Memo quotidiano: poteri medi e persone prive di potere, di George Friedman

Qui sotto un breve resoconto delle inquietudini che attraversano il mondo. Una breve considerazione: checché ne pensino il Senatore Fiano e il Partito Democratico tutto l’Europa non è più un’isola felice esente da conflitti militari già dagli anni ’90; il fattore di pace interna piuttosto che l’Unione Europea è stata comunque la NATO, con tutti i vincoli di dipendenza e sottomissione connessi. Una pace interna che comunque non ha evitato sanguinosi conflitti interni agli stati, in particolare quelli più sensibili all’influenza russa. Nelle more, pare che in Bielorussia alcuni cecchini stiano sparando alla folla dagli edifici circostanti. Un canovaccio già sperimentato in Ucraina e in Siria, prodromo di un colpo di mano imminente. La Russia si farà cogliere questa volta di sorpresa? Quanto influirà la crisi di entrate da gas e petrolio sulle sue modalità di risposta? Intanto la Francia ha posizionato in Grecia, di fronte alla Turchia altri due Rafale e una fregata, a tutela della libertà di navigazione nel mar Egeo. Pare meno disposta dell’Italia a farsi mandar via da quelle acque. La fregata LIMNOS (classe ELLI) della Marina Nazionale greca ′′ è stata colpita ′′ da una nave della Marina turca. Il PD continua a chiamare tutto questo pace_Giuseppe Germinario

Memo quotidiano: poteri medi e persone prive di potere

Recensioni settimanali di ciò che è sui nostri archivi.

A cura di: Geopolitical Futures

Potenze medie nell’Indo-Pacifico . Martedì, il Giappone ha accettato di prestare al Vietnam circa 345 milioni di dollari per acquistare sei navi da pattugliamento marittimo giapponesi . Il Giappone ha distribuito navi della guardia costiera usate nel sud-est asiatico negli ultimi anni, ma quelle nuove sono considerate un sostanziale miglioramento per il Vietnam in un momento in cui le sue acque costiere sono soggette a una maggiore pressione cinese. Come abbiamo spiegato , la maggior parte della competizione per il controllo nel Mar Cinese Meridionale si svolge nella cosiddetta zona grigia. E questa è un’area in cui il Giappone è forse anche meglio attrezzato degli Stati Uniti per aiutare gli Stati richiedenti del Mar Cinese Meridionale. Nel frattempo, l’India ha incoraggiato la Russia a essere maggiormente coinvolta negli affari indo-pacifici, proponendo, ad esempio, un meccanismo di consultazione trilaterale che coinvolge il Giappone .

Questi tipi di giocatori di medio livello nella regione sono tutti limitati in quello che possono fare per bilanciare l’azione della Cina, e interessi fortemente contrastanti renderanno difficile formare qualsiasi tipo di fronte unito contro Pechino . Ma per paesi come il Vietnam e l’India che temono di essere coinvolti nel fuoco incrociato di un grande conflitto di potere a somma zero tra Cina e Stati Uniti, più siamo, meglio è.

Disordini bielorussi, continua . Continuano le proteste in Bielorussia contro i risultati delle elezioni presidenziali . Le forze di sicurezza hanno usato granate stordenti e hanno sparato proiettili di gomma per disperdere i manifestanti. Il ministero degli Interni ha confermato che le autorità hanno ucciso un uomo che avrebbe tentato di lanciare un ordigno esplosivo. Ha anche annunciato che più di 2.000 persone sono state detenute in varie città del paese.

L’opposizione si sta comportando come previsto. Gli ex candidati alla presidenza Andrei Dmitriyev e Sergei Cherechen intendono presentare un reclamo alla Commissione elettorale centrale contestando i risultati delle elezioni. Nel frattempo, Svetlana Tikhanovskaya, la candidata dell’opposizione più popolare, ha lasciato la Bielorussia per la Lituania, dove ha ringraziato i cittadini bielorussi per la partecipazione alle elezioni, sottolineando che “il popolo bielorusso ha fatto la sua scelta”, invitando i suoi sostenitori a rispettare la legge piuttosto che affrontare la polizia .

I governi occidentali, compreso Washington, hanno espresso preoccupazione per la situazione. Alcuni hanno condannato il presidente Alexander Lukashenko per aver utilizzato violenza politicamente motivata, mentre altri hanno chiesto il dialogo per risolvere la questione.

Intelligenza aggiuntiva

Dalla Germania al Mediterraneo, del Generale Marco Bertolini

“Oltre la politica interna, la mossa voluta da Trump evidenzia il ritorno alla Great power competition, cioè lo sforzo di contrastare la Russia tra Medio Oriente e Libia, e la Cina, attiva con la Via della Seta, che ingolosisce molti Paesi europei”. L’analisi del generale Marco Bertolini, già comandante del Coi e della Brigata paracadutisti Folgore

Il dispositivo strategico degli Stati Uniti è sempre stato caratterizzato da una generosa disseminazione di forze in buona parte dei Paesi europei, con una concentrazione marcata in Germania (36 mila uomini negli ultimi anni). C’erano ragioni storiche per quest’assetto, tenuto conto che la Germania era stata l’obiettivo primario della guerra di ottant’anni fa e che nel confronto col Patto di Varsavia doveva rappresentare il teatro dello sforzo principale della Nato. C’erano poi ragioni più politiche, come il controllo da vicino di un Paese che ha sempre preoccupato, per le sue potenzialità, “l’amico” americano. Ora, con una recente decisione del Pentagono, circa seimila militari americani “tedeschi” dovrebbero presto essere ripiegati negli Usa, mentre pochi di meno verrebbero ridislocati in altri Paesi europei, tra cui l’Italia, lasciando in Germania “solo” 24 mila uomini circa.

La mossa, fortemente voluta da Donald Trump, evidenzia un suo preciso disegno complessivo nella Great Power Competition, vale a dire nello sforzo statunitense per confermare la supremazia militare nel confronto con Russia a Cina, resa quanto mai urgente dall’attivismo di Mosca in Medio Oriente e in Libia, nonché da quello di Pechino con l’iniziativa della Via della Seta che ingolosisce molti Paesi europei, tra cui il nostro. Inoltre, potrebbe essere utile per conseguire una pluralità di obiettivi diversi.

Prima di tutto, con un occhio alla politica interna statunitense, Potus segna un punto a suo favore, con l’approssimarsi della scadenza elettorale che lo vede contrapposto a Joe Biden, nel confermare al suo elettorato un seppur parziale ridimensionamento del ruolo degli Usa quale poliziotto globale. Così facendo, impone il suo “passo” al partito democratico, che della globalizzazione è un fautore acclarato, e afferma la sua autorità nei confronti dell’establishment. Si impone, infatti, su quel Deep State che ha importanti ramificazioni anche negli alti vertici militari che lo hanno sfidato pure con inedite prese di posizione pubbliche da parte di alcuni famosi generali in quiescenza.

In secondo luogo, per quanto ci riguarda più da vicino, la decisione rappresenta un segnale forte lanciato ai Paesi europei – a partire dalla Germania stessa – da lui accusati di non impegnarsi sufficientemente con un programma di potenziamento militare nell’ambito della Nato. E Berlino evidenzia, al riguardo, l’abbandono delle frustrazioni di ex Paese “occupato” dimostrando di non gradire una mossa che altera uno status quo che ormai gli va bene. Anzi benissimo, se si considera il ruolo di primissimo piano nel quale si è affermato nel Vecchio continente, anche ai danni di altri Paesi come il nostro, come dimostrato dalle recenti questioni inerenti il Recovery Fund che lo confermano leader continentale indiscusso.

Da questo punto di vista, e qui arriviamo al terzo obiettivo, più che il ritiro di una parte dei militari negli Usa, è il ridislocamento di un’altra cospicua parte degli stessi (5.800 uomini) in altri Paesi europei a rappresentare il segnale più forte da un punto di vista strategico. Con questo provvedimento, infatti, si certifica una relativa perdita di importanza della Germania rispetto allo scacchiere meridionale, per il quale da anni l’Italia lamenta una scarsa attenzione da parte della Nato. Il nostro Paese, al contrario, dovrebbe vedere un aumento di forze Usa sul proprio territorio al quale non potrà non corrispondere un cambio del nostro ruolo nel “gioco” militare della super-potenza nel Mare Nostrum, fino ad ora abbandonato alle iniziative turche e francesi, per limitarci ai Paesi della nostra Alleanza. Non so quanto questo possa far piacere a una classe politica che considera le nostre Forze armate il succedaneo povero di quelle dell’Ordine, da impiegare nel controllo del distanziamento sociale nelle spiagge; ma chi riuscisse a fare due più due quattro potrebbe scoprire che il mondo sta cambiando, nonostante le nostre resistenze.

Infine, il provvedimento si presenta come manovra a bilancio zero nella strategia complessiva statunitense, disegnata in buona parte da quello che è stato definito lo stratega di Trump, quel generale Flynn riemerso dalla palude di accuse infamanti alle quali era stato sottoposto ancor prima dell’insediamento del suo presidente. Alla diminuzione delle forze, infatti, corrisponde un aumento in termini di aderenza alle aree più preoccupanti da parte di quelle unità che rimarranno nel vecchio continente. Ciò vale soprattutto per il sud Europa, dal quale il Comando statunitense per l’Africa (AfriCom) potrà esercitare una maggiore influenza sul “continente nero”, col bubbone dell’islamismo radicale che i francesi stentano a controllare nel Sahel. Ma un occhio sarà anche al Sud Europa stesso, esposto dagli egoismi dei sedicenti “frugali” europei alle tentazioni cinesi e russe. E che la frugalità dei contadini, dei minatori e dei pescatori virando a improbabile dote degli speculatori potesse esporre a queste conseguenze anche nel campo strategico è veramente la novità di questi strani tempi. Con la quale è il caso di fare i conti.

tratto da https://formiche.net/2020/07/germania-ritiro-truppe-usa-bertolini/?fbclid=IwAR3k2S1ocdN55ie5O3y60gSb8SzuwHtuAnqyTXxY9tIcxTBeS3T_aG7qsaQ

SANTA SOFIA, LUNTANO A TE !, di Antonio de Martini

SANTA SOFIA, LUNTANO A TE !

La Turchia é grande due volte e mezzo l’Italia (784.000 kmq) , ha 84 milioni di abitanti sul suo territorio ( +4 miloni di emigrati in Germania) e un esercito di un milione e duecentomila uomini sotto le armi e controlla lo stretto dei dardanelli.

Il suo servizio segreto opera in quella zona strategica compresa tra Belgrado e Bassora da oltre tre secoli con continuità.

Dal 1952 ha rappresentato l’ala destra del dispositivo NATO schierato contro l’Unione Sovietica ai tempi della guerra fredda. È membro fondatore del Consiglio d’Europa.

Dalla fine della guerra fredda, la NATO non é piu riuscita a coagulare il consenso di tutti i contraenti attorno a una qualche nuova missione condivisa.

Gia dai primi anni sessanta i turchi hanno guardato al Mercato Comune Europeo ( MEC) intavolando trattative che si sono eternizzate, ma hanno procurato annualmente alla Turchia ingenti aiuti economici e indulgenza per le periodiche impiccaggioni di primi ministri accusati di clericalismo islamico.

Un momento di riconoscenza occidentale ci fu nel 1974 quando un intervento militare turco pose fine a un colpo di stato a Cipro e provocò la caduta del regime militare greco che l’aveva ispirato.

L’intervento fu fatto in virtù del trattato di Losanna ( ultimo quarto del XIX secolo) che riconosceva ad un tempo il dominio inglese su Cipro e la sovranità turca sull’isola.

Il costante adeguamento legislativo rispetto all’Europa, la nomina di una donna a premier ( Tansu Ciller), il fatto che il paese fosse membro fondatore del Consiglio d’Europa lasciarono immaginare che, in un futuro indefinito ma prossimo, il paese sarebbe stato accettato nel mercato unico.

Il tumultuoso sviluppo dovuto a Turgut Ozal ( prima ministro dell’economia, poi premier ed infine presidente) lasciarono però immaginare l’ingresso di un temibilissimo concorrente specie nel tessile, pelletterie , agroindustria e edilizia.

Il colpo di Stato anticlericale del generale Evren fu il pretesto per allargare il fossato e rinviare sine die.

Il risorgere della questione d’Oriente – dai Balcani al Vicino e Medio Oriente- spinse la Turchia che aveva visto prevalere il nuovo partito AKP semi clericale, a cercare un posizionamento regionale in una con Israele, lArabia Saufita e l’Egitto.

La Turchia, forte di uno sviluppo a due cifre per oltre un quarto di secolo, a un export sostenuto nelle ex repubbliche sovietiche di cultura para turca, e di uno status amicale con gli USA, nonché buoni rapporti – unico paese islamico- con Israele, iniziò a volere il suo posto al sole.

Le questioni di Cipro – ormai divisa in due- dell’ex impero, della zona petrolifera di Mossul – abusivamente occupata dagli inglesi tre giorni dopo l’armistizio del 1918 – ogni pretesto era buono per ricordare vecchi torti da riparare e nuovi spazi da rivendicare.

La protezione concessa alla striscia di Gaza, e l’incidente del MAVI MARMARA , in cui persero la vita otto cittadini turchi , iniziarono a incrinare i rapporti con Israele, cui la Turchia concedeva acqua , spazi aerei per l’addestramento e turismo vicino e a buon mercato.

L’allontanamento da Israele ha comportato fatalmente un raffreddamento con gli USA.

I militari, grandi tutori della laicità fino all’insubordinazione, certi della cameratesca simpatia americana , tentarono un golpe nel luglio 2016 per cacciare Erdogan.

Il fallimento del tentativo inasprirì la situazione fino a provocare una rappresaglia all’interno e un riavvicinamento col tradizionale nemico russo in politica estera in cerca di una intesa sulla questione siriana e di una rivincita- monito verso il grande alleato.

L’adozione di un formidabile sistema d’armi antiaereo sovietico (S 400), l’esclusione dal mercato dell’F35 , l’aver gli USA armato milizie curde indiscriminatamente senza considerare la guerriglia anti turca condotta da oltre un quarto di secolo, l’arresto per spionaggio di un pastore protestante americano ed i continui tentativi di creargli difficoltà di governo tramite effimeri cartelli elettorali sono culminati nella fuoriuscita dal governo e dal partito, del ministro dell’economia Babacan e degli Esteri Davusoglu ciascuno con un nuovo partito moderato, hanno seriamente indebolito il presidente Erdogan.

Per non subire un’altra scissione da parte degli islamisti cui resisteva da anni alla richiesta di trasformare Santa Sofia in Moschea, Erdogan ha ceduto.

L’indomani è iniziata una cagnara orchestrata da atei e laici filo occidentali cui del cristianesimo non importa nulla, ma del fianco destro della NATO importa moltissimo.

La situazione reale non cambierà granché. A duecento metri c’è la Moschea blu semivuota da decenni e ormai museo di fatto. Santa Sofia avrà identico destino.

La propaganda religiosa attecchì poco anche ai tempi delle crociate, figuriamoci adesso che le primavere arabe hanno dissolto le ultime illusioni circa la religiosità mussulmana.

Invece di speculare su Cristi e Madonne cui loro stessi danno credito limitato, gli occidentali dovrebbero porsi alcune semplici domande.

Se col pretesto religioso si rifiuta di accettare la Turchia in seno alla UE, dove altro questa potrà rivolgersi ?

La geopolitica è come la natura, non facit saltus e ha orrore del vuoto.
E si fa beffe di tutte le religioni, il cui utilizzo è strumentale.

A chi vogliamo regalare l’esercito più agguerrito e numeroso d’Europa che ha sconfitto in campo la Francia e la Grecia e intimorito l’inghilterra mentre il paese era ancora in formazione ?

Europa e Turchia in rotta di collisione sullo sfruttamento del Gas Naturale nel Mediterraneo Orientale? – di Piergiorgio Rosso

Europa e Turchia in rotta di collisione sullo sfruttamento del Gas Naturale nel Mediterraneo Orientale? – di Piergiorgio Rosso

Nel luglio 2019 i ministri degli esteri della UE hanno deciso di sanzionare la Turchia qualora continuasse le attività di perforazioni esplorative al largo di Cipro, considerate dall’UE “illegali”. Le sanzioni non sono ancora state attivate. Da notare che le prime analisi sismiche eseguite dai turchi nella zona di interesse economico (EEZ) cipriota risalgono al 2014 (!!) La Turchia ha risposto che le sue operazioni si svolgono in acque appartenenti alla sua piattaforma continentale o in zone di interesse dei Turco-Ciprioti.

La UE non ha oggettivamente molte frecce al suo arco: si consideri che la Turchia ospita ca. 3,5 milioni di rifugiati e che l’UE paga la Turchia per evitare che questi proseguano il loro viaggio verso l’Europa. Senza dimenticare che Istanbul è un partner NATO.

Peraltro anche la Turchia non ha molte strade per assicurarsi lo sfruttamento dei giacimenti che dovesse trovare: carente di tecnologia propria e non potendosi affidare alle società occidentali del settore oil&gas, dovrebbe rivolgersi ai russi. Mosca sarebbe però riluttante verso una collaborazione che la costringerebbe a rompere con i ciprioti con i quali ha storici rapporti di tipo economico e culturale-religioso. E’ dunque probabile che si arrivi ad un compromesso che permetta alla Turchia di godere di una parte della ricchezza energetica che il Mediterraneo Orientale promette di contenere. La questione vera si giocherà dunque sul percorso che il gas naturale cipriota – ma anche quello israeliano – seguirà.

Abbiamo già discusso ampiamente qui e qui le implicazioni industriali e geopolitiche del progetto di gasdotto EastMed. Di nuovo c’è che Turchia e Libia – o meglio il governo riconosciuto di Al Sarraj (GNA) appoggiato dalla Fratellanza Musulmana – hanno stipulato proprio nel novembre 2019 un Memorandum d’Intesa che definisce i reciproci confini marittimi (vedi figura 1).

Figura 1 – Piattaforma continentale libica e turca

Se non fosse chiaro il “disegnino” – che si sovrappone al percorso dell’EastMed – il Ministro degli esteri turco ha dichiarato: “ …questo accordo rappresenta anche un messaggio politico per il quale la Turchia non può essere esclusa nel Mediterraneo Orientale e nessun progetto potrà essere portato a termine in questo settore senza la partecipazione turca …”. In pratica un blocco al progetto se non il definitivo de profundis.

Sembra evidente che la Turchia stia perseguendo in modo determinato i suoi interessi strategici per esercitare nella zona influenza ed egemonia al di là della questione del gas naturale cipriota.

Reindirizzare sulla penisola anatolica – sfruttando il gasdotto esistente TANAP – il gas che in futuro si potrebbe estrarre nel Mediterraneo Orientale rappresenta un ovvio obiettivo sia per soddisfare il fabbisogno energetico interno sia per guadagnare una posizione di hub, cioè di intermediario fra paesi produttori – Azerbajan, Cipro, Israele – e consumatori dell’Europa Centro-Orientale.

D’altra parte è altrettanto evidente che con il Memorandum e con l’intervento militare decisivo in Libia, la Turchia potrà inserirsi nel gioco esteso che vede competere nel Mediterraneo Orientale USA, Russia, Israele, Egitto, Arabia Saudita, Emirati, tagliando fuori UE, Grecia e Cipro praticamente impotenti nella zona.

E l’Italia? Non pervenuta …

PRIMA GLI SPAGNOLI, POI I GRECI ED ORA I TURCHI, di Antonio de Martini

PRIMA GLI SPAGNOLI, POI I GRECI ED ORA I TURCHI

L’Italia sta scendendo gradino dopo gradino, nella gerarchia dei paesi mediterranei.
Adesso dobbiamo abbracciare con gratitudine tunisini e albanesi perchè ci permettono – ancora per poco- di non essere gli ultimi nella considerazione dei rivieraschi.
A fronte di tanta inattività, col nostro ministro degli Esteri che va in Svizzera a invitarli a venire in vacanza da noi, la Turchia di Erdogan , dopo averci sostituito di fatto nel Levante e nel Golfo, ci sta emarginando dal Nord Africa e non solo dalla Libia.
Questo attivismo bellicoso, ma non belligerante, di Erdogan sta non soltanto aprendo spazi commerciali e politici nuovi alla Turchia in tutta l’Africa, ma mette in crisi anche tedeschi e francesi che credevano di potersi approfittare dell’assenza italiana – in parte agevolata da loro- e si trovano di fronte un paese ben più difficile, deciso a trovare il suo posto al sole fottendosene dei vincoli NATO, delle buone maniere e degli usi internazionali.

In questa epoca di, nella migliore delle ipotesi castrati, chi non ha paura di combattere ha già vinto, specie se pensa di aver ragione e se il 70% dei suoi cittadini si dichiara disposto a combattere per la Patria ( contro il 20% degli Italiani e il 19% dei tedeschi e francesi, Pew research dixit).

COSA FANNO E DOVE

IRAK
Le FFAA turche, addestrate e largamente equipaggiate dagli USA, sono in questo momento impegnate nel Nord Irak nella repressione degli sconfinamenti dei curdi del PKK verso l’Irak.
Hanno ormai consolidato il diritto all’inseguimento oltre frontiera e guardano sempre più verso la zona petrolifera di Mossul che – a rigor dei termini armistiziali del 1918 – non avrebbe dovuto essere occupata tre giorni dopo il cessate il fuoco dalle truppe inglesi.
Al generale Ihsen Pascià, la sua remissività nel non ricacciarli indietro è stata rimproverata fino alla morte avvenuta negli anni settanta. Must afa Kemal che buttò a mare francesi e greci, si vide offrire la guida del paese.

SIRIA
Anche l’hinterland di Alessandretta con Idlib ( e guardando ad Aleppo) è occupato dalle truppe turche, la lira turca ha già sostituito la fragilissima lira siriana e le bande anti-Assad vivono grazie ai rifornimenti centellinati dal MIT ( il servizio segreto turco) e sono protetti dalle incursioni aeree russe dal mega contratto delle batterie antiaeree russe AS400 che i turchi stanno testando e che ogni tanto frenano nell’addestramento. Per i russi la Turchia vale molto di più che lo stremato Assad: sono in ballo gli stretti di accesso al Mediterraneo e l’intero fianco destro dell’alleanza Atlantica. Per averne una neutralità benevola sono disposti a tutto e di più.

CIPRO

Nel Mediterraneo, i turchi presidiano – anche qui con qualche ragione le acque di Cipro Nord occupata da Bulent Ecevit , il leader socialdemocratico costretto a reagire al colpo di mano annessionista dei colonnelli greci che caddero per via di quella reazione turca osannata come salvifica e democratica da tutta la NATO.
Inoltre , quando l’Inghilterra si impossessò dell’isola, nel Congresso europeo del 1878 – per un colpo di ipocrisia non nuovo per Albione- fu riconosciuta la sovranità turca su Cipro.
Ora che c’è il petrolio e il gas, farebbe comodo a tutti trattare coi ciprioti piuttosto che coi turchi che hanno tariffari più consistenti. Ma anche questo è un dossier aperto con le baionette.

KATAR
Una brigata turca si è sistemata di guarnigione in Katar a protezione ostentata del regnante e in funzione deterrente verso i sauditi.
In Libia, dove L’inutile Serraj – riconosciuto dalla comunità internazionale- fece appello alla NATO che aveva detronizzato Gheddafi per reagire contro l’auto promosso “ Maresciallo “ Haftar , un incapace già rimosso dal comando dal precedente regime riparator in VIrginoia accanto alla sede CIA

MAR ROSSO
Un presidio di una compagnia circa Erdogan lo ha installato su uno scoglio-isolotto appartenente al Sudan in mezzo al mar rosso: anche lui può influire sulla fluidità del traffico marittimo. L’aiuto datoci nella vicenda somala della giovane Italian rapita, dimostra che l’influenza turca ci h sostituito anche in Somalia e forse anche a Gibuti di cui non sono informato, ma…

LIBIA
Il premier libico riconosciuto dalla comunità internazionale, Serraj, fece a suo tempo appello ai paesi della NATO per reagire all’aggressività di Haftar – il’autonominato Maresciallo- che cercava di impossessarsi di tutto il bottino e faceva il prezioso con il nostro presidente del Consiglio Conte.
L’unico a rispondere positivamente – senza fingere equanimità impossibili nelle diatribe tra ladroni- è stato, ancora una volta Erdogan: ha firmato un “ memorandum of understanding” , ha fornito addestratori e volontari e sta rifornendo di armi Serraj facendole scortare dalla marina turca.
E’ stato così che si sono scoperti gli altarini della Francia che finge di partecipare lealmente alla operazione “ Sea Guardian” per proibire l’import di armi verso i belligeranti libici ( in realtà russi contro turchi con chaperons libici di contorno).

La nave battente bandiera tanzaniana , il “ Cirkin” , lascia l’Egeo con rotta il porto tunisino di Gabes. Il comando NATO ( Marco) lo reperisce , nota il cambiamento di rotta verso il golfo di Sirte e alle navi ( notate) greche e francesi che lo intercettano chiedendogli l’identità, il battello – scortato da due fregate turche- risponde di essere NATO.

La fregata francese “ Courbet” che mostrava di voler intervenire – la Francia si è schierata con Haftar e non da oggi- ha tentato l’intercettazione, ma è stato bloccato dalle fregate turche che hanno “ illuminato” coi loro radar di puntamento la nave francese per ben tre volte e messo gli uomini ai posti di combattimento. Il battello greco si è ben guardato dall’intervenire.

Ora la situazione è chiara : la NATO è divisa tra le due fazioni libiche a seconda degli interessi di ciascuno e la Turchia fa i propri interessi, ma anche stavolta in accordo con le determinazioni ONU ( come per il caso di Gaza).
Dei cinque dossier in ballo tutti hanno al centro risorse energetiche di cui la Turchia ha bisogno per assurgere al rango di potenza regionale in Asia, in Africa o nel Mediterraneo.
Da sola dovrà lottare ancora a lungo e con incerto risultato. Se appoggiata politicamente e strategicamente ( ah, la geografia e la tecnologia) dall’Italia, ogni traguardo diventa possibile e ogni contropartita accettabile da pagare.

Lo stesso accadde a Mustafa Kemal , Ataturk, che per riemergere dalle rovine del Califfato sconfitto, tra il 19 e il 23 si appoggioò strumentalmente alla Russia sovietica e all’Italia premussoliniana rappresentata da Sforza. E tutti i paesi coinvolti sono nostri amici/clienti preferenziali.

Attualmente impieghiamo all’estero più truppe e navi della Turchia ( Libano, Sinai, Afganistan, Libia e entità minori) in cambio di qualche pacca sulla spalla, mentre Germania e Francia stanno pigiando senza vergogna sull’affare Regeni per guastarci anche con l’Egitto che proprio ieri ha – come dice pudicamente il “ Corriere della sera” “varcato il Rubicane.” Solo che stavolta si tratta di un fiume di petrolio.

Il rebus turco in Libia, di Bernard Lugan

Tre eventi di grande importanza rimescolano il gioco geopolitico del Mediterraneo:
1) Il 7 novembre 2019, per controllare il percorso dell’oleodotto EastMed attraverso il quale procederanno le future esportazioni di gas dagli enormi giacimenti nel Mediterraneo orientale verso l’Italia e l’Unione europea, la Turchia ha firmato con la GNU (Governo cittadino libico Union), uno dei due governi libici, un accordo di delimitazione delle zone economiche esclusive (ZEE) di entrambi i paesi. Conclusi in violazione del diritto marittimo internazionale e a spese di Grecia e Cipro, questo accordo traccia anche, artificialmente ed illegalmente, un confine marittimo turco-libico nel bel mezzo del Mediterraneo.
2) La salvaguardia di questo accordo dipende dalla sopravvivenza militare del GUN; il 2 gennaio 2020 il Parlamento turco ha quindi votato l’invio di forze di combattimento in Libia per impedire al Generale Haftar, capo di un altro governo libico, la presa di Tripoli.
3) In risposta, sempre il 2 gennaio, la Grecia, Cipro e Israele hanno firmato un accordo sulla rotta del futuro gasdotto EastMed il cui tracciato è collocato parzialmente  nella zona marittima turca sancita unilateralmente dall’accordo Turchia-GUN del 7 novembre 2019.
Questi eventi meritano una spiegazione:
Perché la Turchia ha deciso di intervenire in Libia?
La Libia era un possedimento ottomano dal 1551 al 1912, quando, sopraffatta militarmente, la Turchia ha firmato il Trattato di Losanna-Ouchy con il quale lei ha ceduto Tripolitania, Cirenaica e il Dodecaneso all’Italia (vedere sulla mia bacheca due libri di storia della Libia   e Storia del Nordafrica dalle origini ai giorni nostri ).
Dalla fine del regime di Gheddafi, la Turchia conduce una politica molto attiva nel suo antico possedimento basandosi sulla città di Misurata. Da quest’ultimo alimenta il terrorismo dei gruppi armati del Sahel ricattando la Francia: “Tu aiuti i curdi, allora noi sosteniamo i combattenti jihadisti” …
A Tripoli, militarmente messo alle strette dalle forze del generale Haftar, GNU ha chiesto alla Turchia di intervenire per salvarlo. Il presidente Erdogan ha accettato in cambio della firma dell’Accordo marittimo del 7 Novembre 2019 che consente, aumentando la estensione della sua zona di sovranità, di tagliare la zona marittima economica esclusiva (ZEE) della Grecia tra Creta e Cipro, dove deve passare il futuro gasdotto EastMed.
Come la questione del gas nel Mediterraneo orientale e l’intervento militare turco in Libia si sono collegati?
Nel Mediterraneo orientale, nelle acque territoriali di Egitto, Gaza, Israele, Libano, Siria e Cipro, si distende un enorme giacimento di gas di 50.000 miliardi di m3, quando le riserve mondiali sono stimate in 200,000 miliardi di m3. Ulteriori riserve di petrolio stimate in 1,7 miliardi di barili di petrolio.
A parte il fatto che occupa illegalmente una parte di Cipro, la Turchia non ha alcun diritto di rivendicazione territoriale su questo gas, ma l’accordo militare firmato permette di tagliare l’asse del gasdotto EastMed proveniente da Cipro per l’Italia in quanto passerà attraverso le acque dichiarate unilateralmente … Il presidente turco Erdogan è stato chiaro nel dire che qualsiasi futuro gasdotto o oleodotto richiedono un accordo turco !!! Comportandosi da “stato pirata” la Turchia è ora condannata a impegnarsi miltarmente, in quanto se le forze del maresciallo Haftar dovessero prendere Tripoli, l’accordo sarebbe stato reso obsoleto.
Come fanno gli stati derubati dalla decisione turca?
Di fronte a questa aggressione, che, in altri tempi, avrebbe inevitabilmente portato ad un conflitto armato, il 2 gennaio la Grecia, Cipro e Israele hanno firmato un accordo ad Atene sul futuro gasdotto EastMed, importante collegamento approvvigionamento energetico d’Europa. Italia, punto terminale del gasdotto dovrebbe aderire all’accordo.
Da parte sua, il maresciallo Sissi ha dichiarato il 17 dicembre 2019 che la crisi libica era parte integrante de “la sicurezza nazionale dell’Egitto” e il 2 gennaio ha incontrato il Consiglio di Sicurezza Nazionale. Per l’Egitto, un intervento militare turco che avrebbe dato la vittoria al GUN sul generale Haftar avrebbe infatti rappresentano un pericolo politico mortale, perché il “Fratelli Musulmani”, i suoi nemici implacabili, sostenuti dalla Turchia, si posizionerebbero ai suoi confini. Inoltre, essendo in acque disastrose economicamente, l’Egitto, che basa le sue speranze sull’avvio della costruzione del gasdotto verso l’Europa non può tollerare questo progetto, di vitale importanza ma rimesso in questione dall’annessione turca delle acque marittime.
Qual è l’atteggiamento della Russia?
La Russia sostiene sicuramente il generale Haftar, ma in che misura? Quattro problemi principali sorgono in effetti per quanto riguarda le priorità geopolitiche russe:
1) La Russia ha l’interesse a litigare con la Turchia opponendosi al suo intervento in Libia, quando Ankara può allontanarsi ulteriormente dalla NATO?
2) Ha interesse alla creazione del gasdotto EastMed, fortemente in concorrenza con le proprie vendite di gas verso l’Europa?
3) Non può essere che la rivendicazione turca geli l’interesse alla realizzazione di Turkstream, trascinando la Russia per anni se non per decenni in un contenzioso giudiziario presso la Corte Internazionale?
4) Ha interesse a indebolire la collaborazione con la Turchia nella realizzazione, ormai prossimo alla messa in esercizio, del gasdotto Turkstream, il quale, attraverso il mar Nero, aggira l’Ucraina? ? Tanto più che il 60% del fabbisogno di gas della Turchia sono forniti dal gas russo; se Ankara potesse, in un modo o in un altro, trarre vantaggio dal Mediterraneo orientale, questo le permetterebbe di essere meno dipendente dalla Russia … il che non sarebbe un grande affare per quest’ultima …
E se alla fine non fosse una costruzione da parte del Presidente Erdogan per imporre una rinegoziazione del Trattato di Losanna del 1923?
La Turchia sa molto bene che l’accordo marittimo con GUN è illegale in termini di diritto internazionale del marittimo in quanto viola la Convenzione delle Nazioni Unite sul diritto del mare (UNCLOS) che la Turchia non ha firmato per altro. Questo trattato è illegale anche anche riguardo agli accordi sotto di Skrirat del mese di dicembre 2015 firmato sotto l’egida delle Nazioni Unite e che costituivano il GUN in quanto non danno un mandato al suo leader, Fayez el-Sarraj, a concludere tale accordo di confine. Inoltre, con solo il Qatar alleato, la Turchia è completamente isolata diplomaticamente.
Riconoscendo queste realtà, puntando sia sulla solita viltà degli europei che sull’inconsistenza della NATO in realtà in uno stato di “morte cerebrale”, il presidente Erdogan si rivela inconsciente nel giocare con la dinamite o, al contrario, un calcolatore abilissimo ad avanzare le sue pedine sul filo del rasoio.
Se la seconda ipotesi fosse corretta, l’obiettivo della Turchia sarebbe quello di aumentare la pressione per rendere chiaro ai paesi che attendono con ansia l’impatto economico della messa in servizio del futuro gasdotto EastMed, che potrebbe bloccare il progetto . A meno che la zona marittima turca possa essere estesa per permettere che sia parte nello sfruttamento delle ricchezze del sottosuolo marino del Mediterraneo orientale. Ma per questo, si dovrebbero rivedere alcuni articoli del Trattato di Losanna del 1923, una politica che ha già sperimentato una rapida attuazione nel 1974 con l’occupazione militare, anche illegale, ma efficace, della parte settentrionale dell’isola Cipro.
La scommessa è rischiosa, perché la Grecia, un membro della NATO e di UE e Cipro, un membro dell’Unione Europea, non sembrano disposti a cedere al ricatto turco. Per quanto riguarda l’Unione europea, nonostante la sua indecisione congenita, è dubbio che accetterà di lasciare il controllo alla Turchia di due delle principali valvole della fornitura di gas, vale a dire EastMed e Turkstream.
Maggiori informazioni sul blog di Bernard Lugan

UN CRESCENTE MALESSERE FRANCESE NEI CONFRONTI DELL’ALLEANZA, di Hajnalka Vincze

Qui sotto ancora un articolo particolarmente interessante di Hajnalka Vincze sul dibattito e le divergenze, forse il conflitto, che si sta insinuando tra i paesi della NATO. A parere dello scrivente pecca però di un certo ottimismo riguardo l’anelito autonomista di Macron. Le sue parole e i suoi propositi dichiarati stridono con i suoi atti concreti, in primo luogo con la salvaguardia strenua del complesso militare industriale francese. Macron è l’artefice, ma sul solco almeno delle due precedenti presidenze, degli atti più compromettenti riguardanti l’esposizione di AIRBUS alle mire dell’industria aeronautica americana, la liquidazione, dietro pesanti ricatti e pressioni di ogni tipo, di Alstom energia, in particolare la produzione di turbine a General Electric, la cessione ai fondi americani del settore della trasmissione e componentistica interna dell’aereonautica. I risultati cominciano a vedersi rapidamente, a cominciare dalla perdita di controllo del settore della manutenzione delle turbine dei sommergibili e delle centrali nucleari e dallo svuotamento e trasferimento negli States del grande centro ricerche di Parigi. Per non parlare della pesante esposizione militare in Africa, legata malinconicamente alla condiscendenza americana. Una classe dirigente che non vuole e non sa difendere i propri settori strategici, tanto più se legati alla difesa, non può ambire credibilmente ad assumere  la direzione di una linea europea di politica estera e di difesa realmente autonoma dagli Stati Uniti; tanto più che ad essa si accompagna una politica predatoria particolarmente gretta, subalterna alla Germania, ai danni di potenziali ed imprescindibili sostenitori, in primo luogo l’Italia, di questa presunta ambizione. Una politica tesa piuttosto a spingere le vittime verso lidi più scontati e ad acuire i conflitti intraeuropei. Conoscendo la provenienza e il retroterra culturale, il brodo di coltura del personaggio, la sua vanagloria e prosopopea nascondono o conducono ad altri propositi se non suoi, “pauvre homme”, certamente dei suoi mentori. Paragonarlo a de Gaulle mi pare quindi un po’ troppo generoso. Buona lettura_Giuseppe Germinario

OLTRE LE CRITICHE DI MACRON ALLA NATO: UN CRESCENTE MALESSERE FRANCESE NEI CONFRONTI DELL’ALLEANZA

Istituto di ricerca sulla politica estera – Nota del 26 novembre 2019

Parlando, in un’intervista a The Economist , della “morte cerebrale” dell’Alleanza atlantica, il presidente Macron poteva sicuramente essere certo di provocare l’ira dei suoi omologhi europei. Se ha scelto di imbarcarsi in questo, è perché lo vede come una necessità urgente. A un anno dalle prossime elezioni americane e con l’affondamento della Brexit, si sta chiudendo una finestra di opportunità senza precedenti. Questo allineamento unico dei pianeti, che secondo la visione francese avrebbe dovuto finalmente portare i partner dell’UE sulla strada dell’autonomia strategica, non ha davvero dato i suoi frutti.

Peggio ancora, la maggior parte dei governi europei, confrontati senza mezzi termini alla realtà della loro dipendenza dagli Stati Uniti, sembrano preferire gesti di fedeltà discreta ma concreta nei confronti dell’America. Agli occhi di Parigi, è tutt’altro che logico. Ma, come giustamente ha detto l’ex consigliere di Tony Blair, Robert Cooper, a proposito di Europa e di autonomia: “il mondo non segue la logica, procede per scelte politiche” . Il presidente francese ha quindi deciso di esporre la scelta che attende gli europei secondo lui – per quanto “drastica” .

La minaccia che la Francia percepisce

Agli occhi di Parigi, anche se la possibilità di un disimpegno americano menzionata più volte dal presidente Trump avrebbe dovuto provocare uno slancio “autonomista”, la maggior parte dei partner europei preferisce piuttosto una tensione atlantista. L’alternativa era già stata esposta in un acceso scambio di opinioni presso il Centro europeo per le relazioni estere nel 2011, tra il britannico Nick Witney (ex direttore dell’Agenzia europea per la difesa) per il quale vige l’alternativa di avere una difesa europea autonoma oppure “vivere in un mondo guidato da altri “ e dal tedesco Jan Techau (direttore degli affari europei alla Carnegie Endowment), che vede nell’autonomia europea un ” villaggio Potemkin “che dovrebbe essere rimosso a favore di “un’intensa preoccupazione per il legame transatlantico” . Se la retorica europea nell’era di Trump a volte prende in prestito le arie della prima visione, le azioni, d’altra parte, vanno nella seconda direzione. Sulla NATO, in particolare, per placare il presidente Trump, gli europei sono pronti a far evolvere l’organizzazione in una direzione che, per loro, significa più abbandono e confinamento nella dipendenza.

(Credito fotografico: CNN)

Questa inclinazione è stata evidenziata in un esercizio di simulazione di alto livello, le cui conclusioni sono state pubblicate alla fine di settembre. L’ultimo Körber Policy Game , organizzato congiuntamente da un think-tank tedesco (lo stesso in cui il Segretario Generale della NATO ha pronunciato il suo discorso quando è stata pubblicata sulla stampa l’intervista al presidente francese) e il prestigioso IISS ( International Institute for Strategic studi) Britannici, in un consesso di esperti e funzionari di Francia, Germania, Regno Unito, Polonia e Stati Uniti. Divisi in squadre nazionali, si trovarono di fronte a uno scenario fittizio in cui l’America si ritira dalla NATO e alla sua partenza seguono molteplici crisi scoppiate nell’Europa orientale e meridionale. I risultati sono illuminanti. È emerso, tra le altre cose, che invece di raccogliere la sfida della propria sicurezza, “la maggior parte delle squadre” ha cercato piuttosto, inizialmente, di convincere gli Stati Uniti a tornare alla NATO, a spese di essa cedere a “concessioni prima inimmaginabili” . Ciò lascia pochi partner propensi alla visione “autonomista” sostenuta dalla Francia.

L’urgenza che prova Parigi

La scelta del momento non è banale. L’intervista a The Economist ha avuto luogo tre giorni dopo la conferenza stampa in cui Macron ha dichiarato di essere indignato per il modo in cui ha appreso, tramite tweet, del ritiro delle truppe statunitensi dalla Siria, seguito dall’incursione turca nel Paese: “mette in discussione anche il funzionamento della NATO. Mi dispiace dirlo, ma non si può fingere ”. In realtà, per quanto spettacolare possa essere l’episodio siriano, è solo l’ultimo di una serie di atti, composta da sanzioni extraterritoriali, abbandono del trattato sul controllo degli armamenti, pressioni commerciali e altre decisioni unilaterali percepiti come umilianti dagli altri membri dell’Alleanza – tranne per il fatto che quest’ultimo incidente è avvenuto a malapena un mese prima della prossima riunione dei leader della NATO. Il timore di Parigi è che per convincere il presidente Trump, gli europei cederanno troppo su temi come la designazione della Cina come nuovo nemico comune , l’inclusione dello spazio tra i teatri delle operazioni della NATO o ancora l’accesso degli Stati Uniti ai programmi di armamento finanziati dall’UE con il denaro dei contribuenti europei.

In effetti, la Francia continua a sostenere una “rifocalizzazione” della NATO, in contrapposizione alla sua crescente pressione ai confini dell’UE. sforzi degli Stati Uniti dalla fine della guerra fredda hanno portato a “globalizzare” la NATO , in modo che il maggior numero di settori sono trattati nel quadro della NATO, che, come ha detto Joachim Bitterlich, ex consigliere del cancelliere Kohl: “gli americani si trovano in una situazione conveniente perché hanno l’ultima parola e tutto dipende da loro”. Precisamente, Parigi è preoccupata che su un numero crescente di dossier (oltre la Cina, lo spazio e gli armamenti, si tratta anche di cyber, energia, intelligenza), gli alleati europei – presi dal panico dalle ricorrenti minacce del presidente Trump di “moderare il suo impegno” – acconsentano al trasferimento di competenze nazionali e / o europee alla NATO. E lasciarsi bloccare ancora di più in una situazione di dipendenza.

Il bersaglio scelto da Macron

Non è un caso che al centro delle domande di Macron sull’Alleanza vi sia l’articolo 5 – quello che incarna la difesa collettiva, in altre parole il fatto che un attacco contro un alleato è considerato un attacco contro tutti gli stati membri. Tradizionalmente, è per non compromettere questa garanzia di protezione degli Stati Uniti che gli alleati europei fanno concessioni e testimoniano, come osserva Jeremy Shapiro, ex pianificatore e consigliere del Dipartimento di Stato americano, “di un patologico compiacimento e eccessiva deferenza “ verso gli Stati Uniti. Il paradosso, sotto il presidente Trump, è che evidenzia in maniera cruda e pubblica questa logica transazionale dell’Alleanza, mentre mette in dubbio ,ancora e sempre , le sue fondamenta. Per la Francia, è un vantaggio. Come lo ha dichiarato il ministro degli affari europei Nathalie Loiseau nel 2017: “Mentre le parole del presidente americano potrebbero aver creato una certa confusione riguardo al suo attaccamento all’Alleanza atlantica, l’interesse ad un’autonomia strategica dell’Unione. Europea è apparsa molto più chiaramente di prima a molti dei nostri partner europei. Ne eravamo convinti; altri lo sono molto di più oggi rispetto a ieri . 

Solo che gli atti non seguono. Emmanuel Macron ha quindi deciso di insistere sul fatto che “il garante di ultima istanza non ha più le stesse relazioni con l’Europa. Ecco perché la nostra difesa, la nostra sicurezza, gli elementi della nostra sovranità, devono essere pensati a pieno titolo ” . E il Presidente ha continuato: la NATO “funziona solo se il garante dell’ultima risorsa lavora come tale. Direi che dobbiamo rivalutare la realtà di cosa sia la NATO in termini di impegno degli Stati Uniti d’America ” . Alla domanda se “l’articolo 5 funziona” o no, ha risposto “Non lo so, ma che cosa sarà l’articolo 5 domani?” “ . Fare attenzione a specificarlo“Non è solo l’amministrazione Trump. Devi guardare cosa sta succedendo molto profondamente dalla parte americana . ” In realtà, ciò che dice non è né nuovo né eccezionale. La British Trident Commission , ad esempio, è giunta praticamente alle stesse conclusioni nel 2014. Composta, tra l’altro, da ex ministri della difesa, affari esteri e ex capo dello staff della difesa, fu incaricato di rivedere i meriti del rinnovo dell’arsenale nucleare del Regno Unito. Arrivarono alla spinosa domanda: “Possiamo contare sugli Stati Uniti per avere la capacità e la volontà di fornire  [protezione] indefinitamente, almeno entro la metà del 21 ° secolo?” “ E ha risposto che“Alla fine, è impossibile rispondere” . La differenza con Macron è che gli inglesi si preoccupavano principalmente di “non inviare un messaggio sbagliato sulla credibilità” della protezione americana, mentre il presidente francese desidera, al contrario, avvisare e provocare un soprassalto tra i suoi Partner europei.

La rinnovata visione francese

Nonostante le reazioni indignate di esperti e funzionari , le osservazioni del presidente francese erano tutt’altro che “bizzarre”. Al contrario, sono in linea con la tradizione gaullista-mitterandiana che Macron ha deciso di esporre già, davanti agli ambasciatori, nel suo ultimo discorso annuale . La chiave di volta di questa visione è sempre stata la nozione di sovranità – un termine che Macron pronuncia venti volte in The Economist. Questo ritorno alle basi richiede tre osservazioni. Primo: l’imperativo dell’autonomia non è mai stato diretto contro gli Stati Uniti. Nel pensiero francese, o manteniamo la nostra sovranità su qualsiasi paese terzo, oppure no. Se gli europei decidono di farne a meno in un caso, in particolare nei confronti dell’America, le matrici di soggiogazione che ciò implica (la perdita delle proprie capacità materiali e la mancanza di potere psicologico) le metteranno in balia di qualsiasi altro potere in futuro. In altre parole, non assumendo la sua piena autonomia, l’Europa diventerà, domani, una facile preda per chiunque. Come spiega Macron: “L’Europa, se non si considera una potenza, scomparirà” .

(Credito fotografico: Financial Times)

Secondo: nella visione francese, la sovranità, oltre ad essere un imperativo strategico, è anche una condizione sine qua non della democrazia. Senza indipendenza dalle pressioni esterne, ha poco senso votare per i cittadini. Macron ha chiaramente messo in luce questo legame intrinseco alla vigilia delle ultime elezioni europee: “Se accettiamo che altre grandi potenze, compresi gli alleati, compresi gli amici, si mettano in condizione di decidere per noi, la nostra diplomazia, la nostra sicurezza, allora non siamo più sovrani e non possiamo più guardare in modo credibile alle nostre opinioni pubbliche, ai nostri popoli dicendo loro: decideremo per voi, venite, votate, venite e scegliete. “ È la stessa idea che ha sostenuto davanti agli ambasciatori, ricordando loro: “È un’aporia democratica che consiste nel fatto che il popolo può scegliere sovranamente leader che non avrebbero più il controllo su nulla. E così, la responsabilità dei leader di oggi è di darsi anche le condizioni per avere il controllo sul loro destino . 

Infine: oltre questo ritorno all’essenza stessa del gollismo, l’intervista di Macron a The Economist segna anche il desiderio di riconnettersi con un atteggiamento, con un modo specificamente francese di fare diplomazia. Infatti, dal suo fragoroso rifiuto della guerra in Iraq, la Francia si è comportata come spaventata dalla sua audacia: aveva in parte abbandonato la sua posizione di “cavaliere solitario”, a favore della ricerca di compromessi e del cosiddetto pragmatismo . Senza molto successo. Il punto di forza della diplomazia francese è sempre stata la sua capacità di assumere una posizione chiara, affermare principi ovvi e tradurli in termini pratici con logica implacabile – al punto che i suoi interlocutori si sono trovati esposti, di fronte alle loro incoerenze. . Questo è esattamente ciò che Macron sta cercando di fare ora riguardo alla NATO. Di fronte alla palese umiliazione da parte dell’amministrazione Trump, deplorare pubblicamente la loro situazione di dipendenza. Il presidente francese li chiama quindi, semplicemente, a “trarne le conseguenze” .

Il testo è la versione originale dell’articolo originale: Hajnalka Vincze, Beyond Macron’s Sovversive NATO Commenti: France’s Growing Unease with the Alliance , Foreign Policy Research Institute ( FPRI ), 26 novembre 2019.

LE VIE DELLA NATO NELL’UNIONE EUROPEA a cura di Luigi Longo

LE VIE DELLA NATO NELL’UNIONE EUROPEA

a cura di Luigi Longo

 

 

Nel mio scritto su L’europa tra le vie della nato, le vie della seta e le vie dell’energia. Prima parte, apparso su questo sito, così precisavo: << Le vie della Nato, ovverosia degli Stati Uniti, sono vie che preparano scenari di guerra e l’Europa per la prima volta nella storia sarà teatro passivo di future guerre! >> e così concludevo: << Cosa farà l’Europa? Quali vie intraprenderà? Sono pessimista nell’accezione di Ennio Flaiano << Essere pessimisti circa le cose del mondo e la vita in generale è un pleonasmo, ossia anticipare quello che accadrà […].>>. Abbiamo, purtroppo, sub-decisori europei (in particolare quelli italiani per la loro peculiarità storica) che sono dei rubagalline (il significato pieno del termine è nel film Totò, Peppino e i fuorilegge, regia di Camillo Mastrocinque del 1956) e hanno le facce da servi (per il prosieguo della definizione delle facce rimando alla magnifica sintesi fatta da Giorgio Gaber nel brano Mi fa male il mondo dell’album “E pensare che c’era il pensiero”, 1995). Sub-decisori inaffidabili e pericolosi per la maggioranza delle popolazioni. Sono i cotonieri lagrassiani, soggetti politici espressione di una sfera economica caratterizzata da modelli di produzione superati e tecnologicamente arretrati (di processo e di prodotto), che hanno venduto l’anima e i relativi paesi per n’anticchia di potere e non sanno andare oltre una visione economica delle relazioni internazionali.

In Europa ci vorrebbe un Gelsomino dalla voce potentissima che, con l’aiuto di un moderno Principe, sconfiggesse la prepotenza e l’arroganza e ristabilisse la verità e l’ordine per traghettare l’Europa fuori dalla servitù statunitense e pensare una Europa (espressione di una recuperata sovranità politica delle nazioni) dei dialoghi e dei confronti tra mondi diversi (Occidente e Oriente) >>.

Qui propongo tre letture che trattano lo stesso argomento, il trasferimento delle bombe nucleari USA dalla Turchia alla base Usaf di Aviano (Pordenone), che mettono in evidenza diversi elementi di riflessione. La prima di Dario Furlan (La base Usaf di Aviano è pronta ad ospitare le bombe atomiche dalla Turchia, apparsa su www.ilmessaggero.it, 28/12/2019) che sottolinea la messa a disposizione totale del territorio con le sue configurazioni spaziali militari; la seconda di Alberto Negri (Atomiche da Erdogan: perché la notizia è credibile e fondata, apparsa su www.ilmanifesto.it, 31/12/2019) che rivela il ruolo antitetico polare dei sovranisti e dei sub-decisori servi; la terza di Manlio Dinucci (50 bombe nucleari Usa dalla Turchia ad Aviano, apparsa su www.ilmanifesto.it, 31/12/2019 e www.voltairenet.org, 1/1/2020) che denuncia l’Italia come la migliore servitù europea cui affidare gli strumenti di guerra degli USA.

 

 

 

 

LA BASE USAF DI AVIANO È PRONTA AD OSPITARE LE BOMBE ATOMICHE DALLA TURCHIA

di Dario Furlan

 

 

Base Usaf pronta ad accogliere le scomode bombe atomiche turche. Quest’anno, infatti, Babbo Natale potrebbe portare in dono alla Base Usaf di Aviano (Pordenone) una cinquantina di confetti atomici. Da svariati mesi è sotto osservazione quella che potrebbe essere considerata una sorta di inaffidabilità in chiave Nato del presidente turco Erdogan, più vicino a Putin che a Trump.

Una situazione che potrebbe indurre gli Stati Uniti, che in Anatolia usufruiscono della Base aerea di Incirlik con annessi depositi di bombe nucleari di propria pertinenza, a trasferire questo arsenale atomico in un avamposto alternativo del Vecchio Continente. E il sito prescelto sarebbe l’aeroporto pordenonese Pagliano e Gori, sede di uno Stormo dell’Usaf (il 31esimo Fighter Wing) a capacità nucleare. Tale eventuale decisione sarebbe presa specie in considerazione della comprovata fedeltà dell’Italia, che sul tema atomiche non batte ciglio, qualunque sia il colore del governo nazionale (corsivo mio).

 

 

I PRECEDENTI

 

Dell’ipotesi di traslocare le bombe da Incirlik ad Aviano se ne parlò già nel 2016 allorché Erdogan, mentre reprimeva duramente il tentativo interno di un golpe militare, aveva additato gli Usa tra i possibili fiancheggiatori del colpo di stato. In tal senso aveva addirittura fatto staccare l’energia elettrica alla Base, interrompendo l’attività operativa del locale contingente americano impegnato nella lotta contro l’Isis. L’episodio andò faticosamente risolto (sebbene la tensione tra Usa e Turchia si fosse pericolosamente alzata) ma in tempi recenti gli attriti si sono riacutizzati con la vicenda del popolo curdo, alleato di Washington nella caccia all’Isis, altresì nemico storico di Ankara.

 

 

IL GENERALE

 

Dato il crescente antiamericanismo in Turchia e la volontà di Erdogan di avvicinarsi alla Russia, abbiamo urgentemente bisogno di ricollocare le nostre bombe atomiche presenti a Incirlik, e la loro nuova casa potrebbe essere la Base aerea di Aviano in Italia, dato che da un punto di vista logistico non dovrebbe essere troppo difficile. A rilasciare questa esplicita dichiarazione a Bloomberg (multinazionale operativa nel settore dei mass media con sede a New York) è stato il noto Charles Chuck Wald, generale a quattro stelle dell’Air Force in pensione, già comandante del 31esimo Fighter Wing di Aviano dal 1995 al 1997. Molti ricordano la sua presenza in Pedemontana come a dir poco ingombrante, specie quando lasciò metaforicamente il segno sui tavoli degli amministratori locali, onde far capire che il Progetto Aviano 2000 (mega opera infrastrutturale destinata ad allocare stormo e famiglie al seguito) non doveva trovare ostacoli di sorta. Come in effetti è stato, ciclopica burocrazia italica a parte (corsivo mio).

 

 

IL TRISTE PRIMATO

 

Da Incirlik potrebbero quindi sbarcare ad Aviano una cinquantina di bombe nucleari, che si aggiungerebbero alle circa 30 già qui immagazzinate, almeno secondo quanto ripetutamente divulgato dagli analisti del settore. Questi ultimi hanno inoltre recentemente reso noto che al Pagliano e Gori si stanno apportando specifiche migliorie, quali il rafforzamento delle misure anti intrusione, nonché la costruzione di una nuova clinica, ovvero i laboratori nei quali si provvede alla periodica manutenzione di questi particolari e delicati ordigni. Le dichiarazioni del generale Wald sono ancor più autorevoli di quel che sembra: l’ex comandante conosce infatti a menadito l’aeroporto di Aviano, sa quante atomiche vi sono già custodite e, soprattutto, quante altre ancora se ne possono immagazzinare. E a questo punto Aviano acquisirebbe un discutibile primato: diverrebbe il maggior deposito atomico presente in Europa Occidentale.

 

 

ATOMICHE DA ERDOGAN: PERCHÉ LA NOTIZIA È CREDIBILE E FONDATA

di Alberto Negri

 

 

L’Italia finisce l’anno con la possibile opzione di diventare una delle maggiori potenze atomiche europee. Senza volerlo e a sua insaputa, come quasi tutta la nostra politica estera.

Che si esprime in Libia con geometrica inconsistenza, esposta nella conferenza stampa di fine anno da uno smarrito premier Conte che di questo passo stanotte confonderà i colpi d’artiglieria di Tripoli e i raid aerei del generale a Haftar con i tradizionali botti di Capodanno.

Gli americani, dunque, potrebbero trasportare le testate atomiche dalla Turchia alle basi italiane come quella di Aviano. Il nostro ministero della Difesa afferma che si tratta di una notizia infondata: di testate atomiche in Italia ce ne sono già oltre 70 e se si aggiungessero quelle americane nella base di Incirlik sfonderemmo ogni record, superando anche la Germania (ma dietro a Gran Bretagna e Francia). Non solo la notizia non è infondata come affermano le fonti ufficiali del governo italiano, appare invece possibile se non addirittura probabile. A rivelare l’ipotesi all’agenzia americana Bloomberg è stato infatti il generale Charles Chuck Wald dell’Air Force, ora in pensione ma che è stato comandante ad Aviano e continua a rivestire incarichi nella Amministrazione Usa.

In Italia il generale Wald si dimostrò un grande decisionista con pressioni sulle autorità locali per ottenere il via libera al grande Progetto Aviano 2000: imponenti infrastrutture e abitazioni per lo stormo e le famiglie dei militari. La decisione Usa sarebbe la conseguenza del riavvicinamento di Erdogan a Putin, sancito dalla vendita ad Ankara delle batterie anti-missile russe S-400: è la prima volta che un Paese Nato acquista armi da Mosca e per questo alla Turchia è stata congelata la consegna dei nuovi caccia F-35 e si annunciano sul reiss turco nuove sanzioni – secondo l’informato quotidiano israeliano Haaretz.

Se il trasferimento si concretizzasse i bunker americani in provincia di Pordenone dove ci sono già una cinquantina di atomiche diventerebbero il deposito nucleare più grande d’Europa. L’Italia viene considerata da sempre un’alleata fedele, a prescindere dal colore dei governi e questo esecutivo appare prono come gli altri ai voleri Washington vista la confidenza di Trump con il «l’amico Giuseppi» (Conte) – nonché con il «sovranista» Salvini che con la Lega regna in Friuli Venezia Giulia – e la recente visita a Roma del segretario di Stato Usa Mike Pompeo con il quale abbiamo parlato di parmigiano ma glissando su ogni seria questione strategica, Libia compresa. Gli americani, quindi, contano che non ci sia opposizione alla possibile richiesta (corsivo mio).

Dell’ipotesi di un trasferimento dalla Turchia dell’arsenale atomico si parlò già nel 2016, ai tempi del tentato golpe, quando Erdogan sospettava che Washington fosseo dietro l’operazione e che comunque non l’avesse osteggiata, anzi. Infatti a Incirlick furono ospitati alcuni aerei da rifornimento che consentirono ai caccia F-16 dei ribelli di minacciare Istanbul e Ankara. Incirlik, da cui dovevano partire i raid contro l’Isis, fu chiusa allora per un paio di settimane. Prepariamoci quindi con i botti di Capodanno ad accogliere il prossimo arrivo del Dottor Stranamore americano.

 

 

50 BOMBE NUCLEARI USA DALLA TURCHIA AD AVIANO

di Manlio Dinucci

 

 

«Cinquanta testate nucleari sarebbero pronte a traslocare dalla base turca di Incirlik, in Anatolia, alla base Usaf di Aviano, in Friuli Venezia Giulia, in quanto gli Usa diffiderebbero sempre più della fedeltà alla Nato del presidente turco Erdogan»: lo ha riportato in questi giorni Il Gazzettino (il giornale del Nordest, soprattutto del Friuli Venezia Giulia), per evidente coinvolgimento territoriale, citando quanto dichiarato dal generale a riposo Chuck Wald della Us Air Force in una intervista all’agenzia Bloomberg del 16 novembre scorso [1]. Una conferma di quanto documenta da tempo il manifesto.

«Appare probabile – scrivevamo il 22 ottobre [2] – che, tra le opzioni considerate a Washington, vi sia quella del trasferimento delle armi nucleari Usa dalla Turchia in un altro paese più affidabile. Secondo l’autorevole Bollettino degli Scienziati Atomici (Usa), la base aerea di Aviano può essere la migliore opzione europea dal punto di vista politico, ma probabilmente non ha abbastanza spazio per ricevere tutte le armi nucleari di Incirlik. Lo spazio si potrebbe però ricavare, dato che ad Aviano sono già iniziati lavori di ristrutturazione per accogliere le bombe nucleari B61-12». La nostra notizia allora non venne ripresa (corsivo mio).

ORA IL COORDINATORE nazionale dei Verdi, Angelo Bonelli, chiede al governo se conferma la notizia e di portare subito il problema alla valutazione del parlamento, poiché l’Italia verrebbe «trasformata nel maggiore deposito di armi nucleari d’Europa e questo silenzio del governo italiano è inaccettabile»; la stessa cosa chiede in un comunicato Rifondazione comunista: fatto singolare, entrambe le forze politiche non stanno in Parlamento. Il governo italiano da parte sua fa sapere che «la notizia è priva di fondamento». Non spiega però perché i maggiori esperti Usa di armi nucleari ritengano la base di Aviano «la migliore opzione europea dal punto di vista politico» per il trasferimento delle bombe da Incirlik. Il governo continua dunque a tacere – a partire dalle atomiche già stoccate ad Aviano e a Ghedi – e lo stesso fa il parlamento, perché la questione delle armi nucleari Usa in Italia è tabù. Sollevarla vorrebbe dire mettere in discussione il rapporto di sudditanza dell’Italia verso gli Stati uniti (corsivo mio).

L’ITALIA continua così ad essere base avanzata delle forze nucleari Usa. Secondo le ultime stime della Federazione degli scienziati americani, in ciascuna delle due basi italiane e in quelle in Germania, Belgio e Paesi Bassi vi sarebbero attualmente 20 B-61, per un totale di 100 più 50 a Incirlik in Turchia. Nessuno però può verificare quante siano in realtà. I governi italiani hanno sempre taciuto; come tace la Regione Friuli Venezia Giulia guidata dalla Lega «sovranista». Dalle stime risulta che gli Usa stiano diminuendo il loro numero, e non è tranquillizzante. Si preparano infatti a sostituirle con le nuove bombe nucleari B61-12. A differenza della B61 sganciata in verticale, la B61-12 si dirige verso l’obiettivo guidata da un sistema satellitare ed ha la capacità di penetrare nel sottosuolo, esplodendo in profondità per distruggere i bunker dei centri di comando. Il programma del Pentagono prevede la costruzione a partire dal 2021 di 500 B61-12, con un costo di circa 10 miliardi di dollari. Non si sa quante B61-12 verranno schierate in Italia né in quali basi, probabilmente non solo ad Aviano e Ghedi. Come risulta dallo stesso bando di progettazione pubblicato dal ministero della Difesa, i nuovi hangar di Ghedi potranno ospitare 30 caccia F-35 con 60 bombe nucleari B61-12, il triplo delle attuali B-61 (il manifesto, 28 novembre 2017).

Allo stesso tempo, gli Usa si preparano a schierare in Italia e in Europa missili nucleari a gittata intermedia (tra 500 e 5500 km) con base a terra, analoghi agli euromissili eliminati dal Trattato Inf firmato nel 1987 da Usa e Urss. Accusando la Russia (senza alcuna prova) di averlo violato, gli Usa a guida Trump si sono ritirati dal Trattato, cominciando a costruire missili della categoria prima proibita: il 18 agosto hanno testato un nuovo missile da crociera e il 12 dicembre un nuovo missile balistico in grado di raggiungere l’obiettivo in pochi minuti. Contemporaneamente rafforzano lo «scudo anti-missili» sull’Europa. Nella sua «risposta asimmetrica» la Russia comincia a schierare missili ipersonici che, in grado di raggiungere una velocità di 33.000 km/h e di manovrare, possono forare qualsiasi «scudo» (corsivo mio).

È QUINDI una situazione molto più pericolosa di quanto dimostri la già allarmante notizia del probabile trasferimento delle atomiche Usa da Incirlik ad Aviano. In tale situazione domina il silenzio imposto dal vasto schieramento politico bipartisan responsabile del fatto che l’Italia, paese non-nucleare, ospiti e sia preparata a usare armi nucleari, violando il Trattato di non-proliferazione che ha ratificato. Responsabilità resa ancora più grave dal fatto che l’Italia, quale membro della Nato, si rifiuta di aderire al Trattato sulla proibizione delle armi nucleari votato a grande maggioranza dall’Assemblea delle Nazioni Unite.

 

 

 

[1] “Turkey Is the World’s New Nuclear Menace. An interview with General Chuck Wald on NATO’s nukes at Incirlik air base and whether the Turks are friends or enemies”, Tobin Harshaw, Bloomberg, November 16, 2019.

[2] “Erdogan vuole la Bomba”, di Manlio Dinucci, Il Manifesto (Italia) , Rete Voltaire, 22 ottobre 2019.

 

 

 

La Turchia nel Mediterraneo, di Antonio de Martini

Il Mediterraneo sta tornando ad essere un campo di azione strategico nelle dinamiche geopolitiche. Il Mediterraneo non è più da tempo il Mare Nostrum ed è sempre meno il mare di ogni paese rivierasco. L’intervento militare in Libia nel 2011 voleva essere un tassello importante della politica di neutralizzazione di qualsiasi velleità di autonomia politica di un paese arabo e nordafricano, di ghettizzazione e isolamento della Russia di Putin ad opera degli Stati Uniti di Bush e Obama. Una politica del caos che avrebbe dovuto rendere impraticabili ed impervi alle potenze emergenti di Russia e Cina quei territori. Avrebbe dovuto riservare momenti di gloria e quote di bottino a potenze regionali come la Francia, perfettamente allineate al corso obamiano. A distanza di otto anni quell’intervento ha messo invece a nudo i limiti di quella strategia, la velleità e la vanagloria delle ambizioni francesi, la drammatica remissività, la fellonia suicida, l’inconsistenza e crollo di credibilità dell’azione politica dell’Italia. Ha consentito al contrario l’emersione di potenze regionali molto più dinamiche ed efficaci del blocco dei paesi europei, ha accentuato le contraddizioni interne alla NATO, interrotto la fase di arretramento della Russia, stabilizzato la presenza cinese. Un dinamismo che sta spiazzando soprattutto i paesi europei. https://www.nordicmonitor.com/2019/12/full-text-of-new-turkey-libya-sweeping-security-military-cooperation-deal-revealed/?fbclid=IwAR13hKfY9YN7j_lrzd10wIoRTN6qRACPRJPJQ-xFikwLY1m0vfUco8iuwHY Buon ascolto_Giuseppe Germinario

IL DESTINO DI TARANTO E’ SEGNATO DALLA SUA STORIA MILITARE E DALLA SUA GEOGRAFIA di Luigi Longo

IL DESTINO DI TARANTO E’ SEGNATO DALLA SUA STORIA MILITARE E DALLA SUA GEOGRAFIA

 

di Luigi Longo

 

E Pensare Che C’era Il Pensiero*

 

Il secolo che sta morendo è un secolo piuttosto avaro nel senso della produzione di pensiero.

Dovunque c’è un grande sfoggio di opinioni piene di svariate affermazioni che ci fanno bene e siam contenti.

Un mare di parole un mare di parole ma parlan più che altro i deficienti.

Il secolo che sta morendo diventa sempre più allarmante a causa della gran pigrizia della mente.

E l’uomo che non ha più il gusto del mistero che non ha passione per il vero che non è cosciente del suo stato.

Un mare di parole un mare di parole è come un animale ben pasciuto.

E pensare che c’era il pensiero che riempiva anche nostro malgrado le teste un po’ vuote.

Ora inerti e assopiti aspettiamo un qualsiasi futuro con quel tenero e vago sapore di cose oramai perdute.

Va’ pensiero sull’ali dorate va’ pensiero sull’ali dorate.

Nel secolo che sta morendo s’inventano demagogie e questa confusione è il mondo delle idee.

A questo punto si può anche immaginare che potrebbe dire o reinventare un Cartesio nuovo e un po’ ribelle.

Un mare di parole un mare di parole io penso dunque sono un imbecille.

Il secolo che sta morendo appare a chi non guarda bene il secolo del gran trionfo dell’azione.

Nel senso di una situazione molto urgente dove non succede proprio niente dove si rimanda ogni problema.

Un mare di parole un mare di parole e anch’io sono più stupido di prima.

E pensare che c’era il pensiero era un po’ che sembrava malato ma ormai sta morendo.

In un tempo che tutto rovescia si parte da zero.
E si senton le note dolenti di un coro che sta cantando.

(sull’aria di va pensiero)

Vieni azione coi piedi di piombo Vieni azione coi piedi di piombo.

Giorgio Gaber

 

 

1.Un breve racconto di storia militare e geografica della città di Taranto

 

Il destino della città di Taranto è segnato dalla storia militare e dalla geografia che la rende un luogo strategico nel Mediterraneo e nell’Oriente. Per l’importanza geografica e militare di Taranto riporto una ampia sintesi tratta dal bel libro del 1930 dello storico Giuseppe Carlo Speziale << Alcune condizioni geografiche particolarmente felici hanno fatto sì che il golfo di Taranto sia sempre stato considerato come un nodo di traffici marittimi, sin dalla più remota antichità; e, per meglio specificare, i due bacini interni, il mar Grande ed il mar Piccolo, vasti e completamente chiusi come due laghi, sono sempre stati ancoraggi militari di prim’ordine e, in caso di conflitti o di attività nel Mediterraneo orientale, vere risorse anche per le armate più numerose. Quello di Taranto, infatti, è porto di concentramento e di imbarco per truppe e di preparazione alla guerra per le navi, porto di sorveglianza in posizioni strategica vantaggiosa, in quanto prossimo all’Oriente e posto in mezzo ai due bacini dell’Adriatico e dell’Egeo, che sono stati di tutto il Mediterraneo i mari più ricchi di storia e di eventi >>.

Taranto servì da nodo per i romani per la loro espansione; fu distrutta dagli Arabi di Sicilia per privare i Bizantini di uno dei porti migliori del loro dominio; << […] al tempo delle Crociate esso (il porto, mia specificazione) servì per concentramenti di navi e per l’imbarco delle milizie; ed in seguito, col determinarsi di nuovi antagonismi nell’Egeo e nell’Adriatico, ne ambirono il possesso sia i Turchi sia i Veneti appunto per questa sua posizione dominate […]; Federico II […] colla sua acutezza ed il suo senno politico, aveva già incluso in un suo vasto disegno militare una simile città e, in tempi di crociate e di guerre in Oriente, aveva già fatti i suoi calcoli e previsti i vantaggi  che poteva trarre da quell’osservatorio sul Mediterraneo, da quel porto per il Levante, da quel  “baluardo del regno” […] >>; Napoleone trasformò Taranto in una << piazzaforte d’appoggio della sua politica orientale […] In tale epico periodo una simile piazzaforte poté contemporaneamente servire a diversissimi scopi, che andavano dalla sorveglianza sui Balcani, alla minaccia di uno sbarco in Dalmazia per tenere a bada l’Austria, dal frazionamento delle forze navali inglesi alla creazione d’un centro d’informazione per il Levante e l’Adriatico, dalla preparazione di spedizioni navali a tutti i vantaggi marittimi sempre offerti da sì provveduto ancoraggio >>.

Nel primo decennio del Novecento Taranto fu sede del terzo dipartimento militare marittimo, così come Napoli fu sede del secondo Dipartimento (come vedremo in seguito le città di Napoli e Taranto diventano basi strategiche degli USA). << Le grandi manovre navali del 1907 furono come una specie di prova generale per gli impianti militari di Taranto, che quattro anni dopo venivano improvvisamente messe in febbrile travaglio dalla guerra di Libia. Nella prima impresa mediterranea della giovane Nazione, Taranto ebbe un’importanza, oltre il previsto ed il prevedibile, come luogo di appoggio per le forze marittime […] uno sguardo alla carta geografica […] fa subito rilevare come sia felice la posizione di Taranto per ogni attività navale da esplicare nel Mediterraneo centrale ed orientale […] Se alle considerazioni […] si aggiungono quella della difesa aerea […] Questa coesistenza nello stesso porto militare degli impianti dell’arsenale, della base navale e della base aerea ha una importanza infine che va anche al di là, e molto al di là, delle necessità e delle questioni del momento […] I destini di Taranto paiono quindi, ora più che mai, vincolati alle ragioni militari, e questa è e rimane la linea saliente della tradizione storica della città […] Federico II e Napoleone rimangono quindi i due profeti dei destini militari di Taranto: il tempo e le varie vicende han dato ampiamente ragione a quelle previsioni. (corsivo mio) >> (1).

Le suddette infrastrutture e basi furono utilizzate nella guerra di occupazione della Libia e nelle due guerre mondiali (2).

La città di Taranto, dall’antichità ad oggi, nelle fasi multicentriche e policentriche storicamente determinate, è stata condizionata dalle strategie militari delle potenze dominanti e in ascesa, in conflitto fra loro.

Oggi, nella fase multicentrica, la città di Taranto torna ad essere una base militare importante, una città Nato per gli USA (potenza dominante), per le sue strategie contro la Cina e la Russia (potenze in ascesa).

Nelle diverse fasi storiche Taranto ha usufruito di una posizione di rendita geografica (assoluta e differenziata) in quelle monocentriche (fasi di sviluppo pacifiche coordinate dalla potenza egemone) e di una posizione di sventura geografica in quelle multicentriche e policentriche (fasi di sviluppo conflittuale coordinate dalle strategie militari e dalle guerre).

 

2.La Nato a Taranto

 

Ho utilizzato i saperi della storia e della geopolitica per capire perché l’Ilva di Taranto dovrà essere chiusa per far posto alla base USA (via Nato) per le sue strategie di guerra nel Mediterraneo, nei Balcani, nel Vicino Oriente, nel Medio Oriente e nell’estremo Oriente.

Il V° Centro siderurgico di Taranto è stato costruito nei primi anni sessanta del secolo scorso, nella fase monocentrica coordinata dagli USA che non erano preoccupati dalla potenza dell’ex URSS perché era un gigante militare-nucleare con i piedi di argilla (3). Con la caduta del muro di Berlino (1989), con l’implosione dell’ex URSS (1991), dopo un decennio di apparente indiscusso dominio mondiale da parte degli Stati Uniti (tant’è che si parlò di fine della storia e di una prospettiva di pace mondiale), le relazioni mondiali cambiano e con l’ascesa di due potenze quali la Cina e la Russia, entriamo nella fase multicentrica. E’ in questa fase che gli USA costruiscono la base NATO di Napoli chiudendo l’Ilva di Bagnoli per le loro strategie di contrasto delle potenze in ascesa e approntano la base NATO di Taranto con la prevedibile chiusura dell’Ilva (4).

<< A Taranto ha sede il quartiere generale della High Readiness Force (Maritime), una forza marittima di rapido spiegamento che, al momento dell’impiego, sarebbe come le altre inserite nella catena di comando del Pentagono. L’importanza del porto di Taranto per la marina Usa trova conferma nel fatto che una società statunitense, la Westland Security, intende acquistare una parte dell’area portuale da destinare, oltre che a non precisate attività commerciali, a servizi per la Sesta Flotta Usa nel Mediterraneo, composta da 40 navi, 175 aerei e 21 mila uomini. Sempre a Taranto, c’è un importante nodo dei sistemi di comando, controllo, comunicazioni, computer e intelligence (C4I) del Centro della marina Usa per la “interoperabilità dei sistemi tattici”: in altre parole, un centro di comando e di spionaggio del Pentagono. La conferma si trova in un documento ufficiale dello stesso Pentagono, in cui si parla di un contratto da 9,8 milioni di dollari stipulato nel 1998 dal Dipartimento Usa della Difesa con la Logicon Inc. di Arlington per la messa a punto dei nodi della rete di comando e di spionaggio, tra cui-unico in Europa e nel Mediterraneo-quello di Taranto. Tutte queste forze e basi statunitensi, pur essendo in territorio italiano, sono inserite nella catena di comando del Pentagono e quindi sottratte a qualsiasi meccanismo decisionale italiano (corsivo mio) >> (5).

A partire dall’importanza del suo porto per la Marina statunitense Taranto, in maniera segreta e con libidine di servitù, sta diventando un polo Nato (6) e i suoi servili decisori attuali e futuri gestiranno, con il “Cantiere Taranto”, che è una riproposizione del Contratto Istituzionale di Sviluppo per questa area (CIS), la chiusura dell’Ilva e metteranno a completa disposizione il Mar Grande (nuova base navale) e il Mar Piccolo (Arsenale) per le strategie NATO (7).

Da qui bisogna partire per capire la trasformazione di Taranto da polo siderurgico a polo strategico della NATO, cioè degli USA.

 

3.La fine dell’Ilva di Taranto

 

Il soggetto che si è fatto carico dell’esplosione delle contraddizioni dell’Ilva, nel rapporto capitale-salute e capitale-ambiente, è stato la magistratura, nel 2012, per questioni legittime ma vecchie di 50 anni [la salute e la sicurezza dei lavoratori/trici sul luogo di lavoro e l’inquinamento territoriale (suolo, aria, mare) con conseguenze devastanti sulla popolazione]; contraddizioni, inoltre, che sono intrinseche alle dinamiche del modo di produzione capitalistico che non ha come obiettivo né la tutela della salute dei lavoratori/trici e della popolazione né il rispetto delle leggi della natura con i suoi cicli (8).

La magistratura non spiega perché arriva con 50 anni di ritardo ad affrontare le suddette questioni, né perché non ha messo sotto inchiesta tutti i poli siderurgici e chimici italiani.

E’ mia convinzione che l’azione della magistratura, che è parte integrante dei ceti decisori (altro che la teoria della separazione dei poteri, che la realtà smentisce…), è stata la testa di ariete che ha fatto saltare le contraddizioni del modo di produzione dell’Ilva (coinvolgendo anche il rapporto capitale-lavoro) affinchè si mettesse in moto una precisa strategia: quella della gestione della chiusura della più grossa impresa siderurgica europea perché incompatibile con le esigenze territoriali e strategiche degli agenti dominanti statunitensi attraverso i loro strumenti di intervento (Pentagono e Nato). Faccio osservare che l’impresa Ilva dei Riva era sulla strada della dismissione per mancanza di a) manutenzione ordinaria, straordinaria e di investimenti; b) rispetto di qualsiasi norma e legge; c) strategia per migliorare qualsiasi aspetto della produzione (l’introduzione di nuove tecnologie era impossibile su vecchi e usurati macchinari!), della salute, dell’ambiente, della città (9). La gestione dell’impresa Ilva, in un rapporto sociale storicamente determinato, è stata attuata con modalità da plusvalore assoluto e non da plusvalore relativo (10), senza pensare minimamente ad una strategia di ricaduta e di innervamento con lo sviluppo locale del territorio a diverse scale (locale, regionale, nazionale e mondiale). I Riva, ottimi cotonieri lagrassiani, hanno raschiato il fondo di tutte le risorse possibili nella produzione dell’acciaio. (11).

Perché i Riva hanno potuto muoversi ed operare in queste condizioni? E la mitica classe operaia che ruolo ha avuto insieme ai sindacati? (12) E le istituzioni che ruolo hanno svolto per fare rispettare le norme e i principi costituzionali? E la destra e la sinistra (oggi fa ridere la volontà di questa distinzione ideologica) quale ruolo hanno esercitato? In sintesi: il blocco di potere che si è formato intorno all’impresa Ilva dei Riva sapeva benissimo in quale condizioni essa operava e dove conduceva la strategia dei cotonieri. Perché nulla è stato fatto né in termini di salute dei lavoratori/trici e della popolazione, né in termini di difesa ambientale e delle risorse esistenti, né in termini di impresa aperta al territorio e al suo sviluppo?

 

 

  1. La gestione della chiusura dell’Ilva di Taranto

 

Anche se la strategia di gestione della chiusura dell’Ilva ha come scena principale la sfera economica (oltre a quelle istituzionale, giuridica e ideologica), attraverso il libero mercato (sic) e il ruolo di una grande impresa multinazionale (12 bis), le vere ragioni della chiusura dell’Ilva vanno ricercate nella sfera politica dei pre-dominanti statunitensi i quali hanno bisogno, nel conflitto per l’egemonia mondiale, di quello spazio geograficamente e militarmente strategico (le basi nato).

Il ruolo di ArcelorMittal. ArcelorMittal (ora in avanti AM), il principale produttore mondiale di acciaio che << dallo scoppio della crisi (2007-2012, mia precisazione) ha avviato un processo di ridimensionamento della propria presenza nel vecchio continente >> (13), ha due obiettivi da raggiungere: a) liquidare, incorporandola, una delle più grandi imprese siderurgiche europee, b) compiere una rottura, un salto decisivo verso la chiusura con i conseguenti licenziamenti degli operai. << Oggi compie un anno la gestione targata AM del complesso aziendale ex Ilva […] Le ipotesi di rilancio dell’acciaieria di Taranto […] hanno ormai lasciato spazio ai piani di ridimensionamento […] lo stabilimento siderurgico annaspa, fermo a poco più di 4 milioni di tonnellate di acciaio liquido prodotto nel 2019, con 1400 degli 8200 dipendenti in cassa integrazione (i dipendenti erano 10500 con i commissari, 12000 con la famiglia Riva, fino a 25000 con la gestione statale) […] >> (14). Federico Pirro (docente di storia dell’industria dell’Università di Bari) così chiarisce << […] se nella prossima trattativa fra gli esperti nominati dal governo e quelli di Arcelor non verrà ribadito con chiarezza dai rappresentanti italiani che il sito di Taranto non può scendere ad una capacità di 4 o 4,5 milioni di tonnellate all’anno, pena un drastico ridimensionamento del tutto antieconomico per un impianto di quelle dimensioni che è ancora la più grande acciaieria a ciclo integrale d’Europa e la maggiore fabbrica manifatturiera d’Italia con i suoi 8277 addetti diretti. […] Il gruppo franco-indiano, dopo aver ceduto alcuni suoi impianti in Europa a causa delle prescrizioni di Bruxelles per poter acquistare il gruppo Ilva, al momento gestito in locazione finalizzata all’acquisto, sta riorganizzando le produzioni nei suoi stabilimenti di Dunkerque e di Fos-sur-Mer vicino Marsiglia, portandole- con il consenso del governo francese- da 4 a 6 milioni di tonnellate ciascuno e, pertanto, potrebbe non aver interesse a conservare un’elevata capacità a Taranto, perché i 12 milioni di tonnellate dei due siti francesi e gli eventuali 4 del capoluogo ionico sarebbe sufficienti a conservare il suo mercato continentale. Si punterebbe così ad una mini Ilva. Secondo la sua strategia tale disegno sarebbe comprensibile, ma non sarebbe condivisibile per l’Italia che deve conservare adeguata capacità nel ciclo integrale. […] Pesantissimi, non solo per l’attuale manodopera diretta che con 4 o 4,5 milioni di tonnellate sarebbe dimezzata- senza alcuna speranza inoltre di poter un giorno recuperare in fabbrica gli attuali 1700 cassaintegrati in carico all’Amministrazione straordinaria-ma anche per gli addetti diretti di Genova e Novi Ligure, e per alcune migliaia di occupati dell’indotto manifatturiero delle altre città, ma soprattutto di Taranto e non solo di quello industriale. […] Le movimentazioni del porto cittadino che potrebbe anche perdere entro qualche anno, se non recuperasse traffici, la classificazione di porto core con la scomparsa della sua Autorità di sistema portuale […] ma anche il settore dell’autotrasporto su gomma e su ferrovia, tutto l’indotto di secondo e terzo livello, dalle pulizie industriali alle mense aziendali, senza considerare l0impoverimento complessivo di territori provinciali e regionali in cui viene speso il reddito di operai e tecnici dell’Ilva. Insomma, una catastrofe. >> (15). Rita Querzè ci informa che << L’uscita di ArcelorMittal dall’Ilva e dall’Italia è più vicina. La Corte suprema indiana ha dato il via libera ad AM per l’acquisizione del gruppo siderurgico indiano Essar Steel. Valore, tra acquisizione e investimenti: 6,15 miliardi di euro. Mittal non dovrà pagare tutto di tasca propria visto che l’operazione è condotta in joint venture con i giapponesi di Nippon Steel. Ma si tratta comunque di un impegno finanziario non distante da quello preventivato per acquisire l’ex Ilva (4,2 miliardi). L’investimento che doveva convergere su Taranto viene dirottato verso l’India. Secondo i siti specializzati, Essar Steel impiega meno della metà dei dipendenti dell’ex Ilva: 3.800 contro 10.700. Ma la capacità produttiva di Essar sarebbe superiore: 10 milioni di tonnellate di acciaio l’anno solo nello stabilimento di Hazira contro i 4 milioni di tonnellate di acciaio di Taranto (che dovevano diventare però 8 milioni a regime). Ad Hazira un manager a inizio carriera guadagna l’equivalente di 5.500 euro l’anno. Grazie a questo «colpo» AM entrerà nel mercato domestico: finora i Mittal non avevano investito a casa propria, il secondo mercato mondiale dell’acciaio. Questa operazione, con il nuovo posizionamento di Arcelor Mittal in India come fatto strategico, penalizza Taranto dal punto di vista dell’impegno delle risorse. >> (16).

E’ possibile, chiedo, che una multinazionale del livello di AM, che avrà sicuramente degli ottimi strateghi geoeconomici e geopolitici al suo interno, abbia partecipato al bando di gara non conoscendo la situazione di Taranto e, soprattutto, non conoscendo gli interessi militari degli Stati Uniti per il golfo di Taranto? E gli strateghi di AM saranno sicuramente informati che i due giganti asiatici del trasporto marittimo, la taiwanese Evergreen Maritime Corporation e la cinese Hutchison Whampoa, che controllavano al 90% la società terminalistica dello scalo pugliese (la Taranto Container Terminal), e movimentavano il 70% dei traffici, con dietro una potenza mondiale come la Cina, hanno dovuto abbandonare il porto di Taranto e trasferirsi nel porto del Pireo di Atene?

Una grande multinazionale come AM non può entrare in contraddizione dicendo, dopo un anno, che non può mantenere gli impegni presi per quanto stabilito nel bando di gara e nel contratto di acquisto dell’Ilva e nello stesso tempo investire in Francia e in India (la contraddizione va vista nell’insieme delle attività mondiali e tenendo presente i due Stati di appartenenza di AM con le loro strategie politiche nazionali). Né può addurre giustificazione di crisi dell’acciaio perché proprio in virtù di essa ha avviato un processo di ridimensionamento della propria presenza nel vecchio continente. Né può trincerarsi dietro la mancanza dello scudo penale perché è una pantomima politica in quanto tutti sanno che chiunque interviene sull’Ilva di Taranto, sia pubblico sia privato, ha bisogno dello scudo penale (17).

Il ruolo dei ceti decisori. La macchina della chiusura dell’Ilva (che avrà i suoi tempi) è già in movimento. Riporto quanto scritto nel 2013 perché nella sostanza ha ancora la sua validità, con l’aggiunta: a) il ruolo di AM, b) i nuovi formali strumenti di sviluppo del territorio (il “Cantiere di Taranto” e il CIS), c) una fantomatica svolta green degli impianti, d) un processo di decarbonizzazione che presuppone un radicale processo di trasformazione degli impianti oltre ad una chiara strategia di investimenti (forni elettrici…) considerando i tempi, le verifiche, l’occupazione (18), e) la farsa di una impresa di interesse strategico per il Paese << La UE, il governo italiano, la regione Puglia e il comune di Taranto sono i luoghi istituzionali dove saranno gestite le risorse finanziarie ( derogando al Patto di stabilità) per il rilancio di uno sviluppo dell’area tarantina nei settori della bonifica ambientale, del risanamento del territorio, della rigenerazione urbana della città, della smart city, del riuso del porto ( l’Autorità Portuale vede con favore la chiusura dell’Ilva per puntare a un riuso del porto e al superamento dell’attuale crisi sul modello di quello di Rotterdam: fare di Taranto, la Rotterdam del Mediterraneo), eccetera, in stretta collaborazione con le strategie di intervento che integrano la dimensione militare e quella civile della NATO. >>.

La solitudine degli operai, prima e la loro reazione di indifferenza e apatia poi, alla chiusura nei fatti dell’Ilva sono indici paradigmatici del degrado politico, sociale e culturale di Taranto, dell’Italia e dell’Europa. Per dirla con Costanzo Preve siamo in piena << […] libidine di servilismo della cultura europea contemporanea verso l’unico modello dominante americanocentrico >> (19).

 

E pensare che c’era il pensiero.

 

 

  1. L’ideologia dell’interesse nazionale

 

L’Ilva è uno stabilimento di interesse strategico nazionale (articolo 1 del decreto legge del 3 dicembre 2012 n.207 e sua conversione in legge n.231 del 2012). Ciò ha permesso, in una prima fase, di espropriarla per affidarla alla gestione pubblica (20) per il risanamento aziendale e territoriale per poi restituirla ai proprietari. Successivamente c’è una diversa gestione: pubblicazione di un bando di gara e assegnazione con un contratto di acquisto (non è il caso di approfondire in questa sede la costruzione del bando e del contratto di affitto con obbligo di acquisto anche se è facile intuire l’impostazione). Sarà il libero mercato con meccanismi democratici e trasparenti ad aggiudicare l’Ilva: il metodo della menzogna sistematica!

Perché non gestire il risanamento aziendale con i sub-decisori italiani invece di affidarla ad una multinazionale franco-indiana? Cioè mettiamo una impresa strategica nazionale in mano a una multinazionale straniera: è il trionfo della legge fondamentale della stupidità umana, dello storico Carlo Maria Cipolla (21). Una nazione seria non consegna una impresa strategica ad una multinazionale come AM che ha dietro due stati come la Francia e l’India. Chiedo: in questa fase di crisi da sovrapproduzione dell’acciaio e di processi di ristrutturazione, chi penalizzerà l’AM? La risposta è: l’Italia! Così come già sta accadendo con gli investimenti surriportati in Francia e in India.

Una impresa strategica nazionale non si consegna alla prima multinazionale mondiale dell’acciaio a meno che i sub-decisori italiani non abbiano affidato la liquidazione dell’Ilva, su comando dei pre-dominanti statunitensi i quali non fidandosi hanno optato per AM sapendo che dietro c’erano sub-dominanti servili, sì, ma affidabili e capaci di portare a termine la chiusura dell’Ilva (oltre ai giochi geoeconomici e geopolitici tra Usa, Francia e India).

In questa logica parlare di industria strategica di interesse nazionale diventa una farsa nazionale (22).

La magistratura con il gioco dello scudo penale (l’Ilva non può essere gestita senza lo scudo penale e questo lo sanno tutti! Anche i magistrati che discutono di grande dottrina giuridica per la incostituzionalità dello scudo penale utilizzato ad hoc) e con il gioco dell’interesse nazionale (tutelando una impresa strategica nazionale dopo averla data alla multinazionale AM?) entra nella vicenda Ilva per creare complessità strumentale al fine di perseguire l’obiettivo della chiusura.

Ancora una volta il ruolo della magistratura è funzionale alle strategie dei pre-dominanti statunitensi e ci vuole una bella faccia tosta a parlare della separazione dei poteri, una architettura giuridica-istituzionale creata per confondere il reale corso della dura realtà conflittuale.

Chiedo, ammesso e non concesso che ci siano le condizioni (23): quale impresa italiana (e sottolineo italiana perché deve essere espressione di una strategia di difesa degli interessi nazionali così come fanno tutte le nazioni non servili) investirebbe in questa complessità rischiosa e pericolosa? Rischiosa per le condizioni storiche oggettive del modo di produzione dell’Ilva dei cotonieri italiani (dal 1960 ad oggi) e pericolosa perché, come ci ricorda Gianfranco La Grassa, gli Stati Uniti d’America << […] sono ormai un grave pericolo e ostacolo […] per il mantenimento dell’autonomia di ogni singola area, di ogni singolo paese; difendiamoci dalla voracità statunitense. Del resto, anche dal punto di vista interno ad ogni paese, i gruppi dominanti più oppressivi, più parassitari e sanguisughe rispetto alla maggioranza della popolazione (non del “popolo”, questa maschera di tutti i traditori), sono quelli che si pongono alle dipendenze degli Usa; da essi sono quindi aiutati a mantenere la loro preminenza interna (corsivo mio) >> (24).

Se, come ho già sostenuto, rimaniamo nella logica capitale-lavoro, capitale-salute, capitale-ambiente, non capiremo perché l’Ilva di Taranto chiuderà. Se invece ci mettiamo nella logica del conflitto strategico (supportato dai saperi della storia, della geopolitica) allora capiremo che l’Ilva di Taranto chiuderà perché è incompatibile con le strategie USA (via Nato) delle fasi multicentrica e policentrica.

 

Il secolo che sta morendo è un secolo piuttosto avaro nel senso della produzione di pensiero. Dovunque c’è un grande sfoggio di opinioni piene di svariate affermazioni che ci fanno bene e siam contenti. Un mare di parole un mare di parole ma parlan più che altro i deficienti.

La citazione che ho scelto come epigrafe è tratta da:

 

Giorgio Gaber, E pensare che c’era il pensiero dall’album E pensare che c’era il pensiero, CD, 1995/1996.

 

NOTE

 

1.Giuseppe Carlo Speziale, Storia militare di Taranto. Negli ultimi cinque secoli, Giuseppe Laterza & Figli, Bari, 1930, pp. 14-15-16-246-258.

  1. Sul ruolo di Taranto nella guerra in Libia e nelle due guerre mondiali si rimanda a Giuseppe Carlo Speziale, Storia militare di Taranto, op. cit., pp.206-259; Mario Gismondi, Taranto: La notte più lunga. Foggia: la tragica estate, Dedalo, Bari, 1968; Giuliano Lapesa, Taranto dall’Unità al 1940: industrializzazione, quadri ambientali e demografici, politiche urbane, Tesi di Dottorato Università degli Studi di Napoli Federico II, www.fedoa.unina.it/3291/1/Lapesa_Giuliano_TesiDottorato.pdf; Roberto Nistri, Taranto nella grande guerra, www.taranto.anpi.it/2014/11/taranto-nella-grande-guerra/. Sulla relazione tra Arsenale e sviluppo economico, sociale, politico e strutturale della città si veda Rosa Alba Petrelli, L’Arsenale Marittimo Militare di Taranto. Un’indagine archeologico-industriale, Crace editore, Roma, 2005; Antonio Verardi, Quando la grande guerra arrivò a Taranto, www.pugliain.net, 17/1/2016.

3.Luigi Longo, Gli Stati Uniti e lo spettro della Russia, www.italiaeilmondo.com, maggio 2017.

4.Luigi Longo, Taranto, da polo siderurgico a polo strategico della NATO, www.conflittiestrategie.it, 20/7/2013 e www.italiaeilmondo.com, 20/5/2018.

5.Manlio Dinucci, Geopolitica di una “guerra globale” in AaVv, Escalation. Anatomia di una guerra infinita, Derive Approdi, Roma, 2005, pp.82-83.

  1. Sulla segretezza degli interventi NATO si rinvia al Dossier di Peacelink “Nato a Taranto”, www.peacelink.it; Interrogazione parlamentare al Ministro della Difesa presentata da Deiana Elettra in data 22/4/2004, htpp://dati.camera.it/ocd/aic.rdf/aic4_09815_14.
  2. Sugli interventi e gli obiettivi contenuti nel CIS dell’area di Taranto si veda www.cistaranto.coesionemezzogiorno.it; sul ruolo e sul rilancio dell’Arsenale Militare di Taranto nelle strategie Nato si legga Maristella Massari, Taranto, è l’Arsenale il perno del rilancio in La Gazzetta del Mezzogiorno del 14/11/2019; Redazione AnalisiDifesa, Dimostrazione in mare per il progetto di ricerca militare OCEAN2020, www.analisidifesa.it, 20/11/2019; Redazione AnalisiDifesa, La portaerei Cavour esce dal bacino di carenaggio di Taranto, www.analisidifesa, 27/11/2019.
  3. Luigi Longo, L’Ilva di Taranto, www.conflittiestrategie.it, 7/8/2012.
  4. Per una analisi economica si rimanda a Riccardo Colombo e Vincenzo Comito, L’Ilva di Taranto e cosa farne. L’ambiente, la salute, il lavoro, Edizioni dell’asino, Roma, 2013; Emiliano Brancaccio e Salvatore Romeo, Piatto d’Acciaio, Limes n.3/2014; Salvatore Romeo, L’acciaio in fumo. L’Ilva di Taranto dal 1945 a oggi, Donzelli editore, Roma, 2019; Federico Pirro, Fare squadra per ripartire da un futuro d’acciaio in La Gazzetta del Mezzogiorno del 22/6/2019.
  5. Per capire la differenza di produzione in condizioni di plusvalore assoluto e plusvalore relativo si rimanda a Karl Marx, Il capitale. Critica dell’economia politica, Einaudi, Torino, 1975, Libro primo, pp.621-648; Karl Marx, Il capitale. Critica dell’economia politica, Einaudi, Torino, 1975, Libro primo, Appendici: Per la critica dell’economia politica. Capitolo VI inedito e altri scritti, pp.1185-1260.
  6. Per le funzioni dei cotonieri Riva e del loro blocco di potere si veda, sia pure in una logica di diritti sociali insufficiente a capire le cause profonde della crisi dell’Ilva, Loris Campetti, Ilva connection. Inchiesta sulla ragnatela di corruzioni, omissioni, colpevoli negligenze, sui Riva e le istituzioni, Manni editore, Lecce, 2013.
  7. Non mi stancherò di dare merito a Costanzo Preve e a Gianfranco La Grassa di aver svelato la non intermodalità della classe operaia. Oggi, si può dire, a partire dallo spettro del comunismo che si aggira per l’Europa del Manifesto del partito comunista del 1847-1848 di Karl Marx e Friedrich Engels. << Per indicare la nostra tesi che la classe operaia, proletariato, partiti comunisti, non sono realmente in grado di costruire una società basata su un modo di produzione diverso da quello capitalistico, parliamo di “non-intermodalità della classe operaia, del proletariato, dei partiti comunisti” >> in Costanzo Preve, Gesù tra i dottori. Esperienza religiosa e pensiero filosofico nella costituzione del legame sociale capitalistico, editrice Petite Plaisance, Pistoia, 2019, pag. 104.

12.bis. Le imprese multinazionali hanno sempre dietro di sé le Nazioni. Senza il loro potere, che si esercita attraverso lo stato, le imprese multinazionali non avrebbero la forza di penetrare coi i loro investimenti le economie degli altri Paesi, di allargare i loro mercati, di allargare le aree di influenza, eccetera. Esse sono strumenti degli agenti strategici egemoni dei Paesi di appartenenza finalizzati all’accrescimento della propria potenza attraverso il conflitto strategico. A mò di esempio ricordo il ruolo delle multinazionali a servizio della politica imperiale USA nell’Iran degli anni ’50 durante la fase di consolidamento dell’egemonia statunitense nel Medio Oriente: esempio di politica pianificata centralmente altro che mercato e democrazia. Per questo si veda Peter Frankopan, Le vie della seta. Una nuova storia del mondo, Monadadori, Milano, 2017, pp.478-498.

  1. Emiliano Brancaccio e Salvatore Romeo, Piatto d’Acciaio, op. cit., pag.235; si veda anche Matteo Meneghello, ArcelorMittal, ecco cosa fa, e dove opera nel mondo, www.ilsole24ore.com, 8/11/2019; Giandomenico Serrao, Bilancio rosso per ArcelorMittal, che taglia la produzione in Europa, www.agi.it, 7/11/2019.

14.Mimmo Mazza, Taranto, un anno di Mittal: siderurgico in affanno, nuovi vertici taglia-personale, www.lagazzettadelmezzogiorno.it, 1/11/2019.

  1. Federico Pirro, L’Ilva non diventi un centro di servizi, intervista a cura di R. R., in La Gazzetta del mezzogiorno del 2/12/2019.
  2. Rita Querzè, ArcelorMittal investe 6 miliardi in India. L’addio all’ex Ilva più vicino, www.corriere.it, 16/11/2019; Federico Pirro, Una cordata italiana, un’orgogliosa risposta nazionale in La Gazzetta del Mezzogiorno, 6/12/2019.
  3. Federico Pirro, Anche la mano pubblica vorrà ottenere lo scudo penale in La Gazzetta del Mezzogiorno del 8/11/2019.

18.Sul piano B dell’Ilva e della via della decarbonizzazione si rinvia a Federico Pirro, La drammatica prospettiva di una fuga dall’acciaio in La Gazzetta del Mezzogiorno del 23/10/2019.

  1. Costanzo Preve, Gesù tra i dottori. Esperienza religiosa e pensiero filosofico nella costituzione del legame sociale capitalistico, op. cit., pag.65.
  2. Intendo i luoghi pubblici, i luoghi dell’interesse generale, i luoghi delle istituzioni ramificate territorialmente, i luoghi dello Stato, come luoghi dove non si espleta la politica dell’interesse generale del Paese ma luoghi dove i gruppi strategicamente egemonici (pre-dominati e sub-dominanti) realizzano i loro indirizzi strategici di dominio.
  3. Carlo M Cipolla, Allegro ma non troppo, il Mulino, Bologna, 1988.
  4. Non poteva mancare la voce di Romano Prodi su una fumosa perdita di fiducia dell’Italia da parte dell’Unione Europea; è veramente irritante sentirlo dire da un esecutore di ordini dei sub-dominanti europei e pre-dominanti Usa, da chi è stato il protagonista della svendita delle società alimentari, facenti capo principalmente alla finanziaria SME dell’IRI; si legga Romano Prodi, L’Italia e l’industria. Una scossa o nessun si fiderà più di noi, www.ilmessagero.it, 6/11/2019.
  5. Il problema non è di una mini Ilva o Maxi Ilva (Paolo Bricco, Ex Ilva, il piano pubblico costerà almeno un miliardo. E i dipendenti che fine faranno? www.ilsole24ore.com., 6/12/2019) o di una newco tra pubblico e privato (Federico Pirro, Una cordata italiana. Una orgogliosa risposta nazionale in La Gazzetta del Mezzogiorno del 6/12/2019), quanto piuttosto quello serio che non ci sono le condizioni soggettive (decisori sub-dominanti servili e incapaci di autodeterminazione interna ed esterna) e oggettive (la città di Taranto è importante per le strategie statunitensi nelle fasi multicentrica e policentrica) per rilanciare l’Ilva.

24.Gianfranco La Grassa, Il compito dei compiti, www.conflittiestrategie.it, 4/12/2019.

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