Il Sovranismo dei vorrei ma non posso, di Max Bonelli

Il Sovranismo dei vorrei ma non posso

 

Ho sempre visto delle affinità tra l’idea Sovranista ed il Risorgimento italiano entrambi hanno trovato terreno fertile in una avanguardia-minoranza piccolo, medio borghese che si sentiva  e si sente soffocata

da una entità occupante e pervasiva. Allora era l’impero Austriaco oggi

è il “Giano Bifronte” USA-UE che ad una analisi superficiale possono apparire due entità distinte e talvolta in contrapposizione apparente, ma che in realtà sono due facce della stessa moneta.

Oggi come allora all’inizio del processo costitutivo, questa avanguardia minoritaria interpreta la diffusa e confusa richiesta nella società italiana

di un cambiamento. Allora nel senso di una unificazione della penisola, oggi nella applicazione dell’art.1 della costituzione “La sovranità appartiene al popolo”.

 

Questa prerogativa del popolo italiano è largamente disattesa e posso dimostrarlo rapidamente facendo una carrellata dei soprusi del mostro bifronte nei confronti della sopraddetta “Sovranità del popolo italiano”.

L’occupazione militare statunitense, “i liberatori”, ha prodotto negli ultimi 50 anni una serie di stragi senza colpevoli condannati che va dalle funivie abbattute da cowboy in divisa alla guida di aerei da guerra per passare ai carghi porta armi che causano la strage del traghetto Moby Prince per arrivare ai voli di linea abbattuti per errore, Ustica docet, e la conseguente strage di Bologna intesa a disinnescare l’attenzione dell’opinione pubblica.

L’attività dell’altra faccia dell’occupante è meno scoppiettante ma non meno assassina. Pensiamo al problema dei migranti, benedetto e incoraggiato dalla UE a conduzione tedesca a spese del Bel Paese e della sua cittadinanza.

L’arrembaggio alle nostre coste di una marea di uomini e donne spesso relativamente facoltosi (nei loro paesi) da avere in tasca i 3000 dollari per pagarsi un viaggio irto di pericoli per andare a formare l’esercito salariale di riserva concorrente con le fasce più esposte della nostra società. Naufragi, delitti comuni, scontri culturali sono all’ordine del giorno e per la prima volta l’italiano sente sulla propria pelle la mancanza di uno stato sovrano che sa far rispettare i propri confini.

 

L’avanguardia sovranista, quella militante, sente l’opportunità storica di poter trasmettere la sua intuizione politica alla maggioranza del paese.

Come accade spesso nei giorni più tragici della Storia dei grandi paesi,

l’Italia ha anche alcuni giovani intellettuali di talento impegnati a perorare le ragioni alla base dell’art.1 della costituzione, tra questi Diego Fusaro, Paolo Borgognone oppure uomini dal talento giornalistico ed imprenditoriale come Paolo Messora fondatore del polo multimediale ByoBlu.

 

Si formano movimenti politici, tanti, anche troppi, caratterizzati da una base militante di veri patrioti e da vertici molto egocentrici più interessati a prepararsi una carriera politica personale magari in parlamento a 10.000 euro al mese che a diffondere il verbo contro l’occupante.

 

Alle ultime elezioni amministrative abbiamo avuto una triste conferma di questa tesi. Possiamo rapidamente analizzare il voto delle Marche dove Vox Italia, il partito condotto dal giornalista Francesco Toscano e dall’avvocato Giuseppe Sottile, primeggia con uno 0,5% della loro lista

rispetto all’altra lista sovranista di Riconquistare l’Italia (FSI) fermo allo 0,1% a cui fa capo il professore Stefano D’Andrea.

La somma di entrambi è ampiamente sotto l’1% e parliamo dell’unica regione strappata al PD in questa tornata da un candidato di Fratelli D’Italia. Un partito che nell’ambito dell’arco costituzionale è sicuramente quello spostato più verso idee sovraniste.

Mi viene da domandarmi, come militante e patriota, a cosa è dovuto l’insuccesso politico e quindi mi accingo ad analizzarne le ragioni.

 

Siamo alle elezioni delle Marche, regione caratterizzata da un manifatturiero di qualità laddove l’esportazione verso la Russia, soprattutto nel settore calzaturiero, è stata colpita dalle infinite sanzioni che dal 2014 ad oggi vengono imposte dal nostro occupante americano.

Se guardiamo le pagine internet di questi due piccoli partiti espressione del “Sovranismo estremo” per cercare qualche attacco alle sanzioni imposte

al settore, rimaniamo delusi.

Non si menziona nemmeno il problema e tanto meno nella piccola ed agguerrita Vox Italia tv di Toscano, molto attenta alle guerre politiche tra democratici e repubblicani negli USA, ma  assente su questi problemi commerciali come dire ..casalinghi. Ad onor del vero anche FdI hanno posizioni elusive sull’argomento ma hanno scelto di giocare la loro carta sovranista sul piano identitario piuttosto che pestare i piedi al padrone.

 

La carta identitaria FdI l’ha giocata sul problema dell’immigrazione trovando un terreno fertile nella regione dove è stata uccisa e smembrata Pamela Mastropietro da tre “nuove risorse” nigeriane dedite allo spaccio e commerci simili.

Su questo argomento FdI è molto chiaro con la proposta del blocco navale e tocca la sensibilità dell’opinione pubblica che ha avvertito la censura nemmeno troppo velata dei media di regime su questo ed altri fatti di cronaca.

Sul tema immigrazione dal punto di vista teorico Vox Italia avrebbe anche un buon punto di partenza mutuando il pensiero di Diego Fusaro e la teoria

migranti=esercito salariale di riserva dei poteri finanziari.

Belle parole ma che rimangono tali se non accompagnate da una messa in evidenza costante e continua delle contraddizioni della politica migratoria a guida PD sui social e sull’immancabile Vox Italia TV che su questo argomento risulta “non pervenuta”.

Come non pervenuto è sul tema FSI di D’Andrea che si limita ad un fumoso punto programmatico che imita certe discussioni intellettualoidi del PCI degli anni settanta ma che è del tutto assente nel contesto odierno fatto di video virali sulle malefatte di questa politica migratoria.

Risultato, il centrodestra a guida Fratelli d’Italia strappa la vittoria nelle Marche regione storicamente di sinistra mentre i due partiti sovranisti d’ispirazione socialista si beccano un bell’articolo denigratorio sull’Espresso (1).

 

Per la cronaca entrambi questi  due partiti hanno dato il meglio di sé nella campagna referendaria contro il Sì sia sui social che sui loro siti mediatici nonché  nella piccola (e quando vuole )agguerrita Vox Italia TV di Toscano.

L’argomento gli stava molto a cuore; in effetti quando si hanno certi numeri in fase elettorale vedersi alzare la soglia per il parlamento fa male…molto male.

Personalmente penso che se una idea è forte non c’è sbarramento elettorale che la possa fermare; al contrario la mancanza di coraggio e la mediocrità quelli si possono essere sbarramenti insormontabili.

 

 

 

 

 

 

 

 

Un consiglio ai filosofi: attenti alle frequentazioni, si rischia di rimanere infangati per pochi baiocchi, la reputazione dovrebbe costare molto di più.

 

Max Bonelli

 

 

 

 

(1)

https://espresso.repubblica.it/palazzo/2020/09/22/news/partito-diego-fusaro-flop-1.353448?fbclid=IwAR1ef2H-A8e9aY8fGviiAS1hLqBJndGVf0WOTQm5rp-trUgce2I1klIqhZs

 

 

 

 

 

LE ELEZIONI DEL CAOS, di Gianfranco Campa

Con questo articolo di Gianfranco Campa inauguriamo la rubrica dedicata alle elezioni presidenziali americane di novembre 2020. Ci ripromettiamo di aggiornarla con informazioni ed analisi a costo di enormi sforzi condizionati dalle dimensioni del sito e dalla scarsa disponibilità di tempo degli estensori. Quella di novembre rappresenta una scadenza cruciale per il futuro degli Stati Uniti, per le dinamiche geopolitiche e purtroppo per il decorso preagonico della nostra stessa nazione. Qualunque sia l’esito Trump ha comunque lasciato un segno profondo dal quale l’eventuale successore non potrà completamente prescindere, né tanto meno rimuovere. A chi volesse ripercorrere il clima e le dinamiche convulse di quel paese non resta che ripercorrere le decine di podcast ed articoli pubblicati da questo sito con un piglio originale ed anticipatore. Non ostante l’apparente distacco con il quale si sta vivendo l’evento in Italia quella scadenza sarà fondamentale nello svelare definitivamente il carattere, l’indole, la collocazione e la direzione della gran parte del nostro ceto politico, per altro già facilmente percettibile. Una volta spente le luci della ribalta, a novembre oppure nel 2024, Trump meriterà sicuramente da parte degli storici un giudizio molto più attento ed obbiettivo che ne rivaluti nel bene e nel male il ruolo svolto. Molto più problematica la collocazione della quasi totalità del nostro pavoneggiante ceto politico. Il “sommo poeta”, fosse ancora qui tra noi, faticherebbe non poco ad assegnare loro uno dei tre luoghi di residenza ultraterrena e maggior ragione il girone. Ne dovrebbe creare probabilmente uno apposito: quello forse  degli insulsi_Giuseppe Germinario

 

Forse molti di voi non sanno che le elezioni presidenziali Americane del 2020 sono già ufficialmente iniziate. L’esercizio di voto anticipato e già in corso in Minnesota, Virginia, South Dakota e Wyoming. In questi Stati è già consentito votare di persona in specifici seggi designati. Negli Stati del Vermont, Virginia, Pennsylvania, New Jersey, Minnesota, Sud Dakota, Alabama, Arkansas, Georgia, Idaho, Illinois, Indiana, Kentucky, Louisiana, Michigan, Mississippi, Missouri, Nord Carolina, Nord Dakota, Oklahoma, Rhode Island, Tennessee, Virginia, West Virginia, Wisconsin e Wyoming è già possibile votare per posta. Altri Stati si aggiungeranno nei prossimi giorni alla lista del voto per posta.

A proposito del voto per posta: Con l’avvento del Coronavirus, il numero di votanti per posta è aumentato esponenzialmente; stati che non adottavano un tale sistema di voto si sono affrettati a mettere in piedi l’organizzazione e la struttura  necessaria per consentirne l’esercizio. Per la prima volta nella storia della politica a stelle e strisce il numero dei votanti per posta si quantifica approssimativamente in circa il 40% degli aventi diritto al voto; stiamo parlando di circa 80 milioni di schede elettorali, un record storico.

Se il buon giorno si vede dal mattino queste saranno le elezioni più importanti ma più contestate  della storia americana. Le file di persone che attendono direttamente ai seggi negli stati dove sono ora aperte le operazioni sono imponenti. Nelle ultime presidenziali, quelle del 2016, il 55.5% degli aventi diritto al voto si sono presentati ai seggi. Su oltre 250 milioni di aventi diritto, quasi 140 milioni si sono recati allora ai seggi. Cento milioni sono quindi rimasti a casa; un numero abbastanza consistente. Se anche una piccola percentuale degli assenti cronici dovesse presentarsi ai seggi, potrebbe fare la differenza  in queste presidenziali del 2020. I dati fino da ora, in base a chi ha già votato e a chi ha richiesto la scheda per posta, indica che il numero dei votanti, nonostante il Coronavirus, nel 2020 dovrebbe essere più alto rispetto alle elezioni del 2016.

Fare una previsione in base ai sondaggi su chi vincerà le elezioni è praticamente impossibile;  specialmente su queste presidenziali del 2020. E allora, invece di cercare di interpretare i sondaggi vogliamo concentrarci sui singoli stati per cercare di interpretare l’esito del collegio elettorale ed arrivare a fare una previsione più attendibile rispetto ai sondaggi, su chi tra Biden e Trump ha più possibilità di essere nominato prossimo presidente. Ricordo che non è il voto popolare a decidere le presidenziali bensì la quantità di collegi elettorali conseguiti. Ogni singolo stato contribuisce con un numero specifico di collegi elettorali; la somma di essi determina il vincitore delle presidenziali. Per vincere le elezioni sono necessari 270 seggi elettorali.

Partiamo prima dagli stati dove è assolutamente certo che i seggi elettorali sono al sicuro per un partito o per un altro. In altre parole  sono stati tradizionalmente e storicamente parlando appannaggio di uno specifico partito. Grazie ad una mappa interattiva offerta dalla ABC abbiamo fatto il nostro calcolo sulla ipotesi più plausibile del conto finale dei seggi elettorali. Al momento secondo le nostre previsioni Biden dovrebbe vincere con 308 seggi elettorali; Trump riuscirebbe a conquistare solamente 230 seggi. Comunque sia la forbice elettorale  si è accorciata fra i due candidati. Trump ha recuperato molti punti di percentuale su Biden, ma non ancora a sufficienza per chiudere il gap. Comunque sia il trend per Trump è positivo. Continuando così non si esclude la possibilta che Trump riesca a raggiungere Biden nelle preferenze elettorali

Gli stati in rosso rappresentano quelli che dovrebbero andare a favore di Trump, quelli in Blu rappresentano quelli che dovrebbero andare a favore di Biden. L’azzurro rappresenta il colore degli stati che pendono verso i democratici ma senza certezze. Le nostre proiezioni sono state modificate a nostro piacimento secondo una analisi basata sul voto storico, sui sondaggi, sulle testimonianze di persone direttamente coinvolte nelle due campagne elettorali, sulle notizie locali che riflettono il sentimento dei cittadini del posto, testimonianze sul “campo” di comuni cittadini e sulle reazioni sui social media alle politiche e alle performance di entrambi i candidati. Sotto troverete la mappa del collegio elettorale con le nostre previsioni. Sotto i nomi degli stati si trova il numero dei collegi elettorali a disposizione generato da quel particolare stato. Cercheremo di aggiornare la mappa ogni settimana, applicando la nostra griglia di analisi menzionata prima.

https://abcnews.go.com/Politics/2020-Electoral-Interactive-Map?mapId=MjAyMDA0MTAyNjEwMTYwMTA3NDI3NDE2MTAwqUORTBgmSUhKSSNSTBiRSRKSUUgmCQ

Comunque vada i risultati delle elezioni non saranno disponibile la notte del 3 di Novembre. I numeri dei votati tramite posta fa si che il conteggio si estende passata la soglia del 3 di Novembre. Probabilmente durerà per giorni se non per settimane e sarà un conteggio costellato da battaglie a colpi di proteste di strada e battaglie legali nelle corti locali e federali. Si potrebbe addirittura ipotizzare uno scenario dave Trump sembra vincere le elezioni la notte del 3 di Novembre per poi gradualmente perderle via via che vengono contati i voti per posta. Questo perché alcuni sondaggi ci dicono che il 60% degli aventi diritto al voto iscritti al partito democratico sostengono che voteranno per posta (paura del Covid19) mentre l’opposto e` per gli iscritti al partito repubblicano dove il 60% dichiara, che non fidandosi del voto per posta, si presenterà direttamente ai seggi votando di persona. Comunque sia è ormai certo che la battaglia su i risultati delle presidenziali si prolunghera molto più in là del 3 Novembre. Tenete presente fra l’altro che tra il 2012 e il 2018, secondo i dati della Commissione federale di assistenza elettorale, sono andate perse 28,3 milioni di schede per corrispondenza. Le schede mancanti ammontano a quasi uno su cinque di tutte le schede inviate per posta agli elettori residenti negli Stati che partecipano  alle elezioni esclusivamente per posta. Tenendo presente questo dato, in queste presidenziali del 2020, dove si prevede che 80 milioni di schede per posta verranno spedite agli americani e facile immaginarsi una elezione a dir poco caotica, da repubblica delle banane

I contenziosi delle elezioni apriranno scenari da guerra civile, non escludo che lo scontro si trasformi da politico ad armato. D’altronde Hillary Clinton a categoricamente ordinato a zio Joe di non concedere vittoria a Trump qualunque sia il risultato delle elezioni la notte del 3 Novembre. Quando apre bocca Hillary Clinton non ne esce niente di buono se non morte, disordine e caos…

 

 

Christian Harbulot – Siamo in guerra economica

Intervista a Christian Harbulot – Siamo in guerra economica

Uno dei pionieri dell’intelligence economica, Christian Harbulot è a capo della School of Economic Warfare di Parigi dal 1997 ed è il direttore di Spin Partners. Ha coordinato la stesura del manuale di Intelligence Economica presso i PUF.

 

Conflitti: perché ti sei interessato alla guerra economica?

Christian Harbulot: Può sembrare paradossale. Da adolescente ero un attivista di estrema sinistra. Eppure sono sempre rimasto un patriota. Nato a Verdun, ho immerso tutta la mia infanzia in un’atmosfera patriottica. Non potevo essere insensibile alla parola “Francia”, alla massa di morti e drammi che mi circondavano. Ho persino sognato di diventare un paracadutista. Ma gli eventi in Algeria mi hanno deluso, non mi vedevo entrare nell’esercito del generale Ailleret. Questo spiega il mio passaggio all’estrema sinistra. Ma non tra i trotskisti, tra i maoisti, insisto, la realtà patriottica non mi ha mai abbandonato. I primi sono internazionalisti, i maoisti insistono sul rapporto tra una popolazione e un territorio. Mao Zedong vince con tutti contro di lui, Washington e Mosca, ma sa come mobilitare la sua gente intorno a lui.

In effetti, ciò che è stato decisivo è stato il mio tempo a Sciences-Po dal 1973 al 1975. Non da quello che ho imparato lì, ma da quello che non ho imparato lì. Nessuno si è dato da pensare al futuro della Francia, al potere della Francia. Non ho trovato nessun mentore che stimolasse la mia mente sul futuro del mio paese, su cosa lo potesse sconvolgere, su come una nazione come la nostra potesse non solo preservare i suoi successi ma svilupparli. Nessuno che mi dia griglie di lettura. E questo in un contesto in cui il gioco dell’opposizione tra i blocchi ha portato a nascondere le divergenze che potevano esistere all’interno di ogni blocco. Sciences-Po aveva scelto il suo campo, combatteva il comunismo, era quasi totalmente sotto l’influenza americana.

Questa legge del silenzio che prevaleva a Sciences-Po non poteva soddisfarmi. Una vera omertà .

 

Conflitti: è così che hai creato la School of Economic Warfare.

Christian Harbulot: Tutto è iniziato con discussioni con i militari. Il generale Pichon-Duclos, soprattutto che ho conosciuto nel 1993 dopo aver letto i suoi articoli. Poi i generali Courmont e Merment, un gruppo che lavorava all’interno di un think tank chiamato Stratos. La nascita è stata lunga, quasi cinque anni. Pensavamo di sviluppare le nostre attività in un’università o in una grande scuola, ma si è rivelato difficile. Affrontare il problema della guerra economica, svelandone la realtà, che rischiava di essere poco apprezzata al di là dell’Atlantico. Tuttavia, i professori della Superiora temevano di dispiacere e di essere banditi dalla pubblicazione sulle riviste americane. Quindi hanno frenato quattro ferri. Un pioniere come Le Bihan, che voleva introdurre questo insegnamento all’HEC, fu costretto ad arrendersi.

Alla fine ho trovato il supporto di ESCA e EGE iniziato nel 1998.

 

Conflitti: è qui che inizia a emergere il tema della guerra economica. Perché in questo momento?

Christian Harbulot: Il fenomeno essenziale è proprio la fine della Guerra Fredda e la fine dei blocchi, e quindi dell’omertà che proibiva la pubblicità delle rivalità tra i paesi occidentali e metteva in discussione la solidarietà atlantica. Ciò che una volta era nascosto lo è sempre di meno. Allo stesso tempo, vengono rilasciate nuove forze e emergono nuovi paesi. Ma la fine della guerra fredda non pone fine alla minaccia nucleare. La bomba atomica rende impossibile pensare a grandi conflitti tra grandi potenze in termini di guerra militare, almeno se restiamo razionali. Ciò spiega in parte la trasformazione della guerra sulla base di scontri economici.

Leggi anche:  Nient’altro che la Terra: la geopolitica gulliana prima di de Gaulle

Un evento significativo mostra quanto è cambiato. Nel 1967, il generale de Gaulle chiese la conversione dei dollari detenuti dalla Banque de France in oro. Questo fatto è spesso trascurato, nella migliore delle ipotesi è considerato molto meno importante della costruzione della forza d’attacco nucleare. Eppure de Gaulle ha osato attaccare le fondamenta del potere americano. È stata una sfida incredibile e questa politica verrà abbandonata dai suoi successori. Oggi i BRICSContestando apertamente la supremazia del biglietto verde, V. Poutine chiede di porre fine al suo ruolo predominante e Pechino, più discretamente, sta mettendo in atto tutta una serie di misure per poterne, domani, farne a meno. Tuttavia, gli Stati Uniti non possono tirarsi indietro su questo argomento, è la chiave del loro potere, ma ancor di più del loro sistema. Quella che una volta era considerata la sfida folle di un uomo sta diventando la sfida di tutte le nazioni emergenti.

Quindi quello che potremmo nascondere o minimizzare in passato non può più essere oggi.

 

Conflitti: come definisci la guerra economica?

Christian Harbulot: È l’espressione estrema delle lotte di potere non militari. Se proviamo a dare la priorità all’equilibrio di potere, i due che mi sembrano i più importanti nella storia dell’umanità riguardano la guerra e l’economia. Questo non significa che non ce ne siano altri – culturali, religiosi, diplomatici… Ma sono questi due che contano di più se guardiamo alla lunga storia, gli altri passano in secondo piano. , le loro conseguenze sono meno gravi.

 

Conflitti: questa guerra è l’azione degli stati?

Christian Harbulot: Sì, certo, sono loro che hanno le risorse materiali e la visione a lungo termine necessaria.

 

Conflitti: che dire delle imprese?

Christian Harbulot: Hanno un ruolo, ma subordinato. Il loro posto è limitato da un fattore essenziale, il fattore tempo. Gli azionisti favoriscono l’utile a breve termine; i manager generalmente rimangono a capo della loro azienda per un breve periodo. Fernand Braudel ha dimostrato che a lungo termine lo Stato vince sul mercato. Perché costruire un territorio richiede investimenti pesanti che richiedono uno sforzo a lungo termine. La sostenibilità del potere non è un business, per quanto potente possa essere, ma una costruzione territoriale la cui durata sarà molto più lunga.

L’azienda può disporre di mezzi finanziari considerevoli, superiori a quelli di alcuni Stati. Ma dipende dal mercato, dai suoi rapidi cambiamenti. Nessuna azienda può dire: “Sono qui, resto lì. La vastità dell’Impero russo è stata inscritta nel tempo per secoli; nessuna impresa privata può pretendere di ottenere questo risultato.

 

Conflitti: la guerra economica sta spingendo le aziende a rivolgersi agli Stati?

Christian Harbulot: Sì, naturalmente. L’abbiamo visto con il subprime crisi . I movimenti di capitali che seguirono hanno dimostrato una cosa, che è stata mappata: il capitale è andato dove si sentiva protetto, spesso il suo paese di origine. Le nazionalità, descritte da alcuni economisti come sciocchezze, riacquistarono importanza.

Leggi anche: le  PMI devono essere addestrate alla guerra economica 

 

Conflitti: visto che stiamo parlando di guerra, ci sono aziende che “tradiscono”?

Christian Harbulot:È un dibattito completamente oscurato nel nostro Paese. Questo mi ricorda un caso che mi sembra essenziale nella storia del nostro paese, il piano informatico del generale de Gaulle per l’IT. Pensava in termini di sovranità, facendoci sfuggire agli Stati Uniti dalla dipendenza dalla tecnologia informatica, ma ancor più in termini di potere, in termini di conquista dei mercati. Peyrefitte lo mostra chiaramente quando riporta una discussione con lui sulla concorrenza tra i sistemi PAL e SECAM; per de Gaulle si tratta di prendere quote di mercato. Cosa ha fatto fallire questo piano? Molte cose, ovviamente, ma soprattutto l’azione di Ambroise Roux. Pensava solo agli interessi della General Electricity Company che dirigeva. Non parlerò di tradimento,

 

Conflitti: come si può dire che la visione dello Stato sia superiore a quella delle aziende? Affermano anche di servire il bene comune, producendo dove costa meno e fornendo al consumatore prodotti economici e vari? In che modo lo Stato impedirebbe loro di farlo?

Christian Harbulot: Prima di tutto, ricordiamoci che non siamo solo consumatori, ma anche produttori. Quello che ognuno di noi guadagna da una parte, rischiamo di perdere dall’altra.

Ma non è questa la radice del problema, non sto entrando nel dibattito sulle virtù e sui limiti del liberalismo economico. Economia e politica non sono proprio sullo stesso piano. Ciò che conta sono i rapporti di potenza. È un’idea che mi sta a cuore; per avere un divenire, dobbiamo pensare al potere. Questa è la ragion d’essere degli stati, non delle imprese.

Vedere. Negli anni ’20 e all’inizio degli anni ’30 le aziende americane investirono massicciamente in Germania; questo non ha impedito agli Stati Uniti di entrare in guerra contro di essa – anche se notiamo che i bombardamenti americani hanno sorprendentemente aggirato le fabbriche di questi gruppi …

Gli interessi economici privati ​​non dettano sistematicamente gli interessi del potere. Un caso attuale è rivelatore: le società energetiche americane hanno davvero interesse a sfruttare il gas di scisto che compete con il “loro” petrolio e contribuisce all’attuale caduta del prezzo del barile? E domani, cosa succederà se inizieranno ad esportare in Europa? Lo venderanno a un prezzo elevato, che è nel loro interesse? O a un prezzo basso per rendere l’Europa meno dipendente dal gas russo e più dipendente dagli Stati Uniti? Nel primo caso prevarrebbero gli interessi delle società; nel secondo, la logica del potere dello Stato americano. In ogni caso, sarà un ottimo test, se queste esportazioni avranno luogo, per verificare chi sta imponendo il suo punto di vista (tra interesse privato e interesse di potere).

La questione di chi detiene le chiavi del potere è al centro della trama della famosa serie americana House of Cards. In questa finzione un po ‘simbolica, un uomo d’affari americano è alla disperata ricerca di una raffineria in Cina, senza prestare il minimo interesse alle tensioni geopolitiche sino-americane. Interessi privati ​​a breve termine da un lato, interessi collettivi incarnati dallo Stato dall’altro. Alcuni dicono che lo sviluppo del commercio è il modo migliore per rendere difficile uno scontro tra Stati Uniti e Cina. Ma di questo dovrebbe essere convinto anche lo Stato cinese! E che non prenda iniziative che possano minare il potere, ma anche la competitività degli Stati Uniti. Torna al dollaro. Se i paesi emergenti riescono a ridurne l’utilizzo, tutti gli americani ne risentiranno e tutte le imprese di questo paese.

Le aziende che non giocano il gioco collettivo si comportano come clandestini. Approfittano del sistema, beneficiano di tutti i beni che lo Stato americano dà loro, e soprattutto delle facilitazioni che il dollaro porta loro, ma rafforzano i potenziali avversari del loro Paese. Ecco perché un giorno o l’altro sono chiamati all’ordine dal potere statale che fischia la fine del gioco.

 

Conflitti: il problema è che le aziende non sono dalla parte del potere.

Christian Harbulot: Sì, su questi argomenti non hanno alcun controllo. Non sono le aziende che possono mantenere il dollaro come strumento duraturo del potere economico americano. L’equilibrio economico del potere non è il risultato dell’aggiunta dell’avviamento delle aziende.

 

Conflitti: che rapporto instauri tra guerra economica e guerra?

Christian Harbulot: Questo è un argomento molto importante. Alcune guerre sono spiegate da motivazioni economiche, soprattutto quando si tratta di impossessarsi di risorse vitali. Lo vediamo oggi in Africa. Ma questo è il modo più semplicistico per farlo.

L’esperienza insegna che la guerra non è il modo migliore per garantire la sostenibilità del potere e della ricchezza di un paese – sottolineo la parola sostenibilità. L’esempio più convincente è il Regno Unito che esce incruento dalla seconda guerra mondiale.

Lo scopo della guerra economica è aumentare la ricchezza e quindi aumentare il potere. La guerra in sé non è il modo migliore per ottenere questo risultato, è spesso il modo migliore per perderlo.

 

Conflitti: ma ci sono gli Stati Uniti che non hanno chiuso le porte della guerra dal 1941.

Christian Harbulot: Sì, gli Stati Uniti. È vero. Hanno riconciliato la guerra con la ricchezza e il potere. Per il momento. E trovano sempre più difficile mobilitare pesanti risorse per questi conflitti. Stanno entrando in un periodo in cui fare la guerra sarà sempre più difficile per loro.

 

Conflitti: tutti i paesi sono consapevoli della realtà della guerra economica?

Christian Harbulot: distinguo tre tipi di paese. Coloro che hanno una logica per aumentare il loro potere e la loro ricchezza: Stati Uniti, Cina, Germania, la maggior parte dei paesi emergenti. Coloro che sono sulla difensiva come la Francia e molti altri paesi europei. E quelli che sono solo posta in gioco.

Leggi anche:  Cina, Stati Uniti, UE: chi vincerà la guerra?

 

Conflitti: in guerra come in politica, è prima necessario sapere chi è il nemico. Se ti dessi la possibilità di scegliere tra tre paesi, Stati Uniti, Germania, Cina, quale definiresti il ​​nostro principale nemico economico?

Christian Harbulot: Tutti e tre, da diverse angolazioni. Il principale potrebbe essere la Germania che ha una vera strategia di potere che ci manca. Quello che ci impedisce di pensare al potere sono gli Stati Uniti. Quello che mina le basi del nostro potere è la Cina.

 

Conflitti: non è possibile un’alleanza con la Germania?

Christian Harbulot: È desiderabile. L’aggiunta delle due culture strategiche, così diverse, gioverebbe a entrambe. La Germania dovrebbe comunque accettare di vedere in noi qualcosa di diverso dai potenziali collaboratori.

Ricordo che un originale, tedesco, che insegnava in organizzazioni prestigiose come Sciences-Po o INSEAD, venne a trovarmi per offrirmi un testo il cui titolo era: “Il ripristino della nozione di collaborazione”. La sua ingenuità mi ha incantato, ma l’ho rimandato a casa.

Se ci atteniamo all’idea della supremazia di una cultura su un’altra, non accadrà nulla.

 

Conflitti: sembra che tu stia pianificando i tuoi colpi più duri negli Stati Uniti. Di cosa li biasimi? I valori liberali di cui si vantano o i metodi che li rendono i principali protagonisti della guerra economica?

Christian Harbulot: Entrambi, o meglio il divario tra i due. Si basano su un discorso che non è verificato nella pratica, perché scollegato dalla realtà, e improvvisamente agiscono al contrario dei valori che pretendono di incarnare.

Espandiamoci alla geopolitica. Il generale de Gaulle una volta ha definito gli Stati Uniti una “potenza pericolosa”. Penso che si riferisse alla guerra d’Indocina dove inizialmente sostenevano il Vietminh per “scoprire” nel 1950, quando scoppiò la guerra di Corea, che erano comunisti e che lui Bisognava combatterli prima dai francesi interposti, poi direttamente intervenendo in Vietnam. Sono molto bravi a creare mostri che si rivoltano contro di loro, i talebani in Afghanistan, gli islamisti dell’ISIS contro Assad… È una forma di schizofrenia. E all’improvviso non possono rivendicare il ruolo di potere che rassicura e protegge. Le basi della loro legittimità sono scosse.

 

Conflitti: quale sarebbe per te la recente battaglia economica più significativa?

Christian Harbulot: la politica del gas di Putin. Questa lezione è la dimostrazione più illuminante di come possiamo giocare su un equilibrio economico di potere e mettere i paesi europei in uno stato di dipendenza. Nel caso della Russia, il gas è un’arma economica al servizio del potere.

 

Conflitti: questo non ha impedito all’Unione Europea di votare sanzioni contro la Russia durante la crisi ucraina?

Christian Harbulot: Ma possiamo vedere chiaramente l’imbarazzo della Germania su questo argomento. Gli accordi economici bilaterali che ha firmato con Putin, in particolare sull’energia, riflettono una visione etnocentrica sui suoi interessi immediati e non il desiderio di giocare la coesione europea su una questione vitale a lungo termine al fine di limitare la dipendenza nel campo energetico. Anche altri paesi hanno i propri interessi da difendere in questo caso. È il caso della Francia con l’esportazione di due navi della classe Mistral. Queste contraddizioni spiegano perché le sanzioni europee sono rimaste limitate.

 

Conflitti: in conclusione, quale valutazione trae da questi diciassette anni alla guida dell’EGE?

Christian Harbulot: Molte ragioni di orgoglio quando vedo il successo dei miei ex studenti e la qualità della formazione che ho fornito loro. Ma la cosa più importante è che, ora, possiamo parlare di guerra economica in questo paese. Non è solo o anche principalmente grazie a me, ovviamente, ma alla fine ho portato la mia pietra nell’edificio, o se preferite le mie macerie al muro.

https://www.revueconflits.com/entretien-christian-harbulot-guerre-economique-analyse-theorie/

LA SOTTILE LINEA ROSSA. IL CASO BRITANNICO, di Pierluigi Fagan

LA SOTTILE LINEA ROSSA. IL CASO BRITANNICO. Cosa sta accadendo nell’Isola? B. Johnson ha detto che farà di tutto per evitare il lockdown ma richiama i concittadini a comportamenti auto-controllati più seri. Poiché sa che tale auto-controllo mancherà, ha avanzato la possibilità dell’uso di polizia ed addirittura esercito per contenere chi non si auto-contiene. E’ un passare la sottile linea rossa delle regole di convivenza civile e democratica, nel paese che poco più di tre secoli fa pose il Parlamento al posto del Re, inaugurando quella forma poi detta “democrazia liberale”. Il fatto quindi merita attenzione. Partiamo dall’inizio.
B. Johnson, nell’anno della transizione che doveva portare all’effettiva uscita dalla Unione europea, prende in considerazione il virus SC2 tardi. Ne minimizza la portata per evitare -in tutti i modi- di turbare il normale andamento economico della sesta potenza economica del mondo da poco superata dall’India (ripeto: India) per dimensione di Pil. Il normale andamento economico si temeva già venisse perturbato dalla transizione alla Brexit.
Sulla Brexit, va ricordato che il referendum relativo, si tenne nel 2016 ed il quadro geopolitico e geostrategico di allora era molto diverso dal successivo segnato dall’arrivo di Trump alla Casa Bianca. Sebbene qui molti abbiano letto la Brexit in chiave spiccatamente anti-europeista, il senso strategico della mossa condivisa da una parte delle élite che contano nel Paese britannico, era volto a posizionare UK come riferimento banco-finanziario per molti paesi ex Commonwealth e più in generale, come “consulente tecnico” (in virtù dell’obiettivo know how e capacità operativa banco-fianziaria-valutaria-assicurativa) per molti paesi afro-asiatici. Per ragioni giuridiche, tale ruolo libero da vincoli, certo non si poteva svolgere stando nell’UE. La Brexit cioè, presupponeva una globalizzazione attiva e crescente.
Johnson minimizza a forza i rischi connessi all’epidemia, nel senso che la comunità scientifica britannica che quanto a biologia e medicina, è forse la prima al mondo e lo è anche per tradizione storica, è visibilmente dissonante col leader britannico. Presto Johnson si accorge di aver sbagliato clamorosamente diagnosi. Gli effetti del SC2 come ancora molti si ostinano a non voler capire, non si conta in morti (non molti, sempre “relativamente” perché il concetto di morte ha una sua gravità intrinseca), ma in termini di quel 15%-20% tra i contagiati che rischia di richiedere assistenza ospedaliera. Ospedali che in UK risentono di anni ed anni di cura conservatrice-liberale in termini di fondi tagliati ed affiancamento del privato al pubblico. Unica forma di comunicazione pubblica al mondo, lo slogan del governo per comunicare al popolo le notizie della SC2, invita a “stare a casa” per “proteggere il National Health System”, quindi “salvare vite”. Della serie, non affollate gli ospedali o facciamo bancarotta sanitaria.
Qui occorre una nota di colore per cogliere il surrealismo dei tempi. Un vecchietto di 99 anni (il capitano Tom Moore), lancia un suo privato TELETHON promettendo di girare in tondo nel suo giardinetto col deambulatore fino a raccogliere mille sterline per aiutare la sanità pubblica. Ne ha poi raccolti 33 milioni di sterline, la gente può esser meravigliosa ma l’assurdità dell’evento non è stato colto per niente. Va bene votare tagliatori della spesa pubblica, poi quando servono soldi si va in beneficienza, ovviamente fatta dalla povera gente. Il collasso comunque ci sarà e ci sarà il geronticidio nelle case di cura, fino a che il Governo decide di non dare più i dati (fatto che ricordo distintamente comunicato con un certo sconcerto dall’inviata di Sky).
Ne viene fuori, il dato “sottostimato volutamente” di 615 morti per milione di abitanti, solo l’altro ieri superato dall’America di Trump e qualche giorno prima, dal Brasile di Bolsonaro. Una catastrofe. Ma UK è anche il Paese tra i “grandi” col peggiore dato di crollo di Pil nel secondo trimestre, oltre -20%. Nel frattempo, giunge recentemente dall’Isola, la notizia che i britannici hanno 185.000 tamponi fatti che però non riescono ad analizzare. Pare abbiamo chiesto aiuto a Germania ed Italia, ma se fai il tampone e ottieni i risultati 15 giorni dopo, è come se non li avessi fatto, gli infetti sono in giro da giorni comunque.
Nel frattempo, un Johnson duramente provato dal Covid dal quale pare non essersi pienamente ripreso, oltre che da fatti personali che anche la non pettegola stampa britannica, anche quella conservatrice, agita a minare la credibilità nel leader, alza la posta sulla Brexit. Vuole andare ad una Brexit ruvida, andar oltre financo i limiti giuridici del patti concordati a procedura del processo di scioglimento dei vincoli. Viene il dubbio voglia agitare la bandiera identitaria per compattare un Paese che secondo alcuni sondaggi, non gli darebbe più del tutto la maggioranza nel Paese. Ma chissà che una parte di quelle élite che contano, quelle brexiters non quelle europeiste comunque da sempre contropelo, non si stiano domandando cosa fare.
A parte la tenuta psicofisica del ragazzo, il quadro geopolitico del mondo è molto mutato dal referendum del 2016 e il SC2 ed il come è stato gestito, stanno dissipando la potenza britannica dalle fondamenta. Ci sono molti nodi giuridici nella Brexit che comportano innumerevoli problemi per aziende e privati, questo lo si sapeva anche prima, ma oggi tale prezzo rischia di esser pagato non proprio utilmente, soprattutto se ci saranno altri quattro anni di Trump.
Negli ultimi giorni, la curva dei contagi ricomincia prepotentemente a ricrescere. Un nuovo lockdown, prima viene decisamente escluso perché affonderebbe l’economia britannica per anni, oggi sono pochi coloro che lo escludono da qui a qualche settimana. L’NHS non è stato certo potenziato nel frattempo. Prima del 4 novembre, cosa sarà il mondo dei prossimi quattro anni nessuno lo sa, ma forse non lo si saprà neanche dopo se dovesse vincere Biden. Molti analisti pensano che molte delle strategie di Trump riguardo Cina e globalizzazione delle merci (non quella dei capitali che né Trump, né nessun altro si sogna di moderare, ovviamente), saranno perseguite, magari con diverso look ma identica sostanza, anche da Biden. Se gli americani ci ordinano di fare “West vs the Rest”, una UK che da isolana diventa isolata, che senso ha?
Giù nei sondaggi e con un Labour non più in mano al socialista Crobyn, con la brace secessionista in casa sempre accesa, con una economia devastata, con il salvifico vaccino lontano, pressato da Trump nella guerra all’Asia che invece era la terra promessa della strategia Brexit, col servizio sanitario a pezzi, con malumori nel suo campo già uso a regicidio (vedi Cameron, May etc.), stanco e provato, Boris minaccia l’esercito per le strade.
Stiamo parlando del Regno Unito, la madre del sistema occidentale delle società ordinate dall’economico e regolate dal politico espresso dagli interessi economici che chiamiamo “democrazia liberale”. Vale la pena seguire come andrà a finire. Tra minacce di guerra civile in USA e l’esercito per le strade di Londra, i tempi si fanno problematici, il rischio del “momento Weimar”, cresce?

le buone intenzioni, di Pierluigi Fagan

DALLA POLEMICA ALLA POLITICA.
La politica è anche polemos, indubbiamente, ma prima occorrerebbe passare dai contenuti. Io promuovo dei contenuti, tu altri, si discute e si combatte (polemos). Mi sembra invece che, troppo spesso, si saltino i contenuti e si vada direttamente alla polemica.
Ora, ci troviamo in questa situazione: col voto di ieri abbiamo una certezza, per 30 mesi (due anni e mezzo), abbiamo un governo inamovibile. Il risultato del referendum impone tutta una serie di adempimenti (dal ridisegnare i collegi ad una nuova legge elettorale) senza i quali non si può votare. Inoltre, come molti notano, andandosi a restringere i seggi, gli attuali parlamentari tutto faranno tranne che correre ansiosi verso il vaglio elettorale. Viepiù, non sembra voglia andare ad elezioni il popolo italiano visto che ha per lo più confermato giunte uscenti, tranne in un caso, con percentuali bielorusse, seguendo per due terzi, anche l’indicazione di voto per il SI data, con maggior o minor convinzione, da tutti i partiti. La gente (in tutti gli strati in cui si compone la popolazione), da una parte è alle prese con i problemi psichici e pratici dell’epidemia, dall’altra con quelli socio-economici financo più gravi. I vertici dell’Unione europea, faranno di tutto per non destabilizzare l’Italia favorendo spinte ad essi contrarie.
Nell’opposizione, Forza Italia non ha ancora capito se avrà un futuro post-berlusconiano, forse si aspetta l’ora fatale. Fratelli d’Italia sembra voler seguire una crescita cauta poiché -storia insegna che- partiti che passano dal 6% al 16% in pochi anni, altrettanto poco impiegano a sgonfiarsi se non costruiscono con attenzione la propria classe dirigente e relativo e concreto progetto politico. La Lega è in un dilemma tra il ritorno alla dimensione nordico autonomista e quella nazional-populista-antieuropeista. Quest’ultima, è un po’ contro lo spirito dei tempi poiché i tempi sono difficili, le gente ha preoccupazioni e timori concreti, l’agitazione polemica e chiacchierona alza semmai l’ansia, non favorisce certo soluzioni ponderate e concrete.
Ad inizio 2022 ci sarà l’elezione del Presidente della Repubblica.
Quanto al fronte di governo, Italia Viva dovrà meditare sulla consistenza del suo progetto politico (ammesso ne abbia uno oltre a quello egoico del suo leader) ed i suoi parlamentari, più di altri, sanno che rischiano in toto di perdere il seggio consigliando moderazione. Il M5S ha perso almeno la metà della sua consistenza dalle ultime elezioni, cambiando anche posizionamento politico, dovrà quindi rivedere progetto politico e declinazione concreta, nonché forme della sua organizzazione interna. Il PD procede lento ma costante nel recupero di peso politico, eleggerà probabilmente un Presidente più o meno d’area, ha due anni a mezzo per chiarirsi idee, programmi e persone, ma sembra avviato al recupero della posizione di primo partito nazionale.
Financo in Confindustria si segnalano malumori per la recente gestione molto ideologica e poco pragmatica.
Sul piano pratico, ci sono da destinare e gestire circa 80 mld di sussidi e 120 mld di prestiti europei (più o meno). Macron ha già presentato il suo piano basato su tre pilastri: transizione green (edifici, trasporti, agricoltura, de-carbonizzazione) – competitività ed innovazione delle imprese – occupazione giovanile, enti locali, servizio sanitario. Sul “servizio sanitario”, in Italia, grava anche l’ipoteca del MES. A riguardo, segnalo che il segretario della CGIL ha aperto all’utilizzo del MES, forse il centro studi e l’ufficio legale della CGIL che mi risultano ben seri e preparati, ignorano la trappola neo-liberista-troikista che molti sostengono esser collegata all’utilizzo del fondo?
Insomma, ci sono tempi e condizioni obbligate (ovvero prive di alternativa) nonché fattive urgenze, per tornare a parlare di politica, di strategie-Paese, di idee e progetti. Abbiamo un servizio sanitario sottodimensionato alla esigenze standard di un paese sempre più anziano, viepiù alle prese con la fastidiosa epidemia che ricovera tra il 15% ed il 20% dei contagiati con sintomi e che fino ad oggi sono stati molto, ma molto meno del ritenuto da alcuni. Ciononstante, ad aprile, abbiamo sfiorato e in alcuni casi subito, il collasso sanitario in alcuni ospedali del pur ricco e ben organizzato “nord”. Abbiamo indici di disoccupazione giovanile insopportabili. Abbiamo il più bel Paese del mondo per natura e cultura (almeno quella ereditata) da curare. Siamo in una difficile congiuntura economica generale e particolare. Abbiamo da recuperare standard sulle nuove tecnologie. Da sanare indici di diseguaglianza molto peggiori di altri paesi europei. C’è un articolato problema fiscale. Abbiamo pezzi di Paese corrotti da forme di delinquenza organizzata che per il nostro benessere generale sono peggio di un virus. C’è da ripensare il lavoro e la produzione. C’è da fare un nuovo contratto sociale. C’è da rilanciare cultura media perché gli ultimi mesi ci hanno reso evidente lo stato pietoso delle mentalità diffusa. Per non parlare dei capitoli scuola, informazione, cultura adatta ai tempi sia a livello istituzionale, sia a livello popolare E molto, molto altro.
La politica chiama, direi di fare una moratoria sulla polemica fino a quando non si svilupperà un dibattito sul concreto da farsi. E’ ora di tornare seri, se si è in grado.

Oceano e spazio, la terza dimensione della geopolitica, di Pierre Royer

Oceano e spazio, la terza dimensione della geopolitica

Per millenni, la geopolitica ha fatto parte delle due dimensioni che determinano la superficie terrestre. Le battaglie navali avvenivano nelle immediate vicinanze delle coste, assimilate così al prolungarsi dei conflitti il ​​cui esito si svolgeva spesso sulla terraferma. A partire dal XVII ° secolo, la navigazione oceano permette un’azione in profondità e rivela una certa sorpresa strategica da iniziative ai teatri lontani, almeno difesi. Ma queste azioni sono raramente provano decisivo e non è stato fino al XX ° secolo per il controllo di 3 edimensione diventa capitale. Gli spazi pionieri per eccellenza, l’oceano e lo spazio sono soprattutto aree di controllo, il che giustifica l’interesse delle grandi potenze.

  1. Limiti tecnici e umani

Il primo limite che gli uomini incontrano nel conquistare questi spazi è ovviamente tecnico, di fronte alla sfida dell’immensità. Ampiezza relativa degli spazi oceanici, con navi la cui velocità e capacità di trasportare cibo è limitata. Nel 1492, Colombo navigò per trentasei giorni senza toccare terra per andare dalle Canarie alle Bahamas, Magellan quasi cento giorni nel 1521 per attraversare il Pacifico. Ancora oggi, ci vuole più di un mese di navigazione (non-stop) per collegare l’Europa e l’Asia orientale o attraversare il Pacifico. Immensità assoluta, e persino infinità dello spazio esterno: anche la Luna, la stella a noi più vicina, si trova a una distanza equivalente a nove o dieci volte la circonferenza della Terra – le missioni Apollo impiegavano settanta ore per raggiungerla e un aereo di linea impiegava dai sedici ai diciotto giorni – e Marte, il nostro “vicino”, il unico pianeta che sembra ragionevolmente alla portata dell’uomo, è circa 200 volte più lontano! Un viaggio con equipaggio su Marte riprodurrebbe le condizioni delle esplorazioni marittime dei tempi moderni, aggravando il vincolo dell’esiguità, e quindi la pressione psicologica, che pone qualsiasi esperienza di questo tipo sul filo del rasoio, come marinai dell’era atomica.

 

Questi limiti spiegano perché la progressiva esplorazione di questi spazi può ancora essere considerata imperfetta: meno di vent’anni fa abbiamo un record del primo calamaro gigante vivente e abbiamo esplorato appena il 5% delle profondità oceaniche, come non sappiamo. 96% dell’universo (se questa stima ha senso per una nozione “infinita”) perché, nell’abisso come nello spazio, l’intervento umano diretto è difficile e molto puntuale, addirittura impossibile, sia per ragioni simili (mancanza di ossigeno) o opposte (assenza di gravità in un caso, pressione estrema nell’altro). Per scoprire questi spazi, senza nemmeno parlare di farli propri, è quindi necessario padroneggiare tecnologie complesse: cantieristica navale, cartografia, navigazione astronomica di ieri, costruzioni aerospaziali, automazione e digitalizzazione, la rete satellitare oggi. Si tratta di tecnologie d’élite, non solo perché richiedono un’incredibile quantità di competenze, intellettuali oltre che manuali, per implementarle, ma perché richiedono anche notevoli mezzi finanziari e molto tempo: l’ANS[1] Suffren , consegnato alla Marina francese nel 2020, è il risultato del programma Barracuda lanciato nel 2006, l’ultima unità del quale (la Duquesne ) dovrebbe entrare in servizio nel 2029 e rimanere nella flotta fino al 2060 circa.

Da leggere anche:  Alle tue armi! La SNA Suffren

Queste tecnologie sono tanto meno accessibili a tutti in quanto sono generalmente oggetto di sorveglianza, di una politica di segretezza per mantenere un vantaggio essenziale da una prospettiva di potere o semplicemente commerciale. Carte nautiche, i trattati di navigazione sono stati tenuti segreti e nel XVI ° secolo, che gli algoritmi di oggi. Fu solo con l’esplorazione dell’Atlantico di Halley nel 1698-1699 che la conoscenza divenne un fattore di prestigio e da quel momento in poi fu mostrata (almeno in Europa) piuttosto che nascosta. Le imprese tecnologiche o le esplorazioni avventurose verranno ora pubblicizzate, anche se i dettagli delle tecniche per realizzarle rimangono sotto sorveglianza.

L’inaugurazione della SNA Suffren.

Dal mare allo spazio

La logica ultima di questa copertura mediatica era la conquista dello spazio, oggetto di una rivalità tra le due superpotenze del dopoguerra. Nel mondo bipolarizzato della Guerra Fredda, il progresso tecnologico è stato sia una vetrina del suo know-how, e quindi del suo avanzamento sull’altro modello, sia un sostituto di un conflitto diretto che non poteva aver luogo a causa di deterrenza nucleare. La corsa allo spazio aveva inoltre a che fare con il progresso dell’arma atomica, perché la tecnologia del razzo (motorizzazione, potenza, guida, controllo automatizzato) era la stessa, su scala più ampia, di quella usata per il missili intercontinentali, vettori invulnerabili della bomba.

È quindi comprensibile che gli americani fossero preoccupati per l’avanzata presa dai sovietici nelle prime fasi di questa corsa: primo satellite artificiale (Sputnik, 1957), prima essere vivente poi primo uomo nello spazio ( Gagarin, 1961). Il candidato democratico nel 1960, John F. Kennedy, ha utilizzato il tema del “gap missilistico” durante la sua campagna per screditare il suo avversario Richard Nixon, vicepresidente uscente. Sotto Johnson (1963-1968), la tendenza sarà invertita e Nixon, ora presidente, avrà la soddisfazione di assistere al primo sbarco sulla luna per il suo primo anno in carica (1969). E lo spazio testimonierà anche il cambiamento nelle relazioni tra i due grandi quando la logica del confronto succederà a quella della distensione: nel luglio 1975, nel mezzo della conferenza sulla sicurezza e la cooperazione in Europa a Helsinki (CSCE), il lo stivaggio di una cabina Apollo e di una navicella Soyuz ha dimostrato la capacità dei due grandi di cooperare in uno spazio da cui partono una serie di accordi internazionali, conclusi da un decennio,

  1. Spazi di controllo

Ciò è comunque vero per il dispiegamento permanente di sistemi d’arma o per uso militare (trattato del 1967, trattato ABM [2] del 1972). Eppure le prime mete della ” dimensione 3 E ” erano bene, e rimangono, militari: è l’osservazione e la conoscenza delle forze e dei movimenti del nemico. Aeroplani o dirigibili furono incorporati negli eserciti per questo scopo, prima di sviluppare capacità decisive di attacco al suolo alla fine della prima guerra mondiale; Dal 1916 e dalla battaglia di Verdun, la prima battaglia per la superiorità aerea, la padronanza dello spazio aereo “sovrastante” è una condizione sine qua non vittoria, a terra come in mare, come i satelliti, sono diventati la principale fonte di questo bene essenziale per i leader: l’informazione, nel suo doppio aspetto di raccolta (osservazione) e trasmissione (comunicazioni).

Uno spazio essenziale per la capacità di azione

In modo che il 3 °dimensione è la chiave per la libertà di intraprendere azioni su larga scala in geopolitica: è grazie alla sua maestria che un potere può avere informazioni sufficientemente precise, statiche e dinamiche (satelliti di osservazione e geolocalizzazione) , per decidere e condurre un’azione su qualsiasi scala. Dall’azione furtiva (squadre di commando) o addirittura invisibile, nel cyberspazio, come la contaminazione da parte di Stuxnet che probabilmente ha preso di mira il programma nucleare iraniano, all’azione senza risposta basata su missili tele o homing e / o droni lanciati da aerei o forze navali operanti in aree internazionali, inclusa la semplice esibizione di forza dissuasiva che costituisce il dispiegamento di una significativa forza aerea navale in prossimità di aree critiche.

La libertà di attuare tali mezzi e la loro efficacia sono tanto più sottolineate dalle difficoltà che le truppe di terra incontrano oggi, in particolare nei conflitti asimmetrici: per ottenere risultati, devono dispiegare in massa, che richiede logistiche disabilitanti e aumenta il rischio di tensioni con le popolazioni locali, senza una reale garanzia di efficacia contro un nemico che sfrutta anche le possibilità offerte dalla 3a dimensione in termini di comunicazione criptata, capacità tracciamento, ecc.

 

La questione dell’autonomia, quindi la sovranità è quindi molto direttamente correlata ai mezzi per agire in questa 3 e dimensione strategica, se non altro per avere un’indipendenza nell’informazione – ecco cosa che ha spinto Russia, Cina, ma anche Giappone o Unione Europea, a sviluppare ad esempio un proprio sistema di geolocalizzazione. L’affermazione del potere oggi passa attraverso le tecnologie balistiche – lo vediamo con la Corea del Nord – e attraverso programmi spaziali autonomi o in collaborazione limitata – come l’Agenzia spaziale europea, creata nel 1975, o la cooperazione israeliana. -indiano dagli anni 2000.

Leggi anche:  L’ideologia juche nordcoreana, oltre il comunismo

Ma non dobbiamo dimenticare l’aspetto marittimo di questa terza dimensione, vale a dire la profondità. Il 99% delle comunicazioni istantanee di cui godono i nostri computer e telefoni passa attraverso cavi che si trovano sul fondo dell’oceano e la rete in continua espansione ora include più di 300 cavi che si avvicinano a un milione di miglia. E i sottomarini, in particolare a propulsione atomica che beneficiano di una totale autonomia [3], sono anche gli strumenti ideali per la raccolta di informazioni, siano esse tattiche (illuminazione di una forza navale) o strategiche e, naturalmente, per gli attacchi: con missili, sia da crociera che balistici , testata nucleare o meno, il 95% delle aree abitate del globo sono vulnerabili a un attacco innescato dal mare, in particolare le più grandi metropoli, la maggior parte delle quali si trova entro 200 km dalla costa. Viceversa, a causa della loro furtività e della loro mobilità, i sottomarini atomici sono piattaforme quasi impercettibili, e quindi quasi invulnerabili, salvo un incidente o un incredibile colpo di fortuna da parte del “cacciatore”. Questo è ciò che rende gli SSBN (sottomarini missilistici nucleari) i vettori essenziali della deterrenza nucleare,

  1. La tentazione della territorializzazione

Grazie alle profondità, il mare ha mantenuto il ruolo di spazio di sorpresa che ha sempre avuto, dalle incursioni vichinghe agli sbarchi alleati della seconda guerra mondiale e persino in Corea. Oggi, il rilevamento aereo, e ancor di più via satellite, impedisce a una flotta di superficie di nascondersi, ma i sottomarini mantengono questa capacità. Anche se la precisione dei satelliti è raffinata, il che consente loro di contribuire, ad esempio, a comprendere gli effetti del riscaldamento globale sugli oceani (temperatura, livello, correnti, ecc.), Non rilevano ancora i sottomarini oltre poche decine di metri di profondità.

Logicamente, la capacità di osservazione ha portato a un maggiore desiderio di controllo e regolazione. Questo è il XVII ° secolo, che l’idea di proprietà, o per lo meno il controllo legale delle aree marittime prendendo forma, con la prima estensione della sovranità di uno Stato per le acque costiere (1604) e con il dibattito avviato dal gli olandesi sulla libertà dei mari, difesi dal giurista Grotius (1583-1645) nel suo Mare liberum (1609). Questo lavoro, bandito in Inghilterra, ha suscitato una risposta da John Selden (1584-1654) attraverso il suo Mare clausum, completato già nel 1618, ma pubblicato una ventina di anni dopo. I principi ei metodi poi conservati per definire e tracciare le Camere del Re, la prima forma di acque territoriali, sono abbastanza vicini a quelli approvati quasi quattro secoli dopo a Montego Bay per la Convenzione delle Nazioni Unite sul diritto del mare, in particolare nozioni di linee di base o passaggi innocui.

 

Questo perché il diritto marittimo è soprattutto consuetudinario. La progressiva estensione delle acque sotto la giurisdizione nazionale avviene casualmente da casi pratici, ma accompagna anche le capacità di sorveglianza degli Stati: il limite di 3 miglia nautiche (circa 5 km) delle acque territoriali è stato per lungo tempo la norma perché corrispondeva al capacità pratiche di azione di uno Stato, e sono gli Stati Uniti che la estenderanno fino a 12 miglia nautiche per combattere contro le “barche del peccato”, queste navi casinò ancorate al limite di 3 miglia nautiche, quindi in vista della costa, al tempo del divieto di alcol (1917-1933) – questo diventerà il nuovo standard del mare territoriale alla conferenza di Ginevra nel 1958. La creazione della Zona Economica Esclusiva (ZEE) da parte di la convenzione del 1982, portando fino a 200 miglia (370 km) i diritti e le responsabilità dei residenti nella regolazione di determinate attività, corrispondeva a un compromesso tra gli Stati “poveri”, desiderosi di un’estensione del loro mare territoriale fino a questo limite, e le competenze navi marittime che desiderano mantenere la massima libertà di navigazione e di azione possibile. Si noti che lo spazio aereo riproduce fedelmente lo stato delle terre o dei mari sottostanti: lo spazio aereo nazionale si estende quindi anche al di sopra del mare territoriale.

ZEE e piattaforma continentale

La ZEE può anche essere estesa dalla piattaforma continentale fino a un massimo di 350 miglia (650 km) se questa estensione è giustificata da argomenti geologici e convalidata da una commissione specializzata delle Nazioni Unite. Questo è ciò che consente alla Francia, che ha la seconda ZEE più grande al mondo dietro gli Stati Uniti, di avere il primo dominio sub-marittimo dalla convalida delle estensioni nel 2015, con 11,6 milioni di km², in in attesa di ulteriori decisioni. Le aree che non rientrano nella ZEE o nelle piattaforme continentali (circa il 60% degli oceani) costituiscono l’alto mare, dove prevale il principio di libertà. Tuttavia, ciò non significa che sia una zona illegale, perché sono state concluse convenzioni specifiche per la regolamentazione della pesca, regionale (tonno, merluzzo) o globale (caccia alle balene,

Fino ad oggi, oltre alle risorse ittiche, sono principalmente le riserve di idrocarburi ad essere sfruttate, a profondità sempre maggiori – dell’ordine di 3.000 m di colonna d’acqua, a cui si aggiunge la profondità di foratura. La maggior parte delle nuove riserve scoperte, a parte il gas di scisto e il petrolio, sono ora in mare e lo sfruttamento offshore fornisce circa un terzo della produzione mondiale, grazie a giacimenti che si trovano in ZEE generalmente riconosciute, anche se la scoperta di tali ricchezze a volte riattiva controversie dormienti finché non c’erano quasi poste in gioco, ad esempio i giacimenti di gas nel Mediterraneo orientale.

Sfruttare le risorse del mare

Lo sfruttamento delle risorse minerarie in mare, solitamente situate a profondità molto elevate, è solo all’inizio: la società australiana Nautilus Minerals ha lanciato nel 2019 il progetto Solwara 1 al largo della Nuova Guinea per la produzione di rame e oro – ma l’enorme dimensione dei depositi suggerisce che la corsa arriverà presto. Un rapporto congiunto CNRS e Ifremer pubblicato nel 2014 ha stimato che la zona di Clarion-Clipperton (15% dell’Oceano Pacifico), grazie al suo “campo” di noduli polimetallici, conteneva 6.000 volte più tallio, 3 volte più cobalto e più manganese e nichel di tutte le risorse individuate al di fuori degli oceani. Anche le risorse genetiche marine (codici del DNA degli organismi marini) sono oggetto di molte fantasie – e semplificazioni,

Piattaforma di perforazione petrolifera offshore.

Il problema però non è cambiato: si tratta ancora di garantire la più ampia libertà di accesso possibile a queste risorse, ma bisogna scegliere tra una libertà incantatoria, l’apertura all’accesso al saccheggio, secondo una concezione simile a quella di pirati di tutti i tempi, e non solo in mare, e libertà reale, che presuppone regole eque e autorità per farle rispettare. L’ONU ha anche avviato nel 2018 negoziati per completare la Convenzione sull’alto mare del 1982. Il senso della storia cresce in effetti con l’aumento della presenza dell’uomo nel 3 ° dimensione, che sia una presenza legale o una presenza fisica, con il proliferare di installazioni sostenibili in alto mare: piattaforme petrolifere, parchi eolici … Il problema sorgerà senza dubbio presto nello spazio esterno, che è indistinguibile non per il momento di un’estensione infinita dello spazio aereo.

Da leggere anche:  Cina, Stati Uniti, UE: chi vincerà la guerra?

Realisticamente, con un interesse strategico ed economico del 3 e rafforzato per dimensioni e capacità di intervento umano aumentato, il gioco del potere è sicuro di dispiegarlo, a volte a discapito della legge. L’appropriazione da parte della Cina di isolotti o scogliere nel Mar Cinese Meridionale per aumentare il suo mare territoriale e la sua ZEE, a dispetto delle rivendicazioni concorrenti e di un parere della Corte internazionale di giustizia dell’agosto 2016, annuncia conflitti a venire. E la possibilità di attraccare satelliti già in orbita apre anche la strada a una “guerra spaziale” che non ucciderà le persone, ma giocherà comunque un ruolo decisivo nella difesa della sua sovranità.

Cronologia: padronanza del mare e dello spazio in 21 date

  • 1405-1433: le 7 spedizioni di Zheng He
  • 1519-1522: prima circumnavigazione (Magellano – Elcano)
  • 1604: istituzione delle Camere dal re Giacomo I ° d’Inghilterra
  • 1843: prima nave in acciaio azionata da un’elica ( Gran Bretagna )
  • 1851: primo cavo sottomarino (Calais-Douvres)
  • 1869: apertura del Canale di Suez
  • 1905: primi voli controllati dei fratelli Wright
  • 1911: primo esempio di bombardamento aereo (Tripolitania)
  • 1914: siluramento di 3 incrociatori britannici da parte del sottomarino U9
  • 1929: definizione universale di miglio nautico
  • 1939: primo volo di un aereo a turbogetto autonomo
  • 1954: lancio del Nautilus , il primo sottomarino atomico della storia
  • 1957: lancio del primo satellite artificiale, Sputnik I.
  • 1960: il Bathyscaphe Trieste raggiunge il fondo della Fossa delle Marianne (- 11.000 m)
  • 1967: trattato sull’uso pacifico dello spazio cosmico
  • 1969: sbarco sulla luna della missione Apollo XI (21 luglio)
  • 1970: risoluzione 2749 dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite
  • 1975: Apollo – Missione Soyuz
  • 1982: Convenzione delle Nazioni Unite sul diritto del mare (Montego Bay)
  • 2010: rilevamento del worm Stuxnet, il primo caso identificato di attacco informatico
  • 2020: primo ormeggio dei satelliti in orbita geostazionaria

[1] SNA: sottomarino da attacco nucleare. Sottomarino a propulsione atomica dedicato ad attaccare forze navali o obiettivi terrestri con armi non nucleari (missili, siluri).

[2] Missili antibalistici: armi destinate all’intercettazione di missili intercontinentali.

[3] Non hanno infatti bisogno di fare rifornimento e riciclano l’aria e l’acqua, potendo rimanere in immersione totale finché dura la loro scorta di cibo e l’equipaggio resiste al confinamento.

https://www.revueconflits.com/ocean-espace-geopolitique-pierre-royer/

vedo o non vedo?_di Roberto Buffagni

L’EMANCIPAZIONE REGRESSIVA
I media riportano con grande enfasi l’episodio del Liceo Socrate di Roma, dove la preside avrebbe invitato le studentesse a non mettere la minigonna perché sennò “ai professori casca l’occhio”.
Trattandosi di una vicenda francamente insignificante tacere sarebbe la cosa giusta da fare, ma dopo le minacciose “richieste di chiarimenti” della ministra Azzolina e l’odierna badilata di banalità di Gramellini, forse dopo tutto un commento è opportuno.
Le parole della preside di primo acchito sembrano solo una tra le molte possibili espressioni malriuscite in un contesto, come quello delle scuole italiane, che di solito veleggia più che dalle parti dell’inappropriatezza, da quelle dell’ordinaria follia.
Davvero niente di cui mettersi a discutere, se non fosse emersa la solita indignazione a molla sul “diritto leso” che oramai sembra occupare la totalità del discorso morale contemporaneo.
La raccomandazione della preside sarebbe un attacco alla libertà di espressione; non sarebbero le studentesse a dover sorvegliare il proprio abbigliamento ma i professori (quei maiali) a dover sorvegliare i propri sguardi.
Ora, questo, che nella sua concretezza reale sembra un non-problema, può diventarlo se diamo libero corso ad alcuni degli argomenti che sono stati usati. Si tratta di argomenti ipocriti ed ideologici, dove da un lato avremmo le pure “esigenze di espressione della personalità” espresse nella scelta dell’abbigliamento (qui femminile, ma vale anche per i maschi) e dall’altra avremmo l’improvvida animalità istintuale degli sguardi (qui solo maschili), che – signora mia – sarebbe tempo che si civilizzassero.
Ecco, questo giochino è pura manifestazione di malafede.
Innanzitutto, che il vestiario (a maggior ragione adolescenziale) sia la manifestazione di un “impulso espressivo endogeno” del tutto puro, non macchiato da alcuna valutazione degli effetti su terzi, e che “ci si veste per stare bene con sé stessi” sono ridicole fiabe.
Da sempre, e a maggior ragione nell’odierna cultura dell’immagine, e alla seconda potenza tra gli adolescenti, il vestiario è un codice rivolto agli sguardi altrui, un codice che non essendo verbale presenta sì maggiori margini interpretativi, ma che è ben lungi dall’essere neutrale o arbitrario.
Non è, naturalmente, mai un pezzo di stoffa, o la sua mancanza, a definire univocamente un messaggio: il contesto è sempre anch’esso parte determinante del messaggio. La medesima parte di pelle scoperta se si è dal medico, al mare, o in classe sono tre messaggi diversi, e questo è perfettamente chiaro a chiunque ne faccia esperienza, attiva o passiva.
Ora, in un contesto come quello di un’aula scolastica certe forme di vestiario che evidenziano i propri ‘punti di forza’ (e insisto, ciò vale oggi per le femmine come per i maschi) sono un codice definito, un codice che segnala interesse sessuale.
Non si tratta, per la natura del messaggio, di una dichiarazione o di un invito, e spesso capita che il messaggio sia pensato da chi lo predispone come vagamente rivolto a Tizio e Caio, mentre sciaguratamente esso finisce per suscitare l’attenzione di Sempronio.
Capita, la vita è piena di trabocchetti, e tuttavia prendersela qui con Sempronio sembra davvero improprio.
D’altro canto che vi siano manifestazioni di interesse sessuale è la cosa più normale e bella dell’universo – e rendiamone grazie al cielo – perché l’interesse sessuale è probabilmente l’ultima cosa che ancora separa le nuove generazioni dal passare l’intera esistenza in bolle autistiche con cuffie e iPhone. Il buon vecchio istinto sessuale, Deo gratias, resta ancora una delle poche cose a spingere verso interazioni non virtuali.
Dunque tutto bene?
Non proprio.
Partiamo dall’ABC.
Le aule scolastiche, soprattutto se parliamo di minorenni, sono luoghi deputati ad attività specifiche che predono il nome di ‘studio’. Lo ‘studio’, dal latino ‘studium’, indica applicazione, cura, diligenza, impegno, attività che richiedono concentrazione, sforzo, attenzione.
Dunque, che collateralmente allo ‘studio’ possano accadere altre belle cose, tra cui espressioni di interesse sessuale, è accettabile, ma deve anche essere tassativamente qualcosa di marginale. La scuola potrà cercare di essere accogliente e umana, ma deve restare chiaramente distinguibile da una pizzeria, una discoteca, una piazza.
Ora, cosa c’è di problematico nel porre l’accento sulla ‘libertà d’espressione’ manifestata col vestiario in ambito scolastico?
Ecco, il problema è che la scuola NON ha al suo centro questo ordine espressivo.
Non perché l’ordine espressivo degli interessi sessuali sia ‘male’, ma perché esso ha una capacità di imporsi all’attenzione e di dislocare ogni altro livello attentivo, e ciò va contro il senso dell’istituzione scolastica.
Per ciò è inaccettabile, oltre che falso, il giochino per cui:
a) le espressioni di vestiario sarebbero istanze innocenti, neutrali, che non intendono nulla, e di fronte a cui gli altri sarebbero chiamati a passare come se fossero ciechi;
b) e “chi saremmo noi per giudicare”, sindacare o, figuriamoci, vietare l’altrui libertà d’espressione.
Ecco, anche no.
Le espressioni del vestiario, e soprattutto quelle meno convenzionali, sono messaggi sparati ad alto volume verso un ‘uditorio’ imprecisato, ma non per ciò sono messaggi neutrali o innocenti. Il fatto che i messaggi visivi abbiano una caratteristica polisemia, e che quindi non siano traducibili in parole precise, non li rende perciò innocenti. Sono messaggi che chiamano ad una reazione, che invocano uno sguardo, che bramano un giudizio. In tutto ciò non c’è niente di casuale e niente di innocente, anche se possono mescolarvisi ingenuità, confusione o mera emulazione.
Che importanti sezioni dell’attenzione dei ragazzi in età scolare venga dedicata alla scelta e all’acquisto dei capi d’abbigliamento più attrattivi, alla loro attenta valutazione, che la scuola tenda a diventare un circo Barnum di esibizione competitiva, lasciando sullo sfondo come noie contingenti i fattori formativi non è indifferente e non è un bene.
In quest’ottica, tra le tante idee inattuali che dovrebbero essere tirate fuori dalla famosa ‘pattumiera della storia’ c’è l’adozione scolastica di una divisa.
Sappiamo tutti quanto ricco e vitale sia il mercato del vestiario giovanile, e come l’elogio della ‘concorrenza’ venga introdotto forzosamente in modo precoce nelle famiglie attraverso le emulazioni, imitazioni e competizioni quotidiane sul ‘come apparire’. Tutto ciò verrebbe simpaticamente stroncato con un taglio netto dall’adozione di una divisa.
Non è per altro accidentale che la divisa sia oggi adottata solo in alcune scuole private di alto livello, come nelle public schools britanniche (da cui prende spunto, peraltro, la narrativa di Hogwarts…). Sono le scuole dove i ceti dirigenti cercano di riprodurre nella generazione successiva la propria superiorità quelle che hanno maggiore consapevolezza delle virtù della divisa.
Invece le scuole delle periferie degradate di tutto il mondo sono il regno della ‘libertà d’espressione’ – piccoli fortunati.
La divisa evita (o limita) insensate competizioni tra opposti narcisismi, depaupera la sfera del consumismo adolescenziale, e riduce i motivi di distrazione. Sarebbe una soluzione semplice, lineare, economica, ottimizzante, democratica ed egalitaria.
Ed è per questo che rimarrà un proposito letterario, mentre noi continueremo a chiacchierarci addosso a colpi di ‘libertà di espressione’, ‘sguardi colpevoli’, ‘oppressione dei corpi’, e altri animali fantastici.
Minigonne, sintesi 2.
A scuola si va per imparare e studiare (gli studenti), per insegnare i professori. Per imparare, studiare e insegnare bisogna concentrarsi e prestare attenzione. Poche cose disturbano la concentrazione e l’attenzione come il desiderio erotico, dal quale nessuno, quale che sia la sua età, è immune (per fortuna); anche se ovviamente lo frena e non passa immediatamente all’atto, se appena appena è civilizzato. Dunque, a scuola nessuno si deve vestire in modo provocante. Poi ovviamente si può provocare il desiderio erotico in cento modi, anche vestendosi con la massima sobrietà. Ci vuole tanto a capirlo?

L’amico

Francesco Maria De Collibus

ha cortesemente riportato un mio breve post sulle minigonne sulla sua bacheca. Interessanti i commenti ivi prevalenti, che illustrano come l’ideologia (in questo caso, politically correct) e l’accecamento che provoca sia bipartisan. Destra e sinistra unite nella lotta contro la ragione e il buonsenso. Ad majora.

POVERI NOI MODERNI …COSI’ IPOCRITI E COSI’ STUPIDINI…
La protesta della “minigonna” in un Liceo romano – notizia di per sé cretina come poche altre – mi suggerisce tuttavia un paio di riflessioni sparse che vi propongo. Premetto: non ho nessuna fiducia nel fatto che la gran parte dell’umanità attuale – giovani, giovanissimi o vecchi che siano – riesca a comprende qualsivoglia ragionamento un po’ più articolato, ma questo non è un buon motivo per non ragionare (almeno per chi questo dono lo possiede ancora).
In sostanza, alle “pasionarie” del diritto al Tanga, io proverei a far capire due concetti antropologici basilari:
1) IL LINGUAGGIO DEL CORPO E’ MOLTO PIU’ EFFICACE DI QUELLO VERBALE. I nostri gesti, la nostra fisicità, i nostri sguardi, ancor più il nostro vestire, non sono MAI neutri, ma implicano sempre – che ne siamo coscienti o meno – un messaggio inviato a terzi. Faccio un esempio estremo per far capire: se io entro al supermercato in mimetica, attrezzatura tattica da guerriglia e faccia dipinta, questo rientra nella mia cosiddetta “libertà”, ma è anche vero che, in quel momento, io sto lanciando un messaggio esplicito; pertanto, se le vecchiette che fanno la spesa mi guarderanno con perplessità o forse con un po’ di timore e se, al limite, fuori dal mercato mi ritrovo una pattuglia che, come minimo, mi chiede i documenti, questa è una reazione che devo tenere in conto…
La sedicente civiltà dell’immagine ci ha fatto dimenticare che “l’immaginario” si nutre e reagisce in base, appunto, alle forme che percepisce.
Altro esempio: se io (donna o uomo) inondo il web di immagini seducenti o ammiccanti di tutto o parte del mio corpo è evidente che la percezione che il 98% degli spettatori avrà di me sarà di una persona “a caccia di preda” – cosa che spesso corrisponde al reale, malgrado tutte le scuse che possiamo accampare a noi stessi – e il fatto che lo si voglia negare è solo un’ipocrisia sciocchina.
In sostanza: le immagini parlano sempre molto più delle parole. E questo non è il frutto di chissà quale, immaginaria, società “repressiva”, ma un dato antropologico ineliminabile.
2) IL CORPO DELLA DONNA E’ POTENZA. La natura della Donna è un qualcosa di realmente straordinario, ragazze mie. Vi hanno mai insegnato a casa, a scuola, al centro sociale autogestito o anche in parrocchietta che la Donna è Potenza? Qui si va molto oltre la “morale”: qui stiamo su un piano metafisico. La donna è la Shakti, come chiamano gli Indù la Potenza Divina che da origine al creato. Ora, la Potenza tuttavia è sempre qualcosa da usare “cum grano salis”. Una Potenza profanata, svenduta, continuamente esibita, diventa automaticamente pre-potenza: e la pre-potenza non è esattamente la condizione migliore per crescere, evolversi, migliorare, conoscere. L’ipersessualizzazione di massa che ha trasformato le donne in bambole gonfiabili da vendere a poco prezzo e gli uomini in annoiati e grassi peluche sbavanti su youporn, non mi pare abbia reso felice molte persone.
Poi, per carità, se non avete niente di meglio da fare, continuate a protestare per il diritto di far vedere il fondoschiena; tanto state tranquille, la gran parte dei vostri professori, allevati ed evirati dal post-sessantottismo e dall’ACR, probabilmente neanche vi guardano più. E poi, infondo, siete merce inflazionata, oramai…

Lavrov: “Siamo pronti a dialogare con tutti”_ intervista al Ministro degli Esteri Russo, Lavrov

L’informazione in Italia sta assumendo toni sempre più propagandistici e scioccamente unilaterali, specie sui temi di politica estera. Proprio quando con l’affermazione del multipolarismo i punti di vista e le campane tendono a diversificarsi e a divergere. Qui sotto una intervista al Ministro Lavrov pubblicata da https://it.sputniknews.com/intervista/202009189544338-esclusiva-lavrov-siamo-pronti-a-dialogare-con-tutti/

Essendo un alto dirigente politico e un fine diplomatico, il suo pensiero va letto soprattutto tra le righe.

Giuseppe Germinario

Per fare il punto della situazione attuale nelle relazioni internazionali, nelle prospettive nella risoluzione delle crisi in corso nel mondo e nelle relazioni bilaterali, Sputnik ha intervistato in esclusiva il ministro degli Esteri della Federazione Russa Sergey Lavrov.

— È con noi in collegamento il ministro degli Esteri della Federazione Russa Sergey Lavrov. Buongiorno, signor ministro!

— Buongiorno! Vi ringrazio per l’invito.

— Vorrei cominciare il nostro incontro parlando dei rapporti bilaterali russo-americani e, se non ha nulla in contrario, avrei una domanda in merito alle elezioni che attendono gli USA tra meno di 2 mesi. L’élite statunitense, indipendentemente dal suo colore politico, parla spesso del ruolo esclusivo del proprio Paese in qualità di leader assoluto a livello mondiale. Qual è la portata dell’impatto che questa agenda di politica interna ha sulla politica estera degli USA e sui rapporti con alleati e partner, nonché sui rapporti bilaterali con la Russia? In che modo, a Suo avviso, il principio statunitense di esclusività influisce sui processi a livello internazionale?

— Probabilmente tutti hanno già tratto le proprie conclusioni e con tutti intendo chi segue in maniera attenta e professionale il corso degli scontri politici interni al Paese. Tali scontri, infatti, sono sempre stati il pretesto delle posizioni assunte sia da democratici sia da repubblicani. Quello che succede oggi non fa eccezione. La cosa più importante è raccogliere il maggior numero possibile di argomentazioni per battere l’avversario sul piano retorico, informativo e polemico. Presto si terranno i dibattiti tra i principali candidati democratici e repubblicani alle presidenziali e già ora una posizione di rilievo la ricoprono temi come la questione russa, ossia la questione dell’ingerenza della Russia (ormai questa teoria si è imposta come cliché) negli affari interni degli Stati Uniti.

In verità, nelle ultime settimane o comunque negli ultimi 2 mesi si è aggiunta a noi la Cina che ora occupa una posizione d’onore di spicco tra i nemici dell’America che starebbero tentando in tutti in modo di far accadere eventi catastrofici in America. A questo in fin dei conti noi siamo già abituati da anni. È un processo cominciato non con la presente amministrazione, ma già con Obama. Proprio quest’ultimo dichiarava, tra l’altro anche pubblicamente, che i dirigenti russi stessero consciamente operando per rovinare le relazioni tra Mosca e Washington.

Inoltre, dichiarava che la Russia si sarebbe intromessa nelle elezioni del 2016 e con questo pretesto ha introdotto sanzioni senza precedenti, inclusa la confisca di proprietà russe sul suolo statunitense, l’espulsione di decine di nostri diplomatici e delle loro famiglie e molto altro. Poi, quanto alla teoria dell’esclusività statunitense, si tratta di una tesi condivisa sia da democratici sia da repubblicani, ma anche da tutte le altre correnti politiche degli USA. Abbiamo commentato più volte che già in passato nella storia vi sono stati tentativi di chi ha voluto presentarsi come infallibile e onnisciente fautore del destino dell’intera umanità. Questi tentativi, però, non hanno portato a nulla di buono. Pertanto, noi confermiamo il nostro approccio: qualsivoglia evento di politica interna a un Paese è un affare di quel Paese.

È un peccato che facciano un uso spregiudicato di retorica nei propri affari interni e, tra l’altro, di una retorica che non riflette la reale situazione a livello internazionale. È altresì un peccato che, per conquistare il maggior numero di preferenze in questa campagna elettorale, senza alcun dubbio o vergogna, introducano con o senza pretesto ingiuste sanzioni contro chi sullo scacchiere internazionale dica anche solo qualcosa non perfettamente in linea con gli Stati Uniti.

Questo istinto sanzionatorio che è stato implementato anzitutto durante la presente amministrazione (ma, lo ribadisco, anche Obama ne ha fatto ampia prova) sta contagiando purtroppo anche il continente europeo: anche l’Unione europea, infatti, ricorre sempre più spesso all’applicazione delle sanzioni. Pertanto, la conclusione che traggo è assai semplice. Lavoreremo naturalmente con qualsivoglia governo che il dato Paese sceglierà e questo vale anche per gli Stati Uniti. Ma dialogheremo con gli Stati Uniti su qualunque questione di interesse solamente sulla base di principi quali la parità, il reciproco vantaggio e la ricerca di un equilibrio di interessi. Dialogare con noi proclamando ultimatum è inutile e insensato. Chi non lo capisce, non è un buon politico.

— Lei ha menzionato la pressione sanzionatoria che in molti casi non nasce direttamente nei circoli politici, ma viene prefigurata dai media. Negli USA, in Gran Bretagna e in Europa questo succede assai spesso. La stampa statunitense ha accusato la Russia di aver cospirato con i tabloid contro i militari statunitensi in Afghanistan, il Ministero britannico degli Esteri ha confermato che la Russia si sarebbe quasi certamente intromessa nelle elezioni parlamentari del 2019, questa settimana gli Stati membri dell’UE stanno discutendo l’ennesimo pacchetto di sanzioni da comminare alla Russia in relazione a presunte violazioni dei diritti umani. Lei crede che questo approccio, ossia la politica di demonizzazione di Mosca, possa in qualche modo cambiare in futuro oppure non farà che crescere?

— Al momento non vediamo segnali di futuri cambiamenti a livello politico. Purtroppo questa inclinazione all’applicazione di sanzioni non farà che aumentare. Stando a ciò che abbiamo visto ultimamente vogliono punirci anche per ciò che sta accadendo in Bielorussia e anche per l’incidente di Navalny, sebbene si rifiutino categoricamente di mantenere gli impegni presi nell’ambito della Convenzione europea di assistenza giudiziaria e di rispondere alle istanze ufficiali della Procura generale. Sono state accampate scuse del tutto fittizie. La Germania sostiene: “non vi possiamo dire niente, rivolgetevi alla Organizzazione per la proibizione delle armi chimiche”. Noi ci siamo andati più volte e ci hanno detto di rivolgerci a Berlino.

Spesso si sente dire “fare a scaricabarile”: ecco più o meno è il modo in cui i nostri partner occidentali, mi si conceda l’espressione, stanno reagendo alla nostra linea e stanno dichiarando a gran voce che “l’avvelenamento è ormai conclamato, nessuno se non la Russia avrebbe potuto farlo, ammettetelo”. È successo lo stesso con Skripal e, tra l’altro, sono convinto che, se non ci fosse stato questo caso Navalny, se ne sarebbero inventati un altro. Tutto ha finalizzato a minare il più possibile le relazioni tra Russia e UE. Nell’Unione europea vi sono Paesi che capiscono questa logica, ma da loro continua a prevalere il principio del consenso, la cosiddetta solidarietà. Questo principio è largamente sfruttato da quei Paesi che rappresentano una minoranza russofobica e aggressiva.

Oggi l’Unione europea sta valutando la possibilità, da quello che ho capito sulla base della presentazione del rapporto del presidente della Commissione europea, di assumere decisioni relative a determinati temi non in base al consenso, ma al voto. Questo cambiamento sarà interessante perché potremo vedere chi desidera sfruttare a proprio favore il diritto internazionale e chi invece predilige una politica ragionata e bilanciata, basata sul pragmatismo. Ricordo, però, che quando ci accusavano di aver stretto relazioni con i talebani per indurli previa ricompensa in denaro a condurre operazioni speciali contro i soldati americani, i talebani combattevano però per i propri interessi e le proprie convinzioni. Pensare che noi potremmo essere in grado di fare cose del genere, cose da fuorilegge, è una caduta di stile persino per gli alti funzionari statunitensi. Tra l’altro, il Pentagono è stato costretto a smentire riflessioni di questo tipo poiché non ne ha trovato alcuna riprova.

Intervista del ministro degli Esteri russo Sergey Lavrov ai corrispondenti di Sputnik
© SPUTNIK . ALEKSEY KUDENKO
Intervista del ministro degli Esteri russo Sergey Lavrov ai corrispondenti di Sputnik

Gli stessi talebani hanno dichiarato che si tratta di una menzogna bella e buona. Ma nell’epoca delle reti sociali, della disinformazione e dei comunicati fake, tanto vale dare in pasto ai media qualsiasi trovata perché poi nessuno si preoccupa di leggere le smentite. Il primo clamore che si viene a creare con questa sorta di sensazionalismi è ciò su cui fanno affidamento i loro autori. Pertanto, noi abbiamo detto più volte sia agli americani sia ai britannici: “se avete richieste nei nostri confronti, siete pregati di attivare le procedure diplomatiche ufficiali di dialogo che si devono basare su fatti reali”. Poiché la maggior parte delle richieste in merito all’ingerenza riguarda lo spazio cibernetico (ci accusano, infatti, di hackeraggio di enti pubblici e di intrusione in qualsivoglia sistema strategico dei nostri colleghi occidentali), abbiamo proposto di rinnovare il dialogo in materia di sicurezza informatica anche internazionale in tutti i suoi aspetti e hanno risposto di essere pronti a valutare le preoccupazioni in capo ad ambo le parti.

Anche noi, infatti, abbiamo registrato diversi casi che ci inducono a sospettare di avvenute ingerenze da parte di hacker occidentali all’interno di nostre risorse strategiche. In merito abbiamo ricevuto un secco no. E sa qual è stata la risposta? “Ci esortate a instaurare un dialogo sulla sicurezza informatica, ossia sullo stesso settore che voi sfruttate per intromettervi nei nostri affari interni”. Questo è quanto. Ed è di fatto quello che è emerso con Navalny, le stesse argomentazioni: “perché non ci credete, forse?”. Quando Rex Tillerson era segretario di Stato, dichiarò ufficialmente in un’occasione di essere in possesso di prove inconfutabili dell’ingerenza russa nelle elezioni americane. Non mi diedi pena di interessarmi in merito: “se vi fossero simili prove inconfutabili, le condivideresti, no? Saremmo noi poi i primi a fare in modo di capire di cosa si tratta perché non sarebbe nei nostri interessi inventare falsità”. Sa cosa mi disse? Mi rispose: “Sergey, non ti darò niente. I vostri servizi segreti hanno organizzato tutto questo e conoscono perfettamente la situazione. Rivolgiti a loro, te lo devono dire loro”.

Questo fu il nostro dibattito sul tema che è diventato probabilmente il principale elemento di discussione nelle nostre relazioni bilaterali. Pertanto siamo convinti che un giorno si dovrà comunque rispondere a domande concrete e presentare i fatti reali non solo in questo caso, ma anche con Navalny o ancora con l’avvelenamento di Salisbury. A tal proposito, in merito a Salisbury, due anni fa quando è accaduto il fatto e quando ci hanno additato come unico produttore di novichok, abbiamo risposto argomentando la nostra posizione. Tutti possono prendere conoscenza dei fatti: alcuni Paesi occidentali hanno messo a punto sostanze simili al novichok che tra l’altro negli USA sono state brevettate anche per uso bellico.

E tra quei Paesi in cui sono state condotte operazioni di questo tipo possiamo menzionare ad esempio la Svezia. Due anni fa ci hanno detto: “non osate annoverarci fra questi Paesi, non ci siamo mai occupati di novichok”. Ma adesso, come ben sapete, uno dei Paesi a cui si sono rivolti i tedeschi per riconfermare le loro conclusioni oltre alla prima conferma francese è stata proprio la Svezia. E gli svedesi hanno dichiarato che effettivamente confermavano l’esattezza dei risultati delle indagini condotte presso il laboratorio dell’esercito tedesco e che si trattava proprio di novichok. Ma se 2 anni fa la Svezia non disponeva delle competenze per capire se fosse novichok o meno e dopo 2 anni ne è capace, significa che qualcosa dev’essere accaduto. E se è accaduto ciò che ha permesso alla Svezia di capirne di novichok, probabilmente andrebbe considerato una violazione della Convenzione sulle armi chimiche. Concludo la mia risposta alla Sua domanda dicendo che siamo pronti a dialogare con tutti. Basta che non ci obblighino a giustificarci senza nemmeno presentare dei fatti reali. Saremo sempre pronti al dialogo professionale sulla base di questioni concrete e chiaramente formulate.

— Oltre alle controversie che stanno sorgendo tra di noi e i nostri partner occidentali in merito agli ultimi eventi all’ordine del giorno, si registra la presenza di dissensi in merito a visioni diverse della storia. Al momento le grandi manifestazioni che hanno avuto luogo negli USA hanno innescato cambiamenti radicali. In sostanza, ha preso avvio un processo di riesame di buona parte della storia e della cultura internazionale di stampo americano: si profanano i monumenti e si cerca di cambiare l’assetto degli eventi. In tal senso, ci sono stati e continuano ad esserci tentativi finalizzati a rivedere la Seconda guerra mondiale e il ruolo in essa rivestito dall’Unione Sovietica. A Suo avviso, a quali conseguenze per gli USA possono portare questi tentativi di revisionismo storico e quali invece saranno le conseguenze a livello globale?

— Lei ha assolutamente ragione. Siamo molto preoccupati per le sorti della storia europea e mondiale. Stiamo vivendo, per essere franchi, una aggressione storica finalizzata a riscrivere le fondamenta contemporanee del diritto internazionale posate dopo la Seconda guerra mondiale mediante l’operato dell’ONU e i principi del suo statuto. Oggi sono proprio queste fondamenta che si cercano di minare. Si ricorre anzitutto a un’argomentazione che non è altro se non un tentativo di porre sullo stesso piano l’Unione Sovietica e la Germania nazista, ossia gli aggressori e i vincitori degli aggressori, i vincitori di coloro che hanno tentato di asservire l’Europa e rendere schiava la maggior parte dei popoli del nostro continente.

Ci offendono dichiarando senza mezzi termini che l’Unione Sovietica ha persino più colpe della Germania di Hitler per aver provocato la Seconda guerra mondiale. Tuttavia, nascondono accuratamente sotto al tappeto i fatti: ossia, che tutto era cominciato già nel ’38, che prima di quel momento erano le nazioni occidentali a condurre una politica di appeasement nei confronti di Hitler (in particolare, Francia e Gran Bretagna). Non mi dilungherò troppo su questo tema, perché molto è già stato detto. In merito rimando al noto articolo del presidente Vladimir Putin che tratta tutti gli elementi salienti della vicenda e, sulla base di diverse fonti, dimostra in maniera convincente quanto siano insensati, controproducenti e distruttivi i tentativi di minare i risultati conseguiti in esito alla Seconda guerra mondiale. Ricordo comunque che noi siamo supportati dalla stragrande maggioranza della comunità internazionale in questo senso.

Ogni anno in occasione delle sedute dell’Assemblea generale dell’ONU proponiamo ai voti la risoluzione sull’inammissibilità della glorificazione del nazismo. Solo 2 Paesi votano contro (USA e Ucraina) e l’intera Unione europea si astiene, con mio profondo rammarico. Si astiene perché, come ci spiegano loro stessi, a chiedere di non supportare questa risoluzione sono anzitutto i Paesi baltici. Ma, come si suol dire, hanno la coda di paglia: in questa risoluzione non vi è alcuna menzione specifica ad alcun Paese o governo. Semplicemente si invita l’intera comunità mondiale a non consentire che vi siano tentativi di glorificazione del nazismo. Ma, dunque, i Paesi che chiedono all’UE di non supportare questa chiara risoluzione, la quale non ha alcun doppio fine, sentono di non poter accettare questi principi. E alla fine è proprio quello che succede: assistiamo alle marce di nuove SS e alla distruzione dei monumenti. I nostri vicini polacchi sono molto attivi su questo fronte e anche in Repubblica Ceca si sono verificati casi simili. È inaccettabile.

Tra l’altro, oltre al fatto che così si minano i risultati della Seconda guerra mondiale sanciti nello statuto dell’ONU, si tratta anche di gravi violazioni dei trattati bilaterali stretti tra questi Paesi e altri Paesi che invece si preoccupano di tutelare le sepolture dei soldati e i monumenti eretti in Europa in memoria delle vittime della Seconda guerra mondiale e degli eroi che hanno liberato i loro rispettivi Paesi. Pertanto, continueremo a lavorare in questo senso e, a mio avviso, è importante assicurarsi che chi è contro l’abolizione della glorificazione del nazismo si muova effettivamente in linea con i diritti umani.

Dopotutto, la libertà di pensiero e di espressione che esistono negli USA e in altri Paesi occidentali non sono sottoposte ad alcun tipo di censura. Se questa libertà viene limitata dall’inammissibilità della glorificazione del nazismo, si andrebbe contro la data legge. Ma voglio dirlo chiaramente: ciò che sta accadendo oggi negli USA è probabilmente legato in qualche modo a ciò di cui stiamo parlando in merito all’inammissibilità di rivedere i traguardi raggiunti dopo la Seconda guerra mondiale. Una rabbia generalizzata a sfondo razzista è ovviamente presente negli USA e vi sono forze politiche che stanno tentando di fomentare questi sentimenti razzisti a proprio vantaggio. Di fatto è ciò che accade ogni giorno. Poc’anzi lei ha citato altri fatti o monumenti storici che sono oggetto di politiche effimere.

Tra le grinfie di chi negli USA intende distruggere la sua stessa storia perché in passato erano schiavisti è finito il monumento al primo governatore dell’Alaska Baranov che si trovava nella città di Sitka e ha sempre suscitato profondo rispetto sia negli abitanti del luogo sia nei turisti. Ci è giunta notizia che il governatore dell’Alaska e le autorità di Sitka non intendono distruggere il monumento ma riposizionarlo in un museo di storia, come ci hanno assicurato. E qualora questo dovesse realmente accadere, come ci hanno promesso, penso che dovremmo apprezzare questo gesto delle autorità di Sitka nei confronti della nostra storia comune e spero che il riposizionamento del monumento a Baranov in un museo di storia stimoli anche all’organizzazione di una mostra dedicata alla storia dell’America russa.

— Avrei alcune domande in merito all’ordine del giorno su Francia e Africa. Iniziamo dalla Francia. Emmanuel Macron è al potere da 3 anni e il suo primo invito ufficiale al capo di un altro Stato è stato rivolto a Vladimir Putin con il fine di migliorare le relazioni russo-francesi. Ci sa dire quali sono stati i veri cambiamenti avvenuti da allora a livello diplomatico nella collaborazione con la Francia e potrebbe confermare o smentire se la riunione del 16 settembre a Parigi è stata rinviata per via del caso Navalny? Per quanto ne so, ieri a Parigi doveva esserci un incontro che non ha però avuto luogo…

— Non ieri. Avrebbe dovuto avvenire qualche giorno prima, ma questo non cambia le cose. In primo luogo, la Francia è uno dei nostri principali partner internazionali. Da tempo abbiamo identificato la nostra cooperazione bilaterale alla stregua di partenariato strategico. E subito dopo la sua elezione, il presidente Macron ha invitato il presidente russo come una delle sue prime mosse di politica estera. E come risultato di questa visita, che ebbe luogo nel maggio 2017 a Versailles, furono confermate le intenzioni e la disponibilità di entrambi i Paesi e dei loro leader a coltivare il partenariato nell’ambito della cooperazione bilaterale delle relazioni internazionali, nonché a livello regionale e globale.

Sulla base del vertice di Versailles fu istituito il Forum di dialogo della società civile, il Dialogo di Trianon, che ad oggi funziona piuttosto bene, anche se per via delle restrizioni legate al coronavirus non è ancora possibile organizzare eventi in presenza. Da allora vi sono state più visite del presidente Macron in Russia e visite del presidente Putin in Francia. L’ultima visita tenutasi nell’agosto dello scorso anno è stata la visita del presidente Putin e le relative trattative con il presidente Macron presso la residenza Fort de Brégançon. Era agosto dello scorso anno, come ho detto. Si è tenuta una discussione molto produttiva e profonda in merito alla necessità di instaurare relazioni strategiche finalizzate ad affrontare i temi chiave del mondo moderno, anzitutto, naturalmente, in Europa, nell’Euro-Atlantico.

L’obiettivo è rafforzare la sicurezza in queste aree. All’epoca i due presidenti si sono accordati per creare meccanismi di interazione ramificati sia attraverso i Ministeri degli Esteri che quelli della Difesa. Si osservi anche la ripresa del formato 2+2 che, sebbene di lunga data, aveva registrato una pausa nel suo utilizzo. Lo scorso settembre si è tenuta a Mosca una seduta in formato 2+2. Oltre a questi due Ministeri, le questioni strategiche di stabilità vengono discusse anche dai consulenti di politica estera dei due presidenti. Con il loro benestare, con il benestare del presidente Putin e del presidente Macron, sono stati istituiti più di 10 gruppi di lavoro su temi diversi legati alla cooperazione in questo ambito: controllo sugli armamenti, non proliferazione delle armi di distruzione di massa, ecc.

E nel complesso la maggior parte di questi meccanismi funziona bene ed è finalizzata a far sì che noi possiamo congiuntamente ai colleghi francesi creare iniziative volte a stabilizzare le relazioni in Europa e a normalizzare l’attuale situazione. In particolare, quando si acuiscono le divisioni, quando la NATO incrementa le proprie infrastrutture militari sul territorio dei nuovi membri violando il patto Russia-NATO firmato già negli anni ’90 e considerato alla base della nostra collaborazione. Al momento sono diverse le tendenze che preoccupano: uno di questi fattori destabilizzanti è il ritiro degli USA dal Trattato INF e l’intenzione ufficialmente dichiarata di dispiegare tali missili non solo in Asia, ma apparentemente anche in Europa.

I lanciatori antimissilistici attualmente dispiegati in Romania e in fase di dispiegamento in Polonia possono essere utilizzati non solo per il lancio contro i missili, non solo dunque a scopo difensivo, ma anche offensivo, perché dagli stessi lanciatori possono partire missili da crociera d’assalto. L’uso di questi ultimi era vietato dal Trattato INF, ma ora il trattato non c’è più e gli americani non hanno più vincoli. Circa un anno fa (fra poco ricorrerà un anno da quell’occasione) il presidente Putin si è rivolto a tutte le autorità dei Paesi europei, di USA, Canada e di altre nazioni in merito al ritiro degli USA dal Trattato INF.

Il presidente ha esortato a non scatenare una corsa agli armamenti, ma a dichiarare una moratoria reciproca e volontaria su quegli stessi mezzi d’assalto vietati dal Trattato. Nessuno dei leader ha di fatto dato seguito a questa proposta, tranne il presidente Macron. E questo l’abbiamo apprezzato. Questo è sintomo del fatto che il leader francese è sinceramente interessato a sfruttare qualsivoglia spazio di dialogo con la Federazione Russa. E senza questo dialogo è impossibile garantire la sicurezza in Europa. Pertanto, abbiamo previsto degli incontri 2+2, ma in forza di ragioni che sono avvolte dal mistero, i colleghi francesi hanno chiesto di posticipare i nostri incontri. Dunque, il nostro prossimo incontro ministeriale 2+2 con i ministri di Difesa ed Esteri è stato rimandato a data da destinarsi. Non mi esprimerò in merito alle ragioni addotte, ma evidentemente il clima generale dell’UE nei confronti della Russia sta influenzando anche la cadenza degli incontri. Tuttavia, si sono da pochissimo tenute le consultazioni su tutta una serie di questioni importanti: lotta al terrorismo, problemi di sicurezza informatica. Sono tutti questi progetti che erano stati previsti e approvati dai presidenti Putin e Macron.

— Come ha di recente osservato Aleksandr Lukashevic, rappresentante permanente della Russia all’OSCE, la situazione dell’agenzia Sputnik in Francia non è affatto migliorata. I nostri giornalisti continuano a non essere ammessi alle conferenze stampa e a qualsivoglia evento dell’Eliseo. Vorrei sapere in che modo questa situazione può essere risolta e se il problema è stato affrontato con la parte francese.

— Ovviamente questo problema è stato affrontato. Riteniamo inaccettabile che i corrispondenti di Sputnik e di Russia Today (RT) vengano apertamente discriminati in Francia e nei Paesi baltici, com’è noto. Il fatto che negli ultimi anni (dal 2017) né RT né Sputnik vengano accreditati nell’Eliseo è ovviamente vergognoso. Ma a sorprendere ancor di più è il fatto che i nostri colleghi francesi confermino che non concederanno l’accreditamento in futuro perché RT e Sputnik “non sono media, ma strumenti di propaganda”.

A mio avviso, non vale la pena di commentare l’assurdità di tali dichiarazioni dato che RT e Sputnik godono di ampio successo. In tutti i Paesi aumenta il pubblico target, ho consultato io stesso le statistiche. Questo potrebbe semplicemente essere l’ennesima manifestazione di timori nei confronti della concorrenza di coloro che fino a poco tempo fa ricoprivano una posizione di spicco nel mercato globale dell’informazione. Vogliamo che la questione venga affrontata dai francesi e chiediamo loro di far cessare le discriminazioni nei confronti di media registrati in Russia. Se ci rispondono con la storia dei finanziamenti pubblici, allora ricordiamo loro che a godere di finanziamenti pubblici sono anche molte agenzie di stampa considerate fari della democrazia.

Sia Radio Free Europe sia la BBC godono di questi fondi ma per qualche motivo nei loro confronti non vengono adottate misure restrittive, nemmeno lato Internet dove al momento si opera un certo grado di censura. Google, YouTube e Facebook stanno prendendo decisioni, evidentemente su pressione delle autorità statunitensi che discriminano i media russi, in merito alla pubblicazione di materiali sulle loro piattaforme. La questione dev’essere affrontata non solo a livello bilaterale, ma a livello dell’OSCE dove è presente un rappresentante speciale per la libertà di stampa, nonché a livello dell’UNESCO che è chiamata a supportare il giornalismo libero e la libertà di espressione.

Infine esortiamo anche il Consiglio d’Europa a occuparsene. Interessante è che a cavallo tra gli anni ’80 e ’90, durante la fase della ricostruzione che permise alla Russia di aprirsi al mondo come si è soliti dire, nell’ambito dell’OSCE i nostri partner occidentali stavano avanzando proposte per garantire accesso libero a qualsivoglia informazione sia basata su fonti interne sia proveniente dall’estero. Questo fu evidentemente pensato per rafforzare la spinta all’apertura della società sovietica al mondo esterno. Dunque, oggi, quando ricordiamo loro queste proposte e richiediamo che l’accesso alle informazioni venga garantito a Sputnik e RT in Francia, i nostri partner occidentali sono poco inclini a confermare quelle stesse decisioni assunte su loro iniziativa 30 anni fa. Il doppio standard è un comportamento ipocrita. Ad ogni modo a dicembre si terrà l’ennesimo vertice ministeriale dell’OSCE. La questione non verrà cancellata per nessun motivo dall’ordine del giorno e i nostri colleghi occidentali avranno molte domande a cui rispondere.

Intervista del ministro degli Esteri russo Sergey Lavrov ai corrispondenti di Sputnik
© SPUTNIK . ALEKSEY KUDENKO
Intervista del ministro degli Esteri russo Sergey Lavrov ai corrispondenti di Sputnik

— Passiamo ora all’agenda sull’Africa. Al vertice di Sochi sono stati siglati più di 90 accordi di collaborazione con i Paesi africani. Vorrei sapere con quali ritmi la Russia sta tornando dopo la pandemia all’esecuzione degli accordi siglati e quali di questi sono prioritari e in quali Paesi africani.

— Dopo il vertice tenutosi lo scorso ottobre a Sochi abbiamo conseguito l’ennesimo successo della nostra politica estera, come testimoniano tutti i nostri ospiti africani. Non abbiamo fatto nessuna pausa. La pandemia ha imposto di prevedere alcuni correttivi nelle modalità di comunicazione, ma continuiamo a lavorare da remoto, come si dice. Anche in politica estera e in diplomazia è possibile. Il presidente Putin si è più volte messo in contatto per telefono con i leader africani, con i presidenti di Sudafrica, Congo, Etiopia. Ci sono state videoconferenze tra i ministri degli Esteri di Russia e della Triade africana (ossia, i presidenti precedente, in carica e futuro dell’Unione africana), ovverosia Sudafrica, Egitto e Repubblica Democratica del Congo.

All’interno del nostro Ministero è stato istituito un segretariato speciale denominato Forum Russia-Africa. La decisione di istituire questo ente è stata assunta a Sochi. Il segretariato è già operativo, proprio l’altro giorno ci siamo incontrati con il direttore di una delle commissioni regionali sul continente africano, la IGAD. L’ex ministro degli Esteri etiope ne è il segretario generale. Nello specifico, abbiamo discusso dei piani concreti di cooperazione nell’ambito del progetto Russia-IGAD. Abbiamo piani simili sia con l’Africa meridionale sia occidentale, nonché con tutte le organizzazioni a livello regionale e con l’Unione africana che è la struttura panafricana per eccellenza. La nostra operatività consiste in consultazioni su questioni di importanza per il continente africano, quali la normalizzazione di conflitti, lo svolgimento di eventi congiunti in ambito culturale e didattico, lo sviluppo della cooperazione economica, il supporto alla collaborazione in materia di politica estera, il sostegno all’attività delle imprese russe in Africa e dei loro partner.

Abbiamo molti progetti e il nostro operato è molto apprezzato dai colleghi africani. Per quanto riguarda la pandemia, decine di Paesi africani hanno ricevuto aiuti da noi per risolvere la questione dell’approvvigionamento di tamponi, dispositivi di protezione individuale, farmaci. La collaborazione su questo fronte continua ancora oggi. I Paesi africani come anche quelli asiatici e latinoamericani stanno manifestando il loro interesse per avviare sul proprio territorio la produzione del nostro vaccino Sputnik V e al momento i nostri organi competenti preposti alla risoluzione di tali questioni stanno valutando i potenziali candidati per avviare nuove linee di produzione. Infatti, servono grandi quantità di dosi. Abbiamo ottime esperienze in Guinea e Sierra Leone: quando vi fu l’Ebola, i nostri medici installarono un ospedale da campo e avviarono in Guinea la produzione del vaccino specifico.

L’esperienza dell’Ebola ha aiutato molto i nostri esperti a elaborare il vaccino contro l’infezione da coronavirus impiegando una piattaforma creata già per contrastare l’Ebola. Pertanto, a mio avviso, abbiamo all’attivo molti progetti interessanti. Ci siamo, tra l’altro, accordati per incrementare il numero di borse di studio che renderemo disponibili ai Paesi africani. Quanto al tema della cooperazione economica, poche settimane fa abbiamo creato l’Associazione per la cooperazione economica della Federazione Russa con i Paesi africani. Dunque, non appena saranno rimosse le restrizioni legate al coronavirus, sono sicuro che tutti questi progetti saranno realizzati con più entusiasmo che mai. Per adesso continuiamo a lavorare da remoto.

— Abbiamo parlato di USA e di Europa. Veniamo ora al mondo arabo. Non posso non partire dalla questione siriana. Che voto darebbe al Ceasar Act statunitense che ha interessato non solo la Siria ma anche i più prossimi partner di Damasco? Quali nuove soluzioni possono essere implementate per migliorare la situazione umanitaria del Paese in relazione anche alle difficili condizioni economiche?

— Il piano Ceasar Act prevede in sostanza l’introduzione di sanzioni considerate uno strumento per inibire la leadership della Repubblica araba siriana. In realtà queste sanzioni, così come i precedenti pacchetti di sanzioni, partono da USA, UE e diversi altri alleati statunitensi e colpiscono chiaramente i comuni cittadini siriani. Proprio ieri a New York il Consiglio di sicurezza ha discusso di come migliorare la situazione umanitaria in Siria e i nostri colleghi occidentali hanno insistito in maniera estremamente compiaciuta di essere nel giusto dichiarando che le sanzioni servono esclusivamente a limitare l’operato di funzionari e rappresentanti di quello che loro definiscono “regime” e che i comuni cittadini non ne soffrono perché le sanzioni non sono comminate su materiale umanitario quale i farmaci, il cibo e altri generi di prima necessità.

Attacco aereo della coalizione in Siria (foto d'archivio)
© AFP 2020 / ARIS MESSINIS

Tuttavia, sono menzogne perché nessuna spedizione di questi prodotti viene inviata in Siria da questi Paesi, ad eccezione di piccoli lotti. La Siria tratta principalmente con Russia, Iran, Cina, alcuni Paesi arabi e altri Paesi che comprendono quanto sia fondamentale superare la presente situazione di difficoltà e ripristinare le relazioni con la Repubblica araba siriana. Sempre più Paesi, anche del Golfo Persico, stanno decidendo di riavviare l’attività diplomatica in Siria e sempre più Paesi comprendono che è inaccettabile in ottica di diritti umani continuare con queste sanzioni.

Le sanzioni sono state annunciate in via unilaterale e sono illegittime. Proprio ieri o l’altroieri il segretario generale dell’ONU António Guterres ha rinnovato a questi Paesi che hanno annunciato sanzioni in via unilaterale contro uno determinato Paese in via di sviluppo il proprio invito (che già aveva espresso 6 mesi fa) a interrompere le sanzioni almeno durante l’emergenza sanitaria. L’Occidente rimane cieco di fronte a queste esortazioni sebbene la stragrande maggioranza dei Paesi membri dell’ONU abbia supportato questi inviti. Cercheremo di trattare ulteriormente questo tema. All’ONU si approvano speciali risoluzioni che dichiarano le sanzioni unilaterali illegittime e si conferma che solo le sanzioni in linea con il Consiglio di sicurezza debbono essere seguite poiché costituiscono l’unico strumento legale fondato sul diritto internazionale. Nel complesso sulla regolamentazione della questione siriana stiamo lavorando attivamente nell’ambito del “formato di Astana” con i partner turchi e iraniani. Di recente con il primo ministro russo Yury Borisov ci siamo recati in visita a Damasco. Il presidente Assad e i suoi ministri ci hanno confermato il loro impegno a mantenere quegli impegni che sono stati raggiunti tra governo e opposizione ad Astana.

A Ginevra è ripreso il lavoro del comitato costituzionale, si è tenuta la seduta della commissione redazionale. Le parti stanno giungendo a un accordo di intenti sul futuro della Siria: questo garantirà di avviare il lavoro per la riforma della Costituzione. Si restringe gradualmente lo spazio controllato dai terroristi: oramai è limitato alla zona di de-escalation di Idlib. In fase di graduale implementazione, anche se non tanto rapidamente quanto previsto, sono gli accordi russo-turchi in merito alla necessità di distinguere i comuni oppositori aperti al dialogo con il governo dai terroristi ritenuti tali dal Consiglio di sicurezza. Ma i nostri colleghi turchi si sono impegnati e noi collaboriamo con loro.

Preoccupa la situazione sulla sponda orientale dell’Eufrate dove sono dislocati in maniera illecita dei soldati americani i quali fomentano le tendenze separatiste dei turchi contenendo invece la naturale predisposizione dei curdi di dialogare con il governo. E chiaramente questo preoccupa sia in ottica di integrità territoriale della Repubblica araba siriana sia per la rischiosità che le azioni degli USA rappresentano in relazione alla questione curda. Come sapete, la questione è all’ordine del giorno non solo per la Siria, ma anche per Iran, Iraq, Turchia. Dunque, è un tema delicato per l’intera regione.

Gli americani sono abituati a ricorrere a questi espedienti per creare il caos che, sperano, si riuscirà a gestire. Loro non se ne interessano, ma le conseguenze per la regione possono essere catastrofiche se continuano a promuovere queste idee separatiste. Nell’ultimo periodo hanno annunciato alcune decisioni prese da questo gruppo illegittimo americano dislocato nella Siria orientale: il gruppo avrebbe siglato con i dirigenti curdi un accordo che consente a una società petrolifera americana di estrarre idrocarburi dal territorio della sovrana nazione siriana. Si tratta di una gravissima violazione di tutti i principi di diritto internazionale. Pertanto, i problemi nella Repubblica araba siriana sono davvero tanti.

Tuttavia, la situazione è stata significativamente normalizzata rispetto a qualche anno fa e l’operato del formato di Astana e le nostre iniziative hanno ovviamente svolto un ruolo decisivo. All’ordine del giorno ora vi sono la risoluzione dei cogenti problemi umanitari e la ripresa delle attività economiche interrotte per via della guerra. In queste direzioni ci impegneremo per mantenere il dialogo con gli altri Paesi, fra cui Cina, Iran e India. Crediamo sia importante coinvolgere organizzazioni ed enti dell’ONU agli eventi finalizzati a smobilitare in un primo luogo gli aiuti umanitari per la Siria e in seconda battuta aiuti internazionali per il risanamento di economia e infrastrutture. Il lavoro da fare non è poco, ma almeno ora sappiamo in che direzione muoverci.

Intervista del ministro degli Esteri russo Sergey Lavrov ai corrispondenti di Sputnik
© SPUTNIK . ALEKSEY KUDENKO
Intervista del ministro degli Esteri russo Sergey Lavrov ai corrispondenti di Sputnik

— L’ambasciata russa in Libia ha ripreso a operare poche settimane fa. Questa rappresentanza potrebbe diventare in qualche modo una piattaforma di dialogo tra l’Esercito nazionale libico e il governo di accordo nazionale?

— La nostra ambasciata continua come prima a lavorare dalla Tunisia. A Tripoli la nostra ambasciata tornerà, spero, presto, non appena ci garantiranno un grado basilare di sicurezza. Nella città vi è una serie di ambasciate che continua a operare come prima, ma la sicurezza lì è molto instabile, pertanto è stato deciso che i nostri diplomatici per ora lavoreranno dalla Tunisia. In merito alla intermediazione tra l’Esercito nazionale libico e il governo di accordo nazionale come primo avamposto in Libia l’ambasciata intrattiene chiaramente contatti con tutte le parti libiche.

La questione qui è però ben più ampia e di gettare ponti tra parti in conflitto se ne occupa attivamente Mosca. I Ministeri di Esteri e Difesa stanno tentando di far convergere gli sforzi per trovare soluzioni di compromesso che consentano di risolvere la crisi libica. Non è un lavoro facile. Ricordo che tutti i problemi della Libia di oggi cominciarono nel 2011 quando la NATO, nonostante quanto disposto dal Consiglio di sicurezza dell’ONU, commise una gravissima violazione della risoluzione ONU e attaccò militarmente la Libia per deporre il regime di Gheddafi. Quest’ultimo fu macabramente ucciso sotto gli applausi di approvazione dell’allora segretario di Stato Hillary Clinton, scena che fu trasmessa in diretta. Fu terribile.

Da allora noi, ossia chiunque voglia ripristinare ciò che è stato distrutto dalla NATO, stiamo tentando di rendere possibile l’attuazione di un qualche processo internazionale. I tentativi sono già stati diversi: si sono tenute conferenze a Parigi, Palermo e Abu Dhabi; è stato siglato l’accordo di Skhirat nel 2015, ecc. nel corso di un lungo periodo la maggior parte dei player esterni hanno puntato a collaborare con una delle forze politiche su cui avevano puntato. Noi sin dall’inizio abbiamo rifiutato questo approccio e, considerati i nostri contatti preesistenti e le relazioni di lunga data, abbiamo iniziato a collaborare con tutti senza distinzione di colore politico sia a Tripoli (dove si trova il Consiglio presidenziale e il Governo di accordo nazionale) sia a Tobruk (dove sono siti il parlamento e il Palazzo dei rappresentanti).

Più volte tutti i leader dei vari gruppi si sono recati in visita in Russia. Abbiamo tentato anche di organizzare incontri privati tra il comandante dell’Esercito nazionale libico Haftar e il capo del governo di accordo nazionale Sarraj. Sono stati a Mosca a inizio di quest’anno prima della Conferenza di Berlino. In gran parte grazie a questi sforzi che abbiamo profuso insieme ai colleghi turchi, egiziani ed emiratini siamo riusciti ad avanzare proposte che hanno determinato il successo della Conferenza di Berlino. Il cui esito è stata l’adozione di un’importante dichiarazione in seguito approvata dal Consiglio di sicurezza dell’ONU. Purtroppo, in questa fase è stata prestata poca attenzione al fatto che le idee proposte dalla comunità internazionale venissero approvate dalle parti libiche.

La crisi in Libia
© SPUTNIK . ANDREY STENIN

Alcuni nostri partner sono partiti dal presupposto che, non appena la comunità internazionale avesse preso una qualche decisione, sarebbe poi rimasto solo da convincere i player interni alla Libia per trovare un accordo. Oggi capiamo che avevamo ragione quando rifiutavamo questo approccio perché è risultato che questi accordi adottati a Berlino non sono stati pienamente elaborati dalle parti libiche. In sostanza, Berlino ha creato una buona base, ma ora bisogna rifinire i dettagli. E in tal senso vi sono diverse opportunità positive: il capo del parlamento di Tobruk, il signore Saleh, e il presidente del governo di accordo nazionale Saraj sono a favore del cessate il fuoco, della pace duratura e della ripresa dei lavori nel formato 5+5 che consente la risoluzione delle questioni di carattere militare e la ripresa dei negoziati sugli affari economici, anzitutto in merito alla risoluzione equa dello sfruttamento delle risorse naturali libiche. Una importante iniziativa è stata proposta da Saleh: il suo intento è far sì che vengano considerati gli interessi non solo di Tripolitania e Cirenaica, ma anche del Fezzan, l’area meridionale della Libia che non è stata spesso menzionata nelle precedenti discussioni.

Pertanto, ci sono già idee sul tavolo che devono essere validate mediante il confronto tra le parti. Una certa importanza l’ha rivestita l’incontro convocato in Marocco tra le parti libiche coinvolte. Adesso con i nostri colleghi siamo continuando a contribuire a questi sforzi congiunti. Pochi giorni fa ad Anakra si sono tenute le consultazioni con i nostri colleghi turchi. Continuiamo a sforzarci in questo senso, parliamo con Egitto e Marocco. Contatto per telefono i miei colleghi marocchino ed egiziano. Di recente ho parlato anche con il ministro italiano degli Esteri il quale per evidenti ragioni è altamente interessato a contribuire alla risoluzione della questione libica. A mio avviso, al momento si sono venute a creare condizioni favorevoli, cercheremo di sostenere questo processo virtuoso e di dare il nostro contributo.

Riteniamo di fondamentale importanza porre fine il prima possibile alla pausa che dura da più di 6 mesi con la nomina di un rappresentante speciale del segretario generale dell’ONU per la questione libica. Il rappresentante precedente a febbraio è andato in pensione e da allora António Guterres non è riuscito per qualche motivo a risolvere la questione della nomina del successore. Vi è motivo di credere che alcuni Paesi occidentali stiano tentando di favorire i propri candidati, ma la nostra posizione è molto semplice: è necessario che il rappresentante venga concordato in linea con l’Unione africana. È una cosa evidente: la Libia è un membro attivo dell’Unione africana e quest’ultima vuole contribuire alla risoluzione del problema. Ho descritto in maniera diffusa la situazione. Vi è comunque modo di essere cautamente ottimisti.

REFERENDUM E RAPPRESENTANZA, di Teodoro Klitsche de la Grange

REFERENDUM E RAPPRESENTANZA

Il dibattito sul referendum d’approvazione del taglio del numero dei parlamentari mi ha indotto a pubblicare nuovamente un mio lungo articolo sulla rappresentanza politica, apparso nel 1984 su “IlConsiglio di Stato”.

In effetti il dibattito attuale, complici anche alcune (meno recenti) affermazioni degli esponenti dei “5 Stelle” sulla sostituzione della democrazia rappresentativa con quella diretta (grazie alla rete) ha riportato l’attenzione e la polemica sulla funzione e il carattere della rappresentanza politica, come sul vario significato attribuito al termine – a seconda non solo delle convinzioni oggettive, ma dell’angolo visuale e dal campo da cui (e in cui) lo si esamina.

È stato ripetutamente affermato ad esempio che la riduzione del numero dei parlamentari ridimensiona la rappresentanza (meglio sarebbe dire che rende più difficile la rappresentatività).

Ma, dato che rappresentante politico può essere anche un organo monocratico (il Re o il Presidente della Repubblica), e che il carattere rappresentativo dei Capi di Stato è riconosciuto dalla dottrina e – esplicitamente – dalle costituzioni degli Stati, in particolare borghesi (v. articolo) non si capisce come ridurre il numero dei parlamentari possa ridimensionare la rappresentanza politica. La quale nella sua (prima) formulazione moderna – che è di Thomas Hobbes – si riferisce (anche se non esclusivamente) proprio al monarca, cioè a un organo monocratico.

È vero che meno sono i rappresentanti nelle assemblee, più difficile garantire non la rappresentanza ma la rappresentatività cioè in qualche modo, la “carta geografica” di Mirabeau. Ma è arduo affermare che una riduzione di un terzo possa compromettere la rappresentatività: in fondo ci sono grandi Stati – gli USA in primo luogo, che hanno meno di seicento parlamentari per trecento milioni di abitanti, e non sembra che la capacità decisionale e l’influenza del Congresso ne risenta.

Altro argomento è che, riducendone il numero, lavorerebbero meglio (o peggio a seconda dei punti di vista). Pare anche in tal caso difficile sostenere che un taglio così limitato possa compromettere la “capacità di lavorare”. Forse se la qualità dei rappresentanti migliorasse, quella ne risentirebbe in positivo. Resta comunque plausibile l’argomento contrario – alle origini poi della rappresentanza politica moderna che proprio la limitazione del numero era un vantaggio per deliberare. Onde un grande Stato non si poteva governare se non mediante organi rappresentativi. E così via, non considerando che la rappresentanza è un principio di forma politica, la cui funzione è di dar capacità d’esistenza e azione alla comunità e all’istituzione in cui s’organizza.

Rispetto alla quale tutto il dibattere sulla riduzione appare come un’ “arma di distrazione di massa”: si dibatte su un problema piccolo piccolo e si evita di risolvere – e perfino di porre quelli grandi e decisivi. Per cui non vale la pena di rinunciare ad una scampagnata, e non solo per paura del Covid.

Teodoro Klitsche de la Grange

Note sulla rappresentanza politica

LA PACE DI ABRAMO, di Antonio de Martini

Anche se per la verità gli esponenti politici da assassinare in contemporanea cominciano ad essere un po’ troppi. Gli accordi sanciscono comunque la frattura definitiva dei paesi arabi con l’Iran e molto facilmente con la Turchia piuttosto che il sodalizio con Israele_Giuseppe Germinario
LA PACE DI ABRAMO
Si tratta di un nuovo reality show col quale Trump pensa di vincere le elezioni a novembre?
Come noto, Abramo era un estraneo in Palestina proveniva dall’odierno Irak ( Ur di Caldea) come sua moglie Sara.
Si arricchì facendola prostituire ( lo dice la Bibbia) e facendosi pagare con pecore e capre, ma importò dalla Mesopotamia il monoteismo e la pratica della circoncisione.
Il nome dell’accordo di pace tra Bahrein, l’UAE e Israele è quindi stato scelto in base alla notorietà statunitense del personaggio, ma il contenuto degli accordi non è stato divulgato, dato che non c’è mai stato un contenzioso tra loro.
Storici accordi di pace tra Israele e suoi vicini con cui ha invece effettivamente guerreggiato ci sono gia stati: nel 1979 con l’Egitto di Saadat ( poi ucciso) e nel 1994 con la Giordania ( uccisero re Abdallah – bisnonno dell’attuale re- nel 1948 quando si accordò segretamente con gli israeliani).
Nessuno di questi accordi di pace ebbe impatti positivi sulla pace nella regione, ma, negativi, sulla salute dei firmatari.
Si capisce quindi il motivo per cui nessun rappresentante saudita e nessun regnante di Bahrein ( Ahmed ben Issa al khalifa di Bahrein e Mohammed ben Zayed al Nayhan dell’UAE ) fosse presente allo “ storico evento”. Le firme “ arabe” le hanno messe i ministri degli esteri.
Le grandi attese furono deluse anche il occasione degli accordi di Oslo ( tra palestinesi e Israeliani) in cui l’ucciso di turno fu il premier israeliano Isaac Rabin.
Ci sarà certamente – oltre alla prospettiva di vendere qualche F 35 – qualche contratto di tecnologie di sicurezza del polo elettronico israeliano e il possibile vantaggio militare che Israele avrà avvicinato all’Iran le basi di partenza della propria aeronautica verso l’Iran.
Vedremo chi morirà per primo stavolta.
1 2 3 4 5 117