecchi schemi cognitivi e su un modello decisionale istituzionale che esalta l’esecutivo, la natura elitaria, la lotta interistituzionale, i “groupthink”, si rimanda all’interessante articolo di Giulia Micheletti, Le origini interne della strategia geopolitica statunitense, 03/03/2014, www.eurasia-rivista.org.
  18. E’ emblematica la risposta degli agenti strategici statunitensi (a prescindere dal loro insanabile conflitto interno) alla << […] proposta cinese di razionalizzare e potenziare Transiberiana e Suez in forma cooperativa [che] è finora la maggiore iniziativa finanziaria e infrastrutturale del XXI secolo e inverte la direzione secolare delle influenze. La leadership americana sembra aver finora replicato alla cieca, con interventi inefficaci e controproducenti di guerra ibrida, cinetica o economica lungo la Loc terrestre (Intermarium, Mena, Asia centrale, Corea) e marittima (il Mar Cinese Meridionale e i due passaggi artici) che minano la coesione occidentale e spingono tutte le potenze eurasiatiche emergenti (che sentono di aver il futuro dalla loro) verso una pericolosa coalizione di necessità contro il vecchio ordine che si ostina ottusamente a respingerli >> in Virgilio Ilari, L’Italia è un’espressione geografica. Capiamola in Limes4/2018, pag.152.
  19. Luigi Longo, L’uscita dall’euro non è un problema prioritario. Prioritaria e la sovranità nazionale ed europea in conflittiestrategie.it, 16/1/2015.
  20. Marco Della Luna, Deficit di bilancio e deficit di efficienza in marcodellaluna.info, 30/9/2018.
  21. Marco Della Luna, L’Italia e il nemico carolingio in marcodellaluna.info, 28/10/2018; Sulla questione di uscita dalla Nato e sul ruolo dei Trattati si veda anche Fabio Mini, Siamo servi di serie B…, op.cit.; Fabio Mini, USA-Italia, comunicazione di servizio in Limes n.4/2017.
  22. Per un significato storico del concetto di espressione geografica si invia all’interessante articolo di Virgilio Ilari, L’Italia…, op. cit., pp. 149-154.
  23. Costanzo Preve, Il marxismo e la tradizione culturale europea, Editrice Petite Plaisance, Pistoia, 2009, pp.101-115; Samir Amin, Fermare la Nato…, op.cit., pp.64-75.
  24. Gyorgy Lukacs, Unità e coerenza del suo pensiero. Postilla all’edizione italiana 1967 in www.gyorgylukacs.wordpress.com, 27/10/2018. Originariamente apparso in italiano in Lenin. Unità e coerenza del suo pensiero, Einaudi, Torino 1970, ora in L’uomo e la rivoluzione, Edizioni Punto Rosso, Milano 2013.

 

 

uguale tra gli uguali, di Antonio de Martini

Una delle mancanze che venivano rimproverate alle alte gerarchie militari dell’Esercito Italiano, durante la seconda guerra mondiale e non solo, era la distanza e la separazione di ceto e di casta dalla truppa, anche nei momenti cruciali del confronto bellico. Una tara che provocò l’esplicito disprezzo verso i primi e la stima verso i secondi del generale Rommel durante la campagna d’Africa. Le più alte autorità stanno evidentemente cercando di cancellare quel retaggio vergognoso. Una volontà di riscatto apprezzabile, ma con la giusta misura.

Se non ci fosse, Antonio de Martini bisognerebbe inventarlo_Giuseppe Germinario

COME GESTIRE IL MONDO MILITARE. L’UOMO GIUSTO AL POSTO GIUSTO.

Servono ufficiali preparati, vivaci di corpo e di spirito e…democratici.

Il capo di Stato Maggiore della Difesa, generale Graziano è senz’altro un democratico a 24 carati e saluta tutti con una virile stretta di mano.
Eccolo, nella foto, tentare di stringere la mano a un manichino che scambia per un soldato.
Democrazia dieci e lode. Per il resto fidiamo nei buoni rapporti tra San Gennaro e Di Maio.

PANEBIANCO e le fedeltà assolute; ma non alla verità_ Due articoli di Antonio de Martini

gli articoli si riferiscono al seguente editoriale del corriere della sera https://www.corriere.it/opinioni/18_settembre_01/i-pericoli-legame-mosca-ae02bf28-ad48-11e8-aed0-106e9275cc0a.shtml

PANEBIANCO? NO, CRUSCA E ANCHE MALEODORANTE !

Sul ” Corriere della sera” di oggi c’è una bella novità, il Ministro Paolo Savona, invece dii accettare la solita ” intervista ripratrice” circa la calunnia malevola pubblicata nell’articolo di fondo di Panebianco di ieri a pag 1 e 26,, ha risposto con una lettera secca e cortese verso il giornale, ma inequivoca verso il Panebianco, smentendo seccamente le illazioni del barbetta.

Panebianco, invitato dal direttore – che quindi si sfila nella polemica – a rispondere, se l’é cavata con una risposta equivoca quanto la calunnia precedente ” Non ho scritto che il ministro Savona auspica una crisi del nostro debito ( invece ha scritto a pag 26 del giornale di ieri ” Essi preparano il momento in cui le continue, e per nulla innocenti, profezie del Ministro Paolo Savona ( compresa l’ultima, quella sul possibile ruolo della Russia rispetto al nostro debito) diventeranno realtà….”

A parte la insinuante farragine è chiaro che voleva dire che Savona proponeva di chiedere i denari ai russi.
MAI DETTO E MAI PENSATO, ma lui cerca di svicolare allargando alle “dichiarazioni dei politici” non meglio identificati.

Incoraggiato dall’intervento diretto di Savona, ho pensato di far cosa gradita ai lettori nell’indicare le falsità scritte da un uomo evidentemente stanco e forse anche stufo di servire dei padroni che adesso sono in difficoltà e si sfilano mettendolo in prima linea.

Ne ho trovate , oltre alla perla di Savona, altre sei: Ve ne segnalo cinque.

PRIMA: Paolo Mieli. Viene citato come se fosse un economista che profetizza: cito il prof. che ormai chiamerò Crusca ” se mai arriverà il nostro momento ” greco” ( come ha scritto Paolo Mieli su questo giornale, nel marasma potremmo finire già in autunno) sarà facile imputare ciò non alla politica del governo ma ai nemici esterni.”
Capito? prepara l’albi ai compari ( compagni?) incaricati come lui di diffondere notizie false atte a turbare l’ordine pubblico e nel contempo fa un soffietto a Paolo Mieli che viene spacciato per un economista le cui previsioni sarebbero da prendere sul serio. PM è un giornalista intrigante che da un bel pezzo falsifica in TV la storia vicina e lontana cercando di fare la respirazione artificiale al PD.

SECONDA. CITAZIONE ” L’alleanza con il gruppo di Visegrad, sembra una tappa intermedia, serve a stabilire un ponte intermedio percorrendo il quale si potrebbe arrivare a una diversa collocazione internazionale dell’Italia.”

Qui ci sono due FALSITA’: la prima è la “diversa collocazione internazionale” che viene adombrata e la seconda è sul gruppo di Visegrad che viene presentato come una tappa intermedia verso …la Russia. Si specula sulla natura di questo gruppo. Se andate sul mio blog ( corrieredellacollera.com e clikkate sul nome, gruppo di Visegrad, troverete un mio articolo di tre anni fa che indicavo come un cavallo di Troia degli anglosassoni contro l’U.E.. Quindi non ha nulla a che fare con la Russia. Il prof Crusca non può non saperlo, quindi mente.

Terza. Sentiamo prima il prof ” come dimostrò il caso di Che Guevara al momento della formazione del primo governo castrista a Cuba, non c’è alcun bisogno di competenza per fare il ministro dell’economia in un governo rivoluzionario.”

FALSO.
Dopo nemmeno un mese il CHE fu rimosso dall’incarico e si giustificò con Castro dicendo che quando chiese se c’era un economista, lui aveva alzato la mano perché aveva capito ” comunista”. Allora la notizia fece epoca , ma il prof crede di essere il solo sopravvissuto al 1960. Siamo in due e lui è un bugiardo.

Quarta. Sempre il prof ” Come ha scritto mario Monti ( Corriere 27 agosto) tutto ciò avverrebbe senza alcuna preventiva discussione nel paese. Ne deriverebbero anche conseguenze anche per la nostra politica mediorientale: ad esempio, allineamento antisraeliano, stretti legani con l’Iran , paese alleato coi russi.”

QUI LE FALSITA’ SONO TRE
:
a) Non si può annunziare un evento futuro e dire che avverrà senza preventiva discussione nel paese ( per la contraddizion che nol consente direbbe padre Dante). Una cazzata simile è degna di quel bischero di Monti e viene ripresa da un suo pari.

b) in realtà è l’allineamento filo israeliano che si è verificato senza preventiva discussione nel paese. Il sottoscritto – e il resto d’Italia- eravamo rimasti al documento di Venezia ( in cui Moro mise in isolamento la Tatcher sul problema palestinese ED E’ QUESTO CHE GLI E’ COSTATO LA PELLE). De hoc satis.

Inoltre la politica estera italiana degli ultimi cinquanta anni è sempre stata filo araba fino a che Berlusconi ha cambiato direzione – SENZA DISCUSSIONE NEL PAESE- per motivi che non cito oggi per carità di Patria.

c) L’Iran non è alleato della Russia: la Russia, fino a prova del contrario, fa parte del quintetto che ha negoziato il disarmo unilaterale del nucleare iraniano assieme a USA, UK, UE, GERMANIA e ONU.

Quinta : ” sopratutto non sarà facile superare la ben più solida capacità di resistenza del Presidente della Repubblica , anche se, come abbiamo già visto, c’è chi è in grado di proporre la messa in stato di accusa del Presidente della Repubblica con la stessa disinvoltura con cui si ordina un caffé.”

QUESTO E’ UN FALSO COSTITUZIONALE: Il Presidente della Repubblica non può far nulla se non con la firma del Ministro competente per materia. La Costituzione dice questo, ne più ne meno.

Egli non puo resitere a nulla e certamente non alla volontà del Parlamento. Questo è il motivo per cui all’annunzio dell’esito delle elezioni del 4 marzo ho scritto su questo fbn che il Presiende della Repubblica dovrebbe dimettersi prima che lo faccia la gente.

L’ITALIA, LE SUE ALLEANZE E LE SUE FORZE ARMATE DAL FAR WEST AL FAR EAST?

Ieri il prof Angelo Panebianco – docente a Bologna – ha scritto un lunghissimo articolo sul ” Corriere della sera” con alcune imprecisioni come quella, quasi veniale, su Che Guevara di cui ho già scritto.

La seconda, non veniale, gaffe è che quando ci si vuole presentare come geopolitici si devono presentare tutte le alternative presenti sul tappeto ed esaminarle.

Presentarne solo una e demonizzare l’altra ( e tacere la terza) è tipico della dialettica gesuita e lo fa targare come uomo di parte, sia pure per necessità di mantenimento della collaborazione giornalistica..

La tesi del prof è ( cito il titolo del fondo)” I PERICOLI DEI LEGAMI CON MOSCA”. La tesi è che questo nuovo governo , su cui fa aleggiare il termine ” rivoluzionario”, ma io preferirei “velleitario”, almeno per ora, sta avvicinandosi a Mosca e questo per il prof sarebbe un pericolo.

Rettifichiamo: l’Italia economica si è avvicinata a Mosca quando era ancora URSS, col governo De Mita ( per protesta l’Ambasciatore Sergio Romano, oggi suo collega al Corriere si dimise e lasciò la diplomazia ) concedendo ben mille miliardi di crediti, dopo che l’Italia aveva già finanziato gli stabilimenti FIAT di Città Togliatti.

Dopo averci deplorato, gli USA seguirono la nostra strada.
Le deplorazioni anglosassoni, spesso – nel nostro caso sempre – sono invidie mascherate.

Abbandonare la NATO non vuol dire necessariamente allearsi con Mosca, significa prendere atto della cessata esigenza anti patto di Varsavia. Lo so di preciso essendo stato per oltre trenta anni il più diretto collaboratore- ed ora il successore – dell’uomo che ha chiesto per primo nel 1948 l’adesione dell’Italia al Patto Atlantico : Randolfo Pacciardi.

Oggi dico con cognizione di causa e in tutta coscienza che il dispositivo militare NATO non ha più ragione d’essere.
.
Si può benissimo prendere atto dello sfaldamento dell’Alleanza – anche per il disinteresse del promotore divenuto isolazionista e le sue irragionevoli richieste economiche – e proporre una alternativa che un numero crescente di italiani , noi tra questi, chiede con voce ferma: costituire un blocco europeo di nazioni neutrali e ben armate assieme alla Svizzera ( che ne è il modello) , l’Austria ( che lo è già) la Slovenia e l’Ungheria, costituendo un Blocco Adriatico che impedisca ogni guerra tra i grandi nel nostro scacchiere e scoraggi ogni violazione della neutralità per le dimensioni stesse dell’alleanza nuova che si profilerebbe.

L’Italia sarebbe il paese demograficamente più importante e politicamente decisivo per questo blocco di NON ALLINEATI, contro cui si è pronunziato ( “è irrealistica”) il Presidente Mattarella al TG1 qualche giorno fa, con un significativo inciso alla siciliana, che mostra come non riescano più a tenere a bada col silenzio il 38% di italiani ( sondaggio Pew research) che considera superata la NATO.

L’ultimo sevigio che la NATO fa all’Italia è che dimostra come una alleanza militare possa realizzarsi nella normalità anche con paesi che non aderiscono alla UE. E non è poco.

Il mondo cattolico – cui l’Italia si vanta di appartenere- è neutralista per educazione e per dettato papale che definì la prima guerra europea una “inutile strage”.

Possibile che -ostaggi di crisi interne alle loro gerarchie- non capiscano i rischi che corre una Europa a rimorchio dell’uno o dell’altro blocco pronto alla guerra?

L’Europa ha significato solo se offre al mondo una alternativa di civiltà e non se appare come la coda della Cocacolonizzazione americana.

A questo primo “blocco promotore di neutralità vigile” potrebbero interessarsi anche altri stati della ex Yugoslavia memori della politica di non allineamento che tanto prestigio e sicurezza portò a quel paese fino a che la praticò.

Si realizzerebbe così una nuova collaborazione tra latini e slavi preconizzata da Pacciardi nel 1945 e De Michelis nel 1991 e sepolta in silenzio assieme ai suoi promotori.

Poiché gli attacchi dall’alto non vengono mai soli – il tema è d’attualità- anche il generale Vincenzo Camporini, sul suo sito suona l’adunata Atlantica e spezza una lancia a favore dell’esercito di professione in difesa della caricatura di esercito di mestiere che abbiamo messo assieme in questi anni in barba all’articolo 52 della Costituzione italiana e che rende disponibili maggiori fondi all’aeronautica.

Un esercito come quello che abbiamo oggi, serve ( lo ammettono sia il generale che la ministra Trenta) a un impiego nel sud mediterraneo….

Pensano di rivivere con due secoli di ritardo avventure coloniali contro paesi semi inermi per averne in cambio poco più che una carezza del padrone al cane che riporta una quaglia.

Gli alleati hanno armi nucleari e noi forniamo la carne da cannone o come si dice oggi pudicamente ” the boots on the ground”. E iun modello sbagliato, un approccio sbagliato e irto di pericoli che invece Panebianco non vede ipnotizzato dal FAR EAST Europeo.

Anche qui si offre la scelta manichea tra esercito di mestiere (in astratto, il nostro ne è la caricatura in chiave napoletana) e esercito di leva, trascurando ogni altra formula, inclusa quella ibrida che personalmente prediligo.

Serve una forza di intervento mobile professionale e ben equipaggiata – l’Italia, coi mezzi attuali, può fornirne al massimo quattro o cinque brigate a pieno organico e con mezzi adeguati – e un esercito a base locale e addestramento periodico sull’arco alpino sul modello svizzero.

Degli alpini provenienti da Gragnano, Portici o Salerno, non credo sia serio parlare. Un esercito a reclutamento napoletano può servire solo a scopi borbonici.

Ipotesi di intervento e scenari e scenari di guerre future, tutti gli stati maggiori li fanno da un secolo a questa parte e nessuno ci ha mai azzeccato nemmeno in parte.
Come noto, sono sempre in ritardo di una guerra.

Lo Stato Maggiore italiano, non me ne voglia, ha invece un regolare ritardo di almeno due guerre ed ha lo sguardo rivolto al passato come i dannati di Dante.

A roprova psicologica, ne fa fede la foto della prima comunione che Camporini ha messo nel suo sito per dispensarsi dall’argomentare e occupare uno spazio ben visibile.

Si sa , noi contribuenti possiamo solo pagare e poi lasciar fare agli “specialisti” che- a guerra finita- ci spiegheranno come l’hanno persa, dando la colpa a politici defunti. Solo che abbiamo cominciato a notare che nelle guerre in corso il numero dei morti civili supera sempre di gran lunga quello dei militari e allora vorremmo interessarcene.

Il rinnovamento dell’Italia passa per la sua politica estera e per quello delle sue Forze Armate. Il prossimo anniversario della fine della grande guerra potrebbe essere il momento opportuno per iniziare un dibattito nazionale e civile sul tema.

Il resto verrà da se.

TRUMP E ERDOGAN: PRIMO INCONTRO IN AMBITO N.A.T.O. DOPO IL FALLITO GOLPE, di Antonio de Martini

TRUMP E ERDOGAN: PRIMO INCONTRO IN AMBITO N.A.T.O. DOPO IL FALLITO GOLPE.

Ahmet Insel, gia titolare di cattedra alla Sorbona e editorialista di Cumhurriet, ha finalmente ammesso quel che scrivo da quattro anni: Erdogan è – mutatis mutandis- il nuovo Ataturk.

Ha vinto la sfida interna, sconfiggendo i golpisti e i seguaci di Gulen, ha sfidato gli USA, uscendone indenne e
adesso ruba la scena a Trump alla riunione NATO nella sua prima uscita estera dopo la rielezione.

Tutti gli analisti guardano a lui e liquidano le ingiunzioni del presidente USA, che è gia pronto ad offrire i saldi di stagione, agli alleati che ormai lo guardano con la preoccupata compassione riservata ai ripetitori di poesiole già logorate dalla Corea che resta nucleare.

Mezza Asia è intervenuta alla cerimonia di insediamento del “very powerful president” e poco contano gli assenti.
La Turchia assume sempre più i propri connotati asiatici e riesuma il passato che Ataturk aveva rinnegato per marciare verso l’Europa.

Il più grande scrittore Kirghiso, Cenghiz Aytmatov, – il terzo scrittore più letto al mondo con 70 milioni di copie vendute, amico e consigliere di Gorbaciov- viene commemorato ufficialmente da tutta la Turchia che gli ha dedicato l’intero l’anno 2018.

Ecco un avvicinamento in più tra russi e turchi, visto che Aytmatov era cittadino sovietico ( e ambasciatore URSS presso la NATO) e che oltre che in Kirghiso ha scritto in lin lingua russa.

In vista del suo primo incontro con Erdogan dopo il tentato golpe di ispirazione USA, Trump ha ostentato disinteresse per la sorte della NATO con l’intento di attutire il potere contrattuale di Erdogan, ma, in realtà, preoccupa solo se stesso. Erano anni che il massimo rappresentante USa non partecipava a un vertice N.A.T.O. e questa presenza suona smentita alle dichiarazioni fatte.

Il presidente USA, credendo di intimidire i turchi rimbrottando gli europei, si è inimicato l’intera UE e anche questo non mi pare un successo.

Il metanodotto verso l’Europa si farà, diminuendo il potere contrattuale dell’Ucraina verso la Russia e il 4% di spese per la Difesa non finiranno nelle tasche dei committenti del presidente USA che vuole gestire il mondo come fosse un condominio del New England e noi dei fornitori da spremere.

NOTA: questo post è stato aggiornato.

 

PERCHè ODIANO ERDOGAN. PERCHè NON DEVONO PASSARE, di Antonio de Martini

PERCHE ODIANO ERDOGAN. PERCHE’ NON DEVONO PASSARE.

A causa delle bizze fatte in sede di spartizione delle future spoglie della Siria, Erdogan è diventato persona non grata a Americani della CIA e a tedeschi, incaricati di gestire il problema per conto NATO.

La prima scelta fu di “correggere il discolo”, facendogli capire che l’accesso all’Europa dipendeva dal loro benvolere.

La seconda manovra, fu quella di volgere l’occhio altrove mentre alti gradi dell’aeronautica ( la più tecnologica e filo USA) tentavano un colpo di Stato.

Fallimento.

Rimase, agli stateghi da caffé, il sistema di finanziare i partiti politici avversi ( ma non i kemalisti) ammucchiando curdi e omosessuali in un solo “fascio di dibattimento” e condendolo con un paio di attentati per dar vita a una instabilità che avrebbe dovuto costringere il Premier turco a un governo di coalizione..

Preso il terrorista. Chiesta l’estradizione di Fetullah Gulen ( capo della P2 islamista turca, cittadino USA). Riformata la Costituzione in senso presidenziale. Attenuata la guerra indiretta contro Assad.

Con questa tornata elettorale, preceduta da contratti di acquisto di armi contraeree russe, Erdogan ha raggiunto la stabilità politica che gli permetterà di compiere il grande balzo in avanti che gli si voleva impedire.

COSA FARA’

Riprenderà, come promesso, il controllo della Banca centrale. Un esempio per tutto il Vicino Oriente che renderebbe vano l’assassinio di Gheddafi e darebbe l’indipendenza effettiva alla Turchia, consentendole di raddoppiare, quasi, l’efficacia dei suoi investimenti punbblici.

All’indomani delle elezioni, la borsa turca ha segnato un più 2,2% e la lira turca che ha vissuto di svalutazioni competitive nel corso dello scorso anno, ( 17%) si è apprezzata sul dollaro USA dell1,4% per poi ricadere.
Adesso, resta loro soltanto da giocare l’accusa di tradimento dell’occidente.

COSA FARANNO LORO

E’ per questo che gli USA hanno decretato il boicottaggio delle esportazioni petrolifere iraniane a partire dal prossimo 4 novembre. Sanno che la Turchia sosterrà l’Iran – come ha già fatto in passato- e vogliono criminalizzarla agli occhi del mondo.
Si tratta di due paesi di cui siamo primari fornitori in tutto o quasi. Essi valgono un paio di punti di PIL italiano.

Cento anni fa, proprio in quel giorno, vincevamo – prima degli anglo-francesi- la guerra mondiale.

Dobbiamo ritrovare l’orgoglio dei nostri sacrifici vittoriosi e creare una rete di solidarietà mediterranea e vanificare le sanzioni. Già nel 1953, quando gli angloamericani boicottarono l’Iran di Mossadeq, i soli che ruppero l’embargo furono gli italiani con la petroliera ” Mirella”.
Ripetere e resistere.

CHI GESTIRÀ LA FASE DI CHIUSURA DELL’ILVA DI TARANTO?, a cura di Luigi Longo

CHI GESTIRÀ LA FASE DI CHIUSURA DELL’ILVA DI TARANTO?

a cura di Luigi Longo

 

Ho sostenuto qui, qui, qui con una ragionevole ipotesi che l’Ilva di Taranto si avvierà verso la chiusura perché è incompatibile con l’allargamento della base Nato e perché gli USA ritengono Taranto e Foggia spazi fondamentali per le loro strategie nel Mediterraneo, Medio Oriente e Oriente.

L’avvio della chiusura di una impresa di livello mondiale, con il più grande impianto siderurgico d’Europa, strategica per l’economia italiana, significherà avviare l’Italia verso un più accentuato declino economico, sociale e politico; dimostrando così che siamo amministrati da sub-sub-decisori servili e stupidi ( ci vorrebbe un altro Johnathan Swift per aggiornare la follia dei decisori) nel momento in cui svendono una industria strategica ad una multinazionale facendo in modo che siano sempre più i gabinetti stranieri a decidere la sorte della nazione.

Si pone una domanda: la svendita dell’Ilva di Taranto alla Am Investco (joint venture tra AcelorMittal (85%)- multinazionale con sede in Lussemburgo con primo azionista la famiglia indiana Mittal e Marcegaglia (15%), con advisor Jp Morgan) é l’inizio della complessa fase di gestione della chiusura?

L’articolo di Comidad (L’Ilva tra nuvole tossiche e nuvole di astrazione, apparso sul sito www.comidad.org, il 14/6/2018), di seguito riportato, pone delle riflessioni che lasciano intravedere le irrisolvibili problematiche perchè l’Ilva possa continuare a produrre e fanno emergere il conflitto tra i sub-sub-decisori delle varie sfere: militare, politica, economica e ambientale, nella fase di gestione della chiusura dell’Ilva.

 

 

L’ILVA TRA NUVOLE TOSSICHE E NUVOLE DI ASTRAZIONE

di Comidad

 

 

L’ennesimo “governo del cambiamento” si è andato a scontrare con le normali emergenze”. Se il dibattito sull’ILVA di Taranto continua ad assumere gli stessi toni spesso esasperati ed esasperanti, è perché risulta astratto; risente cioè di un’assoluta mancanza di contestualizzazione. Anzitutto bisogna capire quanto ha inciso, e quanto incide tuttora, nella vicenda il fatto che lo stabilimento ILVA confini con strutture militari, tra cui una base NATO. Quale che sia il governo in Italia, la NATO ha fatto capire chiaramente che non intende mollare la presa sul Sud del Mediterraneo.
La presenza dello stabilimento ILVA a Taranto è per “caso” diventata di troppo? Ostacola con la sua presenza l’espansione delle strutture militari?
Circa tre anni fa l’allora Capo di Stato Maggiore della Marina ventilò l’ipotesi di un assorbimento dei lavoratori dell’ILVA nel personale civile della struttura militare dell’Arsenale di Taranto.
Che si tratti di un progetto abbandonato o di un progetto lasciato in sospeso, oppure di una boutade di pubbliche relazioni per far vedere quanto possono essere buoni e utili i militari, ancora non è chiaro.
Un’altra questione non da poco è cercare di stabilire quanto incida la presenza militare nell’inquinamento dell’area. Un’ILVA capro espiatorio? Certo è che nessun perito di tribunale si sentirebbe di rovinarsi l’esistenza chiamando in causa una fonte di inquinamento di origine militare. E poi col segreto militare ci sarebbe poco da fare persino se la magistratura fosse al di sopra di ogni sospetto.
Oltre la vicenda del sito di Taranto, c’è la questione della siderurgia in genere. Può esistere una siderurgia senza le sovvenzioni statali, una siderurgia di “mercato”, oppure rientra nel novero delle fiabe liberiste?
In nome del mercato si delega la produzione della gran parte dell’acciaio alla Cina, dove però i colossi dell’acciaio sono tutti statali e vanno verso una crescente cartellizzazione, sempre all’ombra della mano pubblica.
Non sarebbe molto meno oneroso per la spesa pubblica italiana una siderurgia nazionalizzata piuttosto che foraggiare il rapinatore privato di turno?
In molti settori industriali tenere in piedi la finzione del privato ha un costo esorbitante per il bilancio dello Stato che deve tappare i buchi; ma questi “sprechi” di denaro pubblico possono essere catalogati sia come costi dell’assistenzialismo per ricchi, sia come costi della lotta di classe contro il lavoro.
La fiaba liberista ci narra di governanti spendaccioni che acquistano con la spesa allegra il consenso delle masse. La realtà è l’esatto opposto: lo Stato infatti spende e paga il pedaggio alle multinazionali di turno per poter mantenere i lavoratori dei centri siderurgici sotto la spada di Damocle della perdita del posto di lavoro. La produzione siderurgica comporta infatti la presenza sul territorio di concentrazioni operaie e, per i governi, il problema è di evitare che queste concentrazioni operaie diventino, come in passato, roccaforti e punti di aggregazione dell’opposizione sociale.
Un’altra passeggiata tra le nuvole riguarda le cosiddette “bonifiche ambientali”. Persino nell’ipotesi più ottimistica, cioè che l’inquinamento di Taranto sia esclusivamente di fonte industriale e non militare, ogni bonifica costituisce un’avventura di cui non si possono quantificare costi e tempi. E ciò senza tener conto dei rischi ulteriori che comporta l’andare a smuovere strutture che hanno sedimentato scorie tossiche in stratificazioni storiche. A sentire certi discorsi sembra che il disinquinamento sia come confessarsi e farsi la comunione per ritornare puri come prima. In realtà ogni bonifica è un azzardo e le tecnologie in grado di renderlo meno azzardato non sono del tutto certe e affidabili, anche se, ovviamente, il business ambientale tende a far credere il contrario.
La storia infinita della mancata bonifica del sito di Bagnoli è stata risolta semplicisticamente dalla magistratura nei consueti schemi del caso di corruzione. Ci si propina la solita fiaba moralistica secondo cui sarebbe stato solo l’inquinamento delle anime ad impedire il disinquinamento dell’ambiente.

 

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