Italia e il mondo

Rimigrazione: il mito mobilitante che ravviva la volontà europea

Remigration : le mythe mobilisateur qui rallume la volonté européenne

Idee / Dibattiti

Rimigrazione: il mito mobilitante che ravviva la volontà europea

Lo sciopero generale, la rivoluzione proletaria, la restaurazione monarchica, il Frexit, Gaza… ogni corrente politica ha il proprio mito che mobilita i propri militanti e sostenitori. Questo obiettivo finale, la cui futura realizzazione potrebbe segnare l’avvento della vittoria, permette di trascinare le masse al proprio seguito. La nostra epoca individualista, restia alle grandi narrazioni mobilitanti, sembra esserne priva. Eppure, per la gioventù europea radicata, questo mito è quello della rimigrazione.

Avere ragione non basta: ogni movimento ha bisogno di un mito. Da Georges Sorel a José Carlos Mariátegui, diversi pensatori socialisti hanno approfondito il concetto di mito politico mobilitante: un’immagine forte di un futuro potenziale che esprima le aspirazioni di una collettività e susciti passione e azione. Il mito soreliano non vale per la sua veridicità, ma per la sua efficacia: crea una dinamica. È una proiezione che ha l’obiettivo di mettere in moto le energie, un’immagine che permette di far convergere gli animi verso un obiettivo comune che funge da prospettiva.

Ogni mito è radicato in un determinato periodo storico. Lo sciopero generale era il mito mobilitante di Sorel (si articolava attorno a un potente movimento sindacalista). Nel XXe secolo, i regimi totalitari si sono basati in larga misura su narrazioni mobilitanti. Queste costruzioni simboliche, indipendentemente dal loro rapporto con la verità, hanno strutturato potenti immaginari collettivi. Hanno dimostrato che un mito non ha bisogno di essere esatto per essere efficace: basta che sia condiviso. Nel 1947, Thomas Mann descriveva in un’analisi critica1 questa capacità delle società di massa di strutturarsi attorno a narrazioni semplificate, emotive, talvolta scollegate dalla realtà. Il mito politico, scriveva in sostanza, agisce come una « fede che forma comunità », una forza che va oltre la semplice argomentazione razionale.

«Un mito politico non si decreta. Spetta invece a noi identificarlo e strumentalizzarlo», scriveva François Bousquet2. Esso emerge, si cristallizza, si impone. Non si riduce a un programma politico dettagliato o a una politica pubblica immediatamente applicabile. Funziona piuttosto come una rappresentazione globale, un’immagine semplice e radicale di un futuro possibile. La sua forza risiede proprio in questa semplicità: propone una soluzione netta a una situazione percepita come complessa o fonte di ansia. Offre un orizzonte, una direzione, una narrazione. In quanto tale, svolge diverse funzioni: dare senso, unire, strutturare un immaginario comune e, soprattutto, suscitare l’impegno.

Il mito non va valutato solo in termini di fattibilità o razionalità. Appartiene a un ambito diverso: quello della proiezione, dell’affetto, dell’identificazione. Delinea un panorama mentale in cui l’azione appare non solo possibile, ma necessaria.

La storia come terreno di possibilità

Una delle caratteristiche distintive dei miti politici è quella di lasciare aperta la questione del futuro. Essi rifiutano il fatalismo e contestano l’idea di un’evoluzione irreversibile. A prescindere dalle analisi sul declino o sulla trasformazione delle società, essi affermano che la storia deve ancora essere scritta. Questa visione si fonda sull’idea che i percorsi storici possano essere modificati dalla volontà collettiva. In questo contesto, il mito svolge un ruolo di acceleratore: cerca di produrre il futuro. Agisce come una leva, un catalizzatore di energia militante. Non dice ciò che sarà, ma ciò che potrebbe accadere se una massa critica di individui se ne facesse carico.

Lungi dall’essere scomparsi, i miti politici possono ancora oggi dare forma a impegni e visioni del mondo. Essi testimoniano un bisogno persistente di narrazioni globali, capaci di dare una direzione all’azione collettiva. Che li si analizzi come un progetto, uno slogan o una costruzione simbolica, essi illustrano soprattutto la permanenza del fatto mitico in politica. Perché, in definitiva, una società non si muove solo per programmi o statistiche, ma anche per rappresentazioni. E finché sussisterà questo bisogno di senso e di proiezione, ci saranno miti ad alimentarlo.

Il ritorno in patria: una necessità per gli europei

La rimpatrio si inserisce in questa logica e appare come il mito più unificante per il campo dei difensori della civiltà europea. Inutile spiegare qui perché la rimpatrio sia più che mai necessaria e vitale per la sopravvivenza del nostro popolo. La demografia fa la storia e le cifre – o il semplice fatto di prendere i mezzi pubblici in qualsiasi città della Francia – confermano la Grande Sostituzione e l’assoluta necessità della rimpatrio.

Ciononostante, il termine «remigrazione» è difficile da far entrare nel linguaggio comune, poiché rimane carico di forti connotazioni politiche e ideologiche, spesso percepite come radicali o addirittura estremiste. Questa connotazione conflittuale e negativa ne frena la diffusione tra il grande pubblico, dove suscita più rifiuto o polemiche che consenso.

È proprio nell’immagine della rimpatrio, tuttavia, che si potrebbe trovare quel mito in grado di unire le volontà. Affinché il rimpatrio diventi un’immagine mobilitante, è necessario che il dibattito politico si concentri sull’immigrazione. Ma la politica elettorale è solo una parte della lotta politica.

La continuità del pensiero della Nuova Destra

Il ritorno nel proprio paese d’origine della maggioranza degli immigrati extraeuropei presenti sul nostro territorio costituisce il coronamento politico del pensiero della Nuova Destra. Fin dagli anni ’70-’80, l’etno-differenzialismo e il concetto di identità sono stati al centro della lotta ideologica condotta dai pensatori della ND. «Il desiderio di uguaglianza, succeduto al desiderio di libertà, è stato la grande passione dei tempi moderni. Quella dei tempi postmoderni sarà il desiderio di identità», analizzava Alain de Benoist nel 20024.

In questa linea, i movimenti intellettuali o militanti francesi (dall’Institut Iliade a Génération identitaire) ed europei (i Vertici della rimpatrio) si impegnano a promuovere il rimpatrio basandosi sulla difesa di un’identità europea radicata in una storia di lunga data, di una trasmissione diretta dagli Indoeuropei, primo popolo portatore di un modello di organizzazione sociale, di riferimenti culturali e di narrazioni fondanti che costituiscono la memoria più antica della civiltà europea.

L’influenza di questa corrente, sebbene numericamente esigua (intellettuali, think tank, gruppi militanti, influencer), si fa sempre più percepibile nel dibattito pubblico e lo spazio del dicibile si apre a queste tematiche, soprattutto tra le giovani generazioni. Influenzare il vocabolario per orientare le rappresentazioni: questa è la logica metapolitica all’opera. «  La semplice parola “identitario”, ignorata prima degli anni 2000 al di fuori dell’estrema destra, è ormai entrata nell’uso comune, al termine di un’evoluzione che gli attivisti del “gramscismo di destra” considerano una vittoria nella guerra delle parole che hanno intrapreso », conferma il politologo Jean-Yves Camus5.

L’idea della rimigrazione, a lungo confinata ai margini della destra radicale, si sta ormai insinuando nel dibattito politico europeo. Organizzazione di incontri, pubblicazione di testi, il termine viene ripreso in tutta Europa da attivisti e intellettuali (Jean-Yves Le Gallou naturalmente6, l’austriaco Martin Sellner, il tedesco Benedikt Kaiser, il portoghese Afonso Gonçalves, l’olandese Eva Vlaardingerbroek, il britannico Tommy Robinson) e da partiti politici (l’FPÖ austriaco, Reconquête! in Francia).

Unire le forze di destra europee

La rimigrazione rappresenta un’immagine sufficientemente forte da unire la « destra europea », oggi frammentata. L’obiettivo è quello di riunire tutte le persone che hanno ancora a cuore il futuro della nostra civiltà, di raccoglierle su una base comune, al di là delle divisioni partitiche e al di fuori delle differenze che devono essere messe da parte. «Dobbiamo formare un’ampia coalizione attorno alla questione più importante: la nostra esistenza e la nostra continuità etnoculturale. Se siete d’accordo con questo, siete dei nostri», ricorda Martin Sellner7.

È attraverso il mito politico e l’azione che si potrà forgiare in gran parte dei giovani la volontà di ritrovare il nostro retaggio. È nella lotta e nelle situazioni concrete che le persone danno prova di sé. Oggi, quali sono le cause a cui dedicarsi? Non esiste un mito mobilitante per l’avvento della «startup nation» o della società liquida. Il nostro compito è risvegliare le coscienze e dimostrare che esiste una causa per cui mobilitarsi.

La civiltà europea, forte di tre millenni di storia, sopravviverà solo se i popoli avranno il coraggio di difendere ciò che sono. Potrà ritrovare la sua grandezza solo a una condizione: riconoscere pienamente ciò che è, assumersi ciò che ne costituisce l’identità. Non mollare mai, né arrendersi. Più che mai, la storia è aperta.

© Foto: Jérémy-Günther-Heinz Jähnick. Manifestazione a favore della rimpatrio organizzata dal movimento PEGIDA nel 2015 a Calais, in Francia.

1. Thomas Mann, Il dottor Faustus, 1947.

2. François Bousquet, Dominique Venner. La fiamma non si spegne, Edizioni La Nouvelle Librairie/Istituto Iliade, 2023.

3. Concetto centrale della strategia e del programma politico di La France insoumise.

4. Alain de Benoist, prefazione all’edizione del 2001 di Vu de droite, Edizioni Labyrinthe.

5. Jean-Yves Camus, Il movimento identitario o la costruzione di un mito delle origini europee, Fondazione Jean-Jaurès, 2018.

6. Jean-Yves Le Gallou, Remigrazione. Per l’Europa dei nostri figli, Edizioni La Nouvelle Librairie/Istituto Iliade, 2026.

7. Martin Sellner, post pubblicato su X, 16/04/2026.

Que pensez-vous de la « remigration » ?

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Cosa ne pensate della « rimigrazione »? (3)

Al fine di approfondire e completare il dossier del nostro numero 220, attualmente in edicola, dedicato alla «remigrazione» – un concetto che sta gradualmente acquisendo importanza nel dibattito politico francese ed europeo – abbiamo deciso di interpellare su questo tema una serie di personalità del mondo politico e culturale dissidente, ponendo loro la stessa domanda: «Ritiene che la “remigrazione” sia possibile e auspicabile e, in caso affermativo, in quale forma e a quali condizioni?» Anche i lettori sono invitati a partecipare a questo dibattito, tramite commenti o e-mail. Oggi, la risposta del filosofo e saggista Alain de Benoist.

La rimpatrio è auspicabile e possibile? Se non è possibile (se non in astratto), non ne parliamo più. È auspicabile? Tutto dipende da cosa si intende con questo termine.

     È evidente che l’immigrazione extraeuropea in Europa, che si è trasformata in un fenomeno di insediamento e che comporta patologie sociali ormai ben note, debba essere frenata con ogni mezzo possibile. Tutti i sondaggi lo confermano: le popolazioni autoctone non ne vogliono più sapere e non ne possono più. È per questo motivo che un certo numero di gruppi e partiti politici (a volte di governo) sono oggi favorevoli alla « rimigrazione ». Il problema, a ben vedere, è che non sempre ne danno la stessa definizione. La maggior parte di loro, ad esempio, attribuisce grande importanza alla volontarietà (che può certamente essere incoraggiata), cosa che non è necessariamente vera per gli altri.

     La rimigrazione è stata presentata come un « mito mobilitante ». Ci si chiede come si possa tradurre questo mito in un progetto che non sia, come tanti altri, di pura e semplice apoliticità.

     Combattere l’immigrazione non significa combattere gli immigrati solo perché sono immigrati, ma combattere coloro che, per amore del profitto e per volontaria ignoranza della fisiologia delle culture, hanno reso possibile l’immigrazione di massa, l’hanno incoraggiata e continuano a incoraggiarla, sia per soddisfare le esigenze del sistema capitalista, sia per ingenuo idealismo umanitario o universalismo morale, sia con la perversa intenzione di cambiare in profondità la costituzione dei popoli europei, negando loro ogni diritto alla continuità storica.

     È certamente possibile arrestare i flussi di immigrazione, almeno in una certa misura (e tralasciando il potere di nuocere esercitato dai giudici allineati all’ideologia dominante). Il « ritorno al paese d’origine » non ha senso, invece, quando ne esistono diversi per una stessa famiglia, quando i paesi d’origine si rifiutano di riprendere i propri cittadini, e nel caso di coppie e famiglie miste, che molto probabilmente sono destinate ad aumentare. Dagli espulsioni ci si aspetta una diminuzione dei volumi delle scorte (in contrapposizione ai volumi dei flussi). Ciò vale per i clandestini, per i delinquenti stranieri, per gli agitatori ostili, per coloro che sono venuti solo per beneficiare di un sistema di assistenza sociale – il tutto non rappresentando la maggioranza degli immigrati. Dopodiché si entra in un terreno instabile, dove i motivi di espulsione scompaiono poco a poco. Non vedo come andare oltre, se non ricorrendo a una nuova forma di arbitrarietà che, in ogni caso, non potrà essere messa in atto. Come valutare il numero di coloro che sono un po’, molto, per niente integrati ? Di coloro che amano un po’, molto o per niente il paese in cui vivono? Le persone possono essere giudicate e sanzionate in base a ciò che fanno, non a ciò che sono (e non bisogna credere che facciano ciò che sono, è il contrario: sono ciò che fanno).

     I sostenitori della rimigrazione (che in passato parlavano di « reconquista ») sono in fin dei conti dei grandi ottimisti. Credono che la catastrofe possa ancora essere evitata. Io, invece, penso che la catastrofe sia già avvenuta. Quando una biglia, che rappresenta un determinato processo, scende su un piano inclinato cosparso di chiodi, si può tentare di modificarne la traiettoria o di indirizzarla in una direzione piuttosto che in un’altra, ma l’unica cosa che non si può fare è farla risalire. Fare questa constatazione è solo una questione di realismo.

     Aggiungo che, per prendere posizione su questo problema, non mi colloco in una prospettiva nazionale o nazionalista (non sono nazionalista), ma in una prospettiva imperiale, il che è molto diverso: la presenza di minoranze etniche all’interno della società avrebbe tutto l’interesse ad essere analizzata dal punto di vista del federalismo imperiale, non del giacobinismo dello Stato-nazione. Preciso che non credo nemmeno nell’assimilazione, che ai miei occhi non è né possibile né auspicabile, e che detesterei vedere la Francia diventare uno Stato razzista (in materia, la storia ha già dato).

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Cosa ne pensate della « rimigrazione »? (2)

Al fine di approfondire e completare il dossier del nostro numero 220, attualmente in edicola, dedicato alla «remigrazione» – un concetto che sta gradualmente acquisendo importanza nel dibattito politico francese ed europeo – abbiamo deciso di interpellare su questo tema una serie di personalità del mondo politico e culturale dissidente, ponendo loro la stessa domanda: «Ritiene che la “remigrazione” sia possibile e auspicabile e, in caso affermativo, in quale forma e a quali condizioni?» Anche i lettori sono invitati a partecipare a questo dibattito, tramite commenti o e-mail. Oggi diamo la parola a Sylvain Roussillon, scrittore e conferenziere, e a Yann Vallerie, animatore del sito di controinformazione Breizh Info.

Yann Vallerie, responsabile del sito di controinformazione Breizh Info 

La questione della rimpatrio è oggi all’ordine del giorno. Non è più, come vent’anni fa, relegata ai margini di un dibattito tabù: si fa strada sulle pagine dei principali quotidiani, nei programmi politici, nelle conversazioni familiari. Questo è di per sé un segnale: quello di una lucidità collettiva che sta lentamente tornando, dopo quattro decenni in cui qualsiasi interrogativo sui flussi migratori o sulla composizione demografica dei paesi europei comportava l’immediata scomunica. Resta da formulare correttamente la domanda e da rispondervi senza demagogia, né minimizzando né esagerando.

La rimigrazione, così come la intendo io, consiste nell’organizzazione di un ritorno volontario e incentivato delle popolazioni extraeuropee stabilitesi in Europa verso i loro paesi d’origine e la terra dei loro antenati. È anche — e sarebbe disonesto dimenticarlo — il ritorno delle popolazioni europee espatriate verso le loro terre d’origine. Il movimento non è a senso unico. Si tratta di restituire a ogni civiltà lo spazio geografico in cui si è storicamente sviluppata e in cui le sue istituzioni, i suoi costumi, i suoi punti di riferimento, il suo rapporto con il tempo e con il sacro hanno un senso. Auspicabile? Sì, profondamente. Realizzabile? Non allo stato attuale delle cose. Ed è proprio questa tensione che bisogna guardare in faccia.

Perché è auspicabile: la questione riguarda la civiltà, non la sicurezza

Un’osservazione preliminare, poiché condiziona tutto il resto: la giustificazione della rimpatrio non è né di natura securitaria né religiosa. È un punto su cui molti, anche nel mio stesso schieramento, si sbagliano — per pigrizia retorica o per calcolo elettorale. La stragrande maggioranza delle popolazioni extraeuropee stabilitesi in Europa non è criminale. La criminalità, anche se sovrarappresentata in alcune categorie, rimane un fenomeno minoritario che non può da solo giustificare una politica di questa portata. Lo stesso vale per la religione: in Francia si contano centinaia di migliaia di cattolici extraeuropei, profondamente legati al Paese, alle sue istituzioni e al suo retaggio cristiano. Ridurre la questione all’Islam significa mancare l’obiettivo.

La vera ragione sta altrove, ed è più profonda. Nessuna società, in nessuna regione del mondo, è mai riuscita a integrare in modo duraturo e armonioso più di una certa percentuale di contributi provenienti da civiltà radicalmente diverse dalla propria. Tale soglia, empiricamente, sembra aggirarsi intorno al cinque per cento. Al di sotto di essa, il tessuto sociale assorbe, trasforma, assimila. Oltre tale soglia, i gruppi costituiti smettono di diluirsi; mantengono i propri punti di riferimento, le proprie reti, i propri stili di vita; e ciò che doveva essere un mosaico diventa una giustapposizione. A lungo termine, uno scontro. È vero in Europa. È vero ovunque. Dovrebbe essere la regola generale in ogni paese del mondo — africano, asiatico, americano, europeo.

Quando civiltà diverse, talvolta in contrasto tra loro nella visione del mondo, nel rapporto con le donne, con la libertà individuale, con la religione, con lo Stato e con la giustizia, convivono in gran numero su uno stesso territorio, la storia insegna che finiscono per scontrarsi. I Balcani, il Libano, l’India, la Siria, il Caucaso, l’Irlanda del Nord ne sono la prova — ciascuno a modo suo. L’idea che l’Europa occidentale sfuggisse, per chissà quale grazia particolare, a questa legge antropologica, è frutto di una credenza, non di un’analisi.

È fattibile? Non allo stato attuale delle cose

Siamo realistici: la rimpatrio, inteso come partenza forzata, massiccia e immediata, è oggi una fantasia. Nessun governo europeo, anche se guidato dalle figure più determinate del momento, prenderebbe una decisione del genere. Gli ostacoli giuridici, diplomatici, economici e umani sarebbero insormontabili, e la destabilizzazione provocata da una tale politica supererebbe senza dubbio il male che pretende di curare. Bisogna dirlo chiaramente, anche a coloro che sognano una soluzione radicale: questo scenario non si verificherà.

A ciò si aggiunge un fatto di cui occorre prendere atto: una parte delle popolazioni extraeuropee stabilitesi in Europa da due, tre o quattro generazioni si considera legittimamente a casa propria. Nati qui, istruiti qui, che parlano la lingua e crescono qui i propri figli, non si considerano più ospiti — e questo sentimento, che lo si condivida o meno, è ormai una realtà. La polveriera demografica è pronta. Non si disinnescherà con un decreto.

La strada percorribile: incentivi, pressioni sui paesi d’origine, un processo a lungo termine

Rimane una via realistica, che richiede sia ambizione che pazienza. Primo punto: l’espulsione immediata, senza esitazioni, di ogni straniero in situazione irregolare, di ogni straniero condannato per un reato o un crimine, di ogni straniero che abbia manifestato ostilità nei confronti del paese ospitante o delle sue leggi. Si tratta di una condizione minima di sovranità, oggi ampiamente ostacolata dalle giurisdizioni europee e francesi. Ciò presuppone una profonda revisione degli impegni sovranazionali e una volontà politica che manca da quarant’anni.

Seconda parte: incentivi al rimpatrio per chi lo desidera. Aiuti sostanziali al rimpatrio, sostegno alla creazione di attività economiche nel paese d’origine, avvio di percorsi formativi, garanzie di reinserimento. Non si tratta di un’umiliazione, ma di un’opportunità per chi, in fin dei conti, non si sente pienamente a casa in Europa o desidera contribuire allo sviluppo del proprio paese d’origine.

Terzo aspetto, il più decisivo e il più trascurato nel dibattito attuale: la pressione diplomatica, economica e persino militare sui paesi di origine. Una rimpatrio sostenibile presuppone che i paesi di emigrazione smettano di inviare la propria popolazione verso l’Europa e che accettino — o addirittura organizzino — il ritorno dei propri cittadini stabilitisi all’estero. Ciò richiede una politica estera risoluta: subordinare gli aiuti allo sviluppo alla cooperazione in materia di migrazione, abolire i visti per i paesi recalcitranti, bloccare i trasferimenti finanziari, applicare dazi doganali differenziati. E, sul piano interno, l’attuazione da parte di questi Stati di programmi di reinserimento, leggi che facilitino il ritorno delle loro diaspore, progetti economici mobilitanti che si estendano su più generazioni. Nessuno tornerà in un paese rovinato dalla corruzione e dal nepotismo. Bisogna quindi esigere anche una profonda trasformazione di questi Stati — il che implica, di conseguenza, smettere di saccheggiarli tramite le multinazionali europee complici delle loro élite predatrici.

L’alternativa: la guerra civile

Una cosa è certa: se la questione della convivenza separata all’interno dello stesso territorio non viene risolta — che sia attraverso un graduale ritorno in patria o qualsiasi altra soluzione intelligente —, l’Europa va incontro a un conflitto interno. I segnali sono già visibili: rivolte urbane ricorrenti, secessione culturale di interi quartieri, rifiuto del modello comune, aumento dei separatismi comunitari, crescente sfiducia reciproca. Nessuno, tra gli attuali responsabili politici, ha il coraggio di formulare la diagnosi — ma la diagnosi si imporrà da sé.

Il dibattito sulla rimpatrio non è quindi, a mio avviso, un dibattito estremista o marginale. È, al contrario, il dibattito sulla responsabilità. La responsabilità di evitare il peggio organizzandolo con calma, nel lungo periodo, con rispetto ma con fermezza, piuttosto che lasciare che la realtà si imponga con la violenza. I popoli hanno diritto alla continuità storica. Tutti i popoli — europei ed extraeuropei. Ciò presuppone che ciascuno, alla fine, ritrovi, se lo desidera, la terra dei propri padri. È una visione lucida. Non è odiosa. È semplicemente civile.

Sylvain Roussillon, scrittore e conferenziere 

È una domanda complessa, ed è probabile che qualche anno fa non avrei dato la stessa risposta, se non altro perché parte della mia formazione politica è di stampo maurrassiano e la formula di Bainville («Il popolo francese è un insieme. È meglio di una razza. È una nazione») mi è ben nota.

Tuttavia, le opinioni non si formano solo attraverso le letture, ma anche grazie alle esperienze vissute. Sono piuttosto riservato su questo argomento e non mi piace mettere in mostra la mia vita privata sui social network, che riservo alla promozione delle mie attività editoriali.

È di moda, soprattutto a sinistra, inventarsi un’infanzia nei «quartieri». Per quanto mi riguarda, non ho bisogno di inventarmi nulla. Ho trascorso la mia prima infanzia in un complesso di edilizia popolare, nel quartiere di Bellecroix, oggi quartiere prioritario della politica urbana, a Metz. Poi, dall’età di 6 o 7 anni fino all’età adulta, in un altro quartiere prioritario della politica urbana, quello di Grésilles, a Digione, dove del resto vive ancora mia madre.

Se racconto tutto questo, non è per suscitare una compassione di dubbia genuinità (ho avuto un’infanzia molto felice) né per rivendicare chissà cosa. Ricordo semplicemente che quei quartieri erano all’epoca, negli anni ’60, ’70 e in parte anche ’80, autenticamente « popolari ». Cioè abitati da operai, impiegati, pensionati con scarse risorse, classi medie modeste. Gli edifici non erano fatiscenti, le rare famiglie che possedevano un’auto potevano lasciarla parcheggiata senza timori, i bambini giocavano sui marciapiedi, non si davano fuoco ai cassonetti. All’epoca non si parlava di ghetti, anche se i collegamenti erano sicuramente peggiori di adesso e l’offerta socio-culturale associativa e sovvenzionata era quasi inesistente.

Non sto, come fanno alcuni politici di destra, a glorificare una Francia prospera e felice di un tempo, con l’uomo in giacca e cravatta e la donna casalinga, che in realtà non è mai esistita. Nella Francia operaia e contadina, sia gli uomini che le donne sono sempre stati costretti a lavorare sodo per sopravvivere. No, sto solo sottolineando un’evidenza: questi quartieri, pur non essendo ben serviti dai mezzi pubblici, pur non ricevendo miliardi di denaro pubblico, pur non beneficiando di una miriade di animatori socio-culturali e mentre solo una famiglia su tre poteva andare in vacanza, ospitavano una popolazione laboriosa e tranquilla che lavorava per tirare avanti e garantire la migliore istruzione possibile ai propri figli.

I due alunni più «esotici» della mia classe di scuola materna, in questo futuro «quartiere prioritario della politica urbana», erano un bambino portoghese e una bambina della Martinica.

Naturalmente, ci veniva già ripetuto a oltranza il discorso, storicamente distorto, sulla «Francia, terra di accoglienza», dimenticando semplicemente di precisare che quell’immigrazione tanto celebrata risaliva, in quella forma, solo alla seconda metà del XIX secolo, e che bisognava relativizzarne l’importanza. Integrare in una classe un portoghese e una martinicana, o la loro famiglia in un complesso di case popolari abitato da una ventina di famiglie franco-francesi provenienti dalla Borgogna, dal Poitou o dall’Alvernia, non doveva essere molto complicato.

Probabilmente è così che interpreta l’osservazione di Bainville. Come avrebbero potuto lui o Maurras, che avevano sotto gli occhi solo le immigrazioni di lavoratori italiani e portoghesi nell’edilizia, o di robusti polacchi nelle miniere e nelle industrie, tutti di tradizione cattolica, anticipare l’ondata demografica che si è abbattuta sulla Francia a partire dagli anni ’70? Anche in questo caso, non cado in un ingenuo idealismo. Ci sono state reazioni, a volte violente, all’arrivo di questa o quella colonia di Rital, Polak o Russkof, qua e là, ma, superata la prima generazione, a parte il cognome e qualche ricetta di famiglia, nulla distingueva più i francesi «autoctoni». Tutto sommato, la caricatura dell’italiano o del polacco andava ad aggiungersi a quella del bretone testardo, del chti alcolizzato, dell’auvergnate tirchio, del parigino arrogante o del provenzale spaccone e pigro in un grande Pantheon nazionale dell’autoironia.

L’invenzione di un senso di colpa europeo, per non dire «bianco», in quasi tutti i campi – dalla schiavitù al riscaldamento globale, passando per l’inquinamento del Golfo di Guinea, i problemi sessuali dei panda o la scomparsa della Lepidiota caudata cornuta – ha modificato questa situazione più di quanto si possa immaginare.

Ripetendo incessantemente a una parte della popolazione che era colpevole di tutti i mali, e martellando a un’altra che era vittima di tutto, e in particolare della prima, abbiamo instillato nelle nostre società un veleno mentale che potrebbe benissimo ucciderle. Non sto esagerando. Ricordate il movimento « non toccare il mio amico » con tutte le sue ingiunzioni pedagogiche e morali a dimostrare, con l’ausilio di un piccolo distintivo visibile, che si era dalla parte del Bene e del pentimento di un antirazzismo inquisitorio. Chi, come me, è stato militante in quegli anni, ricorda sicuramente la forza di carattere necessaria per sopportare, ad esempio al liceo, gli sguardi furiosi dell’insegnante sul suo podio e dei circa trenta compagni di classe, tutti portatori della piccola mano liberatrice, davanti al nostro bottone disperatamente vuoto (o portatore di distintivi odiati).

Insomma, mentre da un lato si smarmava mentalmente il piccolo francese attribuendogli tutta la colpa del mondo, dall’altro si armava invece Mohammed o Fofana spiegando loro che la loro storia era pura e immacolata, che erano solo vittime, figli e nipoti di vittime.

Insomma, il modello integrativo, per quel che valeva, è stato distrutto e, allo stesso tempo, si è generato un discorso «disintegrativo» nei confronti delle popolazioni interessate. Il fatto che una ragazzina indossi il velo oggi è meno il segno di una sottomissione a Dio e al Corano che di un rifiuto visibile e rivendicato di appartenere a una nazione i cui unici modelli si riducono a celebrare la Differenza a colpi di strisce pedonali arcobaleno e di promozione del rugby femminile.

Qualche giorno fa, una mattina, mi sono fermato a osservare l’inizio dell’anno scolastico in una scuola di quartiere. Intendo dire una scuola qualsiasi. Né l’Ecole alsacienne né l’asilo nido di una zona ZEP. Una scuola «normale», standard. Ho contato meno di due alunni su dieci che avevano un aspetto europeo. Al di là della facile accusa di razzismo che mi si potrebbe rinfacciare, ci rendiamo davvero conto di cosa significhi? Quando ci si lamenta, gli insegnanti per primi, del crollo del livello degli alunni, come potrebbe essere altrimenti quando quasi l’80% degli alunni di alcune scuole non parla francese a casa? Si sono distrutte le esigenze pedagogiche così come si sono distrutte le esigenze di integrazione, il tutto in piena ondata migratoria.

Quindi sì, pur senza definirmi «identitario», penso che da un lato occorra bloccare completamente l’immigrazione, ma anche prendere in considerazione una «rimigrazione». Ovviamente, questa sarà dolorosa. Ma non più, se ben gestita, del rimpatrio dei francesi dall’Algeria o degli spostamenti massicci di popolazione che si sono verificati in Europa dopo la Prima e la Seconda Guerra Mondiale (e prima) con l’obiettivo chiaramente dichiarato di preservare una pace futura. Dove sono le anime gentili traumatizzate dalla minima applicazione di un OQTF quando si parla di Pieds-Noirs o Sudeti? Quindi sì, di fronte a un’ondata migratoria di popoli con i quali, a parte la condizione umana, non condividiamo assolutamente nulla, bisogna prendere in considerazione questa soluzione estrema.

Ma essa stessa ha senso solo se, per i « autoctoni », è accompagnata da un profondo riarmo morale. Infatti, limitarsi a rimandare Fatima in terra d’Islam senza porre fine alle manifestazioni delle idiote dai capelli blu e di altri uomini soia non fermerà il crollo. L’identitarismo senza un progetto politico rivoluzionario non ha senso. Uso volutamente la parola «rivoluzionario», in un momento in cui molti dei nostri amici si definiscono «conservatori». Ma cosa vogliono conservare? La nostra democrazia bloccata? La nostra repubblica arrugginita? La nostra società dello spettacolo?

«Quando l’ordine non è più nell’ordine, è nella rivoluzione», diceva Gramsci. Molti gramscisti di destra, più o meno autoproclamati, farebbero bene a ricordarlo.

© Fotomontaggio: Yann Vallerie e Sylvain Roussillon

Intervista a cura di Xavier Eman

Luca Marsella, président du comité « Remigration et Reconquête »

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La rimigrazione vista dall’Italia: intervista a Luca Marsella, presidente del comitato «Rimigrazione e Riconquista»

Per proseguire e approfondire il dibattito sulla «remigrazione» avviato nel nostro numero 220, attualmente in edicola, la nostra corrispondente da Roma, Chiara Del Fiacco, ha intervistato su questo tema Luca Marsella, dirigente di CasaPound Italia, ex consigliere comunale di Ostia e presidente del comitato «Remigrazione e Riconquista». Questo comitato è nato da un’iniziativa congiunta di quattro organizzazioni fondatrici – CasaPound Italia, Rete dei Patrioti, VFS e Brescia ai Bresciani – accomunate dalla volontà di attuare concretamente un programma di rimpatrio, in particolare presentando un disegno di legge in Parlamento.

ELEMENTI. Come è nata questa proposta di legge sulla rimpatrio volontario? Potrà diventare una legge a tutti gli effetti? E come è stata accolta al momento della sua presentazione in Parlamento?

LUCA MARSELLA. Questa proposta di legge di iniziativa popolare nasce da una necessità che non può più essere rimandata: dare una risposta concreta e radicale al totale fallimento delle politiche migratorie e multiculturaliste in Italia. Non possiamo più limitarci a gestire l’emergenza; occorre un cambiamento di rotta storico per riportare al centro la nostra sovranità, la nostra identità e la sicurezza degli italiani.

Per diventare una legge a tutti gli effetti, stiamo seguendo la procedura costituzionale prevista per i progetti di legge di iniziativa popolare. La legge richiede un minimo di 50.000 firme autenticate affinché il progetto venga esaminato in Parlamento, ma il nostro obiettivo è quello di raccogliere un sostegno così massiccio da costringere politicamente le istituzioni a non ignorarci.

Per quanto riguarda la presentazione alla Camera dei Deputati, abbiamo assistito a uno scandalo istituzionale senza precedenti. La conferenza stampa è stata semplicemente annullata dai parlamentari del PD, di AVS e del Movimento 5 Stelle, che hanno fisicamente occupato la sala stampa di Montecitorio per impedirci di parlare. Hanno messo in scena la loro solita farsa, cantando «Bella Ciao» e sventolando la Costituzione, dimostrando così che per loro la democrazia vale solo quando fa comodo. Il fatto di voler censurare, con metodi arroganti, il diritto di presentare una proposta di legge popolare dimostra solo una cosa: la sinistra ha paura del dibattito e delle idee che piacciono agli italiani.

ELEMENTI. Qual è stata la reazione dei cittadini, soprattutto alla luce dello scandalo dell’occupazione dell’aula da parte dei parlamentari del PD e del «clamore» mediatico che ne è seguito?

LUCA MARSELLA. La risposta dei cittadini è stata straordinaria e, sotto molti aspetti, un clamoroso «autogol» per la sinistra. Mentre i parlamentari del PD, di AVS e del M5S si davano alla pazza gioia con il loro «carnevale antifascista», la gente comune si è indignata per il loro atteggiamento da censori. Come reazione immediata, abbiamo raccolto 60.000 firme in un solo giorno. In sole ventiquattro ore, il popolo italiano ha polverizzato il minimo richiesto dalla legge, dando uno schiaffo morale clamoroso ai censori di palazzo. La reazione popolare è chiara: ne abbiamo abbastanza delle parate della sinistra che difende i confini degli altri mentre spalanca le porte di casa nostra. Questo «clamore» mediatico non ha fatto altro che spingere migliaia di italiani a sostenerci in massa. Più urlano nei palazzi, bloccano le sale, organizzano contro-manifestazioni e tentano di ostacolarci, più il popolo italiano risponde presente.

ELEMENTI. Come si sta svolgendo la raccolta delle firme e la sua promozione, che si può definire massiccia, in tutta Italia?

LUCA MARSELLA. La raccolta delle firme procede a un ritmo sostenuto, superando addirittura le nostre aspettative: ad oggi abbiamo già raggiunto la straordinaria cifra di 150.000 firme in tutta Italia. Non si tratta solo di un successo numerico eccezionale, che triplica la soglia minima richiesta dalla legge, ma di un vero e proprio risveglio popolare. Siamo presenti nelle piazze con i nostri attivisti, da nord a sud, e la risposta è trasversale. Organizziamo conferenze, manifestazioni e stand ovunque, in tutte le regioni. Il senso di insicurezza e la volontà di difendere la propria identità sono ormai presenti ovunque, non solo nelle grandi metropoli ma anche nelle province. Gli italiani si avvicinano ai nostri stand con determinazione, e queste 150.000 firme dimostrano che il nostro popolo vuole riprendere in mano il proprio futuro.

ELEMENTI. Alla luce dei recenti avvenimenti di Modena — una prima assoluta in Italia, che non aveva ancora conosciuto questo tipo di attentati contro la popolazione italiana come purtroppo accade da decenni nel resto d’Europa —, cosa risponde alla sinistra che, come al solito, minimizza i fatti e invoca sistematicamente l’irresponsabilità per cause di disturbo mentale?

LUCA MARSELLA. A questa sinistra angelica e complice rispondiamo che la nostra pazienza è esaurita. Ogni volta che un immigrato commette un atto di violenza o un vero e proprio attentato contro i nostri connazionali, scatta immediatamente il riflesso pavloviano del «povero pazzo isolato» o del «problema psichiatrico». È una narrazione offensiva per l’intelligenza degli italiani e per il dolore delle vittime. I fatti di Modena dimostrano che il modello europeo delle periferie e del terrorismo strisciante è purtroppo arrivato anche da noi. Non si tratta di disturbi mentali, ma di una totale incompatibilità culturale e di un’ostilità dichiarata verso il nostro popolo, alimentata da anni di impunità. Chi non ha il diritto di stare qui deve essere rimpatriato immediatamente. Il rimpatrio non è una provocazione, è l’unica vera misura di legittima difesa nazionale.

ELEMENTI. Qual è il prossimo appuntamento nazionale della vostra campagna?

LUCA MARSELLA. Il prossimo appuntamento nazionale è già fissato: ci ritroveremo a Roma il 13 giugno per una grande manifestazione. Sarà un’importante mobilitazione di piazza durante la quale porteremo fisicamente la voce, l’orgoglio e la forza delle nostre 150.000 firme. Subito dopo la manifestazione a Roma, le consegneremo ufficialmente. A quel punto, la palla passerà al campo politico: speriamo che il governo discuta e approvi questa legge senza snaturarla e, soprattutto, senza esitazioni. Non si può più scendere a compromessi sulla pelle degli italiani. La rimpatrio deve diventare la priorità assoluta e immediata dell’agenda politica nazionale.

Intervista a cura di Chiara Del Fiacco

© Foto: Shutterstock – Luca Marsella, presidente del comitato « Rimigrazione e Riconquista ».

Racisme antiblanc : François Bousquet refuse le silence et fait parler les victimes

Interviste

Razzismo contro i bianchi: François Bousquet rifiuta il silenzio e dà voce alle vittime

A un anno da «Il razzismo anti-bianchi, l’inchiesta proibita», François Bousquet torna alla ribalta con «Sale Blanc. Il razzismo che non si vuole vedere» (La Nouvelle Librairie). Un affresco sociale più che un semplice seguito, costruito attorno a un centinaio di testimonianze crude: una madre coraggiosa, un giustiziere nell’ombra, una ragazza a cui è stata rubata la verginità, un giovane a cui è stata rubata l’adolescenza, un espatriato che ora chiede asilo politico fuori dalla Francia. Il direttore editoriale di «Éléments» vi analizza senza mezzi termini i meccanismi di un razzismo ben reale, metodicamente negato dalle istituzioni, e dispiega per l’occasione una formidabile chiave di lettura: la famosa «legge delle tre D» – negazione, delitto, delirio – che da sola riassume l’arsenale del gauchismo istituzionale contemporaneo. Riprendendo la metafora ornitologica del cuculo – quell’uccello che depone il suo uovo nel nido di un altro e il cui piccolo finisce per espellere gli uccellini legittimi –, Bousquet offre un quadro sconfortante di una generazione sacrificata.

BREIZH-INFO: Già alcuni anni fa aveva pubblicato *Le Racisme antiblanc, l’enquête interdite*. Perché riprendere oggi questo progetto con *Sale Blanc*? Cosa è cambiato – nei fatti, nelle coscienze o nel suo modo di vedere le cose – per giustificare questo nuovo lavoro che lei presenta come un libro «a sé stante» e non come un seguito?

FRANÇOIS BOUSQUET. Non ho voluto scrivere un semplice seguito, ma un libro a sé stante. Se il primo volume era un’indagine cruda, il secondo è più un affresco sociale sulla Francia contemporanea. I due libri formano un dittico: il primo rivelava un punto cieco, il secondo ne illumina il contesto. Non volevo solo raccogliere testimonianze, ma metterle in scena nel loro contesto sociale, scolastico, religioso, etnico, culturale. C’è una tale galleria di personaggi che è difficile fingere che non esistano. Si va dalla Madre Coraggio al giustiziere nell’ombra, dallo skinhead che mette in ordine le auto al geek militante, dalla ragazza a cui è stata rubata la verginità al giovane a cui è stata rubata la giovinezza, dal resistente dall’interno all’espatriato che chiede altrove l’asilo politico che non trova più a casa sua. Tutto questo era solo accennato nella prima parte. Qui, le sagome prendono corpo. La materia è così abbondante, così poco esplorata, che ci volevano almeno due libri per renderne conto. Quando si inizia a tirare il filo del razzismo anti-bianchi, non c’è fine, proprio mentre le vittime si nascondono, provano vergogna o hanno paura di essere etichettate come di estrema destra.

La questione non riguarda solo gli insulti e le violenze, ma le strutture profonde delle società, poiché il razzismo anti-bianchi comporta visioni del mondo antagoniste, rapporti di genere diversi, concezioni contrastanti dell’onore, della mescolanza, della seduzione, della festa, ecc. Ecco perché affronto in modo più diretto le violenze contro le donne, che mettono in gioco logiche di dominio e di contaminazione profondamente radicate.

Dedico inoltre un capitolo a quelli che gli americani chiamano i «bianchi adiacenti», tra cui gli asiatici, che si presume godano degli stessi presunti privilegi dei bianchi, a patto che lavorino, si integrino e rispettino le norme della maggioranza, senza mai ricorrere alla retorica vittimistica.

BREIZH-INFO: Fin dall’introduzione ci propone una metafora ornitologica di grande impatto, quella del cuculo che depone il proprio uovo nel nido di un altro uccello e il cui piccolo finisce per cacciare via gli uccellini legittimi. Perché ha scelto questa immagine piuttosto che un’analisi più classica? Non teme che le venga rimproverato un paragone ritenuto brutale, se non addirittura disumanizzante?

FRANÇOIS BOUSQUET. Sono piuttosto le vittime del razzismo anti-bianchi ad essere disumanizzate. Perché il cuculo e la sua strategia? Diciamo che un buon disegno vale più di un lungo discorso. Ciò che vale per i disegni vale anche per le metafore e le parabole: sono in grado di raggiungere un pubblico più ampio. Attraverso il cuculo, non cerco di essenzializzare una popolazione, ma di descrivere un processo: il destino riservato ai piccoli bianchi di cui ho raccolto le testimonianze. La strategia del cuculo è l’immagine che, a mio avviso, descrive meglio il sentimento di sostituzione provato dai miei testimoni: un’inversione delle legittimità. Ciò che mi ha colpito, nel corso delle testimonianze raccolte, è proprio questo: francesi di origini spesso modeste, che hanno avuto la sensazione di essere stati espulsi dal nido legittimo, soprattutto durante la loro giovinezza. Come eredi disconosciuti, intimati a cedere il posto senza sollevare la minima protesta. La brutalità, se di brutalità si tratta, non sta nella metafora, ma nella realtà che essa descrive. Da Esopo e La Fontaine, l’Europa si racconta attraverso animali – la volpe, il lupo, l’asino o il corvo – che non hanno mai scandalizzato nessuno. Perché vietarsi il cuculo?

Aggiungiamo che Florence Bergeaud-Blackler parla anche della «strategia del cuculo» per descrivere la strategia indiretta del «frérisme» musulmano: avanzare sotto mentite spoglie, infiltrandosi in strutture esistenti come LFI o i sindacati per deporvi le proprie uova ideologiche e lasciare che l’incubazione faccia il resto.

BREIZH-INFO: Avete raccolto quasi un centinaio di testimonianze. Qual è il filo conduttore che accomuna questi racconti, al di là della diversità dei profili e delle provenienze geografiche? C’è una testimonianza in particolare che ha dato una svolta alla vostra indagine, o che ancora oggi vi tormenta?

FRANÇOIS BOUSQUET. Le due costanti che attraversano il libro sono, da un lato, per quanto riguarda le vittime: l’apprendimento precoce della vergogna di essere francesi e di essere bianchi…

Intervista a cura di Yann Vallerie

François Bousquet publie un ouvrage qui brosse le tableau d’une jeune génération sacrifiée : « Sale Blanc.

Azienda

Razzismo anti-bianchi: come la strategia del cuculo sta uccidendo i nostri figli!

Dopo un libro dedicato a un tema tabù, «Il razzismo anti-bianchi. L’inchiesta proibita», François Bousquet pubblica un’opera che traccia il ritratto di una giovane generazione sacrificata: «Sporco bianco. Il razzismo che non si vuole vedere» (La Nouvelle Librairie). «Ho scritto queste due raccolte per rendere giustizia ai miei testimoni. Il mio obiettivo principale – e ultimo – è proprio questo», precisa l’autore. Grazie a Jean-Yves le Gallou per averci autorizzato a riprodurre questo articolo, originariamente pubblicato su «Polémia» a firma di Johan Hardoy.

«Non esiste una convivenza pacifica con il cuculo.» Questo uccello non costruisce un nido, ma depone il proprio uovo in quello di un altro uccello affinché quest’ultimo lo covi al posto suo e poi nutra la sua prole, che finirà per espellere i piccoli legittimi. I genitori adottivi allevano così l’intruso a scapito della propria prole. Se per caso l’ospite si difende respingendo l’uovo, il cuculo ritorna per distruggere il nido e annientare la covata.

François Bousquet vede in questa «strategia del cuculo» una metafora «crudelmente eloquente del razzismo anti-bianchi e dell’immigrazione di insediamento che subiamo». Con il pretesto della carità, «il bambino bianco diventa l’uovo che si può spingere fuori dal nido senza rischi. E l’istituzione — scuola, personale di riferimento, discorso ufficiale — interpreta il ruolo dei genitori adottivi deviati».

Non si tratta di animalizzare le nostre società, ma di « ricordare che le logiche di dominio sociale obbediscono a leggi ferree : occupazione dello spazio, eliminazione dei concorrenti più deboli, appropriazione delle risorse, neutralizzazione delle resistenze attraverso il senso di colpa ».

Giovani bianchi che provano vergogna di sé stessi

«La vergogna di essere francesi», è ciò che raccontano i testimoni intervistati. In mancanza di una solidarietà protettiva, tutti si sono, almeno temporaneamente, «inventati delle origini alternative» per sopravvivere in quanto minoranze.

«Nel migliore dei casi, la famiglia francese vittima dell’aggressione è una famiglia nucleare. Cosa può fare contro delle tribù — fratelli, sorelle, le tre mogli di un uomo, cugini, amici di amici — in grado di radunare rapidamente dalle quindici alle venti persone?»

In questi ambienti giovanili, «la cultura cede il passo alla “razza”», che è diventata «il denominatore comune — e il fattore scatenante — di queste differenze culturali».

« È questa l’eredità del multiculturalismo : voler abolire i confini, compresi quelli etnici, e reinventare la guerra tra tribù. »

Costretti ad affrontare fin da giovanissimi molestie e violenze, alcuni assumono una « dhimmitudine consenziente », definita dall’autore « sindrome di Stoccolma »: « Si modellano la propria visione e il proprio comportamento su quelli del dominante. »

Altri rifiutano «un destino alla Franck Ribéry» — «finire con un tappeto da preghiera rivolto verso La Mecca» — e diventano degli «angry white men».

Nel frattempo, gli insegnanti sono rimasti inerti, limitandosi a fare la predica. Marc, cresciuto nel «Nord rosso», ne è profondamente indignato: «Ma chi subiva il razzismo? Noi. Ciò che mi feriva di più era la totale mancanza di empatia. Perché nessuno ci difendeva ? »

«Diversi casi sono finiti in tribunale, ma già all’epoca imperversavano i giudici di sinistra, tutte donne. Gli stranieri venivano continuamente assolti o, peggio ancora, salvati dalla prescrizione, conseguenza dell’estrema lentezza della giustizia», afferma da parte sua Jean-Emmanuel.

Il risentimento, « triste passione delle società multiculturali »

«La questione che rimane aperta e che attraversa questo libro come un filo conduttore è quella dell’origine di questa violenza anti-francese e anti-bianchi».

L’autore, che fa riferimento a Nietzsche e a Dostoevskij, vede in quest’ultima l’espressione di un risentimento da cui derivano rancore e ostilità nei confronti di ciò che è considerato la causa di una frustrazione.

Secondo il teologo protestante Reinhold Niebuhr, il risentimento lusinga l’ego ferito, offre un nemico a buon mercato e esonera dallo sforzo di lucidità.

«Lungi dall’essere quella fortuna provvidenziale promessa alla Francia e all’Europa, l’immigrazione appare piuttosto come una sventura, non solo per noi, ma anche per gli immigrati, forse meno per i nuovi arrivati stessi che per i loro figli e ancor più per i loro nipoti. […] Tutto sommato, l’immigrazione è destinata a produrre una serie infinita di anime consumate dal risentimento.»

Il rapporto con le donne

François Bousquet osserva, tra i giovani Identitari, che «se in alcuni di loro esiste una fissazione per la biologia, tipica delle società multiculturali, dove l’identità si riduce a segni distintivi della pelle, è perché, fin dalla più tenera età, sono stati ricondotti alla biologia attraverso gli insulti anti-bianchi che venivano loro lanciati in faccia. È a questo che la loro esperienza di minoranza, a scuola e per strada, li aveva esposti. Tutti avevano carattere e una personalità sufficientemente solida per non cedere alle facilità dell’assimilazione al contrario. Dei self-made men e ancor più delle self-made women. È di loro che voglio parlare ».

Alice Cordier è la presidente del Collectif Némésis, che si rifà alla « generazione Colonia », in riferimento agli stupri e alle aggressioni sessuali di massa commessi in quella città il 31 dicembre 2015 da bande di individui descritti come «nordafricani» e «fortemente ubriachi», seguiti dal silenzio «politicamente corretto» delle autorità tedesche. La giovane donna confida all’autore: «Un giorno, mia sorella — aveva dodici anni — è tornata da scuola in lacrime: un uomo di origine straniera le si era strusciato contro sul tram. […] In quel momento ho sentito davvero una rabbia crescere dentro di me. Non si è mai spenta. È stata proprio quella rabbia, credo, a dare origine, anni dopo, a Némésis

Eventi del genere sono inevitabili, ci dice François Bousquet, tanto più « che l’immigrazione extraeuropea è in stragrande maggioranza maschile » : « Nei loro paesi d’origine, questi uomini non hanno quasi mai conosciuto la convivenza tra i sessi ; la loro socializzazione è avvenuta nella vergogna del desiderio e nel sospetto nei confronti del femminile. La donna occidentale appariva loro al tempo stesso come un essere affascinante e offensivo, cresciuta nella libertà del corpo e della parola. Una volta qui, questa tentazione si è tradotta meccanicamente in comportamenti di appropriazione. […] L’errore tragico dell’Europa è quello di credere che queste due antropologie possano coesistere senza conflitti. »

Il suo libro raccoglie così numerose testimonianze toccanti, tra cui una delle meno strazianti è quella di Aline, assunta in un negozio di bigiotteria a Cergy-Pontoise. Il primo giorno, quando la direttrice, di origini algerine, la accoglie, le dice: « Avevo detto niente bianche! », prima di precisare « Non è contro di te, è solo che quando le nostre commesse sono bianche, subiamo più furti. Nessuno vi rispetta. » In effetti, questa osservazione è purtroppo giustificata perché i furti « esplodono » durante la sua settimana di lavoro…

Anche gli asiatici!

Loreine, che sul suo account X si definisce una «asiatica di destra», denuncia un razzismo proveniente da membri delle comunità magrebine e nere, nonostante l’assenza di un passato coloniale che possa fungere da pretesto per tale ostilità…

Aggiunge che «gli asiatici hanno dimostrato di non rappresentare alcun pericolo per la popolazione ospitante. Da quel momento, gli occidentali hanno abbassato la guardia. È inevitabile che all’inizio ci siano pregiudizi e una certa forma di rifiuto. Quindi ci si fa da parte, si mantiene un profilo basso, non si impone nulla, non si dà fastidio».

«A Roma, comportati come un romano», ripete. Di conseguenza, viene regolarmente definita «straccio» dai progressisti: «  Per una francese di origini coreane, rispettare il popolo francese che ha accolto la mia famiglia da generazioni, la sua cultura, le sue tradizioni e la sua identità prevalentemente bianca, equivale [secondo loro] a sminuirmi e a sottomettermi.»

***

Negli ultimi giorni, François Bousquet è stato oggetto di una campagna diffamatoria da parte dei media dopo aver presentato il suo libro su CNews.

In quell’occasione ha dichiarato, tra l’altro: «Vado agli Inrockuptibles nell’edificio di Matthieu Pigasse, nel XVIII arrondissement; è un edificio enorme dove ci sono solo bianchi. Ma quando ci vai, devi scendere a Clignancourt, e Clignancourt è sbalorditivo: cammini per 500 metri e non c’è un solo bianco ».

L’autore illustrava così ciò che denuncia nel suo saggio, ovvero «il bobolchevismo: l’amore per il popolo, ma visto da una torre di guardia climatizzata».

Nel programma di infotainment Quotidien, Matthieu Pigasse, presentato come «un banchiere di sinistra che conduce una battaglia culturale contro l’estrema destra», ha risposto a questa critica con ironico disprezzo, senza entrare nel merito della questione. Il conduttore ha invece ritenuto che «molti telespettatori fossero rimasti scioccati nel sentire ciò», sottolineando al contempo il «passato controverso» di François Bousquet. Nel 2018, una collaboratrice di questo programma, recatasi nella sua libreria (ora chiusa), aveva così scoperto che questa proponeva al pubblico opere di Dominique Venner, Marc Augier alias Saint-Loup, François Duprat e Henry Coston.

Su X, François Bousquet, che ha deplorato l’impossibilità di far valere il proprio diritto di replica, ha scritto: «Vi definiscono “razzisti”, ma, nel frattempo, mai bugiardi.»

Johan Hardoy

Riconquistare la cittadinanza americana: un progetto per il popolo

Riconquistare la cittadinanza americana: un progetto per il popolo

Leggi la dichiarazione di American Compass.

Bussola americana3 giugno∙Articolo ospite
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Questa sera, al New World Gala di Washington, American Compass ha presentato il suo nuovo progetto, “Reclaiming American Citizenship” (Riconquistare la cittadinanza americana).

L’esperimento americano sta fallendo. Abbondano gli indicatori di un aumento dei consumi e le celebrazioni per una maggiore libertà di scelta, eppure i cittadini americani comuni si trovano ad affrontare sempre meno opportunità di formare famiglie solide e trovare un lavoro che offra loro stabilità e sicurezza. Il nostro sistema politico ha reagito raddoppiando la posta in gioco sulla facile comodità dell’abbondanza materiale e sulle false promesse di un’autonomia radicale, che non hanno fatto altro che ridurre le possibilità di costruirsi una vita dignitosa. La maggior parte delle persone fatica persino a trovare le parole per spiegare il problema, sebbene percepiamo che il Paese che credevamo di conoscere, e il futuro che desideriamo per noi stessi e per i nostri figli, ci stia sfuggendo di mano. Ci sentiamo smarriti, disorientati, oppressi, alla ricerca di una strada nazionale migliore che non sappiamo come trovare e che, a detta di molti, non esiste.

Perché non ci accontentiamo di avere più cose, una tecnologia migliore e meno vincoli di chiunque altro nella storia dell’umanità? Perché, insieme alla crescita economica e al miglioramento del tenore di vita, abbiamo subito il degrado della nostra vita comunitaria, economica e nazionale. In una parola, ciò che abbiamo perso è la nostra cittadinanza ; non una cittadinanza superficiale e legalistica, ma il solido rapporto di reciprocità che ha costituito il fondamento della repubblica americana e ha conferito a ogni cittadino un reale interesse per il suo futuro.

La cittadinanza è il legame che trasforma una popolazione in un popolo, stabilendo obblighi reciproci all’interno delle nostre comunità, in tutta la nazione e tra le generazioni. Essa esige e protegge, chiedendo a ciascuno di noi di portare fardelli che non abbiamo scelto, e in cambio ci dà un posto, uno scopo e voce in capitolo nelle forze che plasmano le nostre vite. Ci eleva come risolutori di problemi dotati di capacità di agire, che si uniscono per fare più di quanto ognuno di noi potrebbe realizzare da solo, garantendo una libertà fondata sulla competenza e sull’autodeterminazione piuttosto che sulla mera licenza di fare ciò che vogliamo.

Non esistono “cittadini del mondo”. La cittadinanza è ristretta e particolare, non aperta e universale. Limita, esige e giudica. È fieramente patriottica, celebra la nazione al suo meglio ma si sforza sempre di migliorarsi, impara dagli errori del passato ma non ne è definita.

I benefici della cittadinanza offrono ai cittadini comuni le basi su cui costruire una vita dignitosa. Attraverso una cultura condivisa, la cittadinanza rifiuta le facili affermazioni che considerano tutte le scelte ugualmente virtuose e meritevoli di sostegno, offrendo invece agli individui percorsi ben definiti che possono intraprendere con fiducia e successo. Attraverso un mercato efficiente, essa sottolinea il loro ruolo non solo di consumatori, ma anche di produttori, e li orienta verso la soddisfazione dei propri bisogni attraverso il servizio ai bisogni degli altri. Attraverso l’autogoverno, la cittadinanza ricorda agli individui che i loro destini sono intrecciati e che tutti fanno parte di un progetto più grande di loro stessi. Essere cittadini significa ereditare qualcosa costruito da altri, avere un debito verso chi ci circonda e lasciare qualcosa di migliore a chi verrà dopo.

La cittadinanza americana è stata la più grande fonte di prosperità di massa e di fioritura umana mai creata. I suoi diritti, doveri e interessi, reciprocamente rispettati, rappresentavano l’eredità più preziosa di una famiglia media, custodita con sacra fiducia da ogni generazione, tramandata alla successiva con un valore maggiore rispetto alla precedente e costantemente estesa fino a includere l’intero popolo americano. La nazione di cittadini formatasi secondo questo modello ha compiuto le più grandi imprese della storia, alle quali tutti hanno potuto contribuire e dalle quali tutti hanno potuto beneficiare, diventando un faro per le altre nazioni del mondo. Possiamo essere di nuovo quei cittadini e quella nazione.

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Cittadinanza perduta

Che fine ha fatto la nostra cittadinanza? Le élite americane responsabili di definire il corso della nazione hanno corrotto la vita comunitaria, economica e nazionale su cui essa si fonda. E noi, volontariamente, ci siamo sottratti ai nostri obblighi, trasformandoci da cittadini in semplici consumatori, sudditi passivi di un impero che prometteva sicurezza e benessere, prosciugandoci al contempo di libertà, dignità e prosperità.

Con il loro indebolimento della tradizione, del rispetto e della solidarietà, le élite americane si sono liberate dai propri obblighi verso i concittadini, degradando nel processo la vita comunitaria per tutti gli altri. Con la loro cieca fiducia nel libero mercato e nella libertà di scelta individuale per massimizzare il benessere, hanno liquidato la famiglia e la comunità, la moralità e la religione, i confini e le normative come vincoli superflui, sebbene la vita economica dipendesse di fatto da essi.

Anziché promuovere l’orgoglio e la fiducia nazionale, hanno espresso vergogna e incoraggiato un aperto disprezzo per il nostro patrimonio comune. Anziché abbracciare la solidarietà, l’hanno infranta con una politica identitaria divisiva che ha esacerbato i nostri problemi e con l’insistenza sul fatto che la ricerca del profitto li avrebbe in qualche modo risolti. Anziché incoraggiare il dibattito sull’immigrazione, hanno dichiarato l’argomento tabù e imposto le proprie preferenze calpestando non solo lo stato di diritto, ma anche il processo democratico che garantisce il consenso necessario per estendere i legami reciproci della cittadinanza. Con il loro rifiuto del nazionalismo e dell’eccezionalismo americano, la loro ossessione per gli errori del passato e la loro scarsa familiarità con il sacrificio e la disciplina necessari al cittadino comune per prosperare, le élite americane hanno minato la volontà nazionale.

Hanno raggiunto il loro obiettivo, basato su una visione miope. Il prodotto interno lordo e il mercato azionario hanno continuato a crescere. Il consumatore americano possedeva più beni, una tecnologia migliore e meno vincoli di chiunque altro nella storia dell’umanità. Ma il cittadino americano ne ha pagato il prezzo.

In un’epoca di ricchezza senza precedenti per pochi fortunati, la nostra nazione si sta dirigendo verso il collasso fiscale, poiché consumiamo continuamente più di quanto produciamo, accumuliamo debiti che non possiamo ripagare e facciamo promesse che non possiamo e non vogliamo mantenere. Ci stiamo dirigendo verso un collasso generazionale, poiché non riusciamo a formare famiglie, a crescere figli o a guidare i giovani verso un’età adulta responsabile. E ci stiamo dirigendo verso un collasso istituzionale, poiché i nostri mercati, i nostri media e il nostro governo ci tradiscono ripetutamente.

Le élite aziendali incolpano la politica e le élite politiche incolpano le imprese, ma per la maggior parte degli americani sono un’unica cricca indistinguibile e fondamentalmente corrotta, i cui membri godono di privilegi assurdi pur rinnegando il loro dovere verso il bene comune. Convinti di essersi guadagnati le proprie posizioni grazie a meriti superiori, si sentono in diritto di governare. Forse troppo isolati per comprendere le conseguenze delle loro azioni, hanno ipotecato edifici che non hanno costruito, venduto beni che non possedevano e svalutato il valore stesso della cittadinanza.

Possiamo opporci alla Cina, per non parlare di combattere una vera guerra qualora ci venisse imposta? Possiamo eliminare i costosi veti che innumerevoli gruppi di interesse usano per frustrare qualsiasi tentativo di ricostruire, o concordare le regole e costruire le istituzioni necessarie per garantire che l’intelligenza artificiale sia al nostro servizio? Possiamo persino trovare il coraggio di proteggere i bambini dall’inferno digitale in cui si trovano ora? Che lo vogliamo ammettere o no, sappiamo che la risposta in ognuno di questi casi è che non possiamo. Vediamo avvicinarsi il fallimento nazionale, una prospettiva che affrontiamo con timore ma, sempre più, con rassegnazione.

Cittadinanza riconquistata

Il terremoto populista che ha scosso la politica americana nell’ultimo decennio rappresenta una naturale e necessaria reazione ai catastrofici fallimenti delle élite. Il popolo americano ha dimostrato che, per quanto ai margini del processo democratico venga spinto, conserva ancora la capacità di cacciare via gli inetti. Ma la ricostruzione richiederà una nuova generazione di leader con la virtù politica di governare per il popolo piuttosto che per se stessi, di articolare chiaramente la centralità della cittadinanza nelle nostre vite e nella nostra repubblica, e di dare l’esempio nel riconquistarla.

Qual è la nostra visione positiva e concreta degli elementi essenziali di una buona vita? Riconquistare la cittadinanza americana inizia con l’affermazione che vale la pena riconquistarla e con l’articolazione dei fini sostanziali verso cui la vita comunitaria, economica e nazionale deve tendere:

Rifiutiamo l’isolamento e l’atomizzazione. Promettere alle persone un’autonomia radicale e il diritto di definire la propria verità le ha allontanate le une dalle altre e dalla realtà. Noi scegliamo invece leggi e una cultura che premino il successo lungo percorsi di vita ben definiti, supportati da relazioni significative e da istituzioni riorientate verso il loro scopo.

Rifiutiamo la stagnazione e la sclerosi. La nostra società, che invecchia, ha perso l’ambizione, la propensione al rischio e l’interesse per il futuro. Scegliamo invece una determinazione giovanile per portare avanti l’eredità dei nostri predecessori, scacciare la lunga ombra dei contenziosi che incombe sui nostri sforzi e incanalare le nostre risorse comuni verso il raggiungimento di grandi traguardi.

Rifiutiamo l’economia della lotteria. “Opportunità” è diventata sinonimo di “fuga”, dalle condizioni deplorevoli in cui vivono tutti gli altri. Scegliamo invece la rivendicazione della dignità intrinseca di ogni cittadino attraverso un Sogno Americano che diventi una vera Promessa Americana, fondata non sulla fuga per pochi, ma su una vita dignitosa per tutti.

Rifiutiamo il consumismo sfrenato. La follia di una deferenza incondizionata alle “preferenze rivelate” del mercato ha dimostrato quanto facilmente possiamo perdere ogni senso di scopo superiore, soccombere a un intrattenimento che annebbia la mente e scivolare verso una totale dipendenza dal supporto esterno. Noi scegliamo invece un impegno irrinunciabile verso l’autonomia, la competenza, l’autodeterminazione e l’uso della tecnologia per arricchire le nostre vite, anziché monetizzarne il decadimento.

Noi rifiutiamo il caos e la corruzione. Le élite americane hanno trattato le norme e i comportamenti fondamentali di una libertà ordinata come un gioco, minando lo stato di diritto e normalizzando una cultura del “prendi tutto quello che puoi”. Noi scegliamo invece di ricostruire istituzioni affidabili, di garantire la sicurezza nelle nostre strade e di far rispettare le regole a coloro che abusano del potere per tornaconto personale, sia nelle sedi governative che sugli aerei aziendali.

Rifiutiamo la polarizzazione e la disperazione. La piazza pubblica, ormai inquinata, è diventata un’arena di mera lotta, senza alcuna prospettiva di risoluzione delle divergenze o di cambiamento. Scegliamo invece una politica attenta alle esigenze dei cittadini, che dimostri fiducia nella saggezza e nella moralità della gente comune e che ritenga le élite responsabili di rappresentarli e servirli al meglio.

Gli Stati Uniti non sono soli nei loro mali. Le élite di tutto il mondo si sono alleate per distruggere le specifiche identità civiche delle proprie nazioni, con conseguenze tragiche e devastanti. Ma noi siamo unici per la profondità e la continuità della tradizione a cui possiamo attingere, per le straordinarie risorse economiche, culturali e naturali ancora a nostra disposizione e per le vette che sappiamo la nostra cittadinanza, unicamente americana, può raggiungere. I cittadini americani hanno creato e convalidato il concetto di governo del popolo, dal popolo e per il popolo, hanno preservato l’unione, colonizzato un continente, assimilato decine di milioni di persone nel crogiolo di culture, costruito la classe media, inventato l’era moderna in umili garage e grandi laboratori, vinto due guerre mondiali, sbarcato sulla luna e sconfitto il comunismo globale. La traiettoria della civiltà nel ventunesimo secolo dipende dalla nostra capacità di attivare e sfruttare nuovamente questo potere.

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L’ottimismo si rinnova

Le argomentazioni a favore del cinismo sono ormai tutte note: che i nostri problemi siano fondamentalmente culturali e quindi irrisolvibili; che l’unica soluzione sia la religione, che la politica non ha il potere di imporre; che l’America abbia superato il punto di non ritorno, che ricostruire una repubblica funzionante sia inutile e che impadronirsi di tutto il potere possibile sia l’unica strategia praticabile. Noi respingiamo anche queste.

I giovani americani, uomini e donne, sedotti dalle frange politiche più estreme, sono giustamente indignati per lo sperpero della loro eredità, reso ancora più irritante dalla noncuranza con cui ciò avviene. Dare per scontato e demolire un ordine sociale è facile rispetto a costruirlo e preservarlo. Ma cosa stanno facendo? Una parte denigra l’America stessa e propone di sostituirla con un collettivismo dominato dallo Stato che non ha mai funzionato. L’altra adotta un nichilismo di facciata che dispera del progresso e abbraccia la trasgressione e il conflitto come fini a se stessi. Entrambe sono strade senza uscita.

Il declino è una scelta, e noi possiamo scegliere diversamente. Lo scopo preciso della nostra repubblica, come descritto nella nostra Costituzione, è quello di “stabilire la giustizia, garantire la tranquillità interna, provvedere alla difesa comune, promuovere il benessere generale e assicurare a noi stessi e ai nostri posteri i benefici della libertà”. In una tale repubblica, una cittadinanza impegnata nella propria ricostituzione controlla ancora il proprio destino, può ancora eleggere leader impegnati in questo processo e ha quindi il potere di determinare il proprio futuro.

La sensazione che le politiche adottate abbiano contribuito a privarci della cittadinanza, ma non ci aiutino a riconquistarla, è una conseguenza degli obiettivi che i nostri politici si sono prefissati. Naturalmente, quando la “riforma” consisteva semplicemente nel consolidare il controllo nelle burocrazie a sinistra e nel rimuovere gli ostacoli all’efficienza a destra, valutata sempre con analisi costi-benefici e “punteggi” di crescita economica che non attribuivano alcun valore alla cittadinanza, i suoi risultati rispecchiavano tali parametri.

Come sarebbe l’istruzione pubblica se definissimo il suo scopo primario come quello di fornire ai giovani le competenze e i valori necessari per costruire una vita dignitosa, anziché limitarci a farli entrare nelle università più prestigiose? La formazione professionale con esperienza sul campo e conoscenza di un mestiere pratico diventerebbe obbligatoria per tutti gli studenti. La previdenza sociale, le politiche abitative e sanitarie, le infrastrutture, il diritto del lavoro e la regolamentazione tecnologica, per citare solo alcuni ambiti, potrebbero tutti contribuire a sostenere le persone nel matrimonio e nella maternità, se ci permettessimo di dare a questo percorso un’importanza unica, anziché considerarlo semplicemente un’altra scelta di consumo. Possiamo semplicemente dire no alla distruzione digitale dell’infanzia. È possibile innescare un circolo virtuoso in cui una cittadinanza riappropriata crea il contesto per politiche migliori, che a loro volta rafforzano ulteriormente la cittadinanza stessa.

Quando le politiche sull’immigrazione erano costruite attorno a preoccupazioni umanitarie, all’aumento della popolazione per stimolare il PIL e alla compressione salariale per tenere bassi i prezzi, qualsiasi accenno a restrizioni era intrinsecamente sospetto. Al contrario, se l’obiettivo è riconquistare la cittadinanza americana, i confini devono essere sicuri, le leggi sull’immigrazione vigenti pienamente applicate e le politiche per il futuro ricostruite dalle fondamenta attorno alla questione di ciò che serve all’interesse nazionale. Per le élite americane, il concetto stesso di luogo è per lo più solo scomodo. Ma il radicamento è fondamentale per la cittadinanza e le politiche basate sul territorio, anche se falliscono in alcuni parametri di ritorno sull’investimento, sono cruciali per aiutare più luoghi a prosperare. Non dobbiamo concentrare i nostri migliori ricercatori in poche istituzioni d’élite in poche enclavi costiere. Se distribuiamo i finanziamenti in modo più equo tra le università pubbliche, il talento, la tecnologia e l’attività economica seguiranno.

Le implicazioni politiche del recupero della cittadinanza americana abbracciano quasi ogni questione, dalla promozione della reindustrializzazione al ripristino della disciplina fiscale, dal contenimento della nostra politica estera al perseguimento di grandi progetti nazionali. È vero, una politica migliore non riempirà le chiese. Ma potrebbe certamente creare le condizioni in cui le chiese potrebbero più plausibilmente riempirsi nuovamente. La politica plasma la cultura e, laddove non può fornire una soluzione, i politici e le loro élite hanno anche la possibilità di prendere sul serio il proprio ruolo di modelli di riferimento le cui scelte hanno un’enorme influenza al di fuori del processo legislativo. Non abbiamo bisogno solo di politiche diverse, ma anche di modi diversi di pensare e di agire.

Nel circolo vizioso della politica americana moderna, ogni schieramento giustifica la propria condotta corrosiva come necessaria per contrastare quella dell’altro, anche se le tattiche che ne derivano si rivelano invariabilmente fallimentari. Il partito al potere si spinge troppo oltre, non mantiene le promesse e soccombe alla successiva ondata elettorale. Nessuno riesce a ottenere una maggioranza di governo duratura. Tutti i soggetti coinvolti si sentono perdenti, perché in effetti lo sono tutti.

Quel fallimento può essere deprimente, ma crediamo che sia anche motivo di grande ottimismo. Se distruggere l’America non è una formula vincente, ricostruirla potrebbe avere una possibilità. Ciò che oggigiorno passa per radicalismo, a entrambi gli estremi dello spettro politico, è diventato piuttosto noioso, messo in scena per attirare l’attenzione, inefficace per chiunque, incapace di risolvere i problemi. Noi rappresentiamo qualcosa di molto più radicale perché osa essere responsabile e attento: il duro lavoro necessario per riconquistare la cittadinanza americana, riformare noi stessi e restaurare la nostra repubblica americana.

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Niente in comune…di Aurèlien

Niente in comune…

È tutto ciò che ci resta.

Aurelien3 giugno
 
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Alla fine della Seconda guerra mondiale, George Orwell espresse più volte, nelle sue lettere e nei suoi articoli, la sensazione che il popolo britannico fosse apparso stranamente più felice durante la guerra rispetto al periodo immediatamente precedente. Ora, ovviamente, Orwell non intendeva dire che fossero oggettivamente pieni di vita e di gioia, che fossero felici di essere bombardati o di vedere i propri mariti, figli e figlie mandati in guerra e, in alcuni casi, morire. Ma Orwell, acuto osservatore dell’umore pubblico, si rivelò sostanzialmente nel giusto, almeno sotto certi aspetti. I ricoveri negli ospedali psichiatrici diminuirono, ad esempio, i giorni lavorativi persi per malattia e assenteismo calarono, l’effetto del razionamento fu quello di migliorare la salute in generale.

Il morale britannico durante la guerra è stato oggetto di studi approfonditi, e le conclusioni hanno seguito il consueto schema dialettico edipico della storiografia. In primo luogo, gli studi del periodo bellico e del dopoguerra che esaltavano lo spirito britannico, poi una scuola “revisionista” di breve durata composta da giovani storici che guardavano con disprezzo alla gente comune, e ora, una sorta di consenso sul fatto che il quadro originale – quello di una società che è riuscita a sopportare un enorme stress senza crollare – sia sostanzialmente accurato. Non mi addentrerò qui nei dettagli di questo argomento, per quanto affascinante, ma userò piuttosto un paio delle sue caratteristiche per affrontare una questione più ampia e ormai piuttosto urgente: in che misura le società occidentali saranno in grado di far fronte agli enormi stress sociali, economici e persino di sicurezza che possono aspettarsi nei prossimi cinque anni circa? Possono sperare di riuscirci, gravate com’è da governi che temono e diffidano della propria popolazione e da partiti politici il cui unico modello di business è la divisione? Possiamo imparare qualcosa dai successi e dai fallimenti nelle situazioni di crisi del passato, in Gran Bretagna e altrove?

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Non è che la vita nella Gran Bretagna prebellica fosse idilliaca. La povertà, la malnutrizione e la disoccupazione erano diffuse, ma soprattutto regnava un clima di cupezza e paura per la guerra che praticamente tutti ritenevano imminente. Sarebbe stata come la guerra del 1914-18, ma molto peggiore: i bombardamenti sulle città, probabilmente con l’uso di gas velenosi, avrebbero causato milioni di morti già nelle prime settimane. La società sarebbe crollata, con o senza un’invasione fisica da parte della Germania. Questo era il futuro prossimo apocalittico descritto dallo stesso Orwell, attraverso gli incubi di George Bowling in Coming Up for Air (1939), ma era anche un elemento comune della cultura popolare e politica dell’epoca. Paradossalmente, quindi, il primo anno di guerra, almeno, fu quasi una sorta di sollievo. Avrebbe potuto andare molto peggio.

È importante sottolineare che l’esperienza britannica fu sostanzialmente unica, in quanto l’unico paese europeo pienamente coinvolto nella guerra a non essere stato occupato. Ciò distingue la sua esperienza in modo fondamentale da quella, per esempio, della Francia o dell’Italia, dove la storiografia del fronte interno della guerra è ancora oggetto di accese controversie e le famiglie e le comunità ne portano ancora le cicatrici. Prendendo la Francia come controesempio, possiamo chiederci se sia possibile identificare fattori che favoriscano o ostacolino il mantenimento di una sorta di solidarietà e unità nazionale di fronte a un senso di disastro imminente. Nel caso della Francia, quell’unità si è sgretolata.

Ricordiamo a cosa portò tutto ciò. Dopo la sconcertante sconfitta iniziale degli eserciti francese e britannico nel maggio 1940 e l’evacuazione di Dunkerque, l’esercito, guidato dal suo nuovo capo Weygand, si rifiutò di continuare a combattere, temendo il collasso interno e persino una guerra civile e una rivoluzione comunista. Il governo fu costretto a chiedere un armistizio, il parlamento si sciolse e conferì pieni poteri all’anziano Philippe Pétain, l’eroe di Verdun, che era considerato una figura apolitica potenzialmente in grado di salvare la Francia nel suo momento più buio. Il regime instaurato nella città termale di Vichy, tuttavia, rifletteva gli interessi e le ambizioni della destra antirepubblicana: l’esercito, la Chiesa, molti membri della pubblica amministrazione, nonché numerosi politici, giornalisti, intellettuali e uomini d’affari. Si trattava di persone che non avevano mai accettato l’idea di una Repubblica laica e che consideravano la sconfitta, e persino l’occupazione per qualche anno, un prezzo ragionevole da pagare per instaurare una dittatura conservatrice d’élite, simile alla Spagna di Franco.

Queste persone ritenevano di agire nell’interesse della Francia: preservare ciò che poteva essere preservato affinché la Francia potesse riprendere il proprio posto tra le grandi potenze una volta che i tedeschi se ne fossero andati. (Esistevano sì sostenitori dichiarati della Germania e del nazismo, ma erano pochi.) Ma molti altri vedevano Vichy come l’unica opzione sensata, il Maresciallo come l’unica figura in grado di unificare la Francia, e quasi qualsiasi sistema politico preferibile alla Terza Repubblica, ormai irrimediabilmente disfunzionale, che alla fine nessuno si preoccupava più di cercare di salvare. La politica di collaborazione attiva di Vichy — essenzialmente volta ad assicurarsi quanta più influenza possibile su Berlino — era molto meno popolare, e recenti studi dimostrano che il popolo francese era (comprensibilmente) molto ostile all’occupazione tedesca e resistette nella misura massima possibile in una situazione complessa e difficile. .

Infine, la Resistenza stessa era un concetto molto controverso, sia durante che dopo la guerra, e in effetti lo è ancora oggi. Nonostante il loro indubbio eroismo, i gruppi erano divisi nelle loro fedeltà e nei loro obiettivi, e non aiutò il fatto che i comunisti passarono praticamente dall’oggi al domani dall’essere alleati di fatto dei tedeschi al rivendicare il ruolo principale nella Resistenza. (E, a onor del vero, molti comunisti comuni avevano ignorato le istruzioni di Mosca e avevano combattuto comunque contro i tedeschi.) Per molti esponenti della destra, i membri della Resistenza erano semplicemente dei terroristi, che rischiavano di far precipitare il Paese in una guerra civile e di instaurare un regime di terrore una volta terminata la guerra.

Eppure, sebbene gli eventi successivi alla sconfitta francese avessero origini ben precise, resta il fatto che l’intero periodo che va, diciamo, dal 1936 al 1945 (sul quale sembra uscire un nuovo libro ogni mese) è e sarà sempre fonte di profonde divisioni. De Gaulle, quando era al potere, capì chiaramente che, a meno che non si fosse sviluppata e accettata una narrazione, il paese rischiava semplicemente di andare in pezzi. La sua narrazione imposta dei “quaranta milioni di resistenti” era un’esagerazione, ma conteneva abbastanza verità da essere accettata a malincuore da quasi tutti, e così contribuì a tenere unito il paese. La maggior parte degli studi delle ultime due generazioni è stata dedicata a minare quella narrazione nei dettagli, ma senza sostituirla con nulla di veramente sostanziale. E a un livello più popolare, la Resistenza funge ancora da pietra di paragone ideologica e patriottica: a ottobre uscirà un nuovo film sulla vita dell’eroe e martire della Resistenza Jean Moulin.

Sebbene la storia dei due paesi abbia effettivamente preso strade nettamente divergenti dopo il 1940, è comunque utile confrontare la loro esperienza nei primi 6-9 mesi di guerra, in parte per comprendere ciò che ne seguì, e in parte perché ciò offre insegnamenti più ampi. La prima e più evidente differenza tra i due paesi nel 1939 era che in Gran Bretagna il sistema politico funzionava più o meno, mentre in Francia non era così. La caduta di Chamberlain nel 1940 fu in parte il risultato del fallimento (probabilmente inevitabile) della sua politica di riarmo combinata con i negoziati, ma in parte anche della sua salute (era già affetto da cancro all’intestino) e di un senso generale di esaurimento politico. La sua sostituzione con Churchill non pose problemi e fu generalmente accolta con favore, e non vi erano differenze sostanziali tra i partiti politici britannici riguardo alla guerra. In Francia, la situazione era completamente diversa. Sebbene fossero stati compiuti alcuni sforzi per riformare la moribonda Terza Repubblica, la vita politica in Francia era già frammentata in modo irreparabile, al punto che non ci fu mai un voto formale alla Camera dei Deputati per dichiarare guerra: era troppo controverso. Ciò rifletteva l’instabilità del sistema politico stesso (alcuni governi durarono solo poche settimane) ma anche le aspre divisioni all’interno del paese: le divisioni tra Sinistra e Destra, tra repubblicani e i loro oppositori tradizionalisti, erano già abbastanza gravi, ma la stessa sinistra era divisa a causa dell’insistenza di Stalin affinché i comunisti trattassero i socialisti come i loro principali nemici (“socialfascisti”) fino al Fronte Popolare del 1936, e poi di nuovo come nemici in seguito al Patto Nazista-Sovietico. Già prima dell’inizio dei combattimenti, quindi, nel Paese esistevano molteplici e profonde fratture politiche fondamentali, che si estendevano persino alla questione se dovesse essere una Repubblica o meno.

A peggiorare le cose era il fatto che lo stesso sistema di governo francese funzionasse molto male. I suoi membri erano spesso uomini capaci — secondo gli standard odierni, certamente — ma non esisteva affatto una vera e propria organizzazione centrale per il processo decisionale. Il presidente del Consiglio dei ministri era più simile al presidente di un comitato che a un primo ministro britannico, senza alcuno staff personale proprio. Non venivano necessariamente conservate le registrazioni delle decisioni importanti. E anche le figure capaci erano soggette a influenze e pressioni esterne, e potevano fare ben poco. Ad esempio, Paul Reynaud, il presidente del Consiglio dei ministri al momento dell’attacco tedesco nel 1940, era un politico capace e desideroso di difendere il paese, ma completamente sotto l’incantesimo della sua amante Hélène de Portes, che si autoinvitava a importanti riunioni politiche e i cui feroci pregiudizi anti-britannici e filo-tedeschi, insieme alla sua diplomazia personale non autorizzata, plasmarono gran parte delle politiche di governo.

Il risultato fu un sistema politico disprezzato dalla stragrande maggioranza dei francesi di ogni orientamento politico, e la sua scomparsa non fu certo rimpianta. Eppure, se il governo e le élite delusero il popolo, il popolo non deluse il Paese. Una nuova generazione di uomini lasciò la Gare de l’Est per una guerra ai confini, come avevano fatto i loro padri e i loro nonni, perché quella era la tradizione, e a quei tempi era ciò che facevano gli uomini. Il sabotaggio e le diserzioni richieste da Stalin e temute dal governo non si verificarono: i comunisti erano motivati a combattere quanto chiunque altro, forse anche di più. E quando i combattimenti ebbero effettivamente inizio, quelle unità francesi a contatto con i tedeschi combatterono estremamente bene, infliggendo ai tedeschi perdite proporzionalmente pesanti quanto quelle che essi stessi subirono in seguito per mano dell’Armata Rossa.

Perché i soldati del 1940 non combattevano per un sistema politico decrepito o per un’ideologia, né per mantenere al potere un gruppo di politici anziani. Combattevano, come erano stati educati a fare, per difendere le loro famiglie e le loro comunità, in un’epoca in cui le famiglie e le comunità esistevano ancora. I libri di scuola e il sistema educativo insegnavano loro l’orgoglio per il proprio paese e le sue conquiste, nonché l’ammirazione per la bellezza e la varietà del suo territorio, la forza della sua cultura e lo splendore della sua storia. E dopo la sconfitta, la Resistenza nacque essenzialmente dallo stesso insieme di motivazioni: il patriottismo, la necessità di ripristinare un certo grado di orgoglio e onore nazionale e di svolgere almeno un ruolo nella liberazione del proprio paese. Dall’estrema destra all’estrema sinistra, c’era sorprendentemente poca differenza negli atteggiamenti e nella retorica dei comuni résistants.

La situazione in Gran Bretagna era più tranquilla nel 1939-40 perché il sistema politico era più stabile. Non esisteva un equivalente della destra antidemocratica organizzata, e né la Chiesa né l’esercito erano attori politici come lo erano in Francia. Dopo la sconfitta di Dunkerque, ci furono certamente voci che sostenevano un armistizio con la Germania solo per ragioni di autoconservazione nazionale, ma non c’era alcun equivalente della lobby francese che attendeva con gioia la sconfitta come modo per regolare i conti politici e introdurre una nuova forma di governo autoritario. Né il sistema politico interno era così frammentato e contorto, e si rivelò abbastanza facile istituire un governo di unità nazionale quando iniziò la guerra. I piani di emergenza che erano stati elaborati dalla metà degli anni ’30 funzionarono in generale in modo soddisfacente.

Il risultato fu un Paese che entrò in guerra con sobrietà e serietà, con un senso di terrore ma anche con la consapevolezza che c’erano cose che non potevano essere evitate. Non ci fu alcun improvviso slancio di patriottismo né sventolio di bandiere, ma un sentimento diffuso, documentato in mille memorie, trasmissioni radiofoniche e ricordi di famiglia, secondo cui si trattava di qualcosa che andava semplicemente fatto. «Facciamola finita», era il modo più comune di esprimerlo. Non c’era nemmeno alcun sciovinismo o odio antitedesco artificiale. A differenza del 1914, non c’era bisogno di «vendere» la guerra. Tutti avevano visto i cinegiornali e sapevano di cosa fossero capaci Hitler e i nazisti, e di cosa avessero già fatto. La convinzione che si trattasse di un male da sradicare non fece che crescere con l’avanzare della guerra, e quando le truppe britanniche liberarono Belsen nell’aprile del 1945, era ormai più o meno assoluta. Anche nel 1939, i pacifisti convinti erano relativamente pochi, mentre la sinistra intellettuale, dominata all’epoca dal Partito Comunista, attraverso pubblicazioni come il New Statesman, e che in alcuni casi si aggrappava alla linea di Mosca secondo cui si trattava di una guerra civile borghese e i lavoratori britannici dovevano restarne fuori, non aveva alcuna influenza pratica sul Partito Laburista né dentro né fuori dal Parlamento.

In Gran Bretagna, quindi, nel 1939 esisteva una visione della guerra ampiamente condivisa. Non era dominante – nessuna visione lo è mai – ma era molto diffusa. Aveva inoltre un tono decisamente difensivo, piuttosto che basarsi sull’aggressività o sull’odio verso gli stranieri. Nonostante tutte le sue imperfezioni, la Gran Bretagna, la sua popolazione, la sua storia e la sua cultura erano generalmente considerate degne di essere difese e, cosa fondamentale, degne di sacrifici personali. Il risultato fu che, sebbene ci fossero molte lamentele – gli inglesi amavano lamentarsi – c’era anche un alto grado di acquiescenza su questioni come il razionamento del cibo, le restrizioni ai trasporti e i blackout, che sconvolgevano sostanzialmente la vita quotidiana. Inoltre, quasi dall’inizio della guerra si riconobbe che le cose non sarebbero potute tornare alla normalità in seguito, e si cominciò rapidamente a gettare le basi per il modello economico e sociale di successo del dopoguerra, che iniziò ad essere abbandonato solo negli anni ’80. In altre parole, c’era la sensazione che la guerra fosse combattuta anche per qualcosa.

La Francia non aveva una versione dei fatti condivisa, o meglio, essendo la Francia, ne aveva diverse in competizione tra loro. Per molti esponenti della destra, una guerra con la Germania avrebbe distrutto la Francia, e si riteneva che questo fosse l’obiettivo dei finanzieri della City di Londra che tiravano le fila, in modo da poter prendere il controllo dell’Impero francese: naturalmente, la distruzione della flotta francese da parte degli inglesi a Orano non fece che confermare questa teoria. Tali teorie cospirative non erano una novità in Francia: solo l’identità dei cattivi variava a seconda della situazione. Oltre agli inglesi (ovviamente), esisteva una ricca tradizione interna di attribuire la colpa di tutto ai massoni, dalla Rivoluzione francese (un’operazione di cambio di regime preparata con cura nel corso di decenni, basta guardare le prove!) all’affare Dreyfus. Quest’ultimo fu ampiamente interpretato come un complotto sponsorizzato dalla Germania che coinvolgeva ebrei e massoni per distruggere il morale dell’esercito francese, e il fatto che Dreyfus fosse ebreo e che il governo fosse guidato dai Socialisti Radicali (moderati), molti dei quali erano massoni, era una prova più che sufficiente. Queste teorie circolavano abbondantemente nelle riviste e persino nei giornali rispettabili dell’epoca, per mano di autori che oggi avrebbero canali YouTube per spiegare la “realtà” della guerra in Iran, per esempio.

Ma la frattura narrativa più profonda riguardava il Partito Comunista. Sebbene il partito stesso fosse irrimediabilmente disorganizzato dall’effetto boomerang del patto nazista-sovietico e la sua leadership fosse fuggita a Mosca, era ancora visto con terrore da gran parte dell’establishment politico francese. Era opinione diffusa che un esercito clandestino segreto fosse pronto a prendere il potere a Parigi, in concomitanza con un’invasione tedesca. Quando l’invasione era in corso e il governo era fuggito a Bordeaux, una delle argomentazioni utilizzate da Weygand a favore di un armistizio era che la rivoluzione minacciata era già avvenuta e che Maurice Thorez, leader del PCF, era stato comprato dai tedeschi e ora era insediato all’Eliseo. Una semplice telefonata stabilì che ciò era del tutto falso.

De Gaulle era ben consapevole che le tensioni nella società francese che avevano generato quella situazione assurda erano profonde e che la Francia del 1944-45 era a un passo dalla guerra civile. Le gestì come meglio poté, ad esempio inserendo nell’esercito ex comandanti di Vichy e facendo tutto il possibile per promuovere l’unità, pur nel rispetto della necessità di un’adeguata epurazione, assicurandosi così il sostegno della Resistenza e dei suoi compagni in esilio. Ma De Gaulle lasciò presto il potere e il paese barcollò tra i traumi dell’Indocina e dell’Algeria, finché un vero e proprio colpo di Stato militare nel 1958 riportò De Gaulle al potere. Fu solo allora, dopo essere sopravvissuto a un altro tentativo di colpo di Stato militare nel 1961, oltre che a vari tentativi di assassinio, che si sentì abbastanza forte da usare i media radiotelevisivi e il sistema educativo per sviluppare un mito risanatore, un discorso di unità che sorvolava su molti fatti scomodi ma che, tra le altre cose, alla fine ridusse la tradizionale destra cattolica reazionaria a un’ombra di ciò che era stata. (Ora sta tornando un po’ alla ribalta a causa della stupidità dei recenti governi francesi.)

Si tratta di una panoramica concisa e altamente selettiva su due episodi molto complessi, ma ritengo che essi illustrino due verità fondamentali che non troverete nei libri di testo di scienze politiche. La prima è che le persone sono disposte a sopportare difficoltà, privazioni e persino pericoli se credono di avere qualcosa in comune che vale la pena preservare. Questa cosa, o queste cose, non sono generalmente dettate da poteri e strutture esterni (sebbene possano essere condivise da essi), ma derivano piuttosto da eredità comuni e da una visione condivisa che le persone preferiscono preservare piuttosto che perdere. Gli inglesi non hanno sopportato privazioni, carenze e pericoli per cinque anni perché il governo glielo diceva, o perché amavano il sistema di classi del loro paese; infatti, studi hanno dimostrato che i tentativi di influenzare il morale popolare in Gran Bretagna durante la guerra non furono più efficaci di quanto lo fossero altrove. Allo stesso modo, i soldati francesi del 1940 e i combattenti della Resistenza degli anni successivi non combattevano per un sistema politico screditato, né per le «duecento famiglie» che secondo l’opinione popolare controllavano la Francia, ma per il Paese stesso, la sua dignità e il suo onore, e in quest’ultimo caso anche per un futuro migliore, come stabilito nel programma del Consiglio Nazionale della Resistenza, che costituì la base del modello economico e sociale francese di successo del dopoguerra, fino a quando non fu abbandonato a partire dagli anni ’80.

In secondo luogo, quando un discorso comune è assente o viene meno, raramente viene sostituito da un altro discorso comune. Piuttosto, ha inizio una lotta per imporre discorsi, generalmente preesistenti, che emergono dall’ombra per scontrarsi tra loro. In generale, questi discorsi riflettono posizioni ideologiche che i loro autori sostengono da tempo e rappresentano un tentativo di modellare la realtà degli eventi attuali secondo uno schema che li soddisfa e che pensano di poter spiegare agli altri. Tuttavia, non dovremmo dare per scontato che la gente comune sia stupida e accetti semplicemente i discorsi dei potenti, o scelga meccanicamente tra di essi come si fa tra marche di bagnoschiuma. C’è una distinzione molto importante tra un discorso apparentemente “egemonico” e il modo in cui le persone pensano e sentono individualmente, e ancor più il modo in cui si comportano. In pratica, nessun discorso è mai del tutto egemonico se non a livello puramente formale, né un discorso è generato semplicemente da condizioni materiali e interessi di classe, o almeno nessuno è mai riuscito a spiegare esattamente come ciò possa accadere. Ad esempio, l’attuale discorso sulle “frontiere aperte” e sull’“immigrazione senza restrizioni” potrebbe essere considerato moralmente egemonico, in quanto le strutture di potere occidentali, i media, gli opinionisti e le ONG lo considerano tutti un obiettivo teoricamente essenziale, compreso il suo corollario logico, secondo cui gli interessi dei migranti dovrebbero, se necessario, prevalere su quelli degli abitanti autoctoni. Ma in pratica nessun governo si comporta effettivamente in questo modo in modo coerente, e nessun elettorato sostiene tali opinioni nemmeno con la più piccola maggioranza. È solo che si rischia la propria carriera mettendo pubblicamente in discussione il discorso.

Da ciò derivano, a mio avviso, due conclusioni importanti. La prima è che i discorsi non devono necessariamente essere “veri” (qualunque cosa ciò significhi) per avere valore. Il mito di De Gaulle dei “quaranta milioni di resistenti” fu ampiamente accettato proprio perché era un’esagerazione, piuttosto che un’invenzione, perché unificò il paese attorno a un messaggio positivo e perché pose fine a una controversia che avrebbe potuto lacerare la nazione. Allo stesso modo, il discorso post-1994 sulla Verità e la Riconciliazione in Sudafrica, e la relativa Commissione, non ha trovato La Verità (cosa comunque impossibile) e non ha raggiunto la Riconciliazione, ma non era quello il punto. Il punto era stabilire un discorso accettato che evitasse la catastrofe e consentisse la costruzione di una fragile unità nazionale, che è effettivamente ciò che è accaduto. La popolazione in generale, secondo la mia esperienza, non era molto interessata al processo, ma il discorso è stato efficace nel raggiungere l’obiettivo che si era prefissato.

Questi sono esempi di discorsi dell’élite, e tutti i governi, in ogni momento, cercano di imporre tali discorsi alle loro popolazioni, con maggiore o minore successo. Ma alla fine, essi non hanno un grande effetto concreto a meno che non siano almeno in sintonia con i sentimenti della gente comune. Sia in Gran Bretagna che in Francia nel 1939 esisteva un serbatoio di sentimenti comunitari, di solidarietà sociale e di cultura e storia condivise, oltre al desiderio di preservare tutto ciò, che rafforzava il discorso ufficiale in Gran Bretagna e contribuiva a colmare le sue carenze in Francia. Credo che da quanto precede risulti più evidente il motivo per cui ho insistito in così tante occasioni sul fatto che qualsiasi forma di ritorno al servizio militare obbligatorio in Occidente è impossibile e anzi impensabile. La retorica e il discorso dei governi, persino la quantità di denaro che sono disposti a spendere, non fanno e non possono fare alcuna differenza. Su quale base concepibile potrebbe un governo occidentale lanciare una simile iniziativa? A quali sentimenti collettivi di solidarietà potrebbe fare appello? Quali sono questi “valori” che la nostra classe politica ama invocare? Non ne hanno idea. E alla fine non si possono motivare le persone esclusivamente con l’odio e la paura, che sono praticamente tutto ciò che è rimasto loro. I vecchi tempi sono finiti, e sono state le nostre élite a bandirli, con il loro concetto “post-nazionale” di paesi come giganteschi hotel in cui gruppi casuali di persone vivono per un certo periodo di tempo. Chi è disposto a morire per un hotel?

Ma la sfida non sarà necessariamente così drammatica. Ho iniziato questo saggio parlando delle probabili tensioni dei prossimi anni, che saranno probabilmente di natura economica e sociale piuttosto che militare, e ho sottolineato che non possiamo aspettarci alcuna guida utile da governi che disprezzano le proprie popolazioni. La domanda, quindi, è se tra la gente comune rimarrà un senso di solidarietà e comunità sufficiente a compensare l’inutilità e la negatività dei governi. Temo di no, e in questo spirito ricordiamo a noi stessi quanto danno i governi neoliberisti abbiano effettivamente arrecato al tipo di solidarietà che ho descritto in precedenza. Lo scopo del neoliberismo, dopotutto, è ridurre gli esseri umani allo status unico di consumatori intercambiabili, senza legami familiari, comunitari, storici, culturali o linguistici che potrebbero minarne l’omogeneità e rendere i mercati che costituiscono la loro intera esistenza meno efficienti di quanto potrebbero essere. E all’élite occidentale piace congratularsi con se stessa perché, ovunque vada, la storia e le culture nazionali sono state in gran parte soppresse, le identità nazionali sono state confuse, si trovano ovunque gli stessi negozi, hotel e ristoranti, tutti guardano la stessa TV e lo stesso cinema, e tutti parlano inglese. Se l’Occidente non è ancora un terreno sociale e culturale perfettamente privo di caratteristiche e di ostacoli, si sta avvicinando a quello stato. E ormai da quarant’anni, il vangelo dell’individualismo radicale e della “libertà” ha trionfato ovunque.

Il che va bene finché qualcosa non va storto. E le cose vanno storte, e all’improvviso l’efficienza economica si rivela non essere l’unico criterio importante, e ci si rende conto che la società deve comunque funzionare anche. Prenderò l’esempio del Covid, perché è recente e anche molto chiaro. Ora, non mi addentrerò in questioni relative all’efficacia dei vaccini o all’origine del virus, mi limiterò a sottolineare che, mentre i governi occidentali attraversavano la classica progressione di una crisi politica, dalla negazione al panico, hanno chiesto ai propri cittadini di fare una serie di cose banali e spesso sensate. Poiché la malattia si diffondeva per via aerea e, una volta infettate, le persone la espellevano con il respiro, i governi hanno chiesto alla popolazione di indossare le mascherine per evitare di contagiare gli altri. Questo tipo di misura è una procedura standard di sanità pubblica per le malattie trasmissibili ed è molto comune nei paesi asiatici durante le epidemie influenzali, ad esempio. Il messaggio era abbastanza semplice da essere compreso anche da un bambino di sei anni: per favore, esegui un semplice gesto prima di entrare in uno spazio affollato per evitare di contagiare gli altri, e gli altri faranno lo stesso semplice gesto per proteggerti. Tutti saranno più al sicuro e l’epidemia finirà più rapidamente.

Nella maggior parte dei paesi occidentali la reazione è stata, nel migliore dei casi, un sostegno condizionato, e spesso è stata violentemente negativa. Vuoi dire che dovrei sopportare un piccolo disagio per aiutare gli altri? Che ci guadagno? Dopotutto, se non sono contagioso e non indosso una mascherina non perdo nulla. I governi si sono resi conto di non sapere più come fare appello all’interesse collettivo più ampio: in effetti, i loro ghostwriter non erano nemmeno del tutto sicuri di cosa fosse. E mentre il semplice egoismo spiega gran parte della resistenza, questo è stato il punto – aiutato da molta incompetenza governativa – in cui discorsi precedentemente marginali hanno iniziato a strisciare fuori dai loro nascondigli. Oggi le mascherine, domani i campi di concentramento. È tutta una grande cospirazione per aumentare i profitti, tutte queste mascherine contengono microchip di localizzazione (l’ho sentita dire), ma nella sua forma più semplice e brutale, la mia libertà include la libertà di contagiare gli altri con una malattia pericolosa e potenzialmente mortale e, se non ti sta bene, peggio per te. In alcuni paesi, almeno, il diritto di contagiare gli altri è stato presentato come la dimostrazione definitiva di un individualismo spietato.

Nei momenti di ozio, mi chiedo se il Covid non sia stato una sorta di semplice test che un’Autorità Galattica ci ha imposto per verificare se i governi occidentali fossero ancora in grado di gestire un’emergenza sanitaria con la stessa calma e competenza di cui avrebbero dato prova cinquant’anni fa, e se avrebbero tratto insegnamenti sui rischi della globalizzazione e di un’economia mondiale iper-fragile e strettamente interconnessa. E la risposta deprimente è “No” in entrambi i casi. Il che non fa pensare che siamo ben preparati per le conseguenze incerte ma gravi di una combinazione di Ucraina, Iran e cambiamento climatico. In nessuno di questi casi i governi hanno dimostrato la capacità di parlare, o anche solo di pensare, al di là dei cliché. E non c’è alcun segno che le società occidentali abbiano ora una capacità di azione collettiva simile a quella che possedevano un tempo, anche se ci fosse qualcosa di definito da fare.

Prendiamo ad esempio il razionamento. In generale la gente preferisce evitarlo, e persino gli esperti del settore petrolifero, ossessionati dai prezzi, parlano di “distruzione della domanda” come della “soluzione” preferibile al semplice fatto di non avere abbastanza petrolio. A ben pensarci, la “distruzione della domanda” significa che la gente soffrirà la fame, che ospedali e scuole saranno costretti a chiudere, che i treni non circoleranno, che le compagnie aeree falliranno e molte altre cose ancora, alcune delle quali sono al momento piuttosto imprevedibili. È difficile vederla come una “soluzione”. Ora siamo abituati all’idea del razionamento tramite il prezzo. Alcune persone non possono permettersi di sfamarsi, altre non possono permettersi un alloggio, ed è così che va il mondo. Ma l’idea di un razionamento deliberato, della fissazione di quote da parte del governo, è quasi letteralmente impensabile dal punto di vista politico, e non è nemmeno chiaro se i moderni governi occidentali abbiano conservato la capacità, o anche solo la volontà, di farlo. E che dire dell’umore popolare? Come ci si può aspettare che una società brutalizzata per decenni da un individualismo spietato passi dall’oggi al domani a un senso di solidarietà e condivisione?

E la via per il potere politico, al giorno d’oggi, passa proprio attraverso la negazione dell’esistenza stessa di una società integrata, e attraverso la frammentazione di una nazione in identità in conflitto tra loro, isolate le une dalle altre e detentrici di verità diverse. In Francia, Macron (il primo presidente a odiare attivamente il proprio Paese) ha affermato che «non esiste una cultura francese». Mélenchon, per non essere da meno, ha cercato di coltivare la “Nuova Francia”, fatta di immigrati, minoranze sessuali, fondamentalisti islamici e progressisti urbani, lasciando tutti gli altri come l’Altro, la vecchia e noiosa Francia di mera storia. E uno dei suoi luogotenenti ha recentemente assicurato al popolo francese che l’idea che la Francia sia mai stata una “nazione bianca e cristiana” è un mito. Lo stesso si riscontra in molti altri paesi occidentali, riprodotto da media sempre all’erta per qualsiasi manifestazione di unità nazionale o di autentica identità collettiva, in contrapposizione alle vaghe coalizioni di start-up dell’industria del risentimento. L’altro giorno mi ha colpito il fatto che, ad esempio, i contenuti del manifesto del Partito Comunista Francese del 1944 sarebbero probabilmente etichettati oggi come “estrema destra”. E la conseguenza più pericolosa di questa divisione deliberatamente inculcata, che risale ormai a decenni fa, è che ha minato la solidarietà popolare che da sola può compensare i fallimenti del governo, tanto a livello di discorso quanto a livello di organizzazione.

Ciò fa pensare che stiamo per affrontare una crisi particolarmente grave, articolata in tre aspetti. In primo luogo, i governi non hanno né la capacità né la comprensione necessarie per affrontare alcune delle crisi prevedibili dei prossimi anni, per non parlare poi di quelle imprevedibili. In secondo luogo, si è creato un enorme divario tra i discorsi ufficiali dei governi e il modo in cui la maggior parte delle persone vede il mondo; in terzo luogo, quarant’anni di neoliberismo hanno distrutto le strutture sociali e le organizzazioni informali che avrebbero potuto compensare, almeno in parte, le due carenze precedenti.

Se questo non vi basta a deprimervi, tornate la settimana prossima e approfondiremo ulteriormente l’argomento.

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Per questa settimana è tutto. Come sempre, grazie a tutti coloro che instancabilmente forniscono traduzioni nelle loro lingue. Maria José Tormo pubblica le traduzioni in spagnolo sul suo sito qui, mentre Marco Zeloni pubblica le traduzioni in italiano su un sito qui, e Italia e il Mondo le pubblica qui. Sono lieto di aggiungere che le versioni di questi saggi in ceco appariranno ora regolarmente tradotte sul sito czstrat.cz. Sono sempre grato a coloro che pubblicano occasionalmente traduzioni e sintesi in altre lingue, purché ne citino la fonte e me lo facciano sapere.

Incontro di Putin con i responsabili delle agenzie di stampa internazionali

Incontro con i responsabili delle agenzie di stampa internazionali

L’incontro di Vladimir Putin con i direttori delle principali agenzie di stampa mondiali ha avuto inizio al Palazzo Costantino.

4 giugno 2026

21:05

San Pietroburgo

Before the meeting with heads of international news agencies. With Director General of TASS News Agency Andrei Kondrashov.
Meeting with heads of international news agencies.

9 su 23

Incontro con i direttori delle agenzie di stampa internazionali. Foto: Valery Sharifulin, TASS

Andrei Kondrashov, direttore generale dell’agenzia di stampa TASS e moderatore dell’incontro: Signor Presidente, signori ospiti,

Permettetemi di iniziare esprimendo la mia più sincera gratitudine per aver mantenuto la solida tradizione secondo cui i dirigenti delle agenzie di stampa di tutto il mondo si riuniscono qui, nella capitale del Nord, durante il Forum Forum economico internazionale di San Pietroburgo, per un dialogo aperto con voi. TASS ha l’ onore di invitare i nostri colleghi a questo incontro.

Vorrei sottolineare che alcuni dei nostri ospiti ci hanno avvertito di essere venuti preparati con domande piuttosto incisive. Da parte nostra, li abbiamo avvertiti che anche voi potreste avere qualche domanda da porre a certi giornalisti provenienti da vari paesi.

Il presidente della Russia Vladimir Putin: No, non farò domande. Non sono un giornalista. Sarete voi a fare le domande; io mi limiterò a fornire le risposte.

Andrei Kondrashov: In ogni caso, cerchiamo di rendere il nostro incontro di oggi aperto, sincero e dinamico. Lo scopo di tali incontri è, come negli anni precedenti, che le discussioni qui tenute vengano rapidamente diffuse in centinaia di notizie flash in tutto il mondo, poiché i presenti qui oggi e le agenzie che rappresentano sono responsabili della generazione di oltre tre quarti del flusso informativo globale.

Pertanto, oggi non seguiremo alcun ordine alfabetico, ma manterremo una tradizione. Iniziamo la nostra discussione con una rappresentante della metà più gentile del giornalismo – la signora Raushan Kazhibayeva, Direttore Generale del Complesso Televisivo e  Radio del Presidente del Kazakistan.

Prego, signora Kazhibayeva, ha la parola per la prima domanda.

Raushan Kazhibayeva, direttrice del Complesso televisivo e radiofonico della Presidenza della Repubblica del Kazakistan: Grazie mille.

Signor Presidente, ho due domande da porle.

La Sua recente visita di Stato in Kazakistan è stata un grande successo e rappresenta senza dubbio uno degli eventi più significativi della nostra agenda bilaterale di quest’anno.

Durante la visita, lei e il nostro Presidente, Kassym-Jomart Tokayev, avete adottato un documento congiunto sui sette pilastri dell’amicizia e delle relazioni di buon vicinato tra i popoli del Kazakistan e della Russia. La mia prima domanda: qual è, secondo lei, il significato di questo documento?

La mia seconda domanda riguarda uno dei momenti più discussi della visita: le tigri dell’Amur che la Russia ha donato al Kazakistan. Il presidente Tokayev ha definito questo dono il momento clou della visita. Potrebbe dirci se non si tratta solo di un progetto ambientale, ma piuttosto di un simbolo – un simbolo vivace della fiducia tra i nostri paesi? Grazie.

Vladimir Putin: Le nostre relazioni con il Kazakistan stanno progredendo costantemente; sono in crescita. Detto questo, devo sottolineare subito che i nostri amici e partner kazaki non sono partner facili. Abbiamo sempre discussioni molto accese su quasi ogni questione – che si tratti di relazioni finanziarie, cooperazione industriale, condizioni di investimento o grandi progetti comuni. Ma da entrambe le parti c’è il desiderio di trovare un compromesso che non solo soddisfi entrambe le parti, ma che ci aiuti anche a raggiungere obiettivi condivisi. E il nostro obiettivo comune è chiaro: sviluppo e prosperità per i cittadini del Kazakistan e della Russia.

Lo comprendiamo perfettamente: sappiamo di essere legati da secoli di storia comune, senza alcuna esagerazione, e disponiamo di alcuni vantaggi ereditati dal periodo in cui facevamo parte di un unico Stato. Quali sono questi vantaggi? La cooperazione e, in particolare, i collegamenti di trasporto unificati. Lei ha posto la sua domanda in russo, e le sono grato per questo. Anche questo è un fattore importante – uno che, in una certa misura, e in molti casi, assume una dimensione puramente economica. Tutto è chiaro: ci capiamo, e parliamo la stessa lingua.

C’è inoltre un enorme interesse a portare avanti i benefici dell’istruzione – sia per quanto riguarda il sistema educativo in evoluzione in Kazakistan, sia per quanto riguarda gli sviluppi e le nuove tendenze che stanno emergendo nella Federazione Russa. Come forse ricorderete, il Presidente del Kazakistan ed io abbiamo partecipato al lancio del sistema Sirius, che si è dimostrato efficace nello sviluppo di metodi efficaci per identificare e sostenere i bambini dotati. Naturalmente, il Kazakistan ha molti bambini dotati – devono solo essere individuati – e questo aspetto della nostra cooperazione si concentrerà proprio su questo.

L’energia, come sapete, la produzione industriale, il settore spaziale, nonché il nostro ultimo grande progetto: la costruzione di una centrale nucleare in Kazakistan. Vorrei sottolineare che il Kazakistan è un paese con risorse abbondanti molto richieste dal resto del mondo. Queste risorse includono il combustibile per centrali elettriche e centrali nucleari. Collaboriamo con successo con il Kazakistan in questo settore. Sono fiducioso che, facendo affidamento sulla propria base di risorse e sviluppando il nostro potenziale comune, il Kazakistan raggiungerà un grande successo e affronterà molte sfide nel settore energetico, diversificando le proprie risorse energetiche. Credo che il Kazakistan ricaverà fino al 20% della sua energia elettrica dalla centrale nucleare.

Produciamo uranio insieme, come ho detto, e continueremo questa produzione. Ma la cosa più importante non è il fatto che in Kazakistan verranno costruiti reattori nucleari. La cosa più importante è che nascerà un nuovo settore industriale. Questo nuovo settore garantirà formazione professionale, ricerca e attività produttive. Lavoreremo insieme su questo. Si tratta di un settore estremamente importante sia per noi che per il Kazakistan.

Continueremo la nostra collaborazione nel settore spaziale, nell’ingegneria meccanica e in molti altri settori.

Ho già parlato dei legami umanitari. L’istruzione svolge un ruolo fondamentale. Un gran numero di cittadini del Kazakistan frequenta le università russe università russe, e siamo molto grati al Presidente del Kazakistan per aver istituito un organismo internazionale a sostegno della  lingua russa. Ritengo che si tratti di un’iniziativa lungimirante che contribuirà a preservare le nostre relazioni e a promuoverne lo sviluppo in tutti i campi, compresa la cooperazione umanitaria.

Quindi, per quanto riguarda le tigri, è una cosa del tutto naturale. Ci concentriamo semplicemente sul ripristino della natura, dell’ ambiente, della flora e della fauna. Riceviamo anche aiuto – per esempio, il Tagikistan ci ha trasferito dei leopardi delle nevi, per cui siamo immensamente grati ai nostri amici tagiki. Abbiamo fatto molto per preservare la popolazione delle tigri dell’Amur. A proposito, sono le tigri più grandi del mondo, seconde a nessuna. Le tigri dell’Amur sono le più grandi. In passato c’erano tigri simili in Kazakistan. Se potremo aiutare in qualche modo i nostri amici in Kazakistan, lo faremo certamente .

Ho visto questa foto ed è davvero impressionante. A proposito, qui abbiamo organizzato un evento chiamato vertice sulla tigre. Sono molti i paesi preoccupati di preservare la popolazione di questi splendidi animali. Penso che la nostra cooperazione su questo e altri progetti ambientali sia molto importante.

Si tratta di una questione molto pragmatica relativa allo sfruttamento transfrontaliero delle risorse fluviali. C’è molto da discutere in questo ambito. Il nostro lavoro in questo campo è piuttosto ampio. Sono certo che tutti gli obiettivi saranno raggiunti.

Grazie.

Andrei Kondrashov: Signor Presidente, alla sua sinistra c’è il signor Fu Hua, in rappresentanza dell’agenzia di stampa Xinhua dalla Cina.

Solo due settimane fa, se ricordate, ha contribuito a organizzare una mostra per voi e il presidente cinese Xi Jinping, in collaborazione con l’ agenzia di stampa TASS. E ora, due settimane dopo, è qui con noi per porre la sua domanda. Prego, prego, compagno Fu Hua.

Fu Hua, presidente dell’agenzia di stampa Xinhua (RPC) (ritradotto): Mr President,

È stato un vero piacere avervi in visita in Cina. Una visita straordinaria – e di grande successo. Quest’anno abbiamo organizzato una mostra molto importante in occasione dell’anniversario delle nostre agenzie di stampa. Grazie per l’attenzione che le avete dedicato. Posso cogliere questa occasione per farvi un paio di domande?

A maggio Lei ha compiuto la Sua venticinquesima visita in Cina, dove ha discusso con il presidente Xi Jinping delle principali questioni relative alle nostre relazioni internazionali. Abbiamo fatto i conti: negli ultimi 14 anni vi siete incontrati più di 50 volte. Si tratta davvero di un risultato straordinario e senza precedenti. Il nostro rapporto è di buon vicinato, amichevole e veramente al suo apice. Credo che questa visita abbia lasciato un segno concreto. Questo stretto coinvolgimento a un livello così alto – come ci siamo riusciti? Come abbiamo raggiunto questo livello senza precedenti? Questa è la mia prima domanda.

La mia seconda domanda: abbiamo rilasciato congiuntamente una nuova e completa dichiarazione comune. Noi, ovviamente, restiamo fedeli alla Carta delle Nazioni Unite, ne sosteniamo pienamente i principi e gli scopi e difendiamo l’ordine internazionale. Siamo stati i vincitori della Seconda Guerra Mondiale. Cosa dovremmo fare per proteggere la verità storica? Come la trasmettiamo alle generazioni future, senza permettere a nessuno di distorcerla o distruggerla? Queste sono le mie due domande. Grazie.

Vladimir Putin: Innanzitutto, vorrei ringraziarvi per la calorosa accoglienza riservatami durante la mia visita a Pechino e per la mostra che avete organizzato insieme al vostro collega, il signor Kondrashov. È stata una mostra affascinante e ricca di contenuti. Grazie mille.

Per quanto riguarda i risultati della nostra collaborazione, ecco cosa vorrei dire. Negli ultimi anni, soprattutto dopo gli eventi che si stanno ancora svolgendo in Ucraina, si sente sempre più dire: «La Russia ha cambiato orientamento verso l’Asia. Ha modificato la sua politica.»

Ma la Russia non ha cambiato nulla, e non ha compiuto alcuna svolta. L’accordo che è alla base della nostra cooperazione – ed è il fondamento dei nostri attuali risultati, che sono impressionanti (secondo varie stime, il nostro scambio commerciale si aggira intorno ai 250 miliardi di dollari, e la diversificazione sta procedendo a grandi passi) – quell’accordo è stato firmato nel 2001.

Siamo alleati e partner naturali. Infatti, siamo vicini di casa e condividiamo un lungo confine comune. Non si possono scegliere i propri vicini: è un dato di fatto. Così va la storia. Nel corso dei secoli, attraverso le nostre interazioni, è emerso un particolare sistema di principi che regolano le nostre relazioni. Non ieri, non oggi e non cinque anni fa – ma nel corso dei secoli, questi principi hanno preso forma. La Cina sta progredendo in modo rapido e dinamico, assumendo un ruolo sempre più significativo nell economia globale, nella politica mondiale e negli affari internazionali nel loro insieme. Naturalmente, abbiamo osservato tutto questo da vicino – e non solo osservando; abbiamo instaurato una stretta collaborazione e cooperazione. Venticinque anni fa abbiamo firmato il Trattato fondamentale, che ha stabilito condizioni preliminari favorevoli e una solida base per lo sviluppo della cooperazione bilaterale in tutti i settori. Questo è il risultato.

Negli ultimi anni, con la crescita e la  si sono espanse e diversificate, sono emerse nuove opportunità per noi – che abbracciano una vasta gamma di settori. Mi astenrò dall’elencare tutto ciò che ritengo significativo e importante. L’aspetto più cruciale è che negli ultimi anni ci siamo concentrati sempre più su questioni relative alla nuova economia, che affonda le sue radici nell’intelligenza artificiale, nella tecnologia dell’informazione, nei progressi della biologia, della genetica e così via.

Abbiamo sempre collaborato – non solo negli ultimi cinque anni, ma in modo costante – in ambito militare, e la nostra interazione prosegue senza sosta. Non c &ntil;è nulla di nuovo a questo proposito; si tratta semplicemente di una tradizione delle nostre relazioni, sia di cooperazione militare che tecnico-militare. Stiamo valutando congiuntamente alcuni sviluppi in questo ambito. Ribadisco, ciò non è collegato agli eventi attuali che stanno catturando l’attenzione globale, compresi quelli in Ucraina o persino in Medio Oriente. Semplicemente cooperiamo e manteniamo rapporti di amicizia con la Cina – non contro nessuno, come ho già detto, ma piuttosto nell interesse reciproco. Questo è tutto.

È proprio qui, in particolare nella ricerca di progressi nei settori dell’intelligenza artificiale e dell’alta tecnologia, che risiede il futuro della nostra collaborazione. Si tratta di un argomento che affrontiamo immancabilmente durante i nostri incontri con il presidente Xi Jinping. Per inciso, abbiamo rapporti basati su una fiducia autentica. Lui mi chiama “mio vecchio amico” e io ricambio. Non si tratta né di un’esagerazione né di una figura retorica. Abbiamo coltivato un rapporto di fiducia.

Naturalmente, siamo guidati innanzitutto dagli interessi nazionali dei nostri paesi, ma tali interessi spesso coincidono, e i rapporti personali costituiscono una solida base per raggiungere orizzonti sempre nuovi. Ecco perché ritengo che abbiamo creato le condizioni preliminari favorevoli per rafforzare la nostra interazione con la Cina. Sono fiducioso che tutti i compiti che ci siamo posti durante la mia visita saranno portati a termine e tutti gli obiettivi saranno raggiunti.

Il presidente Xi Jinping ed io abbiamo definito il nostro programma di incontri bilaterali per quest’anno – e questo non vale solo per noi: i governi, i ministeri e le agenzie, insieme alle nostre aziende leader, si stanno incontrando e collaborando, anche nel settore energetico, dove, ne sono certo, presto delizieremo il mercato energetico globale con nuovi accordi tra Russia e Cina.

Andrei Kondrashov: Colleghi, chi desidera prendere la parola dopo di me?

Vijay Joshi, amministratore delegato e caporedattore del Press Trust of India.

Amministratore delegato e caporedattore di The Press Trust of India (India) Vijay Joshi: Signor Presidente, innanzitutto la ringrazio per questa opportunità e per la sua ospitalità.

Signor Presidente, mentre Lei si appresta a recarsi in India per il vertice BRICS di settembre, la comunità internazionale osserva con grande attenzione l’evoluzione delle dinamiche tra Mosca e Nuova Delhi. Sebbene questa speciale e privilegiata partnership strategica rimanga la pietra angolare per entrambe le nazioni, alcuni osservatori sostengono che l’allineamento dell’India con Washington crei attriti strutturali con la Russia.

Dal suo punto di vista, in che modo intende dare nuovo slancio alle relazioni bilaterali? Quali misure si possono adottare per garantire che i legami tra Russia e India rimangano solidi di fronte alle pressioni geopolitiche esterne? E come descriverebbe, a suo avviso, le relazioni tra Russia e India in questo panorama geopolitico ridisegnato? Grazie.

Vladimir Putin: Lei stesso ha descritto queste relazioni e le ha caratterizzate in modo accurato. Come lei ha osservato, si tratta di un partenariato strategico speciale e privilegiato. Un rapporto del genere non si è costruito da un giorno all altro, né nel corso di pochi anni. È il risultato di decenni di cooperazione. L Unione Sovietica ha stabilito relazioni diplomatiche con l India nel 1947 e ha costantemente sostenuto lo sviluppo del giovane Stato. Siamo lieti di vedere che, grazie al lavoro instancabile, al talento e alla determinazione del popolo indiano, l’India ha raggiunto un successo notevole e ha compiuto enormi progressi nel suo sviluppo.

Tutti i presenti sanno che l’India sta attualmente registrando i tassi di crescita economica più elevati tra le principali economie mondiali. Questo non è un caso casuale; è il risultato di sforzi costanti e mirati, soprattutto da parte del governo guidato dal Primo Narendra Modi. La solida performance economica del paese riflette la riuscita attuazione delle politiche e delle strategie di sviluppo perseguite sotto la sua guida.

Abbiamo ancora molto lavoro da fare insieme, ma siamo fiduciosi che il commercio bilaterale raggiungerà i 100 miliardi di dollari nei prossimi anni. Attualmente, il volume degli scambi si attesta a circa 58–60 miliardi di dollari. Tuttavia, sono presenti tutte le condizioni necessarie per intensificare i nostri sforzi congiunti e raggiungere obiettivi ancora più ambiziosi.

La nostra cooperazione va ben oltre il settore energetico, compreso quello nucleare. La centrale nucleare di Kudankulam è già operativa e continua ad espandersi, e prevediamo che in futuro verranno prese decisioni su ulteriori siti. Continueremo inoltre ad approfondire la cooperazione nel settore degli idrocarburi. La Russia rimane uno dei maggiori investitori stranieri nell economia indiana e intendiamo rafforzare ulteriormente la cooperazione in materia di investimenti su base reciproca.

È risaputo che intratteniamo una stretta collaborazione anche nel settore farmaceutico, dove le aziende russe sono pronte a offrire un’ampia gamma di prodotti e soluzioni. Non entrerò nei dettagli, ma abbiamo delineato una serie di iniziative a lungo termine molto promettenti che sono di reciproco interesse sia per l India che per la Russia.

Tuttavia, trovo la sua domanda un po’ sorprendente. Lei ha suggerito che la cooperazione dell’India con gli Stati Uniti stia creando difficoltà nei suoi rapporti con la Russia. Noi non la vediamo affatto in questo modo. Da dove le è venuta questa idea? Siamo lieti che l’India stia sviluppando relazioni con tutti i paesi. L’India è una grande potenza globale con una popolazione di 1,5 miliardi di persone, un’economia in rapida crescita e una delle più grandi democrazie del mondo. È del tutto naturale che l’India sviluppi relazioni con un’ampia gamma di paesi in linea con i propri interessi nazionali.

Un’altra cosa è che gli Stati Uniti stiano cercando di fare pressione sull’India su alcune questioni, in particolare su alcune questioni relative alla cooperazione con la Russia. Ma credo che tutti abbiano capito da tempo che esercitare pressioni sul primo ministro Modi, che guida un paese con una popolazione di 1,5 miliardi di persone, sia inutile. Inoltre, ciò danneggia le relazioni internazionali e quelle bilaterali, indipendentemente dalla parte da cui provenga questa pressione.

Non intravediamo alcuna conseguenza negativa derivante dalla situazione attuale. Riteniamo che si possano trovare soluzioni reciprocamente accettabili con tutte le parti coinvolte. Ad oggi, non abbiamo riscontrato alcun effetto negativo di rilievo. La Russia e l’India continuano a rafforzare la loro collaborazione e consideriamo l’India un partner affidabile.

Andrei Kondrashov: Ed ecco gli Stati Uniti. James Jordan è uno di coloro che sono venuti dall’Associated Press per porre domande difficili. Prego.

Vladimir Putin: Avanti, gioca duro.

James Jordan, direttore delle notizie per l’Europa e l’Africa dell’Associated Press: Grazie, signor Kondrashov, per aver organizzato questo incontro. È sempre affascinante ascoltare il punto di vista del presidente Putin su molte questioni globali. Sono qui ormai da tre anni ed è sempre un ’esperienza interessante, quindi grazie.

Presidente Putin, ieri centinaia di droni sono stati lanciati in Russia dall’Ucraina. Alcuni hanno colpito una base navale nelle vicinanze, altri hanno colpito un deposito di petrolio nelle vicinanze, provocando una colonna di fumo sopra San Pietroburgo, la sua città natale. Anche i voli verso l’ aeroporto locale hanno subito interruzioni. Più in generale, l’  economia russa ha subito un calo di recente; anche i suoi indici di gradimento personali sono calo; e gli Stati Uniti affermano che l invasione è diventata un disastro strategico – queste sono le parole di Marco Rubio. Egli ha anche aggiunto che la Russia non raggiungerà i propri obiettivi di guerra solo con mezzi militari. Alla luce di ciò, è ancora logico perseguire il suo obiettivo bellico di mantenere il controllo della regione del Donbass o è pronto a raggiungere un accordo? Grazie.

Vladimir Putin: Innanzitutto, l’una non esclude l’altra. Il controllo dell’intera regione del Donbass e la conclusione di un accordo non sono mutualmente esclusivi.

Perché pensi che siano in conflitto? Hai citato la dichiarazione del signor Rubio. È un partner serio; siamo in contatto con lui. Recentemente è intervenuto al Senato o al Congresso. È chiaro che la situazione politica interna negli Stati Uniti è complessa – alcuni lo sostengono, altri lo attaccano. Ciò che il Segretario di Stato dice su una questione specifica all’interno del suo paese è certamente di interesse per noi, ma in definitiva, siamo più interessati alla situazione reale. E se si parla del conflitto in Ucraina in questo momento, ci interessa la situazione reale sul campo.

Come si presenta la situazione? È la seguente. Innanzitutto, e questo va sottolineato, le truppe russe stanno avanzando lungo l’intera linea di contatto. Non c’è un solo punto in cui le truppe russe non stiano avanzando. Il problema più grave che le Forze Armate ucraine devono affrontare oggi è una disastrosa carenza di personale.

Recentemente, le Forze Armate ucraine hanno subito una riduzione di 100.000 effettivi. Le perdite mensili sono di circa 40.000 unità. A seguito della mobilitazione forzata – le persone, come sapete, vengono prelevate dalle strade, come cani randagi, e costrette nell’ esercito. Vi parlerò ora delle conseguenze. Le perdite mensili sono di circa 40.000. La mobilitazione forzata porta circa 15.000–16.000 persone al mese, e circa 14.000 tornano dagli ospedali dopo essere stati feriti. Quindi ogni mese c’è una perdita netta di circa 10.000 effettivi. Oltre a ciò, circa 20.000 disertano ogni mese. All’inizio di quest’anno, il numero dei disertori era di circa 60.000. Le persone vengono reclutate con la forza – non c’è motivazione, nessuno vuole combattere.

Il dato quasi ufficiale è che sono stati avviati 200.000 procedimenti penali per diserzione. Questo è uno dei problemi, ma non il più grave. Porta alla perdita di territori e città. Proprio di recente – non fornirò il numero esatto di comunità in questo momento, nel caso mi sbagliassi – l’  esercito russo ha portato sotto il proprio controllo circa 2.440 chilometri quadrati. L’offensiva, come ho detto, è in corso ogni giorno.

Dato che hai menzionato il Donbass, l’esercito russo ha attualmente il pieno controllo della Repubblica Popolare di Lugansk – al 100%. Oltre l’85% del territorio della Repubblica Popolare di Donetsk è sotto il nostro controllo. Solo di recente, l’Ucraina controllava circa il 25% del territorio, e ora è scesa a meno del 15%. Controlliamo anche l’80% della regione di Zaporozhye. Questo processo prosegue giorno dopo giorno.

È vero, gli sponsor occidentali forniscono un gran numero di droni all’Ucraina – di diverse categorie, compresi gli UAV a lungo raggio. Purtroppo, alcuni di essi riescono a superare le difese. Ma la Russia ha il proprio sistema di difesa aerea. Dobbiamo sicuramente perfezionarlo. Sì, dobbiamo rafforzarlo, e lo faremo con ogni mezzo. L’Ucraina non ha un sistema del genere. Possiede alcuni dei suoi elementi, ma non un sistema. Ha i Patriot e altri tipi di armi, ma la carenza è catastrofica. Ma il sistema in quanto tale non esiste. Allo stesso modo, l’Ucraina non ha sistemi d’attacco come quelli di cui dispone la Federazione Russa. Con questo intendo missili ipersonici, missili da crociera – lanciati da mare, aria e terra. Abbiamo anche qualcosa di vitale – il  patriottismo del popolo russo e la forte volontà che garantiscono il raggiungimento di tutti gli scopi e gli obiettivi dell’ operazione militare speciale.

Nel passare in rassegna le questioni fondamentali, devo menzionare un’ulteriore circostanza. Disponiamo di una nostra base produttiva, di risorse, di ricerca e di manodopera per affrontare tutti gli obiettivi relativi alle disposizioni delle Forze Armate russe. Questa base si rafforza di mese in mese e, certamente, costituisce il fondamento di tutti i risultati e i progressi che ho appena menzionato.

Per riassumere, vorrei aggiungere quanto segue: Senza dubbio, siamo pronti e disposti a raggiungere un accordo con l’Ucraina con mezzi pacifici – e sulla base di quanto abbiamo discusso durante l’incontro con il presidente Trump ad Anchorage. In quell’occasione, sono state poste alcune domande alla Russia in modo da poter concordare alcuni compromessi. La Russia accetta i compromessi discussi ad Anchorage. È necessario che anche l’Ucraina accetti di attuarli. Allora, il conflitto si risolverà in modo naturale e rapido.

Andrei Kondrashov: Ha ricevuto risposta a tutte le sue domande, signor Jordan? Se il tempo lo consentirà, potrà porre ulteriori domande, ma per il momento, mi permetta, signor Presidente, di rivolgere la mia domanda a lei.

Gli attacchi di rappresaglia che stiamo sferrando oggi in risposta agli incessanti attacchi terroristici provenienti dall’Ucraina – diretti contro le infrastrutture utilizzate dalle  Forze Armate dell’Ucraina (AFU) e delle strutture del complesso militare-industriale – stanno, sotto i nostri stessi occhi, assumendo un carattere sistemico. In effetti, uno dei nostri recenti attacchi di rappresaglia solleva la domanda – è stato utilizzato l’Oreshnik in quell’occasione? Inoltre, in linea di massima, cosa ci offre l’uso di tali armi?

Vladimir Putin: Per quanto riguarda i nostri nuovi sistemi, sono in fase di sviluppo – tra questi c’è l’Oreshnik. Tuttavia, essi differiscono in parte da ciò che facevamo prima del conflitto in Ucraina.

Cosa intendo dire? Vedete, abbiamo testato tali sistemi nei campi di prova, ma l’Oreshnik non è stato testato in questo modo, e ciò non ha costituito un impiego in combattimento. In tutto il territorio dell Ucraina, non c è stato sostanzialmente fatto alcun uso da combattimento completo dell Oreshnik, e per quanto riguarda l ultimo caso – non è proprio così … Per essere del tutto sincero, vi svelerò un importante segreto militare di Stato: abbiamo semplicemente colpito luoghi dove era possibile osservare i risultati. Questo vale per Belaya Tserkov e, ancor più, all’area della DPR all’interno della zona fortificata principale. Successivamente, i nostri droni sono volati all’interno della struttura che abbiamo colpito e abbiamo osservato meticolosamente come si sono disperse le testate separabili, calcolando tutto al millimetro. Questo è fondamentale per noi per prendere decisioni future sull  impiego su larga scala dell  Oreshnik contro obiettivi designati, comprese le aree urbane.

Andrei Kondrashov: Grazie .

Cari colleghi, a chi tocca adesso?

Martin Romanczyk, Agenzia di stampa tedesca (DPA), Germania.

Ma, sai, vorrei prima porre io stesso una domanda a Martin, se mi è consentito. Tu rappresenti l’agenzia di stampa più grande e più importante della Germania. In qualità di giornalista, hai l’impressione che il tuo Paese si stia preparando alla guerra? È davvero così, o ci sembra semplicemente così? E si sta davvero preparando a entrare in conflitto con la Russia?

Vladimir Putin: Mi oppongo. Non c’è bisogno che tu risponda. Non sei qui per essere interrogato, ma in qualità di investigatore; sei tu a dover interrogare gli altri.

Andrei Kondrashov: Allora ne parleremo a parte dopo questa riunione.

Prego, proceda pure.

Responsabile del servizio notizie della Deutsche Presse-Agentur (DPA) (Germania) Martin Romanczyk (ritradotto): I would like to respond to your question. No, I do not think so.

Signor Presidente, la ringrazio molto per l’invito.

Vorrei anche affrontare il tema dell’Ucraina e tornare su una domanda che è già stata posta in questa sede. Lei ha parlato di pace. La Germania e molti paesi europei desiderano partecipare a questi negoziati di pace attualmente mediati dagli Stati Uniti, nonostante il conflitto in Iran. Quale ruolo può svolgere la Germania, e quale ruolo può assumere il Cancelliere federale? E, se mi è consentito, vorrei aggiungere qualcosa a questa domanda. Lei ha citato Gerhard Schröder come negoziatore a nome degli europei. Oltre a Gerhard Schröder, chi altro può immaginare in questo ruolo – chi potrebbe assumere queste funzioni di mediazione a nome della Germania? Grazie.

Vladimir Putin: Lei ha sollevato due punti su cui vorrei soffermarmi. In primo luogo, ha detto che l’Europa vorrebbe partecipare ai negoziati. Giusto? In secondo luogo, ha chiesto chi, oltre al signor Schröder, potrebbe fungere da mediatore. Una cosa è partecipare ai negoziati, e un’altra è essere un mediatore. Come possono l Unione Europea o i singoli paesi dell Unione Europea fungere da mediatori se sostengono direttamente gli sforzi del paese con cui abbiamo un conflitto armato? Che tipo di mediatori possono essere? Se si vuole essere un mediatore, bisogna essere neutrali. Questo è il mio primo punto.

E in secondo luogo, sono rimasto sorpreso dalla reazione alla mia menzione del signor Schroeder come possibile mediatore. Ne è seguita un’ immediata levata di scudi: «No, Schroeder non può essere coinvolto perché è un amico di Putin. » Non è un amico di Putin. È uno statista tedesco, e uno dei migliori, a mio avviso, perché ha una sua posizione e il coraggio di difenderla. Purtroppo, oggi in Europa non ci sono molti politici che possiedono queste qualità.

L’Europa si trova attualmente ad affrontare importanti sfide energetiche. Tuttavia, è stato Gerhard Schröder a promuovere progetti infrastrutturali come il Nord Stream, pensati per garantire all’economia tedesca forniture energetiche affidabili e convenienti dalla Russia. Inoltre, questi progetti non miravano solo a garantire le forniture, ma hanno anche creato un quadro di impegni e obblighi reciproci tra le parti coinvolte. Ciò che conta non è che abbiamo un buon rapporto con lui. Ciò che conta è che, pur perseguendo gli interessi nazionali del suo paese, abbia dimostrato di essere una persona di parola. Questa è l essenza della questione. Chiunque intenda agire come mediatore deve godere della fiducia di entrambe le parti. Francamente, faccio fatica a capire come la Russia possa fidarsi di persone che,  da anni, parlano della necessità di infliggere una sconfitta strategica alla Russia.

È proprio questo il problema, Martin, das ist das Problem. Tuttavia, non ci rifiutiamo di dialogare. Non abbiamo mai rifiutato i contatti con i rappresentanti dell’ Unione Europea in nessuna forma. Per quanto riguarda il ruolo dell’UE come mediatore nei negoziati con l’Ucraina, ci sono evidenti difficoltà, come ho già menzionato, e penso che sia difficile contestarlo. Ma non stiamo rifiutando i contatti. Se vogliono parlare, sanno come raggiungerci. Possono prendere il telefono e chiamare. Se vogliono venire, sono i benvenuti. Non è la Russia a rifiutare il dialogo. Sono rimasto anche sorpreso nel sentire affermare che la malvagia Russia avesse smesso di fornire energia all Europa. Non ci siamo fermati. L’Europa ha scelto di smettere di acquistare, sperando che ciò provocasse il crollo della nostra economia. Ebbene, hanno visto che nulla è crollato, che è ora di smetterla, di rendersi conto che era un approccio sbagliato e forse apportare qualche modifica. Ma invece continuiamo a sentire la stessa retorica. Hanno fatto così tante dichiarazioni pubbliche e impegni politici che è difficile cambiare la loro posizione ora.

Non intendo esprimermi in merito. Voglio solo dire che non abbiamo mai rifiutato il dialogo. Voglio ribadirlo. Se qualcuno ritiene ragionevole riprendere il dialogo con la Russia – faccia pure. Chi sarà il negoziatore da parte dell’Europa? Non lo so. Non stiamo imponendo nulla. Ho sentito questo clamore sul fatto che la Russia voglia  imporre qualcosa, suggerire dei negoziatori. Non stiamo imponendo nulla né nessuno. Naturalmente, vogliamo sapere chi potrebbe essere. Lasciatemi ripetere: devono essere persone di cui possiamo fidarci. È solo una questione operativa che potrebbe essere discussa tranquillamente e con calma, diciamo, a livello di ministri degli esteri o di servizi di intelligence . I contatti tra le nostre agenzie di intelligence continuano, a proposito.

Martin Romanczyk (ritradotto): Mr President, you spoke about Nord Stream. Members of the Alternative for Germany party are present at this economic forum. They are supporting the resumption of Russia’s gas supplies via Nord Stream. What do you think of this party? We are holding regional and federal elections soon. What are your expectations of this party? What is your general attitude towards the Alternative for Germany party?

Grazie.

Vladimir Putin: Ritengo che non sia opportuno da parte mia esprimere giudizi sulle forze politiche della Repubblica Federale. Sappiamo – e io so – che, se ciò corrisponde alla realtà, o per quanto mi è stato riferito, Alternativa per la Germania è attualmente al primo posto tra i partiti politici della Repubblica Federale. È davanti a CDU/CSU – anzi, di punto e tutto. È anche molto più avanti del Partito Socialdemocratico Tedesco.

Non voglio esprimermi, ma dirò una cosa. A mio parere, ciò sta accadendo perché i leader di questo partito sono in grado di formulare gli interessi del popolo tedesco e dell economia tedesca in modo chiaro e preciso. Non hanno paura di affermarli e sono disposti a lottare per di loro. Da qui il loro indice di gradimento e i risultati.

Non so e non voglio fare ipotesi sugli ulteriori sviluppi della scena politica della Repubblica Federale. Per quanto riguarda le opinioni, accogliamo con favore qualsiasi forza politica tedesca disposta a ripristinare e sviluppare le relazioni con la Russia, che si tratti di Alternativa per la Germania o di qualsiasi altro partito. Lavoreremo con chiunque voglia collaborare con noi.

Andrei Kondrashov: Se c’è un paese che vuole davvero collaborare con noi, quello è la Bielorussia.

Vorrei dare la parola a BelTA, l’agenzia di stampa bielorussa. Andrei Mokhor, prego, ha la parola.

Direttore generale dell’Agenzia telegrafica bielorussa (BetTA) Andrei Mokhor: Buonasera, signor Presidente.

Innanzitutto, vi ringrazio per l’opportunità di tenere questa discussione sinceramente aperta su temi che sono stati motivo di preoccupazione ben al di là della cerchia delle persone sedute attorno a questo tavolo. È già stato detto in molte occasioni che le relazioni tra Bielorussia e Russia possono essere considerate una sorta di punto di riferimento in termini di relazioni interstatali e di equilibrio un equilibrio tra integrazione e l’impegno incondizionato a preservare la sovranità. Persino l’ EAEU non ha ancora raggiunto questo livello di interazione.

Vorrei chiedervi un parere su come superare la crisi di fiducia che sta emergendo tra i nostri partner di lunga data, i quali, con le loro azioni, a volte finiscono di fatto per rompere i rapporti.

Vladimir Putin: Una crisi di fiducia con i nostri partner?

Andrei Mokhor: Sì. Una crisi di fiducia con i nostri partner nell’area post-sovietica. In particolare, mi riferisco agli sviluppi riguardanti l’Armenia.

Vladimir Putin: Sapete, non c’è nulla di straordinario in questo. Le forze politiche che sostengono l’ attuale Primo Ministro ne parlano già da un po’ di tempo. Non hanno alcun rimorso e ne parlano apertamente.

In realtà, non c’è nulla di male nel cercare di allinearsi agli standard occidentali, agli standard europei. Credo che qualsiasi paese sovrano, e l Armenia è ovviamente uno di questi – ogni paese sovrano abbia il diritto di stabilire quelli che ritiene standard prioritari in grado di  avvantaggiare il paese e rafforzarne l indipendenza, la sovranità e, cosa soprattutto importante, la sua economia, nonché a scegliere i propri partner di conseguenza.

Cosa ha suscitato le nostre preoccupazioni? È stato il fatto che l’Armenia abbia adottato una legge volta ad avviare il processo di adesione all’  Unione Europea – questo è il titolo, tra l’altro, ed è stato il signor Lukashenko a richiamare la nostra attenzione su questo fatto, mentre io me ne ero persino dimenticato, ma lui ha sottolineato il titolo effettivo della legge. Tutto come al solito, nulla di straordinario, se non fosse per il fatto che l’Armenia, come ho già detto, e ne abbiamo discusso anche in Kazakistan quando abbiamo avuto un incontro con i nostri colleghi – l’Armenia opera nel quadro dell’ Unione Economica Eurasiatica. Esistono standard diversi, norme tecniche in agricoltura, trasporti e logistica – ci sono così tante divergenze.

Mi piacerebbe molto vedere, in una prospettiva storica, gli standard tecnici, la logistica e tutti gli altri numerosi fattori coinvolti – molti dei quali possono sembrare una mera formalità a prima vista ma sono in realtà cruciali per lo sviluppo economico – diventassero allineati tra l Unione Europea e l EAEU. Questo ci renderebbe uno spazio economico davvero vasto “da Lisbona agli Urali”, come disse De Gaulle, anche se sarebbe ancora meglio se si estendesse fino a Vladivostok. Tuttavia, ciò è attualmente impossibile per motivi tecnologici, poiché le zone di libero scambio dell’EAEU e dell’UE sono incompatibili.

Naturalmente, questo è motivo di preoccupazione per noi. Se una legge in materia viene adottata, si va oltre le semplici parole: è la legge, e vorremmo chiedere ai nostri colleghi armeni di decidere il loro percorso di sviluppo il prima possibile. L organizzazione del mercato e il quadro giuridico all interno dell EAEU dipendono da questo, perché discutiamo ogni questione proprio come si fa nell UE. Senza voler esagerare, i nostri colleghi a volte si scaldano parecchio in queste discussioni.

A volte ogni virgola è importante. Ma è anche importante per noi sapere come sarà strutturata questa interazione. Questo non riguarda solo l’energia, anche se è importante perché il mercato comune dell’energia è una delle poche questioni che non è stata coordinata in termini della nostra politica nel suo insieme. Come potete vedere, anche i nostri colleghi in Germania sono preoccupati per il Nord Stream. Questo [l’energia] è un elemento cruciale oggi, ed è particolarmente importante nello spazio post-sovietico, cioè all’interno dell’ EAEU.

Inoltre, il primo ministro Pashinyan ha affermato proprio di recente che ritiene importante indire un referendum su questa questione. La nostra unica richiesta è che la questione venga chiarita il più rapidamente possibile. Nient’altro. Non abbiamo obiezioni. Manterremo buoni rapporti con l’Armenia indipendentemente dal percorso di sviluppo che deciderà di seguire.

Per quanto riguarda gli altri paesi, come ho detto, riusciamo sempre a trovare un accordo, nonostante tutte le difficoltà delle trattative. Sono fiducioso che saremo in grado di farlo anche in futuro.

Per quanto riguarda l’Armenia, la Russia ha sostenuto, su richiesta dell’Armenia, la sua adesione all’EAEU. Intendo dire che, in termini di una serie di indicatori economici, l’Armenia non si adattava pienamente al quadro generale in quel momento. Tuttavia, ora ha deciso di esplorare una direzione diversa . Non abbiamo alcuna obiezione al riguardo – è una scelta che spetta interamente a loro. La nostra unica richiesta è che si prenda una decisione il più presto possibile e che si proceda in modo aperto e trasparente. Tutto qui. Quindi non vedo alcun problema politico rilevante in questo contesto. Ci sono, ovviamente, questioni economiche e tecniche da affrontare, ma spero che saremo in grado di risolvere anche quelle.

A proposito, per quanto riguarda il Nord Stream. Come sapete, i gasdotti del Nord Stream sono stati fatti saltare in aria, giusto? Ma un tratto del Nord Stream 2 rimane intatto e illeso. Attraverso di essa, il gas russo potrebbe essere pompato verso la Repubblica Federale di Germania già da domani. Basta — e non sto scherzando — semplicemente premere un pulsante, e il gas inizierà a scorrere. Ma ciò richiede una decisione da parte del governo della Repubblica Federale. Abbiamo un contratto in vigore tra Gazprom e il suo partner nella Repubblica Federale, e i contatti con Gazprom sono in corso;rimaniamo in comunicazione. Gazprom non ha mai rifiutato le forniture ed è pronta a consegnare domani. Anche i suoi partner lo vogliono . Tutto ciò che serve è una decisione da parte del governo della Repubblica Federale .

Ed ecco che arriviamo al punto cruciale – una questione politica, una questione di sovranità. Perché questo sistema non solo è stato fatto saltare in aria – lo considero un atto di terrorismo di Stato, e penso che sareste d’accordo – ma anche se una linea rimane intatta e operativa, è comunque soggetta alle sanzioni statunitensi. Se il governo tedesco raggiungerà un accordo con i suoi partner, le sanzioni saranno revocate, premeremo il pulsante e il gas inizierà a scorrere – domani, se necessario.

Si tratta di una questione di sovranità: che siano d’accordo o meno, o che, senza concordare con nessuno, si limitino semplicemente a dire di no, oppure spieghino ai loro partner a Washington che ne hanno bisogno perché stanno attraversando un periodo molto difficile. I prezzi elevati dell’energia stanno minando la competitività dell’ economia tedesca e danneggiano l’ Unione Europea nel suo insieme, poiché la Germania rimane la locomotiva dell’ economia europea. Questo sistema deve essere rimesso in funzione. Potrebbero raggiungere un accordo pacificamente, spiegando la gravità della situazione. Questo è tutto. Con una maggiore capacità, si potrebbero fornire fino a 25, e potenzialmente 28 miliardi di metri cubi all’anno – a partire da domani.

Ma ciò che Gazprom si aspetta dai suoi partner tedeschi è una risposta chiara: accetteranno il gas o no? Altrimenti, lo reindirizzeremo verso altri mercati e lo venderemo ad altri partner. Il contratto rimane in vigore. E non è Gazprom a non rispettare i propri obblighi – Gazprom è pronta. Il partner tedesco non prende il gas, perché ci sono istruzioni da Bruxelles e da Berlino di non prenderlo. Tutto qui.

Continuiamo.

Andrei Kondrashov: Agenzia di stampa MENA, Egitto. Shohrat Aref, prego, proceda.

Caporedattore per i paesi europei e mediorientali presso la Middle East News Agency (MENA) (Egitto) Shohrat Aref (ritradotto): Grazie, signor Presidente, per avermi invitato a partecipare a questo dialogo.

Ho la seguente domanda: cosa ne pensate del ruolo del presidente al-Sisi nella promozione della stabilità in Medio Oriente? Quale ruolo potrebbero svolgere l’Egitto e la Russia nell’allentare le tensioni in Medio Oriente?

Vladimir Putin: Il presidente al-Sisi è un buon amico e ho un ottimo rapporto con lui. Spero inoltre che questo ci aiuti a rafforzare i nostri legami bilaterali. Gli scambi commerciali tra i nostri due paesi sono stati stabili e stanno vivendo un momento positivo, e ci sono buone prospettive per l avvio di grandi progetti. Da molti anni ormai, stiamo discutendo il progetto di creare una  valle tecnologica russa nella Valle del Nilo in Egitto. Oggi stiamo lavorando intensamente al progetto di costruzione di una centrale nucleare in Egitto. Spero che il suo primo blocco diventi operativo nel 2028.

C’è un slancio significativo ed efficace nelle nostre relazioni. Abbiamo coinvolto un discreto numero di specialisti locali per l’esecuzione dei lavori di costruzione, il che significa che si tratta di un progetto di grande impatto. Stiamo lavorando anche in altri settori. Abbiamo sviluppato un rapporto di fiducia nella nostra cooperazione politica sulla scena internazionale. La Russia apprezza gli sforzi del presidente el-Sisi per raggiungere una soluzione in Medio Oriente.

La tragedia palestinese è stata in qualche modo messa in secondo piano a causa degli sviluppi in Iran e nei dintorni e nello Stretto di Hormuz, ma la questione palestinese non è scomparsa. Rimane di grande attualità. A questo proposito, il Presidente dell’ Egitto ha dato e continua a dare un contributo significativo al raggiungimento di un accordo, il che significa giungere a una soluzione equa per tutte le questioni relative alla Palestina. Naturalmente, vorrei sottolineare ancora una volta che, secondo il parere della Federazione Russa, la creazione di uno Stato palestinese sostenibile è l’unico approccio fondamentale per risolvere questa questione.

So che il Presidente dell’Egitto si è impegnato a fondo sul programma volto a risolvere la crisi iraniana. È rimasto in contatto con tutte le parti coinvolte in questo processo in ogni momento, e anche noi abbiamo mantenuto i contatti. Ci scambiamo consigli, ci ascoltiamo a vicenda e teniamo conto delle rispettive posizioni. Vorrei ringraziare il presidente el-Sisi per aver attribuito tanta importanza al rafforzamento dei legami tra Russia ed Egitto. Questo è fondamentale. L’Egitto è uno dei nostri partner prioritari nella regione.

Andrei Kondrashov: La Spagna è stata un paese che ha manifestato contro i conflitti in Medio Oriente. Abbiamo con noi José Manuel Sanz Mingote, caporedattore dell’Agencia EFE. A lei la parola.

Caporedattore e Direttore delle informazioni internazionali presso l’agenzia di stampa spagnola EFE José Manuel Sanz Mingote (ritradotto): Grazie.

Vorrei ringraziare i nostri amici dell’agenzia di stampa TASS per la loro ospitalità.

Signor Presidente, la mia domanda riguarda l’Ucraina. Cosa impedisce il raggiungimento di una pace duratura in Ucraina, che permetta di discutere tutte le  legittime preoccupazioni della Russia relative al conflitto?

Possiamo constatare che sono stati compiuti alcuni progressi, e voi ce ne avete parlato. Ma ci vuole troppo tempo per raggiungere questi obiettivi, specialmente nel Donbass. Abbiamo assistito a numerosi scambi di fuoco tra le parti. È forse questo il momento giusto per un cessate il fuoco, per sedersi al tavolo delle trattative e discutere tutte le  questioni? Anche se l UE e i paesi europei non possono mediare il processo, potrebbero aiutare a cercare una soluzione.

Grazie mille.

Vladimir Putin: Ritengo che l’UE possa effettivamente contribuire alla ricerca di una soluzione. A mio avviso, si dovrebbe giungere a una soluzione nel quadro degli accordi stipulati a Anchorage, e la parte ucraina ne è pienamente consapevole. Vorrei ribadire che la questione sollevata prima dell’incontro ad Anchorage era se la Russia fosse pronta a fare alcuni compromessi. Durante la mia visita ad Anchorage e il mio incontro con il Presidente degli Stati Uniti ho detto che eravamo pronti, e ho specificato gli accordi e i compromessi che saremmo disposti a fare. La questione è che la parte ucraina accetti questi compromessi. Tuttavia, a giudicare da tutte le indicazioni, in primo luogo dalla situazione politica interna, Kiev non è pronta per questo.

Il motivo è che, se si raggiungesse la pace, i conflitti politici interni e la lotta per il potere a Kiev si intensificherebbero drasticamente, e la situazione economica deteriorerebbe ulteriormente in questo contesto. Mi sembra che le autorità al potere [a Kiev] non siano interessate a porre fine alle ostilità perché in questa situazione è improbabile che abbiano buone prospettive – diciamolo con tatto – di mantenere il potere.

Inoltre, dovranno affrontare le questioni economiche. Gli esperti europei sanno quanto costerà ricostruire l’economia ucraina – centinaia di miliardi di euro – e quanto tempo ci vorrà. Sono a conoscenza delle proposte della Cancelliera tedesca per rendere l’Ucraina un membro associato e così via. Questo non ci riguarda. Non siamo contrari – fate pure. Ma siamo contrari a trasformare l’UE in un blocco militare. Questo è un motivo di preoccupazione per noi. Ma non siamo contrari all’integrazione economica. Avanti pure. Gli esperti europei sanno quanto costerà, e gli agricoltori europei sanno cosa succederà se i mercati europei si apriranno ai prodotti agricoli ucraini.

Potrei parlarne a lungo, ma ecco come risponderò alla tua domanda: Sì, l UE potrebbe potenzialmente svolgere un ruolo positivo, anche se non fornendo armi, ma cercando di convincere Kiev ad accettare i compromessi di cui abbiamo discusso ad Anchorage. Questo è tutto.

Andrei Kondrashov: Per favore, Vugar Aliyev, presidente del consiglio di amministrazione dell’agenzia di stampa AZERTAC, Azerbaigian.

Prego, prego.

Presidente del Consiglio di amministrazione dell’Agenzia di stampa statale dell’Azerbaigian (AZERTAC) Vugar Aliyev: Buonasera, signor Presidente.

Grazie mille per aver dedicato del tempo a incontrarci, noi giornalisti.

La mia domanda riguarda le relazioni tra i nostri paesi. Posso chiedere come valuta le prospettive di sviluppo delle relazioni tra l’Azerbaigian e la Russia?

Vladimir Putin: Le definirei decisamente positive. I nostri rapporti con l’Azerbaigian sono sempre stati, e continuano a essere, molto positivi. Ciò vale sia per la sfera economica che per quella politica.

Abbiamo firmato una Dichiarazione sull’Interazione tra Alleati un paio di anni fa, e le relazioni si stanno sviluppando di conseguenza. Il presidente Aliyev sta compiendo sforzi significativi per dare a questo trattato un contenuto concreto. Ciò è evidente nei settori specifici della nostra cooperazione. Ritengo che gli investimenti russi accumulati nell’ economia azera superino i 10 miliardi di rubli. Numerose imprese operano con capitale russo. Abbiamo inoltre una stretta cooperazione in materia culturale ed educativa. Un numero considerevole di azeri, come è ben noto, lavora nella Federazione Russa. Essi inviano denaro per sostenere le loro famiglie. Ci stiamo impegnando per organizzare tutto questo in modo corretto e civilizzato.

Abbiamo numerosi settori di interesse comune nel campo della logistica, in particolare il corridoio Nord-Sud che garantisce l’accesso all’ Iran. Al momento, ovviamente, questo è stato in qualche modo ostacolato dagli eventi che coinvolgono l’Iran, ma rimane un settore di significativo interesse reciproco.

Siamo profondamente grati al presidente Aliyev per averci aiutato a conseguire gli aiuti umanitari in Iran. Va sottolineato che la  parte azera si è dimostrata diligente ed efficace a questo proposito, rispondendo prontamente alle nostre richieste. Ciò è fondamentale anche per alleviare la situazione in quella regione.

Il volume degli scambi commerciali è in aumento e va sottolineato che si stanno aprendo nuove opportunità per lo scambio reciproco di beni. Siamo impegnati in trattative su un ampio spettro di settori specifici. In questa fase, ritengo prematuro entrare nei dettagli, ma ciò riguarda principalmente il settore energetico. Incontreremo il Presidente Aliyev e discuteremo sicuramente di tutte le questioni a tempo debito. Nel complesso, ritengo che le relazioni tra i due paesi si stiano evolvendo – e in modo molto positivo.

Andrei Kondrashov: Colleghi, la domanda successiva, per favore. A chi tocca adesso?

L’agenzia kirghisa Kabar. Il direttore Mederbek Shermetaliyev, per favore.

Il direttore dell’agenzia di stampa nazionale kirghisa Kabar, Mederbek Shermetaliyev: Grazie, signor Kondrashov.

Buon pomeriggio, signor Presidente.

Grazie per questa opportunità di partecipare all’incontro di oggi con voi insieme ai direttori delle agenzie di stampa. Permettetemi di porre due domande.

Signor Presidente, il Presidente Sadyr Japarov ha ripetutamente sottolineato che l’Asia centrale dovrebbe diventare una regione di pace, buon vicinato e sviluppo condiviso. In questo contesto, l’elezione del Kirghizistan al Consiglio di sicurezza dell’ONU è stato un evento importante non solo per il nostro paese, ma anche per l’intera regione. Quale ruolo, secondo lei, può svolgere l’Asia centrale nel rafforzamento della sicurezza internazionale nei prossimi anni? Questa è la mia prima domanda.

La mia seconda domanda riguarda il fatto che quest’anno Bishkek ospiterà il vertice della SCO. Alla luce delle crescenti sfide globali e dell’instabilità, quali iniziative congiunte nell’ambito della SCO la Russia considera prioritarie per rafforzare la sicurezza regionale, e quali proposte chiave intende la parte russa intende presentare per la discussione durante il vertice?

Grazie.

Vladimir Putin: Per quanto riguarda ciò che intendiamo proporre al vertice, ci ispireremo innanzitutto dalle proposte della parte kirghisa in qualità di paese ospitante dell’evento. Sappiamo che sia il Presidente del Kirghizistan che tutti i nostri colleghi stanno dedicando a questo la massima attenzione e ci stanno lavorando. I nostri rispettivi organi governativi sono in costante contatto, sia attraverso i ministeri degli Esteri che attraverso le pertinenti agenzie economiche, coordinando i loro sforzi. Sono fiducioso che ciò porterà al raggiungimento dei necessari compromessi laddove richiesto. Più in generale, ciò porterà non solo a formulazioni ma alla definizione di obiettivi per l’ulteriore sviluppo dell’ associazione nel suo insieme.

Ciò su cui vorrei richiamare l’attenzione è quanto segue. Inizialmente era stato istituito come meccanismo per la risoluzione delle questioni relative ai confini tra la Repubblica Popolare Cinese e quelle repubbliche dell ex Unione Sovietica che condividono un confine con la Cina. Oggi, quanti Stati membri ci sono – 27 paesi? Si tratta, in effetti, di un importante organizzazione.

Pochi osservatori esterni se ne rendono conto, ma è in corso un lavoro concreto sull’integrazione economica, e questo sta diventando un fattore di primo piano negli affari regionali, come minimo. E dato che, dopotutto, sono coinvolti 27 paesi, si tratta di un impresa significativa . Ciò che è importante è che l’Asia centrale – con le risorse dei  paesi dell’Asia centrale, il suo vasto territorio e la sua popolazione in crescita – stia attirando un’attenzione sempre maggiore da parte dell’intera comunità internazionale, principalmente, ovviamente, sulla base del potenziale economico della regione. Tutto ciò che viene fatto nell’ambito dell’organizzazione stessa sarà senza dubbio di interesse sia per la Russia che per tutti i nostri partner.

Pertanto, auguriamo di cuore ai nostri amici kirghisi ogni successo e faremo tutto il possibile per garantire che questo evento, a mio avviso, si riveli un successo.

Andrei Kondrashov: Non abbiamo ancora ricevuto domande dalla Francia o dalla Gran Bretagna.

Cominciamo dalla Francia. Una delle principali agenzie, l’Agence France-Presse – Pierre Ausseill, direttore regionale per l’Africa e l’Europa, prego.

Pierre Ausseill, direttore regionale dell’AFP per l’Africa e l’Europa (ritradotto): Good evening, Mr President.

Ho una breve domanda sull’Ucraina, che riguarda l’economia e il presidente Zelensky. La spesa militare russa è aumentata notevolmente a causa dell’operazione militare speciale, e l’economia sta mostrando segni di tensione. L’economia russa economia russa resistere a tutto questo?

La mia seconda domanda riguarda il signor Zelensky. Se dovesse sedersi al tavolo delle trattative con lui per firmare un trattato di pace, cosa gli direbbe? E lo considera il legittimo rappresentante dell’Ucraina?

Vladimir Putin: Per quanto riguarda la questione della sua legittimità, si tratta di una questione che spetta agli avvocati, all’analisi giuridica. Naturalmente, se dovessimo arrivare al punto di firmare dei documenti – e questo non è un capriccio da parte nostra; qualsiasi paese nella nostra posizione vorrebbe firmare documenti di questo tipo, che sarebbero davvero storici sia per la Russia che per l’ Ucraina – allora vorremmo firmarli con qualcuno che sia legittimo ai sensi della costituzione dell’altro paese, la legge fondamentale dell’ Ucraina. Ciò richiede un’attenta analisi giuridica. Non entrerò nei dettagli ora – ne ho già parlato in precedenza e chiunque può cercare ciò che ho detto.

Ecco il nodo della questione. Due anni fa, nel maggio 2024, il mandato del presidente Zelensky è scaduto. Alla fine dell’anno scorso e all’inizio di quest’anno, si parlava molto di elezioni in Ucraina. Dove sono finite quelle discussioni? Ci saranno le elezioni o no? Vi suggerisco di porre anche a loro queste domande. È importante. Eppure nessuno le sta ponendo ora. Se si terranno le elezioni, quando? E ovviamente il risultato sarebbe cruciale.

Ai sensi della Costituzione ucraina, un presidente può ricoprire la carica per un massimo di due mandati consecutivi di cinque anni. Se accettiamo il punto di vista di coloro che sostengono che il presidente Zelensky abbia legalmente esteso i suoi poteri, due anni [del suo secondo mandato] sono già trascorsi. Si candiderà per un altro mandato di cinque anni? Ciò è contrario alla Costituzione, che prevede solo due mandati consecutivi di cinque anni, per un totale di 10 anni. E i due anni in cui è stato al potere finora? Ci sono molte domande, ma se mai dovessimo arrivare alla fase della firma dei documenti, credo che se ci fosse la volontà di porre fine a questo conflitto militare in modo pacifico – e la Russia vorrebbe farlo – troveremo chi dovrà firmare il documento in questione. Quando c’è la volontà, c’è un modo. Questo è estremamente importante, ma dobbiamo ricordare che si tratta di una questione legale.

Per quanto riguarda ciò che potremmo dirci a vicenda se arrivassimo alla fine del conflitto, come minimo potremmo e dovremmo dire: «Grazie a Dio è finita».

Tuttavia, l’aspetto giuridico della questione dovrebbe essere analizzato da esperti competenti. Credo che ciò sia ovvio.

Vorrei ribadire che possiamo firmare tali documenti solo con coloro che sono pienamente legittimati a farlo. Ci sono molte opzioni, come ad esempio il presidente della Verkhovna Rada e, forse, anche lo stesso Zelensky. Dobbiamo analizzare i documenti e le conseguenze giuridiche che la loro firma comporterebbe.

Ancora una volta, ci deve essere la volontà di farlo. Per quanto riguarda la procedura, ci sono modi per coordinarla.

Pierre Ausseill: Ho chiesto anche dell’economia, se ricordi.

Vladimir Putin: Per quanto riguarda l’economia [russa], come disse Mark Twain – credo fosse lui a dirlo – «Le notizie sulla mia morte sono decisamente esagerate». È così che una volta ci scherzò sopra. Lo stesso vale qui. C’erano previsioni sulla nostra sconfitta sul campo di battaglia, e si diceva persino – credo fosse l’ex presidente statunitense a dirlo – che l’ economia russa fosse a pezzi. Non fate pioi su pioi. Basate le vostre valutazioni su dati reali , tendenze reali e la situazione reale, in questo caso la situazione reale della nostra economia.

Di quanto è cresciuta l’economia dell’UE negli ultimi tre anni? Non scervellatevi: è cresciuta di circa il 3 per cento. E di quanto è cresciuta l’ economia russa ? È cresciuta del 10%, tre volte di più rispetto all economia dell UE . La Germania, l economia leader dell eurozona, è cresciuta di meno dell 1 %, mentre l  economia russa è cresciuta dell’1% lo scorso anno, anche se si tratta di una cifra modesta, e continua a crescere.

È vero che vi sono alcune criticità per quanto riguarda il quadro macroeconomico generale, in particolare l’ aumento dell’inflazione. È per questo motivo che la Banca Centrale e il blocco finanziario hanno adottato diverse decisioni – e queste decisioni sono state piuttosto severe – per contenere l’inflazione e migliorare gli indicatori macroeconomici. La decisione di aumentare il tasso di interesse di riferimento è stata una di queste. Tuttavia, queste misure sono state efficaci e hanno dato risultati. Ad aprile, l economia non si era ancora ripristinata completamente ai livelli dell anno precedente, ma stiamo compiendo progressi costanti verso il raggiungimento dell obiettivo previsto, o per essere più precisi, dell indicatore target del 5,4%. Si tratta di uno sviluppo positivo di per sé.

Allo stesso tempo, la produzione industriale ha continuato a crescere, così come i redditi reali delle famiglie. Infatti, i redditi reali delle famiglie sono aumentati di oltre il 28 per cento, il che è in gran parte dovuto all’aumento degli stipendi, e mi riferisco ai salari reali, non a quelli nominali. C’è stato un aumento di oltre il 25 per cento. Abbiamo rispettato tutti gli impegni sociali che abbiamo nei confronti del popolo russo, anche adeguando all’inflazione le pensioni, le indennità, i salari minimi e i sussidi a sostegno delle famiglie con figli, e così via e così via.

Avevamo in programma di ridurre al 7% il numero di persone che vivono al di sotto della soglia di povertà entro il 2030. Nel 2025 abbiamo raggiunto questo obiettivo in anticipo rispetto ai previsti e siamo andati ancora oltre, raggiungendo un livello del 6,7%.

Vorrei tornare alla citazione di Mark Twain. Vorrei ribadire che le nostre agenzie economiche e finanziarie si sono dimostrate efficaci nelle loro azioni e nel raggiungere risultati. Va da sé che abbiamo intenzionalmente intrapreso questa strada, ovviamente, quando la Banca Centrale ha deciso di aumentare significativamente il tasso di interesse di riferimento. Ha già tagliato il tasso di interesse diverse volte e lo ha portato al 14,5 per cento. Molti ritengono che sia troppo poco e che siano necessari ulteriori tagli. Non farò alcun commento al riguardo in questo momento, poiché la questione potrebbe trasformarsi in un lungo dibattito. Ho seguito queste discussioni tra il blocco economico del governo e la Banca Centrale, ecc. Ma i risultati ci sono .

Lo abbiamo fatto di proposito, pur sapendo che ciò avrebbe comportato una diminuzione degli investimenti di capitale. Come avrebbe potuto essere altrimenti? Naturalmente, era prevedibile che gli investimenti si riducessero con il tasso di interesse di riferimento della Banca Centrale a questo livello. La nostra decisione di raffreddare l’ economia era intenzionale. Alcuni potrebbero obiettare che il raffreddamento sia stato eccessivo, o che occorra fare di più a questo proposito. Tuttavia, l’abbiamo fatto di proposito. Non vogliamo un’iperinflazione fino al 30, 60 o 70 per cento, come è successo in alcuni paesi. Stiamo lottando per la salute generale dell’economia russa.

Vorrei richiamare la vostra attenzione su un altro indicatore importante. Il nostro debito pubblico è pari al 15,6%. A quanto ammonta in Francia? Probabilmente supera il 100%. Credo sia del 112%, circa. Ma noi siamo al 15,6%. Tutto ciò ci dà motivo di credere che stiamo andando nella direzione giusta e possiamo sentirci fiduciosi.

Andrei Kondrashov: Reuters, Regno Unito, Mark Bendeich, per favore.

Caporedattore globale della sezione Notizie dal mondo dell’agenzia di stampa Reuters (Regno Unito) Mark Bendeich: Grazie, signor Presidente.

Ho due domande. La prima riguarda l’Ucraina. Come valuta l’operato del presidente Trump nel tentativo di porre fine al conflitto in Ucraina? Se sia stato distratto dalla guerra con l’Iran e, in effetti, se abbia commesso un errore di valutazione in quel contesto, magari a scapito di portare avanti i colloqui sull’Ucraina?

La mia seconda domanda riguarda il suo futuro politico, Signor Presidente. Lei governa il Paese ormai da 26 anni e, indipendentemente dal fatto che intenda rimanere in carica fino al 2036, credo che ciò sia consentito dalla Costituzione. E, se mi permette di dirlo, lei sembra piuttosto in forma: ritiene di avere la resistenza e la salute necessarie per arrivare fino al 2036?

Grazie.

Vladimir Putin: Solo Dio sa se qualcuno di noi – voi, io, tutti i presenti in questa sala – sarà abbastanza in salute da sopravvivere fino a domani o il giorno dopo, per non parlare di risolvere i problemi che dobbiamo affrontare e raggiungere gli obiettivi che ci siamo prefissati. Questo per cominciare.

Per quanto riguarda i miei progetti: sì, la Costituzione mi permette di candidarmi per la rielezione nel 2030. Ma, francamente, è decisamente troppo presto per parlarne. Al momento non ci sto nemmeno pensando – ve lo dico in tutta onestà. Il Paese deve affrontare molte questioni importanti, di vasta portata e urgenti. Il modo per affrontarle non è pensare a questo, ma pensare al futuro della Russia. Questo è il primo punto.

Ora, per quanto riguarda l’Ucraina e ciò che il Presidente degli Stati Uniti ha fatto per cercare di risolvere il conflitto. L’ho già detto in passato e non mi dispiace ripeterlo. Credo che il presidente Trump sia sinceramente impegnato a risolvere la crisi ucraina. Ha già detto pubblicamente che non si aspettava che fosse così difficile. E sì – dall esterno, alcune cose possono sembrare semplici, ma una volta che ci si addentra, ci si rende conto che ci sono molti fattori sconosciuti, e questi contano.

Ora, risolvere un’altra crisi, quella che riguarda l’Iran, è davvero urgente. Vediamo che l’amministrazione statunitense è distratta e costretta a concentrarsi principalmente su quella questione. Ma ecco la differenza: la crisi ucraina è principalmente locale, anche se mi dispiace che i paesi europei stiano cercando di conferirle una dimensione globale. La crisi intorno all’Iran, al contrario, è chiaramente globale. Basta guardare l’ impatto che la chiusura dello Stretto di Ormuz ha sull’ economia mondiale. Quindi, ovviamente, l’amministrazione sta dedicando alla questione grande attenzione. Detto questo, le proposte del presidente Trump, come ho già menzionato, potrebbero benissimo costituire la base di un accordo di pace.

Quindi, per rispondere alla tua domanda sul fatto che l’amministrazione fosse sulla strada giusta: sì. Quelle proposte richiedono un compromesso – per entrambi i paesi. Anche per la Russia. E abbiamo sostanzialmente concordato su quei compromessi. Dobbiamo solo convincere la parte ucraina. Tutto qui. Nel complesso, ritengo che queste proposte potrebbero costituire le basi per un accordo tra Russia e Ucraina e potrebbero porre fine al conflitto.

Caporedattore internazionale, Notizie dal mondo, presso  agenzia di stampa Reuters (Gran Bretagna) Mark Bendeich: Mi scusi, solo una domanda di approfondimento sull’ Iran. Pensa che la Russia possa svolgere un ruolo nella risoluzione di quella disputa, in particolare in relazione all’ uranio altamente arricchito ?

Vladimir Putin: Credo di sì. Non abbiamo alcuna intenzione di imporre il nostro aiuto; tuttavia, la nostra proposta è ben nota all’ amministrazione statunitense, così come ai nostri amici e partner iraniani. Nel 2015, la Russia ha svolto un ruolo del tutto positivo facilitando il trasferimento di uranio arricchito dall’Iran alla Federazione Russa, gettando così le basi per il JCPOA e risolvendo di fatto la crisi. Questo sforzo è stato sostenuto dall’amministrazione americana dell’epoca, è stato attuato con successo e ha portato a un allentamento della tensione.

Qual è la situazione attuale? L’ uranio si trova sul territorio iraniano, un fatto attualmente indiscusso da nessuna delle parti. La domanda che sorge spontanea è quindi: cosa succederà adesso? L’ uranio passerebbe immediatamente sotto il controllo dell’ AIEA e, di conseguenza, l’ intera comunità internazionale – compresi gli Stati Uniti e Israele – verrebbe coinvolta nel processo di eliminazione dell’ uranio altamente arricchito. Questo perché tutto rientrerebbe nella loro competenza – di fatto, sotto il controllo dell’ AIEA – mentre tutte le parti contribuiscono agli sforzi dell’ AIEA,  Questo perché tutto rientrerebbe nella loro sfera di competenza – di fatto, sotto il controllo dell’AIEA – mentre tutte le parti contribuiscono agli sforzi dell’AIEA, e c’è fiducia universale nell’AIEA. Immediatamente, l uranio viene contabilizzato in termini di volume e quantità, viene stabilito il controllo e ha inizio il processo di de-arricchimento e diluizione.

Abbiamo la capacità di intraprendere questa azione anche ora – se lo desiderate. Tuttavia, ribadisco che questa decisione spetta a tutte le parti che cercano una soluzione alla crisi. L’abbiamo già fatto con successo in passato e siamo pronti a farlo di nuovo. Le nostre relazioni con l’Iran sono buone e basate sulla fiducia; l’Iran è un paese amico. Non è un segreto che stiamo realizzando un progetto in quel paese per costruire la centrale nucleare di Bushehr. Abbiamo completato un reattore, che ora è operativo, e stiamo proseguendo con i lavori di costruzione. Credo che la  leadership iraniana e il popolo iraniano ripongano piena fiducia in noi.

Per inciso, questo uranio potrebbe, in futuro, essere diluito e utilizzato per programmi nucleari pacifici in Iran sotto la supervisione della comunità internazionale e dell’AIEA. Penso che questa costituisca un’opzione praticabile. A questo proposito, credo che l’Iran troverebbe accettabile una soluzione del genere, e anche tutte le altre parti coinvolte – che potrebbero nutrire certi sospetti – dovrebbero trovarla soddisfacente. L’uranio verrebbe dichiarato, rimosso e posto sotto controllo. Dove sta il problema? Io non ne vedo alcuno. Potrei sbagliarmi su alcuni punti, e tuttavia faccio fatica a capire cosa potrebbe essere contestabile per qualcuno in questo scenario.

Inoltre, inizialmente – visto che abbiamo toccato l’argomento, mi spingerò oltre – inizialmente, e ammetto che non quest’anno – c’era un consenso unanime. Successivamente, le posizioni si sono irrigidite da tutte le parti. Abbiamo detto: “Va bene. Se no, allora no. Per favore, risolvete la questione tra di voi.” Le proposte rimangono sul tavolo – per favore, siamo pronti a procedere come abbiamo fatto nel 2015. Se così non fosse, speriamo che le parti coinvolte in questo conflitto trovino una soluzione alternativa. Se dovesse emergere un’altra soluzione, ne saremmo molto lieti. E se fosse richiesta la nostra assistenza, sosterremmo volentieri qualsiasi soluzione di questa natura che porti a un allentamento della situazione.

Andrei Kondrashov: Signor Presidente, stiamo già parlando da un’ora e mezza. Ci concederebbe altri 20 minuti?

Vladimir Putin: Possiamo rispondere a un paio di domande. Il Presidente dell’Uzbekistan dovrebbe arrivare a breve e abbiamo un evento in programma – il lancio di un progetto di costruzione di una centrale nucleare in Uzbekistan.

Andrei Kondrashov: Ho già attirato l’attenzione di tre colleghi: Martin Romanczyk, Vijay Joshi e Jose Manuel Sanz Mingote.

Vladimir Putin: Beh, certo che sì.

Andrei Kondrashov: Ancora tre domande, colleghi, e poi concluderemo.

Vladimir Putin: Prego.

Andrei Kondrashov: Martin, prego, parla pure.

Martin Romanczyk (ritradotto): Signor Presidente, due anni fa, quando le è stato chiesto se la Russia avesse intenzione di attaccare la NATO, lei ha affermato che tali affermazioni erano prive di senso. Almeno, così sono state riportate le sue dichiarazioni. Eppure oggi, tra i piani degli Stati Uniti di non schierare missili a raggio intermedio in Germania e nuovi dettagli riguardanti il ridispiegamento delle truppe americane dall’Europa all’ Asia, si continua a ipotizzare che la Russia possa attaccare il territorio della NATO nel futuro prevedibile. Come valuta tali affermazioni?

Vladimir Putin: Sapete, chiunque prenda sul serio queste affermazioni dovrebbe porsi una semplice domanda: a che scopo? Perché la Russia dovrebbe averne bisogno? È chiaro: il conflitto in Ucraina. Al centro del conflitto ci sono il colpo di Stato e la successiva repressione di tutto ciò che è associato alla Russia, non solo di una parte significativa della popolazione del Paese che si è rifiutata di accettare l’esito di quel colpo di Stato. L’Ucraina è, dopotutto, un Paese in gran parte di lingua russa. Anche i cosiddetti nazionalisti parlano russo a casa.

Ma non è proprio questo il punto. Il punto è che il colpo di Stato è stato seguito da una serie di sviluppi all’interno della stessa Ucraina . Alla fine – e non entrerò nei dettagli di come si è svolto il tutto, compresi gli  accordi di Minsk e tutto ciò che ne è seguito – ci siamo trovati in una situazione in cui era necessario sostenere quelle persone che vivevano nei territori che non riconoscevano l esito del colpo di Stato. Allo stesso tempo, erano in corso sforzi per far entrare l’Ucraina nella NATO.

Pensateci un attimo. Siamo stati semplicemente ingannati – ingannati apertamente. Lo sapete benissimo. Dal 1991 ci è stato ripetutamente detto che la NATO non si sarebbe spostata di un solo centimetro verso est. Questo fu dichiarato all’epoca dal Segretario Generale della NATO, un cittadino della Repubblica Federale di Germania – devo ammettere che al momento non ricordo il suo cognome. Questa era la garanzia che ci era stata data.

Ma cosa c’entra l’Europa con tutto questo? Perché mai la Russia dovrebbe attaccare l’Europa o entrare in guerra con la NATO? Quale sarebbe lo scopo? Come ho già detto in precedenza, queste affermazioni non sono solo delle sciocchezze. A mio avviso, sono una provocazione deliberata progettata per creare l’impressione di una minaccia che in realtà non esiste. L’obiettivo è persuadere le loro popolazioni ad aumentare la spesa per la difesa e, come primo passo, a finanziare il regime che ha preso il potere a Kiev. Questa, credo, è la vera spiegazione. Non è semplicemente una sciocchezza; è una provocazione.

Ciò che mi sorprende, tuttavia, è che alcune persone nei paesi europei sembrino crederci. Lo trovo sbalorditivo. L’intera idea è semplicemente assurda. Sarebbe divertente se non fosse così triste.

Abbiamo sempre affermato che uno degli obiettivi della nostra operazione militare speciale è la denazificazione dell’Ucraina. Eppure, da più parti, ci è stato chiesto: «Cosa intendete per denazificazione? Che cos’è questa “denazificazione” a cui vi riferite? State parlando in modo irrazionale. (E dicono che siamo noi a parlare in modo irrazionale.) Perché denazificare l’Ucraina?”

Onorevoli colleghi, vorrei essere chiaro. È una cosa sotto gli occhi di tutti, eppure quasi nessuno ne parla: la riesumazione di nazisti e nazionalisti che, durante la Seconda Guerra Mondiale, sterminarono ebrei, polacchi e russi in Ucraina. Quanti, vi chiedete? A mio avviso, un milione di ebrei furono sterminati in Ucraina. Un milione di anime innocenti. E ora, in Ucraina, le loro spoglie [di nazisti e nazionalisti] sono state riesumate con onori militari e un saluto d armi, acclamate come eroi dell Ucraina. Solo la Polonia ha reagito, anche se debolmente; Israele – ancora più debolmente. Tutti cercano di non notarlo, ignorando vergognosamente la verità. E chi è responsabile di questo? L’ attuale capo del regime di Kiev, di etnia ebraica. Suo nonno, che ha combattuto contro il nazismo, si starà rivoltando nella tomba.

Esiste un’organizzazione di nazionalisti ucraini nota come UPA [Esercito Insurrezionale Ucraino] – un’entità interamente filonazista. Il suo nome viene attualmente attribuito ad unità operative all’interno delle Forze Armate dell’Ucraina. Si noti: per quanto mi è noto, è stato sancito per legge, o è sul punto di esserlo, che la propaganda nazista è vietata. Tuttavia, è opportuno ricordare alle autorità ucraine che sancirlo per legge non è sufficiente – la legge deve essere applicata in modo efficace.

Ascoltate, capisco che il cosiddetto Occidente collettivo non voglia che la Russia diventi più forte. L’Occidente collettivo vuole usare l’Ucraina affinché la Russia non difenda i propri interessi nazionali con tanto vigore, affinché sappia stare al proprio posto, e così via. Ma dovete capire quale minaccia rappresenti per tutti la rinascita del nazismo. Non solo le armi si stanno diffondendo dal territorio dell’Ucraina in tutto il mondo – questo è già un fatto accertato. Non solo la corruzione là prospera, ma ha preso il sopravvento su tutto, ha messo radici così profonde. Ma il nazismo sta rinascendo. Che cosa si deve fare al riguardo?

I colleghi dicono che l’Ucraina dovrebbe far parte dell’Unione Europea, o essere un membro associato, o ricoprire qualche altra funzione. Va bene, così sia. Ma bisognerebbe almeno riflettere su questo. Questi sono fatti; è successo proprio di recente. Qualche giorno fa, uno dei nazisti è stato sepolto di nuovo. È stato per mano sua che ebrei, polacchi, russi e rom sono stati sterminati – un milione di persone. Eppure è stato sepolto di nuovo con gli onori militari, con una salva d’onore e – il silenzio.

Capisco che alcuni paesi vogliano ricorrere a ogni mezzo nella loro lotta contro la Russia. Ma questa è una minaccia per tutti. Bisognerebbe rifletterci.

Pertanto, per quanto riguarda l’idea che la Russia possa attaccare l’Europa – si tratta, ovviamente, di una sciocchezza, ma non solo. È anche una provocazione e disinformazione volta a ingannare le proprie popolazioni al fine di assicurarsi finanziamenti per la lotta contro la Russia e per la militarizzazione delle proprie economie.

Amministratore delegato e caporedattore presso The Press Trust of India (India) Vijay Joshi: Signor Presidente, in precedenza, nel corso di questo colloquio, lei ha parlato delle relazioni della Russia con la Cina. Ha detto che non sono nate ieri; si sono sviluppate e rafforzate nel corso dei secoli. L’India ha un rapporto simile con la Cina, ma probabilmente di natura diversa. È un rapporto difficile. Allo stesso tempo, l’India ha un rapporto difficile al confine occidentale con il Pakistan. Credo che capisca dove voglio arrivare. Il Pakistan oggi è aiutato dalla Cina in ambito militare. Circa l’80 per cento dell’equipaggiamento militare del Pakistan è di origine cinese. La Cina fornisce inoltre tecnologia, tecnologia avanzata al Pakistan, intelligence e equipaggiamento militare. Questo sta quindi causando una certa preoccupazione in India. Lei ha ottimi rapporti sia con la Cina che con il Pakistan. C’è qualcosa che vorrebbe fare per garantire che gli interessi di sicurezza dell’India non vengano compromessi?

E una domanda correlata a questo è che ho appena saputo oggi che l’ultimo battaglione di S-400 è stato consegnato all’ India. Ne rimane ancora un quinto. Quali tecnologie avanzate saranno incluse nel quinto battaglione? E se potesse fornire magari una tempistica definitiva sullo sviluppo congiunto del caccia stealth Su-57 e sulla consegna del sottomarino nucleare classe Akula? Grazie.

Vladimir Putin: Naturalmente, siamo ben consapevoli di tutte potenziali problemi e sfide, anche se non tutti, ma le principali sfide relative alla situazione lungo il confine e in termini di relazioni Pakistan – India – le conosciamo. Lei ha detto che la Cina ha il Pakistan sotto il suo totale controllo, ma io non la penso così. In primo luogo, il Pakistan è un Paese piuttosto grande e ha legami sfaccettati. Naturalmente, le questioni relative alla cooperazione del Pakistan con la Repubblica Popolare Cinese hanno grande importanza per il Paese. Ma tutti cercano di ampliare le relazioni con la Cina. Si tratta di una delle più grandi economie del mondo e non è seconda a nessuna al mondo in termini di parità di potere d’acquisto. È l’ economia numero uno secondo questo indicatore. L’India è terza e la Russia è quarta in termini di parità di potere d’acquisto. A proposito, questo risponde anche alla domanda del suo collega francese sullo stato dell’  economia russa. Cina, Stati Uniti, India e Russia sono i primi quattro paesi al mondo in termini di parità di potere d’acquisto. A proposito, abbiamo superato tutti i paesi europei, così come il Giappone.

Sarebbe davvero un atto di ingratitudine interferire in queste relazioni delicate e complesse tra i due paesi, l’India e la Cina. Detto questo, manteniamo i contatti con i nostri amici sia in India che in Cina.

Ciò che vorrei sottolineare in questo contesto, senza entrare troppo nei dettagli, poiché non sarebbe opportuno per me, è che posso assicurarvi che sia il Primo Ministro Modi che il Presidente della Repubblica Popolare Cinese Xi Jinping sono entrambi impegnati ad affrontare tutte le questioni di reciproco interesse, anche in termini di relazioni di confine. Non ho alcun dubbio al riguardo .

La Russia intrattiene rapporti speciali sia con la Cina che con l’India, come lei ha detto. Questo non è un problema per nessuno, mi faccia fiducia. Ci sono voluti decenni per stringere questi legami, decennio dopo decennio di lavoro. Tutto si è concretizzato in modo del tutto naturale. Le relazioni tra la Russia e l’India non causano alcun problema alla Cina, e lo stesso vale per le relazioni della Russia con la Cina, che non causano alcun problema all’ India, mentre tutti traggono vantaggio dalla collaborazione tra i tre paesi.

Stiamo parlando dei BRICS. Sapete dove sono nati i BRICS? Proprio qui, a San Pietroburgo. È stato qui che ho proposto di organizzare un incontro tra il leader cinese, il capo del governo indiano e il sottoscritto. E tutti e tre ci siamo incontrati qui. È così che è nato il formato RIC – Russia, India, Cina –. Va da sé che abbiamo trovato argomenti su cui potevamo essere d’accordo, e d’accordo lo fummo. Il Brasile si è unito a noi in seguito, chiedendo di entrare a far parte di questo formato trilaterale. È così che è nato il gruppo BRIC. Successivamente si è aggiunto il Sudafrica, e abbiamo ottenuto il BRICS. E il gruppo ha continuato ad espandersi. Ciò significa che quando ci riuniamo e dialoghiamo tra noi, siamo in grado di raggiungere accordi.

Vorrei ribadire che nessuno mette in discussione la cooperazione della Russia con la Cina o quella con l’India. Tutti conoscono i legami su più fronti che intratteniamo in termini di cooperazione tecnico-militare. È vero che stiamo collaborando con l’India, anche per quanto riguarda lo sviluppo dei più recenti sistemi d’arma. Tutti conoscono i missili a medio raggio BrahMos. Ora esistono in versioni marine e terrestri. E l elenco continua, e lo stiamo ampliando.

Per quanto riguarda il Su-57, c’è stato un periodo in cui abbiamo proposto ai nostri amici indiani di collaborare allo sviluppo di questo aereo. Si tratta di un aereo di quinta generazione e penso che attualmente sia il migliore al mondo. I nostri amici indiani ci hanno detto di andare avanti e di farlo da soli, mentre loro avrebbero aspettato e visto. Questo aereo avrebbe potuto essere la nostra joint venture di produzione, ma l’abbiamo sviluppato da soli. Naturalmente, siamo pronti a collaborare con l’India fornendo questi aerei e sviluppandoli. Il cielo è il limite a questo proposito, e non abbiamo alcuna restrizione.

Lo stesso vale per i sistemi di difesa aerea. Disporre di hardware specifico può essere importante, ma la creazione di un sistema di difesa aerea riveste un’importanza ancora maggiore. Cosa significa questo? Significa essere in grado di ingaggiare vari tipi di bersagli a varie altitudini, compresi quelli a bassa quota, a volo lento e ad alta quota. È fondamentale che tutti questi elementi facciano parte di un unico sistema informativo che funzioni in tempo reale. Si tratta di un compito formidabile e ad alta intensità tecnologica. La Russia sta ora lavorando al perfezionamento di questo sistema. Ci sono ancora questioni in sospeso, ma si tratta di un ‘esperienza unica. Nessun altro ha un’esperienza di questo tipo. Noi ce l’abbiamo e siamo pronti a condividerla con i nostri amici sia cinesi che indiani. E la condividiamo. Il lavoro è in corso su tutti questi fronti e continueremo a collaborare anche con l’India.

Andrei Kondrashov: Colleghi, un’ultima domanda, per favore. Siate concisi. 

José Manuel Sanz Mingote dell’agenzia di stampa EFE. 

José Manuel Sanz Mingote (ritradotto): Grazie mille.

 Vorrei porle una breve domanda per capire se ho compreso correttamente la sua risposta. Esclude una sospensione dell’azione militare per avviare i negoziati? 

La mia seconda domanda riguarda l’America Latina. Negli ultimi mesi ha avuto contatti con gli Stati Uniti riguardo alla questione cubana?

E per quanto riguarda quanto è successo in Venezuela. Ha accennato alla cattura del presidente Nicolás Maduro? Quale sarà la reazione della Russia? 

Vladimir Putin: Per quanto riguarda i contatti sulla questione cubana, risponderò direttamente alla sua domanda. Lei ha chiesto se abbiamo avuto contatti con l’amministrazione statunitense in merito alla questione cubana. Sì, li abbiamo avuti, ma non desidero commentare ulteriormente. 

Come sapete, abbiamo recentemente consegnato una petroliera carica di prodotti petroliferi a Cuba. Cuba è una nazione nostra amica; intratteniamo con essa rapporti di lunga data da decenni. L’amministrazione statunitense ne è a conoscenza e i nostri contatti con Cuba proseguono. 

Per quanto riguarda la sospensione delle ostilità al fine di avviare i negoziati, tale sospensione non è necessaria per l’avvio dei negoziati. I negoziati possono svolgersi mentre le azioni militari proseguono. Abbiamo già avuto una situazione del genere: i negoziati si sono svolti mentre le operazioni militari continuavano. 

Allora, qual è il problema? A dirla francamente, ho già delineato i fattori chiave che determinano l andamento del conflitto quando ho risposto alla domanda posta da un collega americano. Ci sono molti fattori in gioco. Le forze russe avanzano ogni giorno e chiunque segua da vicino gli sviluppi può vedere che nuovi insediamenti stanno passando sotto il controllo delle  Forze Armate russe su base giornaliera. Recentemente, ripeto, quasi 2.500 chilometri quadrati – nello specifico, 2.440 chilometri quadrati – sono passati sotto il controllo russo. In queste circostanze, è comprensibile che la parte ucraina preferisca che le truppe russe fermino la loro avanzata. 

Le nostre forze continuano ad avanzare ogni giorno nella regione di Zaporizhzhia di diversi chilometri – diciamo 1.200, 1.300 o 800 metri lungo il fronte e in profondità. Ovviamente, c’è il desiderio di fermare questa avanzata. Tuttavia, piuttosto che limitarsi a sospendere le azioni militari, sarebbe meglio porre fine alla guerra una volta per tutte raggiungendo i compromessi discussi ad Anchorage. 

Prego, proceda pure.

James Jordan, direttore delle notizie per l’Europa e l’Africa presso l’Associated Press (USA): Grazie, signor Presidente. Un’altra domanda sui rapporti della Russia con i suoi vicini europei. I servizi dell’Associated Press hanno registrato 191 episodi di attività ostili o illegali in tutta Europa dal 2022. I funzionari occidentali li attribuiscono alla Russia e ai suoi rappresentanti, e tra questi vi sono….

Vladimir Putin: Si riferisce all’attività della Russia sul territorio dei paesi europei?

James Jordan: Esatto, la Russia e i suoi alleati. Queste azioni comprendono sabotaggi, tentativi di omicidio, attacchi informatici e operazioni di influenza. I funzionari occidentali dicono che questa è solo la punta d’ iceberg, e questi sono i casi che sono stati rintracciati o dimostrati. Questo significa che la Russia sta già conducendo una guerra contro l’ Occidente e non si rischia un’escalation?

Vladimir Putin: Questo significa solo una cosa: un tentativo da parte di alcune figure politiche dei paesi dell’Europa occidentale di portare avanti i propri piani aggressivi contro la Federazione Russa.

Hai parlato di attacchi informatici e di altri tentativi, e hai sottolineato che ti riferisci solo a fatti provati e verificati. Cosa dimostra tutto questo? Cita anche solo un fatto provato. Come l’ha definita una prima ministra? Ha detto: «altamente probabile».

Andrei Kondrashov: «È altamente probabile.»

Vladimir Putin: «Altamente probabile». Tutto ciò che hai descritto è altamente probabile. Dove sta anche solo un fatto? Non ce n’è nemmeno uno. Ciò significa che non c’è alcun desiderio di interagire con la Russia come partner alla pari. Ma dovrà succedere – non abbiamo fretta. Come si dice, anche se si mettono insieme nove donne incinte, il bambino non nascerà comunque in un mese. La situazione ha bisogno di tempo per maturare. Credo che sia quella la direzione verso cui ci stiamo dirigendo. E mi sembra che stia gradualmente maturando.

Noi, ripeto, siamo pronti. Dobbiamo mettere fine a queste accuse reciproche. E se gli europei vogliono lavorare con noi, allora devono abbandonare il loro atteggiamento coloniale, dialogare con  la Russia come un partner alla pari e cercare soluzioni insieme. Anche per questioni altamente complesse – questioni che devono essere risolte nell’ interesse sia della Russia che dei nostri partner europei – siamo pronti a farlo.

Per favore.

Andrei Kondrashov: Grazie mille, signor Presidente.

Vladimir Putin: Non dovresti trattare le donne in quel modo né concludere questa riunione in quel modo. Continua, per favore.

Shohrat Aref (ritradotto): Grazie.

Vorrei conoscere la vostra opinione sulla crisi energetica causata dalla situazione in Iran e sulle sue prospettive future.

Vladimir Putin: Se poneste questa domanda ai membri dell’ amministrazione statunitense, probabilmente non vi risponderebbero perché ho l’impressione che non abbiano ancora trovato una soluzione. Tuttavia, è ovvio che il popolo iraniano abbia dimostrato che i suoi interessi devono essere presi in considerazione nella risoluzione di tali crisi. Il popolo iraniano ha dimostrato coesione e determinazione a lottare. Questo fattore deve certamente essere preso in considerazione nella risoluzione definitiva di questi problemi.

Naturalmente, la situazione non è semplice per noi dal punto di vista politico, in parte perché negli ultimi decenni abbiamo instaurato ottimi rapporti di amicizia con i paesi arabi, compresi gli Stati del Golfo Persico. Lo sottolineiamo sempre nei nostri contatti con i nostri amici iraniani. Posso dirvi francamente che dall’inizio del conflitto, soprattutto poiché è iniziato durante il mese del Ramadan, abbiamo esortato i nostri amici iraniani ad astenersi da azioni militari contro altri paesi islamici, specialmente nel mese sacro del Ramadan.

Ma la logica e la dinamica degli eventi hanno preso una svolta diversa. Speriamo che gli sforzi dell’ amministrazione statunitense e del presidente Trump, insieme alla posizione coerente del  leader spirituale dell’Iran di tutelare gli interessi del suo paese e cercare un compromesso – vediamo che entrambe le parti lo stanno facendo – speriamo che questi sforzi abbiano successo e che si ponga fine al conflitto. Se qualcosa dipende dalla Russia, siamo sempre pronti a dare una mano. In caso contrario, festeggeremo insieme a tutti gli altri quando questa crisi finirà.

Non è altro che un’accusa infondata quella secondo cui la Russia sarebbe praticamente l’unica beneficiaria di questo conflitto a causa dell’aumento dei prezzi dell’energia. È vero che i prezzi stanno aumentando, come possiamo constatare, e comprendiamo che le nostre aziende ne trarranno vantaggio, in una certa misura. Ma tali benefici sono temporanei e di breve durata, mentre vorremmo sviluppare relazioni a lungo termine con tutti i nostri partner sulla solida base del reciproco interesse. In questo caso, siamo interessati a che il conflitto finisca il prima possibile. È gratificante che il regime di cessate il fuoco venga mantenuto, anche se non senza alcuni problemi. Stiamo facendo tutto il possibile per contribuire a raggiungere una soluzione globale.

Manteniamo i contatti con tutti i nostri amici e, come ho detto, faremo tutto il possibile se il nostro aiuto sarà necessario per porre fine al conflitto.

È tutto. Grazie mille.

Andrei Kondrashov: Signor Presidente, la ringrazio di cuore per questa conversazione sincera. Le auguro ogni bene.

Risultati imprevisti? _ di Morgoth

Risultati imprevisti?

Su come i media di sinistra/liberali britannici elaborano l’omicidio di Henry Nowak

Morgoth3 giugno
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Negli anni 2010, quando il terrorismo islamico era più diffuso in Europa di quanto non lo sia oggi, i creatori di contenuti e i commentatori online iniziarono a notare che le risposte dei vari governi si erano standardizzate e prodotte in serie. Inizialmente, si trattava degli atti terroristici stessi e delle questioni legate all’immigrazione di massa. Gradualmente, però, si iniziò a notare la coordinazione e la replicabilità delle risposte. Era l’era di “Preghiamo per Parigi, Londra, Berlino, Bruxelles, Madrid” e così via.

L’amore e la tolleranza non hanno mai vinto davvero. Ha vinto uno stato di sorveglianza ipertrofico.

Le autorità europee hanno adottato piani di gestione dell’immagine anziché un piano per eliminare una religione violenta e storicamente antagonista. Non invocate deportazioni di massa, mettete una candela nel vostro avatar di Facebook per mostrare la vostra solidarietà ai musulmani pacifici e agli europei che sono stati massacrati. Ma soprattutto ai musulmani pacifici.

Il problema per il regime non era tanto il fatto di trovarsi sempre più spesso seduto su una montagna di cadaveri dei propri cittadini, quanto piuttosto che la soluzione più ovvia e lampante fosse al di là di ogni limite e di estrema destra. Lo scopo di queste manipolazioni della percezione era quello di diffondere una narrazione che riconducesse le masse in preda al panico in una cornice gradita al consenso neoliberista. Come spargere esche per terra per far rientrare le galline nel pollaio.

Questa strategia di gestione dei danni, profondamente cinica e in qualche modo sociopatica, è stata vista da chi si trovava “all’esterno” con un misto di orrore e fascino.

Ho trascorso gli ultimi giorni osservando le reazioni all’omicidio di Henry Nowak con un simile senso di sconcerto, repulsione e orrore. Ho guardato servizi su Sky News, Channel Four, LBC, Novara Media, GB News e ho ascoltato anche le dichiarazioni del governo stesso.

Millennial Woes ha pubblicato un ottimo articolo che spiega i dettagli della vicenda.

A questo proposito, è importante distinguere tra le ondate di violenza islamica citate in precedenza e la violenza endemica dello “Yookay”. Oggi, la violenza e gli omicidi testimoniano più un’ondata crescente di caos, una ferocia sporadica e una fredda indifferenza verso la morte, piuttosto che reti di fanatici religiosi altamente coordinati con legami con altre reti in tutto il mondo islamico. Nello Yookay, un afghano potrebbe accoltellarti a morte mentre porti a spasso il cane, senza una ragione apparente, senza obiettivi ideologici più ampi o rivendicazioni geopolitiche.

È più nello stile di Cormac McCarthy che in ” La guerra delle pulci” .

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Il punto di convergenza tra le due forme di barbarie risiede nel fatto che il liberalismo manageriale e le sue politiche ne sono in ultima analisi responsabili, e in entrambi i casi i suoi difensori devono giustificarsi, mentire, contorcersi e raccontare frottole per farsi strada nel ciclo mediatico. Si poteva sempre sostenere che i terroristi islamici non fossero rappresentativi di tutti i musulmani, e che, in effetti, costituissero solo una minuscola minoranza. Un certo margine di negabilità plausibile era quindi disponibile.

Il caso di Henry Nowak non presenta alcun elemento a sostegno di questa tesi. La domanda è semplice: le istituzioni del potere sono anti-bianchi?

Il pensiero dominante ha a lungo deriso l’accusa di “discriminazione a due livelli” tra polizia e cittadini, considerandola un cliché di estrema destra o populista, ma il problema è che tutti questi gruppi hanno promosso una moltitudine di politiche e leggi, moduli di formazione e linee guida per garantire e insistere affinché i gruppi che l’Equality Act ha designato come aventi “caratteristiche protette” fossero, appunto, protetti.

Ricordiamo brevemente cosa accadde nella fatidica notte dell’omicidio di Nowak. Un sikh chiamò la polizia per denunciare di essere stato vittima di un’offesa razziale da parte di un giovane bianco. All’arrivo degli agenti, questi ammanettarono il giovane, evidentemente gravemente ferito, nonostante le sue ripetute affermazioni di essere stato accoltellato e di “non riuscire a respirare”. L’atteggiamento sprezzante della polizia fu di per sé raccapricciante, ma la vera domanda è perché in quel momento l’agente scelse di credere all’uomo di colore e alla sua famiglia e non al giovane bianco ferito.

Perché, in definitiva, la vita di quel giovane bianco è stata svalutata in questo modo?

La reazione principale dei commentatori di sinistra/liberali è stata quella di affermare che sì, si trattava di una dimostrazione spaventosa di incompetenza della polizia, ma che non rappresentava un problema strutturale.

Aaron Bastani di Novara Media , un esponente della sinistra che gode di una certa simpatia anche tra i conservatori, lo ha spiegato così:

La polizia dell’Hampshire si vanta di quello che definisce il suo ” Piano d’azione contro le questioni razziali “:

Le loro linee guida abbracciano l’intera gamma degli slogan sulla giustizia sociale in materia di DEI (Diversità, Equità e Inclusione), con tanto di riferimenti reverenziali a George Floyd. Includono anche:

Bastani vuole inquadrare la risposta della polizia in termini di incompetenza, sostenendo che la polizia sia diventata poco professionale e inadeguata. C’è ovviamente del vero in questo, ma anche ammettendo che gli agenti intervenuti sulla scena dell’omicidio di Henry Nowak fossero del tutto incapaci, le decisioni prese in quel momento corrispondevano effettivamente alle politiche e alla formazione previste dalla polizia dell’Hampshire.

Questo per ribadire la mia tesi sul fatto che il sistema sia semplicemente incompetente o malevolo. Se l’incompetenza fosse l’unico fattore, assisteremmo, per impostazione predefinita, a risultati che avvantaggerebbero i nativi bianchi di tanto in tanto, anche solo per caso. Ma questo non accade mai.

A onor del vero, Bastani ha sottoposto queste preoccupazioni a un altro personaggio di sinistra durante il suo programma , il quale ha adottato la posizione di destra e ha chiesto se ci fosse del vero nell’affermazione che la giustizia britannica fosse discriminatoria nei confronti dei bianchi. Il suo ospite ha espresso sorpresa e persino sconcerto per l’ipotesi, affermando che non vi erano prove a sostegno di una tesi seria secondo cui gli indigeni fossero trattati peggio delle minoranze. A quel punto, con una certa ammirevole ironia, Bastani ha ampliato la discussione includendo la crisi delle “bande di adescamento”. Ancora una volta, e nonostante i numerosi esempi di inchieste e procedimenti giudiziari che affermavano esplicitamente che i servizi di protezione dell’infanzia, la polizia e i politici locali erano mortificati dall’essere stati accusati di razzismo come causa scatenante, l’ospite di sinistra ha negato tutto, adducendo complesse dinamiche materiali interclassiste per spiegare il problema.

Nel frattempo, il podcast News Agents ha anche sollevato la possibilità che nel Regno Unito esistesse effettivamente un sistema di polizia a due livelli. Tuttavia, il loro esperto di polizia ha ricordato al pubblico che gli uomini di colore erano i più propensi a essere fermati e perquisiti, e che una volta una giovane donna di colore era stata sottoposta a una perquisizione corporale completa in una stazione di polizia di Londra.

Su LBC, l’assolutamente ripugnante James O’Brien ha quasi completamente ignorato gli aspetti razziali della vicenda, dedicando invece la sua trasmissione a lamentarsi della reazione di Nigel Farage.

Che cosa si aspettavano?

Credere alla narrativa del mainstream politico e mediatico britannico (Bastani non è del tutto mainstream, va detto) significa credere che alcuni gruppi possano essere protetti dalla legge e godere di privilegi speciali, mentre altri no, e che in qualche modo ciò non porterà a conseguenze perverse.

Significa credere, letteralmente, che tutti siano uguali ma che alcuni siano più uguali degli altri, e che quando tali politiche si manifestano in risse notturne, scandali di stupri interetnici e omicidi, presumibilmente ci sarà una fata marxista che scenderà dal cielo e porterà i risultati perfettamente “uguali” di tali politiche.

In alternativa, il pensiero alla base di tali schemi ideologici è pura follia.

Nel 2020, la BBC ha riportato che la guardia di sicurezza presente all’attentato alla Manchester Arena, in cui persero la vita 22 persone, per lo più ragazze, durante un concerto di Ariana Grande, evitò di avvicinarsi al terrorista perché temeva di essere accusato di razzismo.

Non sapevo bene cosa fare.

È molto difficile definire un terrorista. Per quanto ne sapevo, poteva benissimo essere un innocente maschio asiatico.

Non volevo che la gente pensasse che lo stessi etichettando in base alla sua etnia.

Avevo paura di sbagliare e di essere etichettato come razzista se avessi sbagliato, e questo mi avrebbe messo nei guai. Mi rendeva esitante.

Volevo fare le cose per bene e non rovinare tutto reagendo in modo eccessivo o giudicando qualcuno in base alla sua razza.

È facile deridere il giovane Kyle Lawler, che all’epoca aveva 18 anni. Ma non aveva torto quando diceva che se avesse accusato un uomo asiatico di essere un terrorista quando non lo era, probabilmente sarebbe stato licenziato e forse persino processato o trascinato nella sfera pubblica per essere demonizzato.

Il nostro reattore multiculturale 5Il nostro reattore multiculturale 5Morgoth·7 gennaio 2025Leggi la storia completa

Analogamente, e sebbene non se ne parli molto, l’insegnante di Axel Rudakubana, l’assassino di Southport, Joanne Hodson, aveva cercato di dare l’allarme, ma era stata dissuasa da un operatore della salute mentale, secondo quanto riportato da The Spectator .

Dopo aver condiviso questa bozza, Hodson si è trovata ad affrontare l’ostilità sia del padre del ragazzo che di un’operatrice sanitaria specializzata in salute mentale, Samantha Steed. Steed è arrivata persino ad accusare Hodson di aver “stereotipato razzialmente” Rudakubana definendolo “un ragazzo nero con un coltello”, in risposta al fatto che lui l’aveva guardata dritto negli occhi affermando di aver avuto intenzione di “usare” il coltello che aveva portato nella sua precedente scuola. Intimidita dalla minaccia di essere stata vittima di “profilazione razziale”, Hodson ha cancellato le frasi in questione.

Il risultato è che altre tre bambine vengono massacrate per aver difeso l’antirazzismo, e ancora una volta, un cittadino si trova di fronte al dilemma di salvare vite umane o commettere un errore e vedersi distruggere la carriera e la vita.

Sorge però spontanea la domanda: cosa spaventa così tanto queste persone? La risposta è, ovviamente, la burocrazia statale. Lo Stato di cui la polizia è il braccio armato principale.

È vero, quindi, che una guardia giurata o un insegnante non rappresentano la polizia britannica, ma è la prospettiva di rimanere invischiati con lo Stato e i suoi organi che incute timore nel cuore della gente comune. E il motivo è che tutti sanno benissimo che si tratta di “woke” e la polizia ha chiarito a chiare lettere di essere la punta di diamante di questa corrente.

A differenza di un netturbino o di una guardia giurata con un salario minimo, la polizia ha linee guida e una formazione specifiche che le permeano della morale e dei principi ideologici dello Stato.

La Gran Bretagna è un manicomioLa Gran Bretagna è un manicomioMorgoth·2 agosto 2024Leggi la storia completa

Nonostante tutto ciò, ci si aspetta che crediamo che tutto questo dogma, la miriade di strutture di incentivi e la semplice paura non influenzino le decisioni delle autorità e siano perfettamente compatibili con l'”uguaglianza davanti alla legge”.

Inoltre, Vickrum Digwa e tutta la sua famiglia, a differenza dei progressisti di sinistra, hanno capito subito l’inganno, ed è per questo che hanno giocato la carta razziale fin dall’inizio. A prescindere dalle chiacchiere sulla classe sociale e la condizione economica, le minoranze hanno un incentivo a manipolare il sistema, e i bianchi hanno un incentivo a non inciampare nei campi minati esplosivi posti sotto i loro piedi.

I risultati parlano da soli: morte, stupri, ingiustizia, paura, doppi standard e menzogne, ammassati uno sull’altro come sacchi per cadaveri in una fossa fangosa.

“Forse gli agenti di polizia nel caso di Henry Nowak si sono spinti un po’ troppo oltre. Queste politiche sembravano valide nei seminari e nei gruppi di riflessione, quindi non possiamo certo essere noi i responsabili, no? Dev’essere stata incompetenza, semplicemente non hanno seguito correttamente la formazione…”

Certo, è un problema sia sistemico che strutturale. Due termini che la sinistra un tempo conosceva bene, ma che in qualche modo ha dimenticato.

Il razzismo strutturale si riferisce ai sistemi, alle istituzioni e alle politiche sociali – come quelli relativi all’edilizia abitativa, alla sanità, all’istruzione e alla giustizia penale – che interagiscono per perpetuare le disuguaglianze razziali. Esso opera in modo continuativo anche in assenza di individui apertamente razzisti, poiché i pregiudizi storici sono radicati nel funzionamento quotidiano di queste strutture.

Il poliziotto viene chiamato sul luogo di un incidente. Davanti a lui, un ragazzo bianco si contorce sul pavimento, affermando di essere stato accoltellato, e una famiglia di colore dichiara di essere la vittima. Il poliziotto ammanetta il ragazzo bianco, che muore sul colpo.

Dev’essere solo incompetenza, un caso isolato, non fare domande più approfondite.

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La Russia a un bivio: le élite sono “insofferenti” alla guerra di Putin? Non così in fretta _ Simplicius

La Russia a un bivio: le élite sono “insofferenti” alla guerra di Putin? Non così in fretta.

6 giugno
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In continuità con l’articolo di ieri sull’escalation crescente dell’Ucraina, che sta “sfumando i confini” del conflitto lanciando potenzialmente attacchi attraverso paesi terzi, esamineremo le ramificazioni di questo processo, qualora dovesse continuare a svilupparsi su questa strada.

Ma prima, affronteremo uno degli argomenti più popolari attualmente in relazione al conflitto russo: quello del presunto crescente “disagio” delle élite russe nei confronti della guerra. Questo tema è stato trattato in particolare in un recente articolo del Wall Street Journal, che lo ha affrontato nel modo più imparziale e credibile possibile per un organo di stampa occidentale:

https://www.wsj.com/world/russia/russias-elite-is-souring-on-the-war-putin-doesnt-seem-to-care-2430f3ff

Si osserva che diverse personalità russe di spicco hanno ammesso che gli obiettivi della Russia nella guerra non sono più raggiungibili. Il noto politico Oleg Tsaryov, ad esempio, ha scritto su Telegram il mese scorso che la Russia dovrebbe semplicemente porre fine alla guerra ora e dichiarare vittoria, poiché resistere all’Europa e riconquistare la maggior parte della Novorossiya rappresenta già di per sé una vittoria.

Estratto :

[Volevano che la Russia] fosse isolata. Trasformata in un paese paria. Ma non ha funzionato. Al contrario. Grazie alla resilienza della Russia, l’Occidente ha perso il suo monopolio sul controllo del mondo. Guardando alla Russia e alla Cina, l’India e il Sud del mondo sono diventati più audaci nel difendere i propri interessi nazionali. La Russia ha dimostrato che non bisogna obbedire ai dettami altrui. Grazie alla Russia, il mondo è diventato multipolare.

Di conseguenza, l’Occidente è andato in pezzi. Una crisi in Europa. I partiti che hanno appoggiato la guerra contro la Russia stanno perdendo consensi. Stati Uniti ed Europa sono ai ferri corti.

Avendo tenuto duro, abbiamo vinto. Dobbiamo partire dal presupposto di aver già vinto. Il nostro compito è porre fine alla guerra e consolidare i risultati ottenuti, costruendo una Novorossiya prospera.
Il vantaggio più grande derivante dalla fine della guerra è che i nostri difensori torneranno a casa. Smetteremo di perdere vite russe. Tutti i piani per “seppellire” la Russia sono falliti. Abbiamo pagato un prezzo altissimo. Ma abbiamo tenuto duro e riportato a casa la nostra terra e il nostro popolo. Per il Paese, questa è una vittoria.

Ciò che ha suscitato ancora più scalpore è stato un articolo scritto dal politologo russo Vasily Kashin . In esso, anche lui ritiene che un accordo di pace basato sulla formula di Anchorage rappresenterebbe una grande vittoria per la Russia, considerate le alternative.

Qual è questa alternativa?

Egli sostiene, in modo credibile, che sognare una grande vittoria militare sull’Ucraina sia irrealistico a questo punto, perché la disparità di potere tra l’intero Occidente che sostiene l’Ucraina e la sola Russia è semplicemente troppo grande:

Rapporto di potere tra i partiti

L’operazione SVO si svolge sul territorio ucraino, è sostenuta da cinquanta economie sviluppate del mondo e gli alleati della Russia sono la RPDC e la Bielorussia. Tenendo conto dell’assistenza occidentale ricevuta (sia in termini di equipaggiamento che finanziari), le capacità ucraine sono approssimativamente pari al budget militare russo e superano le spese russe direttamente destinate all’operazione SVO. L’Ucraina ha una popolazione inferiore, ma sta effettuando una mobilitazione generale, mentre la Russia ha effettuato una sola ondata di mobilitazione di trecentomila persone durante la guerra. Pertanto, in termini di risorse umane, le capacità delle parti sono comparabili.

La Russia possiede una potenza di fuoco e capacità di difesa aerea superiori, ma l’Ucraina, grazie all’accesso alle capacità occidentali, ha un vantaggio in settori importanti come l’intelligence tattica e le comunicazioni. L’impiego di droni, un’arma chiave in questa guerra, è a un livello comparabile tra le due parti.

Pertanto, la guerra si svolge tra avversari di pari livello. Storicamente, guerre di questo tipo raramente hanno portato alla completa distruzione di una delle parti. Inoltre, possono avere una lunga durata e gli obiettivi delle parti coinvolte vengono significativamente modificati in base all’andamento del conflitto. Tale modifica non sorprende e non indica necessariamente un fallimento.

Ciò che distingue la sua critica è che risponde direttamente all’argomentazione più diffusa tra i massimalisti filorussi, secondo cui, una volta che la Russia intensifichi le ostilità e trasformi l’operazione militare in una “guerra su vasta scala”, le cose cambieranno e l’Ucraina verrà sconfitta senza difficoltà. Egli liquida tali fantasie come infantili.

Guerra “per davvero”

Possiamo ottenere risultati significativamente migliori se, come scrivono molti autori famosi, dimostriamo “volontà”, “iniziamo a combattere sul serio”, “smettiamo di trattenerci”, “ci uniamo per la vittoria”, ecc.? No, non abbiamo basi solide per aspettarci risultati qualitativamente così diversi. La pianificazione militare dovrebbe basarsi sullo scenario peggiore come punto di partenza e non può essere fondata sui sogni.

L’Ucraina sta indubbiamente esaurendo le proprie risorse umane più rapidamente della Russia. Tuttavia, a differenza della Russia, l’Ucraina opera in uno stato di guerra, il che le conferisce una maggiore resilienza, consentendo al governo di controllare l’agenda interna e di usare la violenza per reprimere il dissenso. L’economia ucraina è stata in gran parte distrutta e la crescita economica del Paese è in larga parte artificiale, basata su finanziamenti esterni per scopi militari. Tuttavia, finché l’Unione Europea continuerà a finanziare la guerra, questo non rappresenta un problema significativo. I criteri di resilienza applicati a una tipica nazione dilaniata dalla guerra che si affida alle proprie risorse non si applicano all’Ucraina. Le autorità ucraine possono sottrarre all’economia una quota di popolazione molto maggiore e subire perdite sul campo di battaglia ben più consistenti rispetto a un Paese “normale”.

Osserviamo crescenti difficoltà di mobilitazione e un aumento degli attacchi contro i dipendenti di TSK in Ucraina, ma finora ciò non si è tradotto in azioni di protesta coordinate, nemmeno a livello delle singole regioni. Non vi è motivo di prevedere che ciò accadrà nel prossimo futuro. Dobbiamo presumere che l’Ucraina continuerà a presidiare il fronte per diversi anni a venire.

Allo stesso modo, non abbiamo motivo di aspettarci che l’impasse posizionale nella guerra in Ucraina venga superata in un futuro prevedibile. Finora non sono state trovate soluzioni tattiche o tecniche che ci darebbero la possibilità di tornare alla guerra mobile di fronte alla trasparenza del campo di battaglia e all’uso massiccio di droni FPV in assenza di contromisure efficaci.

Non vi è motivo di aspettarsi un rapido sviluppo di mezzi tecnici e tecniche tattiche che consentano una profonda breccia nelle difese nemiche. È possibile che tali tecniche siano in fase di sviluppo segreto, ma possiamo basarci solo sulle informazioni a nostra disposizione . Pertanto, l’idea di poter far crollare rapidamente il fronte ucraino “mobilitandoci, impegnandoci a fondo e colpendo con tutte le nostre forze” dovrebbe essere scartata e dimenticata. Il comando russo opera entro i limiti della situazione, cercando di ottenere il miglior risultato possibile.

Egli respinge anche l’idea di “distruggere i ponti sul Dnepr” e di come ciò paralizzerebbe l’Ucraina. Ritiene che la Russia stia già operando al massimo delle sue capacità militari e che realisticamente non possa infliggere all’Ucraina una pressione maggiore di quella che sta già subendo.

In definitiva, egli conclude che il congelamento del conflitto secondo gli attuali parametri sia l’unica aspettativa ragionevole, visti i precedenti storici.

D’altro canto, il Russia-Eurasia Center della Carnegie Endowment ritiene che la tesi del “conflitto tra le élite” sia completamente esagerata .

In un nuovo articolo scrivono che questo tipo di pensiero illusorio ha enormemente esagerato una disputa interna all’élite che non aveva alcun reale fondamento esistenziale:

Da diverse settimane, alcuni commentatori sostengono che il presidente russo Vladimir Putin stia perdendo il controllo, che la sua popolarità sia in calo e che un aperto conflitto tra i gruppi dell’élite russa stia minando il regime. Il principale indicatore dell’instabilità del sistema sarebbe, a loro dire, l’insolito livello di frustrazione per le interruzioni di internet a Mosca e San Pietroburgo.

Fonti interne citate da Bloomberg hanno suggerito che Putin avrebbe allentato le restrizioni a seguito delle pressioni del suo blocco politico interno. Le fonti del Guardian, tuttavia, non erano d’accordo, sostenendo che Putin stesse invece rafforzando la sua linea dura a causa della sua totale dipendenza dal Servizio di sicurezza federale (FSB).

Niente di tutto ciò era pura fantasia. La tensione all’interno del sistema politico russo è effettivamente aumentata, ma non si è trattato di una crisi esistenziale. Il conflitto sulle restrizioni di internet era di natura burocratica, non politica. Non era una lotta per la libertà, né un tentativo di impadronirsi del potere. Era uno scontro tra due gruppi di burocrati che cercavano di proteggere i propri interessi, e il calo di popolarità di Putin è stato solo un’arma in questo conflitto.

In definitiva, l’apparato di sicurezza russo ha avuto la meglio. Le restrizioni online si sono normalizzate e l’FSB e il governo sono stati incaricati di collaborare per garantire che alcune funzioni chiave rimangano accessibili.

La loro conclusione? Putin e lo “stato di sicurezza” hanno vinto, dimostrando una rapida stabilizzazione di qualsiasi conflitto interno:

In altre parole, il conflitto è stato risolto senza mettere in pericolo il regime. Il sistema è stato stabilizzato con successo.

L’articolo arriva persino a denunciare il recente “calo di popolarità” di Putin nei sondaggi, definendolo in gran parte illusorio e piuttosto il risultato di deliberate manovre politiche da parte degli oppositori nella cosiddetta “burocrazia”.

Il Moscow Times, notoriamente anti-russo, concordava con questa interpretazione:

https://www.themoscowtimes.com/2026/06/02/reports-of-russias-collapse-are-greatly-exaggerated-a92903

Gli autori sottolineano con disinvoltura che lo spirito del tempo ricorrente dovrebbe essere ovvio a chiunque:

La Russia è in guerra contro il suo vicino. La sua economia è surriscaldata e dipende dal conflitto in corso, mentre il paese sta rapidamente diventando più autoritario con un’ulteriore limitazione dei diritti politici.

La data non è il 2026, è il 1999. O il 2008. O il 2014. Non importa. In nessuno di questi casi la Russia è crollata.

…per diversi decenni, si sono susseguiti titoli di giornale che annunciavano la Russia sull’orlo del collasso o addirittura in procinto di collassare da un momento all’altro. Un articolo di copertina del 2001 su The Atlantic proclamava che “la Russia è finita”. Recentemente, una nuova ondata di argomentazioni a favore del declino della Russia si è riversata nel dibattito, prevedendo il collasso dell’esercito russo o addirittura un colpo di stato a Mosca.

Giungono alla stessa conclusione: non illudetevi, la Russia se la sta cavando bene e sta compiendo enormi progressi con il Sud del mondo nonostante sia soggetta a sanzioni di livello storico.

Come conciliare queste due parti?

Una fazione occidentale anti-russa avverte che la Russia non si ritirerà presto e può continuare la campagna in Ucraina a tempo indeterminato, mentre un numero “crescente” di persone vicine al Cremlino ammette che la guerra potrebbe essere una situazione di stallo irrisolvibile, da risolvere il prima possibile.

Come ho scritto di recente in un altro articolo, un altro esperto russo ha ritenuto che i falchi russi fossero la voce più forte, nonostante l’ascesa del campo “disfattista”. Al Forum economico internazionale di San Pietroburgo (SPIEF) in corso, diverse altre figure di spicco russe hanno presentato una visione diversa, persino più massimalista, dell’organizzazione sociale russa.

Un colonnello in pensione dell’SVR russo ha affermato che il Paese deve prepararsi a decenni di conflitto :

«Dobbiamo imparare a convivere con questa guerra. Ciò non significa che dobbiamo fermare tutto, interrompere lo sviluppo economico. Al contrario, dobbiamo costruire il nostro sistema statale e la nostra economia in modo tale che assolvano non solo al compito dello sviluppo, ma anche a quello della difesa», ha affermato Bezrukov.

Sia il doppiaggio AI che la traduzione con sottotitoli di una delle sue dichiarazioni:

L’agente segreto russo Bezrukov, che ha operato sotto copertura negli Stati Uniti per oltre un decennio, racconta del “nuovo tipo di guerre” e della “strategia dell’Occidente”:

“La strategia dell’Occidente è molto semplice. Aumentano gradualmente il livello di escalation. E non si fermeranno, perché non hanno vie di fuga. Noi rappresentiamo per loro una minaccia esistenziale.

Ormai è inutile conquistare territori, i prezzi hanno smesso di aumentare e non ha senso occuparli. Questa è una guerra di logoramento e devastazione. Lo vediamo già sul nostro fronte e in Medio Oriente.

Questo sentimento è stato condiviso dalla figura russa Konstantin Malofeev, fondatore di Tsargrad, che ha delineato molteplici possibili traiettorie per il futuro della Russia.

Link: https://tsargrad.tv/news/jeto-budet-sovsem-drugoj-mir-malofeev-predstavil-na-pmjef-vozmozhnye-scenarii-budushhego-rossii_1719955

Riepilogo delle diapositive:

Se le diapositive precedenti risultano di difficile lettura, ecco la trascrizione degli esiti positivi.

Innanzitutto, la cronologia decennale:

2036

  • Un’immagine chiara della vittoria nella guerra ideologica, basata su previsioni e pianificazione;
  • Annessione di Kiev, Odessa, Charkiv, ecc.;
  • Vittoria nella lotta ideologica, consolidamento definitivo di una visione del mondo sovrana;
  • Instaurazione della bipolarità pur mantenendo l’opposizione, in cui la Russia svolge un ruolo principale;
  • Il crollo dell’UE;
  • La crisi dell’americanismo-centrismo;
  • La creazione di uno stato cuscinetto completamente controllato sul territorio dell’Ucraina, o l’annessione dell’Ucraina alla Russia, o la creazione di un nuovo stato slavo orientale.

Innanzitutto, va detto che Malofeev è uno degli “oligarchi” più importanti legati all’Organizzazione Marittima Speciale (OMS), dato che Igor “Strelkov” Girkin iniziò la sua carriera come sua guardia del corpo personale e si dice che Malofeev abbia avuto un ruolo determinante nell’organizzazione della prima rivolta che portò agli eventi del 2014 e successivi. Pertanto, gli si dovrebbe prestare la dovuta attenzione quando parla del futuro dell’OMS.

Come si può notare sopra, egli considera la tempistica piuttosto lunga, con la possibile conquista di Kharkov, Odessa e Kiev entro il 2036. Sembra non vederci alcun problema, poiché lui – e presumibilmente i potenti interessi a lui collegati e che rappresenta – credono che il conflitto sia una questione esistenziale per la Russia, senza limiti di tempo, e che debba essere portato avanti fino alla fine, a qualunque costo.

La sua visione favorevole per la Russia, che si estende per circa 25 anni, è la seguente:

2050

  • Ruolo di leadership nel garantire la sicurezza e la giustizia globali;
  • Completa multipolarità, rafforzamento della soggettività della Russia;
  • Formazione di una nostra macroregione in Eurasia;
  • Trinità del popolo russo;
  • La morte dei piani imperialisti dei paesi occidentali

Il vice capo del Ministero degli Esteri russo ha ribadito questo concetto:

“La Russia può continuare la sua operazione militare speciale in Ucraina per tutto il tempo necessario”, ha dichiarato Sergei Ryabkov, vice capo del Ministero degli Esteri russo.

La Russia potrebbe continuare la sua operazione militare speciale in Ucraina per tutto il tempo necessario , ha dichiarato il viceministro degli Esteri Sergei Ryabkov.
Ha inoltre annunciato che la Russia potrebbe ricorrere all’uso di armi nucleari in determinate circostanze.
“Negli scenari peggiori, gli attacchi all’integrità territoriale della Russia da parte di aggressori potrebbero portare all’uso di armi nucleari”, ha osservato Ryabkov.
Secondo la Costituzione, ciò si applica anche ai territori della LNR, della DNR e delle regioni di Zaporizhia e Kherson, dalle quali la Russia chiede il ritiro delle truppe ucraine, ci ricordano i media.

Nella precedente dichiarazione dell’ex colonnello dell’SVR Bezrukov, si affermava:

“Dobbiamo costruire il nostro sistema statale e la nostra economia in modo tale che assolvano sia al compito dello sviluppo che a quello della difesa.”

Ciò che si può chiaramente dedurre è che molte élite russe di alto livello, in particolare quelle legate all’apparato di sicurezza statale (lo stesso Malofeev è spesso collegato al GRU), prevedono per la Russia un conflitto esistenziale generazionale che va ben oltre la semplice cattura di una qualche anonima “Mala Tokmachka” lungo il fronte desolato e flagellato dai droni.

Possiamo solo supporre che Putin abbia una mentalità simile, soprattutto alla luce delle sue recenti dichiarazioni allo SPIEF, in cui sembra aver confermato più volte la posizione massimalista, ribadendo che tutti gli obiettivi dell’SMO saranno raggiunti, compresa la conquista del Donbass e la denazificazione.

Alla luce di ciò, la rivista Foreign Affairs del CFR ha pubblicato questa settimana un articolo particolarmente perspicace:

https://www.foreignaffairs.com/russia/inertia-russias-war

In questo studio, gli autori sostengono che la Russia ha riorganizzato l’intera economia e la società attorno alla guerra, e ciò significa che ci sono pochissime possibilità che la Russia possa o voglia porre fine al conflitto a breve termine; la sua “inerzia” è semplicemente troppo grande, e troppi aspetti cruciali della società russa sono ormai intrinsecamente legati alla propagazione della guerra.

Ma dopo oltre quattro anni di conflitto, l’economia e la società russe si sono riorganizzate attorno alla guerra, creando un potente insieme di incentivi interni che rende la fine del conflitto difficile, e persino pericolosa, per il presidente russo.

Ma se pensate che quanto sopra rappresenti una dura condanna della Russia, non avreste del tutto ragione. L’articolo osserva – seppur in modo un po’ subdolo – che la Russia ha in realtà tratto notevoli benefici dal conflitto, stabilizzando la propria economia e unificando la popolazione.

Nel corso del tempo, la guerra ha generato un ordine istituzionale ed economico autosufficiente che limita persino Putin. La base fiscale e industriale della Russia è diventata strutturalmente dipendente dalla spesa militare, al punto che intere regioni e settori non possono sopravvivere senza di essa. Le indennità di combattimento e gli stipendi maggiorati per il settore della difesa hanno garantito a milioni di russi nelle regioni più depresse i primi veri aumenti di reddito dopo anni.

E un’economia sommersa in espansione, fatta di contrabbando e controlli doganali lassisti, continua a far affluire beni di consumo in un paese sottoposto a sanzioni, generando nuovi interessi commerciali e catene di approvvigionamento legate alla guerra, difficilmente reversibili.

Il numero di imprese del complesso militare-industriale russo è pressoché triplicato dall’invasione, e queste aziende impiegano ora circa quattro milioni e mezzo di persone. La produzione bellica è cresciuta del 20% solo nel 2025.

Una piccola ma interessante digressione: l’articolo rileva che 140.000 veterani sono “tornati dalla guerra”.

Un’altra fonte di tensione per lo Stato russo è la crescente classe di veterani: si stima che circa 700.000 soldati faranno ritorno dal fronte. Circa 140.000 sono già tornati definitivamente a casa e oltre mezzo milione li seguirà in futuro. Il Cremlino sta lavorando per trasformare gli ex soldati in una fedele base politica; Putin ha definito i veterani di guerra la “nuova élite”.

Ricordiamo come ci veniva detto che le truppe russe non vengono mai congedate dalla guerra e che un contratto firmato è “eterno” fino alla morte. Questo era fondamentale per le affermazioni occidentali secondo cui le perdite della Russia sono altissime perché, nonostante il reclutamento di un numero enorme di soldati, le dimensioni dell’esercito russo non crescono proporzionalmente. Ho sostenuto fin dall’inizio che la Russia congedava i veterani i cui contratti erano scaduti, e ora abbiamo una forte conferma dal CFR.

Anzi, più avanti nell’articolo, inspiegabilmente, elencano un numero ancora più alto:

A gennaio, i media statali russi hanno riferito che circa 250.000 veterani erano disoccupati. La notizia è stata rapidamenteRimossa da Internet, segno della delicatezza politica della questione.

Quindi, la Russia ha 250.000 veterani che sono già tornati dalla guerra e che probabilmente vengono conteggiati tra le “perdite” dalle fonti occidentali quando vengono sottratti dal calcolo delle entrate e delle uscite tra reclutamento e crescita dell’esercito, in assenza di vittime registrate?

Tornando al punto, l’articolo si conclude in modo appropriato:

[Putin] non può smobilitare senza scatenare una vasta crisi di disoccupazione e di reintegrazione. Non può tagliare le spese per la difesa senza devastare le regioni e le industrie che ne dipendono. E non può abbandonare la narrazione della lotta esistenziale senza minare la legittimità su cui si fonda la sua autorità.

La guerra potrebbe essere iniziata con la decisione di un solo uomo. Ma finirà solo quando cambieranno gli incentivi di fondo che la alimentano, sia per esaurimento, sia per pressioni esterne, sia per vie d’uscita che rendano la pace meno costosa. Comprendere i vincoli invisibili che limitano persino le scelte del governante è il primo passo per progettare queste vie d’uscita. Troppe energie diplomatiche sono state spese cercando di leggere nella mente di Putin. Sarebbe meglio impiegarle cercando di capire la macchina da guerra che ha costruito e i modi in cui questa macchina ora governa il paese senza di lui.

Mentre leggete quanto sopra, ricordate ancora una volta le parole di Bezrukov:

“Dobbiamo costruire il nostro sistema statale e la nostra economia in modo tale che assolvano sia al compito dello sviluppo che a quello della difesa.”

Si noti la somiglianza con la strategia già nota di essere stata adottata da Putin: ovvero il famigerato “equilibrio” che consiste nel mantenere un’organizzazione sociale in fase di stallo, pur continuando a concentrarsi principalmente sullo sviluppo dell’economia e della sfera sociale russa.

Aggiungendo a questo quadro le proiezioni di figure di spicco russe che prevedono una guerra che si protrarrà per decenni , possiamo giungere alla seguente conclusione. Contrariamente a quanto affermano i pessimisti e i “troll preoccupati”, la Russia non considera il conflitto di breve durata, ma è determinata a prolungarlo potenzialmente per generazioni, finché non saranno raggiunti tutti gli obiettivi. Questo può sembrare controintuitivo, dato che la sua durata ha già superato quella di entrambe le guerre mondiali, ma ciò non sembra preoccupare la leadership russa, presumibilmente perché non considera la continuazione della guerra una grave minaccia per il tessuto economico e sociale del Paese, e forse, al contrario, come riportato da Foreign Affairs, un fattore motivante e incentivante per il raggiungimento di tali obiettivi.

Al forum SPIEF, Putin ha ribadito la sua convinzione che l’Ucraina stia perdendo un numero catastrofico di soldati, sia a causa di diserzioni che di perdite umane. È evidente che, sulla base delle proiezioni interne del Ministero della Difesa, egli ritenga che la Russia stia di fatto smilitarizzando le Forze Armate ucraine e ne stia causando il collasso.

La recente ondata di disperati appelli di Zelensky per un cessate il fuoco e “colloqui” con Putin sembra indicare che l’Ucraina stia molto peggio di quanto sia disposta ad ammettere. Non possiamo essere assolutamente certi di quale aspetto specifico stia causando a Zelensky un’angoscia così pressante: la carenza di personale, i problemi economici, le pressioni politiche o forse tutti questi fattori insieme. Ma è chiaro che la Russia rimane calma e fiduciosa nonostante la serie di crisi create ad arte con “attacchi a lungo raggio”, i cui effetti sono enormemente esagerati dalla guerra dell’informazione. E l’Ucraina è sempre più disperata nel voler convincere Putin a sedersi al tavolo delle trattative: Zelensky ha rivolto oggi un appello diretto senza precedenti a Putin stesso tramite una lettera aperta, e, secondo alcune fonti, ha fatto anche un tentativo ancor più senza precedenti di contattare Putin privatamente attraverso canali informali.

Collegamento

Il deputato ucraino Goncharenko ha rivelato che il misterioso uomo d’affari era Roman Abramovich. Il partito “vincente” si spingerebbe a tanto pur di raggiungere un accordo rapido?

Per chi fosse interessato, la “lettera aperta” ufficiale può essere letta integralmente e nella sua spietata versione qui:

https://www.president.gov.ua/en/news/vidkritij-list-prezidentu-rosijskoyi-federaciyi-vid-preziden-104769

Al SPIEF, Putin ha commentato la patetica lettera di Zelensky, il cui intento sembrava più quello di insultare e offendere il presidente russo e di ottenere punti a suo favore con la cerchia di lacchè europei di Zelensky, piuttosto che quello di facilitare un vero e proprio incontro. Come messaggio diretto delle intenzioni della Russia, la risposta di Putin alla lettera irrispettosa è stata concisa: invece di rivolgersi direttamente a Zelensky, Putin si è rivolto alle truppe russe con le immortali parole: “Lavorate, fratelli”.

Come clip bonus, il commentatore russo Vladimir Soloviev ha smascherato un giornalista di Die Welt nel suo stile unico e caratteristico riguardo all’SMO:

Certo, ho poi scoperto che il giornalista di origine svizzera Roger Koppel è un conservatore che in realtà condivide molte delle posizioni euroscettiche di Soloviev ed è di parte nei confronti della Russia, ma si può tranquillamente affermare che Soloviev qui si rivolge all’intero Occidente.

L’intervista completa contiene molti altri spunti interessanti, per chi fosse interessato:


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In “Same Day”, la Camera vota per porre fine alla guerra in Iran e mantenere i finanziamenti alla guerra in Ucraina _ di Michael Tennant

In Same Day, House Votes to End Iran War, Keep Funding Ukraine War
OGphoto/iStock/Getty Images Plus

In “Same Day”, la Camera vota per porre fine alla guerra in Iran e mantenere i finanziamenti alla guerra in Ucraina

diMichael Tennant5 giugno 2026

Mercoledì la Camera dei Rappresentanti, con votazioni che hanno seguito in gran parte le linee di partito, ha approvato due misure apparentemente contraddittorie: una che chiede la fine della guerra tra Stati Uniti, Israele e Iran e un’altra che prevede il proseguimento del coinvolgimento degli Stati Uniti nel conflitto tra Ucraina e Russia.

Risoluzione ridondante

La Camera ha approvato con 215 voti contro 208 una risoluzione ai sensi del War Powers Act che impone al presidente Donald Trump di ritirare le forze armate statunitensi «dalle ostilità» con l’Iran «salvo espressa autorizzazione» del Congresso. I quattro repubblicani che si sono uniti ai democratici per approvare la risoluzione sono stati i deputati Thomas Massie (Kentucky), Brian Fitzpatrick (Pennsylvania), Tom Barrett (Michigan) e Warren Davidson (Ohio).

The Hill ha scritto che l’approvazione della risoluzione ha segnato «una vittoria per i democratici e per i puristi costituzionalisti, secondo i quali il conflitto è illegale senza l’esplicita approvazione del Congresso». Naturalmente, i «puristi costituzionalisti» non vedono alcuna necessità di una risoluzione del genere, dato che la Costituzione attribuisce chiaramente al Congresso il potere di dichiarare guerra.

Il presidente, com’era prevedibile, ha utilizzato Truth Social per denunciare tutti i membri del Congresso “antipatriottici” che avevano votato a favore della risoluzione. Ha accusato i democratici di soffrire della “sindrome da fobia di Trump” e i repubblicani di essere “demagoghi” che “dovrebbero vergognarsi di se stessi”.

Avvertimento da parte di chi è stanco della guerra

Ci sono voluti quattro tentativi prima che gli oppositori della guerra contro l’Iran riuscissero a far approvare una risoluzione sui poteri bellici alla Camera, controllata dai repubblicani. I tentativi precedenti non erano riusciti a raccogliere voti sufficienti tra i repubblicani per l’approvazione, poiché questi ultimi avevano creduto alle affermazioni dell’amministrazione secondo cui il conflitto non era in realtà una guerra e che, anche se lo fosse stato, era terminato quando Trump aveva chiesto un cessate il fuoco ad aprile.

Cosa è cambiato? Secondo quanto riportato da The Hill:

Il fronte difensivo del Partito Repubblicano si è indebolito… man mano che il conflitto è diventato sempre più impopolare a livello nazionale. Il cambiamento non sta avvenendo all’interno della base repubblicana, che sostiene in modo schiacciante la guerra. Ma gli indipendenti stanno perdendo fiducia nel conflitto man mano che questo si protrae: un segnale d’allarme per i repubblicani più a rischio che lottano per mantenere i propri seggi nelle elezioni di medio termine di novembre. 

Uno dei fattori principali alla base di questo cambiamento di umore è stato di natura economica: la guerra ha causato direttamente delle perturbazioni nel commercio mondiale che hanno fatto impennare i prezzi dei beni di prima necessità sul mercato interno, come la benzina e alcuni generi alimentari, con ripercussioni su elettori di ogni orientamento politico. 

Come se non bastasse, il cosiddetto cessate il fuoco di Trump è stato tutto tranne che tale. Entrambe le parti continuano ad attaccarsi a vicenda, sempre con presunti scopi difensivi. L’Iran continua a colpire i paesi confinanti che, secondo quanto sostiene, facilitano gli attacchi statunitensi, mentre Israele martella il Libano — uno dei principali punti di scontro nei negoziati di Washington con Teheran. Persone innocenti continuano a essere uccise. I repubblicani che non sono succubi di Trump potrebbero semplicemente pensare che sia in corso una guerra che devono fermare.

Reazione del Presidente

La risoluzione della Camera è «congiunta», il che significa che necessita solo dell’approvazione della Camera e del Senato, non della firma di Trump. Il Senato, nel frattempo, ha una propria risoluzione “congiunta” che sta seguendo l’iter legislativo — il senatore Bill Cassidy (R-La.) ha fatto un improvviso cambiamento da “no” a “sì” al riguardo il mese scorso dopo che Trump ha visto la sua sconfitta alle primarie — che richiederebbe l’approvazione di Trump.

È tuttavia praticamente certo che Trump porrà il veto su una risoluzione congiunta o ignorerà una risoluzione concorrente. L’amministrazione lo ha già fatto capire chiaramente in merito alla risoluzione della Camera, che ha definito un «veto legislativo incostituzionale» sul potere esecutivo — potere che il presidente, ai sensi della Costituzione che ha giurato di difendere, non possiede.

Ciononostante, il deputato Jared Huffman (D-Calif.) ha dichiarato a The Hill che l’approvazione della risoluzione della Camera è «un segnale molto forte. Ci stiamo avvicinando sempre più al momento in cui entrambe le camere del Congresso dichiareranno questa guerra illegale».

Fondi per Kiev

Eppure, la stessa Camera che ha votato per porre fine alla guerra in Iran ha anche votato, lo stesso giorno e con una maggioranza quasi identica, a favore dell’esame di un disegno di legge che intensificherebbe il coinvolgimento degli Stati Uniti nella guerra tra Russia e Ucraina. Inoltre, entrambe le misure sono state presentate dalla stessa persona: il deputato Gregory Meeks (D-N.Y.).

Con 218 voti a favore e 204 contrari, i legislatori hanno approvato una mozione di sfiducia che imporrà una votazione in aula su un disegno di legge volto a fornire ulteriori aiuti statunitensi all’Ucraina e a conferire al presidente il potere di imporre una serie di sanzioni alla Russia.

La petizione, che consente ai deputati di base di imporre una votazione in aula su una proposta di legge osteggiata dalla leadership della Camera, richiedeva le firme di almeno la metà dei 435 membri della Camera per essere sottoposta a votazione. La 218ª firma è stata apposta il mese scorso dal deputato Kevin Kiley (Indipendente, California), ex repubblicano. Kiley e sei repubblicani si sono uniti a tutti i democratici, tranne uno, nel votare a favore della petizione.

Il partito prima dei principi

Da un lato, quindi, la Camera — in particolare i democratici — vuole porre fine a una guerra disastrosa, sanguinosa e incostituzionale che va avanti da poco più di tre mesi. Dall’altro lato, vuole invece che lo Zio Sam continui a immischiarsi in modo incostituzionale in una guerra disastrosa e sanguinosa che si trascina da più di quattro anni, in gran parte proprio a causa dell’intervento di Washington. Che senso ha?

Il Ron Paul Institute sembra aver trovato la risposta:

Visto che i democratici alla Camera sembrano schierarsi all’unanimità contro una guerra e a favore di un’altra, è difficile non interpretare le loro posizioni sulle rispettive guerre come una mossa politica: votare contro la guerra in Iran perché è «la guerra del presidente Trump» e a favore della guerra in Ucraina perché è «la guerra del presidente [Joe] Biden». (In realtà, a più di un anno dall’inizio della presidenza Trump, la guerra in Ucraina che egli aveva promesso di porre fine rapidamente è diventata chiaramente anche la guerra di Trump.) Lo stesso ragionamento sembrerebbe applicarsi al contrario agli sforzi della leadership repubblicana per impedire le votazioni su entrambe le questioni. La “Camera del Popolo” è una vergogna.

GOPers on Armed Services Vote to Entwine U.S.-Israel Militaries, Put U.S. Secrets in Danger
Politica responsabile/X

I repubblicani della Commissione per le forze armate votano per rafforzare i legami militari tra Stati Uniti e Israele, mettendo a rischio i segreti di Stato americani

diR. Cort Kirkwood5 giugno 2026

I repubblicani della Commissione per le forze armate della Camera dei Rappresentanti, sostenitori della linea “Israele prima di tutto”, hanno votato a favore dell’integrazione delle forze armate statunitensi e israeliane, una mossa che consentirà agli israeliani di sottrarre segreti militari americani e venderli alla Cina, alla Russia e ad altre nazioni ostili.

Nell’approvare la legge sull’autorizzazione alla difesa nazionale del 2027, i repubblicani della commissione hanno respinto un emendamento presentato dal deputato democratico Ro Khanna della California che avrebbe eliminato la Sezione 224, la quale consentirà a Israele di accedere a informazioni segrete relative alle forze armate, ai servizi di intelligence e alla tecnologia degli Stati Uniti.

Ora che il disegno di legge è stato approvato in commissione, tuttavia, il deputato repubblicano uscente Thomas Massie — il kentuckiano sostenitore dell’America First che il presidente Donald Trump ha pugnalato alle spalle — presenterà un emendamento in Aula per eliminare quella pericolosa misura.

Articolo 224

Come riportato ieri da The New American, la misura “amplierà e accelererà la ricerca, lo sviluppo, la sperimentazione, la valutazione, l’integrazione e la cooperazione industriale nel campo della tecnologia della difesa bilaterale” attraverso una serie di misure, tra cui:

• individuare tecnologie sviluppate congiuntamente o di origine israeliana che presentino un’utilità operativa ai fini di una potenziale integrazione nei sistemi e nei programmi degli Stati Uniti … ;

• garantire iniziative di ricerca collaborative che coinvolgano il governo, il settore privato e le istituzioni accademiche negli Stati Uniti e in Israele, … in modo tale da tutelare le tecnologie e le informazioni sensibili, nonché gli interessi di sicurezza nazionale degli Stati Uniti e di Israele; …

• definire i quadri normativi per joint venture, accordi di licenza e partnership di coproduzione o produzione con sede negli Stati Uniti in collaborazione con l’industria israeliana. …

Le due forze armate collaboreranno nel campo delle «tecnologie missilistiche e di difesa aerea», nonché in materia di difesa informatica, guerra elettronica e intelligenza artificiale.

La misura «getta le basi per la ricerca e lo sviluppo bilaterali, la coproduzione di armi, le joint venture, gli accordi di licenza e, a quanto pare, ogni forma di cooperazione tra il complesso militare-industriale statunitense e quello israeliano», ha spiegato Ben Freeman su Responsible Statecraft:

Gli Stati Uniti e Israele collaborano già intensamente nel campo della difesa missilistica, ma questa disposizione amplierebbe notevolmente il coordinamento fino a coprire, a quanto pare, ogni settore della tecnologia della difesa, tra cui l’intelligenza artificiale, la tecnologia quantistica, i sistemi autonomi, l’energia diretta, la sicurezza informatica, le biotecnologie e molti altri ancora. Si propone inoltre l’«integrazione delle reti» e la «fusione dei dati». In altre parole, i dati delle forze armate statunitensi potrebbero presto diventare i dati delle forze armate israeliane.

Inoltre, ha proseguito, ciò conferirebbe alla lobby israeliana un potere ancora maggiore di quello che detiene attualmente. Tale potere comprende già la capacità di raccogliere le decine di milioni di dollari che hanno permesso a un personaggio praticamente sconosciuto, sostenitore incondizionato di Israele, di conquistare il seggio di Massie alla Camera.

La sezione 224 «darà al governo israeliano l’opportunità di ampliare notevolmente una delle leve di influenza più potenti nella politica statunitense: i posti di lavoro negli Stati Uniti», ha proseguito Freeman:

Ampliando o avviando nuovi impianti di coproduzione, come già fatto in Mississippi e in Arkansas, il governo israeliano potrebbe vantarsi di creare posti di lavoro sul territorio statunitense, assicurandosi così il sostegno dei membri del Congresso che rappresentano i distretti in cui si trovano tali posti di lavoro.

Il risultato potrebbe benissimo essere un sistema politico statunitense ancora più vulnerabile ai capricci di un governo israeliano che, a quanto pare, non ha alcun scrupolo a trascinare gli Stati Uniti in conflitti militari in Medio Oriente.

«Stiamo creando meccanismi di accesso e controllo per una nazione che ha obiettivi nettamente diversi da quelli degli Stati Uniti», ha scritto l’ex direttore dell’antiterrorismo statunitense Joe Kent su Responsible Statecraft:

Dovremmo invece limitare lo sviluppo delle tecnologie chiave esclusivamente agli americani. I pericoli derivanti dal consentire a qualsiasi altra nazione di accedere alle nostre tecnologie militari sensibili sono evidenti, compreso il fatto che potrebbero essere installate backdoor e spyware che verrebbero sicuramente utilizzati dagli israeliani per influenzare la politica statunitense.

Anche Kent si è detto d’accordo con Freeman. Dare a Israele il potere di creare posti di lavoro in America, ha scritto, rafforzerà ulteriormente la lobby israeliana.

Ma questi non sono gli unici pericoli insiti nella Sezione 224. Un altro, in riferimento al traditore americano e spia israeliana Jonathan Pollard, l’analista dell’intelligence della Marina condannato per aver passato segreti a Israele, è che Israele potrebbe trasmettere segreti militari, di intelligence e tecnologici americani a potenze straniere. Si ritiene che Israele abbia consegnato all’Unione Sovietica il materiale di segreti rubati da Pollard. Alcuni di quei segreti potrebbero aver rivelato l’identità di spie americane che sono state successivamente assassinate.

Khanna, un democratico che mette l’America al primo posto?

Massie e Khanna si sono quindi opposti. Quest’ultimo ha addotto come motivo della sua opposizione alla fusione la piattaforma “America First” del presidente Trump, che il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha sostenuto con convinzione.

Khanna si è opposto con veemenza alla misura prima del voto di ieri.

«Il popolo americano è stanco dell’arroganza e dell’insolenza del primo ministro Netanyahu che dice all’America cosa dovremmo fare», ha esordito, sottolineando che il prodotto interno lordo di Israele è inferiore a quello di «una singola città del mio distretto. Eppure, in qualche modo, Netanyahu pensa di poter dire al popolo americano cosa dovremmo fare?» La persona più arrabbiata con Netanyahu in questo momento, ha continuato Khanna, è Trump, che ha definito Netanyahu «fottutamente pazzo» per la continua campagna di Israele in Libano.

«A prescindere dall’appartenenza politica, gli americani vogliono che il Congresso “dica a Netanyahu che è l’America a dettare legge, non il primo ministro di nessun altro Paese”», ha tuonato Khanna:

Vogliono meno cooperazione e meno carta bianca per Israele, non di più. Solo il Congresso degli Stati Uniti potrebbe pensare, in questo momento, di fare di più per Israele, anziché di meno. …

Ora vorrei essere chiaro. Il signor Netanyahu ha effettivamente scritto a un membro del Congresso per inserire questa Sezione 224 nel disegno di legge. Dice: «So che gli aiuti sono impopolari in America». So che nemmeno i repubblicani vogliono gli aiuti. Quindi ecco cosa dovete fare: “Creiamo un nuovo quadro” — è Netanyahu che ci dice cosa dovremmo fare — “un nuovo quadro di cooperazione congiunta in materia di difesa, co-sviluppo, co-produzione e investimenti reciproci in settori quali la difesa missilistica avanzata, l’intelligenza artificiale, la sicurezza informatica e le piattaforme militari di nuova generazione”. Perché? Perché non vuole che il Congresso voti sugli aiuti. Vuole solo che siano inseriti nel disegno di legge. A quanto mi risulta, Netanyahu non ha un seggio in questa commissione. … Dobbiamo respingere un emendamento che [contiene un testo] proveniente direttamente dal Primo Ministro israeliano. E dovremmo sottoporre qualsiasi aiuto al voto del popolo americano. Io sto dalla parte del Team America. Sto dalla parte degli interessi di questo Paese. E credo che quando Donald Trump si è candidato, lo ha fatto con lo slogan “America First”. Ciò include gli interessi americani contro qualsiasi Paese straniero. Dovremmo avere la sovranità americana e chiarire che siamo a 224. Se vogliamo dare aiuti a Israele e vogliamo vendere loro armi, ciò dovrebbe essere sottoposto al voto dell’intero Congresso.

Il 30 maggio, Massie ha spiegato su X che il voto della commissione sulla Sezione 224 non avrebbe rappresentato l’ultima parola.

«Se la disposizione contenuta nel NDAA volta a integrare/sincronizzare le forze armate statunitensi e israeliane (sezione 224) supererà l’esame in commissione, presenterò un emendamento per eliminarla dal disegno di legge in sede di discussione in aula», ha scritto su X. «Siamo un Paese sovrano».

In seguito a quel post, Khanna ha risposto che avrebbe presentato l’emendamento per far fallire la proposta.

«Trump non può mettere fine alla collaborazione tra Massie e Khanna, per quanti post pubblichi su Truth Social», ha scritto Khanna.

I repubblicani sostenitori della linea “Israele prima di tutto” che hanno affossato l’emendamento di Khanna hanno affermato che il disegno di legge si limitava a codificare «iniziative già esistenti».

«L’articolo 224 rafforza effettivamente il controllo e la responsabilità di questi programmi, designando un unico funzionario responsabile degli stessi», ha affermato il presidente della commissione del Partito Repubblicano Mike Rogers, dell’Alabama.

Se ciò fosse vero, Rogers dovrebbe spiegare quale funzionario terrà d’occhio Israele per garantire che non divulghi segreti americani ad altri paesi.

L’Europa può competere con gli Stati Uniti e la Cina?

L’Europa può competere con gli Stati Uniti e la Cina?

Tra l’approccio orientato al mercato degli Stati Uniti e la strategia industriale guidata dallo Stato della Cina, l’Europa si sta interrogando su come poter rimanere competitiva nell’economia globale. Ma l’Europa rischia forse di diventare una colonia degli Stati Uniti o della Cina?

Di Noah Barkin e Anu Bradford

Pubblicato il 27 maggio 2026

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Europa: testa a testa

Andando oltre la retorica che esorta Bruxelles ad affrontare le proprie sfide, il progetto «Europe Head-to-Head» propone un dibattito a livello continentale su ciò che l’UE deve fare per essere all’altezza della situazione, orientandosi in un contesto globale sempre più complesso per garantire risultati concreti ai propri cittadini.

Scopri di più

Nel corso di un dibattito pubblico moderato dalla direttrice di Carnegie Europe Rosa Balfour, i prestigiosi esperti Noah Barkin e Anu Bradford hanno discusso sul tema: «L’Europa rischia di diventare una colonia degli Stati Uniti o della Cina?». L’evento si è svolto nell’ambito dell’iniziativa di Carnegie Europa: testa a testa progetto. Guarda la discussione completa qui.

Noah Barkin

Consulente senior, Rhodium Group

Stiamo uscendo da un periodo decennale in cui gli Stati Uniti hanno esercitato un’influenza sproporzionata in Europa e stiamo entrando in una nuova era in cui la Cina colmerà i vuoti lasciati dal ritiro degli Stati Uniti. Ciò pone l’Europa, che dipende fortemente sia dagli Stati Uniti che dalla Cina, in una posizione estremamente vulnerabile. Tuttavia, sono più ottimista riguardo alla capacità del continente di resistere a degli Stati Uniti allo sbando piuttosto che a una Cina che ha accumulato un’enorme influenza economica rafforzando sistematicamente il proprio controllo sulle catene di approvvigionamento industriali globali.

Oggi la Cina rappresenta una minaccia ben più grave per la prosperità, la sicurezza e lo stile di vita dell’Europa rispetto agli Stati Uniti. Questo aspetto a volte passa in secondo piano di fronte all’indignazione – per quanto comprensibile possa essere – suscitata dal presidente degli Stati Uniti Donald Trump e dal disastro in rapida evoluzione del suo secondo mandato.

Per tre quarti di secolo, l’influenza degli Stati Uniti in Europa è stata sostenuta dal loro ruolo di garante della sicurezza del continente nell’ambito della NATO. Ma si basava anche su valori condivisi incentrati sulla democrazia e sullo Stato di diritto. Nonostante periodi di attrito, gli Stati Uniti e l’Europa erano partner affini con una profonda relazione economica, interessi comuni in materia di sicurezza e stretti legami tra i popoli. Si trattava di una relazione vantaggiosa per entrambe le parti nel vero senso della parola.

Poi è arrivato Donald Trump e ha dato una forte accelerata a una crisi transatlantica che si stava consumando al rallentatore dall’inizio del secolo. In Europa sono ormai pochi quelli che descrivono la Casa Bianca come un partner affine. Gli europei ora capiscono, con o senza l’articolo 5 della NATO sulla difesa collettiva, che non possono più contare sull’aiuto di Washington. L’Europa deve potenziare rapidamente le proprie capacità militari, a lungo trascurate.

Esiste inoltre un enorme divario transatlantico in termini di valori che si manifesta nel mondo digitale. Gli europei hanno ragione a preoccuparsi dell’influenza delle grandi aziende tecnologiche statunitensi e di una nuova generazione di oligarchi americani il cui potere si è espanso in modo esponenziale sotto l’amministrazione Trump. L’Europa rimane fortemente dipendente dalle garanzie di sicurezza degli Stati Uniti, ma anche dalla loro infrastruttura cloud, dal software, dai servizi digitali e dai progressi americani nell’intelligenza artificiale — un settore in cui gli europei sono sembrati semplici spettatori.

Ci vorranno anni prima che l’Europa riesca a far fronte a queste vulnerabilità. Ma Trump, i cosiddetti «tech bros» e la loro ostilità schietta e sfacciata nei confronti dell’Europa costituiscono una potente forza unificante. La Cina è tutta un’altra storia. Il suo presidente Xi Jinping non pubblica post sui social media in cui giura di colpire l’Europa con dazi doganali. Non minaccia di conquistare con la forza territori europei. Non varano strategie che delineano piani per alimentare la resistenza nei confronti dei governi europei. La minaccia della Cina è simile a quella del cambiamento climatico: in molte capitali europee è ancora vista come una questione strisciante e a lungo termine che può essere affrontata domani, o meglio ancora, dopodomani. 

La realtà è ben diversa. La Cina si è affermata in pochissimo tempo come potenza manifatturiera globale, con una posizione dominante in un’ampia gamma di materie prime e settori da cui dipendono l’Europa e il mondo intero. Si va dai minerali critici e dai chip agli ingredienti farmaceutici e alle tecnologie verdi come batterie, pannelli solari e veicoli elettrici. Queste dipendenze conferiscono alla Cina un potere politico, come abbiamo visto un anno fa quando Pechino ha imposto controlli sulle esportazioni di terre rare che hanno messo sotto pressione le aziende occidentali dei settori automobilistico, della tecnologia medica e della difesa, costringendo infine Trump a fare marcia indietro sui suoi cosiddetti dazi del “Liberation Day”. 

Il predominio industriale della Cina rappresenta una minaccia anche per le economie manifatturiere come quella tedesca, che faticano a competere con i rivali cinesi che realizzano prodotti più economici dal 30 al 50 per cento. Di fronte a questa concorrenza, la Germania sta perdendo 10.000 posti di lavoro al mese nel settore manifatturiero. Alcune delle più grandi aziende del Paese stanno aumentando gli investimenti in Cina mentre riducono drasticamente il personale in patria. L’unico modo per competere con le aziende cinesi, secondo il pensiero che prevale nelle sale dei consigli di amministrazione di Monaco e Stoccarda, è integrare maggiormente la Cina nelle catene di approvvigionamento. 

Se l’Europa e i suoi alleati non saranno in grado di dare una risposta forte e collettiva al predominio della Cina nel settore manifatturiero, rischiamo di entrare in una pericolosa spirale discendente in cui diventeremo sempre più dipendenti dalle catene di approvvigionamento cinesi, perderemo le nostre competenze e il nostro know-how industriale e, progressivamente, la nostra autonomia politica ed economica.

Tenere testa alla Cina è già una sfida. Nei prossimi anni, rischia di diventare molto più difficile. Ciò ha implicazioni per il futuro di Taiwan, ma anche per la capacità dell’Europa di definire il proprio orientamento politico su ogni tema, dall’azione per il clima alle normative digitali. I recenti decreti del Consiglio di Stato cinese hanno dato un assaggio di ciò che ci aspetta. Essi chiariscono che Pechino reagirà se i paesi cercheranno di ridurre i rischi o di diversificare le proprie catene di approvvigionamento allontanandosi da quelle cinesi. Il messaggio è: proteggetevi, e ne pagherete il prezzo. Non è il messaggio di un egemone benevolo. 

Questo futuro non è scolpito nella pietra. Né la Cina è il gigante inarrestabile che spesso ci illudiamo che sia. Il suo predominio nel settore manifatturiero nasconde profonde fragilità nella sua stessa economia, da una domanda ostinatamente debole e un sistema finanziario scricchiolante e inefficiente a un’incombente crisi demografica. La Cina dipende dalla domanda estera, soprattutto dall’Europa, per mantenere in funzione la sua macchina industriale. Questo conferisce all’Europa un certo potere. Ma sarà necessaria una maggiore unità europea, la volontà di accettare sacrifici a breve termine e una risposta coordinata con gli alleati – compresi gli Stati Uniti – per scongiurare gli scenari peggiori. La visita conciliante di Trump a Pechino nel maggio 2026 ha dimostrato quanto siamo lontani da questo percorso.

Il Bradford

Ricercatore non residente, Programma Europa, Carnegie Endowment for International Peace

Quella che segue è una trascrizione parziale degli interventi tenuti durante l’evento, modificata per motivi di brevità e chiarezza.

Le dipendenze dell’Europa nei confronti degli Stati Uniti hanno suscitato un dibattito a Bruxelles, per una ragione comprensibile: gli europei sono determinati a perseguire una maggiore autonomia strategica e sovranità tecnologica.

Se si parla delle nostre interazioni quotidiane con la tecnologia – le piattaforme che utilizziamo, i servizi cloud su cui fanno affidamento le nostre aziende, i sistemi di pagamento di cui abbiamo bisogno – tutte le strade portano all’America. E in passato non eravamo particolarmente preoccupati per le dipendenze dell’Europa in questi settori, poiché storicamente abbiamo sempre avuto un forte allineamento politico con Washington.

Ma gli Stati Uniti sotto la seconda amministrazione Trump si stanno scontrando con i valori e gli interessi geopolitici fondamentali dell’Europa. Ciò sta suscitando il timore che la dipendenza venga utilizzata come arma contro l’Europa, limitando la nostra capacità di plasmare il nostro destino come continente e minacciando i nostri valori.

Come europei, dobbiamo avviare un dibattito serio su come ridurre queste vulnerabilità.

La sovranità normativa dovrebbe essere al centro di tale dibattito: si tratta della capacità di emanare leggi che riflettano i nostri valori e costituisce un aspetto fondamentale della sovranità in senso lato. Questo concetto è sempre stato centrale nel progetto europeo, ma, oltre a ciò, è diventato una delle principali fonti di potere dell’UE sulla scena mondiale, conferendole un notevole peso sia a livello interno che internazionale.

Ciò significa che i poteri normativi non sono più semplici operazioni tecnocratiche. Non si tratta più di una serie di leggi che i responsabili politici di Bruxelles possono approvare senza suscitare una reazione da parte di Washington. Con il ritorno di Trump alla Casa Bianca, le normative europee sono state politicizzate: le leggi europee in materia di privacy, moderazione dei contenuti e antitrust stanno subendo aspre critiche da parte del presidente.

Le argomentazioni avanzate sono che normative come il Digital Services Act prendono di mira ingiustamente i giganti tecnologici statunitensi, che esse fungono semplicemente da copertura per il protezionismo europeo, e che l’UE sta esportando la censura e reprimendo la libertà di espressione. Ma la vera novità in tutto questo è quanto la politicizzazione dell’agenda stia potenzialmente minando l’autonomia normativa dell’Europa. Gli Stati Uniti stanno ora inserendo queste critiche in una più ampia guerra commerciale e tecnologica, lanciando il messaggio che, se le normative verranno applicate, l’Europa dovrà affrontare dazi doganali o il ritiro delle garanzie di sicurezza statunitensi da istituzioni come la NATO.

Di conseguenza, l’Europa deve ora fare i conti con la realtà che la difesa dei propri valori può comportare gravi conseguenze.

Cosa si può fare, quindi, per affrontare questa nuova sfida? Prima di tutto, l’UE deve superare la frammentazione del proprio processo decisionale. In passato, Bruxelles ha potuto permettersi il lusso di isolare i diversi ambiti politici e di perseguire i migliori risultati possibili in una serie di compartimenti stagni. Ora deve fare i conti con il fatto che separare il commercio dalla sicurezza non è più una soluzione praticabile.

Una soluzione potrebbe essere quella di istituire un Consiglio per la sicurezza economica dell’UE sul modello del Consiglio di sicurezza nazionale degli Stati Uniti. Esso riunirebbe i decisori al più alto livello — provenienti dai governi degli Stati membri, dalla Commissione europea e così via — responsabili del commercio, della difesa, della sicurezza nazionale e della regolamentazione tecnologica. Ciò garantirebbe all’Europa una strategia più olistica, che tenga conto delle sue dipendenze. L’UE sarebbe quindi molto meglio preparata a rispondere agli attacchi su ambiti politici che sono al tempo stesso separati eppure in qualche modo fusi tra loro.

Non possiamo permetterci di tornare a una visione del mondo che separi la sicurezza economica dalla sicurezza nazionale, soprattutto in un’Unione economicamente così integrata come l’UE. Tutto questo fa parte di quella più ampia tendenza alla militarizzazione che stiamo affrontando.

I cambiamenti istituzionali, però, da soli non bastano. L’Europa deve cambiare mentalità: passare da un atteggiamento difensivo e reattivo a un programma proattivo che riconosca i punti di forza di cui disponiamo. Abbiamo un mercato forte su cui fanno affidamento le aziende americane. Per molti dei giganti tecnologici statunitensi, l’UE rappresenta tra il 20 e il 25 per cento del fatturato annuo. Sì, abbiamo delle dipendenze, ma tali dipendenze sono reciproche, e non sarebbe nell’interesse degli Stati Uniti se gli europei perdessero fiducia nell’affidabilità dei servizi forniti dalle aziende americane. Una coercizione eccessiva provocherebbe proprio questa reazione negativa.

I leader europei hanno provato a ricorrere alla capitolazione e alla sottomissione come strategia: non ha funzionato. Ciò ha dimostrato all’amministrazione Trump che le pressioni sono il modo più efficace per ottenere concessioni da Bruxelles. Una serie di richieste ne porterà con sé un’altra, e la situazione assumerà proporzioni sempre più vaste. Per l’Europa è semplicemente insostenibile. L’UE dovrebbe invece affrontare la coercizione economica degli Stati Uniti dalla posizione di forza che le offre il suo solido mercato interno.

Se Bruxelles non riuscirà a raggiungere la sovranità tecnologica, si presume che finirà per diventare succube di Washington o Pechino. Ma non è vero. Se l’UE fallirà questa prova, lo stesso accadrà agli altri, perché non esiste una singola potenza mondiale in grado di riportare sul proprio territorio l’intero ecosistema dell’intelligenza artificiale o le complesse catene di approvvigionamento dei semiconduttori.

La dipendenza è reciproca. In un certo senso, quindi, la completa sovranità tecnologica — e il vantaggio competitivo teorico che essa implica — è un’illusione. La Cina può tenere in pugno gli Stati Uniti limitando l’accesso alle terre rare, gli Stati Uniti possono tenere in pugno l’Europa smantellando con la forza le sue normative, l’Europa può tenere in pugno entrambi sfruttando il potere del proprio mercato. Nel gioco della competitività, tutti i giocatori in campo sono vincolati e devono trovare il modo di coesistere.

Is Europe in Danger of Becoming a U.S. or China Colony?

EventoL’Europa rischia di diventare una colonia degli Stati Uniti o della Cina?

19 maggio 2026

Informazioni sugli autori

Noah Barkin

Consulente senior, Rhodium Group

Noah Barkin è consulente senior presso il Rhodium Group e ricercatore senior ospite nell’ambito del Programma Indo-Pacifico del German Marshall Fund of the United States.

Il Bradford

Ricercatore non residente, Programma Europa

Anu Bradford è ricercatrice esterna presso il Programma Europa della Fondazione Carnegie per la Pace Internazionale.

Osservazioni sulle premesse della prossima “Grande Guerra” in Europa _ di Titanin

Osservazioni sulle premesse della prossima “Grande Guerra” in Europa

Scritto da Titanin

Composto tra il marzo e giugno 2026

Gli Stati Uniti cercano di ridurre o potenzialmente di ritirarsi dalla NATO per diverse ragioni.

     Nonostante un significativo declino della propria base industriale, gli Stati Uniti rimangono una grande potenza industriale. Con l’ascesa della Cina quale concorrente economico globale e con la crescente influenza economica della Germania all’interno dell’Europa – combinata con la stretta relazione economica tra Germania e Cina – gli Stati Uniti si trovano ad affrontare due grandi sfide: il proprio deficit delle partite correnti e il proprio deficit commerciale. Da questa prospettiva, i principali rivali strutturali degli Stati Uniti sono la Cina e la Germania, non la Russia.

       Dal crollo dell’Unione Sovietica nel 1991, la Russia ha in larga misura continuato a fare affidamento sulle infrastrutture, sulle capacità militari e sugli asset strategici ereditati dall’URSS. Al tempo stesso, essa non rappresenta più un modello politico o socioeconomico distinto, né possiede la capacità industriale che un tempo caratterizzava lo Stato sovietico. Sotto Putin, la Russia si è progressivamente trasformata in un’economia incentrata sull’esportazione di risorse naturali ed energia piuttosto che sulla produzione industriale (Putin, infatti, ha volontariamente supervisionato la distruzione dell’industria russa autonoma e a ciclo completo, in cambio dell’accesso della Russia all’OMC/WTO).

       Pertanto, da una prospettiva strutturale rigorosa, la Russia non è il principale avversario degli Stati Uniti; piuttosto, tale posizione è occupata dalla Cina e dalla Germania — immediatamente dietro la Cina.

      Inoltre, Russia e Germania sono anche concorrenti naturali nell’Europa orientale, nella regione baltica, nell’Europa centrale e nei Balcani. Da un lato vi è la Germania, una nazione di circa 80 milioni di persone con un’economia industriale altamente sviluppata. Dall’altro vi è la Russia europea, con approssimativamente 100 milioni di persone, ricca di risorse naturali e fortemente armata grazie all’eredità della potenza militare sovietica. Entrambe proiettano influenza in molte delle stesse regioni strategiche e sfere di interesse.

     Anche su questo argomento, l’Ucraina fornisce un chiaro esempio. Nel conflitto regionale in corso che coinvolge la Russia, la Germania è stata uno dei principali sostenitori dell’Ucraina, con la Turchia che ha anch’essa svolto un ruolo significativo.

     Di conseguenza, la Germania e la Russia tendono ad espandere la propria influenza nei medesimi spazi geopolitici. Ed esse sono potenze polarmente opposte per peso e per spazio (sulla medesima porzione del mondo). La loro coesistenza, con questo potere crescente e centralizzante (sempre di più, anno dopo anno), è pertanto caratterizzata da contraddizioni strutturali irrisolvibili che coinvolgono interessi statali contrapposti, classi dirigenti, sistemi economici e sfere d’influenza concorrenti. Poiché entrambe le potenze cercano influenza su molte delle stesse regioni, e tale rivalità, nel medio periodo, può essere risolta soltanto mediante il conflitto e mediante l’annientamento di una delle due (e viceversa dalla posizione reciproca delle rispettive classi dirigenti).

      Un ulteriore argomento, coinvolto in questa enorme contraddizione, concerne le classi dirigenti del Regno Unito e della Francia e, solo secondariamente, in una certa misura, quelle degli Stati Uniti. Se le due guerre mondiali furono combattute in parte per impedire alla Germania di stabilire il proprio predominio sull’Europa attraverso il potere economico e politico, allora è difficile comprendere perché Londra e Parigi dovrebbero accogliere favorevolmente un’Unione Europea sempre più dominata dalla Germania. Da questo punto di vista, apparirebbe contraddittorio aver combattuto due guerre devastanti soltanto per consentire all’influenza tedesca di diventare predominante attraverso l’integrazione economica e le reti istituzionali (il tutto avvenendo pacificamente, sotto i loro occhi).

      Di conseguenza, anche se tali sviluppi non si sono ancora manifestati pubblicamente e nella politica pubblica, sul piano strutturale gli sviluppi politici all’interno della Francia e del Regno Unito/Inghilterra stanno venendo seminati dietro le quinte e finiranno per condurre ad una posizione più apertamente critica nei confronti del ruolo della Germania all’interno dell’Europa (contro il suo potere, la sua industria, la sua influenza, le sue reti, ecc.). Già ora, le loro élite strategiche guardano con cautela alla crescente concentrazione di potere in Germania che utilizza l’Unione Europea come propria estensione sull’Europa.

     In un simile scenario, sorge la seguente domanda: Francia e Inghilterra, quando si arriverà al momento decisivo, si allineeranno più strettamente con la Germania oppure con la Russia?

     Secondo quanto evidenziato, esse finirebbero per favorire la Russia, poiché la Germania rappresenta la sfida maggiore nel lungo periodo alla loro influenza relativa, al loro potere e alla loro posizione geopolitica e gran-strategica.

      Pertanto, sebbene io sia certo che esistano divisioni interne all’interno delle loro classi dirigenti operanti dietro le quinte (specialmente per quanto riguarda la Francia, a causa di tutta l’influenza che le sue grandi imprese esercitano nelle istituzioni europee accanto a quelle tedesche e del Benelux), alla fine esse si schiereranno sempre – per necessità – con la Russia contro la Germania (ed avranno maggiore interesse nel contenimento della Germania piuttosto che nel considerare la Russia come un nemico).

     Si tenga presente:

  • Quando nel XVIII secolo la Francia voleva assumere una posizione egemonica sia sugli oceani sia sull’Europa, l’Inghilterra si schierò con gli Asburgo, ad est della Francia, per contenere la Francia;
  • Quando nel XIX secolo la Francia era la potenza continentale dell’Europa, all’epoca di Napoleone, l’Inghilterra si schierò con la Russia contro la potenza europea;
  • Quando nel XX secolo la Germania, durante la Prima Guerra Mondiale e la Seconda Guerra Mondiale, cercò di assumere una posizione egemonica sull’Europa, l’Inghilterra si schierò con la Russia contro la Germania;

      Pertanto:

  • Quando nel XXI secolo si arriverà al momento decisivo e vi sarà un attuale o futuro schieramento della Germania contro la Russia, poiché la Germania è la potenza egemonizzante dell’Europa, l’Inghilterra si schiererà ancora una volta con la Russia contro la Germania.

     Dunque, sebbene gli Stati Uniti debbano concentrarsi sempre più sulla Cina e sulla regione indo-pacifica, e sebbene Francia e Regno Unito debbano ancora attraversare mutamenti politici interni prima di esprimere apertamente un’esplicita ostilità e opposizione contro la predominanza tedesca, tutte e tre queste potenze sarebbero, secondo questa prospettiva, inclini a schierarsi con la Russia piuttosto che con la Germania.

     Il loro obiettivo predominante sarebbe la preservazione della propria influenza, dei propri vantaggi strategici e delle proprie reti internazionali di potere.

     Se la NATO fu creata nell’ordine successivo alla Seconda Guerra Mondiale per giustificare e difendere le conquiste statunitensi in parti dell’Europa come risultato dell’ultima guerra mondiale — e se, in quell’ordine, durante la Guerra Fredda e negli anni Novanta (dopo la caduta dell’URSS), tutto ciò era nell’interesse degli Stati Uniti poiché forniva una cornice per giustificare in tempo di pace la loro presenza e la loro influenza… Con la deindustrializzazione degli Stati Uniti, dovuta all’industrializzazione della Cina, e con il loro potere in declino. Con il fatto che la presenza statunitense in Europa dissuade una guerra della Russia contro la Germania. Con il fatto che, immediatamente dopo la Cina, è la Germania il secondo concorrente strutturale degli Stati Uniti. Con il fatto che la Germania sta utilizzando l’Unione Europea quale strumento per egemonizzare vaste parti dell’Europa sotto la propria influenza strutturale, economica e di potere. Eccetera, eccetera, eccetera. Di fronte a tutto questo: perché gli Stati Uniti dovrebbero rimanere qui in Europa, nella NATO, per difendere la Germania?

      Perché gli Stati Uniti dovrebbero rimanere nella NATO per difendere la Germania mentre la Germania sta egemonizzando l’Europa, invece di essere la NATO un mero strumento di preservazione del potere statunitense sull’Europa?

      Perché gli Stati Uniti dovrebbero difendere la Germania mentre la Germania, immediatamente dopo la Cina, è il secondo concorrente strutturale degli Stati Uniti (contribuendo, probabilmente più di chiunque altro o quasi, subito dopo la Cina, al loro (a) deficit della bilancia commerciale, (b) deficit delle partite correnti, (c) e conseguentemente alla loro deindustrializzazione interna… Tenendo presente che la prima causa è la Cina e che immediatamente dopo Pechino viene Berlino)?

     Pertanto, di fronte a tutto questo, gli Stati Uniti, evidentemente, con ritmi equilibrati, in modo ordinato, passo dopo passo, si ritireranno dalla NATO/dall’Europa; non continueranno a difendere la Germania e, sul piano internazionale e strategico, a livello mondiale, si allineeranno maggiormente con la Russia.

     Questa è, in una sintesi basata su fatti empirici estremamente rigorosi e quantificabili, la ragione per cui – nel medio periodo – gli Stati Uniti si ritireranno e usciranno fisicamente dalla NATO.

Observations Concerning the Premises of the Coming “Great War” in Europe

Written by Titanin

Composed between March and June 2026

The United States seeks to reduce or potentially withdraw from NATO for several reasons.

       Despite a significant decline in its industrial base, the United States remains a major industrial power. With the rise of China as a global economic competitor and the increasing economic influence of Germany within Europe – combined with the close economic relationship between Germany and China – the United States faces two major challenges: its current account deficit and its trade deficit. From this perspective, the principal structural rivals of the United States are China and Germany, not Russia.

      Since the collapse of the Soviet Union in 1991, Russia has largely continued to rely on the infrastructure, military capabilities, and strategic assets inherited from the USSR. At the same time, it no longer represents a distinct political or socio-economic model, nor does it possess the industrial capacity that once characterized the Soviet state. Under Putin, Russia increasingly transformed into an economy centered on the export of natural resources and energy rather than industrial production (Putin, in fact, willingly supervised the destruction of Russia’s autonomous and full cycle industry, in exchange for its access to the WTO).

       Therefore, from a hard structural perspective, Russia is not the primary adversary of the United States; rather, China and Germany – just behind China – occupy that position.

       Additionally, Russia and Germany are also natural competitors in Eastern Europe, the Baltic region, Central Europe, and the Balkans. On one side stands Germany, a nation of roughly 80 million people with a highly developed industrial economy. On the other stands European Russia, with approximately 100 million people, rich in natural resources and heavily armed through the legacy of Soviet military power. Both project influence into many of the same strategic regions and spheres of interest.

     Also, on this subject matter, Ukraine provides a clear example. In the ongoing regional conflict involving Russia, Germany has been one of Ukraine’s principal supporters, with Turkey also playing a significant role.

      As a result, Germany and Russia tend to expand their influence into the same geopolitical spaces. And they are polar-opposite powers by weight and space (over the same portion of the world). Their coexistence, with this growing and centralizing power (more and more, year after year), is therefore marked by unresolvable structural contradictions involving opposing state interests, ruling elites, economic systems, and competing spheres of influence. Because both the two powers seek influence over many of the same regions, and this rivalry, on the medium run, can only be resolved by conflict and by the annihilation of one of the two (and vice versa from the reciprocal position of their ruling classes).

      A further subject matter, involved in this huge contradiction, concerns the ruling classes of the United Kingdom and France, and, only secondly, to some extent those of the United States. If the two World Wars were fought in part to prevent Germany from establishing dominance over Europe through economic and political power, then it is difficult to see why London and Paris would welcome a European Union increasingly dominated by Germany. From this viewpoint, it would appear contradictory to have fought two devastating wars only to allow German influence to become predominant through economic integration and institutional networks (all happening peacefully, under their noses).

       Consequently, even if they didn’t happen yet publicly and in public politics, structurally, political developments within France and the United Kingdom / England are been seeded behind the scenes and they eventually will lead to a more openly critical stance against Germany’s role within Europe (against its power, its industry, its influence, its networks, etc). Even now, their strategic elites have been wary of the growing concentration of power within Germany using the European Union as its extension over Europe.

       In such a scenario, the question arises: would France and England, when push cone to shove, align more closely with Germany than with Russia? 

       According to what was highlighted, they would ultimately favor Russia, because Germany represents the greater long-term challenge to their relative influence, power, and geopolitical position.

     Therefore, even though I am sure there are inner divisions inside their behind the scenes ruling classes (especially for France, due to all the influence their big businesses have in the Eurochambres a side of Germany’s and the Benelux’s), in the end, they will always – for necessity – side with Russia against Germany (and have more interest in the containment of Germany than viewing Russia as an enemy).

     To be kept in mind:

  • When in the XVIII century France wanted to take an hegemonic position both over the oceans and over Europe, England sided with the Habsburgs, at the East of France, to contain France;
  • When in the XIX century France was the continental power over Europe, at the time of Napoleon, England sided with Russia against the European power;
  • When in the XX century Germany, in World War I and in World War II, tried to take a hegemonic position over Europe, England sided with Russia against Germany;

     Therefore:

  • When in the XXI century push comes to shove and there will be a current/future siding of Germany against Russia, because Germany is the hegemonizing power over Europe, England will side with Russia against Germany once more.

     Thus, although the United States must increasingly focus on China and the Indo-Pacific region, and although France and the United Kingdom still have to undergo internal political shifts before openly expressing explicit antagonism and opposition against German predominance, all three powers would, according to this perspective, be inclined to side with Russia rather than Germany. 

      Their overriding objective would be the preservation of their own influence, strategic advantages, and international networks of power.

     If Nato was created in the post-WWII order to justify and defend the US conquests parts of Europe as the results of the last World War – in that order and in the Cold War and in the ’90s (after the fall of the USSR), was all for the interest of the USA having a frame to justify in peace their presence and influence… With the deindustrialization of the USA, due to the industrialization of China, and their waining power. With the fact that the US presence in Europe deters the war of Russia against Germany. With the fact that right after China it is Germany the second structural competitor of the US. With the fact that Germany is using the EU as the instrument to hegemonizing vast parts of Europe under its structural and economic and power influence. Etc., etc., etc. In front of all of this: why would the US remain here in Europe, in Nato, to defend Germany?

      Why should the US stay in Nato to defend Germany while Germany is hegemonizing Europe instead Nato being a mere tool of preserving US own power over Europe?

      Why should the US defend Germany while Germany, right after China, is the second structural competitor of the US (contributing, probably the most or almost the most, right after China, to its (a) trade balance deficit, (b) current account balance deficit, (c) consequently their mainland deindustrialization… Keeping in mind that the first cause is China, right after Beijing comes Berlin).

    Therefore, in front of all of this, the US, evidently, with balanced paces, orderly, step by step, will withdraw from Nato / Europe, they won’t keep defending Germany, and internationally and strategically, at world level, they will align more with Russia.

     This is, in an extremely hard empirical quantifiable facts base synthesis, of why – in the medium period – the US will withdraw and exit physically from Nato.

La nuova élite al potere in Ungheria – di Thomas Fazi

La nuova élite di potere ungherese
Di Thomas Fazi • 2 giugno 2026
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A poche settimane dalla vittoria di Peter Magyar alle elezioni ungheresi, due narrazioni contrapposte si stanno già consolidando attorno al suo nuovo governo.
I liberali, che celebrano la fine dell’orbánismo, vedono una svolta democratica, un Paese che rientra nel mainstream europeo dopo anni di apostasia.
Altri, invece, osservano – con scetticismo o con approvazione, a seconda della loro posizione – che Magyar ha trascorso vent’anni all’interno della macchina di Orbán e suggeriscono che il cambiamento che rappresenta sia più di facciata che sostanziale.
Nessuna delle due interpretazioni coglie la logica più profonda del progetto politico di Magyar: chi c’è dietro, quali interessi rappresenta e cosa è probabile che produca. La risposta non risiede nella biografia del nuovo primo ministro o negli slogan della campagna elettorale, ma nelle tre figure che ora controllano l’economia, gli affari esteri e le finanze pubbliche dell’Ungheria. Le loro storie professionali raccontano una storia coerente, e non è la storia che né i sostenitori di Magyar né i suoi critici hanno raccontato.
Quello di Magyar non è un governo liberale in alcun senso significativo, né è semplicemente l’orbánismo con una maschera diversa. Si tratta piuttosto di un governo in cui gli interessi economici e finanziari occidentali – soprattutto quelli energetici statunitensi – hanno cooptato elementi della narrativa populista di Orbán per smantellare il suo progetto sovranista.
 Il punto di partenza è István Kapitány, l’uomo che ora guiderà la politica energetica ungherese. Il nuovo ministro dell’economia e dell’energia ha trascorso trentasette anni in Shell, la seconda compagnia petrolifera più grande al mondo dopo ExxonMobil, arrivando a ricoprire la carica di vicepresidente esecutivo globale della divisione mobilità. In tale ruolo, ha supervisionato le operazioni in ottantacinque paesi, circa 47.000 punti vendita e circa mezzo milione di dipendenti. In breve, è stato uno degli ungheresi con le posizioni più elevate nella storia del mondo imprenditoriale globale.”Era uno degli ungheresi di più alto rango nella storia aziendale mondiale.”
Durante il suo periodo alla Shell, Kapitány fece pressioni sul governo ungherese affinché abbandonasse il gas russo a favore del gas naturale liquefatto americano. Questa attività di lobbying sembra aver dato i suoi frutti: nel 2020 e poi di nuovo nel 2025, il precedente governo firmò due accordi con Shell per l’approvvigionamento di GNL. Quegli anni furono straordinariamente redditizi per l’azienda e per Kapitány. Tra il 2022 e il 2024, mentre la guerra in Ucraina faceva impennare i prezzi dell’energia, i ricavi di Shell raddoppiarono e il valore delle sue azioni si dimezzò. La retribuzione annua stimata di Kapitány, includendo bonus, pacchetti azionari e altri benefit, potrebbe aver raggiunto i 3,9 milioni di dollari al momento della sua partenza nell’aprile 2024.Kapitány lasciò Shell nel 2024. L’anno successivo, fece il suo debutto politico sul quotidiano ungherese di sinistra Partizán , che a quel punto aveva in gran parte sostituito l’anticapitalismo con l’anti-orbánismo. Era lo stesso giornale su cui, solo pochi mesi prima, Magyar aveva rilasciato la sua prima importante dichiarazione dopo aver abbandonato il partito Fidesz di Orbán. All’epoca, aveva insistito sul fatto di non avere alcuna intenzione di entrare in politica, ma nel giro di poche settimane si unì al partito Tisza, una piccola formazione fondata nel 2020 che stava per diventare tutt’altro che piccola. Pochi mesi dopo, anche Kapitány entrò a far parte di Tisza come esperto di energia ed economia.
Ma le prove suggeriscono che il piano potrebbe essere antecedente all’ascesa di Magyar.
Secondo quanto riportato dai media ungheresi, nel 2023 Kapitány si era rivolto a un incontro privato dell’Associazione Nazionale dei Manager – un’organizzazione di networking d’élite per i leader aziendali ungheresi, di cui il dirigente Shell era presidente all’epoca – sostenendo che la sconfitta dell’opposizione nel 2022 aveva messo in luce la necessità di una campagna più centralizzata e guidata da esperti. Un progetto tecnocratico, in altre parole, delineato due anni prima che la maggior parte delle persone avesse mai sentito parlare del partito Tisza.
Il che solleva la domanda: è stato Magyar a reclutare Kapitány, o è stato Magyar stesso a essere reclutato come figura di spicco ideale per un progetto politico già in fase di elaborazione nei consigli di amministrazione delle aziende ungheresi?Una seconda figura chiave nel governo di Magyar è Anita Orbán (nessuna parentela con l’ex primo ministro), che ora dirige il Ministero degli Affari Esteri ungherese.
Ha iniziato la sua carriera nel mondo dei think tank atlantisti e nel 2008 ha pubblicato un libro sulle ambizioni imperialiste russe nel settore energetico. Nel 2010 è entrata a far parte del governo, unendosi all’amministrazione di Viktor Orbán come esperta di geopolitica e ricoprendo il ruolo di ambasciatrice plenipotenziaria per la sicurezza energetica tra il 2010 e il 2015. In tale veste, è diventata una delle più ferventi sostenitrici della sostituzione della dipendenza dell’Ungheria dal gas russo con il GNL americano.Nel marzo 2014, ha testimoniato davanti al Congresso degli Stati Uniti a sostegno del Domestic Prosperity and Global Freedom Act, un disegno di legge che avrebbe facilitato notevolmente l’esportazione di GNL a livello globale da parte degli Stati Uniti (ma che alla fine non è mai stato convertito in legge). “Ci troviamo nel mezzo della più grande crisi di sicurezza che l’Europa abbia visto dalla fine della Guerra Fredda”, ha affermato, aggiungendo che “praticamente solo il GNL americano può raggiungere volumi credibili tali da avere un impatto reale nell’Europa centro-orientale”. L’accesso al gas di scisto statunitense, ha sostenuto, avrebbe fornito al Congresso “un potente strumento” per proteggere l’Ungheria e i suoi alleati della NATO da quello che ha definito “l’impiego dell’arma energetica” da parte della Russia, e avrebbe aiutato l’Ucraina in questo processo.
L’anno successivo, Orbán lasciò il governo e si dedicò direttamente al settore per il quale si era battuta. Divenne consulente senior presso la sede londinese di Cheniere Energy, il più grande esportatore di GNL degli Stati Uniti. Dal 2017 al 2020 ricoprì la carica di vicepresidente per gli affari internazionali presso Tellurian Inc., un’altra società americana del settore GNL. Nel 2021 tornò in Ungheria come vice CEO per gli affari aziendali di Vodafone Ungheria, prima di trasferirsi nuovamente a Londra come direttrice per gli affari pubblici e l’ESG (ambientale, sociale e di governance) della stessa azienda, in seguito alla sua acquisizione.
“L’ingresso di Anita Orbán nel progetto Magyar segue lo stesso schema stabilito da Kapitány”.
L’ingresso di Anita Orbán nel progetto Magyar segue lo stesso schema stabilito da Kapitány. Secondo quanto riportato, si è incontrata con i rappresentanti di Magyar alla fine del 2025, all’incirca nello stesso periodo in cui Kapitány è entrato a far parte del gruppo, e nel gennaio 2026 è entrata a far parte di Tisza come responsabile della politica estera. Inoltre, nel 2024, Orbán aveva ricevuto il Premio Speciale per la Leadership Globale dall’Associazione Nazionale dei Manager, la stessa organizzazione guidata da Kapitány, durante la cui riunione privata, secondo i media ungheresi, quest’ultimo aveva delineato la sua visione per un nuovo progetto politico in Ungheria.Per quanto riguarda András Kármán, il nuovo ministro delle Finanze ungherese, il suo percorso verso questo incarico si snoda attraverso le istituzioni che, per tre decenni, hanno gestito l’integrazione dell’Ungheria nell’ordine finanziario occidentale e, in un caso eclatante, si sono attivamente opposte a qualsiasi deviazione da esso. Ha iniziato la sua carriera presso la Banca Nazionale Ungherese, la banca centrale del paese, dove è arrivato a dirigere il Dipartimento di Regolamentazione Monetaria prima di diventare Direttore dell’Analisi Finanziaria.
Nel 2010, durante il primo governo di Viktor Orbán, è stato nominato sottosegretario di Stato al Ministero dell’Economia Nazionale. Tuttavia, ha lasciato l’incarico l’anno successivo, a quanto pare per un disaccordo fondamentale: la decisione di Orbán di rifiutare le condizioni del prestito del FMI e di rimborsare anticipatamente il fondo, una mossa che ha allarmato le istituzioni finanziarie occidentali.”L’uscita di Kármán proprio in quel momento è significativa.”L’uscita di Kármán in quel momento è significativa. In seguito, ha ricoperto la carica di direttore supplente ungherese nel consiglio di amministrazione della Banca europea per la ricostruzione e lo sviluppo, prima di passare al settore privato come amministratore delegato e presidente della filiale di risparmio domestico del gruppo Erste, dove ha contemporaneamente guidato la banca ipotecaria del gruppo.
Erste Group non è semplicemente una grande banca austriaca. È il principale strumento attraverso il quale il capitale occidentale è penetrato nei settori bancari dell’Europa centrale e orientale dopo la caduta del comunismo.
Tra il 1997 e il 2008, Erste ha acquisito importanti banche in Ungheria, Croazia, Repubblica Ceca, Slovacchia, Romania e Serbia, attuando una sistematica espansione nel panorama post-comunista. Nella sola Ungheria, l’espansione è stata inarrestabile: Erste ha assorbito Postabank nel 2003, la divisione private banking di Citibank Hungary nel 2016 e la filiale ungherese di Commerzbank nel 2021.
Oggi è il più grande fornitore di servizi finanziari in Europa centrale, con circa 16 milioni di clienti.
Ci si può aspettare che un ministro delle finanze la cui carriera si è costruita all’interno del principale istituto di credito della regione per l’espansione bancaria occidentale continui quanto iniziato da Erste: aprire ulteriormente il settore finanziario ungherese ai capitali occidentali, agevolare le condizioni operative delle banche straniere e orientare la politica fiscale verso le priorità degli investitori istituzionali che ora dominano il sistema finanziario della regione.Kapitány, Orbán e Kármán sono ora in grado di determinare l’orientamento economico dell’Ungheria per i prossimi anni. Non è difficile rispondere alla domanda su chi trarrà vantaggio da questa configurazione di potere.
Gli interessi delle multinazionali occidentali in generale, e quelli del settore energetico americano in particolare, hanno ora una rappresentanza diretta ai massimi livelli dello Stato ungherese, non attraverso attività di lobbying o pressioni diplomatiche, ma attraverso i portafogli ministeriali del governo stesso.“La questione potrebbe andare oltre gli interessi di classe e l’orientamento ideologico.”Nel caso di Kapitány, la questione potrebbe andare oltre gli interessi di classe e l’orientamento ideologico.
Sebbene al momento della stesura di questo articolo non fosse stata pubblicata alcuna dichiarazione patrimoniale ufficiale per quest’anno, i media ungheresi hanno stimato che possieda diverse centinaia di migliaia di azioni Shell. Se queste stime sono accurate, egli detiene un consistente interesse finanziario personale nell’azienda, i cui prodotti potrà ora favorire attraverso le politiche pubbliche. In altri contesti, questo verrebbe definito corruzione. Nel suo caso, è probabile che venga considerato un potenziale conflitto di interessi, che verrebbe gestito, se del caso, attraverso una dichiarazione volontaria.
BlackRock e Vanguard figurano tra i maggiori azionisti istituzionali di tutte le aziende in cui questi ministri hanno operato: Shell, Vodafone, Tellurian, Erste Bank.
C’è del vero nell’accusa che il governo di Orbán abbia coltivato una classe oligarchica nazionale e concentrato il potere economico in mani fedeli. Ma la classe capitalista ungherese impallidisce al confronto con quella che si appresta a sostituirla.
Mentre la corruzione dei potenti locali è visibile, denunciabile e, in linea di principio, perseguibile, l’influenza istituzionalizzata del capitale globale non lo è affatto. Aziende come Shell, insieme ai fondi di gestione patrimoniale che le possiedono, hanno dirottato i processi decisionali democratici in tutto il mondo occidentale. Lo chiamano lobbying anziché corruzione, ma la distinzione, in termini di conseguenze per la gente comune, è in gran parte superficiale.
Come si è chiesto András Schiffer, ex parlamentare e cofondatore del Partito dei Verdi (che ha poi lasciato), il potere feudale del capitalismo controllato a livello nazionale verrà semplicemente sostituito dal potere più anonimo, pervasivo e molto meno responsabile del grande capitale globale, con una patina liberale a mascherare il tutto?I legami del nuovo governo con il potere delle multinazionali occidentali si intrecciano con una dimensione geopolitica altrettanto importante, incarnata soprattutto dalla figura di Anita Orbán.
Abbiamo già ripercorso la sua carriera attraverso l’industria americana del GNL e la sua testimonianza davanti al Congresso a sostegno delle esportazioni di gas dagli Stati Uniti. Ma i suoi legami con il potere occidentale si estendono anche al nucleo istituzionale dell’apparato di sicurezza nazionale statunitense. Orbán ha conseguito la laurea specialistica presso la Fletcher School of Law and Diplomacy della Tufts University, che ha stretti legami con l’establishment della sicurezza. Il suo relatore di tesi era Robert Pfaltzgraff, un eminente teorico dell’interventismo militare statunitense che ha ricoperto il ruolo di consigliere per la sicurezza in diverse amministrazioni americane. Un altro membro della sua commissione di tesi era William C. Martel, che ha lavorato al Naval War College e diretto programmi di ricerca per la DARPA, l’aeronautica militare statunitense e l’ufficio del Segretario alla Difesa, oltre a far parte dello staff professionale della RAND Corporation, il principale think tank di politica di difesa dell’apparato di sicurezza nazionale statunitense.Dopo la laurea, Orbán ha frequentato una serie di istituzioni che delineano l’infrastruttura intellettuale e organizzativa del soft power americano: l’Heritage Foundation, l’Hudson Institute, il forum della Cattedra Brzezinski presso il Center for Strategic and International Studies (CSIS), il think tank atlantista GLOBSEC con sede a Bratislava e l’International Center for Democratic Transition di Budapest, un think tank inserito nella rete globale statunitense di promozione della democrazia. Il suo libro del 2008 sull'”imperialismo energetico russo”, approvato dallo storico della Guerra Fredda Richard Pipes e dal principale intellettuale neoconservatore Robert Kagan, era indirizzato ai responsabili politici di Washington e Bruxelles che cercavano un modo per svincolare l’energia dell’Europa centrale dalla Russia.
“La traiettoria del governo ungherese non è difficile da prevedere.”In altre parole, Orbán non rappresenta semplicemente gli interessi energetici occidentali; è una convinta atlantista con profondi legami istituzionali con l’establishment della sicurezza nazionale statunitense. Il fatto che ora ricopra la carica di ministro degli Esteri in un governo ungherese non è casuale rispetto a questi legami.
Considerato il profilo di queste tre figure chiave, la traiettoria del governo ungherese non è difficile da prevedere: diversificazione energetica verso il GNL statunitense, apertura finanziaria verso le istituzioni occidentali e gli interessi aziendali, e una politica estera ricalibrata verso Bruxelles e l’establishment atlantista.
L’unica questione aperta è come questo progetto cercherà di mantenere la propria legittimità agli occhi dell’opinione pubblica. Ma se il nuovo governo punterà al cosmopolitismo liberale o continuerà a seguire la linea culturalmente conservatrice di Orbán sarà una questione di calcolo tattico. Si tratta innanzitutto di un progetto economico e geopolitico, non ideologico, e il progetto andrà avanti a prescindere dalla facciata ideologica che gli verrà data.
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