Taccuino francese: il ritorno della Vandea, di Roberto Buffagni

Taccuino francese: il ritorno della Vandea

 

Nello scorso novembre, Patrick Buisson[1] ha pubblicato un libro molto interessante: La grande histoire des guerres de Vendée[2]. Non l’ho letto, ma da quel che ne dicono le recensioni non credo ci racconterà  molto di nuovo sulla terribile repressione rivoluzionaria dell’insorgenza vandeana.

Il libro resta di grande interesse, ma per altre ragioni. Anzitutto, per l’autore. Patrick Buisson è uno storico, un giornalista e un militante politico di primo piano della destra francese. E’ stato consigliere di Sarkozy nella sua prima campagna elettorale (2007); seguendo i suoi consigli, Sarkozy non solo ha vinto le elezioni presidenziali, ma per la prima e unica volta nella storia politica francese ha strappato sette punti elettorali al Front National. La campagna elettorale suggerita da Buisson, che appartiene alla destra francese conservatrice di ascendenza maurrassiana[3], batteva su tutti i temi cari al FN, anzitutto l’identità nazionale (alla quale fu poi intitolato un ministero). Buisson, però, nel corso della presidenza Sarkozy, ha dovuto toccare con mano le conseguenze di una circostanza che non gli sarà sfuggita, ma che forse aveva sottovalutato: l’altro principale consigliere del suo candidato era Alain Minc[4], cioè l’esatto opposto ideologico di Buisson, un liberal-progressista che “ha superato la distinzione destra/sinistra”; e infatti, nell’elezione presidenziale del 2017 Minc ha sostenuto la candidatura del centrista républicain Alain Juppé finché ha avuto chances, per poi passare nel campo di Emmanuel Macron, il candidato su misura per lui. In sintesi: Sarkozy, un abile tattico senza principi, ha usato la linea conservatrice e populista di Buisson in campagna elettorale per prendere voti, e una volta al governo ha seguito la linea liberal-progressista di Minc (così perdendo l’elezione del 2012). Insomma: passata la festa, gabbato lo santo.

Non l’ha presa bene, Buisson. Dopo un ultimo tentativo con Sarkozy nel 2012, quando ha tentato inutilmente di persuadere sia il candidato sia il partito a uscire dalla trappola del Front Républicain – la conventio ad excludendum contro il Front National costruita da Mitterrand per garantire ai socialisti il congelamento di metà della destra francese, e la rendita di posizione che ne conseguiva per il PS – Buisson si è allontanato dai Républicains, ha pubblicato La cause du peuple, un libro di violentissima critica a Sarkozy e alla destra liberale[5] che ha avuto spinosi contraccolpi giudiziari, e si è dedicato alla battaglia politico-culturale per la riforma della destra francese.

L’obiettivo strategico della battaglia di Buisson è la fondazione di una destra conservatrice autentica, accomunata da tradizioni, valori e ideologie non liberali o francamente antiliberali (gaullisti di destra e gaullisti sociali, cattolici reazionari, maurrassiani, etc.). Sul piano operativo, l’obiettivo si può raggiungere solo attraverso una spaccatura e una rifondazione: la spaccatura dei Républicains tra liberali/conservatori non liberali e antiliberali, e la rifondazione del Front National su basi nazionaliste, antiliberali, conservatrici, cattoliche (grossolanamente: la linea che si identifica in Marion Maréchal Le Pen[6], contro quella che si identifica in Marine, e prima di Marine in Florian Philippot[7]). In termini pragmatici, per Buisson i conservatori francesi, sinora politicamente rappresentati dai Républicains, devono prendere la guida di una nuova formazione politica di destra antiliberale e antiprogressista, e diventare il corpo ufficiali di un esercito le cui truppe sono costituite dall’elettorato popolare, sociologicamente e geograficamente periferico, del Front National.

Un’altra ragione d’interesse de La grande histoire des guerres de Vendée è il suo prefatore, Philippe de Villiers[8]. Il visconte vandeano Philippe de Villiers è stato leader del fronte sovranista che nel referendum del 2005 bocciò la proposta di costituzione europea promossa dalla UE; ed è fratello maggiore di Pierre de Villiers[9], il capo di stato maggiore delle FFAA francesi che si è recentemente dimesso (applaudito dalle truppe) dopo un violento scontro con il presidente Macron sui finanziamenti alle forze armate.

Terza e ultima ragione d’interesse del libro, il suo soggetto. Non solo perché la guerra civile di Vandea e il terrore di Stato che sterminò  i combattenti vandeani sono una memoria tuttora viva e politicamente attiva in Francia; ma perché non ho il minimo dubbio che Buisson abbia sottolineato, nel suo libro, come la Convenzione rivoluzionaria abbia decretato la durissima repressione delle insorgenze legittimiste e cattoliche sulla base di un consenso elettorale che definire minoritario è dir poco: su 7 MLN di aventi diritto (suffragio ristretto), solo il 10% espresse un voto valido. L’analogia con la ridotta legittimazione popolare di Emmanuel Macron (al secondo turno, 40% circa sul totale degli aventi diritto, con un record storico di astensione e schede bianche o nulle) è lampante[10].

Non è da ieri che uomini di cultura e politici propongono alle destre francesi questa linea francamente conservatrice, che non è mai riuscita ad affermarsi. Ma rispetto a ieri, oggi c’è una grossa novità: che il successo di Emmanuel Macron l’ha resa l’unica linea politica praticabile, se la destra francese non vuole mettere una pietra tombale sulla sua lunga storia. L’abilissima operazione di “taglio delle estreme” che ha condotto Macron alla presidenza ha resuscitato la “destra di situazione” liberale e orleanista[11] che si cristallizzò nel 1830: nell’odierna riedizione, i centristi e gli europeisti/mondialisti di entrambi i maggiori partiti francesi, PS e Républicains, vengono risucchiati dal “movimento di governo” En Marche!  e svuotano dall’interno i partiti da cui provengono. Li svuotano di personale politico, di clientele, di voti, di finanziamenti e soprattutto di ragioni d’esistere. Li svuotano di ragioni d’esistere, perché a dettare la strategia politica tanto del PS quanto dei Républicains è tuttora il paradigma del Front Républicain, l’adattamento francese dell’ “arco costituzionale antifascista” italiano inventato da Mitterrand negli anni Ottanta[12]: e come hanno dimostrato plasticamente le presidenziali del 2017, non esiste blocco sociale, ideologia, formazione politica più adatta ed efficace per battere il Front National del centrismo orleanista di Macron, che si situa all’esatto opposto del blocco sociale e dell’ideologia del Front National e ne è per così dire il negativo fotografico.

Quindi, chi all’interno del PS e dei Républicains vuole ritrovare ragioni d’esistere al di là del nudo e crudo richiamo della gamelle, e non si vuole allineare con il centrismo orleanista di Macron, è costretto a spezzare il cerchio magico del Front Républicain, e a prendere atto che è finita l’alleanza storica tra il liberalismo e il conservatorismo a destra, tra il liberalismo e il socialismo a sinistra. Esattamente come nel 1830, il  liberalismo puro coincide, oggi, con il pensiero e le forze economiche e politiche socialmente dominanti. C’è però una differenza sostanziale tra il 1830 e il 2018, una differenza che è la chiave politica di tutto: che nel 1830 il suffragio elettorale era censitario e ristretto, nel 2017 universale: e per quanto il sistema politico-mediatico possa manipolarlo con le campagne di guerra psicologica, con le leggi elettorali maggioritarie, etc., non può permettersi di abolirlo, perché il suffragio universale è la “formula politica” (Mosca)[13] che lo legittima. E’ questo, il punto debole del liberalismo, che è democratico soltanto suo malgrado. Il liberalismo non è mai riuscito a diventare “popolare”, perché sin dalla sua premessa metodologica non si rivolge ai popoli e alle comunità, ma agli individui.

In sintesi. Stravincendo e mettendo con le spalle al muro tanto la sinistra quanto la destra, il liberalismo orleanista di Macron costringe entrambe ad affrontare e tentar di sciogliere un nodo metapolitico di portata storica: la dialettica dell’illuminismo e il precipitato storico della Rivoluzione francese. Il mondialismo liberale è la manifestazione storica della dialettica dell’illuminismo, del progressismo e dell’universalismo, culturale e politico, che li accompagna. Illuminismo e universalismo sono trascrizioni secolarizzate – amputate della dimensione metafisica e propriamente religiosa – del cristianesimo. L’opposizione al mondialismo è dunque costretta ad essere, volens nolens, opposizione all’illuminismo e all’universalismo politico[14]; e la linea di frattura politica che divide i campi tende a coincidere con la linea di frattura culturale che divide l’Europa sin dal tempo delle guerre di religione[15].

Ecco perché nel 2018 ritorna di attualità la Vandea. Ed ecco perché nella campagna elettorale presidenziale del 2017 due soli candidati hanno incentrato la loro proposta intorno alla ripetizione della parola “patrie”: Marine Le Pen e Jean-Luc Mélenchon. Per Marine, non c’è bisogno di spiegare. Per Mélenchon, la spiegazione che propongo è questa: con la reiterazione martellante della parola “patrie”, Mélenchon manifesta il tendenziale distacco della sinistra francese dal liberalismo, e cerca di ritrovare le radici democratiche rousseauiane della sinistra giacobina e socialista. Non è un caso che anche Alain de Benoist, che ha designato il liberalismo come nemico principale del suo campo politico, abbia dedicato una crescente attenzione a Rousseau[16]: perché il liberalismo trionfante tende a separarsi dalla democrazia.

I progetti di ridefinizione politica e partitica oggi in corso in Francia e non solo in Francia, insomma, sono la manifestazione di superficie di un movimento tettonico profondissimo, che costringe gli europei e gli occidentali a ripensare la loro storia, la loro filosofia e la loro religione (o irreligione). Proprio per questo, le vicende politiche francesi che ho brevemente illustrato sin qui interessano direttamente anche l’Italia. Le differenze storiche tra le culture politiche francese ed italiana sono molte, e non superficiali. Ma in profondità, il sommovimento geologico culturale tocca l’Italia come la Francia. Ne vedremo, probabilmente, gli effetti di superficie dopo le prossime elezioni politiche del marzo 2018. Anche da noi, il blocco sociale e politico liberale tenterà di operare il “taglio delle estreme”, con l’ausilio, a destra, delle quinte colonne Berlusconi e Maroni, a sinistra delle formazioni dissidenti dal PD, e usando come massa di manovra il Movimento 5 Stelle, che grazie alla sua “impoliticità”[17] si candida a essere usato come “ago della bilancia” in una manovra machiavellica di superamento della distinzione tra destra e sinistra storiche. Se l’operazione “taglio delle estreme” riuscirà, l’effetto a breve termine sarà devastante per il campo antimondialista e antiUE; a medio e lungo termine, però, sarà benefico e liberatorio, perché farà coincidere la linea di frattura politica con la linea di frattura culturale e sociale reale e principale.

[1] https://fr.wikipedia.org/wiki/Patrick_Buisson. Per una esposizione approfondita delle sue posizioni, i francofoni possono seguire questa sua conferenza del maggio 2017: https://youtu.be/Hj_B708sCWY

[2] La grande histoire des guerres de Vendée, Perrin, Paris 2017

[3] https://fr.wikipedia.org/wiki/Nationalisme_int%C3%A9gral

[4] https://fr.wikipedia.org/wiki/Alain_Minc

[5] Qui una recensione simpatizzante : https://www.polemia.com/la-cause-du-peuple-de-patrick-buisson/

[6] https://fr.wikipedia.org/wiki/Marion_Mar%C3%A9chal-Le_Pen

[7] https://fr.wikipedia.org/wiki/Florian_Philippot

[8] https://fr.wikipedia.org/wiki/Philippe_de_Villiers

[9] https://fr.wikipedia.org/wiki/Pierre_de_Villiers_(militaire)

[10] http://www.lefigaro.fr/elections/presidentielles/2017/05/07/35003-20170507ARTFIG00164-apres-une-abstention-et-un-vote-blanc-record-macron-attendu-au-tournant.php; https://www.rtbf.be/info/monde/detail_presidentielle-francaise-emmanuel-macron-obtient-66-06-de-voix-selon-les-resultats-quasi-definitifs?id=9600231

[11] Ne ho parlato diffusamente qui: http://italiaeilmondo.com/2017/09/29/taccuino-francese-che-cosa-ci-insegna-la-crisi-del-front-national-di-roberto-buffagni/ . “Destra di situazione” significa una destra che non è tale per i valori e l’ideologia che propone, ma per il posizionamento relativo nella dialettica parlamentare; come fu appunto la destra orleanista nel 1830, che a sinistra escludeva repubblicani e bonapartisti, a destra i legittimisti.

[12] Mitterrand, un politico di abilità machiavellica, fece di tutto per promuovere a dignità di pericolo nazionale il Front National di Jean-Marie Le Pen, erede di Vichy e dell’OAS, piazzandolo nello spettro politico-ideologico allo stesso posto in cui stavano il fascismo e i suoi eredi in Italia, così ridefinendo i confini della legittimità politica in Francia a scapito della destra, e garantendo alla sinistra un vantaggio permanente in ogni competizione elettorale. A sinistra, nessun nemico (Mitterrand vinse la sua prima campagna presidenziale, nel 1981, con l’appoggio decisivo del Partito Comunista Francese, allora forte di un 15% di voti) a destra, un confine invalicabile.

[13] https://fr.wikipedia.org/wiki/Gaetano_Mosca

[14] Ne ho parlato qui: http://italiaeilmondo.com/2017/09/29/taccuino-francese-che-cosa-ci-insegna-la-crisi-del-front-national-di-roberto-buffagni/

[15] Ne ho parlato, dialogando con Alessandro Visalli, a proposito della “Dichiarazione di Parigi” firmata da un gruppo di studiosi conservatori di chiara fama: http://italiaeilmondo.com/category/dossier/autori-dossier/roberto-buffagni/

[16] Qui un articolo liberamente scaricabile: https://s3-eu-west-1.amazonaws.com/alaindebenoist/pdf/relire_rousseau.pdf

[17] E’ “impolitico” un movimento politico che non designa l’avversario, e dunque non designa neppure l’amico. La sua impoliticità lo predispone all’eterodirezione, all’essere usato come massa di manovra e come “ago della bilancia” in una manovra politica spregiudicata “al di là della destra e della sinistra”.

Le infrastrutture militari nella fase multicentrica di Luigi Longo

 

Le infrastrutture militari nella fase multicentrica

di Luigi Longo

 

 

Non gli animali, ma senz’altro gli uomini e soltanto gli uomini conducono gli uni contro gli altri << guerre terrestri e marittime >>. Sempre, quando l’ostilità tra grandi potenze ha raggiunto il culmine, la contrapposizione bellica si svolge contemporaneamente sia nell’uno

che nell’altro ambito, sicché da entrambe le parti la guerra si trasforma in << guerra terreste e marittima >> […] Se poi si aggiunge l’aria come terza dimensione, la guerra si  trasforma per entrambi i contendenti anche in guerra aerea.

                                                                                                                                  Carl Schmitt*

 

L’esercito, nel proprio paese, avrà bensì linee di comunicazioni proprie, organizzate a tal fine, ma non è affatto obbligato a valersi di esse sole; e può, in caso di necessità, scostarsene e scegliere qualsiasi altra strada esistente […] Le strade principali attraversanti le città più ricche e le province più importanti sono le migliori linee di      comunicazioni. Esse meritano la preferenza anche se producono percorsi molto maggiori e hanno, nella maggior parte dei casi, carattere determinante per lo schieramento dell’esercito.

                                                                                                                                  Clausewitz**

 

1. Le potenze mondiali, gli Stati Uniti (potenza egemone in relativo declino), la Russia e la Cina (potenze emergenti in relativo consolidamento), protagoniste in questa fase multicentrica che sta diventando sempre più visibile e determinata, vengono attraversate da conflitti interni tra gli agenti strategici delle sfere sociali per la configurazione, in equilibrio dinamico, del blocco egemone dominante (emblematico è l’esempio in questa fase del conflitto interno statunitense). All’interno di questo conflitto assumono rilevanza i comandanti della sfera militare che hanno un peso specifico nelle decisioni sugli investimenti per le infrastrutture militari e civili finalizzate alle diverse strategie territoriali sia nelle nazioni alleate sia nelle varie aree o regioni di influenza per preparare il campo [terreste, acquatico e aereo (1)] del conflitto per il dominio mondiale che non necessariamente deve passare per la fase policentrica (la guerra) anche se la storia mondiale dimostra la inevitabilità della guerra (2). Quindi i suddetti comandanti formano, insieme agli agenti strategici delle altre sfere sociali (politiche, economiche, istituzionali, culturali, eccetera), il blocco egemone dominante di ogni singola potenza mondiale con una propria visione politica del mondo: dominio assoluto gli USA, dominio multicentrico la Russia e la Cina. In sintesi, per quanto suddetto, introduco il seguente schema del conflitto strategico che ha come punto di partenza il nascente paradigma di Gianfranco La Grassa (approfondirò lo schema nel prossimo scritto su Il conflitto strategico e la mossa del cavallo).

 

Nell’attuale fase multicentrica gli USA, consapevoli di essere una potenza egemone in relativo declino, ri-lanciano la loro sfida per il dominio mondiale assoluto poggiandosi prevalentemente sulla indiscussa (ancora per molto, ahinoi) supremazia mondiale della forza militare (3) e non su una diversa visione dello sviluppo e delle relazioni sociali mondiali perché hanno la fissazione storica di essere la nazione indispensabile per mandato divino [il Popolo Eletto (4)] per assicurare la libertà, la pace, la democrazia, i diritti sulla Terra. In virtù di tale fissazione << gli Stati Uniti avanzavano la pretesa di decidere, al di là della distinzione tra emisfero occidentale ed emisfero orientale, sulla liceità o illiceità di ogni mutamento territoriale in tutta la terra. Tale pretesa riguardava l’ordinamento spaziale della terra. Ogni avvenimento in qualsiasi punto della terra poteva riguardare gli Stati Uniti >>(5). << Nel settembre 2000, nel condurre la campagna elettorale che l’avrebbe portato alla presidenza, George W. Bush enunciava un vero e proprio dogma: “la nostra nazione è eletta da Dio e ha il mandato della storia per essere un modello per il mondo”. E’ un dogma ben radicato nella tradizione politica statunitense. Bill Clinton aveva inaugurato il suo primo mandato presidenziale, con una proclamazione ancora più enfatica del primato degli USA e del diritto-dovere a dirigere il mondo “La nostra missione è senza tempo”. Si direbbe che alla white supremacy sia subentrata la western supremacy ovvero l’American supremacy […] >> (6). Nella continuità della fissazione storica, Donald Trump sostiene che è fondamentale per << mettere l’America al primo posto perché sia sicura, prospera e libera >> avere << la forza e la volontà di esercitare la leadership Usa nel mondo >> (7).

Le basi aeree, le basi navali, le basi dell’esercito degli USA hanno circondato la Terra: guardate con coscienza dell’occhio (8) le carte seguenti ben sapendo che la cartografia sacrifica le relazioni sociali o il corpo vivente della terra, dello spazio, del territorio ed evidenzia i segni e i simboli del dominio (9).

E’ sulla Terra che si vivono i rapporti sociali, lo spazio aereo li sorvola, lo spazio acquatico li limita, lo spazio nucleare li estingue. Essi sono spazi fondanti per le strategie degli agenti dominanti delle potenze mondiali per la egemonia e per la configurazione o ri-configurazione dei nuovi rapporti sociali e territoriali storicamente dati. Stiamo entrando in una fase storica di esplosione degli spazi che distrugge e costruisce un nuovo ordine mondiale. Per dirla con Neil Brenner << […] Nelle condizioni geografiche e storiche attuali, tuttavia, il processo di urbanizzazione si struttura sempre più su scala mondiale. L’urbanizzazione non si riferisce più solo all’espansione delle “grandi città” (Friedrich Engels) del capitalismo industriale, all’estendersi di centri di produzione metropolitani, alle configurazioni di reticoli di insediamenti suburbani e di infrastrutture regionali tipiche del capitalismo fordista-keynesiano, o all’anticipata espansione lineare della popolazione umana nelle megalopoli mondiali che finisce per creare un “pianeta di slum”. Invece […] questo processo si sviluppa oggi sempre di più attraverso lo sviluppo ineguale [ corsivo mio]di un “tessuto urbano” composto da diversi tipi di strutture d’investimento, di spazi di insediamento, di matrici di uso del suolo e di reti di infrastrutture, attraverso l’intera economia mondiale […] Noi stiamo assistendo, in breve, all’intensificazione e all’estensione dei processi di urbanizzazione su tutte le scale spaziali e attraverso l’intera superficie dello spazio planetario >> (10).

Fonte: Limes n.11/2016

Fonte: Limes n9/2016

Fonte: Limes n.11/2016

 

Gli Stati Uniti, parafrasando Tacito letto da Concetto Marchesi, appena diventati Nazione dopo un lungo periodo storico che va dalla guerra di indipendenza (1775-1783) alla guerra di secessione (1861-1865) (11), sono costretti a combattere per vivere; poi seguitano a combattere per accrescere il loro dominio e la loro ricchezza. La guerra è per loro prima una necessità di vita, poi una incessante necessità di grandezza e di arricchimento (12). E’ attraverso la guerra che hanno sempre affermato l’autorità globale.

 

2. Tratterò, in estrema sintesi, le suddette infrastrutture militari e civili in Europa, attraverso la PeSCO (Permanent Structured Cooperation, Cooperazione Strutturata Permanente) del campo della difesa UE, non come conseguenza di scelte politiche di un soggetto unitario ed autonomo, che non c’è e che non è mai esistito storicamente, ma come un continente che per la prima volta nella storia non sarà protagonista mondiale del conflitto ma sarà campo di battaglia e spazio importante per le strategie statunitensi, con conseguenti trasformazioni, modificazioni, ri-configurazioni, organizzazioni e ruoli di territori e di aree.

Inoltre tratterò degli investimenti che il Pentagono sta realizzando, a spese nostre, sul territorio italiano nelle basi militari e nelle infrastrutture civili ad esse collegate, soprattutto ferroviarie [alta velocità (AV) e alta capacità(AC)] e stradali (corridoi nazionali ed europei) (13).

Infine, un accenno ai ruoli importanti che potrebbero avere le due città della Puglia, Taranto e Foggia [già protagoniste nella seconda guerra mondiale con le loro infrastrutture militari e civili (14)] nelle strategie statunitensi nel Mediterraneo, nel Vicino Oriente e nei Balcani.

 

3. Riporto una sintesi chiara sulla nascita e sul ruolo della PeSCO avanzata da Manlio Dinucci << Dopo 60 anni di attesa, annuncia la ministra della Difesa Roberta Pinotti, sta per nascere a dicembre la Pesco, «Cooperazione strutturata permanente» dell’Unione europea nel settore militare, inizialmente tra 23 dei 27 stati membri.

Che cosa sia lo spiega il segretario generale della Nato, Jens Stoltenberg. Partecipando al Consiglio degli affari esteri dell’Unione europea, egli sottolinea «l’importanza, evidenziata da tanti leader europei, che la Difesa europea debba essere sviluppata in modo tale da essere non competitiva ma complementare alla Nato [corsivo mio]».

Il primo modo per farlo è che i paesi europei accrescano la propria spesa militare: la Pesco stabilisce che, tra «gli impegni comuni ambiziosi e più vincolanti» c’è «l’aumento periodico in termini reali dei bilanci per la Difesa al fine di raggiungere gli obiettivi concordati». Al budget in continuo aumento della Nato, di cui fanno parte 21 dei 27 stati della Ue, si aggiunge ora il Fondo europeo della Difesa attraverso cui la Ue stanzierà 1,5 miliardi di euro l’anno per finanziare progetti di ricerca in tecnologie militari e acquistare sistemi d’arma comuni. Questa sarà la cifra di partenza, destinata a crescere nel corso degli anni.

Oltre all’aumento della spesa militare, tra gli impegni fondamentali della Pesco ci sono «lo sviluppo di nuove capacità e la preparazione a partecipare insieme ad operazioni militari». Capacità complementari alle esigenze della Nato che, nel Consiglio Nord Atlantico dell’8 novembre, ha stabilito l’adattamento della struttura di comando per accrescere, in Europa, «la capacità di rafforzare gli Alleati in modo rapido ed efficace».

Vengono a tale scopo istituiti due nuovi comandi. Un Comando per l’Atlantico, con il compito di mantenere «libere e sicure le linee marittime di comunicazione tra Europa e Stati uniti, vitali per la nostra Alleanza transatlantica». Un Comando per la mobilità, con il compito di «migliorare la capacità di movimento delle forze militari Nato attraverso l’Europa» [ corsivo mio].

Per far sì che forze ed armamenti possano muoversi rapidamente sul territorio europeo, spiega il segretario generale della Nato, occorre che i paesi europei «rimuovano molti ostacoli burocratici». Molto è stato fatto dal 2014, ma molto ancora resta da fare perché siano «pienamente applicate le legislazioni nazionali che facilitano il passaggio di forze militari attraverso le frontiere». La Nato, aggiunge Stoltenberg, ha inoltre bisogno di avere a disposizione, in Europa, una sufficiente capacità di trasporto di soldati e armamenti, fornita in larga parte dal settore privato.

Ancora più importante è che in Europa vengano «migliorate le infrastrutture civili – quali strade, ponti, ferrovie, aeroporti e porti – così che esse siano adattate alle esigenze militari della Nato» [corsivo mio]. In altre parole, i paesi europei devono effettuare a proprie spese lavori di adeguamento delle infrastrutture civili per un loro uso militare: ad esempio, un ponte sufficiente al traffico di pullman e autoarticolati dovrà essere rinforzato per permettere il passaggio di carrarmati.

Questa è la strategia in cui si inserisce la Pesco, espressione dei circoli dominanti europei che, pur avendo contrasti di interesse con quelli statunitensi, si ricompattano nella Nato sotto comando Usa quando entrano in gioco gli interessi fondamentali dell’Occidente messi in pericolo da un mondo che cambia [neretto mio]. Ecco allora spuntare la «minaccia russa», di fronte alla quale si erge quella «Europa unita» che, mentre taglia le spese sociali e chiude le sue frontiere interne ai migranti, accresce le spese militari e apre le frontiere interne per far circolare liberamente soldati e carrarmati >> (15).

 

4. Riprendo gli interventi del Pentagono (Dipartimento della Difesa degli USA) sulle strutture militari presenti sul territorio italiano da una descrizione puntuale di Manlio Dinucci << Grandi opere sul nostro territorio, da nord a sud. Non sono quelle del Ministero delle infrastrutture e dei trasporti, di cui tutti discutono, ma quelle del Pentagono di cui nessuno discute. Eppure sono in gran parte pagate con i nostri soldi e comportano, per noi italiani, crescenti rischi.

All’aeroporto militare di Ghedi (Brescia) parte il progetto da oltre 60 milioni di euro, a carico dell’Italia, per la costruzione di infrastrutture per 30 caccia Usa F-35, acquistati dall’Italia, e per 60 bombe nucleari Usa B61-12.

Alla base di Aviano (Pordenone), dove sono di stanza circa 5000 militari Usa con caccia F-16 armati di bombe nucleari (sette dei quali sono attualmente in Israele per l’esercitazione Blue Flag 2017), sono stati effettuati altri costosi lavori a carico dell’Italia e della Nato.

A Vicenza vengono spesi 8 milioni di euro, a carico dell’Italia, per la «riqualificazione» delle caserme Ederle e Del Din, che ospitano il quartier generale dell’Esercito Usa in Italia e la 173a Brigata aviotrasportata (impegnata in Europa orientale, Afghanistan e Africa), e per ampliare il «Villaggio della Pace» dove risiedono militari Usa con le famiglie.

Alla base Usa di Camp Darby (Pisa/Livorno) inizia in dicembre la costruzione di una infrastruttura ferroviaria, del costo di 45 milioni di dollari a carico degli Usa più altre spese a carico dell’Italia, per potenziare il collegamento della base con il porto di Livorno e l’aeroporto di Pisa, opera che comporta l’abbattimento di 1000 alberi nel parco naturale. Camp Darby è uno dei cinque siti che l’Esercito Usa ha nel mondo per lo «stoccaggio preposizionato» di armamenti (contenente milioni di missili e proiettili, migliaia di carrarmati e veicoli corazzati): da qui vengono inviati alle forze Usa in Europa, Medioriente e Africa, con grandi navi militarizzate e aerei cargo.

A Lago Patria (Napoli) il nuovo quartier generale della Nato, costato circa 200 milioni di euro di cui circa un quarto a carico dell’Italia, comporta ulteriori costi a carico dell’Italia, tipo quello di 10 milioni di euro per la nuova viabilità attorno al quartier generale Nato.

Alla base di Amendola (Foggia) sono stati effettuati lavori, dal costo inquantificato, per rendere le piste idonee agli F-35 e ai droni Predator statunitensi, acquistati dall’Italia.

Alla Naval Air Station Sigonella, in Sicilia, sono stati effettuati lavori per oltre 100 milioni di dollari a carico di Stati uniti e Nato, quindi anche dell’Italia. Oltre a fornire appoggio logistico alla Sesta Flotta, la base serve a operazioni in Medioriente, Africa ed Europa orientale, con aerei e droni di tutti i tipi e forze speciali. A tali funzioni si aggiunge ora quella di base avanzata dello «scudo anti-missili» Usa, in funzione non difensiva ma offensiva soprattutto nei confronti della Russia: se fossero in grado di intercettare i missili, gli Usa potrebbero lanciare il first strike nucleare neutralizzando la rappresaglia.

A Sigonella sta per essere installata la Jtags, stazione di ricezione e trasmissione satellitare dello «scudo», non a caso mentre, con il lancio del quinto satellite, sta per divenire pienamente operativo il Muos, il sistema satellitare Usa che ha nella vicina Niscemi una delle quatto stazioni terrestri.

Il generale James Dickinson, capo del Comando strategico Usa, in una audizione al Congresso il 7 giugno 2017 ha dichiarato: «Quest’anno abbiamo ottenuto l’appoggio del Governo italiano a ridislocare, in Europa, la Jtags alla Naval Air Station Sigonella».

Era al corrente il Parlamento italiano di una decisione di tale portata strategica, che porta il nostro paese in prima linea nel sempre più pericoloso confronto nucleare? Se ne è almeno parlato nelle commissioni Difesa? >> (16).

 

5. In Puglia, due città, Taranto e Foggia, stanno subendo trasformazioni territoriali finalizzate all’approntamento di una rete di infrastrutture che apparentemente nulla hanno a che fare con il loro utilizzo ai fini militari. In realtà esse sono ben velate sotto l’uso civile delle infrastrutture (logistica, ferroviarie, aeroportuali, portuali) per lo sviluppo economico dei territori e delle città, ma nella sostanza esse sono fondanti come nodi di una rete nazionale (ed europea) che fa dell’Italia una espressione geografica al servizio delle strategie statunitensi.

Taranto, una città storicamente rilevante per la funzione militare e strategica sin dalla più remota antichità fino ai giorni nostri (17), è attraversata, dal 2012 anno di intervento della Magistratura tarantina, da una fase complessa di trasformazione da polo siderurgico a polo strategico della Nato (18). Un polo Nato che incorporerà città e territori interscalari (dal mondiale al locale con differenza qualitativa in relazione “alla specificità storica delle morfologie scalari associate ai processi sociali e alle forme istituzionali”) riconfigurandoli e riorganizzandoli alle esigenze di uno sviluppo imperniato sulle strategie USA-Nato. Un territorio logistico che formalmente è progettato per diventare un hub dell’area mediterranea destinato ad aggregare iniziative nazionali ed internazionali a sostegno della ricerca, sviluppo, sperimentazione e certificazione di soluzioni integrate tra trasporto aereo e industria aerospaziale, ma sostanzialmente piegato alle esigenze del conflitto USA-Nato per contrastare le emergenti potenze mondiali (Russia e Cina). E’ qui che si sta realizzando un progetto tra USA ed Enac (Ente Nazionale per l’Aviazione Civile) per l’utilizzo di Droni con una compressione di tempo e di spazio impressionante: si parla di 100 minuti da Los Angeles a Roma attraverso un corridoio nella stratosfera (19), ovviamente per il trasporto merci di uno sviluppo pacifico e non di uno sviluppo finalizzato agli scenari di guerra. Tutto questo a partire dal 2012 (l’anno serve solo per indicare il punto di svolta dei processi sociali storicamente dati) in un luogo istituzionale di medio potere, quale è la regione Puglia, con un Presidente, Nichi Vendola, l’uomo della famosa risata servile verso i poteri dell’ILVA (20).

Foggia, una città storicamente rilevante per la posizione geografica (un nodo di collegamento tra la via Adriatica, la via Tirrenica e la via interregionale) sin dai tempi di Federico II fino ad oggi (21). Il territorio logistico è in fase di progettazione: una riconversione dello storico aeroporto “Gino Lisa” (22) (è stato nel periodo tra le due guerre mondiali una scuola per piloti di importanza mondiale, qui si sono formati i primi piloti statunitensi comandati dal Maggiore Fiorello La Guardia) in sede della Protezione Civile regionale che è il cavallo di troia per nascondere il vero obiettivo di un aeroporto di merci e mezzi militari (unica ragione per tenere in vita un aeroporto economicamente insostenibile); una riconfigurazione della base Amendola come base di fatto a comando USA-Nato così come da interventi progettati dal Pentagono; una grande area logistica ingiustificata tenendo conto del basso livello dello sviluppo economico della città e del territorio; un collegamento stradale e ferroviario tra area logistica, nodi territoriali e aerea portuale di Manfredonia ( antico porto di scambi con l’altra sponda adriatica) (23); una rete ferroviaria ad alta capacità in fase di realizzazione di collegamento tra Roma-Bari, facente parte della rete Scandinavia-Mediterraneo (Helsinki-Valletta) una delle linee strategiche europee e uno degli obiettivi della programmazione a lungo termine per lo sviluppo del settore ferroviario (24).

Posso dire con Ennio Flaiano che la situazione politica in Italia è grave ma non è seria se si pensa che la struttura del Libro Bianco del Ministero della Difesa (25) è tutta interna alla logica funzionale Nato ad egemonia USA. Tutto questo la dice lunga sull’autonomia e sul ruolo della sfera militare italiana frammentata e incapace di esprimere agenti strategici per un disegno, per una idea di una nazione autonoma e sovrana nelle relazioni mondiali (26).

 

6. Io non vedo nessun ruolo che l’Italia possa avere nel Mediterraneo così come non vedo nessun ruolo che la Francia e la Germania possano avere per un processo di costruzione di autonomia europea.

La divisione del lavoro tra una Francia (leader militare) e una Germania (leader economica) per costruire un asse su cui pensare una futura Europa è una utopia irrealizzabile (27).

Il problema vero è l’assenza di agenti strategici autonomi in tutte le nazioni europee (a diverse sfumature considerata la storia e la cultura peculiari di ogni singolo popolo) in grado di liberarsi dalle strategie e dalla occupazione militare statunitensi sul continente Europa. L’autonomia e le relazioni tra nazioni sono processi storici che non si costruiscono nel breve periodo.

Se non si avvierà questa costruzione di soggetti di trasformazione non dati dalla Storia ma costruiti nella Storia che pensano un progetto di coordinamento europeo per rilanciare un ruolo significativo del continente Europa tra Occidente e Oriente e soprattutto nuove relazioni con le potenze mondiali che lottano per un mondo multicentrico, dispiace dirlo scivoleremo tutti in quella che Gyorgy Lukacs ha definito :<< La stupidità e la disonestà si manifestano anzitutto nell’adattamento dei sentimenti e delle idee alla infamia della realtà sociale [ad egemonia statunitense, mia aggiunta]>> (28).

EPIGRAFI

 

* Carl Schmitt, Dialogo sul potere, Adelphi, Milano, 2012, pp. 58-59.

**Clausewitz, Dalla guerra, Mondadori, Milano, 2011, pp. 429 e 432.

 

NOTE

 

1. Ad ulteriore conferma del ruolo importante dei comandanti militari nelle relazioni internazionali si legga Manlio Dinucci, Italia-Israele: la << diplomazia dei caccia >> in www.voltairenet.org, 14/12/2017; sulle rivoluzioni spaziali mondiale si veda Carl Schmitt, Dialogo sul nuovo spazio in Carl Schmitt, Dialogo sul potere, op.cit., pp. 49-93; Carl Schmitt, Terra e mare, Adelphi, Milano, 2006; Matteo Vegetti, L’invenzione del globo. Spazio, potere, comunicazione nell’epoca dell’aria, Einaudi, Torino, 2017.

2. Il termine comandante è riferito non solo alla sfera militare, ma può essere allargato anche alle altre sfere sociali perché è da intendere come espressione di dominio della gerarchia del mondo << Per i greci il mondo era fatto soltanto di rapporti di forza, di gerarchie, di livelli di autorità. Il mondo era composto da chi stava sopra e da chi stava sotto, da chi comandava e da chi ubbidiva. >> in Franco Farinelli, L’invenzione della terra, Sellerio, Palermo, 2016, pag. 38.

3. Sugli Stati Uniti come prima potenza militare oltre ai rapporti SIPRI (www.sipri.org) si rimanda a Guy Mettan, Russofobia. Mille anni di diffidenza, Sandro Teti Editore, Roma, 2016, pp.272-312; Manlio Dinucci, Geopolitica di una <<guerra globale>> in AaVv, Escalation. Anatomia della guerra infinita, Derive Approdi, Roma, 2005, pp. 11-112; Wesley K. Clark, Vincere le guerre moderne, Iraq, terrorismo e l’impero americano, Bompiani, Milano, 2004. A mio avviso, non sono convincenti le analisi di The Saker (per esempio, Pensi che la sua valutazione sia accurata ?, www.sakeritalia.it, 9/11/2017) e di Paul Craig Roberts (per esempio, Un giorno non ci sarà un domani, www.comedonchisciotte.org, 28/10/2017) sulla debolezza della sfera militare USA.

4. Sul popolo eletto si rimanda a Costanzo Preve, La quarta guerra mondiale, Edizioni all’insegna del Veltro, Parma, 2008, pp.156-160.

5. Cal Schmitt, Il nomos della terra nel diritto internazionale dello << jus pubblicum europaeum >>, Adelphi, Milano, 1991, pag.407.

6. Domenico Losurdo, Rivoluzione d’Ottobre e democrazia, www.marx21.it, 30/8/2017.

7. Donald J. Trump, National Security Strategy of the United States of America in www.whitehouse.gov./…/NSS-Final-12-18-2017-0905.pd; Si legga anche Manlio Dinucci, Il vero libro esplosivo è a firma di Trump, www.ilmanifesto.it, 9/1/2018.

8. Richard Sennet, La coscienza dell’occhio, Feltrinelli, Milano, 1992.

9. Franco Farinelli, L’invenzione, op.cit., pp. 55-62; si legga il capitolo secondo dell’interessante libro di Matteo Vegetti, L’invenzione del globo, op.cit., pp.31-76. 10.Neil Brenner, Stato, spazio, urbanizzazione, Edizioni Guerini e Associati, Milano, 2016, pp.35-36.

11. Per la guerra di indipendenza si rimanda a Gino Luzzatto, L’evoluzione economica e sociale mondiale negli ultimi due secoli, Storia Universale, vol. VII, Casa Editrice Francesco Vallardi, 1970, pp.3-116; per la guerra di secessione si veda Raimondo Luraghi, La guerra civile americana. Le ragioni e i protagonisti del primo conflitto industriale, BUR-Rizzoli, Milano, 2013.

12. Concetto Marchesi, Tacito, Casa editrice Giuseppe Principato, Milano-Messina, 1942, pp.129-170.

13. Per un primo svelamento sull’uso della infrastrutture, tramite la Nato e l’Unione Europea, in funzione delle strategie degli Stati Uniti di penetrazione ad Est dell’Europa per contrastare soprattutto la potenza mondiale emergente come la Russia, si rimanda a Luigi Longo, Tav, Corridoio V, Nato e USA. Dalla critica dell’economia politica al conflitto strategico, www.conflittiestrategie.it, 23/12/2012.

14. Mario Gismondi, Taranto: La notte più lunga. Foggia: la tragica estate, Dedalo, Bari, 1968.

15.Manlio Dinucci, Nasce la Pesco costola della Nato, www.voltairenet.org, 28/11/2017; si veda anche Alessandro Marrone, UE: difesa, parte Pesco, cooperazione strutturata permanente, www.affarinternazionali.it, 14/11/2017.

16. Manlio Dinucci, Le grandi opere del Pentagono a spese nostre, www.voltairenet.org, 5/12/2017.

17.G.C.Speziale, Storia militare di Taranto. Negli ultimi cinque secoli, Laterza, Bari, 1930.

18. Luigi Longo, Dalla trappola capitale/lavoro – capitale/ambiente al conflitto strategico, www.conflittiestrategie.it, 7/8/2012; Idem, Taranto, da polo siderurgico a polo strategico della Nato, www.conflittiestrategie.it, 20/7/2013.

19. Franco Giuliano, Aerei senza pilota la Puglia è nel futuro, www.lagazzettadelmezzogiorno.it, 15/4/2014.

20. Domenico Palmiotti, La Puglia investe nell’aerospazio, www.ilsole24ore.com, 20/4/2014; Marolla, L’aeroporto di Grottaglie piattaforma logistica dell’area mediterranea, www.impresametropolitana.it, 16/3/2016; Leo Spalluto, Taranto, smontare aerei e navi nuovo spazio per le imprese, www.lagazzettadelmezzogiorno.it, 15/6/2017; Redazione Repubblica, Aeroporto di Taranto-Grottaglie, iniziati lavori potenziamento infrastrutture, https://finanza,repubblica.it/News/2017/12/27/aeroporto_di_taranto_grottaglie_iniziati_lavori_infrastrutture-161/, 27/12/2017.

21. Macry Paolo, L’area del Mezzogiorno in Storia d’Italia, Volume Sesto, Atlante, Giulio Einaudi Editore, Torino, 1976; J.-M. Martin-E. Cuozzo, Federico II. Le tre capitali del Regno di Sicilia: Palermo-Foggia-Napoli, Procaccini Editore, Napoli, 1995.

22. Luigi Iacomino, L’aeronautica militare a Foggia e in Capitanata, Edizioni del Rosone, Foggia, 2002; Idem, Storia dell’aviazione in Capitanata, Grenzi Editore, Foggia, 2006;.

23. Si veda il Piano Strategico di area vasta “Capitanata 2020” in www.capitanata2020.eu.

24. RFI, Audizione senato, VIII Commissione permanente, Lavori Pubblici, Comunicazione, Contratto di Programma 2012-2016, Parte Investimenti, Aggiornamento 2015, www.senato.it/…commissione/…/Memoria_RFI-Audizione_del_24_maggio_2016.

25. www.difesa.it/Primo_Piano/Documents/2015/04_Aprile/LB_2015.pdf

26. Fabio Mini, Usa-Italia comunicazione di servizio, Limes n.4/2017; Gianfranco La Grassa, La nostra italietta, www.conflittiestrategie, 3/1/2018.

27. Il ruolo dell’Eni e dell’Invitalia che emerge dalle interessanti analisi di Alberto Negri non può essere condiviso perché ignora il fatto che dietro alle grandi imprese (sia pubbliche sia private) non esiste uno Stato, inteso come luogo di potere degli agenti sub-sub-dominanti italiani, in grado di proteggere il loro ruolo e le loro strategie di penetrazione nelle aree di interesse (la Libia, l’Egitto, l’Iran, solo per fare alcuni esempi, non insegnano niente?). Così dicasi per un ruolo ancora più di peso, impegnativo e qualificato quale quello di un intervento nell’area Mediterranea avanzato da Fabio Falchi e da Pierluigi Fagan. Si vedano: Alberto Negri, L’Italia alla conquista del gas, è l’unica arma per contare nel mondo, www.tiscali.it, 17/12/2017; Alberto Negri, L’Italia fa grandi affari con l’Iran e se ne infischia delle sanzioni di Trump. Cinque miliardi di euro sono solo l’inizio, www.tiscali.it, 12/1/2018; Fabio Falchi, L’Italia, il Mediterraneo e il futuro dell’Europa, www.eurasia.com, 1/12/2017; Pierluigi Fagan, Propositi per il nuovo anno: torniamo a pensare un piano B per l’Europa, www.pierluigifagan.wordpress.com, 2/1/2018.

28.Gyorgy Lukacs, Tolstoj e l’evoluzione del realismo, www.gyorgylukacs.wordpress.com, 30/8/2016.

PROPOSITI PER IL NUOVO ANNO: TORNIAMO A PENSARE UN PIANO B PER L’EUROPA, di Pierluigi Fagan

Qui sotto un articolo di Pierluigi Fagan del quale a breve pubblicheremo una videointervista.

Il tema dell’Europa e delle possibili dinamiche future che interesseranno i suoi stati, posto nel pezzo,risulta ancora più attuale alla luce del recente incontro tra Paolo Gentiloni, Presidente del Consiglio uscente e Emmanuel Macron, Presidente della Repubblica di Francia. Un incontro importante più che per i contenuti specifici per la decisione di addivenire entro il 2018 ad un vero e proprio trattato bilaterale. Sino ad ora l’unico trattato importante di questo genere ha riguardato la Francia e la Germania, ormai cinquantacinque anni fa. Gli sviluppi prossimi ci diranno se si tratta di un evento estemporaneo, utile soprattutto alla Francia a porsi come cerniera tra parte dell’area europea mediterranea e la Germania oppure di un atto dirompente che porterà alla formazione in Europa di aree di influenza distinte e sempre più strutturate. Impressionante la totale assenza nel discorso di Gentiloni, al quale vanno riconosciute notevoli doti di ironia, di un qualsiasi accenno ai colpi di mano e alle forzature che la classe dirigente e la diplomazia francese hanno prodigato negli ultimi anni a cominciare dalla Libia per arrivare alle scorribande nei settori della telefonia e al recente pesante intervento nell’accordo Fincantieri-STX. Alla nostra decadente classe dirigente è ancora sufficiente propinare una buona dose di retorica europeista per sublimare, è il termine utilizzato recentemente dal Ministro della Difesa Pinotti, ancora una volta l’interesse nazionale, rinunciando con ciò a priori a porre basi solide di trattative con gli altri attori europei. Basta osservare la mappa dei posti occupati in sede comunitaria per comprendere l’importanza e il punto di vista da cui partono i nostri cosiddetti rappresentanti_Giuseppe Germinario

PROPOSITI PER IL NUOVO ANNO: TORNIAMO A PENSARE UN PIANO B PER L’EUROPA.

PROPOSITI PER IL NUOVO ANNO: TORNIAMO A PENSARE UN PIANO B PER L’EUROPA.

In Europa è in atto una unione tra 27 stati, con una sezione rinforzata che adotta una moneta comune a 19 Paesi. Cosa s’intende per “Unione”? Nei fatti, l’Unione europea è una confederazione. Una confederazione altro non è che una alleanza intorno ad uno o più aspetti della politica interstatale. Tali alleanze sono giuridicamente regolate da un trattato o da una rete di trattati. Una confederazione, nonostante l’assonanza, non ha nulla a che fare con una federazione. Una federazione  è un modo di organizzare internamente uno stato sovrano mentre nella confederazione gli stati associati rimangono sovrani individuali tranne che per le questioni che hanno deciso di mettere assieme nell’alleanza. Nessuno al momento ha dichiarato, né sembra avere intenzione ed obiettivo, di voler fare della confederazione europea una futura federazione[1].

Il perno del piano confederale europeo, non è la Germania,  è la Francia. L’ Unione europea è in primis, è in essenza e ragion d’essere, il trattato di pace tra Francia e Germania, convivenza storicamente difficile che ha segnato la storia europea negli ultimi due secoli. Lo stato della relazione tra Francia e Germania è oggi in un impasse. La Francia ha superato la crisi politica di una paventata affermazione delle forze politiche più nazionaliste e critiche su i prezzi di sovranità pagati da Parigi per serrare Berlino in una rete di condivisioni che senza portare ad alcuna effettiva fusione che ripetiamo, in realtà nessuno vuole, garantisse l’impossibilità di ritrovarsi in una situazione di reciproco conflitto. La soluzione alla temuta crisi francese che arrivava alle elezioni con una classe politica devastata,  è stata una faccia nuova, un partito nuovo, una classe dirigente presuntivamente nuova, una triplice novità formale per continuare la strategia politica ed economica ormai tradizionale dell’area euro-liberale, francese nello specifico. A sei mesi dalle elezioni però, Macron ancora non si è politicamente espresso, sta aspettando di siglare un accordo sostanziale con la Merkel, ma la Merkel è alle prese con la difficile soluzione della sua crisi per la formazione di un governo stabile in Germania.

Di questo patto franco-tedesco al cuore del progetto confederale, che tutti suppongono esistere (e che parte dal Trattato dell’Eliseo del 1963) ma di cui nessuno conosce precisamente il contenuto, fanno parte le due grandi aree costitutive i sistemi di vita associata: l’economico-monetario e, prossimamente, il militare[2]. Quanto all’economico, è fuori di discussione che le regole sono e verranno imposte dalla Germania, sebbene la stessa Germania avrà interesse a salvaguardare la posizione di Macron. Macron è chiamato ad operare in maniera sostanziale sulle  forme socio-economica della Francia, la quale ha goduto sino ad oggi di molti permessi speciali in termini di allineamento alle severe linee stabilite dalla Germania e condivise dai paesi del nord Europa. Questo intervento è improcrastinabile ma a Macron dovrà esser garantita qualche contropartita effettiva altrimenti il dissenso che il suo intervento provocherà in Francia, lo brucerà. Macron è per molti versi l’ultima possibilità per la Francia, se salta è imprevedibile la rotta che potrebbe prendere l’esagono. Ecco allora che in attesa la Merkel si possa presentare al tavolo della trattativa franco-tedesca,  a dicembre spunta fuori un Rapporto strategico di difesa e della sicurezza nazionale  della Repubblica francese ed un paper congiunto di think tank francesi e tedeschi, di cui è interessante seguire i ragionamenti[3]. Questa mossa, più della nebulosa frittura di parole vuote che ha viaggiato nel pubblico dibattito sotto l’etichetta “Europa a più velocità”, sembra prefigurare la mossa francese per sdoganare una nuova fase strategica della confederazione europea: a voi l’economia, a noi la difesa.

Questi documenti dicono che si è attori geopolitici, si è giocatori in grado di sedersi al tavolo del gioco di tutti i giochi del mondo multipolare, giocatori in grado di imporre e non subire una strategia a protezione e promozione dei propri interessi sovrani, laddove -in termini di politica estera- si verificano le piene condizioni di autonoma decisione politica, capacità operative, autonomia produttiva dei sistemi d’arma. La sequenza in realtà va letta al contrario, senza una autonomia produttiva di competitivi sistemi d’arma né si è operativamente in grado, né si può esser sovrani politicamente. Stante la necessità ovvia di discutere, precisare e firmare tra Francia e Germania documenti di intenti chiari, la prima condizione necessaria sarà chiarire le questioni relative ai soldi,  a gli investimenti nella ricerca, sviluppo e produzione dei nuovi sistemi d’arma. Qui ci sono tre problemi.

Il primo è che i due consoli confederali, sul fatto militare sono asimmetrici poiché mentre la Francia ha costantemente cercato di reggere il passo della competizione sull’argomento, la Germania si è volutamente astenuta[4] avendone come doppio vantaggio sia una maggior leggerezza di bilancio pubblico, sia la libertà, forse anche più importante, di spadroneggiare economicamente dato che non costituiva una minaccia militare.

Il secondo non è esattamente un problema ma una constatazione. Ora che non c’è più l’UK e che Trump, da una parte reclama il “giusto” contributo alla NATO di cui però gli USA e la stessa UK rimangono i comandanti in capo e visto che l’interesse geo-strategico anglosassone andrà nel tempo e divergere da quello sub continentale, la necessità di recuperare la piena sovranità di difesa si fa improcrastinabile. Ma questa è anche una opportunità poiché sarà cifra del nuovo mondo multipolare, aumentare gli investimenti in arma[5], investimenti che oltre che occupazione, portano notoriamente ad un parallelo grande sviluppo tecnologico che ha positivi fall-out sull’economia civile. In più, essere competitivi su questo importante segmento, oltre che autonomia, porterà vantaggi all’export e con l’export militare oltreché bilancio si fa strategia poiché così come si è sovrani se si è autonomi, non lo si è se si dipende dalle forniture terze, appunto le forniture che una nuova industria europea d’armi potrebbe garantire ai partner geopolitici che verranno catturarati nella propria sfera d’influenza. Su questo punto, Cina, Russia ed ovviamente USA sono già molto presenti, l’UK ha già deliberato di voler sviluppare una propria nuova competitività, Turchia ed Arabia Saudita, nel comprare armi dai russi, hanno chiesto di avere in patria anche gli impianti industriali per produrle, preludio per l’acquisizione di un know how di partenza che possa emanciparle -almeno in parte-  dalla dipendenza verso terzi. Avere un mercato di sistemi d’arma plurale, sarà necessario in un mondo multipolare e chi sarà solo compratore non sarà autonomo, quindi sovrano.

Il terzo punto invece torna a presentare problemi. E’ chiaro, sottintende Macron, che tutto ciò ha dello straordinario, quindi prescinde dalle norme economiche standard tanto care ai tedeschi, stante che la Francia è sicuramente almeno all’inizio in vantaggio sull’argomento, ovvero reclamerà la parte del leone sullo sviluppo di questa strategia il che le permetterà di bilanciare il negativo dei tagli e degli interventi per neo-liberalizzare l’economia transalpina con importanti investimenti e relativa occupazione nel nuovo sviluppo di questo settore.  Ma questo punto rischia di non essere digeribile per gli stomaci tedeschi che notoriamente non hanno l’elasticità tra le loro qualità digestive. Tre sono le difficoltà digestive tedesche: la prima è condividere il potere tenendosi l’economico ma sostanzialmente subordinandosi su quello di politica estera dove per altro non è affatto detto che la pura strategia geopolitica tedesca -come poi vedremo-  vada naturalmente a coincidere con quella francese; il secondo è che ogni eccezione al rigore, all’austerity, alla rigidità dei limiti eventualmente concessi ai francesi accenderà la già baldanzosa opposizione tedesca ma anche quella di tutti i Paesi europei costretti invece al più rigido allineamento; il terzo è che, in linea generale, i tedeschi non amano sentir parlare di armi, eserciti, guerre anche solo temute e ventilate e francamente anche molti altri nel mondo e nell’Europa stessa.

Si tenga infine conto che al di là degli interessi francesi in termini di equilibrio di potere ai vertici della confederazione, il seggio francese al Consiglio di sicurezza della Nazioni Unite potrebbe presto esser revocato se non fosse in grado di rappresentare qualcosa di più che la sola Francia ed inoltre, come abbiamo già ripetutamente notato negli ultimi mesi, la Francia sa che una eventuale perdita del suo potere e ruolo nel quadrante occidentale africano, sarebbe per lei esiziale. Perdita che va anticipata portando Germania ed anche Italia a condividere i costi di presenza e manovra nell’area. Questo obiettivo, affiancare alla già fitta rete di disposizioni ed istituzioni comuni sul piano economico la cui egemonia strategica è tutta in mani tedesche, una nuova rete di interessi e strategie concrete sul piano della difesa, è essenziale per Macron e la Francia, lo è in chiave di bilanciamento europeo ma prima ancora, lo è sul piano dell’esistenza futura della Francia stessa.

In sintesi, i due consoli della confederazione sembrano voler andare ad un rinforzo con spartizione e bilanciamento della loro diarchia, quella fase che è stata pomposamente annunciata come “Europa a più velocità”. Per quanto l’iper produzione di discorso economico e valutario imperi ancora oggi nelle analisi sulla causa unica dei processi europei, nel mondo “grande e terribile”, si ragiona ormai da tempo coordinando interessi economici, valutari e geopolitici. Russia, Cina, la nuova America di Trump, l’India, le locali potenze islamiche (Arabia Saudita/EAU, Turchia, Iran, Egitto, Pakistan), ma anche la Corea del Sud ed il Giappone, sono già alle prese con questo tipo di gioco sconosciuto a gli osservatori economici e non è un caso che al di là delle specifiche convenienze nel necessario riequilibrio delle forze tra Germania e Francia sia proprio quest’ultima a portare avanti l’argomento in uno scenario discorsivo altrimenti ingombro di fiscal compact, euro e bilanci. Il patto per una nuova fase confederale quindi, dovrà basarsi su due egemonie, quella economica e valutaria tedesca e quella di difesa e politica estera francese che poi porteranno i due a dover contrattare, l’un con l’altro, anche gli aspetti di cui sono leader dato che i due argomenti sono strettamente intrecciati. La confederazione europea, lungi dal voler diventare uno Stato federale, tenderà ad evolversi legando tra loro ulteriormente i due contraenti il trattato di pace, accentrando sempre più su di loro i poteri decisivi. Tutto questo ci porta a due considerazioni. La prima è che nonostante le sue difficoltà di sviluppo ed attuazione, questa strategia non ha -al momento- alternative se non portare l’intero e decennale progetto confederale sull’orlo o oltre l’orlo del collasso, non ha alternative ovviamente stante l’attuale assetto della confederazione europea ed il suo decennale percorso. La seconda è che occorre cominciare a prevedere un piano B, pensare appunto ad una alternativa, sia perché certo l’avranno certo fatto tanto i francesi che i tedeschi, sia perché il piano A certo non può piacere ad un italiano che non abbia un cervello seriamente danneggiato.

Quale potrebbe essere un piano B per i tedeschi? La Germania potrebbe non sentire così pressante la necessità di dotarsi di una potenza  militare, in fondo una blanda politica estera già la fanno a traino dei loro interessi economici. Potrebbero aderire alle richieste di Trump di incrementare i contributi NATO, magari più assegni e mezzi tecnici che uomini, magari facendoli pesare sull’altro piatto della bilancia sbilenca, ovvero la bilancia commerciale. Altresì, ai tedeschi, è probabile interessi non rompere tutti i legami con gli inglesi temendo grandemente la britannica concorrenza banco-finanziaria ed anche geopolitica relativamente all’area dell’est Europa a cui i tedeschi guardano come loro Grossraum (grande spazio) naturale e dove già agisce in maniera disordinante gli Stati Uniti. E’ natura di una Germania potenza solo economica avere interesse ad adottare, come sino ad oggi hanno fatto, un basso profilo geostrategico, amici di tutti perché gli affari si fanno con tutti. Una Germania più assertiva e schierata, potrebbe essere una Germania meno benvenuta in sede di commercio internazionale. Una Germania tendenzialmente ambigua, passiva e neutrale, come sino ad oggi è stata, potrebbe piacere anche alla Russia con la quale la Germania ha un dialogo geo-storico longevo e naturale. Una resistenza passiva tedesca a gli intenti francesi, un convenire ma ritardare, accettare ma complicare, non dispiacerebbe in fondo neanche a molti altri partner europei certo non contenti di dover diventare feudo periferico non solo dell’economicismo tedesco ma anche del militarismo francese. Alcuni poi, soprattutto i Paesi dell’est e dell’area balcanica, preferiscono dichiaratamente sottomettersi direttamente all’ombrello USA/NATO rispetto ad un ipotetico esercito europeo, poiché ravvedono forte il comune interesse a contenere la Russia ed è certo che per contrastare l’ipotetico contro-potere dei due europei, gli americani useranno molto questa leva. Non incrinare troppo i rapporti con questa area che i tedeschi ritengono per loro decisiva, potrebbe esser vantata come causa per rallentare o dilungare la costruzione di una effettiva alleanza militare più stretta. Nel caso poi di una ipotetica implosione dell’euro e della stessa UE, la Germania forte del suo ruolo economico nell’area del nord Europa, può sempre contare su un grande spazio di più di 6000 mld  US$ di Pil. Infine, extrema ratio, la teoria geopolitica dice che al di là delle contingenze attuali, un sistema binario Germania – Russia sarebbe assai temibile per tutti e non poco conveniente per entrambi i partner (energia/mano d’opera  vs tecnologia). Non è detto quindi che la Germania seguirà con convinzione il piano A francese che per lei ha convenienze problematiche  e comunque ha diverse opzioni alternative.

E la Francia? Quale potrebbe essere un piano B per i francesi? La Francia è notoriamente una sorta di media europea, occidentale quanto centro europea, meridionale quanto settentrionale, franca quanto latina, atlantica quanto mediterranea e da ultimo neoliberista non meno che storicamente statalista. Se non si concretizzasse lo sviluppo della strategia di diarchia coi tedeschi, consapevole pur con dolore di lesa maestà che da sola non andrebbe da nessuna parte, non le rimarrebbe che il Mediterraneo, i Paesi latini. Una più stretta confederazione tra i Pesi latini mediterranei, conterebbe su una popolazione di circa 200 milioni, per un Pil di poco meno di 6000 mld US$ che avrebbe, per consistenza, il terzo posto nella classifica mondiale. Dal seggio nel Consiglio di sicurezza a tutti tavoli in cui si discutono le regole del nuovo gioco del mondo, fino al proporsi come terzo nella dialettica cinese – americana, nonché potendosi così garantire il diritto di primazia sulla sempre più turbolente area mediterranea, questo sistema ha molti punti di prospettiva.  Questa configurazione avrebbe una qualità in più rispetto a quella attuale ovvero una certa omogeneità relativa delle popolazioni e delle istituzioni dei Paesi associati. E’ ad esempio chiaro che i latino mediterranei avrebbero tutt’altro atteggiamento nei confronti di una loro eventuale moneta comune alternativa, tutto quanto di indigeribile c’è nell’attuale sistema dell’euro, potrebbe non esserci in questa diversa configurazione, ad esempio una moneta d’aiuto a rientrare dai picchi più gravi di indebitamento, una moneta a disposizione per investimenti e politiche espansive, una moneta diversamente prezzata su i mercati internazionali ovvero maggiormente di supporto all’export. Proprio i francesi potrebbero trarre molto giovamento da scambi regolati da una valuta meno impegnativa dell’euro, poiché più di altri volti a mercati non europei. Ma anche la politica estera sarebbe più naturalmente condivisibile dal momento che la dicitura “latino-mediterranea” richiama appunto un comune quadro geografico e storico di lunga durata, un quadro di interessi comuni naturali poiché amalgamati da un tempo e spazio comune. Portoghesi e spagnoli, potrebbero aprire a più strette relazioni col mondo centro-sud americano mentre Africa occidentale e mediterranea e Medio Oriente sarebbero altrettanto naturale obiettivo di relazioni multiple e strategiche, anche in termini di sviluppo, sviluppo viepiù potenziato dall’utilizzo di una moneta libera dai dogmi tedeschi. Soprattutto, questa seconda linea avrebbe maggiori possibilità di puntare con decisione ad un esito finale chiaro e pre-definito, un esito il cui obiettivo potrebbe ordinare tutto il precedente processo di condivisione: una futura effettiva fusione istituzionale federale, quindi politica, quindi democratica. Sulle questioni strategiche decisive, non ci sarebbe decisione possibile nell’ipotetico futuro parlamento federale latino-mediterraneo, senza accordo tra Francia ed Italia che farebbero assieme il 63% dei seggi parlamentari. Questo piano B però, non è oggi nelle agende dei decisori francesi.

Una federazione dei pesi latino-mediterranei è pensabile a differenza degli impossibili Stati Uniti d’Europa e questa prospettiva è l’unica che può riquadrare la doppia esigenza di superare lo stato nazionale da una parte e darsi un nuovo sistema ordinabile politicamente e democraticamente dall’altra, creando un soggetto geopolitico di tutto rispetto per i giochi multipolari. L’Unione europea o il sistema dell’euro non sono sistemi politici e quindi democratici proprio perché sono confederazioni, alleanze laddove le alleanze sono degli accordi contrattati da Stati sovrani. Questi Stati si definiscono e cercano di essere (pur in maniera molto approssimata) “democratici” ma solo al loro interno, in termini di trattati internazionali agiscono tramite mandato nazionale stante che effettivamente, le deleghe nel voto di rappresentanza, contengono in genere assai poco in termini di contenuto condiviso su ciò che effettivamente va fatto -con chi e come- in politica estera. L’omogeneità strutturale tra i Pesi latino-mediterranei, a partire dalla lingua che è poi il presupposto di ogni costruenda nazionalità, ma anche la cultura (incluso il fondo religioso), lo stile di vita, lo spirito, oltreché come abbiamo accennato l’interesse economico e geopolitico che sono i due assi centrali di ogni strategia di sopravvivenza nel nuovo mondo complesso e multipolare, danno consistenza e lasciano intravedere possibilità di ulteriore sviluppo storico di questa idea.

E l’Italia? L’Italia ha tre strade davanti a sé.

La prima è quella di continuare a farsi trascinare dentro i meccanismi della insidiosa confederazione europea. Qui va chiarito ai meno realisti, ovvero coloro che pensano che una cosa basta pensarla per renderla possibile, che questo non porterà mai a nessuna ipotetica federazione degli Stati Uniti d’Europa che oltreché nessuno davvero vuole e comunque impossibile in linea di principio[6]. Poiché nessuno ha in animo la costituzione di una unione politica democraticamente contendibile, è da stamparsi bene in mente che un assetto confederale mai e poi mai potrà esser soggetto a decisioni democratiche, richiedere la “democrazia” in una confederazione non ha semplicemente senso. Si sta quindi accettando la lenta dissipazione di ogni forma democratica in favore di trattative dirette e non pubbliche  tra Paesi forti, ovvero Francia e Germania, ma questo sacrificio non sembra poter avere un fine compensatorio da tutti gli altri condivisibile. I tedeschi non accetteranno mai di rimandare le decisioni politiche, economiche, fiscali, valutarie che li riguardano ad un parlamento democratico poiché quasi due terzi di quel parlamento, nel caso del sistema euro, voterebbe per un diversa politica monetaria. Quanto all’Italia nell’attuale Unione, non si tratta di nostra mancanza di protagonismo o bassa assertività o pugni sul tavolo, noi -semplicemente- non abbiamo alcuna ragione, peso, potenza e possibilità di intrometterci nel trattato di pace franco-tedesco. Dopo aver ceduto la politica economica ai tedeschi, cederemo anche la politica estera ai francesi, poi altri pezzi di sovranità ad entrambi, diventando come quei personaggi dei film horror che si trovano nello stato di non morte, privati ormai di ogni potere per dirsi vivi, eppure formalmente ancora con un Presidente, una bandiera, un inno nazionale, una squadra di calcio e poco altro, imbozzolati in una Unione che ci toglie più di quanto ci dà, senza neanche la falsa promessa di poter un giorno sperare di avere una democratica sovranità condivisa.  Più si va avanti nella costruzione della ragnatela confederale, più -nei fatti- diventerà praticamente impossibile divincolarsi e disfarsene.

La seconda strada davanti a noi, è quella di pensar possibile e necessario un rimbalzo violento da questa situazione ovvero immaginare una uscita dall’euro e da questa UE, per decisione unilaterale o come gli apparentemente  più realisti sperano ovvero aspettando la sua conflagrazione spontanea. Questa conflagrazione spontanea rischia però di essere puro wishful thinking. Al di là delle notevoli difficoltà in cui si dibattono e dibatteranno i tedeschi ed i francesi nel regolare i loro contraddittori reciproci rapporti di potere all’interno dei vertici confederali, è molto difficile immaginare sia accettabile per le rispettive élite e per buona parte dei rispettivi sistemi-paese, una demolizione controllata dell’Unione e dell’euro. In questi casi, al crescere delle contraddizioni, si preferisce il cercar di mettere toppe di qui e di lì, anche per anni, pur di non ammettere che il matrimonio non regge più ed è ora di andare dagli avvocati. Né la maggioranza dei tedeschi, né dei francesi, sembra così scontenta della loro collocazione ai vertici confederali da spingere ad un collasso. Se Macron è l’ultima speranza francese ed anche tedesca, in un modo o nell’altro, finirà il suo primo ed anche un secondo mandato e semmai se ne riparla fra dieci anni, dieci anni che non ci possiamo permettere. La nostra uscita unilaterale -invece- è cosa che possono pensare solo gruppetti di indomabili utopisti dalla penna arrabbiata, che sta bene scritta su qualche foglio o pagina web ma che nel “mondo grande e terribile” delle cose reali, non ha alcuna possibilità concreta di realizzarsi.

Poi c’è la terza possibilità. Questa è la via del farci noi per primi, catalizzatori di un interesse latino-mediterraneo, un interesse che oggettivamente c’è almeno in potenza e che nessuno cura. Andrebbe fatto anche solo per formare un contro-potere che sebbene non invitato nel privé franco-tedesco, potrebbe comunque cercare di intromettersi su molte questioni. Il gruppo di Visegrad (Polonia, Repubblica Ceca, Slovacchia ed Ungheria) potenziato oggi anche con l’Austria, mostra come posizioni chiare e concrete, possono opporsi alla ragnatela tessuta dai franco-tedeschi, opponendo dei “no” che poi diventano delle importanti basi di successiva trattativa. Ma andrebbe fatto anche per perseguire una linea strategica alternativa che aiuti le contraddizioni dell’Unione e dell’euro a far implodere o indebolire le strutture che ingombrano il campo delle possibilità. Andrebbe fatto anche solo per spingere una Francia che per gran parte delle sue élite rimane franca e nord europea, a prenderla in considerazione come alternativa, anche per influire nelle loro dinamiche politiche interne, ma anche in Italia dove all’europeismo confederale del PD si oppongono mugugni di vario tipo che non paiono in grado di prefigurare alcuna vera alternativa viabile.

Andrebbe fatto per prefigurare un piano B che per noi sarebbe A, un piano che dovremmo fare anche a prescindere dalle spinte ad uscire dalla ragnatela euro-confederale, poiché anche riottenendo -non si sa come-  una ipotetica autonomia di ripristinata sovranità, nel mondo multipolare in cui siamo entrati, un Paese di 60 milioni di persone tra l’altro con sempre più anziani, su i piani energetici, economici, valutari e militari, delle nuove tecnologie e relativi investimenti di ricerca e sviluppo, nella gestione di una politica estera rivolta all’Africa ed ai problemi migratori, non può che avere una autonomia meramente formale[7]. Se l’Unione e l’euro sono i problemi ravvicinati in cui i poteri delle nostre decisioni vanno rinforzati, quelli di una minorità oggettiva in balia di russi, cinesi, indiani, trambusti africani ed islamici, britannici con rinnovato spirito piratesco ed americani alle prese con la loro inevitabile contrazione di potenza, lo sono in immediata e certa prospettiva. La sovranità -in teoria- decide certo come giocare la partita ma questa ha i limiti che sono imposti dal tavolo di gioco, le grandi dinamiche del mondo complesso e la strategia di gioco dei giocatori principali.  La sovranità dipende da condizioni di possibilità che riceve da contesti che non controlla, “sovranità” suona come un assoluto ma è un relativo.

Cosa saremo tra venti anni? Le forze sociali, intellettuali e politiche che si identificano con le idee di democrazia popolare, di emancipazione, di volontà di liberazione dal dominio delle logiche economiche e delle loro interpretazioni più estreme, neo-liberali o ultra-capitalistiche o come le si voglia definire, italiane ma anche latino-mediterranee, dovrebbero a nostro avviso, pensare a questa strada poiché è l’unica strategia che si fa carico non solo di dire no ai poteri dominanti ma anche di dire si ad altre forme di potere stante che i nostri sistemi di vita associata debbono per forza avere strutture con poteri[8]. Lamentandosi, criticando, insultando, corrodendo con le parole, i pensieri e le strutture dominanti, non accade nulla di concreto, accade qualcosa se realisticamente al problema dato si dà non la risposta A ma quella B, senza un piano B non c’è alcuno sbocco possibile ai crescenti malumori verso l’euro e l’UE, non c’è alcun peso negoziale da far valere a difesa dei nostri interessi minimi. Se si vuole essere forza alternativa occorre una viabile idea alternativa, questa di una confederazione dei più simili che attragga i francesi su una via alternativa,  vale in vista di negoziazioni su gli sviluppi dell’attuale UE ed euro ma di più vale in vista di una piena federazione politica latino-mediterranea. Questo di un futuro soggetto politico al contempo dotato di massa e pienamente sovrano e democratico,  è l’unico che vediamo, possibile e desiderabile.

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[1] La recente ricerca YouGov condotta in alcuni Paesi europei (dic.’17) sull’idea di Schulz di puntare alla concreta realizzazione degli Stati Uniti d’Europa ha dato risultati interessanti: d’accordo un 30% in Germania ed un 28% in Francia, percentuali invece gravemente minoritarie in Svezia, Finlandia, Danimarca e Norvegia. Altri Paesi non sono stati intervistati ma si può immaginare una forte contrarietà all’est ed una forse maggior adesione a sud. Come la solito il campione scelto dall’istituto di ricerca è molto esiguo ma più in generale, è molto dubbio che sia chiaro a gli intervistati il complesso portato di questa opzione. Difficile da immaginare che il restante 70% di francesi e tedeschi sia convertibile e soprattutto lo siano i tedeschi una volta chiarito che questo progetto porterebbe ad uno strappo con la propria area naturale di partner nord europei e che semmai gli Stati Uniti d’Europa andrebbero fatti  solo tra Germania e l’Europa latino-mediterranea. Se dopo 25 da Maastricht, questo è il sentimento, non si vede per quale ragione esso possa evolvere in positivo nei prossimi otto anni (Schulz parlava infatti di un processo costituzionale da chiudere nel 2025), soprattutto quando dall’empireo delle petizioni di principio si dovesse passare ai dettagli concreti.

[2] A novembre, è partita la Permanent Structured Cooperation (PeSCo) all’interno dell’UE con 22 partecipanti su 27. Dal 2021 ci sarà anche un Fondo europeo per la difesa e con il Rapporto annuale comune sulla difesa (CARD), costituiranno la base per lo sviluppo di questa nuova gamba della confederazione. Al momento, il tutto si muove ancora nell’ambito della NATO ma non credo sia questa la destinazione finale pensata dai francesi. QUI  

[3] Un articolo che presenta le idee dei piani: QUI  (all’inizio dell’articolo il link al pdf della Repubblica francese). Il documento congiunto SWP-IFRI – QUI 

[4] Un rapporto presentato al Parlamento tedesco nel 2014, dava un quadro disastroso dello stato di condizione della Bundeswehr. Da allora gli investimenti sono aumentati e così gli arruolati ma la strategia tedesca sembra esser un’altra. Con il Framework Nation Concept, ha dato il via all’accorpamento di alcune divisione estere (olandesi, rumeni e cechi, ma già si parla anche di scandinavi), ovvero formazioni di battaglioni misti tra tedeschi e stranieri. La strategia tedesca è sempre la stessa, legare i partner con molteplici fili, ognuno dei quali singolarmente poco rilevante, che nell’insieme però riducano l’altro ad una condizione di compromissione tale da rendere impossibile l’eventuale distacco. QUI 

[5] Dal 2005, ogni anno si è verificato un aumento dei volumi dei trasferimenti d’arma nel mondo (SIPRI Yearbook 2017 QUI ). C’è poi da vedere i volumi dei trasferimenti non ufficiali che si pensano ingenti. La Francia è il quarto esportatore nel mondo dopo USA, Russia e Cina. La Francia è anche il terzo Paese per dotazione nucleare. Pur avendo un esercito ritenuto oggi al di sotto dei minimi standard di efficienza, la Germania ha però continuato a sviluppare industria militare (sopratutto armi a mano e mezzi di terra) ed è oggi il quinto esportatore. Francia e Germania hanno annunciato di voler sviluppare un nuovo caccia comune di quinta generazione, teoricamente competitivo con gli F-35 USA.

[6] Non possiamo qui dettagliare le ragioni di questa apodittica affermazione. Invero però, prima di esser noi coloro che negano una possibilità, dovrebbero esser coloro che la mettono sul tavolo a presentare le proprie ragioni. Che persone serie e intellettulmnete e politicamente responsabili, possano pensare ad una idea del genere senza che ne esista la benché minima traccia di un serio studio di possibilità, fattibilità, opportunità, dice di quanto -in fondo- si stia facendo del puro intrattenimento. Si usa l’idealità degli “Stati Uniti d’Europa” che si basano su un analogia insostenibile (con gli Stati Uniti d’America ovviamente), per non pensare le cose concrete. Dico solo che quando gli americani decisero di risolvere le loro contraddizioni unioniste, lo fecero con una sanguinosa guerra ma sopratutto erano -in tutto- circa trenta milioni e parlavano pure la stessa lingua! In linea generale, tutto il dibattito sul tema Europa, sembra essere gravato da una molteplicità di modi con cui se ne legge la sostanza. Pensare che l’Unione europea sia d’origine una macchinazione delle élite neoliberiste o il trattato di pace tra Francia e Germania, cambia parecchio in termini di analisi. Fare finta sia un oggetto contendibile politicamente dai popoli e non una alleanza contrattata da capi di Stato, ognuno con il peso che gli compete secondo la dura logica della potenza, ci porta a perdere tempo appresso a discussioni irrealistiche ed infondate.

[7] L’esiguo e pur ostinato “movimento sovranista”, dovrebbe farsi un serio esame di coscienza. E’ davvero necessario illudere coloro che pur hanno avvertito l’insostenibilità dell’attuale situazione, con l’opzione di una presunta sovranità nazionale risorgimentale e mazziniana? Al di là dello sfoggio di originalità retorica, quanto può esser sovrano uno stato europeo nato nel XV secolo come dimensione, quando cioè le questioni inerivano solo i nostri rapporti interni al subcontinente? Saremo sovrani di cosa in un mondo in cui un cartello di fondi può attaccare la tua valuta e farne oscillare il prezzo in maniera da farti fallire in un pomeriggio? Nell’essere vaso di coccio tra vasi di ferro in qualsiasi rapporto commerciale bilaterale potremmo far valere i nostri interessi? Non essendo autonomi energeticamente ancora per molto tempo, in attesa di volgerci alle energie alternative, quanto dovremmo mediare la nostra sovranità? Con una popolazione in contrazione e sempre più anziana come la difenderemo?  Saremo sovrani lasciando che tutto il mondo scorrazzi nel Mediterraneo vendendo armi ed organizzando guerre sulle coste dirimpette? Dichiarandoci pacifici in un mondo che si sta armando a piene mani? Diventando cosa in un mondo complesso, multipolare, ipertecnologico, instabile e sempre più competitivo? Convincendo come, una massa critica di almeno un 60% di connazionali votanti, per portare avanti questo miraggio fondato su slogan inconsistenti, sempre che i servizi segreti esteri e le stesse élite che ci dominano dall’unificazione del ’61, ce lo lascino fare?

[8] L’idea di un contro-potere latino-mediterraneo, è presente qui e là sebbene non supportata da una più convinta attenzione, sopratutto da parte italiana. Più di un anno fa, Tsipras ha promosso un forum di coordinamento dei Paesi latino mediterranei -EUROMED- che  si è già riunito tre volte ed un quarta sarà il prossimo 10 Gennaio a Roma. Questa “alternativa mediterranea” è presente nei programmi di France Insoumise di J-C Mélenchon, come di Podemos e certo non dispiacerebbe al Bloco de Esquerda portoghese. L’intero movimento italiano critico verso UE ed euro dovrebbe riflettere sulla propria dispersività concettuale e sull’assenza di una vocazione ad alleanze strategiche. Improbabile il risolvere problemi inter-nazionali partendo solo dal dentro di una nazione.

MACRON, Micròn_ 3a parte, di Giuseppe Germinario

MACRON, micròn _ 2a parte, di Giuseppe Germinario

 

MACRON Micròn_1a parte, di Giuseppe Germinario

IL RITORNO DELLA REGALITA’

Macron ha reso nuovamente familiare la postura “regale” propria di un Presidente, Capo di Stato francese. Un portamento praticamente sconosciuto alla quasi totalità degli uomini di stato italiani, ma ultimamente in disuso anche in Francia grazie alla presenza dimessa di Hollande e istrionica di Sarkozy.

Nel suo discorso di fine anno Macron sostiene convintamente “cette volonté de faire vivre notre Renaissance française” (la volontà di far vivere il nostro Rinascimento francese) assolutamente dentro l’Unione Europea. “La France ne peut pas réussir sans une Europe elle aussi plus forte” (la Francia non può riuscire senza una Europa essa stessa più forte); “nous avons besoin de retrouver l’ambition européenne, de retrouver une Europe plus souveraine, plus unie, plus démocratique parce que c’est bon pour notre peuple. Je crois très profondément que l’Europe peut devenir cette puissance économique, sociale, écologique et scientifique qui pourra faire face à la Chine, aux Etats-Unis en portant ces valeurs”(abbiamo bisogno di ritrovare l’ambizione europea, di ritrovare un’Europa più sovrana, più unita, più democratica perché cosa buona per il nostro popolo. Credo profondamente che l’Europa possa divenire questa potenza economica, sociale, ecologica e scientifica che possa far fronte alla Cina e agli Stati Uniti sostenendo i propri valori..). “Ce colloque intime avec nos amis allemands est la condition nécessaire à toute avancée européenne” (il colloquio intimo con i nostri amici tedeschi è la condizione necessaria ad ogni avanzamento dell’Europa). Infine l’appello: “j’ai besoin qu’ensemble nous ne cédions rien ni aux nationalistes ni aux sceptiques” (ho bisogno che tutti insieme, non cediamo in nulla ai nazionalisti e agli scettici).  Però, la constatazione: “Je sais que plusieurs d’entre vous ne partagent pas la politique qui est conduite par le gouvernement aujourd’hui” (so che tanti tra di voi non condividono la politica oggi condotta dal governo). Ma “je respecterai et toujours à la fin, je ferai” (io rispetterò e sempre alla fine io farò).

Non è un semplice discorso di circostanza; in poche affermazioni si trovano le linee che guideranno le scelte politiche di questi anni. Una Europa più sovrana, ma in ambito economico, sociale, scientifico ed ambientale; in grado di far fronte a Cina e Stati Uniti apparentemente sullo stesso piano, ma perché il confronto è limitato presumibilmente a questi tre ambiti. Il grande assente è la Russia, ma perché la competizione politica, nell’ambito politico-statuale, è evidentemente rimossa probabilmente per non mettere in discussione l’alleanza atlantica almeno nei suoi termini espliciti.

Pare riecheggiare le intenzioni francesi di oltre cinquanta anni fa. Allora l’oggetto principale della contesa era la struttura di comando della NATO e la configurazione istituzionale ed operativa della Comunità Europea; su quei pilastri De Gaulle subì il voltafaccia tedesco e adeguò le scelte verso una politica di apertura all’URSS e alla Cina e verso la decolonizzazione e un dirigismo economico e sociale. Oggi la globalizzazione impone un sistema di relazioni molto più complesso ed articolato e la Francia, in esso, assume una posizione molto più fragile verso la Germania e gli Stati Uniti e meno significativa rispetto all’emergere di Cina e Russia e in parte India, anche se meno condizionata dalle contrapposizioni ideologiche così nette della fase bipolare. Una libertà che consentirebbe, teoricamente, maggiori margini di azione al riparo di anatemi.

LA POLITICA AL PRIMO POSTO

A differenza della quasi totalità della classe dirigente italiana, il gruppo di potere al governo in generale e Macron in particolare, non possono entrambi essere tacciati di puro economicismo, dell’attribuzione del peso soverchiante, quindi, delle regole di mercato e delle dinamiche economiche nella determinazione delle scelte politiche. Non a caso in Francia opera da anni un “dipartimento della guerra economica” incaricato di prospettare le strategie di azione politica in economia.

Lo stesso bagaglio culturale del Presidente è piuttosto vasto e include la frequentazione assidua di intellettuali contemporanei del calibro di Balibar, Ricoeur, Habermas, Bauman; politici del calibro di Rocard, Attali, Chèvenement; maestri quali Saint Simon e Schumpeter oltre ad una solida formazione classica. Si potrebbe parlare di un personaggio coltivato a dirigere sin dall’adolescenza, ma con una propria precoce personalità; in possesso di un carnet di contatti impressionante per la sua giovane età e di una già variegata esperienza professionale nelle strutture di controllo finanziario dello stato, nella banca dei Rotschild e in importanti gruppi di elaborazione a supporto dei decisori, sin dai tempi della presidenza Sarkozy.

È la prova evidente che in Francia, a differenza che in Italia, esistono ancora strutture statali e parapubbliche, centri di potere in grado di formare quadri e classe dirigente capaci di coagulare e definire interessi e punti di vista, di impostare processi politici, non ostante i colpi subiti dai processi di disarticolazione innescati dal regionalismo di stampo europeista.

L’elezione di Macron rappresenta un vero capolavoro politico. Ancora più significativo perché condotto, a differenza delle precedenti elezioni americane, dagli stessi centri di potere in auge ma con l’obbiettivo del ricambio radicale del ceto politico. Fallito con Dominique Strauss-Kahn e Manuel Valls il tentativo di rifondazione interna del Partito Socialista, hanno scelto la carta dell’ “uomo nuovo” in grado di neutralizzare l’ascesa del Fronte Nazionale e di scompaginare i tradizionali partiti. Nel giro di due anni Macron abbandona la carica di Ministro, ricoperta con successo, e con esso il Partito Socialista; fonda un movimento, En Marche e vince le elezioni.

Non si è trattato di un successo travolgente e sfolgorante, merito esclusivo di luce propria. Deve la sua emersione in buona parte alle campagne giudiziarie che hanno azzoppato i concorrenti e ai clamorosi errori, chissà se del tutto involontari, e alle oscillazioni della sua avversaria più temibile. Ha goduto del sostegno di aree politiche avverse ma decise a bloccare la vittoria del FN e dell’astensione di altre aree sinistrorse più refrattarie. Ha fruito del supporto di uno staff di prim’ordine e discreto in grado di manipolare al meglio le tecniche e di combinare l’utilizzo degli strumenti più moderni di comunicazione con quelli tradizionali, nonché di finanziamenti privati cospicui. Un complesso di circostanze che lasciano intuire la forza, l’organizzazione e l’influenza degli artefici del trionfo rimasti sapientemente nella penombra.

Nelle interviste e conversazioni più selettive Macron ha affermato chiaramente del resto che la politica è segreto e riservatezza, è decisione, è dialogo attribuendo a quest’ultimo una funzione soprattutto pedagogica; in essa l’ideologia assolve al compito essenziale, tutto althusseriano, di fornire la rappresentazione e la guida delle scelte individuali e di un popolo.

Un tipico approccio da uomo di potere piuttosto che di governo. Un pedigree sufficiente a preservarlo dalla tentazione di attribuire e di affidare agli esclusivi comandamenti delle leggi dell’economia il timone delle direzioni e delle decisioni politiche da adottare negli ambiti più vari.

Un punto di forza nell’azione politica, ma che lo espone più dei liberisti “tout court” al giudizio politico finale della propria azione di politica economica.

La particolare composizione dello staff governativo, segnato marcatamente da esperti di economia e privo praticamente di strateghi ed esperti militari, rappresenta però, probabilmente, un limite nella completezza di visione dell’azione politica e il segno che l’attività tenterà di dipanarsi a partire da e soprattutto in quell’ambito, salvo cause di forza maggiore.

LA CONDIZIONE DEL PAESE

La condizione economica del paese è particolarmente contraddittoria e squilibrata, al limite della capacità di tenuta sociale.

Una rete infrastrutturale ancora in grado di connettere adeguatamente la decina di centri metropolitani, ma che ha trascurato del tutto le periferie del paese. Si stima, ad esempio, che la sola rete ferroviaria abbia bisogno di circa cinquanta miliardi per garantire la necessaria sicurezza e i collegamenti regionali vitali. L’intenzione di potenziare il trasporto privato e pubblico su gomma attraverso la liberalizzazione appare un ripiego e una dichiarazione di impotenza piuttosto che un segnale di progresso e di intraprendenza.

Una rete industriale e di servizi di grandi marchi capace di estendere la propria influenza e il proprio raggio di azione all’estero, ma con un complesso di piccole e medie aziende autonome ridotto, rispetto a quello tedesco e italiano, incapace quindi di diffondere le possibilità di sviluppo nella periferia del paese e dei suoi strati sociali intermedi.

Il complesso industriale strategico, compreso quello militare, presenta alcuni punti di sofferenza preoccupanti.

Di AIRBUS si è già parlato.

Nella meccanica pesante si è proceduto alla scomposizione di ALSTOM e alla vendita del settore di generatori e turbine alla GE americana, dei treni e quasi tutto il resto alla Siemens tedesca. Protagonista di questi ultimi passi è lo stesso Macron, nella veste di Ministro prima e Presidente poi.

La stessa industria nucleare, la base delle ambizioni di grandeur, a causa di investimenti sbagliati in Africa, ma soprattutto di veri e propri raggiri in Australia e Stati Uniti, di filoni di ricerca troppo incerti, rivelatisi infruttuosi e di un assetto organizzativo ormai elefantiaco vive una condizione di crisi finanziaria difficilmente sostenibile da uno Stato e da una economia di queste dimensioni.

Come si possa conciliare una rivendicazione di recupero della sovranità con la cessione del controllo delle attività che dovrebbero fornire le risorse indispensabili per esercitarla richiederebbe un ragionamento forse troppo complesso anche per un esteta della complessità quale si rivela Macron.

L’impressione è che l’oggettiva difficoltà di una media potenza di reperire le risorse e le capacità necessarie ad esercitare la propria piena sovranità contribuisca, nella migliore delle ipotesi, a far rientrare dalla finestra il demone della surdeterminazione delle dinamiche economiche che il complesso bagaglio culturale del giovane Presidente cerca in qualche maniera di imbrigliare.

I MIRAGGI E LA REALTA’

Abbagliato, al pari del suo coetaneo Renzi, dalla dinamicità appariscente della Silicon Valley californiana, Macron, evidentemente incoraggiato dalle sue stesse frequentazioni, appare deciso a varare un programma di incentivazione di aziende start-up, coadiuvato al più dall’apporto di università e istituti di ricerca e dal contributo delle banche; un impulso frutto più dell’infatuazione riguardo allo spirito di ventura imprenditoriale che di un’analisi realistica dell’intreccio a prevalente contribuzione pubblica tra agenzie governative, istituti di ricerca, grandi aziende e sistema finanziario che ha consentito il miracolo di quella e di altre aree degli Stati Uniti, come di pochi altri paesi. La sua interpretazione del “processo di distruzione creativa”, così meravigliosamente delineato da Schumpeter, rischia di essere un po’ troppo letterale e foriera di ulteriori squilibri ingovernabili della formazione sociale e di rinunce imperdonabili sugli assets strategici del paese.

Il suo programma di sviluppo delle zone periferiche, del quale fa parte pienamente il piano di liberalizzazione del trasporto pubblico su gomma, poggiando quasi esclusivamente sul potenziamento delle reti, sembra fare affidamento sui processi spontanei di sviluppo economico; un principio perfettamente in linea con i sistemi di incentivazione dell’Unione Europea e che porterà agli stessi risultati di accentuazione degli squilibri. Un principio che, dietro la retorica delle opportunità, glissa sul fatto che le posizioni di partenza dell’offerta sono comunque squilibrate, specie nelle fasi iniziali dei processi; le condizioni di svantaggio, quindi, rischiano di essere accentuate.

Lo stesso programma di detassazione ed alleggerimento fiscale si sta rivelando piuttosto un trasferimento verso l’imposizione indiretta ed uno svuotamento dei fondi gestiti dalle categorie sociali in modo da poter intervenire più agevolmente “manu militari” sulle pensioni e sul sistema assicurativo.

Una miscellanea di provvedimenti, compresi quelli di liberalizzazione del mercato e della disciplina del rapporto di lavoro, ispirati alle riforme tedesche di Schroeder e a quelle recenti di Renzi, sia pure con una maggiore cautela, vista la rapida traiettoria del magnifico fiorentino, ma senza la certosina tutela del sistema economico e assistenziale che la diligente e “preveggente” dirigenza teutonica ha saputo preservare.

Macron ha, dalla sua, quattro anni di relativa agibilità che possono consentire il consolidamento della sua formazione politica. Una formazione, appunto, che dietro la pletora di nuovi arrivati senza esperienza, nasconde un’ossatura attinta dalla sua nutrita rubrica. Sa, quindi, di poggiare su basi precarie e minoritarie. Lo ha detto esplicitamente nel suo discorso di fine anno.

Può approfittare di una frammentazione della sinistra che pare fossilizzata sulla pretesa dei diritti, quindi su una più o meno involontaria difesa arroccata di prerogative acquisite da gruppi particolari piuttosto che su di un programma di rilancio del paese, non ostante alcune ingannevoli venature sovraniste; la relativa facilità con la quale Macron è d’altronde riuscito ad introdurre alcune modifiche sul contratto di lavoro e sulla contrattazione sono lì a certificarlo.

Come pure di una destra che ha bisogno di tempo per spostare il baricentro di comando verso quelle componenti gaulliste che consentano di inserire le tematiche dell’immigrazione e del degrado dei ceti intermedi in un processo di ricostruzione identitaria del paese meno nostalgico e triviale.

Macron cerca in tutti i modi di intercettare questa aspirazione e costringere questo tentativo nell’alveo di una visione europeista illusoria e ingannevole che rischia di assecondare il processo di annichilimento e subordinazione politica che attraversa, in gradi diversi, gli stati europei, sempre più in contesa tra loro, ma per i posti meno ambiti. I vincoli di politica e di indirizzo economico europei sono delle zavorre pesanti.

DE GAULLE, MITTERRAND, MONNET

Cerca di rivestire il programma di un’aura di nobiltà e autorevolezza regali ponendosi come erede e portatore della sintesi gaullista-mitterrandiana.

Una pesante mistificazione.

charles de gaulle

Non sappiamo se De Gaulle, nel contesto politico nel quale ha operato Mitterrand, avrebbe continuato a seguire le proprie orme. Sappiamo di sicuro che De Gaulle perseguiva l’ambizione di un asse con la Germania in funzione antiatlantista ed antieuropeista per come l’UE già si andava delineando all’epoca.

Venuta meno la possibilità del sodalizio, perseguì autonomamente una politica di avvicinamento alla Russia e alla Cina.

 142ee0ec-8d4a-4a1d-99e4-59ac933a2375_largeMitterrand, al contrario, perseguì una politica di integrazione nell’Unione Europea e ne avviò una di subordinazione progressiva alla politica estera statunitense, vedasi Jugoslavia ed Iraq, in funzione del contenimento della potenza tedesca. Una scelta agevolata dal via libera francese, sul finire degli anni ’70, all’ingresso nella Comunità Europea della Gran Bretagna come risposta alla Oestpolitik tedesca. 9933-004-26D9AB83Più che mitterrand-gaullismo si dovrebbe parlare quindi di mitterrand-monnetismo. E Monnet era considerato da De Gaulle poco meno che una spia americana.

VOLONTA’ E VELLEITA’

Sono tutti elementi che non agiscono a favore di una praticabilità dei proclami del giovane Presidente.

Quanto alla loro sincerità, il compiacimento nell’eloquio e la sicumera e la solennità degli atteggiamenti e dei rituali segnano qualche punto a suo favore. In politica, però, sono qualità umane che potrebbero rivelarsi addirittura aggravanti e controproducenti.

Possono rivelarsi, altresì, un ulteriore handicap e rivelare paradossalmente in breve tempo la nudità del re. Il suo continuo richiamare alla funzione pedagogica della politica rivelerebbe la terribile sottovalutazione delle divisioni e dell’incomunicabilità tra intere parti del paese; della aperta ostilità che funge da brodo di coltura in particolare del terrorismo islamico.

Anche su questo Macron sta rivelando sorprendenti incertezze, frutto di una concezione di laicità che rischia di decadere in ogni momento nel relativismo culturale e nella giustapposizione di comunità separate, ma anche di equilibri geopolitici entro i quali la Francia ha concesso sin troppo, nel proprio stesso ventre sociale e finanziario, ai regimi arabi più fondamentalisti.

Al giovane Presidente si dovrà sicuramente concedere qualcosa alla giovinezza e alla incompleta esperienza, per altro così efficace nella campagna elettorale.

Un peccato di gioventù che può essere redento solo a patto di avere chiavi politiche di interpretazione adeguate e forze che abbiano la volontà e la capacità di praticarle.

Il progressismo di cui è pervasa la sua cultura lo induce, in realtà, a calcare il piede su un tracciato evolutivo che segnerebbe già il percorso dell’umanità pur tra possibili momentanee deviazioni. Di solito queste predeterminazioni conducono a combattere contro i mulini a vento o a inseguire o adombrare chimere sotto le cui sembianze agiscono i cerberi del momento. In costanza di chiavi interpretative, la maturità indurrà il giovane politico ad abbandonare semplicemente i primi, i mulini, per additare agli allievi del pedagogo le seconde, le chimere.

Macron ha chiesto tempo al proprio popolo e questo pare concederglielo, anche se non illimitatamente.

Le ricette che propone sono molto simili a quelle di Matteo Renzi nel suo pieno fulgore.  L’organizzazione statuale della Francia gli consente certamente maggiori margini di manovra e possibilità di attuazione. Di per sé non ne garantiscono però le possibilità di successo ed efficacia. A suo vantaggio rimane la possibilità di compensare parzialmente i costi dei cedimenti verso gli stati più attrezzati con la spremitura dei paesi più remissivi e subordinati, tra questi l’Italia, o implicati nel retaggio coloniale, come in Africa.

 Il ritorno in pompa magna in Africa Subsahariana, dopo le tentazioni di abbandono di un decennio fa, ne rivelano le intenzioni, ma anche i pesanti limiti e i rischi. Nella recente conferenza di Djamena in Ciad, in Costa d’Avorio, e in Burkina Faso Macron ha invitato espressamente i giovani africani a farsi carico del cambiamento dei regimi. Le élites di quei paesi stanno ormai abbandonando l’idea di importare pedissequamente un modello di democrazia occidentale che in paesi divisi su base clanica, etnica e tribale ha portato a vere e proprie oppressioni di etnie e clan su altri meno attrezzati. L’ingerenza delle élites francesi in questi processi non ha più un corso autonomo, ma avviene all’ombra di forze più potenti e con avversari geopolitici impensabili appena venti anni fa, come la Russia e soprattutto la Cina, ma anche l’India e i paesi del Golfo Arabo. La Francia ha schierato in quell’area circa una forza di quattromila soldati, dal limitato impatto strategico. Gli Stati Uniti ne schierano circa ottomila, con tutto il loro arsenale strategico e la strumentazione economica, finanziaria , tecnologica e culturale annessa; La Cina inizia ad avere una propria presenza militare ed una forte presenza economica e politica. I modelli e le alternative che si pongono alle élites locali sono quindi diversi e rendono praticamente impossibile un ritorno pedissequo alle vecchie politiche coloniali o imperialistiche.

L’Unione Europea dovrebbe essere, agli occhi dell’attuale classe dirigente francese, l’argine possibile e praticabile verso l’intraprendenza e l’invasività dei paesi emergenti, primo tra essi la Cina e fornire la massa critica necessaria alla Francia a riproporre la sua influenza nel Mediterraneo, nella sua interpretazione geopolitica più estesa. L’Unione Europea tanto potrà essere in grado di porre argini e barriere verso l’Oriente, per tutelare il proprio residuo patrimonio tecnologico, la propria forza commerciale quanto invece, per il proprio indelebile peccato di origine legato alla sconfitta militare della seconda guerra mondiale, compiutasi del tutto con la successiva implosione sovietica, risulta inesorabilmente scoperta e permeabile all’influenza d’oltreatlantico. In questo paradosso la probabilità che la retorica del Rinascimento francese in salsa europeista si risolva ancora e di più in un puro esercizio di retorica, nel quale Macron si sta rivelando ahimè particolarmente abile e prolisso, destinato però, più prima che poi, a scontrarsi con la dura realtà, è pressoché una certezza solo in parte offuscata dalle iniziative diplomatiche in Medio Oriente, con la Turchia, la Russia e le timide cortesie verso Trump.

Sarkozy si è limitato a cadere nel ridicolo; a Macron il destino, piuttosto che il suggello sotto l’Arco di Trionfo, potrebbe riservare un epilogo più incerto e più drammatico.

MACRON, micròn _ 2a parte, di Giuseppe Germinario

 

il link della prima parte   http://italiaeilmondo.com/2017/12/22/macron-micron-di-giuseppe-germinario/

LE PAROLE E LE COSE

MACRON Micròn_1a parte, di Giuseppe Germinario

Il grande merito di Macron è di aver avuto la forza, la determinazione e l’abilità di ripresentare l’Unione Europea come la cornice entro la quale affrontare e guidare il necessario rinnovamento del paese e costruire un nuovo processo identitario che tenesse insieme la nazione. Non più, quindi, una Unione Europea alibi e capro espiatorio cui addossare la responsabilità e la volontà di politiche impopolari altrimenti insostenibili dalle singole classi dirigenti nazionali.

Più che una strategia, però, la rappresentazione si risolve in un espediente tattico sufficiente a incasellare le prerogative regali dello stato francese nell’alveo europeista; un esercizio a dir poco ardito, ma produttore intanto di una retorica sufficiente a garantire a Macron, durante la campagna elettorale, la necessaria postura presidenziale rispetto all’atteggiamento contestatario di Marine Le Pen.

Un costrutto teorico abbastanza coerente, a prima vista attraente, ma che si sta rivelando, già dai primi passi, in stridente contrasto con l’evidenza dei fatti.

Un costrutto la cui fragilità intrinseca potrà godere comunque di ulteriori mesi di sospensione di giudizio grazie all’esito delle elezioni tedesche e al ritardo nella composizione di quel governo.

L’interesse nazionale della Francia, la gratificazione del proprio orgoglio nazionale passerebbe quindi per il rafforzamento dell’Unione Europea a guida Franco-Tedesca; una Unione nella quale le nazioni e lo stato nazionale continuerebbero ad avere un ruolo essenziale.

Un punto fermo rispetto alla persistente posizione italiana, espressa recentemente tra gli altri, dal Ministro delle Difesa Pinotti secondo la quale l’interesse nazionale italiano verrebbe semplicemente “sublimato”, quindi dissolto, in quello europeo.

Negli importanti discorsi di Macron, nelle settimane successive all’insediamento, il richiamo all’orgoglio nazionale è costante; la globalizzazione viene vista come un catalogo di opportunità del tutto compatibili con le ambizioni francesi. La Francia è, in sintesi, la culla dei diritti universali dell’uomo e l’affermazione di questi sono l’affermazione della Francia nel mondo.

L’afflato napoleonico viene in qualche modo ricondotto alla dura realtà con il presupposto che l’affermazione di potenza consisterebbe soprattutto nella capacità mediatoria radicata nel soft-power ormai bisecolare accumulato.

Quanto agli strumenti più prosaici, legati all’uso della forza e della capacità economica, a supporto delle politiche di persuasione, essi vanno forgiati nella Comunità Europea, vista l’entità dello sforzo richiesto, insostenibile dalla sola Francia, e la qualità degli avversari nello scacchiere mondiale.

Una impostazione già adottata da altre presidenze francesi, a cominciare da Mitterrand per finire con Sarkozy e Hollande e fallita miseramente nell’intento di salvaguardare la potenza francese all’interno dello schema europeista e della NATO. Caratteristica comune di queste presidenze è infatti di aver proclamato l’efficacia di una politica “entrista” per trasformare le finalità e le modalità di funzionamento dei due sodalizi; di essere invece scivolati progressivamente nel ruolo di mosche cocchiere nella conduzione soprattutto degli affari internazionali. Siria, Libia ed Ucraina “docent” in merito.

Macron ha riproposto lo stesso motivo con una maggiore retorica nazionalista, ma con un accorgimento tattico più accondiscendente verso i propri alleati maggiori, lo stesso adottato da Renzi sulle politiche di riduzione del deficit e del debito.

Nella politica economica acquisire credibilità verso i partner europei, piuttosto che la tolleranza alle proprie trasgressioni da parte della Germania, rispettando i vincoli di bilancio ed avviando il riordino della spesa pubblica e una maggiore liberalizzazione del mercato del lavoro per ottenere il varo di una politica espansiva di investimenti europei coordinata possibilmente da un Ministero delle Finanze UE.

Riguardo alla politica estera europea, puntare decisamente al Mediterraneo e all’Africa Subsahariana.

Riguardo alla praticabilità di queste linee, Macron riconosce i limiti intrinseci della gestione di una Unione Europea a ventisette stati e preconizza un accordo rafforzato (rapporto di cooperazione rafforzata, secondo i trattati) praticamente con i paesi fondatori della Comunità più la Spagna.

Sono i tre orientamenti che, nelle intenzioni di Macron, dovranno plasmare il sodalizio franco-tedesco nei prossimi anni; rischiano, al contrario, di mettere a nudo le divergenze di interessi tra i due paesi e di pregiudicare definitivamente le possibilità di recupero di potenza e di rilancio controllato dell’economia e in particolare dei settori strategici dell’economia francese.

FRATELLI COLTELLI

I tagli di bilancio e la parziale riduzione e riorganizzazione delle imposte, infatti, hanno già aperto due crepe allarmanti nel sistema di potere e di consenso.

La prima sta lacerando il sistema assistenziale e dei servizi in gran parte gestiti dagli enti pubblici territoriali, in primo luogo i comuni. L’abolizione, in parte compensata da nuovi tributi, della tassa sulla casa, la riorganizzazione del patrimonio abitativo pubblico con una presumibile parziale privatizzazione e vendita degli immobili, la riforma del sistema di integrazione dei redditi comporterà un radicale mutamento dell’organizzazione degli enti, specie quelli più periferici, e della base sociale sulla quale si fonda il residuo sistema di potere e di formazione dei gruppi dirigenti dei vecchi partiti messi radicalmente in crisi dall’ascesa di Macron. Può essere, d’altronde, l’occasione per il partito del Presidente (LaREM), in vita da nemmeno un paio di anni, di attecchire più saldamente sul territorio nazionale.

La seconda è molto più preoccupante perché agisce su un pilastro fondamentale sul quale poggiare l’immagine regale e l’attivismo rifondativo, l’Armèe (l’Esercito). Le Forze Armate di Francia, impegnate all’interno, nel Pacifico, in Medio Oriente e in Africa Mediterranea e Subsahariana, sono esposte ormai da anni su numerosi fronti, al di sopra delle proprie capacità operative. Sono riuscite a concentrare forze sufficienti, specie in Africa, per gestire l’impatto iniziale delle operazioni, ma non a gestire il prosieguo degli interventi. Sono in grande difficoltà nella ricostituzione delle scorte, nell’avvicendamento delle forze impegnate, nella manutenzione di materiali e strutture; hanno perso l’autonomia in alcuni settori operativi fondamentali come la logistica ed i collegamenti di lunga gittata e la funzionalità continuativa di alcuni ambiti strategici come la Marina. La rapida integrazione nel sistema di comando della NATO e l’iniziale tentazione, sino alla prima decade del millennio, di abbandono di alcune aree di influenza, in particolare dell’Africa Subsahariana e in parte del Pacifico, hanno in qualche maniera nascosto e sopperito al progressivo degrado. L’interventismo oltranzista delle presidenze Sarkozy e Hollande, in particolare in Siria e Libia, lo hanno messo pienamente a nudo. Le conseguenze politiche di quelle scelte sono state per di più particolarmente pesanti per quel paese. Lo hanno esposto pericolosamente specie in Nord-Africa e in Medio Oriente a favore di alcune fazioni, attualmente in declino e largamente compromesse in quell’area, e lasciato grottescamente isolato di fronte ai ripensamenti e alle oscillazioni degli Stati Uniti; i risultati in termini di influenza e di vantaggi economici rispetto alle energie profuse sono stati deludenti in Libia,  Tunisia e penisola araba, del tutto compromessi in Siria e probabilmente in Iran; quelli in termini di stabilità interna drammatici, grazie all’infiltrazione saudita e qatariota nel sistema finanziario e nella gestione politica ed assistenziale delle periferie urbane di Francia a prevalenza mussulmana. I vincoli di bilancio posti alla gestione di spesa delle Forze Armate rischiano di accentuare le difficoltà dell’Armèe ed accentuare la dipendenza operativa di essa e la subordinazione politica del paese, tanto più che i provvedimenti influenzeranno non solo la condizione operativa del 2018, come afferma Macron, ma anche quella dei due anni successivi come sostengono autorevoli riviste specializzate. Lo scontro con il Generale de Villiers non può essere considerata “una tempesta in un bicchier d’acqua”, ma l’indizio di un conflitto latente tra istituzioni fondamentali e di un confronto sempre più acuto all’interno delle Forze Armate tra vertici, sempre più attratti dalle sirene dell’integrazione operativa nella NATO ed ambiti significativi sostenitori di una politica e, quindi, di una forza operativa autosufficiente, autonoma e certamente più costosa.

Alle implicazioni riguardanti la praticabilità di una politica capace di conciliare esigenze di potenza ed autorevolezza ed accettazione delle politiche di austerità europee a trazione tedesca si aggiungono le divaricazioni strategiche latenti tra le attuali classi dirigenti dominanti dei due paesi.

Per la Germania della Merkel sarebbe particolarmente gravoso concedere la priorità ad una politica europea volta verso il Mediterraneo e sacrificare, quindi, la sua politica di influenza verso l’Europa Orientale, la Scandinavia ed i Balcani; una espansione resa praticabile e compatibile grazie alla adesione sempre più manifesta alla strategia antirussa e russofoba degli Stati Uniti e degli organismi ad essi collaterali. Come sarebbe altrettanto problematico assecondare rapidamente un processo di cooperazione rafforzata tra i paesi fondatori occidentali della Comunità Europea che possa offrire pretesti e spazi di maggiore autonomia di gran parte dei paesi dell’Europa Orientale; autonomia verso gli altri paesi europei, ma ulteriore dipendenza verso gli Stati Uniti, perdurando la loro attuale ostinata ostilità verso la Russia. Come pure sarebbe incompatibile con il suo attuale assetto socioeconomico concedere qualcosa di più di una semplice e limitata redistribuzione di risorse che non intacchi le dinamiche in corso da trenta anni.

Rischierebbe di pregiudicare il fragile equilibrio che consente a Stati Uniti e Germania di trarre reciproco beneficio dal loro sodalizio; un equilibrio già reso meno rassicurante dall’avvento della Presidenza Trump alla Casa Bianca.

Su questi dilemmi e su queste contraddizioni sono già cadute le presidenze di Sarkozy e di Hollande e hanno pagato pegno, a posteriori, l’autorevolezza di personaggi come Mitterrand; hanno ridotto i loro proclami e le loro ambizioni dichiarate in una roboante verbosità o in una dimessa propensione mediatoria esattamente proporzionale alla progressiva dipendenza politica del paese dalle avventure atlantiste ed europeiste a trazione statunitense e tedesca.

Si vedrà come Macron continui a percorrere, sotto mutate spoglie, il filone del progressismo democratico responsabile di tale tendenza. Del resto la sua formazione politica e culturale, per altro di tutto rispetto, si è nutrita ampiamente di quelle risorse.

Il suo programma ricalca in larga misura e per l’essenziale elaborazioni maturate nelle precedenti presidenze e sostenute anche da forze politiche in qualche maniera affini in Europa, tra esse il Partito Democratico di Matteo Renzi.

Si vedrà tuttavia come la qualità della classe dirigente che ha espresso Macron, la statura del personaggio, la condizione generale del suo paese, la sua organizzazione istituzionale, le particolari condizioni politiche interne, l’avvento per altro osteggiato di Trump consentano qualche margine di manovra più ampio rispetto alla condizione disarmante di un paese come l’Italia. Il declino della Merkel, all’evidenza uno smacco clamoroso ai propositi macroniani sin dal loro nascere, potrebbe rivelarsi l’occasione inaspettata per liberarsi dall’abbraccio soffocante e dalle contraddizioni intrinseche della sua visione.

Potrebbero solo prolungare l’agonia e il declino della Francia, come al contrario contribuire a riposizionare il paese in condizioni più accettabili.

Al prossimo capitolo più che la sentenza, sarebbe mera presunzione, un tentativo di interpretazione.

Svezia, un paese sempre più allineato; in tanti aspetti. Intervista a Max Bonelli

La Svezia da almeno un decennio ha rimesso in discussione e praticamente distrutto i due principali pilasti sui quali ha fondato il proprio prestigio internazionale. La condizione di neutralità che le consentiva spesso di porsi come mediatrice nei conflitti internazionali; l’applicazione estensiva del welfare in tutti gli ambiti della vita civile, accompagnata da un elevato livello di tassazione. L’instabilità e la fragilità dei regimi di alcuni paesi dell’Europa Baltica e di quella Orientale l’hanno spinta ad un livello di interventismo addirittura più spregiudicato rispetto a quello statunitense seguendo una logica di ostilità verso la Russia e di sostegno all’aggressività americana. L’avvento di Trump ha disorientato e sconvolto le certezze della classe dirigente scandinava, senza però minarne la preminenza, almeno nel breve periodo. Per il momento riesce a galleggiare, abbarbicata al deep state americano, infiltratosi saldamente in vent’anni di relazioni tentacolari; la bussola, però, non riesce più ad indicare una direzione precisa. Sarà, comunque, un paese cruciale nel caso dovesse accrescersi la conflittualità anarchica tra gli stati europei; potrebbe rivelarsi uno dei cunei tesi a rendere più difficoltoso un processo di avvicinamento alla Russia dei più importanti stati europei. Buon ascolto_ Germinario Giuseppe

IL “CHE FARE?” DI CARL SCHMITT. Europa, Nuovi Stati, Nomos del Mondo (2/2), di Pierluigi Fagan

IL “CHE FARE?” DI CARL SCHMITT. Europa, Nuovi Stati, Nomos del Mondo (2/2).

Questa seconda parte, conclude lo studio iniziato qui.

Tornando all’”inquietante attualità” di Schmitt, e volgendoci allo scenario extra-europeo, la composizione del parterre del gioco mondiale ha subito diversi cambiamenti negli ultimi due secoli. Da un dominio eurocentrico che termina ai primi del secolo scorso,  ad un sistema binario americo-europeo che va a comporre il fantomatico “emisfero occidentale” passando per le due guerre euro-mondiali, al mondo “troppo piccolo per due sistemi tra loro contrapposti” dell’ideologia global-idealista[1] in accompagno alla guerra fredda e successivo breve dominio unipolare americano, ad un oggi in cui s’annuncia un mondo nuovo, tendenzialmente multipolare.

In questa idea dell’One World, del Piccolo pianeta, del Villaggio globale ritroviamo anche il famoso strabismo teoria e prassi, riflesso di quello idea-realtà. Se la lettura economicista dell’immagine di mondo (che sia a base metodologica liberal-individualista o comunista-classista) vede l’ineluttabilità dell’One World tessuto dalla globalizzazione (o dai sincronici movimenti di emancipazione del proletario che supera la nazione), dal Segretario di Stato americano H.L.Stimson e la sua presunta affermazione del 1941 alle sorprendenti letture del problema impero-globalizzazione di Antonio Negri , la verifica del campo di gioco in termini realistici, legge invece un tendenziale pluralismo di potenze.   Come altrimenti definire la Cina, la Russia, l’India ma in diversa misura anche il Giappone e la Corea del Sud ed almeno il mondo arabo-islamico a guida Arabia Saudita-EAU ma animato anche dagli interessi di grande spazio neo-ottomano della Turchia, neo-sciita dell’Iran, dell’Egitto e del Pakistan? E cosa sono gli ormai nove possessori di armi nucleari se non altrettanti poli inattaccabili per paura di ritorsione atomica che con l’offrire il loro “ombrello” di copertura, si formano un loro grande spazio in cui i nemici non possono attaccare nella rinnovata logica Monroe? Ed anche rimanendo nel monoteismo economicista come non accorgersi del cambio radicale di composizione, peso e primato,  confrontando la Top Ten dei Paesi per Pil tra 1980 e le previsioni 2030? Sembrerebbe che la logica teorica, che per sue esigenze di discorso tende ad asciugare molto in concetti nitidi una realtà dai bordi molto più sfumati e sovrapposti, vedendo il mondo troppo piccolo per un pluralismo o forse mossa da una teologia dell’Uno, diverga dalla logica pratica per la quale sistemi più densi[2] diventano più complessi e sistemi complessi si ripartiscono in più nodi o attrattori per darsi un ordine[3]. Nella crescita di massa c’è un aumento di complessità non una tendenza alla semplificazione dell’Uno.

Tutti i sempre più numerosi giocatori del mondo multipolare sembra stiano accrescendo la loro potenza, tutti fanno piani e agiscono di conseguenza per darsi un grande spazio nel loro immediato intorno che sia di terra o di mare. Gli americani con la globalizzazione dollarizzata a trazione banco-finanziaria o la NATO o il nuovo “pivot indo-pacifico”, con la BRI e lo sviluppo africano i cinesi o con l’internazionale wahhabita-fraternità musulmana l’islam che ha iniziato un sua guerra per l’egemonia interna, con l’UEE e la nuova egemonia su Caucaso – Siria dei russi o le mire neo-ottomane di Erdogan, con la rinnovata autonomia di Londra che punta al Commonwealth 2.0, tutti stanno correndo a rinforzarela propria costituzione di potenza dandosi prospettive di grande spazio, tranne lo Stato europeo che non c’è. La stessa Germania che è una potenza economica[4] è un nano geopolitico ed un fantasma sul piano militare. Lo stesso scenario di gioco è in transizione, dall’assetto euro centrato a quello atlantico dominato del sistema occidentale a quello mondiale in cui al talassocratico sistema occidentale si va a contrapporre il terraneo sistema afro-eurasiatico tessuto dai cinesi (e russi)[5]. Disputa titanica che verte essenzialmente sull’Europa la cui oscillazione da una parte o dall’altra, può determinare l’esito della transizione e la sua stessa natura, pacifica o, come da molti temuto, bellica.

La “crisi dello Stato” che anima molte riflessioni occidentali, come la dobbiamo intendere? L’impressione è che a questo topos critico manchi un aggettivo di precisazione: “europeo”. Sembra che anche i più avveduti critici dell’eurocentrismo, alfieri del multiculturalismo e del relativismo applicato a gli altri ma non a se stessi, non s’accorgano che la proclamata “crisi dello Stato” fase suprema di un capitalismo finanziario assoluto (ma il capitalismo è a guida finanziaria sin dalle sue origini nel XV secolo se non prima, secondo F. Braudel[6]),  a sua volta de-geo-storicizzato[7], non è un universale, ma una sindrome -almeno nelle sua forme più virulente- dello Stato europeo. Né le pratiche, né il concetto di Stato, sembrano in crisi negli Stati Uniti o in Gran Bretagna o in Russia o in Cina o in India o altrove. La globalizzazione alcuni la subiscono, ma altri la sfruttano, così come la “tecnica” oggetto di molte analisi sulla modernità. I fenomeni si offrono all’intenzionalità degli agenti e se non si riesce ad essere agenti si diventa agiti, ma è improprio diagnosticare la minorità con la sola potenza ordinativa del fenomeno, del dispositivo e della sua ineluttabili facoltà governamentali. I nuovi poli con tendenza ad ampliarsi e segnare il proprio grande spazio, sono centrati  su Stati che hanno  intenzionalità, potenza e condizioni di possibilità per essere tali[8]. Se altri tipi di Stati, denunciano una difficoltà a governare i fenomeni e ne diventano governati, piuttosto che diagnosticarne la “fine dello Stato”, forse si dovrebbe riflettere su come potenziarli. Forse in Europa sta finendo il tempo degli Stati-nazione ma non per la parte Stato, per la parte “nazione”. Forse, in Europa, è giunto il momento di domandarci se ci possiamo ancora permettere i nostri piccoli Stati, il che non porta necessariamente però a darsi come unica risposta l’Unione di tutti, subito ed a qualsiasi condizione.

A riguardo, anche alcuni teorici ed analisti politici della plurale tradizione detta “sinistra”, tra i tanti punti di autointerrogazione che dovrebbero porsi per verificare la realtà dei loro sistemi di pensiero, realtà che sta sfumando in una appiccicosa ed inservibile scolastica (come ammoniva per altro lo stesso Marx nella seconda Tesi su Feuerbach), dovrebbero contemplare il sistema dei fatti demografici, geografici, storici di lunga durata, nonché quelli altrimenti sottovalutati nel concetto di “sovrastruttura” e la stessa politica internazionale anche perché rimanendo abbarbicati al paradigma economicista, diventano sempre più simmetrico-inversi ai liberali, in fondo “simili”. Far scattare lo sprezzante giudizio di “rossobrunismo” ogni volta che si pone a sinistra la questione geopolitica, aiuterà forse a sedare l’ansia da -non comprensione del mondo- ma l’abuso di questo tipo di ansiolitici, può portare al disordine mentale permanente, invecchiando. E sistemi di pensiero nati centocinquanta anni fa, forse, dei sintomi di senilità disfunzionale, è naturale li mostrino.

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Come inquadrare allora la sindrome europea di una ipertrofica Germania in tandem con la Francia, che si muovono in uno scenario di sovranità azzoppata anche per loro, in un contesto di così complesse trasformazioni mondiali? E noi, come rispondiamo al nostro specifico “che fare?”, stretti tra fuga nell’Unione e ritorno alla Nazione? Riepiloghiamo ed andiamo ad una prima -provvisoria- conclusione.

In Europa è terminata da tempo la fase storica iniziata nel XVI secolo con la nascita dei moderni Stati. Alla fine del XIX secolo, gli europei vanno tendenzialmente a saturare gli spazi esterni all’Europa con la colonizzazione, processo di lunga durata iniziato a fine XV secolo e costitutivo dell’equilibrio europeo e della stessa consistenza dello Stato europeo[9]. Contemporaneamente si siedono al tavolo della spartizione dello spazio mondiale due nuovi attori non europei gli Stati Uniti ed il Giappone. Si rinforza la Russia poi Unione Sovietica e nel XIX secolo si formano due nuovi Stati europei (l’Italia e la Germania), appena compensati dall’implosione e sparizione dell’Impero asburgico.  La risultante di questo linee di pressione, fu la prima e la seconda guerra mondiale, intervallate sia dalla grande depressione[10], sia dal trasferimento della posizione di egemone mondiale dalla Gran Bretagna a gli Stati Uniti, sia dalla crescente esuberante assertività della nuova Germania. Dopo la seconda guerra mondiale, il pluriverso europeo è ripartito tra l’area occidentale a supervisione americana e l’area orientale a supervisione sovietica. Gli Stati Uniti, se da una parte aiutarono la ricostruzione euro-occidentale, dall’altra cancellarono sistematicamente ogni potere coloniale extra-europeo. Da verso lafine del XX secolo ad oggi, gli europei si trovano sempre più confinati nel loro angusto e molto affollato sub-continente. Dentro si forma un ordine funzionale alle logiche americane che vogliono un mercato unito ma nessuna vera unificazione statale (e militare), poi si permette alla Germania la sua riunificazione che la porta ad una massa fuori standard (la RFT era al livello di massa di Francia-Italia-UK) che si somma alle note caratteristiche geopolitiche di centralità spaziale in uno spazio europeo già di suo saturo. Allora i francesi ed i tedeschi pongono una appendice al loro trattato di pace già base del progetto unionista europeo: l’euro[11].  I tedeschi accettano a condizione di fissarne loro i parametri tecnici che poi diventano politici, i francesi a patto di esserne sostanzialmente esentati fungendo da legittimante e junior partner. I tedeschi controlleranno i paesi nordici e dell’est, i francesi quelli latino-mediterranei. Nel frattempo è collassato lo spazio euro-orientale sovietico ed a seguire quello balcanico,  con gli americani che danno alla Germania un nuovo grande spazio di espansione economica, tenendosi però il controllo delle leve politiche e militari che usano sempre più contro la Russia. Fuori d’Europa, si sviluppa velocemente l’Asia ed al Giappone si affiancano Cina ed India mentre l’ordine del mondo è fissato dalla prima globalizzazione a guida anglosassone che -ideologicamente- compendia il regolamento del buon comportamento economico nei decaloghi neoliberali che impongono lì dove possono, cioè soprattutto nel loro grande spazio. Gli americani, che certo non hanno alcuna intenzione di crearsi un Leviatano concorrente ma solo una eterogenea macedonia condannata al “divide et impera”,  hanno gioco facile a spingere gli europei ad unirsi economicamente, ma non politicamente e militarmente. E’ un gioco facile questo di non pensare dall’inizio all’unione in termini politici, primo perché i singoli popoli nazionali e quindi i singoli Stati non ci pensano minimamente a fondersi davvero, né questo è al fondo il desiderio delle loro stesse élite politiche ognuna delle quali esiste proprio perché appartiene ad un suo specifico spazio nazionale, né la condizione geopolitica ad eventuale ragione dell’unificazione  è “sentita” dalle rispettive opinioni pubbliche[12] che diventano sempre più ignare della complessità di questo enorme e complicatissimo scenario. Ma a ben vedere, l’ idea stessa di unire gli europei in quello che per avere sostanza politica[13] non può che non essere uno Stato, magari federale[14], ha sostanza fantasmatica. Non perché nessuno in fondo la vuole questa unione, ma perché non sta nel novero delle cose che è concretamente possibile fare.

Lo stesso Schmitt ci ricorda che la precondizione ovvia per pensare ad uno Stato più grande di quello che ci ha dato in sorte la nostra storia passata, sta in quella physis-terra composta di immagini, concezioni del mondo, religioni, tradizioni, “ricordi storici, saghe, miti e leggende, simboli e tabù, abbreviazioni e segnali del sentimento, del pensiero e del linguaggio”, insomma la materia che fa la sostanza assieme alla forma.  Fuori di questo presupposto dell’in comune c’è solo la conquista e subordinazione coattiva per poter formare uno Stato. Ma essendo il progetto UE una fusione e non una incorporazione, incorporazione che se pure qualcuno immagina è del tutto fuori luogo discutere visto cha la storia europea ci ha abbondantemente mostrato l’impossibilità di una conquista di Uno su Tutti,  quanto di quel “essere in comune” ha davvero in comune un presunto “popolo europeo”? Nulla. E’ l’atto giuridico politico che fonda lo Stato a fare il popolo o bisogna prima avere un per quanto mal definito popolo prima di poter pensare possibile uno Stato che lo amalgami e meglio definisca? Dove mai si è condivisa la discussione pubblica e popolare sul cambio di paradigma per cui se i nostri vecchi Stati si son fatti tra “noi” e contro quelli dei vicini, oggi i ragionamenti sul nuovo scenario del mondo del secondo millennio, ci imporrebbero di trovare un nuovo “noi” contro i nuovi attori multipolari?  E gli “europei” definizione che parafrasando Metternich non parte da una entità storico-politica ma da una mera espressione geografica, possono pensarsi come “noi”, possono davvero diventare e sentirsi un “popolo” o debbono rifiutare questa categoria e pensarsi come una società per azioni? Se non sono un popolo e non possono diventarlo in tempi storici ragionevoli, se nessuno realmente pensa e vuole immaginare possibile uno Stato europeo, se non potendo mai divenire uno Stato non potrà quindi neanche mai esser democratico, se non potendo  mai essere un vero Stato mai potrà esser un soggetto geopolitico nel gioco multipolare, su cosa stiamo buttando via tempo continuando ad affidarci con sempre minor entusiasmo al sistema UE – euro?  Queste cose, credo appaiano auto-evidenti al netto di qualsivoglia inclinazione ideologica ad uno storico, il problema è che il processo politico di presunta unificazione è discusso e teorizzato principalmente da economisti. Purtroppo però lo sguardo economico tende ad una metafisica platonica che, con logica geometrico-numerica, non legge la logica concretamente incarnata negli individui, nelle società, nelle istituzioni e nelle culture e nelle storie e nelle geografie che fanno i “popoli”, eterogeneità che fanno del complesso pluriverso europeo un frattale di multipolarità in sé. Da questo punto di vista, con Schmitt si vedono cose che  con Smith non si possono  vedere, pensando teoricamente possibile quella che è una tragica astrazione.

Si può lasciare questa idea dell’uni-verso europeo come idea regolativa della ragione, come punto di fuga ideale kantiano a cui tendere. Ma detto per inciso non secondario,  Kant parlò più di confederazione che di federazione ad al solo scopo giuridico-militare in modo da evitare l’eterno riproporsi della coazione hobbessiana del tutti contro tutti, Kant non hamai parlato di uno Stato federale europeo ed è probabile che la sola idea gli facesse ribrezzo[15]. Se questo è un punto di fuga in prospettiva, telos da traguardare nei (molti) decenni a venire,  nel frattempo, occorrerebbe pensare a qualcosa di meno sbilenco ed impossibile e che -tuttavia-  aiuti gli Stati europei a sopravvivere nel difficile e caotico scenario del mondo nuovo. Forse non c’è solo la dicotomia Stato ed Impero ma Stato piccolo ed impotente, Stato grande e potente ed Impero. Forse dobbiamo aprirci un pertugio nelle condizioni di pensabilità e sdoganare l’apparentemente banale e volgare considerazione di buon senso che -in questo discorso- le dimensioni contano. L’eterogeneità europea andrebbe forse pensata per gradi di prossimità, si dovrebbero prima fare federazioni basate su un comune  secondo le grandi ripartizioni dello spazio geo-storico europeo, magari tra loro confederate in una semplice alleanza militare che tra l’altro ci emancipi tutti dalla NATO e solo dopo federazioni di federazioni, ovvero l’ipotetico e molto remoto Stato europeo. Questa idea dell’effettiva unione politica sub-continentale -in prospettiva- sarà anche una necessità , ma pensare sia perseguibile nel delirio dell’impossibile analogia detta “Stati Uniti d’Europa” che ha più ruolo pubblicitario che realmente programmatico, dove la forma (unità) ignora la materia (pluralità storica dei popoli) e quindi non giungerà mai  a sostanza, non è guadagnare tempo, ma perderlo.

Quanto tempo possiamo ancora perdere invece che iniziare un nuovo viabile percorso di adattamento al mondo nuovo e complesso?

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In questo periodo sto studiando le faccende che riguardano questo complesso argomento e questo Autore che oltre a dare suggestioni utili alla riflessione, dà anche tanti problemi in quanto non si può relativizzare la sua piena e convinta adesione al nazismo da cui il problema del provare a separarne il pensiero puro e critico-teorico da quello pratico-pragmatico contingente. Sentire un tedesco, per giunta approssimativamente nazista, che parla di “impero” e di “grande spazio” fa scattare le saracinesche dell’ostracismo prima ancora di poter cogliere qualche idea magari poi da trasformare per altra utilità, non  facile visto che la nostra ragione è anche tanto emotiva, ma lo sforzo forse merita un impegno.  Il nostro “leninista” titolo sul Che fare? di Schmitt, allude al “Che fare di Carl Schmitt?[16]” che è il bel titolo di un altrettanto interessante libricino che si pone la stessa questione: cosa fare di certe riflessioni che sembrano fatte oggi, che sembrano assai lucide e predittive del dominio liberal-anglosassone, dell’universalismo mercatistico imperialista di cui oggi vediamo la piena espansione globalizzante -tra l’altro- in crisi di riformulazione, della pari confusione universalista dell’internazionalismo di sinistra che legge solo classi e non i popoli, dell’ingombrante volontà di potenza teutonica, della crescita di binomi impero-grande spazio tutti non europei, cosa fare della sua acutezza critica e della sua inservibilità normativa, malattia endemica dei pensatori tedeschi in genere? Jean-Francois Kervégan, l’Autore del libro citato, dà la sua diagnosi, così Stefano Pietropaoli  nella monografia dedicatagli[17], così nel suo lungo lavoro di scavo ed approfondimento Carlo Galli[18], così Giovanni Gurisatti curatore dell’edizione italiana della raccolta di scritti schmittiani di politica e diritto internazionali[19] e poiché amalgamati anche con considerazioni su “terra e sul mare”[20] validi anche in termini di geopolitica teorica, così il curatore tedesco originario di Stato, Grande Spazio e Nomos, Gunter Mashke nell’Epilogo post-fazione dello stesso volume. Così le riflessioni stimolate da Schmitt che hanno svolto a vario modo, qui da noi, Cacciari, Duso, Marramao, Tronti, Negri ed Agamben ma anche Julien Freund, Alexander Kojève o il “maoista” tedesco J. Schickel nel Dialogo sul partigiano del 1970. Ma di tutto questo, della “questione Schmitt”, parleremo altrove.

Convegno 16-17 Gennaio 2018, Villa Mirafiori, Facoltà di filosofia La Sapienza Roma – Micromega dal titolo “Lumi sul mediterraneo”.

La questione delle questioni poste da Schmitt ed il suo stesso statuto di pensatore, ha per noi rilievo di attualità sia in termini di geopolitica sulla teoria multipolare[21], sia in termini di concreta geopolitica europea (incluse le aggrovigliate matasse dei sistemi Unione europea ed euro), sia in termini di geocultura e geofilosofia e proprio sul fatto della questione teoria-prassi. Lo facciamo con Hegel come con Marx, con Nietzsche come con Heidegger, con i francofortesi e fino a Sloterdjik ed in parte con Schmitt, si finisce sempre col pascolare nelle radure del pensiero critico tedesco ma poi il mondo, il nostro mondo occidentale, continua imperterrito ad esser ordinato dal nomos anglosassone. Per parafrasare un francese (Deleuze)[22] “i tedeschi progettano mondi, gli anglosassoni li abitano” o li governano, si potrebbe meglio dire[23]. E non è tutto. Questa riflessione sullo Stato e sulla potenza, sulla condizione multipolare ed  il grande spazio che per noi italiani è  il Mediterraneo e la costa dirimpetta in cui tutti i grandi giocatori del gioco di tutti i giochi vengono a disordinare e far danni di cui poi noi paghiamo immancabilmente le conseguenze, cosa ci porta? Dove ci dovremmo dirigere per divincolarci dalla nostra passività subalterna che oscilla tra l’astratto unionismo europeo e l’improbabile ritorno ai confini nazionali di un Paese che sta scivolando nella gerarchia dei soggetti che contano oltre il limite di ciò che ha significato? Come possiamo trasformare questa progressiva insignificanza che ci condanna ad ogni tipo di eteronomia, dalla globalizzazione passiva  all’ineluttabilità neoliberista, dalla NATO ed ai diktat euristi del binomio franco-tedesco alle pressioni russe e cinesi non meno che americane, britanniche ed islamiche, dove volgere un diverso progetto, finalizzarlo a cosa, organizzarlo come? Chi gli amici, chi i nemici? Sovrani come e di che spazio, con quale regolamento ed intenzione? Come districarsi nella selva oscura fatta di imperi, comune, Stati, nazione, popoli, mercato, terra-mare-aria, teorie e fatti, mondo e sua immagine, politico ed economico e ritrovare la diritta via, oggi smarrita? E come rispondere a queste inevitabili domande poste dal primato di realtà, cercando di portare avanti anche le nostre non meno legittime ispirazioni ideali di giustizia sociale ed emancipazione, democrazia reale e buona vita sostanziale?

Riprenderemo  queste urgenti riflessioni in prossimi articoli.

[2/2, la prima parte qui]

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[1] In “Mutamenti di struttura del diritto internazionale” di Schmitt (1943), l’Autore fa un preciso riferimento ad un presunto discorso fatto da Stimson (Segretario di Stato ed alla Guerra americano) a West Point nel 1941 da cui sarebbe stato tratto il virgolettato, riferimento che ripete in altre opere successive ma al curatore dell’edizione tedesca Maschke, questo discorso di Stimson non risulta verificabile. Altresì, lo stesso Maschke, accetta che, esistente il preciso riferimento o meno, questo è stato effettivamente il pensiero “… dell’ideologia dei globalist che circondavano F.D.Roosevelt” (Nota 35 p.255 di Stato, Grande spazio, …. op. cit.).

[2] Nella vasta letteratura che indaga questi fenomeni di mondializzazione ed egemonia, si sottovaluta sistematicamente il dato demografico. Se non si considera la diversa massa e distribuzione di densità della popolazione mondiale che passa dal 1,5 mild dei primi del secolo, ai 7,5 mld più recenti (in poco più di un secolo) è facile cadere in narrazioni che hanno più del letterario che del concreto. Purtroppo, come la geopolitica ha lo stigma del suo utilizzo teorico-pratico da parte dei nazisti, la demografica lo ha con Malthus, ma così come non si può negare l’esistenza di una logica geo-storica a base della politica internazionale, sarebbe il caso anche di far pace con l’evidenza che spesso (non sempre e non da sola), motore attivo della Storia, è proprio la crescita o decrescita delle popolazioni.

[3] Oggi c’è anche una nuova linea dell’universale dell’Uno ma versione  pluralista, non quindi nel distopico addensamento nell’impossibile Un Mondo – Uno Stato (una idea, Schmitt direbbe, di teologia politica, monoteista nella fattispecie) ma nella riduzione degli Stati a regioni o città-Stato, connesse in un  network di scambi di materie, energie, individui, culture ed informazione. Un Uno non piramidale e monolitico ma a “rete” secondo la metafora del tempo (ogni tempo ha la sua). P. Khanna ne è il principale, ma non unico, cantore.

[4] Ma il mercantilismo tedesco (e cinese) quanto verrà ulteriormente permesso in un mondo che s’avvia ad una condizione stabilmente multipolare?

[5] Si segnala questa analisi di G. Doctorow, il quale vede un riproporsi di bipolarismo più che un avvio di multipolarismo https://consortiumnews.com/2017/10/23/russia-china-tandem-changes-the-world/

[6] F. Braudel, La dinamica del capitalismo, il Mulino, 1981

[7] Tanto la tradizione liberale che quella comunista, parlano spesso di mercato o capitale come se questo non fosse ripartito in aree territoriali governate da intenzionalità statali. Eppure i geoeconomisti (ad esempio il R. Gilpin di Economia politica globale, EGEA-Bocconi 2008) sanno bene che il “capitalismo” tedesco non è quello americano che non è quello giapponese che non è quello britannico ed oggi quello cinese. Forse molti non considerano che la Washington del “Washington consensus” non è solo l’addensamento ideologico delle élite transnazionali neo-liberali ma il nome della capitale degli Stati Uniti d’America.

[8] Chi in Europa potrebbe mandare in giro il proprio presidente a richiedere più che con le buone con le cattive il riequilibrio delle bilance commerciali, nel frattempo piazzando missili ed ottenendo nuove sottoscrizioni del debito pubblico “monstre”? Chi potrebbe fare la sua “exit” dall’UE senza rimanere polverizzato dal bombardamento finanziario dei “mercati” da cui Londra è immune? Chi potrebbe subire l’attacco al proprio grande spazio ucraino e siriano e reagire come ha reagito Putin? Chi potrebbe gestire e non esser gestito dalla globalizzazione investendo miliardi in strade, porti, linee e logistica per innervare la propria espansione mondiale come la Cina? I teorici della fine dello Stato vadano a spiegare ad americani, britannici, russi e cinesi che loro sono fatti fuori teoria e non teoria che sotto non ha alcun fatto della dimensione raccontata in  analisi che hanno costruito un falso luogo comune, come sempre “universale”. Intendiamoci, problemi ce ne sono parecchi nel conflitto strutturale tra Stato e mercato e sono certo cresciuti ad ogni ondata di mondializzazione, ma sono drammatici solo dove non c’è uno Stato in grado di esser tale.

[9] Nel caso francese ad esempio, dove ancora oggi questo Stato-economia vanta una privilegiata posizione di egemonia sull’Africa occidentale, come dovremmo valutare le sue performance capitalistiche? La Francia è ancora la 6a – 7economia mondo perché ha sostanzialmente ancora benefici coloniali? E il Regno Unito? E manterranno questo privilegio nei prossimi dieci anni? E cosa succederà se la risposta, com’è probabile, sarà “no”? La Francafrique concetto noto ai geopolitici, è noto anche a gli economisti?

[10] Questo crocevia è tutto da riesplorare. Messi in sequenza prima guerra – depressione e seconda guerra abbiamo trenta anni di stato d’eccezione del normale funzionamento delle società e quindi del capitalismo. Ma poi abbiamo altri trenta anni di eccezione (’45 – ’75) perché la ricostruzione post bellica (europea – asiatica – sovietica) è stata una condizione eccezionale. Poi abbiamo trenta anni (’75 – 2007/8) di espansione globalista soprattutto finanziaria a guida dollaro fiat money. Poi abbiamo il crollo dell’esagerazione finanziaria con crisi dei debiti privati e sovrani ipertrofici. Ma allora sono 100 anni che il “capitalismo” funziona in condizioni di contesto eccezionali. Come allora dovremmo considerare questo modo economico se volessimo immaginare un futuro normale ovvero un diverso ruolo sociale e politico del fatto economico?

[11] La moneta unica è solo una ovvia conseguenza del mercato unico altrimenti ciò che avrebbe dovuto unire (lo scambio commerciale) avrebbe riproposto le dinamiche concorrenziali tra Stati europei, generando nuova energia di frizione ed attrito. Qui si deve riconoscere l’apporto degli economisti critici che hanno ben analizzato e spiegato l’effetto che l’euro produce in termini di sottrazione di inter-competitività tra le economia nazionali del sistema euro.

[12] Sin dagli anni ’60, a partire dagli Stati Uniti, inizia un lento processo di degradazione culturale delle opinioni pubbliche. Chi ha una certa età e prova a mettere anche solo “a sensazione”, l’uno accanto all’altro il frame anni ’60-’70, col frame del ventennio del nuovo millennio, non potrà che rendersi immediatamente conto di quanto la “cultura” media sia regredita, in sostanza ed in valore stesso del concetto di “cultura”. Il fatto è viepiù preoccupante poiché incrocia con dinamica inversa la crescente complessificazione del mondo. Dovremmo sviluppare adattamento ad un mondo sempre più complesso con una dotazione culturale sempre più scarsa e mal distribuita? Le élite che si lamentano della vampata populista ed alla post verità a cui ricorrono come i tossicodipendenti che “domani smetto”, dovrebbero piangere se stesse poiché son loro ad aver boicottato la formazione culturale popolare che oggi, non trova altro sbocco di reazione che quella “istintiva ed intestinale”.

[13] Ovvero piena autonomia e sovranità in tutti gli aspetti, oltreché essere l’unico presupposto per l’esercizio della sovranità democratica.

[14] Dove “federale” non è una complicata e confusa struttura di relazioni plurilivello a diversa intensità ma una ben precisa forma di organizzazione politico-amministrativa che si applica in tanti Paesi che complessivamente sommano più o meno la metà della popolazione mondiale, tra cui India, USA, Brasile, Russia, Germania, Pakistan, Messico, Canada ed Argentina.

[15] Il Settimo articolo del progetto filosofico di I. Kant Per la pace perpetua (1795, in Kant, Scritti di storia, politica e diritto a cura di F. Gonnelli, Laterza, 2009), cita espressamente lo statuto giuridico di una confederazione (altrove Kant parla di una lega, sul modello dell’anfizionia dell’Antica Grecia) pacifica (foedus pacificum), che renda permanente quello che un normale trattato di pace rende episodico e precario. Tale permanenza, per quanto reversibile, sarebbe altresì assicurata dal Terzo articolo preliminare dove si indica la progressiva sparizione di eserciti permanenti. Perché per evitare la coazione alla guerra europea non sia scelta originariamente la strada di darsi un esercito comune in Europa che sottraesse materialmente la stessa possibilità del conflitto (difficile farsi una guerra senza avere un proprio esercito) ma si sia scelto il mercato comune (che tra l’altro contravviene il Quarto articolo che vieterebbe di contrarre debiti pubblici reciproci tra i contraenti confederati o il Quinto che vieta ad uno Stato di intromettersi nel governo e costituzione di un altro Stato) e ciononostante si citi Kant come padre spirituale dell’Unione europea è un mistero. Mistero viepiù fitto se si considera che Kant dava espressamente come opposto modello a ciò che voleva intendere con l’espressione Volkerbund, il Volkerstaat degli Stati Uniti d’America, la federazione dei popoli non portava affatto ad uno stato federale. Non quindi un super-Stato federale unico quale vagheggiano i sostenitori degli Stati Uniti d’Europa (analogia falsa ed improponibile), ma una confederazione a mo’ di alleanza di Stati sovrani. E che i singoli Stati dovessero rimanere pienamente sovrani, lo esplicita altrove e più volte negando a priori l’idea di una Universalmonarchie, ribadendo così la necessaria autonomia (darsi la legge da sé) su cui è basato l’intero impianto della sua filosofia della ragion pratica. (Sulla controversa questione si veda anche M. Mori, Studi kantiani, il Mulino, 2017 capitoli IV e V).

[16] J-F Kervégan, Che fare di C. Schnitt? Laterza, 2016

[17] S. Pietropaoli, Schmitt, Carocci editore, 2012

[18] C. Galli, Lo sguardo di Giano, il Mulino, 2008 ma anche Genealogia della politica, 2010

[19] C. Schmitt, Stato, Grande Spazio e Nomos, op. cit.

[20] C. Schmitt, Terra e mare, Adelphi 2002

[21] Per “teoria multipolare” s’intende una riflessione che non c’è, se non resuscitando qualche paragone con il Concerto europeo o l’equilibrio post-Westfalia (passione dellucido Kissinger che fra un po’ ci lascerà, lui “nemico” intelligente, con tutti “nemici” stupidi), quindi in un ambito parziale più ristretto ovvero quello europeo. Il soggetto politico mondo inteso non più solo nel limitato senso geografico, c’è da poco più di un secolo. Dopo la fase unipolare britannica e le due guerre, c’è stata la fase bipolare (debolmente tripolare) e poi quella breve unipolare americana, quindi non c’è riflessione multipolare contemporanea perché il fatto multipolare è assai recente e per altro in iniziale divenire. In più, c’è un monopolio americano di riflessione in politica internazionale e certo che a Washington non fanno il tifo per la multipolarità. Ne abbiamo parlato nel nostro “Verso un mondo multipolare”, Fazi editore, 2017.

[22] G. Deleuze, F. Guattari, Che cos’è la filosofia? Einaudi, 2002, all’interno di nota 15, p.99.

[23] Questione già nota al Marx del “Per la critica alla filosofia del diritto di Hegel”, in cui nota che “I tedeschi nella politica hanno pensato ciò che gli altri popoli hanno fatto” che anticipa (visto che è di due anni prima) la celebre XIa Tesi su Feuerbach sulla questione  teoria e prassi, relativa forse proprio alla mania tedesca di rimanere troppo astratti ed alla fine, inconcludenti o pragmaticamente inservibili.

Il paradiso femminista svedese  è un inferno in terra per la donna, di Max Bonelli

 

 

 

Nell’immaginario collettivo la Scandinavia e la Svezia in particolare è associata a natura incontaminata in perfetto equilibrio con una società tecnologicamente avanzata e con un rapporto uomo donna paritario sotto tutti gli aspetti e le sfaccettature. Gli uomini vanno in piazza a battersi il petto nelle manifestazioni di piazza dei “Me Too” e confessano di aver fatto apprezzamenti pesanti alla loro collega di lavoro tipo “Jag tycker om kvinnorna  i skjol” “mi piacciono le donne in gonna” la quale chiaramente rimane turbata per mesi da questa ardito complimento, tale da costringerla a tornare ai più sobri pantaloni più o meno attillati. Tutti sono compressi in questa confessione collettiva, momento culmine di una  società fermamente radicata nell’assioma uomo carnefice e donna vittima. Sentito è lo sconcerto su  simili pesanti proposte  che spesso anche se denunciate alla polizia, vengono fatte decadere, per mancanza di risorse umane da parte dei solerti vigilanti della legge occupati tra multare criminali della strada che superano i 40 orari su una strada con il divieto da 30 e criminalità d’importazione che fa saltare in aria il portone centrale della questura di Helsingborg (la quinta città della Svezia per numero di abitanti) nella completa impunità. Ma il momento d’isteria collettiva si raggiunge, in queste flagellazioni morali collettive, quando si arriva alla disparità di stipendi tra uomo donna che raggiunge in certi settori a parità di mansione la terribile cifra di un 100 euro mensili. In quel momento l’acme flagellativo raggiunge il culmine, gli uomini che non erano riusciti a sgaiattolare prima per seri impegni, guardano per terra i loro stivali di gomma immersi nella pioggia battente mentre le loro compagne sono in un ira dai connotati vagamente risorgimentali che sfogheranno in serata in una delle palestre riservate solo alle donne finalmente libere dagli sguardi indiscreti di uomini che esercitano la loro vista periferica sugli attillatissimi panta collant.

In questo paese così avanzato dove le donne lavorano ed hanno spesso incarichi dirigenziali e rilevanti nonostante le gravi discriminazioni di cui sono oggetto poc’anzi descritte, ci si aspetterebbe di avere notizie di un quadro statistico confortante riguardo la salute mentale della donna, scandinava ed in particolare svedese. La televisione inonda in maniera “sovietica” esempi di donne dedite alla thai boxe,pugilato , viaggi estremi nell’artico e via dicendo. Mentre sull’altro versante si accarezza virtualmente immagini di ragazzi in crisi psicologica da quando è stato rintrodotto il terribile servizio militare, dove per 5 giorni a settimana saranno impegnati nei rudimenti dell’arte della guerra, si sopravvive chiaramente solo perchè il fine settimana si va a casa! Certo anche le donne possono ambire ad indossate la divisa e lo fanno con una aggessività degna di una ardito di dannunziana memoria come al solito riportata alla evidenza da televisioni e giornali.

In questo contesto, mi aspettavo ti trovare delle statistiche che grondavano di felicità e stabilità psichica per quanto riguarda le donne in questo paradiso di valchirie. La visione della seguente tabella di dati sulla salute psichica della popolazione svedese ha incominciato a porre in crisi questa immagine idilliaca.

 

svezia statistica

Come si evince dai dati frutto dell’efficiente sistema statistico sanitario svedese, su una popolazione di quasi cinque milioni e quattrocentomila pazienti registrati in età adulta, nel sistema sanitario svedese oltre due milioni soffrivano nel 1998 di disturbi psichici di varia natura, tali da indurre una diagnosi e verosimilmente una conseguente terapia. Se andiamo all’ultima colonna abbiamo il rapporto numerico tra donne e uomini in riferimento alla singola diagnosi.(1)

A prima vista risalta agli occhi la prevalenza delle patologie psichiche tra le donne rispetto agli uomini. In alcuni si casi si arriva al rapporto 2 donne ammalate per ogni uomo. Solo per quanto l’abuso di alcool il rapporto è invertito e gli alcool dipendenti sono in rapporto di una donna per due uomini.

I dati sono riferiti al 1998 ma facendo un controllo su indici statistici più recenti la tendenza risulta invariata, le donne soffrono di malattie nervose in maniera più frequente degli uomini. Ho utilizzato questa tabella, perchè pur datata al 1998 da una immagine comparata della salute psichica degli uomini e delle donne svedesi e non si riescono a trovare tabelle così esemplificative più recenti.

Conoscendo bene la società svedese per averci vissuto diversi anni ho immediatamente collegato questi dati allo sforzo psicologico giornaliero della donna nell’inseguimento di una parità dei sessi a tutto campo anche in settori tradizionalmente più ostici all’universo femminile. Una donna, poliziotto, soldato, muratore, carpentiere, trova se non rare eccezioni  una strada più in salita rispetto ad i colleghi maschietti per raggiungere gli stessi standard in ambito lavorativo. Prendere sulle spalle un manichino di sessanta chili e portarlo fuori da un area dove si simula un incendio è una prova impegnativa per parecchi uomini e madre natura ancora non si è attrezzata alle richieste di emancipazione della società scandinava degli anni 2000. Ma lo stesso si potrebbe dire per incarichi manageriali dove ti porti a casa il lavoro e con esse le sue pressioni psicologiche.

Per contro la stessa madre natura non rende insensibili le donne  all’esigenza di avere figli ed il peso di una famiglia si riversa maggiormente sulle mamme  per quanto i bravi uomini svedesi facciano di tutto per fare la loro parte. Ma vedete, gli scandinavi abitano per la massima parte in grandi, moderne baite, leggesi villone di legno, e quando tornano a casa da un lavoro eretto a religione di vita, si devono occupare della costante manutenzione di queste case di legno. Lavori manuali che spesso vengono lasciati all’uomo dalle loro consorti che per forza di cose si prendono cura della cucina, dei bimbi, almeno due e l’immancabile cane. Trovare elettricisti ed idraulici è un operazione difficile e costosa nell’avanzata Scandinavia e la pressione psicologica sugli uomini che devono essere”handig=capaci a far tutto” non è inferiore a quello dello loro mogli. Ad un certo punto l’idillio delle 3 V,(Volvo,Villa, Vove(cane) si rompe e scatta il divorzio abbondantemente sopra il 50% nel paese di Emil di Astrid Lindberg.

Nella maggior parte dei casi sono le donne a chiederlo ma nel contempo, per quella matrigna di madre natura, sono le stesse a sostenere la botta psicologica di figli che finiscono in depressione od in sindrome ADHD, facilmente diagnosticata ed ancor più facilmente trattata con anfetamina.

Le moderne vichinghe con il passare del tempo trovano che se è facile trovare un compagno che salta sul letto con te per una sera, nello stesso tempo è difficile trasformare un “knullkompis=compagno di scopata” in un uomo che lavora per te, che condivide le fatiche quotidiane del paradiso 3V che proprio lei stessa nella maggior parte delle occasioni ha infranto.

Ad un certo punto qualcosa in questa donna iper produttiva, in carriera, emancipata e pronta a prendere il suo destino nelle sue mani si rompe e compare una patologia psichica di varia natura a cui l’apparentemente iper avanzato sistema sanitario svedese da una risposta palliativa (farmacologica) che tiene a bada i sintomi senza curare le cause. A tutto questo si uniscono giornate di malattia, la produttività sul lavoro cala e con essa anche gli aumenti di stipendio che già avevano risentito del divorzio visto che i bambini si ammalavano di più e la mamma si doveva mettere in  aspettativa genitoriale.

L’arcano della differenza degli stipendi a parità di mansione tra uomo e donna viene presto spiegato, il mondo del lavoro non è di per se maschilista ma semplicemente realista, se sei meno presente sul lavoro è difficile pretendere un buon aumento dello stipendio.Maschilista è la società occidentale neoliberista che all’altare della produzione brucia quella micro società fondamento della società umana compostasi in decine di millenni di evoluzione che si chiama famiglia.(2)

La donna viene bruciata, usata, usando lo specchietto dell’allodole del raggiungimento di una parità nei processi produttivi e di distribuzione della ricchezza,a questo altare è costretta a sacrificare, i valori più innati ed il suo equilibrio psichico.

Il risultato una marea di donne insoddisfatte della loro vita e di se stesse. Di buone intenzioni è lastricata la strada dell’inferno.

 

 

Max Bonelli

 

 

 

Riferimenti Bibbliografici

 

 

1)https://www.ncbi.nlm.nih.gov/pmc/articles/PMC5493066/

 

2)https://it.wikipedia.org/wiki/La_teoria_svedese_dell%27amore

 

 

MARE NOSTRUM_UNA CHIOSA A “UN PIVOT MEDITERRANEO PER L’ITALIA”_ GIUSEPPE GERMINARIO

Qui sotto il link di un articolo decisamente interessante, apparso sulla rivista Eurasia, riguardante una possibile ricollocazione geopolitica dell’Italia che consentirebbe una maggiore autonomia di azione senza necessariamente rimettere radicalmente in discussione l’attuale sistema di alleanze incentrate sulla Unione Europea e sulla NATO. Il fulcro dell’azione politica, in sostanza, dovrebbe volgersi verso il Mediterraneo e verso l’Africa nel vicinato prossimo e verso l’Asia, la Russia e la Cina in quello lontano. E’ indubbio che, pur all’interno dei pesanti vincoli di subordinazione ed alleanza, ci siano margini di agibilità che la nostra classe dirigente nemmeno sogna di utilizzare. L’esempio positivo della Turchia, per altro, mi pare fuorviante; come pure quello della Polonia, giacché l’Italia gode, a dispetto della presunta perifericità del paese, della stessa attenzione strategica da parte delle potenza dominante. La condizione di frammentarietà e debolezza politica ed istituzionale difficilmente consentirebbe di sostenere  una pressione analoga a quella subita dalla Turchia. E infatti appare propedeutico e decisivo l’orientamento politico strategico della classe dirigente dominante per intraprendere una qualsiasi strada di maggiore autonomia. La vicenda delle sanzioni alla Russia, tra i tanti, assume la veste di un vero e proprio paradigma. Non sono solo uno strumento offensivo contro la Federazione Russa, sono anche uno strumento di compattamento dell’alleanza atlantica; si stanno rivelando, sorprendentemente, nella loro opacità ed arbitrarietà di applicazione un modo particolarmente subdolo di ridefinire i rapporti interni all’alleanza stessa e di danneggiare i paesi diretti dalla classe dirigente più prona. La volontà di una classe dirigente è, però, solo una condizione, sia pure determinante. Il problema è innanzitutto come si forma e costruisce una classe dirigente alternativa, visto che quella attuale non pare offrire nessuna capacità di analisi e possibilità di redenzione. E tuttavia occorre prestare un occhio più attento alla condizione oggettiva del paese. Su questo l’articolo assume, a mio avviso, una postura un po’ troppo ottimistica sia pur nella cautela in esso suggerita rispetto a soluzioni-panacea quali quella dell’uscita dall’euro. Intanto, ancora una volta, l’estensore sembra fondare sulle capacità economiche e sulle potenzialità produttive la possibilità di redenzione dalla condizione di asservimento. Purtroppo numerosi eventi ed episodi attestano ormai quanto queste potenzialità siano piegate e conformate dalle esigenze politiche e rese praticabili da una credibilità e autorevolezza politica della classe dirigente purtroppo in via di esaurimento. Il paese, inoltre, sta erodendo drammaticamente piuttosto che acquisendo le capacità tecnologiche e produttive necessarie a dar corpo a queste politiche. Ma non solo quelle; anche dilapidando le stesse capacità e qualità professionali che non ostante tutto riesce ancora a formare. La classe dirigente sta perdendo progressivamente e consapevolmente il controllo e la capacità di indirizzo dei residui atout disponibili. Non è un caso che gli americani si siano concentrati nell’acquisizione dei settori strategici, anche quelli in apparenza meno significativi come la ceramica; non è un caso che francesi e tedeschi si siano concentrati sulla logistica, sul drenaggio del risparmio e sull’acquisizione di marchi, in particolare di quelli che potessero qualificarli con miglior lustro, sotto mentite spoglie, in Medio Oriente. Due esempi tra tutti, l’Edison e l’Italcementi, concesse anch’esse allegramente rispettivamente in mano francese e tedesca. Una gran parte dell’apparato produttivo, per altro, è costituito da componentistica legata ormai mani e piedi al prodotto finito della grande industria tedesca. La storia dello sviluppo industriale del paese è lì a rammentarci, per altro, che i momenti di maggior espansione e di sviluppo qualitativo dell’economia, in particolare dell’industria, a partire da metà ‘800, si sono ottenuti guardando a nord e ad ovest, il più delle volte obtorto collo. Emblematico ed illuminante a proposito il contenuto dell’acceso dibattito degli anni ’50, propedeutico al “miracolo economico”. La stessa impresa straordinaria di Mattei all’ENI, pur con tutti i margini di audacia ed autonomia che costui si è concesso e per i quali ha pagato drammaticamente dazio, consistevano sì in una apertura verso i paesi mediterranei, africani e mediorientali, che consentisse soprattutto l’approvvigionamento necessario alla compartecipazione, però, del paese al miracolo economico euroccidentale. Non a caso Mattei contrastò l’ostracismo dei settori più retrivi dell’industria italiana, anch’essi favorevoli ad una espansione verso il Mediterraneo, sostenne lo sviluppo dell’industria di base, specie energetica, siderurgica e chimica, antagonista a quelli e si alleò con la nascente industria meccanica, notoriamente direttamente legata ai centri americani. Nell’attuale condizione, uno spostamento del baricentro rischierebbe di asservire ulteriormente il paese al vero dominus dal secondo dopoguerra ad oggi, gli Stati Uniti. La condizione preliminare di una svolta è, diversamente, l’assunzione del controllo delle principali leve di governo e di indirizzo del paese; il patto europeo, negli attuali termini, inibisce questi sforzi secondo modalità ben più complesse della mera introduzione della moneta unica, l’euro e della imposizione delle norme di stabilità finanziaria, sui quali si incentra purtroppo la quasi esclusiva attenzione dei critici. Una rinegoziazione piuttosto che una rottura presupporrebbe l’esistenza di una classe dirigente ancora più determinata e capace e di un contesto ben diverso, quanto meno di una Unione Europea molto più ristretta e gestibile degli attuali ventisette aderenti. Una rideterminazione del “pivot” non può prescindere quindi da un lavorio sagace in grado di favorire il cambiamento degli equilibri politici in Francia e Germania, senza il quale rischiamo di trovarceli come avversari sempre più dichiarati, in una Europa sempre più frammentata e rissosa, ma sempre a supporto della potenza dominante. A maggior ragione le implicazioni sarebbero determinanti se il paese, motu proprio, dovesse allargare il raggio di azione a Cina e Russia. Buona lettura_Giuseppe Germinario

UN PIVOT MEDITERRANEO PER L’ITALIA

Dell’uguaglianza: dialogo sui due Manifesti (seconda parte), di Alessandro Visalli

Dell’uguaglianza: dialogo sui due Manifesti (seconda parte)tratto da

https://tempofertile.blogspot.it/2017/11/delluguaglianza-dialogo-sui-due.html

 

Continua il dibattito avviato con la pubblicazione dei due manifesti per l’Europa http://italiaeilmondo.com/2017/10/24/quale-europa-a-cura-di-giuseppe-germinario/

Rileggendo le repliche di Roberto Buffagni al mio testo su “Lo scontro tra le diverse Europe”, che a sua volta era una replica al suo “Due appelli, due Europe” mi pare il punto dirimente sia il concetto adoperato di “uguaglianza”. Si tratta, a tutta evidenza, di un concetto-monstre; all’avvio della voce “Uguaglianza” della vecchia e insostituibile Enciclopedia Einaudi (14, pp. 515 e seg) si legge che “il concetto di uguaglianza ha un’estensione tanto vasta che si può affermare nei suoi confronti ciò che Hegel diceva di Dio, che preso di per sé è ‘un suono privo di senso, un mero nome’”.

Tuttavia la sua replica ci precipita in tale estensione; dunque tocca parlarne.

Nella prima parte della replica si afferma con un’utile schematizzazione idealtipica che il “progressismo”, individuato come nemico da Buffagni, sia caratterizzato da: “universalismo politico”, “relativismo spirituale”, “egualitarismo omologante”, “individualismo astratto”, e probabilmente soprattutto “telos e senso della storia identificati con la distruzione creatrice capitalistica e il progresso che meccanicamente ne consegue, in vista dell’obiettivo strategico/utopico del governo mondiale”, in conseguenza “scientismo”. Al contrario il “conservatorismo” sarebbe caratterizzato da “endiadi di universalismo spirituale e relativismo politico”, “primato ontologico della comunità sull’individuo e della gerarchia sull’eguaglianza tanto nella personalità dell’uomo quanto nella strutturazione della società”, “telos e senso della storia identificati con la trasmissione dell’eredità del passato e la perenne ricerca – sempre contrastata e sempre rinnovata, mai conclusiva – dell’ordine, in vista del bene comune”.

Questa opposizione rappresenterebbe la frattura lungo la quale tendono a ricomporsi i campi politici. E nel ricomporsi riavviano le guerre di religione, nel senso di guerre per il senso più profondo dell’essere uomo. Si arriva a porre i due opposti manifesti (questo e questo) come momento di manifestazione di un piano di conflitto profondo come lo furono le 95 tesi luterane (a posteriori).

Su questa valutazione, che solo i posteri potranno confermare, viene la prima sfida intellettuale che il testo pone: la ‘sinistra’ si dividerà a suo parere lungo la linea di faglia, e precisamente tra umanismo e quello che chiama ‘post-strutturalismo’. Il punto di differenza sarebbe nell’attribuzione di qualche sostanza naturale all’uomo ed al suo bene. Il cosiddetto post-strutturalismo (termine nel quale, come noto, si addensano le ampie tradizioni culturali, in particolare filosofiche), oltrepassa, appunto, lo strutturalismo marxista ed il materialismo, che include necessariamente una valutazione del bene e dell’uomo come dotato di propria natura, seguendo una critica radicale della ‘ragione’. Questa prende in effetti molte e diverse facce (nel mondo francofono, passando per una rilettura di Nietsche e Heidegger, sfocia nella genealogia foucaultiana o nella ‘decostruzione’ derridiana; in quello anglofono nella rilettura della tradizione pragmatista ed in autori come Rorty; in quello italiano nel cosiddetto ‘pensiero debole’ di Vattimo e poi nel pensiero delle moltitudini di Negri). La spaccatura si aprirebbe dunque tra post-marxisti, legati a qualche tipo di umanesimo, e post-metafisici che cercano di farne a meno.

È piuttosto difficile alzare barriere così nette, ad esempio nella seconda famiglia sono molto più frequenti riletture di autori sicuramente riconducibili alla “cultura politica del conservatorismo”, come Heidegger e Nietzsche, e sono in opera tentativi di sintesi come quello di Habermas e delle ultime generazione francofortesi (che, però, in qualche modo tornano verso Hegel).

Se comunque la questione dirimente fosse l’ancoraggio ad un concetto di natura umana “fondato religiosamente e/o metafisicamente” (ancorato alle tradizioni culturali greco-romana e cristiana) e dunque ancorato ad un’affermazione assoluta e universale della verità, saremmo in presenza di una frattura che grosso modo può essere fatta risalire al trauma della ‘guerra civile europea’ della prima metà del novecento. Ma tutte le tradizioni culturali che dal trauma traggono una sorta di cultura del sospetto (tutti i citati, sia pure in modo enormemente differenziato) faticano ad essere raggruppate dalla stessa parte secondo gli assi conservatore/progressista o destra/sinistra. Per fare un esempio è l’opposto di un progressista Heidegger, ma certamente sospetta la metafisica occidentale (alla quale riconduce certamente lo scientismo e il mito del progresso prometeico) e con essa l’identificazione di essenze. È per lui la domanda sull’essere che tiene in movimento la natura umana, caratterizzata dall’esserci e dall’essere per la morte, e che abita nel linguaggio (nella radura aperta da esso). Questa mossa è interpretata da autori come Rorty, in uno con la tradizione pragmatista alla quale è legato, come parte di un “linguistic turn” complesso da incasellare nelle categorie indicate.

Ma in fondo credo che il discorso non sia su questo piano, la questione centrale focalizzata è tra un universalismo che si traduce in imperialismo (non alieno anche alle tradizioni antiche) e un universalismo fondato su una distinzione tra “le due città”, agostiniano. Qui la critica alla rivoluzione francese, con la sua pretesa tutta moderna di creare in terra la perfezione tocca il tema della “uguaglianza”, che sarebbe in realtà “solo virtuale o potenziale”.

Nel secondo intervento ecco che la critica prende corpo: secondo Buffagni se si cerca di attuare l’eguaglianza si passa inevitabilmente il segno, precipitando nel suo opposto (il concetto utilizzato è ‘enantiodromia’, che Jung riconduce al dominio di una direttiva unilaterale che produce una inconscia direzione d’azione opposta). Qui in particolare è discussa la critica che avevo avanzato al capoverso della “Dichiarazione di Parigi” nella quale veniva sconfessato “l’egualitarismo esagerato” e la connessione di una “democrazia sana” alle “gerarchie sociali e culturali”, capaci di articolarsi su perseguimento di “eccellenza” ed attribuzione di “onore”. Ovvero la “restaurazione” di un senso socialmente condiviso della grandezza “spirituale” (questa sottolineatura è naturalmente importante), degna di onore al di là della “mera ricchezza”. La frase che più di ogni altra mi ha mosso è, però, la seguente: “la cultura della dignità sgorga dal decoro e dall’adempimento dei doveri che competono al nostro stato sociale”. Frase che è soprattutto chiarita, nel suo senso, dal suo seguito: “dobbiamo ricuperare il rispetto tra le classi sociali che caratterizza una società che dà valore a tutti”.

Confermo che qui c’è una divergenza di sensibilità. Citai appositamente un autore denso, culturalmente avveduto, e molto consapevole della linea di frattura prima evocata, come il filosofo francese di destra (estrema) Alain De Benoist, perché leggendolo questa divergenza mi è sempre saltata all’occhio. Non è facile coglierlo in fallo, per così dire, ma nell’insieme per me passa il segno.

Non si tratta però neppure di disconoscere un semplice fatto, come quello che le classi ed i ceti sono regolarità storiche, perché sarebbe ovviamente atto ridicolo. Né si tratta di immaginare un mondo dell’eden, in terra, nel quale la diseguaglianza sociale (ovvero, appunto, le differenze creanti organizzazione sociale) sia eliminata.

Se si tentasse questa via (che è sfiorata in alcuni passi più politici anche di Marx, dunque di un autore “umanista” nella classificazione sopra fatta) certamente gli effetti sarebbero ‘enantiodromici’. E tale fu, più o meno, la critica della componente di sinistra (ma anche di quella di destra) della scuola post-strutturalista. Per chi volesse sincerarsene potrebbe rileggere il breve passo in cui Jacques Derrida, in “Spettri di Marx” afferma che non si può capire la decostruzione senza far mente al clima nei primi anni sessanta e tardi cinquanta di critica del sovietismo (seguita alle invasioni nell’Est europeo).

Come anche per altre grandi mosse della modernità (in particolare ottocentesche) quando ci si attarda con questa idea si sta trasponendo, senza avvedersene, strutture logiche e orientamenti affettivi delle escatologie cristiane. Lo fa il liberalismo, quando estremizza il proprio proceduralismo, lo fa il socialismo, quando immagina la ‘città celeste’ nella classe. Si tratta, indubbiamente, di teologie, anche se ‘civili’ (ovvero travestite).

E dunque in quella traccia cadono tutte le obiezioni di Buffagni; le condivido.

Posso anche capire il modo in cui usa il termine “ethos aristocratico” in questa frase: “la democrazia in quanto tale non basta affatto a garantire una saggia conduzione della cosa pubblica, e che una democrazia dà migliori risultati quando la guidi una classe dirigente coesa da un ethos aristocratico”, presumibilmente nella stessa direzione in cui Durkheim ricercava una ‘morale civica’ che sia in grado di creare un sentimento motivante alla reciproca considerazione ed all’agire comune. Un sentimento (si può leggere “la Fisica dei costumi”, del 1896) che consenta di anteporre alle loro preferenze e convinzioni il bene della comunità democratica, impegnandosi per lo sviluppo comune. Dato che le cittadine ed i cittadini possono essere disposti a tale passo solo se giudicano desiderabili, e degni di essere difesi, i corsi di azione comuni, è necessario quindi, scrive Durkheim, una qualche misura di “patriottismo”.

Dunque, come scrive Buffagni: “che sia capace, ad esempio, di compromesso politico, di tacito accordo in merito all’interesse nazionale, di condividere stile e cultura al di sopra delle inimicizie politiche”.

Direi che su questo piano si incontrano molte acque, l’ultimo Habermas, ad esempio (erede di alcune tradizioni “del sospetto”, ma anche “progressista”) si chiede nelle sue ultime riflessioni sulla religione (ad esempio “Verbalizzare il sacro”) se la trascendenza dall’interno, attivata dal linguaggio non sia circondata da distese, per così dire, “illuminabili ma non penetrabili” (scrive Leonardo Ceppa in un bel saggio su questo pensiero, “Habermas, le radici religiose del moderno”, che leggeremo insieme) con i semplici strumenti del pensiero proposizionale. Il disincantamento scientifico del mondo ed il lavoro di messa tra parentesi delle differenze compiuta dal diritto democratico non basta, ci sono fonti di solidarietà che non possono essere aggirate (qui torna anche il concetto di anomia durkmehiano). Dunque, in vece della promessa escatologica che si critica, per essa dell’idea liberale che l’ordine possa generarsi dall’aggregazione cieca delle libertà solo private, e la legittimità dalla mera legalità, è necessario riconoscere il surplus di ‘devozione repubblicana’.

È necessario dunque il ‘patriottismo’ di Durkheim e il patto politico. Come scrive Ceppa, “non è pensabile nessuna ‘repubblica dei diavoli’” (ivi, p.110).

Ma la ricerca dell’eguaglianza politica (e delle sue condizioni di possibilità materiali) è un cantiere sempre aperto, e che deve restare tale.

Ma forse conviene tornare un attimo sulla questione posta, dal Manifesto di Parigi, dell’uguaglianza dei moderni come invenzione della rivoluzione. Sieyès dirà in “Che cos’è il Terzo Stato”, nel gennaio 1789 che “il privilegiato si considera insieme ai suoi colleghi come appartenente a un ordine a parte, una nazione scelta all’interno della nazione”, questi “arrivano a vedersi come un’altra specie di uomini”. La democrazia è, alla fine, dunque semplicemente questo: una società di simili (Tocqueville).

Viceversa la mentalità aristocratica, consolidata in particolare nel sedicesimo secolo, verso la quale è mobilitata l’energia rivoluzionaria, vedeva stirpe, estrazione sociale, un insieme di qualità sociali ereditarie proprie, caratterizzare alcuni come preordinati, e per questo adatti, a dirigere la società tutta. Altri, viceversa, a stare “nei loro doveri” (per usare la formula di una supplica al re di Francia fatta appunto dai rappresentanti dei nobili in occasione degli Stati Generali del 1614). Le diversità di status, che fondavano una gerarchia naturale, erano quindi radicate da diversità intrinseche di per sé evidenti. Come la mette Rosanvallon “essi pensavano di vedere tanti tipi di uomini quante erano le condizioni sociali, tutti partecipi di una stessa natura, ma diversificati in modo ereditario per il loro comportamento e il loro diseguale valore umano” (“La società dell’uguaglianza”, p.30). Il Decreto della notte del 4 agosto 1789 ne distruggerà in Francia la base materiale (privilegi fiscali, diritti esclusivi e barriere professionali e amministrative) ma ne attaccherà anche la pretesa di non essere eguali, di non mescolarsi, di essere separati.

Dall’altra parte dell’oceano viene contemporaneamente posta sotto attacco la “frivola leziosità della cortesia”, i “gentiluomini”, e come dichiara la Pennsylvania la pretesa di “non essere tutti sullo stesso piano”. Nel 1786 i costituenti dello Stato americano affermeranno: “un regime democratico come il nostro non ammette alcuna superiorità”.

Questo è lo spirito rivoluzionario, ed è semplice: si tratta di rigenerare l’umanità e riconciliarla, farla uguale ed una.

La radice di ciò ha un’aria di famiglia inconfondibile: “non c’è né ebreo né greco, né schiavo né uomo libero, né uomo né donna, perché tutti voi non siete che uno in Cristo Gesu” (Paolo di Tarso, Lettera ai Galati, 3,28).

Ma, come ricorda anche Buffagni, questa uguaglianza (davvero radicale) è tuttavia “spirituale”, non è affatto politica. Non è per niente una eguaglianza democratica.

Per molti secoli nessuno (o quasi) ha tratto, infatti, conseguenze politiche dal lascito verbale del cristianesimo. L’intero sistema di credenze ed istituzioni lo impediva, lo rendeva non pensabile. La sovversione interna di questo messaggio potenziale avviene lentamente a partire dal ripensamento seicentesco e, in America, dalla tradizione puritana. Ancora nella Enciclopedia, curata da Diderot, la voce afferma essere la “uguaglianza assoluta” una “chimera”, e sottolinea “la necessità delle diverse condizioni, dei gradi, degli onori, delle distinzioni, delle prerogative, delle subordinazioni che devono regnare in ogni governo”. In accordo con una lontana tradizione l’uguaglianza davanti a dio e naturale ha ancora una dimensione strettamente morale, e solo questa.

Quello evocato dal nostro interlocutore è, insomma, un antico terreno di battaglia.

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