Trump e la decinesizzazione degli Stati Uniti, a cura della redazione

Qui sotto il testo tradotto di due brevi articoli apparsi sulla stampa americana. Rivela un aspetto, quello del recupero del controllo della logistica, della vera e propria guerra economica intrapresa con sempre maggior convinzione dagli Stati Uniti. Non è solo un confronto di natura economica, quanto l’aspetto economico di un confronto politico sempre più serrato, aperto e ampio. Spazia ormai dall’ambito militare, a quello tecnologico più raffinato, al controllo delle comunicazioni e dei trasporti. La permeabilità della formazione sociale statunitense, contestuale al processo di globalizzazione così come si è sviluppato negli ultimi trenta anni, sta subendo una battuta di arresto che nemmeno un eventuale rovesciamento della Presidenza Trump potrà rimettere interamente in discussione. E’ il prodromo alla formazione di più sfere di influenza entro le quali la potenza egemone dovrà mantenere un fermo controllo. Il corollario nel frattempo è che negli Stati Uniti si è innescato un processo di reindustrializzazione e di ricostruzione delle infrastrutture in grado di garantire maggiore coesione e forza alla formazione sociale, registrando tassi di crescita sino ad ora sconosciuti in questo millennio_Buona lettura_Giuseppe Germinario

 

ll Dipartimento per la Sicurezza Interna (Department of Homeland Security) dell’Amministrazione Trump ha costretto, per motivi di sicurezza, la compagnia statale cinese Cosco a cedere il controllo del porto di Long Beach in California. Long Beach è uno dei maggiori porti degli Stati Uniti (il quarto per esattezza). Il terminal di Long Beach ha registrato, nel 2018, un valore contabile netto di 345,24 milioni di dollari. Il suo utile netto lo scorso anno ha raggiunto 85,86 milioni di Dollari, in aumento di quattro volte rispetto all’anno precedente, il 2017.

Orient Overseas (International) Limited (OOCL) ha dichiarato di aver venduto il 100% del terminal container di Long Beach (LBCT) per $ 1,78 miliardi a un consorzio guidato da Macquarie Infrastructure Partners. Macquarie Infrastructure Partners Inc. è una società specializzata in investimenti infrastrutturali. L’azienda investe in strade, ferrovie, progetti di ponti, aeroporti, porti, acqua e acque reflue, energia e servizi pubblici, nonché infrastrutture sociali e di comunicazione. Gli investimenti di Macquarie Infrastructure Partners Inc si concentrano in Nord America, in particolare Stati Uniti e Canada. Macquarie Infrastructure Partners ha sede a New York.

OOCL è stato obbligato a vendere il terminale, uno dei più automatizzati del paese, ai sensi dell’Accordo sulla sicurezza nazionale con il Dipartimento di Sicurezza Nazionale degli Stati Uniti e il Dipartimento di Giustizia degli Stati Uniti.

Il governo federale ha intimato la cessione del terminale dopo che una verifica dell’anno scorso, ha confermato l’acquisto di OOCL da parte di COSCO Shipping Holdings. La società cinese Cosco Shipping Holdings, acquirente di OOCL (Orient Overseas International), con sede ad Hong Kong, è stata costretta quindi a vendere la proprietà del Terminal californiano.

L’amministrazione Obama aveva concesso nel 2012 il via libera ad OOCL per la firma di un contratto di locazione di 40 anni con la Città di Long Beach per il controllo del porto. La maggior parte dei movimenti di container Asiatici (Cinesi)in America, passa per Long Beach. L’accordo faceva parte del “Middle Harbor Redevelopment Program” per finanziare l’espansione per 1,5 miliardi di dollari del porto di Long Beach entro il 2020.

Ma una delle prime azioni del Department of Homeland Security, sotto l’amministrazione Trump, è stata la formazione, nel marzo 2017,  del Comitato per gli  Investimenti Esteri negli Stati Uniti. Una commissione di revisione e controllo su investimenti fatti da compagnie straniere che potrebbero minare la sicurezza nazionale. La commissione era nata sulla scia di una denuncia dell’acquisizione da parte di Cosco di un ex impianto portuale della Marina statunitense.

La Cina gestisce sei dei dieci porti container più trafficati del mondo. Il governo cinese ha anche finanziato la costruzione e la gestione di 43 porti in 35 paesi nell’ambito dell’iniziativa “One Belt and One Road” (OBOR) lanciata cinque anni fa dal Ministero dei Trasporti Cinese.

A complemento dei suoi sforzi per ottenere il predominio sulle attività, la Cina ha indotto le proprie compagnie statali ad acquistare esclusivamente prodotti e servizi da altre imprese statali cinesi.

Di conseguenza, il China International Marine Containers Group è diventato il più grande produttore mondiale di container e Shanghai Zhenhua Heavy Industries ha guadagnato una quota di mercato internazionale del 70% per le gru portuali e ora esporta in 300 porti di 100 paesi.

Secondo i termini dell’acquisizione di Macquarie, Orient Overseas International intascherà un guadagno di 1,29 miliardi di dollari; continuerà a controllare il traffico di navi e ferrovie negli impianti di container per i prossimi vent’anni, poiché i termini del precedente accordo fatto durante il regno dell’amministrazione Obama, non è annullabile in tutte le sue forme.

 

 

https://www.americanthinker.com/blog/2019/05/trump_administration_forces_china_to_sell_the_port_of_long_beach.html

https://www.americanshipper.com/news/macquarie-consortium-buying-long-beach-container-terminal?autonumber=848093

https://www.bloomberg.com/research/stocks/private/snapshot.asp?privcapId=8642218

MIGRAZIONE SOSTITUTIVA: E’ UNA SOLUZIONE PER IL DECLINO E L’INVECCHIAMENTO DELLA POPOLAZIONE?_ a cura di Gianfranco Campa

Qui sotto la traduzione della parte del rapporto delle Nazioni Unite riguardante la situazione e le proiezioni delle dinamiche demografiche riguardanti l’Italia. L’apparente oggettività delle proiezioni statistiche tende quasi sempre a rappresentare come inevitabili se non addirittura auspicabili gli attuali processi di mobilità demografica, in particolare i complessi fenomeni delle migrazioni, frutto in realtà di politiche. Come ogni interpretazione, anche le proiezioni statistiche si fondano sempre e comunque su delle ipotesi. E’ indubbio che in quasi tutte le società occidentali, ma anche in Cina e in Giappone, il costante e drammatico calo di fertilità in corso ormai da più di un decennio sta creando una voragine nell’indispensabile ricambio generazionale e nel mantenimento di un ragionevole rapporto tra popolazione attiva e in quiescenza. Il dato statistico, però, sta diventando un’arma che impedisce di considerare le cause del fenomeno, di individuare le possibili soluzioni, di adottare eventuali misure compensative, di evidenziare gli acceleratori di queste dinamiche. L’Italia è uno dei paesi che soffre maggiormente del processo di invecchiamento. E’ anche il paese, però, che soffre di un grave problema di emigrazione, specie delle leve più giovani e qualificate; di un tasso di occupazione specie di giovani e femminile largamente inferiore alla gran parte dei paesi industrializzati; di una economia industriale e dei servizi estesa ma organizzativamente e tecnologicamente piuttosto arretrata. E la tecnologia e il modello organizzativo sono strumenti utili a compensare i limiti fisici di una popolazione sempre più anziana. L’andamento demografico inoltre è legato al patrimonio culturale e alla rappresentazione ideologica dominante in una formazione sociale. Di fatto esso, di conseguenza la natalità stessa, è il riflesso delle caratteristiche di una formazione sociale e delle capacità e delle ambizioni di una classe dirigente in grado di tracciare, offrire e realizzare una prospettiva ambiziosa e realistica di forza, autorevolezza e sviluppo di un paese. Sarebbe bene iniziare a utilizzare gli strumenti statistici in funzione di questo piuttosto che dell’accettazione fatalistica di tendenze deleterie per il paese ma utili a procrastinare il dominio delle nostre siffatte classi dirigenti così decadenti e servili; tanto accoglienti nella loro retorica quanto inadeguate di fatto a gestire il problema dell’immigrazione specie di popolazioni dal bagaglio culturale e ideologico così distante e, spesso, ostile rispetto ai paesi ospitanti._Giuseppe Germinario

NB_ le statistiche e i grafici sono disponibili sui link originali

 

 

MIGRAZIONE SOSTITUTIVA: E UNA SOLUZIONE PER IL DECLINO E L’INVECCHIAMENTO DELLA POPOLAZIONE?

 

Le proiezioni di studio delle Nazioni Unite indicano che nei prossimi 50 anni, le popolazioni di quasi tutti i paesi europei e quella giapponese dovranno affrontare il declino e l’invecchiamento della popolazione. Le nuove sfide del declino e dell’invecchiamento della popolazione richiederanno una revisione completa di molte politiche e programmi tradizionalmente consolidati, compresi quelli relativi alla migrazione internazionale.

Concentrandosi su questi due sorprendenti e critici trend sulle popolazioni, allo studio contenuto nel rapporto, si consiglia la migrazione sostitutiva per otto paesi a bassa fertilità (Francia, Germania, Italia, Giappone, Repubblica di Corea, Federazione Russa, Regno Unito e Stati Uniti) e in generale due regioni geografiche (Europa e Unione Europea). La migrazione sostitutiva si riferisce alla migrazione internazionale di cui un paese avrebbe bisogno per compensare il declino e l’invecchiamento della popolazione a causa della bassa fertilità e dei tassi di mortalità.

 

3.Italy

 

(a) Tendenze passate.

Il tasso di fertilità totale in Italia è passato da 2,3 nel 1950-1960 a 2,5 nel 1960-1970 e da allora è in costante calo. È sotto il livello di ricambio generazionale dal 1975 e nel 1995-2000 è stato stimato a 1,20 figli per donna, uno dei tassi di natalità più bassi del mondo. Dal 1950, la mortalità è diminuita costantemente, con un conseguente aumento dell’aspettativa di vita per entrambi i sessi da 66,0 anni nel 1950-1955 a 77,2 anni nel 1990-1995. Nonostante un’immigrazione annua stimata annua di 70.000 nel 1995-2000, la popolazione italiana è diminuita nel periodo 1995-2000. Tra le conseguenze di questi cambiamenti demografici c’era il più che raddoppiamento della percentuale della popolazione di oltre 65 anni, dall’8,3% della popolazione nel 1950 al 16,8% nel 1995.

Come conseguenza di questi cambiamenti, il potenziale indice di sostegno per l’Italia è diminuito da 7.9 persone di età compresa tra 15 e 64 anni per ogni persona di oltre 65 anni nel 1950 a 4.1 nel 1995.

(b) Scenario I

Questo scenario, che è la variante media della Revisione delle Nazioni Unite del 1998, presuppone che ci saranno 660.000 immigrati netti tra il 1995 e il 2020, dopo di che non ci sarà più alcuna migrazione verso l’Italia. In questo scenario, la popolazione italiana diminuirebbe del 28%, passando da 57,3 milioni nel 1995 a 41,2 milioni nel 2050 (i risultati delle proiezioni delle Nazioni Unite del 1998 sono riportati nelle tabelle allegate). La popolazione di età compresa tra i 15 e i 64 anni diminuirebbe del 44% nello stesso periodo, mentre la popolazione oltre i 65 anni aumenterebbe del 49%, da 9,6 milioni a 14,4 milioni. Le persone di età pari o superiore a 65 anni rappresenterebbero più di un terzo della popolazione italiana entro il 2050. Di conseguenza, il potenziale indice di sostegno diminuirebbe del 63%, da 4,1 nel 1995 a 1,5 nel 2050.

(c) Scenario II

Scenario II, che è la variante media con migrazione zero, ipotizza che la fertilità e la mortalità cambieranno in base alle proiezioni di variante media della Revisione delle Nazioni Unite del 1998, ma che non ci sarà alcuna migrazione in Italia dopo il 1995. I risultati sono molto simili a quelli dello scenario I. La popolazione italiana nel 2050 sarebbe 40,7 milioni, solo 475.000 persone in meno rispetto allo scenario I. Ci sarebbero rispettivamente 21,6 milioni e 14,2 milioni di persone di età compresa tra 15-64 e 65 anni, nel 2050. Come nello scenario I, il potenziale indice di sostegno diminuirà del 63% passando da 4,1 nel 1995 a 1,5 nel 2050.

(d) Scenario III

Si presume, per lo scenario III, che tra il 1995 e il 2050 la popolazione totale dell’Italia rimarrà costante nella sua dimensione del 1995 di 57,3 milioni di persone. Un totale di 12,9 milioni di migranti netti tra il 1995 e il 2050 sarebbe necessario per raggiungere questo obiettivo. L’immigrazione netta annuale aumenterebbe costantemente da 75.000 nel 1995-2000 a 318.000 nel 2045-2050. In questo scenario, entro il 2050 un totale di 16,6 milioni di persone, pari a circa il 29% della popolazione, sarebbero immigrati post-1995 o loro discendenti.

(e) Scenario IV

Questo scenario ipotizza che la popolazione italiana tra 15 e 64 anni rimarrebbe costante al livello del 1995 di 39,2 milioni, arrestando il calo delle dimensioni di questa fascia di età. Per raggiungere questo obiettivo, sarebbero necessari 19,6 milioni di immigrati tra il 1995 e il 2050. Il numero medio annuo di migranti lo farebbe variare, raggiungendo un picco di 613.000 persone all’anno tra il 2025 e il 2030 e poi abbassandosi a 173.000 all’anno nel 2045-2050. In base a questo scenario, la popolazione italiana crescerebbe del 16% passando da 57,3 milioni nel 1995 a 66,4 milioni nel 2050. Entro il 2050, il 39% della popolazione sarebbe stata costituita da migranti post-1995 o da loro discendenti. Il potenziale indice di sostegno diminuirà da 4,1 nel 1995 a 2,2 nel 2050.

(f) Scenario V

Scenario V non consente al potenziale rapporto di proporzione di scendere al di sotto del valore di 3.0. Per raggiungere questo obiettivo, non sarebbero necessari immigrati fino al 2010, e tra il 2010 e il 2040 sarebbero necessari 34,9 milioni di immigrati, una media di 1,2 milioni all’anno in quel periodo. Entro il 2050, su una popolazione totale di 87,3 milioni, 46,6 milioni, ovvero il 53%, sarebbero gli immigrati post-1995 o  loro discendenti.

(g) Scenario VI

Lo Scenario VI mantiene il potenziale indice di supporto al livello di 4.08 del 1995. Sarebbe necessario un totale di 120 milioni di immigrati tra il 1995 e il 2050 per mantenere questo rapporto costante, con una media complessiva di 2,2 milioni di immigrati all’anno. La popolazione italiana risultante nel 2050 in questo scenario sarebbe 194 milioni, più di tre volte la dimensione della popolazione italiana nel 1995. Di questa popolazione, 153 milioni, ovvero il 79%, sarebbero immigrati post-1995 o loro discendenti.

(h) Ulteriori considerazioni

Nel 1995-2000, il tasso di crescita della popolazione italiana era stimato a -0,01%. Questo calo della popolazione era previsto nonostante un’immigrazione netta di 70.000 persone all’anno. Il numero di stranieri nati in Italia è quasi raddoppiato, da 821.000 nel 1965 (1,6 per cento della popolazione totale) a 1,5 milioni nel 1995 (2,7 per cento della popolazione). Secondo lo scenario III, per mantenere la popolazione italiana in declino rispetto alle dimensioni del 1995, i flussi migratori annuali dovrebbero essere, in media, più grandi di tre volte tra il 1995 e il 2050 rispetto al periodo 1990/1995. Per mantenere la popolazione di l’età lavorativa in declino richiederebbe più di cinque volte il livello annuale di migrazione 1990-1995. Inoltre, per gli scenari III e IV, la proporzione della popolazione italiana nel 2050 che sarebbe costituita dagli immigrati post-1995 o dai loro discendenti, rispettivamente 29% e 39%, è più di 10 volte la proporzione di popolazione nata nel 1995. La figura 13 mostra, per gli scenari I, II, III e IV, la popolazione italiana nel 2050, indicando la quota che comprende i migranti post-1995 e i loro discendenti.

I cambiamenti demografici sono ancora maggiori nello scenario VI. Questo scenario richiede oltre il doppio di immigrati tra il 1995 e il 2050 come popolazione totale del 1995 nel paese. Inoltre, quasi i quattro quinti della risultante 2050 popolazione di 194 milioni sarebbero costituiti da immigrati post-1995 o dai loro discendenti.

In assenza di migrazione, i dati mostrano che sarebbe necessario aumentare l’età lavorativa a 74,7 anni per ottenere un rapporto di supporto potenziale di 3,0 nel 2050. Mantenere nel 2050 il rapporto del 1995 di 4,1 persone in età lavorativa per ogni persona anziana l’età lavorativa passata richiederebbe un aumento del limite superiore della durata dell’età lavorativa a 77 anni entro il 2050. Aumentare i tassi di attività della popolazione, se fosse possibile, sarebbe solo un palliativo parziale al declino del tasso di sostegno dovuto all’invecchiamento . Se i tassi di attività di tutti gli uomini e donne di età compresa tra 25 e 64 dovessero aumentare fino al 100 per cento entro il 2050, ciò rappresenterebbe solo il 30 per cento della perdita nel rapporto di sostegno attivo risultante dall’invecchiamento della popolazione.

https://www.un.org/en/development/desa/population/publications/pdf/ageing/replacement-chap4-it.pdf

https://www.un.org/en/development/desa/population/publications/pdf/ageing/replacement-at-it.pdf

 

La religione del progetto europeo_Intervista a Régis Debray

http://www.lefigaro.fr/vox/societe/2019/03/29/31003-20190329ARTFIG00111-regis-debray-a-force-de-vouloir-accueillir-toutes-les-identites-l-europe-n-a-plus-d-identite.php

Il progetto europeo è, secondo Régis Debray, una religione prima ancora che un’impresa politica. Per questo motivo, sostiene, nonostante il fallimento politico dell’Unione Europea, i nostri leader continuano a crederci. Come infestato dall’Europa fantasma.

Le Figaro.- il tuo libro, l’Europa fantasma *, sotto la collana “Tracts”, esce a tre mesi dalle elezioni europee. È un caso?

Régis Debray.- No, ma l’attualità è solo un aggancio; Antoine gallimard e Alban Cerisier hanno ripreso il titolo di una collezione degli anni ‘ 1930, che ha pubblicato gide, Thomas Mann, giono e altri. L’ idea è di richiedere a scrittori  testi brevi, senza gergo e senza ingiurie, sul momento storico. Per tanto non è l’elezione europea, con le sue pie intenzioni, che mi ha interessato, ma le basi spirituali di un’utopia politica. Non dimentichiamo che la sua bandiera blu cielo procede dall’apocalisse di San Giovanni. Le Dodici stelle sono quelle di Notre Dame.

Cosa significa questo titolo, l’Europa fantasma?

E’ un occhiolino all’Africa fantasma di Michel Leiris dove rivela la sua delusione di occidentale che sperava con il raid Dakar-Gibuti, nel 1932, di diventare un altro uomo al contatto di un’altra civiltà, e che finisce con ” Rifiutare la pienezza di esistenza a questa Africa in cui avevo trovato molto ma non il rilascio “. Anche noi aspettavamo di essere rilasciati dal nostro pesante passato, dai nostri egoismi, dalle nostre passioni assassine, da un’Europa serenamente unita ed ecco che tornano in forza, questi egoismi e che questa costruzione ideale si rivela in realtà evasiva, randagia e senza corpo. Una non-persona. Questo non ha solo svantaggi. Un essere galleggiante e sfocato può continuare a perseguitare gli spiriti, come un ritorno. E di fatto, da lontano, in lontananza arriva il rilancio, il piano miracoloso, l’annuncio di Rinascimento, per resuscitare la fiamma e i cuori. Il ritmo è decennale.

Stai paragonando il progetto europeo a un messianismo, a una religione. In che modo lo è?

Da molti lati, l’europeismo è l’oppio delle nostre elite, espressione del loro sconforto politico e protesta contro questo sconforto. Io faccio una parodia della formula marxiana, ma accanto al comunismo e al nazionalismo, il supplemento d’anima del techno fa una religione laica molto debole, che non mobilita nessuna influenza, non ricorda nessun passato e non definisce alcun futuro. “in nazionalità è proprio come in geologia, il calore è giù”, diceva Michelet. Per L’ Unione Europea il calore è in alto e non scende. È una locomotiva senza carri, constata proprio Védrine. A Pechino non importa, e le elezioni europee sono in realtà un sondaggio di opinione a grandezza naturale, ad uso domestico, e che interessa solo professionisti, politici e media.

Detto questo, c’è stato in partenza, all’indomani della guerra, un fervore, uno slancio grazie alla convergenza di due messianismi, il cristiano e il progressista – una giunzione miracolosa tra l’impero della grazia, per un ritorno di Cristianesimo, e l’impero della ragione, come vuoto unificante e pacificatore. Jacques Delors è servito da ponte tra questi due versanti, da cui il consenso sul suo nome. Purtroppo, i due pilastri del tempio, il democratico cristiano e il socialdemocratico, sono crollati, e non resta altro che un neoliberalismo secco e crudo. Non molto motivante. Ma alla fine, religione viene dal latino religare, collegare, raccogliere. Questo pone una base comune agli eletti, come testimonia l’ultima conversazione del presidente con i suoi consiglieri e gli intellettuali del suo cenacolo. La Fede è sparita, ma l’autostima rimane. È un narcisismo al più. Umiliante per il gregge delle grandi menti allineate dall’Eliseo, ma gratificante per il maestro d’opera.

Se è una religione, il numero dei suoi fedeli appare oggi in declino?

Il piccolo numero di fedeli, e la debolezza delle adesioni sempre più titubanti, mi sembra abbiano diverse cause. Il mondo è cambiato dal trattato di Roma, nel 1957. Si è globalizzato nella sua dimensione e saccheggiato nella sua composizione – questo spiega quello. Che la globalizzazione techno-economica sfoci in una balcanizzazione culturale e politica, con una crescente frammentazione dei set organizzati, è una prova. Ne parlo ripetendolo da quarant’anni, e tutto ciò finisce per imporsi alla vista di tutti. Poi non siamo più all’età dei blocchi politico-militari, e non ne esistono più, a parte la Nato. C’ era un nemico, una cortina di ferro, una nicchia da tenere. Di fronte a Stalin, fare blocco è giustificato. Oggi l’Unione Europea è un anacronismo: troppo piccolo per le sfide mondiali, economiche, ecologiche e altri, e troppo grande, a 27, per una qualsiasi coerenza. È diventato un giogo, non un trampolino di lancio.

L’ Europa attuale è tedesca o americana?

Entrambi non sono incompatibili. L’ Europa dei fondatori è iniziata a matrice americana, nella sua ispirazione e nel suo finanziamento più o meno segreto; è diventata a preponderanza tedesca, dopo l’allargamento che ha spostato ad est il centro di gravità. È normale che un’Europa fondata sul primato dell’homo oeconomicus sia dominata dalla prima economia del continente.

L’ homo oeconomicus americano si è unito a una fede in Dio, “in Dio noi confidiamo”. E da noi si vuole autosufficiente. Confronta un biglietto da 10 dollari, che articola una metafisica su una storia concreta e una geografia precisa, con un biglietto di 10 euro, che è un biglietto di monopoli senza valuta, senza volto e senza luogo, e capirai tutto … Non una silhouette sotto questi archi in sospensione tra cielo e terra, come apparizioni spettrali. Da un lato, un popolo, quindi una storia. Dall’altro, un aggregato, fuori terra e fuori dalla storia.

Cosa ne pensa dell’idea che l’Europa avrebbe portato la pace?

Non è l’Europa di Bruxelles che ha fatto la pace, è la pace mondiale che ha fatto questa Europa, quando la dissuasione nucleare ha congelato da una parte e dall’altra i conflitti in ogni campo, ogni signore, Stati Uniti e URSS , non avendo alcun interesse a vedere i suoi protetti dvidersi. E questa Europa ha dovuto chiamare gli Stati Uniti per riportare la pace nell’ex Jugoslavia, incapace di restaurarla da sola. Non può né fare guerra né fare pace. Che peccato.

Lei dice che istituzionalizzandosi, l’Europa si è sconfitta…

La vostra domanda mi fa sovvenire una risposta di de De Gaulle a Malraux nelle querce che si abbatte: ” L’ Europa le cui nazioni si odiavano aveva più realtà di oggi.” bisogna rileggere questa intervista del 1969, premonitrice, come tutti I PRONOSTICI GAULLIANI. ” senza dubbio assistiamo, disse, alla fine dell’Europa. Buona fortuna a questa federazione senza soggetto federativo.” potrebbe essere l'” Anglobal ” il grande e unico federativo. La famosa parola apocrifo di Jean Monnet, “se avessi saputo avrei iniziato con la cultura”, non ha senso, visto che la cultura è prima la lingua! Se vai a Bruxelles, vedrai che è diventata una città inglese, mentre Ginevra è rimasta francofona. A forza di voler accogliere tutte le identità, l’Europa non ha più identità. Il nostro grande promulgatore di allarmi ha lanciato nei suoi ultimi giorni un avviso sul quale i nostri responsabili nella loro fuga in avanti avrebbero interesse a meditare: ” non ho mai creduto bene di affidare il destino di un paese a ciò che svanisce.”

A domani de Gaulle?

Non facciamone un nazionalista. E’ lui che ha assicurato e formalizzato la riconciliazione franco-tedesca, con Adenauer; instaurato l’ufficio Franco-tedesco della gioventù. E ha sinceramente voluto un’Europa europea con il trattato dell’Eliseo e il piano Fouche. Purtroppo il Bundestag, consigliato da Jean Monnet, l’ha inviato sulle rose. Da qui la sua battuta: ” i trattati sono come le ragazze e le rose. Dura quello che dura.” uscire dal protettorato americano è sembrato sacrilego ai nostri amici tedeschi. Speriamo che questa paura non durerà per sempre. Possiamo dubitarne.

Non vi riconoscete nell’opposizione tra nazionalisti e progressisti concettualizzata da Emmanuel Macron?

No, affatto. Questa opposizione è stata concettualizzata, non molto tempo fa, da Drieu la Rochelle, eminente progressista che chiedeva a “L’ Europa nuova” di trascendere i vecchi nazionalismi mortiferi.

Ecco perché, disse, lui così come un numero di intellettuali e accademici di questo periodo, per liberarsi degli sciovinismi che ci hanno fatto tanto male, bisognava difendere tutti insieme la fortezza Europa contro le orde bolsceviche, ciò di cui si sono caricati nel 1944 le waffen ss della divisione Carlo Magno, con i suoi 7000 volontari. Dovremmo riaprire i nostri libri di storia, ma non è mai troppo tardi per fare bene. Non c’è solo l’economia nella vita.

Questa opposizione, Ariel contro Calibano, un imperium economico e giuridico contro le culture locali maltrattate, l’ovest contro l’est, fa ovviamente il profitto dei nazionalisti. Per resistere agli imperi, l’Europa centrale e balcanica non ha mai potuto riposare su uno stato, ma sulla sua cultura ancestrale, e la resistenza passa sempre lì attraverso la lingua e la religione. Perché riaccendere questa brutta tradizione?

Andiamo verso il ritorno delle nazioni o l’Europa delle tribù?

Fai la domanda chiave. Bisogna assicurare un futuro alla Nazione civica, la nostra, fondata sul “è francese chi lo vuole”, e impedire a tutti i costi che la nazione etnica, fondata sulla legge del sangue, non venga a sostituirla. Questo è il grande pericolo. La tribù, contrariamente a ciò che si crede, è una forma di organizzazione ahimè sempre più moderna, e l’Europa, che doveva federare, diminuisce e frammenta gli stati nazioni, accelera i separatismi, vedi la Spagna, il Belgio, la Gran Bretagna, la Padania italiana. Auguriamo che la Repubblica dei cittadini resista al grande ritorno del feudalesimo, a cosa porta, paradossalmente, il sovranazionale.

Come si fa a fare questo insieme?

Non ne ho idea. Bisogna lasciare tempo al tempo. Ci saranno soprassalti, effetti di traino e senza dubbio un’unione doganale mantenuta, e alcune giurisprudenze. Ma i popoli rischiano di stancarsi di vedere giudici non più servi della legge, ma medici di norme che dimenticano che la legge repubblicana è l’espressione di una volontà generale, deliberata dai rappresentanti del popolo e applicata nel suo nome. La giuridizzazione di tutti i crini della vita pubblica, sono già le dimissioni della politica.

Esiste un popolo europeo?

Purtroppo no, anche se si mette l’aratro prima dei buoi, pensando che un parlamento possa provocare un popolo. Un popolo, non è solo una comunità di interessi economici ma una comunità immaginaria. Questa suscita una comuni societatis, una solidarietà affettiva, intima e istintiva. Un calaisien è interessato a ciò che sta accadendo a Marsiglia. Un francese non è interessato a ciò che sta accadendo in Polonia o in Estonia.

C’ è un cinema americano ma non c’è cinema europeo, colpa di una lingua comune e di star che parlano a tutti i paesi. “gli unici attori che si hanno in comune in Europa sono americani”, nota Jean-Jacques Annaud. E’ un sintomo interessante, anche se un po’ triste.

Sei un euroscettico?

In nessun modo. La domanda non è sapere se si è pro o contro l’Europa ma di quale Europa si parla. È come se ti chiedessero: sei pro o contro la Francia? Ma quale Francia, quella di Michelet o quella di Maurras? Di Jean  Moulin o di Le pen? Quale Europa? Ce ne sono diverse. C’ è l’Europa medievale del cattolico nostalgico, l’Europa dei lumi cara a Valéry, l’Europa carolingia del tempo dell’occupazione e l’Europa tecnocratica della Commissione. Perdonami, ma io opto per quella di Valéry.

Miserie del neoliberismo, di Teodoro Klitsche de la Grange_ Una recensione

articolo apparso in contemporanea su https://civiumlibertas.blogspot.com/

Alberto Mingardi, La verità, vi prego, sul neoliberismo, Marsilio editori, Venezia 2019, pp. 398, € 20,00.

Di questo libro si sentiva la necessità. Da quando morde la crisi è diventato un ritornello – ripetuto da tanti – affermare che il tutto è dovuto al “neoliberismo” che, tra le tante streghe create dalla fantasia è la più attuale.

Nella realtà azioni, comportamenti, decisioni sono fatti umani e non frutto di astrazioni: il rasoio di Ockham va applicato qui come altrove. Anzi in materia di attività umane è più necessario.

Soprattutto in Italia. È scelta arguta dell’autore aver premesso al testo un passo di Pareto che riportiamo e che da un senso preciso al libro: “Quando qualche storico imprenderà, nel futuro, di narrare la miseria degli anni presenti, è pregato di non darne colpa alla libera concorrenza, perché, quella libera concorrenza, gli italiani non sanno nemmeno dove stia di casa. Sarà, se si vuole, cosa pessima e malvagia, ma infine non si può a essa dar colpa di quei mali che eseguono dove essa non esiste”.

Ora che gli italiani non sappiano “dove stia di casa” la concorrenza (e così  anche il neoliberismo) non è del tutto vero (ma in gran parte lo è): sicuramente vero è che lo sanno meno di altri popoli europei (e non) che non hanno (fortunatamente per loro) avuto governi così stataldirigisti come i nostri, e soprattutto meno voraci e più efficienti.

Mingardi, giustamente, richiama la necessità di una chiarificazione lessicale “Ci sono parole che vengono usate quasi esclusivamente a sproposito: se un tempo avevano un significato chiaro, lo hanno perduto. «Neoliberismo» è una di queste. Che cosa sia di preciso, non lo sappiamo: ma dev’essere una cosa molto brutta”. Per cui a tale termine sono attribuiti i disastri più grandi (tipo il ponte Morandi o il virus Ebola).

La trimurti del neoliberismo, esercitante l’oscura egemonia sul pianeta è composta da FMI, UE, OCSE (nessuno dei quali è – a ben vedere – un paladino della libertà economica). Dietro i quali, le varie consorterie e gli altri poteri forti. La crisi del 2018 ha “alimentato una profonda insoddisfazione nei confronti dello status quo. Questo status quo viene avvicinato a politiche di liberazione dei mercati e di deregulation: le quali in alcuni paesi hanno più o meno avuto luogo, in altri proprio no, e in un caso e nell’altro è improbabile che abbiano smantellato lo Stato sociale. L’insoddisfazione per lo status quo viene comunque indirizzata contro la «mano invisibile»”. In Italia non è proprio così: la mano pubblica ha una larga prevalenza “la spesa pubblica sfiora la metà del PIL, sono in vigore oltre duecentocinquantamila leggi, esistono almeno ottomila società a partecipazione pubblica” onde “alla domanda «chi ha imposto un liberismo sfrenato all’Italia?», spesa pubblica e pressione fiscale (rispettivamente 48,9% e 43% del PIL) suggerirebbero una sola risposta: nessuno, in tutta evidenza”. I problemi che ne derivano (sul piano globale) sono due: quanto neoliberismo vi sia nella globalizzazione e se la situazione possa essere affrontata con “più Stato”.

Quanto alla prima questione l’autore risponde che ce n’è ma non tanto. La spesa pubblica è sempre elevata – e quindi la presenza dello Stato nell’economia. Alla seconda domanda, ovviamente, Mingardi risponde negativamente.

Un libro demistificante, ricco di notizie e di giudizi “fuori dal coro”, che non possiamo riportare per i limiti della recensione.

A questo punto due note del recensore. La prima: i guasti dell’eccessiva presenza dello Stato nell’economia, in Italia in ispecie, non sono provocati solo dalla percentuale di spesa e prelievo pubblico, né dalla notevole presenza di imprese pubbliche, ma, in gran parte, dalle “zone grigie” in cui il privato si confonde col pubblico. Cioè nell’ “amministrativizzazione” delle attività private con permessi, licenze, concessioni, autorizzazioni. Usati dal potere pubblico per il controllo della società (agli amici si da tutto, ai nemici poco o nulla); ma a costo di diminuire efficienza e libertà. Sotto tale profilo, nel periodo della seconda Repubblica, si è fatto poco o niente, e spesso si sono fatti passi indietro nella tutela dei diritti nei confronti dei poteri pubblici.

La seconda: in una classe dirigente in decadenza, tendono a prevalere quelli che Einaudi chiamava andazzieri, che fiutano il vento e fanno mostra di seguirlo. La moda “neoliberista” in Italia ha generato delle privatizzazioni presentate come modernizzazione e conversione della sinistra al mercato. Ma in realtà le suddette erano per lo più realizzate in modo da favorire gli acquirenti (per ovvi motivi) con condizioni generose. In occasione del crollo del ponte Morandi la questione è venuta all’attenzione. Tuttavia, già da prima era sufficiente leggere i bilanci delle imprese che avevano acquisito attività pubbliche per notarne la floridezza; in contrasto con il fatto che quelle dismesse erano – o erano considerate – poco redditizie per lo Stato. Merito dell’imprenditoria privata o delle generose condizioni praticate? Forse un po’ dell’una e dell’altra. Per cui più che a un modello neoliberista ci troviamo di fronte ad uno colbertista (e nel peggiore dei casi ad una svendita di asset pubblici). Di un colbertismo introverso, mirante non alla potenza e ricchezza della nazione, ma agli interessi spicci dei governanti (e di qualche “governato”).

Teodoro Klitsche de la Grange

Dal Mondialismo al Popolo Sovrano (Conversazione con la Redazione), di Vincenzo Bellisario

Dal Mondialismo al Popolo Sovrano (Conversazione con la Redazione)

 

Dal Mondialismo al Popolo Sovrano, nella sostanza, potrebbe essere una variante “alternativa” dell’ultimo libro pubblicato da Vincenzo Bellisario: “Contrordine Globale – Dal Mondialismo al Sovranismo” (Racconto di un Sogno possibile)…

Vincenzo, nel suo ultimo libro, è molto diretto. Afferma: «Il principale fine di questo saggio non è quello di aggiungere troppa “carne al fuoco”, ma quello di fornire una rilettura/semplificazione ai minimi termini dei massimi eventi degli ultimissimi anni, che, in più di un caso, hanno colpito ed affondato “i globali”; i massoni “deviati”… che, negli ultimi 30-40 anni, hanno preso in mano il Mondo, di fatto, “privatizzandolo”, portandoci all’orrore quasi totale della nostra quotidianità, che, per fortuna e pian piano, sta cercando di raddrizzare il tiro… e questo proprio grazie alla cosiddetta “trazione populista”, che, “i globali” – i massoni “deviati” -, attraverso i loro portavoce (i “politically correct”), ci dicono essere criminale, assassina, nazista, fascista, populista, mafiosa, razzista, xenofoba, retrograda, provinciale, sessista, vecchia, bifolca… Perché? Semplicemente perché hanno paura di perdere il potere assoluto».

Individua una specifica categoria (i “politically correct”, quelli del “politicamente corretto”…), che, come afferma, è quella “specifica area” che coloro che Lui definisce massoni-globali-“deviati” utilizzano per far sì che il dominio quasi assoluto di questi ultimi rimanga tale… Scrive: «I burattinai, coloro che gestiscono questo impressionante e pericolosissimo Esercito di parassiti, violenti ed ipocriti (parlo, ovviamente, di coloro che Marcello Veneziani definisce i “politically correct”, quelli del “politicamente corretto”… la Sinistra mondiale, i ricchi e i figli dei ricchi… quelli della “caviale e champagne”… coloro che hanno una visone del Mondo e delle cose, solo ed esclusivamente teorica, e non pratica… coloro che parlano solo ed esclusivamente per sentito dire…, per intenderci meglio…), hanno eccessivamente forzato la mano: si sono spinti molto oltre, rendendo poveri anche tantissimi di coloro che avevano avuto la possibilità di conoscere e vivere il benessere; tantissimi di coloro che appartenevano alla ormai quasi sepolta classe media, di cui l’Italia vantava il primato assoluto… nel Mondo.

Ecco perché le super-oligarchie mondiali, temono, per la prima volta, di perdere il potere assoluto: perché svariate centinaia e centinaia di milioni di persone che appartenevano alla classe media e che avevano sempre preso per oro colato tutto quello che veniva comunicato attraverso l’informazione ufficiale e che improvvisamente ed “inaspettatamente” sono scivolate verso il basso, si sta lentamente risvegliando; stanno lentamente uscendo da quel coma quasi irreversibile, talvolta voluto e talvolta non voluto, inconsapevole, in cui avevano silenziosamente vissuto per svariati anni; nel benessere…

Voglio dire questo: la povertà, per svariate centinaia e centinaia di milioni di persone che non avevamo mai creduto alla povertà, si sta quasi rivelando un “bene”. Questo perché un ricco può anche in parte credere a quello che legge o ascolta e che riguarda la povertà, ma, una cosa è viverla la povertà, altra cosa e sentirne parlare in TV o leggerla sui giornali. Loro, i burattinai, i massoni “deviati”, come affermavo: hanno eccessivamente forzato la mano, si sono spinti molto oltre. Adesso, a parte i “morti perenni” (tutti coloro che sono nati e cresciuti nella povertà, coloro che non contano e, molto probabilmente, non conteranno mai… spero, ovviamente, di sbagliarmi, e, nel mio piccolo, di invertire questa schifosa, insopportabile ed intollerabile “tendenza”…), c’è questo impressionante Esercito di ex benestanti, che, si sta pian piano muovendo/risvegliando…

Il Mondo, fortunatamente, sta lentamente lavorando per tornare alla “normalità”, ma la strada è sicuramente molto lunga e non semplice. Questo perché i “globali” (gli attuali padroni di gran parte del Mondo, i massoni “deviati”…) hanno eccessivamente forzato la mano: hanno esagerato, fino all’inverosimile.

Utilizzando un’espressione del giornalista Paolo Barnard: “Hanno reso plausibile l’impossibile…” La guerra, ovviamente, è appena iniziata…

Nessuna risorsa/forza che vira nella direzione opposta alla costruzione masso-globale-“deviata”, quindi, deve essere “abbandonata”…»

Cita, nell’Introduzione al libro, un convegno su “Sovranità e Globalizzazione”, tenutosi a Milano, assieme ad oratori del calibro di Ted Malloch (diplomatico, fedelissimo di Trump), Giulio Tremonti (più volte Ministro dell’Economia), Thomas Williams (professore di Filosofia presso l’Università Saint Thomas di Roma e direttore per l’Italia dell’Agenzia Breitbart), Giuseppe Valditara (professore ordinario di diritto privato romano) ed altri, nel maggio del 2017, dove era presente anche Marcello Foa, che definisce uno dei massimi intellettuali italiani (scrittore, giornalista ed attuale Presidente della RAI).

Questo convegno, secondo Bellisario, «risulterà essere tra i più importanti, in Italia e in Europa, in termini culturali, in sostegno di quel qualcosa di assolutamente “diverso” da quello che i signori “globali” ci hanno prospettato ed inculcato negli ultimi 30-40 anni, in Italia e nel Mondo (in primis nell’Eurozona e nell’Unione Europea); quel qualcosa di cui abbiamo assolutamente bisogno, per ritrovare la nostra la dignità come Popoli, e come singoli».

Bellisario condivide anche in maniera quali totale l’appello di Marcello Veneziani, lanciato in data 2 gennaio 2019, con il pezzo “Per una rivoluzione conservatrice”.

Scrive Veneziani: «Signori della Grande Stampa e della Tv, venditori di almanacchi e di oroscopi politicamente corretti, l’annuncio che avete dato a reti unificate è una bufala: il sovranismo non è finito dopo l’euro-accordo con Bruxelles sulla Manovra. Semplicemente non è ancora cominciato. Lo dico anche ai suoi fautori; il compito per l’anno neonato è far nascere un vero, maturo, duraturo, sovranismo. Ossia un governo che governi nel nome del popolo sovrano e dell’amor patrio, che decida come sa decidere un governo davvero sovrano, che sappia anteporre gli interessi generali e nazionali a quelli settoriali e particolari e stabilisca il primato della politica e della comunità nazionale sulla finanza e sulla tecnocrazia globali». Quindi, sempre Marcello Veneziani, conclude in questo modo: «Da troppo tempo noi italiani, noi osservatori, siamo seduti a vedere i fuochi d’artificio, limitandoci solo a mettere e togliere i like e le faccine. E “loro” che fanno e dicono solo per conquistare quei like, quelle faccine. È tempo di fare un passo avanti, sporgerci di più, rimetterci in gioco, esigere e orientare una rivoluzione conservatrice. Altrimenti non fallisce solo un governo, e una formula, ma si spegne una comunità, anzi una civiltà. Mi piacerebbe che questo compito fosse la nostra verità. Qui comincia l’avventura…»

Vincenzo modificherebbe esclusivamente il concetto di “rivoluzione conservatrice” in “rivoluzione sovranista”. Questo perché, afferma: «I concetti di Destra e di Sinistra appartengono ormai al passato remoto; sono vecchi di almeno 40-50 anni, se si pensa all’Italia. Se si guarda ad alcuni contesti occidentali più avanzati, i concetti di Destra e Sinistra sono superati da molto più tempo». Inoltre, per quanto guarda bene ad eventuali prossimi incontri a riguardo, crede, allo stesso modo, che la stoccata finale, più ampia e pubblica, bisognerà lanciarla tra la primavera del 2022 e quella del 2023; quando, appunto, si terranno le elezioni politiche e quando per l’appunto avremo, finalmente e dopo trent’anni di dominio assoluto del PD al Quirinale, una persona che Lui definisce “AMICO del POPOLO”, quindi, non amico dei “mercati”… Per “mercati”, naturalmente, intende i “mercati” dei capitali finanziari tanto cari ai dirigenti ed ai militanti piddini, bonini e boldrini, quindi, all’attuale Presidente della Repubblica, che altro non è se non un esponente di questi Partiti: da loro proposto ed eletto al Quirinale…

Parla di «una persona amica assieme al quale tutto sarà possibile; ogni eventuale scelta, anche quelle che per ora qualcuno farebbe passare come “estreme”»…, e conclude: «Il concetto di “rivoluzione conservatrice” potrebbe apparire come un qualcosa di vecchio e potrebbe non essere compreso da tutti. Quello di “rivoluzione sovranista”, invece, è un concetto molto più ampio; un qualcosa che già ad oggi, sommando l’area di Governo con altre formazioni minori (tipo Fratelli d’Italia ed innumerevoli altre forze minori sovraniste di ogni area), conta quasi il 70% degli italiani». Non per caso, fa notare Vincenzo: «Oggi, tal Massimo D’Alema, si rivolge a Calenda dicendogli quanto segue: “La malattia è il Neoliberismo, non il Sovranismo”… Tal Massimo D’Alema conosce bene la proporzione della ennesima mazzata che prenderanno nel 2023… Ecco perché cerca di “deviare”… ma per loro il tempo è scaduto, come è scaduto per Berlusconi, che, oggi, assieme alle sue “amichette di merenda” e di Partito (Bernini, Gelmini e Carfagna), cerca di imitare il PD et similia, per provare a ritagliarsi uno spazio… TEMPO SCADUTO!…»

Poi, si spinge oltre, con altri ragionamenti “esterni”, e cita i dirigenti e la quasi totalità dei militanti piddini, bonini e boldrini. Afferma: «Se non sei con loro, sei contro di loro… quindi, nella più ottimistica delle ipotesi, sei un “FASCISTA”… altrimenti, quanto segue: un criminale, assassino, nazista, populista, mafioso, razzista, xenofobo, misogino, retrogrado, provinciale, sessista, vecchio, bifolco»…, ed aggiunge, marcando assai bene le differenze: «Una volta, loro, i dirigenti e i militanti piddini, bonini e boldrini, erano quelli della Sinistra… gli altri, invece, quelli “Brutti, sporchi e cattivi” (come scriveva Ettore Scola e magistralmente interpretava il Gigante Nino Manfredi), erano quelli della “Destra”».

Quindi, rivolto ai dirigenti ed ai militanti piddini, bonini e boldrini: «Per circa 25 anni, avete accusato “quella persona” di ogni male possibile e di ogni tipologia di reato possibile; avete accusato e considerato “quella persona” un CRIMINALE… non solo “quella persona”, ma anche tutti coloro che appoggiavano e votavano la parte politica di “quella persona”… Che poi, però, a pensarci bene ed a voler essere onesti fino in fondo, prima di accusare la parte politica di “quella persona” di ogni CRIMINE possibile ed immaginabile, accusaste tutte le persone che hanno preceduto la parte politica di “quella persona” (Leone, De Gasperi, Andreotti, Fanfani, Spadolini, Forlani, Moro, De Mita, Almirante, Craxi, Cossiga, Martelli… ed ovviamente anche Falcone e Borsellino… E sì: questo perché, Falcone e Borsellino, si erano “permessi” di essere vicini – se non erro, “addirittura”, tesserati – ad un Partito che ai tempi rispondeva al nome di Movimento Sociale, quel Partito che i dirigenti e i militanti piddini, bonini e boldrini definivano e definiscono “FASCISTA”…). Inoltre, sempre se vogliamo essere onesti fino in fondo, non accusaste solo “quella persona”, ma anche la moglie e i figli di “quella persona”; non accusaste solo “quella persona”, ma anche i collaboratori e gli amici di “quella persona”; non accusaste solo “quella persona”, ma anche le aziende e gli averi di “quella persona”… Insomma, potremmo continuare in eterno riguardo a tutto quello che i dirigenti e militanti piddini, bonini e boldrini hanno detto e fatto contro “quella persona”… Oggi, dopo che ormai la parte politica di “quella persona” è completamente “MORTA”, sepolta e fuori dai giochi, vorreste farci credere che il problema non è più la parte politica di “quella persona” e “quella persona” (quindi tutti coloro che avete considerato vicini a quella persona… Leone, De Gasperi, Andreotti, Fanfani, Spadolini, Forlani, Moro, De Mita, Almirante, Craxi, Cossiga, Martelli… ed ovviamente anche Falcone e Borsellino… E sì: questo perché, Falcone e Borsellino, si erano “permessi” di essere vicini – se non erro, “addirittura”, tesserati – ad un Partito che ai tempi rispondeva al nome di Movimento Sociale, quel Partito che i dirigenti e i militanti piddini, bonini e boldrini definivano e definiscono “FASCISTA”…), ma altre tipologie di parti politiche ed altre persone… TEMPO SCADUTO!…»

N.B. “Quella persona”, naturalmente, non può che essere “LUI”: Silvio Berlusconi…

Chiede, ai dirigenti ed ai militanti piddini, bonini e boldrini: «Come mai non avete mai citato e/o indicato come “cattivi” gli imprenditori et similia Rothshild, Rockefeller, Buffett, Soros, Clinton, De Benedetti, Marcegaglia, Montezemolo, Benetton, Della Valle, Agnelli, Profumo, Passera, Elkan, Cairo (la lista è lunghissima!)?…»; «Come mai non avete mai citato e/o indicato come “cattivi” gli Andreatta, i Ciampi, i Draghi, gli Scalfaro, i Padoa Schioppa, i Napolitano, i Costamagna, i Monti, i Prodi, i D’Alema, i Cottarelli, i Padoan, i Letta ed innumerevoli?…»

Cita anche Berlusconi, ed afferma: «Dissero che chi votava per Silvio Berlusconi, era di “Destra”; era “cattivo”… questo provavano a far passare all’interno dei loro innumerevoli contesti mediatici e di massa (per la verità, li definivano direttamente “fascisti”, but, anyway…); gli altri, invece, loro, piddini, bonini e boldrini, erano quelli della Sinistra (quelli “buoni”, of course… quelli “rispettosi” della Costituzione… quella Costituzione che poi, guarda te, decisero di stravolgere, ma furono fortunatamente demoliti dai cittadini). Loro ci chiesero di “archiviare” la Destra e Berlusconi, per 25 anni, ininterrottamente… tutti noi, alla fine, ci abbiamo veramente “creduto” e li abbiamo accontentati… ecco perché sono nati i Sovranisti e i Mondialisti».

Letteralmente: «Il Sovranismo (dal francese souverainisme) è, secondo la definizione che ne dà l’enciclopedia Larousse, una dottrina politica che sostiene la preservazione o la ri-acquisizione della Sovranità nazionale da parte di un Popolo o di uno Stato, in contrapposizione alle istanze e alle politiche delle Organizzazioni internazionali e sovranazionali»; il Mondialismo, invece: «È un Movimento di carattere politico-sociale o atteggiamento di pensiero che considera i varî fenomeni politici, economici, culturali, sociali, eccetera, come espressione di una serie di complessi equilibrî e relazioni tra i diversi Stati, e non come manifestazione di singole componenti nazionali».

Ancora: «Una volta, quelli di Sinistra, dicevano che quelli di Destra erano i Mondialisti, in quanto Capitalisti legati alle multinazionali, alle banche, ai “poteri loschi”, ai soldi ed a quelli “Brutti, sporchi e cattivi” di cui sopra (loro, in teoria, quindi, erano i Sovranisti; quelli che non erano legati alle multinazionali, alle banche, ai soldi, ai “poteri loschi” ed a quelli “Brutti, sporchi e cattivi”… ai MASSONI… loro si accontentavano di poco – vedi le manifestazioni del G7 del 2001, a Genova!). Oggi, invece, sono quelli di Sinistra che dicono apertamente e “fieramente” di essere Mondialisti… Inoltre, come se non bastasse, tantissimo di loro ti dicono tranquillamente di essere anche Capitalisti e ti spiegano che senza gli investitori internazionali ed i capitali esteri, le cose non si muoverebbero. E promuovono anche ed alla grande le delocalizzazioni, ed addirittura, nelle scuole, lo insegnano ai bambini. Sono coloro che ti dicono che “una buona percentuale di disoccupazione fa bene all’occupazione ed all’economia”; sono coloro che hanno imposto la deflazione, affermando che l’inflazione è uno dei mali assoluti…

Gli altri, invece, sono i Sovranisti, gli “sfigati”, coloro che vorrebbero “chiudersi”; che non hanno la mente aperta; che non saprebbero rapportarsi; coloro che vorrebbero “semplicemente” recuperare ogni tipologia di Sovranità (Costituzionale, monetaria, politica, tutte…) per stare bene a casa loro; coloro che dicono rabbiosamente che vogliono tornare a decidere per se, a casa loro; coloro che non accettano più, MAI PIU’, che “altri” (“gli altri”, sono i massoni, parliamoci chiaro!) possano decidere per loro; coloro che vorrebbero applicare la Piena Occupazione, il Pieno Stato Sociale, quindi, distribuire a tutti gli “interni” i Pieni Diritti senza “contare” sugli altri; coloro che ti dicono che non esiste che ci possano essere inoccupati, disoccupati, precari, persone senza fissa dimora, senza reddito, gente che non può curarsi perché non ha soldi o altro di ancora più triste; coloro che vorrebbero nuovamente stampare denaro ed “addirittura” fare deficit… e tranquillamente anche “debiti” ed inflazione; coloro che guardano al Giappone, per citarne uno, che ha un debito/PIL al 250% e “viaggia” di brutto e non al Congo, che, all’opposto del Giappone, ha un debito/PIL a meno del 20% ed andate pure a verificare da soli come “viaggia”; in pratica, NON “viaggia”; i Mondialisti, invece, sono quelli che vogliono far sì che i Paesi europei, per “funzionare meglio”, come il Congo, per esempio, debbano portare il loro debito/PIL al 60%… e perché no: anche sotto il 60%… ed ovviamente devono pareggiare il bilancio – vedi il Fiscal Compact -, meglio ancora se fanno “surplus” (che in pratica significa che dovrebbero spendere meno di quello che incassano; cioè: dovrebbero comportarsi all’opposto di come si “muove” uno Stato ed allo stesso modo di come si “muove” un privato cittadino… ma lo Stato si “muove” all’opposto del cittadino, quindi, non può fare il cittadino, esattamente come il cittadino, che si “muove” all’opposto dello Stato, non può fare lo Stato, altrimenti, crollano entrambi… gioco di parole voluto, ma spero che il concetto sia chiaro!…); i Sovranisti sono coloro che all’opposto dei Mondialisti ti dicono che la disoccupazione è il massimo “CANCRO” della nostra società, quindi, va STANATA; inoltre, ti dicono che è sempre meglio avere un po’ di inflazione, piuttosto che la deflazione (inflazione: troppi soldi a fronte di pochi prodotti; deflazione: pochi soldi e tanti prodotti che rimangono invenduti… quindi, blocco della produzione, licenziamenti di massa, disoccupazione, sottoccupazione, precarietà e lavoro mal pagato, perché tutti sono disposti a tutto pur di lavorare e guadagnare qualcosa… ecco perché tale Francois Mitterand, anni fa, affermava: «La gente deve togliersi di mezzo. La piena occupazione darebbe troppo potere al popolo. La deflazione, la disoccupazione e i lavori precari, invece, glielo sottraggono»); i Sovranisti, invece, sono coloro che non vogliono più dipendere e “contare” dagli “esterni”… coloro che ti dicono che certo, per tante cose, non si torna indietro, ma, per ogni cosa, decido io, non tu, “esterno”; e che tu, “esterno”, tu massone o servo dei massoni, puoi tranquillamente investire e/o altro, se noi si decide per una eventuale crescita del settore privato; coloro che ti dicono che tu, “esterno”, tu massone o servo dei massone, puoi tranquillamente investire e/o altro, se noi si decide per questo, ma dimenticati dei servizi essenziali, dei beni pubblici (acqua, luce, gas, trasporti, sanità, istruzione…): quelli assolutamente devono essere pubblici; coloro che ti dicono che non esiste che tu, “esterno”, tu massone o servo dei massoni, puoi acquistare un azienda EX pubblica INDISPENSABILE per quattro soldi e che rendi “utili” eterni (vedi, per esempio e per citarne una, quindi, per essere chiaro e per capirci meglio di cosa stiamo parlando… Insomma, vedi Autostrade SPA, acquistate dalla famiglia Benetton, azienda INDISPENSABILE e di proprietà EX pubblica, che rendono a questi – ai Benetton – alcuni miliardi di EURO di “utili” ogni anno…); coloro che ti dicono che è meglio non appoggiarsi a nessuno, perché “Se ti appoggi a qualcuno, ricorda, che se si sposta, tu cadi”…; coloro che ti dicono che onestamente, a me, di tutte le varie oscillazioni mondiali, di tutte le “variante” multinazionali, bancarie, assicurative e quant’altro, e di tutti i movimenti e flussi dei cosiddetti “mercati” finanziari… non m’interessa!…; coloro che ti dicono che tutte queste realtà, possono anche e tranquillamente continuare ad esistere, ma, devono completamente essere “slegate” da ogni contesto che riguarda lo Stato, il Governo, la produttività, la famiglie, la vita delle persone. Volete giocare con i “mercati”? Fatelo pure: come quando giocate al bingo… se va bene, okay, altrimenti: il problema è vostro, personale, esclusivamente vostro, quindi, non è il problema di tutti… Loro chiesero di “archiviare” la Destra, tutti noi, alla fine, ci abbiamo veramente “creduto” e li abbiamo accontentati… ecco perché sono nati i Sovranisti e i Mondialisti; ecco perché i concetti vecchissimi di Destra e di Sinistra sono stati ormai definitivamente archiviati.

I Mondialisti, sono loro, i dirigenti e i militanti piddini, bonini e boldrini (ma anche, ormai, una buona parte degli irrilevanti “forzisti”…), quelli che una volta erano di Sinistra e “sovranisti”… I Sovranisti, invece, sono tutti i tantissimi altri; parliamo di quasi il 70% del Popolo italiano, europeo e mondiale. Loro, ovviamente, i Mondialisti, i dirigenti e i militanti piddini, bonini e boldrini (ma anche, ormai, una buona parte degli irrilevanti “forzisti”…), sono quelli che hanno capito tutto. Gli altri, invece, i Sovranisti, semplicemente, sono quelli che non hanno capito NULLA…

Ecco perché la stragrande maggioranza ha votato e vota per la Lega e i 5S… ecco perché dobbiamo continuare ad accontentarli… ecco perché bisogna continuare ad appoggiare “a morte” il Governo sostenuto dalla Lega e dai 5S… ecco perché bisognerà continuare a sostenere e votare i due Partiti che sono attualmente al Governo (Lega e 5S)… semplicemente, perché ce l’hanno chiesto proprio “loro”; i dirigenti e i militanti piddini, bonini e boldrini…

Detto questo, però, vorrei anche dire ad alcuni dei 5S quanto segue: o con “loro” (dalla parte del Mondialismo e dei Mondialisti…), oppure, dall’altra parte: dalla parte del POPOLO SOVRANO…

Non si può la mattina essere con il POPOLO SOVRANO e la sera dalla parte del Mondialismo e dei Mondialisti… Altrimenti, a breve, i vostri militanti, vi condanneranno all’estinzione…»

«Non fatevi “fottere” dai massoni, dai paramassoni e dai loro “amici di merende” inseriti all’interno di tutte le Istituzione mediatiche e di massa che si sono già messi al lavoro per provare a “deviare” questi due concetti fondamentali ed opposti», afferma. Ancora: «I Mondialisti sono coloro che ti dicono quanto segue: “Faccio io per te, perché io so come si fa, tu, invece, non lo sai”; sono quelli che ti dicono che “La Democrazia è una forma di Governo sbagliata, perché è assurdo che siano le pecore a guidare il pastore” (Mario Monti); sono quelli che ti dicono che “Gli Stati e i  Governi – quindi le Costituzioni e i Parlamenti – sono superati”. Uno dei tanti Mondialisti? Mario Monti, of course. La “pensano” in questo modo: “Non dobbiamo sorprenderci che l’Europa abbia bisogno di crisi, e di gravi crisi, per fare passi avanti. I passi avanti dell’Europa sono per definizione cessioni di parti delle sovranità nazionali a un livello comunitario… È chiaro che il potere politico, ma anche il senso di appartenenza dei cittadini a una collettività nazionale, possono essere pronti a queste cessioni solo quando il costo politico e psicologico del non farle diventa superiore al costo del farle perché c’è una crisi in atto, visibile, conclamata” (Mario Monti).

I Sovranisti, invece, semplicemente, sono coloro che decidono volta per volta e si affidano alla “base”; sia durante il percorso di legge e senza alcun problema anche dopo che una legge è stata approvata, per esempio, con un bel Referendum… I Mondialisti, invece, odiano i Referendum… Ve la ricordate BREXIT? Vi rinfresco le idee: “Brexit mi è servito anche a capire che in giro c’è tanta gente che reputa il Popolo incapace di intendere e votare”; “Monti, Saviano, e molti altri, sottolineano che il Popolo non necessariamente fa le scelte giuste. Ciò accade solo raramente, e, precisamente, quando queste scelte coincidono con le loro”; “L’Inghilterra e Londra, sono passate, secondo la stampa occidentale, in 48 ore, da simbolo di integrazione, libertà, multiculturalismo e quant’altro, a Covo di fascisti, nazisti, razzisti, vecchi, bifolchi”; “L’odio per l’esito di un Referendum Democratico, che da due giorni gli europeisti stanno vomitando in ogni mezzo di comunicazione e sui social, guidati dai vari Mario Monti, Saviano, Severgnini e compagnia, fa paura”…»

Poi si rivolge agli “iper-sovranisti”, quelli che vorrebbero fare tutto e subito e che onestamente hanno anche ragione, considerando lo sfacelo sociale ed umano italiano in piedi ormai troppi anni. «Io sono tra questi – afferma – ma, a differenza degli “iper-sovranisti”, tengo conto di una serie FONDAMENTALE di cose… Gli “iper-sovranisti” dimenticano alcuni “fattori”: al Quirinale, c’è “uno di loro”. Stessa cosa, per Bankitalia. Stessa cosa, alla Consulta, al CSM, all’interno di tutte le “Alti Corti”, in Confindustria, CGIL, CISL, UIL, quasi ovunque…

Inoltre, l’elezione del nuovo Presidente della Repubblica, avverrà solo nel 2022…»

Vincenzo considera il “Sovranismo” come «una sorta di auto-difesa dal CANCRO mondiale, irreversibile e criminale, dei signori “globali” – i massoni “deviati” -, che, di fatto, negli ultimi 30-40 anni, hanno “privatizzato” il Mondo (impossessandosi di tutto il meglio; impossessandosi dei servizi indispensabili, che rendono profitti eterni e che dovrebbero essere pubblici, di proprietà degli Stati nazionali; perché appunto indispensabili, per i cittadini…) e si sono sostituiti ai Governi, ai Parlamenti ed alle Democrazie… ed hanno fatto e fanno tutto quello che vogliono, in maniera assolutamente incontrollata ed indisturbata; come vogliono, dove vogliono e quando vogliono». Quindi, afferma: «Ecco perché il ritorno al “Sovranismo”; ecco perché bisogna andare dalle parte opposta a quella che ci hanno prospettato negli ultimi 30-40 anni i vari Soros, Van Rompuy, Junker, Barroso, Trichet, Merkel, Sarkozy, Napolitano, Andreatta, Draghi, Monti, Prodi, Padoan, Bonino ed il 99.9% di tutti i media a loro asserviti mondiali ed europei; ecco perché bisogna tornare ad essere padroni in casa propria, riprendersi le “chiavi di casa”, riappropriarsi delle Sovranità – per tutti coloro che come noi le hanno perse -, quindi, non cederle…  è una “medicina” indispensabile… la cura dai mali “esterni” e la soluzione per tutti i mali “interni”; una sorta di difesa immunitaria indispensabile. Senza “difese”, in questo Mondo zeppo di “malattie finanziarie” costruite ad hoc dai “globali-deviati”, si muore: non c’è alcuna speranza (parliamo sempre delle malattie costruite ad hoc dai “globali-deviati” per affondare i Popoli ed impadronirsi e sostituirsi agli Stati, ai Parlamenti ed alle Democrazie, in modo da impossessarsi di tutti i beni EX pubblici ed indispensabili, che, in quanto tali, garantiscono profitti eterni: sanità, istruzione, pensioni, acqua, luce, gas, trasporti, telefonia ed altro… per citarne una e, purtroppo, molto tragica: perché, la famiglia Benetton, ha acquistato la Società Autostrade?… Forse perché forniva e fornisce almeno due miliardi di Euro di utili all’anno?… Perché, invece, la famiglia Benetton, non ha acquistato le fabbriche che producono bottigliette di plastica, tappi di sughero o gessetti per le lavagne?… E perché, allo stesso tempo, lo Stato, che ci dicevano che aveva bisogno di soldi, e, quindi, per forza di cose, avrebbe dovuto vendere, privatizzare e liberalizzare, privatizza aziende che forniscono utili da capogiro?… E perché, nonostante le impressionati privatizzazioni, il debito, che avrebbe dovuto scendere, è salito di svariate centinaia, centinaia e centinaia di miliardi di Euro – e continua a salire incessantemente, nonostante i pesantissimi sacrifici di quasi tutti – ed il “normale” privato cittadino ha continuato e continua ad impoverirsi, senza sosta, a discapito dei grandi ricchi, che hanno acquistato le aziende private e sono diventati ricchissimi; intoccabili…? E perché le aziende pubbliche, che ci dicevano che erano obsolete, sono diventate degli “scatafasci”, quasi tutte, ed i prezzi dei servizi, che, dopo le privatizzazioni, ci dicevano che sarebbero scesi, nel giro di pochissimi anni, si sono triplicati – TUTTI – ed i servizi sono peggiorati?… CAPITE!?)…»

Ancora, agli “iper-sovranisti”: «Giulio Sapelli avrebbe dovuto essere il nostro attuale Presidente del Consiglio e Paolo Savona il nostro attuale Ministro dell’Economia… Detto questo: davvero riuscite ad immaginare che chi ha “fatto fuori” Giulio Sapelli e Paolo Savona possa collaborare con il Governo, magari in “gioco di squadra” segreto e rapido, per esempio in un weekend, quando i cosiddetti “mercati” sono chiusi, in modo da fare tutto quello di cui avremmo eventualmente bisogno?… » E conclude: «Bisogna avere molta pazienza, ed arrivare alla fatidica data: il 2022… giorno in cui al Colle, dopo trent’anni di dominio assoluto del PD, finalmente, inseriremo un “AMICO del POPOLO”…»

Quindi, ancora una volta (sempre rivolto ad alcuni dei 5S): «O con “loro” (dalla parte del Mondialismo e dei Mondialisti…), oppure, dall’altra parte: dalla parte del POPOLO SOVRANO…

Non si può la mattina essere con il POPOLO SOVRANO e la sera dalla parte del Mondialismo e dei Mondialisti… Altrimenti, a breve, i vostri militanti, vi condanneranno all’estinzione…»; e conclude: «Bisogna appoggiare “a morte” il Governo sostenuto dalla Lega e dai 5S… bisogna continuare a sostenere e votare i due Partiti che sono attualmente al Governo (Lega e 5S)… semplicemente, perché ce l’hanno chiesto proprio “loro”; i dirigenti e i militanti piddini, bonini e boldrini… i Mondialisti amici dei Mondialisti!…»

Il libro: http://www.edizionisi.com/libro_titolo.asp?rec=206&titolo=Contrordine_Globale&fbclid=IwAR0Wd8tT86kgRK8mZs5k6m_a1uybES8oK7s7UjrJUUJBa8Fz2PFI2EtGQt8

 

Magistrati e politica. Con i piedi nel piatto, due chiacchiere con Augusto Sinagra

Il 28 febbraio si terrà il XXII congresso di Magistratura Democratica. Un buon osservatorio su cosa si muove negli ambienti giudiziari, su quale tipo di investitura intendono attribuirsi e su come intendono influire sulle vicende politiche del paese. Qui il link della relazione del segretario. Un testo particolarmente illuminante  http://www.magistraturademocratica.it/congresso/2019/relazione-guglielmi

Augusto Sinagra, già magistrato ed accademico, ora avvocato, con il suo consueto acume ci offre il suo punto di vista su un ruolo così controverso e determinante delle vicende del nostro paese. I magistrati e la magistratura in qualche maniera partecipano sempre del gioco politico tra centri decisionali. Le modalità con le quali però intervengono da almeno trenta anni contribuiscono a destabilizzare sin dalle fondamenta il paese sino ad ostacolare la formazione di una nuova classe dirigente. Intanto l’orologio giudiziario prosegue intermittente. Un nuovo avviso ha raggiunto il Ministro Salvini. Questa volta per vilipendio. Buon ascolto Giuseppe Germinario

Europa, svegliati, per favore!, di George Soros

Prosegue l’inedita discesa in campo di George Soros nel dibattito politico. Sappiamo bene che il suo impegno non si limita alla mera espressione del proprio pensiero. Come pure sappiamo bene come il dispendio immane di risorse abbia ben poco di filantropico e molto di tentativo diretto e indiretto di determinare ed influenzare le vicende politiche di mezzo mondo. Conosciamo pure la sua capacità di trarre grandi vantaggi anche personali dalle sue azioni di influenza e destabilizzazione. Gerge Soros è comunque espressione e portabandiera di forze ben più potenti e propense ad agire nell’ombra. Il fatto che debba esporsi in prima persona è il segno che altre forze ed altri centri alternativi sono sorti con diversi ed antitetici punti di vista in grado questa volta di minacciare seriamente il sistema di potere e di relazioni costruito a partire dal dopoguerra. Una illusione di trionfo, alimentata dalla implosione della Unione Sovietica, trasformatasi rapidamente in un incubo con l’emergere prima di nazioni e paesi in competizione sempre più aperta con il paese dominante e successivamente di un nemico interno impersonato dal Presidente Trump. Anche gli dei non sono invincibili. Giuseppe Germinario

Europa, svegliati, per favore!

https://www.project-syndicate.org/commentary/political-party-systems-undermining-european-union-by-george-soros-2019-02

MONACO DI BAVIERA – L’Europa sta scivolando nell’oblio come in preda al sonnambulismo, e i popoli europei devono svegliarsi prima che sia troppo tardi. Se questo non avverrà, l’Unione europea è destinata a finire come l’Unione sovietica nel 1991. Né i nostri leader né i cittadini sembrano comprendere che stiamo vivendo un momento di grande rivoluzione, che abbiamo davanti a noi un ventaglio infinito di possibilità, e che per questo vi è grande incertezza sul risultato finale.

La maggior parte di noi pensa che il futuro sarà più o meno simile al presente, ma questo non è affatto scontato. In una vita lunga e movimentata come la mia, ho vissuto in prima persona molti momenti di quella che io chiamo “radicale instabilità”. Ebbene, oggi stiamo attraversando uno di questi momenti.

Il prossimo punto di svolta sarà rappresentato dalle elezioni del Parlamento europeo che si terranno a maggio del 2019. Purtroppo, le forze anti-europee godranno di un vantaggio competitivo nel processo di votazione per una serie di ragioni, tra cui il sistema partitico superato che vige in gran parte dei paesi europei, l’impossibilità pratica di modificare il trattato e la mancanza di strumenti legali per disciplinare gli stati membri che violano i principi fondanti  dell’Unione europea. L’Ue può imporre l’acquis comunitario (il suo corpus giuridico) ai paesi candidati, ma non ha capacità sufficiente per garantirne l’osservanza da parte degli stati membri.

L’antiquato sistema dei partiti ostacola coloro che vogliono preservare i valori su cui poggia l’Ue, mentre aiuta chi vuole sostituire tali valori con qualcosa di profondamente diverso. Questo vale per i singoli paesi e ancora di più per le alleanze transeuropee.

Il sistema partitico dei singoli stati riflette le divisioni che hanno avuto rilevanza nel diciannovesimo e ventesimo secolo, come il conflitto tra capitale e lavoro. Ma la spaccatura che più conta al giorno d’oggi è quella tra le forze favorevoli e contrarie all’Europa.

Il paese dominante nell’Ue è la Germania, e l’alleanza politica dominante in Germania – quella tra l’Unione Cristiano-Democratica (CDU) e l’Unione Cristiano-Sociale in Baviera (CSU) – è divenuta insostenibile. Tale alleanza ha funzionato finché non c’era alcun partito degno di nota a destra della CSU in Baviera, ma le cose sono cambiate con l’ascesa del partito estremista Alternative für Deutschland (AfD). Alle elezioni federali del settembre scorso, la CSU ha incassato il peggior risultato da oltre sessant’anni, mentre l’AfD ha fatto il suo esordio nel Parlamento bavarese.

L’ascesa dell’AfD ha vanificato la ragion d’essere dell’alleanza CDU-CSU, che però non può infrangersi senza innescare nuove elezioni, non auspicabili né per la Germania né per l’Europa. Allo stato attuale, la coalizione di governo non può essere così filoeuropea come invece sarebbe senza l’incombente minaccia dell’AfD a destra.

La situazione è lungi dall’essere disperata. I Verdi tedeschi si sono confermati come l’unico partito realmente europeista del paese, e continuano a guadagnare consensi nei sondaggi, mentre l’AfD sembra aver raggiunto il suo apice (tranne nell’ex Germania orientale). Ora, però, gli elettori dell’alleanza CDU-CSU sono rappresentati da un partito il cui impegno verso i valori europei è ambivalente.

Anche nel Regno Unito una struttura partitica obsoleta impedisce alla volontà popolare di trovare la giusta espressione. Tanto i laburisti quanto i conservatori sono divisi al loro interno, ma i rispettivi leader, Jeremy Corbyn e Theresa May, sono così determinati a portare a compimento la Brexit da acconsentire a collaborare pur di riuscirvi. La situazione si è complicata a tal punto che la maggior parte dei britannici vuole solo farla finita, pur se ciò segnerà il destino del paese per i prossimi decenni.

Ma la collusione tra Corbyn e May ha suscitato una certa opposizione all’interno dei rispettivi partiti, che nel caso dei laburisti rasenta la ribellione. Il giorno dopo l’incontro tra Corbyn e May, quest’ultima ha annunciato un programma per aiutare i distretti laburisti più poveri nel nord dell’Inghilterra, favorevoli alla Brexit. Corbyn è ora accusato di essere venuto meno all’impegno manifestato alla conferenza del partito laburista del settembre 2018 di appoggiare un secondo referendum sulla Brexit se non sarà possibile andare alle urne.

D’altro canto, la gente sta cominciando a rendersi conto delle conseguenze nefaste dell’uscita dall’Ue. Le probabilità che l’accordo di May venga respinto il 14 febbraio prossimo aumentano giorno dopo giorno. Ciò potrebbe suscitare un’ondata crescente di sostegno a favore di un nuovo referendum o, meglio ancora, di una revoca della notifica dell’articolo 50.

L’Italia si trova in una situazione analoga. Nel 2017, l’Ue ha commesso l’errore fatale di applicare rigorosamente l’Accordo di Dublino, che ingiustamente grava sui paesi di primo approdo per i migranti, come l’Italia. La situazione venutasi a creare ha spinto nel 2018 l’elettorato italiano, prevalentemente favorevole sia all’Europa sia all’immigrazione, verso il partito anti-europeo della Lega e il Movimento 5 Stelle. Il Partito Democratico, che prima dominava, è allo sbando e, pertanto, quella fetta non esigua di elettori che continuano a essere filoeuropei non ha più un partito da votare. È, tuttavia, in corso un tentativo di organizzare una lista europeista congiunta, e un simile riordino del sistema partitico sta avvenendo anche in Francia, Polonia, Svezia e forse altrove.

Nel caso delle alleanze transeuropee, la situazione è ancora più grave. Se, infatti, i partiti nazionali affondano le radici in un qualche passato, le alleanze transeuropee si basano interamente sugli interessi personali dei leader politici. Il Partito popolare europeo (PPE) è il primo colpevole. Esso è quasi del tutto privo di principi, come dimostra la sua volontà di consentire a Fidesz, l’unione civica presieduta dal primo ministro ungherese Viktor Orbán, di continuare a far parte della coalizione al fine di conservare la maggioranza e controllare l’assegnazione di incarichi di prestigio nell’Ue. Le forze anti-europee rischiano persino di fare bella figura in confronto poiché se non altro hanno dei principi, per quanto odiosi.

È difficile immaginare come i partiti filoeuropei possano uscire vittoriosi dalle elezioni di maggio se non anteporranno gli interessi dell’Europa ai propri. Si può comunque sostenere l’opportunità di preservare l’Ue per poi reinventarla del tutto. Ma questo richiederebbe un cambio di atteggiamento nell’Unione stessa. La leadership attuale rievoca il politburo all’epoca del crollo dell’Unione sovietica, che continuava a emettere ukase, i decreti dello zar, come se fossero ancora attuali.

Il primo passo per difendere l’Europa dai suoi nemici, sia interni che esterni, è riconoscere l’entità della minaccia che rappresentano. Il secondo consiste nel risvegliare la dormiente maggioranza filoeuropea e mobilitarla in difesa dei valori fondanti dell’Ue. Se ciò non avverrà, il sogno di un’Europa unita potrebbe trasformarsi nell’incubo del ventunesimo secolo.

Traduzione di Federica Frasca

Marx, l’Europa e il globalismo, di Gennaro Scala

Marx, l’Europa e il globalismo

Marx, l'Europa e il globalismo
di Gennaro Scala
tratto da https://www.lantidiplomatico.it/dettnews-marx_leuropa_e_il_globalismo/11_26268/?fbclid=IwAR2sRjjxWOCjYrwK3lm98F4QgB2yhcrKDj9uAYUXLuShEuyBjf814y-Rp3IIl 17 ottobre 1845, Karl scrive al borgomastro di Treviri per chiedere il passaporto prussiano, necessario per emigrare oltre Atlantico. Se lo vede rifiutare, ancora una volta incorrendo in un mandato di cattura. Con una lettera del 10 novembre 1845 rinuncia quindi alla propria nazionalità. D’ora in avanti sarà apolide. Marx decide dunque di non lasciare Bruxelles. La sua vita resterà ancorata all’Europa.

(Jacques Attali, Marx ovvero lo spirito del mondo)

Ti vorresti svegliare per liberarti dell’immagine dell’Europa. Ma non è possibile.

(dal film di Lars von Trier, Europa)

In un mio precedente intervento su Marx, Lenin e l’immigrazione accennavo al rapporto tra Marx e il “globalismo”, vorrei ora approfondire tale specifica questione. Esiste oggi, dopo che Edward Said sollevò il problema nel suo Orientalism, un’ampia letteratura complessivamente concorde sul fatto che Marx fu partecipe dell’eurocentrismo dominante nella cultura europea del suo tempo, dibattito di cui però non è giunta notizia agli ultimi sparuti difensori del sacro testo marxiano. Rimando in merito a quello che ho trovato uno dei testi migliori Marx at the Margins: On Nationalism, Ethnicity, and Non-Western Societies, lavoro alquanto obiettivo, in cui Kevin B. Anderson, pur definendosi marxista, prende in esame i testi più “scabrosi” per la mentalità politicamente corretta “di sinistra”. Qui non ci occuperemo tanto dell’eurocentrismo di Marx, che daremo per stabilito, quanto della sua origine e significato, e del suo rapporto con il comunismo marxiano. Però, sia ben chiaro, non intendo fare un esercizio di “politicamente corretto”, la condivisione della pervasiva mentalità eurocentrica ottocentesca (e non facile per ognuno sfuggire ai pregiudizi più radicati del proprio tempo) non toglie nulla alla validità della sua analisi della formazione e dinamica de Il capitale. Inoltre, l’eurocentrismo è il risvolto negativo di ciò che lo rende una personalità per noi ancora significativa, l’essere stato un “segnalatore di incendio” che aveva avvertito profondamente quella crisi della civiltà europea che si concluderà con due guerre mondiali, per la quale prospettò una soluzione “radicale” ma utopica: il comunismo, in cui l’Europa si estendeva fino ad abbracciare l’umanità intera. In Marx l’adesione ai valori della civiltà europea e la preoccupazione per la sua sorte, il che è giusto e sacrosanto, si confonde con l’eurocentrismo, il che è sbagliato.

Per inciso, un certo economicismo entrato a far parte del senso comune, ritiene che con il passaggio all’egemonia statunitense si sia passati semplicemente da una forma di capitalismo ad un’altra (c’è da dire che Marx mai usò il termine capitalismo). In realtà, noi viviamo in un universo culturale che è diverso da quello di Dante, di Machiavelli, di Goethe, di Foscolo, di Verdi e persino di Gramsci. Con il passaggio alla “società di massa” siamo entrati in una diversa forma di civiltà, che seppur generata della civiltà europea, e di questa conserva geneticamente alcune forme, è però da questa diversa, come pochissimi intellettuali hanno visto, tra cui Pasolini che parlò di “genocidio culturale”.

La definizione sintetica più adeguata per la visione dei rapporti inter-nazionali di Marx sarebbe eurocentrismo globalista, ma useremo, per semplicità, il termine globalismo. Inoltre, in ambito accademico anglo-sassone la critica dell’“eurocentrismo” è diffusa (esiste anche una corrente di studi accademica, i post-colonial studies, che ruota intorno a questo tema) presentandolo però come qualcosa del passato, come già dice la definizione di questa disciplina, più difficilmente viene messa in luce la continuità tra l’eurocentrismo e il globalismo odierno, anzi spesso la critica dell’etnocentrismo viene effettuata secondo l’ottica del globalismo, il quale si presenta apparentemente in termini opposti, non come eurocentrismo che talvolta sfocia nel razzismo, ma universalismo che predica “accoglienza” verso i popoli sfortunati della Terra, i quali tutti hanno diritto a venire a lavorare per paghe da fame, o come manovalanza per la criminalità, nel paradiso occidentale. Per una istruttiva e incisiva descrizione di come sciovinismo e universalismo finiscano per identificarsi consiglio la lettura del classico testo di Nikolaj Trubeckoj, L’ Europa e l’umanità. La prima critica all’eurocentrismo. Il globalismo è il nazionalismo della nazione dominante. Tutte le guerre post-89 sono state giustificate su una base universalistica, in difesa dei “diritti umani”, con cui venivano giustificati i “bombardamenti umanitari”. Tale globalismo si presenta come l’imposizione di un unico modello valido, la “democrazia occidentale” a cui tutti gli altri popoli della Terra si devono adeguare.

C’è stato un breve periodo, se commisurato ai tempi storici, ormai concluso, di rinascita del globalismo, dopo il crollo del mondo “bipolare” del dopoguerra seguito al “crollo dell’Unione Sovietica” e la possibilità di un analogo crollo in Cina, in cui è apparso possibile che l’Occidente a guida statunitense, potesse diventare l’unica potenza globale. Questo periodo è già concluso, con il ritorno in scena della Russia, e con la stabilizzazione della Cina quale grande potenza mondiale. Il globalismo di ritorno, se così possiamo chiamarlo, ha trovato varie forme di rappresentazione ideologica, tra cui Impero di Negri e Hardt svolse una particolare funzione ideologica tra le aree di sinistra post-sessantottine e post-marxiste: scomparso il Soggetto, la “classe operaia” sostituita da un soggetto non soggetto (se mi passate il gioco di parole), da una somma di singolarità (la moltitudine), veniva però ripreso lo schema che si può derivare dal Manifesto del partito comunista, che prevedeva una progressiva concentrazione del potere estesa a tutto il globo e relativa “scomparsa degli stati nazionali” a cui si opponeva una Moltitudine che veniva a sostituire la ormai mitica classe operaia. Significativamente veniva salutato da Slavoj Žižek come “il manifesto del XXI secolo”.

Non rendiamo però giustizia a Marx se oscuriamo la differenza tra il globalismo “post-moderno” di un Toni Negri, che è per la maggior parte affabulazione ideologica al servizio dei più pericolosi settori della classe dominante statunitense (quei settori globalisti che ultimamente con la Clinton non escludevano un attacco alla Russia), e il globalismo di Marx che è il tentativo utopico ma genuino di uscire da una situazione senza via uscita della civiltà europea. Rispetto all’immaginaria scomparsa dello stato-nazione decretata da Negri e Hardt, l’anti-nazionalismo marxiano ha ben più fondate ragioni, se visto in un’ottica europea (come vedremo), il problema è che vorrebbe risolversi nella soluzione utopica del comunismo. Scomparsa la “classe operaia”, sostituita da “diversi” di varia natura, fissati nella loro diversità secondo una forma di razzismo al contrario, le residuali forze di sinistra di derivazione comunista in occidente sono diventate un puro e semplice strumento del globalismo.

Come scrivevo precedentemente, l’opera maggiormente segnata dall’approccio globalista e che maggiormente ha influito negativamente sul movimento operaio del secolo scorso è stata, a mio parere, il Manifesto del partito comunista. Chi scrive non è stato indifferente a suo tempo al fascino esercitato da questo pamphlet, dopo la cui lettura la Storia (con la maiuscola) sembra acquisire un senso e una direzione. Ma una volta superata l’illusione di possedere la chiave per la comprensione dei fattori storici, lo schema dell’evoluzione storica non regge neanche ad un superficiale esame, cominciando dal famoso incipit “la storia è lotta di classe, schiavi e liberi, patrizi e plebei”, visto che non è ci è giunta notizia di lotte di classe tra schiavi e liberi nell’antica Grecia, tutt’al più potrebbe essere parzialmente valido per Roma antica (Spartaco e altri, anche se non furono certo lotte determinanti per l’assetto sociale romano), ma la palla già passa a “patrizi e plebei”. Dell’incipit del Manifesto si potrebbe conservare solo questa parte parte “la storia è lotta” (ritornando al detto di Eraclito secondo cui il conflitto è padre di tutte le cose), il conflitto è il motore della storia, ma non solo tra classi sociali, vi sono conflitti all’interno delle classi dominanti, conflitti tra le classi dominanti di diverse nazioni, conflitti tra i dominati, senza considerare le classi medie (visto che la polarizzazione tra “borghesi” e “proletari” prevista da Marx non si è verificata), insomma un reticolo di conflitti attraversa le società, al loro interno e verso l’esterno, e dà vita alla dinamica sociale, e in genere i conflitti che hanno l’effetto sociale più dirompente sono i conflitti tra eserciti quali concentrazione della forza, perché i conflitti si vincono in ultima analisi con la forza. Nonostante che Marx avesse il culto della Storia (“conosciamo una sola scienza: la storia”), il suo riduzionismo non è sostenibile proprio dal punto di vista storico. Uno storico di professione come Eric Hobsbawm in una prefazione a Forme precapitalistiche di produzione, sottolineava come Marx si concentrò sullo studio dei rapporti capitalistici di produzione, ma dal punto di vista dell’analisi propriamente storica sia lui che Engels erano dei “dilettanti ben informati”.

Sono convinto che oggi sia più di ieri necessaria la riscoperta di una prospettiva socialista, ovvero una forma di regolazione collettiva del sistema produttivo (senza però soffocare l’iniziativa individuale senza la quale ogni sistema diventa per forza di cose stagnante), data la irrazionalità di questo sistema, con le sue mostruose diseguaglianze, la sua tendenza a tagliare fuori dal “sistema” masse crescenti di popolazione, i rischi enormi per l’ambiente che esso comporta, il degrado dell’alimentazione, dell’istruzione, della formazione, delle attività del tempo libero. Tuttavia non è possibile ricostruire una prospettiva socialista senza fare i conti con lo scacco subito dal comunismo storico. Per la rinascita di un pensiero socialista oggi sono convinto sia necessario liberarsi dell’utopia universalista/globalista che ebbe il nome di comunismo, nata in un contesto particolare di crisi della civiltà europea. Essa è stata già di fatto accantonata dalla storia, ma il rischio oggi è quello di buttare via il bambino con l’acqua sporca, come suol dirsi. Coloro che non hanno fatto i conti con tale necessità non possono che diventare che gli utili idioti delle peggiori tendenze delle peggiori classi dominanti odierni (idiozia che talvolta fa il paio con il piccolissimo opportunismo di meschini mestieranti della politica). Come nel caso delle politiche a favore dell’immigrazione, sostenute dai principali partiti di sinistra europei, uno degli strumenti (certo, uno dei tanti) con cui le classi dominanti nei paesi occidentali hanno abolito gli “eccessivi diritti” di classi popolari che nei paesi occidentali avevano “alzato troppo la testa”. Non è un caso che questa sia una tara soprattutto dei partiti comunisti “occidentali” (secondo la distinzione tra “marxismo occidentale” e “marxismo orientale” effettuata da Losurdo), i quali taccerebbero di “fascismo” la posizione sull’immigrazione ad del Partito Comunista della Federazione Russa o quella del Partito Comunista Francese, che, quand’era ancora un partito di massa si oppose, con Marchais all’immigrazione, individuando in essa un tentativo delle classi dominanti di minare le condizioni di vita delle classi popolari.

Se vogliamo fare i conti con la parte peggiore dell’eredità lasciataci dal defunto “comunismo storico” dobbiamo partire, a mio parere, dal globalismo del Manifesto. L’elogio ivi contenuto del ruolo rivoluzionario della “borghesia” che “trascina nella civiltà le nazioni più barbare” si trasformerà 5 anni più tardi in aperto sostegno all’espansionismo globale britannico: trasfigurato, in termini para-religiosi, come uno strumento con cui si compie il “destino dell’uomo” (in un articolo del 1853 dal significativo titolo La dominazione britannica in India [o l’Inghilterra rivoluzionaria malgrado se stessa].

Certo, Marx denunciò a più riprese la “barbarie e intrinseca ipocrisia della civiltà borghese” che si presentava senza veli nelle colonie (I risultati futuri della dominazione britannica in India), e per questo chi ha voluto fare di Marx un “anticolonialista” ha sempre trovato singole affermazioni nei suoi testi a sostegno di questa tesi, tuttavia, se consideriamo la posizione complessiva di Marx, l’espansionismo coloniale venne da lui giustificato come una forma di diffusione del modello europeo che apportava il progresso, seppur tra lacrime e sangue, con mezzi barbarici. Una difesa retoricamente più efficace rispetto ai puri e semplici cantori della missione civilizzatrice europea. Il “marxista” Anderson, citato all’inizio, parla per quanto riguarda gli articoli di Marx sull’India di “supporto qualificato per il colonialismo”. Supporto tanto più efficace perché Marx era sicuramente convinto di quello che scriveva e non fu mai un volgare propagandista. Ma se poteva apparire plausibile ai tempi di Marx la convinzione che alla fine l’espansionismo globale della borghesia potesse risultare in un salto in avanti complessivo dell’umanità, seppur bisognasse fare delle acrobazie logiche e mettere in campo degli artifizi dialettici per difenderlo, non lo è per chi oggi, alla luce dei fatti storici, continua a propagandare tale nozione di “progresso”, considerata la “esplosiva” eredità che questo espansionismo ci lascia. In tale “dialettica” dell’espansione coloniale la dialettica quale disciplina filosofica ritrova i suoi antichi legami con la sofistica. Marx ritenne complessivamente positivo il dominio inglese in India, condannò la rivolta dei Taiping (in un articolo Chinesisches per Die Presse del 7 luglio 1862, uno dei più testi più eurocentrici di Marx), una delle più imponenti rivolte anti-coloniali del 19° secolo, che le potenze europee contribuirono in modo decisivo a sedare, e se si aggiunge il suo odio antirusso, ne risulta un marcato eurocentricismo.

La prospettiva globalista di Marx è riassunta in una lettera ad Engels (8 ottobre 1858):

 

Non possiamo negare che la società borghese ha vissuto, per la seconda volta, il suo XVI secolo – un XVI secolo che spero suonerà a morte per lei come il primo che l’adulò in vita. Il vero compito della società borghese è la creazione del mercato mondiale, almeno nelle sue grandi linee, e di una produzione che poggia sulle sue basi. Siccome il mondo è rotondo, mi sembra che, con la colonizzazione della California e dell’Australia e con l’apertura della Cina e del Giappone, questo compito sia stato portato a termine.

Il globalismo del comunismo deriva dal rapporto oppositivo ma allo stesso tempo mimetico con l’espansione globale capitalistica. Il comunismo vuole essere rivoluzione globale così come globale è il capitalismo, da Marx fino a Lenin, il quale vide al rivoluzione russa come un preludio ad uno sconvolgimento mondiale. La storia sarebbe andata diversamente: è stata proprio la resistenza alla “unificazione del mondo” da parte delle identità culturali delle grandi civiltà storiche è stato il fattore principale di resistenza. La rivoluzione russa era il modo in cui la civiltà russa (come vide con grande lungimiranza Toynbee) faceva fronte alla minaccia costituita per lei dall’espansionismo europeo, una forma di modernizzazione imposta dal conflitto tra gli stati, come fu la rivoluzione francese (vedi in merito il mio Ripensare la rivoluzione francese).

In Marx il globalismo deriva dalla convinzione che alla portata globale del dominio del capitale bisognasse contrapporre una strategia altrettanto globale del movimento comunista rivoluzionario, in base alla realistica valutazione che un movimento comunista limitato ad un determinato paese sarebbe stato schiacciato dalla potenza del capitalismo dominante a livello globale, convinzione che viene conservata anche da Lenin nonostante con lui si faccia strada nel movimento comunista una posizione radicalmente diversa sulla questione della nazionalità. Il globalismo di Marx è diverso dall’inter-nazionalismo che si affermerà successivamente nel movimento comunista, seppur è la risposta ad un medesimo problema: il globalismo prevede una progressiva scomparsa degli stati mentre l’inter-nazionalismo, come dice la parola, è un’alleanza tra le nazioni soggette all’imperialismo.

Questo mio scritto non mira alla liquidazione dell’eredità del pensiero marxiano, ma, esattamente al contrario mira, a quell’esercizio critico che andrebbe fatto con ogni autore da cui ormai i secoli ci separano, valutando quanto il tempo ha mostrato valido nelle loro opere e quanto invece va abbandonato. Soltanto effettuando il necessario esercizio critico sul pensiero di Marx (il quale fu un deciso sostenitore dell’approccio critico, si ricordi il sottotitolo de Il Capitale) è possibile sottrarlo a chi lo considera un “cane morto”, oppure lo vorrebbe confinare all’ineffettualità del marxismo accademico, oppure peggio ancora vorrebbe farne solo un araldo delle meraviglie della globalizzazione (come nella biografia di Jacques Attali), e non una delle espressioni più acute della crisi della civiltà europea.

L’analisi di Marx della merce e della formazione del capitale è ancora fondamentale per comprendere la società odierna, ma se vogliamo recuperare la parte migliore del pensiero di Marx dobbiamo liberarla da quella che invece risulta più legata all’ideologia del suo tempo, in particolare al dominante globalismo dell’Inghilterra quale nazione uscita vincitrice dal secolare scontro interno delle nazioni europee che si avviava a diventare nazione dominante a livello globale. Consapevoli che tale impostazione si riflette in quella che è l’opera più importante e attuale di Marx, Il capitale, nell’idea secondo cui studiando la particolare formazione del capitalismo inglese si studiasse “il punto più alto dello sviluppo” che mostrava la strada a tutte le formazioni sociali. Prospettiva unilineare che lo stesso Marx mise in discussione alla fine della sua vita in favore di un approccio “multilineare” (un tema su cui si è molto discusso nel marxismo degli anni 60-70). Tuttavia se è sicuramente interessante il radicale ripensamento di Marx negli ultimi anni della sua vita (a questo è dedicato il lavoro di Anderson citato all’inizio), bisogna tenere conto però dell’influenza avuta dalle sue opere su generazioni di militanti in cui l’approccio unilineare risulta dominante. Se ci sarà nel prossimo futuro un ordine stabile sarà un ordine multipolare, per cui va superata ogni mentalità globalista.

Ancora oggi esistono sparuti gruppi o individui che giocano a chi è “il più marxista”, quello che voglio invece promuovere è un’analisi critica del pensiero di Marx, che non è “l’orizzonte insuperabile del nostro tempo” (come scrisse Sartre) perché fu, come ogni scrittore significativo, profondamente legato al suo tempo. Da Marx ci separa un arco di tempo in cui molti processi che alla sua epoca erano in fase di svolgimento si sono conclusi. Certo può sembrare facile, e anche in un certo senso ingiusto, giudicare con “il senno di poi”, tuttavia questo è esercizio è inevitabile di generazione in generazione.

Uno dei motivi per cui non si è indagata a fondo la visione che Marx aveva dei rapporti inter-nazionali è perché questi sono animati da un deciso odio contro la Russia. Le Rivelazioni sulla storia diplomatica segreta del XVIII secolo, una delle poche opere pubblicate in vita, non fu neppure inclusa nell’edizione sovietica delle opere complete di Marx. In essa, scriveva che la storia aveva fatto della Russia una potenza reazionaria perché segnata dal secolare servaggio imposto dalla dominazione mongola, da cui aveva per giunta ereditato l’aspirazione al “dominio mondiale”. Ma siccome, per la consueta ironia della storia, proprio la Russia è diventata la prima potenza comunista si è preferito lasciare in secondo piano questi aspetti del pensiero di Marx. Non è un caso tuttavia che proprio il comunismo di Marx abbia fatto presa sulla Russia, perché esso è il prodotto finale del movimento rivoluzionario innescato in Europa dalla rivoluzione francese, l’ultimo prodotto di un movimento rivoluzionario che in Europa andava spegnendosi. È Marx stesso a descriverci come le élites intellettuali russe fossero in realtà le uniche realmente interessate al suo pensiero:

 

Qualche giorno fa un libraio di Pietroburgo mi ha sorpreso comunicandomi che “Il Capitale” sta per esser stampato in traduzione russa. Ha voluto una mia fotografia per l’illustrazione di copertina, ed io non ho potuto negare questa piccolezza “ai miei buoni amici” (i russi). È un’ironia della sorte che i russi, contro i quali ho combattuto per 25 anni ininterrottamente, e non solo in tedesco, ma anche in francese e in inglese, siano sempre stati i miei «protettori». Nel 1843-44 a Parigi gli aristocratici russi mi portavano in palma di mano. Il mio libro contro Proudhon (1847) [La miseria della filosofia], come anche quello edito da Duncker (1859) [Per la critica dell’economia politica], in nessun altro paese hanno trovato uno smercio maggiore che in Russia. E la prima nazione straniera che traduce “Il Capitale” è la Russia. Ma tutto ciò non dev’esser sopravvalutato. Gli aristocratici russi da giovani vengono istruiti nelle università tedesche e a Parigi. Essi vanno a caccia di quanto di più radicale viene prodotto in occidente. È un’autentica Gourmandise [leccornia], come quella che attirava una parte dell’aristocrazia francese nel XVIII secolo. Ce n’est pas pour les tailleurs et les bottiers [Non è per sarti e calzolai], diceva allora Voltaire delle sue idee illuministiche. Ciò non impedisce a questi stessi russi di diventare farabutti non appena entrano al servizio dello Stato.

(cit. in Ettore Cinnella, L’altro Marx)

 

Ho voluto riportare per intero questo passo perché è alquanto indicativo della diffidenza di Marx dovuta alla sua effettiva russofobia, che si traduceva in diffidenza personale verso i rivoluzionari russi, superata, secondo Cinnella, soltanto verso la fine della sua vita (che in questo concorda con Anderson), quando Marx sviluppò un intenso rapporto con i populismo russo attraverso cui effettuò una radicale revisione della sua visione stadiale e unilineare, insieme ad un superamento del suo eurocentrismo “Marx formulava adesso, sulla storia della dominazione inglese in India, un’interpretazione opposta a quella che ne aveva dato negli anni ’50 sulle pagine della New York Daily Tribune. Inappellabile era la condanna del rapace colonialismo britannico, reo di aver saccheggiato e distrutto un mondo economico-sociale ancora vitale. La nuova visione della storia dell’India, e dei rapporti tra il subcontinente indiano e la Gran Bretagna, era il frutto della lettura non solo del libro di Kovalevskij, ma di molte altre opere, studiate da Marx con passione a partire dalla fine degli anni ’70.” (Ettore Cinnella, L’altro Marx). In questi anni ipotizzò, in una famosa lettera a Vera Zasulic (8 marzo 1881), la possibilità per la Russia di “saltare” insieme alle delizie della “accumulazione primitiva” la fase dello sviluppo capitalismo per passare direttamente al socialismo.

Tuttavia prima di questo cambiamento che avvenne negli ultimi anni della sua vita, il contraltare del globalismo di Marx fu specialmente la russofobia, mentre si sostiene il predominio mondiale dell’Inghilterra, allo stesso tempo, secondo i meccanismi della proiezione, si attribuisce questa aspirazione alla Russia che in quel periodo attraversava una profonda crisi interna e non poteva certo aspirare al “dominio mondiale”. È un meccanismo caratteristico della propaganda del tempo, tuttavia in Marx acquisice un significato particolare. Non so se è vero che Marx sia stato “l’inventore della russofobia di sinistra” come scrive Guy Mettan in Russofobia. Mille anni di diffidenza, certo è che all’inizio sposa appieno la russofobia dominante in Inghilterra in quegli anni (e condivisa in tutti gli ambienti politici, dalla destra alla sinistra, per questo non credo che la progenitura sia da attribuire a Marx). La russofobia svolge una funzione particolare nel sistema di pensiero di Marx, e siccome essa è irrazionale, mentre di solito l’irrazionalità è assente dal pensiero marxiano (le Rivelazioni per la palese superficialità e per giudizi tagliati con l’accetta non sembrano neanche scritte da Marx), credo sia legittima una interpretazione di carattere psicologico.

Poco analizzata dai “marxologi” è stata la colloborazione con David Urquhart, un deputato politico conservatore russofobo e filoturco, che durò quasi dieci anni e si concretizzò in articoli scritti per i giornali degli “urquhartiti” e partecipazioni a incontri organizzati dagli stessi, tra cui le Rivelazioni e una raccolta di articoli su Palmerston pubblicati a puntate sulla Free Press di Urquhart (v. Lettera di Marx a Lassalle, 2 giugno 1860). David Urquhart aveva chiesto a Marx un incontro dopo aver letto alcuni suoi articoli per il New York Tribune (allora uno dei quotidiani con maggior lettori al mondo) , che denunciavano una presunta ambiguità di Palmerston nei confronti della Russia. Lo stesso Marx riconobbe, dopo averlo incontrato, che Urquhart era un “almost maniacal Russophobe” (Die Reform, 19 Decembre1853), e quindi bisognerebbe capire perché anch’egli cadde in questa stessa mania e scrisse un testo come Rivelazioni che oggi noi definiremmo “complottista”. La mia spiegazione, ipotetica come ogni spiegazione psicologica, sarebbe, la seguente. Marx aveva indicato nell’Inghilterra il nemico principale della Rivoluzione durante gli ultimi anni prima dell’esilio, ma cambiò parere (come vedremo) con il suo trasferimento in Inghilterra, la quale con il suo colonialismo diventa “rivoluzionaria suo malgrado” e quindi il carattere reazionario anti-rivoluzionario lo raccoglie la sola Russia, d’altra parte c’è un tentativo da parte di Marx di mutare la natura dell’Inghilterra, denunciando la politica “nascosta” di uno dei suoi principali esponenti politici, Palmerston, denunciandone gli accordi “segreti” con la Russia.

Il globalismo eurocentrico non è una tara del solo Marx e del solo comunismo. Che si tratti del liberalismo anglosassone che costruì un abnorme impero globale, che si tratti del comunismo, che intendeva sostituire al capitalismo globale la rivoluzione comunista mondiale, che si tratti del nazionalsocialismo che intendeva sostituirsi all’Inghilterra in declino quale potenza dominante globale, il problema principale della cultura politica europea è stato il globalismo, in merito al quale andrebbero concentrati gli sforzi per una diversa cultura politica oggi in cui l’Europa non è più al centro del mondo. Questo deriva dal fatto che per primo in Europa si è verificato quel pauroso balzo in avanti dal punto di tecnico e organizzativo delle società umane che chiamiamo modernità. Per lunghi secoli (a partire dal XV secolo fino al secolo scorso) l’Europa ha goduto di un vantaggio sia nell’organizzazione sociale (stato ed esercito moderni) sia sul piano tecnico che le ha garantito un vantaggio sulle altre società umane consentendole un espansionismo globale. Per tutti questi secoli l’Europa si è sentita al “centro del mondo”.

Marx, conformemente ai pregiudizi del suo tempo, vedeva l’Europa come il “mondo civile” per eccellenza, al di fuori si incontravano prevalentemente “popoli barbari” come scrive nel Manifesto.

“Popoli senza storia” che vegetavano come l’India (la filosofia della storia hegeliana influenzò pesantemente la visione che Marx aveva dei popoli extraeuropei) e attendevano l’Europa per essere “risvegliati”, mentre la Cina, della cui ricchissima civiltà già al tempo di Marx si sapeva abbastanza, è affetta da “stupidità ereditaria”. I prezzi bassi delle merci abbattevano le muraglie cinesi e costringevano “alla capitolazione la più tenace xenofobia dei barbari” (sarà per questo che oggi la Cina ha adottato a sua volta le politica dei prezzi bassi per penetrare le economie occidentali? L’avranno imparato dal Manifesto?). La Storia era incarnata essenzialmente dall’Europa, essa “trascinava” nella civiltà gli altri popoli (secondo le parole del Manifesto) seppur mossa dai “più vili interessi” (come scriveva qualche anno più tardi nella New York Tribune).
Vista con il “senno di poi” l’espansione globale dell’Europa appare come un periodo particolare della storia già concluso, in cui l’Europa prende il volo, un’accellerazione dello sviluppo interno, ma a cui le altre maggiori civiltà si sono adeguate.

Decisivo è vedere il contesto in cui nacque l’utopia mondialista/universalista di Marx. Marx è un rivoluzionario tedesco, formatosi all’interno dei movimenti rivoluzionari sorti in seguito alla rivoluzione francese in tutti i paesi europei. Com’è noto la rivoluzione francese ebbe una forte componente nazionalistica (“amour sacrè de la patrie”), che fu compresente con l’universalismo dell’Illuminismo che fu uno dei fattori dell’egemonia ideologica della Francia nelle altri nazioni europee. Questi due elementi contraddittori non giunsero mai ad armonizzarsi, restarono separati, come ad esempio in Rousseau la “religione dell’umanità” e la “religione della patria” non riusciranno mai a darsi la mano. In Marx, il nazionalismo scompare fino a diventare “anti-nazionalismo” e viene sempre più in primo piano l’universalismo.

Per comprendere questo passaggio è necessario far riferimento al contesto storico. Tra Marx e la rivoluzione francese vi fu la sconfitta di Napoleone, dopo la quale la secolare disputa tra Inghilterra e Francia si trasformò in un alleanza (con ruolo subordinato della Francia), e, successivamente, il colonialismo francese si svilupperà in modo collaterale e subordinato a quello inglese, occupando gli spazi vuoti lasciati da questi (vedi in merito Boris Kagarliski, From Empires to Imperialism: The State and the Rise of Bourgeois Civilisation). La “borghesia” ovvero le classi dominanti francesi , aveva promosso quelle trasformazioni rivoluzionarie dell’esercito, dello stato e dell’organizzazione complessiva della società dirette ad un accrescimento di potenza, in breve tutte quelle trasformazioni interne anche radicali, spinta dal conflitto con l’Inghilterra (una dinamica messa in luce da una delle correnti di ricerca storiche più interessanti del dopoguerra, vedi il mio Ripensare la rivoluzione francese). Con la sconfitta storica di Napoleone le classi dominanti francesi (anzi, complessivamente l’intera società francese) perdono la “spinta rivoluzionaria” e mirano allo status quo al fine di un’entente con l’Inghilterra. Questo comporta una frattura con le classi popolari che le classi dominanti si erano tirate dietro nel tentativo di vincere il conflitto con l’Inghilterra. Inizia così la frattura tra nazionalismo rivoluzionario e socialismo rivoluzionario messa in luce da James H. Billington. Negli stessi anni il movimento rivoluzionario democratico tedesco, sulla scia dei movimenti rivoluzionari innescati in tutta Europa dalla Rivoluzione francese, che era la spinta ad adeguarsi al modello dello stato francese, e che aveva prodotto, con Kant, Fichte, Hegel, una versione tedesca dell’Illuminismo, spinge per la modernizzazione della Germania, ma è troppo debole per conseguire degli obiettivi senza l’appoggio dei movimenti rivoluzionari francesi, questo già basta per far capire che il movimento tedesco non poteva essere solo “nazionale”.

Ecco come Marx riassumeva il contesto politico nel 1849 quando si era già consumata la sconfitta del movimento rivoluzionario sia in Francia che in Germania:

 

Il paese che trasforma intere nazioni in suoi proletari, che tiene stretto tra le sue braccia gigantesche tutto il mondo, che col suo denaro ha già una volta fatto fronte alle spese della restaurazione europea, in seno al quale gli antagonismi di classe si sono spinti alla forma più marcata e più sfrontata, l’Inghilterra insomma, sembra lo scoglio contro cui s’infrangono le onde della rivoluzione, fa morir di fame la nuova società già nel grembo materno. L’Inghilterra domina il mercato mondiale. Un sovvertimento della situazione politico-economica in ogni paese del continente europeo, su tutto il continente euro­peo, senza l’Inghilterra, è una tempesta in un bicchier d’acqua. La situazione dell’industria e del commercio all’interno di ogni nazione sono dominate dal commercio con le altre nazioni, sono condizionate dal loro rapporto col mercato mondiale Ma l’Inghilterra domina il mercato mondiale, e la borghesia domina l’Inghilterra

E la vecchia Inghilterra verrà abbattuta solo da una guerra mondiale, l’unico evento che può offrire al movimento inglese organizzato dei lavoratori l’occasione per riuscire a ribellarsi vittoriosamente contro suoi giganteschi oppressori…Ogni guerra europea in cui si trova ad essere coinvolta l’Inghilterra, è una guerra mondiale…La guerra europea è la prima conseguenza della vittoriosa rivoluzione operaia in Francia. Come ai tempi di Napoleone, l’Inghilterra sarà alla testa delle armate controrivoluzionarie, ma la stessa guerra la spingerà alla guida del movimento rivoluzionario, e così pagherà le sue colpe contro la rivoluzione del XVIII secolo. Insurrezione rivoluzionaria della classe lavoratrice francese, guerra mondiale: questa è la dichiarazione dell’anno 1849. (K. Marx, Il movimento rivoluzionario, Neue Rheinische Zeitung, 31 dicembre 1848)

Questo passo è assolutamente cruciale per comprendere la nascita del comunismo marxiano. Con la sconfitta di Napoleone che segna la vittoria definitiva dell’Inghilterra nel secolare conflitto con la Francia, diventa impossibile la vittoria di ogni movimento rivoluzionario in Europa che non sia in grado di affrontare la sfida della potenza globale inglese. Quale poteva essere la soluzione? In realtà, ad una sconfitta epocale come quella della Francia napoleonica non c’è soluzione che possa invertire il significato della sconfitta storica. Oppure la soluzione può essere utopica, come il comunismo marxiano che riteneva di aver individuato nel movimento operaio la soluzione al cul-de-sac in cui era finita l’Europa. Il movimento operaio avrebbe ridato slancio al movimento rivoluzionario e avrebbe risolto “dall’interno”, grazie al cartismo (che si rivelerà agli occhi di Marx già dopo qualche anno ben poco rivoluzionario), il problema costituito dallo stra-potere dell’Inghilterra. Il movimento operaio avrebbe messo fine a quei conflitti nazionali che oramai avevano assunto una forma regressiva. Il comunismo, in analogia con il cristianesimo, è stato un’ideologia universalistica di fine impero, soltanto che, a differenza dell’impero romano, di un impero che non c’è mai stato che è morto sul nascere, finito prima di cominciare.

Per comprendere l’avversione ai conflitti nazionali di Marx, che nasceva da un contesto in di una già avvertita decadenza della civiltà europea che cominciava a mostare le prime vistose crepe, prima di andare in frantumi un secolo dopo, leggiamo questo famosi versi iniziali di una poesia di Goethe del 1827 dedicata “Agli Stati Uniti”:

 

America, tu hai una sorte migliore di questo nostro vecchio continente. Tu non hai rovine di castelli né basalti, tu non sei turbata nell’intimo, quando è il momento di vivere da inutili ricordi e futili contese

 

È già presente in Goethe la consapevolezza che la civiltà europea dopo il fallimento del progetto imperiale napoleonico era entrata in crisi ed era in pericolo. (vedi in merito Dominic Eggel, A civilisation at peril: Goethe’s representation of Europe during the Sattelzeit). Le futili contese sono i conflitti tra gli stati europei che non riescono più a stabilire un ordine, ma invece configurano un disordine crescente. Marx ritiene di aver scorto nel conflitto di classe, generato da motivazioni economiche, lo strumento con cui superare questi conflitti, una volta eliminate le motivazioni economiche. È questa una parte del pensiero marxista che è entrata nel senso comune: la guerra è dovuta a motivi economici. In realtà, si potrebbe dire altrettanto unilateralmente che “l’economia è dovuta motivi guerreschi”, oppure che l’economia sia la “continuazione della guerra con altri mezzi” e che l’acquisizione di ricchezza, potenza industriale e finanziaria, sia funzionale e allo stesso prodotto del conflitto tra gli stati. La penetrazione finanziaria e commerciale è uno dei modi con cui sottomettono le nazioni, tuttavia la penetrazione economica non potrà mai andare da sola. “La mano invisibile del mercato non funzionerà mai senza un pugno visibile. McDonald’s non può diffondersi senza McDonnel Douglas, il fabbricante di F- 15.” (Thomas Friedman)

Una studiosa americana, nativa di Hong Kong, Victoria Tinbor Hui ha scritto un interessantissimo libro, War and state formation in ancient China and early modern Europe, basato sulla comparazione tra la Cina antica e l’Europa moderna, in particolare per quanto riguarda il processo (IV-II secolo a.C,) che dagli “stati combattenti” porta alla nascita della prima dinastia dell’Impero cinese. La comparazione, per quanta possa sembrare ardita, si basa sul fatto che lo stato moderno che oggi noi consideriamo la normalità, prima della storia moderna è stato presente solo in Europa e in Cina, la storia ha visto la prevalenza di imperi e città-stato. Naturalmente, il paragone è da prendere cum grano salis, non necessariamente il “sistema di stati europei (Charles Tilly) avrebbe dovuto sfociare in qualcosa di simile all’Impero cinese o all’Impero romano. Senza attribuire un telos interno alla storia europea, certo è che la conflittualità interna richiedeva una qualche forma di soluzione, che conferisse una maggiore unità alla civiltà europea, ad es. una qualche forma di federazione tra gli stati europei, più adeguata al radicamento che avevano le identità nazionali. La mancata soluzione della conflittualità interna ha avuto come risultato due guerre mondiali e il crollo della civiltà europea.

Su un punto non sono d’accordo con Victoria Tin-bor Hui, tra i motivi per cui Napoleone fallì nel suo obiettivo di creare un “Impero europeo” non vi fu la riluttanza ad utilizzare gli spietati stratagemmi suggeriti da Machiavelli, a somiglianza di Sun Tzu, a causa degli ostacoli morali posti dalla sentita appartenenza ad una comune umanità europea (Sun Tzu sottolinea l’autrice non è il Machiavelli cinese, piuttosto Machiavelli è il Sun Tzu europeo, data la precedenza temporale di quest’ultimo). Napoleone, ricorda l’autrice, affermava di portare sempre con sé Il principe di Machiavelli, tuttavia avrebbe dovuto leggere ugualmente e con attenzione i Discorsi sopra la prima Deca di Tito Livio (in particolare il capitolo Le repubbliche hanno tenuto tre modi circa lo ampliare), dove è descritta l’astuta politica di alleanze dei Romani in Italia, grazie al quale gli alleati italiani di Roma si trovano intrappolati quando Roma iniziò ad espandere il suo “Imperio”. Questo fu il principale “stratagemma” dei romani dettato dalla loro astuzia e sagacia politica, supportata ovviamente dalla potenza militare, piuttosto che la sola spietatezza. L’impero romano si sviluppò in modo territoriale, nei territori conquistati venivano costruite città e strade, le popolazioni soggiogate venivano incluse, seppur in forma subordinata nella civiltà romana. Il cosiddetto Impero britannico si sviluppò in modo opposti agli imperi classici, in modo non territoriale, nelle terre conquistate in tutto il mondo l’obiettivo non era quelle di includerle in un ordine, quanto piuttosto sfruttarne le risorse. L’imperialismo inglese fu diverso, anzi opposto agli imperi classici. Questa differenza è colta, in una certa misura, anche da Marx, quando osserva che in India, gli inglesi ereditarono dai loro predecessori [invasori] i dipartimenti delle finanze e della guerra, ma trascurarono completamente i lavori pubblici” (La dominazione britannica in India), quei lavori idraulici necessari per un’agricoltura che dipendeva dall’irrigazione.

Napoleone fu un grande stratega militare, ma non uno stratega politico, incline a cercare, e in sintonia anche con “l’accelerazione dei tempi”, la soluzione rapida attraverso il colpo di mano militare, piuttosto che con un’abile e paziente politica di alleanze volta a creare uno stabile blocco politico europeo contro l’Inghilterra, alienandosi in questo modo la simpatia che inizialmente aveva suscitato in tutta Europa il suo tentativo di trasformare l’Europa stessa.

Ecco perché la sconfitta di Napoleone è un turning point nella storia europea, colto, a suo modo, dallo stesso Marx. Nel nuovo contesto i movimenti nazionali cominciano a divergere, da quella che all’inizio voleva essere una comune liberazione dei popoli europei, allo stesso tempo, mentre in un rivoluzionario come Filippo Buonarroti “questione nazionale” e “questione sociale” restano strettamente intrecciate, in seguito il nazionalismo perde il riferimento universalistico verso l’esterno, diventando riferimento esclusivo alla propria nazione, e all’interno diventa sempre più inegualitario perdendo il rapporto con la questione dell’eguaglianza sociale, diventando ciò che intendiamo oggi in termini negativi: il nazionalismo. Fino a quella forma di aberrazione costituita dalla teoria razziale, una forma di degenerazione del nazionalismo, in cui il riferimento esclusivo alla propria nazione viene fissato in termini biologici. Tant’è che si è voluta fare una distinzione tra nazionalismo e patriottismo, nonostante che semanticamente i due termini indichino la stessa cosa, anzi patriottismo conserva un riferimento ai legami di sangue che invece il termine “nazionalismo” non ha.

L’anti-nazionalismo di Marx è da situare e valutare in tale contesto. Marx ritiene di aver individuato nel conflitto di classe la chiave che permetteva di oltrepassare i conflitti nazionali, in quanto “con la scomparsa dell’antagonismo fra le classi, all’interno della nazione, scompare l’ostilità fra le nazioni stesse” (Il Manifesto). Qual è la relazione tra conflitto di classe e conflitto inter-nazionale non è chiarito. Anche nell’ipotesi di società senza classi, cosa impedirebbe a due diversi raggruppamenti umani “senza classi” di essere antagonisti riguardo al possesso di determinati territori con un clima migliore, più fertili, più ricchi di risorse ecc.? Per quale motivo la fine dell’antagonismo di classe significherebbe la fine dell’antagonismo fra le nazioni? Si tratta di un atto di fede nel carattere risolutivo del “conflitto di classe”, con cui si realizza un’uscita utopica dai conflitti interni alle nazioni europee che avevano assunto già al suo tempo un carattere regressivo.

Dopo la sconfitta definitiva della Francia, con Napoleone, nel secolare conflitto con l’Inghilterra, il nazionalismo perse il suo carattere progressivo di generale movimento dei popoli europei per diventare movimento di un popolo contro un altro popolo, diventando così uno strumento del balancing of power della potenza inglese. L’inghilterra non temeva i singoli movimenti nazionali quanto una potenza egemone che realizzasse un blocco continentale di stati contro di lei. Londra diventa il collettore dei movimenti nazional-rivoluzionari europei, mentre invece in precedenza lo era Parigi. “Il centro delle aspettative rivoluzionarie in Europa era Londra, dove lo stesso Kossuth rientrò quanto prima. In questa città Mazzini e altri rivoluzionari nazionali fondarono nel 1850 un Comitato centrale democratico europeo. Le sue pubblicazioni erano in francese, ma aveva sotto-comitati di italiani, polacchi, tedeschi, austriaci, ungheresi, e olandesi. Dopo il colpo di stato napoleonico del 1851, gli esuli rivoluzionari dalle aspettative messianiche affluirono in maggior copia ancora a Londra. (J. H. Billington, Con il fuoco nella mente. Le origini della fede rivoluzionaria)

Marx alla fine fu espulso sia dalla Germania che dalla Francia e trovò riparo solo in quell’Inghilterra che aveva individuato quale principale nemico della rivoluzione. In questo contesto che non poteva non determinare una forte contraddizione anche sul piano esistenziale, va compresa la russofobia di Marx. Mentre la politica imperialistica dell’Inghilterra diventava “rivoluzionaria suo malgrado”, tutta il peso della reazione si spostava dalla parte della Russia zarista. Tutta la campagna di Marx contro Palmerston è tesa ad “adeguare la realtà al suo concetto”, cioè al concetto di come la realtà avrebbe dovuto essere: l’Inghilterra non doveva essere più una potenza reazionaria, qual era stata nel confronto con la Francia rivoluzionaria, ma doveva assumersi quel compito che i rivoluzionari tedeschi non erano riusciti a portare a termine, la “guerra rivoluzionaria” contro la Russia che Marx voleva introdurre nel programma dei rivoluzionari tedeschi, in cui svolse un ruolo di primo piano, prima dell’esilio in Inghilterra.

Il fatto che il marxismo sia diventato l’ideologia ufficiale delle due grandi potenze che hanno guidato la rivoluzione anti-imperialista del XX secolo ha fatto sì che non ci fosse interesse a fare chiarezza sulla visione eurocentrica che Marx aveva della Russia e della Cina. Inoltre, Lenin volle presentare il suo anti-imperialismo come in linea con il pensiero di Marx, ma non a caso riportava l’affermazione di Marx che sosteneva di aver “cambiato radicalmente idea sulla questione irlandese” (ritenuta affine alla questione coloniale), la liberazione dell’Irlanda non sarebbe venuta dalla liberazione della classe operaia inglese ma dall’Irlanda stessa. Un radicale cambiamento che non riguardava la sola Irlanda, cambia radicalmente in questi anni la visione complessivamente positiva che Marx aveva avuto della colonizzazione inglese dell’India, come visto in precedenza. Tuttavia se è vero che negli ultimi anni modificò il suo pensiero è difficile trarre dalle sue opere una prospettiva antimperialista o anticolonialista.

La distinzione leniniana di una fase imperialista, diversa rispetto al colonialismo, dovuta alla fase della concentrazione monopolistica del capitale che porta alla scontro mondiale dei capitali che controllano gli stati, ritengo sia finalizzata ad una spiegazione principalmente economica del conflitto mondiale, funzionale alla concezione secondo cui eliminando le cause economiche si sarebbero eliminati anche i conflitti, che fu un’illusione tipica del comunismo storico, da cui non fu esente nemmeno Stalin che non mancava certo di realismo. Già prima della “fase imperialistica” vi fu un conflitto di estensione mondiale, la “guerra dei sette anni” fra Francia e Inghilterra (1756-1763) ebbe portata globale, definita da Churchill la prima guerra mondiale vera e propria. Il “marxismo” non aveva trovato la chiave per la risoluzione dei conflitti. Non è il solo capitalismo che genera i conflitti armati, essi sono stati presenti in tutte le epoche e in tutte le latitudini. La possibilità del conflitto è insito nell’esistenza stessa di individui e gruppi umani distinti. L’unica possibile soluzione è politica, attraverso un accordo politico che evita la degenerazione del conflitto in conflitto armato.

Lenin con il suo anti-imperialismo aveva effettuato nell’ambito del marxismo un cambiamento di paradigma che reintroduceva la “questione nazionale” volendo però sempre restare nel solco dell’”ortodossia marxista” e lasciando quindi molti problemi irrisolti, in particolare riguardo al rapporto tra stato e questione nazionale. L’eredità anarchica del comunismo che mirava all’“estinzione dello stato” (che Lenin riprende, è una mia interpretazione perché funzionale alla necessità di demolire lo stato zarista) fu uno dei motivi per cui in Unione Sovietica non si ebbe mai una vera e proprio teoria che guidasse la creazione di un proprio stato per cui non si uscì mai dallo “stato di eccezione” seguito alla rivoluzione sovietica (in merito Domenico Losurdo ha scritto delle pagine molto interessanti).

Quella di Lenin fu una soluzione solo a metà della “questione nazionale” essa si applicava solo ai movimenti di liberazione nazionale nei paesi sottoposti all’imperialismo, tuttavia delle questioni nazionali continuavano a porsi anche nei paesi imperialisti (o aspiranti tali) e non potevano essere liquidati come nulle perché toccavano la stessa vita quotidiana delle classi inferiori, come fu il caso della Germania dopo la prima guerra mondiale, con la questione delle sanzioni punitive imposte dalle potenze vincitrici che avevano effetti devastanti sulla vita delle classi popolari.

Heinrich Laufenberg fu un importante leader del movimento operaio tedesco a cavallo della prima guerra mondiale. Prima nella Spd e successivamente nel Kpd, fu un oppositore della guerra, e leader della “rivoluzione di Amburgo” negli anni immediatamente successivi alla fine della guerra. Fu criticato duramente da Lenin in Estremismo, malattia infantile del comunismo, che attaccava le “madornali assurdità del ‘bolscevismo nazionale’ (Laufenberg e altri), che nell’attuale situazione della rivoluzione proletaria internazionale si è spinto fino al blocco con la borghesia tedesca per una guerra contro l’Intesa”. La critica di Lenin è stata generalmente considerata nel movimento comunista come prova inconfutabile: la posizione di Laufenberg era sbagliata. Ma questo vuol dire considerare Lenin come un capo infallibile, mentalità propria dei movimenti religiosi, e vuol dire incapacità di imparare dai propri errori. Anche i più grandi soccombono all’illusione storica: Lenin riteneva inizialmente la rivoluzione sovietica il preludio ad una “rivoluzione comunista mondiale” e il blocco proposto da Laufenberg andava in direzione opposto ad una rivoluzione simil-sovietica in Germania. Certo, questo vuol dire giudicare con il senno di poi, ma rinunciarvi vuol dire rinunciare ad impare dall’esperienza storica. Quando i comunisti si avvidero che così non era, cambiarono posizione. Radek segretario per un breve periodo, esecutore per conto del Comintern dell’espulsione dal Kpd di Laufenberg adottò le stesse posizioni di Laufenberg, fu successivamente rimosso da segretario del Comintern. Radek arrestato a Berlino nel 1919, ricevette un trattamento di favore, gli fu assegnato in carcere un ampia camera e addirittura un segretario, e gli fu consentito di mantenere le relazioni con il governo sovietico. Il che testimonia che c’era la volontà da parte delle classi dominanti tedesche a un’alleanza con l’Unione Sovietica contro il Trattato di Versailles.
A ragion veduta la posizione di Heinrich Laufenberg e Fritz Wolffheim duramente criticata da Lenin era quella giusta. Ancora una volta un tragico errore dei comunisti riguardante la questione nazionale. Alle classi popolari, per l’opposizione alle sanzioni, che per loro significava letteralmente la fame, non restava che rivolgersi ai nazisti. Da qui l'”enigma del consenso” al nazismo che andò ben oltre la classe media se si pensa alla composizione sociale delle Sa (successivamente liquidate dalle Ss). Consenso che diviene meno enigmatico se si ha il coraggio di guardare in faccia ai propri errori.

Ugualmente in Italia, il giusto rifiuto della partecipazione alla prima guerra mondiale (il primo atto del crollo della civiltà europea) si trasformò in un pacifismo e in un anti-nazionalismo astratti, incapaci di differenziare le posizioni e di capire laddove si pone una schietta questione nazionale, rispetto al nazionalismo aggressivo, astrattezza che non poteva non essere vista come anti-nazionale e quindi contro anche gli interessi delle classi popolari che appartengono ad una determinata nazione. Cito qui da un articolo di Domenico Moro, tra i pochi marxisti ad avere conservato il raziocinio, che invita a esaminare agli errori storici con l’auspicio che ciò possa essere di aiuto a non commettere sempre gli stessi errori. “Contrariamente a quanto si può pensare, la massa gli ex combattenti era inizialmente tutt’altro che favorevole al fascismo, anzi molti ex combattenti saranno il nerbo della resistenza armata contro le squadre fasciste, come i pluridecorati Emilio Lussu e Ferruccio Parri, il quale successivamente sarà uno dei capi della Resistenza. Tuttavia, il partito socialista e poi il partito comunista fallirono nel compito di stabilire un rapporto con questo importantissimo settore della società dell’epoca, corteggiatissimo da Mussolini. Il partito comunista, guidato da Bordiga, rifiutò persino di collaborare con gli arditi del popolo. Una scelta criticata da Gramsci al Congresso di Lione del 1926: ‘Questa tattica [quella di Bordiga relativa agli arditi del popolo] (…) servì d’altra parte a squalificare un movimento di massa che partiva dal basso e che avrebbe potuto invece essere politicamente sfruttato da noi’. Anche per queste ragioni i partiti operai non riuscirono a impedire la saldatura in un unico blocco sociale di piccola borghesia e grande capitale.” (Gli ex combattenti della Grande guerra e l’”orrido” sovranismo piccolo-borghese).

Veniamo all’oggi, dopo il crollo definitivo della civiltà europea con la seconda guerra mondiale, gli stati europei avevano trovato una forma di pseudo-unità sotto l’egemonia statunitense, ma con il crollo dell’Unione Sovietica, dopo l’intermezzo del ritorno del globalismo, e con il ritorno in scena della Russia, e la progressione verso un mondo multipolare, i problemi irrisolti dell’Europa stanno ritornando. Si è già svelato cos’è l’Unione Europea, ovvero l’egemonia tedesca che si appropria delle economie delle altre nazioni europee; si è iniziato con la Grecia, ora si mira all’Italia, che ha già subito una pesante devastazione economica indotta dalle “politiche economiche europee”, poi sarà la volta di altre nazioni, magari della stessa Francia che in questo momento tiene bordone alla Germania. Ci si trova di fronte ad un dilemma: da una parte sarebbe necessaria una politica di alleanze tra le nazioni europee necessaria per affrontare i conflitti che caratterizzeranno il mondo multipolare, dall’altra è necessario difendere l’Italia da un attacco economico che potrebbe essere devastante e ridurla in panne per i decenni a venire, e sconfiggere questa Unione Europea che non è tale, ma è la Germania che devasta economicamente le altre nazioni. L’unica è sconfiggere queste classi dominanti europee nella speranza che rinasca domani un progetto di integrazione europea degno di questo nome. Nell’evitare che l’Italia faccia “la fine della Grecia” che ha dovuto vendere persino gli aeroporti ai “fratelli europei tedeschi”, subendo una devastazione economica che potrebbe metterla in panne per chissà quanto a venire, si pone anche questa volta una schietta “questione nazionale”.

Questi settori globalisti delle classi dominanti sono pericolosi per un altro motivo. Oggi l’Europa non è più in grado di scatenare una guerra mondiale, tuttavia gli “europeisti” sono i principali alleati di quel globalismo che gli Usa hanno ereditato dall’eurocentrismo. Il progetto del dominio mondiale dell’Europa si è spostato negli Stati Uniti. Fortunatamente negli Usa è nata una corrente più pragmatica, un orientamento strategico che ha trovato espressione in Trump, attorno al quale si sta consumando una dura lotta all’interno delle classi dominati statunitensi, che pur volendo conservare il predominio Usa intende farlo tenendo conto della realtà, del fatto che nel mondo esistono altre potenze nucleari, mentre i settori globalisti con la folle Clinton non escludevano un attacco diretto alla Russia.

Per questi motivi è necessario sconfiggere il globalismo. Purtroppo le forze eredi del partito comunista sono state subordinate e funzionali a questo globalismo, con rare eccezioni individuali provenienti dai settori più “leninisti” che pur vogliono rimanere all’interno di un “marxismo” che Marx stesso aveva sconfessato quando affermò, “sorprendentemente”, di “non essere marxista”. Poiché oggi si sente più che mai la mancanza di forze che difendano gli interessi popolari, mentre le vecchie forze politiche e sindacali hanno avuto una fine ignominiosa, e dato il crollo del comunismo storico si impone un nuovo inizio che passa da un’attenta riflessione sulla storia passata.

un ministro alla sbarra, una nave in cerca di approdo_ intervista ad Augusto Sinagra

Il duello in corso tra un pool di magistrati siciliani e il Ministro dell’Interno ha segnato un altro colpo: il deferimento di Matteo Salvini per una serie di reati a partire dal sequestro di persona. Nel frattempo continua le ONG, con il loro corredo di naviglio, con uno stillicidio accurato e mirato cercano di imporre la loro rappresentazione di accoglienza. Una ulteriore occasione di sconfinamento di competenze di ambienti giudiziari negli spazi propri di azione politica di un governo. Augusti Sinagra ci offre ancora una volta il suo acuto punto di vista. Buon ascolto, Giuseppe Germinario

 

GLI USA E L’EGEMONIA DISTRUTTRICE a cura di Luigi Longo

GLI USA E L’EGEMONIA DISTRUTTRICE

a cura di Luigi Longo

 

 

L’ambigua ritirata statunitense dalla Siria e il nulla osta dato ad Israele di attaccare le installazioni militari iraniane in Siria hanno come obiettivo di fondo la guerra contro l’Iran.

Propongo, al riguardo, la lettura dell’articolo di Manlio Dinucci, apparso su il Manifesto del 22 gennaio 2019 con il titolo Israele, licenza di uccidere, perché mette in evidenza il ruolo di Israele e della Nato nelle strategie statunitensi nel Medio Oriente finalizzate alla pianificazione della prossima guerra con l’Iran, per ostacolare il temuto coordinamento tra Russia, Cina e le potenze emergenti (come l’Iran) in grado di mettere in discussione l’egemonia distruttrice degli Usa. La stessa strategia fu realizzata dagli USA per la distruzione della Libia, tramite i loro sicari: Francia, Inghilterra e Italia, con l’uccisione di Mu’ammar Gheddafi.

Così scrissi nel 2015:<< Gli USA nel 2011, tramite la Francia e l’Inghilterra (che avevano ed hanno interessi economici e di accaparramento di risorse energetiche), l’Italia (che oltre a perdere i suoi interessi economici ed energetici doveva e deve svolgere il ruolo di nazione-spazio di infrastruttura militare a disposizione dei comandi USA e USA-NATO) e i miliziani dell’IS, hanno dato la stura alla disintegrazione di una nazione e di un popolo come la Libia. Mu’ammar Gheddafi è stato eliminato per ragioni evidenti e precise: per aver portato la Libia ad essere una nazione superando le divisioni tribali; per averla fatta diventare la nazione sovrana più importante dell’Africa; per aver costruito una strategia di sviluppo non dipendente soltanto dalle risorse energetiche; per le sue azioni politiche ed economiche intraprese in Medio Oriente; per il ruolo svolto nella costruzione dell’Unione Africana (gli stati uniti d’Africa) con obiettivi strategici di autodeterminazione e di costruzione di un polo geopolitico sovrano come il continente africano, con una sua moneta, un fondo monetario africano, una banca centrale africana; per il suo anticolonialismo >>*.

Gli Usa sono una potenza mondiale devastante, distruttrice di popoli e di territori; sono l’emblema di una crisi profonda dell’Occidente che non riesce ad esprimere più un senso della vita, un’idea di rapporto sociale e di sviluppo; altro che contraddizioni: c’è il vuoto! Certo, la vita continua, nonostante tutto, ma si regge su un equilibrio dinamico sociale “sopra la follia” (parafrasando Vasco Rossi).

La mancanza di una idea di sviluppo, di un nuovo rapporto sociale trova la sua ragion d’essere nella fine di un’idea della modernità. Siamo in presenza di uno sviluppo squilibrato sotto tutti gli aspetti (umano, politico, economico, sociale, culturale, scientifico, tecnologico) che ha ridotto la modernità a un nonsense, cioè a quella incapacità di vedere le storture presenti e ad immaginare che, a partire da esse, sia possibile rilanciare una nuova modernità basata su paradigmi diversi proprio a iniziare dalla prima esperienza storica della modernità.

I nostri decisori attuali e passati sono servi volontari e, come tali, non hanno nessun interesse a pensare strategie di cambiamento per ribellarsi al padrone USA (siamo molto al di sotto della dialettica hegeliana del servo-padrone!), con l’unico risultato evidente di portare il Paese (e intendo la maggioranza della popolazione che non decide nulla!) al degrado economico, politico, sociale e culturale.

 

 

* Luigi Longo, Che ci fa l’Islamic state (IS) in Libia? Perché non lo chiediamo agli Usa, in www.conflittiestrategie.it, 2/3/2015.

 

 

 

 

 

 

 

ISRAELE, LICENZA DI UCCIDERE

L’arte della guerra. Dopo che Israele ha ufficializzato l’attacco contro obiettivi militari iraniani in Siria, sui media italiani nessuno ha messo in dubbio il «diritto» di Tel Aviv di attaccare uno Stato sovrano per imporre quale governo debba avere

Manlio Dinucci

 

«Con una mossa davvero insolita, Israele ha ufficializzato l’attacco contro obiettivi militari iraniani in Siria e intimato alle autorità siriane di non vendicarsi contro Israele»: così i media italiani riportano l’attacco effettuato ieri da Israele in Siria con missili da crociera e bombe guidate. «È un messaggio ai russi, che insieme all’Iran permettono la sopravvivenza al potere di Assad», commenta il Corriere della Sera.

Nessuno mette in dubbio il «diritto» di Israele di attaccare uno Stato sovrano per imporre quale governo debba avere, dopo che per otto anni gli Usa, la Nato e le monarchie del Golfo hanno cercato insieme ad Israele di demolirlo, come avevano fatto nel 2011 con lo Stato libico.

Nessuno si scandalizza che gli attacchi aerei israeliani, sabato e lunedì, abbiano provocato decine di morti, tra cui almeno quattro bambini, e gravi danni all’aeroporto internazionale di Damasco, mentre si dà risalto alla notizia che per prudenza è rimasta chiusa per un giorno, con grande dispiacere degli escursionisti, la stazione sciistica israeliana sul Monte Hermon (interamente occupato da Israele insieme alle alture del Golan).

Nessuno si preoccupa del fatto che l’intensificarsi degli attacchi israeliani in Siria, con il pretesto che essa serve come base di lancio di missili iraniani, rientra nella preparazione di una guerra su larga scala contro l’Iran, pianificata col Pentagono, i cui effetti sarebbero catastrofici.

La decisione degli Stati uniti di uscire dall’accordo sul nucleare iraniano – accordo definito da Israele «la resa dell’Occidente all’asse del male guidato dall’Iran» – ha provocato una situazione di estrema pericolosità non solo per il Medio Oriente. Israele, l’unica potenza nucleare in Medioriente – non aderente al Trattato di non-proliferazione, sottoscritto invece dall’Iran – tiene puntate contro l’Iran 200 armi nucleari (come ha specificato l’ex segretario di stato Usa Colin Powell nel marzo 2015).

Tra i diversi vettori di armi nucleari, Israele possiede una prima squadra di caccia F-35A, dichiarata operativa nel dicembre 2017. Israele non solo è stato il primo paese ad acquistare il nuovo caccia di quinta generazione della statunitense Lockheed Martin, ma con le proprie industrie militari svolge un ruolo importante nello sviluppo del caccia: le Israel Aerospace Industries hanno iniziato lo scorso dicembre la produzione di componenti delle ali che rendono gli F-35 invisibili ai radar.

Grazie a tale tecnologia, che sarà applicata anche agli F-35 italiani, Israele potenzia le capacità di attacco delle sue forze nucleari, integrate nel sistema elettronico Nato nel quadro del «Programma di cooperazione individuale con Israele».

Di tutto questo non vi è però notizia sui nostri media, come non vi è notizia che, oltre alle vittime provocate dall’attacco israeliano in Siria, vi sono quelle ancora più numerose provocate tra i palestinesi dall’embargo israeliano nella Striscia di Gaza. Qui – a causa del blocco, decretato dal governo israeliano, dei fondi internazionali destinati alle strutture sanitarie della Striscia – sei ospedali su tredici, tra cui i due ospedali pediatrici Nasser e Rantissi, hanno dovuto chiudere il 20 gennaio per mancanza del carburante necessario a produrre energia elettrica (nella Striscia l’erogazione tramite rete è estremamente saltuaria).

Non si sa quante vittime provocherà la deliberata chiusura degli ospedali di Gaza. Di questo non ci sarà comunque notizia sui nostri media, che hanno invece dato rilievo a quanto dichiarato dal vice-premier Matteo Salvini nella recente visita in Israele: «Tutto il mio impegno per sostenere il diritto alla sicurezza di Israele, baluardo di democrazia in Medio Oriente».

 

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