LA RIVINCITA _ EN MARCHE, di Giuseppe Germinario

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Il colpo clamorosamente fallito sette mesi fa a Washington, negli Stati Uniti, è perfettamente riuscito questa volta, il 7 maggio, a Parigi. Almeno per adesso.

Gli artefici dei due eventi appartengono, fatte salve le dovute gerarchie, allo stesso establishment. La compattezza del sodalizio è apparsa lampante al momento della sconfitta della Clinton; così pure la complicità e la simbiosi inestricabile di quel groviglio di affinità ed interessi svelate dai ripetuti attacchi del tutto inusitati nella loro forma e natura e dal muro eretto dalle due sponde dell’Atlantico contro il neopresidente americano.

Nessuna giustificazione a posteriori delle repentine ed improvvide giravolte di Trump; piuttosto una semplice constatazione.

A novembre l’inaspettata vittoria di “the Donald” aveva potuto contare sulla supponenza di una classe dirigente sicura del proprio totale controllo dei media tradizionali e sull’accondiscendenza e la complicità delle gerarchie addomesticate dalle epurazioni perpetrate negli ultimi venti anni tra gli alti gradi militari, negli apparati amministrativi e nell’intelligence e culminate nell’apoteosi degli ultimi sei di amministrazione Obama; tanto supponente da riproporre imperterrita una vecchia guardia ormai logorata. Una élite talmente tronfia da tollerare l’ascesa di un outsider alle primarie repubblicane nella convinzione che fosse il miglior nemico da battere alle presidenziali; vittima sacrificale più o meno inconsapevole sull’altare della sacra alleanza tra esportatori di diritti umani e interventisti militari fautrice dei numerosi focolai di guerra sempre più pericolosamente prossimi al nemico dichiarato: la Russia di Vladimir Putin. Una sicumera che ha accecato la loro mente e reso invisibile sino ad un paio di settimane dalla scadenza elettorale l’azione coordinata di un manipolo di “carbonari cospiratori”. Tanto limitato nel numero quanto compatto e sagace nello sfruttare ogni interstizio ed ogni crepa di quel moloch per scovare una improbabile candidatura, nello stringere i giusti contatti tra le pieghe degli apparati insofferenti ed esasperati da quella strategia, nel canalizzare con nuovi strumenti il consenso a un nuovo corso sino al successo finale di Trump.

Quanto quel successo si sia rivelato al momento e per il prossimo futuro effimero e foriero di un trasformismo che sta riconducendo rapidamente lo scontro politico nell’alveo e nelle ambizioni tradizionali della politica americana, pare ormai probabile; non basta però a ridimensionare la rilevanza di quell’impresa. Lo testimonia l’acutezza dello scontro ancora in atto dal giorno del suffragio e la inusitata trasparenza di un conflitto che in altri frangenti si ha solitamente cura di condurre dietro le quinte. Segno che i giochi non sono ancora conclusi, né tanto meno il risultato consolidato. Qualche avvisaglia di un ritorno alle intenzioni originarie infatti lo si coglie nella rimozione del capo del FBI, nella decisione di armare i curdi, nella gestione dell’esito elettorale in Corea del Sud favorevole ad una maggiore apertura a Cina e NordCorea. Staremo a vedere.

Con Macron, invece, è filato tutto meravigliosamente liscio.

La Francia di Le Pen e forse di Fillon avrebbe potuto diventare quella sponda necessaria a recuperare almeno alcuni aspetti delle originarie intenzioni in politica estera dichiarate a piena voce da Trump; a costruire un ponte stavolta più discreto verso la Russia di Putin, ad isolare quella classe dirigente tedesca così implicata e imbrigliata nelle strategie demo-neocon americane. Una evenienza da scongiurare assolutamente, secondo i canoni del politicamente corretto.

Da qui la selezione di un candidato, fresco di età e di esperienza sulla scena politica, ma già navigato nella tessitura di relazioni; da qui il suo repentino distacco dalla gestione presidenziale di Hollande, l’apparente ripudio della tradizione politica della sinistra socialista e della destra repubblicana conservatrice e la fondazione di un movimento di rinascita nazionale basato sull’iperattivismo e l’esasperazione delle attuali politiche di declino piuttosto che su un reale programma di rifondazione del paese e della nazione.

Agli evidenti impacci di gioventù del neofita ha sopperito per il resto l’incensamento mediatico orchestrato dai gruppi editoriali, tutti, ancor più che nella precedente avventura americana, direttamente implicati nella campagna elettorale e impegnati nella costruzione del personaggio come nel censurare apertamente sin dalla fonte le informazioni controproducenti. Ad essi si è aggiunta una sottile campagna giudiziaria tesa a eliminare l’avversario più pericoloso, Fillon, per quanto scialbo e improvvido, e a insinuare il discredito verso Marine Le Pen, la candidata vincente al ballottaggio, ma con ancora sulla fronte il marchio pur sbiadito dei collaborazionisti, dei traditori della Resistenza e della Repubblica e del razzismo da additare agli indignati o sedicenti tali.

Il successo di Macron è incontrovertibile, ma non così schiacciante e solido come la percentuale dei voti e il battage mediatico lascerebbero intendere. Non va sottovalutata la capacità di aggregazione e di ricomposizione degli interessi, ma nemmeno la loro fragilità e scarsa pervasività.

Ci sarebbero i milioni di schede bianche e nulle a certificare che il muro non è più così granitico e che tra i due schieramenti esiste ormai una zona grigia contendibile o quanto meno neutrale.

Buona parte dei voti presi, a dispetto dell’ostentata positività di Macron, sono voti contro l’avversario piuttosto che a lui favorevoli; disponibili probabilmente a rientrare in qualche misura nell’alveo classico dei vecchi partiti e ad alimentare una frammentazione politica propedeutica alla paralisi e allo stallo.

Il sostegno proviene da un movimento, “en marche”, dalle scarse probabilità di diventare una forza strutturata, mosso da motivazioni generiche; l’humus destinato a alimentare uno scontro di oligarchie tanto agguerrite quanto ristrette, rissose e instabili perché svincolate dalla ricerca di consensi organizzati estesi. Una dinamica che porta a sconvolgere le modalità di cooperazione e conflitto tra centri di potere così come regolate.

La grande stampa ha già iniziato ad evidenziare il gaullismo di Macron dimenticando che l’ascesa di De Gaulle coincise con il suo isolamento politico nell’Europa comunitaria dei Sei giustapposto ad un recupero dei legami con l’Unione Sovietica e con il mondo arabo; in particolare con un progetto di comunità europea antitetico a quello di Macron. Il richiamo al gaullismo appare credibile solo perché quel movimento è ormai frammentato e disperso in gran parte tra chi per recuperare parte degli antichi fasti perduti ha spinto verso la sudditanza atlantista e chi sogna un recupero della “grandeur” della Francia anacronistica e velleitaria dovesse prescindere da una politica di alleanze tra i più grandi paesi europei che si affranchi dalla sudditanza scaturita nel secondo dopoguerra. Non è casuale il silenzio di Macron sulla crisi che sta investendo l’organizzazione dell’ossatura economica delle passate ambizioni gaulliste: l’industria nucleare, quella del complesso militare e la meccanica pesante. La rivendicazione di una Unione Europea riformata rischia ancora una volta  di risolversi nella versione francese della battaglia renziana sui decimali di deficit da conquistare, su un efficientismo apparentemente fine a se stesso e su una precarizzazione dell’economia.

Il suo reale programma si può arguire dalla statura dei sostenitori indigeni e stranieri, a cominciare da Obama, già attivamente impegnato due anni fa nella ricerca di un candidato alle elezioni presidenziali francesi. Sta di fatto che, fondata sulla disgregazione dei due partiti tradizionali, in particolare il Partito Socialista, piuttosto che sulla loro trasformazione, Macron è riuscito al momento laddove in Italia Renzi ha subito un drastico rallentamento.

LIMITI DEL MINORITARISMO

La forza e la persistenza di Macron non rifulge però solo di luce propria; deriva soprattutto dalla incertezza, dalla approssimazione e dalle ambiguità delle due forze contrapposte, opposizioni nell’indole e nell’anima; quella di sinistra di Melenchon e quella del Front National di Marine Le Pen.

Opposizioni per l’appunto, non forze alternative di governo.

Sino a quando la sinistra continuerà a fondare la propria azione sugli esclusi, sugli “indisciplinati”, sugli “insoumis” (ribelli, non sottomessi) per esistere avrà sempre bisogno di oppressori; sarà sempre destinata ad essere forza di mera redistribuzione, di rimessa rispetto ad altri decisori, di sostanziale collateralismo. Negli ultimi tempi lo si è visto con “Podemos” in Spagna e con Syriza in Grecia. Melenchon sembra destinato a seguire quella traiettoria solo con qualche convulsione e conflitto più radicale e con qualche attenzione in più alla condizione dello Stato, come da tradizione francese.

L’ultimo  confronto preelettorale tra Le Pen e Macron ha rivelato come questa impronta non sia una prerogativa della sola sinistra, ma continua a pregiudicare l’aspirazione del Fronte Nazionale a costruire una linea coerente di ricostruzione nazionale e un indirizzo di politica estera tesa a fondare un’alleanza dei principali paesi europei in grado di sostenere il confronto soprattutto con gli Stati Uniti libero da rapporti di sudditanza.

Non è l’unico indizio rivelatore di tale incapacità.

Quattro anni fa ci fu un primo avvicinamento tra alcune componenti gaulliste meno attratte dalla svolta atlantista degli ultimi dieci anni e il FN. Avrebbe potuto fornire l’embrione di una nuova classe dirigente in grado di consentire il controllo degli apparati statali e l’attuazione concreta delle linee operative. Un avvicinamento durato appena due anni e in gran parte malamente rifluito. Non è un caso che il sostegno garantito da Dupont-Aignan non sia riuscito nemmeno a convogliare la totalità dei propri voti su Le Pen. La stessa campagna elettorale non solo ha conosciuto oscillazioni repentine e contraddittorie delle parole d’ordine e una debolezza di argomentazioni specie sul futuro dell’Unione Europea; ha rivelato un comportamento schizofrenico con linee e comportamenti antitetici degli esponenti tra un distretto elettorale e l’altro. La stessa performance protestataria poco presidenziale tenuta nell’ultimo confronto, più che a un errore o a un cattivo consiglio potrebbe essere, al netto di eventuali trappole ben congegnate del contendente, il risultato dell’impulso di contenere innanzi tutto il dissenso della componente identitaria del partito reso alla fine pubblico con la rinuncia della nipote Marion Le Pen a candidarsi alle elezioni parlamentari di giugno.

Sta di fatto che un pur rispettabile incremento di consensi, inferiore per altro alle aspettative, rischia di risolversi in uno stallo che impedirà l’assunzione della leadership e la definitiva maturazione di una forza nazionale scevra da grandi lacerazioni e fratture traumatiche.

A differenza della leadership americana, in Italia ed in Francia il tentativo in atto nasce da una rimozione improbabile di retaggi politici originari di queste formazioni, assolutamente incompatibili con il nuovo corso auspicabile.

Se, inoltre, in qualche maniera negli Stati Uniti si è trattato di uno scontro politico sostanzialmente impermeabile ad influenze esterne, vista la posizione dominante di quel paese, in Francia tali influssi risultano determinanti anche se non dalla direzione denunciata dalla stampa, quella russa. Si può affermare, al contrario, che l’interesse di quest’ultima sia scemato man mano che risaltavano le contraddizioni del movimento.

La recente tornata elettorale in Austria, Olanda, Stati Uniti e Francia ha rivelato ciò che la scuola del realismo politico ha sempre evidenziato. Le elezioni politiche “democratiche” non sono il momento fondamentale e decisivo del confronto politico.

Intanto i centri decisivi di potere, luoghi di confronto e conflitto di gruppi decisionali, coincidono solo marginalmente con le sedi di governo, in particolare quelli su base elettiva. Il controllo o la destrutturazione di quei centri è decisivo per l’affermazione o meno delle strategie politiche. Ogni forma di confronto e conflitto politico, anche quello più partecipato, si sviluppa tramite l’azione di gruppi dirigenti e con la manipolazione delle leve di potere e degli strumenti di formazione ed informazione secondo i punti di vista di gruppi dirigenti più o meno emergenti. La formazione di blocchi di consenso sono, quindi, sempre il frutto di azione politica. La detenzione delle leve di governo non comporta necessariamente la detenzione delle leve di potere. Una formazione politica tesa al cambiamento ma tutta concentrata nella competizione elettorale è destinata per tanto a vivere cocenti delusioni se non pesanti trasformismi dettati dalla realtà dello scontro politico.

PRIGIONIERI DEI PROPRI SLOGAN 

Anche se essenziale, il limite decisivo che impedisce il salto di qualità alle forze cosiddette sovraniste non è questo.

Il dibattito e lo scontro politico di questi ultimi anni si è sviluppato secondo dicotomie semplificatrici: sovranismo/globalismo, stato/sovrastatalismo, nazionalismo/mondialismo, pubblico/privato, protezionismo/liberismo, tecnocrazia/popolo, mercato/comunità, élite/popolo e così via.

Una dinamica comprensibile e inevitabile in una fase di stridenti contraddizioni, di contrapposizione aperta ad una ideologia sino a poco tempo fa ormai sulla soglia dell’affermazione del pensiero unico.

In effetti è servita a riproporre il ruolo e la funzione dello Stato e delle comunità nazionali, quello delle strategie e della decisione politica nei vari ambiti dell’agire umano, compreso quello economico, nonché il problema della costruzione di formazioni sociali e comunità nazionali più coese ed inclusive, fondate su valori condivisi piuttosto che sul mero scambio di valori economici.

Una rappresentazione antitetica elementare, necessaria a fondare un punto di vista e a motivare e compattare schieramenti politici, nel tempo può diventare fuorviante se non addirittura un ostacolo all’affermazione in mancanza di una analisi concreta e di una tattica efficace di una leadership politica.

L’assolutizzazione dei poli della coppia protezionismo/liberismo rimuove il fatto che il mercato, anche il più liberista, è comunque un luogo normato  attraverso il quale si afferma il predominio di una formazione sociale sull’altra; un luogo dove le tariffe doganali assumono un’importanza sempre minore e dove divengono predominanti la definizione delle caratteristiche dei prodotti, le modalità di formazione ed espansione delle imprese, la regolazione del commercio estero, il controllo dei flussi finanziari, l’orientamento del mercato interno, la detenzione delle tecnologie, ect. Lo scontro politico va condotto sulla definizione di queste norme e gli esempi storici, oggetto di analisi e studio, di formazione di sistemi economici sono innumerevoli.

L’analoga assolutizzazione dei poli pubblico/privato tende ad identificare il pubblico come bene esclusivo della collettività contrapposto all’interesse privato nell’economia. Riduce ad un aspetto morale una necessità storica, ignora che la funzione pubblica, con modalità diverse, è altrettanto importante anche nelle gestioni più privatistiche come quella americana, glissa sul fatto che anche il pubblico è gestito da élites e centri di potere in competizione.

Quella tra sovranismo e globalismo tende a mettere in relazione un concetto di potere con un flusso di relazioni molecolari, quando in realtà anche i più accesi globalisti, almeno quelli non accecati dalla taumaturgia delle parole, comprendono e utilizzano benissimo il ruolo fondamentale degli stati di appartenenza a scapito degli altri.

Lo stesso vale per le altre dicotomie, sulle quali si dovrebbe riflettere piuttosto che ridurre a slogan.

Più che per il valore intrinseco, i poli delle dicotomie andrebbero valorizzati in relazione agli obbiettivi politici di un gruppo dirigente. Il rischio, altrimenti, è di ricadere in una ottica reazionaria che cambi semplicemente le modalità di degrado delle formazioni sociali e in operazioni trasformistiche dal respiro corto.

Il recupero, la ridefinizione ed il rafforzamento delle prerogative degli stati nazionali devono essere, quindi, lo strumento e la modalità attraverso le quali ridefinire le relazioni internazionali, così come si sono delineate ad esempio nell’Unione Europea, sia nella definizione di una politica estera autonoma, sia nella regolamentazione ad esempio di un mercato che consenta la formazione di imprese adeguate nelle dimensioni e nelle capacità tecnologiche e impedisca la distruzione delle capacità produttive e manageriali di interi settori e paesi, sia nella composizione di formazioni sociali più coese e dinamiche dove possano trovare posto anche gli attuali “esclusi”.

La perdurante, anche se ormai logorata, superiorità   del vecchio establishment deriva soprattutto dalla paralisi di una nuova classe dirigente ancora prigioniera dei propri slogan.

In Francia il Fronte Nazionale si sta avvicinando rapidamente ad una cruenta resa dei conti interni con un successo elettorale insufficiente a garantire il netto predominio dell’attuale gruppo dirigente e a favorire il processo di affrancamento da un atteggiamento minoritario. L’ambizione, quindi, di guidare un fronte gaullista/sovranista appare al momento frustrata; sarebbe già significativo riuscire a svolgere e mantenere un ruolo da comprimario.

In Italia la situazione appare ancora più disgregata, proprio perché gli attuali maggiori aspiranti a dirigere un tale movimento non provengono nemmeno da forze di impronta nazionale e devono, quindi, liberarsi di retaggi ancora più vincolanti per assumere una linea sufficientemente coerente e realistica.

 

NATURA MORTA 2a parte, di Giuseppe Germinario

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link della 1a parte http://italiaeilmondo.com/2017/02/26/natura-morta-di-giuseppe-germinario/

documento congressuale citato: http://www.partitodemocratico.it/congresso-2017/avanti-insiememozione-congressuale-matteo-renzi/

Ci siamo lasciati un mese fa nel bel mezzo del viaggio di riflessione di Renzi negli States con una sospensione di giudizio circa le sue frequentazioni. Si può confermare con ragionevole sicumera che la spregiudicatezza esibita sinora dal personaggio abbia superato da tempo ormai il suo acme; tutto si è risolto e racchiuso nella ristretta cerchia di consiglieri, sostenitori e mentori che ha facilitato la sua sfolgorante ascesa, incapace però di indirizzare proficuamente con sapienza la sua energia prorompente.

Da qui una prima considerazione. Non è sufficiente la lucidità e la chiarezza di obbiettivi individuati da uno staff destinato necessariamente a rimanere nell’ombra e avulso dal contesto politico del paese se non si dispone poi sul campo dell’indispensabile personale politico in grado di tessere appropriate relazioni, di muovere le necessarie energie, di tradurre in strategie e tattiche adeguate tese a scompaginare e ricomporre gli schieramenti e i gruppi di interesse in campo sino a ricostruire una formazione sociale sufficientemente solida, tanto più in un contesto di risorse e di margini economici decisamente ristretti.

Si ripropone in maniera sempre più acuta il problema delle modalità di formazione di una classe dirigente sempre più espressione dei poteri orizzontali dispersi nel paese e formatasi nelle varie realtà amministrative e gestionali locali piuttosto che alimentata da centri e da strutture verticali di potere sempre più logorate ed incapaci di elaborare strategie autonome; queste ultime sempre più mera espressione di indirizzi e strategie esterne al paese nel caso di centri di potere e gestionali, sempre meno in grado di elaborare indirizzi ed obbiettivi generali unificanti nel caso delle grandi associazioni nazionali.

È una delle tante conseguenze deleterie della campagna di smobilitazione della grande industria pubblica, della faciloneria con la quale si è consentita la cessione all’estero della quasi totalità della pur scarna grande industria privata e di buona parte della struttura finanziaria, della dissennatezza con la quale sono stati introdotti principi di federalismo grazie ai quali si è accentuata la disarticolazione dello Stato Centrale e l’infiltrazione delle strutture comunitarie nelle articolazioni periferiche senza la necessaria mediazione e l’indispensabile indirizzo dei centri nazionali.

Assieme al degrado del sistema universitario e all’indebolimento delle scuole nazionali di Pubblica Amministrazione e alla supina integrazione di buona parte delle strutture di comando specie militari, sono tutti fattori che contribuiscono al progressivo inaridimento del bacino da cui attingere personale in grado di elaborare ed operare secondo una visione politica generale con modalità adeguate.

Argomenti per altro già trattati in articoli di alcuni anni fa e che riproporrò su questo sito nel tempo.

A complicare ulteriormente la posizione del nostro è sopraggiunta la serie di indagini giudiziarie che sta intaccando la credibilità del cosiddetto “Giglio Magico”.

Non entrerò nel merito di come l’attuale ordinamento giudiziario, specie nei settori più permeabili della fase istruttoria, agisca pesantemente nel confronto politico, né mi soffermerò sull’evidente protagonismo di alcuni di essi, anche se in parte ridimensionati dalle recenti avocazioni. Preme sottolineare, piuttosto, come tali iniziative siano ormai un preciso segnale dell’indebolimento e del declino di un determinato gruppo dirigente e, soprattutto, evidenzino ancora di più la estrema fragilità degli attuali partiti. L’attuale sommatoria di nuclei dirigenti localistici in perenne competizione impedisce una netta separazione dell’azione politica dall’opera di reperimento e gestione più o meno trasparenti delle risorse, specie economiche. Una separazione che era particolarmente efficace ai tempi dei grandi partiti di massa della prima repubblica; una commistione ed una prossimità invece le quali rendono gli attuali gruppi dirigenti particolarmente esposti a ricatti e scorribande.

Paradossalmente il PD, proprio perché rimane l’unico partito strutturato in buona parte secondo criteri classici e con un radicamento nazionale, sembra ormai soffrire maggiormente di questi limiti, di questa permeabilità e di questa esposizione.

A mio avviso l’attuale dibattito interno, lo scontro politico in atto per la prossima rielezione del segretario vanno collocati in tale contesto.

L’esame delle tre mozioni congressuali interne al partito e dei documenti delle nuove formazioni in via di costituzione alla sua sinistra offrono alcuni spunti di riflessione al riguardo.

Inizio dalla mozione di sostegno a Renzi, a meno di qualche clamoroso incidente di percorso il predestinato alla vittoria nella battaglia politica, per lo meno quella interna al partito.

È l’unica mozione che ribadisce convintamente la necessità di una riorganizzazione istituzionale tesa a rideterminare una gerarchia funzionale delle competenze dello Stato; manca, nel contempo, altresì una qualsivoglia analisi delle ragioni del fallimento della riforma istituzionale legate anche alle contraddizioni intrinseche di quel progetto; un fallimento che rischia di rendere vacua la parziale riorganizzazione delle strutture amministrative comunque in corso. Una carenza di analisi quindi assolutamente non casuale, vista la particolare retorica che impregna l’intero documento.

Si parte dallo scontato atto di accusa rivolto ai “populisti”, entro i quali si accomunano indistintamente e opportunisticamente sovranisti, nazionalisti, razzisti, antiliberisti, comunitaristi e via dicendo, di costruire muri e di perseguire il modello della “chiusura”.

Un espediente retorico tanto semplicistico quanto ormai inefficace visto che non si riconosce attività umana, tanto più quella dell’agire politico, in grado di operare senza delimitazioni e “muri”. Più che dell’esistenza degli stessi, il dibattito risulterebbe meno pleonastico se si riuscisse a discutere concretamente del tipo di “porte” e del tipo di filtri da schierare agli ingressi e alle uscite. Un equivoco in cui l’estensore rischia di rimanere invischiato quando parla di contrapposizione tra limite ed integrazione; ma un limite appunto del quale l’estensore sembra intuire l’esistenza quando parla di “alleanza tra libertà e protezioni” e del “nuovo bisogno di sicurezza e di appartenenza” da soddisfare.

Si tenta quindi un recupero del riconoscimento dell’importanza del principio di identità nel garantire la coesione e la dinamicità di una comunità; un’azione congiunta di promozione dal basso, tesa alla valorizzazione delle comunità locali e dall’alto mirante alla costruzione di una identità europea. Cosa potrebbe essere l’identità europea se non il tentativo di costruzione di una nuova identità nazionale l’autore è lungi dal determinarlo; ciò che risalta alla fine, nella sua assenza, è l’elusione dell’esistenza delle identità e degli stati nazionali vigenti. Non più, quindi, il disconoscimento aperto così pervasivo nella retorica europeista più oltranzista, ma l’aggiramento del problema, tanto più paradossale in quanto dovrebbero essere gli stati nazionali stessi, stando alla nuova prassi instaurata obtorto collo da Renzi, a condurre il processo di proprio esautoramento. Un escamotage che inibirà ancora una volta il pieno utilizzo delle leve statali quantomeno per contrattare una condizione meno supina nell’ambito comunitario e per assumere almeno la consapevolezza del proprio stato di subordinazione; in realtà l’ennesima cortina fumogena che consentirà lo sviluppo del processo funzionalista di polarizzazione condotto attraverso i due livelli, regionale-locale ed eurocomunitario, già in atto da decenni.

L’EUROPA

Secondo il documento ad ogni buon conto si tratterebbe di recuperare, in polemica con i populisti appiattiti sulle pulsioni e con “la miopia di una classe dirigente succube del pensiero tecnocratico”, il valore della politica, la capacità quindi del politico-intellettuale di comprendere, non solo di analizzare freddamente, e di agire collettivamente sulla base di tale comprensione.

A dispetto degli inaspettati richiami gramsciani l’ennesimo disconoscimento della legittimità politica di due correnti di pensiero, populista e tecnocratico, impedisce un corretto confronto politico. Tende, in particolare, al netto delle inerzie proprie delle burocrazie, a sopravalutare l’autonomia politica di questi centri e a evitare il confronto diretto con i reali interlocutori che li indirizzano; attori assolutamente politici.

L’obbiettivo sarebbe la realizzazione di “una convergenza che faccia perno sulle tre più grandi democrazie dell’Eurozona, su un modello originale che concili integrazione e democrazia” adottando “un modello con due livelli di governo distinti, uno federale con un adeguato bilancio da gestire e regole comuni per dare una dimensione davvero europea ai nostri mercati, e uno rinviato alla responsabilità degli Stati, singoli o in forma associata nel Consiglio europeo”; “restituire quindi anima e respiro alle quattro libertà europee – la libera circolazione delle persone, dei prodotti, dei capitali e dei servizi – ritrovando in esse un orizzonte comune, di progresso e crescita”. Per concludere si deve realizzare “il principio di fondo della nostra visione; quello di un’Europa politica e democratica e anche di un’Europa sociale”.

Fine, quindi, della politica di austerità, investimenti in sicurezza, ricerca e cultura svincolati dai tetti di spesa, spesa fiscale comune attraverso una assicurazione europea contro la disoccupazione e per investimenti contro la povertà educativa. Torna in auge la funzione cruciale e prioritaria per la sinistra dell’investimento nel sociale, termine salvifico che giustifica la propria esistenza, ma che innalzata a funzione taumaturgica non fa che relegare ad una pura funzione redistributiva la sua azione politica; una funzione tutt’al più complementare incapace il più delle volte di determinare strategie in grado di preservare la forza e l’autonomia politica di un paese e lo sviluppo e la coesione sociale stessi nel lungo periodo.

Le ricadute nell’economicismo mi sembrano evidenti; lo spirito del documento equivale al tentativo di librarsi di un uccello troppo pesante per poter volare.

L’aspetto puramente politico, la sicurezza stessa dei confini vengono d’altronde giustapposti e ridotti al problema della gestione della immigrazione; a questa, ipocritamente, pare vincolata la proposta di difesa comune “partendo dal nucleo dei grandi paesi fondatori e individuando alcuni obiettivi concreti: rafforzare la collaborazione e la cooperazione; mettere in comune competenze e risorse, sulla base di un modello  condiviso e di un accordo costitutivo per stabilire finalità e modalità operative, al fine di realizzare una forza europea multinazionale, con funzioni e mandato stabiliti insieme, dotata di una struttura di comando e di meccanismi decisionali ed economici comuni; investire in una dimensione europea di integrazione dell’industria della difesa europea; dirigere risorse, umane ed economiche, verso settori strategici quali ad esempio la difesa cyber, il sistema di difesa satellitare e la logistica”.

 Si tratterebbe quest’ultimo in realtà di un passaggio epocale, sempre che non si riveli una rischiosa velleità. Tanto impegno sarebbe legato ad un obbiettivo politico tangibile: “una politica estera europea che, grazie al contributo fondamentale dell’Italia, investa su due aree d’importanza strategica: gestione dei processi migratori e Mediterraneo”.

 

Le lacune e le incongruenze presenti nel documento a mio avviso si infittiscono.

Assegnare un valore strategico alla gestione dei processi migratori e al Mediterraneo porta a confondere le cause con gli effetti. Negli ultimi anni appare evidente l’emersione di un conflitto sempre più manifesto tra Stati Uniti e Russia e sempre meno latente tra i primi e la Cina. All’interno di questo si inseriscono le dinamiche di emersione di potenze regionali, l’esplosione di conflitti regionali, l’avvio di potenti processi di riorganizzazione sociale ed economica che inducono tra l’altro a colossali movimenti migratori che si incanalano lungo corridoi resi più agibili dalla dissoluzione per lo più indotta di alcuni stati nazionali. La Libia, la Siria, l’Ucraina, il Sudan, la Bosnia sono gli esempi e le vittime più lampanti. Il terreno di confronto tra Russia ed USA vede l’Europa come teatro principale e all’interno di esso i vari paesi europei, in particolare i loro centri dominanti, hanno trovato accomodamenti più o meno convenienti. La Germania ha trovato il modo di conciliare con l’establishment americano le proprie ambizioni di estensione dell’area di influenza nella regione balcanica e nell’Europa Orientale, sacrificando al momento e per una lunga fase una prospettiva di politica più autonoma del tutto impraticabile senza una riconciliazione con la Russia; i paesi scandinavi e gran parte dei paesi dell’Europa orientale e nord-orientale hanno rispolverato ambizioni ed ostilità russofobe, sopite per quasi due secoli e assecondato di conseguenza l’espansionismo americano; l’Italia tra i paesi mediterranei ed in gran parte la Francia hanno sacrificato anche i propri interessi immediati in nome della pedissequa fedeltà atlantica con la prima ridotta ormai a terra di conquista dei propri amici alleati. L’avvento di Trump avrebbe dovuto rappresentare una occasione di recupero di rapporti accettabili con la Russia e di un’opportunità di recupero di una maggiore autonomia dagli Stati Uniti. Tanto l’aperta ostilità della Merkel verso il nuovo Presidente americano, invece, rivela la solidità degli interessi di breve periodo di quella classe dirigente e la sua speranza di un rapido ripristino del vecchio ordine nel paese egemone quanto il significativo silenzio del nostro rivela invece la debolezza e la subordinazione costosa per il nostro paese della nostra classe dirigente all’ordine precedente. Non si vede, quindi, come si possa ambire ad una difesa comune senza aver definito una altrettanto area comune di interesse e conduzione politica che ponga fine, in primo luogo, alla destabilizzazione di impronta preminentemente americana dei numerosi stati ai bordi delle aree di influenza. La stessa creazione di un unico complesso militare-industriale è quanto di più lontano si possa immaginare dalla dinamica di un libero mercato e presuppone un ruolo attivo e potente di concertazione dei vari stati nazionali.

Gli investimenti cosiddetti sociali ed una politica adeguata di investimenti infrastrutturali comunitari, altro cavallo di battaglia ricorrente, presuppongono una capacità fiscale almeno quindici volte maggiore dell’attuale senza che nessuno evidenzi le implicazioni di questo eventuale enorme trasferimento di risorse dai bilanci degli stati nazionali, data l’impraticabilità di un ulteriore incremento massivo del carico fiscale.

Basterebbe ricordare che gli Stati Uniti raggiunsero la piena condizione di stato federale dopo oltre un secolo dall’indipendenza, dopo una sanguinosa guerra civile e con il repentino passaggio del carico fiscale dall’otto a quasi il trenta per cento del prodotto interno a fine ottocento.

Gli stessi investimenti strutturali europei tra l’altro, così come concepiti sull’altare del tabù della concorrenza, secondo una letteratura ormai consolidata ma poco considerata in Italia, sono un’arma ambivalente che può accentuare anziché ridurre gli squilibri, desertificare piuttosto che ripopolare gli insediamenti produttivi, inibire lo sviluppo di una imprenditoria locale radicata.

Un dibattito aperto sul merito farebbe vacillare un altro totem indiscusso della retorica europeista.

Sono tutte ambiguità e rimozioni che servono a glissare sul peccato originale dell’attuale costruzione europea. Il suo carattere prettamente economicista e velleitariamente federalista offusca il dato che l’Unione Europea è nata sulle ceneri di una sconfitta militare dei paesi europei e sulla base di una alleanza militare che sancisce il predominio americano su di essa, così come esplicitamente definito per altro nei trattati; nasconde surrettiziamente le dinamiche di competizione e di prevalenza tra stati comunque presenti all’interno di essa; rimuove l’unica possibilità di costruzione europea che renda più trasparenti questi rapporti e agevoli un processo di emancipazione dalla sudditanza scaturita dagli esiti della seconda guerra mondiale e dalla fine della Guerra Fredda: quella confederale limitata ad un numero più ristretto di attori europei.

La ristrettezza del cerchio di frequentazioni di Renzi non è quindi casuale; rappresenta l’indice dei rigidi vincoli entro cui intende e può muoversi.

 

IL PAESE

 

La rigidità dei vincoli non è però sinonimo di immobilismo, tutt’altro. L’agenda del candidato è fitta di appuntamenti e di propositi riformatori che comunque godono di una dinamica insolita rispetto al passato.

Il welfare di cittadinanza piuttosto che di settori e di corporazioni, l’intervento assistenziale attivo, teso all’inserimento produttivo, la garanzia di reddito minimo, in particolare pensionistico, di fatto contrapposto al sistema contributivo delle pensioni, l’attenzione dichiarata e sancita al cosiddetto terzo settore legato in prevalenza ai servizi alla persona, gli investimenti nella logistica, la riforma scolastica ed universitaria sono programmi, buona parte dei quali in fase di attuazione, che stanno rivoluzionando gli assetti organizzativi e sociali e di conseguenza modificando le modalità di aderenza e di controllo pervasivo del ceto politico sulle strutture e negli apparati. Lo stesso riconoscimento di cittadinanza ai ceti professionali autonomi finalmente acquisito politicamente nel PD è un altro segno evidente della svolta, tradottosi anche nella recente legge

Si tratta di una dinamica cui Renzi ha dato una spinta decisiva, anche se scomposta, ma che aveva cominciato a delinearsi chiaramente già da sette anni, a partire dai seminari di Todi del 2011 promossi dalla Conferenza Episcopale con i quali aveva preso forma compiuta in Italia il processo di esautoramento del Governo Berlusconi. Una spinta che avrebbe dovuto portare alla creazione di una nuova DC; fallita miseramente quell’ipotesi il baricentro di quella iniziativa si è riposizionato prontamente nel PD.

Una dinamica potenzialmente ambivalente ma che rischia di assumere sempre più le caratteristiche di uno nuovo sistema di servizi di tipo parassitario e assistenziale di supporto ad un assetto sociale ed economico più precario e meno autonomo nella determinazione delle strategie. Tutto dipende dalla collocazione internazionale che si intende accettare e dalle strategie economiche che si intende perseguire. Delle prime ho accennato sopra; sulle seconde ho già accennato in altri articoli.

Le dinamiche del conflitto interno al PD sono per altro il riflesso di questo rischio.

Le tesi sostengono di puntare su turismo, edilizia ed esportazioni, qualcosa di non molto diverso dall’impronta Einaudiana data al sistema economico italiano degli anni ‘50; in realtà lo schema, già in fase avanzata di realizzazione, prevede il parziale controllo dei presidi sul territorio e la cessione a terzi esterni al paese del controllo strategico di gran parte delle reti e non fa che assecondare e accentuare le tendenze del cosiddetto libero mercato.

Come si possa essere “artefici del proprio destino” delegandone la supervisione ad altri rinunciando per altro alle leve necessarie a contrattare una compartecipazione resta un mistero.

Sindacare sul rigore di un documento può sembrare pedante e poco generoso rispetto ad una situazione talmente intricata e complessa. La coerenza di fondo può rivelarne però i limiti e le finalità effettive che possono anche prescindere dalle intenzioni soggettive.

La contingenza politica, per di più, sta costringendo Renzi al tentativo di bloccare l’erosione a sinistra, snaturando e paralizzando i propri propositi riformatori.  I richiami a Gramsci, la rivendicazione ostentata del carattere di sinistra della sua azione sono una manifestazione evidente del peso dei retaggi. Dopo le rivisitazioni subite nella sinistra latino-americana, in Podemos e in Siriza, all’intellettuale e politico sardo tocca subire anche questo ulteriore scempio, seguito alle persecuzioni fasciste.

Il PD rischia alla fine di diventare per Renzi più che un veicolo, una gabbia che rischia di soffocarlo definitivamente contribuendo in tal modo al sorgere di una terza fase più convulsa della battaglia politica. Gran parte del personale politico raccolto da Renzi, del resto, è stato coltivato dalle tre precedenti gestioni del partito sulla base di esperienze prevalentemente territoriali e localiste.

Nella terza parte dell’articolo vedremo quindi come gran parte dei suoi oppositori interni ed esterni della sinistra rappresentino un fattore di freno ulteriore e di impaludamento della situazione; in particolare vedremo come lo schema classista, quello che oppone sfruttati e sfruttatori, ricchi e poveri, forti e deboli alla base della loro azione politica offra una chiave esclusiva di lettura che impedisce di individuare le dinamiche di conflitto e cooperazione e la composizione delle forze in campo; ostacola la difesa stessa delle condizioni di vita degli strati più popolari impedendo il loro inserimento consapevole in un blocco sociale più dinamico e promettente.

Vittoria Trump: in Scandinavia e Ucraina si sente odore di marcio, di Max Bonelli

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Vittoria Trump: in Scandinavia e Ucraina si sente odore di marcio, di Max Bonelli
tratto da https://dnipress.com/it/posts/vittoria-trump-in-scandinavia-e-ucraina-si-sente-odore-di-marcio/
21 Nov 2016

Con Trump la politica occidentale in Nord Europa potrebbe cambiare radicalmente e da quelle parti lo hanno già capito bene.

Con la presidenza di Trump alla Casa Bianca aleggia una preoccupazione politica che è stata dipinta da un tipo raffinato come Lyasko, capo dei nazionalisti radicali nella Rada ucraina, con la seguente frase: “si sente un forte tanfo a Kiev dopo l’elezione di Trump”. Poi questa voce è stata corretta dicendo “tutti i discorsi di Trump in campagna elettorale non sono altro che retorica”.

In effetti Petro Poroshenko e i suoi accoliti non hanno molto da essere allegri con questa elezione, il nuovo presidente americano ha dichiarato chiaramente che non vuole avere un così alto livello di conflitto con la Russia come quello perseguito dall’amministrazione Obama. Inoltre ha rifiutato di incontrare il leader ucraino quando è venuto in visita a New York in modo tale che un deputato del partito di Poroshenko, Mustafa Nayyem si è lanciato addirittura in un parallelo tra Yanukovich e Donald Trump.

Difficile pensare che ci saranno delle inversioni a 360 gradi nella politica estera americana ma degli aggiustamenti significativi se li aspettano tutti e già un semplice restringimento dei flussi di dollari che tengono in vita il governo fantoccio di Kiev possono risultare fatali per un paese già in bancarotta dichiarata.

Lo stesso “tanto” investe tutti i paesi scandinavi che avevano rotto le loro linee guida di neutralità di fronte ai due candidati presidenziali ed avevano fatto tifo da curva per la Clinton con i media arruolati come se fossero elezioni in casa propria.

Sicuramente nei due mandati alla Casa Bianca del nobel della pace Obama con 7 guerre in 8 anni di mandato, gli scandinavi avevano ottenuto molto in termini di relazioni economiche e supporto nella loro politica espansionistica commerciale. Espansione che li ha visti sostituire la Russia come partner commerciale prima nei paesi baltici e poi dopo Maidan con pesanti investimenti in Ucraina insieme al supporto militare di Kiev (sono infatti secondi solo ai polacchi nelle operazioni in Donbass). Il caso dello sniper svedese Mikael Skilt che si vantava di aver ucciso 150 russi sul nostro Corriere della Sera è solo la punta di un iceberg composto di contractors scandinavi e polacchi, che sostenuti da Washington si sono aggirati nella steppa dell’Est Ucraina.

Basta leggere i giornali svedesi, danesi, norvegesi del 9 novembre per trovare dichiarazioni dove la flemma scandinava è “svampata” e tutti si lasciano andare a commenti che vanno dal premier svedese Löfven, che dice apertamente che avrebbe preferito la Clinton ma che farà comunque gli auguri a Trump, per passare a un preoccupato segretario della Nato, Jens Stoltenberg, che cercava di rassicurare i membri dell’Alleanza che in ogni caso verranno difesi, anche se non avranno raggiunto la cifra del 2% del PIL investita nella difesa. A tal proposito Trump aveva dichiarato che gli USA non si possono accollare la gran parte degli oneri finanziari di questa elefantiaca organizzazione che si chiama Nato e che ormai in Ucraina come piuttosto in Siria ha dimostrato di essere oltremodo aggressiva nei confronti del tranquillo (almeno fino al golpe di Kiev del 2014) orso russo. Ma queste sono le reazioni più equilibrate, la maggior parte degli articoli sui giornali rasentano l’isteria.

Commentatori di politica estera come Jonas Gummesson sullo Svenska Dagbladet vedono una minaccia per la sicurezza nazionale svedese in questo possibile non dico abbraccio ma affievolimento delle tensioni tra le due superpotenze. La Svezia solo formalmente è un paese neutrale ed ultimamente ha apertamente partecipato ed ospitato esercitazioni Nato sul suo territorio. Idem per la Finlandia che all’inizio di Maidan aveva un comportamento abbastanza neutrale, ma che ultimamente aveva firmato un trattato di cooperazione militare con gli Usa, certo facendo cosa poco gradita a Mosca.

Per quanto riguarda gli svedesi c’è un problema in più e si chiama Julian Assange. Sono loro che per compiacere l’amministrazione Obama hanno ordito la tela per incastrarlo e consegnarlo agli americani. Adesso si ritrovano con un presidente americano che ha un debito di riconoscenza nei confronti del fondatore di Wikileaks. Assange ha inondato internet di migliaia di email di Clinton e dei suoi più stretti collaboratori, la stessa FBI ha dovuto incominciare ad indagare, ma al di là dei risultati dell’indagine il volto cinico e senza scrupoli della Clinton era stato messo a nudo, il danno d’immagine non poco ha contribuito a questa sconfitta elettorale. Infatti Trump disse in un comizio “I love Wikileaks”.

Per la Svezia pare proprio che saranno tempi di grandi imbarazzi ed incertezze politiche. Nessuno per adesso nella leadership scandinava ha iniziato un sano “mea culpa”, sembra che la capacita di autocritica da quelle parti segni stabile sotto zero.

Ma il tanfo si sente e se anche il biondo miliardario mantenesse la metà delle sue promesse elettorali in politica estera, lì nel Nord Europa l’aria politica sarà irrespirabile, mentre a Kiev gireranno con la maschera antigas.

Max Bonelli, l’Opinione Pubblica

La prochaine Révolution française? Estratto di una intervista a Marine Le Pen apparsa su Foreign Affairs

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è un estratto significativo di una intervista pubblicata sulla rivista bimestrale Foreign Affairs di novembre/dicembre 2016 https://www.foreignaffairs.com/interviews/2016-10-17/france-s-next-revolution Mi pare rilevante soprattutto per l’interlocutore scelto. L’intervista è disponibile anche in inglese

France’s next revolution? Estratto di una intervista a Marine Le Pen dalla rivista Foreign Affairs


La prochaine Révolution française?
Conversation avec Marine Le Pen
Marine Le Pen
• Country: France
• Title: Leader of the National Front

Marine Le Pen a grandi en politique. Dès l’âge de treize ans, elle rejoint la campagne électorale de son père, Jean-Marie Le Pen, fondateur du Front National. Avocate, elle gagne sa première élection et est élue conseillère régionale en 1998. En 2011 elle succède à son père à la tête du Front National et commence à prendre ses distances avec les positions les plus extrêmes. Finalement, elle expulse son père du parti après qu’il eut réaffirmé que l’Holocauste était un « point de détail de l’histoire de la Deuxième Guerre mondiale ». Ces jours-ci, face à la crise migratoire en Europe, les attentats terroristes à Paris et à Nice et le Brexit, le message nationaliste, eurosceptique, et anti-immigrant de Marine Le Pen résonne. Selon les sondages d’opinion, elle est parmi les meneurs à la présidence française de 2017 avec deux fois plus de soutiens que le président sortant François Hollande. Marine Le Pen s’est entretenue en septembre, à Paris, avec Stuart Reid, journaliste à Foreign Affairs.
A travers l’Europe, les partis anti-establishment, dont le Front National, gagnent du terrain. Comment l’expliquez-vous?
Je crois que la liberté est une aspiration des peuples et que depuis de trop nombreuses années, les peuples des pays de l’Union Européenne, mais aussi peut-être le peuple américain, ont le sentiment que les responsables politiques ne défendent plus leurs intérêts mais défendent des intérêts catégoriels. Il y a une forme de fronde de la part des peuples à l’égard d’un système qui n’est plus au service des peuples, mais qui est au service de lui-même.
Pensez-vous qu’il y a des facteurs communs entre le succès de Donald Trump aux Etats-Unis et le vôtre ici en France?
Oui. Je trouve surtout qu’il y a des points communs dans la montée en puissance de Donald Trump et de Bernie Sanders. Tous les deux ont émergé sur ce rejet d’un système qui apparait profondément égoïste et même egocentrique et qui a mis de côté les aspirations du peuple. Donc, j’effectue un parallèle entre ces deux succès, car ce sont deux succès. Même si Bernie Sanders n’a pas été désigné, son émergence n’était pas prévue. Donc oui, je crois qu’il y a là vraiment dans beaucoup de pays du monde, un courant d’abord d’attachement à la nation, de rejet d’une mondialisation sauvage, un rejet de cela parce que c’est ressenti aujourd’hui comme une forme de totalitarisme. C’est imposé à toute force, la guerre de tous contre tous au bénéfice de quelques-uns seulement.
Vous avez déclaré « tout sauf Hillary ». Cela signifie-t-il que vous soutenez Trump?
J’ai bien été claire. Je pense que tout élu serait, dans ma vision, meilleur qu’Hillary Clinton. Je vise à être présidente de la République française donc je m’attache à l’intérêt de la France exclusivement. Je n’ai pas à me mettre dans la peau d’un américain pour savoir si la politique domestique proposée par l’un ou l’autre me va. Ce qui m’intéresse c’est quelles peuvent être les conséquences des choix politiques portés par Hillary Clinton ou par Donald Trump sur la situation de la France, économiquement, en matière de sécurité.
Or je note que Madame Clinton est pour le TAFTA (traité de libre-échange transatlantique, ndlr). Monsieur Trump est contre. Moi, je suis contre aussi. Je note que Mme Clinton est porteuse de guerre dans le monde, qu’elle a, derrière elle, l’Irak, la Libye, la Syrie et que ceci a eu des conséquences extrêmement lourdes pour mon pays, en terme, notamment de déstabilisation, de montée en puissance du fondamentalisme islamiste et de ces gigantesques vagues de migrations qui sont en train de submerger l’Union Européenne. Monsieur Trump souhaite une forme de retour des Etats-Unis dans leur cadre naturel. Madame Clinton pousse à cette forme d’extraterritorialité du droit américain, dont je crois que c’est une arme inadmissible pour des peuples qui souhaitent rester indépendants. Donc tout ça me fait dire que l’intérêt de la France aujourd’hui entre Hillary Clinton et Donald Trump, c’est plutôt la politique que promet Donald Trump.

JEAN-PAUL PELISSIER / REUTERS
Aboard the aircraft carrier Charles de Gaulle, Toulon, France, November 2015.
Le taux de chômage en France dépasse les 10%. C’est le deuxième taux le plus élevé parmi les membres du G7. Quelles sont, selon vous, les racines du malaise économique en France? Quelles solutions proposez-vous?
Aujourd’hui, tout le monde propose les solutions du Front National précisément. Nous avons enregistré une très belle victoire idéologique puisque j’entends Monsieur Montebourg (ancien ministre de l’Economie, ndlr) plaider pour le « Made in France », qui est un des axes défendus par le Front National.
Le taux de chômage est beaucoup plus important que cela, car il y a toute une série de magouilles statistiques mis en œuvre – les stages, les préretraités, le travail partiel – qui permet de ne pas faire entrer les français dans les statistiques du chômage.
Il y a plusieurs raisons (à un chômage élevé, ndlr). La première raison c’est le libre échange total, qui nous met en concurrence déloyale avec des pays qui effectuent à notre encontre un dumping social et un dumping environnemental sans que nous nous donnions les moyens de nous protéger et de protéger nos entreprises stratégiques à la différence de ce que font les Etats-Unis. Quand je vous parlais de dumping social, la directivedétachement des travailleurs qui fait qu’on va chercher des travailleurs à très bas coûts qu’on amène pour travailler en France est également une raison.
Le deuxième c’est le dumping monétaire que nous subissons. L’euro – le fait de ne pas avoir notre monnaie – nous met dans une situation économique extrêmement difficile. Le FMI vient de dire que l’euro était surévalué de 6 % en France et sous-évalué de 15 % en Allemagne. Ça fait un différentiel de 21 % de compétitivité que nous perdons, face à notre principal concurrent au sein de l’Europe.
Et puis, c’est aussi la disparition de l’état stratège. Cet état très gaullien qui portait en quelque sorte nos champions industriels et qui a été totalement abandonné. Vous savez, la France est un pays d’ingénieurs. C’est un pays de chercheurs. Mais c’est vrai que ça n’est pas un pays de commerciaux. Et que donc bien souvent, on s’aperçoit dans l’Histoire que nos grands champions industriels n’ont réellement pu se développer, que grâce à l’impulsion apportée par l’état stratège, en abandonnant ça, et bien on se prive d’un levier de développement très important.
Parlons de l’euro. Sur un plan pratique, et si vous obtenez le soutien populaire, comment vous y prendriez-vous?
Ce que je souhaite, c’est une négociation. Ce que je souhaite c’est une sortie concertée de l’Union Européenne où tous les pays sont autour de la table et décident de revenir au phénomène du serpent monétaire européen (une politique des années 1970 conçue pour limiter les variations de taux de change, ndlr) qui permet à chaque pays, de pouvoir, dans un espace délimité, adapter la monnaie à son économie. C’est ce que je souhaite. Je souhaite que ça se fasse dans la douceur, dans la concertation.
Beaucoup de pays aujourd’hui prennent conscience qu’ils ne peuvent pas continuer à vivre avec cette monnaie parce que la contrepartie de l’euro c’est la politique d’austérité dont on voit bien qu’elle contribue à aggraver la récession dans les pays. Je vous renvoie au livre que vient d’écrire (ndlr, l’économiste Joseph) Stiglitz, qui est très clair sur ce sujet. Cette monnaie est totalement inadaptée à nos économies et cette monnaie est une des raisons de la situation de chômage que vivent les pays de l’Union Européenne. Alors soit on arrive par la négociation, soit et bien nous ferons un référendum comme la Grande Bretagne, et on décidera de reprendre la maîtrise de notre monnaie.
Pensez-vous qu’un referendum sur un « Frexit » est envisageable?
En tout cas, moi, je l’envisage. Le peuple français a été trahi en 2005. Il a dit non à la constitution européenne ; les élus de droite et de gauche ont imposé contre sa volonté cette constitution européenne. Moi, je suis une démocrate. Je pense que c’est au peuple français de décider de son avenir et que tous ce qui touche à sa souveraineté, à sa liberté, à son indépendance doit être décidé par lui et par personne d’autre.
Donc oui, moi, j’organiserai un referendum sur ce sujet. Et selon les négociations que j’aurai effectué, je dirai aux français, « écoutez, j’ai obtenu ce que je voulais, je pense que nous pouvons rester dans l’Union Européenne », ou « je n’ai pas obtenu ce que je souhaitais, et je crois qu’il n’y a pas d’autres solutions que de sortir de l’Union Européenne ».
Quelles leçons tirez-vous du succès de la campagne britannique sur le Brexit ?
Deux leçons majeures. D’abord, quand le peuple le souhaite, rien n’est impossible. Et deuxièmement, on nous a menti. On nous a expliqué que ce serait la catastrophe ce Brexit, que les bourses allaient s’effondrer, que l’économie allait êtremise à l’arrêt, que le chômage de masse allait exploser. La réalité c’est que rien de tout cela ne s’est passé. Les banques aujourd’hui piteusement viennent nous dire, « ah, nous nous sommes trompées ». Non, vous nous avez menti. Vous nous avez menti pour essayer d’influer sur le vote, mais les peuples commencent à connaitre vos méthodes qui consistent à les terroriser lorsqu’ils ont un choix à faire. C’est une grande preuve de maturité dont a fait preuve le peuple britannique au moment de ce vote.
Ne craignez-vous pas que la France se retrouve isolée économiquement si elle sort de l’euro?
C’est exactement les reproches que l’on faisait au Général de Gaulle lorsqu’il souhaitait en 1966 sortir du commandement intégré de l’OTAN. La liberté n’est pas l’isolement. L’indépendance n’est pas l’isolement. Et moi, ce que je note c’est que la France a toujours été beaucoup plus puissante en étant la France seulement que depuis qu’elle est une province de l’Union Européenne. Je souhaite retrouver cette puissance.
Beaucoup pensent que l’Union Européenne a permis de préserver la paix depuis la seconde guerre mondiale. Pourquoi ont-ils tort?
Parce que ça n’est pas l’Union Européenne qui a fait la paix ; c’est la paix qui a permis l’Union Européenne. Cet argument, qui a été rabâché à de très multiples reprises, n’a pas de sens. La paix d’ailleurs n’a pas été parfaite au sein de l’Union Européenne – le Kosovo, l’Ukraine à ces portes – ce n’est pas si simple.
En fait, l’Union Européenne s’est progressivement transformée en une sorte d’union soviétique européenne, qui décide de tout, qui impose ses vues, qui rompt avec le processus démocratique. Il n’y a qu’à entendre la déclaration de Monsieur Juncker (président de la Commission européenne, ndlr), il dit « il ne peut y avoir de choix démocratique contre les traités européens ». Tout est dit dans cette formule. Nous ne nous sommes pas battus pour être un peuple libre et indépendant lors de la première guerre mondiale, lors de la seconde guerre mondiale, pour aujourd’hui accepter de ne plus être un peuple libre parce que certains de nos dirigeants ont décidé à notre place.

PHILIPPE WOJAZER / REUTERS
German Chancellor Angela Merkel and French President Francois Hollande in Evian, France, September 2016.
Que pensez-vous du leadership allemand en Europe au cours des dernières années?
Il était inscrit dans la construction de l’euro. En réalité, l’euro est une monnaie qui a été construite par l’Allemagne pour l’Allemagne et qui est un costume qui ne va qu’à l’Allemagne. Madame Merkel a eu peu à peu le sentiment qu’elle était la dirigeante de l’Union européenne. Elle a imposé ses vues. Elle les a imposées en matières économiques, mais elle les a aussi imposées en acceptant d’accueillir 1 million de migrants en Allemagne, en sachant pertinemment que l’Allemagne ferait le tri dans ces migrants. Elle garderait les meilleurs et elle laisserait les autres aller dans les autres pays de l’Union Européenne. Il n’y a plus de frontières intérieures entre nos pays et donc cette situation est absolument inadmissible. Le modèle imposé par Mme Merkel est surement un modèle qui plait aux allemands, mais c’est un modèle qui tue les pays voisins de l’Allemagne. Moi, je suis l’anti Merkel.
Que pensez-vous de l’état des relations entre la France et les Etats-Unis, et que pensez-vous qu’elles devraient être?
Aujourd’hui les dirigeants français se soumettent très facilement aux exigences qui sont portées soit par Madame Merkel, soit par Monsieur Obama. La France a oublié de défendre ses intérêts, y compris ses intérêts commerciaux et industriels, face aux exigences des Etats-Unis. Je suis pour l’indépendance. Je suis pour que la France reste à équidistance sans hostilité mais sans soumission à l’égard des deux grandes puissances que sont la Russie et les Etats-Unis. Nous avons le droit de défendre nos intérêts, comme les Etats-Unis ont le droit de défendre les leurs, comme l’Allemagne a le droit de défendre les siens, comme la Russie a aussi le droit de défendre les siens.
Pourquoi pensez-vous que la France devrait se rapprocher davantage de la Russie sous Vladimir Poutine?
D’abord parce que la Russie est un pays européen. La France et la Russie ont une histoire partagée, une proximité de culture très forte. Et stratégiquement nous n’avons aucune raison de ne pas approfondir nos relations avec la Russie. La seule raison pour laquelle nous ne le faisons pas c’est parce que les américains nous l’interdisent. Ça heurte mon souhait d’indépendance. De surcroit je pense que les Etats-Unis commettent une erreur en recréant une forme de guerre froide avec la Russie, parce qu’ils poussent la Russie dans les bras de la Chine et je ne crois pas que cette ultra puissance que consistuerait une association Chine-Russie soit un avantage ni pour les Etats-Unis, ni pour le monde, objectivement.
Les derniers sondages donnent le Front National au second tour face au parti Les Républicains. Dans le passé, et notamment en 2002, les partis se sont unis pour faire barrage. De votre côté seriez-vous prête à conclure des alliances et dans cette perspective, avec qui?
Ce n’est pas à moi de décider de cela. Cette élection présidentielle va être une élection où un grand choix va devoir être fait, est-ce que nous défendons ce choix de civilisation ou est-ce que nous l’abandonnons ? Par conséquent, je pense qu’il y a des gens qui peuvent venir de tout horizon politique, de droite et de gauche, qui sont d’accord avec moi et qui peuvent nous rejoindre.
Le Front National que vous dirigez a bien changé par rapport à celui que votre père a fondé. A quel moment de votre carrière politique avez-vous compris que le Front National devrait prendre de la distance avec cette image extrémiste s’il voulait pouvoir faire face aux autres parties?
Le Front National était par le passé un parti de protestation. C’était un parti d’opposition. C’est la monté en puissance du Front National qui de manière naturelle l’a transformé en parti de gouvernement, c’est-à-dire, en parti qui envisage d’accéder aux plus hautes responsabilités pour appliquer ces idées. Il est vrai que de surcroit un mouvement politique est toujours influencé par la personnalité de son dirigeant. Je n’ai pas le même parcours que mon père. Je n’ai pas le même âge que lui, je n’ai pas le même profil, c’est un homme, je suis une femme. Tout ça à fait que j’ai peut-être imprimé au Front National, une image qui correspondait plus à ce que je suis, que à ce qu’il était, lui.

YOUSSEF BOUDLAL / REUTERS
At a mosque in Paris, January 2015.
Comment la France peut-elle se protéger d’autres attaques terroristes comme celle de Nice en juillet dernier?
Pour l’instant, elle n’a strictement rien fait. Il faut qu’elle arrête l’arrivée des migrants au sein desquels on le sait s’infiltrent des terroristes. Il faut qu’elle arrête le droit du sol, l’acquisition automatique de la nationalité française sans aucun critère qui a fabriqué des français qui soit comme Coulibaly et Kouachi (les terroristes derrière les attentats de Paris en Janvier 2015, ndlr) avaient un long passé de délinquance, soit ont une hostilité à l’égard de la France. Ce n’est pas le cas de tous ; je ne généralise pas mais c’est un bon moyen d’avoir un phénomène de surveillance. Il faut qu’elle mette en place la déchéance de la nationalité pour les doubles nationaux qui ont un lien quelconque avec ces organisations terroristes.
Il faut surtout qu’elle lutte contre le développement du fondamentalisme islamiste sur notre territoire car pour des raisons électoralistes, la classe politique française a déroulé le tapis rouge à ce fondamentalisme islamiste qui s’est développé par l’intermédiaire de mosquées, de centres culturels, de centres soit disant cultuels financés non seulement par la France, mais aussi par des pays dont nous savons qu’ils soutiennent le fondamentalisme islamiste. Il faut retrouver la maitrise de nos frontières, car je ne vois pas comment on peut lutter contre le terrorisme en ayant des frontières ouvertes à tous les vents.
Vous avez déclaré que, à part l’Islam, aucune autre religion ne pose des problèmes. Pourquoi pensez-vous que cela est vrai?
Parce que l’ensemble des religions en France sont soumises aux règles de la laïcité. Beaucoup de musulmans l’on fait aussi, disons-le clairement. Mais certains au sein de l’Islam, et je pense bien sûr au fondamentalisme islamiste, ne peuvent pas accepter cela pour une raison simple, c’est qu’ils considèrent que la charia, c’est-à-dire la loi religieuse est supérieure à toutes autres formes de loi ou de norme, y compris la constitution française. Ça n’est pas admissible.
Depuis un siècle, depuis la loi sur la laïcité, personne n’a cherché à imposer une loi religieuse en faisant plier les lois du pays ou en faisant plier la constitution du pays. Ces groupes de fondamentalistes islamistes cherchent à faire cela. Il faut donc le dire, parce qu’on ne peut pas lutter contre un ennemi si on ne le désigne pas. Il faut être intransigeant sur le respect de notre constitution et de nos lois. Et honnêtement, la classe politique française a plutôt été dans l’esprit des accommodements raisonnables à la canadienne que dans l’esprit de cette intransigeance qui permet de protéger nos grandes libertés publiques. On le voit avec les gigantesques régressions des droits des femmes qui sont vécues aujourd’hui sur le territoire français. Les femmes qui ne peuvent plus, dans certains endroits, se vêtir comme elles le souhaitent.
Vous soutenez l’interdiction du burkini. Quel est le problème avec le burkini?
Le problème c’est que ça n’est pas un maillot de bain. C’est un uniforme islamiste. C’est un des multiples moyens grâce auxquels le fondamentalisme islamiste effectue, à notre égard, un bras de fer. Lorsque l’on acceptera que les femmes soient soumises à cet uniforme islamiste, la deuxième étape sera que l’on accepte la non-mixité dans les espaces publics, dans les piscines, et que l’on accepte après la différenciation des droits entre les hommes et les femmes. Si l’on ne voit pas cela, alors, on n’a pas compris le combat auquel nous sommes confrontés aujourd’hui face aux fondamentalistes islamistes.
Mais, est-ce que cette mesure favoriserait vraiment une intégration des musulmans de France?
C’est quoi l’intégration? C’est vivre l’un à côté de l’autre en ayant chacun notre mode de vie, nos codes, nos mœurs, notre langue? Le modèle français c’est le modèle de l’assimilation. La liberté individuelle ne permet pas de remettre en cause les grands choix de civilisation qui sont ceux de la France.
En France, on n’accepte pas le concept de la victime consentante. Dans le droit pénal français, par exemple, on n’accepte pas que les gens se fassent du mal à eux-mêmes au motif qu’ils ont le droit puisqu’il s’agit d’eux-mêmes. On n’accepte pas ça parce que ça remet en cause nos grands choix de civilisation, l’égalité à une femme, le refus du communautarisme, c’est-à-dire de communautés organisées entre elles qui vivent selon des lois qui sont des lois à elles. C’est le modèle anglo-saxon. Ça n’est pas le nôtre. Les anglo-saxons ont le droit de défendre leur modèle, mais nous, nous avons le droit de défendre le nôtre.
Pensez-vous que le modèle d’intégration aux Etats-Unis est plus ou moins efficace qu’en France?

Je n’ai pas à juger de cela. C’est le problème des américains. Moi, je ne veux pas de ce modèle-là. Mais ce modèle, il est la conséquence de l’histoire des Etats-Unis, des communautés issues d’un certain nombre de pays sont allées sur cette terre vierge qu’étaient les Etats-Unis pour créer une nation qui est constituée de gens qui venaient de partout. Ça n’est pas le cas de la France. La France est une longue construction humaine et juridique très ancienne. Rien n’est là par hasard. La laïcité c’est la manière que nous avons eu de gérer les conflits religieux qui ont mis notre pays à feu et à sang.
Je ne demande pas à imposer mon modèle aux autres, mais je ne souhaite pas que les autres puissent décider que mon modèle n’est pas le bon. Je suis souvent choquée de voir que des pays étrangers condamnent le modèle français. Moi, je ne condamne pas le modèle américain. Mais je ne veux pas qu’on condamne le mien. Moi je pense que le communautarisme porte en germe les conflits entre les communautés, et je ne souhaite pas que mon pays soit au prise avec des conflits entre communautés. Moi, je ne reconnais que les individus. Ce sont les individus qui ont des droits. Ce sont les individus qui ont le libre arbitre. Ce sont les individus qui s’assimilent. En aucun cas ce sont les communautés.

France’s next revolution? Estratto di una intervista a Marine Le Pen dalla rivista Foreign Affairs

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news_img1_70638_marine-le-pen è un estratto significativo di una intervista pubblicata sulla rivista bimestrale Foreign Affairs di novembre/dicembre 2016 https://www.foreignaffairs.com/interviews/2016-10-17/france-s-next-revolution Mi pare rilevante soprattutto per l’interlocutore scelto. L’intervista è disponibile anche in francese

La prochaine Révolution française? Estratto di una intervista a Marine Le Pen apparsa su Foreign Affairs


France’s Next Revolution?
A Conversation With Marine Le Pen
Marine Le Pen

As the youngest daughter of Jean-Marie Le Pen, the founder of the right-wing French political party the National Front, Marine Le Pen grew up in politics, starting to campaign with her father at 13. Trained as a lawyer, she won her first election in 1998, as a regional councilor, and in 2011, she succeeded her father as party leader. She soon distanced herself from his more extreme positions, and eventually—after he reiterated his claim that the Holocaust was a “detail” of history—she expelled him from its ranks. These days, in the wake of the European migrant crisis, the terrorist attacks in Paris and Nice, and the Brexit vote, Le Pen’s nationalist, Euroskeptical, anti-immigrant message is selling well. Recent polls show her as a leading candidate for the presidency in 2017, with respondents preferring her two to one over the Socialist incumbent, François Hollande. Le Pen spoke with Foreign Affairs’ deputy managing editor Stuart Reid in Paris in September.
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Antiestablishment parties, including the National Front, are gaining ground across Europe. How come?
I believe that all people aspire to be free. For too long, the people of the countries inthe European Union, and perhaps Americans as well, have had a sense that political leaders are not defending their interests but defending special interests instead. There is a form of revolt on the part of the people against a system that is no longer serving them but rather serving itself.
Are there common factors behind Donald Trump’s success in the United States and yours here in France?
Yes. I see particular commonalities in the rise of Donald Trump and Bernie Sanders. Both reject a system that appears to be very selfish, even egocentric, and that has set aside the people’s aspirations. I draw a parallel between the two, because they are both success stories. Even though Bernie Sanders didn’t win, his emergence wasn’t predicted. In many countries, there is this current of being attached to the nation and rejecting untamed globalization, which is seen as a form of totalitarianism. It’s being imposed at all costs, a war against everybody for the benefit of a few.
When asked recently who you supported in the U.S. election, you said, “Anyone but Hillary.” So do you support Trump?
I was quite clear: in my view, anyone would be better than Hillary Clinton. I aim to become president of the French Republic, so I am concerned exclusively with the interests of France. I cannot put myself in an American’s shoes and determine whether the domestic policies proposed by one or another candidate suit me. What interests me are the consequences of the political choices made by Hillary Clinton or Donald Trump for France’s situation, economically and in terms of security.
So I would note that Clinton supports TTIP [the Transatlantic Trade and Investment Partnership]. Trump opposes it. I oppose it as well. I would also note that Clinton is a bringer of war in the world, leaving behind her Iraq, Libya, and Syria. This has had extremely destabilizing consequences for my country in terms of the rise of Islamic fundamentalism and the enormous waves of migration now overwhelming the European Union. Trump wants the United States to return to its natural state. Clinton pushes for the extraterritorial application of American law, which is an unacceptable weapon for people who wish to remain independent. All of this tells me that between Hillary Clinton and Donald Trump, it’s Donald Trump’s policies that are more favorable to France’s interests right now.

JEAN-PAUL PELISSIER / REUTERS
Aboard the aircraft carrier Charles de Gaulle, Toulon, France, November 2015.
The unemployment rate in France now stands at around ten percent, the second highest among the G-7 members. What are the roots of France’s economic malaise, and what solutions do you propose?
These days, everyone is proposing the National Front’s solutions. We recorded a nice ideological victory when I heard [Arnaud] Montebourg [a former economy minister in Hollande’s Socialist government] pleading for “made in France,” which is one of the major pillars of the National Front.
The unemployment rate is much higher than that because there are a bunch of statistical shenanigans going on—involving internships, early retirement, part-time work—that keep a number of French from being counted in the unemployment statistics.
There are a number of reasons for [the high unemployment]. The first is completely free trade, which puts us in an unfair competition with countries that engage in social and environmental dumping, leaving us with no means of protecting ourselves and our strategic companies, unlike in the United States. And in terms of social dumping, the Posted Workers Directive [an EU directive on the free movement of labor] is bringing low-wage employees to France.
The second is the monetary dumping we suffer. The euro—the fact of not having our own money—puts us in an extremely difficult economic situation. The IMF has just said that the euro was overvalued by six percent in France and undervalued by 15 percent in Germany. That’s a gap of 21 percentage points with our main competitor in Europe.
It also has to do with the disappearance of a strategic state. Our very Gaullist state, which supported our industrial champions, has been totally abandoned. France is a country of engineers. It is a country of researchers. But it’s true that it is not a country of businesspeople. And so quite often in history, our big industrial champions were able to develop only thanks to the strategic state. In abandoning this, we are depriving ourselves of a very important lever for development.
Let’s talk about abandoning the euro. Practically speaking, how would you do it?
What I want is a negotiation. What I want is a concerted exit from the European Union, where all the countries sit around the table and decide to return to the European “currency snake” [a 1970s policy designed to limit exchange-rate variations], which allows each country to adapt its monetary policy to its own economy. That’s what I want. I want it to be done gently and in a coordinated manner.
A lot of countries are now realizing that they can’t keep living with the euro, because its counterpart is a policy of austerity, which has aggravated the recession in various countries. I refer you to the book that [the economist Joseph] Stiglitz has just written, which makes very clear that this currency is completely maladapted to our economies and is one of the reasons there is so much unemployment in the European Union. So either we get there through negotiation, or we hold a referendum like Britain and decide to regain control of our currency.
Do you really think a “Frexit” referendum is conceivable?
I, at any rate, am conceiving of it. The French people were betrayed in 2005. They said no to the European constitution; politicians on the right and the left imposed it against the wishes of the population. I’m a democrat. I think that it is up to no one else but the French people to decide their future and everything that affects their sovereignty, liberty, and independence.
So yes, I would organize a referendum on this subject. And based on what happened in the negotiations that I would undertake, I would tell the French, “Listen, I obtained what I wanted, and I think we could stay in the European Union,” or, “I did not get what I wanted, and I believe there is no other solution but to leave the European Union.”
What lessons do you take from the success of the Brexit campaign?
Two major lessons. First, when the people want something, nothing is impossible. And second, we were lied to. They told us that Brexit would be a catastrophe, that the stock markets would crash, that the economy was going to grind to a halt, thatunemployment would skyrocket. The reality is that none of that happened. Today, the banks are coming to us pitifully and saying, “Ah, we were wrong.” No, you lied to us. You lied in order to influence the vote. But the people are coming to know your methods, which consist of terrorizing them when they have a choice to make. The British people made a great show of maturity with this vote.
Do you worry that France will find itself economically isolated if it leaves the eurozone?
Those were the exact criticisms made against General de Gaulle in 1966 when he wanted to withdraw from NATO’s integrated command. Freedom is not isolation. Independence is not isolation. And what strikes me is that France has always been much more powerful being France on its own than being a province of the European Union. I want to rediscover that strength.
Many credit the European Union for preserving the peace since World War II. Why are they wrong?
Because it’s not the European Union that has kept the peace; it’s the peace that has made the European Union possible. This argument has been rehashed repeatedly, and it makes no sense. Regardless, the peace hasn’t been perfect in the European Union, with Kosovo and Ukraine at its doorstep. It’s not so simple.
In fact, the European Union has progressively transformed itself into a sort of European Soviet Union that decides everything, that imposes its views, that shuts down the democratic process. You only have to hear [European Commission President Jean-Claude] Juncker, who said, “There can be no democratic choice against European treaties.” That formulation says everything. We didn’t fight to become a free and independent people during World War I and World War II so that we could no longer be free today just because some of our leaders made that decision for us.

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German Chancellor Angela Merkel and French President Francois Hollande in Evian, France, September 2016.
What do you make of Germany’s leadership in recent years?
It was written into the creation of the euro. In reality, the euro is a currency created by Germany, for Germany. It’s a suit that fits only Germany. Gradually, [Chancellor Angela] Merkel sensed that she was the leader of the European Union. She imposed her views. She imposed them in economic matters, but she also imposed them by agreeing to welcome one million migrants to Germany, knowing very well that Germany would sort them out. It would keep the best and let the rest go to other countries in the European Union. There are no longer any internal borders between our countries, which is absolutely unacceptable. The model imposed by Merkel surely works for Germans, but it is killing Germany’s neighbors. I am the anti-Merkel.
What do you think of the state of relations between France and the United States, and what should they be?
Today, French leaders submit so easily to the demands of Merkel and Obama. France has forgotten to defend its interests, including its commercial and industrial ones, in the face of American demands. I am for independence. I am for a France that remains equidistant between the two great powers, Russia and the United States, being neither submissive nor hostile. I want us to once again become a leader for the nonaligned countries, as was said during the de Gaulle era. We have the right to defend our interests, just as the United States has the right to defend its interests, Germany has the right to defend its interests, and Russia has the right to defend its interests.
Why do you think France should get closer to Russia under President Vladimir Putin?
First of all, because Russia is a European country. France and Russia also have a shared history and a strong cultural affinity. And strategically, there is no reason not to deepen relations with Russia. The only reason we don’t is because the Americans forbid it. That conflicts with my desire for independence. What’s more, I think the United States is making a mistake by re-creating a kind of cold war with Russia, because it’s pushing Russia into the arms of China. And objectively, an ultrapowerful association between China and Russia wouldn’t be advantageous for either the United States or the world.
In the latest polls, the National Front is projected to make it to the runoff of the presidential election. In the past, notably in 2002, the other parties united to block the National Front in the second round. Would you be ready to form alliances, and if so, with whom?
It’s not up to me to decide that. This presidential election will be about a big choice: Do we defend our civilization, or do we abandon it? So I think there are people from the entire political spectrum, from the right and the left, who agree with me and who could join us.
The National Front that you are leading has changed a great deal from the party your father led. At what point in your career did you realize that the National Front had to distance itself from its extremist image if it was going to be competitive?
In the past, the National Front was a protest party. It was an opposition party. Naturally, its rising influence has transformed it into a party of government—that is, into a party that anticipates reaching the highest offices in order to implement its ideas. It’s also true that a political movement is always influenced by its leader’s personality. I have not taken the same path as my father. I am not the same age as he is. I do not have the same profile. He is a man; I am a woman. And that means I have imprinted on the party an image that corresponds more with who I am than with who he was.

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At a mosque in Paris, January 2015.
How can France protect itself from terrorist attacks like the one in Nice in July?
So far, it has done absolutely nothing. It has to stop the arrival of migrants, whom we know terrorists infiltrate. It has to put an end to birthright citizenship, the automatic acquisition of French nationality with no other criteria that created French like [Amedy] Coulibaly and [Chérif and Saïd] Kouachi [the terrorists behind the Paris attacks of January 2015], who had long histories of delinquency and were hostile toward France. This isn’t the case for everyone; I’m not generalizing. But it’s a good way to have a surveillance mechanism. We need to revoke citizenship from dual nationals who have any kind of link to terrorist organizations.
We especially need to combat the development of Islamic fundamentalism on our territory. For electoral reasons, French politicians rolled out the red carpet for Islamic fundamentalism, which has developed in mosques and so-called cultural centers financed not only by France but also by countries that support Islamic fundamentalism. We also have to regain the mastery of our borders, because I can’t see how we can combat terrorism while having open borders.
You have said that apart from Islam, “no other religion causes problems.” Why do you think that this is true?
Because all religions in France are subject to the rules of secularism. Let’s be clear, many Muslims have done that. But some within Islam—and of course I’m thinking of the Islamic fundamentalists—cannot accept that, for one simple reason, which is that they consider sharia to be superior to all other laws and norms, including the French constitution. That’s unacceptable.
For a century, since the law on secularism was passed, no one has sought to impose religious law by bending the laws of our country. These Islamic fundamentalist groups are seeking to do this. This must be said, because we cannot fight an enemy if we do not name it. We must be intransigent when it comes to respecting our constitution and our laws. And honestly, the French political class has instead acted in the spirit of Canadian-style reasonable accommodation rather than in the spirit of an intransigence that would allow us to protect our civil liberties. We see it in the huge regressions in women’s rights taking place today on French soil. In certain areas, women can no longer dress as they wish.
You support the ban on the burkini. Why is it a problem?
The problem is that it’s not a bathing suit. It’s an Islamist uniform. It’s one of the many ways in which Islamic fundamentalism flexes its muscles. Once we accept that women are subject to this Islamist uniform, the next step is that we accept the separation of the sexes in swimming pools and other public spaces. And then we’ll have to accept different rights for men and women. If you don’t see that, then you don’t understand the battle we face against Islamic fundamentalism.
But does this measure really help integrate Muslims in France?
What is integration? It is to live side by side, each with their own lifestyle, their own code, their own mores, their own language. The French model is assimilation. Individual freedom does not allow one to call into question the major civil¬izational choices France has made.
In France, we don’t believe in the concept of a consenting victim. French criminal law, for example, doesn’t allow people to harm themselves on the grounds that they have the right to do so because they are acting on their own. We don’t accept that, because it undermines the major choices we have made as a civi¬¬lization regarding women’s equality and the rejection of communitarianism—that is, organized communities that live according to their own rules. That is the Anglo-Saxon model. It is not ours. The Anglo-Saxons have the right to defend their model, but we have the right to defend ours.
Do you think that the American model of integration is more effective than the French one?
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I don’t have to judge that. That’s a problem for Americans. Personally, I don’t want that model. That model is a consequence of American history. Communities came from different countries to a virgin land to create a nation made up of people from everywhere. That is not the case for France. France is a very old human and legal creation. Nothing is there by chance. Secularism is how we handled religious conflicts that had plunged our country into a bloodbath.
I don’t seek to impose my model on others, but I don’t want others to decide that my model is not the right one. I’m often offended when foreign countries condemn the French model. I don’t condemn the American model. But I don’t want mine condemned. I think that communitarianism sows the seeds of conflict between communities, and I don’t want my country to face conflicts between communities. I recognize only individuals. It is individuals who have rights. It is individuals who have free will. It is individuals who assimilate themselves. In no case is it communities.