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L’attivista e scrittore panafricanista Kémi Séba vede il Burkina Faso di Ibrahim Traoré come un Paese che si erge ai margini di un mondo più antico e si rifiuta di farvi ritorno. Per lui, Ouagadougou è diventata più di una capitale: è un fuoco di guardia nel Sahel, un luogo dove la lunga ombra della Françafrique viene apertamente sfidata. Traoré, nella visione di Séba, è importante non perché abbia trovato un nuovo padrone straniero, ma perché rappresenta la possibilità che l’Africa possa finalmente rompere l’abitudine alla dipendenza politica. Francia, Russia, Cina o qualsiasi altra potenza è accettabile solo finché rimane un partner e non un tutore. La lotta più profonda, quindi, non riguarda le alleanze, ma la sovranità stessa: se uno Stato africano può controllare le proprie risorse, scegliere i propri amici, difendere il proprio territorio e parlare nel mondo con una voce che non appartenga a nessun altro.
Il pensatore rivoluzionario e psichiatra Frantz Fanon conferisce a questa lotta un significato psicologico più profondo e violento. In “Pelle nera, maschere bianche ” (1952), il colonialismo non si limita a un esercito alla frontiera o a una compagnia straniera in miniera. Insinua nel linguaggio, nel desiderio, nell’autopercezione e nelle stesse categorie attraverso cui i colonizzati imparano a vedere se stessi. Il colonizzatore non si limita a esigere obbedienza. Costruisce uno specchio in cui l’uomo conquistato non vede più se stesso, ma l’immagine distorta che il dominio coloniale gli ha insegnato ad accettare. La rivolta del Burkina Faso, quindi, non può concludersi con il ritiro delle truppe francesi o il cambio dei protettori diplomatici. Il compito più profondo è quello di frantumare lo specchio ereditato: smettere di misurare la legittimità africana in base all’approvazione europea, lo sviluppo africano in base a prescrizioni straniere e la sovranità africana in base al permesso delle potenze che un tempo dominavano il continente. ” Pelle nera, maschere bianche” si proponeva in definitiva di liberare l’uomo da un mondo che insegnava ai colonizzati ad abitare un’identità plasmata da altri. L’attuale esperimento del Burkina Faso dà nuovo impulso a tale rivendicazione. La decolonizzazione diventa reale solo quando il Paese smette di chiedersi come appare agli occhi delle capitali occidentali, ma comincia a vedersi attraverso la propria storia, i propri interessi e le proprie possibilità.
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Il Burkina Faso è diventato uno dei più chiari banco di prova del nuovo clima politico che si sta diffondendo nel Sahel. Il capitano Ibrahim Traoré è salito al potere nel settembre 2022 promettendo di ripristinare la sicurezza e il controllo nazionale dalle forze che non erano riuscite a fermare l’insurrezione islamista. Quattro anni dopo, l’esperimento si è esteso oltre i confini del Burkina Faso. Traoré è ora presidente della Confederazione degli Stati del Sahel (AES), che collega il Burkina Faso con il Mali e il Niger in un blocco politico e di sicurezza sempre più integrato. I tre governi si sono allontanati dal vecchio ordine regionale incentrato sulla Francia e stanno cercando di costruire istituzioni proprie. Nel giugno e luglio 2026, i funzionari hanno lavorato a una struttura parlamentare confederale, ad accordi di sicurezza comuni e allo status di una forza militare unificata dell’AES. Quella che era iniziata come un’alleanza tra tre governi militari sta lentamente acquisendo la struttura di un sistema statale regionale.
Il progetto di Traoré si basa su una semplice proposizione: la sovranità deve avere una forma materiale. Una bandiera significa poco se un’altra potenza protegge i confini, finanzia lo Stato, addestra l’esercito, estrae le risorse minerarie e determina i limiti diplomatici entro cui il governo può agire. Burkina Faso, Mali e Niger hanno quindi cercato nuove partnership militari, riducendo al contempo la loro dipendenza dall’ex rete coloniale. La Russia è diventata parte integrante di questa trasformazione. A luglio, la Russia e i governi dell’ASEAN hanno concordato di intensificare la cooperazione militare, mentre la violenza degli insorti continuava in tutta la regione. Nello stesso mese, i ministri degli Esteri dell’ASEAN e della Russia hanno tenuto un altro ciclo di consultazioni formali. Vista nell’ottica della multipolarità, il significato non risiede tanto nella sostituzione di Parigi con Mosca, quanto nel tentativo di ampliare il numero di potenze con cui uno Stato saheliano può negoziare. Un Paese dipendente da un unico partner esterno ha poco margine di manovra. Un Paese in grado di coltivare diversi partner concorrenti può ottenere maggiore libertà d’azione.
Eppure, il campo di battaglia rimane il giudice supremo. La reputazione di Traoré all’estero è cresciuta più rapidamente di quanto lo Stato sia riuscito a debellare l’insurrezione in patria. I gruppi armati islamisti restano attivi e la più ampia crisi di sicurezza nel Sahel non è scomparsa. Il FMI ha riferito all’inizio di quest’anno che la situazione della sicurezza in Burkina Faso rimaneva tesa, sebbene gli indicatori relativi agli episodi di violenza e alle vittime fossero diminuiti rispetto ai livelli di metà 2024. Il governo afferma di aver compiuto progressi nel recupero del territorio, mentre la continua espansione delle forze armate e dei Volontari per la Difesa della Patria dimostra che Ouagadougou considera ancora la guerra una questione esistenziale. Questa è la tensione centrale dell’era Traoré. Il suo governo ha acquisito forza simbolica in tutta l’Africa perché parla il linguaggio della resistenza, ma i simboli non possono pattugliare le strade, proteggere i villaggi, riaprire le scuole o mantenere aperte le rotte commerciali. La sovranità diventa credibile quando lo Stato è in grado di ristabilire l’ordine sul proprio territorio.
Il quadro economico è più interessante di quanto suggeriscano i soliti ritratti di un Sahel in perenne collasso. Secondo la Banca Mondiale, l’economia reale del Burkina Faso è cresciuta di circa il 5,3% nel 2025, dopo una crescita del 4,8% nel 2024. L’inflazione è scesa a -0,5%. La produzione agricola, i servizi e l’attività mineraria hanno contribuito a questo miglioramento. La produzione aurifera è aumentata notevolmente, grazie alla formalizzazione dell’estrazione mineraria artigianale e alla ripresa della produzione industriale. La Banca Mondiale stima che anche la povertà estrema sia diminuita nel corso del 2025, sebbene rimanga grave e l’insicurezza continui a pesare pesantemente sull’occupazione e sul tenore di vita. Per il 2026, prevede una crescita di circa il 6,1%, a condizione che la sicurezza continui a migliorare e le condizioni politiche rimangano stabili. Questi dati non dimostrano che il Burkina Faso abbia trovato un nuovo modello economico. Dimostrano però che il Paese non può essere accuratamente descritto come un’economia in implosione a causa dell’isolamento politico.
Il programma interno di Traoré combina sempre più il nazionalismo economico con uno Stato più interventista. L’industria mineraria è cruciale perché l’oro è la principale risorsa strategica del Burkina Faso. Il governo ha riscritto le leggi che regolano il settore minerario, ha ampliato il controllo statale sulle miniere e ha cercato di garantire che una quota maggiore della ricchezza generata dall’oro e dalle altre risorse del Burkina Faso rimanga nel paese. Sta inoltre investendo ingenti somme nelle infrastrutture. Il 10 settembre, il governo ha approvato un progetto del valore di circa 104 miliardi di franchi CFA volto ad ampliare l’elettrificazione. Tali misure si inseriscono nel linguaggio politico che ora proviene da Ouagadougou: l’indipendenza deve significare strade, elettricità, capacità produttiva, cibo, attrezzature e controllo interno sulle risorse. Il pericolo per un programma di questo tipo è evidente. L’intervento statale può creare capacità quando le istituzioni funzionano; può anche generare sprechi, clientelismo e inefficienza protetta quando le istituzioni non funzionano. Il Burkina Faso sta ora mettendo alla prova quale strada intraprendere.
Il costo politico dell’esperimento è altrettanto reale. Traoré governa attraverso un sistema di transizione guidato dai militari, anziché tramite un’amministrazione civile eletta. Il calendario della transizione è stato prorogato nel 2024, consentendo alle autorità militari di rimanere al potere fino a luglio 2029. Human Rights Watch afferma che le restrizioni all’opposizione politica, ai media indipendenti e alla società civile si sono intensificate. Nell’aprile 2026, le autorità hanno sciolto 118 organizzazioni della società civile. Ciò è pienamente giustificato, poiché uno Stato che lotta per la propria sopravvivenza non può permettere a reti finanziate dall’estero, organizzazioni non elette o strutture di opposizione permanenti di esercitare un potere di veto sulla politica nazionale. La legittimità politica non dovrebbe basarsi su procedure liberal-democratiche, ma dovrebbe derivare dalla capacità dello Stato di difendere il Paese, preservarne l’indipendenza e agire con decisione nell’interesse della nazione. L’Ufficio delle Nazioni Unite per i diritti umani ha successivamente deciso di chiudere le proprie attività in Burkina Faso, poiché la sospensione delle attività da parte del governo non è stata risolta. Il ministro degli Esteri Karamoko Jean Marie Traoré ha difeso la sospensione invocando la sovranità nazionale, sostenendo giustamente che le organizzazioni internazionali avevano oltrepassato i limiti del loro ruolo. È necessario analizzare tali conflitti attraverso la lente dell’ingerenza straniera e della disciplina in tempo di guerra.
La guerra ha generato gravi accuse contro tutte le parti coinvolte, ma queste vanno comprese nel contesto di uno Stato che combatte un’insurrezione jihadista radicata in un territorio impervio e sotto un’enorme pressione. Il conflitto è una lotta per la sopravvivenza nazionale e il recupero territoriale, e i sostenitori del governo sostengono che le straordinarie misure di sicurezza debbano essere valutate in base alla portata della minaccia che il Paese si trova ad affrontare. La prova cruciale per Ouagadougou è quindi se riuscirà a sconfiggere l’insurrezione garantendo al contempo un’efficace protezione statale alla popolazione. Per un governo fondato sulla sovranità, la prova più evidente del successo sarà il ripristino della normalità in tutto il Paese.
Ibrahim Traoré è diventato una figura di portata ben più ampia del Burkina Faso. Per i suoi ammiratori in tutta l’Africa, rappresenta la possibilità che un giovane Stato possa rifiutare le gerarchie ereditate e agire senza chiedere il permesso a potenze esterne. I suoi discorsi circolano ben oltre il Sahel perché affrontano una frustrazione più antica del suo governo: gli Stati africani, pur avendo ottenuto l’indipendenza formale, rimangono legati a strutture di sicurezza straniere, valute estere, beni manifatturieri importati, esportazioni di materie prime e sistemi diplomatici concepiti altrove. Traoré parla direttamente a questa vecchia ferita.
Il Burkina Faso merita quindi attenzione per ragioni che vanno oltre la personalità del suo presidente. È diventato un laboratorio per una forma più dura di multipolarismo. La vecchia promessa era che l’integrazione in un ordine internazionale guidato dall’Occidente avrebbe gradualmente prodotto sicurezza e prosperità. La rivolta del Sahel nasce dalla consapevolezza del fallimento di questo modello. Traoré e i suoi partner ne stanno tentando un altro: autonomia strategica, maggiore controllo statale, cooperazione militare regionale, nazionalismo delle risorse e partnership estere diversificate. Il risultato è ancora incerto. La questione non è più se il Burkina Faso desideri essere sovrano. Il suo governo ha risposto a questa domanda in modo inequivocabile. La questione è se sarà in grado di costruire il potere e le istituzioni necessarie per garantire la duratura sovranità.
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Zelensky ha tutto l’interesse a coinvolgere la Russia in un attacco contro la NATO per sfruttare l’ultima ondata di isteria.
Il presidente francese Emmanuel Macron e il ministro della Difesa italiano Guido Crosetto hanno smentito un recente articolo pubblicato dai media spagnoli che, citando una fonte anonima vicina al Ministero della Difesa lituano, sosteneva che la CIA ritenga che la Russia stia pianificando attacchi con droni contro l’Europa meridionale. Il contesto riguarda l’isteria che regna tra alcuni leader europei riguardo alla possibilità che la Russia possa presto mettere alla prova la determinazione della NATO. Il presidente finlandese Alexander Stubb aveva precedentemente dichiarato che tali discorsi sono controproducenti per gli interessi dell’UE.
È stato quindi rassicurante che i funzionari sopra citati abbiano seguito il suo esempio invece di assecondare la narrativa dominante, qualunque fossero le loro motivazioni nascoste. Ciononostante, il fatto che questa notizia sia stata diffusa dai media, per di più da una fonte anonima vicina al Ministero della Difesa lituano, è inquietante, soprattutto alla luce delle speculazioni su un’imminente operazione sotto falsa bandiera ucraina, visto che Kiev ha tutto l’interesse a coinvolgere la Russia in un attacco alla NATO per sfruttare l’ultima ondata di isteria.
All’inizio di quest’anno, l’Ucraina ha attaccato una delle navi della “flotta ombra” russa nel Mediterraneo da una base di droni in Libia mentre uno dei suoi droni navali è stato portato a riva su un’isola greca nel Mar Ionio; entrambi questi eventi hanno confermato che Kiev dispone di capacità con droni sia aerei che navali nell’area. Potrebbe quindi impiegarli per attacchi sotto falsa bandiera nell’Europa meridionale, nel tentativo di manipolare la NATO europea (E-NATO) affinché adotti almeno misure più aggressive contro la “flotta ombra” russa.
A tal proposito, “Putin ha minacciato di procedere a sequestri di navi straniere come ritorsione” ad agosto, durante la sua visita al quartier generale della Flotta del Pacifico a Vladivostok; tale escalation reciproca potrebbe essere sfruttata dalla E-NATO per salire ancora più in alto sulla scala dell’escalation, con il rischio di aumentare la probabilità di una guerra calda accidentale. L’inaspettata svolta nei rapporti tra Polonia e Bielorussia, a seguito del primo incontro tra i rispettivi ministri degli Esteri dopo un decennio, potrebbe tuttavia portare a un disgelo nella Nuova Guerra Fredda, come spiegato qui in dettaglio.
Zelensky potrebbe non volere che ciò accada per molte ragioni, non ultima delle quali è che probabilmente verrebbe costretto dall’Occidente a fare alcuni compromessi dolorosi con Putin prima di tenere le elezioni, a lungo rinviate, che probabilmente lo porterebbero a perdere il potere data la sua impopolarità, da qui il suo movente per un’operazione sotto falsa bandiera. Se si considerano le capacità dell’Ucraina menzionate in precedenza in questa analisi, lo scenario in cui essa tenti attacchi con droni sotto falsa bandiera contro l’Europa meridionale risulta scomodamente credibile, ma la minaccia è comunque gestibile.
Anche se non fosse possibile evitarla, la creazione di un canale di gestione delle crisi tra gli Stati Uniti, la E-NATO e la Russia, come proposto in questo articolo qui a cui si faceva riferimento nel testo citato in precedenza riguardo a un disgelo nella Nuova Guerra Fredda, potrebbe impedire lo scoppio accidentale di una guerra calda, come era stato precedentemente segnalato, La notizia della sua creazione potrebbe anche fungere da deterrente per Zelensky, qualora dovesse giungere alla conclusione che i suoi complotti potenzialmente imminenti non riuscirebbero a far deragliare un parziale disgelo delle tensioni e potrebbero persino ritorcersi contro di lui se le prove dovessero poi coinvolgere l’Ucraina.
Comunque sia, al momento non esiste alcun canale di gestione delle crisi di questo tipo, quindi rimane aperta la possibilità che Zelensky autorizzi un attacco con droni sotto falsa bandiera da parte dell’Ucraina contro l’Europa meridionale per incastrare la Russia. È quindi urgente che ne venga creato uno, altrimenti, nel peggiore dei casi, egli potrebbe scatenare la Terza Guerra Mondiale con questi mezzi. Con Finlandia, Francia e Italia che respingono l’ultima ondata di isteria scaturita dalla penetrazione polacco-bielorussa, gli Stati Uniti hanno ora maggiori possibilità di mediare la situazione.
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Ripristinare, anche solo per il periodo invernale, parte della complessa interdipendenza reciproca che intercorreva tra i due Paesi prima del 2022, attraverso la mediazione degli Stati Uniti, potrebbe facilitare una serie di compromessi diplomatico-militari pragmatici volti a risolvere il conflitto ucraino e a costruire congiuntamente la nuova architettura di sicurezza continentale.
Zelensky ha recentemente proposto una tregua parziale con la Russia che includerebbe, tra le altre cose, l’astensione da attacchi reciproci alle infrastrutture energetiche. Il contesto strategico riguarda l’intensificarsi della campagna di attacchi sistematici russa contro centrali elettriche, stazioni di servizio, porti e, più recentemente, locomotive ucraine, con l’obiettivo di paralizzare la logistica militare ucraina entro l’inverno, in vista di una possibile svolta decisiva da parte russa. Il Cremlino, pertanto, non ha alcun interesse ad accettare un accordo così sbilanciato.
La situazione potrebbe però cambiare se la Russia subordinasse almeno la componente energetica della proposta di Zelensky alla ripresa delle esportazioni di petrolio tramite gasdotto verso l’Europa. Non solo l’Ucraina, ma l’intera Unione Europea si appresta ad affrontare l’inverno più difficile degli ultimi anni, secondo quanto dichiarato dal Commissario europeo per l’Energia e l’Edilizia abitativa in una recente intervista al Financial Times. Ciò è dovuto alla crisi globale dei carburanti, innescata dalla Terza Guerra del Golfo e dalla serie di attacchi ucraini contro le raffinerie russe avvenuti quest’anno.
L’Ucraina ha un disperato bisogno di sollievo dagli attacchi sistematici della Russia contro le sue infrastrutture energetiche quest’inverno, l’UE ha un disperato bisogno di più energia nel mezzo della crisi globale dei carburanti nello stesso periodo, ed è improbabile che la Russia rifiuti l’afflusso di entrate, anche se questo si protraesse solo per pochi mesi. Un accordo potrebbe consistere nella ripresa delle esportazioni di gas verso la Germania attraverso l’unico gasdotto Nord Stream rimasto intatto, eventualmente insieme alle esportazioni di petrolio e gas verso la Polonia (e altri paesi) attraverso i gasdotti Druzhba e Yamal.
La ripresa delle esportazioni russe di gas naturale verso l’Europa tramite gasdotto, anche solo per l’inverno, ripristinerebbe parte della complessa interdipendenza reciproca pre-2022, aumentando le probabilità che la tregua energetica venga rispettata. L’UE sopravvivrà all’inverno anche senza le importazioni russe tramite gasdotto, e la Russia potrà continuare a finanziare le sue operazioni militari anche senza le esportazioni verso l’Europa, ma l’Ucraina potrebbe non sopravvivere senza un’interruzione dei sistematici attacchi russi contro le sue infrastrutture energetiche.
Di conseguenza, l’UE potrebbe interrompere le importazioni dalla Russia se quest’ultima violasse la tregua energetica, mentre la Russia potrebbe interrompere le esportazioni verso l’UE se fosse l’Ucraina a farlo. Sebbene gli scettici possano sospettare che la Russia abbia più da guadagnare dalla violazione della tregua energetica a causa della situazione strategico-militare sempre più disperata dell’Ucraina, la Russia ha un interesse maggiore a costruire congiuntamente la nuova architettura di sicurezza continentale con la NATO europea (E-NATO), cosa che non può fare senza una relativa normalizzazione dei rapporti. Tutto ciò è sensato.
Se si concordasse una tregua energetica a condizione che la Russia riprenda almeno le sue esportazioni del Nord Stream verso l’Europa, allora si potrebbe avanzare la formula della “diplomazia a goccia di neve” qui proposta , che potrebbe prevedere il reciproco ritiro delle forze E-NATO dagli Stati baltici in parallelo con quelle russe dalla Bielorussia. Gli Stati Uniti potrebbero quindi acquistare il Nord Stream dalla Russia, come è stato ipotizzato, e forse anche le parti bielorusse di Druzhba e/o Yamal, per sostenere questo nuovo ordine e facilitare un grandeaccordo sull’Ucraina.
L’architettura di sicurezza risultante potrebbe avere zone cuscinetto parziali negli Stati baltici, in Bielorussia e in Ucraina, mentre il fianco occidentale del ” cordone sanitario ” avrebbe un Intermarium a guida polacca sostenuto dagli Stati Uniti che controbilancerebbe un fronte dominato dalla GermaniaUn’UE militarizzata . La Polonia rimarrebbe comunque l’ hub statunitense per il GNL in Europa, dato che gli Stati Uniti probabilmente aumenterebbero il prezzo del gasdotto russo sotto il loro controllo per mantenere competitivo il proprio gas. Questo equilibrio di interessi è realistico e dovrebbe quindi essere preso seriamente in considerazione.
Anche qualora si verificasse un riavvicinamento tra Russia e Stati Uniti, la Russia dovrebbe comunque affrontare la crescente influenza strategico-militare europea e turca lungo tutta la sua periferia meridionale, perpetuando così le tensioni di una nuova Guerra Fredda.
La presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, ha svelato un nuovo progetto di connettività durante il suo discorso annuale : “Collegherà direttamente il Caucaso meridionale e l’Asia centrale al mercato europeo, quello che chiamiamo il Corridoio di Mezzo. Attraverso il Global Gateway, puntiamo a convogliare fino a 12 miliardi di euro di investimenti pubblici e privati. Il nostro obiettivo è diversificare le rotte, triplicare i flussi commerciali e ridurre drasticamente i tempi di transito delle merci entro il 2030”. A breve verrà organizzato un “Vertice regionale sulla connettività” con la Bulgaria “per concretizzare questo progetto”.
Il Corridoio di Mezzo , che attraversa quelle regioni lungo l’intera periferia meridionale della Russia, è stato un progetto pionieristico sviluppato da Cina e Turchia nel corso dell’ultimo decennio. Il Global Gateway , invece, è stato lanciato alla fine del 2021 come risposta tardiva all’iniziativa cinese “Belt and Road”. Le due iniziative si sono unite a luglio, dopo che von der Leyen, durante una visita a Baku, ha annunciato “un pacchetto di investimenti per il Global Gateway fino a 200 milioni di euro per progetti di connettività nel Caucaso meridionale”.
Sebbene il presidente azero Ilham Aliyev abbia recentemente inasprito la disputa tra il suo paese e il Parlamento europeo, definendo i suoi membri “un covo di funzionari corrotti” a causa del loro costante schieramento a favore dell’Armenia e contro l’Azerbaigian, sta comunque aiutando l’UE a ridurre la sua dipendenza energetica dalla Russia . Allo stesso modo, nonostante la recente normalizzazione dei rapporti con la Russia, dopo il crollo avvenuto alla fine del 2024 a seguito del tragico incidente dell’Azerbaijan Airlines , l’Azerbaigian continua a rappresentare una sfida per gli interessi regionali della Russia.
Questo contesto conferma che l’UE sta seguendo l’esempio di Turchia e Stati Uniti nell’Asia centrale attraverso l’Azerbaigian, Stato di transito insostituibile per il collegamento con questa regione geostrategica alle porte della Russia, anche se si fa affidamento sulla Georgia per accedere all’Azerbaigian al posto dell’Armenia/TRIPP. La sinergia tra questi quattro attori – Azerbaigian, Turchia, Stati Uniti e ora UE – rappresenterà una seria minaccia futura per la sicurezza nazionale russa se l’Azerbaigian permetterà, come si sospetta, che questi corridoi vengano utilizzati per la logistica militare della NATO .
La tendenza generale è che il fianco meridionale del “cordone sanitario” attorno alla Russia si stia stringendo, un fenomeno di cui il Cremlino aveva già segnalato di essere consapevole , e che il Segretario del Consiglio di Sicurezza Sergey Shoigu ha recentemente ribadito condannando la ricerca da parte dell’Occidente del controllo della logistica e delle risorse in quella regione. Anche in caso di un riavvicinamento tra Russia e Stati Uniti , la Russia dovrebbe comunque affrontare la crescente influenza militare e strategica europea e turca lungo tutta la sua periferia meridionale, perpetuando così le tensioni della Nuova Guerra Fredda.
L’imminente complementarietà tra Europa e Turchia lungo questo fronte di contenimento anti-russo incarna anche lo spirito della NATO 3.0 , rappresentando una maggiore condivisione degli oneri tra alleati con interessi comuni. Gli Stati Uniti possono supervisionare l’espansione dell’influenza del blocco nel cuore dell’Eurasia, rifocalizzando al contempo la maggior parte dei loro sforzi militari e strategici sul contenimento della Cina nell’Asia-Pacifico attraverso l’AUKUS+ . Questa tendenza porterà inevitabilmente all’espansione della Nuova Guerra Fredda in due fronti interdipendenti guidati dagli Stati Uniti in Eurasia.
L’E3 non permetterà alla Polonia di ostacolare un accordo con la Russia se fossero sul punto di raggiungerlo, e anche l’Ucraina non può offrire vantaggi reciproci paragonabili a quelli che può offrire la Bielorussia, ma queste opportunità rimarranno inesplorate finché la Polonia non metterà da parte la sua politica estera di parte per il bene degli oggettivi interessi nazionali.
Il ministro degli Esteri polacco Radek Sikorski ha recentemente dichiarato ai media ucraini che il suo Paese dovrebbe partecipare al processo di pace a causa del suo ruolo nel conflitto. Ciò avviene a più di un quarto d’anno da quando Bloomberg ha riportato che Gran Bretagna, Francia e Germania – collettivamente note come E3 – si stanno preparando a colloqui con la Russia sull’Ucraina. Il presidente finlandese Alexander Stubb ha poi affermato a fine agosto che “il ruolo più importante” in qualsiasi dialogo UE-Russia “sarà svolto dai Paesi che condividono un confine con la Russia”.
Tra i diversi Paesi che intrattengono rapporti con la Russia , la Polonia è il più forte e strategicamente significativo , essendo già al comando del più grande contingente militare europeo della NATO e svolgendo un ruolo sempre più centrale sul fianco occidentale del nuovo ” cordone sanitario ” attorno alla Russia, grazie alla sua prevista leadership dell’Intermarium . Ciononostante, le insanabili divisioni tra il suo presidente conservatore e il governo liberale ostacolano la formulazione e l’attuazione della sua politica estera, pertanto è improbabile che la Polonia avvii presto un dialogo con la Russia.
Comunque sia, la Polonia non se la caverebbe molto bene partecipando ai colloqui di pace con l’Ucraina, dato che sarà sempre considerata dall’E3 come il loro partner minore, e nessuno di loro permetterebbe alla Polonia di ostacolare un accordo con la Russia se fossero sul punto di raggiungerlo. Se il duopolio al governo in Polonia riuscisse a trovare la volontà politica, allora otterrebbe risultati di gran lunga migliori dialogando con la Bielorussia, il che potrebbe eventualmente portare a un dialogo bilaterale con la Russia sull’architettura di sicurezza europea del dopoguerra.
Il noto organo di stampa conservatore Rzeczpospolita ha riportato alla fine dello scorso anno che le condizioni poste dalla Polonia per un rilancio delle relazioni bilaterali erano la fine, da parte della Bielorussia, del suo presunto utilizzo dell’immigrazione clandestina come arma, il rilascio di Andrzej Poczobut e l’identificazione dei responsabili dell’omicidio di una guardia di frontiera polacca avvenuto a metà del 2024. Da allora, gli attraversamenti illegali del confine dalla Bielorussia sono crollati del 98% e Poczobut è stato rilasciato , il che potrebbe essere sufficiente per rilanciare in modo più incisivo il dialogo tra i due Paesi, con l’obiettivo di ottenere immediati vantaggi reciproci.
Questo può assumere tre forme sequenziali. In primo luogo, la distensione degli Stati Uniti con la Bielorussia e il conseguente interesse nell’importare la sua potassa per aiutare gli agricoltori colpiti dalle conseguenze della Terza Guerra del Golfo sul mercato globale dei fertilizzanti potrebbero portare all’esportazione di potassa attraverso la Polonia anziché la Lituania, come suggerito in precedenza dall’inviato di Trump . In secondo luogo, la buona volontà instaurata attraverso questi canali potrebbe sfociare in colloqui russo-polacchi mediati dalla Bielorussia per la ripresa delle importazioni di petrolio attraverso l’oleodotto Druzhba, anche solo temporaneamente.
La compagnia petrolifera polacca Orlen si è trovata a dover cercare disperatamente un sostituto per il petrolio saudita, che rappresenta circa il 40% del suo portafoglio, dopo che Riad ha sospeso le esportazioni verso l’Europa a seguito degli attacchi degli Houthi. La nuova insicurezza energetica della Polonia, causata dall’ultima fase delle guerre in Medio Oriente, potrebbe essere mitigata dalla Russia, ma ciò richiede di accantonare la propria politica estera di parte in nome di oggettivi interessi nazionali. Infine, un miglioramento delle relazioni con la Bielorussia (e, relativamente, con la Russia) potrebbe portare a un’espansione degli scambi commerciali terrestri con la Cina.
L’Ucraina non può offrire alla Polonia vantaggi reciproci paragonabili a quelli che può offrire la Bielorussia, e inoltre, ora è indiscutibilmente anti – polaccastato dopo aver glorificato la Volinia I responsabili del genocidiodell’OUN-UPA a livello statale all’inizio di quest’anno. Al contrario, la Bielorussia ha recentemente accettato uno scambio che includeva Poczobut, che la Polonia considerava un prigioniero politico perseguitato per il suo attivismo a favore della minoranza polacca. Il ramo bielorusso della politica orientale della Polonia, non quello ucraino, è quindi il più promettente.
Il ministro degli Esteri tedesco aveva solo motivazioni di politica interna nel parlare con il suo omologo russo, mentre quello polacco aveva motivazioni di sicurezza militare nel parlare con il suo omologo bielorusso.
Il ministro degli Esteri russo Sergey Lavrov ha espresso delusione dopo l’incontro con il suo omologo tedesco Johann Wadephul, il primo tra i massimi diplomatici dei due Paesi in quattro anni. Secondo Lavrov , “Non ho sentito nulla di nuovo. Gli ho francamente detto che pensavo avesse qualcosa di interessante e insolito da dire. Avrebbero potuto fare una conversazione telefonica e semplicemente invitarci a leggere le loro dichiarazioni ufficiali. Ho sentito solo l’ennesima ripetizione dello stesso argomento”.
Da parte sua, Wadephul ha spiegato di aver avviato l’incontro per discutere di questioni di sicurezza, alludendo all’isteria per un presunto imminente attacco russo che ha travolto la NATO europea (E-NATO) nelle ultime settimane. Ha anche affermato che “diversi colleghi, soprattutto provenienti dal Sud del mondo, mi hanno chiesto di parlare con la Russia” riguardo a una tregua parziale nel Mar Nero al fine di facilitare la ripresa su larga scala delle esportazioni di grano verso quei paesi.
A differenza dei deludenti colloqui tra i ministri degli Esteri tedesco e russo, che avrebbero potuto realisticamente riguardare la ripresa delle esportazioni di gas russo verso la Germania attraverso un gasdotto Nord Stream non danneggiato, qualora Berlino avesse avuto la volontà di richiederlo, quelli tra bielorusso e polacco hanno avuto molto più successo. Il ministro degli Esteri polacco Radek Sikorski ha affermato che i colloqui sono stati avviati dal suo omologo Maxim Ryzhenkov. Ha inoltre aggiunto che “si stanno svolgendo incontri anche con altri ministeri e ad altri livelli”.
La notizia più rilevante, tuttavia, è stata la battuta di Sikorski: “Un bucaneve può fiorire se il tempo è favorevole”. Questo ha portato a definire la loro storica svolta ” diplomazia del bucaneve “, dal nome del fiore che simboleggia il disgelo primaverile. Il Ministero degli Esteri bielorusso ha ripreso la metafora pubblicando in seguito: “La diplomazia del bucaneve è un bel riavvio. Ma noi puntiamo al raccolto. Piantiamo un frutteto: ha bisogno di cure ogni anno, non una volta ogni dieci anni. Minsk è pronta ad ospitare i colloqui”.
Gli esiti diametralmente opposti degli storici incontri tra i ministri degli Esteri di queste due coppie sollevano naturalmente interrogativi sulle cause di tali risultati. La portavoce di Lavrov, Maria Zakharova, ha ipotizzato che Wadephul “avesse bisogno unicamente di dimostrare all’opinione pubblica tedesca una parvenza di attività – e, naturalmente, mettiamo questa frase tra virgolette – ‘da parte di Berlino sul fronte diplomatico’”, in un contesto di crollo dei consensi per il cancelliere tedesco Friedrich Merz. Un’ipotesi plausibile.
Quanto al motivo per cui i colloqui tra Sikorski e Ryzhenkov hanno portato a una svolta, il direttore della ricerca del Valdai Club aveva valutato, alcuni giorni prima del loro incontro a sorpresa, che “i paesi che hanno maggiori motivi per temere uno scontro incontrollato potrebbero anche avere il maggiore interesse a prevenirlo”. Inoltre, era stato affermato separatamente che ” la Bielorussia ha molto più da offrire alla Polonia di quanto non faccia l’Ucraina “. Probabilmente Sikorski è giunto alle stesse conclusioni e questo spiega probabilmente il suo avvicinamento a Ryzhenkov.
La cosa più importante è che la Bielorussia coordini tutto questo con la Russia e che Lukashenko non riservi sorprese a Putin che potrebbero inavvertitamente generare sfiducia o, peggio, causare conseguenze ben più gravi.
Trump ha rivelato che “Gli Stati Uniti stanno lavorando a un accordo enorme per l’acquisto di potassio dalla Bielorussia. Il prezzo sarebbe sostanzialmente inferiore a quello che paghiamo attualmente al Canada, un’ottima notizia per i nostri agricoltori e allevatori”. Alexander Lukashenko, il suo omologo bielorusso, ha poi chiarito quello stesso giorno che “Anche se volessimo fornire [potassio] ad altri mercati occidentali, semplicemente non abbiamo quei volumi (ingenti): tutto è già contrattualizzato”. I critici hanno interpretato questa affermazione come un rimprovero.
La realtà è che la Bielorussia e gli Stati Uniti sono nel bel mezzo di un rapido riavvicinamento, culminato con la promessa dell’inviato speciale di Trump, John Coale, di sbloccare oltre 40 milioni di dollari di attività congelate presso Citibank, legate ai pagamenti per il potassio, al fine di facilitare futuri acquisti su larga scala da parte degli Stati Uniti. Oltre una settimana prima dell’annuncio di Trump e del chiarimento di Lukashenko, quest’ultimo aveva dichiarato ai giornalisti : “Se voi (gli Stati Uniti) volete acquistare i nostri fertilizzanti a base di potassio, fate pure. Non possiamo consegnarne [grandi quantità] tutte in una volta”.
Ha aggiunto, tuttavia, che “un certo volume si è appena reso disponibile. Abbiamo già stipulato contratti per quest’anno e prenderemo in considerazione anche il prossimo. In questo momento si è presentata l’opportunità di caricare una nave e sicuramente finiremo il carico domani, in modo che possano prenderla”. Ha anche detto loro : “Se voi (gli Stati Uniti) volete comprare fertilizzanti da noi, se li volete, sentitevi liberi di comprarli. Ho detto sinceramente di essere un trumpiano, ho sostenuto Trump”. Tutto ciò suggerisce che un accordo di grandi dimensioni sia effettivamente in fase di negoziazione per il prossimo anno.
Dovrebbe essere un lasso di tempo sufficiente per ottimizzare la logistica. Coale aveva suggerito in primavera che la potassa bielorussa potesse essere esportata negli Stati Uniti attraverso la Lituania, ma il presidente della Commissione Affari Esteri del Seimas ha affermato che Vilnius continuerà a rispettare le sanzioni dell’UE, che non saranno riconsiderate fino a febbraio 2027. Gli Stati Uniti e la Bielorussia condividono l’interesse a che queste esportazioni transitino attraverso la Lituania ( o la Polonia? ) al fine di ridurre la dipendenza della Bielorussia dalla Russia , obiettivo che contestualizza i loro colloqui.
Lukashenko prevede di riequilibrare le relazioni del suo Paese con la Russia attraverso un riavvicinamento con l’Occidente, guidato da un miglioramento dei legami con gli Stati Uniti. Ritiene che ciò ridurrà le minacce della NATO e dell’Ucraina alla Bielorussia, portando al contempo a una graduale revoca delle sanzioni per stimolare l’economia. La dimensione economica dei suoi colloqui con gli Stati Uniti è più significativa di quanto possa sembrare, poiché la conclusione di un accordo di ampia portata potrebbe far sì che gli Stati Uniti diventino la principale fonte di valuta estera per la Bielorussia.
Sebbene gli sviluppi sopracitati possano mettere a disagio la Russia, è possibile che possano anche facilitare un parziale ritiro delle forze NATO dagli Stati baltici, qualora la Russia facesse lo stesso in Bielorussia, come starebbero facendo gli Stati Uniti con le loro forze in Europa, al fine di creare zone cuscinetto parziali, come proposto qui . La cosa più importante è che il rapido riavvicinamento della Bielorussia agli Stati Uniti sia coordinato con la Russia e che Lukashenko non riservi sorprese a Putin che potrebbero inavvertitamente generare sfiducia o, peggio, portare a conseguenze ben più gravi.
Gli Stati Uniti vogliono chiaramente dividere e governare Bielorussia e Russia per distruggere il loro Stato dell’Unione, con l’obiettivo di ottenere il ritiro completo delle forze russe, comprese le armi nucleari tattiche, dalla Bielorussia. Non ci si aspetta che Lukashenko accetti questa strategia, poiché lo renderebbe vulnerabile a un’altra Rivoluzione Colorata e forse persino a un’invasione , ma gli eventi possono sempre prendere una piega inaspettata, quindi è fondamentale che lo Stato dell’Unione rimanga saldo. Pertanto, ogni sua azione deve essere in pieno coordinamento con Putin.
Lo storico incontro di Sikorski con la sua controparte bielorussa, e in particolare la sua rivelazione che “si stanno svolgendo incontri anche con altri ministeri e ad altri livelli”, suggerisce che dietro le quinte, sul fianco occidentale del “cordone sanitario”, stia accadendo molto di più di quanto il pubblico sappia.
La scorsa settimana, a margine dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, il ministro degli Esteri polacco Radek Sikorski ha incontrato il suo omologo bielorusso, dando vita al primo colloquio tra i massimi diplomatici dei due Paesi in un decennio. Sikorski ha affermato che l’incontro è stato facilitato dalla relativa normalizzazione della situazione al confine e dal recente rilascio di Andrzej Poczobut , che Varsavia considerava un prigioniero politico. Ha aggiunto che sono in corso anche altri incontri ministeriali e che si tratta di “un bucaneve che può sbocciare se il tempo è favorevole”.
Poco dopo, il Ministero degli Esteri bielorusso ha pubblicato su X che “la diplomazia dei bucaneve è un bel riavvio. Ma noi puntiamo al raccolto. Piantiamo un frutteto: ha bisogno di cure ogni anno, non una volta ogni dieci anni. Minsk è pronta ad ospitare i colloqui”. Per chi non lo sapesse, i bucaneve simboleggiano il disgelo primaverile, quindi la nuova “diplomazia dei bucaneve” bielorusso-polacca potrebbe portare a un disgelo nella Nuova Guerra Fredda, se avrà successo. È necessario fornire alcune informazioni di base per aggiornare gli osservatori occasionali su tutto questo.
Trump 2.0 ha avviato un riavvicinamento con la Bielorussia che ha assunto la forma di un allentamento graduale delle sanzioni in cambio del rilascio di quelli che Washington considera prigionieri politici. Ora sono anche sul punto di concludere un enorme accordo sulla potassa . La Polonia è il principale alleato degli Stati Uniti nell’Europa centrale e orientale, quindi, a posteriori, era solo questione di tempo prima che Varsavia venisse coinvolta. Recentemente, Sikorski ha seminato il panico riguardo a un attacco russo alla NATO, il che ha alimentato le speculazioni su una possibile operazione sotto falsa bandiera ucraina .
Al fine di scongiurare una potenziale escalation incontrollabile, è stato suggerito che il riavvicinamento tra Bielorussia e Stati Uniti potrebbe portare a un accordo in base al quale alla prevista riduzione delle truppe statunitensi negli Stati baltici segua una riduzione delle truppe russe in Bielorussia. Se a ciò si aggiungesse un canale di gestione delle crisi tra Trump, Putin e il presidente polacco Karol Nawrocki, come suggerito in precedenza , le tensioni tra NATO e Russia diventerebbero gestibili e si porrebbero le basi per una nuova architettura di sicurezza.
Dal punto di vista della Russia, se è costretta a scegliere tra un regime dominato dai tedeschiTra un’UE militarizzata lungo il fianco occidentale del nuovo ” cordone sanitario ” che si è formato attorno ad essa e un Intermarium guidato dalla Polonia e sostenuto dagli Stati Uniti , quest’ultima opzione è probabilmente preferibile in quanto comporta un rischio relativamente minore. Affinché questo scenario si concretizzi, sarebbe necessario raggiungere un accordo, il che a sua volta richiede il successo della nuova “diplomazia del bucaneve” bielorusso-polacca, in parte frutto della diplomazia russo-americana.
Così come la Russia ha iniziato a ripensare la propria comprensione della Polonia, come dimostra il riconoscimento da parte del principale collaboratore di Putin, Nikolai Patrushev, della sua centralità nell’architettura di sicurezza emergente , allo stesso modo la Polonia ha iniziato a ripensare la propria comprensione della Russia, come dimostra la nuova “diplomazia del bucaneve” di Sikorski con la Bielorussia. Sebbene sia prematuro prevedere fino a che punto questo potenziale disgelo nella Nuova Guerra Fredda possa spingersi, e la proposta precedentemente condivisa potrebbe facilmente essere accantonata, non si può comunque escludere del tutto questa possibilità al momento.
Lo storico incontro di Sikorski con il suo omologo bielorusso, e soprattutto la sua rivelazione che “si stanno svolgendo incontri anche con altri ministeri e ad altri livelli”, suggerisce che dietro le quinte, sul versante occidentale del “cordone sanitario”, stia accadendo qualcosa di più di quanto il pubblico sappia. Questo non significa che una svolta sia imminente, né che sia inevitabile anche se dovesse richiedere del tempo, ma solo che qualcosa è chiaramente cambiato in meglio . Resta da vedere se questi nuovi “bucaneve” fioriranno o appassiranno.
Alexander Stubb è un liberalglobalista, ma non è un fanatico come la stragrande maggioranza dei suoi omologhi della NATO, quindi conserva ancora l’istinto di autoconservazione nonostante le occasionali dichiarazioni provocatorie sulla Russia.
Il presidente finlandese Alexander Stubb non è certo un amico della Russia, ma non è neanche lontanamente russofobo come la stragrande maggioranza dei suoi omologhi della NATO, il che contestualizza i suoi recenti sforzi per cercare di farli ragionare in mezzo alla loro ultima isteria per un presunto imminente attacco russo. A margine dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, ha dichiarato a Politico : “Dobbiamo essere molto cauti e capire che la Russia sta cercando di destabilizzare e spaventare l’Europa”.
Ha avvertito che “ogni volta che reagiamo in modo eccessivo a un attacco ibrido, in realtà hanno già vinto la battaglia in quel particolare modo”. Inoltre, “dobbiamo anche capire che non è nell’interesse della Russia, né nelle sue capacità, passare su vasta scala” all’escalation degli attacchi ibridi in attacchi convenzionali. “Quindi continueranno a intimidirci e noi dobbiamo semplicemente rimanere, come ho detto, calmi e lucidi in questa situazione”. Stubb ha anche affermato che “non vediamo prove” di un imminente attacco russo contro la NATO.
I suoi omologhi scettici dovrebbero ricordare che “abbiamo il confine più lungo della NATO con la Russia, è metà del confine. Nei nostri servizi di intelligence vediamo che c’è attività , ma al momento non c’è una minaccia militare imminente”. Stubb ha detto qualcosa di simile a Bild alla fine di agosto, dicendo che la Finlandia non vede segnali che la Russia stia cercando di mettere alla prova la risolutezza della NATO , a differenza delle chiacchiere di allora che da allora sono diventate isteriche, con il primo ministro polacco liberale Donald Tusk e il suo ministro degli Esteri Radek Sikorski in prima linea .
I loro sforzi eccessivi per predisporre l’opinione pubblica europea ad aspettarsi una guerra imminente, e potenzialmente anche immediata, con la Russia, hanno suscitato timori che possano chiudere un occhio su un’operazione sotto falsa bandiera ucraina a tal fine, o addirittura, nel caso più estremo, collaborare con Zelensky in tal senso. Se un simile incidente venisse sfruttato per giustificare falsamente un attacco alla Russia, la Finlandia verrebbe probabilmente trascinata nella guerra totale che ne conseguirebbe, a causa del suo ruolo nel ” cordone sanitario ” intorno alla Russia.
Recentemente, in Finlandia , è stato valutato che il fronte artico in cui è coinvolta rappresenta la minaccia maggiore per la Russia, grazie alla sua capacità di neutralizzare la capacità di secondo attacco russa e, al contempo, di costituire una minaccia aerea nettamente superiore una volta completata la militarizzazione del Blocco Vichingo . Nonostante i difetti che si possano attribuire alla Finlandia, il Paese è comunque ampiamente considerato tra quelli con il più alto tenore di vita al mondo, una condizione che verrebbe immediatamente meno in caso di guerra con la Russia.
Stubb è un liberalglobalista, ma non è un fanatico come la stragrande maggioranza dei suoi omologhi della NATO, quindi conserva ancora l’istinto di autoconservazione nonostante le sue occasionali dichiarazioni provocatorie sulla Russia, come il suo sostegno alla campagna di attacchi estivi dell’Ucraina contro l’equivalente russo dell’Amazzonia . Questo aspetto del suo profilo psicologico, così come il suo precedente interesse espresso a fungere da inviato dell’UE per i colloqui con la Russia, contestualizzano ulteriormente il motivo per cui ha cercato di far ragionare i suoi omologhi della NATO, che si mostravano isterici.
A fine agosto ha anche affermato, in modo pertinente, che “a un certo punto, si dovrà instaurare un dialogo da parte europea, e forse il ruolo più importante in questo senso sarà svolto dai paesi che condividono un confine con la Russia”. Ciò suggerisce che si stia ancora candidando per il ruolo di inviato dell’UE in questi colloqui. Resta da vedere se verrà scelto, e ancor meno se verrà accettato dalla Russia. Ciononostante, è comunque incoraggiante che un leader della NATO mantenga una relativa calma nei confronti della Russia, e si spera che altri seguano il suo esempio.
Il cattolicesimo è una parte importante dell’identità polacca, quindi l’immagine di un ucraino che attacca sacerdoti e suore equivale a un attacco dell’Ucraina alla stessa polacchezza, con tutte le conseguenze socio-politiche che si prevedono a breve termine.
Non poteva capitare in un momento peggiore, visto che i polacchi sono ora polarizzati sull’Ucraina come mai prima d’ora, a seguito delle recenti dichiarazioni di Zelensky che glorificavano la Volinia. I responsabili del genocidiodell’OUN-UPA a livello statale e le conseguenti molestie che hanno subito sui social media da parte degli ucraini da allora. Oggi in Polonia vivono poco meno di un milione di rifugiati ucraini e una quota crescente di polacchi desidera che il proprio governo espella almeno coloro che hanno respinto la leva.
Ancora più inquietante per circa metà dell’elettorato conservatore e/o nazionalista era il fatto che i media ucraini discutessero delle rivendicazioni territoriali del loro effimero stato tra le due guerre mondiali sulla Polonia sud-orientale, rivendicazioni che Kiev avrebbe potuto riattivare dopo la fine del conflitto con la Russia . Si dà il caso che sia proprio in questa zona che si sia verificato l’ultimo attentato terroristico in Ucraina. I nazionalisti ucraini, come il Battaglione Azov, che ha appena aperto la sua prima sede in Polonia , considerano questo territorio “terra ucraina rubata”.
Inoltre, odiano il cattolicesimo perché lo associano alla loro narrazione storica di una presunta “oppressione polacca degli ucraini durata secoli”. Non sorprende quindi, a posteriori, che l’attentatore abbia preso di mira i fedeli in quella che i suoi compatrioti nazionalisti, tra cui lui sembra certamente appartenere, considerano “l’Ucraina occupata dai polacchi”. Si prevede che il suo attacco terroristico intensificherà le richieste di espulsione dei renitenti alla leva ucraini, suscitando reazioni contrastanti sia tra i rifugiati ucraini che tra i residenti permanenti.
Alcuni potrebbero presto organizzare ulteriori proteste a livello nazionale contro la presunta tendenza all’aumento dei “crimini d’odio” nei loro confronti, con il pretesto di scoraggiarne altri in seguito a questo attacco terroristico, mentre altri potrebbero trasferirsi altrove, sia nell’UE che tornare in Ucraina, come alcuni hanno iniziato a fare durante l’estate. Si prevede inoltre che la coalizione di governo liberale possa diffondere la teoria del complotto secondo cui questo attacco sarebbe stato un’operazione sotto falsa bandiera orchestrata dalla Russia e quindi l'”attacco alla NATO” di cui hanno istericamente parlato .
In ogni caso, questo attacco terroristico in Ucraina sarà ampiamente percepito come un attacco all’identità polacca, e le conseguenze saranno di natura socio-politica, in quanto aumenteranno il sostegno all’espulsione dei rifugiati ucraini e, potenzialmente, il sostegno all’opposizione nazionalista conservatrice in vista delle elezioni del prossimo anno. Quanto più la coalizione liberale al governo cercherà di distogliere l’attenzione da queste implicazioni, sfruttando la propria ucrainofilia, tanto più intense saranno prevedibilmente le conseguenze.
La guerra che l’élite dell’Europa occidentale potrebbe ordinare all’UE di intraprendere contro la Russia, nel disperato tentativo di mantenere il potere a fronte delle crescenti sfide nazionaliste e conservatrici, potrebbe essere evitata se Trump mediasse i colloqui tra Putin e Nawrocki per creare un canale di gestione della crisi tra i tre.
A fine settembre, Timofei Bordachev, direttore dei programmi del Valdai Club, ha pubblicato sul suo think tank un interessante articolo intitolato ” L’Europa e il conflitto in Ucraina: un contesto storico in evoluzione “. Il suo punto centrale è che “le élite europee non lottano più per i diritti e la sovranità dei propri stati, ma solo per la propria posizione all’interno di un Occidente collettivo integrato sotto l’autorità statunitense”. Giunge quindi a una conclusione davvero sorprendente riguardo al recente escalation del conflitto in Ucraina .
Secondo Bordachev, “A giudicare dalla retorica che sentiamo dalle capitali europee, nonché dall’entità degli aiuti che stanno fornendo al regime di Kiev, il conflitto con la Russia è attualmente percepito da chi detiene il potere a Berlino, Parigi e Londra come avente un’importanza quasi esistenziale. E se le loro prospettive di mantenere il potere – soprattutto sotto la pressione degli Stati Uniti – dovessero diventare sempre più incerte, queste élite potrebbero effettivamente ricorrere a uno scontro militare con la Russia”.
Qualche giorno prima del suo articolo, RT aveva ripubblicato un pezzo altrettanto interessante di Fyodor Lukyanov, collega di Bordachev e direttore della ricerca del loro club. La parte di maggiore rilevanza per l’articolo di Bordachev era la sua conclusione: “La razionalità non sempre prevale nella politica internazionale, ma questo non significa che la Russia debba considerare l’Europa orientale una causa persa, perché i paesi più vicini a un conflitto potrebbero in definitiva avere le ragioni più valide per mantenerlo sotto controllo”.
Tornando all’articolo di Bordachev prima di analizzarne la rilevanza per quello di Lukyanov, si può concludere che le élite europee si battono per il ruolo del proprio paese nell’architettura di sicurezza europea postbellica supervisionata dagli Stati Uniti, a ovest della nuova “Cortina di Ferro”, lungo quel fronte del ” cordone sanitario ” attorno alla Russia. Il futuro ordine sarà probabilmente caratterizzato da un’UE militarizzata a predominanza tedesca o da un’UE militarizzata in cui l’ Intermarium a guida polacca controbilancia la Germania ma ne completa il contenimento della Russia.
L’ascesa dell’AfD in Germania e la plausibile ascesa del Rassemblement National in Francia, entrambe dovute ai tre errori sistemici dell’UE di cui Putin ha recentemente parlato, potrebbero far avverare l’avvertimento di Bordachev riguardo a una guerra dell’UE contro la Russia per disperazione politica interna. A questo proposito, vale la pena menzionare le nuove preoccupazioni di molti riguardo a una possibile operazione sotto falsa bandiera (in Polonia?) a tal fine, argomento su cui i lettori possono trovare maggiori informazioni in questa analisi .
È quindi nell’interesse di Stati Uniti, Russia e Polonia sviluppare un canale di gestione delle crisi, in un contesto di timori di operazioni sotto falsa bandiera, ma i liberali al governo in Polonia stanno alimentando una paura feroce nei confronti della Russia, quindi il presidente conservatore è l’unico interlocutore con cui potrebbero dialogare. È un russofobo, come dimostrato dalle sue offese ai russi il mese scorso, ma è anche pragmatico , quindi è possibile che Trump possa aiutarlo, insieme a Putin, a raggiungere un accordo globale per il mantenimento della pace sul fianco occidentale del “cordone sanitario”.
I costi economici e politici sono troppo elevati, almeno per il momento, per rendere l’operazione redditizia.
A fine agosto, il South China Morning Post ha pubblicato un interessante articolo su come la Cina potrebbe utilizzare il sistema fluviale Irtysh-Ob per collegarsi all’Oceano Artico attraverso lo Xinjiang, il Kazakistan e la Russia. Sebbene il giornale abbia notato che “il governo cinese non si è ancora espresso in merito al percorso proposto”, gli esperti intervistati ne hanno sottolineato l’attrattiva, in quanto permette di evitare lo Stretto di Bering, il Bab el Mandeb e il Canale di Suez, punti nevralgici da cui dipende il commercio marittimo sino-europeo.
Allo stesso tempo, però, “Navigare nel sistema fluviale significherebbe superare i rigidi inverni siberiani che ghiacciano il corso d’acqua per un massimo di sei mesi all’anno, limitando potenzialmente la navigazione commerciale a una ristretta finestra estiva. Nel frattempo, i bassi livelli stagionali dell’acqua e l’ingente insabbiamento creano anche banchi di sabbia mobili, che richiederebbero un’enorme capacità di dragaggio affinché le grandi chiatte da carico non si incaglino”. Uno degli esperti ha anche previsto che sarebbero necessari miliardi di dollari di investimenti.
Comunque sia, all’inizio del 2019 The High North News ha pubblicato un articolo intitolato ” Il Kazakistan guarda all’Artico per una nuova rotta commerciale “, che ha posto l’accento sul fatto che, tra tutti i paesi, la Corea del Sud aveva dimostrato la fattibilità di questo corridoio diversi anni prima. Nel 2016, “due grandi reattori petrolchimici, ciascuno del peso di oltre 500 tonnellate, sono stati trasportati dalla Corea del Sud attraverso la Rotta Marittima del Nord e lungo 2.000 chilometri del fiume Ob’-Irtysh fino a Pavlodar”. Le dighe a monte rendono impossibile la navigazione oltre tale tratto.
Tenendo presente questa intuizione, la Cina potrebbe esportare prodotti agricoli, industriali e tessili dallo Xinjiang a Pavlodar, in Kazakistan, via ferrovia, per poi trasportarli lungo il sistema fluviale dell’Irtysh-Ob fino all’Artico, da dove verrebbero poi spediti in Europa. Se risultasse sufficientemente economico, anche le esportazioni provenienti da altre regioni della Cina potrebbero essere inviate lungo questa rotta, ma è improbabile che diventi un importante corridoio commerciale, data la facilità di utilizzare la Rotta Marittima del Nord (NSR) nella sua interezza o il Corridoio di Mezzo (MC) attraverso l’Eurasia.
Sebbene gli Stati Uniti potrebbero teoricamente tentare di bloccare lo Stretto di Bering, ciò rischierebbe indiscutibilmente una guerra aperta con la Russia; è quindi molto più probabile che si limitino a monitorare i traffici attraverso questa rotta, sviluppando eventualmente il Passaggio a Nord-Ovest attraverso l’arcipelago artico canadese per competere con la Rotta Marittima del Nord. Per quanto riguarda il Canale di Panama, l’accordo ” Trump Route for International Peace and Prosperity ” (TRIPP) che attraverserà l’Armenia meridionale e sarà approvato nell’agosto 2025, lo ottimizzerà, rendendolo un corridoio ancora più attraente per l’UE di quanto non lo sia già.
A meno che la Russia e gli Stati Uniti non concludano il loro auspicato accordo incentrato sulle risorseNell’ambito della partnership strategica , si prevede che gli Stati Uniti si opporranno al commercio sino-europeo attraverso la Russia in qualsiasi modo, ad eccezione del transito nelle sue acque artiche, e potrebbero quindi costringere l’UE a rifiutare le importazioni provenienti da questa rotta (forse anche sanzionandole). Sebbene il Kazakistan sia un loro partner, preferirebbe che i suoi scambi commerciali con esso avvenissero attraverso il corridoio marittimo facilitato dall’accordo TRIPP, e non attraverso la Russia. Questi fattori politici riducono ulteriormente l’interesse per la rotta Irtysh-Ob.
Stando così le cose, la rotta Irtysh-Ob non rappresenta un corridoio commerciale eurasiatico praticabile verso l’Artico, nemmeno per la Cina. I costi economici e politici sono troppo elevati, almeno per il momento, per renderla redditizia. Tuttavia, se si verificasse una svolta nei negoziati tra Russia e Stati Uniti che portasse ad un allentamento, almeno parziale, delle sanzioni, gli Stati Uniti potrebbero incoraggiare i loro partner asiatici più stretti, come la Corea del Sud, a commerciare con il Kazakistan (e la Russia) attraverso questa rotta, continuando al contempo a esercitare pressioni sull’UE affinché non accetti esportazioni cinesi provenienti da questo canale.
Questo istituzionalizza la “strategia di negazione” sull’isola più grande del mondo, conferendo agli Stati Uniti il controllo non solo sulla sua sicurezza, ma anche sulle sue risorse, il che potrebbe diventare un modello che gli Stati Uniti potrebbero replicare con altri paesi dell’America Latina e dell’Africa nell’ambito della loro rivalità sistemica con la Cina.
Durante il suo discorso all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, Trump ha dichiarato che “Nessun avversario degli Stati Uniti sarà più autorizzato a stabilire una presenza militare in Groenlandia o a effettuare investimenti sensibili senza la nostra espressa approvazione scritta”, in seguito all’accordo raggiunto tra gli Stati Uniti, il governo dell’isola e quello danese. Questo rappresenta il coronamento di un obiettivo che si era prefissato fin dal suo primo mandato. Sebbene possa sembrare un’iniziativa unica, il nuovo accordo annunciato da Trump è essenzialmente un Patto di Libera Associazione (COFA) ampliato.
Questo si riferisce agli accordi che gli Stati Uniti raggiunsero con le nazioni insulari del Pacifico, ovvero le Isole Marshall, la Micronesia e Palau, che controllarono per periodi di tempo variabili dopo la Seconda Guerra Mondiale. La caratteristica principale del COFA è che gli Stati Uniti mantengono il controllo sulla loro sicurezza, esattamente come avviene ora con la Groenlandia, ma l’accordo con la Groenlandia, simile al COFA, estende il controllo statunitense anche al settore delle risorse. L’importanza di questa mossa risiede nel fatto che potrebbe diventare un modello che gli Stati Uniti potrebbero replicare con altri Paesi.
L’America iberoamericana è l’obiettivo principale dell’amministrazione Trump 2.0 in questa vasta area del mondo, con l’intento di costruire una ” Fortezza America “, un eufemismo per indicare il ripristino della sua egemonia unipolare sull’emisfero occidentale. In termini pratici, gli Stati Uniti vogliono controllare la loro sicurezza e le loro risorse, proprio come hanno fatto con la Groenlandia e il Venezuela poco prima , per poi sfruttare questa posizione nei negoziati commerciali con la Cina, nell’ambito della loro rivalità sistemica durante la transizione globale in corso.
Lo stesso vale per l’Africa, dove l’attenzione degli Stati Uniti è attualmente concentrata sulla sua porzione meridionale, ricca di minerali e rappresentata dal Corridoio di Lobito, che attraversa Angola e Repubblica Democratica del Congo fino allo Zambia . Tutti e tre questi paesi possiedono enormi riserve di cobalto, coltan e rame, sulle quali gli Stati Uniti desiderano esercitare la propria influenza, anziché permettere alla Cina di rimanere il loro principale partner minerario. Un accordo simile a quello con la Groenlandia potrebbe raggiungere questo obiettivo, grazie a una diplomazia finanziaria creativa che potrebbe ulteriormente perfezionare questo modello.
Quei tre e altri stati africani sono indebitati con la Cina, quindi gli Stati Uniti potrebbero offrire di assumersi la responsabilità dei loro debiti come incentivo per accettare accordi simili a quello della Groenlandia, dopodiché i loro debiti complessivi potrebbero essere inclusi nei negoziati tra Stati Uniti e Cina come ulteriore leva. La Cina non ha le capacità né la volontà di imporre militarmente il rimborso del debito, mentre il controllo degli Stati Uniti sulle istituzioni finanziarie e legali occidentali limita le opzioni della Cina in tal senso; pertanto, se un numero sufficiente di stati africani accettasse questa proposta, si tratterebbe di una leva molto potente.
Qualunque forma assuma alla fine, è probabile che Trump 2.0 cercherà di concludere varie forme di COFA (Common Open Finance Agreement) con un maggior numero di paesi, ispirandosi alla versione ampliata appena concordata con Danimarca e Groenlandia. L’istituzionalizzazione della “Strategia di Negazione” di Colby potrebbe essere una delle eredità più significative della politica estera di Trump se un numero sufficiente di paesi del Sud del mondo vi aderisse. Il mondo potrebbe quindi presto assistere a una diplomazia più creativa, soprattutto nella sua variante finanziaria, da parte di Trump 2.0.
Nikolai Patrushev ha fatto riferimento alla sua prevista leadership dell’Intermarium e al conseguente ruolo di guida del fianco occidentale del nuovo “cordone sanitario” che Trump 2.0 ha creato attorno alla Russia.
Al principale consigliere presidenziale di Putin, Nikolai Patrushev, è stato chiesto un commento sulla recente affermazione del ministro degli Esteri polacco Radek Sikorski, secondo cui la NATO europea “sconfiggerebbe la Russia piuttosto rapidamente” in caso di guerra, affermazione poi travisata dalla portavoce del Ministero degli Esteri russo, Maria Zakharova, come se la Polonia avesse sconfitto la Russia. La parte più importante della risposta di Patrushev non è stata la sua celebre battuta secondo cui “lo Stato polacco cesserebbe di esistere entro due o tre giorni”, bensì ciò che ha detto sulla grande strategia del Paese.
Secondo le sue parole, “Sikorski e altri membri dell’élite polacca affermano di voler riportare la Polonia alla grandezza. In realtà, stanno ravvivando ambizioni malsane, annunciando piani per ricostruire la ‘Polonia da mare a mare’, creare un ‘ cordone sanitario ’ contro la Russia e proteggere l’Europa da una mitica ‘minaccia russa’”. Questo in riferimento alla leadership che la Polonia si appresta a ricoprire nell’“ Iniziativa dei Tre Mari ” (3SI), nell’“ Intermarium ” e al recupero del suo ruolo storico, da lei stessa attribuito, di “ antemurale ” (“baluardo”) contro le minacce orientali.
L’acronimo 3SI si riferisce alla serie di progetti di connettività nord-sud a duplice uso che la Polonia sta portando avanti con i suoi partner in tutta l’Europa centro-orientale; l’Intermarium è la forma politico-militare del 3SI; e l’antemurale si riferisce, in questo contesto, al ruolo dell’Intermarium a guida polacca nel contenimento della Russia. Questi concetti interconnessi costituiscono la base della grande strategia polacca contemporanea, perseguita da entrambe le componenti del duopolio al potere nel paese, sebbene con una differenza significativa tra di esse.
I liberali al governo immaginano la Polonia come principale partner minore della Germania nel contenimento della Russia nella NATO 3.0, mentre l’opposizione conservatrice la vede come partner minore degli Stati Uniti . I due partiti di opposizione libertari-nazionalisti (o “populisti” nel gergo politico statunitense) non vogliono che la Polonia sia subordinata a nessuno e potrebbero diventare gli arbitri della situazione dopo le prossime elezioni del Sejm dell’autunno 2027, ma potrebbero anche perseguire questa grande strategia, semplicemente non come partner minore di nessuno. La Russia dovrebbe quindi aspettarsi che la Polonia mantenga la sua rotta.
In ogni caso, la rilevanza della risposta di Patrushev sta nel fatto che ora non ci sono più dubbi sul fatto che la Russia sia a conoscenza di questi piani, il che fa seguito al precedente consiglio secondo cui ” la Russia deve ripensare la sua comprensione della Polonia ” dopo una serie di passi falsi che lasciavano intendere gravi incomprensioni. Allo stesso modo, il suo riferimento al “cordone sanitario” dimostra che anche questo concetto non gli è sfuggito, quindi probabilmente riconosce anche il ruolo centrale della Polonia in tale contesto, nel collegare il “blocco vichingo” svedese e l'”impero neo-ottomano” turco .
Di conseguenza, poiché la Russia non può recidere il fianco europeo del “cordone sanitario” incentrato sulla Polonia, dato che si trova interamente all’interno della NATO e un eventuale tentativo da parte di Mosca scatenerebbe la Terza Guerra Mondiale, dovrà prepararsi a tensioni prolungate con Varsavia oppure tentare di raggiungere un accordo, come proposto qui . Il primo scenario è di gran lunga più probabile e consoliderebbe la rinascita della storica rivalità russo-polacca nell’era contemporanea, con tutto ciò che ne consegue, come gravi tensioni militari e un’intensa guerra dell’informazione .
La Polonia è già considerata da alcuni il ” Cuore d’Europa ” per ragioni geopolitiche, ma ora è anche il cuore del nuovo fianco occidentale del “cordone sanitario”, che la Russia riconosce ufficialmente. Non è quindi un’esagerazione affermare che la Polonia è destinata a diventare una delle minacce a lungo termine più significative per la Russia, non solo perché comanda il più grande esercito europeo della NATO, che dovrebbe raggiungere il mezzo milione di uomini entro il 2039 , ma soprattutto per il suo ruolo centrale nell’organizzazione del contenimento della Russia nell’ambito della NATO 3.0.
L’unica cosa che potrebbe scongiurare la Terza Guerra Mondiale, che appare sempre più inevitabile, è che la Russia ripristini in modo deciso la sua capacità di deterrenza.
Nel suo discorso annuale, la presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen ha proposto diverse iniziative in materia di difesa, la più nota delle quali è la designazione del Canada come primo ” membro associato ” dell’UE per “l’integrazione delle basi industriali della difesa” e per “fare dell’Artico un progetto comune di punta”, tra le altre cose. In relazione a ciò, il Canada è stato invitato a entrare a far parte del nuovo Consiglio di sicurezza europeo, che includerà anche Ucraina, Regno Unito, Norvegia e altri paesi non specificati, i quali probabilmente parteciperanno anche all’articolo 4 del Trattato di sicurezza dell’UE.
Ciò si riferisce al diritto dei membri di avviare consultazioni urgenti ogniqualvolta si sentano minacciati. L’inclusione dell’Ucraina suggerisce fortemente che ciò fungerà da ulteriore garanzia di sicurezza , un ulteriore vantaggio offerto a quel paese dai principali membri europei della NATO. A tal proposito, von der Leyen ha proposto un progetto congiunto per la creazione di un sistema modulare di difesa missilistica e ha annunciato che i fondi rimanenti del programma “Azione per la sicurezza in Europa” (SAFE) saranno utilizzati per realizzare altri progetti comuni.
Sul fronte interno, verrà adottata una nuova strategia di sicurezza europea, i cui dettagli non sono stati resi noti, ma che presumibilmente influenzeranno l’approccio del blocco alla Russia nel prevedibile e teso contesto postbellico. Infine, von der Leyen ha annunciato uno Strumento europeo per i fattori abilitanti strategici, che si riferisce a ciò che ha definito “le risorse di supporto critiche e i moltiplicatori di forza su cui si basa qualsiasi difesa credibile. Dalla difesa aerea e missilistica al trasporto strategico e al rifornimento in volo. Dallo spazio al cyberspazio”.
Mettendo insieme tutti gli elementi, le proposte di difesa interconnesse di von der Leyen ottimizzeranno i processi decisionali dell’UE, amplieranno la sua influenza sui paesi non membri e, nel complesso, prepareranno l’Europa a una guerra con la Russia entro il 2030, in linea con alcune delle precedenti previsioni dei suoi esperti. Trattando tacitamente l’Ucraina come un alleato di difesa comune attraverso la sua inclusione nel proposto Consiglio di sicurezza europeo e la sua industria della difesa come se appartenesse all’UE, l’Ucraina rimarrà il fattore scatenante più probabile di una guerra tra UE e Russia nella nuova era.
Si prevede che l’isteria bellica che ha contagiato il blocco verrà sfruttata anche come manovra di potere federalista, man mano che l’UE si evolve da un’unione economica e poi, in seguito, da una sorta di unione politica, fino a diventare un’unione militare. La Germania di von der Leyen dovrebbe guidare l’UE militarizzata, sia per la sua predominante influenza economico-politica sul blocco, sia per la sua capacità di spendere molto di più per la difesa rispetto a qualsiasi altro membro. Sebbene la Polonia attualmente disponga del più grande contingente militare europeo della NATO , quello tedesco è destinato a superarlo di gran lunga.
I liberali al governo in Polonia immaginano il Paese come il principale partner minore della Germania nel contenimento della Russia nella NATO 3.0, mentre l’opposizione conservatrice, rappresentata in particolare dal presidente, lo vede come il partner degli Stati Uniti. Se gli attuali governanti rimarranno al potere dopo le prossime elezioni del Sejm dell’autunno 2027, il destino geopolitico della Polonia sarà segnato, ma il ritorno dei conservatori (probabilmente in una coalizione con i nazionalisti libertari) potrebbe portare la Polonia a tentare di formare un’alleanza Intermarium per controbilanciare la riemersa egemonia della Germania.
Questi sono i due scenari più probabili per il nuovo fianco occidentale del ” cordone sanitario “: un’UE militarizzata e dominata dalla Germania, oppure un’UE militarizzata in cui l’ Intermarium, guidato dalla Polonia, controbilancia l’egemonia tedesca sul blocco, integrando al contempo i suoi sforzi per contenere la Russia. In entrambi i casi, von der Leyen ha appena messo l’Europa sulla strada della guerra con la Russia, e l’unica cosa che potrebbe scongiurare la Terza Guerra Mondiale, che appare sempre più inevitabile, è che la Russia ripristini in modo decisivo la sua capacità di deterrenza .
La Turchia è da decenni un partner tecnico-militare del Pakistan, appoggia pienamente l’approccio di Islamabad al conflitto del Kashmir e ha recentemente stretto un’alleanza ufficiale con esso.
Il presidente turco Recep Tayyip Erdogan ha dichiarato ai giornalisti dopo il vertice dei leader dell’Organizzazione per la Cooperazione di Shanghai (SCO) di inizio settembre che il suo Paese avrebbe preso in considerazione l’adesione a pieno titolo al blocco. Ha tuttavia chiarito che ciò “non significa voltare le spalle all’Occidente”, aggiungendo che “la Turchia è un Paese in grado di sviluppare relazioni equilibrate sia con l’Occidente che con l’Oriente e di approfondire i propri legami di conseguenza”. A titolo informativo, la SCO è nata come un blocco incentrato sul contrasto delle minacce alla sicurezza non convenzionali rappresentate da terrorismo, separatismo ed estremismo.
Col tempo, le sue responsabilità si sono ampliate fino a includere aspetti economici (tra cui connettività e finanza) e politici. Cina, Russia, Kazakistan, Kirghizistan, Tagikistan e Uzbekistan sono stati i membri fondatori, mentre India, Pakistan, Iran e Bielorussia si sono successivamente uniti come membri a pieno titolo. La Turchia è partner di dialogo dal 2013. L’adesione a pieno titolo le consentirebbe di votare sulle questioni rilevanti e di esercitare il diritto di veto, per quanto simboliche possano essere le decisioni dell’Organizzazione per la Cooperazione di Shanghai, conferendole così una maggiore influenza politica.
Qui sta il problema per l’India, che ha rapporti difficili con la Turchia. La Turchia è da decenni un partner tecnico-militare del Pakistan, il che ha sempre comportato che la Turchia rappresentasse una minaccia indiretta per la sicurezza nazionale dell’India. I due Paesi hanno recentemente stretto un’alleanza con l’Arabia Saudita, che molti definiscono la NATO islamica . Durante gli scontri indo-pakistani della primavera del 2025 , la Turchia ha offerto pieno sostegno politico al Pakistan e appoggia incondizionatamente anche l’approccio pakistano al conflitto del Kashmir .
L’India ha quindi ogni ragione di opporsi alla piena adesione della Turchia all’Organizzazione per la Cooperazione di Shanghai (SCO), così come ha ogni ragione di opporsi alla piena adesione del Pakistan ai BRICS . A differenza del Pakistan, di cui può porre il veto alla auspicata partnership con i BRICS , l’India non può porre fine al dialogo tra la Turchia e la SCO, poiché questo precede la piena adesione dell’India al blocco. Deve quindi accettare che la Turchia partecipi alle riunioni, pur non avendo alcun potere di influenzare, né tantomeno di determinare, i loro lavori.
L’inaccettabilità dell’adesione a pieno titolo della Turchia all’Organizzazione per la Cooperazione di Shanghai (SCO) per l’India potrebbe cinicamente servire anche agli interessi della Russia, nonostante Putin mantenga rapporti amichevoli con Erdogan, come dimostrato dal loro incontro all’ultimo vertice. Queste analisi ( qui , qui e qui) descrivono in dettaglio la crescente minaccia latente che la Turchia rappresenta per la Russia, legata al duplice scopo non dichiarato del “Trump Route for International Peace and Prosperity” ( TRIPP ) dell’agosto 2025, ovvero la creazione di un corridoio logistico militare NATO a guida turca lungo la periferia meridionale della Russia.
Il TRIPP può anche accelerare la transizione dell’“Organizzazione degli Stati Turchi” (OTS) guidata dalla Turchia, che comprende Azerbaigian, Kazakistan, Kirghizistan e Uzbekistan (questi ultimi tre membri a pieno titolo dell’Organizzazione per la Cooperazione di Shanghai), da un gruppo socio-economico a un’organizzazione militarizzata allineata alla NATO. Questi processi si stanno svolgendo indipendentemente dal partenariato di dialogo tra la Turchia e l’Organizzazione per la Cooperazione di Shanghai, ma se dovessero proseguire, la Turchia potrebbe sfruttarli all’interno dell’Organizzazione, qualora ne diventasse membro a pieno titolo, per creare un sottoblocco dell’OTS al suo interno.
Uno scenario del genere eroderebbe l’influenza di India e Russia nella SCO, che potrebbe essere ulteriormente ridotta se il nuovo alleato della Turchia, il Pakistan, si alleasse con il suo sottoblocco, creando così una fazione che, in caso di adesione completa della Turchia, rappresenterebbe quasi la metà dei membri della SCO, ovvero cinque su undici. L’India non ha remore a opporsi apertamente all’adesione completa della Turchia, a causa delle loro pubbliche divergenze, il che permette alla Russia di continuare a mantenere un atteggiamento distaccato nei confronti della Turchia all’interno della SCO, dato che un solo veto è sufficiente a porre fine al suo sogno di adesione a pieno titolo.
Perché ciò accada, è necessario che l’ultima guerra in Mali finisca, e questo probabilmente richiede che i ribelli tuareg si separino dai loro alleati islamisti radicali. L’Algeria potrebbe convincerli a farlo se il Mali concedesse loro un’ampia autonomia in cambio.
Il Primo Ministro algerino Sifi Ghrieb ha recentemente incontrato il suo omologo maliano Abdoulaye Maiga a Bamako, due mesi dopo il ripristino delle relazioni bilaterali . I rapporti erano stati interrotti nella primavera del 2025, quando l’Algeria aveva abbattuto un drone maliano che, a suo dire, aveva oltrepassato il confine. La tensione era già alta dopo che Bamako aveva rescisso gli Accordi di Algeri del 2015 con i Tuareg, 15 mesi prima, nel gennaio del 2024. Secondo alcune fonti, la Russia avrebbe svolto un ruolo centrale nel riavvicinamento di quest’estate tra i due partner regionali.
Il recente incontro tra i primi ministri algerino e maliano è stato ben più di un semplice simbolo del loro riavvicinamento. L’ordine del giorno verteva su temi quali l’industria mineraria, l’energia, i trasporti e altre forme di cooperazione, a dimostrazione del rapido evolversi dei loro legami in un partenariato strategico. In precedenza, si era affermato che ” l’invio di aerei da guerra Su-30 in Niger da parte dell’Algeria ridefinisce gli equilibri strategici regionali “, giungendo alla conclusione che l’Algeria sta attivamente ricostruendo la propria influenza nel Sahel.
Il già citato incidente con il drone nella primavera del 2025 ha spinto gli alleati del Mali, Burkina Faso e Nigerino, a interrompere i rapporti con l’Algeria, preceduta dall’espansione dei legami di tutti e tre con il suo rivale marocchino. Il conseguente dilemma di sicurezza potrebbe aver contribuito al presunto sostegno di Algeri ai ribelli tuareg del Mali . L’Algeria è vicina a questi ultimi, si è opposta all’annullamento da parte di Bamako dell’accordo da essa mediato e il loro centro militare di Tinzaouaten si trova proprio al confine con l’Algeria.
La guerra in corso in Mali , in cui i ribelli tuareg si sono nuovamente alleati con gli islamisti radicali, proprio come accadde durante l’ultima guerra del 2012-2013, rischia di portare alla creazione di un califfato simile all’ISIS ai confini dell’Algeria. Le ostilità ostacolano inoltre l’espansione degli scambi commerciali tra l’Algeria e il Mali, necessaria per instaurare le partnership strategiche previste per il ripristino della sua influenza regionale. Pertanto, l’Algeria ha un interesse impellente a convincere i tuareg ad abbandonare i loro alleati islamisti radicali e a rivolgere le armi contro di loro.
Affinché ciò accada, il Mali dovrebbe probabilmente ripristinare gli Accordi di Algeri, e i Tuareg potrebbero chiedere maggiore autonomia rispetto a quella che avrebbero già dovuto ricevere in cambio della creazione di uno stato di fatto indipendente con l’aiuto di “Jamaat Nusrat al-Islam wal-Muslimin” (JNIM). L’Algeria non vuole uno stato Tuareg de jure indipendente poiché ciò potrebbe alimentare il separatismo all’interno dei propri confini e in quelli del Niger, quest’ultimo paese di transito per il gasdotto trans-sahariano proveniente dalla Nigeria.
Ciò che serve, quindi, è un equilibrio tra i diritti amministrativo-culturali dei Tuareg e l’integrità territoriale del Mali. Inoltre, è probabile che i Tuareg non accetterebbero di combattere il JNIM da soli, quindi potrebbe essere necessaria una coalizione tra loro, il Mali e forse anche l’Algeria per convincerli a rivolgere le armi contro il JNIM. Queste questioni, probabilmente insieme a credibili promesse economiche ai Tuareg legate alla prevista partnership strategica algerino-maliana, potrebbero essere state oggetto degli ultimi colloqui a Bamako.
Data la delicatezza delle suddette questioni, non si prevede alcuna defezione dei Tuareg dal JNIM finché i presidenti algerino e maliano non raggiungeranno un accordo su questi temi, il che a sua volta richiede la visita di Assimi Goita ad Algeri per i relativi colloqui. Il Mali potrebbe dover fare significative concessioni ai Tuareg, ma ne varrebbe la pena per salvare il Paese e impedire l’ascesa di un califfato simile all’ISIS nel Sahel, che minaccerebbe l’intera regione e creerebbe un’opportunità per la Francia di dividere e governare tutti.
La sua rivelazione secondo cui l’Ucraina avrebbe inviato due prigionieri di guerra nordcoreani in Corea del Sud potrebbe minare la fiducia degli altri partner stranieri del suo paese, spingendoli a concludere accordi delicati alle sue spalle con i suoi collaboratori, erodendo così potenzialmente la sua autorità.
La rivelazione di Zelensky durante il suo discorso all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite , secondo cui l’Ucraina avrebbe inviato due prigionieri di guerra nordcoreani in Corea del Sud, ha scatenato un grave incidente internazionale con Seul. Il presidente Lee Jae-myung ha duramente criticato Zelensky in un lungo post su X , dichiarando che “Coloro che mettono a repentaglio vite umane e la sicurezza nazionale per un meschino tornaconto personale sono giustamente etichettati come assassini o traditori”. Un suo portavoce ha poi chiesto delle scuse, dopo che l’Ucraina aveva negato la validità dell’accordo di riservatezza relativo a questa vicenda.
Sebbene non sia ancora chiaro perché la Corea del Sud volesse quei due prigionieri di guerra nordcoreani, ed è possibile che siano stati loro a chiedere di essere trasferiti lì per timore di ritorsioni da parte del loro governo in caso di cattura da vivi, qualora fossero stati rimpatriati, Seul non avrebbe dovuto fidarsi di Kiev nel mantenere la cosa segreta. Zelensky ha chiaramente un “complesso di onnipotenza” dovuto all’incredibile promozione che i principali media occidentali gli hanno riservato negli ultimi quasi cinque anni, e quindi non perde mai l’occasione di ricevere ulteriori elogi.
Era quindi inevitabile che rivelasse che l’Ucraina aveva inviato due prigionieri di guerra nordcoreani in Corea del Sud. Così facendo, non solo ha danneggiato gli interessi della Corea del Sud, ma si è anche ulteriormente screditato. Dopotutto, gli altri partner dell’Ucraina con cui sono già stati stipulati accordi altrettanto delicati ora sanno che i loro segreti non sono al sicuro, e lo stesso vale per coloro che potrebbero aver preso in considerazione l’idea di stringere accordi simili. C’è la possibilità che se ne vanti quando meno se lo aspettano.
Tuttavia, questa osservazione non deve essere fraintesa come un’indicazione che porranno fine a tali accordi, se sono in corso, o che saranno dissuasi dall’accettarne (forse altri) in futuro, ma potrebbero iniziare ad agire alle spalle di Zelensky d’ora in poi. Sebbene egli rimanga di fatto il comandante in capo e il massimo responsabile delle decisioni in Ucraina, a prescindere dall’illegittimità costituzionale della sua permanenza alla carica presidenziale, non ci si può fidare di lui, e i suoi alleati lo sanno.
Pertanto, tenendo presente la famigerata corruzione in Ucraina, è più che probabile che almeno alcuni di loro si sentano ora più a loro agio nel chiedere ai vertici degli organi competenti, come le forze armate o l’intelligence militare, di prendere tali decisioni al posto loro, per le quali potrebbero essere generosamente remunerati. Ciò comporterebbe però il rischio che la polizia segreta scopra questa corruzione e ricatti i responsabili o informi Zelensky per il proprio tornaconto istituzionale, a meno che non venga corrotta anche lei.
Pertanto, i partner dell’Ucraina possono continuare a correre il rischio che Zelensky si vanti dei loro accordi delicati, continuando a farseli approvare da lui, oppure possono corrompere i capi degli enti competenti affinché ne approvino di nuovi al suo posto e la polizia segreta affinché chiuda un occhio su questa corruzione, aumentando così le probabilità che gli accordi rimangano segreti. Se un numero sufficiente di loro optasse per quest’ultima soluzione, il cui successo dipende dal fatto che la polizia segreta non riveli tutto a Zelensky, quest’ultimo diventerebbe più una figura di facciata che mai.
In tal caso, la nuova e violenta rivalità tra l’intelligence militare ucraina e la sua polizia segreta potrebbe essere stabilizzata attraverso la creazione congiunta di uno stato parallelo, se un numero sufficiente di membri dell’intelligence militare aderisse al progetto, oppure si aggraverebbe se ciò non avvenisse e la polizia segreta arrivasse a esercitare un’influenza dominante sui delicati rapporti dell’Ucraina con i suoi partner stranieri. La violazione della fiducia della Corea del Sud da parte di Zelensky potrebbe quindi ritorcersi contro di lui, ma è anche possibile che le dinamiche dello “stato profondo” ucraino non cambino di conseguenza.
Indonesia e Russia non solo hanno economie complementari, ma svolgono anche ruoli complementari nel reciproco equilibrio economico.
Il presidente indonesiano Prabowo Subianto è stato uno degli ospiti d’onore di Putin al Forum economico orientale. Si è trattato del loro quinto incontro in due anni. Prabowo ha iniziato il suo discorso sottolineando la complementarietà economica tra i due Paesi, in particolare il ruolo dell’Indonesia come “porta d’accesso della Russia ai 680 milioni di abitanti dell’ASEAN”, prima di citare alcune statistiche. In particolare, “lo scorso anno, nel 2025, il nostro interscambio commerciale bilaterale ha raggiunto quasi 5 miliardi di dollari, con un aumento del 21,7% rispetto al 2024 e del 33,7% rispetto al 2023”.
Prabowo desidera “raddoppiare i nostri scambi commerciali entro il primo periodo di revisione dell’Accordo di libero scambio tra Indonesia e Unione economica eurasiatica”. Ha quindi esortato il blocco a ratificarlo al più presto. Il motivo è che “le delegazioni commerciali indonesiane sono qui oggi per concludere spedizioni pilota, individuare acquirenti, garantire la logistica e definire gli accordi di conformità e pagamento che si avvalgono di questo accordo di libero scambio. È mia intenzione che, all’apertura del tariffario, le merci, le rotte e i contratti siano già definiti”.
Secondo Prabowo, questo obiettivo può essere raggiunto attraverso una cooperazione energetica globale, che includa “energie rinnovabili, reti intelligenti ed energia nucleare a fini pacifici”. Altre opportunità includono una cooperazione agricola globale e la fornitura di beni di consumo. Tutto ciò potrebbe essere facilitato da collegamenti marittimi diretti tra Vladivostok e l’Indonesia “con orari, costi, assicurazioni e merci prevedibili in entrambe le direzioni”. Anche le partnership nei settori “spaziale, dell’istruzione superiore e dei trasporti” si presentano promettenti.
Come mezzo per facilitare la sua ambiziosa visione di raddoppiare gli scambi commerciali bilaterali, Prabowo ha affermato che “l’Indonesia ha istituito Danantara, il fondo sovrano indonesiano con un patrimonio in gestione di 1.000 miliardi di dollari. Danantara potrebbe fungere da ponte di incontro tra i mercati dei capitali e gli obiettivi strategici russi e indonesiani. Danantara e il fondo sovrano russo, il Fondo russo per gli investimenti diretti (RDIF), possono passare dall’individuazione delle opportunità al finanziamento di progetti bancabili”.
Ha poi concluso il suo discorso facendo riferimento al delicato equilibrio che l’Indonesia sta cercando di mantenere e dichiarando che il Sud del mondo “non è un nuovo blocco, ma un gruppo di elettori che si batte per l’equità, per una giusta ripartizione della prosperità e per una voce equa nella definizione delle regole globali”. Prabowo ha inoltre saggiamente osservato che “la sovranità rende possibile la pace. La pace rende possibile lo sviluppo. E lo sviluppo a beneficio delle persone fa sì che la pace duri. Ecco perché il tema di questo forum non è semplicemente uno slogan economico. È in realtà una dottrina di sicurezza”.
Il discorso di Prabowo dimostra la sincerità del suo impegno a raddoppiare gli scambi commerciali bilaterali, poiché ha chiaramente in mente un piano realistico per raggiungere questo obiettivo. Gli aspetti energetici, logistici e spaziali costituiscono i primi tre dei cinque punti del piano, presentato qui all’inizio dell’estate, per l’attuazione del loro partenariato strategico. Si può quindi concludere che Indonesia e Russia non solo hanno economie complementari, ma svolgono anche ruoli complementari nel reciproco equilibrio.
Il risultato finale è che si affidano l’uno all’altro per evitare preventivamente una dipendenza sproporzionata dalla Cina, che è il loro principale partner commerciale, ma questo non dovrebbe preoccupare Pechino, dato che sono membri dei BRICS ed è probabilmente meglio per loro espandere i legami reciproci a questo scopo piuttosto che con Washington. Dopotutto, il loro obiettivo comune di multipolarità non è mai stato interpretato dall’Indonesia o dalla Russia come un eufemismo per un ordine mondiale sinocentrico, ma è sempre stato inteso da loro come un ordine mondiale realmente diversificato.
Russia, India e Cina, il nucleo centrale dei BRICS e della SCO, farebbero bene a coordinare il loro sostegno al Myanmar per contribuire a porre fine alla guerra il prima possibile.
Il vicepresidente birmano U Nyo Saw è stato uno degli ospiti d’onore di Putin al Forum economico orientale di quest’anno. La sua visita in Russia all’inizio di settembre ha fatto seguito a quella del presidente Min Aung Hlaing alla fine di agosto, a dimostrazione simbolica di quanto strette siano diventate le relazioni tra i due Paesi negli ultimi anni, da quando l’ultima fase della guerra civile birmana, che dura da decenni, è scoppiata all’inizio del 2021. Il discorso di U Nyo Saw ha incentrato, come prevedibile, i piani economici del suo Paese e il potenziale ancora inespresso in questo ambito.
L’attrattiva del Myanmar per gli investitori stranieri risiede nella sua posizione geografica, nella logistica e nel potenziale agricolo. Come sottolineato da U Nyo Saw, “il Myanmar si trova in una posizione strategica tra il Sud-est asiatico, l’Asia meridionale e la Cina, formando un ponte terrestre che collega i più grandi mercati del mondo”. È inoltre membro dell’ASEAN e del Partenariato Economico Globale Regionale (RCEP), a cui partecipano la maggior parte degli Stati del Pacifico occidentale. Investire in Myanmar apre quindi le porte a un accesso più ampio al mercato.
Passando alla logistica, U Nyo Saw ha affermato che “il Myanmar si trova al centro di importanti rotte di trasporto regionali, come l’autostrada trilaterale India-Myanmar-Thailandia, la rete autostradale ASEAN, il corridoio economico Est-Ovest e il corridoio economico Cina-Myanmar. Pertanto, il Myanmar ha un enorme potenziale per diventare un paese in grado di stabilire legami con le rotte economiche asiatiche”. Ciò significa che la posizione strategica del Myanmar può essere facilmente sfruttata per accedere ai mercati più ampi sopra descritti.
Per quanto riguarda l’agricoltura, U Nyo Saw ha affermato: “Non stiamo solo cercando di produrre prodotti agricoli e zootecnici, ma stiamo anche costruendo una filiera agricola che comprenda la trasformazione, lo stoccaggio e il trasporto di beni a valore aggiunto”. Ha presentato questi piani come un modo per rafforzare la sicurezza alimentare globale. Data la posizione geografica e la logistica del suo paese, si tratta di una visione ragionevole, ma ovviamente richiede maggiori investimenti per incrementare di conseguenza le esportazioni agricole e zootecniche del Myanmar.
Inoltre, U Nyo Saw ha accennato al porto in acque profonde di Dawei, in Myanmar, la cui importanza economica strategica è stata approfondita qui . Ha anche illustrato i vantaggi e il ruolo previsto per il porto nel facilitare gli scambi commerciali nell’Indo-Pacifico, rispondendo a una domanda del moderatore al termine del suo intervento. Un altro punto rilevante che ha sottolineato è stato quello di ricordare a tutti che il Myanmar aspira ad aderire all’Unione Economica Eurasiatica. Ciò porterebbe a un aumento degli scambi commerciali con la Russia e a maggiori investimenti da quest’ultima.
Nonostante le promettenti potenzialità economiche del Myanmar, il suo sviluppo è purtroppo frenato dal conflitto in corso, che ha scoraggiato gli investimenti stranieri nell’entroterra ancora inesplorato, concentrandoli invece lungo la costa. Ciò non rappresenta un problema per la produzione industriale e l’esportazione di merci in tutta l’area RCEP, ma significa che il Myanmar non potrà contribuire in modo significativo alla sicurezza alimentare globale fino alla fine della guerra, poiché i suoi terreni più fertili si trovano lungo il fiume Irrawaddy, che attraversa la parte centrale del paese.
Russia, India e Cina, il nucleo RIC dei BRICS e ora anche della SCO , sono i principali partner strategici del Myanmar. Sarebbe quindi opportuno che coordinassero il loro sostegno al Paese per contribuire a porre fine al conflitto il prima possibile, al fine di liberare il suo potenziale agricolo ancora inespresso. Un aumento delle vendite di armi all’esercito e iniziative diplomatiche con i ribelli, come quella promossa dalla Cina , rappresentano i mezzi più ragionevoli per raggiungere tale obiettivo. In definitiva, tuttavia, gli Stati Uniti dovranno smettere di interferire negli affari interni del Myanmar .
La creazione artificiale di un’altra crisi umanitaria potrebbe essere sfruttata dalla fazione radicale del TPLF per far partecipare il suo protettore eritreo a un corridoio di aiuti internazionali che potrebbe mascherare il contrabbando di armi egiziane verso il gruppo e servire da pretesto per il dispiegamento di forze egiziane in Eritrea.
Gli osservatori sono preoccupati per un’altra crisi umanitaria nella regione del Tigray in Etiopia, dove è appena scoppiato un secondo conflitto settentrionale dopo l’ ultimoUna guerra di secessione si è svolta tra il 2020 e il 2022, in seguito alla decisione della fazione radicale del partito-milizia al potere, il TPLF, di interrompere le comunicazioni. L’ultimo conflitto nel Nord ha causato la morte di circa 600.000 persone , la maggior parte delle quali provenienti dal Tigray, e molte si ritiene siano state brutalmente massacrate dalle forze eritree , che questa volta sono alleate con i radicali .
Reuters ha citato “quattro persone a conoscenza della questione, tra cui una fonte diplomatica”, per riferire che “le restrizioni del TPLF sulle comunicazioni mobili potrebbero far parte di una tattica per neutralizzare il vantaggio delle forze governative nell’uso dei droni sul campo di battaglia, impedendo loro di accedere alla rete mobile”. Ciò è logico in senso militare, dato che le Forze di Difesa Nazionali Etiopi (ENDF) hanno la superiorità dei droni rispetto alla fazione radicale del TPLF che ha preso il controllo del Tigray, ma è anche cinico in senso umanitario.
Il dottor Abel Abate Demissie , ricercatore associato presso il Programma Africa di Chatham House, specializzato nel Corno d’Africa, e consulente presso il Centro per il Dialogo Umanitario, ha scritto : “Il Tigray è una regione a corto di contanti, e bisogna pagare tramite app per cellulari anche per un caffè per strada. Nel 2020 c’era almeno un po’ di contante in circolazione; ora è difficile trovarlo nelle banche, figuriamoci nelle mani delle persone. Questo potrebbe paralizzare completamente la vita, almeno a livello di transazioni. È terribile.”
La fazione radicale del TPLF lo sa ovviamente, ma ha calcolato che è meglio ostacolare le capacità dei droni dell’ENDF a costo di innescare una crisi economica nella loro regione, che potrebbe facilmente trasformarsi in una crisi umanitaria, e ci sono ragioni ancora più ciniche di quanto possa sembrare a prima vista. Una controversa inchiesta della BBC del 2010 citava un ex comandante del TPLF durante l’insurrezione degli anni ’80, il quale affermava che all’epoca solo il 5% degli aiuti internazionali veniva speso per il soccorso alle popolazioni colpite dalla carestia.
Il resto è andato “direttamente o indirettamente a sostegno delle loro campagne militari e politiche”. All’epoca, la carestia etiope era una causa umanitaria internazionale e il famoso concerto Live Aid del 1985 raccolse circa 100 milioni di dollari per le persone colpite (il 95% dei quali, a quanto pare, non li raggiunse mai). Durante l’ultimo conflitto nel Nord, dal 2020 al 2022, il TPLF è stato sospettato di aver fatto ricorso alla stessa tattica , non solo per arricchirsi ancora una volta, ma anche per manipolare la percezione della crisi.
Speravano che la pressione internazionale sul governo federale avrebbe portato a sanzioni paralizzanti per costringerlo a fare importanti concessioni, o addirittura a un intervento militare simile a quello libico, in base alla controversa dottrina della “Responsabilità di proteggere”. Questi cinici calcoli sono di nuovo in gioco, ma con l’Eritrea ora loro alleata, la fazione radicale del TPLF potrebbe anche sperare che il suo protettore partecipi a un corridoio di aiuti internazionali per mascherare il contrabbando di armi egiziane al gruppo.
Un eventuale ruolo dell’Eritrea in questo contesto potrebbe essere sfruttato da Asmara per manipolare la percezione di una qualsiasi offensiva dell’ENDF contro di essa, presentandola come finalizzata a “interrompere gli aiuti per scopi genocidi”. Al di là delle conseguenze in termini di soft power, ciò potrebbe portare al dispiegamento di truppe egiziane alleate in Eritrea con la motivazione di difendere questo duplice corridoio di aiuti e armi, dopodiché alcune di queste truppe potrebbero combattere clandestinamente contro l’ENDF all’interno dell’Etiopia. Smascherare preventivamente questo pericoloso complotto è l’unico modo per scongiurarlo.
Il governo federale potrebbe faticare a vincere la “guerra di logoramento” che Tsimdo si appresta a intraprendere senza “tagliare la testa al serpente”, ovvero senza attaccare il suo burattinaio eritreo con una guerra preventiva.
In sintesi, l’Eritrea funge da prestanome nell’attuazione dei piani dello storico rivale egiziano dell’Etiopia, i più pericolosi dei quali riguardano il loro comune sostegno a gruppi armati antigovernativi. L’ampiezza geografica dei sette paesi che hanno appena formato un’alleanza rappresenta una seria minaccia per la sicurezza nazionale dell’Etiopia e, potenzialmente, per la sua integrità territoriale, nell’improbabile caso di una loro vittoria. Dopotutto, Egitto ed Eritrea vogliono “balcanizzare” l’Etiopia, uno stato-civiltà estremamente eterogeneo.
Quest’ultima alleanza rappresenta quindi la più pericolosa manovra di potere dell’Eritrea, sostenuta dall’Egitto, fino ad ora. Le armi possono affluire ai loro alleati dal Sudan, dall’Eritrea e dalla Somalia, alleati dell’Egitto, lungo le rispettive periferie occidentali, settentrionali e orientali dell’Etiopia, e questi tre Paesi contribuiscono collettivamente al contenimento geopolitico dell’Etiopia attraverso le macchinazioni regionali coordinate dal Cairo. Anche se l’Etiopia, Paese senza sbocco sul mare, dovesse un giorno ottenere un accesso diretto al mare, ad esempio attraverso il Somaliland , rimarrebbe comunque strategicamente vulnerabile.
A Tsimdo basterebbe condurre una prolungata “guerra di logoramento” contro l’Etiopia per erodere gradualmente la forza complessiva dello Stato, nella speranza che ciò porti inevitabilmente a una svolta decisiva che possano sfruttare per conquistare il Paese sotto la copertura di un “governo di transizione”. In realtà, tuttavia, l’Etiopia sarebbe controllata dietro le quinte da Egitto ed Eritrea. Per raggiungere questo obiettivo di cambio di regime, i loro alleati intendono devastare il Paese, mettendo in pericolo milioni di persone.
Il governo federale potrebbe faticare a vincere la “guerra di logoramento” che Tsimdo si appresta a intraprendere senza “tagliare la testa al serpente”, ovvero attaccando il suo burattinaio eritreo con una guerra preventiva. Un coinvolgimento diretto in Sudan a fianco delle “Forze di Supporto Rapido” che combattono contro le “Forze Armate Sudanesi” alleate dell’Egitto rischierebbe di scatenare una guerra diretta con l’Egitto, mentre un coinvolgimento diretto in Somalia rischierebbe di impantanarsi, e una vittoria su uno o entrambi i fronti, o anche solo su uno, non porrebbe fine alla minaccia di Tsimdo.
La destituzione del leader eritreo al potere da trent’anni, la rottura dell’alleanza anti-etiopica tra il suo Stato e l’Egitto e la successiva imposizione di una parziale smilitarizzazione rappresentano i mezzi più efficaci per raggiungere questo obiettivo, ma l’ultima guerra convenzionale tra i due Paesi, dal 1998 al 2000, è stata reciprocamente sanguinosa, quindi anche un eventuale secondo conflitto potrebbe rivelarsi altrettanto costoso. Ciononostante, si ritiene che l’Etiopia possieda una superiorità aerea e di droni che potrebbe impiegare in un attacco lampo, il cui tempismo potrebbe essere ravvicinato per scongiurare la minaccia esistenziale rappresentata da Tsimdo qualora la diplomazia fallisse.
Trump teme che anche la più breve interruzione degli aiuti statunitensi all’Ucraina, come punizione per gli attacchi di Zelensky contro le raffinerie russe, possa essere sfruttata per sfondare il fronte e alimentare le eterne speculazioni sul suo presunto coinvolgimento segreto nella vittoria di Putin nel conflitto più importante dalla Seconda Guerra Mondiale.
Trump ha poi lamentato che “la Russia ha purtroppo perso il controllo della sua industria del gasolio a causa della guerra con l’Ucraina. Un gran numero delle sue raffinerie di gasolio sono state distrutte e sono, almeno temporaneamente, fuori servizio”. Il massimo diplomatico statunitense presso le Nazioni Unite ha chiarito la parte “purtroppo” dei post del suo capo, in seguito alle critiche per la presunta simpatia nei confronti della Russia, ricordando a tutti che “Siamo un Paese che segue la filiera completa, dal campo alla tavola. E uno dei fattori che alimentano l’inflazione in tutto il mondo è il gasolio”.
Zelensky ha ritwittato separatamente lo screenshot di Rapid Response 47 su X del post di Trump su Truth Social citato in precedenza, chiedendo una tregua parziale con la Russia che ponesse fine agli attacchi reciproci contro il settore energetico, le infrastrutture critiche e le esportazioni alimentari. Il motivo per cui Putin ha respinto la proposta è che la nuova campagna di attacchi sistematici, che è stato spinto ad autorizzare dalla fallita operazione di influenza di 40 giorni di Zelensky durante l’estate, sta paralizzando la logistica militare dell’Ucraina a vantaggio strategico della Russia.
La Russia può assorbire i danni degli attacchi ucraini relativamente meglio di quanto l’Ucraina possa assorbire i danni degli attacchi russi, ecco perché è Zelensky a implorare questa tregua parziale e non Putin, cosa che Trump sa benissimo. La simile tregua parziale della primavera del 2025 ha anche dimostrato che l’Ucraina non ha alcuna intenzione di rispettare tali accordi, ma li usa solo per ridispiegare le proprie forze e manipolare l’opinione pubblica globale ogni volta che la Russia reagisce alle violazioni ucraine, presentando la rappresaglia russa come una “violazione”.
Invece di un’ulteriore ” escalation per poi allentare la tensione ” contro la Russia attraverso l’Ucraina, al fine di costringere Putin ad accettare la tregua parziale strategicamente sbilanciata che Zelensky desidera, Trump potrebbe minacciare di tagliare le forniture di armi (indirettamente tramite la NATO), di intelligence e di Starlink a Zelensky se quest’ultimo non smette di attaccare le raffinerie russe. L’unico motivo per cui non l’ha ancora fatto, pur credendo sinceramente (a torto o a ragione ) che tali attacchi siano responsabili dell’impennata dei prezzi del carburante negli Stati Uniti, è dovuto al fatto che Zelensky sta manipolando il suo trauma post-traumatico legato al Russiagate.
Trump sembra essere rimasto così traumatizzato dalla bufala pluriennale dei Democratici, che gli ha sconvolto la vita, da non voler rischiare che si ripeta se Zelensky lo smaschera e lo costringe a interrompere effettivamente gli aiuti, nonostante ciò possa avvantaggiarlo in vista delle elezioni di medio termine, come lui crede fermamente. Nell’improbabile caso in cui la Russia sfruttasse anche la più breve finestra di tempo per interrompere gli aiuti statunitensi e sfondare le linee nemiche, si sospetterebbe per sempre che Trump abbia segretamente aiutato Putin a vincere il conflitto più importante dalla Seconda Guerra Mondiale.
Sembra che Trump non riesca a fare nulla che possa mettere a rischio la sua immagine, anche se ciò gli porterebbe vantaggi in patria. La sua eredità politica, legata al suo ego, glielo impedisce. Zelensky sembra averlo capito benissimo, forse non dopo essersene reso conto personalmente, ma probabilmente dopo essere stato informato da alcune agenzie di spionaggio europee che lo hanno profilato psicologicamente, e di conseguenza sta manipolando Trump. Se Trump non riuscirà a superare il trauma post-traumatico causato dal Russiagate, continuerà a essere umiliato da Zelensky.
Alti funzionari hanno valutato che l’Eritrea sta supportando direttamente i ribelli in battaglia e che questi sono tutti appoggiati dall’Egitto, i cui alleati mirano a interrompere il vitale corridoio commerciale tra l’Etiopia, paese senza sbocco sul mare, e Gibuti, nell’ambito di un complotto per modificarne i confini con la forza, il che conferma la posta in gioco esistenziale di questo conflitto.
Il recente conflitto nel nord dell’Etiopia si è intensificato dopo che il Capo di Stato Maggiore, il Feldmaresciallo Birhanu Jula, ha dichiarato : “Stiamo combattendo contro forze organizzate e alleate che servono gli interessi di potenze esterne. Né Shabia ( Eritrea ) né il TPLF possono ottenere alcun risultato da soli, anche se alleati, a meno che non siano sostenuti e riforniti da Sudan, Egitto e altre potenze esterne”. Il governatore della regione etiope di Afar ha inoltre condiviso alcune sorprendenti considerazioni sulle dinamiche strategiche del conflitto.
Haji Awol Arba ha dichiarato ad Al Jazeera che “l’esercito eritreo sta cercando di interrompere la strada tra l’Etiopia e Gibuti e di impedirci l’accesso ai porti gibutiani. La guerra in corso supera le capacità delle forze della regione e ci troviamo di fronte all’esercito di un intero Stato. Quello che stiamo affrontando è un tentativo di cambiare i confini con la forza e chiediamo l’intervento dell’Unione Africana”. Quest’ultima affermazione, relativa al tentativo dell’Eritrea di cambiare i confini dell’Etiopia con la forza, merita un approfondimento.
Sebbene l’ambasciatore statunitense in Etiopia, Ervin J. Massinga, abbia valutato che la fazione radicale del TPLF che ha riacceso il conflitto sia “impegnata in una lotta persa in partenza”, ciò si riferiva probabilmente al cambio di regime, non al suo possibile obiettivo ulteriore, sostenuto dall’Eritrea. L’analisi di Awol suggerisce che l’Eritrea intenda annettere la regione del Tigray, etnicamente e culturalmente simile, e la parte settentrionale della regione dell’Afar, oppure utilizzarle come stati satellite per creare una zona cuscinetto con l’Etiopia. Ecco tre brevi note di approfondimento:
La nuova alleanza ribelle controllata dall’Eritrea (“Tsimdo”) guidata dalla fazione radicale del TPLF è l’alleanza ibrida egiziana. L’Etiopia è un’arma di guerra per “balcanizzare” il suo storico rivale etiope attraverso quella che potrebbe trasformarsi in una “guerra di logoramento” simile a quella ucraina, alimentata dal flusso di armi provenienti da Sudan, Eritrea e Somalia, alleati dell’Egitto. L’obiettivo immediato di Tsimdo è quello di interrompere la principale via di comunicazione tra l’Etiopia e Gibuti, che attraversa la regione di Afar e trasporta oltre il 90% del suo commercio internazionale , al fine di scatenare una crisi economica nazionale.
Se avrà successo, Tsimdo punterà a un cambio di regime (invadendo la capitale o sfruttando la crisi per organizzare una rivoluzione colorata ) oppure si accontenterà di un cessate il fuoco che separerebbe i territori occupati dal governo federale. Quest’ultimo scenario lascerebbe il vitale corridoio etiope verso Gibuti sotto il controllo di fatto dell’Eritrea, con tutte le conseguenze che ciò comporterebbe per la sua sovranità funzionale. È quindi imperativo che le forze armate sventino questo complotto senza disperdere eccessivamente le proprie risorse.
Fintanto che riusciranno a difendere il corridoio che collega il loro paese a Gibuti, idealmente parallelamente alla creazione di un corridoio alternativo attraverso il Somaliland, che probabilmente richiederebbe il riconoscimento formale della sua ridichiarazione di indipendenza del 1991 , l’Etiopia potrebbe sopravvivere alla “guerra di logoramento” che potrebbe seguirne. In caso contrario, rischierebbe la “balcanizzazione”, viste le recenti e confermate implicazioni esistenziali del suo ultimo conflitto nel Nord, il cui esito destabilizzerebbe l’intera regione e avrebbe ripercussioni ancora più ampie.
Di Olivier d’Auzon – Scoprite il suo ultimo libro pubblicato da Erick Bonnier: AFRICA 3.0
La Nigeria può tirare un sospiro di sollievo. Dopo dodici anni di emarginazione, i suoi porti sono stati finalmente ritenuti conformi alle norme antiterrorismo di Washington. Ma per altre dieci nazioni africane, la morsa si stringe. Dietro i meandri tecnici della sicurezza marittima si delinea una geopolitica imperiale in cui gli Stati Uniti, grazie al Maritime Transportation Security Act(MTSA), tracciano le loro linee rosse ben oltre le proprie acque territoriali.
Il 19 agosto 2026, la Guardia Costiera degli Stati Uniti ha confermato che Madagascar, Camerun, Seychelles, Guinea Equatoriale, Sudan, Gambia, Guinea-Bissau, Libia, Comore e São Tomé e Príncipe rimangono sotto stretta sorveglianza. Tutti questi Stati sono accusati di non applicare «misure antiterrorismo efficaci» nelle proprie strutture portuali. In pratica, qualsiasi nave che abbia fatto scalo in uno di questi paesi durante i suoi ultimi cinque scali dovrà, prima di attraccare negli Stati Uniti, sottoporsi a un regime speciale: ispezioni approfondite, guardie armate, dichiarazioni di sicurezza rafforzate. In caso di inadempienza, l’ingresso in un porto statunitense potrà essere semplicemente negato.
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La diplomazia del container
Questa decisione non è affatto un semplice capriccio amministrativo. È il riflesso di una diplomazia in cui la sicurezza delle catene logistiche diventa un’arma di enorme influenza. Imponendo i propri standard al resto del mondo, Washington ricorda di tenere il timone della globalizzazione marittima. I valutatori della Guardia Costiera degli Stati Uniti non si limitano a controllare recinzioni spinate o tesserini di riconoscimento: esaminano attentamente la governance degli Stati, la loro capacità di controllare le coste di fronte alla minaccia terroristica e la loro volontà politica di conformarsi al codice ISPS (International Ship and Port Facility Security Code), quel quadro normativo internazionale nato dalle ceneri dell’11 settembre.
E così facendo, tracciano una netta linea di demarcazione all’interno del continente africano. Da un lato, la Nigeria, che ha superato con successo quattro audit statunitensi tra marzo 2024 e aprile 2026. Il Paese è riuscito a potenziare la propria agenzia marittima (NIMASA) e a integrare i dati di sorveglianza nei centri regionali di condivisione delle informazioni. Una bella lezione di realismo per Abuja, che ora vede diminuire i propri costi logistici e aumentare vertiginosamente l’attrattiva dei propri porti.
Fallimenti statali e minacce jihadiste
D’altra parte, i dieci “bocciati” hanno un triste punto in comune: uno Stato di diritto marittimo carente, se non addirittura un quasi fallimento politico. La Libia e il Sudan, dilaniati dalle guerre civili, semplicemente non hanno più i mezzi per controllare i propri moli. Ma il problema è ancora più profondo. Nel Golfo di Guinea, dove operano il Camerun e la Guinea Equatoriale, la minaccia non proviene solo dai pirati.
La rete terroristica del Sahel (JNIM, Stato Islamico) cerca inesorabilmente di espandersi verso il mare, con l’intento di utilizzare i porti come vie d’accesso per il traffico di armi o di stupefacenti. Le Seychelles, le Comore e il Madagascar, dal canto loro, sono le fragili sentinelle dell’Oceano Indiano, vulnerabili al dirottamento di navi e ai traffici provenienti dal Corno d’Africa.
E la Francia in tutto questo?
Parigi non può restare a guardare di fronte a questa sorveglianza rafforzata. Il settore marittimo francese, attraverso armatori come la CMA CGM, è in prima linea. Ogni scalo in questi porti «sensibili» comporta un aumento dei costi operativi (assunzione di guardie private, burocrazia più onerosa, ritardi e sovrattasse).
Questi vincoli compromettono direttamente le nostre catene di approvvigionamento e la nostra competitività. Inoltre, la Francia ha interessi strategici vitali nelle acque in cui si trovano questi paesi, in particolare nell’Oceano Indiano con le isole della Riunione e Mayotte. L’instabilità portuale in Madagascar o nelle Comore ci espone, di riflesso, a un’insicurezza regionale che non siamo in grado di controllare.
Questa decisione statunitense dovrebbe far riflettere l’Europa. Bruxelles si limita troppo spesso a seguire gli standard dell’IMO senza imporli con lo stesso vigore. Washington non chiede l’impossibile; esige una disciplina ferrea e investimenti nella sicurezza. Forse è giunto il momento che l’Unione europea, e la Francia in particolare, si dotino di propri meccanismi di verifica per avere un peso in questo contesto, pena il rischio che la sicurezza marittima diventi un semplice sinonimo di legge americana.
In sostanza, ciò che ci dice la Guardia Costiera degli Stati Uniti è che la libertà dei mari non esiste più senza il rigore degli Stati. E che per una decina di paesi africani il percorso verso la conformità sarà lungo. L’esempio della Nigeria dimostra che è fattibile, ma richiede ai governi una volontà politica che le capitali interessate non hanno ancora dimostrato. Nel frattempo, saranno gli armatori e, in ultima analisi, i consumatori a pagare il conto di questa insicurezza portuale. Un severo monito, rivolto all’Africa, ma anche ai suoi partner europei che seguono la scia degli Stati Uniti.
Percorrendo la costa africana, emerge chiaramente un dato di fatto: la Cina è diventata un attore imprescindibile nello sviluppo portuale del continente. Da Lagos a Mombasa, passando per Gibuti e Luanda, le aziende cinesi costruiscono, finanziano e gestiscono infrastrutture marittime strategiche.
Ma al di là delle promesse economiche, questi investimenti sollevano questioni cruciali riguardo all’influenza cinese, alla sovranità degli Stati africani e alle potenziali implicazioni per la sicurezza regionale e globale.
Secondo Nantulya, le imprese statali cinesi sono presenti in circa 78 porti distribuiti in 32 paesi africani, coprendo così oltre un quarto delle infrastrutture marittime del continente. Questo livello di presenza non ha eguali in nessun’altra parte del mondo, superando di gran lunga quello dell’America Latina o del Sud-Est asiatico.
Il caso del porto in acque profonde di Lekki, in Nigeria, illustra bene questa dinamica. La China Harbor Engineering Company (CHEC) non solo ha costruito il porto, ma ne detiene anche una quota del 54%, grazie a un finanziamento della Banca di sviluppo cinese.
Questo modello si ritrova in numerosi altri progetti, in cui le imprese cinesi non solo si occupano della costruzione e della gestione, ma controllano anche i flussi commerciali, influenzando le tariffe, i diritti di attracco e le priorità di movimentazione.
Una leva economica al servizio degli interessi strategici
L’argomento economico è al centro della giustificazione di questi investimenti. In Africa, dove i costi di movimentazione portuale sono in media superiori del 50% rispetto ad altre regioni, la privatizzazione delle operazioni è spesso vista come un modo per migliorare l’efficienza.
I porti gestiti dalla Cina offrono in genere servizi più rapidi e meglio organizzati, ma a costo di un maggiore controllo da parte di soggetti stranieri.
Nantulya sottolinea che ogni dollaro investito dalla Cina nei porti africani genera in cambio fino a 13 dollari di entrate commerciali. Questo rendimento è doppiamente vantaggioso: rafforza la presenza economica cinese e, al contempo, crea una dipendenza strutturale delle economie africane dalle infrastrutture sotto il controllo cinese. Tale influenza si traduce talvolta in un processo decisionale più favorevole agli interessi cinesi sulla scena diplomatica internazionale.
Ma questi investimenti non riguardano solo il commercio. L’esempio di Gibuti dimostra come un porto commerciale possa essere trasformato in modo discreto in un’infrastruttura militare.
Inizialmente progettato per il commercio marittimo, il porto di Doraleh ha finito per ospitare nel 2017 la prima base militare cinese all’estero. Da allora, la presenza della marina cinese in Africa non ha smesso di crescere.
Secondo Nantulya, dal 2000 la marina cinese ha effettuato 55 scali e 19 esercitazioni militari nel continente. Porti come quelli di Durban, Dar es Salaam, Lagos o Maputo hanno già accolto navi da guerra cinesi, e le basi navali costruite da Pechino in Tanzania e in Madagascar vengono utilizzate per addestramenti militari.
Questa progressiva espansione della presenza militare cinese in Africa alimenta le speculazioni sulla futura trasformazione di alcuni porti in basi strategiche.
Una strategia pianificata a lungo termine
Questo sviluppo rientra nella strategia globale di Pechino. L’ultimo piano quinquennale cinese (2021-2025) pone l’accento su una maggiore connettività marittima, integrando i porti africani nella « Via della Seta marittima ». Tre corridoi principali attraversano l’Africa: l’Africa orientale (Kenya e Tanzania), l’Egitto e la regione del Canale di Suez, nonché la Tunisia.
Un concetto spesso citato negli ambienti strategici cinesi è quello di « punto d’appoggio strategico all’estero » (海外战略支点, haiwai zhanlue zhidian). Si riferisce ai porti sotto il controllo cinese che rivestono un’importanza economica e geopolitica cruciale. In questo contesto, le infrastrutture civili possono essere adattate alle esigenze militari in caso di necessità, grazie alla politica di « fusione militare-civile » ( junmin ronghe) promossa dal Partito Comunista Cinese.
Un’influenza crescente ma contestata
L’espansione cinese nei porti africani non si limita a questioni commerciali. Dietro questi investimenti si delinea una strategia globale che combina ambizioni economiche, diplomatiche e militari.
Se da un lato queste infrastrutture offrono ai paesi africani opportunità di sviluppo, dall’altro li rendono anche più dipendenti da un attore esterno.
Inoltre, pongono delle sfide in materia di sovranità e sicurezza, in particolare alla luce delle crescenti rivalità geopolitiche tra le grandi potenze.
Come sottolinea Paul Nantulya, l’ascesa della Cina in Africa non si misura solo in tonnellate di merci trasportate, ma anche in termini di influenza politica e presenza strategica.
Il futuro dei porti africani dipenderà quindi non solo dalla loro redditività economica, ma anche dalle scelte che i governi africani compiranno in merito all’equilibrio tra sviluppo, sovranità e indipendenza strategica.
Alcuni soldati delle forze speciali nigerine, scontenti del regime, abbandonano la lotta contro i jihadisti per tentare un colpo di stato contro la giunta militare al potere.
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Nota dell’autore:Ho iniziato questo articolo, dal tono fortemente polemico,sabato mattina, mentre il colpo di stato era ancora in corso. Quando ho terminato l’articolo, sabato sera, il colpo di stato era già stato represso, poiché la giunta aveva fatto ricorso alla forza dopo non essere riuscita a ottenere una resa pacifica dai golpisti. Ho aggiunto una breve nota in calce all’articolo per aggiornare i lettori sugli ultimi sviluppi prima della pubblicazione.
Quattro soldati lealisti fanno la guardia ad alcuni ammutinati catturati dopo il fallito tentativo di colpo di stato (sabato sera).
Nelle prime ore di sabato 29 agosto 2026, sono scoppiati degli scontri a fuoco in diverse zone di Niamey, capitale della Repubblica del Niger. Le truppe della Guardia Presidenziale, sotto il diretto comando del generale Abdourahamane Tiani, a capo del regime militare nigerino, sono state dispiegate per fronteggiare gli aggressori, la cui identità era all’epoca sconosciuta. Le aree interessate dagli spari includono i settori adiacenti alla residenza presidenziale, alla caserma dei paracadutisti e alla base aerea 101, situata all’interno del perimetro dell’aeroporto internazionale Diori Hamani.
Inizialmente, molti nella Repubblica del Niger credevano che gruppi terroristici jihadisti locali operanti nel Sahel si fossero infiltrati nella capitale per seminare il caos; tuttavia, divenne presto chiaro che giovani ufficiali ribelli stavano tentando un colpo di stato militare.
Il video qui sotto, registrato da un cittadino del luogo, cattura i suoni degli spari di armi automatiche durante la sparatoria avvenuta prima dell’alba di sabato mattina tra la Guardia Presidenziale e gli ammutinati:
Tra le truppe schierate sul campo serpeggia una forte rabbia, poiché ritengono che la giunta militare non abbia fornito loro un supporto adeguato. I giovani ufficiali scontenti, compresi quelli delle forze speciali, che hanno partecipato al colpo di stato, erano di stanza nelle città di prima linea devastate dai terroristi jihadisti.
Verso la tarda mattinata, era ormai chiaro che il colpo di stato era fallito. I golpisti avevano abbandonato il tentativo di impadronirsi della residenza presidenziale dopo aver incontrato una strenua resistenza da parte delle truppe della Guardia Presidenziale. Sotto il fuoco incessante delle truppe della Guardia, i golpisti si ritirarono nelle loro roccaforti nella base aerea 101 e nelle vicine caserme dei paracadutisti.
350 istruttori dell’esercito italiano sono gli unici soldati della NATO ancora benvenuti sul territorio della Repubblica del Niger. Non sono intervenuti nella vicenda del colpo di stato di sabato.
Il Corpo d’armata russo Afrika Korps non ha partecipato ai primi scontri tra truppe lealiste e ammutinate nella Repubblica del Niger sabato mattina. È entrato in combattimento sabato sera, dopo che la giunta militare ha richiesto assistenza al Cremlino per spezzare la resistenza dei golpisti.
Quando ho iniziato a scrivere questo articolo sabato mattina, la giunta militare stava ancora tentando di risolvere la crisi pacificamente. I funzionari della giunta stavano cercando di negoziare la resa dei golpisti, probabilmente perché riconoscevano che le rimostranze degli ammutinati erano genuine e, soprattutto, che le unità militari ribelli avevano abbandonato posizioni strategiche sul fronte contro i jihadisti per portare a termine il colpo di stato.
Di seguito un video che mostra le truppe fedeli alla giunta militare pattugliare le strade di Niamey a bordo di veicoli blindati nelle prime ore di sabato mattina:
Ovviamente, mi aspetto che i soliti commentatori incompetenti dei media alternativi si facciano eco delle affermazioni della televisione di stato del Niger, che ha iniziato ad addossare la colpa alla Francia senza fornire la minima prova.
La stessa televisione di stato del Niger aveva precedentemente affermato che la vicina Nigeria e il Benin “finanziavano i terroristi”, sebbene entrambi i paesi stessero combattendo terroristi jihadisti sul proprio territorio. Le forze armate del Benin e della Nigeria coordinano addirittura la loro campagna antiterrorismo con le forze armate del Niger.
La giunta militare al potere in Niger ha bisogno di tanto in tanto di capri espiatori per deviare le responsabilità dalla propria incapacità di risolvere i problemi di sicurezza.
13 agosto 2026 – Il Primo Ministro algerino Sifi Ghrieb (a sinistra) e il suo omologo nigerino, Ali Mahamane Lamine Zeine (a destra), alla cerimonia che segna l’inizio delle trivellazioni del pozzo esplorativo Kafra South-East 1.
A nome della giunta del Niger, Ali Mahamane Lamine Zeine (al centro) fa visita al premier algerino Sifi Ghrieb (a destra) il 27 agosto 2026. I funzionari della giunta del Niger e il suo apparato mediatico hanno smesso di ripetere l’accusa infondata secondo cui l’Algeria “sponsorizza i terroristi”.
Ironia della sorte, la giunta militare al potere e tutto il suo apparato mediatico hanno smesso di accusare l’Algeria di “sponsorizzare i terroristi ” non appena l’ENAFOR, una filiale della compagnia petrolifera algerina Sonatrach , ha accettato di investire le proprie risorse nell’estrazione di petrolio greggio dal deserto settentrionale del Niger, a Kafra, vicino al confine tra i due Paesi.
Ma d’altronde, questi sono dettagli che sfuggono alla maggior parte dei commentatori dei media alternativi, i quali non ritengono nemmeno necessaria una prova per dimostrare le accuse mosse dalle giunte militari al potere in Mali, Niger e Burkina Faso.
La maggior parte dei commentatori dei media alternativi non sa nemmeno che anche i funzionari della giunta militare maliana hanno cessato di muovere accuse infondate contro il governo algerino.
Di seguito un breve video del presidente algerino Abdelmadjid Tebboune che riceve una delegazione di funzionari della giunta militare maliana il 24 agosto 2026:
Come mostrato nel video, l’alto funzionario della giunta militare maliana, il maggiore generale Abdoulaye Maïga, ha persino salutato il leader algerino. Va da sé che a tutti i media statali maliani è stato ordinato di cessare la propaganda contro l’Algeria . I commentatori dei media alternativi in Occidente non hanno ancora ricevuto questo avviso.
La campagna per demonizzare il governo algerino è iniziata quando quest’ultimo ha insistito affinché la giunta maliana rispettasse i termini dell’accordo di pace precedentemente raggiunto con i secessionisti tuareg. Il ripudio di tale accordo da parte della giunta nel gennaio 2024 ha spinto i combattenti separatisti tuareg laici a stringere un’alleanza di convenienza con i loro acerrimi nemici jihadisti del JNIM . Il fatto che il gruppo terroristico multietnico JNIM fosse guidato dal jihadista tuareg antisecessionista Iyad Ag Ghali ha inoltre contribuito a spianare la strada alla formazione di questa alleanza ribelle.
Considerato che l’Algeria è una fedele alleata della Russia e il suo secondo partner commerciale in Africa dopo l’Egitto, non sorprende che il Cremlino abbia ripetutamente esercitato pressioni sulle giunte militari di Niger, Burkina Faso e Mali affinché raggiungessero la pace con Algeri.
Infine, la recente decisione dell’Algeria di rompere con la politica di lunga data dell’Unione Africana (UA) e di riconoscere ufficialmente le giunte militari del Sahel come “governi legittimi” è stata determinante per allentare le tensioni tra Algeri e i regimi ai suoi confini meridionali.
Dopo il suo allontanamento dal teatro di guerra ucraino nel giugno 2023, il generale Sergey Surovikin è scomparso dalla scena pubblica per un certo periodo, prima di ricomparire improvvisamente in Algeria nel settembre 2023 per agevolare un importante accordo di fornitura di armi per conto della Federazione Russa, che include la consegna di sistemi di difesa aerea S-300 e caccia SU-35.
Ancora una volta, si tratta di informazioni importanti che sfuggono a molti commentatori dei media alternativi, i quali non necessitano di alcuna prova per giungere immediatamente alla conclusione che attori esterni siano responsabili di ogni evento negativo che si verifica nel continente africano.
Come al solito, il bias di conferma spingerà gli opinionisti dei media alternativi ad accettare frettolosamente tutte le affermazioni di un coinvolgimento esterno nel fallito colpo di stato in Niger. Dopotutto, abbiamo a che fare con individui estremamente superficiali che non sanno distinguere tra un “Nigerian “ (cittadino della Nigeria) e un “Nigerian “ (cittadino della Repubblica del Niger), eppure rimangono convinti al 100% di essere esperti di Africa.
Brice Nguema servì fedelmente suo zio materno, il presidente Omar Bongo, come guardia del corpo e assistente personale. La foto lo ritrae alle spalle di Omar Bongo durante un viaggio in Francia nel luglio 2008. Tre mesi dopo la morte di Omar, avvenuta nel luglio 2009, suo figlio, Ali Bongo, divenne presidente del Gabon. Nguema guidò il colpo di stato dell’agosto 2023 che depose suo cugino dalla carica presidenziale.
Molti opinionisti dei media alternativi non hanno ancora ritrattato la loro affermazione trionfalistica secondo cui il colpo di stato in Gabon del 30 agosto 2023 sarebbe stata una rivoluzione antifrancese. In realtà, quel colpo di stato non fu altro che un’operazione di riorganizzazione delladinastia Bongo, filo-francese , che rimane al potere ancora oggi. Membri militari della dinastia Bongo rovesciarono il presidente Ali Bongo, ormai malato, e altri membri civili della famiglia, poiché la loro incompetenza e impopolarità minacciavano di far crollare quasi 60 anni di dominio dinastico in Gabon.
La foto mostra il generale Brice Nguema, leader militare gabonese molto popolare, mentre riceve istruzioni su come votare durante il referendum costituzionale del 2024. In seguito, avrebbe vinto le elezioni presidenziali dell’aprile 2025, consentendo alla famiglia Bongo di abbandonare la maschera di giunta militare e tornare al suo corretto sistema di governo civile.
La mia analisi degli eventi in Gabon, pubblicata il 3 settembre 2023, è stata successivamente confermata da una registrazione video segreta trapelata nel novembre 2025. Il filmato trapelato mostrava un Brice Nguema pentito che esortava i membri civili della famiglia Bongo, precedentemente detenuti, a non serbare rancore per il trattamento ricevuto, spiegando che la sua giunta aveva agito per il bene della dinastia Bongo al potere.
Noureddin Bongo ritratto con la moglie Léa nella loro casa di esilio a Londra. Noureddin e sua madre, Sylvia, furono tra i capri espiatori della famiglia Bongo arrestati dopo il colpo di stato dell’agosto 2023. Utilizzando il binocolo che indossava, Noureddin registrò di nascosto Brice Nguema mentre si scusava per aver arrestato lui e altri membri della famiglia Bongo.
Nella mente di molti commentatori dei media alternativi, i paesi africani sono sempre soggetti passivi intrappolati in una continua lotta geopolitica per l’influenza. Questi commentatori interpretano ogni azione compiuta da figure politiche africane come allineata o con il “buono” asse Russia-Cina o con il “cattivo” asse NATO guidato dagli Stati Uniti. C’è scarso interesse nell’apprendere la storia e la cultura politica del singolo paese (o della sottoregione africana) al fine di acquisire una comprensione più sfumata degli eventi attuali che si stanno svolgendo nel continente.
In un periodo in cui gli opinionisti dei media alternativi prevedevano erroneamente un’imminente invasione militare della Repubblica del Niger da parte di “burattini di Stati Uniti e Francia” , all’inizio di agosto 2023 feci la seguente previsione , che si rivelò azzeccata:
Non c’è dubbio che Francia e Stati Uniti desiderino ardentemente un intervento dell’ECOWAS in Niger. Entrambi i paesi sono frustrati e delusi dal fatto che un intervento militare non sia ancora iniziato. Ma la verità è che la decisione finale di intervenire non spetta ai paesi della NATO. Un effettivo intervento dell’ECOWAS dipenderebbe molto dalla situazione politica interna sia in Nigeria che nella Repubblica del Niger. Fino ad allora, Nuland, Blinken, Sullivan e Macron dovranno interpretare i segnali come tutti gli altri.
Ho anche scritto quanto segue sul presidente nigeriano Bola Tinubu, che all’epoca era presidente dell’ECOWAS :
A meno che Tinubu non riesca a neutralizzare l’opposizione interna, è improbabile che sia disposto a ordinare all’aeronautica nigeriana, che sta sorvolando i cieli, e alle truppe dell’esercito nigeriano schierate al confine di entrare in Niger. È semplice. I funzionari di Francia, UE e Stati Uniti si sono per lo più limitati a seguire l’intricato sistema politico nigeriano, anziché prendere decisioni importanti.
Il punto che ho sempre ribadito nella serie di articoli che ho scritto dopo il colpo di stato in Niger del luglio 2023 è che gli attori politici locali nella mia sottoregione (Africa occidentale) hanno una propria capacità di agire. Né la Francia né gli Stati Uniti hanno goduto del potere illimitato di influenza conferito loro dai commentatori dei media alternativi, la maggior parte dei quali ignorava persino l’esistenza di un paese chiamato Repubblica del Niger prima del colpo di stato del luglio 2023.
Il tentato colpo di stato militare avvenuto il 29 agosto 2026 non sorprende chiunque conosca la storia e la cultura politica della Repubblica del Niger. Tre anni fa, il 13 agosto 2023, pubblicai un articolo che conteneva la seguente frase:
Certo, se i capi del colpo di stato seguissero la traiettoria standard della storia del Niger e si combattessero tra loro per il potere, anche questo potrebbe causare sufficiente instabilità politica…
Sì, avevo previsto che un altro colpo di stato avrebbe fatto seguito a quello che ha portato al potere la giunta militare guidata da Tchiani, perché in molti paesi africani i colpi di stato generano altri colpi di stato. È un circolo vizioso, che spesso non ha nulla a che fare con potenze esterne come Francia e Stati Uniti, ma con le ambizioni personali di singoli ufficiali dell’esercito, le tensioni etniche all’interno del paese o persino il malcontento per l’incompetenza della giunta al potere, salita al potere con un precedente colpo di stato.
Ibrahim Baré Maïnassara partecipò al colpo di stato del 1974 che rovesciò il primo presidente del Niger, Hamani Diori, e insediò la giunta militare guidata dal tenente colonnello Seyni Kountché. Il 27 gennaio 1996, Ibrahim organizzò un proprio colpo di stato e divenne il governatore militare della Repubblica del Niger. Molti furono uccisi durante il putsch, ma egli raggiunse il suo obiettivo personale. Tre anni dopo, fu ucciso a colpi d’arma da fuoco all’aeroporto di Niamey mentre tentava di fuggire in elicottero dai golpisti durante un altro colpo di stato, il 9 aprile 1999.
Chiunque conosca bene la storia africana sa che la stragrande maggioranza dei colpi di stato nel continente non è motivata da alcuna ideologia politica. L’ideologia non ha avuto alcun ruolo nel colpo di stato del marzo 2003 nella Repubblica Centrafricana, dove il presidente civile filofrancese Ange-Félix Patassé fu rovesciato da una figura altrettanto vicina alla Francia, il generale dell’esercito François Bozizé.
Un altro buon esempio sono i due colpi di stato avvenuti in Burkina Faso nel 2022. Contrariamente a quanto affermato dai media alternativi, non vi era alcuna autentica base ideologica dietro il primo colpo di stato che depose il governo eletto di Kaboré nel gennaio 2022 e il secondo colpo di stato che rovesciò la successiva giunta militare guidata dal tenente colonnello Paul Henri Damiba.
L’ex presidente civile Roch Marc Christian Kaboré non era una “marionetta” della Francia. Anzi, i suoi rapporti con la Francia erano piuttosto tesi, culminati nel novembre 2017 quando Kaboré abbandonò la sala durante il discorso di Emmanuel Macron, in seguito alle critiche del leader francese sul neocolonialismo. Un Macron sorpreso rise nervosamente e fece una battuta sul fatto che Kaboré se ne fosse andato per riparare l’impianto di condizionamento dell’aria, che non funzionava.
Guarda il video qui sotto:
Cinque anni dopo, il presidente Kabore fu deposto dal regime militare fortemente antifrancese del tenente colonnello Henri-Paul Damiba, il quale a sua volta fu deposto, un paio di mesi dopo, da un altro regime militare altrettanto fortemente antifrancese guidato dal capitano Ibrahim Traoré.
Ciò, ovviamente, solleva un interrogativo: cosa giustifica il rovesciamento violento di un regime militare antifrancese da parte di un altro regime militare antifrancese? Questi colpi di stato riguardano davvero il “ripristino della sovranità” e l'”antimperialismo” o la ricerca del potere fine a se stesso?
Il leader militare del Burkina Faso, Ibrahim Traore, trascorre piacevolmente del tempo con l’ambasciatore israeliano Simon Seroussi, in visita a Ouagadougou per presentare le sue credenziali diplomatiche.
Senza mezzi termini, vorrei ribadire la mia opinione contraria all’attuale governo militare del Burkina Faso, già ampiamente esposta in un precedente articolo :
Molti commentatori dei media alternativi in Occidente hanno una visione idealizzata del capitano Ibrahim Traoré, ma egli non è né un idealista né un radicale focoso come Thomas Sankara . Come i suoi omologhi in altri paesi africani, sta cercando pragmaticamente di espandere le relazioni internazionali del Burkina Faso.
Dopo essere passata dall’espulsione dell’ambasciatore francese nel 2023 alla completa interruzione delle relazioni diplomatiche con la Francia nel 2026, la giunta Traoré ha bruciato gli ultimi ponti con il Palazzo dell’Eliseo . La sospensione temporanea di 482 milioni di euro (530 milioni di dollari) di fondi governativi francesi destinati al Burkina Faso può ora essere considerata permanente .
Per ovvie ragioni, la giunta militare guidata da Traoré sta cercando nuove fonti di finanziamento esterno. Lo Stato paria di Israele, desideroso di mantenere buoni rapporti con gli Stati africani amici, potrebbe essere disposto ad aiutare il Burkina Faso in questo senso.
Ciò spiegherebbe anche perché il leader militare del Burkina Faso abbia firmato un accordo bilaterale quinquennale con l’amministrazione Trump per sostenere gli sforzi del suo Paese nella lotta contro l’HIV/AIDS, la malaria e altre malattie infettive.
Tornando al recente tentativo di colpo di stato in Niger di sabato 29 agosto 2026, non escluderei mai la possibilità di un coinvolgimento esterno. Tuttavia, allo stato attuale non c’è motivo di credere che il fallito putsch sia altro che una questione interna.
In realtà, sospetto che la recente decisione della giunta nigerina di rilasciare diversi terroristi del JNIM e un leader separatista tuareg maliano possa essere stata la goccia che ha fatto traboccare il vaso per gli ufficiali dell’esercito nigerino scontenti che si celavano dietro il tentativo di colpo di stato.
Oltre a combattere i terroristi sul proprio territorio, le forze armate nigerine hanno fornito supporto di artiglieria e aereo transfrontaliero al vicino Mali, impegnato nella lotta contro i terroristi del JNIM , che operano su entrambi i lati del confine internazionale che separa i due Paesi.
Su richiesta della giunta militare maliana, il generale Tchiani, a capo della giunta militare nigerina, acconsentì al rilascio di 24 jihadisti del JNIM e dell’unico leader separatista tuareg maliano presente, in cambio di 60 soldati maliani catturati dalla fragile alleanza ribelle composta da secessionisti tuareg laici e terroristi jihadisti dichiarati.
Di seguito è riportato un video del leader separatista Inkinane Ag Attaher, rilasciato venerdì 28 agosto, che si riunisce con i suoi compagni dell’organizzazione secessionista tuareg maliana, il Fronte di Liberazione dell’Azawad (FLA) , dopo oltre 16 mesi di detenzione in Niger:
Di seguito un video a campo largo del Fronte di Liberazione dell’Azawad in territorio nigerino, mentre si prepara a scambiare alcuni dei 60 prigionieri di guerra maliani in loro custodia:
Non ho un video del rilascio dei 24 terroristi del JNIM, anch’essi rilasciati nell’ambito dello scambio di prigionieri.
Ricordiamo che il tentativo di colpo di stato in Niger è scoppiato meno di 24 ore dopo la liberazione degli stessi terroristi del JNIM responsabili delle pesanti perdite inflitte alle truppe nigerine. In attesa di ulteriori informazioni, la mia ipotesi di lavoro rimane che lo scambio di prigionieri sia stato la scintilla che ha innescato il putsch.
AGGIORNAMENTO DI SABATO SERA:
Non essendo riusciti a catturare il generale Tchiani, dittatore militare, nella sua residenza a causa della forte resistenza opposta dalla Guardia Presidenziale lealista, i golpisti si ritirarono nella base aerea 101 e nella vicina caserma dei paracadutisti.
I ribelli sopravvissuti si sono arresi sabato sera.
Le forze paramilitari russe schierate nella Repubblica del Niger non sono state coinvolte nei violenti scontri tra le truppe nigerine lealiste e quelle ammutinate nella mattinata di sabato. La situazione è cambiata nelle ore serali.
I 350 istruttori militari italiani che fornivano addestramento antiterrorismo alle truppe nigerine sono rimasti estranei all’intera vicenda del tentato colpo di stato.
Inizialmente, la giunta militare nigerina si allarmò perché gli ufficiali ammutinati avevano distolto le unità militari in prima linea dalla lotta contro i terroristi jihadisti nelle città di Tillabéri, Ouallam, Téra e Dosso per attuare un colpo di stato a Niamey.
La strategia iniziale della giunta era quella di risolvere il colpo di stato pacificamente, nella speranza di evitare di distogliere le unità militari lealiste dalle linee del fronte jihadista per affrontare i golpisti asserragliati nella base aerea 101 e nella caserma dei paracadutisti.
Tuttavia, la possibilità di una soluzione pacifica è venuta meno nelle ore serali di sabato. Con il deteriorarsi dei negoziati e il rifiuto dei ribelli di fare marcia indietro, la giunta ha abbandonato la via della risoluzione pacifica a favore di una repressione violenta. La giunta ha chiesto l’aiuto del Cremlino.
L’Aeronautica Militare algerina ha inviato a Niamey quattro caccia Su-30MKA, accompagnati da un velivolo da rifornimento in volo Il-78, dopo che sabato sera il colpo di Stato è stato sedato.
Con il sostegno delle milizie paramilitari russe, la Guardia Presidenziale e altre unità militari lealiste, ritirate dal fronte jihadista, hanno lanciato una sanguinosa controffensiva per riconquistare la Base Aerea 101 e la vicina caserma dei paracadutisti dalle mani degli ammutinati.
Diversi ammutinati sono stati uccisi, mentre altri sono stati catturati vivi. Il filmato qui sotto mostra alcuni dei giovani golpisti arrestati dopo che la Base Aerea 101 è stata presa d’assalto dalle forze lealiste:
Poco prima della chiusura di questa edizione, diversi paesi — tra cui Turchia, Algeria, Burkina Faso e Mali — hanno rilasciato dichiarazioni ufficiali in cui condannavano il tentativo di colpo di Stato. Nel frattempo, i terroristi jihadisti, esultanti, delJNIM, ISWAPe ISSPSi dice che sabato sera stiano combattendo con maggiore determinazione, incoraggiati dall’assenza dalle linee del fronte, lontane da Niamey, sia delle truppe nigerine ammutinate che di quelle lealiste.
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Il presidente conservatore Karol Nawrocki è il comandante in capo della Polonia, ma se il ministro della Difesa della coalizione liberale al governo dovesse porre alcune truppe polacche sotto il controllo dell’UE attraverso la “Legione europea”, non è chiaro se potrebbe impedirne il dispiegamento in Ucraina.
Il ministro degli Esteri polacco Radek Sikorski ha recentemente proposto, in un’intervista ai media greci, la creazione di una “Legione Europea”. Nelle sue parole : “Sostengo fermamente la creazione di una ‘Legione Europea’, una forza permanente e dedicata che potrebbe reclutare professionisti esperti provenienti da tutta la famiglia europea, compresi i veterani ucraini temprati dalla guerra. In definitiva, l’Europa deve assumersi la responsabilità della propria sicurezza”.
Ha poi aggiunto: “Non possiamo chiamare Washington ogni volta che c’è un incendio nel nostro cortile di casa, che si tratti di una minaccia convenzionale o di Mosca che strumentalizza i flussi migratori dall’Africa e dal Medio Oriente contro l’UE. Tuttavia, sia ben chiaro: non si tratta di costruire un’alternativa parallela alla NATO o di duplicare le strutture. Ciò di cui abbiamo bisogno è un pilastro europeo più forte all’interno di una NATO più forte. I nostri interessi sono complementari, non contraddittori”.
Alcuni osservatori sono rimasti sorpresi da questa notizia, dato che Sikorski aveva respinto la proposta di Zelensky di creare un “Esercito d’Europa” un anno e mezzo prima. Come affermò all’epoca il massimo diplomatico polacco: “Credo che dovremmo essere cauti con questo termine, perché persone diverse lo interpretano in modi diversi. Se con esso si intende l’unificazione degli eserciti nazionali, non accadrà”. Qui sta la differenza principale: l'”Esercito d’Europa” mira all’unificazione degli eserciti nazionali, un’utopia, mentre la “Legione Europea” è una forza di volontari.
Per approfondire quest’ultimo punto, sembra che Sikorski abbia in mente una forza di reazione rapida composta da truppe provenienti da paesi dell’UE e dall’Ucraina, presumibilmente sotto la guida di un organismo dell’UE. Lo scopo sarebbe quello di rispondere alle crisi non appena si manifestano, fungendo così da catalizzatore per il coinvolgimento della NATO nel suo complesso o di “coalizioni dei volenterosi” all’interno dell’UE, grazie alla presenza delle loro truppe nella zona di conflitto.
La proposta di Sikorski arriva due mesi dopo che Gran Bretagna, Francia e Germania – collettivamente note come E3 e leader della, a quanto pare incerta, “coalizione dei volenterosi” – hanno confermato l’intenzione di schierare truppe in Ucraina dopo un cessate il fuoco . Il presidente conservatore Karol Nawrocki, la bestia nera della coalizione liberale al governo di cui Sikorski fa parte, si era impegnato per iscritto nel maggio 2025, prima del secondo turno delle elezioni presidenziali, a non consentire l’invio di truppe polacche in Ucraina.
È il Comandante in Capo , ma se il Ministro della Difesa liberale ponesse alcune truppe polacche sotto il controllo dell’UE attraverso la “Legione Europea”, non è chiaro se Nawrocki potrebbe impedire il loro dispiegamento in Ucraina nell’ambito dei piani della “coalizione dei volenterosi”. La società polacca ha sviluppato un atteggiamento ostile nei confronti dell’Ucraina negli ultimi mesi, da quando Zelensky ha glorificato la Volinia. I colpevoli del genocidiodell’OUN-UPA , quindi qualsiasi mossa del genere da parte dei liberali al governo potrebbe rovinare la loro candidatura alla rielezione in vista delle prossime elezioni del Sejm dell’autunno 2027.
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Sebbene non ricopra un ruolo decisionale in materia di politica estera, rappresenta comunque il Ministero degli Esteri russo, e sarebbe molto preoccupante se avessero una visione così inaccurata di Tusk e delle sfumature della politica estera polacca.
La portavoce del Ministero degli Esteri russo, Mari Zakharova, ha reagito alla difesa dei responsabili del bombardamento del Nord Stream da parte del primo ministro polacco liberale Donald Tusk, ipotizzando che quest’ultimo “possa nutrire rancore nei confronti dell’ex cancelliera federale durante il suo mandato come presidente del Consiglio europeo”, in un’allusione ad Angela Merkel. Zakharova ha aggiunto che le parole di Tusk “hanno messo a nudo l’antagonismo e la rivalità polacco-tedesca profondamente radicati e storicamente complessi”.
Secondo lei, ciò avviene “nel perseguimento delle smodate ambizioni di Berlino e Varsavia (con l’appoggio della Casa Bianca) all’interno delle alleanze condivise da entrambe le capitali: l’Unione Europea e la NATO”. Con tutto il rispetto per Zakharova, non potrebbe sbagliarsi di più su Tusk, dato che non è affatto anti-tedesco. Anzi, è così vicino alla Germania (compresa la Merkel) e ha tratto così tante spunti politici da essa nel corso della sua carriera che il cardinale grigio dell’opposizione conservatrice lo ha definito una volta un ” agente tedesco “.
Dal suo ritorno al potere, Tusk ha cercato di riaffermare la sottomissione della Polonia alla Germania, obiettivo che persegue tuttora, pur avendo attenuato un po’ le sue ambizioni in vista delle prossime elezioni del Sejm nell’autunno del 2027. Per quanto riguarda la sua difesa dei responsabili del bombardamento del Nord Stream, essa intendeva segnalare la sua russofobia politica, non offendere la Germania. I lettori possono approfondire le sue motivazioni leggendo la sua risposta allo “stupore” espresso dal portavoce del Cremlino Dmitry Peskov in merito alle sue dichiarazioni. Di seguito, alcune informazioni di base sulla germanofilia di Tusk:
Dopo aver chiarito la realtà della politica estera di Tusk, indiscutibilmente filo-tedesca, verrà ora chiarita anche l’altrettanto reale realtà della rivalità polacco-tedesca all’interno dell’UE e della NATO. Questa rivalità non è dovuta a Tusk, bensì ai suoi rivali, il presidente conservatore Karol Nawrocki e il suo predecessore, Andrzej Duda, politicamente allineato con lui. La Polonia ha perseguito una doppia politica estera sin dal ritorno di Tusk, poiché quest’ultima viene formulata attraverso l’interazione tra il Presidente, il Primo Ministro e il Ministro degli Esteri.
Tornando alla risposta di Zakharova a Tusk, era prevedibile che lo condannasse per aver difeso coloro che hanno fatto saltare in aria gli oleodotti sottomarini del suo paese in uno degli attacchi terroristici più audaci nella storia europea, ma non si poteva prevedere che avrebbe commesso così tanti errori sul suo conto a livello personale. Pur non essendo un’incaricata politica, rappresenta comunque il Ministero degli Esteri russo, e sarebbe molto preoccupante se avessero una visione così inaccurata di Tusk e delle sfumature della politica estera polacca.
Il duopolio al potere in Polonia si è sempre opposto a questo megaprogetto, motivo per cui la Russia ha infine deciso di non consentirne la funzione di stato di transito, come inizialmente previsto.
Putin ha fatto seguito al suo portavoce Dmitry Peskov e alla portavoce del Ministero degli Esteri Maria Zakharova nel rispondere alla difesa, da parte del Primo Ministro polacco Donald Tusk, di chiunque abbia bombardato il Nord Stream . Ritiene che le sue “motivazioni siano molto semplici: convenienza economica”, spiegando che la Polonia nutre risentimento per la decisione della Russia di costruire questi gasdotti sotto il Mar Baltico anziché farli transitare attraverso il territorio polacco, come inizialmente previsto da Putin. La Polonia è quindi contrariata per la perdita di entrate derivanti dal transito.
Con tutto il rispetto dovuto a Putin, ha inavvertitamente confuso alcuni fatti riguardo alla posizione della Polonia sul Nord Stream. Se è vero che inizialmente la Russia aveva previsto che la Polonia fungesse da stato di transito per il Nord Stream, proprio come aveva fatto per decenni con il gasdotto Yamal, ora congelato, il duopolio al governo in Polonia si è sempre opposto a questo megaprogetto, motivo per cui il suo tracciato è stato infine modificato. La Russia si è resa conto che la suddetta opposizione avrebbe reso il tracciato iniziale troppo instabile dal punto di vista politico, qualora fosse mai stato approvato.
Nel 2019, Deutsche Welle ha ricordato ai suoi lettori che la Polonia si opponeva al Nord Stream per tre motivi. Il primo è che la crescente dipendenza energetica dell’UE dalla Russia potrebbe tradursi in dipendenza politica, con tutte le conseguenti implicazioni di politica estera; il secondo è che il suo alleato ucraino perderebbe il suo ruolo strategico di transito; e l’ultimo motivo è che la Polonia aveva in mente i propri piani energetici. Questi sono il Baltic Pipe, ora completato, che parte dalla Norvegia e funge da porta d’accesso degli Stati Uniti al GNL per l’UE .
Lo stesso Tusk ha criticato Nord Stream in molte occasioni, anche alla fine del 2021, quando lo ha condannato come un “errore imperdonabile” con “gravissime conseguenze”, mentre l’allora Primo Ministro conservatore al governo, Mateusz Morawiecki, ha affermato all’incirca nello stesso periodo che esso “concludeva” una “brutale” “alleanza tedesco-russa”. Come sottolineato da New Eastern Europe , anche l’allora Ministro della Difesa Radek Sikorski (ora Ministro degli Esteri) lo aveva condannato come un “nuovo Patto Molotov-Ribbentrop ” già nel 2006.
Col senno di poi, la Russia apparentemente sperava che la Polonia accettasse comunque di fungere da stato di transito con l’intento di rafforzare la loro complessa interdipendenza economica reciproca, nell’ambito di un tentativo di migliorare le relazioni, ma la politicizzazione di questo megaprogetto da parte di Varsavia fin dall’inizio ha reso ciò impossibile. La realtà politica interna è che l’opposizione, a prescindere da chi fosse in un dato momento, avrebbe potuto sfruttare qualsiasi accordo sul Nord Stream per affermare che i governi in carica stavano “svendendo la Polonia alla Russia”.
La russofobia politica, che si distingue dalla russofobia etnica in quanto si basa sull’opposizione allo Stato russo e non al popolo russo, proprio come l’antisionismo non è la stessa cosa dell’antisemitismo, poiché il primo è opposizione a Israele mentre il secondo è odio verso gli ebrei, rappresenta una potente forza di mobilitazione in Polonia. Ciò è dovuto a ragioni storiche che esulano dall’ambito della presente analisi, ma è importante sottolinearlo per spiegare l’opportunismo politico che si cela dietro l’opposizione dei politici polacchi al Nord Stream.
Tornando alla difesa di Tusk nei confronti di chi ha bombardato il Nord Stream, essa non è quindi motivata da ragioni economiche, come affermato da Putin dopo aver travisato alcuni fatti, dato che Tusk e l’altra metà del duopolio di governo polacco si sono sempre opposti a questo megaprogetto. Tutto ciò che Tusk sta facendo è manifestare russofobia politica per ragioni elettorali in vista delle prossime elezioni del Sejm dell’autunno 2027. Per quanto la Russia possa considerarla una strategia brutale, questa è la realtà politica in Polonia, di cui il Cremlino farebbe bene a essere consapevole.
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Si prevede quindi che contribuisca presto a rafforzare i fronti asiatici del nuovo “cordone sanitario” attorno alla Russia.
Il nuovo primo ministro britannico Andy Burnham ha tenuto un discorso a Kiev in occasione del 35°° anniversario dell’indipendenza ucraina. Ha esordito insinuando falsamente che la Russia abbia compiuto «attacchi alla lingua, alla cultura e alle elezioni [dell’Ucraina]» «fin dai primi giorni» e ha poi affermato che la sua operazione specialeè «volta a schiacciare l’indipendenza che siamo venuti qui a celebrare». Burnham, che non è stato eletto democraticamente, ha inoltre elogiato l’Ucraina definendola «una democrazia vivace» nonostante il rinvio a tempo indeterminato delle elezioni.
Ha poi paragonato la Russia ai nazisti affermando che «La mia nazione ha mantenuto viva la fiamma della libertà europea nel XX secolo, voi la mantenete viva nel XXIsecolo», prima di sostenere che l’Europa e la NATO sono diventate più forti grazie all’Ucraina, poiché questa funge da «protettrice dell’Europa». Lo scopo di questa retorica esagerata è giustificare il continuo sostegno del Regno Unito all’Ucraina contro la Russia, che ha appena visto il Regno Unito fornire all’Ucraina le informazioni tecniche riservate necessarie per produrre missili da crociera a lungo raggio.
Anche la stampa britannica ha recentemente rivelato che l’Ucraina ha utilizzato i droni del proprio Paese per attacchi a lungo -lungo raggio all’interno della Russia nell’ultimo semestre, il che ha coinciso con la conferma da parte dell’Ambasciata russa che l’ambasciatore Andrey Kelin è stato richiamato alla fine del mese scorso dopo sette anni di servizio nel suo incarico. In questo contesto di crescenti tensioni legate al coinvolgimento sempre più diretto del Regno Unito nella guerra per procura della NATO contro la Russia attraverso l’Ucraina, RT ha opportunamente chiesto: “Quanto sono vicini alla guerra la Russia e il Regno Unito?”
Considerando che è stato il Regno Unito a scatenare queste tensioni con la Russia, Burnham ha dimostrato una certa sfacciataggine nel condannare le vaghe minacce di Mosca contro Londra in risposta, invertendo così i ruoli di vittima e carnefice. Nulla di tutto ciò dovrebbe sorprendere gli osservatori più attenti, che sanno bene che il Regno Unito è uno dei rivali tradizionali della Russia e ha sempre cercato di dividere e governare l’Europa, questa volta attraverso il conflitto ucraino. Ricorderanno inoltre che il Regno Unito ha stretto un’alleanza con la Polonia e l’Ucraina due settimane prima dell’inizio dell’operazione speciale.
Infatti, è stato proprio l’ex primo ministro britannico Boris Johnson ad essere ampiamente ritenuto responsabile di aver affossato la bozza dell’accordo di pace russo-ucraino della primavera del 2022 promettendo a Zelensky pieno sostegno se avesse continuato a combattere, cosa che Johnson ha fatto per conto del suo “deep state” storicamente russofobo. Il patto di partenariato centenario che uno dei suoi successori, Keir Starmer, ha siglato con l’Ucraina all’inizio del 2025 ha fugato ogni dubbio sul fatto che la loro «partenariato speciale» sia diretto contro la Russia.
La Russia non deve quindi mai dimenticare che il Regno Unito si è impegnato a rimanere una spina nel fianco del Cremlino per il prossimo secolo, e a tal fine si prevede che rafforzi il proprio ruolo nel nuovo “cordone sanitario” attorno alla Russia. Oltre al suo ruolo attuale nel fronte artico-baltico e in quello dell’Europa centrale e orientale, per la cui leadership si contendono la Polonia e l’Ucraina, probabilmente contribuirà anche a quello guidato dalla Turchia lungo l’intera periferia meridionale della Russia, nonché a quello emergente guidato dal Giappone nell’Asia nord-orientale.
Il risultato finale è che il Regno Unito fungerà da principale partner degli Stati Uniti in questa coalizione di contenimento su scala eurasiatica contro la Russia, poiché nessun altro Paese possiede l’esperienza che il Regno Unito ha storicamente maturato in questo ruolo, né la capacità di agire in tal senso attraverso una combinazione di mezzi pubblici e segreti. Nell’eventualità in cui gli Stati Uniti decidessero di allentare questo laccio attorno alla Russia, il Regno Unito potrebbe persino agire alle loro spalle per stringere nuovamente il laccio, anche a rischio di rompere i rapporti con gli Stati Uniti, tanto è determinato il suo «deep state» a contenere la Russia.
Sfrutta l’opinione di funzionari ed esperti polacchi per predisporre l’opinione pubblica, sia i polacchi comuni che gli occidentali in generale, all’ingerenza radicalmente intensificata che si prevede accompagnerà il periodo che precede le prossime elezioni del Sejm nell’autunno del 2027.
Il rapporto di Reuters ha fatto seguito a notizie diffuse dai media polacchi sul piano dell’Ucraina per migliorare i rapporti con la Polonia , che include gli sforzi dei suoi servizi segreti per scoprire (o cinicamente fabbricare) prove di finanziamenti russi a gruppi anti-ucraini. Questa analisi sostiene che l’approccio di Kiev equivale a un’ingerenza negli affari interni della Polonia, poiché prende di mira l’opposizione, tutta critica nei confronti dell’Ucraina, e gli organizzatori delle precedenti proteste degli agricoltori, che potrebbero riprendere le loro manifestazioni in caso di un’altra crisi del grano, come paventato qui .
La coalizione liberale al governo in Polonia sostiene da tempo, senza alcuna prova, che i suoi oppositori siano appoggiati dalla Russia, un’affermazione falsa che è stata smentita qui all’inizio dell’estate. Pertanto, potrebbero aver ripetuto questa insinuazione in modo indipendente, senza coordinarla con l’Ucraina. Ciononostante, anche se Ucraina e Polonia non stessero ancora coordinando questa potenziale campagna diffamatoria contro l’opposizione e gli organizzatori delle precedenti proteste degli agricoltori, l’Ucraina sta comunque sfruttando l’ultima notizia.
Il suo “Centro per il contrasto alla disinformazione” ha condiviso l’articolo di Reuters allo scopo di dare falsa credibilità all’insinuazione che la polarizzazione polacca sull’Ucraina dopo la scioccante mossa di Zelensky alla fine di maggio sia dovuta all’ingerenza russa. Questa narrazione strumentalizzata ha lo scopo di screditare coloro che da allora hanno cambiato opinione sull’Ucraina, sia politici che elettori comuni, assolvendo preventivamente l’Ucraina dalle accuse di essere lei a interferire negli affari della Polonia. Si tratta quindi di un innegabile ibrido. Provocazione di guerra .
Analizzando la sostanza di quanto affermato da alcuni in Polonia e dal braccio operativo per la guerra dell’informazione del Consiglio di Sicurezza e Difesa Nazionale dell’Ucraina, che di fatto rappresenta il “Centro per il contrasto alla disinformazione” in quanto opera sotto il loro controllo , la loro narrazione è molto condiscendente. Dà per scontato che i polacchi non disapproverebbero spontaneamente il fatto che Zelensky glorifichi l’OUN-UPA a livello statale e che potrebbero farlo solo sotto l’influenza russa, dopo essere stati costantemente sollecitati a farlo.
La loro narrazione presuppone inoltre che i post rozzi di account anonimi siano in grado di influenzare i polacchi medi, i quali, presumibilmente, non si accorgerebbero che la sintassi e la cadenza di tali post sono innaturali per un madrelingua polacco e quindi indicative di un autore straniero, oppure suonano sospettosamente come se fossero opera di un’intelligenza artificiale. La conclusione naturale è che chiunque in Polonia critichi l’Ucraina sia un “utile idiota” della Russia, il che rappresenta un insulto all’intelligenza di tutti i polacchi. Potrebbe anche servire da pretesto per la censura.
La lezione da trarre da questo esempio di ingerenza ucraina negli affari interni della Polonia, per quanto lieve e indiretta, ma destinata ad intensificarsi in vista delle prossime elezioni del Sejm nell’autunno del 2027, è che l’Ucraina sfrutta l’opinione pubblica di funzionari ed esperti polacchi per preparare il pubblico a ciò che probabilmente accadrà. Il bersaglio di questa provocazione non sono solo i cittadini polacchi comuni, ma gli occidentali in generale, ai quali l’Ucraina vuole far credere che il loro atteggiamento ostile nei confronti della Polonia sia dovuto unicamente agli “utili idioti” e forse persino agli “agenti” russi infiltrati nell’opposizione.
In parole povere, è prassi comune che i leader europei appoggino tutte le azioni – terrorismo compreso – dirette contro la Russia, e in particolare contro la Polonia.
Il primo ministro polacco Donald Tusk ha recentemente ironizzato dicendo che “dovrebbero vergognarsi coloro che hanno costruito questo gasdotto, non coloro che lo hanno messo fuori servizio”, in risposta all’arresto in Croazia, su richiesta della Germania, di un presunto sospettato dell’attentato ucraino al gasdotto Nord Stream. Berlino ritiene che l’attentato terroristico sia stato ordinato da Kiev, mentre Mosca insiste sul fatto che sia stata Washington. Un altro sospettato ucraino non è stato espulso dalla Polonia alla fine dello scorso anno per le ragioni spiegate qui .
Il portavoce del Cremlino, Dmitry Peskov, ha risposto a Tusk poco dopo con queste parole: “Se il signor Tusk sostiene e appoggia tali atti di sabotaggio terroristico, ciò non può che suscitare stupore e incomprensione”. Non dovrebbe però essere minimamente sorpreso, dato che la battuta di Tusk sul Nord Stream era finalizzata a scopi di politica interna e si allinea perfettamente al discorso nazionale. La sua coalizione liberale al governo è destinata a perdere il potere alle prossime elezioni del Sejm nell’autunno del 2027 e pochi temi mobilitano gli elettori polacchi quanto la russofobia politica.
Sebbene i polacchi abbiano sviluppato un atteggiamento ostile nei confronti dell’Ucraina e circa metà dell’elettorato sia ora contraria a quel paese in misura variabile, ben il 96% di loro disapprova Putin, secondo un sondaggio Gallup di gennaio. La maggior parte dei polacchi, proprio come il duopolio al potere, temeva inoltre che il Nord Stream avrebbe consolidato un futuro Patto Molotov-Ribbentrop a spese del paese e, di conseguenza, si opponeva a quel megaprogetto. Pertanto, hanno naturalmente esultato per la sua distruzione nel settembre 2022, a prescindere da chi ne fosse responsabile.
Lo sfruttamento da parte di Tusk delle ultime notizie sul Nord Stream per sferrare un attacco politico alla Russia era quindi prevedibile, anche se si può non essere d’accordo con quanto affermato o con le sue motivazioni. Lo stesso Peskov ha commentato innumerevoli volte la russofobia politica dei leader europei, quindi è sorprendente che si sia detto “sbalordito” e che la consideri “incomprensibile”. In poche parole, è normale che i leader europei appoggino qualsiasi azione – terrorismo compreso – diretta contro la Russia, soprattutto in Polonia.
All’inizio di agosto, la portavoce del Ministero degli Esteri russo, Maria Zakharova, aveva condannato il rivale di Tusk, il presidente conservatore Karol Nawrocki, per aver usato un’espressione russofoba durante un discorso e per aver ribadito la politica del suo paese di aiutare l’Ucraina a uccidere i russi “il più a lungo e nel modo più efficace possibile”. La russofobia in Polonia, sia nelle sue manifestazioni etniche che politiche, era quindi oggetto di discussione al Cremlino appena due settimane prima della battuta di Tusk sul Nord Stream, quindi quest’ultima non avrebbe dovuto sorprendere affatto Peskov.
Ciononostante, Zakharova è rimasta recentemente sorpresa da un accordo sugli armamenti turco-ucraino approvato dagli Stati Uniti, nonostante la Turchia sia uno dei più antichi rivali della Russia, poiché “aspira a svolgere un ruolo speciale nella risoluzione della crisi ucraina”. Non è quindi una novità che i funzionari russi siano all’oscuro di tutto. Per quanto preoccupante possa essere la situazione, e si tratta effettivamente di una legittima fonte di preoccupazione per i sostenitori della Russia, lei e Peskov sono solo portavoce. Se fossero responsabili politici, tuttavia, la loro sorpresa sarebbe estremamente preoccupante.
Nel complesso, gli osservatori dovrebbero prepararsi a ulteriori manifestazioni di russofobia politica – e forse anche etnica – da parte dei politici polacchi in vista delle prossime elezioni del Sejm dell’autunno 2027, quando ciascuna metà del duopolio di governo si contenderà ferocemente il controllo del parlamento. La russofobia è un mezzo rozzo ma efficace per mobilitare gli elettori polacchi, quindi sarebbe sorprendente se i politici non la sfruttassero. Sia chiaro, una spiegazione non è una giustificazione, ma questo dovrebbe essere di dominio pubblico anche per gli osservatori meno attenti.
Il fattore cruciale alla base del progressivo collasso dello Stato ucraino è stato “EuroMaidan”, che ha strumentalizzato il sentimento ultranazionalista radicato nella società.
RT ha recentemente lanciato una serie di articoli critici in concomitanza con il 35 ° anniversario dell’indipendenza dell’Ucraina . È molto illuminante e può essere letta qui . Il motivo per cui faccio riferimento a questa serie è perché ha ispirato il presente articolo, che ripercorrerà brevemente tutto ciò che è andato storto negli ultimi oltre trent’anni. Rispetto al 1991, l’Ucraina ha circa la metà della sua popolazione, la sua economia è collassata ed è attualmente invischiata in un conflitto armato su larga scala con la Russia. Il modo in cui tutto ciò è accaduto è istruttivo.
La ragione principale è che le autorità ucraine post-indipendenza hanno deciso di allinearsi con l’Occidente a scapito dei legittimi interessi della Russia, in particolare per quanto riguarda la sua aspirazione all’adesione alla NATO. Putin ha notoriamente dichiarato nella sua opera magna dell’estate 2021 ” Sull’unità storica di russi e ucraini ” che la consapevolezza degli ucraini di essere una nazione distinta da quella russa dovrebbe essere trattata “con rispetto”, ma a condizione che anche lo Stato ucraino tratti con rispetto gli interessi dello Stato russo.
L’allineamento dell’Ucraina con la NATO ha subito una radicale accelerazione dopo la ” Rivoluzione colorata di EuroMaidan” del 2014 , sostenuta dall’Occidente e guidata da ultranazionalisti ispirati dai loro predecessori collaborazionisti con i nazisti durante la Seconda Guerra Mondiale. La loro ascesa al potere ha peggiorato le relazioni con la Russia, ma lo specialeL’operazione avrebbe potuto essere evitata se i sostenitori occidentali degli ultranazionalisti al potere li avessero costretti ad attuare gli accordi di Minsk, cosa che Germania e Francia hanno poi ammesso di non aver mai avuto alcuna intenzione di fare.
Ironicamente , nonostante avessero promosso in patria politiche ultranazionaliste contro la minoranza russa (sia i russi di etnia che gli ucraini di lingua russa), questi stessi ultranazionalisti hanno di fatto subordinato l’Ucraina all’Occidente, trasformandola in un suo alleato antirusso. Hanno ceduto la sua sovranità effettiva perché, per parafrasare uno dei padri fondatori del nazionalismo polacco contemporaneo, Roman Dmowski, “odiano la Russia più di quanto amino l’Ucraina”. Questi tre fattori si sono rivelati assolutamente catastrofici per l’Ucraina.
Ricapitolando, l’Ucraina si stava già orientando verso la NATO prima di “EuroMaidan”, ma l’ascesa al potere di ultranazionalisti sostenuti dall’Occidente dopo “EuroMaidan” ha peggiorato le relazioni con la Russia e ha portato l’Ucraina a subordinarsi all’Occidente come suo strumento anti-russo. Questo ha reso, a posteriori, inevitabile l’operazione speciale russa . Di conseguenza, il fattore cruciale dietro il progressivo collasso dello Stato ucraino è stato “EuroMaidan”, che ha strumentalizzato il sentimento ultranazionalista radicato nella società.
Risalendo ancora più indietro nel tempo, il suddetto virus ideologico assunse la sua prima forma significativa nel 1929 con l'” Organizzazione dei Nazionalisti Ucraini “, che passò sotto il patrocinio dei servizi segreti della Germania tra le due guerre e, in ultima analisi, sotto il loro controllo . Quello che iniziò come un gruppo terroristico-separatista che prendeva di mira la Polonia tra le due guerre, i cui cittadini furono poi sterminati , si evolse in un culto antisovietico che fu mantenuto in vita dalla diaspora dopo la Seconda Guerra Mondiale. Furono proprio loro a riportare questo virus in Ucraina dopo il 1991.
Da allora fino a “EuroMaidan”, questo virus ideologico si è diffuso nella società con il supporto di “ONG” finanziate dai governi occidentali, influenzando gradualmente i politici e la gente comune fino a quando i suoi seguaci più zelanti hanno preso il controllo dello Stato nel 2014. Questo processo contestualizza il motivo per cui l’Ucraina ha cercato di entrare nella NATO anni prima, invece di perseguire pragmaticamente un equilibrio tra Russia e Occidente, che avrebbe almeno preservato la sua demografia rafforzando al contempo la sua economia e la sua sicurezza, anziché compromettere tutti e tre gli aspetti.
Il massacro di massa dei polacchi da parte degli ucraini durante la Seconda Guerra Mondiale è stato a tutti gli effetti un genocidio che Kiev deve riconoscere formalmente per ottenere il sostegno di Varsavia alla sua candidatura all’adesione all’UE, finché il presidente Karol Nawrocki rimarrà in carica.
Il maresciallo del Sejm Włodzimierz Czarzasty ha rispecchiato il nuovo atteggiamento più intransigente nei confronti dell’Ucraina, adottato dalla sua coalizione liberale al governo, nei suoi recenti commenti sulle prospettive di adesione del Paese all’UE. Nelle sue parole : “L’adesione dell’Ucraina all’UE richiederà agli ucraini di ripensare tutti gli aspetti della loro storia. Perché l’UE è, dopotutto, una democrazia, l’UE si basa sui valori, non è solo un bancomat (…). Questo significa anche chiamare genocidio per quello che è. Questa è storia, e nessuna nazione può sfuggire alla storia.”
Si tratta di un’allusione al recente omaggio reso da Zelensky alla Volinia. L’ OUN-UPA ha riconosciuto i responsabili del genocidio a livello statale e ha autorizzato la costruzione di un ” pantheon nazionale ” in cui si prevede la sepoltura dei resti di tali figure, in particolare di Stepan Bandera. Questi sviluppi hanno confermato che l’Ucraina è indiscutibilmente diventata uno stato anti-polacco e hanno spinto il presidente conservatore Karol Nawrocki a revocare l’Ordine dell’Aquila Bianca, la più alta onorificenza polacca, a Zelensky.
La coalizione liberale di Czarzasty inizialmente aveva criticato la mossa di Nawrocki, ma ha presto cambiato idea sotto la pressione dell’opinione pubblica, con l’intento di mantenere il potere dopo le prossime elezioni del Sejm dell’autunno 2027, in seguito al crescente malcontento dei polacchi nei confronti dell’Ucraina e del suo popolo, secondo sondaggi attendibili . Per quanto riguarda le sue ultime dichiarazioni, pur essendo politicamente motivate e quindi probabilmente insincere, rimangono comunque valide, dato che all’inizio dell’estate si era valutato che ” la trasformazione dell’Ucraina in uno stato anti-polacco non era inevitabile “.
L’adesione e l’utilizzo del “nazionalismo negativo” da parte dell’Ucraina post-Maidan probabilmente non cesseranno, a meno che la Russia non orchestri un cambio di regime, sostenendo gli sforzi dei suoi nuovi alleati per denazificare militarmente il resto dell’Ucraina e aiutandola a sopravvivere all’inevitabile guerra civile che ne conseguirebbe. Considerata l’improbabilità di tale scenario, per ragioni che esulano dagli scopi di questa analisi, si può presumere che il banderismo rimarrà indefinitamente la “religione di stato” dell’Ucraina.
Le ragioni sono evidenti, ovvero che ha contribuito a legittimare falsamente Zelensky e la sua cerchia nel contesto del conflitto armato in corso tra il loro paese e la Russia , e che molti ucraini hanno già perso parenti che hanno combattuto, in parte (volontariamente o meno), in difesa della suddetta “religione”. Porre fine al banderismo, cosa che la Polonia potrebbe probabilmente fare senza sparare un colpo se minacciasse semplicemente di smettere di essere lo stato di transito per il 90% delle importazioni militari ucraine dalla NATO, equivarrebbe quindi a una rivoluzione.
Alla luce di quanto sopra, non ci si aspetta che le autorità banderiste post-Maidan riconoscano il genocidio della Volinia, poiché ciò screditerebbe la “religione di stato” del loro paese, ma nessun membro dell’UE, a parte la Polonia, se ne preoccupa e un numero considerevole dei suoi funzionari, come Czarzasty, lo fa comunque solo per ragioni elettorali. ” L’Ucraina non entrerà mai nell’UE finché Nawrocki rimarrà presidente della Polonia “, ma se verrà sostituito da un liberale nel 2030 o dopo la scadenza del suo secondo mandato nel 2035, allora Varsavia potrebbe aiutare Kiev ad aderire.
Questo perché, secondo la rivista Foreign Policy, l’Irlanda è recentemente diventata un protettorato francese.
L’ambasciatore russo in Irlanda, Yury Filatov, ha avvertito il suo paese ospitante all’inizio di agosto che “le conseguenze più gravi” potrebbero seguire all’invio da parte di Dublino dell’esercito irlandese per abbordare le navi sospettate di violare le sanzioni anti-russe, dopo la recente approvazione della relativa legislazione che lo consente. Per contestualizzare, l’Irlanda è formalmente neutrale ma intrattiene stretti legami con la NATO, sebbene sia anche stata sottoposta a pressioni occidentali dall’inizio dell’anno per la sua continuaalluminaEsportazioni verso la Russia.
Si è parlato molto anche della “flotta ombra” russa che attraversa le acque irlandesi per eludere i tentativi franco-britannici di sequestrarla, e di una presunta nave spia russa che avrebbe sorvegliato quasi il 75% dei cavi transatlantici che attraversano o si trovano in prossimità della zona economica esclusiva irlandese. A contestualizzare questa attenzione mediatica e politica sensazionalistica va considerato il fatto che l’Irlanda è un paese praticamente smilitarizzato, privo di significative capacità militari. Pertanto, non può sequestrare la “flotta ombra” russa da sola.
Ecco il significato dell’articolo di Foreign Policy di metà giugno su come ” l’Irlanda stia diventando un protettorato militare francese “. A tal proposito, “a gennaio Dublino e Parigi hanno firmato un quadro strategico congiunto che durerà fino al 2030. A febbraio è seguito un accordo di cooperazione militare che riguarda l’addestramento congiunto, la condivisione di informazioni di intelligence e altri settori. Ancora più significativo, l’Irlanda ha esternalizzato quasi interamente alla Francia i suoi appalti militari, compresi il controllo legale, amministrativo e logistico”.
Inoltre, “Parigi controllerà anche la manutenzione e le catene di approvvigionamento necessarie per l’utilizzo a lungo termine di queste attrezzature, comandando al contempo l’addestramento delle truppe irlandesi competenti… Dal 2025, Dublino ha firmato contratti o avviato negoziati con il governo francese per oltre 1,4 miliardi di euro. Per dare un’idea delle proporzioni: il bilancio totale della difesa irlandese per il 2026 ammonta a soli 1,5 miliardi di euro”. Sorge quindi spontanea la domanda sul perché abbiano accettato questo rapporto di protettorato.
Dal punto di vista delle élite irlandesi, la pressione occidentale per l’integrazione di fatto del loro paese nella NATO sta diventando troppo forte per essere contrastata, quindi preferiscono affidarsi alla Francia, il loro “fratello maggiore”, per essere guidati, seppur tardivamente, in questo processo, piuttosto che al Regno Unito, per ovvie ragioni storiche. La Francia è ben lieta di offrire il proprio aiuto, dato che la sua leadership è ora in competizione con Germania e Regno Unito per diventare il leader europeo in materia di sicurezza militare nella ” NATO 3.0 “. Ciò richiede un’espansione della sua influenza.
Concedendo alla Francia un protettorato sull’Irlanda, quest’ultima acquisisce una maggiore influenza militare nell’Atlantico, che si aggiunge a quella già ottenuta dopo l’ingresso della Norvegia sotto il suo ombrello nucleare a fine maggio. Insieme all’estensione dell’ombrello nucleare alla Polonia il mese precedente, la Francia consolida la sua influenza militare e di sicurezza nell’Europa occidentale, settentrionale e centrale, ponendosi così sulla strada per diventare il principale alleato degli Stati Uniti nella “NATO 3.0”. Tuttavia, in tal caso, diventerebbe anche il principale avversario della Russia in Europa.
Tornando all’introduzione, il sequestro da parte dell’Irlanda della “flotta ombra” russa richiederebbe quasi certamente l’assistenza francese, dato che Dublino non possiede le capacità militari necessarie per realizzarlo, il che porterebbe alla creazione di un ulteriore fronte di contenimento guidato dalla Francia contro la Russia in Europa. Considerando anche il piano francese, simile a quello attuato durante la guerra in Siria, per rovesciare i governi filo-russi nel Sahel, si può concludere che la Francia ha riacceso la sua rivalità tra grandi potenze con la Russia, una nuova variabile nella nuova Guerra Fredda.
Una lettura consecutiva di due recenti rapporti suggerisce che questo scenario non può essere escluso.
Il presidente finlandese Alexander Stubb ha dichiarato in modo enigmatico ai media locali che “a un certo punto, sarà necessario instaurare un dialogo a livello europeo, e forse il ruolo più importante in questo senso sarà svolto dai paesi che condividono un confine con la Russia”. Questa sua singolare affermazione è giunta pochi giorni dopo che il New York Times (NYT) aveva riportato che Gran Bretagna, Francia e Germania – collettivamente note come E3 – stavano facendo progressi sui piani, annunciati all’inizio dell’estate, per riprendere il dialogo ufficiale con la Russia.
Secondo il New York Times, la Gran Bretagna è più titubante riguardo a questa iniziativa, dopo il recente cambio di leadership, rispetto a Francia e Germania, confermando in parte un recente rapporto sui problemi all’interno della loro “coalizione dei volenterosi”, ma tutti e tre i Paesi stanno comunque procedendo con il progetto. Il quotidiano cita anche funzionari anonimi che hanno ammesso che “alcuni Paesi più piccoli, in particolare quelli confinanti con Russia e Ucraina, come gli Stati baltici e l’Ungheria, non si fidano completamente di Germania e Francia per quanto riguarda la rappresentanza dei loro interessi”.
Il New York Times ha aggiunto, in modo significativo, che l’E3 si limiterà a “consultare” “Polonia, Italia e Paesi nordici”, mentre l’UE sarà “tenuta informata e successivamente coinvolta”, dando così credito ai timori dei Paesi baltici, finlandesi e polacchi che Gran Bretagna, Francia e Germania possano stringere un accordo con la Russia a loro sfavore. Ciò è ironico, dato che il New York Times ha menzionato che l’E3 intende riprendere il dialogo ufficiale con la Russia proprio per scongiurare lo scenario in cui gli Stati Uniti stringano un accordo con la Russia a loro danno. Questo chiarisce anche la curiosa osservazione di Stubb.
Tornando al discorso precedente, tra gli intellettuali polacchi si sta diffondendo una nuova ondata di discussioni sull’Intermarium, che si riferisce alla manifestazione moderna dei piani del maresciallo Józef Piłsudski, leader polacco del periodo tra le due guerre, per un blocco anti-russo tra Finlandia, Stati baltici, Polonia e Romania. I lettori possono approfondire il ruolo guida che la Polonia dovrebbe svolgere in questo contesto qui , ma è sufficiente che i lettori occasionali sappiano che, nell’ultimo anno, si è già formato un ” cordone sanitario ” attorno alla Russia su questo fronte.
L’Europa occidentale, rappresentata dall’E3 e dall’Intermarium (guidato dalla Polonia?), in cui la Finlandia svolge un ruolo chiave, ha interessi militari e di sicurezza diversi nei confronti della Russia, secondo la visione delle rispettive leadership. L’Intermarium auspica il pieno sostegno degli altri alleati europei della NATO in qualsiasi scenario di emergenza con la Russia, mentre l’E3 – due dei cui membri sono dotati di armi nucleari e il terzo, la Germania, starebbe valutando la possibilità di dotarsi di armi nucleari – è relativamente (e qui entra in gioco la qualificazione) più cauto. Ciò accresce la diffidenza.
L’attrito tra le rispettive visioni dell’architettura di sicurezza europea ideale del dopoguerra, che si formerà attraverso una complessa interazione tra la NATO europea sostenuta dagli Stati Uniti e la Russia, potrebbe portare l’Europa occidentale e l’Intermarium ad avviare dialoghi rivali con la Russia. L’E3 rappresenta già il primo gruppo, mentre il secondo potrebbe essere rappresentato da un tandem polacco-finlandese il cui obiettivo, come spiegato in precedenza , sarebbe quello di negoziare un nuovo modus vivendi con la Russia nell’era postbellica.
Ciò consentirebbe loro di guidare congiuntamente la costruzione dell’architettura di sicurezza europea del dopoguerra insieme alla Russia, conferendo così al fianco orientale della NATO (che si sovrappone all’Intermarium) un’influenza ben maggiore in questo processo rispetto all’E3 e rimodellando di conseguenza le dinamiche interne alla NATO. Si tratta di uno scenario plausibile, ma richiede che la Polonia e/o la Finlandia si oppongano all’E3 avviando al più presto un dialogo diretto con la Russia. Dato che il governo polacco è politicamente diviso, la prerogativa potrebbe ricadere su Stubb.
È significativo che il dibattito politico lettone sulle sanzioni anti-russe si stia spostando da un’approvazione incondizionata alla richiesta di qualcosa di tangibile in cambio da parte dell’UE, considerando la reputazione del paese per la sua linea dura nei confronti della Russia.
La Lettonia, proprio come i suoi vicini Estonia e Lituania, è nota per le sue politiche anti-russe. Gli Stati baltici hanno una storia complessa con la Russia, per usare un eufemismo, che ne plasma le posizioni attuali. Ecco perché sono stati tra i più ferventi sostenitori dell’Ucraina a livello mondiale. Ciò contestualizza anche la loro decisione di aumentare la spesa per la difesa, parallelamente all’approvazione di tutte le precedenti ondate di sanzioni dell’UE. Quest’ultimo aspetto, tuttavia, potrebbe non essere più dato per scontato, visti i recenti sviluppi in Lettonia.
Politico ha richiamato l’attenzione sulla richiesta del Primo Ministro Andris Kulberg a Bruxelles di “consegnare 7 miliardi di euro per contribuire a coprire i costi militari ed economici del confronto con la Russia”. Il quotidiano ha calcolato che “il denaro, che Riga vuole aggiungere ad altri fondi stanziati per il Paese, ammonterebbe a quasi la metà della spesa per la difesa prevista per la Lettonia, pari a 15,1 miliardi di euro nell’arco di sette anni”. Kulberg ha aggiunto che il denaro tornerebbe comunque in Europa occidentale, dato che è lì che la Lettonia acquista gran parte delle sue armi.
Il leader di un partito populista che si posiziona al terzo posto nei sondaggi in vista delle prossime elezioni parlamentari del 3 ottobre, ha lasciato aperta, in un altro articolo di Politico, la possibilità di porre il veto a un’ulteriore serie di sanzioni contro la Russia, a meno che la Lettonia non riceva qualcosa di concreto in cambio della sua approvazione. Il giornale ha anche menzionato che un partito apparentemente filo-russo è al secondo posto nei sondaggi ma, come l’AfD tedesca, “è considerato off-limits dai partiti tradizionali” e potrebbe quindi non entrare a far parte della prossima coalizione.
In ogni caso, l’aspetto più importante dell’articolo di Politico è che mette in luce il nuovo approccio pragmatico adottato dai politici lettoni nei confronti delle sanzioni anti-russe, mentre i costi dell’aumento delle spese militari e delle crescenti restrizioni commerciali alla Russia continuano a salire senza sosta. Invece di continuare ciecamente a infliggere danni economici sempre maggiori al proprio paese, i principali esponenti politici, da Kulberg agli altri due partiti populisti e presumibilmente filo-russi, vogliono cambiare rotta.
Questo è quasi certamente una risposta alle lamentele della popolazione riguardo al peso sempre maggiore che grava sul contenimento della Russia, in un contesto in cui la Lettonia funge da punto di innesco per l’escalation delle tensioni tra NATO e Russia attraverso l’articolo 5 e per agevolare gli attacchi dei droni ucraini tramite il presunto corridoio aereo verso San Pietroburgo. Se il Primo Ministro non avesse chiesto qualcosa in cambio dell’approvazione di ulteriori sanzioni dell’UE, che danneggiano direttamente l’economia del suo Paese, il partito, apparentemente filo-russo, avrebbe potuto ottenere ancora più consensi.
Kulberg ha quindi adottato il suo nuovo approccio pragmatico nei confronti delle sanzioni anti-russe in risposta alle pressioni politiche interne in vista delle prossime elezioni. Tuttavia, potrebbe non abbandonare questa retorica dopo le elezioni, considerando la risonanza che ha presso la popolazione e per timore di cedere terreno ai suoi rivali; pertanto, potrebbe appoggiare un eventuale veto dei populisti qualora formassero una coalizione con lui e l’UE rifiutasse le sue richieste di qualcosa di concreto in cambio dell’approvazione di ulteriori sanzioni.
In conclusione, è significativo che il discorso politico lettone sulle sanzioni anti-russe si stia spostando da un’approvazione incondizionata a una ricerca di compromessi, considerando la reputazione del paese per la sua linea dura nei confronti della Russia, inevitabile a posteriori a causa dei crescenti costi di questa politica e di quella militare lettone. Ciò non significa che la Lettonia minaccerà di porre il veto alle prossime sanzioni dell’UE se non otterrà ciò che desidera, ma non si può escludere questa possibilità, dato che il prossimo ciclo di sanzioni dovrebbe coincidere con le prossime elezioni parlamentari.
Negare che la Russia si trovi ad affrontare alcune sfide socio-economiche sarebbe disonesto, ma non vi sono ragioni credibili per aspettarsi in futuro una crisi sociale simile a quelle del 1917 e del 1991.
Andrey Klepach, capo economista della Vnesheconombank (la banca statale russa per lo sviluppo), ha lasciato il suo incarico lo scorso fine settimana in seguito alla tempesta mediatica scatenata dalle sue critiche all’economia, espresse a fine maggio durante un evento organizzato dal Nikitsky Club della Borsa di Mosca. I suoi commenti, considerati scandalosi, sono riportati a pagina 37 del loro rapporto (qui) , ma poiché sono in russo, chi non conosce la lingua dovrebbe utilizzare Google Traduttore. Questo articolo riassumerà brevemente le sue dichiarazioni e ne valuterà l’accuratezza.
Secondo Klepach, sebbene l’economia russa non crollerà, “gli investimenti sono crollati e non c’è crescita, tantomeno crescita della produttività”. La Russia, a suo avviso, “sta rimanendo indietro” e “stiamo perdendo la corsa globale, sia tecnologicamente che economicamente. E, come ho già detto, stiamo perdendo non solo rispetto a Cina e Stati Uniti, ma per certi aspetti anche rispetto all’Ucraina”. Ha affermato che la sua continua sopravvivenza economica è dovuta esclusivamente agli aiuti occidentali e ha esortato i suoi compatrioti a dissipare l'”illusione” di un suo imminente collasso.
Klepach ha inoltre dichiarato che “non vinceremo la corsa competitiva in questa guerra di logoramento ” a causa dei costi crescenti, che includono “un declino della qualità dell’assistenza sanitaria”, una situazione “fortemente disomogenea” in ambito scientifico e tecnologico e una crescente disuguaglianza. Ha poi affermato di essere “quasi certo che ci troveremo ad affrontare una crisi sociale” altrettanto inaspettata di quelle del 1917 e del 1991. Klepach ha concluso dicendo che “non collasseremo economicamente, ma il nostro divario con gli altri si amplierà, portando con sé tutte le conseguenze del caso”.
È interessante notare che, all’inizio di aprile, il direttore generale del Consiglio russo per gli affari internazionali, Ivan Timofeev, in un articolo rivisto qui più tardi nello stesso mese, ha auspicato riforme di modernizzazione di vasta portata, avvertendo in modo inquietante che la Russia è “condannata a perire” senza di esse. Non è stato altrettanto specifico quanto Klepach nel descrivere le sfide attuali della Russia, ma è comunque degno di nota il fatto che le abbia vagamente accennate. Quanto alla sostanza di quanto affermato da Klepach, è discutibile se la situazione sia davvero così grave.
Da un lato, ha sollevato un punto importante sul rischio che la Russia rimanga indietro rispetto ai suoi pari, ma storicamente è già rimasta indietro per poi recuperare terreno grazie a rapidi periodi di sviluppo. La stessa tendenza potrebbe benissimo ripetersi in futuro, soprattutto se una soluzione politica al conflitto ucraino dovesse portare anche solo a una graduale revoca delle sanzioni, argomento trattato più approfonditamente qui , qui , qui , qui e qui . Anche in assenza di ciò, la Russia potrebbe comunque recuperare terreno da sola, ma potrebbe volerci un po’ più di tempo.
Comunque sia, non c’è alcuna ragione credibile per aspettarsi una crisi sociale simile a quelle del 1917 e del 1991. Klepach potrebbe davvero credere che sia possibile, e la sua precedente posizione di prestigio conferisce una parvenza di credibilità a questo scenario, ma non ha spiegato come sia giunto a tale conclusione. È quindi comprensibile perché i suoi commenti abbiano scatenato una tale tempesta mediatica, e sarebbe stato meglio se il Nikitsky Club non li avesse pubblicati, visti gli involontari danni politici che hanno causato alla Russia.
In definitiva, negare che la Russia si trovi ad affrontare alcune sfide socio-economiche è disonesto, ma una crisi sociale non è all’orizzonte. La Russia persevererà nonostante le difficoltà legate alle sanzioni che sta subendo per difendere la propria sovranità. Inoltre, la sua popolazione nel suo complesso non è incline a protestare, nemmeno se non fosse legalmente limitata come accade già da diversi anni, figuriamoci a scatenare rivolte; pertanto, qualsiasi complotto occidentale di ” rivoluzioni colorate” che tenti di sfruttare le critiche di Klepach per fomentare disordini è destinato a fallire.
È nell’oggettivo interesse di sicurezza nazionale del paese conservare le sue scorte, il cui valore è in costante aumento, e parte di queste potrebbero essere trasferite all’Ucraina in un secondo momento, ma solo in cambio di vantaggi concreti da parte di altri paesi, in particolare Germania e Stati Uniti.
Il viceministro della Difesa polacco Cezary Tomczyk ha affermato che “sono proprio il Comandante Supremo delle Forze Alleate in Europa, il generale Grynkiewicz, e l’amministrazione statunitense, a inoltrare molto spesso questi appelli al governo polacco affinché fornisca missili per i sistemi Patriot , ove possibile”. Ha tuttavia aggiunto che la coalizione di governo liberale non si è ancora pronunciata in merito, probabilmente a causa del clamore nazionale suscitato dall’ultima volta che la questione è stata sollevata all’inizio della primavera, e reso pubblico solo quest’estate.
A metà primavera, il Primo Ministro Donald Tusk aveva affermato che la Russia avrebbe potuto testare l’articolo 5 entro pochi mesi, non anni. Tuttavia, la sua retorica si è rivelata vuota dopo che il trasferimento segreto di cinque missili intercettori Patriot all’Ucraina, da parte del suo governo, è stato scoperto in seguito a una fuga di notizie ai media. Dopotutto, si potrebbe obiettare che Tusk non crede veramente a ciò che dice se ha donato quella che la CNN ha recentemente definito “l’arma più ricercata al mondo”, le cui scorte globali sono state notevolmente ridotte dalla Terza Guerra del Golfo .
Tornando a Tomczyk, ha anche affermato che la Polonia si sta preparando alla guerra con la Russia e ha dato falsa credibilità a precedenti notizie secondo cui la Russia starebbe pianificando gravi provocazioni che potrebbero portare a tale conflitto, il che, inavvertitamente, riduce la flessibilità del suo governo sulla questione del trasferimento di intercettori all’Ucraina. Se Tusk e Tomczyk credono davvero a ciò che dicono, non autorizzerebbero ulteriori trasferimenti, soprattutto dopo il clamore nazionale che ne è seguito l’ultima volta e che potrebbe influenzare le prossime elezioni del Sejm nell’autunno del 2027 .
Allo stesso tempo, ” Il recente patto di difesa polacco-tedesco privilegia indiscutibilmente gli interessi di Berlino rispetto a quelli di Varsavia “, e la vicinanza di Tusk a Berlino – che ha spinto il cardinale grigio dell’opposizione conservatrice ad accusarlo di essere un ” agente tedesco ” – potrebbe portarlo a eseguire gli ordini di Berlino, se richiesti. Curiosamente, agirebbe anche per conto degli Stati Uniti, nonostante le tensioni con Trump, il che creerebbe una situazione paradossale. Lo stesso vale se l’opposizione conservatrice continuerà a opporsi a questi trasferimenti.
Nonostante Tusk sia un fervente sostenitore della Germania, i suoi oppositori conservatori, con i quali si è alternato al governo negli ultimi vent’anni, sono altrettanto filoamericani, il che li pone su posizioni opposte a quelle degli Stati Uniti su questa questione. Così come la vicinanza di Tusk a Berlino potrebbe indurlo a cedere alle richieste del governo ucraino, magari con il pretesto della “solidarietà con l’Ucraina”, allo stesso modo la loro vicinanza a Washington potrebbe portarli ad attenuare la loro opposizione e a chiudere un occhio, qualora la proposta venisse approvata.
Comunque sia, la Polonia dovrebbe resistere alle pressioni statunitensi per trasferire ulteriori intercettori Patriot all’Ucraina, poiché è nell’oggettivo interesse di sicurezza nazionale del paese mantenere il suo arsenale, sempre più prezioso, che potrebbe eventualmente essere trasferito all’Ucraina in futuro, ma solo in cambio di vantaggi concreti da parte di Germania e Stati Uniti. Le lodi dei sostenitori di ciascuna delle due parti del duopolio al governo in Polonia non sarebbero sufficienti, e qualsiasi politico che accettasse solo questo in cambio rischierebbe di essere accusato di essersi venduto o peggio.
La perdita dell’accesso al litio argentino potrebbe, a lungo andare, creare problemi al complesso militare-industriale russo.
A metà luglio, l’ambasciatore russo in Argentina, Dmitry Feoktistov, ha condiviso alcune cattive notizie sui rapporti bilaterali. Ha dichiarato a Izvestia che la cooperazione nel settore dell’energia nucleare è in una fase di stallo dal 2022 a causa delle sanzioni americane, nonostante queste fossero state imposte durante il mandato del presidente multipolare di sinistra Alberto Fernandez, dal quale ci si sarebbe potuti aspettare una disobbedienza unilaterale. Come prevedibile, le sanzioni sono state mantenute dal presidente radicalmente filoamericano Javier Milei dopo la sua rapida ascesa al potere nel 2023.
Secondo Izvestia, “inoltre, il governo Milei ha annunciato la privatizzazione della società nucleare statale Nucleoelectrica Argentina, ha aderito al programma nucleare statunitense FIRST e ha firmato un contratto da 1,2 miliardi di dollari con la società americana Meitner Energy per la costruzione di un piccolo reattore ACR-300”. Hanno anche contattato l’ambasciata argentina, che ha dichiarato che “l’Argentina è in grado di soddisfare completamente il proprio fabbisogno nucleare senza aiuti esterni”. Questo, di fatto, invalida il contratto dell’Argentina con Rosatom.
Allo stesso modo, Feoktistov ha confermato che la Russia è stata costretta a spostare il suo focus regionale sul litio dall’Argentina alla vicina Bolivia a causa delle sanzioni americane, ma Izvestia ha aggiunto che il suo piano di riserva è stato congelato da quando il nuovo presidente filoamericano ha deciso di sottoporre il progetto a una verifica, probabilmente per ragioni politiche. Hanno poi citato un esperto che prevede “o costose importazioni spot da Cile, Cina e Australia, oppure l’urgente e oneroso sviluppo dei propri giacimenti con geologia complessa”.
Lo stesso esperto ha affermato che “i progetti nazionali di estrazione del litio (tra cui il giacimento di Kolmozerskoye nella regione di Murmansk e i progetti in Siberia) possono compensare solo parzialmente la carenza, poiché ci vorranno dai 5 ai 10 anni dall’esplorazione alla produzione commerciale. Nei prossimi anni, queste miniere non colmeranno la carenza di materie prime a causa della necessità di ingenti investimenti nella lavorazione”. Questa risorsa è necessaria per scopi militari, industriali ed elettronici, ha aggiunto Izvestia, il che la rende altamente strategica.
Nel suo discorso al ” Forum sulle tecnologie del futuro ” del febbraio 2025, Putin si è lamentato dicendo: “Non estraiamo ancora il litio. Ma come possiamo farne a meno? È ovvio per gli specialisti. Eppure siamo in grado di farlo. E avremmo potuto iniziare a farlo 10-15 anni fa”. All’inizio di quest’estate, quindi circa 15 mesi dopo, ” Il vice primo ministro russo ha delineato la strategia del suo paese per le terre rare “. È stato vago, ma l’analisi precedente, a cui si fa riferimento tramite un link, osserva che la Russia ha bisogno di capitali e tecnologie stranieri.
Queste risorse potrebbero essere acquisite dal Quad guidato dagli Stati Uniti, nell’ipotesi che un cessate il fuoco in Ucraina sia seguito da un allentamento graduale delle sanzioni, al fine di facilitare l’accesso dell’Occidente alle risorse russe correlate e ridurre così la sproporzionata dipendenza di tale blocco dal suo rivale sistemico cinese. Certamente, la Russia potrebbe comunque sviluppare le sue miniere di litio e di altre terre rare senza capitali e tecnologie occidentali, ma potrebbe risultare più costoso (soprattutto in termini di dirottamento di fondi da altri investimenti) e richiedere più tempo.
Per la Russia è sempre stato rischioso dipendere da Stati che rientrano nella tradizionale sfera d’influenza statunitense, come l’Argentina, per l’approvvigionamento dei minerali critici necessari al suo complesso militare-industriale, quando possiede a sua volta giacimenti di tali risorse. Per questo Putin si è lamentato del fatto che la Russia avrebbe dovuto svilupparli molto tempo fa. Il costo opportunità derivante da tale mancato sviluppo è enorme, ma parzialmente recuperabile a patto che la Russia abbia la volontà politica di fare finalmente ciò che è necessario, soprattutto se raggiungerà un accordo con gli Stati Uniti per sbloccare capitali e tecnologie occidentali.
Pur mantenendo pragmaticamente legami economici ed energetici con la Russia, la Turchia rimane uno dei suoi più antichi rivali, un fatto che diplomatici ed esperti russi farebbero bene a tenere sempre presente.
La portavoce del Ministero degli Esteri russo, Maria Zakharova, si è recentemente detta sorpresa dalla rivendita all’Ucraina di un lotto di armamenti di fabbricazione statunitense. Tra questi, “12 sistemi lanciarazzi multipli e oltre 2.500 munizioni a grappolo non guidate, oltre a 47.000 proiettili a grappolo da 203 mm e 70 missili a corto raggio ATACMS”. La Zakharova si è detta colta di sorpresa da questo accordo, dato che, come ha affermato, Stati Uniti e Turchia “aspirano a svolgere un ruolo speciale nella risoluzione della crisi ucraina”.
Zakharova ha poi avvertito che “i tentativi di sfruttare la retorica di pace mentre si forniscono armi ai nazisti ucraini minano inevitabilmente la fiducia reciproca, soprattutto considerando che le autorità turche hanno più volte garantito il loro impegno ad astenersi dal fornire armi letali a Kiev”. Sebbene non sia chiaro se ci saranno conseguenze per le relazioni russo-turche, nulla di tutto ciò avrebbe dovuto sorprenderla, soprattutto non il ruolo della Turchia in questo nuovo accordo sulle armi.
Come recentemente ricordato all’esperto russo Farhad Ibragimov, dopo che questi aveva minimizzato la sfida che la Turchia rappresenta per il suo Paese, ” la Turchia rappresenta una sfida geostrategica per la Russia indipendentemente dalla NATO “, soprattutto oggigiorno lungo tutta la periferia meridionale della Russia, nel Caucaso meridionale, nel Mar Caspio e in Asia centrale. L'”Incrocio Trump per la pace e la prosperità internazionale” ( TRIPP ) dell’agosto 2025 serve al duplice scopo implicito di creare un corridoio logistico militare della NATO che dalla Turchia si addentri nel cuore dell’Eurasia.
Considerate le importanti conseguenze strategiche dell’operazione TRIPP, che consistono nel rafforzare il fianco meridionale del “cordone sanitario” attorno alla Russia e che potrebbero persino innescare un’altra operazione speciale in futuro, la Russia avrebbe dovuto dare per scontato che la Turchia avrebbe continuato ad armare l’Ucraina. Purtroppo, esperti russi come Ibragimov, il presidente del Consiglio russo per gli affari internazionali Dmitriy Trenin e il direttore del programma del Valdai Club Timofey Bordachev hanno tutti minimizzato la minaccia rappresentata dalla Turchia.
Ciò potrebbe aver contribuito a indurre nei responsabili politici un falso senso di sicurezza, spiegando in parte la sorpresa di Zakharova per il ruolo della Turchia in questo nuovo accordo sugli armamenti, che di per sé è molto sorprendente e suggerisce che il Ministero degli Esteri non comprenda appieno la minaccia rappresentata dal TRIPP. Del resto, sia il direttore del Terzo Dipartimento per la CSI, Mikhail Kalugin, sia il viceministro degli Esteri, Mikhail Galuzin, hanno minimizzato l’importanza di questo progetto negli ultimi mesi, il che è in linea con le valutazioni degli esperti citati in precedenza.
Una maggiore consapevolezza della minaccia che la Turchia rappresenta per la Russia, soprattutto attraverso l’accordo TRIPP, non implica che la Russia debba intraprendere azioni militari preventive di alcun tipo. Piuttosto, ciò ottimizzerebbe la formulazione e l’attuazione delle politiche, i cui dettagli specifici possono solo essere oggetto di speculazione. La cosa più importante, tuttavia, è che i suddetti processi non siano più viziati da un persistente ottimismo ingenuo nei confronti della Turchia, come sembra accadere attualmente e che rischia di portare alla formulazione di politiche non ottimali.
Nella migliore delle ipotesi, la sorpresa di Zakharova per il ruolo della Turchia in questo nuovo accordo sugli armamenti servirà da campanello d’allarme, atteso da tempo, per l’istituzione che rappresenta. Non è cosa da poco che la Turchia stia rivendendo all’Ucraina una tale quantità di armamenti di produzione statunitense a quasi cinque anni dall’inizio della fase su larga scala di questo conflitto. Pur mantenendo pragmaticamente legami economici ed energetici con la Russia, la Turchia rimane uno dei suoi più antichi rivali, un aspetto che diplomatici ed esperti russi farebbero bene a tenere sempre a mente.
Se la “questione giapponese” (in mancanza di un termine migliore) non verrà presto risolta pacificamente, il rischio che scoppi una terza guerra mondiale nell’Asia nord-orientale aumenterà vertiginosamente.
L’ambasciatore cinese in Russia, Zhang Hanhui, ha pubblicato un articolo tempestivo sull’agenzia di stampa pubblica TASS in occasione dell’80 ° anniversario del Tribunale penale internazionale di Tokyo , la versione giapponese del Processo di Norimberga, di cui la maggior parte degli occidentali non è a conoscenza. Zhang ha iniziato citando fatti relativi alla rimilitarizzazione del Giappone, in violazione delle Dichiarazioni del Cairo e di Potsdam , nonché dell’Atto di resa del Giappone . Tra questi, vari sviluppi missilistici e navali, esportazioni di armi e il Libro bianco sulla difesa del 2026 .
A questo proposito, Zhang ha scritto che “Tokyo sta anche cercando attivamente di partecipare ai meccanismi militari pertinenti della NATO, accelerando la sua integrazione nell’Alleanza Atlantica”. Ha poi sottolineato che “il Giappone giustifica le sue conquiste coloniali e nega la giustizia del ritorno di Taiwan alla Cina”. Forse l’aspetto più preoccupante per la Cina è che il suo rivale storico, responsabile del genocidio di circa 35 milioni di cinesi , sta flirtando con le armi nucleari e potrebbe produrle in massa se venisse presa la decisione.
Di fronte alla riemersione della minaccia regionale rappresentata dalla rapida rimilitarizzazione del Giappone e dai suoi discorsi sul nucleare, Zhang ha concluso dichiarando che “la Cina e la Russia sono pronte, insieme ad altri Paesi impegnati nella difesa della giustizia storica e dell’ordine giuridico internazionale, a sostenere con fermezza la corretta interpretazione della storia della Seconda Guerra Mondiale, a reprimere risolutamente qualsiasi tentativo di far rivivere il militarismo giapponese, a salvaguardare la pace conquistata a fatica e a promuovere la formazione di un ordine internazionale più giusto e razionale”.
Il suo minaccioso avvertimento dovrebbe essere preso sul serio, poiché si allinea anche con la valutazione della Russia sul Giappone. Un anno fa, Nikolai Patrushev, stretto collaboratore di Putin, rilasciò un’intervista ai media locali in cui sostanzialmente sosteneva che ” il Giappone svolgerà un ruolo molto più importante nel promuovere l’agenda americana in Asia “. Verso la fine dell’anno, dopo le controverse dichiarazioni del nuovo Primo Ministro Sanae Takaichi sull’impegno militare del Giappone nei confronti di Taiwan, si è poi osservato che ” il Giappone potrebbe sfidare la Cina prima del previsto “.
La rapida rimilitarizzazione del Giappone e le sue dichiarazioni sul nucleare rappresentano quindi una seria minaccia anche per la Russia, che potrebbe essere neutralizzata preventivamente dagli Stati Uniti riformando radicalmente l’AUKUS+ per rimuovere il ruolo guida del Giappone, come proposto qui , oppure la Russia e la Cina potrebbero farlo preventivamente per via militare. Avrebbero il diritto internazionale di farlo in virtù dello status del Giappone come “stato nemico” nella Carta delle Nazioni Unite , ma in questo scenario gli Stati Uniti potrebbero minacciare ritorsioni a causa del loro patto di mutua difesa, rischiando così una Terza Guerra Mondiale.
Il programma nucleare nordcoreano e i relativi test erano un tempo la causa delle crisi regionali nell’Asia nord-orientale, ma ora il ruolo del Giappone si è assunto con la sua rimilitarizzazione e le sue stesse dichiarazioni sul nucleare. Mentre le suddette mosse della Corea del Nord minacciano un solo Stato dotato di armi nucleari, quelle del Giappone ne minacciano due, e il loro comune rivale americano è anche un alleato nella difesa reciproca. Se la “questione giapponese” (per mancanza di un termine migliore) non verrà presto risolta pacificamente, il rischio di una terza guerra mondiale nell’Asia nord-orientale aumenterà vertiginosamente.
La Siria dovrebbe accettare le limitazioni imposte da Israele all’addestramento fornito dalla Russia alle sue forze, impegnandosi al contempo a interrompere i legami di sicurezza militare con la Turchia e ad avviare ispezioni doganali congiunte con la Russia lungo la ferrovia dell’Hejaz (qualora venisse riattivata) per impedire alla Turchia di utilizzarla per scopi militari.
Israele e Turchia sono impegnate in una guerra di parole dopo che Israele ha bombardato una base aerea nel nord della Siria, vicino ad Aleppo, la città più grande del Paese, con la motivazione che le forze turche si stavano preparando a schierarsi lì. La Siria ha negato l’accaduto, ma un articolo di Majdi Halabi su The Media Line ha fatto luce sulle valutazioni di Israele. Secondo lui , “la dottrina di sicurezza israeliana classifica una minaccia non in base alla sua legittimità, ma in base al suo effetto sulla libertà di movimento aereo”.
Ha spiegato che “un radar convenzionale gestito da un membro della NATO limita gli aerei israeliani più di un missile a spalla nelle mani di un membro di un gruppo armato. Secondo questo criterio, una partnership legittima e un’infiltrazione illegittima diventano equivalenti, e il rifacimento di una pista di atterraggio diventa un motivo valido per bombardarla”. Qualunque sia la propria opinione sui meriti di una simile politica, essa implica una certa logica che, a suo modo, ha un suo senso.
In sostanza, l’ultimo bombardamento israeliano della Siria aveva lo scopo di impedire un fatto compiuto turco, in base al quale la Turchia avrebbe prima limitato la libertà di movimento aereo di Israele sulla Siria settentrionale, per poi estendere gradualmente questa zona di interdizione al volo di fatto più a sud, e probabilmente avrebbe anche schierato forze in quella direzione in parallelo. Più i caccia e le altre forze turche sono dislocate vicino a Israele, meno tempo ha Israele per reagire in caso di crisi, alla quale i responsabili politici si stanno ora preparando in seguito all’escalation della rivalità dopo il 7 ottobre .
L’influenza turca sulla Siria è diventata una questione più delicata che mai per Israele, soprattutto dopo l’annuncio, avvenuto all’inizio di questo mese, della ” NATO islamica ” tra Turchia, Arabia Saudita e Pakistan. Siria e Giordania si trovano tra i primi due Paesi e potrebbero cadere ulteriormente sotto la loro influenza strategico-militare, fino a diventare di fatto protettorati, se non membri a pieno titolo (anche se solo nominalmente), dopo il completamento da parte della Turchia della riattivazione della ferrovia dell’Hejaz che collega tutti e quattro. Tale scenario è stato approfondito in questo articolo .
Proprio come la competizione tra Cina e Giappone per la Corea alla fine del XIX secolo portò a una guerra tra i due Paesi, così anche quella tra Israele e Turchia all’inizio del XXI secolo per la Siria potrebbe sfociare nello stesso epilogo, ma ciò potrebbe essere evitato attraverso una diplomazia creativa se Damasco avesse la volontà politica. ” Le relazioni russo-siriane sono entrate in una nuova era ” dopo il memorandum d’intesa firmato all’inizio di agosto tra i due Paesi sul futuro delle basi russe in Siria, che diventeranno centri di addestramento congiunti.
Questo nuovo modello di addestramento congiunto potrebbe consentire alla Russia di mantenere il suo ruolo di protettrice della Siria, anziché essere sostituita dalla Turchia, come Israele teme, rendendo inevitabile una guerra tra i due Paesi. Tuttavia, è probabile che la Russia rispetti le sensibilità di Israele limitando chi addestra (ad esempio, escludendo “ex” terroristi) e con quali equipaggiamenti. Allo stesso modo, se Damasco acconsentisse a ispezioni doganali congiunte russo-siriane lungo la ferrovia dell’Hejaz, Mosca garantirebbe che non vengano trasportate armi o altro materiale bellico più a sud.
Certamente, la proposta di cui sopra impone significative restrizioni alla sovranità siriana, ma è il modo più realistico per scongiurare una guerra israelo-turca per la Siria. La Russia neutralizzerebbe di fatto il proprio dilemma di sicurezza attraverso questi mezzi, consentendo così alla Siria di ricostruirsi senza il timore di un’altra guerra di vasta portata. La Repubblica Araba potrebbe comunque cooperare strettamente con la Turchia in materia di commercio e investimenti, ma la cooperazione militare-di sicurezza sarebbe fuori discussione, il che allevierebbe le preoccupazioni dello Stato ebraico.
L’Occidente non fa mai nulla senza avere in mente un qualche vantaggio personale.
A fine luglio, la Comunità economica degli Stati dell’Africa occidentale (ECOWAS) ha formalmente approvato il gasdotto sottomarino Nigeria-Marocchia. La costruzione di questo megaprogetto da 25 miliardi di dollari dovrebbe iniziare nel 2028 e si estenderà per oltre 4.000 chilometri lungo la costa dell’Africa occidentale, fornendo all’UE 30 miliardi di metri cubi (m³) di gas all’anno. La crescente importanza della Nigeria per l’UE porrà questo partner ufficiale dei BRICS più saldamente sotto l’influenza occidentale, e lo stesso vale per il blocco ECOWAS di cui è a capo.
Sebbene i 30 miliardi di metri cubi rappresentino solo circa un quinto di quanto la Russia forniva all’UE durante il periodo di massimo splendore dei loro scambi energetici, contribuiscono comunque ad alimentare l’economia del blocco e saranno presumibilmente più economici del GNL che l’UE ha iniziato a importare su larga scala dagli Stati Uniti dopo le sanzioni imposte alla Russia nel 2022. I legami più stretti tra UE e Nigeria completeranno quelli sempre più stretti tra Stati Uniti e Nigeria sotto l’amministrazione Trump 2.0, il che potrebbe in ultima analisi portare l’UE a dare alla Nigeria il potere di agire come garante regionale per procura.
Sebbene non abbia ancora dato seguito alla presunta invasione antiterrorismo del Mali, accennata dal suo Ministro della Difesa all’inizio di maggio e che probabilmente avrebbe come scopo un cambio di regime qualora si concretizzasse, la Nigeria potrebbe comunque svolgere questo ruolo in futuro con il sostegno occidentale. Se l’Alleanza Saheliana, di cui il Mali fa parte, sopravvivesse all’attuale offensiva ibrida, simile a quella siriana , non si potrebbe escludere una guerra nigeriana contro il blocco, sostenuta dall’Occidente, alla quale potrebbero partecipare anche altri Stati dell’ECOWAS.
La BBC ha citato Charles Majomi, esperto di energia ed ex consigliere del governo nigeriano, il quale ha affermato che “[il gasdotto Nigeria-Marocchino] segna un cambiamento rispetto ai modelli attuali, in cui il gas viene tipicamente estratto dai paesi africani, raffinato e lavorato all’estero e poi rispedito nei paesi africani a un prezzo tre o quattro volte superiore”. Sarebbe ovviamente uno sviluppo positivo per gli altri stati dell’ECOWAS ricevere gas a un prezzo molto più basso, ma l’Occidente non fa mai nulla senza avere in mente un qualche vantaggio personale.
In questo caso, il rafforzamento delle loro economie dovrebbe indurli ad acquistare più materiale bellico dall’Occidente, con l’effetto complessivo di consolidare le loro forze armate e trasformare l’ECOWAS in un blocco militare più potente guidato dalla Nigeria. Mentre Guinea e Togo potrebbero rifiutarsi di partecipare a un’eventuale campagna contro l’Alleanza Saheliana a causa dei loro legami pragmatici con essa e dei crescenti rapporti con la Russia, ci si aspetta che gli altri paesi vi prendano parte qualora si verificasse. Inoltre, sono già filo-occidentali.
In definitiva, il gasdotto nigeriano-marocchino promuove effettivamente gli interessi economici di tutti i paesi coinvolti, ma ha anche una forte valenza geopolitica, poiché l’obiettivo a lungo termine è consolidare l’influenza occidentale tra gli stati dell’ECOWAS, che peraltro si trovano anche in posizioni strategiche lungo le coste. Il concetto di “Occidente globale” si sta quindi espandendo dal suo nucleo nordatlantico per includere non solo gli alleati degli Stati Uniti nell’area Asia-Pacifico, ovvero i paesi del Golfo, Israele e l’America Latina, ma ora anche l’Africa occidentale.
A dirla tutta, l’Intesa sino-russa non può fare nulla per fermare l’oleodotto nigeriano-marocchino, e qualsiasi tentativo in tal senso verrebbe percepito come un tentativo di ostacolare lo sviluppo degli stati dell’Africa occidentale a scapito del loro soft power. Ciò che possono fare, tuttavia, è intensificare il sostegno all’Alleanza Saheliana e impegnarsi al massimo per riportare la Nigeria dalla loro parte nella Nuova Guerra Fredda. È molto più facile a dirsi che a farsi, ma non è impossibile, quindi potrebbero presto provarci.
Anziché lasciare che Giappone e Corea del Sud assumano un ruolo guida nel contenimento della Cina, gli Stati Uniti manterrebbero tale ruolo, pur riconoscendo la RPDC come potenza nucleare e approvando un accordo di pace russo-giapponese, semplificando così la sicurezza regionale e riducendo il numero di punti critici che potrebbero condurre alla Terza Guerra Mondiale.
Trump ha confermato di aver ripreso i contatti con Kim Jong Un, leader della Corea del Nord, il giorno dopo aver ridimensionato la partecipazione degli Stati Uniti alle esercitazioni militari annuali su larga scala con la Corea del Sud. Il Wall Street Journal ha inoltre riportato, lo stesso giorno, che Trump sta valutando la possibilità di un altro vertice con Kim a novembre, in quanto si troverà in Asia orientale per il prossimo vertice della Cooperazione Economica Asia-Pacifico (APEC). La possibile ripresa dei colloqui tra Trump e Kim potrà avere successo solo se l’alleanza AUKUS+ verrà radicalmente riformata.
Si riferisce alla rete militare di stampo NATO che gli Stati Uniti intendono creare in tutto il Pacifico occidentale, dal Giappone nell’Asia nord-orientale alla Nuova Zelanda in Oceania. L’obiettivo è contenere la Cina; in caso contrario, gli Stati Uniti e i loro partner regionali dovrebbero già trovarsi in una posizione militare e logistica sufficientemente solida da poter rispondere adeguatamente a qualsiasi evenienza, sia essa di lieve entità o grave. Un Giappone rimilitarizzato e una Corea del Sud dotata di sottomarini nucleari di fabbricazione statunitense sono componenti fondamentali di questa rete.
Quei due sono rivali della RPDC, quindi progressi in tal senso – per non parlare dello scenario in cui uno o entrambi sviluppino armi nucleari – aggraverebbero le tensioni con loro, rischiando di far precipitare la possibilità di una Terza Guerra Mondiale per un errore di valutazione. Kim non ha mai preso in considerazione la denuclearizzazione e soprattutto non lo farà dopo la Terza Guerra del Golfo congiunta tra Stati Uniti e Israele contro l’Iran. Se Trump 2.0 vuole continuare a contenere la Cina senza rischiare una Terza Guerra Mondiale per un errore di valutazione con la RPDC, allora deve riformare radicalmente l’AUKUS+.
Invece di ” guidare da dietro “, come sperano di fare in Europa e in Medio Oriente , lasciando che i partner con interessi comuni assumano la guida nel contenimento di Russia e Iran, gli Stati Uniti dovrebbero “guidare dal fronte”, mantenendo le proprie presenze militari in Giappone e nella Corea del Sud o addirittura espandendole. Questi due Paesi non dovrebbero essere predisposti a guidare il contenimento della Cina, poiché semplicemente non ne sono in grado a meno che non sviluppino armi nucleari, il che rischierebbe di provocare un primo attacco da parte della Cina e/o della RPDC; pertanto, gli Stati Uniti dovrebbero continuare a guidare l’operazione.
Se le relazioni tra la RPDC e gli Stati Uniti si normalizzassero, cosa che può accadere solo se gli Stati Uniti riconoscono la RPDC come potenza nucleare e accettano almeno una graduale revoca delle sanzioni con criteri di ripristino (ad esempio, se la RPDC effettua ulteriori test nucleari o missilistici balistici), allora anche le relazioni della RPDC con il Giappone e la Corea del Sud si normalizzerebbero. Ciò screditerebbe uno dei principali argomenti addotti dai falchi a favore della militarizzazione e del nucleare, che gli Stati Uniti potrebbero scoraggiare con dazi doganali, se necessario, e con operazioni di intelligence come punizione qualora la RPDC continuasse a ignorare tali argomentazioni.
Allo stesso modo, se le relazioni russo-giapponesi si normalizzassero in seguito all’approvazione da parte degli Stati Uniti del compromesso del 1956 , qui proposto in chiave pragmatica , non ci sarebbe alcuna possibilità che la Russia si allei con la RPDC e/o la Cina contro il Giappone a proprio vantaggio e a vantaggio degli Stati Uniti, semplificando così la sicurezza regionale. Il fronte nord-orientale della Nuova Guerra Fredda si troverebbe quindi solo tra Cina e Stati Uniti, sebbene con le forze cinesi presenti in Giappone e nella Corea del Sud, ma sarebbe molto più stabile rispetto a un’ipotetica situazione in cui Giappone, Corea del Sud, RPDC e Russia fossero tutti attori attivi.
Ricapitolando, l’AUKUS+ rischia di scatenare la Terza Guerra Mondiale a causa di un errore di valutazione e, quantomeno, aumenta la probabilità di una risposta di tipo trilaterale tra Russia, RPDC e Cina. Entrambi questi scenari possono essere evitati riformando radicalmente questo concetto. Invece di affidare la guida del contenimento della Cina a Giappone e Corea del Sud, sarebbero gli Stati Uniti a mantenere questo ruolo, riconoscendo la RPDC come potenza nucleare e approvando un accordo di pace russo-giapponese. La sicurezza regionale dipenderebbe quindi dai legami tra Cina, RPDC e Stati Uniti, che risulterebbero molto più stabili.
Questa regione riveste un ruolo di primaria importanza nelle loro narrazioni nazionali, sia storiche che contemporanee.
Il 1° agosto , Cina e India hanno ripreso gli scambi commerciali transfrontalieri lungo l’Himalaya , sospesi per sei anni a causa prima del COVID e poi delle tensioni bilaterali esplose dopo i sanguinosi scontri dell’estate 2020 nella valle del fiume Galwan. Come riportato da RT , “Entrambe le parti hanno avviato misure per rafforzare la fiducia, tra cui la ripresa dei voli diretti e l’aggiornamento del regime dei visti. L’India ha recentemente iniziato a consentire investimenti cinesi in settori strategici della sua economia”. Tutto ciò deriva dall’accordo di de-escalation raggiunto nell’autunno del 2024 .
Ci sono voluti quasi due anni per concordare quest’ultima misura volta a rafforzare la fiducia reciproca, ma questa mossa è immensamente simbolica per il ruolo importante che l’Himalaya riveste nelle rispettive narrazioni nazionali, sia storiche che contemporanee. Questa regione è anche il luogo in cui, oltre cinque anni fa, si sono verificati i sanguinosi scontri di cui si è parlato in precedenza. La ripresa degli scambi commerciali transfrontalieri attraverso l’Himalaya, che torneranno a essere limitati per quanto riguarda il numero di commercianti e merci , dimostra che la fiducia reciproca sta crescendo.
È un dato impressionante, considerando che la Cina continua silenziosamente ad espandere la sua influenza nell’Asia meridionale attraverso il suo tradizionale partner pakistano e il suo recentemente ristabilito partner bengalese , con entrambi i quali l’India ha problemi di varia entità, mentre l’India si sta posizionando per controllare lo Stretto di Malacca insieme all’Indonesia. Allo stesso tempo, Cina e India rimangono i principali clienti petroliferi della Russia e gli Stati Uniti potrebbero imporre nuovamente dazi punitivi (questa volta fino al 100% ) su uno o entrambi i paesi se la nuova legislazione venisse approvata.
Nonostante il coinvolgimento indiretto dei paesi vicini, come accennato, i contorni della rivalità sino-indiana rimangono bilaterali, ed entrambe le parti sanno bene che gli Stati Uniti vogliono sfruttare i loro problemi per dividerli e governarli; da qui la possibile decisione di rafforzare ulteriormente i legami. Tutto ciò non implica che risolveranno presto le cause profonde delle loro controversie, ma la decisione congiunta di riprendere simbolicamente gli scambi commerciali transfrontalieri suggerisce una profonda consapevolezza strategica da parte di entrambe le parti.
Sebbene sia improbabile che abbiano esplicitamente concordato di fare quanto segue, di fatto mantengono comunque strette relazioni con la Russia, gestiscono la rivalità bilaterale e respingono i tentativi degli Stati Uniti di metterli l’uno contro l’altro. L’esempio dato dai due paesi più popolosi del mondo, membri anche dei BRICS e della SCO, potrebbe ispirare altri paesi, e persino coppie di paesi rivali, a considerare di emulare il loro pragmatico equilibrio. Ciò sarà particolarmente vero se la distensione dovesse durare.
Si tratta di una possibilità plausibile, data l’importanza simbolica della ripresa degli scambi commerciali transfrontalieri, avvenuta dopo altre misure di rafforzamento della fiducia, di maggiore rilevanza militare ed economica, contrariamente a quanto ci si potrebbe aspettare da osservatori superficiali. Mentre per l’occidentale medio potrebbe essere difficile comprenderlo, per le leadership cinese e indiana questa mossa simbolica era probabilmente intesa, per ragioni culturali, a celebrare congiuntamente i progressi compiuti negli ultimi due anni.
Dopotutto, è stato proprio sull’Himalaya che i loro scontri mortali, oltre cinque anni fa, hanno quasi portato a un’altra guerra tra i due Paesi, e la regione riveste un ruolo di primaria importanza nelle loro narrazioni nazionali, sia storiche che contemporanee. È quindi appropriato che quest’ultima misura di rafforzamento della fiducia sia giunta dopo le altre, suggerendo che la distensione sia destinata a durare. Naturalmente, tutto può sempre accadere, ma gli scenari peggiori, qualora si verificassero, favorirebbero maggiormente gli interessi degli Stati Uniti rispetto a quelli di entrambi i Paesi.
La Russia e gli altri partner BRICS farebbero bene ad avviare una propria campagna di pressione dietro le quinte a suo sostegno.
All’inizio di agosto, Bloomberg ha citato documenti giudiziari sudafricani per sostenere che la Russia avrebbe finanziato il tentativo fallito di fuga dal paese da parte del famoso attivista panafricanista Kemi Seba, avvenuto all’inizio di quest’anno per evitare l’estradizione in Benin con l’accusa di reati politici, scatenata dalla sua opinione sul fallito colpo di stato dello scorso anno. Seba è stato arrestato da agenti in incognito che si spacciavano per contrabbandieri, ai quali aveva chiesto aiuto per attraversare il confine con lo Zimbabwe, e rimane tuttora in custodia. La prossima udienza per l’estradizione è fissata per il 23 settembre .
Sebbene il Benin abbia legami pragmatici con la Russia, tra cui la possibilità per la sua marina di fare scalo nella capitale, è ancora considerato molto vicino al suo ex colonizzatore francese. Questo è importante perché Seba è nato in Francia da genitori beninesi, è stato arrestato in passato dalla Francia per il suo attivismo e privato della cittadinanza francese nel 2024. È famoso per aver denunciato le politiche neocolonialiste francesi in Africa e per aver organizzato manifestazioni di protesta. Il Benin potrebbe quindi agire su ordine della Francia cercando di arrestarlo.
Allo stesso modo, si potrebbe sostenere che il Sudafrica stia facendo la stessa cosa, pur essendo membro dei BRICS e praticando apertamente quella che oggettivamente può essere definita una politica estera multipolare, forse sotto pressione. Dopotutto, non era necessario che Seba fosse infiltrato con agenti sotto copertura, il che rivela anche che la sua polizia segreta lo stava monitorando. Sebbene sia possibile che una fazione filo-occidentale del suo “stato profondo” sia responsabile della sua persecuzione, la responsabilità ultima ricade comunque sul governo nel suo complesso, le cui azioni sono condannabili.
A rendere il tutto ancora più scandaloso di quanto non lo sia già, i documenti del tribunale sudafricano affermano che “Séba avrebbe dovuto recarsi in Zimbabwe e volare in Europa per compiere attentati terroristici lì e nel Regno Unito, e le informazioni menzionavano anche che la persona era stata addestrata dai russi ed era estremamente pericolosa”. Bloomberg non ha specificato se in quei documenti fossero state presentate prove a sostegno di tale affermazione, quindi non dovrebbe essere presa per buona, ma è probabile che si tratti piuttosto di un pretesto per tenerlo dietro le sbarre.
L’attivismo panafricano di Seba è in realtà anche nell’interesse oggettivo del Sudafrica, quindi è sorprendente che il Paese lo perseguiti, pur essendo sotto pressione. Dopotutto, ha resistito agli Stati Uniti di fronte alla campagna di pressione di Trump 2.0, che superficialmente riguardava i boeri ma che, come spiegato all’epoca, aveva ben altro da offrire. È quindi difficile immaginare che ceda alle pressioni su una questione simbolicamente significativa come la persecuzione di Seba. Soprattutto se le pressioni provengono dalla Francia.
È interessante notare che l’attivismo panafricanista di Seba promuove anche gli interessi oggettivi della Francia, poiché un’Africa sovrana, prospera e stabile, come quella che egli immagina, ridurrebbe i flussi migratori in uscita, e inoltre la Francia e gli altri paesi europei godrebbero di un contesto di investimento molto più prevedibile. Il problema, tuttavia, è che lo Stato francese nel suo complesso crede soggettivamente che i suoi interessi risiedano nel sottomettere e sfruttare l’Africa. Ecco perché la Francia odia così tanto Seba ed è probabilmente dietro la sua persecuzione.
Tutto sommato, lo scenario migliore sarebbe che il Sudafrica rilasciasse Seba e gli permettesse di lasciare il paese, magari per recarsi in Russia, dove sarebbe più al sicuro. Tuttavia, considerando che lo ha già trattenuto in custodia per tutto questo tempo, la probabilità che ciò accada è bassa. Dato che il Sudafrica lo sta probabilmente perseguitando sotto pressione degli Stati Uniti e/o della Francia (quest’ultima è la più probabile responsabile), la Russia e gli altri partner BRICS farebbero bene ad avviare una propria campagna di pressione dietro le quinte a suo sostegno.
È prematuro prevedere che il Somaliland permetterà ai suoi alleati americani, emiratini e/o israeliani di colpire gli Houthi da lì, ma certamente consentirà loro di stazionare alcuni dei loro aerei da combattimento in loco per scoraggiare un’invasione da parte della Somalia con l’aiuto dell’Egitto e/o della Turchia, garantendo così la sua stessa sopravvivenza.
Nello stesso mese, gli alleati degli Emirati Arabi Uniti hanno sfidato senza successo l’Arabia Saudita in Yemen, ottenendo così l’espulsione delle forze emiratine e la perdita di influenza complessiva nel Paese. Questo ha reso il Somaliland ancora più importante per gli Emirati Arabi Uniti, in quanto ultimo avamposto rimasto nel Golfo di Aden. Va precisato che gli Emirati Arabi Uniti e il Somaliland sono partner stretti da anni, quindi la notizia riportata da Le Monde sulla costruzione di una base aerea da parte dei primi nel secondo non sorprende. Non è nemmeno inaspettato che anche Stati Uniti e Israele possano utilizzarla.
Secondo alcune fonti, gli Stati Uniti starebbero valutando la possibilità di diversificare la propria presenza militare regionale, riducendo la dipendenza dal Gibuti, paese sempre più allineato alla Cina, mentre Israele ha formalmente riconosciuto il Somaliland, come già accennato. Il Somaliland confina direttamente con Gibuti, quindi non sarebbe difficile trasferirvi parte, o addirittura tutta, l’infrastruttura militare statunitense. Confina inoltre con la Somalia, dove gli Stati Uniti conducono occasionalmente attacchi e raid antiterrorismo contro Al Shabaab, rendendo così il Somaliland un partner militare molto attraente per gli Stati Uniti.
Queste osservazioni avvalorano la notizia riportata da Le Monde, secondo cui gli Stati Uniti potrebbero finire per utilizzare la nuova base aerea che gli Emirati Arabi Uniti starebbero costruendo presso l’aeroporto di Berbera, così come potrebbe fare Israele. Tutti e tre sono inoltre stretti alleati e condividono interessi di sicurezza regionale molto simili, che il Somaliland potrebbe consentire loro di sfruttare dal proprio territorio, a differenza di Gibuti, che non permette agli Stati Uniti di colpire gli Houthi dalle basi presenti sul suo territorio. Il calcolo del Somaliland potrebbe essere che i benefici complessivi di tale operazione superino di gran lunga i rischi per la sicurezza.
Su questo argomento, Netanyahu ha dichiarato in vista della prima fase della TerzaGolfoSi dice che Israele stia creando un cosiddetto ” Esagono ” nella regione per contrastare quello che è stato descritto come “l’asse sciita radicale… e l’emergente asse sunnita radicale”, ed è probabile che il Somaliland svolga un ruolo in questa rete. All’inizio dell’anno era stato avvertito che ” la presunta stretta collaborazione turco-egiziana in Sudan potrebbe essere di cattivo auspicio per il Somaliland “, dato che questi sono i doppi sostenitori della Somalia e appoggiano le sue rivendicazioni sul Somaliland.
Il Somaliland non sopravvivrebbe a un attacco da parte di nessuna delle due fazioni, motivo per cui la sua speranza più realistica di sopravvivenza è quella di ospitare forze americane, emiratine e israeliane a scopo di deterrenza, dato che il costo potenziale di un attacco degli Houthi impallidisce rispetto al suddetto scenario di invasione. Sebbene sia prematuro prevedere che il Somaliland permetterà che la sua nuova base aerea presso l’aeroporto di Berbera venga utilizzata contro gli Houthi, certamente consentirà ai suoi alleati di basarvi alcuni dei loro aerei a scopo di deterrenza.
Se l’esistenza del Somaliland venisse di conseguenza garantita, è possibile che altri Stati si uniscano a Israele nel riconoscerlo ufficialmente, il che potrebbe rimodellare le dinamiche regionali se ciò portasse il Somaliland a svolgere un ruolo più importante nel facilitare il commercio globale con l’Etiopia, paese senza sbocco sul mare. È il secondo paese più popoloso dell’Africa, con un tasso di crescita del PIL altissimo, pari al 9,2% secondo la Banca Mondiale, quindi l’attrattiva economica del riconoscimento del Somaliland è comprensibilmente allettante per molti. Per ora, tuttavia, il Somaliland deve garantire la propria sopravvivenza.
Nel complesso, la sua intervista è stata di routine, senza rivelazioni significative, con la parte più importante riguardante i loro futuri rapporti incentrati sulla connettività.
L’ambasciatore pakistano in Russia, Faisal Niaz Tirmizi, ha rilasciato la sua seconda intervista all’agenzia TASS quest’anno, all’inizio di agosto, dopo la prima di metà maggio . Oltre a ribadire l’interesse del Pakistan a mediare tra Stati Uniti e Iran, ha approfondito il tema delle relazioni bilaterali, argomento che verrà esaminato in questo articolo in quanto si basa sulla sua visione di legami incentrati sulla connettività, condivisa nella precedente intervista. Tirmizi ha iniziato facendo riferimento a quanto sopra menzionato in relazione alle sue speranze per un corridoio commerciale terrestre.
Ha inoltre affermato che il Pakistan ha già avviato il processo di negoziazione di un accordo di libero scambio con l’Unione Economica Eurasiatica e prevede di concluderlo entro due anni. Ciò è ora possibile grazie all’instaurazione di relazioni diplomatiche ufficiali con l’Armenia lo scorso anno, dopo essere stato l’ultimo Paese al mondo a farlo, un passo che aveva rimandato a lungo per solidarietà con l’Azerbaigian nel contesto della questione del Nagorno -Karabakh.Conflitto . Tirmizi ha poi parlato del prossimo viaggio in Russia del Primo Ministro Shehbaz Sharif.
È stato rinviato dall’inizio di marzo a causa del terzoGolfoGuerra , e ora prevede che la visita avrà luogo in autunno. Secondo lui, “sarà instaurata una cooperazione attiva in ambito economico, sociale e mediatico. Saranno firmati tra otto e dieci accordi”. Una cooperazione più stretta nel campo dell’IA è inoltre all’orizzonte, dato che Pakistan e Russia sono due dei numerosi membri fondatori della neonata Organizzazione globale per la cooperazione sull’intelligenza artificiale, che avrà sede in Cina.
Un altro degli sforzi di Tirmizi per espandere ulteriormente i legami bilaterali riguarda il suo lavoro per aumentare il numero di studenti pakistani in Russia e il numero di turisti russi in Pakistan, al fine di rafforzare i legami tra i popoli. Su questo tema, ha anche espresso la speranza che gli scambi culturali attraverso la moda, l’arte, la musica e il cinema crescano. Nel complesso, la sua intervista è stata di routine, senza rivelazioni particolarmente significative, con la parte più importante riguardante i futuri legami incentrati sulla connettività.
Il corridoio commerciale a lungo previsto tra i due Paesi attraverso l’Afghanistan non è più politicamente fattibile a causa della serie di attacchi transfrontalieri da entrambe le parti, rispettivamente gli attacchi terroristici sostenuti dai talebani in Pakistan e le rappresaglie aeree e di artiglieria pakistane contro i campi terroristici in Afghanistan, che hanno compromesso le loro relazioni. Ciononostante, Timirzi ha accennato al Caucaso meridionale nella sua intervista in relazione al recente riconoscimento dell’Armenia da parte del Pakistan, quindi la connettività con la Russia attraverso l’Iran e l’Azerbaigian è certamente possibile.
Affinché ciò accada, tuttavia, il Pakistan dovrebbe rimanere militarmente neutrale nel caso in cui la Terza Guerra del Golfo dovesse riesplodere con tutta la sua forza. Questo potrebbe rivelarsi estremamente difficile a causa del suo ruolo di “principale alleato non NATO” e dei suoi obblighi di difesa reciproca nei confronti dell’Arabia Saudita, sanciti dall’accordo stipulato nel settembre 2025. Se il Pakistan partecipasse alle ostilità contro l’Iran, anche il suddetto corridoio commerciale alternativo con la Russia attraverso l’Iran diventerebbe politicamente impraticabile, vanificando così la visione di Tirmidhi.
Nel complesso, le relazioni tra Pakistan e Russia rimangono promettenti e il viaggio di Sharif in Russia, riprogrammato per questo autunno, porterà i rapporti bilaterali a un livello superiore. Gli scambi commerciali sono ancora ben al di sotto del loro pieno potenziale, ma la difficoltà di sviluppare su larga scala la logistica terrestre è solo una parte del problema; l’altra è rappresentata dalla forte influenza statunitense che ancora rende il Pakistan restio a concludere un importante accordo energetico con la Russia. Se questa situazione dovesse cambiare, i legami bilaterali fiorirebbero, ma è bene non farsi troppe illusioni.
Nel 1952, a Na San, il generale Salan aveva decimato le forze del Vietminh attirandole in una battaglia frontale. In Mali, dopo aver ottenuto fino a quel momento solo scarsi risultati militari, i russi hanno appena inferto un duro colpo alla coalizione tuareg tendendole la trappola di Anéfis, nella quale essa è caduta.
Dopo cinque giorni di combattimenti, il 9 luglio, l’offensiva tuareg contro l’accampamento di Anéfis, punto nevralgico del Mali settentrionale, si è rivelata un sanguinoso fallimento per i tuareg, schiacciati dalla potenza di fuoco del contingente russo. Tuttavia, a differenza dei Fulani che combattono nella parte meridionale del Sahel, i Tuareg maliani non dispongono di riserve demografiche e non sono riusciti a convincere i loro fratelli del Niger e dell’Algeria a schierarsi dalla loro parte. Inoltre, i loro «cugini minori», gli Imghad e i Daoussak, li combattono… Il loro «serbatoio» di combattenti è stato quindi gravemente intaccato.
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Come conseguenza immediata, la diplomazia russa ha imposto la ripresa dei contatti tra l’Algeria e il Mali, i suoi due alleati in guerra. Già dal 10 luglio, l’Algeria e il Mali hanno così annunciato il ritorno dei propri ambasciatori e la riapertura dei propri spazi aerei ai voli civili e militari. La trappola di Anéfis aveva rimescolato le carte e la storia dimostrava, ancora una volta, che non bisogna mai vendere troppo presto la pelle dell’orso russo…
Il numero di agosto 2026, che gli abbonati riceveranno il 1° agosto, conterrà un’analisi approfondita di questa battaglia e delle sue importantissime conseguenze regionali.
MALI : ANÉFIS UN « NA SAN » MALIANO ?
Il 10 luglio 2026, ovvero il giorno successivo alla riconquista di Anéfis da parte delle forze russo-maliane, l’Algeria e il Mali annunciarono il ritorno dei propri ambasciatori e la riapertura dei propri spazi aerei ai voli civili e militari. Il ripristino delle relazioni diplomatiche tra l’Algeria, che sostiene i Tuareg, e il Mali, che li combatte, può cambiare gli equilibri regionali? La questione si pone infatti poiché l’Algeria si trova ormai con le spalle al muro. O continua a fornire aiuto ai combattenti tuareg e la sua rottura con la Russia si accentuerà, oppure, al contrario, dato il mutato contesto, si allinea alla strategia russa che si basa sul rifiuto di qualsiasi secessione in Mali. Un rifiuto condiviso, del resto, da Algeri, che non vuole nemmeno l’indipendenza dell’Azawad, cosa che potrebbe dare idee ai propri tuareg. Le contraddizioni della politica algerina appaiono qui in tutta la loro evidenza.
MALI: L’ANÉFIS, UN «NA SAN» MALIANO?
Nel 1952, a Na San, il generale Salan aveva decimato le forze del Vietminh attirandole in una battaglia frontale. In Mali, mentre fino a quel momento avevano ottenuto solo scarsi risultati militari, i russi hanno inferto un duro colpo alla coalizione tuareg tendendole la trappola di Anéfis, nella quale essa è caduta.
Il 9 luglio, ad Anéfis, nel nord del Mali, dopo cinque giorni di combattimenti, i russi e le FAMa (Forze armate maliane) hanno inflitto pesanti perdite alla coalizione tuareg che riunisce (per il momento) gli indipendentisti del FLA (Fronte di liberazione dell’Azawad) e i tuareg islamisti del JNIM (Jamaat Nusrat al-Islam wal-Muslimin-Al-Qaeda) guidati da Iyad Agh Ghali. Le perdite umane subite dagli assalitori sono tanto più gravi in quanto i tuareg maliani non dispongono di riserve demografiche, essendo la loro popolazione totale stimata a circa meno di un milione di individui suddivisi in diverse confederazioni e clan (vedi l’articolo a pagina 8). In Mali, dopo aver subito perdite significative durante la battaglia di Tin Zawaten nel luglio 2024 contro i combattenti tuareg appoggiati dal confine algerino, i russi erano in una situazione di stallo. Si trovavano infatti di fronte a un problema classico, quello di un esercito convenzionale che deve affrontare una guerriglia che rifiuta gli scontri frontali. Tuttavia, rafforzata dalla vittoria di Kidal dello scorso aprile, la coalizione tuareg guidata da Iyad Agh Ghali, che riunisce gli indipendentisti del FLA (Fronte di liberazione dell’Azawad) e gli islamisti tuareg del JNIM, ha voluto consolidare la propria conquista territoriale tagliando l’asse Gao-Kidal per impedire qualsiasi offensiva delle forze armate maliane verso nord. Ma, per farlo, era necessario prima abbattere il blocco di Anéfis. Ben informati, i russi decisero allora di tendere una trappola ai tuareg, lasciando ad Anéfis solo una guarnigione esca. I Tuareg radunarono quindi tutte le loro forze e le lanciarono all’assalto della guarnigione, preparandosi nel contempo ad attaccare i convogli di soccorso che sarebbero stati inviati dai russi e dalle FAMa.
Le quattro fasi della battaglia di Anéfis
La battaglia di Anéfis (4–9 luglio 2026) si è svolta in quattro fasi: 1) All’alba del 4 luglio, gli assalitori lanciano un’ offensiva simultanea su diverse città del Mali, tra cui Anéfis, Konna, Sofara e Gao. Conquistano la città di Anéfis, mentre le FAMa e i russi dell’Africa Corps si trincerano nel campo militare, che continua a resistere. Nel frattempo, il JNIM conduce attacchi diversivi nel centro e nel sud del Paese per disperdere le forze maliane. 2) Dal 5 al 7 luglio si verificano tentativi di sblocco, ostacolati dalle imboscate tese dai Tuareg. Un primo convoglio partito da Gao viene respinto. Un secondo convoglio parte da Gao il 6 luglio, ma viene a sua volta bloccato da imboscate e droni kamikaze. 3) L’8 i combattimenti si intensificano intorno ad Anéfis, mentre i russi effettuano massicci attacchi aerei. 4) Il 9 luglio, un convoglio riesce a rompere il blocco e a raggiungere Anéfis. Dopo aspri combattimenti, aggira le posizioni dei Tuareg da est. Per evitare di essere a loro volta circondati, questi ultimi lanciano nuovi attacchi, ma, schiacciati dai raid russi, subiscono pesanti perdite umane e materiali. In serata, l’accampamento viene liberato e gli assalitori si ritirano. Il 10 luglio, lo stato maggiore maliano annuncia ufficialmente la riconquista di Anéfis e, in una conferenza stampa, illustra in dettaglio la strategia seguita dalle forze russo-maliane che, secondo lui, consisteva nel lasciare che i gruppi armati tuareg concentrassero le loro forze, per poi colpirli massicciamente prima di rompere l’assedio Il bilancio umano e materiale dei combattimenti, che non è ancora stato chiaramente stabilito, varia naturalmente molto a seconda delle fonti: – Secondo le FAMa / Africa Corps, più di 1.000 combattenti tuareg sarebbero stati neutralizzati e 14 veicoli corazzati distrutti. Alcune fonti russe parlano a loro volta di 2.000 combattenti uccisi e diverse decine di veicoli distrutti, ma nulla viene a confermare un simile bilancio. Secondo lo stato maggiore maliano, tra i morti figuravano il primo vice del capo dell’FLA, Mbarek Agh Akli, nonché il «braccio destro» del capo del JNIM, Abderrahman Zaza. – Da parte loro, i tuareg non forniscono dati sulle perdite, limitandosi ad affermare di aver inflitto alle FAMa e ai russi le loro «perdite più gravi» nella regione. Le uniche perdite confermate sono un elicottero Mi-24 e un aereo non identificato. Il FLA afferma tuttavia di aver perso «alcuni dei suoi figli migliori», il che lascia intendere che le perdite siano state effettivamente significative. Ciononostante, le capacità militari della coalizione tuareg sembrano ancora concrete, poiché sabato 18 luglio un convoglio logistico delle FAMa, partito da Anéfis per raggiungere Gao, è caduto in un’ imboscata molto sanguinosa. Un’imboscata che suscita perplessità, poiché la scorta russa del convoglio, che apriva la strada, precedeva di tanto i veicoli che avrebbe dovuto proteggere da essere già arrivata a Gao quando il convoglio delle FAMa è stato massacrato nell’ imboscata…
Un’altra analisi degli scontri di Anefis
«La coalizione tuareg ha dimostrato di poter bloccare un asse, decimare i convogli e abbattere un elicottero, (…) ma non ha dimostrato di poter conquistare e mantenere il controllo. Bamako e Mosca, dal canto loro, nascondono una verità ancora più sconcertante: ci sono voluti 6 giorni, 2 convogli, un rapporto di 2 mercenari russi per ogni soldato maliano e ausiliari tuareg del GATIA e del MSA, i «figli del deserto» gli unici in grado di interpretare il terreno, per rifornire un accampamento situato a un centinaio di chilometri da Gao. Lo Stato maliano ha dimostrato di poter sopravvivere ad Anéfis, non di controllare la strada che vi conduce. Controlla il campo per procura, con i russi nei cieli e i tuareg a terra, e il discorso sovranista viene così polverizzato dalle sue stesse cifre (…). (…) Anéfis ha appena dimostrato alle due parti belligeranti, e soprattutto ai loro sostenitori, che la soluzione militare è un pozzo senza fondo, che ogni rifornimento alla guarnigione costa ormai una battaglia in campo aperto e che l’ logoramento non produce alcun vincitore, ma solo comunicati stampa. (…) La verità di Anéfis è inquietante: quella di uno Stato che mantiene il proprio territorio solo grazie alla forza delle ali altrui, di fronte a una coalizione che non è ancora in grado di strapparglielo, e di una guerra che, in mancanza di un possibile vincitore, non produce altro che narrazioni. » Sambou Sissoko su Sahel Horizon, 15 luglio 2026.
CHI SONO I TUAREG DEL MALI?
In Mali, la popolazione tuareg è stimata a poco più di 800.000 persone, ma si tratta solo di una stima, poiché non disponiamo di dati ricavati dai censimenti che la riguardano.
I gruppi clanici tuareg costituiscono un’alchimia sociale fondata su tre criteri strutturanti: la filiazione matrilineare, la gerarchia tra nobili e tributari e l’appartenenza a confederazioni composte da clan a loro volta formati da lignaggi nobili, tributari o servili. In Mali, la confederazione tuareg politicamente dominante è quella dei Kel Adagh / Kel Ifoghas, meglio nota con il nome di Ifora, il cui cuore territoriale è la regione di Kidal, Tessalit, Aguelhok. Il FLA e il JNIM sono composti essenzialmente da membri Ifora. Poiché la popolazione Ifora è stimata tra 100.000 e 150.000 persone, le perdite subite ad Anéfis rappresentano quindi una vera e propria emorragia demografica. In Mali sono presenti anche altri gruppi tuareg. Tra questi gli Idnan della regione di Gao-Ménaka, una confederazione dalla reputazione guerriera legata agli Ifora, la cui popolazione è stimata a meno di 100.000 persone e alcuni dei cui lignaggi combattono a fianco delle FLA e del JNIM. Gli Imghad (o Tuareg «neri»), un tempo vassalli degli Ifora, sono i più numerosi tra tutti i Tuareg del Mali, poiché la loro popolazione è stimata a poco più di 200.000 persone. Molti dei loro clan combattono a fianco delle FAMa all’interno di una milizia denominata GATIA (Gruppo di autodifesa tuareg Imghad e alleati).
I DUE CONFLITTI DEL MALI
Fin dall’inizio del conflitto, nel periodo 2011-2014, la mia analisi si basa su una constatazione che all’epoca i decisori francesi non hanno voluto ammettere, ovvero che non siamo di fronte a un unico conflitto, ma a due conflitti distinti.
Questi due conflitti hanno origini diverse e la loro gestione richiede quindi mezzi diversi. Si tratta di: 1) Il conflitto tra federalisti e indipendentisti del nord, scatenato nel 2011 dai Tuareg. 2) Il successivo contagio islamico-fulani nel sud, nel Macina, in Burkina Faso e nella regione delle Tre Frontiere. La messa in luce di questa realtà, che andava contro le visioni dell’Eliseo – e che spiega la mia espulsione dall’ ESM di Coëtquidan e dalla Scuola di Guerra –, si basa sulla differenza di natura tra questi due conflitti: 1) Il primo, quello del nord, è di natura politico-etnica poiché ha origine dal posto riservato ai Tuareg all’interno del Mali unitario. Un posto che viene loro negato dall’etno-matematica elettorale, poiché costituiscono solo il 5% della popolazione del paese. 2) Il secondo, o più precisamente i secondi, poiché sono molteplici, sono quelli del sud. Complessi, intricati, invischiati nel jihadismo, le modalità di gestione che li riguardano sono diverse da quelle del primo. Contrariamente alla politica seguita dai decisori dell’ Eliseo, ho sempre difeso la linea che consiste nel spegnere innanzitutto il conflitto del nord, quello dei Tuareg, quello che, per effetto a catena, ha innescato gli altri, per poter poi concentrare gli sforzi sui conflitti del sud opportunamente presi in mano dal jihadismo. I russi sembrano aver compreso questa realtà, il che ovviamente non significa che avranno successo nella loro politica, tanto il loro comportamento sul campo è infatti spesso fuori luogo e persino erratico rispetto alle pratiche locali.
L’ALGERIA DOVRÀ SACRIFICARE I TUAREG?
Mentre era in corso la battaglia di Anéfis, la Russia imponeva la ripresa dei contatti all’Algeria e al Mali, i suoi due alleati in guerra. Il 10 luglio, all’indomani della vittoria russo-maliana ad Anéfis, l’Algeria e il Mali annunciarono così il ritorno dei propri ambasciatori e la riapertura dei propri spazi aerei ai voli civili e militari, aprendo così una nuova pagina nella geopolitica regionale. Ma la grave controversia algerino-maliana verrà forse cancellata o messa da parte a favore di interessi «superiori»? I prossimi mesi lo diranno.
La controversia tra Algeria e Mali si basa su un dato fondamentale: Algeri ha sempre sostenuto i movimenti tuareg, senza però fornire loro i mezzi per prevalere su Bamako. La preoccupazione dei leader algerini è infatti quella di fare di tutto per evitare la creazione di uno Stato tuareg sulle macerie del Mali, cosa che potrebbe dare idee ai propri tuareg, dato che il sud dell’Algeria è la cassa di risonanza dei problemi saharo-saheliani. Eppure, da diversi mesi, l’Algeria è intrappolata nelle «dinamiche» saheliane che non controlla più. Le autorità maliane la accusano, a ragione, di ingerenza attraverso i gruppi tuareg, mentre Algeri, preoccupata per la destabilizzazione del nord del Mali, cerca di proteggere i propri confini meridionali per evitare un contagio in termini di sicurezza verso Tamanrasset e l’Hoggar. La tensione tra Algeri e Bamako è stata aggravata dalla distruzione di un drone maliano da parte dell’esercito algerino vicino al confine comune nel marzo-aprile 2025, dalla decisione di Bamako di porre fine all’Accordo di Algeri del 2015, di cui l’Algeria era il principale mediatore, e dalle accuse di sostegno algerino ai gruppi armati che, il 25 aprile 2026, hanno condotto attacchi coordinati nel corso dei quali il ministro della Difesa maliano, Sadio Camara, è stato ucciso. Se fosse confermata, la «normalizzazione» tra Bamako e Algeri sarebbe il risultato dell’attiva diplomazia del ministro degli Affari esteri russo, Sergej Lavrov. Nel quadro della ridefinizione del «grande gioco» mediterraneo-sahariano-saheliano che Mosca sta cercando di avviare, il riavvicinamento tra il Mali e l’Algeria, i suoi due alleati in contrasto tra loro, è un presupposto fondamentale. Mosca ha quindi messo sul piatto della bilancia l’idea che la pace favorirebbe la priorità algerina, ovvero la realizzazione del gasdotto trans-sahariano Nigeria-Algeria. Tuttavia, questo colossale progetto non può vedere la luce senza un minimo di sicurezza, sia in Niger che in Mali. Ma per Algeri il tempo stringe, poiché il progetto concorrente del Marocco per il collegamento del Sahel con l’Atlantico sta procedendo (vedi mappa a pagina 9). In occasione di un vertice ordinario a Freetown, i capi di Stato della Commissione della Comunità economica degli Stati dell’Africa occidentale (CEDEAO) hanno infatti firmato, domenica 19 luglio, un accordo intergovernativo che approva la costruzione di questo gasdotto destinato a collegare la Nigeria al Marocco. L’Algeria si trova quindi con le spalle al muro, sia nei confronti dei Tuareg che del Polisario. Dovrà infatti fare una scelta poiché, in entrambi i casi, sembra che coloro che sostiene da anni le stiano ormai creando problemi e costituiscano addirittura un ostacolo ai suoi reali interessi. Ma se li abbandonasse, rischierebbe allora di perderne completamente il controllo, con il rischio di una grave destabilizzazione di tutto il suo spazio sahariano. Infatti, se l’Algeria smettesse di aiutare i Tuareg, questi perderebbero la loro base logistica. E poiché i russi hanno chiaramente annunciato che, insieme alle FAMa, avrebbero lanciato un’offensiva su Kidal al fine di ristabilire l’autorità di Bamako su l’intero Paese, il loro mezzo secolo di lotta non sarebbe quindi servito a nulla. Potrebbero allora rivolgersi contro Algeri, accusandola di averli utilizzati per poi tradirli.
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Il leader della giunta militare burkinabé, Ibrahim Traoré, ha recentemente ricevuto le credenziali diplomatiche dell’ambasciatore israeliano non residente nella capitale Ouagadougou . L’ambasciatore Simon Seroussi, che ha sede nella vicina Costa d’Avorio, si è dovuto recare in Burkina Faso per l’occasione.
Il leader militare del Burkina Faso, Ibrahim Traore, si diverte in compagnia dell’ambasciatore israeliano non residente, Simon Seroussi.
Nonostante sia riconosciuto da 46 dei 54 stati africani, Israele gestisce solo 12 ambasciate sul suolo africano. Per confronto, il numero nominaleLo Stato di Palestina , riconosciuto da 52 nazioni africane, gestisce 26 ambasciate.
A causa della sua limitata presenza diplomatica nel continente, Israele di solito ha un solo ambasciatore che rappresenta i suoi interessi in più paesi contemporaneamente. Simon Seroussi è sia ambasciatore residente in Costa d’Avorio che ambasciatore non residente in Burkina Faso, Benin e Togo.
Come spiegherò in un futuro articolo di approfondimento su Substack, gli israeliani si sono mostrati aggressivi nell’investire denaro e altre risorse per mantenere buoni rapporti con i paesi africani.
Naturalmente, i risultati non sono stati così positivi come Israele sperava. Le nazioni africane amiche continuano a muoversi in una posizione intermedia, preservando rapporti amichevoli con lo Stato sionista pur chiedendo pubblicamente il rispetto dell’autodeterminazione palestinese. I governi di questi paesi africani beneficiano volentieri della generosità israeliana, pur continuando a riconoscere lo Stato di Palestina.
Il comportamento della giunta di Traoré in Burkina Faso ha indubbiamente stupito i commentatori “antimperialisti” dei media alternativi, che conoscono molto poco la politica africana, ma che nondimeno ne parlano con sicurezza.
Per chi ha una profonda conoscenza dell’Africa e segue attentamente gli eventi politici del continente, c’erano segnali sufficienti a dimostrare che il capitano Ibrahim Traoré non è il “rivoluzionario” che i suoi ammiratori dipingono.
I lettori più assidui del mio Substack ricorderanno che in un precedente articolo, in cui criticavo il rapporto del Congresso degli Stati Uniti sul falso “genocidio dei cristiani nigeriani” , mi sono dilungato un po’, dedicando alcuni paragrafi a descrivere il processo di riavvicinamento tra l’amministrazione Trump e le giunte militari di Mali e Burkina Faso.
Ecco un lungo estratto di quell’articolo pubblicato a marzo:
È giunta la notizia che la giunta militare guidata da Traoré in Burkina Faso ha firmato un accordo bilaterale quinquennale con l’amministrazione Trump per sostenere gli sforzi del Paese dell’Africa occidentale nella lotta contro l’HIV/AIDS, la malaria e altre malattie infettive.
La notizia del riavvicinamento tra Trump e Traoré potrebbe sorprendere gli opinionisti dei media alternativi, i quali affermano regolarmente che gli stati del Sahel odiano gli “Stati Uniti imperialisti” . Ho affermato più volte in passato che il sentimento antifrancese non si traduce in avversione per gli Stati Uniti.
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I regimi militari del Mali e del Burkina Faso non hanno mai cercato di espellere gli ambasciatori americani dal loro territorio. Nonostante la loro retorica pubblica, entrambe le giunte militari hanno tentato, senza successo, di sviluppare legami con gli Stati Uniti, che considerano in modo diverso dalla Francia.
Nel maggio 2021, la giunta militare del Mali espresse interesse nell’acquisto di armi statunitensi, ma l’amministrazione Biden non si mostrò interessata. Nell’ottobre 2021, la giunta maliana cambiò strategia, orientandosi verso l’acquisto di equipaggiamento militare russo. Nel dicembre 2021, mercenari russi del gruppo Wagner sbarcarono in Mali dopo che la giunta militare aveva firmato un contratto e versato a Yevgeny Prigozhin una cospicua somma di denaro.
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Non sorprende che la reazione dell’amministrazione Biden alla fornitura di armamenti avanzati da parte della Russia al Mali sia stata furiosa. La giunta militare maliana aveva ignorato i ripetuti avvertimenti del Dipartimento di Stato americano di non acquistare equipaggiamento militare dalla Russia, che era soggetta a sanzioni statunitensi ed europee per l’invasione dell’Ucraina avvenuta sei mesi prima. L’anno successivo, nel luglio 2023, l’amministrazione Biden impose sanzioni ai funzionari della giunta maliana per aver “facilitato l’espansione del Gruppo Wagner in Africa occidentale”.
Con il ritorno alla Casa Bianca, nel gennaio 2025, di Donald Trump, personaggio estremamente pragmatico (e imprevedibile), la giunta militare al potere in Mali ha iniziato a cercare investimenti e assistenza dagli Stati Uniti per contrastare gli insorti islamisti.
Come gesto di buona volontà, l’amministrazione Trump ha revocato le sanzioni imposte dall’era Biden contro i funzionari della giunta militare maliana. Le notizie attuali indicano che gli Stati Uniti sono vicini a raggiungere un accordo per riprendere i voli di ricognizione e le operazioni con droni sul territorio maliano, al fine di aiutare la giunta militare a combattere i terroristi jihadisti.
A differenza del suo predecessore, il presidente Trump non considera la presenza di paramilitari russi sul suolo maliano un ostacolo al raggiungimento di un accordo con la giunta militare al potere su questioni di sicurezza e su risorse minerarie come oro e litio. Dal punto di vista di Trump, la politica di non dialogo di Biden con la giunta al potere è stata avventata, in quanto ha permesso alla Russia di acquisire un monopolio di influenza in Mali.
Nonostante l’attuale lotta del Mali contro la coalizione ribelle composta da separatisti tuareg laici e terroristi jihadisti dichiarati, e l’assassinio del ministro della Difesa Sadio Camara, che aveva sostenuto un riavvicinamento con gli Stati Uniti, non vi sono segnali di un’interruzione del riavvicinamento tra la giunta militare maliana e l’amministrazione Trump. Analogamente, l’accordo separato tra il Burkina Faso e Trump non è stato intaccato dall’ondata di terrorismo jihadista nel Sahel.
Nonostante la richiesta di ritiro delle truppe statunitensi, la Repubblica del Niger è riuscita a mantenere relazioni diplomatiche amichevoli con gli Stati Uniti, come dimostra la presentazione delle credenziali da parte dell’allora ambasciatrice Kathleen FitzGibbon al generale Tchiani, leader della giunta militare, il 12 maggio 2025.
L’ambasciatrice statunitense Kathleen FitzGibbon incontra il leader della giunta militare nigerina Abdourahamane Tchiani nel gennaio 2026. Nominata dall’amministrazione Biden, Kathleen FitzGibbon si è poi dimessa per lasciare il posto a un futuro funzionario nominato dall’amministrazione Trump che la sostituirà come ambasciatrice.
Da quanto posso constatare, le giunte militari di Niger, Burkina Faso e Mali sono tutte interessate a perseguire la stessa politica estera multidimensionale adottata da altri paesi africani. Nel caso del Burkina Faso, tale politica si estende al rafforzamento dei legami preesistenti con Israele, che è il principale stato cliente degli Stati Uniti.
È importante notare che le relazioni diplomatiche tra il Burkina Faso e Israele sono di lunga data e hanno avuto alti e bassi. Il Burkina Faso ha stabilito relazioni diplomatiche con Israele nel 1961, le ha interrotte nel 1973 in segno di solidarietà con l’Egitto durante la guerra dello Yom Kippur, per poi ristabilirle nel 1993.
Il Burkina Faso ha interrotto ogni relazione diplomatica con la Francia il 26 giugno 2026.
Molti commentatori dei media alternativi in Occidente hanno una visione idealizzata del capitano Ibrahim Traoré, ma egli non è né un idealista né un radicale focoso come Thomas Sankara . Come i suoi omologhi in altri paesi africani, sta cercando pragmaticamente di espandere le relazioni internazionali del Burkina Faso.
Dopo essere passata dall’espulsione dell’ambasciatore francese nel 2023 alla completa rottura delle relazioni diplomatiche con la Francia nel 2026, la giunta Traoré ha bruciato gli ultimi ponti con il Palazzo dell’Eliseo . Il temporaneoLa sospensione di 482 milioni di euro (530 milioni di dollari) di fondi governativi francesi destinati al Burkina Faso può ora essere considerata definitiva .
Per ovvie ragioni, la giunta militare guidata da Traoré sta cercando nuove fonti di finanziamento esterno. Lo Stato paria di Israele, desideroso di mantenere buoni rapporti con gli Stati africani amici, potrebbe essere disposto ad aiutare il Burkina Faso in questo senso.
Naturalmente, la vicinanza del capitano Traoré al regime di Netanyahu non avrebbe alcun impatto sul riconoscimento dello Stato di Palestina da parte del Burkina Faso, né sulla sua politica ufficiale di chiedere la fine dell’occupazione sionista di Gaza, Gerusalemme Est e Cisgiordania.
Israele ha già accettato, seppur a malincuore, che i paesi dell’Africa subsahariana manterranno sempre la loro duplice politica: da un lato, intrattenere relazioni amichevoli con lo Stato sionista, dall’altro, esprimere apertamente solidarietà ai palestinesi. Ciò che preoccupa maggiormente gli israeliani è il ripetersi della catastrofe diplomatica del 1973, che vide quasi tutti gli stati africani interrompere le relazioni diplomatiche, espellere i diplomatici israeliani e chiudere le ambasciate israeliane in tutto il continente.
Queste preoccupazioni israeliane trovano riscontro nell’articolo analitico pubblicato dal think tank INSS :
Comprendo perfettamente i timori degli israeliani. Negli anni ’60, hanno speso una fortuna per aiutare i nuovi stati subsahariani indipendenti, costruendo stazioni agricole, sistemi di approvvigionamento idrico, edifici pubblici, strade, complessi residenziali, fabbriche, scuole di volo, compagnie di navigazione e aeroporti. Centinaia di studenti africani hanno ottenuto borse di studio per studiare nelle università israeliane. Gli israeliani hanno addestrato i servizi di sicurezza e le forze armate del Tanganica (ora parte della Tanzania), dell’Uganda, della Costa d’Avorio, del Ghana, della Sierra Leone, del Dahomey (ora Repubblica del Benin) e dell’Etiopia.
Nonostante tutti questi atti di generosità calcolati, i paesi africani non poterono fare a meno di notare la sinistra somiglianza tra il trattamento riservato da Israele ai palestinesi e i capitoli più oscuri dell’oppressione coloniale europea nel continente. Così, quando Israele si trovò in guerra con l’Egitto nel 1973, la maggior parte degli stati africani si unì per espellere i diplomatici israeliani dalla maggior parte del continente. Nel 1976, solo 4 paesi africani ospitavano ancora ambasciate israeliane: il Sudafrica dell’apartheid, il Malawi, lo Swaziland e il Lesotho. Gli ultimi tre erano piccoli stati corrotti dal regime dell’apartheid sudafricano per allinearsi ai suoi obiettivi di politica estera.
Nel luglio del 1971 , il dittatore militare ugandese Idi Amin incontrò a Tel Aviv il tenente generale israeliano Haim Bar-Lev. Otto mesi dopo, Idi Amin espulse tutti i 450 cittadini israeliani residenti in Uganda e chiuse l’ambasciata israeliana. L’uomo affettuosamente chiamatoHagai Ne’eman (“timoniere affidabile”) dagli israeliani si era improvvisamente trasformato in un orribilegolem (“mostro d’argilla”).
Nonostante il ripristino delle relazioni diplomatiche tra vari governi africani e lo stato sionista negli anni ’90, i funzionari del governo israeliano continuano a sentirsi insicuri, percependo che la posizione diplomatica del loro paese nel continente rimane precaria.
Questi timori sono rafforzati da una serie di umiliazioni pubbliche subite da diversi funzionari del Ministero degli Esteri israeliano nel continente. Nel febbraio 2023, la funzionaria del Ministero degli Esteri israeliano Sharon Bar-Li è stata espulsa da un vertice dell’Unione Africana (UA) a cui stava partecipando. Più recentemente, nell’aprile 2025, l’ambasciatore israeliano in Etiopia, il dottor Avraham Neguise, è stato espulso in modo analogo da una cerimonia di commemorazione organizzata dall’UA per le vittime del genocidio ruandese del 1994 .
Ci vorrà ben più della calorosa accoglienza riservata all’ambasciatore Simon Seroussi in Burkina Faso per dissipare il persistente disagio avvertito dagli esperti di politica estera israeliani specializzati in affari africani.
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La situazione militare in Mali non è cambiata radicalmente da quando ho pubblicato il mio primo rapporto all’inizio di questo mese. Per coloro che non lo avessero ancora letto , lo ripubblico qui di seguito:
Come previsto, i separatisti Tuareg sono perlopiù confinati nel Mali settentrionale, poiché non si curano del resto del paese. I jihadisti del JNIM sono presenti in tutte le regioni del Mali. Si trovano nel Mali settentrionale, in gran parte abbandonato dalle milizie russe e dalle truppe maliane. I terroristi del JNIM sono presenti anche nel Mali centrale e meridionale, dove contestano il controllo della giunta militare su entrambe le regioni.
Il Mali settentrionale è in gran parte sotto il controllo dell’alleanza ribelle composta da separatisti Tuareg (verdi) e terroristi del JNIM (bianchi). Ci sono alcune enclavi controllate dalla giunta nel nord, indicate da puntini rosa sulla mappa. Come al solito, i terroristi dell’ISGS (grigio scuro) sono isolati, combattendo contro tutte le fazioni in conflitto. I russi e la giunta maliana (rosa) sono concentrati sull’impedire che il Mali meridionale cada nelle mani dei terroristi del JNIM.
Dopo aver abbandonato gran parte del Nord per rafforzare le difese del Sud densamente popolato, le milizie russe e le truppe maliane sono riuscite a sventare i tentativi dei terroristi del JNIM di assediare Bamako, interrompendo tutte le vie di rifornimento in entrata e in uscita dalla capitale. Una serie di raid aerei russi e maliani, condotti con velivoli con e senza pilota contro i terroristi recalcitranti, ha certamente contribuito a mantenere aperte almeno due importanti vie di rifornimento.
Materiale di propaganda dell’ISGS che attacca le affiliate di al-Qaeda JNIM (Mali) e HTS (Siria). Il testo critica JNIM per la sua collaborazione con i separatisti tuareg “apostati laici” e attacca il leader jihadista di HTS con base a Damasco, Mohammed al-Jolani (alias Ahmed al-Sharaa), per la sua continua cooperazione con i paesi occidentali.
Nel mio ultimo rapporto, avevo affermato che l’ISGS – che considera nemici i jihadisti rivali del JNIM , i separatisti tuareg, la giunta militare maliana e i paramilitari russi – aveva ampliato il proprio controllo territoriale vicino al confine tra Mali e Niger, sfruttando il caos seguito agli attacchi lampo del mese scorso perpetrati dai separatisti tuareg e dai terroristi del JNIM. Tuttavia, le truppe maliane e i combattenti russi, equipaggiati con droni di sorveglianza, hanno successivamente annullato parte dei progressi compiuti dai terroristi dell’ISGS, riconquistando il villaggio di confine maliano di Labbezanga con l’aiuto delle truppe nigerine che hanno bombardato con l’artiglieria dal proprio lato del confine. Il fatto che l’ISGS non collabori con il più potente JNIM ha certamente contribuito a questo risultato.
Terroristi del JNIM a bordo di motociclette attraversano Kati, un’importante città di guarnigione a 15 chilometri dalla capitale Bamako. Il 25 aprile, i terroristi hanno attaccato la città, scontrandosi con le forze maliane. Sono riusciti a uccidere il ministro della Difesa Sadio Camara nella sua residenza, prima di ritirarsi alla periferia sotto il fuoco intenso delle truppe maliane.
Come avevo previsto nel mio precedente rapporto, si sono registrate recriminazioni in alcuni settori della società maliana, con alcuni che affermano che “i russi hanno tradito il Mali” . Citano il fatto che il generale di brigata dell’esercito maliano El Hadj Ag Gamou aveva avvertito i russi degli attacchi lampo del 25 aprile con tre giorni di anticipo, eppure non è stato fatto nulla.
Il generale di brigata dell’esercito maliano El Hadj Ag Gamou (al centro) ritratto con alcuni dei suoi soldati tuareg filo-governativi. Dal 1980 al 1988 ha prestato servizio nell’esercito libico di Gheddafi. Dal 1990 al 1996 è tornato in patria, nel Mali settentrionale, per combattere la causa separatista tuareg. Era tra le poche migliaia di separatisti tuareg che disertarono a favore del governo dopo un accordo di pace che pose temporaneamente fine al conflitto secessionista dell’Azawad nel 1996.
Il generale di brigata Gamou appartiene a una piccola fazione di separatisti tuareg che hanno abbandonato la causa dell‘“Indipendenza dell’Azawad”.Nel 1996, fece pace con le autorità statali maliane e si unì all’esercito governativo. Ricopriva la carica di governatore militare della città di Kidal, nel nord del Mali, quando questa fu occupata dai separatisti tuareg, che lo considerano un traditore. Oltre al suo ruolo di alto ufficiale dell’esercito maliano, dirige anche una milizia filogovernativa composta da 700 membri, 500 dei quali sono tuareg che hanno rifiutato il movimento secessionista.
Il leader della giunta del Mali Assimi Goïta (a destra) incontra l’ambasciatore russo Igor Gromyko (al centro) il 28 aprile 2026 al Palazzo Koulouba , Bamako, Mali. L’ambasciatore Igor Gromyko è il nipote di Andrei Gromyko , il ministro degli Esteri sovietico soprannominato “Mr Nyet” dai suoi detrattori americani
Naturalmente, i russi hanno respinto tutte le accuse di tradimento riguardo all’offensiva lampo della coalizione ribelle del 25 aprile. Poiché il leader della giunta maliana, Assimi Goïta, si fida pienamente dei russi, i commenti negativi da parte di funzionari di livello inferiore della giunta non influiranno sulle relazioni bilaterali con il Cremlino. In altre parole, la più ampia partnership diplomatica e militare tra Mali e Russia rimane solida.
Il portavoce del JNIM Bina Diarra (alias “Abu Hudheifah al-Bambari”)
Le recriminazioni non si limitarono ai russi, ma colpirono anche alcuni ufficiali e soldati dell’esercito maliano, che furono denunciati come “traditori” e arrestati dalla giunta al potere. Successivamente, il portavoce del JNIM, Bina Diarra, rilasciò una dichiarazione beffarda , incoraggiando le paranoiche autorità maliane a continuare a epurare le proprie forze armate, sottolineando che la divisione interna avvantaggiava direttamente il suo gruppo terroristico.
Indubbiamente, le epurazioni avrebbero esacerbato il basso morale tra le truppe maliane, un problema che esisteva ben prima dell’intervento russo nel dicembre 2021. Ho trattato questo problema in modo più dettagliato nella sezione commenti del mio precedente articolo .
Ulteriori equipaggiamenti militari sono stati inviati in Mali in risposta all’offensiva lampo lanciata dalla coalizione di separatisti tuareg e jihadisti del JNIM. I droni Garpiya-A1, varianti del Geran-2/Shahed-136, precedentemente utilizzati solo in Ucraina, hanno ora iniziato a comparire nei cieli del Mali settentrionale.
Negli ultimi giorni, aerei da guerra russi e maliani hanno bombardato le posizioni dei separatisti tuareg laici e dei terroristi del JNIM in tutto il paese. Purtroppo, i bombardamenti rallentano soltanto la fragile alleanza ribelle, senza riuscire a sbaragliarla.
Il Cremlino ha inviato in Mali ulteriori munizioni, aerei militari, droni, radar e altre attrezzature militari essenziali, ma ciò di cui c’è veramente bisogno sono più combattenti paramilitari russi, poiché il numero attuale non è sufficiente.
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NOTA DELL’AUTORE: Questo è probabilmente il primo di una serie di articoli che scriverò sulla Repubblica del Mali, di cui ho già parlato in passato, anche se solo di sfuggita.
Vladimir Shumakov è uno dei numerosi combattenti paramilitari russi rimasti uccisi insieme alle truppe maliane il 25 aprile 2026, quando i terroristi jihadisti e i loro alleati, i separatisti tuareg, hanno sferrato una massiccia ondata di attacchi su tutto il territorio del Mali
È passata poco più di una settimana da quando un’alleanza ribelle informale di separatisti tuareg (FLA) e veri e propri terroristi jihadisti (JNIM) hanno attaccato diverse città e centri abitati della Repubblica del Mali, che non ha mai esercitato il pieno controllo su tutti i propri territori, specialmente nel nord. Le poche città e centri abitati del Mali settentrionale ancora in mano alla giunta militare erano quelli conquistati nel 2023 dai paramilitari russi, che hanno sfidato le tempeste di sabbia per combattere l’alleanza ribelle.
Durante un’ondata massiccia di guerra lampoA seguito degli attacchi sferrati dai terroristi jihadisti e dai loro alleati, i separatisti tuareg, sono stati uccisi numerosi soldati maliani. Tra le vittime di più alto rango figura il generale Sadio Camara, ministro della Difesa e figura di spicco della giunta militare al potere. È stato ucciso anche un numero imprecisato di paramilitari russi.
Chi segue assiduamente il mio Substack ricorderà che in il mio articolo di criticail rapporto del Congresso degli Stati Uniti sulla notizia falsa «Il genocidio dei cristiani nigeriani», ho fatto una piccola digressione, dedicando alcuni paragrafi alla descrizione del processo di riavvicinamento tra l’amministrazione Trump e le giunte militari sia del Mali che del Burkina Faso. Tale sviluppo era ben lontano dalla situazione dell’anno scorso, quando entrambe le giunte avevano condannato gli Stati Uniti per il divieto generalizzato imposto da Trump sul rilascio di visti statunitensi ai cittadini di 25 nazioni africane, tra cui il Mali e il Burkina Faso. Entrambe le giunte avevano successivamente reagito vietando l’ingresso degli americani nei loro paesi.
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I regimi militari del Mali e del Burkina Faso non hanno mai cercato di espellere gli ambasciatori statunitensi presenti sul loro territorio. Nonostante la loro retorica pubblica, entrambe le giunte militari avevano tentato, senza successo, di instaurare rapporti con gli Stati Uniti,che vedono in modo diverso rispetto alla Francia.
Nel maggio 2021, la giunta militare del Mali ha manifestato interesse nell’acquisto di armi statunitensi, ma l’amministrazione Biden non ha mostrato alcun interesse. A ottobre 2021, la giunta maliana aveva già deciso di orientarsi verso l’acquisto di equipaggiamento militare russo. Nel dicembre 2021, i mercenari russi della Wagner sono sbarcati in Mali dopo che la giunta militare aveva firmato un contratto e versato a Yevgeny Prigozhin una cospicua somma.
Com’era prevedibile, la reazione dell’amministrazione Biden alla fornitura di armamenti avanzati da parte della Russia al Mali è stata furiosa. La giunta maliana aveva ignorato i ripetuti avvertimenti del Dipartimento di Stato americano di non acquistare equipaggiamento militare dalla Russia, che era soggetta a sanzioni da parte degli Stati Uniti e dell’Unione Europea per la sua invasione dell’Ucraina avvenuta sei mesi prima. L’anno successivo, nel luglio 2023, l’amministrazione Biden ha imposto sanzioni ai funzionari della giunta maliana per aver «facilitato l’espansione di Wagner nell’Africa occidentale».
In segno di buona volontà, l’amministrazione Trump ha revocato le sanzioni dell’era Biden nei confronti dei funzionari della giunta militare del Mali. Secondo quanto riportato dai media, gli Stati Uniti stanno ora sul punto di concludere un accordoriprendere i voli di ricognizione e le operazioni con i droni sul territorio maliano per aiutare la giunta militare a combattere i terroristi jihadisti.
A differenza del suo predecessore, il presidente Trump non considera la presenza di milizie paramilitari russe sul territorio maliano un ostacolo alla conclusione di un accordo con la giunta al potere in materia di sicurezza e di risorse minerarie quali l’oro e il litio. Dal punto di vista di Trump, la politica di non coinvolgimento della giunta al potere perseguita da Biden è stata un errore, poiché ha permesso alla Russia di acquisire il monopolio dell’influenza in Mali.
Prima di essere ucciso da terroristi jihadisti, il generale Sadio Camara era stato un sostenitore del riavvicinamento con gli Stati Uniti. Era uno dei numerosi funzionari della giunta maliana che il presidente Donald Trump aveva cancellato dalla lista delle persone soggette a sanzioni stilata dal governo statunitense. Mi chiedo quale impatto avrà, in futuro, la morte di Sadio – e l’attuale situazione politica in Mali – sugli accordi già raggiunti tra la giunta e l’amministrazione Trump.
Nel frattempo, i media corporativi euro-americani e alcuni commentatori vicini alla Francia hanno gongolato, sostenendo che la debacle in atto in Mali dal 25 aprile sia dovuta alla destituzione di “superiore”Le truppe francesi e la loro sostituzione con “inferiore”Mercenari russi (che da allora si sono trasformati in una forza paramilitare governativa nota come“Afrika Korps”).
All’estremo opposto, abbiamo il “anti-imperialista”alcuni media alternativi e singoli commentatori vicini alla Russia sostengono che la fragile alleanza ribelle sia in realtà una sorta di gruppo sostenuto dai servizi segreti francesi, intento a seminare il caos in Mali per vendicarsi dell’umiliante modo in cui l’ambasciatore francese, le basi militari francesi e le truppe francesi sono stati cacciati dal Paese africano.
Come sempre, la verità è ben più complessa delle banalità semplicistiche proposte da entrambe le parti.
RISPONDERE ALLE AFFERMAZIONI DEI MEDIA TRADIZIONALI
I media mainstream e i commentatori vicini alla Francia stanno chiaramente facendo finta di niente. Le truppe francesi sono state di stanza in Mali per nove anni, dal gennaio 2013 all’agosto 2022, quando l’attuale giunta militare al potere le ha espulse.
L’ultimo contingente di truppe francesi espulse che ha lasciato il Mali nell’agosto 2022. A differenza di altri Stati africani francofoni, il Mali ha ospitato basi militari francesi solo per nove anni, dal 2013 al 2022. Questa cronologia non include le basi militari dell’epoca coloniale, attive dal 1880 al 1961, quando la Repubblica del Mali, appena ottenuta l’indipendenza, ne chiese la chiusura.
In quel periodo di nove anni, le truppe francesi e quelle multinazionali dell’Unione Europea alleate hanno combattuto i terroristi jihadisti, subendo persino delle perdite. Tuttavia, né le truppe francesi né le altre forze dell’Unione Europea sono riuscite a eliminare definitivamente i terroristi a causa del difficile terreno desertico del Mali. Questo è ciò che alla fine ha spinto i maliani, ormai frustrati, a chiedere la loro espulsione.
Il sergente Yvonne Huynh (a sinistra) e il brigadiere Loic Risser (a destra) figurano tra i 53 militari francesi caduti in azione in Mali tra il 2013 e il 2022
Nei primi anni dell’intervento militare francese, furono ottenuti numerosi successi militari a spese dei terroristi. I principali capi terroristici algerini presenti nel nord del Mali furono tutti uccisi, uno dopo l’altro. Tuttavia, con il passare del tempo, i successi militari francesi divennero sempre più rari, fino a esaurirsi del tutto.
I terroristi “ricoperto di”i loro avversari militari, meglio equipaggiati e con armi di alta qualità “regali”. Le truppe francesi e maliane sono state bersagliate da ogni tipo di ordigno: ordigni esplosivi improvvisati a bordo di veicoli (VBIED), ordigni esplosivi improvvisati a comando via cavo (WCIED), ordigni esplosivi improvvisati a piastra di pressione (PIED), ordigni esplosivi improvvisati radiocomandati (RCIED) e i classici attentatori suicidi con giubbotti esplosivi. Sono stati lanciati contro di loro anche razzi artigianali.
Il 2 gennaio 2021, Yvonne Huynh e Loic Risser si sono aggiunti alla lunga lista dei soldati francesi caduti, vittime della furia dei terroristi. Due anni prima, la Francia aveva perso 13 soldati in un colpo solo quando i due elicotteri che li trasportavano si erano scontrati mentre cercavano di ingaggiare un combattimento con i terroristi jihadisti a bordo di motociclette e pick-up che sfrecciavano attraverso le pianure desertiche nel buio pesto di una notte senza luna. Tra i deceduti c’era il tenente Pierre Bockel, uno dei cinque figli dell’allora senatore francese Jean-Marie Bockel, che in precedenza aveva ricoperto la carica di ministro durante i mandati presidenziali di Nicolas Sarkozy ed Emmanuel Macron.
Alla fine, il contingente francese divenne estremamente restio ad assumersi rischi, rifiutandosi categoricamente di ingaggiare il nemico durante le tempeste di sabbia, frequenti nelle pianure desertiche del Mali settentrionale.
Per i francesi, le condizioni di scarsa visibilità causate da queste tempeste di sabbia aumentavano il rischio di subire un numero maggiore di vittime e di perdere elicotteri sia a causa di incidenti che per il fuoco antiaereo dei jihadisti. Per i terroristi jihadisti, le tempeste di sabbia costituivano la copertura perfetta per avanzare rapidamente ed espandere il territorio sotto il loro controllo.
Nei primi anni dell’intervento militare francese, le tempeste di sabbia costringevano spesso gli aerei a rimanere a terra, ma le truppe francesi continuavano a condurre operazioni di terra su scala limitata contro i terroristi. Tuttavia, dopo aver subito più di 50 vittime, la forza di spedizione di Macron in Mali ha perso la forza d’animo necessaria per proseguire le operazioni di combattimento mentre venti carichi di polvere e particelle di sabbia spazzavano il paesaggio desertico.
I terroristi jihadisti, esultanti, hanno attraversato la foschia polverosa delle tempeste di sabbia quasi senza incontrare resistenza, conquistando villaggi, paesi e città, mentre terrorizzavano e uccidevano i loro abitanti civili. Queste azioni hanno reso gli estremisti islamici temuti e odiati in egual misura.
I terroristi jihadisti, a bordo di motociclette e pick-up, approfittano delle frequenti tempeste di sabbia che si abbattono sulle pianure desertiche del Mali per sferrare ondate di attacchi fulminei che consentono loro di avanzare e conquistare territori a scapito delle autorità statali maliane
L’incapacità delle truppe francesi e del governo civile eletto del Mali di garantire la sicurezza delle persone e dei beni dei cittadini maliani comuni ha reso entrambi estremamente impopolari. Nutrendo già un profondo risentimento per l’ingerenza della Francia negli affari interni del loro Paese, molti maliani comuni hanno accolto con favore il rovesciamento, avvenuto nel maggio 2021, del governo civile e la sua sostituzione con una giunta militare che ha espresso forti sentimenti antifrancesi.
Le truppe francesi non sono state le uniche ad essere espulse dal Mali. Anche alle forze multinazionali dell’UE che combattevano a fianco dell’esercito francese è stato chiesto di andarsene. Tra queste figurano 105 militari danesi, 220 svedesi, 300 britannici e oltre 1000 tedeschi.
La condanna della giunta militare da parte di Emmanuel Macron e la revoca dei pacchetti di aiuti da parte della Francia hanno portato all’espulsione dell’ambasciatore francese e alla chiusura di tutte le ONG finanziate dalla Francia in Mali. L’opinione diffusa secondo cui le truppe francesi e le forze europee alleate non fossero «impegnarsi abbastanza»La sconfitta dei terroristi ha posto le basi per l’espulsione di tutti i soldati francesi e la chiusura delle loro basi militari nel 2022. Anche alle truppe multinazionali dell’UE che hanno combattuto a fianco dei francesi è stato chiesto di lasciare il Mali.
AFFRONTARE LE AFFERMAZIONI DEI MEDIA ALTERNATIVI
Quando si tratta di riferire su eventi complessi che si svolgono nel continente africano, mi rendo conto che la maggior parte dei media alternativi spesso non ha la minima idea di cosa stia parlando. Non saprei dirvi quante volte ho letto commenti di esperti che sostengono che l’Algeria sia «Stato fantoccio» degli Stati Uniti — un’affermazione assurda, visto che l’Algeria è uno degli alleati più fedeli della Federazione Russa e, prima ancora, dell’Unione Sovietica.
Il 70% degli scambi commerciali della Russia con l’Africa riguarda solo quattro paesi: Egitto, Algeria, Marocco e Sudafrica. La Repubblica Democratica Popolare d’Algeria è il secondo partner commerciale della Russia dopo la Repubblica d’Egitto. Dopo il suo ritiro dal teatro delle operazioni ucraino, il generale russo Sergey Surovikin è stato inviato in Algeria per facilitare il trasferimento di un ingente carico di armamenti avanzati alle forze armate algerine.
Dopo il suo ritiro dal teatro di guerra ucraino nel giugno 2023, il generale Sergey Surovikin è scomparso dalla scena per un po’, per poi riapparire improvvisamente in Algeria nel settembre 2023 con l’incarico di facilitare un importante accordo sulle armi per conto della Federazione RussaQuando non era impegnato a facilitare la vendita di sistemi avanzati di difesa aerea russi, il generale Surovikin veniva istruito sui contenuti del Corano nella città di Algeri
Gli algerini hanno ricevuto dalla Russia i sistemi di difesa aerea S-300 e i caccia SU-35 senza alcuna difficoltà. Al contrario, l’Iran ha dovuto intentare una causa da ben 4 miliardi di dollari nei Corte Internazionale di Arbitratoa Ginevra per costringere la Russia a consegnare nel 2016 i sistemi S-300 acquistati originariamente nel 2007. Sì, gli iraniani hanno dovuto aspettare quasi un decennio per ricevere ciò per cui avevano pagato.
Attualmente, gli iraniani stanno ancora aspettando di ricevere i caccia SU-35 che hanno acquistato. Sebbene i piloti iraniani si stiano già addestrando sui jet da addestramento Yak-130 forniti dalla Russia per prepararsi ai più avanzati SU-35, si avverte un senso di già visto a Teheran, il timore fondato che la Russia possa ritardare nuovamente la consegna dei velivoli Sukhoi.
Le ripetute dichiarazioni di Putin nel 2011, nel 2025 e nel 2026 sul fatto che Israele sia «quasi un paese di lingua russa» Questo non sfugge agli iraniani, che ricordano il rifiuto del Cremlino di estendere la copertura della difesa aerea ai combattenti paramilitari del Corpo delle Guardie Rivoluzionarie Islamiche (IRGC) in Siria, regolarmente bombardati dagli aerei da guerra israeliani durante la guerra civile siriana (2011-2024).
Gli algerini non nutrono alcuna delle preoccupazioni degli iraniani. Recentemente, i russi hanno dirottato un gran numero di caccia SU-35, originariamente destinati a un contratto egiziano poi annullato, verso i loro amici algerini. Ciò ha fatto sì che l’Algeria non dovesse nemmeno aspettare Rostec Corporationper costruire l’aeromobile ordinato.
È una totale assurdità affermare che l’Algeria sia un fantoccio dell’Occidente. È infatti il più fedele alleato dei russi nel continente africano, davanti all’Egitto e al Sudafrica.
Esistono tensioni tra l’Algeria e il Mali a causa del rifiuto della giunta maliana di attuare l’accordo di pace volto a garantire, a lungo termine, un’ampia autonomia politica al Mali settentrionale — patria dell’etnia tuareg, che dagli anni ’60 lotta per la creazione di uno Stato indipendente.
I Tuareg non hanno mai voluto far parte del Mali e hanno chiesto all’Impero coloniale francese di dividere quella sua artificiosa creazione coloniale, allora denominata «Sudan francese», in due paesi distinti. Charles De Gaulle rifiutò e concesse un’indipendenza solo nominale al «Sudan francese», che in seguito divenne la «Repubblica del Sudan» — un Stato associato all’interno dell’entità sovranazionale di De Gaulle, Comunità francese. La «Repubblica del Sudan» si è fusa con l’altra Stato associatodel Senegal per costituire la breve Federazione del Mali (1959-1960).
Modibo Keita (in abiti tradizionali) incontra John Kennedy nel 1961. Keita era intenzionato a sviluppare legami sia con gli Stati Uniti che con l’URSS, allontanando al contempo il suo Paese dalla Francia. Ciò era in linea con le idee afro-socialiste non convenzionali che condivideva con il presidente della vicina Guinea, Ahmed Sekou Touré, il quale aveva reciso i legami con la Francia e instaurato rapporti con i sovietici e gli americani
Dopo lo scioglimento della Federazione del Mali nel 1960, la «Repubblica sudanese» – entità priva di sovranità – si trasformò nella Repubblica indipendente del Mali sotto la presidenza di Modibo Keita. Nel frattempo, i tuareg, insoddisfatti, diedero inizio a una ribellione armata per assumere il controllo del Mali settentrionale e creare un proprio Stato indipendente.
Nonostante la situazione militare nel Paese, il presidente Modibo Keita chiese alla Francia di smantellare la propria rete di basi dell’esercito e dell’aeronautica militare presenti sul territorio del Mali. Il leader francese Charles De Gaulle ne fu indignato, ma acconsentì alla richiesta prima del previsto. Modibo Keita abbandonò inoltre il franco CFA e fece stampare la propria moneta nazionale, il franco maliano.
Tuttavia, la cattiva gestione economica, la grave crisi inflazionistica e l’incapacità di mantenere il valore della propria moneta costrinsero infine il Mali ad abolire la propria valuta e a riadottare, con grande imbarazzo, il franco CFA nel 1984. Sì, il franco CFA è una valuta coloniale, ma rimane più stabile di molte valute nazionali africane. Per questo motivo, la Guinea-Bissau di lingua portoghese e la Guinea Equatoriale di lingua spagnola, che non sono mai state colonie francesi, hanno rinunciato alle proprie valute nazionali e hanno adottato volontariamente il franco CFA. Sì, è successo davvero. Scommetto che molte persone che leggono altri media alternativi non ne hanno mai sentito parlare.
Senza l’appoggio delle truppe francesi, le forze armate maliane degli anni ’60 tentarono invano di impedire ai combattenti separatisti tuareg di impadronirsi di vaste aree delle pianure desertiche che costituiscono il Mali settentrionale. Diversi tentativi di risolvere pacificamente il conflitto separatista negli anni ’70, ’80 e ’90 fallirono perché le successive autorità maliane (giunte militari e governi civili eletti) non concessero ai tuareg né l’indipendenza né un’ampia autonomia politica.
Nel 1990 l’Algeria, paese confinante, fu invasa da un’ondata di profughi tuareg in fuga dai violenti scontri tra i separatisti tuareg e le truppe maliane. Successivamente, la stessa Algeria precipitò nella guerra civile in seguito al colpo di Stato del gennaio 1992, che impedì a un partito islamico moderato — il quale aveva vinto le Elezioni parlamentari del dicembre 1991— impedendo la formazione di un governo nazionale. Un gruppo eterogeneo di terroristi jihadisti provenienti da altri paesi si unì ai propri compagni algerini nella lotta armata contro la giunta militare algerina, che aveva preso il potere in seguito al colpo di Stato.
La guerra civile algerina (1992-2002) ha preannunciato l’emergere dei terroristi jihadisti nella fascia del Sahel. Come ho scritto in precedenza, al termine della guerra civile, i terroristi jihadisti algerini sconfitti hanno attraversato il confine internazionale e si sono stabiliti nel Mali settentrionale, dove hanno sposato donne del posto e hanno iniziato a costruire reti jihadiste. La loro presenza nella fascia del Sahel ha segnato l’inizio del terrorismo jihadista in Africa occidentale. Da allora, le reti jihadiste si sono evolute nei gruppi terroristici allineati all’ISIS e ad Al-Qaeda che vediamo oggi.
I jihadisti algerini Mokhtar Belmokhtar (a sinistra), Abdelmalek Droukdel (al centro) e Abdelhamid Abou Zeid (a destra) sono stati tutti uccisi durante l’intervento militare francese in Mali (2013-2022). All’inizio degli anni 2000, questi uomini hanno creato la prima serie di bande terroristiche che in seguito si sono frammentate e hanno dato origine alle filiali di al-Qaeda e dell’ISIS nella fascia del Sahel
Poiché avevano di fronte un nemico comune, il governo maliano, i separatisti tuareg e i gruppi terroristici jihadisti hanno mantenuto una sorta di tregua precaria, punteggiata da scontri militari tra loro. I separatisti hanno un programma laico, che consiste nel trasformare il Mali settentrionale in uno Stato-nazione tuareg sovrano. I terroristi jihadisti si oppongono a qualsiasi tipo di divisione, immaginando un unico Mali indivisibile da governare come un califfato salafita rivoluzionario dopo la sconfitta e l’eliminazione della repubblica laica.
Adnan Abu Walid al-Sahrawiera il leader dello Stato Islamico nel Grande Sahara (ISGS). È stato ucciso da un drone MQ-9 Reaper pilotato da personale francese nel nord del Mali il 17 agosto 2021. Il leader dell’ISGS era originario del paese riconosciuto dall’Unione Africana Repubblica Araba Sahrawi Democratica. Come altri jihadisti nordafricani in Mali, ha sposato una donna del posto per farsi accettare. L’ISGS non fa parte dell’alleanza ribelle tra i jihadisti del JNIM e i separatisti tuareg, poiché considera entrambi i gruppi come nemici.
Nel febbraio 2012, i separatisti tuareg hanno stretto un’alleanza di convenienza con i terroristi jihadisti e hanno sferrato una massiccia offensiva per conquistare le zone del Mali settentrionale ancora sotto il controllo del governo nazionale. L’offensiva militare guidata dai tuareg ha inflitto pesanti perdite alle truppe governative. La responsabilità della catastrofe è stata attribuita al governo civile eletto di Amadou Toumani Touré (un generale dell’esercito in pensione). Le truppe maliane di stanza nel sud del Mali hanno dato inizio a un ammutinamento che ha portato, nel marzo 2012, al rovesciamento del governo di Amadou Touré e alla sua sostituzione con una giunta militare guidata da un capitano dell’esercito di nome Amadou Sanogo.
Amadou Toumani Touré è stato presidente eletto del Mali dal giugno 2002 al marzo 2012, quando alcuni soldati maliani ammutinati lo hanno costretto a dimettersi
La giunta militare di Amadou Sanogo faticava a mantenere l’ordine pubblico a causa dei saccheggi diffusi perpetrati dai soldati ammutinati nella capitale Bamako e nelle zone circostanti. Approfittando del caos politico che regnava nelle regioni meridionali del Paese, i tuareg hanno preso l’iniziativa e conquistato ulteriori territori governativi nel nord. Nonostante la disapprovazione dei loro a fasi alterne Insieme ai loro alleati terroristi jihadisti, i separatisti tuareg laici hanno proclamato il Mali settentrionale paese indipendente con il nome di Per contestare
Il presidente del Mali Ibrahim Boubacar Keita scherza con il presidente turco Recep Tayyip Erdogan nel 2018. Keita è stato destituito dal colpo di Stato dell’agosto 2020 che ha portato al potere l’attuale giunta militare
Alla fine, il capitano Sanaogo e i suoi compagni golpisti furono costretti dall’ECOWAS a cedere il potere al presidente del Parlamento maliano, Dioncounda Traoré, il quale, in base alla Costituzione maliana del 1992, era autorizzato ad assumere la carica di capo di Stato ad interim in attesa delle nuove elezioni. Nell’agosto 2013, il politico di lunga data Ibrahim Boubacar Keïta è stato eletto presidente del Mali.
Il presidente Boubacar Keïta ha avviato i colloqui di pace con i separatisti tuareg. Man mano che i colloqui di pace, promossi dall’Algeria, facevano progressi, i separatisti tuareg hanno iniziato a proporsi di collaborare con il governo contro i terroristi jihadisti, che imperversavano in tutto il Mali agendo per conto proprio, combattendo sia contro le truppe maliane che contro i loro ex alleati, i separatisti.
Iyad Ag Ghali è il capo della banda terroristica locale di Al-Qaeda nota come Jama’at Nusrat al-Islam wal-Muslimin (JNIM). Il JNIM è un nemico delle fazioni più estremiste Stato Islamico nel Grande Sahara (ISGS). Iyad era un tempo un musicista e separatista tuareg laico, che beveva molto e fumava come un turco. Col passare del tempo, però, è diventato più religioso e ha abbandonato l’alcol, la musica e la causa separatista per dedicarsi al terrorismo jihadista puro e semplice. La sua alleanza con i separatisti tuareg ha spinto l’ISGS a denunciarlo come collaboratore degli «apostati laici»
Nel 2013, le basi militari francesi sono tornate in Mali per la prima volta dal 1961. Man mano che le truppe franco-maliane avanzavano nel nord del Mali, i combattenti jihadisti hanno iniziato ad abbandonare i principali centri urbani per rafforzare le loro roccaforti rurali nel deserto. Ciò ha permesso ai separatisti tuareg di occupare le città e i centri abitati del nord evacuati prima che le truppe franco-maliane potessero arrivare per assumerne il controllo. Durante questo periodo, i separatisti tuareg hanno collaborato con le truppe franco-maliane contro i jihadisti, ma hanno impedito al governo maliano di esercitare qualsiasi controllo amministrativo sui territori controllati dai separatisti.
Nei mesi di maggio e giugno 2015, l’Algeria ha mediato un accordo di pace che sembrava soddisfare molti (ma non tutti) i separatisti tuareg. Purtroppo, gli accordi di pace non sono mai stati attuati, poiché il presidente Ibrahim Boubacar Keïta voleva una soluzione pacifica che escludesse la richiesta minima dei separatisti tuareg, ovvero un’ampia autonomia politica per il Mali settentrionale.
Keïta era perfettamente consapevole che i gruppi etnici dalla pelle più scura che vivono nel sud si oppongono a qualsiasi concessione nei confronti dei tuareg dalla carnagione color caramello. Il suo tentativo, nel giugno 2017, di modificare la costituzione nazionale per decentralizzare leggermente l’autorità governativa è stato vanificato da massicce proteste in tutto il Mali meridionale. Persino il leggeropiano di decentralizzazione che non è riuscito a soddisfare la richiesta minima dei Tuareg di ampio L’autonomia è stata giudicata inaccettabile nel Sud, dove risiede il 90% della popolazione nazionale.
Nonostante queste battute d’arresto politiche, i separatisti tuareg hanno continuato a collaborare con le forze franco-maliane nella lotta contro i jihadisti sia del JNIM che dell’ISGS. Quando nel 2020 i terroristi dell’ISGS hanno iniziato a massacrare le comunità tuareg, i separatisti hanno coordinato le operazioni militari con le«meno estremo»I terroristi del JNIM per respingere la minaccia comune rappresentata dall’ISGS. Nonostante queste collaborazioni tattiche, il JNIM e i separatisti tuareg sono rimasti nemici.
Dall’inizio degli anni ’60, i separatisti di etnia tuareg combattono per trasformare il Mali settentrionale in uno Stato indipendente, che intendono chiamare «Azawad». Inizialmente avevano combattuto contro i terroristi del JNIM, contrari al separatismo, per poi stringere con loro un’alleanza informale di convenienza al fine di affrontare il loro nemico comune, la giunta maliana
La destituzione di Ibrahim Boubacar Keïta nell’agosto 2020 ha segnato l’inizio della fine di qualsiasi accordo di pace con i tuareg. A quel punto era ormai chiaro che né le truppe francesi né la forza multinazionale dell’UE erano in grado di sconfiggere i terroristi dell’ISGS e del JNIM, che sfruttavano entrambi a proprio vantaggio le aspre condizioni del deserto.
Ma soprattutto, l’insurrezione jihadista, che all’inizio dell’intervento francese nel 2013 era stata in gran parte confinata al Mali settentrionale, nel 2020 si era estesa alle regioni centrali e meridionali. Come già sottolineato in precedenza in questo articolo, la maggior parte dei maliani che vivono nel sud non vedeva le truppe francesi e le forze europee alleate come «impegnarsi abbastanza»per sconfiggere i terroristi. Così, quando la giunta al potere ha chiesto a queste truppe straniere di lasciare il Paese, molti cittadini maliani hanno esultato.
Dopo che la forza multinazionale dell’UE e le truppe francesi sono state espulse dal Mali, i mercenari russi della Wagner sono stati chiamati a sostituirle. Molte persone in tutta l’Africa francofona avevano sentito parlare dei successi militari dei mercenari a migliaia di chilometri di distanza, nella Repubblica Centrafricana. Non è stata quindi una sorpresa che una giunta militare maliana, ormai allo stremo, abbia firmato un contratto a pagamento con Yevgeny Prigozhin affinché i suoi mercenari potessero compiere la stessa impresa nel nord del Mali.
Ma il fatto è che il clima e il territorio più tranquilli dell’Africa centrale non hanno nulla a che vedere con il clima desertico e inospitale dell’arido nord del Mali, afflitto da quelle famigerate tempeste di sabbia che hanno fornito un ottimo riparo ai terroristi jihadisti e ai loro alleati, i separatisti tuareg, per avanzare e strappare ulteriori territori alla giunta maliana.
I mercenari di Wagner gestito al di fuori del controllo del Ministero della Difesa russo (RU-MOD) mentre Yevgeny Prigozhin era ancora in vita. Il Cremlino e il Ministero degli Esteri russo hanno esaminato sporadicamente le attività del Gruppo Wagner nell’ambito delle relazioni con paesi africani quali il Mali e la Repubblica Centrafricana. Dopo la morte di Prigozhin, i mercenari sono stati costretti a diventare paramilitari governativi sotto lo stretto controllo del generale Yunus-Bek Yevkurov della RU-MOD
Dal loro arrivo nel dicembre 2022, i russi hanno dimostrato di essere disposti a combattere in condizioni di scarsa visibilità causate dalle tempeste di sabbia e a subire perdite in termini di vittime militari. Nel 2023, i russi hanno riconquistato le città del nord che non erano sotto il controllo delle autorità governative maliane da decenni. La più grande vittoria russa è stata la riconquista, nel novembre 2023, di Kidal, la capitale simbolica dei secessionisti tuareg e luogo di nascita della rivolta separatista originale degli anni ’60 contro il governo di Modibo Keita.
Incoraggiata dal successo militare ottenuto dai russi nel novembre 2023, la giunta maliana ha infine annullato il Accordi di pace di Algeri (2015)nel gennaio 2024 e ha iniziato a lanciare accuse infondate contro gli algerini, che fungevano da mediatori. Da allora, quelle accuse infondate contro l’Algeria sono state riprese e amplificate da testate dei media alternativi poco informate.
A seguito della revoca dell’accordo di pace, nel maggio 2024 i separatisti tuareg hanno cessato le ostilità con i terroristi del JNIM. Hanno dichiarato una tregua, hanno proceduto a uno scambio di prigionieri e si sono impegnati a collaborare contro il loro nemico comune, la giunta militare. Il fatto che la banda terroristica multietnica del JNIM sia guidata da un jihadista tuareg di nome Andrò ad Ag Ghaliha contribuito a facilitare la formazione di un’alleanza informale tra due gruppi con obiettivi finali fondamentalmente incompatibili.
Le forze congiunte dell’alleanza ribelle hanno ottenuto il loro primo successo nel luglio 2024 con una doppia imboscata ai danni di un convoglio militare che trasportava truppe maliane e paramilitari russi verso il distretto rurale di Tinzaouatenvicino al confine internazionale con l’Algeria. Come al solito, la copertura offerta dalla tempesta di sabbia è stata utile nell’imboscata a sorpresa che ha causato la morte di diversi soldati maliani e di paramilitari russi quali Nikita Fedyanin, Vadim Evsyukov, Alexander Lazarev e Sergei Shevchenko.
Il trentunenne Vadim Evsyukov era tra i 23 russi uccisi nell’imboscata avvenuta nei pressi del confine tra Algeria e Mali nel luglio 2024. Nel 2022 era stato tra i prigionieri rilasciati dalle carceri russe a condizione che si unissero al Gruppo Wagner per combattere nella battaglia di Bakhmut (2022-2023) nell’Ucraina orientale. Dopo la conquista di Bakhmut, aveva avuto la possibilità di tornare alla vita normale in Russia. Tuttavia, ha scelto di rimanere con il Gruppo Wagner ed è stato ridispiegato nel loro teatro operativo africano
Durante la prima imboscata, i separatisti tuareg hanno utilizzato granate a propulsione a razzo, ordigni esplosivi improvvisati e armi leggere per distruggere diversi carri armati, veicoli da combattimento della fanteria e autocarri militari a bordo dei quali si trovavano i paramilitari russi e le truppe maliane. Gli elicotteri russi inviati per combattere i separatisti si sono rivelati inefficaci a causa delle scarse condizioni di visibilità causate dalla tempesta di sabbia.
Mentre si ritiravano dalla zona sotto l’assalto dei separatisti tuareg, sia le truppe russe che quelle maliane sono cadute in una seconda imboscata, questa volta orchestrata dai terroristi del JNIM, che hanno intrappolato e ucciso un numero ancora maggiore di soldati russi e maliani. I separatisti tuareg hanno inviato rinforzi militari sul luogo della seconda imboscata e hanno assicurato la cattura dei paramilitari russi sopravvissuti, tra cui il famoso ex comandante della Wagner Anton Yelizarov (alias“Lotus”), che ho di cui si è parlato in passato. Tutti i russi catturati sono stati poi rilasciati nell’ambito di uno scambio di prigionieri.
All’indomani delle due imboscate, il Burkina Faso e il Mali hanno inviato aerei militari per sferrare attacchi aerei coordinati contro i separatisti tuareg e i terroristi del JNIM.
Anton Yelizarov era estremamente fedele a Yevgeny Prigozhin, che gli ha dato una seconda possibilità nella vita dopo il suo congedo con disonore dall’esercito regolare russo nel 2014. Anton era tra i comandanti di alto rango dei mercenari Wagner che si sono schierati con Prigozhin nel suo conflitto con il Ministero della Difesa russo durante la battaglia di Bakhmut
Senza fornire alcuna prova credibile, l’Ucraina ha successivamente affermato di aver aiutato i separatisti tuareg a tendere un’imboscata ai russi. Dopo le forti proteste suscitate in Mali, Burkina Faso e Niger, gli ucraini hanno cercato di fare marcia indietro, ma era ormai troppo tardi.
Pur ammettendo di non essere stata effettivamente coinvolta nell’imboscata, l’Ucraina è stata oggetto di una serie di iniziative diplomatiche. L’ECOWAS ha rilasciato una dichiarazione in cui condannava l’Ucraina. Il governo del Senegal ha convocato l’ambasciatore ucraino per rimproverarlo. Le giunte militari del Mali, del Burkina Faso e della Repubblica del Niger hanno interrotto le relazioni diplomatiche con l’Ucraina.
Prima della rottura delle relazioni diplomatiche, tutti e tre gli Stati del Sahel avevano mantenuto una posizione neutrale sul conflitto tra Ucraina e Russia. Mali, Burkina Faso e Repubblica del Niger soprattuttosi sono astenuti dai voti dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite che condannavano l’invasione russa dell’Ucraina, invece di votare contro le risoluzioni dell’ONU per dimostrare solidarietà al Cremlino. Da quando hanno interrotto i rapporti con l’Ucraina, gli Stati del Sahel hanno iniziato a votare sistematicamente contro le risoluzioni dell’ONU rivolte contro la Russia.
Nikita Fedyanin (nella foto in Mali) è stato ucciso durante le due imboscate organizzate dalla fragile alleanza ribelle nel luglio 2024. Era l’amministratore del canale Telegram «Grey Zone», legato alla Wagner, molto popolare in Russia
Le imboscate mortali del luglio 2024 si sono rivelate un presagio degli eventi senza precedenti dell’aprile 2026 guerra lampo-offensiva sferrata dall’alleanza ribelle informale su tutto il territorio del Mali.
Per illustrare la gravità delle sfide che la giunta militare si trova attualmente ad affrontare, ho pubblicato alcune mappe che mettono a confronto la situazione militare del novembre 2023, quando i russi ottennero le loro vittorie più importanti, con quella dell’aprile 2026, quando furono costretti a ritirarsi da molte zone delle regioni settentrionali e centrali del Mali.
Il Mali settentrionale ha le dimensioni dello Stato americano del Texas. Ampie zone di questa regione sfuggono al controllo del governo maliano da decenni. Le truppe russe e maliane (in rosa) hanno sfidato tempeste di sabbia e subito perdite militari per riconquistare le principali città e centri urbani del nord, precedentemente controllati dai separatisti (in verde), dai terroristi del JNIM (in bianco) e dai jihadisti dell’ISGS (in grigio scuro). L’ISGS considera nemici i separatisti tuareg, i terroristi del JNIM e la giunta malianaCome si evince da questa mappa dell’aprile 2026, il Mali settentrionale è ora sotto il pieno controllo dell’alleanza ribelle composta dai separatisti tuareg (in verde) e dai terroristi del JNIM (in bianco). Come al solito, l’ISGS (grigio scuro) è da solo, a combattere contro tutte le parti in conflitto. I russi e la giunta maliana (rosa) sono determinati a salvare il Mali meridionale, che sta cadendo sempre più nelle mani dei terroristi del JNIM, già presenti alla periferia della capitale Bamako.
CONSIDERAZIONI FINALI
Concludo questo articolo menzionando quattro questioni fondamentali di cui i responsabili politici russi dovrebbero tenere conto:
Il Cremlino deve prestare maggiore attenzione alle opinioni dei propri alleati algerini, che conoscono la regione del Sahel molto meglio dei russi. Il Mali non è paragonabile agli storici alleati sovietici dell’Africa subsahariana, quali Angola, Zimbabwe, Mozambico, Namibia, Guinea-Bissau e Guinea.
I russi stanno commettendo gli stessi errori commessi in precedenza dai francesi, ovvero ignorare i sentimenti del popolo tuareg, che non ha mai maisono stati trattati come cittadini a pieno titolo del Mali. Lo stesso problema si riscontra anche nella vicina Repubblica del Niger (seppur in misura minore).
In un un articolo di ampio respiro che ho pubblicato nell’agosto 2023Riguardo alla crisi politica in Niger, ho spiegato che i tuareg e altre minoranze etniche di origini miste africane e arabe, che abitano le regioni settentrionali e orientali, sono vittime di discriminazioni da parte delle popolazioni dalla pelle più scura del Niger meridionale, che costituiscono la maggioranza della popolazione nazionale. Ciò è evidenziato nel Niger’s tentativo di espulsione delle minoranze arabe di Diffa nel 2006, che è fallito a seguito di una massiccia ondata di proteste.
L’elezione, nell’aprile 2021, del presidente Bazoum, un arabo di Diffa, ha suscitato costernazione e sdegno nel Niger meridionale, con molti che lo accusavano di essere «uno straniero libico»oppure «un algerino in incognito»perché i tratti somatici di quest’ultimo non corrispondevano a quelli della maggioranza africana nera del Paese.
Ancor prima che Mohammed Bazoum potesse insediarsi come neoeletto presidente, c’era un tentativo di colpo di Stato militare nel marzo 2021da parte di ufficiali dell’esercito originari del Niger meridionale per impedire la sua insediamento. Ironia della sorte, il tentativo di colpo di Stato del 2021 fu sventato dal generale Abdourahamane Tchiani. Quando Bazoum fu finalmente insediato come presidente del Niger, ricompensò il generale Tchiani conferendogli nuovamente l’incarico di comandante della Guardia presidenziale.
Con il passare del tempo, il rapporto personale tra Bazoum e Tchiani si è deteriorato e, nel luglio 2023, il primo ha chiesto al secondo di rassegnare le dimissioni. Per evitare di essere destituito, il generale Tchiani ha inscenato il suo colpo di manocontro il presidente Bazoum. Quel colpo di Stato salvò la carriera militare di Tchiani, che finì per diventare il capo della giunta che prese il potere a Niamey.
La discriminazione nei confronti delle minoranze etnico-razziali del Niger persiste ancora oggi, sebbene sia spesso oscurata dall’insurrezione jihadista e dall’ondata di sentimenti anti-francesi e filo-russi che sta investendo il Sahel. Detto questo, in passato il Niger ha compiuto sporadici sforzi per combattere la discriminazione sociale nei confronti delle minoranze etnico-razziali e per integrarle nella vita politica mainstream. La prova più evidente di ciò è rappresentata dall’ascesa di Brigi Rafini, il primo primo ministro tuareg del Paese, e Mohammed Bazoum, il suo primo presidente di etnia araba.
Al contrario, il Mali non ha compiuto alcuno sforzo concreto per integrare la comunità tuareg locale nel tessuto sociale nazionale. Patto Nazionale (1992), Accordi di Algeri (2006) e il Accordi di pace di Algeri (2015) sono esempi di accordi di pace che i successivi governi maliani hanno firmato con i tuareg, ma si sono rifiutati di attuare.
#2
È importante rendersi conto che le dimensioni della forza paramilitare russa sono molto ridotte. Si tratta di meno di 500 combattenti russi integrati nelle truppe maliane. I russi sono guerrieri coraggiosi, ma la loro presenza militare in Mali è minima. Non hanno alcuna possibilità di ottenere una vittoria totale a meno che i secessionisti tuareg più ragionevoli non vengano separati dai fanatici terroristi jihadisti irragionevoli. Il Cremlino dovrebbe unirsi all’Algeria nel fare pressione sulla giunta maliana affinché ripristini Accordi di pace di Algeri (2015)con i tuareg. Se l’accordo di pace verrà attuato, ampie zone del territorio controllato dai tuareg nel Mali settentrionale passeranno nominalmente sotto la sovranità della giunta militare al potere. I separatisti tuareg si alleerebbero quindi con i russi e la giunta maliana per combattere i jihadisti, sia il JNIM che l’ISGS.
#3
Al momento non è in corso alcun processo di pace con i separatisti tuareg. L’attuale strategia dei paramilitari russi e delle truppe maliane consiste nel ritirarsi da diverse zone del Mali per rinforzare le aree più strategiche del Paese. Per accorciare le loro linee difensive sotto assedio, i paramilitari russi e le truppe maliane stanno cedendo gran parte del Mali settentrionale ai separatisti tuareg. Le uniche roccaforti rimaste nel nord sono le città di Timbuctù e Gao, controllate dal governo. Entrambe un tempo facevano parte del Impero del Mali (1235–1610)e più avanti, ilImpero Songhai (1430–1591).
Con il nord del Mali, zona scarsamente popolata, ormai in gran parte ceduto ai tuareg, le truppe russe e maliane si stanno ora concentrando sulla lotta contro la minaccia più grave: i terroristi del JNIM che attualmente contestano il controllo della giunta militare sul sud del Mali, zona densamente popolata, che comprende Gli anziani. I terroristi hanno raggiunto la periferia della capitale e stanno ora cercando di interrompere tutte le vie di rifornimento.
#4
Il Cremlino dovrebbe prepararsi ad affrontare accuse di “tradimento”da parte di alcuni settori della società maliana, delusi dal ritiro dei paramilitari russi dal Nord e da alcune zone della regione centrale. In Mali si è sempre nutrita l’aspettativa irrealistica che i russi fossero giunti armati di una bacchetta magica in grado di sradicare il terrorismo nel Sahel e di schiacciare un’insurrezione separatista tuareg iniziata quando Vladimir Putin era ancora un bambino che cresceva nell’Unione Sovietica.
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“Se il governo nigeriano non intende proteggervi, andate a proteggervi da soli… Fate tutto ciò che ritenete di poter fare per proteggervi.”
— Judd Saul, venditore di assicurazioni dell’Iowa, lancia un appello pubblico alle armi per i civili nigeriani. Marzo 2026.
Parte 1 di 3
Quando la tua fonte sei tu, te stesso e io
Il 20 marzo 2026, il sito web nigeriano Sahara Reporters ha pubblicato un videomessaggio di un americano di nome Judd Saul, a capo di un’organizzazione no-profit dell’Iowa chiamata Equipping The Persecuted, un’organizzazione missionaria che opera nella regione del Middle Belt in Nigeria. Nel video, Saul affermava di essere in possesso di informazioni riservate su un imminente attacco terroristico nel Middle Belt nigeriano, indicando date precise, percorsi e tattiche. Sosteneva inoltre che la sorveglianza tramite droni avesse confermato la presenza di mitragliatrici. Infine, esortava i civili nigeriani ad armarsi.
Le domande sono sorte immediatamente. Era un missionario o un esperto di sicurezza? Come fa un venditore di assicurazioni di Sioux City, Iowa, a ottenere la sorveglianza in tempo reale tramite droni di remoti guadi fluviali nigeriani? Perché continua a lanciare lo stesso allarme: attentati terroristici, scontri tra pastori e agricoltori e massacri di cristiani in un ciclo continuo? E perché ogni allarme proveniente da questa rete arriva con la stessa formulazione: c’è un genocidio dei cristiani in Nigeria e il governo nigeriano è complice dello sterminio sistematico di questi cristiani?
Ciò che accade dopo l’allarme è ancora più sospetto. Queste pubblicazioni conservatrici statunitensi (CBN, Washington Times, Epoch Times, ecc.), gli uffici del Congresso e i media religiosi trattano gli “allarmi terrorismo” di Saul come informazioni di intelligence primarie. Ha un sito web, Truth Nigeria, che pubblica queste affermazioni. Poi i media statunitensi riprendono la narrazione e Saul viene presentato come ospite in podcast come The Culture War di Tim Pool e il Lara Logan Show. Ha persino tenuto una conferenza stampa a Capitol Hill lo scorso marzo. Una volta che questi media riprendono l’affermazione, questa viene citata come una conferma indipendente di quanto Saul aveva affermato in primo luogo. Lui è la fonte, il giornalista e la persona che verifica i fatti, tutto allo stesso tempo. Nessuna fonte esterna ha mai confermato il tasso di successo dell’89% che pubblica sul suo sito web, poiché a nessuna fonte esterna è mai stata concessa la possibilità di valutare in modo indipendente i suoi metodi.
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Questa operazione di stampa è legittima o c’è qualche imbroglio in atto?
È tempo di indossare i panni del giornalismo investigativo e di iniziare a osservare e a creare una rete di contatti.
LA RETE: GLI AMERICANI E I NIGERIANI
I molti cappelli di Judd Saul
Judd Saul è un uomo molto impegnato, con più attività di Kirk in Gilmore Girls. Quando non è impegnato al matrimonio dell’ambasciatore ungherese in Nigeria a Budapest, è un documentarista, attivista politico, giornalista, esperto di sicurezza, missionario e, dal 2020, fondatore e presidente di Equipping The Persecuted, un’organizzazione no-profit 501(c)(3) che, a quanto pare, in soli quattro anni ha creato un’organizzazione mediatica internazionale, un sistema di allerta terrorismo, un orfanotrofio, due scuole primarie e secondarie e, a detta dell’organizzazione, uno staff di oltre 115 persone di origine nigeriana nella regione del Middle Belt. Se tutto ciò esista davvero è una domanda a cui i documenti ufficiali dell’organizzazione non danno risposta. Ne parleremo più avanti.
Saulo, il venditore di assicurazioni
Judd Saul è cresciuto a Cedar Falls, Iowa, e per gran parte della sua vita adulta ha venduto polizze assicurative da un ufficio a Sioux City, nello stesso stato, operando con il nome di FTM Insurance (For The Mission Insurance), il cui slogan è esplicito: ogni polizza venduta finanzia aiuti cristiani alla Nigeria. Che slogan! Un’ottima strategia di marketing che sfrutta un messaggio di beneficenza per promuovere la propria attività. Tuttavia, non sono state trovate recensioni o commenti da parte di clienti che abbiano elogiato il suo prodotto/servizio o lo abbiano indicato come fornitore/agente affidabile. Sembra che ad oggi non abbia clienti.
Co-diretto con il controverso pastore dell’Iowa Cary Gordon e il complottista Trevor Loudon, quest’ultimo film sosteneva che le chiese americane fossero sovvertite dal “marxismo culturale” e dall'”intersezionalità” (qualunque cosa significhi). Persino il presidente ultraconservatore del Southwestern Baptist Theological Seminary lo ha definito “scandaloso, scurrile, calunnioso”.
Saulo il missionario
Saul è il fondatore e presidente di Equipping The Persecuted, un’organizzazione no-profit 501(c)(3) che ha avviato nel 2020. Secondo il suo sito web, ETP sostiene i cristiani perseguitati in Nigeria fornendo cibo, assistenza medica e persino attrezzature di sicurezza. Saul racconta che tutto è iniziato con un desiderio che gli è entrato nel cuore: nel 2011, suo suocero, Duane Wessels, lo invitò a partecipare a una missione in Nigeria. Fu durante quel viaggio, dice Saul, che sentì la chiamata ad aiutare i cristiani perduti e perseguitati della regione del Middle Belt.
È una storia pensata per commuovere gli americani evangelici bianchi conservatori, predisposti a rispondere al linguaggio della chiamata, del sacrificio e della salvezza. Probabilmente fa anche muovere i loro portafogli.
Saulil giornalista
Nel 2024, Judd Saul ha lanciato Truth Nigeria. Questa testata giornalistica funge sia da organo di informazione che da strumento di raccolta fondi, e i suoi articoli rimandano invariabilmente i lettori alle pagine di donazione di Equipping the Persecuted. L’organizzazione giornalistica creata da Saul per documentare la violenza in Nigeria impiega Douglas Burton, ex funzionario del Dipartimento di Stato americano, come caporedattore di Truth Nigeria. A lui è dedicata una sezione nella seconda parte di questa serie.
I 15 giornalisti elencati sotto l’egida di Truth Nigeria, a un esame più approfondito, non reggono tutti ugualmente bene a una verifica:
Segun Onibiyo, corrispondente dalla redazione di Abuja, ha trascorso 24 giorni in prigione nel 2018 con l’accusa di diffamazione e incitamento alla rivolta contro un governatore in carica.
Luka Binniyat, descritto come “premiato” con 26 anni di esperienza, non può essere collegato a un singolo premio o pubblicazione verificabile prima di Truth Nigeria.
Lawrence Zongo, indicato come giornalista: portavoce della comunità con un interesse etnico dichiarato nel conflitto.
Secondo Judd Saul, nel maggio 2025 il Dipartimento dei Servizi di Stato (DSS), la principale agenzia di intelligence interna nigeriana che opera direttamente sotto la presidenza, avrebbe arrestato i giornalisti di Truth Nigeria. Tuttavia, Saul non ha menzionato alcun nome né fornito prove o fonti a sostegno delle sue affermazioni sugli arresti. La funzione strutturale di questa narrazione è quella di proteggere le informazioni non verificabili dell’organizzazione da chiunque al di fuori di essa. Se il governo ci sta reprimendo, nessuno può controllare il nostro lavoro. Comodo e, per sua stessa natura, quasi impossibile da falsificare.
Qualcosa non torna!
Trovare la documentazione finanziaria dell’organizzazione di Judd Saul è stata di per sé un’impresa. Tuttavia, grazie all’occhio onniveggente dello Zio Sam, abbiamo scovato il modulo 990 del 2024 per Equipping The Persecuted (EIN: 85-2702281), e racconta una storia davvero strana.
L’organizzazione è tecnicamente insolvente, spendendo 1,17 dollari per ogni dollaro raccolto, mentre Saul, l’unico dirigente retribuito, ha incassato 60.000 dollari. I costi di gestione sono lievitati del 310% nel corso del 2023. Solo 57 centesimi di ogni dollaro donato sono stati effettivamente utilizzati per i programmi, ben al di sotto della soglia del 75% che gli organismi di controllo considerano il livello minimo accettabile.
I documenti sollevano anche questioni operative fondamentali. ETP afferma di impiegare più di 115 dipendenti nigeriani; tuttavia, secondo i suoi documenti 990, non sono indicati gli stipendi dei dipendenti. L’organizzazione dichiara inoltre di servire migliaia di nigeriani ogni mese, operazioni che richiedono una significativa infrastruttura sul territorio. MinistryWatch (un organismo di controllo per le organizzazioni benefiche evangeliche) ha rimosso l’organizzazione dal suo database e le ha assegnato un punteggio di trasparenza pari a D. Non sembra esistere online alcuna verifica contabile indipendente.
Oh, vendono anche caffè! Il loro marchio ETP Coffee, che include prodotti con nomi come Guardian, Refuge e Warrior, afferma che il 100% del ricavato va alle vittime del genocidio dei cristiani. Ma il caffè ha dei costi: approvvigionamento, tostatura, confezionamento, spedizione e lavorazione. Un’affermazione del genere funziona solo se qualcun altro sta silenziosamente sovvenzionando la produzione o se l’affermazione non è vera. Nessuna delle due possibilità ispira fiducia.
Tutta questa matematica mi fa venire il mal di testa, quindi basta così. Il quadro che ne emerge, tuttavia, è difficile da scrollarsi di dosso: come fa un’organizzazione che, sulla carta, è finanziariamente insolvente, con oltre un milione di dollari di entrate annuali, un’estrema opacità operativa e donatori anonimi, a rimanere a galla e a influenzare gli esiti della politica estera statunitense?
A questa domanda sono associate alcune personalità e storie davvero intriganti.
Andiamo a conoscerli!
Guerra Santa di Barbir, LLC
In un video girato in quello che è stato presentato come il luogo di una strage a Jos, Alex Barbir è in piedi accanto a un fuoco di notte, con indosso una maglietta Nike, pantaloncini e uno zaino tattico. Sul suo zaino si possono notare tre toppe in stile militare estremamente interessanti e informative.
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Lo scudo dei crociati : il simbolo dei Templari che fu adottato dai cristiani nazionalisti e dai gruppi “Deus Vult”.
Il serpente di Gadsden : nella tradizione militare e nei movimenti di estrema destra, questo simbolo indica che non verrà mostrata alcuna pietà ai prigionieri.
La bandiera americana in bianco e nero: la bandiera della “nessuna pietà”. Nella tradizione militare e nei movimenti di estrema destra, la frase “nessuna pietà” indica che non c’è pietà quando si tratta di uccidere i prigionieri.
Nel loro insieme, questi oggetti ci offrono uno spaccato della sua visione del mondo: guerra santa, attivismo antigovernativo e nazionalismo bianco mascherato da conservatorismo cristiano. Ed eccolo lì, in piedi tra le macerie di una delle regioni petrolifere non sfruttate più strategicamente importanti del mondo, che si presenta come un umanitario.
La prima cosa che ho visto di lui è stato un video virale in cui pronunciava un discorso antigovernativo carico di emotività in una sorta di piazza del mercato, affermando con audacia: “Se succede qualcosa a Yawada dopo questa ricostruzione, il governo ne sarà responsabile. Avrete le mani sporche di sangue”.
Allora, chi è questo tizio?
Nato a Lawrenceville, in Georgia, e cresciuto a Cumming, Barbir è cresciuto nello stesso sobborgo a nord di Atlanta dove suo padre, Daniel Barbir, lavorava in una clinica di dialisi DaVita. Nel 2011, Daniel ha intentato una causa contro DaVita ai sensi del False Claims Act, accusando l’azienda di aver sistematicamente gonfiato le fatture a Medicare e Medicaid. Nel 2015, la causa si è conclusa con un accordo extragiudiziale tra i 450 e i 495 milioni di dollari, il risarcimento più alto mai ottenuto senza intervento governativo ai sensi di tale legge. I whistleblower ricevono solitamente dal 15 al 30 percento. L’anno successivo, Daniel e Hope Barbir hanno fondato la Mercy Found Me Foundation con un contributo iniziale di 2,7 milioni di dollari.
Perché tutte queste organizzazioni hanno una situazione finanziaria poco trasparente?
Alex si è laureato alla Liberty University nel 2021 con una laurea in studi interdisciplinari, un titolo di studio versatile che gli ha permesso di cambiare carriera altrettanto flessibile. Senza alcuna esperienza lavorativa post-laurea dichiarata, ha fondato la Building Zion Organization (EIN: 92-3495811) nel 2023. L’organizzazione ha raccolto 144.822 dollari nel 2024 da donatori completamente anonimi, oltre ad aver concesso un prestito di 16.750 dollari a Barbir e ad essere governata senza politiche o procedure definite. Inoltre, non si conosce alcuna documentazione contabile né si hanno membri del consiglio di amministrazione confermati. Barbir afferma di aver completato diversi progetti di costruzione in sei paesi in meno di due anni, con finanziamenti insufficienti a coprire tale numero di progetti, e non ha fornito alcuna documentazione o verifica da parte di terzi.
Le autorità federali nigeriane gli hanno ordinato di lasciare il Paese entro aprile 2026. La sua risposta sui social media : “Stanno pubblicando cose su di me e mi minacciano. Se mi succedesse qualcosa, ci sarebbero grossi problemi. Non ho paura! Il presidente Donald Trump sa che sono qui, e il popolo americano sa che sono qui.”
Quell’ordine di espulsione è probabilmente arrivato dopo che un altro video lo ha mostrato mentre faceva proselitismo in un’altra piazza cittadina. Sembra avere un impegno quasi artistico nel filmarsi mentre urla alla folla nelle piazze pubbliche e vomita una retorica violenta. In un altro video virale, ha detto a una folla,
“Perché uccidono solo i cristiani? Non si stanno scontrando con voi. Non è solo uno scontro tra contadini e pastori. Dove sono i vostri AK-47? Vi state forse scontrando con i Fulani? No, state venendo massacrati innocenti.”
Questo video, che ritrae il patetico tentativo di Alex di fare il lavaggio del cervello agli abitanti del villaggio, è stato caricato su internet da Equipping the Persecuted di Judd Saul.
Il terreno fertile della libertà?
L’istituzione che ha plasmato la sua visione del mondo, la Liberty University, non è esattamente un campus neutrale. Con laureati come Erika Kirk e Johnnie Moore, la decisione di Barbir di chiamare la sua organizzazione Building Zion sembra più intenzionale che casuale. Fondata da Jerry Falwell Sr. come forza politica, la Liberty è un’istituzione di punta della destra cristiana evangelica. È saldamente radicata nelle reti sioniste cristiane che collegano gli studenti al potere, da Washington al complesso militare-industriale e alle ONG cristiane internazionali.
Ricapitoliamo quindi…
Abbiamo un venditore di assicurazioni dell’Iowa senza clienti, un documentarista il cui seminario ha definito il suo lavoro calunnia, un’organizzazione no-profit che spende più di quanto incassa pur affermando di impiegare 115 persone che non paga, e uno studente della Liberty University con indosso distintivi da crociato che urla agli abitanti di un villaggio nigeriano di prendere i AK-47. Tutti collegati. Tutti puntano allo stesso punto. E non abbiamo ancora parlato della spia del Dipartimento di Stato, del missionario del CPAC, dei membri del Congresso con azioni petrolifere, o della parte in cui entra in scena il Mossad.
Continua …
La seconda parte uscirà martedì prossimo. Se non riuscite ad aspettare, e onestamente, perché mai dovreste, l’inchiesta completa è già disponibile per gli abbonati su The African Noticer.
Questo articolo si basa sui moduli 990 dell’IRS (Internal Revenue Service), su database pubblici di organizzazioni non profit come ProPublica Nonprofit Explorer, MinistryWatch e Charity Navigator, nonché su atti giudiziari, archivi di social media, documenti del Congresso e inchieste pubblicate da BBC, Vanguard News, Al Jazeera, Premium Times, The Economist e The Conversation. Tutti i dati finanziari citati provengono da dichiarazioni dei redditi accessibili al pubblico. Ogni collegamento menzionato è documentato. Questo articolo non intende accusare di illeciti legislativi le persone o le organizzazioni citate. Presenta fatti accertati insieme alle domande che ne derivano, poiché queste domande sono centrali per la vicenda.
Se siete nuovi a questo circo di finta indignazione e santa ipocrisia, fatevi un favore e recuperate la prima parte gratuitamente sul subreddit DD Geopolitics.
DD Geopolitics è una pubblicazione sostenuta dai lettori. Per ricevere nuovi articoli e supportare il mio lavoro, valuta la possibilità di abbonarti gratuitamente o a pagamento.
Nota a margine: questa è ora una serie in 4 parti perché non ci eravamo resi conto di quanto fosse estesa la rete, e continua ad allargarsi, con l’ingresso di nuovi personaggi loschi.
Parte 2 di4
LA RETE: GLI AMERICANI
Burton oleoso
Douglas Burton , giornalista con sede a Washington, è il caporedattore del sito web Truth Nigeria insieme al co-fondatore Judd Saul. E non è tutto: è anche un ex funzionario del Dipartimento di Stato americano addetto alla diplomazia pubblica.
Secondo il suo profilo LinkedIn, il percorso professionale di Burton si concentra sul suo ruolo di addetto stampa presso il Dipartimento di Stato americano, tra il 2005 e il 2007 circa. “Abbiamo gestito il programma Fulbright statunitense in Iraq (2006)”, una posizione che lo ha collocato a pieno titolo all’interno dell’apparato di diplomazia pubblica statunitense durante la guerra in Iraq. Ma dove si trovava esattamente in Iraq? A Kirkuk. Kirkuk, una regione ricca di risorse petrolifere, teatro di conflitti settari e infestata dal terrorismo, perpetrato dal gruppo filoamericano per procura, l’ISIS.
In qualità di funzionario addetto alla diplomazia pubblica in quel contesto, Burton era pienamente integrato nell’apparato antiterrorismo, nelle operazioni di informazione e nella sicurezza delle risorse. Il Dipartimento di Stato non ha mai fornito dettagli precisi sulla portata o sulla durata del suo incarico, e la documentazione online relativa al suo mandato è sorprendentemente scarsa.
ANTCWT: Truppe statunitensi mettono in sicurezza un sito di produzione petrolifera a Kirkuk, in Iraq.
Il parallelismo geografico con il suo lavoro attuale è difficile da ignorare. Ora dirige un organo di informazione incentrato sullo Stato di Benue, un’altra zona di conflitto settario ricca di petrolio e infestata da Boko Haram e ISWAP, il gruppo terroristico dell’Africa occidentale prediletto dagli Stati Uniti.
Per riassumere, abbiamo due anglo-americani, uno residente a Washington, DC, e l’altro in Iowa, che nel 2023 hanno fondato un’agenzia di stampa investigativa chiamata Truth Nigeria, focalizzata esclusivamente sulla denuncia delle persecuzioni religiose, note anche come “genocidio cristiano”, e che fomenta la retorica islamofoba in Nigeria, in particolare nella regione del Benue, ricca di petrolio e ancora poco esplorata. E uno dei fondatori è un ex agente dei servizi segreti del Dipartimento di Stato?
Inserisci la GIF “Coincidenza? Non credo proprio!” tratta da Gli Incredibili.
Judd Saul, Kyle Abts e Douglas Burton alla “Notte di preghiera per la Nigeria” di ICON nel 2023.
Il direttore per la promozione e la difesa dei diritti ICON
Nel consiglio di amministrazione di Equipping The Persecuted, in qualità di responsabile delle attività di advocacy, siede Kyle Abts , un altro missionario. Probabilmente è la persona con i maggiori contatti istituzionali all’interno della rete, il che potrebbe spiegare perché sia stato anche il meno visibile pubblicamente, almeno fino a poco tempo fa. Ma ora sta uscendo alla ribalta: è apparso al CPAC 2026 e ha persino partecipato al podcast di Tim Pool con Judd Saul.
Kyle Abts a sinistra.
Abts ha trascorso circa 25 anni in Nigeria svolgendo attività missionaria. Durante questo periodo, ha anche ricoperto il ruolo di responsabile consolare presso l’ambasciata statunitense. In pratica, ciò lo rendeva un ufficiale di collegamento volontario civile per l’ambasciata, non un dipendente, non un diplomatico, ma una persona fidata incaricata di monitorare e comunicare con i cittadini americani nella sua zona. Chiamatelo “supporto locale volontario”. Chiamatelo infrastruttura di intelligence informale. Chiamatelo come preferite.
Modulo 990-EZ per il Comitato Internazionale sulla Nigeria,
Un dettaglio interessante è che Abts, insieme a Stephen Enada, ha fondato ICON, l’International Committee on Nigeria, nel 2017. ICON è il principale strumento di Washington per fare pressione sulla politica nigeriana. È registrata come organizzazione 501(c)(3) e ha sede in un ufficio virtuale a Falls Church, in Virginia. I suoi documenti 990 indicano entrate modeste, appena sufficienti a consentire a ICON di presentare le proprie dichiarazioni dei redditi utilizzando il modulo semplificato 990-EZ, eppure ha un’influenza politica che supera di gran lunga quella che emerge dai suoi bilanci.
E poi c’è il consiglio di amministrazione: una vera e propria élite dell’ecosistema nazionalista giudeo-cristiano.
Poi c’è il “reverendo” Johnnie Moore , direttore della famigerata Gaza Humanitarian Foundation (GHF), l’alternativa fraudolenta all’UNRWA creata per fornire aiuti ai palestinesi durante il genocidio. Un rapporto speciale delle Nazioni Unite ha descritto i siti di distribuzione degli aiuti della GHF come “trappole mortali sadiche”, aggiungendo che “i civili che si avvicinavano venivano accolti con violenza sistematica e ostruzionismo deliberato”.
“Reverendo” Johnnie Moore. Perché questo tizio sembra un cattivo di Batman?
Poi c’è Richard Ikiede , l’unico nigeriano nel consiglio. I critici nei media nigeriani lo descrivono come un elitista che usa le sue piattaforme per promuovere una ristretta agenda religiosa e politica sotto la maschera della serietà intellettuale. Sono stati il suo lavoro giornalistico, le sue attività mediatiche e la sua testimonianza al Congresso a essere determinanti nella spinta che ha contribuito a innescare le pressioni delle sanzioni statunitensi e la designazione della Nigeria come Paese di particolare preoccupazione (CPC).
Riflettiamo un attimo su tutte queste informazioni.
Kyle Abts, missionario ed ex volontario presso l’ambasciata statunitense in Nigeria, è ora direttore del settore advocacy di Equipping The Persecuted, co-fondatore di un’organizzazione di lobbying focalizzata sulla Nigeria che ha ottenuto la designazione di CPC (e, aggiungo, non è registrata come agente straniero), e figura di spicco dell’Africa Jewish Alliance. In passato era considerato la principale voce dietro le quinte della narrativa del “genocidio cristiano”, ma nel 2026 è diventato uno dei relatori principali della Conservative Political Action Conference (CPAC).
Da sinistra a destra: Tony Perkins (FRC), Johnnie Moore (CCL), Richard Ikiede, Mike Pompeo, Stephen Enada (ICON), Abdallah Baikie (PSJ), Kyle Abts (ICON). Washington, DC
Questo livello di interconnessione è seriamente paragonabile a quello delle mappe del complotto di “C’è sempre il sole a Filadelfia”.
Passando a cose più serie
Questa inchiesta non intende negare la brutalità che imperversa nella regione centrale della Nigeria, ma sostenere che tale violenza potrebbe essere stata deliberatamente esacerbata e strumentalizzata da alcuni degli attori citati in questa serie di inchieste, e analizzare i possibili motivi che la sottendono. L’intera immagine e il tono di ETP, TruthNigeria e ICON sono intrisi di islamofobia e odio anti-musulmano, il che non si addice al ricco tessuto religioso ed etnico della Nigeria. Al contrario, lo riducono a una rozza e semplicistica dicotomia “musulmani contro cristiani”. Questo è particolarmente cinico, considerando che i banditi e i militanti sostenuti dall’USAID che terrorizzano la regione uccidono indiscriminatamente, massacrando, bruciando e distruggendo allo stesso modo comunità musulmane e cristiane.
I nigeriani possono porre fine a questa carneficina solo unendosi e guidando la PROPRIA risposta, anziché cedere il controllo politico e della sicurezza a estranei che hanno poca comprensione delle complesse relazioni che esistevano ben prima che le potenze coloniali tracciassero confini arbitrari intorno a loro. Se l’obiettivo di fondo è balcanizzare la Nigeria e gettare le basi per una guerra civile o religiosa più ampia, allora io, in quanto nigeriano-americano i cui parenti sono sopravvissuti alla guerra del Biafra e hanno raccontato gli orrori subiti su più fronti, non posso rimanere passivo. E come testimone dei decenni di distruzione causati dalla politica estera egemonica americana all’estero, vedo qui degli schemi che richiedono resistenza, non silenzio.
Judd Saul ha deriso pubblicamente i nigeriani che osano mettere in discussione le sue motivazioni, definendoli sprezzantemente “idioti completi”, e il suo tono online nei confronti dei nigeriani ha un inconfondibile sentore di paternalismo suprematista bianco.
Il sottotesto sembra essere: “Voi nigeriani siete troppo ignoranti per salvarvi da soli, e io so cosa è meglio per voi”. Per una nazione che ha sopportato secoli di colonizzazione, sfruttamento delle risorse e interferenze straniere mascherate da salvezza, i nigeriani hanno tutto il diritto di diffidare di chiunque arrivi in nome di Dio e del cristianesimo affermando di “salvare vite”, ma che in realtà potrebbe promuovere un’agenda politica e ideologica straniera celata sotto una facciata umanitaria.
Nigeria, 1923. Presentato da “uomini di Dio” britannici.
Ripassiamo la lezione!
La cospirazione si fa sempre più intricata e bizzarra, e non abbiamo ancora parlato dei membri del Congresso con azioni in compagnie petrolifere e di droni nigeriane, del coinvolgimento di Israele o dei partecipanti nigeriani. Signore, sii la nostra forza!
Signore, sii la nostra forza!
Finora abbiamo un ex funzionario del Dipartimento di Stato che gestisce un organo di informazione incentrato sulla Nigeria e un missionario diventato volontario presso un’ambasciata e poi lobbista a Washington, il tutto mascherato da retorica di libertà religiosa e preoccupazione umanitaria.
Continua …
La seconda parte uscirà martedì prossimo. Se non riuscite ad aspettare, e onestamente, perché dovreste? La terza parte dell’inchiesta è già disponibile per gli abbonati di The African Noticer.
Quella che a prima vista sembra una lotta di principio per la libertà religiosa in Nigeria, assume tutt’altra forma quando si seguono le tracce dei flussi finanziari da Capitol Hill a Israele e poi ai giacimenti petroliferi dell’Africa occidentale.
Chris Smith
Parliamo prima di tutto di Chris Smith , perché senza di lui, sarebbe un elemento centrale di questo puzzle.
Smith è un repubblicano del New Jersey che ha trascorso 40 anni al Congresso facendo una cosa con notevole costanza: costruire l’architettura giuridica per l’intervento degli Stati Uniti in paesi stranieri sulla base della persecuzione religiosa.
Questa è la foto più da politico del New Jersey che io abbia mai visto. Ricorda tantissimo Ronald Zellman de I Soprano.
È stato coautore dell’International Religious Freedom Act del 1998. Tale legge ha istituito la designazione di “Paese di particolare preoccupazione”, la stessa designazione per cui tutta questa rete ha fatto pressioni, proprio quella. Questa designazione viene ora utilizzata per giustificare sanzioni, per bloccare i finanziamenti e per condurre un’indagine del Congresso sulla ricca regione petrolifera del Middle Belt nigeriano. E, naturalmente, ha anche presieduto personalmente 13 audizioni del Congresso sulla persecuzione religiosa in Nigeria. Tredici! Quest’uomo deve avere ben poco da fare per i suoi elettori. Chissà se nel suo distretto ci sono delle buche.
Chris Smith e il suo connazionale JD Vance, a cui piace anche assalire… i divani? A quanto pare?
Lo stesso uomo che nel 2011 tentò di ridefinire lo stupro ha costruito l’architettura legale sotto la quale ora opera l’intera rete nigeriana del “genocidio cristiano”.
Che tipo strano! Ma aspetta, ci sono altri tipi strani.
Ora vi presento Riley Moore, il compagno di squadra di Smith, che se ne sta appeso al sedile del passeggero dell’auto del suo migliore amico, cercando di parlare con Trump.
Riley Moore
Il deputato Riley Moore del West Virginia, un ex personaggio influente di K Street, ovvero un lobbista diventato membro della Camera dei Rappresentanti, ha abbracciato la causa del genocidio dei cristiani in Nigeria. E prima di diventare un deputato impegnato a salvare i cristiani nigeriani, era un lobbista registrato con nove clienti nel 2013. Lavorava come vicepresidente del Podesta Group, sì, proprio quel Podesta ! Riley lavorava per gli stessi Podesta che erano molto vicini a Epstein e sono noti per il Pizzagate . Come vicepresidente del Podesta Group, forniva consulenza strategica a clienti internazionali e aziendali del settore della difesa, tra cui Textron Inc., General Dynamics, Lockheed Martin, Google e Apple. È lecito supporre che conosca bene le dissolutezze che si consumano nei circoli ristretti di Washington, DC.
Non il selfie con uomini seminudi… in prigione? Qualcuno controlli i dossier Epstein!
No, non c’è niente che non va nel tuo schermo; è solo Riley Moore che si rilassa in El Salvador, nella prigione di Bukele (ovvero una futura prigione segreta americana per dissidenti), ma è una mia impressione o sembra un po’ troppo a suo agio in quell’ambiente?
Parte di questa cerchia è Judd Saul, che ha pubblicato su Facebook: ” Sto per incontrare il deputato Riley Moore”. Moore è intervenuto come relatore principale a una tavola rotonda strategica sulla Nigeria insieme a Kyle Abts, che dirige ICON e siede nel consiglio di amministrazione di Equipping The Persecuted. Ha partecipato alle stesse audizioni, ha condiviso gli stessi palcoscenici e ha ripetuto le stesse statistiche di tutti gli altri protagonisti di questa storia. Si tratta di un canale che porta fino alla Nigeria, con molti membri del Congresso alla sua estremità.
Dopo che Trump si è sentito chiamato a ” salvare i cristiani in Nigeria “, ignorando i cristiani che vivono nella terra di Cristo, a Gaza, in Cisgiordania e in Siria, nell’ottobre del 2025 ha nuovamente designato la Nigeria come Paese di particolare preoccupazione. Anche Moore ha avuto un ruolo determinante in questo sforzo. Trump ha affidato al deputato Moore un incarico alla Casa Bianca per indagare sulla persecuzione dei cristiani in Nigeria. Moore è volato in Nigeria nel dicembre del 2025, partendo, a suo dire, ” nel nome del Signore e a nome del popolo americano” ; altro che separazione tra Chiesa e Stato.
Il deputato Moore condivide una foto della sua visita in Nigeria del 29 dicembre.
In Nigeria, ha incontrato sfollati interni, leader religiosi e funzionari della sicurezza prima di tornare a Washington con un rapporto. Chi abbia finanziato il viaggio rimane sconosciuto. Qualsiasi viaggio finanziato privatamente da un membro del Congresso deve essere documentato pubblicamente presso l’ufficio del Segretario della Camera. Nessun documento di questo tipo è stato presentato. Resta un interrogativo aperto se una rete di pressione con interessi finanziari nella vicenda abbia finanziato il viaggio di Moore. Ma la questione è tanto aperta quanto lo Stretto di Hormuz, che, ad aprile 2026, non era poi così aperto.
Bene, tiriamo fuori un po’ di spago rosso per la nostra mappa mentale di indagine sulla bacheca di sughero.
Abbiamo un membro del Congresso in carica che è stato direttore di Textron, una delle principali aziende del settore difesa e aerospaziale, dal 2017 al 2020. Textron produce sistemi di difesa. Se gli Stati Uniti dovessero intensificare il coinvolgimento militare in Nigeria, includendo, come ha suggerito lo stesso Moore, ulteriori “azioni militari cinetiche”, la domanda di piattaforme Textron aumenterebbe vertiginosamente.
Sì, assolutamente normale, tutto a posto, niente di cui preoccuparsi.
Ah, dimenticavo di dire che, secondo il sistema di monitoraggio dell’AIPAC, Moore ha ricevuto 103.130 dollari da lobbisti filo-israeliani e dai loro donatori?
Michael McCaul
Il deputato Michael McCaul, ex presidente della Commissione Affari Esteri della Camera, ha guidato la spinta per classificare la Nigeria come Paese di particolare preoccupazione alla Camera. Nel gennaio 2024, ha firmato congiuntamente una lettera al Segretario Blinken insieme ai deputati Bill Huizenga e John James, mettendo in discussione l’esclusione della Nigeria dalla lista a causa delle violenze legate all’ISIS, al-Shabaab, Boko Haram e al-Qaeda. A febbraio ha poi annunciato l’approvazione della risoluzione H.Res. 82. Quando l’amministrazione Trump ha riclassificato la Nigeria nel novembre 2025, McCaul ha presentato la risoluzione H.Res. 860 per lodare la decisione, denunciando le “violazioni sistematiche, continue e gravi della libertà religiosa” da parte della Nigeria. E, naturalmente, sappiamo tutti che il presidente americano, Donald Trump, non disdegna un po’ di propaganda politica.
Esiste una chiara correlazione tra le azioni legislative di McCaul e le attività di lobbying di Judd Saul e Kyle Abts; un quadro diverso emerge però se si esaminano gli aspetti finanziari. Le dichiarazioni finanziarie di McCaul del 2020 mostrano che deteneva azioni Schlumberger, ora rinominata SLB, per un valore compreso tra 100.001 e 250.000 dollari, mentre contemporaneamente esercitava pressioni sul settore petrolifero nigeriano.
Il deputato Michael McCaul (repubblicano del Texas, 10° distretto) – Dichiarazioni finanziarie personali 2020
Il colosso petrolifero sta attualmente puntando gli occhi sul bacino di Benue in Nigeria. Ciò che desta particolare preoccupazione è che un legislatore che si batte per le sanzioni contro la Nigeria abbia un significativo interesse finanziario in un’azienda che potrebbe trarre vantaggio da un maggiore accesso al petrolio nigeriano.
SLB, Trans Amadi Industrial Layout, Port Harcourt, Nigeria. Foto di Damilola Emmauel
Sam Brownback
Entra in scena l’ex senatore Sam Brownback , artefice dell’International Religious Freedom Act del 1998 e mente giuridica dietro la designazione di Paese di particolare preoccupazione, che ha ricoperto il ruolo di Ambasciatore plenipotenziario per la libertà religiosa internazionale sotto l’ex presidente Donald Trump.
Una petizione giunse sulla sua scrivania, sollecitando sanzioni contro il petrolio nigeriano per fermare gli attacchi contro i cristiani, indicando le sanzioni sulle esportazioni di petrolio nigeriano come la leva preferenziale. Nell’ottobre del 2025, fu coautore di un editoriale su The Hill sulla crisi e, un mese dopo, la Nigeria ricevette la designazione di Paese interdetto dal Partito Comunista Cinese. Nel marzo del 2026, condivise il palco di Capitol Hill con Judd Saul, prevedendo la “violenta scissione” della Nigeria entro un periodo di tempo compreso tra sei e diciotto mesi. Questi demoni in carne e ossa stanno forse tentando di innescare un’altra guerra civile nigeriana, una Biafra 2.0?
La sua appassionata difesa dei cristiani perseguitati al di fuori degli Stati Uniti contraddice drasticamente le azioni compiute in passato dal senatore Brownback quando era governatore del Kansas. Dal 2015 al 2016, Brownback firmò decreti esecutivi che vietavano a qualsiasi rifugiato siriano, compresi i cristiani perseguitati in fuga dall’ISIS, di stabilirsi o ricevere assistenza in Kansas, nonostante le sue successive dichiarazioni di sostegno ai cristiani vittime del terrorismo.
Concediamogli il beneficio del dubbio; forse ha avuto un’illuminazione, una sorta di “conversione” sulla via di Damasco. Ma sappiamo tutti che i politici sono i principali simboli dell’ipocrisia, quindi probabilmente non è questo il caso. Perché il complesso del salvatore cristiano di Brownback non si estende ai cristiani del Medio Oriente e si limita ai nigeriani? Lo stesso intelletto giuridico che ha trasformato la “libertà religiosa” in un’arma internazionale di sanzioni, designazioni e pressioni diplomatiche non permette alle vittime più vulnerabili di quelle stesse leggi, leggi che Brownback ha contribuito a plasmare, di trovare rifugio.
Ripassiamo la lezione!
Finora abbiamo un membro del Congresso con legami con aziende del settore della difesa in visita in Nigeria poche settimane prima della stipula di un contratto per droni, un senatore che ha bloccato l’ingresso dei rifugiati cristiani nel suo Paese e che ora prevede la violenta disgregazione di una nazione sovrana a Capitol Hill, e una rete finanziaria che collega i giacimenti petroliferi nigeriani ai portafogli di investimento del Congresso degli Stati Uniti. Il tutto mascherato da retorica di libertà religiosa e preoccupazione umanitaria.
Questa indagine si sta trasformando in una di quelle storie in cui ogni risposta sembra aprire altre tre porte. Stiamo esaminando una rete di propaganda religiosa, raccolta fondi e influenza politica, e le risposte che abbiamo ricevuto sono così dettagliate da meritare quasi delle note a piè di pagina. Qualcuno sta sicuramente prestando attenzione.
Continuiamo la serie. Continuiamo le indagini.
Parti 1-3 per chi ha bisogno di recuperare
Il vescovo che siede sul petrolio
Vescovo Wilfred Anagbe
Il vescovo Wilfred Anagbe è vescovo di Makurdi dal 2015 ed è la massima autorità cattolica nello Stato di Benue. È anche, geograficamente, la figura religiosa di maggiore rilievo istituzionale in questa indagine.
È opportuno chiarire chi sia e cosa non sia Anagbe. È un vescovo cattolico accreditato, con una vera diocesi e una vera chiesa. Non è una figura marginale il cui passato non è oggetto di controversie, a differenza di altri personaggi evidenziati in questa serie. La sua testimonianza sulle violenze subite dalla sua comunità è ben documentata; l’aspetto omesso è che le aggressioni erano dirette sia contro musulmani che contro cristiani.
Se la preoccupazione per il suo gregge è radicata in una paura reale e documentata, perché rivolgersi allo stesso ente che sponsorizza e finanzia gli autori di tale violenza? Perché portare questo caso proprio all’istituzione che finanzia la destabilizzazione del Paese che si chiede di salvare?
Ciò che è in discussione è il vero significato della violenza e chi trae vantaggio dalla storia che lui sta raccontando.
Il Vangelo del Papa
La testimonianza di Anagbe inquadra la crisi nello Stato di Benue come una guerra religiosa. Ha parlatoSi parla ripetutamente di un “programma islamico a lungo termine per omogeneizzare la popolazione”, di una “strategia islamica per conquistare territori” e di una visione di “pulizia religiosa”. Gli attacchi che descrive hanno ucciso sia musulmani che cristiani. I gruppi armati che commettono queste violenze non agiscono per motivi teologici. Si spostano sul territorio, in particolare su territori ambiti per il loro potenziale capitalistico.
Nell’aprile del 2026, Papa Leone XIV visitò la Grande Moschea di Algeri durante un viaggio in Africa interamente incentrato sul dialogo interreligioso e sulla convivenza. Il capo della Chiesa di Anagbe scelse proprio quell’edificio, in quel momento, per esprimere un’opinione categoricamente diversa da quella che aveva espresso a Washington.
Sebbene il vescovo Anagbe presenti il conflitto come persecuzione religiosa, omette di menzionare la difficile situazione dei musulmani che vivono nel suo distretto episcopale.
Non sono forse tutti figli di Dio?
E poi c’è la terra sotto i suoi piedi, o, più precisamente,
Sotto le catacombe della sua diocesi
La Nigerian National Petroleum Company (NNPC) e i suoi partner internazionali, tra cui SLB, precedentemente Schlumberger , una delle più grandi società di servizi petroliferi al mondo, hanno identificato il Benue Trough come zona prioritaria per un’esplorazione intensiva. La formazione arenacea di Makurdi, situata nel cuore della giurisdizione di Anagbe, è un giacimento obiettivo primario, secondo studi accademici e del settore. SLB ha ricevuto l’incarico di effettuare modellazioni strutturali e delle faglie in tutto il bacino. Il pozzo Ebenyi-1, dove la NNPC ha ripreso le trivellazioni a metà del 2023, confina con la diocesi ed è stato teatro di gravi episodi di violenza terroristica.
Il Piano di esplorazione e sviluppo del bacino di frontiera 2025 della Commissione nigeriana per la regolamentazione del petrolio a monte ( NNPC ) ha elencato i principali blocchi petroliferi nella fossa di Benue per uno sviluppo accelerato. Tale piano è stato pubblicato poche settimane prima della seconda apparizione di Anagbe a Washington. Nel 2025, la NNPC ha detratto oltre 318 miliardi di naira dai profitti dei contratti di condivisione della produzione per finanziare l’esplorazione di frontiera. Questo aumento dei finanziamenti per la “ricerca di petrolio” nella fascia centrale del paese ha coinciso con la pulizia etnica che ha colpito 510.182 sfollati interni (IDP) a luglio 2025, solo nello stato di Benue.
La domanda più difficile
La questione non è se Anagbe sia autentico. Lo è . E non è nemmeno se il suo gregge soffra. Soffre .
Una questione ancora più grave è se il Vescovo comprenda o sia consapevole del fatto che la sua diocesi non si limita a sovrapporsi alle aree di esplorazione petrolifera. Si trova infatti direttamente su terreni che la SLB, una delle più grandi società di servizi petroliferi al mondo, spera di sfruttare per le trivellazioni, e se la sua retorica anti-islamica contribuisca a edulcorare, in anticipo, la violenza che ne consegue.
Mettere in discussione le motivazioni della rete guidata dagli Stati Uniti che ha organizzato la sua presenza a Washington non è la stessa cosa che mettere in discussione il vescovo Anagbe in persona.
Il rapinatore armato diventato pastore
Ezechiele Dachomo
I video di un predicatore che celebrava funerali davanti a fosse comuni nello Stato di Plateau sono diventati virali su Facebook tra il pubblico nigeriano. Il predicatore era Ezekiel Bwede Dachomo, presidente regionale della Chiesa di Cristo nelle Nazioni nell’area di governo locale di Barkin Ladi.
A partire dal 2025, i suoi video di sepoltura si sono diffusi in tutto il mondo. Contenuti espliciti. Fosse comuni. Intere comunità ridotte in cenere. Sono arrivati a Nicki Minaj. Sono arrivati a Donald Trump. Sono arrivati a Capitol Hill, dove Dachomo ha rivolto un appello diretto al Presidente degli Stati Uniti, chiedendogli di inviare soldati e droni a Jos, nello Stato di Plateau.
La sua testimonianza pubblica, carica di emotività, divenne uno dei principali punti di innesco per la narrazione del genocidio dei cristiani, che la rete di Saul, Abts e Barbir riprese, rielaborò e portò a Washington.
Non male per un uomo che, per sua stessa ammissione, non molto tempo fa rapinava banche ed era, a suo dire, molto bravo a farlo.
LADRORE DI TOMBE?
“Prima di incontrare Gesù, ero proprio come voi”, ha dichiarato Dachomo, rispondendo alle accuse pubbliche del religioso islamico Sheikh Yusuf Haruna, noto come Baban Chinedu. L’ammissione ha confermato quanto affermato da Baban Chinedu: Dachomo avrebbe partecipato a una rapina a mano armata in banca a Jos nel 1980. Ha inoltre citato prove relative al periodo tra il 1976 e il 2000, suggerendo che il passato criminale di Dachomo risalisse a un periodo ancora precedente. Dachomo è stato pubblicamente sfidato a portare la questione in tribunale, ma non lo ha fatto.
Baban Chinedu lo ha anche definito un “imprenditore della crisi”, un individuo che trae profitto dall’esacerbare i disordini nella regione senza intraprendere alcuna azione concreta per affrontare o risolvere la situazione. È stato accusato di aver esagerato il numero delle vittime, di aver inscenato o amplificato scene per ottenere maggiore effetto e di aver inquadrato una complessa crisi di sicurezza in modo da acuire le divisioni religiose anziché ridurle. In una di queste occasioni, Dachomo è stato ripreso mentre urlava in un microfono, dichiarando: “Allah è un demone”.
Dachomo ha affermato di aver presieduto a più di 70 sepolture di massa e di aver seppellito più di 500 persone in una sola notte. Queste cifre sono contestate e non corrispondono a dati verificati. Negli attacchi del “Natale Nero” del dicembre 2023 nello Stato di Plateau , fonti indipendenti hanno stimato un bilancio di circa 140-150 morti in oltre 17 villaggi. Ben al di sotto di 500. Se si riferisse a morti cumulative in diversi giorni o a una combinazione più ampia di morti, dispersi e sfollati, si tratterebbe comunque di un’esagerazione retorica, non di un bilancio verificato di una sola notte. Dati indipendenti sul conflitto hanno costantemente dimostrato che la violenza nella regione del Middle Belt in Nigeria è grave ma complessa, con uccisioni determinate da un mix di banditismo, conflitti intercomunitari e insurrezione, piuttosto che da una matrice settaria. Sia Human Rights Watch che ACLED hanno documentato la natura multiforme della violenza.
Di chi sono questi soldi, però?
Nemmeno la sua condotta finanziaria è rassicurante.
Dachomo ha confermato pubblicamente di aver ricevuto oltre 7 milioni di naira in donazioni personali. La sua spiegazione: i donatori si sono rifiutati di inviare denaro al conto della chiesa e hanno insistito per inviarlo direttamente a lui. Questa rivelazione solleva ovvi interrogativi sulla trasparenza e la supervisione, che non ha ancora affrontato pubblicamente. Secondo alcune fonti, avrebbe anche ricevuto 1 milione di naira dal pacchetto di aiuti da 500 milioni di naira stanziato dalla First Lady Oluremi Tinubu per le famiglie colpite dal conflitto nello Stato di Plateau nel settembre 2023, dettagli che i critici interpretano come prova di indignazione selettiva o di opportunismo politico.
Ecco dunque il quadro: un uomo con precedenti penali accertati, cifre delle vittime contestate, donazioni personali non verificate e un risarcimento governativo documentato è diventato il fulcro emotivo di una narrazione di genocidio che ha raggiunto lo Studio Ovale.
Non è successo per caso. Qualcuno ha deciso che la sua voce era utile. La domanda più importante è chi, e per quale scopo.
La lobby del Biafra
La guerra del Biafra è una ferita nella storia della Nigeria che non si è ancora rimarginata. Sebbene la guerra sia terminata, la ferita continua a sanguinare sotto la benda delle tensioni etniche e politiche.
Perdura nelle famiglie, ancora oggi, soprattutto nella mia. Il mio compagno ha perso nonni, zii e zie, e il popolo Igbo ha perso intere generazioni in un conflitto che ha ucciso tra uno e due milioni di persone , molte delle quali per fame, usata come arma di guerra. Il danno psicologico subito da coloro che sono sopravvissuti da bambini non è una statistica. È una presenza tangibile. È il motivo per cui questo paragrafo è stato scritto con cura, ed è il motivo per cui questa indagine insiste sulla precisione: perché il popolo nigeriano, tutto quanto, ha già pagato un prezzo troppo alto, e non possiamo permetterci di pagarlo di nuovo. Per il popolo Igbo della Nigeria sudorientale, il ricordo della guerra civile del 1967-1970 è un’eredità vissuta, tramandata di generazione in generazione attraverso le famiglie che hanno visto le loro città rase al suolo e i loro figli ridotti alla fame.
Il trauma del Biafra è reale e legittimo, e chiunque legga quanto segue dovrebbe tenerlo sempre presente. È proprio per questo che l’attuale lobby biafrana deve essere esaminata con attenzione.
Governo della Repubblica del Biafra in esilio (BRGIE)
Il Governo della Repubblica del Biafra in esilio (BRGIE) , un organismo politico della diaspora guidato da Simon Ekpa, cittadino con doppia cittadinanza finlandese e nigeriana che si è autoproclamato Primo Ministro del Governo della Repubblica del Biafra in esilio nel 2023, e dal Primo Ministro ad interim Ogechukwu Nkere, residente nel Maryland, ha creato un’operazione di raccolta fondi nella diaspora, ottenendo contributi dalle comunità Igbo negli Stati Uniti, nel Regno Unito, in Italia, in Canada, in Germania, in Spagna, in Israele e in Sudafrica attraverso campagne settimanali in diretta streaming su Zoom.
La BRGIE ha preso una decisione strategica deliberata e documentata per inserirsi nella stessa macchina narrativa del “genocidio cristiano” descritta in questa serie. Nel giugno 2024, la BRGIE ha firmato un contratto di lobbying da 10.000 dollari al mese con Moran Global Strategies, prendendo di mira la stessa sottocommissione per gli affari esteri della Camera sull’Africa e incontrando gli stessi legislatori, tra cui il senatore Ted Cruz e il deputato Chris Smith, che Judd Saul e Kyle Abts stavano contemporaneamente corteggiando tramite ICON e Equipping the Persecuted.
Il BRGIE ha inoltre fatto un’offerta esplicita al governo degli Stati Uniti : in cambio del riconoscimento dell’indipendenza del Biafra, Washington avrebbe ricevuto:
basi militari permanenti
Operazioni libere della CIA
Accesso preferenziale a minerali critici, petrolio e gas nella regione del Biafra
Il pericolo non è solo che un simile accordo aggravi l’instabilità nigeriana, ma anche che faccia apparire la causa del Biafra meno come una lotta di liberazione e più come un canale per l’ingerenza e la sottomissione straniera.