UNA RISATA SEPPELLIRÀ IL CACCIATORE FASULLO, di Gianfranco Campa

UNA RISATA SEPPELLIRÀ IL CACCIATORE FASULLO

 

In un articolo pubblicato lo scorso febbraio sul nostro sito avevo riportato la notizia della decisione, presa dal cacciatore fasullo, il Procuratore Speciale Robert Mueller, di rendere pubblici, con grandi fanfare, i capi di imputazione contro 13 cittadini ed entità Russe per aver intrapreso “una guerra di disinformazione” tesa ad interferire nelle elezioni presidenziali americane con l’intento di frodare gli Stati Uniti. In altre parole per aver cospirato al fine di manipolare le elezioni presidenziali Americane del 2016.

Sotto la costante pressione dovuta alla necessità di produrre risultati immediati, concreti, visibili, dopo mesi di indagini e pressioni provenienti dai Democratici, dall’establishment e dallo stato ombra, con il chiaro intento di dimostrare la fondatezza delle  presunte infiltrazioni Russe e continuare quindi a giustificare le caccia alle streghe del Russiagate contro Trump, il signor Mueller aveva tirato fuori dal suo cilindro magico le accuse contro questi cittadini e compagnie Russe.

Una mossa da vero coniglio, per il procuratore Mueller, non nuovo a questo tipo di prodezze giudiziarie. Capi di accuse contro fantomatiche entità Russe, messi in piedi più per necessità di spettacolo mediatico teso a soddisfare i nemici di Trump e di giustificazione dei milioni di dollari spesi dai contribuenti americani nel mettere in piedi la struttura dell’ufficio del procuratore speciale sul Russiagate che per la serietà di evidenze, prove e indagini.

Così lo scorso 9 Maggio, i portavoce di Mueller, accusatori dei Russi, si sono presentati al Tribunale del Distretto Federale Della Columbia (Washington DC),  di fronte al Giudice Magistrato Michael Harvey, per quella che viene chiamata in gergo giuridico: Initial Appearance and Arraignment, meglio anche conosciuto come Preliminary Hearings. In altre parole sarebbe l’equivalente di un’udienza preliminare sul caso Troll Russi.

Quella che doveva essere una trionfale passeggiata per gli eroi del Procuratore si è trasformata in un siparietto comico, dove Mueller di riflesso ha fatto una emerita figura barbina, abbastanza determinante da innalzare prepotentemente il livello delle sue già leggendarie capacità investigative…

Le accuse contro i Russi avrebbero dovute essere in teoria una agevole passeggiata, una sua facile vittoria mediatica e giuridica poiché nessuno, tantomeno i  Mulleriani, si sarebbero aspettati una aperta sfida in tribunale. Questo perché le entità Russe, individuate da Mueller, non risiedono negli Stati Uniti e nessuna decisione giuridica in America avrebbe avuto valore in Russia o viceversa. Si riteneva altamente improbabile che le persone imputate nel caso dei Troll Russi, si presentassero in un tribunale degli Stati Uniti. Ci si aspettava quindi da parte di Mueller che codeste società e persone ignorassero il procedimento, aprendo la strada ad uno scontato riconoscimento del lavoro svolto da Mueller. In altre parole questi capi di accusa contro i Russi dovevano servire da palcoscenico per gli applausi di riconoscimento del solerte lavoro sin qui svolto dal nostro eroe Robert Mueller.

Questo appunto in teoria; perché in realtà quando i Mulleriani si sono presentati in Tribunale, tutto si aspettavano fuorché di trovare un team attrezzato di avvocati incaricati di rappresentare una delle entità Russe menzionate negli atti di accusa.

Delle tredici entità Russe, tre di queste sono compagnie facenti capo al magnate russo, amico di Putin, Yevgeny Prigozhin, conosciuto meglio col soprannome di “ cuoco di Putin”. La Concord Catering and Concord Management avrebbero, secondo Mueller, finanziato le operazioni di un’altra compagnia, la Internet Research Agency, una “fabbrica di trolls online” con sede a San Pietroburgo.

La Concord Management and Consulting LLC sono quindi in realtà la stessa compagnia e si sono presentate in Tribunale difese da uno dei più famosi studi di avvocati statunitensi: Reed Smith LLP.

Di fronte al giudice Harvey c’erano i rappresentanti del procuratore speciale Mueller; gli assistenti procuratori speciali Jeannie Rhee, Lawrence Atkinson e Ryan Dickey. Mentre a rappresentare i Russi, del leggendario studio legale Reed Smith LLP c’erano: Eric Dubelier e  Katherine Joanne Seikaly.

A questo punto sono cominciati i sorrisi. Prima di tutto lo sguardo smarrito dei procuratori Mulleriani nel vedere un team di avvocati presenti in tribunale per conto dei russi. I procuratori, colti evidentemente di sorpresa, avrebbero immediatamente chiesto che il caso venisse posticipato. Questo probabilmente per guadagnare tempo e permettere ai Mulleriani di assorbire lo shock, la svolta negativa della situazione e tracciare una nuova linea di attacco alla luce dei nuovi sviluppi della situazione, opposta rispetto alle aspettative iniziali. Insomma per i Mulleriani trovarsi di fronte la squadra di avvocati è valso l’equivalente di un uppercut ben assestato ad un avversario troppo baldanzoso. Il giudice avrebbe rifiutato la richiesta dei Mulleriani e l’udienza quindi si è svolta regolarmente.

Durante questa udienza, il giudice chiede all’avvocato che rappresenta la Concord Management se rappresentasse anche la Concord Catering. L’avvocato Dubelier risponde al giudice affermando di rappresentare solo la Concord Management. Dubelier sottolinea la ragione per cui non rappresentano la Concord Catering: “Vostro Onore, penso siamo di fronte al classico caso in cui il governo tenta di incriminare il proverbiale panino al prosciutto”. Il panino al prosciutto si riferisce al famoso termine “incriminare un panino al prosciutto” tratto da un articolo del New York Daily News del 1985,  quando il capo procuratore di New York, Sol Wachtler, dichiarò alla stampa che i pubblici ministeri avevano così tanta influenza sulle giurie da poter, se necessario, condannare anche un panino al prosciutto.

Dubilier prosegue affermando che la Concord Catering non esisteva come entità legale durante il periodo in cui Mueller la accusa di aver influenzato le elezioni americane. Dubelier aggiunge inoltre che “Se mi mostrassero le prove che codesta compagnia esisteva al momento dei fatti contestati dai procuratori, probabilmente saremmo qui a rappresentarli, ma per gli scopi di oggi no.”

Gli avvocati Eric Dubelier e Katherine Joanne Seikaly hanno sottolineato inoltre che le accuse del  procuratore speciale Robert Mueller sono infondate e l’unica ragione mossa dalle accuse di Mueller sarebbe quella di “incriminare un russo – qualsiasi russo possibile“. In altre parole gli avvocati hanno accusato Mueller di fronte al giudice di condurre una vera e propria caccia alle streghe. Secondo gli avvocati la ragione di queste approssimative accuse di Mueller contro fantomatiche entità Russe è ovvia: accusare i Russi per giustificare la propria esistenza da procuratore speciale.

Dubelier e Seikaly hanno detto che le accuse “costituiscono un forma di ipocrisia” in quanto gli Stati Uniti hanno interferito regolarmente nelle elezioni di molti paesi stranieri. Inoltre secondo gli avvocati la Concord Management non intendeva violare la legge federale. D’altronde la Concord Management non conosce la legge federale americana, non operando sul territorio americano. “L’accusa precipitosa non è in grado di discernere se l’imputato sapeva che stava agendo in modo illegale o che intendeva violare i reati normativi sottostanti. Il rischio qui è grave, cioè una società straniera senza una presenza fisica negli Stati Uniti è accusata, in un caso senza precedenti, di una tipologia mai presentata prima dal Dipartimento Di Giustizia per aver cospirato nel frodare gli Stati Uniti, non rispettando determinati requisiti normativi che sono sconosciuti anche alla maggior parte degli americani.” Gli Avvocati dei Russi hanno concluso di voler avvalersi del diritto di un processo veloce, cosa che metterebbe i paladini Mulleriani in crisi.

Così il nostro eroe Robert Mueller, dopo aver condotto una inchiesta a dir poco dilettantistica, arriva ad accusare una societa` che al tempo dei fatti non esisteva nemmeno e una volta in tribunale, si ritrova spiazzato dalla presenza degli avvocati difensori. Tutto questo avendo speso fino ad ora la bellezza di 14 milioni di dollari, con un team di ben 16 assistenti procuratori, per ritrovarsi poi in mano “un panino al prosciutto”. Come disse qualcuno (Michail Bakunin): “La fantasia distruggerà il potere e una risata vi seppellirà!” Già si odono le poderose risate di scherno echeggiare nelle stanze del Cremlino. La farsa del Russiagate continua ma almeno ora cominciamo a divertirci.

http://italiaeilmondo.com/2018/02/17/epilogo-di-una-farsa_-di-gianfranco-campa/

EPILOGO DI UNA FARSA?_ di Gianfranco Campa

italiaeilmondo.com

Mueller ha reso pubblici i capi di accusa contro tredici cittadini russi accusati di intrusione nelle elezioni presidenziali americane. Ciò che colpisce però non …

 

http://www.dcd.uscourts.gov/content/magistrate-judge-g-michael-harvey

Magistrate Judge G. Michael Harvey | District of Columbia …

www.dcd.uscourts.gov

G. Michael Harvey was appointed as a United States Magistrate Judge on February 13, 2015. He received a B.A., cum laude, from Duke University in Political Science and Religion in 1989.

 

https://www.docdroid.net/ytSx83s/usa-v-concord-5-9-18-18-032.pdf

 

 

podcast 22_Realtà oltre la fantasia. L’intreccio dei destini personali e delle strategie politiche. Il caso Skripal, di Gianfranco Campa

Clamoroso! Dopo fiumi di inchiostro e ore di immagini sul caso di spionaggio russo ai danni della spia russa al servizio dell’intelligence inglese, Gianfranco Campa ci offre un punto di vista fuori dal coro dalle implicazioni esplosive. Il caso Skripal, il suo tentativo di assassinio, ha da subito rivelato tali lati oscuri da rendere poco credibile, ad occhi appena vigili, la versione inglese di una scorribanda omicida dei servizi russi. Le interpretazioni più critiche arrivavano tutt’al più ad attribuire alla volontà inglese di creare un diversivo alle difficoltà legate alla gestione della Brexit. Campa, componendo diversamente gli elementi di un puzzle conosciuto dagli ambienti politici più avveduti, ma debitamente occultato dall’attenzione di massa, ci porta più in là. Ci offre, in particolare, ulteriori importantissimi elementi della battaglia mortale che si sta conducendo intorno e dentro la Casa Bianca. E’ sconvolgente il fatto che i fautori delle dinamiche interne dello scontro non si preoccupino minimamente dei rischi che comportano il coinvolgimento delle relazioni estere in queste faide. Non è una novità. Da che mondo e mondo le periferie e gli avversari hanno dovuto subire le implicazioni delle lotte di potere interne al centro dell’Impero. La Russia, per una parte importante e prevalente dell’establishment americano, è ancora e comunque l’avversario da battere. Sia per rivalità dirette, sia per impedire possibili sue convergenze strategiche con la Cina. Trump, privo ormai dei suoi consiglieri più fidati, rischia di essere trascinato, più o meno inconsapevolmente, in giochi più grandi di lui. I governi europei, con isolate eccezioni, sono relegati ad un ruolo meschino di servile accondiscendenza ad una delle fazioni. Gli interessi dei popoli europei vengono dopo, molto dopo. Buon ascolto. Si confida in una buona diffusione_Giuseppe Germinario

L’ORDINE MONDIALE LIBERALE_R.I.P., a cura di Gianfranco Campa

Pubblichiamo qui sotto, tradotto in italiano, un articolo apparso sul sito del CFR (Council on Foreign Relations) il 21 marzo scorso. Il testo, accompagnato da alcune note di Gianfranco Campa, è particolarmente importante più che per i contenuti, per la banalità e la rozzezza degli argomenti, soprattutto per l’atteggiamento psicologico, rivelatore di uno stato d’animo. Seguirà un articolo più ampio sull’argomento. Buona lettura_ Germinario Giuseppe

 

L’ORDINE MONDIALE LIBERALE-R.I.P.

Dopo una parabola di quasi mille anni, il filosofo e scrittore francese Voltaire scherzando afferma che il Sacro Romano Impero in declino non era né santo, né romano, né un impero. Oggi, a distanza di due secoli e mezzo, il problema, parafrasando Voltaire, è che l’ordine mondiale liberale, non è né liberale, né mondiale, né ordinato.

Gli Stati Uniti, lavorando a stretto contatto con il Regno Unito e altri paesi, istituirono l’ordine mondiale liberale sulla scia della seconda guerra mondiale. L’obiettivo era quello di garantire che le condizioni che avevano portato a due guerre mondiali in 30 anni non si sarebbero mai più verificate.

A tal fine i paesi democratici si sono impegnati a creare un sistema internazionale che fosse liberale, nel senso che doveva essere basato sullo stato di diritto e sul rispetto della sovranità e dell’integrità territoriale dei paesi. I diritti umani dovevano essere tutelati. Tutto questo avrebbe dovuto essere applicato su scala planetaria e contestualmente la partecipazione sarebbe fondata su base volontaria e aperta a tutti. Molte istituzioni furono costruite per promuovere la pace (le Nazioni Unite), lo sviluppo economico (la Banca mondiale) e il commercio e gli investimenti (il Fondo Monetario Internazionale e l’Organizzazione Mondiale del Commercio).

Tutto questo era sostenuto dalla potenza economica e militare degli Stati Uniti, da una rete di alleanze tra Europa e Asia e dalle armi nucleari necessarie a scoraggiare l’aggressione. L’ordine mondiale liberale si basava quindi non solo su ideali democratici, ma anche sulla minaccia dell’uso di forza bruta. Tutto ciò sopravvisse ad una Unione Sovietica decisamente illiberale, dalla nozione fondamentalmente diversa da ciò che costituiva l’ordine in Europa e nel mondo.

L’ordine mondiale liberale sembrava essere più robusto che mai con la fine della Guerra Fredda e il crollo dell’Unione Sovietica. Ma oggi, un quarto di secolo dopo, il suo futuro è in dubbio. Le sue tre componenti – il liberalismo, l’universalità e la preservazione dell’ordine stesso – vengono messe a dura prova come non era mai successo prima nel corso dei suoi 70 anni di storia.

Il liberalismo è in ritirata. Le democrazie sentono gli effetti del crescente populismo. I partiti dalle estreme ideologie hanno guadagnato terreno in Europa. Il voto nel Regno Unito a favore dell’uscita dall’UE ha attestato la perdita di influenza da parte dell’élite dominante. Persino gli Stati Uniti stanno subendo attacchi senza precedenti ad opera del proprio stesso Presidente, impegnato a colpire direttamente le istituzioni dei mass-media, della giustizia, delle forze dell’ordine e di intelligence; i capisaldi del paese. I governi autoritari, tra i quali Cina, Russia e Turchia, sono diventati ancora più chiusi su se stessi. Paesi come l’Ungheria e la Polonia sembrano non interessarsi al destino delle loro giovani democrazie.

È sempre più difficile parlare del mondo come se fosse un tutt’uno . Stiamo assistendo all’emergere di ordini regionali,  ognuno con le proprie caratteristiche. I tentativi di costruire una intelaiatura globale sta fallendo. Il protezionismo è in aumento; l’ultimo turno di negoziati sul commercio globale non è stato completato. Ci sono ancora poche regole che governano l’uso del cyberspace.

Allo stesso tempo, sta tornando la tensione e la rivalità fra varie potenze. La Russia ha violato la norma più basilare delle relazioni internazionali quando ha usato la forza armata per cambiare i confini in Europa e ha violato la sovranità degli Stati Uniti attraverso i suoi sforzi per influenzare le elezioni del 2016. La Corea del Nord ha ignorato il forte consenso internazionale contrario alla proliferazione delle armi nucleari. Il mondo è rimasto a guardare mentre gli abusi umanitari erano incorso in Siria e nello Yemen, senza nessuna iniziativa né dell’ONU, né di altre entità in risposta all’utilizzo di armi chimiche da parte del governo siriano. Il Venezuela è uno paese ormai fallito. Oggi una persona su cento al mondo è rifugiata o sfollata.

Ci sono diversi motivi per cui tutto questo sta accadendo e perché proprio ora. L’ascesa del populismo è in parte una risposta ai redditi stagnanti e alla perdita di posti di lavoro, dovuta principalmente alle nuove tecnologie, ma ampiamente attribuita alle importazioni e agli immigrati. Il nazionalismo è uno strumento sempre più utilizzato dai leader per rafforzare la propria autorità, specialmente in condizioni economiche e politiche difficili. Le istituzioni globali non sono riuscite ad adeguarsi ai nuovi equilibri di potere e alle tecnologie.

Ma l’indebolimento dell’ordine mondiale liberale è dovuto, più di ogni altra cosa, al mutato atteggiamento degli Stati Uniti. Sotto la presidenza di Donald Trump, gli Stati Uniti hanno deciso di non aderire al partenariato transpacifico e di ritirarsi dall’accordo sul clima di Parigi. Trump ha anche minacciato di abbandonare l’accordo di libero scambio nordamericano e l’accordo sul nucleare iraniano. Ha introdotto unilateralmente tariffe sull’ acciaio e l’alluminio, basandosi su una giustificazione (sicurezza nazionale) che anche altri paesi potrebbero usare; un processo che potrebbe innescare una guerra commerciale. Ha posto dubbi sul suo impegno nei confronti della NATO e di altre forme di alleanza. E parla raramente di democrazia o diritti umani. L’America Prima sembrano incompatibili con l’ordine mondiale liberale.

Il mio punto non è quello di concentrare sugli Stati Uniti tutte le critiche. Altre importanti potenze, tra cui l’UE, la Russia, la Cina, l’India e il Giappone, potrebbero essere criticate per quello che stanno facendo o non facendo. Ma gli Stati Uniti non sono come altri paesi. Gli Stati Uniti erano non solo il principale artefice dell’ordine mondiale liberale ma anche il suo principale sostenitore e beneficiario. La decisione dell’America di abbandonare il ruolo che ha svolto per più di sette decenni segna così un punto di svolta. L’ordine mondiale liberale non può sopravvivere da solo, perché gli altri non hanno né l’interesse né i mezzi per sostenerlo. Il risultato sarà un mondo meno libero, meno prospero e meno pacifico, sia per gli americani che per gli altri.

https://www.cfr.org/article/liberal-world-order-rip?utm_medium=social_share&utm_source=fb

 

IL COMMENTO DI GIANFRANCO CAMPA

Questo senso di scoramento da parte delle élites è iniziato e precipitato dopo le elezioni di Trump. Il pessimismo li rende diabolicamente esposti e totalmente spogliati delle loro certezze. E’ ormai da tempo che circolano analisi sul tramonto dello stato globale; questa non è una notizia nuova. Quello che piuttosto colpisce non è solo la pubblicazione dell’articolo da parte del CFR (Council on Foreign Relations), uno dei maggiori e più importanti think tanks che supportano il cosiddetto globalismo e il nuovo ordine mondiale. Non è nemmeno l’unico articolo che il CFR ha dedicato al tramonto del nuovo ordine mondiale. Colpisce soprattutto la banalità dell’articolo, la leggerezza della analisi, piena di frasi fatte quasi a denotare il senso di disperazione e impotenza di questi potenti individui. Segno che la situazione sta realmente sfuggendo loro di mano. Tra l’altro l’articolo parla di un ordine mondiale in cui le sovranità nazionali sono rispettate. L’autore a questo punto può solo essere tacciato di disonestà oppure di ignoranza. Chi di spada ferisce di spada perisce.

Quando parla di sovranità non menziona che, soprattutto in Europa, la perdita di sovranità nazionale, giuridica, legale, militare, monetaria in paesi come l’Italia, la Grecia, la Spagna, ha influenzato negativamente l’opinione pubblica sulla necessità di un mondo globale. Le politiche di austerità hanno fatto il resto. L’autore denuncia il fatto che una persona su cento oggi come oggi sono rifugiati o sfollati ma si dimentica di analizzare l’impatto negativo che l’immigrazione di massa incontrollabile ha avuto sull’opinione pubblica. Parla di un mondo di pace globale che ha scongiurato una nuova guerra mondiale, ma si dimentica di ricordare i danni e il caos che guerre e bombardamenti negli ultimi anni hanno creato, destabilizzando intere aree geografiche; tutto nel nome di questo nuovo ordine mondiale. Come dimenticare il bombardamento della Serbia, la Guerra in Afghanistan, in Iraq (due volte), in Libia, in Siria, ect. Il peggior nemico di questi signori globalisti elitisti sono loro stessi, non Trump. Trump è il sintomo di una malattia più grande e profonda che loro hanno contribuito a creare.  La vera novità è che ormai queste organizzazioni globaliste non solo hanno paura e quindi denunciano apertamente l’erosione evidente nel loro piano di ordine mondiale, ma sono ormai entrati nella fase successiva; la disperazione di chi sa di aver perso per sempre il controllo della situazione. Questo spiega ora anche l’approssimazione delle loro analisi.

Per chi non lo sapesse il CFR è stato storicamente uno dei maggiori architetti di questo nuovo ordine mondiale.

Qualche nota, giusto per fare un veloce riassunto di cosa sia il Council On Foreign Relations. Uno dei fondatori del CFR è stato David Rockefeller. L’obiettivo del CFR era la formazione di un governo mondiale incrementalmente più forte. L’Ammiraglio Chester Ward, ex Giudice Avvocato della Marina degli Stati Uniti, è stato membro del CFR per 16 anni prima di dimettersi disgustato. Ha dichiarato: “Lo scopo principale del Council on Foreign Relations è promuovere il disarmo della sovranità degli Stati Uniti e l’indipendenza nazionale, la sommersione in un governo monopolistico onnipotente“.

Dopo la seconda guerra mondiale, nacquero le Nazioni Unite, il successore della Lega delle Nazioni. Contrariamente a ciò che viene comunemente detto al pubblico, l’ONU non è stata fondata da nazioni esauste della guerra. L’ONU è stata concepita da un gruppo di membri del CFR nel Dipartimento di Stato che si autodefinirono il Gruppo di Agenda informale. Hanno redatto la proposta originale per le Nazioni Unite e ottenuto l’approvazione del presidente Roosevelt il quale ha poi fatto stabilire all’ONU la sua più alta priorità politica postbellica. Quando l’ONU tenne la sua riunione di fondazione a San Francisco nel 1945, 47 delegati americani erano membri del CFR. Sebbene inizialmente l’ONU non fosse stata istituita come un governo mondiale, l’intento era che si sarebbe trasformata nel tempo in governo mondiale. John Foster Dulles (CFR), un delegato americano alla riunione di fondazione delle Nazioni Unite che in seguito divenne Segretario di Stato sotto Eisenhower, lo ha riconosciuto nel suo libro Guerra o Pace: “Le Nazioni Unite non rappresentano una fase finale nello sviluppo dell’ordine mondiale, ma solo uno stadio primitivo. Pertanto il suo compito principale è creare le condizioni che renderanno possibile un’organizzazione più altamente sviluppata.

Altre due istituzioni postbelliche, la Banca Mondiale e il Fondo Monetario Internazionale, sono state create tecnicamente alla Conferenza di Bretton Woods del 1944. Ma la pianificazione iniziale è stata fatta dal gruppo economico e finanziario del CFR, parte del loro programma bellico di guerra e di studi sulla guerra. La Banca Mondiale e il FMI agiscono come un sistema di garanzia dei prestiti per le banche multinazionali. Quando un prestito in un paese straniero va male, la Banca Mondiale e il Fondo Monetario Internazionale entrano in azione con il denaro dei contribuenti, garantendo che le banche private continuino a ricevere i pagamenti di interessi. Inoltre, la Banca Mondiale e il FMI dettano le condizioni ai paesi che ricevono salvataggi, dando così ai banchieri una misura di controllo politico sulle nazioni indebitate.

Venti secondi, a cura di Gianfranco Campa

Venti secondi che valgono più di venti articoli. Rivelano le tensioni che percorrono lo staff della Casa Bianca. Siamo lontani dallo stucchevole teatrino della politica italiana che purtroppo coinvolge la quasi totalità dei protagonisti e delle (s)comparse. Da quelle parti lo scontro è drammaticamente reale e non si perita ormai più di celarsi dietro le fumisterie e i rituali  dei tempi ordinari. Qui sotto un breve resoconto e la traduzione della breve conversazione in pubblico tra Mattis e Bolton. Segue il filmato. Prossimamente un articolo più ampio di riflessione.

Il Segretario alla Difesa Mattis incontra Bolton per la prima volta al Pentagono, i due non si conoscono; le parole di Mattis sono dense di significato.

Traduzione: Mattis ai giornalisti ”almeno è una bella giornata, guardate al lato positivo della cosa

Mattis stringe la mano a Bolton: Bolton “grazie per l’invito” Mattis “grazie per essere venuto, il piacere è tutto mio

Mattis e Bolton salgono insieme le scale: Mattis: ” è un piacere finalmente conoscerla; ho sentito dire che lei è il diavolo incarnato e volevo quindi accertarmi di persona”. Bolton ride nervosamente mentre i due entrano nel Pentagono.

Qui sotto il link

 

CAMBIO DI GUARDIA: L’ASCESA DEI MASTINI-SI PREPARA LO SCONTRO FINALE, di Gianfranco Campa

CAMBIO DI GUARDIA: L’ASCESA DEI MASTINI-SI PREPARA LO SCONTRO FINALE

 

Il Consigliere alla Sicurezza Nazionale, generale H.R. McMaster  è stato rimpiazzato dall’ex ambasciatore alle Nazioni Unite John Bolton. Il cambio di guardia avverrà ufficialmente il 9 aprile. Bolton è il terzo consigliere nazionale a servire l’Amministrazione Trump.

La notizia è considerata positiva da molti sostenitori del Presidente, visto che McMaster viene identificato come un globalista, era stato raccomandato da John Mccain e messo vicino a Trump come portavoce dell’establishment repubblicano. McMaster aveva rimpiazzato il tanto compianto Generale Michael Flynn. Nè McMaster, nè John Bolton, posseggono la mite e prudente personalità di Flynn. Flynn era una colomba, McMaster un falco e Bolton un’aquila, pericolossisima!

La caccia alle streghe orchestrata dallo stato ombra e l’avvicinamento delle elezioni di medio termine, a novembre, con i sondaggi che danno i Democratici vittoriosi nel riprendersi il controllo almeno della Camera, forse anche del Senato, aprono la strada alla concreta possibilità che un impeachment del presidente diventi più che probabile. In questo contesto ormai di pura sopravvivenza, Trump sta accelerando i tempi nel liberarsi di infiltrati, traditori, tiepidi sostenitori. L’intensificazione degli attacchi  a Trump e alla sua famiglia non lascia scelta al Presidente; il tempo stringe, si deve circondare di personaggi assolutamente fedeli e affidabili.

Per questo Tillerson è stato rimpiazzato con Pompeo, politicamente un mastino, geopoliticamente un falco. Per chi non lo sapesse anche il capo del servizio legale di Trump, John Dowd, ieri si è dimesso, causa l’attrito con il Presidente per l’assunzione, nel team di legali di Trump, di Joseph diGenova. DiGenova è un altro mastino non da ridere, un forte critico del russiagate; ha attaccato, pubblicamente, più volte sia  l’FBI che il Dipartimento di Giustizia. Dowd, in qualità di principale avvocato, rappresentava Trump nelle indagini del Consigliere Speciale Robert Mueller. Dowd negli ultimi nove mesi, aveva suggerito a Trump di collaborare con le indagini. L’uscita di Dowd e l’arrivo di Joseph diGenova segna una chiusura totale a Muller e apre la fase successiva del Russiagate, cioè la preclusione di ogni collaborazione di Trump con Muller e l’inasprimento dello scontro.

Torniamo alle dimissioni di McMaster. Il rapporto fra McMaster e Trump non è mai stato idilliaco. Si sono scontrati molte volte su questioni geopolitiche e di sicurezza nazionale. Nonostante le smentite, voci affidabili di corridoio, indicano che McMaster era anche un traditore e sarebbe stato lui a far trapelare, segretamente, i tabulati della telefonata Putin-Trump al Washington Post. Provo una sensazione di rigetto nel dover difendere un neo-conservatore, falco, portaborse dell’establishment; ma l’uscita di scena di McMaster e l’arrivo di Bolton non è una buona notizia in termini di rapporti con la Russia, con l’Europa e nello scacchiere medio orientale. McMaster era sì un neocon, ma nonostante le critiche alla Russia, non aveva alzato la voce più di tanto; era soprattutto uno dei pochi nel circolo di Trump che voleva tenere in piedi, insieme a Tillerson, l’accordo con l’Iran o perlomeno modificarlo senza comprometterlo del tutto.

Sia Pompeo, sia Bolton sono sempre stati fedeli a Trump, addirittura prima ancora che diventasse presidente. Molteplici sono state le uscite televisive pro-Trump di Bolton durante le presidenziali. Bolton è un caso a sé. Ha servito nell’amministrazione Bush, è un falco dalla testa ai piedi, un personaggio pericoloso; in paragone fa sembrare Mccain una colomba timida. Nonostante questo Bolton con l’establishment non è mai andato d’accordo. Considerarlo un neocon sarebbe infatti sbagliato. Bolton è un uomo che viaggia per suo conto, su un binario personale e separato. Troppo irrequieto per identificarsi in un gruppo piuttosto che in un altro. Bolton è il capitano della propria nave; solo che la nave di Bolton è piena di esplosivo. Basta leggere i suoi tweet per rendersi conti dell’inflessibilità politica del personaggio. Suggerisco ai lettori di andare a leggersi i tweet di Bolton contro la Russia, la Corea del Nord, l’Iran e via dicendo. Tra l’altro Bolton qualche mese fa aveva scritto un articolo sul Wall Street Journal dove auspicava una attacco preventivo, nucleare, contro la Corea del Nord. Anche l’Europa dovrà stare attenta a come si muove.

Joseph diGenova, John Bolton, Mike Pompeo, sono i mastini di cui Trump si sta circondando. La fase sperimentale di dialogo, compromesso con l’establishment, con lo stato ombra e i poteri forti è finita. Questi tre personaggi sono stati scelti in base alla loro dura tempra, alla incondizionata e provata fedeltà a Trump, senza tenere in considerazione le loro ideologie politiche e geopolitiche.  Una squadra assemblata con un unico scopo in mente: Guerra totale, sia essa giuridica contro Muller con diGenova, sia essa militare con Bolton, sia essa di spionaggio e geopolitica con Pompeo. Questo è un consiglio di guerra, non di pace. A questi tre personaggi , ne sono convinto, ne seguiranno altri, Non mi sorprenderei se anche Jeff Sessions pagasse di persona questa controffensiva Trumpiana in atto ormai su tutti i fronti. Trump ha deciso! Se e` destinato a cadere, non lo farà in silenzio ma si porterà con sé molte teste. Quando un uomo viene messo con le spalle al muro, qualsiasi reazione e possibile. Quale sara` il prezzo da pagare per noi comuni mortali è ancora tutto da vedere; se dovesse però succedere qualcosa di brutto, sappiamo chi ringraziare per aver istigato questo ambiente così tossico, cominciando dai mass-media.

 

i soliti attori, la solita musica di Gianfranco Campa

 I SOLITI ATTORI

 

La storia del Cambridge Analytica, va inserita, in chiave più generale, nello scontro tra stato ombra e Trump. Se il Russiagate tarda a dare i risultati sperati, se il pettegolezzo dell’attrice porno tarda a decollare ed infiammare le platee mediatiche, ecco che lo “scandalo” della Cambridge Analytica dovrebbe in teoria risultare finalmente deleterio per Trump. Dovrebbe intaccare la credibilità del presidente americano e aizzare le folle che navigano sulle piattaforme social contro Trump stesso, mettendolo in rotta di collisione con milioni di utenti inferociti per la manipolazione della loro privacy. L’aspettativa è che le orde barbariche invadano le piazze pubbliche con forconi e torce invocando la testa di Donald Trump. Così a due giorni dall’annuncio del licenziamento di McCabe, a un giorno dalle elezioni di Putin in Russia, cioè dopo l’ennesimo colpo pesante inflitto allo stato ombra, per puro caso, senza alcuna intenzione, accidentalmente, casualmente, fortuitamente, senza nessuna pianificazione, per una semplice concomitanza, senza nessun nesso, scoppia lo scandalo del Facebook-Gate. Da quattro giorni di fila i titoloni sullo scandalo Cambridge Analytica/ Facebook catturano le prime pagine dei maggiori quotidiani italiani e stranieri; neanche Neil Armstrong buonanima, con la sua passeggiata lunare riuscì a catturare i principali titoli dei quotidiani per tanti giorni consecutivi.

In modo drammatico, i titoloni dei giornali, ci rivelano come i collaboratori di Trump avrebbero manipolato Facebook, accedendo ai dati privati dei suoi utenti in modo da favorire Trump e consegnandogli la tanto sospirata vittoria presidenziale. Secondo le “scioccanti” rivelazioni degli strilloni mediatici, Facebook avrebbe ottenuto informazioni personali di un largo numero dei propri utenti tramite un quiz sulla personalità, usando una Applicazione (App) creata da Aleksandr Kogan, di conseguenza Cambridge Analytica si sarebbe impossessata di questi dati per esaminarli e metterli a disposizione di Steve Bannon, allora direttore della campagna presidenziale di Trump. Tutto questo per aiutare Trump a vincere le elezioni. I dati sarebbero stati usati per studiare i comportamenti delle persone individuate per meglio identificarle e bersagliarle con post mirati a influenzarli politicamente. Una grave interferenza nella vita privata dei cittadini i quali, ignari ,si sarebbero poi recati, come zombi, ai seggi per votare Trump anziché la pura, innocente, incorruttibile, pacifica, signora Hillary Clinton. La democrazia è minacciata da Steve Bannon, da Facebook, da Cambridge Analytica.  Mi aspetto da un momento all’altro la richiesta a gran voce di un nuovo procuratore speciale il quale, spento il Russiagate, possa indagare ora sul “Facebook-Gate.”  Tra l’altro non poteva mancare neanche la connessione diabolica con la Russia, visto che Aleksandr Kogan, il creatore dell’app, è nato in Russia, vive negli Stati Uniti e all’epoca dei fatti lavorara per l’Università di San Pietroburgo. Sicuramente il nostro emerito procuratore speciale, Robert Muller, si metterà subito a disposizione per trovare il nesso con il Russiagate. Niente di più orgasmico, per lo stato ombra; trovare una ragione per alimentare questa farsa delle collusioni Trump-Russia.

La denuncia di queste attività illegali, sarebbe arrivata grazie a un ex lavoratore, contrattualmente indipendente, del Cambridge Analytica: Christopher Wylie. Oppresso dal senso di colpa Mister Wylie si trasforma nell’eroe che ha denunciato queste losche attività, essendo proprio colui che aveva la responsabilità di analizzare i dati provenienti da facebook generati tramite l’app sulla personalità. Lo scandalo è stato alimentato anche da un video segreto registrato e trasmesso dal canale televisivo Britannico Channel 4 nel quale si sente e si vede l’amministratore delegato della Cambridge Analytica, Alexander Nix , ammettere di aver interferito in più di trenta elezioni sparse per il mondo. Cosi`ai nostri eroi della Channel 4 vanno accreditati i meriti di questa nuova crociata per la purificazione del mondo digitale dalle cimici social-trumpiane.

Alla fine però, scavi e scavi, trovi il nostro caro eroe George Soros, sempre presente in questi impeti rivoluzionari, siano essi digitali, armati, oppure colorati. Quando qualche settimana fa Soros fu attaccato dal Guardian per il suo coinvolgimento finanziario nel movimento anti-brexit, il Channel 4 pubblicò un’intervista, una serie di articoli e di video tesi a riabilitare la figura di Soros.

https://www.channel4.com/news/factcheck/why-the-conspiracy-theories-about-george-soros-dont-stack-up

Si scopre che Channel 4 ha un interesse diretto a screditare facebook poiché, come riferisce il link postato sotto, secondo l’articolo del The Guardian, Channel 4 ha aderito ad un’alleanza tra le più grandi emittenti europee (c’è anche Mediaset) per pubblicare annunci pubblicitari sui loro servizi di video-on-demand (VOD), nel tentativo di contrastare Google e il dominio di Facebook nella pubblicità online. Una cosa non necessariamente negativa per l’Europa, ma che dimostra la totale mancanza di onestà ideologica di Channel 4. Agli amministratori di Channel 4 non interessa per niente la protezione della privacy degli utenti Facebook; lo scandalo offre loro semplicemente una possibilità di assestare un colpo a Facebook, diretta concorrente, per indebolirla.

https://www.theguardian.com/media/2017/nov/13/channel-4-tv-ad-alliance-google-facebook

Per finire, Channel 4 sarebbe stato uno dei canali principali di supporto agli elmetti bianchi e ai “moderati” ribelli Siriani. Channel 4 è recidiva. Il canale 4 britannico è stato uno strumento di promozione della narrazione inerente la “rivoluzione” in Siria. La Russia, in particolare, è stata demonizzata dal Channel 4. I signori di Canale 4 si prestano alla perfezione alla narrazione Sorosiana anti-Trump e anti-Russa.

http://21stcenturywire.com/2016/10/09/channel-4-joins-cnn-in-normalising-terrorism-then-removes-video/

http://21stcenturywire.com/2018/02/01/white-helmets-channel-4-bbc-guardian-architects-war/

Naturalmente ci sono due pesi e due misure quando si parla dei mass media allineati con i poteri forti. La campagna presidenziale di Obama nel 2012 fece lo stesso uso di dati personali estrapolati dai siti digitali e fu grazie a quella mossa che Obama sconfisse Mitt Romney quando gli stessi sondaggi alla vigilia delle elezioni lo davano per sconfitto. Obama condusse una campagna all’avanguardia, da ventunesimo secolo, mentre quella di Romney era ancora ancorata a tecniche tradizionali. Tra le altre cose, mentre nel caso di Cambridge Analytics, l’applicazione usata per estrarre i dati era stata sviluppata e apparteneva a una terza entità, quella sviluppata per attingere a milioni di dati personali, principalmente numeri di telefono di utenti, fu sviluppata personalmente dal team presidenziale di Obama, direttamente dall’allora quartiere generale della sua campagna presidenziale a Chicago. Ma mentre la violazione della privacy, avvenuta estrapolando dai dati di facebook i numeri di telefono, non generò nessuna indignazione, quella del team di Trump ha provocato il terremoto politico-mediatico. Sotto potete osservare due titoli: uno del Washington Post che nel 2013 riportava la notizia di come l’accesso dei dati avesse portato alla vittoria Obama; l’altro, quello del New York Times, relativo alla storia di Cambridge Analytica. Il titolo del Post è celebrativo, mentre quello del New York Times è di condanna, denunciando la strumentalizzazione fatta dai collaboratori di Trump. Qualcuno di voi rammenta l’indignazione e la trepidazione di questa gentaglia sulla violazione della privacy e la manipolazione dei dati personali nel 2012? Neanche io. La differenza sta tutta qua, nella interpretazione e manipolazione delle notizie distribuite dai mass media; due titoli due misure insomma. Quando lo faceva Barack era considerata puro genio, quando lo ha fatto Trump si sono strappati le vesti.

L’aspetto beffardo è che la gente è talmente ingenua da credere che facendo un test della personalità su facebook e quindi consegnando di fatto i propri più intimi dati, questi stessi dati personali siano poi in qualche modo protetti. Ci prestiamo a divulgare ogni tipo di informazioni personali nel cyberspace, incluso i selfie fatti dal cesso; poi ci meravigliamo se i nostri dati sono a disposizione di entità estranee.

Siamo quindi, come al solito, di fronte alla già consolidata tattica usata per screditare Trump.  Giustificare la sconfitta della Clinton attribuendola a interferenze di fantomatici blogger Russi, governi stranieri, torbide manovre mediatiche, insanità mentali, turpitudini morali; il tutto nel tentativo di delegittimare Trump. Ecco che allora una entità come Facebook, da sempre nelle grazie e nelle tasche di politici e politiche liberal-progressisti, viene ora usata e sacrificata come strumento di attacco a Trump. Sulla inclinazione pro-liberale di facebook non ci sono dubbi, visto che da ormai almeno tre anni, Facebook conduce una campagna anti-conservatrice. Voglio solo ricordare i molteplici episodi di aperta militanza pro-Hillary Clinton durante le ultime elezioni presidenziali da parte di Facebook. Basta per esempio leggere le emails, hackerate e pubblicate da Wikileaks, dell’amministratore delegato di Facebook, Cheryl Sandberg. Nelle emails fra Sandberg e John Podesta, il manager della campagna elettorale di Clinton dichiarava a Podesta che lei, con entusiasmo, guardava a una collaborazione per far eleggere la prima donna presidente, Hillary Clinton.

La prima a gioire per le disgrazie di Facebook è quindi la destra americana, da sempre ostacolata, oscurata ideologicamente da Facebook. L’attacco a Facebook rientra nel classico caso del cane che si morde la coda; la sinistra che soffre di una malattia autoimmunitaria, una punizione inflitta a se stessi. La disperazione delle élite-liberali, l’odio verso Trump li sta consumando dal di dentro, portandoli ora a mangiarsi i loro stessi figli, cioè i Mark Zuckerberg, gli Cheryl Sandberg, ect . Dubito che questa storia del Cambridge Analytica distruggerà Facebook, certamente se dovesse accadere non saranno i sostenitori di Trump a versare lacrime di dolore.

 

 

 

realtà ed illusioni, di Giuseppe Germinario

Dopo quarantotto ore di sapiente attesa il Presidente degli USA Trump ha telefonato a Putin congratulandosi per la sua rielezione e concordando un prossimo incontro ufficiale.

Tutto lascerebbe pensare ad un semplice rituale; nel migliore dei casi ad una aspirazione estemporanea puntualmente frustrata dalla schizofrenia con la quale viene condotta la battaglia politica negli Stati Uniti di questi ultimi due anni.

Il contenuto e il tono differisce intanto dal patetico appello rivolto, sempre telefonicamente, da Macron e dagli evidenti imbarazzi di gran parte delle più importanti cancellerie europee.

L’iniziativa segue di qualche giorno la rimozione di Rex Tillerson da Segretario di Stato, il riallineamento di Session, Ministro della Giustizia, su una posizione di più adeguata difesa di Trump dagli attacchi forsennati.

Il primo avrebbe dovuto garantire la politica di apertura e di trattativa serrata con la Russia, il secondo avrebbe dovuto proteggere Trump dalle pruderie inquisitorie e anzi condurre una politica di radicale riorganizzazione degli apparati investigativi e di intelligence interna; entrambi hanno fallito o mostrato gravi incertezze.

Un riposizionamento tuttavia non ancora concluso e che probabilmente arriverà a minacciare la posizione di alcuni militari presenti nelle posizioni centrali dello staff presidenziale. Un riposizionamento il quale non mancherà di scatenare, ormai come un riflesso condizionato, la canea abituale che imperversa ad ogni atto politico.

http://www.informationliberation.com/?id=58129

Sono tutti segnali che denotano la volontà di passare da una resistenza sorda e passiva, quanto logorante, ad un confronto aperto, dalle linee di condotta, almeno nelle intenzioni, più lineari.

Il momento cruciale, del resto, si sta avvicinando e numerosi indizi, tra i quali alcune recenti elezioni locali, lasciano intendere la concreta possibilità di un esito negativo per il Presidente americano alle prossime elezioni di medio termine.

Un esito che nel migliore dei casi lo paralizzerebbe, nel peggiore lo porterebbe direttamente verso l’impeachement.

Nei prossimi articoli vedremo come i partiti, le forze politiche e i centri di potere si stanno attrezzando in vista di questa scadenza cruciale.

Quello che appare sorprendente è il carattere forsennato degli attacchi; è l’impronta autoreferenziale dei comportamenti politici di centri disposti a tutto; pronti a sacrificare anche parti importanti delle proprie coorti pur di distruggere l’avversario. Le ultime vicende legate a Facebook e alla gestione della rete di dati sono solo l’inizio di una epurazione distruttiva ben più profonda e sconvolgente.

Politiche e condotte che rischiano di compromettere seriamente il delicato e precario equilibrio sul quale si fonda l’attuale formazione sociale americana.

L’iniziativa di Trump sottende probabilmente qualcosa di ben più profondo e radicale, per quanto confuso ed incerto.

In presenza di questo scenario così dinamico e ricco di opportunità, le logore classi dirigenti degli stati europei più importanti cosa fanno?

Anziché lanciarsi in una politica autonoma di apertura verso la Russia, auspicano una ripresa parziale delle relazioni commerciali mantenendo fermi i paletti della politica antirussa più ottusa di questi ultimi anni: riarmo della NATO nella area baltica, sostegno al regime guerrafondaio ucraino, procrastinazione della guerra sempre meno civile e sempre più di ingerenza in Siria, condanna degli aspetti “antidemocratici” del regime russo, mantenimento dell’attuale regime commerciale con gli Stati Uniti.

Un importante esponente dell’Istituto Affari Internazionali, un centro studi italiano, ma di filiazione americana, arriva addirittura a comparare apertamente la positiva linearità della politica estera del precedente Presidente Obama, suscettibile di condurre Putin ad un accordo politico duraturo con il mondo occidentale con la schizofrenia e l’aperta ostilità russofoba della politica estera di Trump.

Un vero e proprio insulto alla realtà di questi ultimi dieci anni di sconvolgimenti geopolitici.

Un mese fa ci ha pensato Lavrov con insolita chiarezza a mettere i puntini sulle ì di questa politica.

Sergey Lavrov e i punti fermi della politica estera russa_a cura di Germinario Giuseppe

Trump ci ha messo certamente del suo ad alimentare queste ambiguità. Quello che appare chiaro, però, è che gli aspetti più ostili e schizofrenici della sua politica estera sono il risultato dell’incertezza dell’esito dell’aspro conflitto presente tra i centri strategici americani e della necessità di legarsi da parte di Trump ad alcuni di essi pur di garantirsi la sopravvivenza. Da qui deriva probabilmente l’eccessiva esposizione verso la componente israelo-saudita in Medioriente e l’accentuazione dell’ostilità verso l’Iran.

Non c’è dubbio, però, che la maggiore pressione verso una aperta ostilità antirussa sia venuta dalla forsennata campagna del Russiagate promossa dai democratici e dai neocon americani.

L’atteggiamento delle decadenti classi dirigenti europee deve servire da monito.

Il sodalizio tra esse e il vecchio establishment americano è forte e fondato su interessi ancora ben radicati nelle formazioni sociali europee. Interessi che non sono in grado più di garantire coesione, stabilità e prospettive di sviluppo all’insieme delle formazioni sociali; pur tuttavia riescono ad assicurare la sopravvivenza di importanti settori dell’economia, degli apparati amministrativi, della coorte mediatica ormai sempre più arroccati nei propri fortilizi.

Le carriere e le ambizioni dei portatori di questi interessi si fondano, probabilmente, su una attesa ed una illusione: la possibilità concreta di una sconfitta di Trump nei prossimi mesi e il ripristino del precedente statu quo.

Una aspettativa che esporrà i paesi europei alle peggiori intemperie con poche difese e con la costrizione di doversi schierare con uno dei due contendenti americani, nel caso meno infausto con quello meno pervasivo, piuttosto che indurre a ricercare una propria autonoma strada tra i diversi attori emergenti.

Non si tratta ben inteso di adottare scelte politiche e soluzioni miracolose ed indolori; piuttosto si deve puntare a prendere o riprendere il controllo delle proprie leve più importanti e ricostituire il controllo in economia delle filiere nei settori fondamentali. Su queste basi, quindi, procedere ad una ricollocazione nel contesto geopolitico internazionale e ad una ridefinizione del sistema di relazioni in Europa.

Sulle filiere è proprio quello che sta facendo Trump. Si tratterebbe di seguirlo. Delle leve gli Stati Uniti dispongono già il controllo. Per le loro classi dirigenti si tratta “soltanto” di contendersele.

In Europa alcuni paesi, in primis Germania e Francia, stanno tentando l’operazione; soltanto però parzialmente e ai danni dei paesi più fragili politicamente. Altri, come, l’Italia, sono ancora in una fase di disarmo accondiscendente e deprimente.

I segnali di novità, per altro, di una formazione di nuovi gruppi dirigenti non mancano; sono però ancora troppo deboli e ambigui rispetto alla gravità della contingenza politica. Denotano, in particolare, per quanto riguarda quelle in buona fede, una terribile sottovalutazione di cosa significhi detenere l’effettivo controllo delle leve di governo e di potere

BUFALE E BUFALOTTI, di Gianfranco Campa

BUFALE e BUFALOTTI

 

I mass media Italiani, compiacenti portavoci dello stato ombra americano, hanno inondato i canali digitali e terresti, rilanciando e riportando le bufale d’oltreoceano costruite ad arte per screditare Trump. Un lavoro metodico, un meccanismo ben oliato che si attiva puntualmente ogni volta che lo stato ombra viene colpito da una torpedine. Nella fattispecie è stato il licenziamento di Andrew McCabe.

L’accusa dei media è la seguente: il licenziamento di McCabe è un attacco alla FBI e alla figura, al ruolo del procuratore speciale sul Russiagate Robert Muller. Inoltre McCabe avrebbe mantenuto un pro-memoria sugli incontri con Trump e queste note sarebbero state ora consegnate a Muller. L’impressione conseguente è che Trump abbia fatto licenziare McCabe per il timore legato al suo ruolo sul Russiagate.

Il vicedirettore dell’FBI Andrew McCabe è stato licenziato, venerdì notte, dal procuratore generale Jeff Sessions, due giorni prima del pensionamento. Il licenziamento gli preclude l’accesso alla pensione. McCabe però non ne avrà bisogno, perché tra lui e la moglie, il patrimonio in comune è stimato in milioni di dollari. Per chi non avesse ascoltato i nostri podcast su Italia Il Mondo, McCabe era già stato sospeso dall’FBI alla fine di Gennaio per le vicende riguardanti il suo coinvolgimento nelle fughe di notizie riservate, rilasciate furtivamente ai mass media e dopo essere stato scoperto; nell’aver mentito, sotto giuramento, agli investigatori dell’ispettore generale Michael Horowitz (nominato da Obama) sul suo ruolo in questi cosidetti leaks (fughe). Questa vicenda fa parte in generale delle manovre condotte dallo stato ombra nel tentativo di screditare e neutralizzare Donald Trump. Lo stato ombra, l’establishment, il potere delle stanze di Washington, che con il licenziamento di McCabe si vedono minacciati direttamente nella loro propria esistenza; ecco quindi il motivo della reazione  negativamente viscerale a questa decisione presa da Jeff Sessions.

Quello che non si dice quindi nei media è la verità  sul licenziamento di McCabe. Come ho detto, Mccabe si è reso responsabile di un serio crimine, di essere accusato di fughe di notizie secretate. Le indagini di Horowitz hanno anche scoperto il potenziale ruolo da co-cospiratore degli agenti Peter Strzok and Lisa Page nel fabbricare le infondate accuse contro il generale  Michael Flynn. Non è stato nè Trump, nè Jess Sessions a consigliare il licenziamento di McCabe, bensì  l’ufficio della Responsabilità Professionale dell’FBI, l’ente del FBI che si occupa delle violazioni etiche all’interno dell’agenzia stessa, sempre che nell’ambiente sia rimasto qualcosa che assomigli alla parola etica.  In altre parole sono stati gli stessi colleghi dell’Agenzia a raccomandare il licenziamento di McCabe. Ci sono voci che sussurrano che molti dei cosiddetti “rank and file”, cioè i dipendenti dell’FBI non amministrativi, sono contenti di questo licenziamento. James Kallstrom, ex vice direttore dell’FBI, 27 anni di servizio, ora in pensione, ha dichiarato durante un’intervista, che molti semplici agenti tirano un sospiro di sollievo ed esprimono la loro silenziosa approvazione al licenziamento di McCabe. Si sentono quindi vendicati dal fatto che un ramo all’interno dell’FBI stesso abbia raccomandato il licenziamento di questo corrotto personaggio.

Ci sono molti altri punti oscuri nella losca figura di McCabe; andrebbero studiati, analizzati in dettaglio, per esempio, il suo ruolo nelle indagini sullo scandalo delle emails di Hillary Clinton, la quale poi fu esonerata da ogni colpa. Se, per sua dichiarazione, McCabe ha tenuto un registro delle conversazioni con Trump, dov’è di conseguenza quello contenente le sue conversazioni con Clinton? Come mai contestalmente alle indagini su Hillary Clinton, la moglie di McCabe, Jill McCabe era in corsa in qualità di rappresentate del partito democratico alle elezioni al Senato della Virginia ? Jill McCabe avrebbe ricevuto 700.000 dollari dall’ufficio politico di Clinton e dal partito democratico.

McCabe era sotto inchiesta dell’ufficio etico dell’FBI per altri tre specifici accertamenti; il suo  coinvolgimento in discriminazioni sessuali, in improprie attività politiche e nella violazione della Hatch Act. Altro che licenziamento, McCabe dovrebbe essere sotto processo e pronto per una bella cella con vista sbarre di ferro.

Quello che realmente colpisce è stata la viscerale reazione al licenziamento di McCabe da parte di molti repubblicani dell’Establishment, dei democratici e dei rappresentanti dello stato ombra, i quali come scarafaggi sotto l’acqua sono usciti allo scoperto. Su Twitter molti di loro si sono addirittura permessi di minacciare direttamente il Presidente. Eric Holder, James Comey, Samantha Powers, John Brennan e via dicendo hanno usato parole forti e minacciose contro Trump; segno che un certo panico sta cominciando a insinuarsi fra questi personaggi. In particolare Brennan ha dichiarato su Twitter: “Quando si scoprirà l’estensione della tua venalità, della tua turpitudine morale e della corruzione politica, prenderai il tuo giusto posto  come demagogo caduto nella spazzatura della storia. Hai trovato come capro espiatorio Andy McCabe, ma non distruggerai l’America … l’America trionferà su di te. “ . Samantha Powers ha rincarato la dose spalleggiando Brennan: “Donald, non e` una buona idea far arrabbiare Brennan.” Una minaccia non di poco conto visto il carattere pericoloso di Brennan. Consiglio tutti di andarsi ad ascoltare il mio podcast su la morte del giornalista Michael Hasting per capire chi sia realmente questo personaggio. Ricordo anche che Brennan nel 2014 è stato accusato, come capo della CIA, di aver mentito al Senato Americano sui programmi di assassinio con droni , tortura e spionaggio illegale. Brennan fu costretto a scusarsi con i senatori americani per le sue menzogne.  Il giornale britannico The Guardian nel 2014 scriveva su Brennan che “Le scuse private non sono sufficienti ad assolvere un difensore della tortura, l’architetto del programma di droni americani e il bugiardo più talentuoso di Washington. La top spia della nazione deve dimettersi” Che Brennan ora si permetti di pontificare sulla ”Turpitudine morale e sulla corruzione politica” di Trump è a dir poco paradossale.

https://www.theguardian.com/commentisfree/2014/jul/31/cia-director-john-brennan-lied-senate

PODCAST nr 9_ ACCELERAZIONI INSPIEGABILI. LO SCATTO IMPROVVISO DI MICHAEL HASTINGS VERSO LA MORTE 2a parte, di Gianfranco Campa

PODCAST nr 8_ ACCELERAZIONI INSPIEGABILI. LO SCATTO IMPROVVISO DI MICHAEL HASTINGS VERSO LA MORTE 1a parte, di Gianfranco Campa

E così ora ci ritroviamo ad assistere  l’ignobile spettacolo dei media intenti a prostrarsi nella venerazione di queste potenze oscure, di queste pericolosissime entità; tutto per un odio viscerale verso Trump che annebbia loro il cervello e consuma quel poco che è rimasto di onesta`e professionalità giornalistica. Tutto ciò però impallidisce di fronte alla sfacciata arroganza dello Stato Ombra finalmente uscito quasi del tutto allo scoperto. La loro reazione equivale all’attraversamento del Rubicone; dovessero continuare su questa strada il punto di non ritorno sarebbe la rimozione di Trump. In quel momento si innescherebbe un meccanismo che difficilmente potranno controllare o fermare. Saranno le stanze del potere ad innescare la seconda guerra civile americana; a porne fine saranno però i patrioti armati fino ai denti che popolano il vasto spazio dell’America di mezzo. Di questo argomento parlerò nei miei prossimi podcast ed articoli;  i tempi purtroppo sono ormai maturi…

 

dal XXI podcast di Gianfranco Campa suggestioni sull’odierna natura della democrazia e sul mito dell’antifascismo Di Massimo Morigi

Leviathan, Behemoth, Giobbe, Giovenale, Schmitt, Kelsen, Neumann e Thomas Hobbes: dal XXI podcast di Gianfranco Campa suggestioni sull’odierna natura della democrazia e sul mito dell’antifascismo

Di Massimo Morigi

Quis custodiet ipsos custodes? è la chiusa del podcast n. 21 (Parte II) – Chi per primo chiuderà il cerchio? di Gianfranco Campa e con questa citazione prima dalle Satire di Giovenale e poi divenuta paradigmatica del confronto Kelsen-Schmitt in merito al Custode della Costituzione del giuspubblicista fascista di Plettenberg (Carl Schmitt, Der Hüter der Verfassung, Duncker u. Humblot, 1931) nel quale Kelsen molto acutamente mostrò la contraddizione schmittiana di far poggiare la tutela della costituzione (nello specifico la Costituzione della repubblica di Weimar) sull’organo monocratico del presidente della Repubblica (e da qui la domanda di Kelsen “chi controllerà i custodi stessi?”), si ha il singolare e straniante effetto, non solo letterariamente assai suggestivo ma anche molto potente dal punto di vista euristico, che dall’attuale feroce lotta di potere politico-giudiziaria in corso oggi negli Stati uniti per rovesciare Donald Trump si viene trasportati nel clima dell’epoca della Repubblica di Weimar con i suoi altrettanto feroci scontri fra gli agenti strategici politici ed economici e che vedevano il popolo tedesco come massa di manovra per alimentare questi scontri. Sappiamo come andò a finire: nessuno riuscì a custodire niente e nessuno e prevalse un potere apparentemente monolitico e, come già si poteva dire allora usando un lessico preso a prestito dalla politologia fascista italiana, totalitario. Ma a questo punto del nostro ragionamento sovviene un’altra suggestione, non presa direttamente a prestito dalle parole del podcast n. 21 di Gianfranco Campa, ma dalla situazione che questo podcast magistralmente rappresenta, e cioè la situazione di assoluto caos che regna fra i poteri della Res publica degli Stati uniti d’America, una repubblica che una scienza politica immolatasi al formalismo giuridico descrive come improntata e forgiata sul principio della divisione dei poteri ma che, in realtà, è basata sullo scontro anarchico e feroce fra questi poteri. E questa situazione di feroce ed anarchico scontro di poteri ha profondissime analogie, solo se si voglia scavare più a fondo di quello che dolosamente non fanno le odierne scienza politica e filosofia politica mainstream, con la dinamica reale dello scontro di potere nel regime nazista secondo la magistrale interpretazione datane da Franz Leopold Neumann, il quale nel suo Behemoth. The Structure and Practice of National Socialism (Franz Neumann, Behemoth. The Structure and Practice of National Socialism, London, Victor Gollancz, 1942), sovvertendo la vulgata che il potere nazionalsocialista era caratterizzato da una ferrea monoliticità al cui vertice stava il Führer, affermava che questo era caratterizzato da una situazione di caotica policrazia, insomma era caratterizzato da una feroce lotta di potere fra i vari organi dello stato e i vari potentati nazisti, una lotta di potere nella quale Hitler non era il feroce burattinaio manovratore di tutti i fili ma, bensì, una specie di terribile e venerato idolo ai piedi del quale si svolgevano autonome e feroci lotte di potere. Sul solco della tradizione ebraica, in particolare il libro di Giobbe, poi anche ripresa da Thomas Hobbes nel Leviathan e nel Behemoth (rispettivamente, Thomas Hobbes, Leviathan or The Matter, Forme and Power of a Common-Wealth Ecclesiasticall and Civil, 1651 e Id. Behemoth: the history of the causes of the civil wars of England, and of the counsels and artifices by which they were carried on from the year 1640 to the year 1660, 1681), e sulla traccia della quale il filosofo inglese utilizza l’immagine del leviatano per rappresentare l’ordine politico da instaurare contro il disordine rappresentato dalla bestia Behemoth, Beemoth rappresenta il caos e volendo terminare con le suggestioni letterarie ma che ritengo abbiano più forza euristica e dialettica delle mille fregnacce che ci vengono propalate dall’attuale scienza politica, è veramente forse qualcosa di più di un’anacronistica analogia affermare che Behemoth possa essere la mitica bestia che contemporaneamente meglio rappresenta il nazismo e l’attuale lotta di potere negli Stati uniti. E questo non per dire, come da stanca vulgata da agit-prop, che gli Stati uniti, popolo tutto e sue istituzioni, sono nazisti ma per dire, molto più semplicemente, una più elementare verità, che vale anche per tutti gli altri paesi del perimetro delle moderne democrazie industriali ed in particolare per l’Italia e che è la seguente: qualora la retorica sulla democrazia e sui diritti umani non sia seguita da una reale maturazione a livello di massa della consapevolezza sull’intrinseca natura di scontro strategico della politica, questa politica, o meglio questa natura strategica, come vera e propria pulsione repressa, assume manifestazioni caotiche violente, non produttive perché razionalmente non riconosciute, e, in ultima istanza, con esiti totalitari, e che alla fine, come nel nazismo, assumono formalmente veste tetragona e compatta (nel nazismo e nel fascismo un riconosciuto e dispiegato diretto totalitarismo del potere, nelle democrazie, sempre un totalitarismo del potere ma formalmente mediato dalle forme istituzionali dell’esercizio del potere, ma forme istituzionali considerate indiscutibili per ogni luogo, tempo e circostanza, e quindi in sé totalitarie), ma che in realtà, sotto la veste dell’uniformante – e reale in entrambi i casi – totalitarismo, non sono altro che il pieno dispiegamento delle caotiche pulsioni conflittuali che le retoriche democratiche ed universalistiche hanno cercato inutilmente di rimuovere e camuffare. In Italia fino all’altro ieri vigeva il Behemoth della retorica antifascista. Il fatto che ora sembra che di questo antifascismo non si sappia ormai più cosa farne, non è certo nostalgia per un ritorno ad una vecchia tragedia ma bensì il tentativo, magari in forme non teoricamente mature, di uscirne definitivamente, avendo percepito che il vecchio caos fascista aveva trovato nella retorica dell’ apparente anticaos antifascista, forma italica degenerata della retorica dirittoumanistica e democraticistica, il suo modo di sopravvivere. Oltre che per la puntuale ed iconoclasta ricostruzione – autenticamente rivoluzionaria ed iniziatica rispetto ai media informativi mainstream – della feroce lotta di potere attualmente in corso nella grande “democrazia” americana, anche di queste suggestioni dobbiamo essere grati dalle cronache americane di Gianfranco Campa. Massimo Morigi – 18 marzo 2018

Podcast n°21 (Parte Seconda) Chi per primo chiuderà il cerchio? di Gianfranco Campa

Gianfranco Campa in questa seconda parte pone finalmente la domanda fondamentale riguardante l’esito del caso Russiagate. Sembra sul punto di offrirci una volta per tutte la soluzione dell’enigma. Alla fine, però, si ritrae.

Il motivo è semplice.

Il Russiagate non è un caso giudiziario, vincolato quindi all’accertamento della verità. E’ un terreno di scontro prettamente politico ma dai connotati di una violenza inaudita e inusuale anche per un palcoscenico così spregiudicato come quello americano. Saranno quindi le prossime scadenze politiche a segnare il finale di questa “novelas”. Quanto più lo scontro diventa violento, tanto più esso assume  le caratteristiche di una lotta tra il bene e il male. Quale sarà il bene lo determineranno come sempre i vincitori. Il suo inevitabile trionfo richiederà il sacrificio definitivo dei perdenti. Il vorticoso valzer di nomine e rimozioni tra lo staff presidenziale rappresenta un ulteriore indizio dell’approssimarsi di questo momento.

Nel frattempo non ci resta che la curiosità di veder scorrere la pletora di personaggi minori intenti ad assecondare nell’ombra queste trame; loro malgrado, di tanto in tanto vengono attraversati dalle luci della ribalta, così segnandone almeno temporaneamente il destino. Buon ascolto_Giuseppe Germinario

qui il link della 1a parte

http://italiaeilmondo.com/2018/03/12/podcast-n21_chi-per-primo-chiudera-il-cerchio_-di-gianfranco-campa/

qui sotto il podcast

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