La ricerca della protezione: appunti sul 4 marzo, di Alessandro Visalli

La ricerca della protezione: appunti sul 4 marzo.

Si può partire da molte cose per spiegare la fragorosa slavina di domenica che ha travolto tutta la sinistra italiana: in primis la sua magna parte era da molto tempo più liberale che socialista, e parteggiava abbastanza chiaramente per la metà tranquilla e garantita della società; la piccola quota di LeU, fattasi ancora minore, è risultata essere in tutte le sue componenti troppo indecisa e in alcune anche compromessa con la formazione di provenienza per essere credibile per l’altra metà del cielo; del resto anche la piccolissima, ai conti ancora più del previsto, PaP si è rivelata troppo confusa e sotto troppi profili inadeguata per rappresentarla, ed anche questa alla fine ha finito per guardare solo il proprio ombelico. In tutto non è arrivata al 25% degli elettori, cioè a poco più del 15% degli elettori.

Uscendo da questa spiegazione politicista si può anche partire da guardare al nesso tra movimenti sociali e culture politiche; cioè tra quello scivolamento verso il basso almeno del 20% che non si percepisce più classe media (per cui oggi possono sentirsi tranquilli solo il 40% ca, e invece si sentono deboli almeno il 50% della popolazione). Dunque dalla molla che nel silenzio si stava caricando, come dice Bagnasco, e che alla fine è scattata.

Come sta avvenendo in tutto l’occidente, anche in Italia continua insomma quella che Spannaus ha chiamato la rivolta degli elettori. Dal 2016 abbiamo avuto prima la brexit, poi l’elezione di Trump, quindi il preavviso non ascoltato delle elezioni italiane del 2013 e dell’esplosione del M5S, un evento che nel 2014 in “trovare la forma” mi sembrava indicare, ‘come in uno specchio’ il sorgere di un nuovo assetto, un nuovo equilibrio che sorgeva da qualche parte ed iniziava ad aggregarsi. Poi abbiamo avuto il referendum italiano che ha spezzato la traiettoria di Renzi; le elezioni francesi nelle quali la Le Pen è stata fermata (ma solo al ballottaggio), ma al contempo è emersa una sinistra nuovamente attenta alle ragioni del socialismo in Mélenchon (come in Inghilterra in Corbyn e in USA in Sanders), separandosi chiaramente da un centro liberale ricostituito in Macron; persino quelle tedesche, in cui le formazioni centrali sistemiche sono ulteriormente arretrate.

Siamo quindi da qualche anno su quello che si potrebbe chiamare “un crinale”, la pallina sta andando una volta di qua ed una volta di là.

 
Elezioni 4 marzo: rapporto tra reddito pro capite e consenso al M5S

Commentando questi eventi Carlo Formenti parla dell’esplosione della rabbia delle ‘periferie’, cioè di classi subordinate schiacciate dal riassetto sistemico in corso e incazzate in particolare con la sinistra, “che le ha consegnate alla repressione del capitale globale preoccupandosi solo di difendere i diritti civili di minoranze colte e benestanti”. Le sinistre di tradizione socialista sono, insomma, diventate esclusivamente liberali e ormai difendono ostinatamente un insediamento sociale, erroneamente considerato maggioritario, riconducibile solo a classi medie ‘riflessive’, urbane, sempre più anziane. Ne è chiara immagine il multiculturalismo e la difesa della cosiddetta “società aperta” (e competitiva) ed anche il cosmopolitismo di marca borghese spacciato per internazionalismo. Del resto anche le sinistre più o meno ‘radicali’, come LeU e soprattutto PaP scontano un complessivo e radicale disorientamento strategico; l’incapacità di individuare gli snodi essenziali della situazione e di impostare un discorso politicamente e socialmente coerente. In queste condizioni il 15% del corpo elettorale è una dimensione più che appropriata (ma può ancora scendere).

Lo sfondo è chiaro: la fase di rilancio dell’accumulazione, attraverso la finanziarizzazione, l’interconnessione e l’aumento della dipendenza, e l’estensione del dinamismo che si è avuta nel trentennio dal 1980 al 2010 si è risolta in un 66% degli italiani che (indagine Demos, 2016) reputa “inutile fare progetti per il futuro”. La scheletrica ed irresponsabile antropologia del pensiero liberista non ha capito che l’incertezza ed il rischio non sono pungoli che rendono più attivo e produttivo l’uomo; se superano una certa soglia si sopportabilità, al contrario, lo spengono. Un “futuro incerto e carico di rischi”, come quello percepito incombente e minaccioso da due nostri compatrioti su tre, induce infatti quello che Mullainthan e Safir, in un bel libro del 2013 “Scarcity”, chiamano “effetto tunnel”. La scarsità percepita “cattura la mente”, inducendola a concentrarsi solo sull’assoluto presente. Ma non si tratta di ottimizzazione, come presume tanta letteratura scritta nel chiuso dei propri dipartimenti da ricchi professori: è al contrario una “inibizione”. Gli psicologi chiamano con questa parola (per questo tra virgolette) quella capacità della mente di eliminare le possibilità alternative, rendendole invisibili. In altre parole, concentrarsi su una cosa urgente e vitale (come affrontare un predatore, o pagare la prossima bolletta della luce) “ci rende meno capaci di pensare ad altre cose che contano”; è quella che si chiama “inibizione dell’obiettivo”. Tutti i fini e le considerazioni che sarebbero altrimenti importanti (migliorare la propria competenza con un corso professionale, fare quell’investimento che pure indurrebbe grandi risparmi, curare le relazioni sociali per aumentare le proprie opportunità, …) scompaiono dalla nostra stessa vista. Mentre nei paper dei vari Lucas o quelli di Prescott, si immagina che il consumatore definisca sempre ‘aspettative razionali’ sul futuro, calcolando tutte le implicazioni di ogni politica e anticipandole nella sua azione, la maggioranza di essi è invece concentrata sul “tunnel”. La mente non è, cioè, occupata a fare complessi calcoli costi-benefici ma dalle scadenze.

È questo che alla fine impedisce qualunque progettualità, inclusa la ribellione, che spinge a vivere in un eterno attimo presente, carico di angoscia e risentimento inespresso.

Ma improvvisamente il 4 marzo, in fondo inaspettatamente, questo fondo magmatico si è espresso. L’umore nero del paese profondo, quello che la sinistra neppure riesce ad immaginare e per il quale non ha proprio le parole (risolvendosi a reiterare stanchi cliché come ‘razzismo’, ‘populismo’, ‘nazionalismo’, anche ‘fascismo’) si è improvvisamente addensato come una sorta di nuovo popolo che si separa nel paese, mettendo a punto un linguaggio, dei blocchi emotivi, nei bar, nelle strade, nei negozi, negli uffici, nelle piazze. Un ‘popolo’ che si è identificato nei ‘non’, nelle differenze dal potere, dalla politica, dalla finanza, dalla grande impresa, dalla globalizzazione, dalla tecnologia industriale, dalle <caste>, dal denaro. Anche dai meridionali, dagli immigrati, dagli altri ed estranei,

Chiaramente questa “cultura” appare agli occhi ed alle orecchie di quelli che una volta sarebbero stati chiamati <gli integrati>, cioè dei colti e formati, dei tranquilli, di chi non cambia spesso lavoro, di chi ha l’orizzonte sereno di un percorso tracciato, o delle risorse per farsi il futuro che si vuole, strana ed un poco aliena. Appare sconnessa, contraddittoria, mal costruita, oscura e per certi versi temibile; sembra pericolosa.

Questa reazione, di cui tutte le sinistre sono espressione (anche quelle ‘radicali’) non capisce nulla e non si vede che in questo c’è del nuovo. Rischia, più o meno tutta insieme, di fare la fine di De Maistre con la Rivoluzione Francese, cioè slittamento per slittamento, di trovarsi alla corte di Alessandro di Russia.

Questa reazione al plebeismo di questa ‘rivolta’ (che non è ancora una ‘rivoluzione’, di qualunque segno, e forse mai lo sarà), per ora identificabile come un ‘momento Polanyi’ con singolari e rischiose analogie con gli anni trenta (quando intellettuali allora di sinistra, come Sombart, indicarono la svolta), porta in altre parole molti a cercare di arroccarsi entro il sistema sfidato. La scelta di LeU, di utilizzare i profili istituzionali dei Presidenti di Camera e Senato e di enfatizzare in ogni occasione la propria ‘responsabilità’ suona infatti a molte orecchie come chiara scelta del campo. Un campo affollato e in via di restringimento, nel quale non c’è spazio e nel quale il 3% raggiunto appare già come un risultato notevole.

Ma anche PaP, che ha inteso restarvi fuori, rigetta il plebeismo. Invece di fare tesoro della ‘tecnica della spugna’ del M5S, della capacità di addensare i sentimenti, le parole, le pulsioni e di solidificare i vapori diffusi, ha ripetuto i suoi slogan identitari. Peraltro divergenti in modo radicale gli uni dagli altri, a causa di un rassemblement costruito necessariamente troppo in fretta e senza un vero centro.

Del resto se anche fosse vero, ma credo che questo sia parte del problema, che come scrive il mio amico Riccardo Achilli “ogni crisi e ogni fase di transizione generano, nel nostro popolo, sottoprodotti di scarto, come il giustizialismo, il plebeismo, il qualunquismo, l’avventurismo, l’anarco-individualismo”, bisogna comunque chiedersi in modo più attento perché tutto questo si è risolto nel 55% dei consensi alle forze antisistema rappresentate da M5S (32%), Lega di Salvini (17%) e la più tradizionale Fratelli d’Italia (4,5%), il primo, terzo e quinto partito, mentre le forze responsabili che hanno guidato la seconda repubblica sono scese al 40%, con il PD (18%) e Forza Italia (14%), insieme all’appendice, e considerata tale, di LeU (3%).

Ci sono naturalmente molte, diverse, spiegazioni, ma torniamo agli “snodi della situazione”; in sostanza mi pare di poter dire che la sinistra liberale (tra cui va annoverata anche LeU, che ne è solo la propaggine più radical) fatica a confrontarsi con le conseguenze de:

  • la nuova ‘piattaforma tecnologica del capitalismo’ e con le sue conseguenze sul mondo del lavoro e la distribuzione,
  • l’accelerazione dei processi di disarticolazione che ne sono parte e dei fenomeni di mobilità, con le loro radicali e crescenti conseguenze (qui viene rigettato, in nome di un cosmopolitismo verniciato di internazionalismo il tema dirimente dell’immigrazione, su cui abbiamo di recente letto Sahra Wagenknecht),
  • l’Europa nel contesto del processo di ricomposizione egemonica in corso (che avevamo chiamato “la grande partita”),
  • lo smottamento della base sociale della democrazia e l’attacco al suo ‘carisma’.

Certo chiunque fatica a confrontarsi davvero con queste forze. Tanto più quanto cerca di leggerle con gli occhiali costruiti per altre ‘piattaforme tecnologiche’ (quella fordista in primis, ma anche quella post-fordista che si sta radicalizzando andando oltre se stessa e revocando via via anche i compromessi che la costituivano, come la flessibilità in cambio del lavoro), per società ancora solide che si stanno rivelando stremate e per un progetto internazionale che presumeva un’omogeneità politica e culturale prospettica che si allontana verso modelli multipolari di difficile interpretazione. Lo smottamento della base sociale della democrazia è solo il necessario suggello a questa molteplice frana.

Dunque il 4 marzo è venuta giù la slavina che seguiva al disgelo lento di forze accumulate nel lungo tempo degli ultimi trenta anni.

Il sud Italia si è unito, come mai si era visto in precedenza, garantendo maggioranze che si possono definire ‘bulgare’ al M5S, che in alcuni territori ha superato il 60% dei consensi. Il nord Italia ha visto l’affermazione impetuosa della Lega, che è cresciuta di oltre quattro volte, portandosi ad un’incollatura dal secondo partito, in caduta libera.

Quelle espresse dal M5S al sud e dalla Lega al nord sono, a tutta evidenza, due diverse forme di politica ‘maggioritaria’ (secondo la definizione che ne dà un manifesto della politica elitaria e tecnocratica come “Lo Stato regolatore” di Majone) e di ricerca di protezione, armate l’una contro l’altra.

Il miracolo del 4 marzo è cioè figlio dell’improvviso manifestarsi, ad un livello qualitativamente superiore, di quella che Laclau chiamerebbe due diverse “faglie di antagonismo”, entrambe originate dalla sofferenza e dalla paura che la metà inferiore della piramide sociale vive. Quindi da due diverse domande di protezione. Sinteticamente dalla protezione dal mercato, da una parte, e dallo Stato tassatore (eventualmente anche europeo), dall’altra.

Il lavoro che il M5S, da una parte, e Salvini dall’altra (gli indiscutibili vincitori), hanno fatto è per entrambi di identificare, in qualche modo nominare, un obiettivo centrale per orientare le energie disattivate dalla crisi. Questo ha consentito a molti di trovare la ragione per oltrepassare l’inibizione che la pressione insopportabile dell’incertezza e della scarsità porta con sé nell’identificazione chiara di un colpevole. Si tratta di un’operazione, non ha molta importanza qui se cosciente o ‘trovata’ solidificando vapori diffusi, propriamente politica (che anzi ne è il proprio) di costruzione di egemonia. La creazione di un profilo individuale nella rappresentazione politica.

La sfida che questo ‘doppio popolo’, manifestatosi nelle urne, pone in primo luogo nella modalità della sua costruzione, alla logica razionale del discorso liberale corrente è tutto in questo ‘eccesso’. Majone ci insegna che la politica ‘madisoniana’ (per la cui radice storica rimando a questo testo di Alan Taylor) nella quale abbiamo vissuto in particolare gli ultimi trenta anni è necessariamente parsimoniosa nella ricerca del consenso, anzi in sostanza ne fa a meno. Cerca di legittimarsi da un’altra fonte (ed infatti proliferano i meccanismi per ottenere la licenza d’uso a buon prezzo, con meno voti possibili, con i più diversi trucchi ‘maggioritari’), come dice il politologo italoamericano nella credibilità dei risultati anziché nella delega della maggioranza. La fonte della legittimità, per la generazione di politici cresciuta negli ultimi decenni, non è davvero il consenso degli elettori, e la responsabilità verso i Parlamenti, ma la verità della tecnica ed i risultati, in ultima analisi il successo. Non è affatto un caso che l’Unione Europea sia quello che è: di questa logica è il distillato più puro al mondo. In essa si ha un netto e pulito rovesciamento, perché a ben vedere sono i governi che controllano i Parlamenti attraverso gli schermati organismi europei (come gli Eurogruppi o il Consiglio Europeo), cfr. Majone, cit. p.168. E per farlo ricorrono anche a ‘fiduciari’ (dei mercati-sovrani, non certo dei cittadini) che non sono legati da vincoli di mandato ma sono “indipendenti”, il migliore esempio è la BCE (di cui presto avremo notizie). La mossa vincente è disperdere il potere fra istituzioni differenti (una mossa antica ed in effetti fondativa dell’assetto politico moderno, come si vede dal libro di Taylor sulla democrazia americana delle origini) il più possibile al sicuro dall’opinione dei cittadini.

La questione non è astratta, perché c’è un nesso forte e sistematico tra la possibilità di politiche redistributive (che necessitano di uno Stato forte, ‘gestore’ come dice, e di politiche attive ed energiche) e la loro legittimazione, che deve necessariamente passare per maggioranze politiche altrettanto attive ed energiche. Indebolirle, frammentando il potere e portandolo oltre le braccia degli elettori (cioè passare allo “Stato [solo] regolatore”) implica una diversa fonte di legittimità, ancorata non al voto della maggioranza ma all’efficacia credibilmente rivendicata, cioè al sapere tecnico. Questi organismi sono quindi in effetti “creati deliberatamente in modo da non renderli direttamente responsabili verso l’elettorato o i rappresentanti elettivi” (Majone, cit. p.169).

Allora quel che anche la liberale LeU non ha capito davvero è che la questione del populismo democratico non è aggirabile, in particolare se si vuole pensare a politiche redistributive e di protezione. Nella logica corrente queste non sono possibili, e per ragioni sistematiche che vanno anche oltre il mero economico.

Quando si conferma l’abbandono delle politiche ‘populiste’ (o ‘maggioritarie’, ovvero volte a ricercare il consenso delle maggioranze, della plebe) è necessario restringere la politica in favore di un potere amministrativo che trae altrove la sua legittimità (in una idea di “ragione” posta prima del discorso stesso, in qualche modo nelle cose e nei saperi tecnici che le rappresentano).

Se, invece, si corre il rischio dell’eccesso si può ricostruire un politico. È quello che hanno fatto davanti ai nostri occhi stupefatti sia il M5S sia Salvini.

Non c’è alcuna speranza per la sinistra se non supera se stessa e impara.

PER UN RECUPERO DELLE PREROGATIVE DELLO STATO NAZIONALE ITALIANO, PER LA SALVAGUARDIA DELLA INTEGRITA’ DEL PAESE, VERSO UNA POSIZIONE DI NEUTRALITA’ VIGILE

PER UN RECUPERO DELLE PREROGATIVE DELLO STATO NAZIONALE ITALIANO, PER LA SALVAGUARDIA DELLA INTEGRITA’ DEL PAESE, VERSO UNA POSIZIONE DI NEUTRALITA’ VIGILE, di Giuseppe Germinario

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Si tratta di un documento da me stilato quattro anni fa risultato di un incontro di una parte significativa dell’allora redazione di “conflittiestrategie” e altri personaggi impegnati sulla strada del recupero di quell’autonomia e indipendenza necessarie a risollevare le sorti del nostro paese. Purtroppo l’iniziativa naufragò per la reazione infantile ed insensata di un paio di quei partecipanti ai margini. Forse è giunto il tempo di riproporlo. BUONA LETTURA.
Il crollo del sistema di dominio bipolare, avvenuto ormai più di venti anni fa, ha travolto definitivamente ogni rappresentazione dualistica con la quale si è cercato di ingabbiare la complessità dei conflitti sociali e soprattutto dei rapporti tra centri strategici, stati e i loro sistemi di alleanze.

L’implosione dell’Unione Sovietica ha creato una situazione di sbilanciamento degli assetti globali e conseguentemente, in un contesto di ancora evidente prevalenza americana, allargato le maglie attraverso le quali tentano di riemergere e assurgere a un ruolo di potenza nuovi paesi in particolare del continente euroasiatico e in minor misura latino-americano.

I conflitti sempre più evidenti tra le maggiori potenze, pur in un quadro di ancora conclamato squilibrio dei rapporti di forze, trovano continuo e progressivo alimento e occasione di esercizio dal riemergere, in diverse regioni del mondo, di rivendicazioni identitarie, di conflitti storici ed esigenze di emancipazione in qualche maniera sopiti o addomesticati per quarant’anni nella gabbia bipolare tessuta alla fine della seconda guerra mondiale.

Uno dei focolai più virulenti in cui si sta concentrando la conflittualità riguarda la fascia che parte dal Nord-Africa, passa per il Grande Medio Oriente e si insinua in Europa tra i paesi balcanici e l’estremo oriente europeo.

Il ruolo svolto dall’Unione Europea, con il suo allargamento e il suo processo di integrazione economica, è stato e continua ad essere del tutto complementare alle mire espansionistiche della NATO in funzione antirussa consentendo di conciliare, al momento e presumibilmente per un lungo periodo, le mire di potenza regionale della Germania con quelle strategiche statunitensi con il corollario del neointerventismo francobritannico.

Contrariamente ai fini dichiarati, le attuali politiche dell’Unione Europea stanno accentuando drammaticamente gli squilibri tra i paesi e contribuendo a formare almeno tre aree geopolitiche divergenti delle quali, quella mediterranea rappresenta il ventre molle e la componente meno strutturata ma più esposta agli sconvolgimenti e all’instabilità attuale delle regioni nord africane.

La collocazione strategica al centro del Mediterraneo, la residua ricchezza del proprio patrimonio industriale e produttivo uniti alla frammentazione istituzionale, alla debolezza e supina subordinazione dei centri strategici in pressoché tutti gli ambiti della società e alla pochezza del ceto politico fanno sempre più del nostro paese un possibile campo di azione e appropriazione nonché strumento docile di intervento di interessi e strategie di forze esterne, spesso contrastanti con gli interessi strategici del paese anche nelle zone più remote.

Forte della propria collocazione geografica, del proprio residuo potenziale economico e della tradizione di rapporti sopravvissuti alla sciagura dell’intervento militare in Libia e nella ex-Jugoslavia, con le aree circostanti in particolare nell’area adriatica e mediterranea, l’Italia può svolgere un ruolo autonomo significativo orientato alla risoluzione positiva dei conflitti e alla creazione di un contesto che possa allargare rapporti oggi preclusi e garantire lo sviluppo economico e sociale del paese.

Un ruolo autonomo che strappi il paese fuori dalle sciagurate avventure militari di questo ventennio e dalle prossime che stanno maturando.

Un ruolo autonomo che deve essere il frutto della formazione di una nuova classe dirigente nazionale capace di creare le risorse e le strutture necessarie a dare alimento a queste politiche ma che, per affermarsi compiutamente, deve saper cogliere realisticamente le occasioni offerte da eventuali variazioni di contesto interni al paese dominante e da una situazione internazionale più incerta.

Diventa, quindi, fondamentale puntare a:

  • La riaffermazione e ridefinizione del ruolo dello stato nazionale, di recupero di prerogative, comprese quelle economico-finanziarie, e di una sua intrinseca autorevolezza che puntino a favorire la crescita e la salvaguardia dell’integrità del paese in una fase di esaurimento dell’unipolarismo
  • La ricostruzione prioritaria, sulla base della crisi e della destrutturazione degli attuali schieramenti politici, dei gruppi dirigenti in grado di dare prospettive e plasmare l’identità della formazione sociale sulla base di un riorientamento degli interessi e di nuove regole di governo, nonché capaci di individuare, in particolare tra i ceti professionali e direttivi, i referenti in grado di coagulare le forze necessarie a garantire il successo della svolta
  • La riorganizzazione degli apparati statali e governativi con la ridefinizione delle gerarchie di competenze, sovranità e rappresentatività, compreso l’attuale assetto delle regioni e il loro rapporto con lo stato centrale, in modo da garantire efficienza, snellezza e legittimità alle scelte politiche necessarie e una struttura burocratica più agile in cui sia riconosciuta una migliore corrispondenza tra responsabilità, competenze e retribuzioni
  • La rivisitazione dei rapporti di alleanza e cooperazione come fondamento delle relazioni con i paesi europei, eurasiatici e mediterranei attraverso la coltivazione prevalente di rapporti bilaterali tra i paesi rispetto all’attuale prevalenza del principio del multilateralismo, veicolo ottimale di affermazione degli attuali assetti.

 

La salvaguardia delle prerogative nazionali comporta per tanto la necessità di creazione autonoma di risorse economiche e di potenziamento del proprio apparato produttivo e di servizi con:

i)       Il controllo, la salvaguardia e lo sviluppo delle attività ed industrie strategiche (energia, tecnologie di punta, complesso militare, industria legata alle infrastrutture vitali del paese, ricerca scientifica e sviluppo tecnologico rivolti all’innovazione e all’efficienza, agricoltura)

ii)      Lo sviluppo di una economia (industria di prodotti di consumi civili, turismo, beni culturali, servizi, ect) tesa a garantire equilibrio economico, promozione e riconoscimento sociale, equità scevra da assistenzialismo, e benessere; sulla base di questo ricostruire uno stato sociale più forte e più calibrato sulla base di incentivi e politiche attive e una condizione di maggiore sicurezza interna e controllo dei flussi migratori

iii)     La riorganizzazione delle politiche formative, assistenziali e redistributive del paese finalizzate all’occupazione e al riconoscimento professionale

Si tratta, quindi, di riguadagnare progressivamente un ruolo attivo ed importante di leadership a tutti i livelli sfruttando il potenziale di risorse del paese e riconfigurando le attuali limitazioni esterne, in particolare l’Unione Europea.

Diventa, quindi, propedeutica ed essenziale:

  • La pubblicizzazione, per altro prevista dalle leggi correnti e rivisitazione degli accordi bilaterali e multilaterali, militari e politico-diplomatici in corso
  • L’eventuale reintroduzione dell’esercito di leva affiancato e integrato con i reparti specializzati
  • La revisione dei trattati europei che porti a:
  1. Regolamentare e controllare la libera circolazione dei capitali finanziari in maniera da incentivare le competenze tecnologiche e le capacità imprenditoriali e gestionali
  2. Rendere possibile l’attuazione di una politica industriale che favorisca la collaborazione paritetica dei grandi complessi industriali nazionali nei settori strategici e inneschi processi di effettiva industrializzazione nelle aree depresse tali da sviluppare con il radicamento in loco dei centri decisionali strategici le capacità imprenditoriali e gestionali
  3. Ricondurre le politiche regionali a politiche industriali nazionali e adeguare i criteri di finanziamento europei a questa ottica
  4. Ricondurre le politiche di collaborazione e integrazione regionale europea al controllo degli stati nazionali in collaborazione tra essi
  5. Riorganizzare e controllare le attuali strutture amministrative europee basate esplicitamente al momento su rapporti di tipo lobbistico e su criteri diversi secondo i referenti nazionali; un processo che richiede la dissoluzione dell’attuale architettura istituzionale europeistica
  6. Puntare a nuovi trattati e accordi con i paesi limitrofi alla nostra realtà in modo da bilanciare la progressiva concentrazione delle risorse europee nell’Europa centrorientale

Sulla base di questi punti è necessario valutare in modo serio la questione dell’uscita dal sistema di moneta unica (euro).

 

La coesione di una formazione sociale e la salvaguardia delle condizioni di vita degli strati popolari e intermedi dipendono dalla salvaguardia e riorganizzazione del welfare e queste, sempre più, dalla solidità e dall’autorevolezza delle strutture del paese e dalla solidità di una economia nazionale ben integrata ed equilibrata, dal ridimensionamento politico ed dalla ricollocazione economica dei settori più subordinati agli interessi dei paesi dominanti presenti nelle istituzioni e nei centri nevralgici del paese.

 

Il presente documento e manifesto ha l’ambizione di definire quelle coordinate che consentano la creazione e sviluppo rapidi di una piattaforma comune sulla quale gruppi o singole persone possano offrire il proprio contributo di analisi e proposte sino a determinare un terreno favorevole alla nascita di una o più formazioni politiche capaci di sostenere, perseguire e conseguire gli obbiettivi enunciati così urgenti rispetto all’attuale condizione del paese.

MARE NOSTRUM_UNA CHIOSA A “UN PIVOT MEDITERRANEO PER L’ITALIA”_ GIUSEPPE GERMINARIO

Qui sotto il link di un articolo decisamente interessante, apparso sulla rivista Eurasia, riguardante una possibile ricollocazione geopolitica dell’Italia che consentirebbe una maggiore autonomia di azione senza necessariamente rimettere radicalmente in discussione l’attuale sistema di alleanze incentrate sulla Unione Europea e sulla NATO. Il fulcro dell’azione politica, in sostanza, dovrebbe volgersi verso il Mediterraneo e verso l’Africa nel vicinato prossimo e verso l’Asia, la Russia e la Cina in quello lontano. E’ indubbio che, pur all’interno dei pesanti vincoli di subordinazione ed alleanza, ci siano margini di agibilità che la nostra classe dirigente nemmeno sogna di utilizzare. L’esempio positivo della Turchia, per altro, mi pare fuorviante; come pure quello della Polonia, giacché l’Italia gode, a dispetto della presunta perifericità del paese, della stessa attenzione strategica da parte delle potenza dominante. La condizione di frammentarietà e debolezza politica ed istituzionale difficilmente consentirebbe di sostenere  una pressione analoga a quella subita dalla Turchia. E infatti appare propedeutico e decisivo l’orientamento politico strategico della classe dirigente dominante per intraprendere una qualsiasi strada di maggiore autonomia. La vicenda delle sanzioni alla Russia, tra i tanti, assume la veste di un vero e proprio paradigma. Non sono solo uno strumento offensivo contro la Federazione Russa, sono anche uno strumento di compattamento dell’alleanza atlantica; si stanno rivelando, sorprendentemente, nella loro opacità ed arbitrarietà di applicazione un modo particolarmente subdolo di ridefinire i rapporti interni all’alleanza stessa e di danneggiare i paesi diretti dalla classe dirigente più prona. La volontà di una classe dirigente è, però, solo una condizione, sia pure determinante. Il problema è innanzitutto come si forma e costruisce una classe dirigente alternativa, visto che quella attuale non pare offrire nessuna capacità di analisi e possibilità di redenzione. E tuttavia occorre prestare un occhio più attento alla condizione oggettiva del paese. Su questo l’articolo assume, a mio avviso, una postura un po’ troppo ottimistica sia pur nella cautela in esso suggerita rispetto a soluzioni-panacea quali quella dell’uscita dall’euro. Intanto, ancora una volta, l’estensore sembra fondare sulle capacità economiche e sulle potenzialità produttive la possibilità di redenzione dalla condizione di asservimento. Purtroppo numerosi eventi ed episodi attestano ormai quanto queste potenzialità siano piegate e conformate dalle esigenze politiche e rese praticabili da una credibilità e autorevolezza politica della classe dirigente purtroppo in via di esaurimento. Il paese, inoltre, sta erodendo drammaticamente piuttosto che acquisendo le capacità tecnologiche e produttive necessarie a dar corpo a queste politiche. Ma non solo quelle; anche dilapidando le stesse capacità e qualità professionali che non ostante tutto riesce ancora a formare. La classe dirigente sta perdendo progressivamente e consapevolmente il controllo e la capacità di indirizzo dei residui atout disponibili. Non è un caso che gli americani si siano concentrati nell’acquisizione dei settori strategici, anche quelli in apparenza meno significativi come la ceramica; non è un caso che francesi e tedeschi si siano concentrati sulla logistica, sul drenaggio del risparmio e sull’acquisizione di marchi, in particolare di quelli che potessero qualificarli con miglior lustro, sotto mentite spoglie, in Medio Oriente. Due esempi tra tutti, l’Edison e l’Italcementi, concesse anch’esse allegramente rispettivamente in mano francese e tedesca. Una gran parte dell’apparato produttivo, per altro, è costituito da componentistica legata ormai mani e piedi al prodotto finito della grande industria tedesca. La storia dello sviluppo industriale del paese è lì a rammentarci, per altro, che i momenti di maggior espansione e di sviluppo qualitativo dell’economia, in particolare dell’industria, a partire da metà ‘800, si sono ottenuti guardando a nord e ad ovest, il più delle volte obtorto collo. Emblematico ed illuminante a proposito il contenuto dell’acceso dibattito degli anni ’50, propedeutico al “miracolo economico”. La stessa impresa straordinaria di Mattei all’ENI, pur con tutti i margini di audacia ed autonomia che costui si è concesso e per i quali ha pagato drammaticamente dazio, consistevano sì in una apertura verso i paesi mediterranei, africani e mediorientali, che consentisse soprattutto l’approvvigionamento necessario alla compartecipazione, però, del paese al miracolo economico euroccidentale. Non a caso Mattei contrastò l’ostracismo dei settori più retrivi dell’industria italiana, anch’essi favorevoli ad una espansione verso il Mediterraneo, sostenne lo sviluppo dell’industria di base, specie energetica, siderurgica e chimica, antagonista a quelli e si alleò con la nascente industria meccanica, notoriamente direttamente legata ai centri americani. Nell’attuale condizione, uno spostamento del baricentro rischierebbe di asservire ulteriormente il paese al vero dominus dal secondo dopoguerra ad oggi, gli Stati Uniti. La condizione preliminare di una svolta è, diversamente, l’assunzione del controllo delle principali leve di governo e di indirizzo del paese; il patto europeo, negli attuali termini, inibisce questi sforzi secondo modalità ben più complesse della mera introduzione della moneta unica, l’euro e della imposizione delle norme di stabilità finanziaria, sui quali si incentra purtroppo la quasi esclusiva attenzione dei critici. Una rinegoziazione piuttosto che una rottura presupporrebbe l’esistenza di una classe dirigente ancora più determinata e capace e di un contesto ben diverso, quanto meno di una Unione Europea molto più ristretta e gestibile degli attuali ventisette aderenti. Una rideterminazione del “pivot” non può prescindere quindi da un lavorio sagace in grado di favorire il cambiamento degli equilibri politici in Francia e Germania, senza il quale rischiamo di trovarceli come avversari sempre più dichiarati, in una Europa sempre più frammentata e rissosa, ma sempre a supporto della potenza dominante. A maggior ragione le implicazioni sarebbero determinanti se il paese, motu proprio, dovesse allargare il raggio di azione a Cina e Russia. Buona lettura_Giuseppe Germinario

UN PIVOT MEDITERRANEO PER L’ITALIA

CAPORETTO OPPURE L’8 SETTEMBRE. CHI CI HA PIÙ COPERTI DI INFAMIA ? BADOGLIO E L’ANSA. di Antonio de Martini

Tratto dal blog di Antonio de Martini https://corrieredellacollera.com/

Ho resistito.

Mi ero ripromesso di lasciar passare sia la data dell’8 settembre che quella del 24 ottobre senza commentare questi due avvenimenti che puntualmente scatenano la cupidigia di servilismo di moltitudini di scrivani che si improvvisano strateghi e si tolgono la soddisfazione di insultare gente che ha negato una croce di guerra al nonno o più probabilmente lo ha fatto fucilare per diserzione. Piccoli uomini che regolano i conti coi morti che i loro padri non seppero affrontare da vivi.

Ho resistito anche quando il mellifluo Paolo Mieli ha organizzato in TV una sceneggiata con un paio di compari di quarta fila  e con nomi da opera buffa,  cui faceva rispondere a memoria sciocchezze che la prudenza gli sconsigliava di pronunziare in prima persona.

Ho resistito anche alle rievocazioni apparse su ” Il Corriere della sera” – buona duella di Danilo Taino, inutilmente squallida l’altra-  e ho evitato di commentare quella del generale Graziano ( capo di Stato Maggiore della Difesa) che finge di non sapere la differenza tra ” reparto” e ” soldato” forse nella speranza di mendicare un rinnovo di qualche nell’incarico. Poi anche la rana più paziente  giunge al punto di ebollizione. L’ANSA – agenzia di stampa ufficiosamente servile come lo fu la Stefani verso Mussolini e il fascismo –  lancia il titolo ” La più grande sconfitta della nostra storia” e questa frase mi ha ricordato un caro amico scomparso, triestino, carrista e mio compagno di reggimento,  Lucio Monego pensionato come generale di divisione, forse un po per colpa mia e per un episodio che mi ha invelenito per via del titolo dell’ANSA,  acronimo che certamente vuol dire Associazione nazionale stampa asservita.

Lucio Monego, ufficiale brillantissimo, eccezionale etica militare nel senso più nobile del termine,  poliglotta, frequentò con successo  la scuola di guerra – sia l’ italiana  a Civitavecchia che quella  tedesca ad Amburgo – e diresse il primo corso di ardimento – di fatto ne fu il fondatore e plasmatore – alla scuola di fanteria di Cesano.

Mentre prestava servizio a Roma allo Stato Maggiore dell’Esercito, l’intero corpo degli ufficiali  di SM presenti in sede fu convocato dal capo di SME, che all’epoca era il generale Francesco Mereu, il quale, furente, spiegò come si doveva preparare e servire un cocktail, visto che aveva assistito a una scena che gli aveva procuraro, parole testuali ” la più grande umiliazione della sua vita di soldato”. Il ten colonnello Monego, dall’alto dei suoi due metri virgola due e col suo vocione baritonale lasciò cadere , come parlando col vicino di fila: ” chissà dov’era l’8 settembre“. Le parole di Monego mi rimbombano nelle orecchie ogni volta che si parla di storia patria.

LA PRIMA GUERRA MONDIALE

Un brillante ricercatore italo britannico – Edwin Morley Fletcher – ha ritrovato un documento per un suo libro in via di preparazione, che il 17 settembre, proprio mentre si consumava il dramma di Carzano, il capo di gabinetto del governo inglese e anima della guerra, Alfred Milner, si trovava nella residenza di campagna del primo Ministro inglese  con la proposta di spostare il centro degli sforzi strategici alleati dal fronte francese a quello italiano.

Quella notte, Luigi  Cadorna stava giocando le sue carte in trentino, ai piedi dell’altopiano di Asiago, dove un battaglione bosniaco aveva deciso di defezionare e di agevolare la penetrazione delle truppe italiane verso Trento che era a soli 40 km di distanza su un percorso guarnito di difese. Il battaglio era stato narcotizzato, il primo battaglione di bersaglieri che doveva precedere quattro divisioni comandate dal generale Etna era entrato nella breccia ed aveva raggiunto il paesino di Carzano e attendeva che giungesse la brigata comandata dal generale Zincone per proseguire.

Zincone, pur sapendo la strada libera ed avendone ottenuto conferma, ordinò di seguire un camminamento  che consentiva il passaggio di un uomo alla volta, perse tempo e non diede mai l’ordine di avanzare fuori dalle trincee. Sul far del giorno, gli austriaci se ne accorsero, entrarono in azione le artiglierie e il battaglione fu sterminato. Etna e Zincone furono destituiti ( benché Etna fosse figlio naturale del re) e anche all’epoca Cadorna parlò di reparti  e non di soldati.  Un mese dopo gli austriaci ci resero la pariglia a Caporetto.

Tutti gli storici sono concordi nel convenire sul fatto che il Monte Grappa era stato fortificato da alcuni mesi perché Cadorna voleva arroccarsi sul Piave per risparmiare i soldati che era costretto a sacrificare perché il patto di Londra faceva obbligo all’Italia di “attaccare incessantemente” per evitare che gli austriaci potessero inviare truppe di rincalzo in Francia.

La ritirata pianificata non si era ancora fatta perché le autorità civili nelle retrovie non avevano ancora dato vita e azione al piano di sgombero delle popolazioni civili.  Molte truppe, mal guidate da ufficiali di complemento si arresero, ma nel complesso l’Esercito resse, ripiegò sulle posizioni già personalmente scelte e fortificate  da Cadorna e i trecentomila prigionieri fanno il paio con le torme di prigionieri inglesi e francesi e tedeschi e russi che affollarono i campi di concentramento.

Per capire come gli italiani condussero la guerra, basterà una cifra: italiani morti nella guerra, seicentomila. Francesi morti nella guerra un milione e settecentomila. Gli inglesi persero in un solo giorno tra morti e feriti sessantamila uomini, mentre gli italiani persero nella settimana di Caporetto undicimila uomini con trentamila feriti.

LA SECONDA GUERRA MONDIALE

downloadPassando a cose più amene , parliamo dell’8 settembre 1943.   Pur avendo avuto un mese e mezzo per prepararsi, il governo Badoglio ( il re aveva avuto oltre un anno, ma questo è un altro discorso)consumò alcune vecchie ruggini personali ( la destituzione del generale Vittorio  Ruggero che aveva rifiutato di sparare sui milanesi inermi che manifestavano il 25 luglio) e benché lo Stato Maggiore avesse pianificato il rovesciamento del fronte col piano ” OP 44″ , Badoglio pensò solo a fuggire dimenticando di dare disposizioni all’esercito. Il Capo di SM Cavallero non trovo altra soluzione che il suicidio mentre il generale Carboni restò acquattato ai Castelli romani con l’amante di turno, mentre Roma protetta da sette divisioni ( cinque di fanteria e due corazzate) dopo una resistenza proforma si arrese a due divisioni tedesche. Notevole il fatto che gli americani avessero offerto l’apporto di una divisione paracadutisti di élite – la 82 a- che sarebbe sbarcata a Pratica di mare prendendo alle spalle i tedeschi. Gli italiani rifiutarono preferendo la fuga e ritardando di nove mesi la liberazione della Capitale  e di almeno dodici la fine della guerra in Italia.

Ecco ho pensato al mio amico Monego e a Dio. Non credo che esista e, se esiste, perché ce l’abbia tanto con l’Italia. Ha fatto morire Lucio Monego con un tumore alla gola e lascia che il giornalista dell’ANSA trascini la sua inutile esistenza .

Badoglio comandava un’armata e  mirava ( non era il solo)  a sostituire Cadorna. Scelse di non obbedire all’ordine di aprire il fuoco con le artiglierie e fermare subito gli austriaci.  voleva che penetrassero e poi li avrebbe fermati col fuoco di sbarramento di quattrocento cannoni passando per il salvatore. Per non farsi raggiungere e intimare l’ordine di intervento, lasciò il posto comando rendendosi irreperibile, ritenendo di poter dare l’ordine via radio una volta giunto il momento. Aveva fatto i conti senza la guerra elettronica già operativa. Gli austriaci gli disturbarono le trasmissioni e i cannoni  di Caporetto in assenza di ordini, tacquero.  Badoglio non partecipò minimamente alla resistenza del Piave. Si augusto suggerimento si rese irreperibile per parecchi giorni.

Due ministri del governo vennero al fronte col bollettino già pronto in cui si parlava di” reparti arresisi vilmente”. Cadorna accennò a una obiezione e poi firmò pensando che aveva di meglio da fare che parlare con Bissolati e il suo compare. Cadde così nella seconda trappola – questa volta italiana-  in una settimana. Accusato di aver parlato male dei soldati fu defenestrato, Generalissimo divenne Armando Diaz con Badoglio vice.

La commissione governativa  di inchiesta lo ritenne completamente innocente MAstracciò le pagine  con le risultanze relative al comportamento di Badoglio dal rapporto finale.

Nella seconda guerra mondiale il ruolo di Badoglio è chiaro a tutti. Essendo stato salvato dal re nella guerra precedente , pensò che a sua volta avrebbe salvato , se non il re, la dinastia. Tradì tutti , calpestò l’onore nazionale, fece uccidere a freddo chi poteva opporsi ( Muti) e non solo e lasciò – ancora una volta- l’Esercito senza alcun tipo di ordini, se non “reagire se attaccati” che non significa nulla. settentatre divisioni sparse tra l’Italia ( 33) , la Grecia, I Balcani, La Francia, la Corsica, l’Albania, il Dodecanneso, si trovarono acefali nel giro di un giorno.

Anche questa volta l’ambizione  sbagliò i calcoli: credeva che avrebbe avuto a che fare  a che fare coi monarchici inglesi ( coi quali  casa Savoia aveva trattato) e invece si trovò davanti i repubblicani americani che come contentino agli inglesi scelsero un successore a nome Ivanoe. Giuda non ha mai avuto buona stampa nemmeno tra i membri del sinedrio.

MARCO TULLIO CICERONE E TAJIP ERDOGAN. DEMOCRAZIE GEMELLE CON SUGGERIMENTI PER NOI. di Antonio de Martini

Tratto dal blog www.corrieredellacollera.com, con la notazione, per altro implicitamente evidenziata anche dall’autore, che tale politica trova adepti convinti tra gli alleati soprattutto europei

Marco Tullio Cicerone, nel pieno della confusione creata dalla congiura di Catilina, prese una decisione “antidemocratica” che oggi farebbe rabbrividire quei campioni di ipocrisia anglosassone di Amnesty International.

Diede ordine, in spregio alla legge romana, di strangolare i senatori Lentulo e Cetego che si sapeva essere la quinta colonna di Catilina in città.

Questo gesto fece capire ai romani che non si trattava più di politica ma di sopravvivenza e  Catilina capì  che la Repubblica gli aveva tagliato le unghie ed era pronta a combattere.

Erdogan ha licenziato tutti gli appartenenti alla numerosa ( 60.000) congrega diFetullah Gulen che operava silenziosamente per sabotare la Repubblica Turca su mandato – o sotto lo sguardo benevolo- del governo USA. Non si capisce perché non avrebbe dovuto, visto che la Germania democratica , riunificandosi, ha licenziato tutti gli impiegati statali della Repubblica Democratica Tedesca, senza che nessuno fiatasse. Un milione e mezzo di individui.

Lo scopo recondito, ma sempre più evidente, è quello di ridurre le dimensioni di ogni protagonista della vita politica mediterranea in maniera da rendere meno pericolose eventuali crisi per la ridotta capacità militare di ciascuno.

La Jugoslavia è spaccata in quattro, il Sudan in tre, la Libia in tre, la Siria in tre ( operazione in corso), lo Yemen in tre. Con l’Algeria ci hanno provato con dieci anni di guerra civile, come pure nella Russia mussulmana ( Cecenia).

Si vuole privare la Turchia del kurdistan ( paese mai esistito come nazione indipendente, proprio come il Kosovo o la Repubblica di Macedonia) , dividere in due l’Irak, minacciare – per ora solo politicamente – la Spagna e l’Italia con la secessione rispettivamente della Catalogna e del Lombardo Veneto.

Gli stessi fremiti disgregatori interni alla Unione Europea, sono alimentati dagli Stati Uniti e la secessione inglese è emblematica di quanto dico.

I paesi più riottosi verso l’Unione. Sono i più amichevoli verso gli USA ( gruppo di Visegrad) e i più aiutati ( Bulgaria e Romania).

Si analizzano con pretesti sociologici le diversità ( religiose, di lingua etc) e si finanziano individui ambiziosi che i media mondiali si incaricano di rendere famosi e intoccabili per minacciare prima e provocare poi spaccature e secessioni vere e proprie con l’aiuto di ONG tutte finanziate da ” fondazioni” nate e cresciute in America. La difesa è non tener conto delle cosidette regole democratiche che  sono loro i primi a violare quando gli conviene ( in patria – con le pantere nere- e all’estero, ormai ovunque)

La reazione, in nome del principio unitario è legittima, doverosa e giusta e deve giungere alle logiche conseguenze.

Come è avvenuto per gli agitatori ” egiziani” e ” siriani” tutti dotati anche di passaporti USA, dei nove cittadini tedeschi detenuti oggi in Turchia per attività pseudo democratiche, quattro hanno la doppia cittadinanza. Chiedono cose che negli USA, ai neri, costano ancor oggi la vita.

La Turchia è stata subappaltata alla Germania come Libia e Siria alla Francia.

La ragione è di fingere l’ amicizia USA vista la superiore necessità strategica di contenere la Russia nel fianco sud della NATO.

La Turchia reagisce, per ora, punzecchiando, come ad esempio facendo rivelare alla Agenzia Anadolu la posizione di due basi segrete USA in territorio siriano.

Diventa sempre più necessaria una nuova politica estera italiana e la creazione di una struttura statuale in grado di resistere a questo nuovo tipo di guerra, rafforzare la solidarietà europea e limitare drasticamente le attività delle fondazioni, ONG , Think Tank e tutti gli altri strumenti di sovversione miranti- nei fatti- a disgregare il nostro stato. La Patria è finita a puttane da un bel pezzo.

Ne riparleremo dopo averli cacciati.

I RIMPATRIATI, di Giuseppe Germinario

DELLA MAGNANIMITA’ DELLA NOSTRA CLASSE DIRIGENTE

 

Doveva arrivare Emma Bonino ( https://www.youtube.com/watch?v=Y4En-tVTH2E&feature=youtu.be ), ex ministro degli esteri, a svelare gli arcani che rendessero intelligibili le ragioni dell’attuale gestione dei flussi migratori provenienti dal sud del Mediterraneo. Un protocollo segreto, tutt’ora in vigore e non smentito, gestito in ambito comunitario e sottoscritto dall’allora Governo Italiano stabilisce che, non si sa se per accordo o magnanima disponibilità unilaterale del nostro Bel Paese, i porti italiani garantiscano l’esclusiva dell’accoglienza non ostante l’obbligo di soccorso preveda lo sbarco presso l’approdo più vicino, nella fattispecie Malta o la Tunisia. Non si comprendono le ragioni del vaticinio della nostra sacerdotessa dei diritti umani; verosimile ricondurle alla guerra di successione e di secessione ascrivibile alle trame piddine e al riemergere di antichi eterni rivali ai danni di Renzi, tra i tanti Enrico Letta. La data di sottoscrizione di quel protocollo contribuirebbe ad illuminare il bersaglio degli strali; vista la prossima scadenza elettorale non si dovrà, presumibilmente, attendere troppo.

A corollario di quel protocollo, si precisa con certosina accuratezza, questa volta evidentemente dagli accoglienti di risulta, che l’eventuale ripartizione tra i paesi europei, per altro disattesa, dovesse riguardare i soli profughi di guerra, in particolare siriani, eritrei e libici; la minoranza di un flusso proveniente ormai soprattutto dall’Africa Subsahariana. A condizione che gli immigrati fossero ovviamente censiti e con la possibilità, quindi, di rimpatrio nel paese europeo di primo approdo.

Colpisce certamente il contrasto evidente tra l’italico slancio emergenziale tanto compassionevole quanto refrattario ad una pianificazione degli inserimenti e la presunta chiusura ostile del resto della civiltà europea. Una rappresentazione di sentimenti degna di una sceneggiata napoletana.

La qualità della vita quotidiana di gran parte degli accolti e di quella degli accoglienti occasionali e fortuiti da adito a qualche perplessità sulla genuinità di tale pulsione specie degli accoliti della nostra classe dirigente; è sufficiente trascorrere qualche ora tra i comuni mortali sui treni regionali e nei giardini urbani, specie in prossimità delle stazioni per constatare che alla compassione non seguono adeguate “opere di bene”.

Tutto fa pensare che questo contrasto evidenzi piuttosto le motivazioni e gli aspetti più oscuri e avventati di tali scelte, se non la meschinità più banale dei loro protagonisti.

Di seguito una rassegna certamente non esaustiva:

  • l’insufficiente levatura dei quadri dirigenziali pubblici

nella gran parte dei centri decisionali, compreso il corpo diplomatico, si assiste ormai da alcuni decenni ad uno scadimento della capacità operativa dovuto ad una formazione sempre più aleatoria, ad un collocamento non corrispondente alle competenze possedute e richieste, ad una presenza poco qualificata e autorevole nei luoghi decisivi di formazione e preparazione delle decisioni politiche. Eppure questi centri costituiscono la nervatura essenziale il cui corretto funzionamento e controllo consentono le scelte consapevoli dei decisori politici di ultima istanza

  • la rappresentazione passiva e contingente dell’interesse nazionale dei nostri decisori politici

la gestione dei flussi migratori mette in luce la particolare visione delle dinamiche internazionali e della difesa dell’interesse nazionale di cui soffrono i nostri centri decisionali.

Sono viste come dinamiche ineluttabili sia nella tendenza che nelle modalità di svolgimento; sono dinamiche gestibili da organismi sovranazionali dotati di forza propria,  guidati da un presunto interesse più generale e ai quali gli stati nazionali devono delegare più o meno volontariamente e consapevolmente competenze e poteri.  Si fatica a vederli piuttosto come campi di azione di stati nazionali e tramite di essi di apparati e centri di potere.

Si tratterebbe quindi tutt’al più di rimediare un successo di immagine immediato e contingente, la rappresentazione quindi di un paese aperto ed accogliente; di raccogliere ed approfittare dei benefici finanziari immediati, nella fattispecie i finanziamenti europei; di confidare nell’afflato universalistico, nel buon cuore e nella cecità altrui per la redistribuzione delle “risorse umane”, magari assecondata da qualche furba inadempienza nei censimenti.

Un approccio ancora una volta reso repentinamente inadeguato e controproducente dall’imponenza dei movimenti, dal carattere strutturale dei flussi migratori e dagli effetti scatenanti di grandi decisioni geopolitiche del tutto estranee alla nostra classe dirigente.

 

I VIZI ATAVICI DELLA NOSTRA CLASSE DIRIGENTE

 

La gestione paradossale dei flussi migratori non è, purtroppo, un episodio estemporaneo ed isolato, come pure il mercimonio, l’oggetto di scambio citato dalla Bonino.

È solo l’ultimo ma purtroppo non definitivo atto di una serie di scelte effettuate con le stesse identiche caratteristiche e modalità operative.

Concentrandosi solo sugli ultimi due decenni, l’ingresso nell’Euro, la regolazione del mercato unico europeo, le privatizzazioni, il processo di unione bancaria, il controllo europeo dei deficit di bilancio con annesso l’obbligo di pareggio, il coordinamento delle politiche fiscali, l’adesione alle avventure militari in Jugoslavia e in Libia sono gli esempi, solo i più appariscenti, di accordi frettolosi ed emergenziali i cui termini hanno dovuto essere regolarmente e rapidamente rinegoziati con deroghe ed elusioni pagate a carissimo prezzo nel lungo periodo e nel peso strategico del paese.

A ben vedere si tratta di un vizio di origine dell’Italia repubblicana sorta da una disastrosa sconfitta militare che ha pervaso, salvo brevi momenti, e innervato sempre più l’azione politica della nostra classe dirigente, specie paradossalmente quando, con la caduta del muro di Berlino, avrebbe dovuto venir meno la ragione dei vincoli militari e politici di sudditanza.

Già agli albori della Comunità Europea, la maggiore preoccupazione di De Gasperi fu quella di garantirsi l’esodo di milioni di italiani in Europa e Sudamerica anche rispetto ai progetti di sviluppo industriale.

Da lì nasce la propensione ad acquisire pochi incarichi dalla immagine significativa ma dallo scarso  potere fattuale e di controllo. La nomina della Mogherini al Alto Rappresentante degli Affari Esteri dell’UE rappresenta solo l’ultimo colpo di scena ben riuscito ma dalle conseguenze peregrine nel prosieguo dell’azione politica. Sulla scia di questi “successi” prosegue pervicacemente altrimenti la maniacale attenzione, manifestata già negli anni ‘50, nell’occupare posti di basso rango negli organismi internazionali glissando allegramente sui posti più vicini ai centri decisionali.

Si tratta di un approccio dalle conseguenze deleterie che pregiudicano la stessa possibilità di formazione di una classe dirigente alternativa adeguatamente preparata ad affrontare le dinamiche politiche di un mondo multipolare.

Qualche dubbio deve assillare lo stesso establishment; tant’è che, a cose praticamente fatte, in Banca d’Italia, ad esempio, hanno recentemente deciso di organizzare un corso di formazione sulla conduzione di una trattativa

In un mondo nel quale le connessioni tra centri strategici nello scacchiere planetario sono sempre più strette e pervasive, tale condizione spinge interi ambiti degli apparati, in particolare i loro vertici, a sentirsi esponenti e portatori più dei centri dominanti e dei loro apparati  che del proprio Stato e della propria comunità nazionale oppure, nella maggior parte dei casi induce ad identificare gli interessi di questi ultimi con i desiderata dei primi. I fautori di “podestà stranieri” in Italia sono particolarmente numerosi e sfacciati.

Un rapido sguardo alle carriere e al mutamento dei rapporti politici della gran parte di questi funzionari, compresi quelli militari e dei servizi, concede del resto poco spazio alle illusioni.

Dall’altra  spinge la gran parte del nostro ceto politico nella condizione di ostaggio e complice dei settori più conservatori e parassitari, se non collocati nella loro corretta posizione di ambiti essenziali ma complementari di una formazione sociale che ambisce a scelte consapevoli.

Nella fattispecie della gestione dei flussi migratori, comincia ad affiorare, purtroppo con colpevole e ovvio ritardo, il ruolo pesante che il terzo settore, le ONlUS, le associazioni ormai non più collegate solo al Vaticano, ma a centri altrettanto se non più potenti, svolgono nel determinare tali condotte politiche. E quello dell’immigrazione è solo uno degli ambiti operativi di questi ambienti. Per non parlare poi della fronda  presente ad esempio nelle gerarchie militari, in particolare della Marina e dell’Aviazione Militare al sorgere di un minimo sussulto di ripensamento.

 

A PROPOSITO DI INTERESSE NAZIONALE

Ne deriva, di conseguenza, una visione per così dire alquanto ristretta, precaria, volubile di interesse nazionale.

Tacciare di tradimento questa conduzione politica e di traditori i portatori di essa serve a ben poco se non ad esorcizzare il problema nella propria condizione di impotenza e a ridurre il contenzioso  ad una mera liquidazione e sostituzione del ceto politico con qualche fugace bella figura al tribuno di turno. Le recenti esperienze di Syriza in Grecia e del Front National in Francia dovrebbero indurre a qualche riflessione.

Il termine interesse nazionale induce spesso ad una retorica esacerbata di comunanza indistinta di interessi, di punti di vista e di emozioni che tende a nascondere e perpetuare le ineguaglianze più deleterie, la fragilità di un movimento politico, la ristrettezza di un blocco sociale consenziente e la inconfessabile dipendenza dal sostegno esterno. Non è un caso che la retorica più accesa e vuota si sia affermata ad esempio in quei movimenti come quello slavo nella dominazione ottomana e quello polacco nella componente a dominazione zarista privi di esperienza di gestione del potere e largamente dipendenti dal sostegno di potenze rivali.

Lo stesso termine, però, può servire alla formazione di una comunità capace di una sintesi estesa di interessi, punti di vista, e centri di potere diversificati ed ineguali tale da garantire la coesione solida ed estesa di una formazione sociale dinamica, in grado di sostenere un confronto sempre più complesso e acuto. Una formazione capace quindi di esprimere poteri ed apparati forti, élites determinate e comprensive.

 

La prima strada, prima o poi sarà quella che dovrà imboccare l’attuale classe dirigente o i suoi epigoni, ormai privi di una significativa compiacenza esterna. L’esperimento di costruzione del Partito della Nazione è stato il primo tentativo maldestro, consumatosi rapidamente per la qualità dei promotori e per l’incapacità e l’impossibilità di associare alla riorganizzazione istituzionale un progetto di rinascita del paese. Ne seguiranno altri, dopo una fase di decomposizione, resi probabilmente più credibili dalla condizione più precaria del paese piuttosto che dalle qualità intrinseche dei programmi.

 

In mancanza di alternative, l’attuale classe dirigente nazionale appare interessata a dilaniarsi in attesa che si ridefiniscano le linee e le gerarchie esterne di comando ed indirizzo nel mondo. I barlumi di verità che squarciano la nebbia, comprese le affermazioni della Bonino, sono uno strumento estemporaneo di questo regolamento di conti con scarse probabilità di innescare un dibattito serio sull’argomento. Trascinano il paese in una condizione talmente peregrina da far rifulgere nazioni come la Francia e la Germania, anch’essi in realtà in una condizione di netta sudditanza.

Sia la Francia che soprattutto la Germania hanno rivelato doti di chiaroveggenza nell’attestarsi in condizioni più favorevoli nel contesto internazionale e, soprattutto, nella gestione del processo di integrazione comunitaria. Contrariamente all’Italia, sono state capaci, soprattutto la seconda, di riorganizzarsi a tempo prima e durante il processo di integrazione avviato negli anni ‘90.

Anche questo è un modo particolare di definire l’interesse nazionale.

Merito probabilmente della migliore qualità della loro classe dirigente e della maggiore coesione dei loro apparati istituzionali; merito, soprattutto, del riconoscimento del loro ruolo di interlocutori principali della potenza dominante nella gestione delle “quistioni” continentali che ha consentito loro una parziale pianificazione delle tattiche e delle strategie ai danni degli ultimi gironi danteschi.

Non è un caso che la Germania di Angela Merkel, a suo rischio e pericolo, non abbia esitato a decidere a quale gregge appartenere nel contenzioso americano tra una componente speranzosa di perpetuare e conseguire un dominio unipolare troppo costoso in termini economici e di coesione della propria formazione sociale ed una al contrario più pronta a prendere atto della formazione di nuove potenze e di nuove aree di influenza più marcate e diversificate. La Francia di Macron apparentemente sostiene la fedeltà teutonica al vecchio establishment, ma a costi interni più gravosi e con l’obbligo di appoggiarsi all’ombrello americano per salvaguardare parte dei propri legami africani e nel Pacifico.

L’Italia è lì che aspetta con l’evidente probabilità di continuare ad essere il luogo di attenzione e di spoliazione di più contendenti, priva delle scappatoie del servizio a più padroni di goldoniana memoria concesse sino a poco tempo fa.

Le opportunità che nell’attuale contesto internazionale si stanno aprendo, rischiano di chiudersi nel giro di pochi anni se non di mesi. Noi continuiamo a sorbirci i Calenda, i Renzi, i Gozi, i Berlusconi di turno impegnati a predicare le magnifiche sorti e progressive del mercato e del governo mondiale. Gran parte dei cosiddetti oppositori stanno contribuendo generosamente a mantenerli in auge o a sostituirli in copia conforme.

 

Intervista a Giorgio Panattoni, ex dirigente ed AD di società del Gruppo Olivetti, a cura di Giuseppe Germinario

Qui sotto il link di una intervista su un argomento sempre attuale riguardante la storia della grande industria italiana. L’ascesa e il mesto declino dell’Olivetti, a partire dalla metà degli anni ’60. L’Olivetti è probabilmente l’esempio emblematico delle grandi potenzialità industriali e della genialità espresse dal paese, ma rimaste alla fine in un limbo che ne hanno impedito la definitiva affermazione per l’incapacità e la mancanza di volontà della nostra classe dirigente di sostenere la costruzione di una piattaforma industriale in grado di determinare gli standard in uno dei settori strategici del mercato e delle infrastrutture dei paesi negli anni a venire. L’intervista a Giorgio Panattoni che in qualità di dirigente e AD delle società del gruppo ha percorso tutti gli ambiti e i meandri dell’Azienda, è già apparsa sul sito conflittiestrategie il 27 novembre 2012. Buon ascolto, Giuseppe Germinario

Intervista a Giorgio Panattoni I Parte

II parte

III parte

IV parte

V parte

VI parte

Intervista a Giorgio Panattoni II Sezione I Parte

II parte

III parte

IV parte

V parte

VI parte

A CASA DELLO ZIO SAM, a cura di Giuseppe Germinario

Qui sotto il link di un convegno dal titolo “L’agenda Trump…..” tenutosi il 9 marzo scorso presso il CSA di Roma (si deve copiare ed incollare l’indirizzo). Consiglio di partire dal minuto ’54 con l’intervento di Mauro Moretti, allora amministratore delegato di Leonardo/Finmeccanica, la risposta di Caracciolo e la replica dell’allora amministratore delegato di Leonardo per poi proseguire con l’inizio della registrazione. Non conosco i motivi di tanta schiettezza dimostrata da Moretti. Sembrava quasi un suo momento di liberazione. Moretti probabilmente conosceva già la decisione della mancata conferma del suo incarico. Che le sue traversie giudiziarie siano legate anche alla sua collocazione politica? Si vedrà.

Il CSA, Centro Studi Americani, con sede in via Caetani, è una associazione con lo scopo dichiarato di ” sostenere e promuovere il dialogo e la reciproca conoscenza tra gli Stati Uniti e l’Italia”. Leonardo/Finmeccanica è socio dell’associazione.  Buon ascolto- Giuseppe Germinario

(Si deve copiare e incollare l’indirizzo)

http://centrostudiamericani.org/lagenda-di-trump-gli-stati-uniti-e-il-mondo-dopo-il-voto-americano-giovedi-9-marzo-ore-18-00/

NATURA MORTA 2a parte, di Giuseppe Germinario

link della 1a parte http://italiaeilmondo.com/2017/02/26/natura-morta-di-giuseppe-germinario/

documento congressuale citato: http://www.partitodemocratico.it/congresso-2017/avanti-insiememozione-congressuale-matteo-renzi/

Ci siamo lasciati un mese fa nel bel mezzo del viaggio di riflessione di Renzi negli States con una sospensione di giudizio circa le sue frequentazioni. Si può confermare con ragionevole sicumera che la spregiudicatezza esibita sinora dal personaggio abbia superato da tempo ormai il suo acme; tutto si è risolto e racchiuso nella ristretta cerchia di consiglieri, sostenitori e mentori che ha facilitato la sua sfolgorante ascesa, incapace però di indirizzare proficuamente con sapienza la sua energia prorompente.

Da qui una prima considerazione. Non è sufficiente la lucidità e la chiarezza di obbiettivi individuati da uno staff destinato necessariamente a rimanere nell’ombra e avulso dal contesto politico del paese se non si dispone poi sul campo dell’indispensabile personale politico in grado di tessere appropriate relazioni, di muovere le necessarie energie, di tradurre in strategie e tattiche adeguate tese a scompaginare e ricomporre gli schieramenti e i gruppi di interesse in campo sino a ricostruire una formazione sociale sufficientemente solida, tanto più in un contesto di risorse e di margini economici decisamente ristretti.

Si ripropone in maniera sempre più acuta il problema delle modalità di formazione di una classe dirigente sempre più espressione dei poteri orizzontali dispersi nel paese e formatasi nelle varie realtà amministrative e gestionali locali piuttosto che alimentata da centri e da strutture verticali di potere sempre più logorate ed incapaci di elaborare strategie autonome; queste ultime sempre più mera espressione di indirizzi e strategie esterne al paese nel caso di centri di potere e gestionali, sempre meno in grado di elaborare indirizzi ed obbiettivi generali unificanti nel caso delle grandi associazioni nazionali.

È una delle tante conseguenze deleterie della campagna di smobilitazione della grande industria pubblica, della faciloneria con la quale si è consentita la cessione all’estero della quasi totalità della pur scarna grande industria privata e di buona parte della struttura finanziaria, della dissennatezza con la quale sono stati introdotti principi di federalismo grazie ai quali si è accentuata la disarticolazione dello Stato Centrale e l’infiltrazione delle strutture comunitarie nelle articolazioni periferiche senza la necessaria mediazione e l’indispensabile indirizzo dei centri nazionali.

Assieme al degrado del sistema universitario e all’indebolimento delle scuole nazionali di Pubblica Amministrazione e alla supina integrazione di buona parte delle strutture di comando specie militari, sono tutti fattori che contribuiscono al progressivo inaridimento del bacino da cui attingere personale in grado di elaborare ed operare secondo una visione politica generale con modalità adeguate.

Argomenti per altro già trattati in articoli di alcuni anni fa e che riproporrò su questo sito nel tempo.

A complicare ulteriormente la posizione del nostro è sopraggiunta la serie di indagini giudiziarie che sta intaccando la credibilità del cosiddetto “Giglio Magico”.

Non entrerò nel merito di come l’attuale ordinamento giudiziario, specie nei settori più permeabili della fase istruttoria, agisca pesantemente nel confronto politico, né mi soffermerò sull’evidente protagonismo di alcuni di essi, anche se in parte ridimensionati dalle recenti avocazioni. Preme sottolineare, piuttosto, come tali iniziative siano ormai un preciso segnale dell’indebolimento e del declino di un determinato gruppo dirigente e, soprattutto, evidenzino ancora di più la estrema fragilità degli attuali partiti. L’attuale sommatoria di nuclei dirigenti localistici in perenne competizione impedisce una netta separazione dell’azione politica dall’opera di reperimento e gestione più o meno trasparenti delle risorse, specie economiche. Una separazione che era particolarmente efficace ai tempi dei grandi partiti di massa della prima repubblica; una commistione ed una prossimità invece le quali rendono gli attuali gruppi dirigenti particolarmente esposti a ricatti e scorribande.

Paradossalmente il PD, proprio perché rimane l’unico partito strutturato in buona parte secondo criteri classici e con un radicamento nazionale, sembra ormai soffrire maggiormente di questi limiti, di questa permeabilità e di questa esposizione.

A mio avviso l’attuale dibattito interno, lo scontro politico in atto per la prossima rielezione del segretario vanno collocati in tale contesto.

L’esame delle tre mozioni congressuali interne al partito e dei documenti delle nuove formazioni in via di costituzione alla sua sinistra offrono alcuni spunti di riflessione al riguardo.

Inizio dalla mozione di sostegno a Renzi, a meno di qualche clamoroso incidente di percorso il predestinato alla vittoria nella battaglia politica, per lo meno quella interna al partito.

È l’unica mozione che ribadisce convintamente la necessità di una riorganizzazione istituzionale tesa a rideterminare una gerarchia funzionale delle competenze dello Stato; manca, nel contempo, altresì una qualsivoglia analisi delle ragioni del fallimento della riforma istituzionale legate anche alle contraddizioni intrinseche di quel progetto; un fallimento che rischia di rendere vacua la parziale riorganizzazione delle strutture amministrative comunque in corso. Una carenza di analisi quindi assolutamente non casuale, vista la particolare retorica che impregna l’intero documento.

Si parte dallo scontato atto di accusa rivolto ai “populisti”, entro i quali si accomunano indistintamente e opportunisticamente sovranisti, nazionalisti, razzisti, antiliberisti, comunitaristi e via dicendo, di costruire muri e di perseguire il modello della “chiusura”.

Un espediente retorico tanto semplicistico quanto ormai inefficace visto che non si riconosce attività umana, tanto più quella dell’agire politico, in grado di operare senza delimitazioni e “muri”. Più che dell’esistenza degli stessi, il dibattito risulterebbe meno pleonastico se si riuscisse a discutere concretamente del tipo di “porte” e del tipo di filtri da schierare agli ingressi e alle uscite. Un equivoco in cui l’estensore rischia di rimanere invischiato quando parla di contrapposizione tra limite ed integrazione; ma un limite appunto del quale l’estensore sembra intuire l’esistenza quando parla di “alleanza tra libertà e protezioni” e del “nuovo bisogno di sicurezza e di appartenenza” da soddisfare.

Si tenta quindi un recupero del riconoscimento dell’importanza del principio di identità nel garantire la coesione e la dinamicità di una comunità; un’azione congiunta di promozione dal basso, tesa alla valorizzazione delle comunità locali e dall’alto mirante alla costruzione di una identità europea. Cosa potrebbe essere l’identità europea se non il tentativo di costruzione di una nuova identità nazionale l’autore è lungi dal determinarlo; ciò che risalta alla fine, nella sua assenza, è l’elusione dell’esistenza delle identità e degli stati nazionali vigenti. Non più, quindi, il disconoscimento aperto così pervasivo nella retorica europeista più oltranzista, ma l’aggiramento del problema, tanto più paradossale in quanto dovrebbero essere gli stati nazionali stessi, stando alla nuova prassi instaurata obtorto collo da Renzi, a condurre il processo di proprio esautoramento. Un escamotage che inibirà ancora una volta il pieno utilizzo delle leve statali quantomeno per contrattare una condizione meno supina nell’ambito comunitario e per assumere almeno la consapevolezza del proprio stato di subordinazione; in realtà l’ennesima cortina fumogena che consentirà lo sviluppo del processo funzionalista di polarizzazione condotto attraverso i due livelli, regionale-locale ed eurocomunitario, già in atto da decenni.

L’EUROPA

Secondo il documento ad ogni buon conto si tratterebbe di recuperare, in polemica con i populisti appiattiti sulle pulsioni e con “la miopia di una classe dirigente succube del pensiero tecnocratico”, il valore della politica, la capacità quindi del politico-intellettuale di comprendere, non solo di analizzare freddamente, e di agire collettivamente sulla base di tale comprensione.

A dispetto degli inaspettati richiami gramsciani l’ennesimo disconoscimento della legittimità politica di due correnti di pensiero, populista e tecnocratico, impedisce un corretto confronto politico. Tende, in particolare, al netto delle inerzie proprie delle burocrazie, a sopravalutare l’autonomia politica di questi centri e a evitare il confronto diretto con i reali interlocutori che li indirizzano; attori assolutamente politici.

L’obbiettivo sarebbe la realizzazione di “una convergenza che faccia perno sulle tre più grandi democrazie dell’Eurozona, su un modello originale che concili integrazione e democrazia” adottando “un modello con due livelli di governo distinti, uno federale con un adeguato bilancio da gestire e regole comuni per dare una dimensione davvero europea ai nostri mercati, e uno rinviato alla responsabilità degli Stati, singoli o in forma associata nel Consiglio europeo”; “restituire quindi anima e respiro alle quattro libertà europee – la libera circolazione delle persone, dei prodotti, dei capitali e dei servizi – ritrovando in esse un orizzonte comune, di progresso e crescita”. Per concludere si deve realizzare “il principio di fondo della nostra visione; quello di un’Europa politica e democratica e anche di un’Europa sociale”.

Fine, quindi, della politica di austerità, investimenti in sicurezza, ricerca e cultura svincolati dai tetti di spesa, spesa fiscale comune attraverso una assicurazione europea contro la disoccupazione e per investimenti contro la povertà educativa. Torna in auge la funzione cruciale e prioritaria per la sinistra dell’investimento nel sociale, termine salvifico che giustifica la propria esistenza, ma che innalzata a funzione taumaturgica non fa che relegare ad una pura funzione redistributiva la sua azione politica; una funzione tutt’al più complementare incapace il più delle volte di determinare strategie in grado di preservare la forza e l’autonomia politica di un paese e lo sviluppo e la coesione sociale stessi nel lungo periodo.

Le ricadute nell’economicismo mi sembrano evidenti; lo spirito del documento equivale al tentativo di librarsi di un uccello troppo pesante per poter volare.

L’aspetto puramente politico, la sicurezza stessa dei confini vengono d’altronde giustapposti e ridotti al problema della gestione della immigrazione; a questa, ipocritamente, pare vincolata la proposta di difesa comune “partendo dal nucleo dei grandi paesi fondatori e individuando alcuni obiettivi concreti: rafforzare la collaborazione e la cooperazione; mettere in comune competenze e risorse, sulla base di un modello  condiviso e di un accordo costitutivo per stabilire finalità e modalità operative, al fine di realizzare una forza europea multinazionale, con funzioni e mandato stabiliti insieme, dotata di una struttura di comando e di meccanismi decisionali ed economici comuni; investire in una dimensione europea di integrazione dell’industria della difesa europea; dirigere risorse, umane ed economiche, verso settori strategici quali ad esempio la difesa cyber, il sistema di difesa satellitare e la logistica”.

 Si tratterebbe quest’ultimo in realtà di un passaggio epocale, sempre che non si riveli una rischiosa velleità. Tanto impegno sarebbe legato ad un obbiettivo politico tangibile: “una politica estera europea che, grazie al contributo fondamentale dell’Italia, investa su due aree d’importanza strategica: gestione dei processi migratori e Mediterraneo”.

 

Le lacune e le incongruenze presenti nel documento a mio avviso si infittiscono.

Assegnare un valore strategico alla gestione dei processi migratori e al Mediterraneo porta a confondere le cause con gli effetti. Negli ultimi anni appare evidente l’emersione di un conflitto sempre più manifesto tra Stati Uniti e Russia e sempre meno latente tra i primi e la Cina. All’interno di questo si inseriscono le dinamiche di emersione di potenze regionali, l’esplosione di conflitti regionali, l’avvio di potenti processi di riorganizzazione sociale ed economica che inducono tra l’altro a colossali movimenti migratori che si incanalano lungo corridoi resi più agibili dalla dissoluzione per lo più indotta di alcuni stati nazionali. La Libia, la Siria, l’Ucraina, il Sudan, la Bosnia sono gli esempi e le vittime più lampanti. Il terreno di confronto tra Russia ed USA vede l’Europa come teatro principale e all’interno di esso i vari paesi europei, in particolare i loro centri dominanti, hanno trovato accomodamenti più o meno convenienti. La Germania ha trovato il modo di conciliare con l’establishment americano le proprie ambizioni di estensione dell’area di influenza nella regione balcanica e nell’Europa Orientale, sacrificando al momento e per una lunga fase una prospettiva di politica più autonoma del tutto impraticabile senza una riconciliazione con la Russia; i paesi scandinavi e gran parte dei paesi dell’Europa orientale e nord-orientale hanno rispolverato ambizioni ed ostilità russofobe, sopite per quasi due secoli e assecondato di conseguenza l’espansionismo americano; l’Italia tra i paesi mediterranei ed in gran parte la Francia hanno sacrificato anche i propri interessi immediati in nome della pedissequa fedeltà atlantica con la prima ridotta ormai a terra di conquista dei propri amici alleati. L’avvento di Trump avrebbe dovuto rappresentare una occasione di recupero di rapporti accettabili con la Russia e di un’opportunità di recupero di una maggiore autonomia dagli Stati Uniti. Tanto l’aperta ostilità della Merkel verso il nuovo Presidente americano, invece, rivela la solidità degli interessi di breve periodo di quella classe dirigente e la sua speranza di un rapido ripristino del vecchio ordine nel paese egemone quanto il significativo silenzio del nostro rivela invece la debolezza e la subordinazione costosa per il nostro paese della nostra classe dirigente all’ordine precedente. Non si vede, quindi, come si possa ambire ad una difesa comune senza aver definito una altrettanto area comune di interesse e conduzione politica che ponga fine, in primo luogo, alla destabilizzazione di impronta preminentemente americana dei numerosi stati ai bordi delle aree di influenza. La stessa creazione di un unico complesso militare-industriale è quanto di più lontano si possa immaginare dalla dinamica di un libero mercato e presuppone un ruolo attivo e potente di concertazione dei vari stati nazionali.

Gli investimenti cosiddetti sociali ed una politica adeguata di investimenti infrastrutturali comunitari, altro cavallo di battaglia ricorrente, presuppongono una capacità fiscale almeno quindici volte maggiore dell’attuale senza che nessuno evidenzi le implicazioni di questo eventuale enorme trasferimento di risorse dai bilanci degli stati nazionali, data l’impraticabilità di un ulteriore incremento massivo del carico fiscale.

Basterebbe ricordare che gli Stati Uniti raggiunsero la piena condizione di stato federale dopo oltre un secolo dall’indipendenza, dopo una sanguinosa guerra civile e con il repentino passaggio del carico fiscale dall’otto a quasi il trenta per cento del prodotto interno a fine ottocento.

Gli stessi investimenti strutturali europei tra l’altro, così come concepiti sull’altare del tabù della concorrenza, secondo una letteratura ormai consolidata ma poco considerata in Italia, sono un’arma ambivalente che può accentuare anziché ridurre gli squilibri, desertificare piuttosto che ripopolare gli insediamenti produttivi, inibire lo sviluppo di una imprenditoria locale radicata.

Un dibattito aperto sul merito farebbe vacillare un altro totem indiscusso della retorica europeista.

Sono tutte ambiguità e rimozioni che servono a glissare sul peccato originale dell’attuale costruzione europea. Il suo carattere prettamente economicista e velleitariamente federalista offusca il dato che l’Unione Europea è nata sulle ceneri di una sconfitta militare dei paesi europei e sulla base di una alleanza militare che sancisce il predominio americano su di essa, così come esplicitamente definito per altro nei trattati; nasconde surrettiziamente le dinamiche di competizione e di prevalenza tra stati comunque presenti all’interno di essa; rimuove l’unica possibilità di costruzione europea che renda più trasparenti questi rapporti e agevoli un processo di emancipazione dalla sudditanza scaturita dagli esiti della seconda guerra mondiale e dalla fine della Guerra Fredda: quella confederale limitata ad un numero più ristretto di attori europei.

La ristrettezza del cerchio di frequentazioni di Renzi non è quindi casuale; rappresenta l’indice dei rigidi vincoli entro cui intende e può muoversi.

 

IL PAESE

 

La rigidità dei vincoli non è però sinonimo di immobilismo, tutt’altro. L’agenda del candidato è fitta di appuntamenti e di propositi riformatori che comunque godono di una dinamica insolita rispetto al passato.

Il welfare di cittadinanza piuttosto che di settori e di corporazioni, l’intervento assistenziale attivo, teso all’inserimento produttivo, la garanzia di reddito minimo, in particolare pensionistico, di fatto contrapposto al sistema contributivo delle pensioni, l’attenzione dichiarata e sancita al cosiddetto terzo settore legato in prevalenza ai servizi alla persona, gli investimenti nella logistica, la riforma scolastica ed universitaria sono programmi, buona parte dei quali in fase di attuazione, che stanno rivoluzionando gli assetti organizzativi e sociali e di conseguenza modificando le modalità di aderenza e di controllo pervasivo del ceto politico sulle strutture e negli apparati. Lo stesso riconoscimento di cittadinanza ai ceti professionali autonomi finalmente acquisito politicamente nel PD è un altro segno evidente della svolta, tradottosi anche nella recente legge

Si tratta di una dinamica cui Renzi ha dato una spinta decisiva, anche se scomposta, ma che aveva cominciato a delinearsi chiaramente già da sette anni, a partire dai seminari di Todi del 2011 promossi dalla Conferenza Episcopale con i quali aveva preso forma compiuta in Italia il processo di esautoramento del Governo Berlusconi. Una spinta che avrebbe dovuto portare alla creazione di una nuova DC; fallita miseramente quell’ipotesi il baricentro di quella iniziativa si è riposizionato prontamente nel PD.

Una dinamica potenzialmente ambivalente ma che rischia di assumere sempre più le caratteristiche di uno nuovo sistema di servizi di tipo parassitario e assistenziale di supporto ad un assetto sociale ed economico più precario e meno autonomo nella determinazione delle strategie. Tutto dipende dalla collocazione internazionale che si intende accettare e dalle strategie economiche che si intende perseguire. Delle prime ho accennato sopra; sulle seconde ho già accennato in altri articoli.

Le dinamiche del conflitto interno al PD sono per altro il riflesso di questo rischio.

Le tesi sostengono di puntare su turismo, edilizia ed esportazioni, qualcosa di non molto diverso dall’impronta Einaudiana data al sistema economico italiano degli anni ‘50; in realtà lo schema, già in fase avanzata di realizzazione, prevede il parziale controllo dei presidi sul territorio e la cessione a terzi esterni al paese del controllo strategico di gran parte delle reti e non fa che assecondare e accentuare le tendenze del cosiddetto libero mercato.

Come si possa essere “artefici del proprio destino” delegandone la supervisione ad altri rinunciando per altro alle leve necessarie a contrattare una compartecipazione resta un mistero.

Sindacare sul rigore di un documento può sembrare pedante e poco generoso rispetto ad una situazione talmente intricata e complessa. La coerenza di fondo può rivelarne però i limiti e le finalità effettive che possono anche prescindere dalle intenzioni soggettive.

La contingenza politica, per di più, sta costringendo Renzi al tentativo di bloccare l’erosione a sinistra, snaturando e paralizzando i propri propositi riformatori.  I richiami a Gramsci, la rivendicazione ostentata del carattere di sinistra della sua azione sono una manifestazione evidente del peso dei retaggi. Dopo le rivisitazioni subite nella sinistra latino-americana, in Podemos e in Siriza, all’intellettuale e politico sardo tocca subire anche questo ulteriore scempio, seguito alle persecuzioni fasciste.

Il PD rischia alla fine di diventare per Renzi più che un veicolo, una gabbia che rischia di soffocarlo definitivamente contribuendo in tal modo al sorgere di una terza fase più convulsa della battaglia politica. Gran parte del personale politico raccolto da Renzi, del resto, è stato coltivato dalle tre precedenti gestioni del partito sulla base di esperienze prevalentemente territoriali e localiste.

Nella terza parte dell’articolo vedremo quindi come gran parte dei suoi oppositori interni ed esterni della sinistra rappresentino un fattore di freno ulteriore e di impaludamento della situazione; in particolare vedremo come lo schema classista, quello che oppone sfruttati e sfruttatori, ricchi e poveri, forti e deboli alla base della loro azione politica offra una chiave esclusiva di lettura che impedisce di individuare le dinamiche di conflitto e cooperazione e la composizione delle forze in campo; ostacola la difesa stessa delle condizioni di vita degli strati più popolari impedendo il loro inserimento consapevole in un blocco sociale più dinamico e promettente.

Via Fani: la soluzione del delitto è ancora lì ma non la cerca nessuno, di Piero Laporta

Il testo è tratto dal sito OltreLaNotizia http://www.pierolaporta.it/via-fani-la-soluzione-del-delitto-ancora-li-non-la-cerca-nessuno/ . E’ importante non solo per l’accuratezza dell’analisi e per l’evidente competenza dell’autore; soprattutto perché lascia intuire gli intrecci e il conflitto di interessi e strategie che ne hanno determinato l’epilogo. La vicenda si inquadra, come più volte sottolineato in passato sul sito conflittiestrategie, comunque all’interno del processo di avvicinamento e di inclusione del PCI nella sfera atlantista. Occorre sottolineare, non ostante la vulgata contraria, che Aldo Moro era contrario al “compromesso storico”, così come teorizzato dall’allora Segretario del PCI Enrico Berlinguer. La sua azione politica, evidentemente, suscitò le attenzioni di quella parte dell’establishment americano e occidentale contrari a quell’avvicinamento e contribuì a creare le condizioni di un momentaneo sodalizio di questi con le componenti dell’allora blocco sovietico interessate a scoraggiare il progetto politico berlingueriano.

CrimeaStrage di via Fani: ogni anno, il 16 marzo, l’inutile commemorazione del rapimento di Aldo Moro e della strage dei cinque uomini della sua scorta.

E’ un evento di cui oramai non importa a nessuno. Chiedete nelle scuole chi fosse Aldo Moro e avrete risposte fra le più bizzarre dagli alunni e pure dagli insegnanti più giovani.

Quest’anno s’aggiunge il lavoro della commissione parlamentare di inchiesta, presieduta da Giuseppe Fioroni, persona degna del massimo rispetto. Non di meno, la tracotanza con la quale il pregiudicato Valerio Morucci ha trattato la commissione nel corso della propria udienza, fa dubitare della competenza dei commissari a interrogare testi e vagliarne le dichiarazioni.

I lavori cominciarono tre anni fa con l’audizione di Ferdinando Imposimato, il quale dichiarò d’aver precipitosamente lasciato l’incarico requirente, dopo aver sentito Morucci e Faranda per mesi, per aver «ricevuto minacce gravissime… che hanno riguardato non solo me, ma anche altri miei familiari. Io ho dovuto interrompere le indagini, che sono state proseguite da altri.»

Ah, sì? Vieni minacciato e scappi? Dice, hanno minacciato anche i miei familiari! E quindi? Li fai scortare, mandi via loro e tu rimani, oppure rimangono con te, come accade ogni giorno a qualunque investigatore impegnato seriamente contro la criminalità. Oppure, chissà, forse è un bene che tu sia andato via.

Poi seguì la deposizione di monsignor Antonio Mennini, un prelato, annunciata come novità dai tromboni d’una stampa smemorata, ignorante che il prelato fu ascoltato dagli investigatori a giugno 1978, a gennaio 1979, a febbraio ’79 e a settembre 1986. Anche le commissioni parlamentari non erano una novità per costui: comparve davanti alla Commissione Moro il 22 ottobre 1980, fu trattato coi guanti, gli riconobbero volentieri di non essere stato per nulla “reticente”. Subito dopo la Segreteria di Stato lo collocò nel servizio diplomatico della Santa Sede, mandandolo in Uganda. Come mai così lontano? Mennini ha sempre negato d’aver incontrato Moro nel covo di via Montalcini, dove i criminali rinchiusero lo statista prima di ucciderlo. Il diavolo fa le pentole, non i coperchi. A ottobre 1990, le lettere di Moro ritrovate nel covo brigatista di via Monte Nevoso, dietro una parete di cartongesso, testimoniarono che Mennini aveva avuto con Moro qualche contatto ulteriore oltre a quelli da lui ammessi in precedenza. La Corte d’Assise lo ascoltò nel 1993 e s’accontentò della sua assicurazione di non aver ricevuto altre lettere rispetto a quelle da lui dichiarate in precedenza. Nessuno ha pensato di chiedere al Vaticano le relazioni che Mennini scrisse per la Segreteria di Stato; sono almeno quattro, custodite come il segreto di Fatima.

Imposimato se ne andò a Londra, Mennini in Uganda e la verità al diavolo.

Oggi si cerca la verità nell’autopsia o nella ricostruzione di quanto avvenne in via Montalcini.

Suggeriamo invece di ripartire da via Fani; ecco alcune delle ragioni.

Primo. La perizia balistica certifica che gli uomini sull’auto di Aldo Moro furono freddati da un solo tiratore abilissimo. Si lascia intendere che costui fosse Antonio Nirta, killer calabrese, perché fotografato fra la folla affluita in via Fani dopo l’eccidio e perché è di Nirta la mano che ha sparato per freddare Aldo Moro, secondo il giornalista investigativo Paolo Cucchiarelli.

Un conto è macellare una persona inerme, com’era nelle capacità di Nirta, altro è freddare tre agenti in auto con Moro senza fare neppure un graffio al presidente della DC. Costui era un professionista militare di altissima scuola. Chi era? A quale servizio segreto apparteneva? Come arrivò in via Fani? Come andò via?

Secondo. Perché l’’agguato si fa a un quadrivio, come accadde a via Fani? La risposta è univoca: per avere almeno tre vie di fuga nel caso giunga una minaccia inaspettata. Tale eventualità – si badi – non deve comunque pregiudicare l’operazione.

Per prevenire una tale evenienza, chi diresse l’operazione di via Fani (chi la diresse davvero?) dispose certamente dei nuclei armati a un centinaio di metri su ciascuna delle strade confluenti sul quadrivio. Tali nuclei erano pronti a sparare su chiunque potesse compromettere l’agguato. Per esempio, se una gazzella di carabinieri o un’auto di vigili urbani quel mattino si fosse casualmente diretta verso l’incrocio, gli agenti sarebbero stati neutralizzati, vivi o morti, più probabilmente morti stecchiti, visto il trattamento usato ai cinque della scorta. Questo è un dato di fatto operativo che non ammette discussioni ed eleva il numero di partecipanti all’agguato di almeno otto-dodici unità. Questi nuclei dovevano necessariamente avere capacità operativa analoga a quella del superkiller che freddò i tre uomini in auto con Moro.

E’ pure rimasta nella nebbia la modalità con la quale arrivarono e poi andarono via i brigatisti di cui è nota la partecipazione all’agguato.

Valerio Morucci ha quindi dimenticato qualche dettaglio nel suo memoriale. Non è il caso di torchiare costui e i suoi compari, visto che hanno mentito?

Terzo. E’ quanto meno da sciocchi se non da complici, accreditare Steve Piekzenic, il “consigliere” statunitense,  come una monade, inviata in Italia dal Dipartimento di Stato USA a dare una mano a Francesco Cossiga. Per di più si è preso per oro colato quanto disse in varie occasioni. Anche costui meriterebbe di essere torchiato a dovere, da un maresciallo alla maniera antica. Perché? Un personaggio del genere si muove solo se accompagnato passo dopo passo da una costellazione invisibile di agenti clandestini, in grado di mutare i rapporti di forza nel teatro operativo intorno allo stesso Piekzenic. Come si mutano i rapporti di forza? Con la forza, appunto. In altre parole col ricatto, la corruzione, la violenza. Che cosa ha davvero fatto costui e che cosa hanno davvero fatto i sui complici?

Piekzenic e il suo compare Cossiga affermano di aver costretto i brigatisti a uccidere Aldo Moro. Bene. Con quali modalità operative? Rispondere, prego.

Quarto. Un’operazione di tale portata non si realizza senza complicità di pezzi importanti di tutti i servizi segreti incidenti sul teatro operativo; ovvero il SISMI e il SISDE, ma anche la CIA e, il servizio segreto militare sovietico, il GRU, ben più competente del KGB sulla vicenda Moro.

Quinto. Un agente del GRU, Sergey Sokolov sorvegliava Aldo Moro – lo riferì egli stesso – e alloggiava a Roma in via degli Orti di Alibert, in una casa di proprietà del Vaticano. Perché nessuno ha indagato su questo? Si direbbe che gli agenti sovietici stessero a Roma solo per gustare pizza e vino.

Sesto. Il piano per isolare e poi uccidere Aldo Moro fu avviato almeno un anno prima, nel 1977, guarda caso in coincidenza con la decisione politica di schierare gli Euromissili. Aldo Moro non avrebbe mai consentito di schierare gli Euromissili in Sicilia, nel feudo elettorale di Giulio Andreotti, sotto il controllo della mafia, con la quale Francesco Cossiga scese a patti.

Morto Aldo Moro, i missili furono dislocati a Comiso. La base di Comiso fu un enorme affare in forniture militari ma anche una cuccagna di appalti per le cooperative emiliane e di traffici d’ogni genere. Claudio Fava scrisse anni dopo: “Tutto questo, naturalmente, non è passato su Comiso e dintorni senza lasciare traccia: anzi; si è probabilmente avverata nel corso degli ultimi tre anni la “profezia” di Pio La Torre, il deputato comunista ucciso dalla mafia: «…Si vedrà presto a Comiso lo scatenarsi della più selvaggia speculazione, dal traffico di droga al mercato nero, alla prostituzione, con il degrado più triste della nostra cultura e della nostra tradizione»”.

Non bastasse, lo schieramento a Comiso fu sì un enorme affare ma fu anche alquanto discutibile proprio dal punto di vista militare.

Nel 1962, durante la crisi di Cuba, i missili furono schierati a Gioia del Colle, 40 chilometri a Sud di Bari. Comiso era 500 chilometri indietro di quanto fosse Gioia del Colle rispetto all’Unione Sovietica. Era dunque una scelta militarmente senza senso: un’arma strategica non rinuncia a una fascia di 500 chilometri, dov’è accertata la presenza di centinaia d’obiettivi remunerativi, compresa Mosca, la capitale. Gioia del Colle era una base attrezzata; Comiso invece dovettero costruirla da zero: piste, strade, case, hangar, magazzini, impianti… un fiume di miliardi, un fiume di droga, un fiume di potere per i Corleonesi, amici di Salvo Lima, a partire da quando? Quando si dice la coincidenza, dal 1977-1978…

Se Donald Trump e Vladimir Putin – troppo giovani per avere qualunque responsabilità – aprissero gli archivi sulla vicenda di Aldo Moro, scopriremmo come mai oggi certi “ex” del Partito Comunista Italiano e della Democrazia Cristiana – guarda caso quelli allora più intransigenti contro Moro – oggi si svelano genuflessi alla corte clintoniana. E, visto che ci siamo, scopriremmo pure come sono diventati straricchi.

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