2001-2021. Quali risultati per le relazioni tra la Francia e l’Africa francofona? Yves Montenay

Continuiamo a presentare il punto di vista francese sulle dinamiche geopolitiche africane. Le posizioni dei vari analisti sono diverse e spesso contrapposte, come si arguisce dai tanti scritti di Bernard Lugan postati sul nostro sito. La Francia rimane comunque un paese dal ruolo cruciale in quell’area, anche se costretta ad appoggiarsi e richiedere sempre più il sostegno dei paesi alleati della NATO, tra cui l’Italia. Sirene alle quali si dovrà prestare molta cautela. L’atteggiamento minimizzatore del nostro ceto politico non aiuta certo a cogliere a pieno la complessità della situazione_Giuseppe Germinario

La Francia mantiene importanti legami con le ex aree colonizzate dell’Africa, legami economici e militari ma anche linguistici. Questo aiuta a creare un rapporto speciale, che si è evoluto molto negli ultimi vent’anni. Intervista a Yves Montenay.

Ingegnere di formazione, Yves Montenay è stato consulente per molte PMI in Asia e Africa. Ha lavorato con Léopold Sédar Senghor e ha completato una tesi in demografia politica. Ha insegnato in diverse istituzioni superiori, permettendogli di visitare regolarmente diversi paesi africani.

L’arrivo della Cina e la presenza sempre più forte della Russia danno l’impressione che la Francia sia cacciata dal suo distretto africano. I soldati di Wagner sono presenti nella Repubblica Centrafricana e l’ostilità verso la Francia si manifesta in maniera ricca. Gli ultimi 20 anni non hanno segnato la fine della presenza francese nel continente africano?

Una parola in primis sulla Repubblica Centrafricana dove l’ attività concreta di Wagner dovrebbe essere maggiormente diffusa. In primo luogo, si sono distinti per la brutalità nei confronti della popolazione, che viene documentata, e in secondo luogo il loro servizio non è gratuito. Sono remunerati con una tassa del 25% sulle attività minerarie.

I maliani, abituati al “servizio gratuito” della forza Barkhane, e che sognano di vedere arrivare i “nostri amici russi”, dovranno regalare loro parte della loro produzione, soprattutto oro, il che significa che dovranno utilizzare la forza nelle miniere informali.

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Ma attenzione, questo non è colonialismo, è amicizia! E poi saranno solo poche migliaia, come i francesi. Non si dovrebbe quindi contare su di loro per occupare la terra a nord. Allora a cosa serviranno? Probabilmente di guardia del pretorio agli attuali dirigenti, che, ricordiamolo, sono stati addestrati a Mosca.

Lo noteremo non appena la popolazione chiederà un po’ di democrazia o, più semplicemente, sarà delusa dall’assenza di sicurezza o di miracoli economici.

Africa occidentale (c) Wikipedia

Ma dobbiamo parlare della fine della presenza francese nel continente africano?

La situazione è estremamente variabile da un paese all’altro, e in alcuni le difficoltà della Francia stanno aumentando a ritmi vertiginosi.

Sono piuttosto pessimista, perché si tratta di un taglio generazionale alimentato dalle potenze, Cina, Russia e Turchia per limitarsi alle principali, che sono perfettamente radicate nelle operazioni di influenza e ad essa dedicano mezzi significativi.

Tuttavia, la Francia ha pochissimi interessi economici nella regione, in particolare in Mali, e ciò sarà accentuato dalla vendita degli asset di Bolloré a un gruppo svizzero.

Inoltre, l’Africa subsahariana non è affatto un blocco. Ogni paese è molto diverso dal vicino e li classificherò in tre gruppi:

I paesi costieri , a cui si aggiungono il Congo Brazza e il Madagascar, sono prevalentemente oa cornice cristiana (tranne il Senegal). Non hanno seri problemi con la Francia, anche se certi comportamenti possono infastidire Parigi, come la tentazione del Gabon per il Commonwealth. Ciò non impedisce a questi paesi di avere gravi problemi interni, in particolare in Madagascar e Camerun, dove il governo reprime la parte anglofona (che secondo me dovrebbero dare autonomia quanto prima!). E la parte musulmana della sua popolazione non è immune da quanto sta accadendo nel Sahel (compreso Boko Aram per il Camerun) e dalla propaganda wahhabita,

La Repubblica Democratica del Congo, che è un mondo a parte, con i suoi 92 milioni di abitanti. La Francofonia sembra essersi ben radicata lì, in particolare grazie a un vasto settore scolastico cristiano, ma la politica è imperfetta e non siamo immuni da una sorpresa.

Ad esempio il padre Kabila aveva decretato l’inglese come lingua ufficiale, cosa che non aveva conseguenze pratiche, prima che questa decisione fosse cancellata (questo è stato anche il caso del Madagascar). Non conosco alcun problema particolare tra la Repubblica Democratica del Congo e la Francia che non fosse la potenza colonizzatrice.

Rimangono i paesi del Sahel , e il caso particolarmente difficile del Mali, che non riescono a far fronte all’offensiva jihadista e la cui parte più chiassosa della popolazione accusa la Francia di tutti i mali. Tuttavia, ho echi diversi da un’altra parte della popolazione che ha legami intellettuali o cooperativi o familiari con la Francia.

Negli anni ’90, le Nazioni Unite hanno stabilito gli obiettivi di sviluppo del millennio per l’Africa. La Francia è molto coinvolta nello sviluppo del continente, attraverso l’AFD e le sue numerose ONG. Eppure questi aiuti sembrano essere un pozzo senza fondo e non sembrano essere visibili grandi risultati. Abbiamo fatto 20 anni di aiuti per niente?

Tornerò a monte. Siamo passati impercettibilmente dal periodo coloniale a un periodo chiamato neocoloniale.

Il termine è tecnicamente giustificato, d’altronde la sua connotazione negativa non lo è affatto, poiché in generale questo periodo neocoloniale è stato il migliore per la maggior parte di questi paesi, come illustrato ad esempio dal Madagascar e dalla Costa d’Avorio. .

Ho assistito a questa epoca neocoloniale durante la quale molti amministratori francesi sono passati dalla carica di esecutivo a quella di consiglio.

In precedenza, e contrariamente a quanto si dice oggi, la fine del periodo coloniale fu quella dello sviluppo forse paternalistico, ma non del saccheggio, termine che peraltro ha realtà concreta solo in ambito militare e non ha senso economico.

NB: lo studio economico della colonizzazione e la critica alla nozione di “saccheggio” sono sviluppati nel mio libro  The Myth of the North-South Ditch, and How One Cultivates Underdevelopment

E sono crollati i paesi che tagliavano violentemente con le metropoli come la Guinea.

Questo periodo neocoloniale si è spesso concluso con rivoluzioni, colpi di stato o guerre civili, lasciando una situazione molto degradata.

Ciò è stato particolarmente evidente in Madagascar, che non si è mai ripreso, e in Costa d’Avorio, dove la prosperità, in parte dovuta alla presenza di PMI francesi brutalmente espulse, non è tornata del tutto.

È vero che questo periodo neocoloniale si è riflesso anche in un’influenza politica della Francia, che si è riflessa in particolare nei voti favorevoli all’ONU e nell’ingerenza nella scelta dei leader dei paesi africani. Ma è un’era che è finita da tempo e gli eredi dell’influenza politica francese, ad esempio in Gabon, Camerun o Ciad sono liberi, e inoltre il loro comportamento autocratico è disapprovato a Parigi… che però non interviene.

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Ma la propaganda antifrancese usa questo periodo neocoloniale per proclamare: “certo, siamo mal governati, ma è perché la Francia ci ha imposto cattivi governanti”.

Dimentichiamo che le Indipendenze hanno ormai circa 65 anni e che tutti gli interessati sono scomparsi. Dimentichiamo anche i successi economici di questo periodo neocoloniale, soprattutto rispetto alla situazione odierna.

Quindi l’uso di questo argomento nella propaganda antifrancese oggi si basa sull’ignoranza delle giovani generazioni.

Questa rottura generazionale è aggravata dalla scolarizzazione nell’istruzione superiore a livello locale e non più in Francia.

C’è quindi una scarsa conoscenza di questi ultimi, per non parlare del ruolo di alcuni insegnanti che hanno cercato di “porsi opponendosi” o di dirigenti formati nei paesi ostili sopra citati, a cui si aggiungono le università islamiste, tra cui quello di Riad.

Il sentimento antifrancese degli studenti è colorato dall’ostilità verso la lingua francese (la lingua “vera” è l’arabo) e verso l’Occidente “decadente” in generale.

Nell’Africa nera, la Francia guarda soprattutto ad ovest: Costa d’Avorio, Sahel, Senegal. L’Africa orientale e quella dei Grandi Laghi sono definitivamente perse per la Francia?

La Francia non è mai stata molto presente lì, nonostante il periodo “globalista e anglofono” del MEDEF.

Inoltre, questa regione, contrariamente alla sua reputazione, si sta sviluppando piuttosto meno bene dell’Africa francofona , ad eccezione del Ghana e del Kenya. Il peso massimo, il Sud Africa, è sicuramente il paese più sviluppato dell’Africa, ma è rimasto fermo per molto tempo.

Il peso massimo demografico è la Nigeria , che teoricamente ha un guadagno inaspettato di petrolio. Ma sappiamo che questa cosiddetta manna è in realtà un handicap che esacerba le rivalità tribali, alimenta la corruzione e pesa sullo sviluppo.

Mentre la grande metà musulmana del paese nel nord rimane particolarmente sottosviluppata e in parte disorganizzata da Boko Aram e dai suoi rivali.

La Francofonia ha ancora oggi il ruolo che ha svolto nel 2001?

A differenza del Commonwealth, l’Organizzazione Internazionale della Francofonia non ha mai avuto obiettivi economici e si limita all’azione culturale.

Ciò che mi sembra importante non è questa organizzazione, ma la diffusione della lingua francese. Quest’ultimo è cresciuto notevolmente dal 2001, per tre motivi.

Il primo è il progresso della scuola in francese e in particolare nelle scuole private dalla scuola materna all’università. Certo, non ci sono scuole ovunque, e alcune sono composte solo da un’unica classe supervisionata da un insegnante mal pagato, se non del tutto e quindi alimentata dai genitori. Ma non dobbiamo dimenticare il gran numero di scuole che operano normalmente.

La seconda è che la borghesia locale è sempre più spesso nella terza generazione nell’istruzione, il che fa del francese la sua lingua madre . Il francese non è quindi più una lingua straniera per questa borghesia, ma la vera lingua nazionale.

Il terzo motivo più noto è la rapida crescita della popolazione dell’Africa. Questa crescita demografica porterà tutti i paesi francofoni a 750 milioni intorno al 2050, se gli eventi politici non interromperanno la scuola in francese.

Infine, l’ambiente letterario parigino e in particolare quello degli editori hanno a lungo sottovalutato gli scrittori di lingua francese. Questo periodo sembra finito, come dimostra l’attribuzione dell’ultimo premio Goncourt a Mohamed Mbougar Sarr.

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Ma ovviamente chi dice francofonia non significa necessariamente francofonia. Gli oppositori più virulenti della Francia parlano in francese.

Una parola sul Nord Africa

Il Maghreb si avvicina ai 100 milioni di abitanti, a cui si aggiungono circa 100 milioni di egiziani. La crescita demografica considerata molto rapida in Francia è infatti più debole lì che nel sud del Sahara, dove la sola Nigeria presto supererà l’intera regione.

È anche la parte più sviluppata dell’Africa, anche se questo confronto non ha molto senso, date le disparità regionali nel nord come nel sud del continente.

Nel Maghreb i tre paesi, umanamente e storicamente abbastanza simili, hanno continuato a divergere, ma i dati principali non sono cambiati dal 2001:

Un Marocco che parte da inferiore agli altri, ma in solida progressione con una buona base industriale e agricola a criteri europei e una libertà politica e religiosa superiore al resto del mondo arabo, eccettuata la Tunisia. L’istruzione pubblica è deplorevole, ma il settore privato, in gran parte di lingua francese, con progressi comunque in inglese, fornisce quadri intermedi. A meno che non si verifichi un incidente una tantum, i rapporti con la Francia sono buoni,

Una Tunisia che condivide molte caratteristiche con il Marocco, ma parte da più alti in termini di tenore di vita e democrazia, nonostante i recenti fallimenti,

Un Algeria , che, al contrario, sta lottando per uscire del socialismo e non di sviluppo, i proventi del petrolio in corso in gran parte confiscati. Queste entrate consentono un’economia basata sull’importazione con scarsa produzione nazionale, anche se la privatizzazione della cultura e la relativa liberalizzazione industriale hanno consentito scarsi progressi. Insomma, un flagrante fallimento economico e politico, la cui responsabilità è attribuita contro ogni evidenza alla Francia . Ciò ha comportato l’esclusione delle esportazioni francesi a vantaggio della Cina in particolare e culturalmente da pressioni sulla parte francofona della popolazione.

Quanto all’Egitto,ha praticamente chiuso il cerchio negli ultimi 20 anni: la dittatura militare di Mubarak ha lasciato il posto alla democratizzazione che ha portato al potere i Fratelli Musulmani. Il loro fallimento ha generato una nuova protesta, che si è conclusa con il ritorno al potere dell’esercito. La posizione della Francia, preponderante fino al 1956, è stata distrutta dall’affare Suez e il socialismo Nasser ha rovinato il Paese, che si è ripreso solo in parte da esso e il cui precario equilibrio economico è dovuto solo agli aiuti americani, ai canoni del Canale di Suez, del gas e del petrolio, e spedizioni espatriate in Arabia Saudita. L’immagine della Francia resta buona, ma i nostri interessi economici non sono molto importanti e la Francofonia è stata ridotta a una parte dei circoli privilegiati.

Per concludere, colpisce vedere il riemergere della demonizzazione della colonizzazione , quando quest’ultima ha 60 anni e talvolta molto di più, e quindi non ha nulla a che vedere con i problemi africani attuali.

Ma il punto è che questo argomento ha molto più successo che ai tempi dell’indipendenza, forse proprio perché i testimoni sono scomparsi. E che non possono contraddire i proclami “anticoloniali” dei concorrenti della Francia e dell’Occidente in Africa.

Questo è il periodo in cui la Russia e la Turchia sono state a lungo colonizzatori sanguinari e da allora la Cina non è stata gentile con Manciù, Mongoli e Tibetani e, più recentemente, con gli uiguri.

Le cause del fallimento politico della Francia nel Sahel, di Bernard Lugan

Interessante, anche se l’autore sembra dimenticare che l’approccio dogmatico ed astratto all’avventura militare nel Sahel è il corollario di una politica egemonica imperialistica, per quanto in declino; vittima non solo dei rivolgimenti interni a quei paesi ma anche dell’arrivo e del ritorno di nuovi attori esterni_Giuseppe Germinario

Nel Sahel, a dieci anni dalla trionfale accoglienza riservata alle forze francesi, e dopo che 52 dei migliori figli di Francia sono caduti per difendere i maliani che preferiscono emigrare in Francia piuttosto che combattere per il proprio paese, si susseguono manifestazioni antifrancesi . Convogli militari ora circolano sotto insulti, sputi e sassi. Sulla strada dalla Costa d’Avorio, la situazione diventa così difficile che inizia a sorgere la questione dell’approvvigionamento di Barkhane. A fine novembre 2021, in Niger, dopo la morte di diversi manifestanti che avevano bloccato un convoglio militare francese, il governo nigeriano ha incriminato Barkhane… La strategia francese di ridispiegare in Niger le forze precedentemente di stanza in Mali passerà quindi sotto la responsabilità di ‘atto di bilanciamento…

La situazione regionale è così degradata che, per paura di manifestazioni, il presidente Macron ha appena rinunciato ad andarci per incontrare i funzionari regionali. Forse andrà in una base militare solo per festeggiare il Natale con un’unità francese.

Perché un tale disastro politico? Dopo esserci cacciati dalla Repubblica Centrafricana accumulando i nostri errori, sperimenteremo un nuovo e umiliante fallimento, ma questa volta nella BSS?

Come continuo a dire e scrivere da anni, e come dimostro nel mio libro Le guerre del Sahel dall’inizio ai giorni nostri , i decisori francesi fin dall’inizio hanno fatto una falsa analisi vedendo il conflitto regionale attraverso il prisma dell’islamismo. La realtà, però, è diversa perché l’islamismo è prima di tutto la superinfezione di ferite etno-razziali millenarie che nessun intervento militare riesce a chiudere.

Al nord, è il risorgere di una frattura inscritta nella notte dei tempi, di una guerra etno-storica-economica-politica condotta dal 1963 dai Tuareg. Qui la soluzione del problema è tenuta da Iyad Ag Ghali, storico leader delle precedenti ribellioni tuareg. Dal 2012 ho continuato a dire che dovevamo trovare un’intesa con questo leader Ifora con cui avevamo contatti, interessi comuni e la cui lotta è prima di tutto per l’identità. Tuttavia, per ideologia, rifiutandosi di prendere in considerazione le costanti etniche secolari, coloro che definiscono la politica franco-africana consideravano al contrario che fosse lui l’uomo da massacrare… Il presidente Macron ha persino ordinato più volte alle forze di Barkhane di eliminarlo e che , fino a poco tempo fa, quando le autorità di Bamako stavano negoziando una pace regionale direttamente con lui… Già, il 10 novembre 2020, Bag Ag Moussa, il suo luogotenente, era stato ucciso da un attacco aereo.

Il conflitto nel sud (Macina, Liptako, regione conosciuta come i “Tre Confini” a nord e ad est del Burkina Faso), ha anche radici etno-storiche derivanti dal secolare scontro tra i Peul e varie popolazioni sedentarie. A differenza del nord, qui si svolgono due guerre molto diverse. Uno è l’emanazione di grandi fazioni Fulani raggruppate sotto la bandiera di AQIM ( Al-Quaïda per il Maghreb islamico ). L’altro infatti è prima di tutto religioso ed è guidato dallo Stato Islamico l’EIGS ( Stato Islamico nel Grande Sahara ). L’EIGS mira a creare in tutta la BSS (Sahelo-Saharan Band), un vasto califfato transetnico che sostituisca e includa gli attuali Stati. Al contrario, i leader regionali di AQIM, che sono etno-islamisti, hanno obiettivi principalmente locali e non sostengono la distruzione degli stati del Sahel.

Con un minimo di intelligenza tattica, giocando sugli equilibri di potere regionali ed etnici, si poteva rapidamente risolvere la questione del nord del Mali, che avrebbe consentito un rapido disimpegno consentendo di operare la concentrazione delle nostre risorse sulla regione di” 3 frontiere”, quindi contro l’EIGS [1] . Tuttavia, contrariamente a quanto sostenuto dai capi militari di Barkhane, Parigi ha persistito in una strategia “americana”, “colpisce” indiscriminatamente i GAT (Gruppi armati terroristici) e rifiutando qualsiasi approccio “buono” … “À la Française” … come i nostri anziani avevano fatto così bene in Indocina e Algeria. La linea di fondo è che, per i leader francesi, la questione etnica è secondaria o addirittura artificiale, quando non è, secondo loro, romanticismo coloniale…

L’ultimo e caricaturale esempio di cecità ideologica è stata la reazione di Parigi al colpo di Stato del colonnello Assimi Goïta, avvenuto in Mali nell’agosto 2020. In nome della democrazia, del buon governo e dello stato di diritto, nozioni che qui rientrano nel surrealismo politico, La Francia ha tagliato i legami con l’ex comandante delle forze speciali maliane, la cui acquisizione è stata comunque un’opportunità per la pace. Avendo per le sue funzioni un giusto apprezzamento delle realtà sul terreno, questo Minianka, ramo minoritario del grande ensemble Senufo, non ebbe infatti alcun contenzioso storico-etnico, né con i Tuareg, né con i Peul, i due popoli in origine. i due conflitti in Mali. Ha quindi aperto trattative con Iyad Ag Ghali, che hanno ulcerato i decisori parigini. Bloccati nel loro a priori ideologico, questi ultimi non hanno preso la misura del cambiamento di contesto appena avvenuto, e hanno continuato a parlare di rifiuto di “trattare con il terrorismo”. Prendendo come pretesto questo colpo di stato, Emmanuel Macron ha deciso di ritirare Barkhane, che è stato inteso come un abbandono. E, per completare il tutto, avendo Bamako chiesto l’aiuto della Russia, la Francia ha minacciato, che è stata denunciata come neocolonialismo….

Sulla base di un ostinato rifiuto di prendere in considerazione le realtà sul campo, questo accumulo di errori ha quindi portato a un vicolo cieco. La domanda ora è come uscirne senza mettere in pericolo le nostre forze. E senza che la nostra partenza aprisse la porta a un genocidio di cui saremmo accusati. Come ricordo, in Ruanda, è stato perché l’esercito francese si era ritirato che c’è stato un genocidio, perché, se le forze del generale Kagame non avessero chiesto la loro partenza, questo genocidio di fatto non si sarebbe verificato.

Quattro lezioni principali devono essere tratte da questo nuovo e amaro fallimento politico africano:

1) L’urgente priorità è sapere cosa stiamo facendo nel BSS, dobbiamo quindi definire finalmente, e molto rapidamente, i nostri interessi strategici attuali e a lungo termine per sapere se dobbiamo disimpegnarci o meno, e in caso affermativo, a che livello, e senza perdere la faccia.

2) In futuro, non dovremo più intervenire sistematicamente e direttamente a vantaggio degli eserciti locali che abbiamo instancabilmente e senza successo addestrato dagli anni ’60 e che, ad eccezione di quello del Senegal e della guardia presidenziale ciadiana, sono incompetente. E se lo sono, è per un semplice motivo che è che gli Stati, essendo artificiali, non esiste un vero sentimento patriottico.

3) Sarà necessario favorire interventi indiretti o azioni rapide e puntuali da parte delle navi, che eliminerebbero il disagio dei passaggi a terra percepiti localmente come un’insopportabile presenza neocoloniale. Sarebbe quindi necessaria una ridefinizione e un aumento di potenza delle nostre risorse marittime proiettabili.

4) Infine e prima, dovremo lasciare che l’ordine naturale africano si dispieghi. Ciò implica che i nostri intellettuali capiscano finalmente che i vecchi governanti non accetteranno mai che, attraverso il gioco dell’etnomatematica elettorale, e solo perché sono più numerosi di loro, i loro ex sudditi o tributari ora sono i loro padroni. . Ciò sconvolge le concezioni eteree della filosofia politica occidentale, eppure questa è la realtà africana.

Per più di mezzo secolo in Africa, l’ossessione occidentale per i diritti umani ha portato a massacri, l’imperativo democratico ha provocato la guerra e le elezioni hanno portato al caos.

Più che mai è quindi importante riflettere su questa profonda riflessione che fece nel 1953 il Governatore Generale dell’AOF: “Meno elezioni e più etnografia, e tutti troveranno ciò che cercano”… In una parola, il ritorno alla realtà e alla rinuncia alle nuvole.

[1] A tal proposito si rimanda al mio comunicato stampa del 24 ottobre 2020 dal titolo “Mali: fondamentale il cambio di paradigma”.

Maggiori informazioni sul blog di Bernard Lugan .

Che succede tra la Francia e l’Egitto?, di giuseppe_gagliano/

Qui sotto un interessante articolo di Giuseppe Gagliano, tratto dalla rivista https://www.startmag.it/ riguardante un episodio di informazione pilotata in grado di condizionare ed alterare gli indirizzi di politica estera francese in tutta l’area mediorientale e mediterranea. La lettura spinge ad alcune considerazioni a più livelli di astrazione. Ci suggerisce che limitare l’analisi geopolitica al mero rapporto può essere riduttivo e fuorviante. Chi agisce non è lo Stato in quanto tale, ma sono i soggetti, siano essi individui o soprattutto gruppi, in conflitto e cooperazione tra di essi, dotati di poteri decisionali e di condizionamento, in grado di rappresentarlo, di detenere le leve operative e di influenzarle. La titolarità dell’autorità è un fattore importante di agibilità se ad essa corrisponde una coerenza ed un controllo effettivi e sostanziali degli apparati. L’impegno ufficiale e formale va di pari passo con le azioni sotto traccia, rivelatrici dei legami trasversali che attraversano la dinamica di questi centri. Nella fattispecie l’articolo rivela le dinamiche di confronto e cooperazione tra alcuni centri decisionali francesi e turchi nel plasmare i rapporti con l’Egitto e i paesi del Golfo, anch’essi attraversati da spinte e controspinte. Il tutto in logiche ancora più estese che fanno riferimento alle fazioni statunitensi, una, quella obamiana, sostenitrice delle primavere arabe, l’altra ad esse ostile. Definire per altro in questo contesto Jamal Khashoggi giornalista, non rende bene la natura di questo scontro e di quell’assassinio. Rivela altresì la permeabilità e la fragilità di quelle formazioni socio-politiche che hanno aperto indistintamente, in nome di una “società aperta” apparentemente priva di identità, i propri spazi a vere e proprie comunità chiuse in grado di condizionare pesantemente e destabilizzare all’interno l’azione politica. Ad un livello ancora inferiore di riflessione deve portare a considerare la portata del Trattato del Quirinale tra l’Italia e la Francia nelle sue implicazioni nell’area mediterranea, in particolare la Libia e l’Egitto. Il trattato in qualche maniera vorrebbe mettere molto parzialmente al riparo l’Italia dalle mire turche nel vicinato prossimo della Libia e dei Balcani, in particolare l’Albania e la Bosnia. La postura, però, è talmente subordinata da farle perdere quasi ogni capacità di mediazione, sostenendo le poche figure, tra queste il figlio di Gheddafi in grado di ricomporre il mosaico libico; l’ultima possibilità di ricostruire in tal modo una nuova capacità di influenza diretta in quell’area. Lo stesso dicasi dei rapporti con l’Egitto di Al Sisi dove l’Italia, grazie all’affare Regeni, è ridotta più o meno consapevolmente a strumento di trame altrui. La liberazione di Zaki sarà probabilmente il contentino per far cadere in ombra l’omicidio Regeni; il prezzo della gestione “dell’affaire” è stato comunque già molto pesante anche per oche giulive artefici di tal fatta di questa tragicommedia. La posta in palio più significativa riguarda la Turchia di Erdogan ed il tentativo di trasformare il suo rapporto di collaborazione conflittuale con la Russia in ostilità dichiarata; di ridurre quindi i suoi margini di iniziativa autonoma e ricondurli nell’alveo del confronto strategico con la Cina e la Russia. Buona lettura, Giuseppe Germinario

Ecco perché il fondatore e direttore del Centro di ricerca sull’intelligence francese (CF2R) non condivide quanto riferito dal sito di giornalismo investigativo Disclose. L’articolo di Giuseppe Gagliano

 

Secondo quanto sostenuto da Eric Denécé, fondatore e direttore del Centro di ricerca sull’intelligence francese (CF2R), quanto riferito dal sito di giornalismo investigativo francese Disclose sarebbe viziato da numerose deficienze informative oltre che da un’impostazione palesemente unilaterale e faziosa.

In primo luogo l’autore osserva – non senza amarezza – come i documenti che sono stati forniti al sito francese provengano dal ministero delle Forze armate e, in particolare, dalla Direzione dell’intelligenza militare e dal ministero degli Affari esteri. Insomma, una vera e propria fuga di notizie fatta probabilmente da analisti che non condividono le scelte poste in essere dall’attuale amministrazione francese in relazione alla vendita di armi e al sostegno al regime egiziano di Al-Sisi.

Data la gravità della condotta posta in essere da questi informatori verrà avviata un’indagine da parte del controspionaggio soprattutto perché chi ha dato questi documenti al sito investigativo francese lo ha fatto con premeditazione cioè con la volontà di danneggiare esplicitamente le relazioni bilaterali tra Francia ed Egitto. Che lo si voglia o no queste informazioni avvantaggeranno i concorrenti della Francia.

In secondo luogo, l’autore sottolinea come il sito dei giornalisti investigativi non sia certo neutrale ma sia relativamente noto in Francia per le sue posizioni antimilitariste e soprattutto per aver sostenuto le rivoluzioni arabe in particolare quelle egiziane.

Un altro aspetto sottolineato dall’autore è il fatto che secondo il sito non vi sia alcun legame tra contrabbando e terrorismo al confine occidentale con l’Egitto. I trafficanti, invece, trasportano come e quando vogliono armi, droga, migranti e vari prodotti di contrabbando come il riso per rifornire il mercato nero.

Il quarto aspetto sottolineato dall’autore è di natura squisitamente geopolitica: egli infatti afferma che l’Egitto stia vivendo in questo momento una grave minaccia terroristica determinata anche dai numerosi traffici di armi sui confini che alimentano diversi gruppi di jihadisti.

Per tutte queste ragioni – che lo si voglia o meno – non si può escludere che questa indagine sia un vera e propria opera di destabilizzazione di natura informativa. Bisogna infatti interrogarsi sullo scopo di questa indagine.

Citiamo le parole dell’autore: “Oltre allo scooping e all’attivismo politico, Disclose mira a interrompere la vendita di armi all’Egitto… a vantaggio conscio o inconscio dei nostri concorrenti. Si tratta innegabilmente anche di un attacco diretto al regime egiziano di Al-Sisi che ha posto fine alla nefasta parentesi dei Fratelli Musulmani e che ha saputo ricostruire stretti rapporti con la Francia. Non ho alcun ricordo di Disclose e dei suoi giornalisti che difendevano i copti egiziani vittime di attacchi terroristici e persecuzioni da parte dei Fratelli musulmani o che hanno riferito come Morsi stava consegnando segreti di Stato egiziani ai suoi padrini turchi e qatarioti che lo hanno sostenuto per destabilizzare il paese, ecc. La loro indignazione è quindi molto selettiva”.

Perché in definitiva le osservazioni di Denécé sono di estremo interesse?

In primo luogo perché i lettori comuni non hanno gli strumenti né per poter verificare quanto sostenuto dal sito investigativo ma neppure per poterlo smentire. In secondo luogo è molto ingenuo pensare – come fanno molti lettori in assoluta buona fede – che da un lato ci sia la verità e che quindi le informazioni debbano essere lette come oro colato e dall’altra parte invece ci sia solo ed esclusivamente la ragion di Stato e le logiche perverse della politica internazionale.

In secondo luogo perché la vendita fatta recentemente dal presidente francese Emmanuel Macron di Rafale ha suscitato la durissima reazione del giornalisti investigativi del sito francese Disclose?

Il sito dei giornalisti investigativi francesi ricorda che dal 2015, l’Arabia Saudita e gli Emirati Arabi Uniti sono stati coinvolti nella guerra in Yemen, che ha causato quasi 400.000 vittime. Nonostante la gravità degli abusi commessi e le accuse di crimini di guerra, il tema non è stato all’ordine del giorno della visita di Macron nel Golfo venerdì 3 e sabato 4 dicembre.

Tuttavia, le armi vendute dalla Francia alle due monarchie del Golfo vengono utilizzate direttamente nel conflitto, come rivelano i documenti di “confidenzialità-difesa” ottenuti da Disclose. Queste note scritte dal Segretariato generale per la difesa e la sicurezza nazionale (SGDSN), organizzazione posta sotto l’autorità di Matignon, rivelano che lo Stato francese ha autorizzato, nel 2016, la consegna di quasi 150.000 proiettili all’Arabia Saudita e agli Emirati Arabi Uniti. Pur sapendo che queste munizioni sarebbero state utilizzate nella guerra in Yemen.

Il 12 maggio 2016 si è tenuta a Parigi una riunione della Commissione interministeriale top secret per lo studio delle esportazioni di materiale bellico (CIEEMG), alla presenza dei rappresentanti del ministero degli Affari esteri, della Difesa, dell’Economia e del palazzo dell’Eliseo, poi occupata da François Hollande.

Al centro dei dibattiti, la proposta di rafforzare i controlli sulle esportazioni di armi verso i Paesi coinvolti nella guerra in Yemen. Il ministero degli Esteri, allora guidato da Jean-Marc Ayrault, è favorevole. Si interroga, in particolare, sulle consegne in corso di armi Caesar all’Arabia Saudita.

“La Francia è oggetto di interrogatorio da parte del Parlamento europeo e delle Ong per presunte violazioni del Trattato sul commercio delle armi”, ha avvertito un diplomatico.

Qualunque sia l’avvertimento, il gabinetto di Jean-Yves Le Drian si oppone a ogni forma di restrizione: “Un blocco doganale di apparecchiature già oggetto di un contratto sarebbe difficile da giustificare all’Arabia. I diplomatici sono costretti a concordare con questa opinione. Le armi verranno consegnate”.

Nel dettaglio, si tratta di 41.500 proiettili della compagnia Junghas, sussidiaria di Thales, destinati alla guardia saudita; 3.000 proiettili anticarro, 10.000 proiettili fumogeni, 50.000 proiettili ad alto potenziale esplosivo e 50.000 razzi di artiglieria prodotti da Nexter all’esercito degli Emirati, nonché 346 missili anticarro dalla società MBDA all’esercito del Qatar. Importo totale dei contratti: 356,6 milioni di euro.

Non importa di quali crimini siano accusati i “partner” della Francia. Come l’assassinio dell’ottobre 2018 del giornalista saudita Jamal Khashoggi. Sabato 4 dicembre, Macron sarà il primo leader occidentale a rimettere in sella il principe ereditario saudita Mohammed Bin Salman, sospettato dalla comunità internazionale di aver ordinato l’omicidio.

https://www.startmag.it/mondo/che-succede-tra-la-francia-e-legitto/?fbclid=IwAR3RSddir9W7FO8m42LHWF4En0qe0RfyoDzLgOuooPaNOs9cQyC-kev7KpI

A proposito di Zemmour, di Roberto Buffagni

Su twitter mi chiedono che ne penso sulla candidatura di Eric Zemmour alle presidenziali francesi. Ecco qua come ho risposto.
Volentieri per quel che posso. Ho letto “Le suicide français” di Zemmour, bel saggio di intelligente e colto polemista, e ho visto diversi interventi TV di Z. Secondo me è in buonafede. La sua diagnosi politica e la linea che ne consegue anche per la campagna presidenziale è la stessa da vent’anni: a) il gaullismo è stato catturato dai centristi b) il gaullismo autentico, invece, si fonda sull’alleanza tra “bourgeoisie patriote” e ceti popolari c) il FN è stato inventato come avversario ideale dei centristi e della sinistra da Mitterrand (e questo è un fatto) d) il FN non vincerà MAI al ballottaggio, anche dopo la nuova gestione Marine, per i limiti di Marine (v. suicidio al dibattito con Macron) e soprattutto perché la “bourgeoisie patriote” non lo voterà mai, e i ceti popolari non bastano e) dunque la ricetta per la vittoria di un nuovo gaullismo autentico è: portar via ai républicains la “bourgeoisie patriote” + una quota degli elettori FN, e al ballottaggio riunire l’elettorato “patriote” come riuscì al Generale. Dai sondaggi attuali, la scommessa potrebbe riuscire (FN e Zemmour sono testa a testa). Nel decisivo dibattito con Macron Z., un polemista televisivo abilissimo, esperto, colto, dovrebbe figurar molto bene. La “bourgeoisie patriote” lo ama (folle oceaniche e commosse alle sue conferenze e presentazione di libri). Z. è benvisto anche nelle città, al contrario del FN. La linea di Z. punta in primo luogo su immigrazione zero, riprendendo de Gaulle, che cedette l’Algeria nonostante la vittoria militare francese, per prevenire la frammentazione etnico-religiosa della Francia (rischio che finisca in una “partizione” del territorio, come ammesso da Hollande). È contrario all’euro ma constatata la resistenza all’uscita, non la programma (come Marine). In sintesi, è una linea nazionale e popolare di schietta impronta gaulliana di sinistra (Charles Pasqua ad es.). La domanda “è un gatekeeper?” ha due risposte possibili. Dal pdv soggettivo, secondo me NON è un gatekeeper. È in buonafede, e ha una effettiva possibilità di riuscire nell’impresa di ricreare la base elettorale del Generale, il “rassemblement” interclassista patriottico (è l’unico che attualmente ci possa riuscire). Dal pdv oggettivo, c’è la possibilità che sia un gatekeeper se: a) Marine ha la effettiva possibilità di vincere (secondo me, no, per limiti suoi e del FN) b) se i suoi finanziatori e sostenitori lo “centrizzano”, come hanno “centrificato” il partito del generale negli anni da Chirac in poi. Secondo me, insomma, NON è un gatekeeper, ma la sua scommessa ha una posta così elevata da rendere impossibile un pronostico sulla sua azione effettuale in caso di vittoria. Per cultura politica, Zemmour è tecnicamente un bonapartista, e in quanto tale è “di destra” per quanto attiene alla potenza nazionale, “di sinistra” per quanto attiene alla coesione sociale. Una sua vittoria non sarebbe una buona notizia per l’Italia, perché rafforzerebbe l’influenza francese su di noi; sarebbe però molto positiva per l’accelerazione della crisi UE che indurrebbe, forse avviando a una riconfigurazione di tutto il baraccone UE (nelle sue intenzioni, probabilmente un ritorno alle origini (6 paesi) oppure a una confederazione (ci credo meno). Non credendo che Marine possa vincere, secondo me Zemmour è l’opzione migliore per chi a) voglia limitare l’immigrazione b) indebolire la UE c) avviare a un rafforzamento delle sovranità nazionali.

Maurizio Candiotto

Trovo molto plausibile tutto quello che lei scrive in questo post (scarsissime probabilità di vittoria per Marine Le Pen, altissima la posta in gioco per E. Zemmour, rischio per lui di venire ‘recuperato’ dai finanziatori suoi ben finanziati e di poi assegnato a mansione da gatekeeper). Propongo però di sostituire ‘centrizzato’ con ‘centrificato’: suona meglio, e risuona bene con ‘gentrificare’ 🙂

Maurizio Candiotto

Un dubbio: e se la funzione di gatekeeper a cui i finanziatori spesso ‘assegnano’ fosse quella di guardiano della Porta della (loro) Legge?

Persio Flacco

Se è sionista, spero per i francesi che lo lascino a scrivere libri ed editoriali. 🙂

Roberto Buffagni

Persio Flacco Non è sionista. E’ solo di famiglia ebrea algerina, i suoi genitori si sono trasferiti in Francia e naturalizzati. Ha la posizione del duca di Clermont-Tonnerre ministro di Napoleone, “Per gli ebrei: tutto come individui, niente come comunità”, che è la posizione repubblicana classica.

Persio Flacco

Roberto Buffagni La comunità per gli ebrei è importante, e a mio parere dovrebbe essere riconosciuta e protetta dallo Stato.
Altro discorso per l’ideologia sionista, che fa di un ebreo un nazionalista israeliano, al quale pertanto sarebbe necessario interdire l’accesso a cariche statali.
Francamente mi sembra strano che si trovino ancora ebrei non sionisti di successo, visto che generalmente sono considerati poco meno che traditori dalle loro comunità, ormai tutte ultra nazionaliste.
Il sionismo 2.0 è una ideologia molto pericolosa per chi non sia ebreo sionista.

Franca M. Molino

seguendo un po’ i media francesi, noto che almeno in televisione è trattato come un estremista di destra più della LePen. Però ha una sua trasmissione in cui è presente ogni sera che è molto seguita. Raccoglie un malcontento molto diffuso. Non è sionista.

Marco Fedi

Limitare l’immigrazione… Ricordiamoci che la Francia è uno stato coloniale (non post-coloniale).
Immagino la sua prevenzione: morirete di fame nei vostri luoghi natii, da noi governati.
C’est plus facile.

Roberto Buffagni

Marco Fedi Il problema è che l’immigrazione, in ispecie arabo-maghrebina, ha già costituito delle enclaves comunitarie extraterritoriali, che sono di fatto eslege (non ci entra neanche la polizia). Vista la dinamica demografica, si instaura una tendenza verso una vera e propria partizione del territorio (lo dice Hollande nel libro intervista edito dopo la fine della sua presidenza) e, ovviamente, verso una guerra civile su base etnico-religiosa a intensità variabile. Nella tradizione repubblicana francese, l’immigrazione si accoglie per assimilazione ai costumi e alla cultura francese (l’accoglienza di tipo multiculturale è anglosassone). L’assimilazione è possibile quando a) gli immigrati vogliono assimilarsi, e ci riescono (non è facile b) quando NON si formano comunità di immigrati, dunque quando gli immigrati sono relativamente pochi. Questo è un problema molto serio e reale. Come dico nel post, de Gaulle riconobbe l’indipendenza algerina nonostante la vittoria militare francese sul campo, nella guerra contro l’FLN, perché “non voleva che Colombey Les Deus Eglises [suo paese natale] diventasse Colombey Les Deux mosquées”; riteneva infatti inassimilabile una forte immigrazione arabo-islamica in Francia, inevitabile se l’Algeria avesse continuato a far parte del territorio nazionale francese. Aveva ragione. Non è una posizione razzista (nella tradizione repubblicana non c’è posto per il razzismo), è una posizione di difesa della nazione.

Marco Fedi

Roberto Buffagni forse ci facciamo un po’ ingannare da certa terminologia. Ok, non si tratta di razzismo, ma di colonialismo sì. Con tutto il suo corollario: sfruttamento dei territori, presenza per questioni geo-politiche (quindi egemoniche e militari).
Insomma, non siamo razzisti ma….

Roberto Buffagni

Marco Fedi Il razzismo è una cosa precisa, e Zemmour non è razzista. La Francia è stata una potenza coloniale e conserva una zona di influenza nelle sue ex colonie. Tra questo fatto e l’accoglienza tous azimuts degli immigrati dalle ex colonie ce ne corre. Nessuno Stato, nessun popolo è moralmente temuto a suicidarsi (perché questo sarebbe letteralmente un suicidio culturale ed etnico).

Luciano Prando

caro buffagni, non sapevo che zemmour abbia probabilità di arrivare secondo davanti alla le pen, pensavo fosse messo in gara per sottrarre voti alla le pen….se la sua ipotesi fosse giusta il resto dell’analisi non fa una piega, ad una sola condizione che zemmour abbia dei sostenitori locali credibili, che è il punto debole del fn

Roberto Buffagni

Luciano Prando “Probabilità” è un po’ troppo. Ha certamente la “possibilità” concreta, almeno stando ai sondaggi degli ultimi tempi sulla stampa francese. Quanto al sostegno locale, Zemmour ha molto ascolto sia tra gli elettori del FN, sia tra settori di elettorato cittadino e benestante che per il FN non voterebbero mai. Come lei sa, Z. è un personaggio notissimo in Francia, da vent’anni. Non so come finirà ma può effettivamente finire al secondo turno.
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Marco Fedi

Roberto Buffagni i suoi testi dimostrano che è invece approdato nell’estrema destra.
Comunque staremo a vedere, da presidente potrebbe imporre la sua visione politica (credo in maniera cruenta, visti certi presupposti), oppure “suicidare” col suo operato la stessa civiltà che vorrebbe salvare.

Roberto Buffagni

Marco Fedi Essere di destra non significa essere razzista. Quanto ai mezzi cruenti, non vedo proprio la minima possibilità.
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Marco Fedi

Roberto Buffagni a parte che si tratta di estrema destra, mi congratulo per la (pre)visione da sfera di cristallo (ma magari c’e una certa logica, come accade da sempre, la crudeltà grazie ai media viene fatta percepire in maniera distorta, e spesso sdolcinata)

Roberto Buffagni

Marco Fedi Guardi che Zemmour è un gaulliano. In Francia l’estrema destra è ANTI gaulliana. Il FN nasce dall’OAS, l’organizzazione dei ribelli alla concessione dell’indipendenza all’Algeria che cercò di fare fuori de Gaulle+eredi del collaborazionismo di Pétain. Il FN nasce da lì, poi Marine ha cambiato la linea anche se una parte dei militanti continua a venire di lì. Poi c’è una estrema destra reazionaria in senso proprio, cattolico e monarchico (de Villiers). Nella tradizione culturale francese Z. è un bonapartista, che significa di destra in politica estera e di sinistra in politica sociale, certo favorevole all’autorità dello Stato ma niente a che vedere con nazismo, fascismo, razzismo etc.

Marco Fedi

Roberto BuffagniRoberto Buffagni non mi convince, non solo perché da wikipedia e tante testate giornalistiche viene definito di estrema destra e addirittura suprematista, ma anche perché ho già avuto modo di notare alcuni personaggi negativi (nel senso di razzisti, ecc.) che lo appoggiano

Roberto Buffagni

Marco Fedi Va bene, ciascuno la pensa come crede. Comunque non dobbiamo votare in Francia, ci penseranno i francesi.

Luciano Prando

buffagni grazie per l’informazione, ma da 13 a 20 c’è un aabisso, siamo ancora al voto di disturbo non al competitore…..se fossi un consiliori della le pen le direi di promettere il referendum sulla frexit, ciò spaccherebbe il fronte massonico che sostiene e fornisce i quadri a macron cioè notai, avvocati, huissiers (una spedie di ufficiale giudiziario ma dai poteri molto allargati), amministratori di condominio, edf, dirigenti provenienti dall’ena e/o alte scuole di specializzazione….che continua a mantenere i vecchi legami secolari con la massoneria inglese e non apprezza, al contrario, l’europa tedrsco-fiamminga però mantenendo la rotta al centro, insomma non ripetere l’errore di mussolini di rovesciare le tradizionali alleanze anti-tedesche……per la francia uscire sarebbe facile, la banca centrale è dello stato, possiede una seconda moneta il franco africano, il cambio franco-euro non è stato così disastroso come da noi, poi, la sola idea che l’europa potrebbe andare in frantumi obbligherebbe i tedeschi e i fiamminghi a venire a più miti consigli e a far godere del surplus export anche gli altri paesi che la vorano per loro, smettere di rubare l’iva dell’import extra europeo, fare giochetti fiscali sull’origine delle merci importate extra europee rendendole ancora più competitive…..ci sarebbe da guadagnare per tutti, anche per la francia e la sua bilancia commerciale sempre passiva

Roberto Buffagni

Luciano Prando Non so. Tempo ce n’è ancora tanto. Alla Marine bisognerebbe consigliare un altro mestiere, secondo me.

Lorenzo Biondi

Da quello che ho capito, ha una grandissima eco mediatica. Ecco, questo mi puzza.
I media sono i danai della nota massima latina.
Insomma, quanto può essere anti-sistema uno a cui il sistema stesso sta concedendo spazio?

Roberto Buffagni

Lorenzo Biondi I media hanno bisogno del conflitto, che sta alla base di ogni spettacolo. Zemmour è celebre da vent’anni come polemista e scrittore.

Lorenzo Biondi

Roberto Buffagni Il che mi fa pensare che verrà presto normalizzato, se sarà necessario

UE, Italia, Francia, Germania! Il triangolo imperfetto_di Giuseppe Germinario

Grande emozione e tanta enfasi tra i protagonisti della firma del trattato del Quirinale. Peccato che a così grandi aspettative ostentate non sia corrisposta una corrispondente ed adeguata attenzione nella stampa italiana, relegata ben addentro alle pagine interne, alle spalle della scontata sequela su green pass e coronavirus; sorprendentemente almeno un qualche minimo accenno nella stampa transalpina. Un oscuramento che stigmatizza intanto un aspetto: la credibilità di Draghi, evidentemente, non coincide e non ha un effetto di trascinamento significativo su quella dell’Italia; il destino e le fortune politiche di uno sono evidentemente separati da quelli dall’altra. Il dubbio che il segno politico concreto dell’iniziativa si discosti pesantemente dall’immagine e dalla narrazione che si è voluto offrire si insinua nelle menti meno coinvolte dalla propaganda; tutto questo a cominciare dalla forma stessa adottata prima ancora di entrare ad esaminare i contenuti. Il valzer iniziato con il trattato bilaterale di Aquisgrana tra Francia e Germania nel 2019 e proseguito con quello odierno sottoscritto da Francia e Italia richiama l’immagine di un triangolo incompiuto.

Per essere un direttorio autorevole armato della volontà di imprimere una svolta al processo di costruzione della Unione Europea nella forma avrebbe dovuto concludersi con un accordo trilaterale o quantomeno con un ulteriore bilaterale tra Italia e Germania dai contenuti del tutto corrispondenti a quello di Aquisgrana; per essere un sodalizio latino-mediterraneo credibile in grado di sostenere il confronto con le altre due aree geopolitiche costitutive della UE avrebbe dovuto comprendere almeno la Spagna, per quanto ancora essa dibattuta storicamente tra Francia e Germania.

Nel primo caso la coerenza avrebbe richiesto tutt’al più un accordo tra capi di governo tale da definire le condotte nel Consiglio Europeo e in sede di Commissione Europea, quindi nelle sedi preposte; nel secondo avrebbe sancito definitivamente anche nella forma l’Unione Europea come il terreno di confronto e cooperazione tra stati nazionali raggruppati in sfere di influenza e di interessi più omogenei.

La scelta più o meno consapevole di adottare la forma così impegnativa e costrittiva del trattato tra stati sotto le spoglie del lirismo europeista avulso e nemico degli stati nazionali non fa che accentuare i limiti, i vincoli e le ambiguità della costruzione europea tali da rimuovere piuttosto che porre chiaramente sul terreno e possibilmente risolvere i problemi e i conflitti latenti, sino a renderli progressivamente dirompenti; con il risultato finale di rivelare finalmente nella NATO più che nella UE il reale fattore, per altro esogeno, di relativa coesione politica di gran parte del continente. In mancanza saranno i trattati stessi ad essere progressivamente svuotati di contenuti o dimenticati.

I rapporti di cooperazione rafforzata, pur nella loro ambiguità, sono qualcosa di diverso e di poco compatibile con la forma del trattato, checché ne dicano gli estensori di quest’ultimo, in quanto riconoscono implicitamente la trasversalità interna agli stati del confronto politico ed esplicitamente la loro coerenza e subordinazione agli indirizzi della Commissione Europea. I due trattati, in particolare quello più esteso e specifico tra Italia e Francia, di fatto formalizzano ed irrigidiscono il confronto tra stati all’esterno del circuito istituzionale.

Dubbi e riserve che non sono affatto attenuati dall’esame del merito delle clausole, pur avendo queste ultime più la forma di una dichiarazione di intenti che di impegni cogenti in entrambi i trattati, ma maggiormente in quello franco-tedesco.

Quest’ultimo deve pagare certamente pegno alla funzione di apripista, ma può permettersi di indugiare maggiormente nella retorica europeista grazie al ruolo di leadership locale dei due paesi.

Essendo carenti di aspetti cogenti e piuttosto pleonastici nella stesura, non rimane che individuare nell’enfasi attribuita ai singoli aspetti le diversità, le affinità e soprattutto le intenzioni riposte in questi due atti in attesa di conoscere i protocolli aggiuntivi, sempre che siano resi disponibili.

In quello di Aquisgrana prevale nettamente l’enfasi sul ruolo del sodalizio franco-tedesco nell’agone mondiale, con la ciliegina della richiesta velleitaria di un seggio alemanno all’ONU; nell’esplicita richiesta di coinvolgimento delle Germania nell’area subsahariana con un effetto solo secondario di trascinamento della UE.

Riguardo al contesto europeo la postura generale franco-tedesca è quella di due paesi impegnati a determinare genericamente gli indirizzi e l’organizzazione della Unione Europea; quella del trattato quirinalizio è piuttosto di due paesi impegnati ad adeguarsi all’indirizzo, specie giuridico, della Comunità, per quanto si possa parlare di indirizzo giuridico coerente di essa.

L’unico afflato europeista decisamente retorico presente in quello di Aquisgrana viene riservato alla collaborazione ed integrazione persino giuridica delle aree transfrontaliere, in particolare dei distretti; un vecchio cavallo di battaglia della retorica europeista non a caso più incisivo e pernicioso nei confronti dell’organizzazione statale francese che di quella teutonica.

Un ambito curato anche in quello italo-francese ma senza enfasi ed articolato in ambiti più definiti tra i due stati.

Un altro ambito comune trattato nei due accordi riguarda la forza e il complesso industriale militare.

In quello franco-germanico il tono è più generico ed enfatico; nell’altro è più scontato e precisato.

La ragione del primo risiede sicuramente nei trascorsi storici particolarmente drammatici tra i due paesi, come pure nella loro collocazione, con la Francia dibattuta in tre scenari geografici, dei quali uno prettamente terraneo dal quale sono arrivati i guai peggiori. Sono però il presente e le prospettive future a dettare le scelte. Al destino manifesto di duratura concordia verso una meta ed una casa comune annunciato nel patto corrisponde un percorso a dir poco contraddittorio se non controcorrente. A fronte di un paio di progetti industriali integrati in stato di avanzamento corrisponde lo stallo totale in materia di controllo e gestione dell’armamento strategico nucleare, di gestione delle comunicazioni, di indirizzo e addestramento comune delle due forze militari e di sviluppo di una logistica comune. Poca cosa rispetto a progetti più importanti (Gaia, il nuovo caccia europeo, semiconduttori, ect) in colpevole ritardo, ancora ai prodromi, con un divario terribile da colmare; troppo presto per distinguere il fumo dall’arrosto, la velleità dalla volontà. Il paradosso maggiore risiede in una Germania che di fatto predilige il coordinamento e l’integrazione militare con paesi come l’Olanda, la Repubblica Ceca e la Danimarca e di un corpo militare francese assai poco disposto a condividere i propri asset strategici, specie nel nucleare, nella missilistica e in aviazione, per quanto fragili e malconci, con un paese quasi del tutto privo di conoscenze in quei settori.

Dal lato italico il quadro generale della cooperazione ed integrazione militare appare almeno in apparenza molto più scontato con la parte francese che dimostra di avere le idee molto chiare e gli italiani a giocare di rimessa e limitare i danni quando non arriva a infliggersi la zappa sui piedi. La tradizione tutta italica di adesione a qualsivoglia avventura militare occidentale in giro per il mondo e di delega agli organismi internazionali delle decisioni non fanno che alimentare queste altrui aspettative. Lo si nota già nelle facilitazioni previste alla mobilità delle truppe molto più fruttuose per la Francia, visti i suoi interessi nel Mediterraneo, che per l’Italia, assente nello scenario Atlantico e renano. La decisione, improvvida quantomeno nei tempi, di affidare integralmente all’ESA (Agenzia Spaziale Europea) la gestione dei propri fondi del settore spaziale, presa dal quel campione dell’interesse nazionale del Ministro Colao, nonché l’esito nefasto del tentativo di controllo dei cantieri navali francesi STX da parte di Fincantieri, non fa che confortare ulteriormente questa impressione di subordinazione ed ignavia ormai ben sedimentata.

Non a caso l’intervento comune in questi ambiti sia specificato molto meglio nel trattato franco-italiano.

I due anni trascorsi tra un trattato e l’altro hanno con ogni evidenza modificato notevolmente il contesto che ha portato alla loro stesura.

Allora si trattava di contrapporre un polo europeista a guida franco-tedesca all’anomalia della politica estera trumpiana, all’insorgere dell’ondata “sovranista” in Italia, in Ungheria e alla Brexit.

Oggi si tratta di riportare nell’alveo dell’eterno confronto-scontro della competizione franco-tedesca la progressiva formazione di almeno tre aree culturali e di cooperazione distinte di stati europei. In queste sono comprese quella costitutiva dell’Europa Orientale e dei paesi sede di paradisi fiscali (Irlanda, Austria, Olanda) controllata con sempre maggiore difficoltà dalla Germania; l’altra latino-mediterranea, potenzialmente dirompente, ma tutta da inventare, comprensiva almeno di Italia, Spagna e Francia.

Una prima lettura dell’accordo italo-francese potrebbe indurre a coltivare l’illusione di un’area così strategica.

La diversa qualità del ceto politico, delle classi dirigenti e degli assetti istituzionali dei due paesi e il pesante ed evidente squilibrio tra questi dovrebbero ricondurci a considerazioni più prosaiche e prudenti.

Se a questo si aggiunge il sostegno entusiastico espresso dall’amministrazione Biden, parecchi altri dubbi dovrebbero dissolversi sulla reale natura dell’accordo. Un paese che non riesce e la sua corrispondente amministrazione che, a differenza di Trump, probabilmente nemmeno intende districare il groviglio di interessi economici che la avviluppano alla Cina, principale avversario-nemico strategico, con il suo appoggio all’accordo intende paradossalmente, ma non troppo, non tanto inibire tentazioni autonome pressoché velleitarie della classe dirigente tedesca dalla leadership americana a favore delle relazione con cinesi e russi, quanto di farle capire e ricordare che gli indirizzi e gli impulsi geoeconomici relativamente autonomi devono ormai sempre più essere ricondotti e sottomessi alle dinamiche geopolitiche di un contespo multipolare.

Il trattato di Aquisgrana ha seguito infatti metodi e significati opposti rispetto a quello dell’Eliseo del 1963 allorquando fu snaturato nel significato solo dal repentino voltafaccia tedesco sotto pesante pressione americana e vide l’esclusione dell’Italia, per il suo eccessivo e cieco filoatlantismo.

IL RAPPORTO TRA ITALIA E FRANCIA

Il giudizio sul “trattato del Quirinale” non può differire di molto dal suo equivalente di due anni fa.

Vi è un punto in realtà realmente qualificante per i due paesi e disconosciuto nei commenti: l’attenzione riservata al settore agricolo. Sia l’Italia che la Francia fondano gran parte del proprio investimento in agricoltura sul prodotto tipico con un relativo ridimensionamento da parte francese, anche per ragioni di ambientalismo liturgico, di alcune produzioni intensive di allevamento e vegetali su vasti territori e con una significativa riduzione negli ultimi tempi dei contributi finanziari europei elargiti di fatto a compensazione del sostegno finanziario francese alla Unione Europea. Un aspetto che mette in concorrenza tra loro le economie agricole dei due paesi, ma che li spinge a fare fronte comune contro la Commissione Europea tutta impegnata a penalizzare questo tipo di coltivazione.

Paradossalmente, quindi, più un fattore di polarizzazione all’interno della UE che di coesione.

Per il resto la sospensione di giudizio sul trattato pende purtroppo a sfavore di un rapporto più equilibrato tra i due paesi.

La Francia infatti dispone ancora a differenza dell’Italia:

  • di una organizzazione statale, pur insidiata dal regionalismo europeista, ancora sufficientemente centralizzata, con la presenza di una classe dirigente e dirigenziale compresa quella militare, preparata e in buona parte diffidente se non ostile all’attuale presidenza, tale da consentire la definizione e il perseguimento di una strategia; quella italiana in antitesi è frammentata e ridondante nelle competenze in modo tale da consentire flessibilità e capacità di adattamento passivo e reazione surrettizia;

  • di una grande industria strategica, pubblica e privata, anche se fragilizzata, specie nell’aspetto finanziario, da alcune scelte imprenditoriali e tecnologiche sbagliate; l’Italia, dal canto suo, continua a vivere e ad emergere in qualche maniera grazie alla presenza prevalente della piccola e media industria in gran parte però dipendente produttivamente da circuiti produttivi e imprenditoriali stranieri;

  • di un sistema universitario riorganizzato in sei grandi poli in grado di offrire nuovamente, rispetto a questi ultimi anni, una buona formazione e specializzazione tecnico-scientifica. Il numero e la qualità di ingegneri e ricercatori ha infatti ricominciato a risalire;

  • di un sistema finanziario e bancario più centralizzato e indipendente reso possibile dalla presenza della grande industria, da una gestione coordinata delle risorse finanziarie ricavate dalle attività agricole e dalla rendita monetaria garantita dalla gestione dell’area africana francofona; un vantaggio che le ha consentito di codeterminare, assieme alla Germania, anche se in posizione subordinata, le regole europee di regolazione del sistema bancario e finanziario con la supervisione statunitense;

  • di un sistema di piccole e medie imprese, al contrario il quale, a differenza di quello italiano, sta rasentando l’irrilevanza e trascinando il paese verso un cronico deficit commerciale e dei pagamenti, sempre meno compensato dalla fornitura di servizi evoluti e che costringe sempre più il paese ad assorbire la propria rendita finanziaria e a dipendere ulteriormente dai dictat tedeschi e dalle scorribande e acquisizioni americane. Con un peso dell’industria che non arriva nemmeno al 18% del prodotto francese, non a caso la stampa transalpina batte ormai da anni sul problema della reindustrializzazione del paese come fattore di coesione sociale, di riduzione degli enormi squilibri territoriali e di acquisizione di potenza. Un elemento che dovrebbe mettere sotto altra luce il lirismo professato a piene mani nel trattato sui propositi di collaborazione, integrazione e scambio imprenditoriali in questo ambito. Qualcosa di particolarmente evidente assurto agli onori della cronaca nel settore automobilistico in un rapporto di gran lunga peggiorativo rispetto a quello detenuto dalla componentistica italiana rispetto all’industria tedesca.

Una situazione non irreversibile a patto di avere una classe dirigente e un ceto politico non genuflesso e capace.

Per concludere giudicare l’accordo franco-italiano soprattutto dal punto di vista propagandistico e dal vantaggio di immagine offerto a Macron in vista delle prossime elezioni presidenziali risulta troppo limitativo se non proprio fuorviante. Tant’è, come già sottolineato, che la stampa francese lo ha del tutto ignorato, quella italiana lo ha glissato e relegato, per altro per breve termine, nelle pagine interne.

Il peso politico di questo accordo rischia di essere molto più soffocante per l’Italia, soprattutto per la qualità della nostra classe dirigente che prescinde dalla validità di numerosi suoi esponenti spesso relegati in funzioni periferiche e di second’ordine, ma anche purtroppo del nostro ceto politico nella sua quasi totalità.

Una ulteriore cartina di tornasole della direzione, oltre alla già citata decisione nel settore aerospaziale a favore dell’ESA presa da Colao & C., sarà l’esito de:

  • la vicenda TIM dove si prospetta il pericolo di una divisione dei compiti tra la gestione americana della rete strategica e quella francese del sistema multimediale italiani con la eventuale compartecipazione, bontà loro, italiana

  • la vicenda OTO-Melara con la possibile cessione ad un gruppo industriale del complesso militare franco-tedesco.

Chissà se questa volta sarà sufficiente per la nostra sopravvivenza la capacità tutta italica di adeguamento passivo e di atteggiamento erosivo così brillantemente esposto da Antonio de Martini. In mancanza non resterà che sperare nel “buon cuore” statunitense, possibilmente preoccupato di un dominio franco-tedesco che potrebbe indurre dalla condizione di dipendenza privilegiata a giungere realmente ad una forma di qualche indipendenza politico-economica dall’egemone americano e di rivalsa rispetto al tradimento britannico della Brexit. Nel caso ancora più nefasto, il placet americano così entusiasta al trattato del “Quirinale” potrebbe essere il segnale di via libera ad una aggregazione dell’Italia nel tentativo di mantenere una parvenza di influenza della Francia nell’Africa francofona; soprattutto di uno spolpamento definitivo del Bel Paese, anche come compensazione dell’affronto subito dalla Francia ad opera di Stati Uniti, Gran Bretagna e Australia sulla faccenda dei sommergibili e sulla sua silenziosa esclusione di fatto dal quadrante strategico del Pacifico, pur essendo lì presente con qualche residuo coloniale. A meno di un tracollo di Macron e della macronite. Solo a quel punto il giochino a fasi alterne, tra i tanti passi quello di affidare la maggior parte dei comandi militari nella periferia della NATO alla forza militare più limitata ed infiltrata, la Germania e al potenziale ribelle qualche pacca e qualche osso, potrà richiedere qualche nuova variante.

NB_Qui sotto il testo dei due trattati oggetto dell’articolo

aquisgrana 2019

TRATTATO DEL QUIRINALE ITA FRANCIA

Il caso Oto/WASS e “l’anomalia” italiana nell’industria della Difesa

Qui sotto un articolo tratto dal sito https://www.analisidifesa.it/  Il Governo Draghi deve seguire il solco del PNRR, una delle sue ragioni essenziali di esistenza. Di Draghi, della sua caratteristica di funzionario, piuttosto che di leader politico e capo del governo, abbiamo discettato frequentemente su questo sito. L’azione politica è però fatta di singoli eventi chiarificatori. Il trattato internazionale prossimo venturo con la Francia e il possibile accordo industriale OTO/WASS  di cui all’articolo in calce faranno più luce sulla missione e sull’investitura dell’attuale Presidente del Consiglio. Del primo, a pochi giorni dalla firma, non si conoscono termini e linee generali; sul secondo non mancano le riserve, tanto più che la cessione della tecnologia hardware legata all’artiglieria navale, pur secondaria in ordine di importanza rispetto all’elettronica e al software, ambito nel quale le aziende italiane primeggiano, comporta delle implicazioni sul settore siderurgico già traballante e sulla sicurezza nelle forniture in mancanza di strategie comuni, non confliggenti, tra i paesi implicati. Un problema per altro già sorto, anche se non evidenziato dalla stampa, nei rapporti di cooperazione militare e tecnologica tra Germania e Francia. Buona lettura, Giuseppe Germinario

Il caso Oto/WASS e “l’anomalia” italiana nell’industria della Difesa

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E’ bufera sulla cessione da parte di Leonardo della ex Oto Melara, storico produttore di cannoni navali e mezzi blindati e corazzati, e la ex WASS, società di punta nella realizzazione di siluri, equipaggiamenti e droni subacquei, dopo che è stata ufficializzata un’offerta di acquisto da parte del consorzio franco-tedesco KNDS.

Il colosso europeo nel settore degli armamenti terrestri che unisce KMW e Nexter, ha presentato a Leonardo un’offerta che si inserisce nei negoziati che da qualche settimana si susseguono tra Leonardo e Fincantieri, evidenziando il bivio strategico e industriale davanti a cui si trova l’Italia.

La notizia dell’offerta franco-tedesca, da tempo a conoscenza degli addetti ai lavori, pone il Governo Draghi davanti a una scelta che avrà ripercussioni rilevanti sull’industria della Difesa nazionale e al tempo stesso definirà le reali linee guide dell’esecutivo in termini di sovranità nazionale e di tutela del ruolo dell’Italia in Europa.

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Legittima la volontà di Leonardo, azienda pubblica, di cedere le attività e gli stabilimenti ex Oto Melara di La Spezia e Brescia ed ex Whitehead Sistemi Subacquei (WASS) di Livorno, dal 2016 confluite nella Divisione Sistemi di Difesa di Leonardo.

Il gruppo di Piazza Montegrappa vorrebbe cedere le attività per rafforzarsi in Europa nel settore dell’elettronica puntando a incassare dalla vendita i 600 milioni necessari all’acquisto del 25 per cento delle azioni dell’azienda tedesca Hensoldt.

Fincantieri, azienda anch’essa a controllo pubblico e leader mondiale nella produzione di navi da crociera e militari (ma attiva anche in numerosi altri settori militari e civili), si è offerta di rilevare le attività che Leonardo intende cedere anche se per alcune settimane sono circolate voci di una difficile intesa tra le due società italiane proprio sul prezzo. Nei giorni scorsi sono circolate sui quotidiani indiscrezioni che valutano l’’offerta di KNDS addirittura tripla di quella di Fincantieri: ipotesi che fonti ben informate sentite da Analisi Difesa hanno smentito.

La differenza sembra confermata tra le due offerte ma sarebbe di circa 100 milioni o poco più per un affare dal valore compreso tra 500 e 650 milioni di euro.

La vera anomalia, tutta italiana, è che un’operazione di cessione di attività e stabilimenti che coinvolge due aziende di Stato operanti in un settore così delicato non venga gestita direttamente, preventivamente e senza troppi clamori fino alla conclusione dell’accordo dal governo che di fatto è l’azionista di maggioranza di entrambi i gruppi.

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Si presume che la volontà di Leonardo di dismettere alcuni rami di attività (anche DRS negli Stati Uniti) per rafforzarsi in altri sia nota e condivisa dall’esecutivo così come l’opportunità di potenziare Fincantieri che con Oto Melara e WASS si rafforzerebbe sensibilmente nel settore navale entrando in quello degli armamenti terrestri e munizionamento avanzato.

Inoltre dovremmo considerare quanto meno auspicabile la volontà del governo di mantenere la proprietà italiana e pubblica degli stabilimenti e delle capacità delle due aziende. Mantenere all’interno del perimetro industriale nazionale aziende leader come OTO e WASS significa infatti salvaguardare nel tempo capacità produttive, posti di lavoro e competitività sui mercati.

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Per queste ragioni il dibattito sull’offerta straniera e sul “chi offre di più” risulta anomalo e poteva tranquillamente venire evitato gestendo nei ministeri appropriati l’intera vicenda, garantendo gli interessi di entrambi i gruppi industriali nazionali e quindi dello Stato.

A meno che non si voglia politicamente cogliere la palla al balzo per avviare, sull’onda del dibattito sull’offerta straniera finanziariamente più ricca, la svendita dell’industria italiana ad alta tecnologia di valore strategico.

E’ infatti di tutta evidenza che cedere le ex Oto Melara e WASS ai franco-tedeschi significa consentire ai nostri rivali europei di acquisire il know-how e le eccellenze nazionali in settori strategici col rischio che entro qualche anno gli stabilimenti italiani vengano chiusi per concentrare la produzione in Francia e Germania.

Per qualche centinaio di milioni vale forse la pena cedere a stranieri l’azienda leader nel mondo nei cannoni navali soprattutto ora che è stato validato il rivoluzionario munizionamento intelligente a lungo raggio Vulcano per cannoni navali da 127 mm e terrestri da 155mm?

Ha forse un senso cedere ai nostri competitor un’azienda che con i suoi siluri hi-tech compete nel mondo proprio con aziende francesi e tedesche in questo mercato ad alto valore strategico?

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E’ vero che sul fronte dei mezzi corazzati Oto Melara non è più da tempo competitiva ma rivitalizzarla, come intende fare Fincantieri per inserirla all’interno di progetti di cooperazione europea come il carro armato franco-tedesco MGCS o il nuovo cingolato da combattimento è cosa ben diversa dal cederla alla concorrenza.

Nei grandi programmi europei l’Italia può entrare da protagonista, più ad alto profilo nel settore navale, certamente con meno pretese in quello terrestre, ma mentendo sovranità, impianti produttivi e maestranze qualificate.

Oppure, in alternativa, l’Italia può entrarci con la cessione di interi rami industriali determinando così la nascita dell’Europa della Difesa non su una base di cooperazione ma rafforzando l’egemonia franco-tedesca e favorendo l’assimilazione della nostra industria a quelle delle due maggiori potenze continentali.

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Probabile che dell’affare Oto Melara/WASS abbiano parlato ieri Draghi e Macron e non c’è dubbio che l’esecutivo italiano sia oggi chiamato a mostrare un preciso indirizzo in termini di tutela degli interessi strategici nazionali.

Specie in un contesto in cui ben poca chiarezza è stata fatta finora circa l’accordo strategico bilaterale in fase di definizione con la Francia il cui dossier è gestito dal Quirinale.

Il ritornello della cessione di sovranità necessaria nel nome dell’Europa risulta infatti oggi quanto meno fuori luogo: basti ricordare dopo anni di trattative Parigi si è rifiutata di cedere il controllo dei Chantiers de l’Atlantique (STX) all’italiana Fincantieri mentre non aveva avuto difficoltà a cederne per anni il controllo a un partner sudcoreano.

Per comprendere poi con quale spirito di amicizia, cooperazione e “fratellanza europea” i francesi considerino le aziende italiane e il loro peso sul mercato è sufficiente leggere cosa ha scritto recentemente il quotidiano economico La Tribune, vicino all’industria della difesa d’OItralpe, che lamenta l’aggressività e i successi commerciali di Fincantieri nel settore delle navi militari come un grosso ostacolo e un temibile rivale per la cantieristica francese.

Difficile immaginare oggi che Parigi e Berlino siano disposti a cedere a gruppi italiani il controllo di aziende hi-tech, del settore della Difesa o meno.

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Nell’intera operazione Oto/WASS inoltre, risulterebbe arduo giustificare come conveniente per gli interessi nazionali la cessione degli stabilimenti italiani a un consorzio straniero per consentire in cambio all’azienda italiana che li pone in vendita di acquisire un quarto delle azioni di un’industria elettronica tedesca.

Sulla necessità di fare chiarezza e di mantenere le ex Oto Melara e WASS “italiane e pubbliche” si sono espressi in questi ultimi giorni tutti i sindacati e quasi tutti i partiti: per prima la Lega seguita poi da Partito Democratico, Forza Italia, Italia Viva, Coraggio Italia e Fratelli d’Italia.

Sulla stessa linea il governatore della Liguria, Giovanni Toti, mentre nel governo sono emerse finora solo le voci dei due sottosegretari alla Difesa. Stefania Pucciarelli (Lega) ha affrontato per prima la questione, l’11 novembre, sottolineando la necessità che “dall’ipotesi di vendita non debba derivare la consegna della proprietà nelle mani di imprese straniere”.

Giorgio Mulè, parlando oggi a Sky Tg24, si è espresso a favore della vendita a Fincantieri per “dare quella spinta che eviti ad un’azienda nazionale e strategica di finire in mano franco-tedesche”.

Foto: Leonardo, Fincantieri e Il Secolo XIX

https://www.analisidifesa.it/2021/11/il-caso-otowass-e-lanomalia-italiana-nellindustria-della-difesa/

I TEDESCHI SONO “BUONI EUROPEI”? O…, di Hajnalka Vincze

Non si tratta comunque di determinare chi sia il più europeista, quanto di precisare una realtà il più delle volte rimossa: l’esistenza stessa di questa classe dirigente tedesca dominante dipende dai suoi legami e dalla sua subordinazione agli Stati Uniti e la ricerca del proprio interesse non può e non intende prescindere oltre un certo limite da questo dato; essa è parte integrante di una componente ben definita di classe dirigente americana. Tutto è apparso alla luce del sole durante la presidenza Trump. L’attuale Unione Europea è un ingranaggio di questa dinamica. Le ambiguità e i cedimenti della Francia in quest’ultimo ventennio sono cresciuti parallelamente ai suoi proclami di autonomia europea anche se si deve riconoscere quantomeno l’esistenza in essa di un confronto ed un conflitto tra centri decisionali contrapposti. Giuseppe Germinario

I TEDESCHI SONO “BUONI EUROPEI”? O…

Portfolio – 25 settembre 2021
News Note

… stanno solo usando l’UE per rafforzare il proprio potere nazionale?

Sul tema delle elezioni tedesche, è dilagante la speculazione su cosa significherebbe questo e quest’altro nuovo governo tedesco per la costruzione dell’Europa. Sarebbe senz’altro utile tornare prima a cosa significa Europa, in generale, per la Germania e viceversa. Perché ci sono poche possibilità che le linee principali, le stesse da molti decenni, cambino. Nel 1963 il presidente francese Charles de Gaulle tagliò corto: “I tedeschi si comportano come maiali. Tradiscono l’Europa”. Questa visione, certamente accuratamente celata dietro formule diplomatiche, è comunque largamente condivisa in tutto il Reno, anche oggi. Allo stesso tempo, in altri luoghi è comune considerare Berlino come il buon studente dell’UE: La Germania pagherebbe come una vera vacca da mungere; darebbe sempre più potere alle istituzioni comunitarie; non ci sarebbe stato più verde di lei; e sui temi della difesa è modesto (al massimo si spende qua e là qualche parola sul disarmo globale e la pace universale). Potrebbe essere che tutto questo sia solo una tattica intelligente?

Attivista per la pace, con le bombe atomiche

L’osservazione che paragonava i tedeschi ai “maiali” è stata fatta in relazione al trattato di amicizia franco-tedesco, detto dell’Eliseo. Questo accordo aveva originariamente una forte dimensione di sicurezza e difesa e deliberatamente non faceva menzione né degli Stati Uniti né della NATO. Ma il Bundestag lo ratificò alla sola condizione di allegare un preambolo collocandolo immediatamente nel quadro dell’alleanza con l’America. Il generale de Gaulle notò, furioso, che non ci si poteva fidare dei tedeschi: “sono appiattiti davanti agli americani”. Sessant’anni dopo, niente di nuovo sotto il sole. L’ex presidente del Parlamento europeo Pat Cox ha recentemente osservato: “L’autonomia strategica è fonte di tensione tra Francia e Germania: non sono d’accordo su quanto l’Europa possa e debba fare affidamento sugli Stati Uniti”. Qua e là, i politici tedeschi si sono lasciati sfuggire che l’UE avrebbe guadagnato acquisendo “un certo grado di sovranità”. Ma quando la Francia insiste che è tempo che gli europei diventino indipendenti, la Germania ribatte che “le illusioni di autonomia strategica devono finire”. Berlino continua a ripetere: “L’Europa dipende dall’alleanza transatlantica, non può difendersi”.

Quando il presidente Macron evoca il fatto che la forza d’attacco francese difende, senza dirlo, l’intero continente europeo e chiede cooperazione ai suoi partner, la Germania si fa notare per la sua riluttanza. A volte sostiene che esiste già un ombrello americano, a volte suggerisce che prima ci liberiamo dell’atomo, meglio è. Alla Conferenza sulla sicurezza di Monaco del 2020, il presidente francese ha messo in evidenza le contraddizioni dell’ardente pacifismo di Berlino. Come dice lui: questa riluttanza verso le questioni militari è finta, perché la Germania è bagnata fino all’osso in una politica di potere, inclusa la sua componente nucleare, attraverso la NATO – tranne che è una politica americana. Infatti: sotto l’egida della condivisione nucleare (alla quale Parigi non partecipa) dell’Alleanza, gli Stati Uniti hanno una ventina di cariche nucleari sul territorio tedesco. Inoltre, i servizi segreti federali (BND) occasionalmente spiano l’Eliseo e la Commissione europea per conto di Washington. L’atlantismo patentato di Berlino nasce da un ragionamento lucido. Da un lato, Berlino spera che in cambio del suo incrollabile sostegno al primato USA/NATO nella sicurezza europea, Washington sarà più indulgente con i suoi scherzi in altre aree (i suoi legami commerciali con Russia e Cina, in particolare). D’altra parte, la stessa Berlino beneficia di questo primato americano: questo relativizza il peso e la portata degli assetti militari francesi, e riduce così il vantaggio politico di Parigi negli equilibri di potere all’interno dell’UE.

(Credito fotografico: Portfolio.hu)

Zelo europeo per egoismo?

In ogni caso, l’atteggiamento della Germania nei confronti dell’integrazione europea è, per così dire, complesso. Berlino è sempre stata una fervente sostenitrice delle istituzioni sovranazionali dell’Unione, tanto più che le aveva investite per molto tempo e la sua influenza lì è schiacciante. Resta il fatto che il freno più netto al futuro dell’integrazione è arrivato dalla Corte costituzionale di Karlsruhe. Nella sua decisione del 2009 che interpreta il Trattato di Lisbona, questo organo supremo dichiara nero su bianco che il quadro nazionale è l’unico rilevante per la democrazia e la sovranità tedesche. Il diritto europeo non ha la precedenza, l’Europa non è un’entità sovrana, non ha quella che si chiama “la competenza della competenza”. Quanto alle azioni concrete, l’ex ministro degli Esteri Joschka Fischer osserva: “I governi tedeschi ora vedono sempre più l’Europa in termini di promozione degli interessi tedeschi. E lì c’è un pericolo per l’Europa”.

Berlino sta ora anteponendo sempre più apertamente le proprie considerazioni a ogni “comune interesse europeo”. Era disposto a sacrificare anche il più importante progetto strategico europeo fino ad oggi, il sistema di navigazione satellitare Galileo, a meno che il sistema tedesco OHB, ma totalmente incompetente per il compito, non si aggiudicasse l’appalto. In questi giorni, la Germania si rifiuta di discutere del futuro del razzo Ariane, anche se ciò significa mettere a repentaglio uno degli strumenti strategici (e commerciali) più cruciali dell’Europa, il suo accesso indipendente allo spazio. Certo, Berlino può anche essere generosa, purché trovi un profitto clamoroso.

Se ha tanto sostenuto l’allargamento dell’Unione verso Est, è perché ha trovato il suo tradizionale “Hinterland”, con manodopera a basso costo a disposizione delle sue aziende, nello stesso spazio normativo. Per quanto riguarda l’attuale piano di stimolo dell’UE, la Germania ha accettato solo l’idea del pooling del debito per garantire meglio gli sbocchi europei di cui la sua industria ha estremo bisogno (a causa della contrazione dei mercati internazionali). Sul versante della diplomazia, Berlino non esita più a far sentire la propria voce, anche a discapito delle considerazioni europee, a seconda dei casi. Quando la Turchia si avventura, ad esempio, nelle acque greche e cipriote, l’UE nel suo insieme è il bersaglio delle sue provocazioni. Atene insiste: “La Grecia protegge i confini europei”. Tuttavia,

L’eterno avversario: la Francia

Caso dopo caso, Berlino si trova ripetutamente di fronte alla Francia. Sono le due potenze centrali dell’UE, e la storia del nostro continente è in gran parte quella dei loro scontri. La Germania è principalmente interessata all’idea europea nella misura in cui questa può far pendere a suo favore gli equilibri di potere tra i due paesi. Prendiamo l’esempio di questa idea, a priori simpatica, secondo la quale Parigi potrebbe rinunciare al suo status di membro permanente del Consiglio di sicurezza dell’ONU, a favore dell’Unione europea. Sorpresa, sorpresa: ancora una volta la Germania intende “rafforzare” l’Europa sacrificando un… asset francese. Inoltre, l’UE ne trarrebbe ben poco. Infatti, finché gli Stati membri concordano su una posizione, è meglio avere diversi membri del Consiglio di sicurezza per difenderlo (un seggio equivale a un voto – e ci sono sempre uno o due paesi dell’UE tra i membri non permanenti). E se i Ventisette non dovessero trovare un accordo, la cosiddetta voce unica “comune” rimarrebbe in silenzio. Ovviamente a Berlino non interessa.

Lo stesso vale per il cambiamento climatico. La Germania ha deciso di chiudere al più presto tutte le sue centrali nucleari a favore delle energie rinnovabili (risultato: riprende la produzione di carbone, e Berlino punta, con Nord Stream 2, sull’aumento dei consumi di gas naturale. ). D’altra parte, quasi il 70% dell’elettricità francese proviene dal nucleare, una fonte non solo economica e permanente (affidabile sia in inverno che in estate), ma che riduce anche al minimo le emissioni di CO2. Tuttavia, il Gruppo intergovernativo delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici (IPCC) e il Centro comune di ricerca (JRC) dell’UE affermano entrambi che l’energia nucleare, nonostante tutti i suoi difetti, è attualmente uno dei nostri migliori strumenti per passare a un modello senza carbonio, La Germania sta conducendo una dura battaglia contro di essa. Di recente è riuscita ad escludere il nucleare dai bond “verdi” dell’Ue, per un importo di 250 miliardi, a differenza dei cosiddetti progetti “transitori” sul gas naturale che vi troveranno posto.

Ancora una volta, gestendo bene le istituzioni dell’UE, Berlino sta lavorando per indebolire le risorse francesi, gettando nel processo gli interessi europei. Quando reindirizza le risorse e gli investimenti dell’UE a società e progetti tedeschi, distrugge anche le prospettive per l’energia nucleare europea. Che avrebbe però il multiplo vantaggio di contribuire al raggiungimento dell’obiettivo della neutralità climatica per l’UE entro il 2050, di promuovere la competitività delle industrie, di garantire energia elettrica stabile a un prezzo accessibile anche ai cittadini, il tutto senza che l’Europa non cada in un mercato energetico dipendente da potenze esterne come Russia, Turchia o Stati Uniti.

Il settimanale tedesco Der Spiegel ha recentemente riassunto i 16 anni al potere della cancelliera Merkel sotto il titolo “Opportunità mancate”. Questa osservazione vale anche, se non soprattutto, per l’Europa. Il giornale cita il filosofo Jürgen Habermas, per il quale Angela Merkel ha cercato soprattutto la pace – da qui la grave mancanza di qualsiasi strategia degna di questo nome durante le crisi successive e l’attenzione sul solo armeggiare per far ripartire la macchina, senza fare di più. In effetti, c’è una ragione molto più profonda per questo ostinato rifiuto di imparare dalle difficoltà. Il problema, per la Germania, è che la maggior parte degli eventi degli ultimi quindici anni, dalla crisi finanziaria alla pandemia passando per la presidenza Trump, hanno confermato la rilevanza degli obiettivi francesi per l’Unione, sovente agli antipodi delle priorità tedesche.

Che si tratti di emancipazione dagli Stati Uniti (la famosa autonomia strategica), di riportare in Europa le filiere produttive, di rafforzare il ruolo dello Stato nell’economia, di necessità di un’agricoltura autosufficiente, di utilità del nucleare nella lotta al riscaldamento globale, o l’importanza degli eserciti e di un’industria degli armamenti indipendente in un contesto internazionale caratterizzato da una crescente rivalità tra poteri – il mondo intero è consapevole di queste tendenze e cerca di trarne le conseguenze. Ma la Germania, dal canto suo, si oppone con le unghie e con i denti a che l’Europa faccia lo stesso, per paura che ciò favorisca troppo il suo partner francese. Perché, ovviamente, perseguire una politica capace di dare risposte concrete a tutte queste sfide significherebbe, per l’Europa, intraprendere la strada che Parigi ha sempre raccomandato. In questo caso, l’influenza della Francia sarebbe rinforzata automaticamente e le sue risorse ancora esistenti sarebbero immediatamente valorizzate. Tuttavia, Berlino vuole evitare a tutti i costi un simile spostamento negli equilibri di potere tra i due paesi.

Il generale de Gaulle ha detto: “E’ destino della Germania che nulla possa essere costruito in Europa senza di lei”. D’altra parte, c’è da temere che con essa non ci possano essere che “anticipi” che, a ben guardare, finiranno sempre per giovare all’Europa molto meno che a Berlino.

https://hajnalka-vincze.com/list/notes_dactualite/604-les_allemands_sontils_de__bons_europeens__ou/

Da Est sull’Ovest, di Antonio de Martini

QUALI CONSEGUENZE AVRA’ IL BIDONE “UKAUS” DI BIDEN ALL’EUROPA E A MACRON ?

L’ultimo “tradimento” della settimana a Macron l’ha fatto Yves Le Drian, il ministro degli Esteri, che , nel richiamare gli ambasciatori a Washington e a Canberra , ha precisato – a scanso di equivoci- di averlo fatto “ su richiesta del Presidente della Repubblica”.

La Francia ha mal digerito l’essere stata esclusa – lei membro permanente del Consiglio di sicurezza e alleata degli USA fin dalla guerra di indipendenza americana- dall’area indopacifico dove ha possedimenti ( la Nuova Caledonia e la Polinesia) e truppe ( ottomila uomini).

Il gesto non é inconsueto – la Francia lo fece, per un paio di giorni, nel 2019 anche verso l’Italia di De Maio che flirtava con i maillot jaunes– Ma è la prima volta che la reazione francese assume questa intensità multipla, anche se non é la prima crisi franco americana.

Charles De Gaulle mise in difficoltà gli USA chiedendo il rimborso in oro di due importanti partite di dollari che misero la parola fine al sistema di Bretton Woods, ma fu una guerra segreta.

Ecco un articolo inglese anni sessanta che parla di ” guerra segreta ” di De Gaulle con gli USA. Ora la guerra diventa pubblica e apre spazi all’Italia.

Il Ministro degli Esteri Michel Rocard criticò Russia e USA accoppiati per essere contemporaneamente i più grandi produttori di petrolio al mondo e pretendevano di essere anche i rappresentanti dei paesi che ne volevano l’abbassamento del prezzo.

Dominique de Villepin – ministro degli Esteri- nel 2003 in piena assemblea dell’ONU si dichiarò contrario alla guerra irachena di Bush jr e compari, scoprendo gli altarini della cricca di Dick Cheney.

Questa volta la crisi é più importante perché investe il Presidente della Repubblica, perché lo scontro non é rimasto nel chiuso delle cancellerie e perché la partecipazione alla “ congiura” ha coinvolto anche l’Inghilterra – da poco uscita dalla UE , il che dà un tocco antieuropeo alla mossa americana – poco dopo la solenne promessa di Joe Biden di non fare più come Donald Trump e consultarsi sempre con gli alleati europei, prima di fare scelte importanti.

Ma il Donald non avrebbe saputo far meglio: uno schiaffo politico, diplomatico e industriale ad un tempo a un alleato di sempre cui ha mandato un avviso di sfratto dal Pacifico…

Questa crisi giunge alla vigilia delle elezioni presidenziali francesi, in un momento di vuoto di potere in Germania, proprio in contemporanea alla proposta di creazione di una forza armata europea autonoma e alla fine di una settimana in cui il Presidente Mattarella ha giurato fedeltà alla NATO e all’Europa a due giorni di intervallo. La nostra intelligence non é tale se permette un contropiede di questa portata al Presidente della Repubblica.

Peggiore, se possibile, la situazione con l’Inghilterra. La Francia l’ha snobbata non richiamando l’ambasciatore come ha fatto coi protagonisti dell’Indopacifico dove gli inglesi non contan più, ma il gesto di Boris Johnson ha reso irrevocabile e geopolitica la secessione commerciale già consumata e questa scelta – se non sconfessata dal Parlamento britannico – potrebbe avere influenza su tradizionali ” amici” dell’Inghilterra, Italia inclusa, anche se sto pensando all’Ungheria e ai paesi del patto di Visegrad.

L’EUROPA IN TRANSIZIONE DI FASE, di Pierluigi Fagan

L’EUROPA IN TRANSIZIONE DI FASE. Nella logica dei sistemi, le transizioni di fase sono cambiamenti strutturali dello stato, logica o ordine interno del sistema. Considerando l’Europa politica (l’UE) un sistema, vediamo di fare una fotografia aggiornata di quella che sembra proprio una transizione di fase.
La notizia, ed è una vera e propria notizia, è che Italia e Francia starebbero per firmare un trattato bilaterale, sul tipo di quello a suo tempo firmato da De Gaulle ed Adenauer agli albori della Comunità europea (1963), poi rilanciato nel famoso trattato di Aquisgrana (2019) tra Francia e Germania. Di questo hanno discusso nel recente incontro di Marsiglia Macron e Draghi, per cui pare che ora la bozza approvata a Parigi sia in ultimo esame a Roma per poi arrivare alla firma. I temi dell’accordo sono vari ma alcuni sono più rilevanti di altri.
Il tema fondamentale però, non è un contenuto dell’accordo ma l’accordo stesso. Gli accordi bilaterali Francia e Germania erano di corredo alla ragione prima sottostante la stessa idea di Comunità e poi Unione europea ovvero incatenare tra loro le due potenze continentali che hanno dato vita a una lunga sequenza di guerre lungo gli ultimi tre secoli. Erano quindi accordi diciamo “difensivi”, a difesa dal pericolo del riproporsi di una sregolata competizione diretta. Ma i singoli stati europei oggi, non vivono più una fase in cui il primo pericolo è interno, ma esterno. Russia, Cina, Medio Oriente, Africa, pandemie, nuove tecnologie, corsa allo spazio, precario sviluppo economico, migranti, difesa, demografia, ecologia, sono la sempre più problematica agenda del mondo a cui ci si deve politicamente adattare.
In più, l’atteggiamento americano verso l’Europa inaugurato da Trump, pur con stile diverso, viene conformato nei fatti da Biden. Gli USA hanno problemi loro, strategie loro, nuovi egoismi quali nascono dall’essere sottopressione e vivere una fase di contrazione di potenza. Tra cui l’ossessione cinese che invece per gli europei, tale non è affatto, anzi. Tanto per dirne una, il prossimo 24 settembre, Biden farà un vertice QUAD con Australia, India e Giappone ovvero l’asse Indo-Pacifico, il vero contesto primo delle preoccupazioni americane ovvero il contenimento della Cina. A tale proposito, spero siano fake news quelle che spifferano di una eventuale intenzione americana di aprire una propria base a Taiwan. Lo spero proprio, la reazione cinese potrebbe esser imprevedibile.
Passando dalla fase “difensiva” a quella “progettuale”, i francesi hanno dovuto prender atto che ciò che gli unisce alla Germania è davvero poco, se si esce da una logica di relazione di convenienza limitata, senz’altro meno di quello che li unisce all’Italia e più in generale ai paesi latino-mediterranei. Potenza della geo-storia, questa logica a lungo trascurata per dominio della logica puramente economicista. Da un paio di anni, la Francia capeggia per molti versi le richieste verso l’Europa del gruppo latino-mediterraneo di cui, in tutti i sensi, fa parte anche se da sempre coltiva una sua schizofrenia interna che vagheggia un asse franco-carlomagnesco.
In più, i tedeschi sono anche loro in transizione di fase. Lo sono perché lo è l’Europa ed il mondo (vedi “globalizzazione”), ma anche perché dopo sedici anni, perderà la sua capofamiglia, la signora Merkel. Tra undici giorni si vota per il nuovo Bundestag e nuovo Cancelliere. Al momento, si prevede un successo SPD ma soprattutto un crollo verticale di CDU/CSU, tanto da presentare l’ipotesi di un governo SPD-Verdi-Liberali con i democristiani fuori, una vera novità tellurica. Ma è prematuro fare congetture sull’esito del voto, però si possono fare tre considerazioni. La prima è che la Germania termina la sua lunga stabilità in accordo ad una relativa stabilità del quadro mondiale. La seconda è che l’eventuale coalizione “semaforo” è più numerica che politica. La terza è che sarà molto importante capire come e se si sposteranno gli equilibri interni alla Germania in rapporto ai problemi europei cosa che in sostanza si capirà quando verrà stabilito il ministro delle finanze, pare non prima di dicembre. I tedeschi impiegano molto tempo a fare un governo di coalizione dopo le elezioni, poi dura tutta la legislatura. Noi facciamo governi di coalizione in una settimana, poi durano qualche mese.
Due questioni, più di ogni altra, si presentano in chiave europea. La prima è la riforma del Patto di Stabilità. Qui si stanno già da tempo muovendo i pezzi sulla scacchiera con Francia-Italia e paesi latino-mediterranei da una parte e Austria, Finlandia, Paesi Bassi, Danimarca, Lettonia, Slovacchia, Svezia e Repubblica Ceca, dall’altra. In gioco, ovviamente, le questioni di bilancio, il debito comune e tutta la cascata di dettagli architettonici dell’economia e finanza dell’Unione per i prossimi anni che i latino-mediterranei vorrebbero più simili agli ultimi due che non ai precedenti intercorsi tra il 1997 e l’inizio della pandemia. Ma è forse la seconda questione la più importante. All’interno della Commissione, gli italo-francesi vorrebbero portare il principio di maggioranza semplice rompendo il paralizzante dogma dell’unanimità. Ad occhio, infatti, gli otto paesi detti “frugali” contano -tutti assieme- un terzo di popolazione dei cinque latino-mediterranei e gli interessi delle nazioni si pesano, non si contano solo come diceva il buon vecchio Cuccia a proposito delle azioni nei consigli di amministrazione. E’ ovvio che questo nuovo principio sovvertirebbe le logiche unioniste ed è quindi ovvio si aspetti di vedere cosa succede in Germania per capire i margini di manovra di tale possibile innovazione che procurerebbe qualche strappo politico di una certa rilevanza.
A latere, ci sono anche le questioni sulla nuova forza armata di pronto intervento europea con seimila effettivi tra esercito-marina-aeronautica. Piccola forza, ma di una certa rilevanza politica e geopolitica. La forza, infatti, presuppone un comando politico e questo, di nuovo, deve prodursi per maggioranza semplice stante che tale forza sarebbe in pratica fatta da francesi, italiani, spagnoli e tedeschi ed agli interessi geopolitici di questi risponderebbe. Interessi geopolitici che per Spagna, Francia ed Italia, non possono che esser mediterranei (Africa, Medio Oriente, Turchia) come geo-storia indica con precisione.
Ci sarebbe molto altro da dire ed approfondire su tutte queste ed altre questioni, ma qui siamo su un formato che ci limita. Aggiungerei solo due cose.
La prima è che dell’eventuale nuovo trattato italo-francese abbiamo anticipazioni, ma ovviamente nessun contenuto preciso. Il tono però sembra complesso e non solo formale. Si prevedono, almeno nelle intenzioni, forti intendimenti comuni certo economici, ma anche politici, culturali, geopolitici, insomma qualcosa di più che non una amicizia occasionale. Il che, lo diciamo chiaramente, ci piace assai. Chi segue questa pagina da più tempo, saprà che per quanto alle mie analisi, il futuro auspicato è quello di una vera Unione politica dei paesi latino-mediterranei, costituzionalizzata e parlamentare, quindi democratica e politica. Lo richiede l’adattamento al mondo dei prossimi trenta anni. La sovranità non è un principio astratto, si deve difendere con la potenza ed oggi, nessun singolo stato europeo ha la potenza adeguata. E quanto a “potenza” non ci sono solo questioni militari, si tratta anche di nuove tecnologie, investimenti e ricerca, politiche energetiche, questioni demografiche, peso geopolitico, peso economico-finanziario-monetario, peso culturale. Naturalmente questo prescinde da simpatie ed antipatie, anche da Macron e Draghi, non sottostima il pericolo che la Francia pensi di dominare la relazione a proprio egoistico vantaggio. Non so se mai si farà, come e quando, però dai contenuti che emergono del trattato una certa propensione a davvero unirsi ad altri per aver maggior massa che è presupposto della potenza necessaria a far qualsiasi cosa, sembra emergere. Ma siamo alla prima riga di un lungo romanzo ipotetico. Vedremo.
La seconda è che Italia e Francia sono i due soli paesi europei in cui si applica il Green Pass con una certa decisione. I due paesi hanno una quota vaccinati (completi) simile intorno al 67%, più bassa di Spagna e molto più bassa di Portogallo. I greci, invece, stanno più indietro. L’obiettivo mai esplicitato ufficialmente, ma quello che si ritiene a grana grossa tale, è arrivare il prima possibile almeno ad una copertura del 75%. Questo darebbe ragionevole garanzia (“ragionevole” per quanto lo permetta lo stato attuale delle conoscenze su questo virus che, come tutti notano, è quantomeno incerta) di un più limitata circolazione del virus, limitata cioè “gestibile” senza ricorrere di nuovo alle zone colorate, alle chiusure o limitazioni segmentate o addirittura a nuovi lockdown. E’ la capienza ospedaliera che fa da termine ultimo, fatto questo noto da due anni ma su cu i governi tacciono per pudore e cattiva coscienza e gli anti-governisti tacciono perché vanno appresso ad una loro nuvola di diversi presupposti per sostenere la loro narrazione sulla dittatura biopolitica ordita a Davos che ha come obiettivo ultimo la sola Italia perché “chi doma l’Italia doma il mondo”. Potenza degli immaginari. Problemi di gestibilità invece, attiverebbero di necessità nuove norme limitanti che limiterebbero la ripresa economica che limiterebbero lo spazio di agibilità politica per andare in Europa a richiedere di estendere in permanenza forme di debito comune e minor ossessione sulle politiche di bilancio. Quindi i due governi italiano e francese sono quelli che vanno più per le spicce, hanno fretta e non possono sbagliare, questo è per altro noto a tutte, ripeto “tutte” le fazioni politiche di governo e non in Italia che infatti stanno zitte, assecondano o giocano a fare la forza di lotta -su twitter- e di governo -nei fatti-. Fallire la ripresa economica e fallire l’utilizzo dei miliardi -per quanto condizionati- dati dall’UE, sarebbe la morte per il progetto di parziale modifica della logica UE italo-francese. E si tenga pure conto che Macron, ad aprile, va ad elezioni e sulla carta, pure non proprio per lui promettenti.
Bene, il post è ricco, lo saranno immagino anche i commenti. Tutti benvenuti eccetto quelli che invece di trattare l’argomento nel suo insieme ovvero nel suo complesso, estrapoleranno singoli fatti per esprimere qualche inutile, più o meno biliosa, convinzione personale non poggiata su analisi razionali. Del tutto da evitare, invece, polemiche sulle faccende Covid, il post non è su quello. Per vostra conoscenza non sono favorevole al Green Pass, lo sono personalmente verso i vaccini, preferirei lo sviluppo di forme di cura a casa per evitare le temute invasioni ospedaliere, trovo l’intera gestione di comunicazione del problema Covid delirante con distribuite responsabilità tra Governo, circo mediatico ed una certa parte di area critica egemonizzata da vari tipi di deliri anche psichici, ma non è di questo che il post invita a discutere.

 

Intelligence strategica, geopolitica e guerra economica. Dagli anni ’50 ad oggi_di Giuseppe Gagliano

C’è chi fa, chi ci prova, chi lascia fare. La Francia potrebbe essere collocata in seconda fascia. Ha avuto nel dopoguerra il momento di maggior risolutezza nel periodo gaullista; in un contesto di decadenza e regressione ha conosciuto sussulti più che reazioni efficaci ad una politica di vera e propria colonizzazione ed espropriazione delle proprie capacità tecnologiche mascherate da una sterile prosopopea che non ha fatto altro che far perdere ulteriore credibilità alla classe dirigente. L’aspetto più interessante che differenzia quel paese dal nostro riguarda l’esistenza di un nucleo esplicito ancora in grado di porre la questione della sovranità e di condurre una battaglia politica. Su questo sito ne abbiamo parlato frequentemente. Buona Lettura, GIuseppe Germinario

Dall’affare Raytheon (1994) all’affare Alstom (iniziato nel 2014), la guerra economica ha colpito duramente le aziende francesi. Gli Stati, lontani dalle raccomandazioni liberali, sono attori costanti in questa guerra economica, in particolare paesi come il Regno Unito e gli Stati Uniti, che si dichiarano i più favorevoli alla libera impresa. Lungi dal fare il punto sulla posta in gioco strategica di questo terreno di scontro, la politica pubblica francese sull’intelligence economica è rimasta insufficiente poiché la caduta dell’URSS ha alzato la posta in gioco. La difesa delle imprese francesi contro acquisizioni estere che potrebbero portare al trasferimento di tecnologie sensibili, o mettere a rischio posti di lavoro, è rimasta quindi un aspetto dimenticato dell’azione pubblica.
Nella strategia economica come nell’arte militare, il successo di una politica pubblica richiede tanto iniziativa quanto anticipazione: questi sono i precetti che gli Stati Uniti applicarono all’indomani della seconda guerra mondiale. Al contrario, a partire dagli anni ’90, i governi francesi hanno reagito molto di più a shock che mettono in difficoltà le imprese nazionali, di quanto non abbiano sviluppato a priori elementi strategici di fronte alle nuove sfide della guerra economica.

Grazie alla Guerra Fredda, e alle competizioni militari, ma anche alle tecniche, economiche e scientifiche a cui ha dato origine, le politiche pubbliche americane hanno affrontato a testa alta la questione dell’intelligence economica alla fine della seconda guerra mondiale. Il primo passo è stato quello di fornire alle aziende americane il beneficio dell’informazione pubblica: negli anni Cinquanta sono state istituite agenzie federali come la National Science Foundation per trasmettere alle aziende strategiche le informazioni prodotte dalle amministrazioni. Poiché la prospettiva di uno scontro militare con la Russia sovietica si allontanava, l’intelligence economica divenne una preoccupazione centrale del Dipartimento della Difesa degli Stati Uniti, che in particolare mise in atto una strategia per finanziare e proteggere l’economia dell’innovazione. : il finanziamento della ricerca scientifica da parte del Dipartimento della Difesa , che salì bruscamente al 96% della R&S pubblica nel 1950, è stata mantenuta, ad esempio, al 63% della R&S nel 1987.

Questa precoce preoccupazione espressa dalla comunità dell’intelligence americana per questioni di strategia economica ha radicato potenti eredità e spiega, ancora oggi, la forza dei legami che uniscono le grandi imprese americane e servizi segreti. Alla fine della Guerra Fredda, parte delle risorse dell’intelligence americana furono, inoltre, dirottate, in mancanza di un nemico, verso l’intelligence economica; si è infatti inasprita la competizione tra attori nazionali per la conquista dei mercati. Tuttavia, questa cultura dell’intelligence economica non si è radicata nelle stesse condizioni in Francia, che fino agli anni ’90 è rimasta relativamente insensibile a questo concetto.Se la Francia era inizialmente interessata alle politiche di intelligence economica pubblica, è perché era obbligata a farlo dal contesto dell’affare Raytheon. Nel 1994, Thomson-CSF ha perso inaspettatamente il progetto brasiliano Sivam, un sistema di monitoraggio per la foresta pluviale amazzonica. E per una buona ragione: la NSA (National Security Agency) è intervenuta per intercettare le telefonate francesi e consegnare a Raytheon, concorrente americano di Thompson, informazioni strategiche che le hanno permesso di aggiudicarsi l’appalto.Nel contesto di una forte globalizzazione dei mercati, la Francia si è trovata male armata per parare questi colpi, che sono stati distribuiti tra gli alleati. I responsabili politici ora si sono resi conto che, lungi dall’idea di “concorrenza libera e non distorta”, gli Stati Uniti stavano realizzando in modo aggressivo coinvolgendo i propri servizi di intelligence nella conquista dei mercati internazionali da parte delle loro aziende.

In seguito all’affare Raytheon, alti funzionari, come l’ingegnere aeronautico Henri Martre, allora di stanza al Commissariat Général au Plan, erano convinti della necessità di colmare la “spartizione” tra aziende private e pubbliche amministrazioni per sostenere gli attori economici francesi. Grazie alla ricomposizione dell’ordine mondiale dopo la caduta dell’URSS, la “guerra economica”, intesa come la crescente importanza delle poste finanziarie nelle lotte globali tra le potenze, ha acquistato importanza, ed è stata finalmente considerata a pieno, in Francia, come una minaccia alla sicurezza nazionale.
Queste diagnosi hanno dato origine alla stesura del rapporto Martre, documento fondativo dell’intelligence economica francese, pubblicato nel febbraio 1994. Il rapporto definisce l’intelligence economica come “tutte le azioni coordinate di ricerca, elaborazione e distribuzione in vista del suo utilizzo, informazioni utili per gli attori economici.”Le proposte del rapporto hanno portato all’istituzionalizzazione di un ente pubblico dedicato all’intelligence economica, il Comitato per la competitività e la sicurezza economica (CCSE), che riferisce al presidente del Consiglio. Questo organismo, però, ha avuto le maggiori difficoltà a funzionare, abbandonato dal potere nel contesto delle elezioni presidenziali del 1995, e del fallito scioglimento del 1997. Il rapporto Martre aveva teorizzato l’intelligence economica francese, ma questa ebbe inizialmente molto poco seguito.
Contemporaneamente alla pubblicazione del rapporto Martre, negli anni ’90 la Francia si dotò di un arsenale legislativo più adatto alle minacce: fino al 1994 la tutela del patrimonio economico era disciplinata dall’ordinanza del 7 gennaio 1950, che poneva l’accento sulla regolamentare le carenze, lontano dagli imperativi della guerra economica. Solo nel 1994 la nuova versione del Codice penale incorporò, tra gli interessi fondamentali della nazione, “gli elementi essenziali del suo potenziale scientifico ed economico. Solo nel 2003 il sostegno del governo all’intelligence economica ha riscosso un rinnovato interesse.

Ciò è stato causato da un lato da un’altra vicenda di guerra economica, quella di Gemplus : nel 2003, la società francese Gemplus, leader mondiale nelle smart card, dopo aver accettato l’ingresso di Texas Pacific Group tra i suoi azionisti, non ha potuto impedire la nomina di Alex Mandl alla guida del suo consiglio di amministrazione… Alex Mandl era un direttore di In-Q Tel, un fondo di investimento creato dalla CIA, e supervisionava il trasferimento di queste tecnologie francesi negli Stati Uniti. Ancora una volta, un’impresa strategica francese fu vittima di intrighi americani in materia di guerra economica; ancora una volta, la Francia si è trovata politicamente male armata per rispondere a queste minacce. Gli avvisi dati al governo dalla Direzione della Sicurezza Territoriale (DST) non erano stati ascoltati, e i servizi segreti francesi non potevano impedire la distruzione di molti posti di lavoro alla Gemplus, né il trasferimento del brevetto dalla carta al chip al suolo americano .
Consapevoli di queste battute d’arresto, il primo ministro Jean-Pierre Raffarin e il parlamentare Bernard Carayon hanno spinto per la nomina di Alain Juillet, direttore dell’intelligence della DGSE, ad alto commissario per l’intelligence economica..
Tuttavia Tale organismo è poi entrato in concorrenza con il Servizio di coordinamento dell’informazione economica, che fa capo al Ministero delle finanze. Per evitare duplicazioni amministrative, i due organi sono stati accorpati per creare il Servizio di Informazione Strategica e Sicurezza Economica (SISSE), che costituisce il sistema esistente. Questa necessaria riforma non è stata completata fino al 2016: questa lentezza testimonia chiaramente la mancanza di considerazione da parte delle autorità pubbliche della politica di intelligence economica, in un contesto segnato dal passaggio del settore energetico del gruppo Alstom, nel 2014, sotto il controllo americano.

Come valutare oggi l’azione della SISSE, principale strumento delle politiche di sicurezza economica francesi? L’organizzazione sembra ridotta a reagire a posteriori alle minacce che incombono sulle aziende francesi, per due ragioni. In primo luogo, si occupa, come si evince dal suo titolo, solo di sicurezza economica: ciò significa che la Francia rinuncia a esercitare influenza e a sostenere in modo decisivo le sue imprese nella conquista dei mercati. In secondo luogo, come ha sottolineato Nicolas Moinet, specialista in intelligence economica,la struttura stessa della SISSE non è necessariamente la più adatta: di fronte a una minaccia multiforme che grava sulle aziende francesi , un organismo centralizzato all’interno della Direzione Generale delle Imprese (DGE) non è la forma più fluida che può assumere la politica di sicurezza economica. Al contrario, l’intelligence economica richiede adattamenti locali, che potrebbero passare in modo più deciso attraverso le prefetture, per raccogliere informazioni sul campo e contrastare più efficacemente le minacce. È vero che alle prefetture è stato affidato, da una direttiva del 2005, la conduzione delle politiche di sicurezza economica. Tuttavia, come già notato da Floran Vadillo e Nicolas Moinet nel 2012, questi servizi prefettizi non hanno raggiunto la dimensione critica che li renderebbe veramente efficaci.

L’intelligence economica francese soffre quindi della mancanza di risorse impiegate nei servizi statali decentralizzati. Mentre le iniziative stanno nascendo a livello di comunità, rimangono molto incerte e per molti insufficientemente operative: alcune regioni, come la regione dell’Alvernia Rhône-Alpes, producono così documenti destinati alle imprese per renderle consapevoli delle sfide della sicurezza economica , senza che il risultato di tali comunicazioni sia assicurato. La strategia di intelligence economica francese soffre quindi di due gravi carenze: da un lato, la SISSE, organismo specializzato in sicurezza economica, non è perfettamente idoneo a garantire la sicurezza delle imprese nazionali. D’altra parte, gli altri attori che intervengono sul campo sono troppo poco dotati finanziariamente, e troppo poco coordinati tra loro. Quali prospettive di sicurezza economica ci sono allora sul territorio francese? Gli strumenti di controllo degli investimenti esteri potrebbero dare i loro frutti se implementati: il caso Photonis ne è un esempio perfetto. Questa società con sede a Brive la Gaillarde, specializzata in sistemi di visione notturna – in particolare per uso militare – è stata oggetto di un’offerta di acquisto da parte del fondo di investimento Teledyne nel settembre 2020. Il Ministero delle Forze Armate si è poi opposto al suo veto alla vendita di questo azienda strategica. Alla fine, è stato il fondo europeo HLD ad acquisire questa azienda con 1.000 dipendenti.

In questo caso, lo stato è stato in grado di opporsi all’acquisizione di tecnologie sensibili da parte di investitori stranieri. Tuttavia, questo successo non deve essere un trionfo: mentre la natura strategica di Photonis non era in dubbio, viste le ovvie implicazioni militari delle tecnologie che stava sviluppando, lo stesso non vale per le altre azienda. La riflessione su cosa dovrebbe o non dovrebbe essere un asset strategico deve quindi essere avviata in modo sistematico e non occasionale : per esempio le fabbriche tessili di Gérardmer possono, ad esempio, essere considerate un asset strategico. La loro chiusura potrebbe causare un alto tasso di disoccupazione nel territorio, e pertanto devono essere messe in atto efficaci misure di tutela economica da parte delle autorità pubbliche per evitare acquisizioni che potrebbero mettere in pericolo l’attività, e per trovare, anticipando offerte di acquisto che mettano a rischio la sostenibilità dell’attività, acquirenti alternativi. Tuttavia, è improbabile che siano soggetti a un controllo sugli investimenti simile a quello applicato per Photonis.

Insomma Sostenere una politica di intelligence economica è un modo per la ripresa della Francia.E questo è una valutazione ampiamente condivisa non solo da Moinet,ma da Christian Harbulot e da Eric Denécé.
Il controllo degli investimenti esteri è quindi necessario, e nel caso Photonis ha dato risultati convincenti; non è però sufficiente definire un’adeguata politica di intelligence economica e tutelare le aziende in un contesto di guerra economica. Il disegno di legge portato da Marie-Noëlle Lienemann al Senato https://www.senat.fr/leg/ppl20-489.html
nella primavera del 2021 costituisce una buona risposta, oltre ai decreti Montebourghttps://www.legifrance.gouv.fr/loda/id/JORFTEXT000028933611/ e al necessario rafforzamento dell’arsenale giuridicohttps://www.economie.gouv.fr/extension-decret-2014-investissements-etrangers-entreprises-strategiques#
di fronte all’extraterritorialità del diritto americano.

https://www.iassp.org/2021/09/intelligence-strategica-geopolitica-e-guerra-economica-dagli-anni-50-ad-oggi/

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