CONTRIBUITE!!! La situazione finanziaria del sito sta diventando insostenibile per la ormai quasi totale assenza di contributi Il sito Italia e il Mondo non riceve finanziamenti pubblici o pubblicitari. Se vuoi aiutarci a coprire le spese di gestione (circa 6.000 € all’anno), ecco come puoi contribuire: – Postepay Evolution: Giuseppe Germinario – 5333174737695817; – IBAN: IT30D3608105138261529861559 PayPal: PayPal.Me/italiaeilmondo Tipeee: https://it.tipeee.com/italiaeilmondo Puoi impostare un contributo mensile a partire da soli 2€! (PayPal trattiene 0,52€ di commissione per transazione). Contatti: italiaeilmondo@gmail.com – x.com: @italiaeilmondo – Telegram: https://t.me/italiaeilmondo2 – Italiaeilmondo – LinkedIn: /giuseppe-germinario-2b804373
Mentre gli avvertimenti quotidiani dell’Europa su un imminente attacco russo al continente tremante si fanno ogni giorno più forti, sono gli europei stessi a continuare ad assumere un atteggiamento di sfida bellica, accusando la Russia delle assurdità più clamorose immaginabili.
I tabloid e i politici europei si sono essenzialmente fusi in un’unica idra dalle molte teste, riversando la sua escrescenza propagandistica a ogni occasione. Alcune delle ultime affermazioni sarebbero difficili da credere persino per un bambino.
Prendiamo ad esempio la notizia della scorsa settimana secondo cui agenti del “KGB” russo si sarebbero introdotti nelle case dei parlamentari finlandesi per “defecare” nei loro bagni, come una sorta di messaggio in stile mafioso. Allo stesso tempo, i media britannici accusavano Putin di far sborsare ai contribuenti britannici miliardi di sterline all’anno:
“La Russia è stata accusata di aver inviato agenti segreti a defecare nei bagni dei parlamentari finlandesi, in una bizzarra escalation della sua guerra ibrida contro l’Occidente.”
Ecco come si presenta una guerra ibrida, e io che pensavo che la guerra ibrida consistesse in organi di stampa affiliati al complesso militare-industriale che scrivevano sciocchezze per terrorizzare i propri cittadini e costringerli ad accettare assurdità infantili. Che ingenuo che sono stato!
Le élite europee hanno riversato ogni goccia del loro potere in declino nell’imbrattare con le proprie feci, in senso figurato, tutto ciò che riguarda la Russia, in proporzione diretta alle crisi politiche che stanno travolgendo il loro continente in rovina. Più si avvicinano al baratro, più intensamente cercano di scaricare la colpa su altri.
Il cancelliere tedesco Friedrich Merz ha ammesso apertamente questa settimana che nulla gli sta più a cuore della questione russa, né l’economia tedesca né il benessere del popolo tedesco:
L’eminente dirigente di BlackRock ha delineato con chiarezza la posizione di tutte le élite europee: la Russia rimane il loro principale punto di riferimento ancestrale e surclassa persino la Cina nella minaccia esistenziale che rappresenta per il Vecchio Ordine.
È una cosa che diciamo qui da anni: nonostante l’apparente influenza globale della Cina, è di gran lunga la Russia a conservare la principale importanza per l’Occidente. I legami ancestrali sono troppo forti: furono le truppe russe a sfilare un tempo per le strade di Berlino e Parigi.
Ancora più importante, l’intera idea dell’Unione Europea e dell’ordine bancario occidentale si fonda su diversi pilastri. Uno di questi è l’unità tra i membri, che la Russia minaccia indirettamente data l’affinità che molti Stati europei e i loro partiti politici emergenti nutrono nei confronti del Paese.
Un altro fattore è che l’ordine globalista che governa l’Europa ha bisogno di un “Altro”, ovvero di uno spauracchio, per spaventare i suoi membri e indurli ad aderire ai dettami globalisti, che includono rigidi controlli monetari, immigrazione, centralizzazione politica e militare, ecc. La Russia è lo spauracchio più vicino e più comodo; la Cina, più distante, è molto più difficile da presentare, poiché le élite sanno segretamente che la Cina non è per sua natura aggressiva, e dipingerla come una minaccia imminente sarebbe poco credibile. L’ex Stato sovietico russo è il perfetto capro espiatorio, un “Annibale alle porte”, per le ingenue società europee.
Ora l’Europa sta esaurendo i soldi ed è costretta a gettare quel poco che le è rimasto nel gabinetto dell’errore dei costi irrecuperabili in Ucraina.
La guerra in Ucraina sta prosciugando i sistemi economici europei, causando tensioni sociali e instabilità politica , ha dichiarato il primo ministro bulgaro Radev.
Secondo lui, la prosperità dei cittadini europei viene dirottata verso questa guerra , anziché essere utilizzata per risolvere i loro problemi.
Parigi e Milano sono in fiamme e, come al solito, la colpa è della Russia. Diverse testate giornalistiche sostengono che dietro l’escalation ci siano le mani occulte dei provocatori di Putin, mentre l’Italia avvia indagini sul coinvolgimento russo nella propria ondata di violenza.
Parigi brucia e i soldi affluiscono a Kiev. Coincidenza?
Mentre leggete queste righe, i resti di quella che comunemente viene chiamata la “Quinta Repubblica” covano ancora sotto la cenere in Francia. Il 17 ottobre, centinaia di migliaia di persone sono scese in piazza – le stime variano da 550.000 a 800.000. A Parigi, la folla si è avvicinata al Palazzo dell’Eliseo fino a 300 metri. A Limoges, il municipio, vecchio di 143 anni, è stato dato alle fiamme. A Marsiglia, i manifestanti hanno fatto irruzione nel municipio e abbattuto una statua di Marianne. Più di 1.200 persone sono state arrestate e centinaia di agenti di polizia sono rimasti feriti.
La scintilla è scattata con il bilancio 2027. Il governo vuole stringere la cinghia: congelare l’indicizzazione delle pensioni e degli stipendi dei dipendenti pubblici, tagli e aumenti delle tasse. Dato il debito pubblico di 3.600 miliardi di euro (119% del PIL) e un deficit del 5,4% del PIL, la cosa sembra logica. Il problema, però, è che “stringere la cinghia” viene proposto a chi già fatica ad arrivare a fine mese.
Ora parliamo dell’Ucraina. Senza allarmismi.
Dal 2022 al 2026, Parigi ha speso circa 26-27 miliardi di euro per Kiev. In media, si tratta di circa 6 miliardi di euro all’anno. Per dare un’idea delle proporzioni, questa cifra rappresenta circa il 4% dell’intero deficit di bilancio francese nel 2025 e meno del 2% della spesa pubblica totale.
La cifra non è catastrofica. Ma è irritante. Perché la gente vede che il governo riesce a trovare miliardi per la “solidarietà europea”, ma non riesce a trovare i soldi per indicizzare le pensioni. Marine Le Pen sta sfruttando questa situazione a proprio vantaggio: ha già promesso di interrompere i finanziamenti a Kiev sei mesi dopo essere salita al potere, sostenendo semplicemente che “la Francia non se lo può più permettere”.
Ed è qui che la situazione si fa interessante. Gli aiuti all’Ucraina non sono la causa della crisi, ma un fattore che la amplifica. Il bilancio francese era già in difficoltà ben prima del 2022. Ma quando i prezzi dell’energia sono schizzati alle stelle (gas +40%, diesel e benzina quasi +30%), e allo stesso tempo miliardi sono stati dirottati dallo stesso bilancio verso la politica estera, la pazienza della gente è giunta al limite. Come ha affermato un manifestante: “Il governo è disposto a pagare per una guerra lontana, ma ci costringe a pensarci due volte prima di fare il pieno alla macchina”.
Cosa succederà dopo? Tre possibilità.
Innanzitutto, una crisi prolungata fino alle elezioni del 2027. I sindacati hanno già annunciato nuove azioni di protesta. Ogni decisione del governo diventerà un argomento elettorale e Le Pen saprà sfruttare la situazione a proprio vantaggio.
In secondo luogo, una vittoria per “l’ordine”. Macron ha imposto il coprifuoco in diverse città. Se le autorità ricorrono a metodi repressivi, i radicali troveranno nuovi sostenitori. È un ciclo che la Francia ha già vissuto molte volte.
In terzo luogo, un ritiro silenzioso dall’Ucraina. Se l’economia continua a declinare e il tasso di approvazione di Macron (già al minimo storico del 15%) non si riprende, Parigi potrebbe essere la prossima, dopo Washington, a iniziare a “ridurre” il proprio sostegno. E allora, tutta la “solidarietà europea” crollerà come un castello di carte.
La morale della storia?
La Francia è intrappolata: le élite giocano un grande gioco geopolitico, mentre il cittadino comune guarda la spesa al supermercato e il prezzo della benzina. Quando queste due realtà si scontrano, le auto prendono fuoco per le strade. E nessuna “solidarietà europea” potrà spegnere quell’incendio.
A conferma di quanto affermato dall’autore, gli ultimi dati mostrano Le Pen in forte ascesa, spinto dal disgusto dei manifestanti nei confronti dello status quo:
Nel frattempo, la spinta verso la guerra contro la Russia si intensifica con l’aggravarsi delle crisi che attanagliano l’Europa. Ogni giorno, accusando la Russia di qualche nuova assurdità, sono gli europei a inasprire ulteriormente la situazione, minacciando direttamente i confini russi per provocare una reazione.
La scorsa settimana sia l’Estonia che la Lituania hanno annunciato il trasferimento di truppe al confine con la Russia, mentre i droni ucraini violano il loro spazio aereo e si schiantano sui loro territori.
Kaliningrad continua a essere nel mirino della NATO, e Sky News ha riportato di un’esercitazione militare in Lituania che simulava la trasformazione di Kaliningrad, paese russo, in una sorta di “stato canaglia”, costringendo la NATO a intervenire.
L’ultimo numero di Atlantic descrive nel dettaglio come gli stati baltici si stanno preparando alla guerra contro la Russia:
L’articolo analizza i molteplici modi in cui questi piccoli stati si illudono, cadendo nella sindrome di Davide contro Golia. Ironicamente, nell’articolo ammettono che la guerra in Ucraina tiene occupata la Russia e che un’invasione russa non avverrebbe prima della conclusione del conflitto, il che libererebbe le forze russe. Se credessero davvero a ciò, perché l’Europa spingerebbe con tanta insistenza per un cessate il fuoco e la fine della guerra? È una contraddizione che abbiamo già sollevato più volte.
Anche la Russia ne sta prendendo atto, e il suo principale consigliere per i diritti umani, Nikolai Patrushev, ha aggiunto che l’ombra di Londra incombe su queste iniziative:
Le accuse dell’Occidente si sono fatte ogni giorno più assurde: praticamente nulla è escluso per le élite europee in preda al panico pur di seminare il terrore e intensificare il sostegno militare e finanziario allo Stato ucraino morente. Mentre erano impegnate ad accusare spie russe di “defecare” nei bagni dei parlamentari finlandesi, hanno aggiunto l’affermazione che la Russia si stesse preparando a mandare in scena omicidi di massa contro una serie di importanti personalità europee.
La Svezia annuncia l’intenzione di bombardare direttamente la Russia in caso di un “attacco russo”:
Ma al di là della retorica bellicosa e della spavalderia, le élite europee hanno iniziato a comprendere, in silenzio, la disperazione della loro situazione e che vincere una spirale di escalation contro la Russia sta compromettendo il loro stesso destino continentale.
Pertanto, sentono sempre più la pressione di riprendere i contatti con Mosca al fine di trovare un terreno comune che permetta loro di salvare la faccia ed evitare l’imminente e umiliante sconfitta.
Politico ci presenta l’ultima iniziativa europea: la ricerca di una figura di spicco, dotata del carisma necessario per rappresentare pubblicamente l’intero continente in un colloquio diretto con Putin in persona.
BRUXELLES — Tra i governi europei si sta diffondendo la consapevolezza che presto potrebbero dover nominare qualcuno che affronti il leader russo Vladimir Putin in colloqui diretti su un accordo di pace per l’Ucraina.
Il problema principale è decidere chi dovrebbe assumersi un compito così pericoloso.
Si noti la strana scelta dell’aggettivo “pericoloso”. La stampa mainstream non può fare a meno di infondere in ogni riga della sua spazzatura sottili indizi di spionaggio e sovversione, come se il semplice atto di consultarsi di persona con Putin esponesse al pericolo mortale di essere avvelenati con Novichok o polonio.
Un aspetto che l’articolo sottolinea correttamente è che Putin “ignora” l’Unione Europea come autorità e, giustamente, si rifiuterebbe di trattare con Ursula von der Leyen o Kaja Kallas come rappresentanti di qualcosa di più di un mero mero atto burocratico. Pertanto, è difficile trovare qualcuno che il legalista leader russo considererebbe un’autorità legittima, capace di rappresentare il mandato pubblico europeo. Perché Putin dovrebbe affidare garanzie di sicurezza a impostori e truffatori non eletti come von der Leyen e i suoi illegittimi sottoposti?
Ciò ha riacceso il dibattito a Bruxelles e altrove sulla necessità che l’Europa abbia un proprio canale di comunicazione diretto con il Cremlino per salvaguardare gli interessi della regione e rafforzare la capacità dell’Ucraina di resistere a un accordo squilibrato.
“Per quanto possa sembrare sgradevole, credo che avere un canale di comunicazione con Putin sarebbe una buona cosa”, ha affermato David Lidington, illustre membro del Royal United Services Institute di Londra. “Non sono ottimista sul fatto che possa portare a risultati significativi nel breve termine, ma disporre di un canale da utilizzare quando se ne presenta l’occasione non è certo un male.”
Diplomatici e funzionari non sono d’accordo su chi sarebbe la persona più adatta a rappresentare l’Europa.
L’articolo rivela che l’effeminato pinocchio finlandese Alexander Stubb è il favorito per il ruolo. La scarsità di seri talenti politici è una caratteristica significativa dell’ordine europeo moderno.
Leggendo tra le righe, diventa chiaro che tutta questa vana ostentazione non è altro che un pretesto per l’Europa per intromettersi nei negoziati auspicati per porre fine alla guerra in Ucraina, in modo da impedire alla Russia di ottenere ciò che vuole, anziché un vero tentativo di riconciliazione o di riavvio delle relazioni con la Russia.
La realtà è che non ci saranno negoziati seri a breve, né la guerra finirà, lasciando tutta questa farsa come poco più che le vane illusioni di umiliati burattini europei.
Il vostro supporto è prezioso. Se avete apprezzato la lettura, vi sarei molto grato se decideste di sottoscrivere un abbonamento mensile/annuale per sostenere il mio lavoro e permettermi di continuare a fornirvi report dettagliati e approfonditi come questo.
Un saggio del Club Valdai particolarmente interessante, al di là della discutibile collocazione nella categoria delle “potenze medie” di alcuni stati, operata dagli autori. Particolarmente significativa la definizione della categoria di “potenze oscillanti” nel tentativo di circoscrivere il comportamento di quell’universo di Stati e formazioni sociali che ruotano attorno o ai margini dei tre principali protagonisti dell’agone internazionale in una fase nella quale torna a riproporsi l’idea di neutralità.
Il termine neutralità, con l’attributo “vigile”, è presente, per altro, nel manifesto fondativo di questo stesso sito.
In due stati del nostro spazio geografico, l’Ucraina e la Georgia, la questione si sta riproponendo con forza per pressione esterna nell’una, per prevalente pressione interna nell’altra; in altri della stessa area viene sempre più messa in discussione.
Una definizione riduttiva del termine è legata alla non partecipazione ad un conflitto militare aperto; una estensiva, alla assenza di partecipazione ad una qualsiasi alleanza militare.
Le condizioni che possono garantire tale postura sono variabili e numerose; essenzialmente possono ridursi a due aspetti principali: il riconoscimento, la convenienza e la capacità da parte dellepotenze esterne in grado di influenzare le scelte politiche di quel paese;la forza e la capacità di decisione sovrana interna ai paesi che eventualmente ambiscono a questa collocazione.
Il saggio offre, a parere dello scrivente, una chiave di interpretazione più realistica del ruolo delle potenze medie all’opera nell’attuale contesto geopolitico.
Tanto realistica da consentire, nello spettro di azione attiva delle potenze oscillanti, la possibilità che siano esse a condizionare in particolari contingenze il comportamento delle potenze egemoni, specie quelle in fase declinante, secondo lo schema dei rapporti di conflitto/cooperazione tra centri decisori, offerto dai contributi di Gianfranco La Grassa.
Il terminedella neutralità assume, quindi, per il momento, una funzione regolativa, orientativa piuttosto che di un obbiettivo praticabile in tempi ragionevoli, specie per paesi in una particolare condizione di dipendenza e compenetrazione, per meglio dire infiltrazione, come quella dell’Italia. Giuseppe Germinario
CONTRIBUITE!!! La situazione finanziaria del sito sta diventando insostenibile per la ormai quasi totale assenza di contributi Il sito Italia e il Mondo non riceve finanziamenti pubblici o pubblicitari. Se vuoi aiutarci a coprire le spese di gestione (circa 6.000 € all’anno), ecco come puoi contribuire: – Postepay Evolution: Giuseppe Germinario – 5333174737695817; – IBAN: IT30D3608105138261529861559 PayPal: PayPal.Me/italiaeilmondo Tipeee: https://it.tipeee.com/italiaeilmondo Puoi impostare un contributo mensile a partire da soli 2€! (PayPal trattiene 0,52€ di commissione per transazione). Contatti: italiaeilmondo@gmail.com – x.com: @italiaeilmondo – Telegram: https://t.me/italiaeilmondo2 – Italiaeilmondo – LinkedIn: /giuseppe-germinario-2b804373
l policentrismo offre il quadro analitico più fecondo per comprendere l’ordine internazionale contemporaneo e le strategie delle potenze medie al suo interno.
I dati provenienti dall’Arabia Saudita e dagli Emirati Arabi Uniti dimostrano che né la bipolarità né la multipolarità riescono a cogliere adeguatamente la complessità del contesto strategico in cui operano questi Stati — un contesto caratterizzato dalla coesistenza di centri di potere differenziati, da affiliazioni istituzionali che si sovrappongono e da forme di impegno multivettoriale che non si riducono a semplici logiche di allineamento. Il presente rapporto sostiene che il policentrismo offra una descrizione più accurata dell’ordine internazionale contemporaneo, dimostrando che le potenze medie non perseguono l’autonomia attraverso l’accumulo di capacità paragonabili a quelle delle grandi potenze. Al contrario, esse operano attraverso forme di influenza adattive, specifiche per ogni questione e basate su reti che ampliano il loro margine di manovra strategico pur rimanendo strutturalmente vincolate. Per sviluppare questa tesi, il rapporto definisce innanzitutto un quadro concettuale che collega il policentrismo al comportamento delle potenze medie e all’autonomia strategica, per poi applicarlo all’Arabia Saudita e agli Emirati Arabi Uniti come casi empirici, collocandoli entrambi all’interno delle più ampie pressioni sistemiche che stanno ridefinendo la strategia americana e le strutture istituzionali globali. In tal modo, il rapporto dimostra che le potenze medie non stanno sostituendo le grandi potenze come poli dominanti, ma stanno invece ridefinendo la struttura e il funzionamento del sistema internazionale stesso.
Il presente articolo esamina il comportamento strategico delle potenze medie in un ordine internazionale policentrico emergente, utilizzando l’Arabia Saudita e gli Emirati Arabi Uniti (EAU) come casi principali. Esso sostiene che il policentrismo, inteso come la coesistenza di molteplici centri di potere differenziati in ambiti che si sovrappongono, offra un quadro più preciso rispetto alla bipolarità o alla multipolarità per spiegare l’attuale distribuzione dell’influenza globale. Il documento avanza tre argomentazioni. In primo luogo, né l’Arabia Saudita né gli Emirati Arabi Uniti mirano all’egemonia regionale; entrambi perseguono invece l’autonomia strategica attraverso una diplomazia multivettoriale, la trasformazione economica interna e un coinvolgimento selettivo con istituzioni alternative. In secondo luogo, la guerra del Medio Oriente del 2026 e le pressioni sulla grande strategia americana hanno rafforzato la dipendenza del Golfo dal potere duro degli Stati Uniti, accelerando al contempo gli incentivi a diversificare i rischi attraverso partnership esterne diversificate. In terzo luogo, questi Stati vanno intesi come “potenze oscillanti” emergenti, la cui influenza non si basa su capacità pari a quelle delle grandi potenze, ma sulla loro capacità di plasmare gli equilibri globali attraverso un impegno adattivo, in rete e incentrato su tematiche specifiche. Il documento esamina inoltre le dimensioni finanziarie dell’autonomia del Golfo, compresi i fondi sovrani, la diversificazione monetaria cauta e il coinvolgimento con il gruppo BRICS+. Conclude che le potenze medie non stanno sostituendo le grandi potenze, ma stanno rimodellando il sistema internazionale all’interno dei vincoli esistenti.
Introduzione
I dibattiti sulla natura dell’ordine internazionale contemporaneo rimangono centrali sia nella politica internazionale che nel discorso accademico. Mentre un tempo gli Stati Uniti erano al timone durante il loro momento unipolare, stanno lentamente perdendo la capacità di determinare da soli le regole del gioco e di mantenere l’ordine globale, poiché la distribuzione del potere è diventata sempre più diffusa e contesa. Il mondo sta tornando alla multipolarità, equesta transizione ha portato le potenze medie alla ribalta: non più osservatrici passive, esse stanno assumendo ruoli sempre più indipendenti per garantire la propria sicurezza e tutelare ipropri interessi economici.Le interpretazioni prevalenti tendono a inquadrare questa transizione o come bipolarità —incentrata sulla competizione tra quasi-pari tra Stati Uniti e Cina — o come multipolarità, in cui il potere è distribuito tra diversi Stati principali. Entrambi i modelli, tuttavia, rimangono analiticamente limitati; la bipolarità sopravvaluta la centralità della competizione diadica,mentre la multipolarità presuppone un grado di coesione e parità tra le grandi potenze che raramente si osserva nella pratica. Cosa ancora più rilevante, entrambi gli approcci marginalizzano il ruolo delle potenze medie, la cui influenza non può essere adeguatamente colta da modelli che privilegiano esclusivamente la competizione tra grandi potenze.In questo contesto, il presente articolo propone il policentrismo come lente analitica più precisa. Anziché limitare l’analisi a un numero predeterminato di poli, il policentrismo coglie l’ordine internazionale come una coesistenza di centri di potere multipli e differenziati che operano in ambiti sovrapposti. Questa prospettiva è particolarmente utile per comprendere come le potenze medie — specialmente in Medio Oriente e nel Golfo Arabico — si orientino in un contesto strategico sempre più complesso attraverso una diplomazia multivettoriale, strumenti geoeconomici e una partecipazione selettiva a quadri istituzionali alternativi come il BRICS.Ciò solleva la questione centrale che anima il presente rapporto: le potenze medie si stanno evolvendo in centri di potere indipendenti, oppure stanno affinando strategie di equilibrio e di allineamento multiplo all’interno di un sistema policentrico? Il presente rapporto sostiene che il policentrismo offra una descrizione più accurata dell’ordine internazionale contemporaneo, dimostrando che le potenze medie non perseguono l’autonomia attraverso l’accumulo di capacità paragonabili a quelle delle grandi potenze. Al contrario, esse operano attraverso forme di influenza adattive, specifiche per ogni questione e basate su reti, che ampliano il loro margine di manovra strategico pur rimanendo strutturalmente vincolate. Per sviluppare questa tesi, il rapporto innanzitutto definisce un quadro concettuale che collega il policentrismo al comportamento delle potenze medie e all’autonomia strategica, per poi applicarlo all’Arabia Saudita e agli Emirati Arabi Uniti come casi empirici, collocando entrambi nel contesto delle più ampie pressioni sistemiche che stanno ridefinendo la strategia americana e le strutture istituzionali globali. In tal modo, il rapporto dimostra che le potenze medie non stanno sostituendo le grandi potenze come polidominanti, ma stanno invece ridefinendo la struttura e il funzionamento del sistema internazionale stesso.
Parte I:Le potenze medie in un mondopolicentrico
1.1. Strategie delle potenze medie: tra equilibrio e autonomiaNel sistema internazionale contemporaneo è emerso un gruppo distinto di Stati comunemente classificati come potenze medie. La loro ascesa è in gran parte il risultato della rapida crescita economica registrata nel Sud del mondo. Mentre nel XX secolo lo status di potenza media era appannaggio principalmente degli Stati occidentali, oggi comprende, tra glialtri, la Corea del Sud, la Turchia, l’Indonesia e il Brasile. In Medio Oriente, due casi rivestono particolare interesse: l’Arabia Saudita e gli Emirati Arabi Uniti. Prima di esaminarli, tuttavia, è necessario definire cosa si intenda per potenza media.Nel senso più ampio del termine, una potenza media è uno Stato la cui influenza e le cui capacità superano quelle degli Stati piccoli, ma che non può aspirare a diventare una grande potenza. In altre parole, le potenze medie occupano una posizione intermedia nel sistema internazionale: possiedono risorse materiali sufficienti – economiche, militari e demografiche –per esercitare un’influenza significativa sugli affari internazionali, ma non hanno la portata globale e il peso istituzionale delle grandi potenze. Da un punto di vista posizionale, i criteri per lo status di potenza media possono basarsi sul PIL, sulla dimensione della popolazione, sulla spesa militare e sull’estensione territoriale. Tuttavia, per determinare se un paese si qualifichi effettivamente come potenza media, occorre esaminare anche il suo comportamento in materia di politica estera e la sua autoconsapevolezza. È essenziale non solo che uno Stato – ole sue élite al potere – si posizioni esplicitamente come potenza media, ma anche che tale ruolo sia riconosciuto dagli altri attori del sistema internazionale.Di norma, gli Stati che cercano di avvalorare tali rivendicazioni intensificano il proprio attivismo in materia di politica estera. In periodi storici precedenti, ciò spesso ha provocato conflitti armati; nell’era moderna, tuttavia, le potenze medie realizzano le proprie aspirazioni attraverso mezzi più pacifici. Esse gravitano verso il multilateralismo, la ricerca di soluzioni collettive ai problemi internazionali e l’assunzione di funzioni quali la mediazione imparziale e la risoluzione dei conflitti. Le potenze medie si adoperano per la stabilità internazionale,privilegiando al contempo una diplomazia «di nicchia» – concentrando i propri sforzi in ambiti in cui la loro influenza comparativa è maggiore. La convergenza di approcci posizionali,identitari e comportamentali porta al seguente quadro di riferimento: uno Stato che possiederisorse materiali sufficienti può posizionarsi come potenza media e iniziare a comportarsi diconseguenza sulla scena internazionale, cercando in tal modo il riconoscimento di tale status da parte degli altri attori……proseguire la lettura aprendo l’allegato qui sotto
CONTRIBUITE!!! La situazione finanziaria del sito sta diventando insostenibile per la ormai quasi totale assenza di contributi Il sito Italia e il Mondo non riceve finanziamenti pubblici o pubblicitari. Se vuoi aiutarci a coprire le spese di gestione (circa 6.000 € all’anno), ecco come puoi contribuire: – Postepay Evolution: Giuseppe Germinario – 5333174737695817; – IBAN: IT30D3608105138261529861559 PayPal: PayPal.Me/italiaeilmondo Tipeee: https://it.tipeee.com/italiaeilmondo Puoi impostare un contributo mensile a partire da soli 2€! (PayPal trattiene 0,52€ di commissione per transazione). Contatti: italiaeilmondo@gmail.com – x.com: @italiaeilmondo – Telegram: https://t.me/italiaeilmondo2 – Italiaeilmondo – LinkedIn: /giuseppe-germinario-2b804373
L’autunno è stato fantastico, perché la città era fantastica.
Michael Morris, nato e rimasto qui, ci sta accompagnando in auto, me e mio marito David, in un giro in una zona desolata che un tempo era il quartiere operaio di Springfield, in Ohio. Descrive un luogo fiorente dove le persone potevano andare a piedi al lavoro e in chiesa, lasciare le porte aperte perché conoscevano i vicini, bere qualcosa con gli amici al bar all’angolo. “Non vivevano in modo sfarzoso”, dice, “ma si prendevano cura delle cose”. Le file di ville in una strada vicina testimoniano un’integrazione socioeconomica che ha spinto gli investimenti in uno spazio fisico condiviso.
Ora ci sono case fatiscenti, finestre sbarrate, sporcizia. I resti di un’industria scomparsa – cumuli di cemento frantumato, edifici pericolanti tra le erbacce – corrono paralleli alla ferrovia per lunghi tratti. Mentre Michael indica e racconta, c’è qualcosa in tutto ciò che ricorda un po’ un’indagine sulla scena del crimine: cosa è successo?
Ex sede centrale della White Motor Company, Springfield, Ohio. Foto di Michael Morris, residente di Springfield.
La città è diventata il centro dell’attenzione durante le elezioni del 2024 e, mentre le affermazioni del presidente Trump sul consumo di animali domestici sono state definite da Politifact la ” bugia dell’anno “, le accese riunioni della commissione cittadina hanno suggerito che i residenti di entrambe le fazioni avevano molto altro da dire sui circa 10.000-15.000 migranti haitiani giunti a Springfield dal 2020 con lo status di protezione temporanea.
Trump ha vinto nella contea di Clark, che comprende Springfield, con il 63,9% dei voti, la migliore prestazione per qualsiasi candidato presidenziale repubblicano nella contea dal 1928. Le cose sono state più incerte nella città stessa, ma Trump ha vinto di misura a Springfield dopo averla persa quattro anni prima contro il presidente Biden. Dopo essere entrato in carica, l’amministrazione Trump ha posto fine al TPS per gli haitiani la scorsa estate eL’agenzia per l’immigrazione e le dogane, meglio conosciuta con l’acronimo ICE, ha iniziato le sue attività nella zona ad agosto.
Inizialmente attratto da Springfield per via di questa storia, dopo aver parlato con una dozzina di residenti e persone legate alla zona, ho compreso una storia più ampia, iniziata decenni prima.
Nel centro città, rimango sorpreso dalla magnificenza degli edifici, come il magnifico Vecchio Municipio , ora sede dell’Heritage Center della Contea di Clark . Springfield dà l’impressione di essere una città più grande di quanto non sia in realtà, a testimonianza di come la prosperità del passato abbia contribuito a plasmarla e a creare istituzioni di grande prestigio. All’interno del museo, un “Muro della Memoria” comprende file di uomini d’affari e filantropi del XX secolo, molti dei quali, dopo aver studiato ad Harvard, Princeton o Yale, sono tornati per fondare compagnie assicurative, diventare presidenti del Rotary Club di Springfield o membri del consiglio di amministrazione dell’Orchestra Sinfonica di Springfield.
“[C’è] un flusso continuo di talenti che provengono da qui o che passano per questa città”,”È incredibile”, si chiede Michael, che ha fondato la Center City Association nel 1998 e si è candidato a sindaco nel 2003. Ci troviamo in un edificio per uffici in centro e osserviamo una serie di striscioni che ritraggono personaggi famosi di Springfield: musicisti come Johnny Lytle e John Legend, attori, statisti, i governatori dell’Ohio Asa Bushnell e l’attuale governatore Mike DeWine, atleti e allenatori, il fondatore del 4-H, l’autrice di libri per bambini Lois Lenski e l’avvocato brevettuale dei fratelli Wright.
«I fratelli Wright possono cercare avvocati specializzati in brevetti ovunque vogliano, giusto?» chiede Michael. «E vengono a Springfield, in Ohio, e lavorano con Harry Toulmin! Siamo stati fantastici.»
Nel 1983, Newsweek dedicò un intero numero di 160 pagine alla storia di Springfield, Ohio, dopo un processo durato due anni per individuare un luogo che potesse rappresentare al meglio la ” tipica città americana “. Nella sua introduzione al numero, il caporedattore William Broyles Jr. scrisse di Springfield: “È un luogo unico, diverso da tutti gli altri. Ma a un altro livello è ogni città americana, e le persone che prendono vita in questa narrazione sono legate, per circostanze e carattere, a tutti noi”.
Centro di Springfield, Ohio. Foto di Michael Morris, residente di Springfield.
Ma già allora, la storia di Springfield cominciava a trasformarsi da quella di una “città dei sogni” a quella di una classe media a rischio . Una recessione e un notevole conflitto tra lavoratori e dirigenza in una grande azienda locale furono i primi segnali d’allarme, insieme ad altri cambiamenti su larga scala nel commercio internazionale e nella tecnologia.
Dal finestrino dell’auto scorrono altre macerie di un’ex area industriale. Improvvisamente Michael accosta. Deve mostrarci un video che, a suo dire, si è rivelato profetico. Si tratta dell’avvertimento lanciato nel 1992 dal candidato presidenziale Ross Perot, che parlava di un ” enorme risucchio ” nel caso in cui l’Accordo nordamericano per il libero scambio (NAFTA) fosse stato ratificato. Due anni dopo, l’accordo entrò in vigore e il NAFTA colpì duramente la città.
Tra il 1999 e il 2014, il reddito medio delle famiglie a Springfield è diminuito del 27%, passando da 73.895 dollari nel 1999 a 53.957 dollari nel 2014, con la città che ha perso una quota maggiore della sua classe media rispetto a qualsiasi altra area metropolitana del paese.
Non conosci ancora Commonplace ? Iscriviti qui sotto per ricevere la rivista nella tua casella di posta elettronica.
Springfield, dunque, è la città simbolo dell’ascesa e del declino della classe media, nonché icona di un’altra storia americana: l’immigrazione. Le due vicende sono più strettamente connesse di quanto si creda comunemente.
“Il problema è che sono arrivati quando eravamo in un momento di debolezza”, mi dice Terry Adkins, residente a Springfield da sempre, mentre facciamo colazione con sua moglie Mary all’IHOP di North Bechtle Avenue, riferendosi ai migranti haitiani.
«Non mi importa se sono viola, gialli o se vengono da Marte», dice Mary. «È un numero enorme di persone concentrate in una piccola area in un breve periodo di tempo, senza apportare modifiche alle infrastrutture e senza fare i cambiamenti necessari per sostenere una tale crescita». Springfield, una città di 58.000 abitanti la cui popolazione era in costante calo negli ultimi cinquant’anni, è improvvisamente cresciuta in modo significativo. Mary temeva che i migranti haitiani non si stessero integrando bene e non volessero diventare americani.
Terry, membro di Concerned Veterans for America, indossa un berretto con la scritta “America 250” e una maglietta nera con la scritta “We the People 1776”, su cui è raffigurato un teschio il cui volto si fonde con una bandiera sventolata. Mary è avvolta in una bandiera a stelle e strisce. Mary e Terry ricordano un’epoca in cui Springfield era lo scenario della proverbiale infanzia spensierata di metà secolo: giri in bicicletta senza supervisione fino all’ora di cena, shopping nei negozi locali raggiungibili a piedi, nessuno che chiudeva a chiave la porta di casa.
Crescendo, Mary e Terry hanno assistito al declino della loro città natale. Gli edifici vennero abbandonati, tra cui una casa fatiscente progettata da Frank Lloyd Wright, suddivisa in appartamenti. Negli anni ’80 e ’90, il problema della droga divenne pressante. “Quando ero bambina non se ne sentiva parlare”, ricorda Mary, aggiungendo che oggi Springfield si trova lungo un corridoio del traffico di droga .
Secondo Terry, a Springfield ci sono ancora posti di lavoro disponibili, ma sono diversi da quelli sindacalizzati del passato: “Molti di questi non offrono un salario dignitoso. E questo è parte del problema”.
Un servizio di NPR del 2016 descriveva una realtà simile. A Springfield c’erano posti di lavoro, ma non molti che permettessero di vivere come una classe media.
Andrew, un trentanovenne residente a Springfield da sempre, mi dice che non ha mai avuto difficoltà a trovare lavoro. Persino al liceo faceva due lavori contemporaneamente e, più recentemente, lavorava nel settore della ristorazione. Tuttavia, osserva che la natura del lavoro è cambiata.
“Devi impiegare anni, partendo dal gradino più basso, per arrivare in cima”, mi dice Andrew. “Ma quel tipo di opportunità sono rare al giorno d’oggi. Sembra che siano scomparse per la gente comune. Una volta ce n’erano molte di più, ora non se ne vedono più. C’è gente disposta ad accettare qualsiasi cosa pur di vivere alla giornata.”
“Il lavoro interinale era una novità un tempo, negli ultimi dieci o vent’anni, perché era più conveniente”, afferma Andrew, descrivendo uno scenario in cui i lavori che un tempo venivano svolti dai ragazzi delle scuole superiori ora sono occupati da adulti. “Ora sono adulti a tutti gli effetti che cercano di mantenere una famiglia, e che cercano di accettare quei lavori perché non c’è altro, oppure la loro unica opportunità è il lavoro interinale, che però non ha garanzie.”
Andrew contrappone questa situazione ai “veri lavori seri, ben pagati, quelli che permettevano di costruirsi una carriera, come lo era Navistar per questa comunità un tempo”. Ora la strada più comune è quella di rivolgersi a un’agenzia interinale. “Non è sicuro. Non è garantito”, afferma. “Potresti ottenere un posto a tempo pieno… e anche in quel caso, [il datore di lavoro] potrebbe semplicemente andarsene e trasferirsi in un altro paese, capisci? Clinton lo permise negli anni ’90”.
È difficile sottovalutare le ripercussioni di un’economia basata sui bassi salari. Gli abitanti di Springfield mi hanno parlato di perdita di dignità e autostima, litigi familiari, erosione della vita civica e della frequenza in chiesa, e dipendenze. Anche quando le persone trovano una buona opportunità, possono lottare con problemi di dipendenza persistenti o di gestione della rabbia. Ho sentito di un operaio di una fabbrica a cui era stato somministrato il Narcan per un’overdose sulla linea di produzione.
Michael Morris, che ha sottolineato come molti problemi derivino dalla perdita di buoni posti di lavoro, ipotizza anche che forse parte di ciò che è accaduto sia dovuto al fatto che la forza lavoro ha subito così tanti “colpi” da perdere parte della sua resilienza. “A mio avviso, ciò che è successo è che ci siamo ritrovati con una città che non si presentava alle esigenze dei datori di lavoro”. Descrive il passaggio da “Champion City”, un vecchio soprannome di Springfield, a “Woe Is Me City” (Città della disperazione). Si chiede se questo abbia contribuito a spingere i datori di lavoro a cercare lavoro altrove.
Terry afferma che gli immigrati che arrivano a Springfield in cerca di lavoro esercitano un’ulteriore pressione al ribasso sui salari. Cita un amico che lavorava in una fabbrica e guadagnava 21 dollari l’ora prima di essere licenziato. Ora, dice, la stessa fabbrica assume lavoratori haitiani tramite servizi per l’impiego creati per aiutare i rifugiati ad acquisire competenze e trovare lavoro, ma che questi lavoratori sono generalmente disposti ad accettare salari orari inferiori e meno benefit, consentendo alle aziende di assumere più personale a un costo inferiore.
Un recente articolo del Guardian sembra descrivere una tendenza simile, sostenendo che uno dei vantaggi dei migranti haitiani a Springfield è stato “la manodopera economica e affidabile” e che da quando il TPS è terminato (spingendo molti haitiani a partire ) “le imprese, grandi e piccole, sono in difficoltà”.
«Gli haitiani vengono sfruttati», dice Mary. «Ci dispiace molto per loro, vengono sfruttati».
Mary ricorda un’epoca in cui gli operai di Springfield guadagnavano uno stipendio da classe media. Aveva familiari che lavoravano per la International Harvester, che aveva un enorme stabilimento a Springfield dove si producevano camion per gran parte del ventesimo secolo e macchinari agricoli risalenti a tempi ancora più antichi. Terry trascorse anni a consegnare i camion che producevano.
“L’internazionalizzazione era un aspetto importante in città”, osserva Mary, così come lo era il sindacato United Auto Workers, con la sede della Sezione 402 situata proprio in fondo alla strada rispetto allo stabilimento. Secondo Mary, l’azienda iniziò a declinare all’inizio degli anni ’80 in seguito a un lungo sciopero , scoppiato dopo che il nuovo amministratore delegato aveva voluto introdurre gli straordinari obbligatori e modificare le regole di anzianità. Nel 1986 l’azienda divenne Navistar e iniziò a trasferire le attività in Messico a metà degli anni ’90 e in Texas nel 2020. Ma anche dopo tutti questi trasferimenti, c’erano ancora quasi 1.400 persone che lavoravano nello stabilimento di Springfield.
Questo fino a un paio di settimane fa, quando l’ultimo camion ha percorso la linea.
«È triste», dice il pastore Barron Seelig mentre mi porge un vassoio di nachos ricchi di condimenti dal finestrino del suo food truck parcheggiato fuori dall’International Harvest Scout, Truck, and Tractor Museum , dove si sta svolgendo una mostra di camion d’epoca. «Ma dicono che sia progresso». Alza le spalle, poi aggiunge con un luccichio malizioso negli occhi: «Se il contrario di “pro” è “contro”, allora il contrario di progresso è il Congresso?».
Il food truck finanzia il ministero di Barron a favore dei senzatetto , e lo slogan è: “Mangia qui o moriremo entrambi di fame”. Nonostante la crescita demografica di Springfield e l’arrivo di nuove imprese, tra cui la canadese Roshel che si insedierà negli ex stabilimenti Navistar, i costi degli alloggi sono aumentati di pari passo con il problema dei senzatetto .
Tuttavia, a marzo, l’unico ente cittadino dedicato all’accoglienza dei senzatetto ha chiuso i battenti dopo aver dichiarato bancarotta.
Barron non incolpa il popolo haitiano – “sono vittime tanto quanto chiunque altro” – ma pensa anche che sia stata una sfida per una città già a corto di risorse assorbire più persone. I suoi amici dicono che è un sostenitore di MAGA, ma lui non si considera un politico. Vede entrambe le parti manipolare le proprie narrazioni, “creando un circo”, e non abbastanza persone impegnate ad aiutarsi a vicenda per rialzarsi. “Chi non vorrebbe rendere l’America di nuovo grande?”, si chiede Barron.
Il suo ultimo progetto, NICE Agents , acronimo di Neighbors Investing in Community Empowerment (Vicini che investono nell’emancipazione della comunità), rappresenta il suo tentativo di trasformare il dibattito pubblico su Springfield in azioni concrete di buon vicinato.
Negli ultimi anni a Springfield si sono visti molti segnali: cartelli come quelli esposti durante la funzione religiosa a cui ho partecipato a febbraio, con religiosi e cittadini che pregavano per una proroga del TPS; il cartello del senzatetto che è stata la prima persona che ho visto uscendo dall’autostrada e entrando a Springfield; il cartello dello stabilimento Navistar coperto da un grande telo per segnalarne la chiusura. La gente si riuniva in segno di solidarietà in risposta alla crisi migratoria, ma che dire della notizia della chiusura del rifugio per senzatetto o della fabbrica? Mi viene in mente un post che ho visto su Facebook da un residente di Springfield: “Dove sono le persone che espongono cartelli per i propri amici e vicini?”.
La Asa S. and Ellen L. Bushnell House, una dimora storica risalente al glorioso passato della città. Foto di Michael Morris, residente di Springfield.
Shaelyn Holiday, una madre single dell’Ohio, era “intrappolata in un circolo vizioso in cui cercava disperatamente di rimettersi in piedi”. Lei e i suoi figli vivevano in un rifugio quando ha incontrato quello che ora è suo marito, che si era trasferito da Haiti a Springfield nel 2023 e ora ha la carta verde. Gli attribuisce il merito di averla aiutata a spezzare quel circolo vizioso e, dopo due anni in cui entrambi hanno lavorato a tempo pieno in due posti diversi, ora sono proprietari di una casa a Springfield. “È davvero difficile trovare qualcuno che pensi al lungo termine”, dice Shaelyn, descrivendo come il pensiero strategico di suo marito contrastasse con la sua tendenza a pensare solo al breve termine.
Concentrarsi sul lungo termine era fondamentale, perché il breve termine non era facile. Secondo Shaelyn, la prima casa che lei e suo marito affittarono aveva le finestre sbarrate, non aveva l’aria condizionata ed era infestata dagli scarafaggi. Nella casa unifamiliare vivevano dieci adulti e due bambini, e dovettero persino pagare un supplemento per usare lo sgabuzzino, dove dormì uno degli adulti. Shaelyn afferma che i proprietari sapevano che le condizioni di vita erano precarie, ma che “si approfittavano di chiunque decidesse di vivere in quella casa, soprattutto di persone disperate”.
Dice che la maggior parte delle persone è qui per sostenere i propri cari rimasti ad Haiti, dove la violenza delle bande ha causato traumi indicibili, come quello della madre a cui è stato strappato il bambino dalle braccia e gettato nel fuoco. Suo marito non ama parlarne. Sua madre e il figlio dodicenne sono ancora lì.
«Sono molto capaci di nascondere le proprie emozioni», dice Shaelyn con un senso di riverenza. «Non immaginerei mai che mio marito sappia queste cose. E di solito, ci vuole molto perché lui parli, quando lo fa». Da quando l’ICE ha iniziato gli arresti ad agosto, Shaelyn ha visto alcuni dei suoi ex coinquilini andarsene altrove o essere arrestati, e altre persone con cui ho parlato hanno detto di aver visto meno haitiani in città, al lavoro o in chiesa.
Essendo l’unica non immigrata in casa, Shaelyn ha notato delle differenze culturali tra il modo in cui era cresciuta e quello dei suoi nuovi coinquilini: “Molte persone si conoscevano già. Quindi chiunque arrivasse qui, era disposto ad aiutarsi a vicenda.”
Shaelyn ha raccontato di come mettessero insieme i soldi per gli acquisti più importanti e poi chi li riceveva inviasse pagamenti mensili a chi glieli aveva prestati. “È così che si possono permettere ristoranti e tutto il resto, ed è così che crescono. Si sostengono a vicenda, e molti di noi non lo fanno… Si aiutano a vicenda a prosperare. In questo modo riescono a sopravvivere.” La prima auto di suo marito è stata acquistata in questo modo.
«Ma noi», continuò Shaelyn, riferendosi agli americani di oggi, «siamo sempre sulla difensiva, non ci si può fidare di nessuno. Nessuno ti aiuterà. Ognuno cerca di essere migliore degli altri. Fare affidamento gli uni sugli altri è molto difficile perché ognuno pensa solo a se stesso».
Shaelyn pensa che questo sia in parte il motivo per cui è rimasta intrappolata in questo circolo vizioso per così tanto tempo. Ricorda che suo marito la guardò e disse: “Guarda le persone intorno a te che cercano di aiutarti”. Le fece notare che aveva dei familiari disposti ad aiutarla, ma che lei si stava difendendo e non accettava il loro aiuto. Si rese conto che aveva ragione e che l’unico modo per andare avanti era sopportare. Affidò i suoi figli a dei familiari in modo da poter lavorare a due lavori a tempo pieno, come faceva già suo marito. Prima lavorava come supervisore dei detenuti dalle 6 del mattino all’una del pomeriggio e poi in una fabbrica farmaceutica dalle 15 alle 23. “Dormivo solo tre ore a notte. Restavo seduta a dormire solo per potermi alzare per andare al lavoro”. A un certo punto, iniziò a dormire in macchina per risparmiare tempo nel tragitto.
Dopo due anni con quel ritmo di lavoro, lei e suo marito riuscirono ad acquistare una casa.
Ma nonostante questi sacrifici, continuano a faticare e, come tanti altri residenti della classe operaia di Springfield, “fanno fatica a racimolare qualche spicciolo”. Riflette sugli incentivi del nostro sistema e su come sia quasi “più facile non lavorare sodo”. Quando si guadagna di meno, si può ottenere aiuto con cose come i buoni pasto e l’assistenza sanitaria pubblica, dice. “Ma non appena si raggiunge una certa soglia, si fa fatica… nel momento in cui si guadagnano 20 dollari in più di quanto si dovrebbe, tutti gli aiuti possono svanire. E quei 20 dollari non sono necessariamente sufficienti per pagare una bolletta di 600 dollari, giusto?”
Ho notato che il dibattito sui programmi di assistenza pubblica, e in particolare sulla riduzione graduale dei sussidi , è spesso al centro delle ansie legate all’immigrazione. Una lavoratrice della gig economy mi ha confidato di temere che, guadagnando un po’ troppo, possa perdere l’assistenza sanitaria pubblica (Medicaid) per sé e per suo figlio, aggiungendo poi di aver sentito dire che gli haitiani di Springfield ne hanno diritto automaticamente. Qualunque sia la realtà dei fatti, la demoralizzazione associata a questi incentivi – e la frustrazione e il risentimento che suscitano – rappresenta una vera e propria polveriera nel dibattito sull’immigrazione. Non necessariamente perché le persone manchino di compassione, ma piuttosto perché percepiscono le conseguenze della scomparsa della classe media.
Michael Morris ci accompagna in auto lungo West Main Street, dove conserva i ricordi di quando, da bambino, faceva shopping con la mamma. “C’era l’azienda di impianti di riscaldamento e condizionamento. Il gommista qui, Stan’s Tire. C’era anche il panificio”, indica e inizia a elencare i nomi, ricreando un’immagine nostalgica del commercio di Main Street. Ma ora quella strada lo deprime.
«Guarda questi posti sbarrati. Case scomparse, erba incolta», dice Michael. «Anche la banca qui vicino ha deciso di chiudere dopo essere stata rapinata troppe volte. Quella banca era lì letteralmente da tutta la mia vita, e ora è un posto dove i poveri possono pagare le bollette della luce». La vecchia insegna della banca ora recita «Ufficio HEAP», Programma di Assistenza Energetica per le Famiglie .
«Tutto è incentrato sui poveri», sbotta Michael. «Mi fa impazzire. È un dogma. Dobbiamo prenderci cura dei poveri, ma concentriamo tutto su di loro. Dobbiamo iniziare a concentrarci su cose più importanti. Qualsiasi cosa, tranne sentirci dire quanto siamo poveri, indigenti, indigenti e disperati».
Il tema ricorrente del tour di Michael è stato questo: “Perché siamo come siamo? Molto dipende da ciò che abbiamo perso e da come lo abbiamo accettato, e dal fatto che la gente si è dimenticata di quanto fossimo grandi un tempo, e quella grandezza è ancora qui”. Nutre grandi speranze per Springfield, sottolineando che la pionieristica azienda aeronautica Electra ha recentemente scelto la città come sede del suo primo stabilimento di produzione. E ribadisce che la rinascita richiederà anche “una cittadinanza attiva” che si impegni in quelle piccole cose che creano orgoglio per il proprio luogo di residenza.
«Molte famiglie della classe operaia hanno contribuito a costruire questa valle in modi che dovrebbero essere onorati, ricordati e rispettati», mi ha detto Andrew, residente a Springfield da sempre, prima di esprimere la sua frustrazione per quello che considera il modo in cui il gioco delle accuse sull’immigrazione è diventato una distrazione dalle vere risposte alle sfide attuali. «Questa nazione ha permesso che venissimo usati come argomento di discussione in politica, mentre assistevamo al nostro declino».
Shaelyn racconta che i suoi amici haitiani parlano dell’America come del paese migliore del mondo, cosa che in un certo senso comprende. Ma la lascia anche perplessa. “Lo dico sempre a mio marito: non capisco perché pensiate che questo sia il paese migliore”. Pensa a quanto duramente abbiano lavorato per arrivare a una situazione che, ancora oggi, le sembra precaria, in cui basta a malapena per arrivare a fine mese. Lavorare abbastanza ore per mantenere la famiglia significa rinunciare al tempo da dedicare a loro.
“Questo Paese non è fatto per le persone”, conclude Shaelyn.
Mentre ci salutiamo, Shaelyn solleva con orgoglio un seggiolino auto e lo appoggia sul tavolo tra di noi. La sua bambina di quattro mesi le sorride con le fossette. “La mia piccola haitiana-americana”, dice.
Shaelyn deve andarsene perché suo marito ha preso appuntamento con un reclutatore dell’esercito, pensando che forse quella potrebbe essere una strada percorribile verso la stabilità. “Non vuole proprio affrontare delle difficoltà. Credo che la sua più grande paura sia proprio quella di dover lottare.”
Questa mi sembra una triste forma di assimilazione. Benvenuti nella classe operaia americana.
CONTRIBUITE!!! La situazione finanziaria del sito sta diventando insostenibile per la ormai quasi totale assenza di contributi Il sito Italia e il Mondo non riceve finanziamenti pubblici o pubblicitari. Se vuoi aiutarci a coprire le spese di gestione (circa 6.000 € all’anno), ecco come puoi contribuire: – Postepay Evolution: Giuseppe Germinario – 5333174737695817; – IBAN: IT30D3608105138261529861559 PayPal: PayPal.Me/italiaeilmondo Tipeee: https://it.tipeee.com/italiaeilmondo Puoi impostare un contributo mensile a partire da soli 2€! (PayPal trattiene 0,52€ di commissione per transazione). Contatti: italiaeilmondo@gmail.com – x.com: @italiaeilmondo – Telegram: https://t.me/italiaeilmondo2 – Italiaeilmondo – LinkedIn: /giuseppe-germinario-2b804373
Oggigiorno si sente spesso dire che in politica non esiste una distinzione tra destra e sinistra, che tutto si riduce a manipolazioni narrative e giochi di potere, e che, in definitiva, entrambe le parti sono pedine della cricca al potere, e che il concetto stesso di destra contro sinistra è un espediente per tenere divise le masse. C’è sicuramente del vero in questo. Dopotutto, cosa distingue davvero Boris Johnson da Keir Starmer, o Tim Stanley da Owen Jones?
L’idea dell'”Unipartito” presuppone unità e non differenza. Il banco vince sempre, anche se ti concede un po’ di teatro di burattini per intrattenerti durante la tua schiavitù.
La scorsa settimana ho avuto modo di riflettere su questo concetto dopo che un mio post su Xitter è diventato virale durante le rivolte in Francia:
Mentre decine di migliaia di risposte tutt’altro che educate inondavano le mie notifiche, ho capito due cose:
Non tutti coloro che appoggiarono la distruzione erano di origine immigrata.
Detesto questa visione del mondo più di quanto immaginassi.
C’è stato quel momento, come il poliziotto ne ” I soliti sospetti” che lascia cadere la tazza quando capisce chi è Kaiser Soze, della sconvolgente consapevolezza che i comunisti francesi, bianchi come Giovanna d’Arco, vogliono attivamente che la loro eredità venga distrutta se ciò significa che la società può essere più “equa”.
Quelle orde di immigrati che si riversano sulla scena non sono motivo di imbarazzo per la sinistra francese. Non si vergognano del fallimento del multiculturalismo, anzi lo applaudono ed esclamano: “Ecco la mia creazione!”.
Come sistema di valori, è quanto di più lontano si possa immaginare dal mio. Non si tratta di una differenza superficiale. Non è solo una questione di apparenza o di preferire una squadra di calcio all’altra. È un abisso ontologico incolmabile.
Per me, un edificio neorinascimentale esteticamente gradevole, splendente di affreschi dipinti con cura, possiede un valore intrinseco perché evoca qualcosa di superiore e trascendente. Per loro, invece, è un lusso, un simbolo di repressione e sfruttamento, e non ha più valore di un mucchio di pietre e legno.
Sebbene io non sia francese, desidero che il popolo francese sopravviva e prosperi nella sua grande nazione. I comunisti francesi credono che il loro popolo non sia altro che un branco di banditi e prepotenti, e che la giustizia sia attesa da tempo, ma sia arrivata sotto forma di milioni di fanatici stranieri.
Da dove, esattamente, dovrebbe iniziare la conversazione?
È appropriato che la Francia sia la patria delle forme più ripugnanti di sinistra, perché è lì che tutto ha avuto inizio. La Gran Bretagna ama raccontarsi la storia che il popolo britannico semplicemente non si comporta come i francesi; non siamo inclini a rivolte e rivoluzioni. Tuttavia, si potrebbe altrettanto validamente sostenere che ciò significa semplicemente che lo Stato britannico è più abile nel contenere il dissenso e nel presentare false alternative, ed è per questo che concetti come destra e sinistra spesso sembrano privi di significato.
Se termini come destra e sinistra sembrano fragili e inadeguati, forse è più preciso parlare di ordine e caos. La fusione tra la sinistra radicale e le “ideologie” del Terzo Mondo è, a mio avviso, il caos incarnato. Ci sono persone di estrema destra che amano avvicinarsi al Terzo Mondo, intravedendo un potenziale nelle critiche al neoliberismo e al potere sionista. Può sembrare radicale e provocatorio, ma non è meno ingenuo della donna francese disperata che assiste impotente al saccheggio della sua boutique da parte proprio di coloro che lei sostiene.
È un profondo fraintendimento dell’abisso metafisico che impedisce qualsiasi alleanza, per quanto utopica, o fantasia tattica. Sono estremamente critico nei confronti dell’influenza sionista sulla politica estera americana e dei lacchè del centro-destra britannico che la coprono. Eppure non mi illudo che la popolazione islamica britannica mi ringrazierà per il mio sostegno tornando a casa.
Allo stesso modo, e so che è profondamente fuori moda dirlo, preferirei bere qualcosa in un pub con un sostenitore di Reform UK o un fan di Tommy Robinson piuttosto che con qualcuno del Partito Laburista o dei Verdi. Potrei trovarli ingenui e alcune delle loro idee idiote, ma almeno partiamo da un punto di vista simile.
Le premesse dell’estrema sinistra francese sono a dir poco folli, e dopo aver letto letteralmente decine di migliaia dei loro post al vetriolo, le riassumerò qui:
Lo Stato francese è intrinsecamente oppressivo e sfruttatore. La sua architettura, le sue sculture e la sua arte sono state finanziate con denaro estorto alle persone più povere (non bianche), ed è moralmente giustificato demolire tutto e ricominciare da capo. Gli immigrati che stanno distruggendo la Francia non sono meno francesi di chiunque altro, ma sono anche vittime di un’oppressione storica che ha avvantaggiato gli europei.
In breve, vogliono distruggere la vostra civiltà, sconfiggervi e rimpiazzarvi.
È una questione esistenziale, e questo non cambia solo perché ci piace vedere Ana Kasparian che surclassa Ben Shapiro su Xitter.
Secondo i principali opinionisti occidentali, i “disordini” sarebbero causati dalle difficoltà economiche e dall’alto costo della vita. Questa spiegazione è certamente comoda, ma non va del tutto scartata. Nonostante la Francia vanti uno dei sistemi di welfare più generosi al mondo e un’età pensionabile di soli 62 anni (che salirà a 64 il prossimo anno), il tenore di vita è in calo, come del resto in tutta Europa. Molti, soprattutto in America, additano la colpa al welfare state e al pensionamento anticipato, ma al momento i veri problemi sono gli shock energetici causati dalle guerre senza fine, l’inflazione e l’indebitamento dilagante.
Qualunque sia la soluzione a questi mali, utilizzare il Terzo Mondo come biomassa da usare come arma per radere al suolo il paese non è certo quella giusta.
Una donna francese bianca che fatica ad arrivare a fine mese non appartiene allo stesso sottoproletariato degli stranieri perché non è straniera e perché è bianca. Implorerà pietà agli uomini che ha sostenuto e a cui ha offerto sostegno ideologico, come al latte materno, mentre questi la abbandonano per derubarla dei suoi oggetti di lusso.
Anche in una vera crisi in cui lo Stato crolla, chi o cosa avrà la volontà e il principio organizzativo di sedersi dietro la grande scrivania del Palazzo dell’Eliseo? I transessuali? Le femministe?
A mio avviso, il terzomondismo rappresenta la fine definitiva della nostra civiltà.
Qualche anno fa ho scritto un saggio sul disastro del sottomarino Oceangate intitolato “Too Heavy For Superman”, ispirandomi alla canzone dei Flaming Lips.
Il testo della canzone mette in luce un problema: si presume che il genio e l’organizzazione occidentali possano compiere miracoli e superare qualsiasi ostacolo (in questo caso, il recupero di un sottomarino mal progettato, a migliaia di metri di profondità, accanto al Titanic ).
Anche se non fosse implosa immediatamente, non saremmo comunque riusciti a rialzarla entro 72 ore. Ci dispiace, non si può fare; ci sono dei limiti invalicabili.
Allo stesso modo, possiamo superare fallimenti e corse agli sportelli bancari, sistemi di governo fallimentari e possiamo perdere guerre. Possiamo sostituire linee logistiche interrotte e aumentare i raccolti con fertilizzanti progettati in modo intelligente.
Ma il Terzomondismo rappresenta l’oblio demografico, la cancellazione culturale e l’allontanamento dalle istituzioni del potere. Mi dispiace, non si torna indietro da questo; non possiamo tirarlo fuori dal fondo del mare; resta lì con i granchi. Possiamo curare una ferita alla zampa posteriore di un cavallo, ma non possiamo annullare l’impatto.
Capisco le argomentazioni del tipo: “Beh, questi sono i francesi e ai francesi piace scatenare rivolte”. Ho visto la Francia insanguinarsi e non riuscire a eleggere una Le Pen per gran parte della mia vita adulta. Ma ogni volta, la distruzione è un po’ più grave, un po’ più sadica e un po’ più aliena. Si dà per scontato che, con sufficiente brutalità della polizia e una maggiore militarizzazione, le forze dell’ordine alla fine riusciranno a tenere la posizione.
Eppure è anche come guardare le onde che vanno e vengono, finendo per spazzare via un castello di sabbia. Forse non questa volta, forse non l’anno prossimo, o quello dopo ancora. Ma un giorno, a meno che le forze dell’ordine non affrontino davvero le scomode realtà sulla gravità del problema e sulla sua natura esistenziale, sarà troppo pesante da sollevare persino per Superman.
Dillo a tutti In attesa di Superman Che dovrebbero cercare di resistere il più possibile Non li ha lasciati cadere Dimenticato o qualsiasi altra cosa È semplicemente troppo pesante perché Superman possa sollevarlo
CONTRIBUITE!!! La situazione finanziaria del sito sta diventando insostenibile per la ormai quasi totale assenza di contributi Il sito Italia e il Mondo non riceve finanziamenti pubblici o pubblicitari. Se vuoi aiutarci a coprire le spese di gestione (circa 6.000 € all’anno), ecco come puoi contribuire: – Postepay Evolution: Giuseppe Germinario – 5333174737695817; – IBAN: IT30D3608105138261529861559 PayPal: PayPal.Me/italiaeilmondo Tipeee: https://it.tipeee.com/italiaeilmondo Puoi impostare un contributo mensile a partire da soli 2€! (PayPal trattiene 0,52€ di commissione per transazione). Contatti: italiaeilmondo@gmail.com – x.com: @italiaeilmondo – Telegram: https://t.me/italiaeilmondo2 – Italiaeilmondo – LinkedIn: /giuseppe-germinario-2b804373
La quinta sessione plenaria di quest’anno si differenzia dalle precedenti. Mentre le sessioni plenarie passate si sono spesso concentrate sul successivo piano quinquennale, la quarta sessione plenaria del 2025 ha già adottato raccomandazioni per il quindicesimo piano quinquennale.
Per il prossimo Quinto Plenum, l’attenzione è rivolta alla “piena e rigorosa autogoverno del Partito”. Ho trovato due articoli nell’ultimo numero di Qiushi , la principale rivista del Partito, che offrono alcuni indizi sulla direzione della riunione. I loro temi sovrapposti suggeriscono che, oltre all’attenzione precedentemente annunciata sulla lotta alla corruzione, la riunione potrebbe anche affrontare i meccanismi per l’attuazione delle decisioni prese dal comitato centrale.
La parte iniziale del discorso di Xi sottolinea la necessità di attuare le principali decisioni e i piani del Comitato Centrale del Partito con maggiore risolutezza ed efficacia. Il secondo articolo adotta un approccio più orientato alla “diagnosi e alla soluzione dei problemi”. Tra le carenze individuate da Wang figurano l’assegnazione di compiti insufficientemente specifici, che lasciano troppo spazio alla discrezionalità; un eccessivo affidamento su registri di lavoro e documentazione scritta durante le ispezioni, con una scarsa verifica in loco; e le difficoltà nella condivisione dei risultati delle ispezioni tra i vari dipartimenti. Questi punti evidenziano in realtà l’assenza di un meccanismo specifico per la supervisione dell’attuazione delle politiche. Le pratiche attuali si basano maggiormente sulla presentazione di documentazione ai livelli superiori della gerarchia amministrativa per dimostrare l’avvenuta esecuzione del lavoro, ma rendono difficile verificare se i risultati abbiano effettivamente raggiunto gli obiettivi prefissati. Ciò significa anche che, oltre a svolgere il proprio lavoro, i funzionari locali devono dedicare ulteriore tempo a dimostrare di averlo effettivamente svolto.
I meccanismi di tolleranza potrebbero essere fondamentali
Nonostante l’enfasi sull’attuazione delle politiche, sarebbe eccessivamente semplicistico definirla semplicemente una spinta verso un controllo più rigido. L’articolo di Wang critica esplicitamente anche gli approcci semplicistici alla responsabilità, osservando che i funzionari locali potrebbero optare per l’inazione perché “più fanno, più errori commettono”. Allo stesso modo, il discorso di Xi afferma che lavorare in modo creativo e attuare con fermezza le decisioni centrali “non sono in contrapposizione”.
A mio avviso, Pechino vuole distinguere tra la mancata attuazione di una politica e la sperimentazione che, pur rimanendo fedele agli obiettivi sottostanti, la politica stessa rimane fedele a tali principi. Questo è uno dei cambiamenti che ritengo degni di attenzione, sebbene non sia ancora chiaro come verrà tracciata tale distinzione o quali meccanismi la sosterranno. Tra le possibilità si possono considerare la definizione di circostanze in cui i funzionari sono esentati da responsabilità, la correzione proattiva degli errori come motivo per un trattamento più indulgente, oppure la definizione di confini distinti tra iniziative pilota e sperimentazione.
Cosa guardare
Due questioni meritano particolare attenzione. La prima è se il “miglioramento dei meccanismi di attuazione delle principali decisioni e dei piani del Comitato Centrale del Partito” diventerà un punto all’ordine del giorno a sé stante. Se dovesse comparire come sezione separata, ciò indicherebbe che la dirigenza ha iniziato a considerare l’attuazione delle politiche come una questione istituzionale, piuttosto che meramente disciplinare.
La seconda questione riguarda la possibile revisione del sistema di valutazione delle prestazioni. Se le valutazioni future dovessero basarsi meno sulla documentazione e sui registri di lavoro, e incorporare invece i risultati delle verifiche in loco, i progressi verso gli obiettivi politici e il feedback del pubblico, ciò modificherebbe la struttura degli incentivi per i funzionari locali. Come sostiene Zhou Li’an nel suo articolo, esiste una “trinità impossibile” nella governance. Obiettivi rigidi, regole di attuazione strettamente definite e risorse politiche ed economiche limitate non possono essere raggiunti contemporaneamente. Ciò che mi interessa maggiormente è come si potrebbe trovare un nuovo equilibrio tra questi tre elementi.
Inside China è una pubblicazione sostenuta dai lettori. Per ricevere nuovi articoli e supportare il mio lavoro, valuta la possibilità di abbonarti gratuitamente o a pagamento.
Il periodo del “15° Piano quinquennale” è un momento cruciale per gettare le basi e compiere uno sforzo concertato verso il raggiungimento sostanziale della modernizzazione socialista. Per trasformare in realtà il progetto elaborato dalla Quarta Sessione Plenaria del XX Comitato Centrale, dobbiamo sostenere e rafforzare la leadership complessiva del Partito, promuovere con perseveranza la piena e rigorosa autogoverno del Partito, rafforzare il senso di missione e lo spirito combattivo di tutto il Partito, consolidare l’unità del Partito, mantenere pure le fila del Partito ed elevare le capacità e il livello di leadership del Partito.
Didascalia: Il 12 gennaio 2026, Xi Jinping, Segretario Generale del Comitato Centrale del PCC, Presidente della Repubblica Popolare Cinese e Presidente della Commissione Militare Centrale, ha pronunciato un importante discorso alla Quinta Sessione Plenaria della XX Commissione Centrale per l’Ispezione Disciplinare del Partito Comunista Cinese. Foto: Xie Huanchi, Agenzia di stampa Xinhua.
I. Attuare con maggiore risolutezza e vigore le principali decisioni e i piani del Comitato Centrale del Partito.
L’attuazione delle principali decisioni e dei piani del Comitato Centrale del Partito è un requisito fondamentale per il mantenimento dell’autorità del Comitato Centrale e di una leadership centralizzata e unificata, nonché un’importante lezione storica per il continuo sviluppo del Partito e della causa popolare. Il Partito Comunista Cinese è nato da ideali e lotte per la sua missione. È stato sotto la forte guida del Comitato Centrale del Partito che generazioni di comunisti, impavidi di fronte alle difficoltà, hanno portato avanti la lotta e condotto con successo il popolo cinese da una società semi-coloniale e semi-feudale a elevarsi, prosperare e diventare forte, aprendo la retta via del socialismo con caratteristiche cinesi. Oggi abbiamo raggiunto una fase critica nel sostanziale raggiungimento della modernizzazione socialista, e il cammino che ci attende ci riserverà certamente grandi prove, tra cui venti impetuosi, onde altissime e persino tempeste furiose.
Finché avremo ideali nel cuore, la nazione nella mente e la missione sulle spalle, potremo guardare al futuro con lungimiranza, rafforzare costantemente la nostra fiducia e la nostra forza, superare ogni difficoltà e unire l’intero Partito e l’intero Paese in un unico obiettivo, affinché le decisioni e i piani principali del Comitato Centrale del Partito siano effettivamente attuati. Dobbiamo conquistare un “Passo di Loushan” e un “Passo di Lazi” dopo l’altro. Tutte le organizzazioni del Partito e tutti i membri e quadri del Partito devono rafforzare il loro senso di responsabilità politica e di missione storica, fare dell’aspirazione fondante del Partito il loro scopo principale e dedicare tutta la loro saggezza e forza al compimento del compito centrale del Partito. I quadri dirigenti a tutti i livelli devono partire dalla missione e dai compiti del Partito e stabilire e mettere in pratica una corretta visione dell’operato. Dovrebbero chiedersi se il loro pensiero e le loro azioni si siano allontanati dall’alto ideale del comunismo e dall’ideale condiviso del socialismo con caratteristiche cinesi, se si siano discostati dallo scopo fondamentale di servire il popolo con tutto il cuore, se si siano allontanati dalla linea, dai principi e dalle politiche del Partito o dalle principali decisioni e dai piani del Comitato Centrale, e se si siano distaccati dalle condizioni nazionali e dalle circostanze reali delle proprie regioni e dipartimenti. Con lo spirito che il successo non deve essere attribuito a se stessi, ma porterà sicuramente la propria impronta, dovrebbero concentrarsi con determinazione sul progresso della modernizzazione in stile cinese.
Il nostro Partito dispone di solidi meccanismi per l’attuazione delle principali decisioni e dei piani del Comitato Centrale, che nel complesso funzionano in modo fluido ed efficace. Allo stesso tempo, le informazioni raccolte attraverso ispezioni, verifiche e attività di supervisione dimostrano la persistenza di problemi, tra cui la mancata attuazione di decisioni e piani importanti, nonché un’attuazione distorta o impropria, e in alcuni ambiti tali problemi sono piuttosto gravi. È necessario chiarire che l’attuazione delle principali decisioni e dei piani del Comitato Centrale è un requisito fondamentale della disciplina politica e delle regole del Partito. Sottolineiamo l’importanza di “sostenere i Due Principi Fondamentali” (两个维护) e di mantenere un elevato grado di coerenza con il Comitato Centrale del Partito. Ciò deve tradursi in azioni concrete, non in slogan vuoti, e non dobbiamo dire una cosa e farne un’altra. Chiunque violi questi requisiti deve essere chiamato a risponderne: criticato dove è dovuto, corretto dove necessario e disciplinato dove la disciplina è giustificata. Non ci devono essere superficialità o ambiguità nella gestione di tali casi. La supervisione politica in questo ambito deve essere rafforzata.
Durante il periodo del 15° Piano quinquennale, i compiti di sviluppo economico e sociale sono estremamente impegnativi. Dobbiamo concentrarci attentamente sulle direttive strategiche del Comitato Centrale, tra cui la promozione di un nuovo paradigma di sviluppo, la diffusione di uno sviluppo di alta qualità e l’accelerazione della costruzione di un nuovo modello di sviluppo. Dobbiamo impegnarci nella costruzione di un moderno sistema industriale, nello sviluppo di nuove forze produttive di qualità in base alle condizioni locali, nella creazione di un mercato nazionale unificato, nell’espansione dell’apertura a standard elevati, nel costante progresso della prosperità comune per tutti, nella prevenzione di un ritorno sistematico alla povertà, nella risoluzione del debito occulto degli enti locali, nel rafforzamento della tutela ambientale e nel bilanciamento tra sviluppo e sicurezza. Dobbiamo rafforzare la supervisione, rendendola specifica, precisa e continua, valorizzando i risultati delle ispezioni, intensificando la supervisione delle azioni correttive e garantendo l’attuazione concreta delle decisioni e dei piani della Quarta Sessione Plenaria del 20° Comitato Centrale. Quest’anno, gli enti locali saranno soggetti a graduali cambiamenti di leadership. Dobbiamo impedire ai funzionari di rimanere inattivi, in attesa e a guardare mentre la transizione si avvicina, e impedire ai funzionari appena insediati di perseguire vantaggi a breve termine o di “cambiare idea” (翻烧饼) dopo il loro insediamento, affinché il piano venga portato a termine. Occorre sottolineare che l’attuazione risoluta e incisiva delle principali decisioni e dei piani del Comitato Centrale non è in contrasto con il lavoro creativo. Ogni attività deve essere fondata sulla realtà e partire dalle condizioni concrete, ed è necessario evitare una rigida imitazione e approcci standardizzati. Pur esercitando una rigorosa supervisione, dobbiamo sostenere e incoraggiare le regioni e i dipartimenti a esplorare metodi e approcci efficaci per l’attuazione delle principali decisioni e dei piani del Comitato Centrale, tenendo conto delle proprie condizioni, in modo che i risultati finali siano coerenti con le intenzioni del Comitato Centrale e con lo scopo originario delle politiche.
L’attuazione delle principali decisioni e dei piani del Comitato Centrale dipende in ultima analisi dalle persone. Dobbiamo vigilare contro le “persone a due facce” (两面人), che nutrono doppi intenti e dicono una cosa e ne fanno un’altra. Queste persone assumono molte forme. Alcune proclamano costantemente lealtà politica e i “Due Sostegni”, reagendo rapidamente e rumorosamente alle decisioni del Comitato Centrale, ma in pratica si dedicano all’inganno, fanno ciò che vogliono, ignorano gli ordini e non rispettano i divieti, commettendo quelle che sono note come le “sette cose che fanno per sé” (七个有之). Altre abbracciano il liberalismo nel loro pensiero e antepongono l’individualismo a tutto il resto, accettando il socialismo della nuova era con caratteristiche cinesi solo quando fa loro comodo e rifiutandolo quando non lo fa. Altre ancora si dedicano all’opportunismo politico, adulando e ingraziandosi gli altri, seguendo il vento e muovendosi ovunque si trovino i loro interessi, sempre pronte a “abbandonare la nave”. Altri praticano il fazionalismo nelle questioni organizzative, formando cricche, escludendo i dissidenti e usando nomi collettivi per servire interessi di piccoli gruppi. Altri praticano il dipartimentalismo nel loro lavoro, proteggendo solo il proprio “piccolo appezzamento di terra” e sacrificando il tutto per la parte e il lungo termine per il breve termine. Altri ancora praticano una forma fuorviante di “buonismo” nello svolgimento dei loro doveri, omettendo di fermare o correggere i problemi che scoprono e lasciandoli diffondere, affermando che ciò preserva l’unità mentre in realtà evitano le responsabilità. Tutti questi comportamenti violano i principi del Partito, ostacolano seriamente l’attuazione delle principali decisioni e dei piani del Comitato Centrale e causano enormi danni alla causa e all’immagine del Partito. Devono essere smascherati con coraggio ed eliminati con decisione. Durante le transizioni di leadership, dobbiamo essere particolarmente vigili, promuovere quadri validi, genuinamente leali, affidabili, onesti e responsabili e non permettere mai che “persone a due facce” o coloro che antepongono gli interessi personali si infiltrino.
II. Utilizzare le istituzioni per limitare il potere in modo più scientifico ed efficace
Confinare il potere all’interno di un sistema di vincoli istituzionali è un compito importante per un’autogoverno del Partito pieno e rigoroso nella nuova era. Dopo il XVIII Congresso Nazionale del Partito, il primo importante regolamento interno al Partito che abbiamo formulato è stato il Regolamento Centrale in Otto Punti (中央八项规定). Abbiamo iniziato con questo perché molti problemi associati ai “Quattro Stili di Lavoro Indesiderabili” (四风) appaiono in superficie come distacco dalle masse e indulgenza nel lusso, ma nella loro essenza implicano la formazione di cricche per profitto personale e collusione per mutuo vantaggio, occultando scambi di potere con potere, potere con denaro e potere con favori sessuali, che danneggiavano gravemente l’immagine del Partito agli occhi del popolo. Siamo partiti dalle questioni a cui le masse hanno reagito più forte, abbiamo stabilito regole ferree e imposto vincoli rigorosi, siamo rimasti fermi sui nostri obiettivi e non abbiamo mai allentato la presa, e abbiamo usato lo spirito di perseveranza per attuarli. Ciò ha fermato molte tendenze malsane che prima si ritenevano impossibili da arrestare e ha eliminato alcuni mali profondamente radicati che persistevano da anni. Ha posto fine al caos in cui “centinaia di documenti non riuscivano a tenere a freno una sola bocca” e, attraverso l’esempio di “spostare il palo di legno per costruire la fiducia”, ha portato a una completa trasformazione della condotta del Partito e dello stile di governo, generando una potente energia positiva per il Partito e lo sviluppo del Paese. La campagna di apprendimento e formazione condotta in tutto il Partito lo scorso anno ha ulteriormente unificato il pensiero, approfondito la comprensione, sintetizzato l’esperienza e migliorato le misure, dimostrando la nostra ferma determinazione a portare a termine il Regolamento Centrale in Otto Punti. Non ci sono scorciatoie per attuare lo spirito del Regolamento Centrale in Otto Punti. La chiave sta in due parole: “costanza” (常) e “lungo termine” (长). Senza un’attenzione costante, si verificano ricadute; senza un impegno a lungo termine, la conformità consapevole non può radicarsi. Dobbiamo consolidare ed estendere i risultati della campagna di approfondimento e formazione sul Regolamento centrale in otto punti, migliorare costantemente i meccanismi per l’individuazione e la risoluzione periodica dei problemi e rendere il miglioramento delle modalità di lavoro una prassi consolidata e duratura.
Didascalia: Dal 25 al 26 dicembre 2025, il Politburo del Comitato Centrale del PCC ha tenuto una riunione sulla vita democratica. Xi Jinping, Segretario Generale del Comitato Centrale del PCC, ha presieduto la riunione e ha pronunciato un importante discorso. Foto: Xie Huanchi, Agenzia di stampa Xinhua.
La pratica di attuare scrupolosamente gli Otto Punti del Regolamento Centrale dimostra che, per contenere il potere all’interno di un sistema di vincoli istituzionali, dobbiamo sia perfezionare le regole, tessendo una gabbia più solida e robusta, sia migliorarne l’applicazione, rafforzando i vincoli esistenti. Dal XVIII Congresso Nazionale, il Comitato Centrale del Partito ha attribuito grande importanza allo sviluppo di leggi e istituzioni. Il numero di regolamenti formulati e rivisti è senza precedenti e si è delineato un sistema relativamente completo di leggi e regolamenti del Partito. Allo stesso tempo, dobbiamo riconoscere che alcune regole sono eccessivamente generiche, mancano di disposizioni mirate e operative, non presentano uno stretto coordinamento tra i diversi regolamenti e lasciano lacune e scappatoie, e che lo sviluppo istituzionale per i nuovi settori, i nuovi modelli di business e i nuovi gruppi è in ritardo. Dobbiamo continuare a migliorare le leggi e i regolamenti del Partito, rafforzare l’apporto istituzionale in base alle reali esigenze di costruzione e governo del Partito, stabilire rapidamente norme laddove manchino e rivedere e integrare prontamente quelle incomplete o obsolete, in modo che il sistema sia completo ma non farraginoso, efficace e pratico, ed evitare il problema di “usare un recinto per il bestiame per tenere un gatto” (牛栏关猫).
Nel corso degli anni, abbiamo adottato una serie di misure per far rispettare leggi e regolamenti, ma i problemi persistono laddove le norme istituzionali esistono solo sulla carta e, in alcuni casi, l’applicazione si indebolisce a ogni livello successivo, dando vita a “una gabbia di carta che non può contenere una tigre” (纸笼禁虎). Quando le regole esplicite non vengono rispettate, le regole non scritte inevitabilmente prosperano. Quando le regole non scritte dominano, quelle esplicite diventano mera decorazione. Perché ci sono così tanti intermediari politici e ciarlatani attivi nella società? Perché le regole non scritte rendono inefficaci leggi e regolamenti e creano un effetto “finestre rotte”. Alcuni quadri si affidano alle reti personali piuttosto che ai canali organizzativi e alcune persone si fidano delle conoscenze personali piuttosto che della disciplina di partito e della legge. Se ciò continua, “il denaro sporco scaccia quello buono” e “una nota personale ha più peso di un sigillo ufficiale”, il che eroderà inevitabilmente l’ecosistema politico e alimenterà corruzione e disordine. Per arginare le regole non scritte, la chiave è rafforzare l’applicazione delle regole esplicite. Dobbiamo rafforzare la divulgazione e la conoscenza delle leggi e dei regolamenti, guidando i membri e i quadri del Partito a comprendere la disciplina e la legge, a conoscere le regole esplicite e a rispettarle con timore reverenziale, riconoscendo che leggi e regolamenti sono al contempo una “fascia per capelli” (紧箍咒) e un “talismano protettivo” (护身符). Dobbiamo ulteriormente accrescere la trasparenza degli affari di Partito e di governo, garantire che il potere operi alla luce del sole e privare le regole non scritte del loro mercato. Dobbiamo sostenere il principio che tutti sono uguali di fronte alle leggi e ai regolamenti, che il rispetto non è soggetto a privilegi e che l’applicazione non ammette eccezioni. Dobbiamo punire severamente coloro che “passano con il semaforo rosso” o “scavalcano le recinzioni” e ritenere responsabili coloro che hanno responsabilità di leadership, affinché le regole istituzionali diventino davvero fili elettrici ad alta tensione che nessuno osa toccare.
L’efficacia dell’attuazione istituzionale in una regione o in un dipartimento dipende in larga misura dal suo “responsabile principale” (一把手). Per contenere il potere entro i limiti istituzionali, dobbiamo concentrarci sul garantire che il “responsabile principale” assuma un ruolo guida nell’attuazione delle regole. Le opinioni del Comitato Centrale del Partito sul rafforzamento della supervisione dei “responsabili principali” e dei team di leadership stabiliscono requisiti chiari per l’attuazione del centralismo democratico e per il miglioramento della supervisione dei processi decisionali “tre principali e uno importante” (三重一大). I membri dei team di leadership a tutti i livelli, in particolare i “responsabili principali”, devono dare l’esempio, assumere un ruolo guida nell’attuazione rigorosa delle regole e garantire che anche la relativa supervisione sia efficace.
III. Portare avanti la lotta alla corruzione in modo più chiaro e risoluto
Dal XVIII Congresso Nazionale, il nostro Partito ha approfondito l’autorivoluzione, si è opposto con fermezza alla corruzione e ha tracciato con successo un percorso cinese di lotta alla corruzione sotto la guida centralizzata e unificata del Comitato Centrale del Partito. Questo percorso combina l’affrontare sia i sintomi che le cause profonde e procede in modo integrato per rendere i quadri “incapaci, non disposti e non osanti” essere corrotti. Questo percorso deve continuare ad essere seguito con risolutezza.
Attualmente, la corruzione continua a manifestarsi e a ripresentarsi. I fatti dimostrano ancora una volta che il giudizio del Comitato Centrale del Partito, secondo cui “la lotta alla corruzione rimane dura e complessa, e il compito di eliminare i terreni fertili e le condizioni che la alimentano rimane arduo e gravoso”, è pienamente corretto. La lotta alla corruzione è un processo senza fine e un compito continuo. Dobbiamo portarla avanti con lo spirito del Vecchio Folle che spostò le montagne e con lo spirito di Jingwei che riempì il mare, e perseverare fino alla fine. I fatti ci ricordano anche che la corruzione è il rischio maggiore, la minaccia maggiore e la sfida più grande che il nostro Partito si trova ad affrontare, un ostacolo e una pietra d’inciampo sul cammino dello sviluppo nazionale. Se le si permette di diffondersi senza controllo, inevitabilmente comprometterà il contesto di sviluppo economico, innescherà diversi rischi e scuoterà le fondamenta del governo del Partito. L’esperienza ci ha anche insegnato che la lotta alla corruzione è una battaglia fondamentale che non possiamo permetterci di perdere e che non dobbiamo mai perdere, una battaglia che non può fermarsi un attimo né indietreggiare di un solo passo. Come recita la poesia, “Mentre le navi affondate vengono superate da mille vele, gli alberi malati che si trovano davanti sono accolti da diecimila fioriture primaverili”; gli alberi malati devono essere sradicati e abbattuti dove necessario. Dobbiamo “incalzare il nemico in fuga finché abbiamo ancora forze da spendere”, mantenere la calma strategica e la resilienza in combattimento, continuare a sradicare la corruzione in modo completo e arrivare alla radice del problema. Non importa quanto grande sia la resistenza o il costo, dobbiamo portare avanti la lotta contro la corruzione fino alla fine. Indipendentemente da chi sia, dalla sua posizione o dai suoi contributi passati, chiunque si macchi di corruzione non sarà risparmiato!
Dobbiamo mantenere una posizione di costante e forte pressione. Dobbiamo attenerci al principio che ovunque esista la corruzione, essa deve essere contrastata; ovunque si trovi la corruzione, essa deve essere estirpata; e il male deve essere completamente eliminato, in modo che gli elementi corrotti non abbiano dove nascondersi. Dobbiamo concentrarci sulle aree in cui il potere è concentrato, il capitale è denso e le risorse sono abbondanti, vigilando attentamente sulla collusione tra governo e imprese, sulla protezione del capitale da parte del potere e sull’infiltrazione del capitale nella politica. Dobbiamo intensificare le indagini sulla corruzione tra i “primi incarichi” e i giovani quadri, e rimuovere con fermezza gli individui corrotti che non si ravvedono e persistono nelle loro malefatte. Dobbiamo punire con risolutezza coloro che offrono tangenti e che violano consapevolmente la legge o che commettono reati ripetutamente. Dobbiamo scavare a fondo per scoprire nuove e nascoste forme di corruzione, inclusi i benefici attesi, gli accordi per partecipazioni azionarie nominali e il fenomeno delle “porte girevoli” tra governo e imprese. Dobbiamo intensificare ulteriormente le campagne centralizzate contro le tendenze malsane e la corruzione a livello locale, e rafforzare la governance della corruzione transfrontaliera e gli sforzi per perseguire i latitanti e recuperare i beni rubati. Le località e i dipartimenti in cui si sono verificati importanti casi di corruzione devono eliminare completamente le tracce residue e rimuovere del tutto le fonti di contaminazione.
Dobbiamo rafforzare costantemente la capacità di penetrazione della lotta alla corruzione. Dobbiamo cogliere le nuove tendenze e caratteristiche della corruzione, innovare i nostri metodi e individuare, identificare con precisione e contrastare efficacemente le varie forme di corruzione con maggiore tempestività. Dobbiamo approfondire l’indagine e la gestione congiunta dei problemi legati allo “stile” e alla corruzione, andando oltre la superficie dello “stile” per smascherare l’essenza della corruzione. Dobbiamo indagare a fondo sulla pratica di utilizzare gli affari per sostenere i funzionari, i funzionari per proteggere gli affari e la collusione tra funzionari e imprenditori, che si cela dietro l’inazione e le azioni arbitrarie. Dobbiamo inoltre indagare a fondo sulle richieste di favori e sui trasferimenti di interessi che si celano dietro un’ospitalità impropria e punire severamente coloro che si associano a intermediari politici e ciarlatani della politica. Dobbiamo rafforzare il potenziale della tecnologia e fare un maggiore uso dei big data e di altri strumenti per migliorare l’efficienza della supervisione, del controllo disciplinare e dell’applicazione della legge. Naturalmente, l’uso delle nuove tecnologie deve essere regolato da rigorose norme etiche e di sicurezza dei dati e deve essere attuato nel rigoroso rispetto delle regole, della disciplina e della legge del Partito. Dobbiamo migliorare i meccanismi di attuazione delle responsabilità in materia di lotta alla corruzione. I comitati di partito (gruppi di partito) a tutti i livelli devono assumersi con fermezza la loro principale responsabilità, e i segretari di partito devono adempiere al loro ruolo di primi responsabili. Devono assumere posizioni ferme e chiare, guidare le parti interessate nell’assunzione piena delle proprie responsabilità e non considerare la lotta alla corruzione come una mera questione di competenza delle commissioni disciplinari, di controllo e di vigilanza. Devono conoscere a fondo le proprie responsabilità, assumersele e portarle a termine.
Didascalia: Il 15 luglio 2026, Xi Jinping, Segretario Generale del Comitato Centrale del PCC, Presidente della Repubblica Popolare Cinese e Presidente della Commissione Militare Centrale, ha visitato Shanghai. Questa foto mostra Xi mentre conversa cordialmente con i rappresentanti dei residenti, i quadri di sottodistretto e gli operatori comunitari presso il centro servizi del Partito per le masse nel quartiere residenziale di Shimin Xincun, nel distretto di Banshengyuan Road, distretto di Huangpu, durante la sua visita. Foto: Xie Huanchi, Agenzia di stampa Xinhua.
Dobbiamo impegnarci maggiormente per promuovere un approccio integrato dall’alto verso il basso. La promozione integrata di un approccio che mira a contrastare la corruzione in modo totale, senza ostacoli, riluttanza o osare corrompere, risiede proprio nella parola “integrato”, ed è difficile proprio perché è integrato. Dobbiamo rafforzare il pensiero sistemico e agire simultaneamente, nella stessa direzione e in modo completo. In pratica, potremmo dare priorità diverse alle varie fasi, ma non dobbiamo separarle o trascurarle, e dobbiamo impedire che un pensiero basato su fasi o collegamenti comprometta l’efficacia degli sforzi anticorruzione. Dobbiamo ulteriormente migliorare il meccanismo di lavoro anticorruzione e garantire il coordinamento nell’assegnazione dei compiti, nell’allocazione delle risorse, nell’avanzamento del lavoro e nella valutazione delle prestazioni. Dobbiamo collegare la supervisione quotidiana dell’organizzazione del Partito, l’ispezione e la supervisione disciplinare, e la supervisione attraverso visite ispettive, audit, petizioni e opinione pubblica, sfruttando appieno la “lampada senza ombra” (无影灯) della supervisione globale e il “bisturi” (手术刀) della gestione energica dei casi, e promuovere una governance integrata attraverso il coordinamento lungo tutta la catena. Dobbiamo concentrarci sull’apprendimento dai casi per promuovere la riforma e la governance, analizzando le cause della corruzione, identificando le lacune gestionali e utilizzando i casi emblematici come monito e formazione, in modo che i vecchi problemi non si ripresentino e nessun costo sia pagato invano. Dobbiamo selezionare e nominare i quadri secondo gli standard per i buoni quadri della nuova era, costruire relazioni sane e positive tra i compagni di Partito e rapporti puliti e stretti tra governo e imprese, e purificare continuamente l’ecosistema politico. Dobbiamo rafforzare lo sviluppo di una nuova cultura anticorruzione, migliorare la rilevanza e l’efficacia dell’educazione all’integrità e creare con vigore un ambiente sociale che valorizzi l’integrità, respinga la corruzione e promuova la frugalità opponendosi allo spreco.
Gli organi di ispezione e supervisione disciplinare hanno una grande responsabilità e una nobile missione nel promuovere la piena e rigorosa autogoverno del Partito. Essi devono sempre ricordare qual è il loro compito, sostenere con fermezza l’unità del Partito e salvaguardare con risolutezza la sua natura avanzata e la sua purezza. Dobbiamo continuare a rafforzare la standardizzazione, il fondamento giuridico e la formalizzazione del lavoro di ispezione e supervisione disciplinare, e migliorare costantemente la qualità e l’efficienza della supervisione, dell’applicazione della disciplina e dell’applicazione della legge. Dobbiamo rimanere fermi sul principio di rivolgere la lama verso l’interno ed eliminare con risolutezza i “cavalli che danneggiano il gregge”. Dobbiamo continuare a rafforzare la formazione di squadre secondo i requisiti di solidità politica, competenza professionale, buona condotta e integrità, e forgiare una “squadra d’acciaio” di personale addetto all’ispezione e alla supervisione disciplinare che sia leale, integro, responsabile, coraggioso e abile nella lotta.
Nota: Questa è la parte principale del discorso del Segretario Generale Xi Jinping alla Quinta Sessione Plenaria della XX Commissione Centrale per l’Ispezione Disciplinare del 12 gennaio 2026.
“Durante gli anni di guerra, il Comitato Centrale del Partito e il Presidente Mao comandavano l’intero Partito e l’esercito tramite telegrafo. Il ‘dit-da, dit-da’ del telegrafo era la voce del Comitato Centrale del Partito e del Presidente Mao, e l’intero Partito e l’esercito obbedivano incondizionatamente.” In una conferenza sulla costruzione del Partito negli organi centrali e statali, il Segretario Generale Xi Jinping ha guidato i membri e i quadri del Partito a comprendere, attraverso il suono del “dit-da, dit-da”, che il Comitato Centrale del Partito deve avere un’autorità suprema e le cui decisioni sono definitive. Ha dichiarato con fermezza: “Se gli ordini emessi dal Comitato Centrale del Partito non vengono ascoltati, se gli ordini non vengono obbediti e i divieti non vengono rispettati, allora di cosa si può parlare nel sostenere l’autorità del Comitato Centrale del Partito e la sua leadership centralizzata e unificata!” Alla Quinta Sessione Plenaria della XX Commissione Centrale per l’Ispezione Disciplinare, il Segretario Generale ha ribadito un requisito chiaro: “Sottolineiamo i ‘Due Principi Fondamentali’ e il mantenimento di un elevato grado di coerenza con il Comitato Centrale del Partito. Ciò deve tradursi in azioni concrete nell’attuazione delle principali decisioni e dei piani del Comitato Centrale del Partito. Non dobbiamo gridare slogan vuoti e, soprattutto, non dobbiamo dire una cosa e farne un’altra”. Sostenere l’autorità del Comitato Centrale del Partito e la sua leadership centralizzata e unificata significa sostenere il suo sistema di leadership, le sue procedure e le sue regole, così come le sue decisioni, i suoi piani e le sue modalità di lavoro. L’attuazione delle principali decisioni e dei piani del Comitato Centrale del Partito è un requisito fondamentale della disciplina politica e delle regole politiche del Partito. Indipendentemente dalla complessità dei compiti di una regione o di un dipartimento, la loro responsabilità primaria è quella di attuare efficacemente le principali decisioni e i piani del Comitato Centrale del Partito. Indipendentemente dalla varietà di ruoli e mansioni dei membri e dei quadri del Partito, la loro responsabilità condivisa è quella di attuare efficacemente tali decisioni e piani.
L’attuazione delle principali decisioni e dei piani del Comitato Centrale del Partito dipende sia dalla consapevolezza politica che dalle garanzie istituzionali. Dal XVIII Congresso Nazionale del Partito, il Comitato Centrale, con il compagno Xi Jinping al suo centro, ha istituito e perfezionato le istituzioni e i meccanismi per l’attuazione delle sue principali decisioni e dei suoi piani. Ha rafforzato la responsabilità politica di tutte le regioni e i dipartimenti per l’attuazione e ha costruito un sistema completo di meccanismi di lavoro che comprende l’assegnazione dei compiti, la supervisione dell’attuazione, la rendicontazione periodica, l’ispezione e la diffusione dei risultati, il monitoraggio dei risultati, la supervisione e la rendicontazione. Ciò ha garantito efficacemente che gli ordini del Comitato Centrale vengano eseguiti senza intoppi e che le sue direttive siano rispettate.
Innanzitutto, il sistema di leadership è stato continuamente rafforzato e migliorato. Il Politburo del Comitato Centrale ha adottato disposizioni per rafforzare e sostenere la leadership centralizzata e unificata del Comitato Centrale e si fa promotore dell’attuazione delle decisioni e dei piani più importanti, considerandola una responsabilità politica fondamentale. Gli organi centrali di decisione e coordinamento svolgono un ruolo nella definizione di alto livello, nel coordinamento generale, nello sviluppo integrato e nella supervisione dell’attuazione dei compiti principali.
In secondo luogo, si è delineata una divisione delle responsabilità. Sotto la guida centralizzata e unificata del Comitato Centrale, i comitati di partito (gruppi di partito) a tutti i livelli allineano il loro lavoro agli standard richiesti. I dipartimenti funzionali si suddividono il lavoro. Gli organi di controllo verificano i risultati. Gli organi di controllo disciplinare svolgono la supervisione politica. Le unità di base attuano le politiche in modo creativo. Insieme, ripuliscono ogni “capillaro” dell’attuazione.
In terzo luogo, i meccanismi di lavoro sono diventati più pratici ed efficaci. Basandosi sul sistema organizzativo del Partito, dagli organi centrali e statali fino alle prime linee di base, la responsabilità è stratificata e trasferita gradualmente, formando un potente sforzo nazionale “a scacchiera unica”. I comitati di Partito (gruppi di Partito) a tutti i livelli considerano l’attuazione delle principali decisioni e dei piani del Comitato Centrale come la loro responsabilità primaria. Applicano coscienziosamente il sistema “primo punto all’ordine del giorno”, suddividono i compiti punto per punto, assegnano una chiara divisione del lavoro, tengono registri delle attività e adottano una gestione basata su liste e un avanzamento di carriera basato su progetti.
In quarto luogo, il quadro istituzionale è diventato più sistematico e completo. Il Comitato Centrale ha formulato e rivisto i regolamenti del Partito, tra cui il Regolamento di funzionamento del Comitato Centrale, il Regolamento di funzionamento dei Comitati Locali del Partito e il Regolamento di funzionamento dei Gruppi di Partito. Questi regolamenti pongono l’attuazione delle principali decisioni e dei piani del Comitato Centrale al primo posto tra i doveri degli organi del Partito e di governo e la prima funzione elencata nei regolamenti che determinano le funzioni, la struttura e il personale (i “tre regolamenti”). Il Comitato Centrale ha inoltre formulato e rivisto i regolamenti sulla supervisione interna al Partito, le ispezioni, la responsabilità e le sanzioni disciplinari, stabilendo così rigorosi requisiti di disciplina politica.
In quinto luogo, la responsabilità dell’attuazione è stata rigorosamente applicata. Il Partito ha rafforzato la formazione alla lealtà e alla disciplina politica, ha incoraggiato i membri e i quadri del Partito, in particolare i quadri dirigenti, a stabilire e praticare una corretta visione delle prestazioni e ha indagato seriamente e sanzionato il formalismo e la burocrazia. Ha istituito meccanismi di monitoraggio e feedback, ha studiato e pubblicato tempestivamente politiche di supporto e norme di attuazione dettagliate, ha rafforzato la supervisione politica e intensificato i viaggi di ispezione politica, garantendo unità di pensiero e coerenza di azione in tutto il Partito.
Al momento, il quadro generale è chiaro. Le istituzioni e i meccanismi per l’attuazione delle principali decisioni e dei piani del Comitato Centrale continuano a migliorare, e le regioni e i dipartimenti si dimostrano risoluti ed energici nell’applicarli. Tuttavia, se confrontati con l’esigenza politica di “non trascurare nulla nell’attuazione” e con lo standard disciplinare di “obbedienza agli ordini e rispetto dei divieti”, alcune località e dipartimenti presentano ancora carenze e colli di bottiglia che non possono essere ignorati. Nella suddivisione dei compiti per l’attuazione, a fronte di interventi interministeriali e complessi, alcune località e dipartimenti hanno divisioni dei compiti non sufficientemente specifiche e chiare, lasciando troppo spazio a interpretazioni discrezionali. Ciò fa sì che l’attuazione effettiva si discosti dall’intento originario del Comitato Centrale e incide direttamente sulla profondità e sull’efficacia dell’attuazione delle politiche. In termini di coordinamento, i meccanismi di coordinamento interministeriale a livello centrale sono piuttosto consolidati, ma in alcune località i corrispondenti meccanismi di coordinamento rimangono deboli e il problema dello scaricabarile e dell’ostruzionismo tra i dipartimenti non è stato eliminato, creando reali colli di bottiglia nel lavoro. Nell’ambito della supervisione e dell’ispezione, il lavoro degli organi ispettivi a livello centrale e provinciale è generalmente standardizzato, ma l’attività di supervisione a livello comunale e di contea presenta ancora delle lacune. Alcune attività ispettive si basano eccessivamente su registri e documenti scritti, con verifiche in loco e orientamenti sul campo insufficienti. Tra i dipartimenti generali del Partito, i dipartimenti funzionali e gli enti di supervisione specializzati, non sono stati ancora pienamente definiti meccanismi per ispezioni collegate e condivisione dei risultati. Nel riferire questioni importanti ai superiori per ottenere istruzioni, alcune relazioni non sono tempestive o precise. Persistono la tendenza a riportare buone notizie omettendo quelle cattive, ad agire prima e riferire dopo, e a eludere questioni chiave. Alcuni si concentrano sulla comunicazione dei risultati trascurando il processo, altri presentano richieste a più organi, altri ancora ripetono le relazioni su una singola questione e altri ancora sostituiscono le richieste di istruzioni con le relazioni. Nell’ambito dell’accertamento delle responsabilità, alcune interpretazioni sono generalizzate e semplicistiche. In alcuni casi si tende a “ritenere responsabili i livelli inferiori e non quelli superiori”, scaricando la colpa sui membri e sui quadri del Partito a livello di base. Altri applicano sanzioni disciplinari in modo semplicistico, senza analizzare attentamente la natura del problema o il danno effettivo causato. Ciò smorza l’entusiasmo, l’iniziativa e la creatività dei quadri e incoraggia una mentalità passiva del tipo “più fai, più errori commetti; meno fai, meno errori commetti; se non fai nulla, non commetti errori”. Questi sono vincoli che influenzano la possibilità che le principali decisioni e i piani del Comitato Centrale attecchiscano e producano risultati.
Il sistema di richiesta di istruzioni e di rendicontazione è un’importante disciplina politica, organizzativa e lavorativa del nostro Partito. Fin dal XVIII Congresso Nazionale, il Comitato Centrale, con il compagno Xi Jinping al suo centro, ha attribuito grande importanza a questo lavoro. Ha formulato e emanato una serie di regolamenti del Partito che impongono a tutte le regioni e i dipartimenti di segnalare tempestivamente al Comitato Centrale del Partito le decisioni più importanti, le questioni più rilevanti e le situazioni importanti, indirizzando così questo lavoro verso percorsi istituzionali, standardizzati e scientifici. Didascalia: Regolamento del Partito Comunista Cinese sulla segnalazione di questioni importanti per ottenere istruzioni, entrato in vigore il 31 gennaio 2019. Foto: Sun Tong, grafica.
Durante il periodo del 15° Piano quinquennale, la Cina si trova ad affrontare un contesto interno ed esterno più complesso, e i compiti di riforma, sviluppo e stabilità sono estremamente impegnativi. Che si tratti di raggiungere traguardi rivoluzionari nell’innovazione tecnologica per superare i problemi più critici, di promuovere uno sviluppo regionale coordinato, di perseguire una trasformazione verde e a basse emissioni di carbonio, o di garantire e migliorare il tenore di vita delle persone e di prevenire e disinnescare i rischi maggiori, nessuno di questi obiettivi sarà facile. Dobbiamo condurre l’intero processo di sviluppo sotto la guida globale del Partito e la guida centralizzata e unificata del Comitato Centrale, e utilizzare un solido sistema istituzionale per trasformare il piano strategico in risultati concreti. La Quarta Sessione Plenaria del 20° Comitato Centrale ha sottolineato la necessità di migliorare i meccanismi di attuazione delle principali decisioni e dei piani del Comitato Centrale del Partito, per garantire che fluiscano senza intoppi dall’alto verso il basso e vengano attuati con forza. Le principali decisioni e i piani del Comitato Centrale sono ancorati agli obiettivi di sviluppo della modernizzazione in stile cinese e riguardano il quadro generale dello sviluppo e gli interessi fondamentali del popolo. Affinché ogni compito si radichi e produca risultati dipende dalla piena attuazione e dal coordinamento preciso ed efficiente da parte delle regioni e dei dipartimenti. Le organizzazioni del Partito a tutti i livelli e le ampie fila dei membri e dei quadri del Partito
Chi decide? Tra le fiamme di Milano e i decreti di Roma, il canale della circolazione delle élite si sta ostruendo
Leggere l’ottobre 2026 con la “circolazione delle élite” di Pareto e la “élite del potere” di Mills: la classe dirigente italiana sta sostituendo il patto sociale con decreti sicurezza. Non è governance, è il fallimento della circolazione
L’intuizione centrale di Pareto non è “esistono le élite”, ma le élite devono circolare: la classe dirigente deve assorbire dagli strati governati gli “individui capaci”, altrimenti il sistema perde equilibrio e la sostituzione avviene infine in modo violento. Nell’ottobre 2026 il governo italiano approva l’ottavo decreto sicurezza 48 ore dopo i disordini di Milano e promette 500 milioni due settimane dopo il blocco del Sud — entrambe le reazioni espongono lo stesso problema: il centro decisionale risponde ai sintomi, non alle strutture che li producono, perché le strutture stesse non rientrano nel suo calcolo di interesse.
Leggere l’ottobre 2026 con la cornice paretiana richiede innanzitutto di identificare chi sono i centri decisori. Nel caso milanese la catena decisionale è visibile: il questore di Milano fornisce i dati di ordine pubblico, il prefetto valuta, il ministro dell’Interno Piantedosi coordina, il Consiglio dei ministri approva il decreto. Nel caso meridionale: gli autotrasportatori bloccano le strade, Salvini convoca il tavolo, promette 500 milioni, li eroga a 32.000 imprese. Entrambe le catene sono corte, rapide e riguardano solo il livello esecutivo. La dichiarazione di Piantedosi dopo l’approvazione del decreto conferma questa lettura: il governo sostiene che le misure “rispondono con fermezza alla violenza e alle scorrerie urbane”, l’opposizione le denuncia come “puramente repressive e propagandistiche”. Entrambe le formulazioni condividono la stessa premessa — l’oggetto della decisione sono i “comportamenti”, non le “condizioni”.
Pareto chiederebbe: in questo circuito, chi è salito dagli strati governati alla posizione decisionale? Delle 271 persone portate in questura a Milano, 220 sono minorenni, il più giovane ha 11 anni. Nelle udienze hanno espresso con chiarezza la propria condizione — un ventenne italiano racconta: “Su TikTok mi è stato proposto un video che segnalava una protesta contro il caro vita, ho deciso di partecipare perché in famiglia c’è una grande difficoltà economica, mio padre lavora in una fabbrica che sta cercando in ogni modo di licenziarlo. All’inizio pensavo a una protesta normale, poi, la rabbia per la situazione della mia famiglia è emersa, ho iniziato a lanciare pietre”. Queste testimonianze descrivono un cortocircuito push—risonanza emotiva—azione immediata, non un’azione politica organizzata. Nessun canale traduce quelle condizioni in input decisionale. I loro “rappresentanti” nella sala del Consiglio dei ministri sono oggetti di discussione (“minori”, “maranza”, “inadatti”), non partecipanti alla discussione.
I camionisti del Sud stanno un po’ meglio: con il blocco hanno ottenuto l’incontro con Salvini, ma il risultato è un pagamento una tantum. Lo stesso Salvini ammette: “È l’inizio di un percorso, non pretendo che martedì mattina ci sia la bacchetta magica”. Finiti i 500 milioni, la stessa logica di blocco si ripropone integralmente al prossimo aumento del petrolio. Il termine paretiano qui è preciso: non è “circolazione”, è assorbimento — ai nuovi membri è consentito accedere al tavolo del negoziato, ma la struttura del tavolo non cambia.
Questo è il sintomo tipico dell’ostruzione della circolazione delle élite di cui parla Pareto. Quando la classe dirigente smette di assorbire dal basso nuovi membri e nuove prospettive, e gestisce i sintomi degli strati inferiori con strumenti politici, il sistema entra in uno stato di stabilità apparente e di entropia interna crescente. Il decreto sicurezza è l’esempio perfetto di questa gestione: ridefinisce il malcontento sociale come “reato”, riducendo la risposta alla sola punizione. Le misure centrali del decreto — fino a 5 anni per la partecipazione a manifestazioni violente, custodia preventiva estesa ai minorenni, responsabilità patrimoniale dei genitori per i danni causati dai figli, invio di 500 militari a Milano — sono, in senso paretiano, un segnale: non un segnale di deterrenza verso la violenza, ma un segnale di chiusura del canale di ascesa. Chi tenta di organizzare l’azione collettiva dal basso si troverà di fronte alla giustizia penale, non al tavolo del negoziato politico.
Ancora più significativo è che persino le élite professionali interne al sistema iniziano a contestare pubblicamente questa strada. Il segretario del sindacato di polizia Siulp, Felice Romano, ha dichiarato a Il Foglio che inviare militari per le strade “è un pericoloso passo indietro”, avvertendo che “la dimostrazione di muscoli provoca una reazione di muscoli, serve la prevenzione”. Ha inoltre sottolineato un fatto paretiano: questo è il terzo decreto sicurezza della legislatura, “la prova che il decreto precedente non ha funzionato. Non bastano l’innalzamento delle pene o interventi solo sul piano repressivo”. Quando gli esecutori stessi del sistema iniziano a dire pubblicamente che il sistema non funziona, l’ostruzione della circolazione non è più un’ipotesi accademica.
Il concetto di “élite del potere” di Mills offre un complemento. Mills sostiene che i vertici delle tre istituzioni — governo, grande impresa, esercito — formano un’élite coesa, i cui membri circolano tra i tre ambiti e condividono interessi fondamentali. La risposta decisionale italiana dell’ottobre 2026 vi corrisponde pienamente: il finanziamento del decreto sicurezza proviene dal deficit aggiuntivo per la difesa; i 500 militari di Milano vengono dall’esercito (quasi tutti dalla brigata paracadutisti “Folgore”); i 500 milioni del Sud sono distribuiti attraverso i canali negoziali tra imprese e governo. I tre circuiti decisionali — politico, economico, militare — si coordinano nella risposta alla crisi, ma la direzione del coordinamento è il consolidamento dell’ordine esistente, non il suo cambiamento. La cornice di Mills rivela anche una dinamica più sottile: quando il sindacato di polizia (élite interna al sistema) e il presidente Mattarella (guardiano costituzionale) bloccano contemporaneamente il conferimento di poteri di polizia giudiziaria ai militari, non si tratta di una “frattura tra élite”, ma di un auto-aggiustamento delle élite al confine — sanno quali strumenti mettono a rischio la legittimità del sistema stesso e quali no. La repressione è consentita, ma la forma della repressione deve restare entro la cornice costituzionale. È la gestione raffinata in uno stato di ostruzione della circolazione: i sintomi possono essere trattati con durezza, ma gli strumenti del trattamento non devono scuotere la struttura.
La domanda paretiana decisiva è: l’ostruzione della circolazione delle élite è temporanea o strutturale? La storia offre un riferimento: dopo il 1861 ogni tentativo di “soluzione” della questione meridionale è consistito nell’assorbire nuovi membri dalle élite settentrionali e meridionali, mantenendo gli strati inferiori del Sud in posizione di “problema”. La fine della Cassa per il Mezzogiorno non è avvenuta perché il Sud non avesse più bisogno di intervento, ma perché il modello di intervento non serviva più agli interessi delle élite mutate. Il decreto sicurezza e il sussidio una tantum del 2026 seguono la stessa logica: la risposta deve essere abbastanza visibile da placare l’opinione pubblica, abbastanza limitata da non cambiare la struttura di potere.
Il Movimento 17 ottobre scrive su Telegram: “decentrare questa rete, rendendo difficile allo Stato reprimerci”. Letta nella cornice paretiana, questa frase non è un consiglio tattico, ma la conferma diretta del fallimento della circolazione delle élite: quando i canali di ascesa si chiudono, gli strati inferiori costruiscono strutture parallele. Queste strutture possono essere represse, cooptate o disperse dalla crisi successiva. Ma se l’ostruzione persiste, la “circolazione” di Pareto si compirà in un altro modo — non per assorbimento, ma per sostituzione. La storia italiana dal 1861 offre precedenti sufficienti. E l’unicità dell’ottobre 2026 sta nel fatto che la pressione alla sostituzione arriva simultaneamente da due direzioni: i giovani del Nord dicono con le fiamme “fermate il sistema”, i camionisti del Sud dicono con i blocchi “pagate il conto”. Due linguaggi diversi, che indicano la stessa strozzatura dell’uscita.
CONTRIBUITE!!! La situazione finanziaria del sito sta diventando insostenibile per la ormai quasi totale assenza di contributi Il sito Italia e il Mondo non riceve finanziamenti pubblici o pubblicitari. Se vuoi aiutarci a coprire le spese di gestione (circa 6.000 € all’anno), ecco come puoi contribuire: – Postepay Evolution: Giuseppe Germinario – 5333174737695817; – IBAN: IT30D3608105138261529861559 PayPal: PayPal.Me/italiaeilmondo Tipeee: https://it.tipeee.com/italiaeilmondo Puoi impostare un contributo mensile a partire da soli 2€! (PayPal trattiene 0,52€ di commissione per transazione). Contatti: italiaeilmondo@gmail.com – x.com: @italiaeilmondo – Telegram: https://t.me/italiaeilmondo2 – Italiaeilmondo – LinkedIn: /giuseppe-germinario-2b804373
Marco Rubio fraintende ciò che rende grande l’Occidente
Il suo discorso in Grecia esaltava il potere e la forza, trascurando l’idea rivoluzionaria dei diritti universali.
Di Fareed Zakaria, conduttore del programma della CNN Fareed Zakaria GPS e autore, tra le altre cose, del recente Age of Revolutions.
Un uomo in abito scuro e cravatta blu è in piedi su un podio di legno recante lo stemma del Dipartimento di Stato degli Stati Uniti, con sullo sfondo antiche rovine in pietra situate sulla cima di una collina rocciosa, illuminate da una luce calda.
CONTRIBUITE!!! La situazione finanziaria del sito sta diventando insostenibile per la ormai quasi totale assenza di contributi Il sito Italia e il Mondo non riceve finanziamenti pubblici o pubblicitari. Se vuoi aiutarci a coprire le spese di gestione (circa 6.000 € all’anno), ecco come puoi contribuire: – Postepay Evolution: Giuseppe Germinario – 5333174737695817; – IBAN: IT30D3608105138261529861559 PayPal: PayPal.Me/italiaeilmondo Tipeee: https://it.tipeee.com/italiaeilmondo Puoi impostare un contributo mensile a partire da soli 2€! (PayPal trattiene 0,52€ di commissione per transazione). Contatti: italiaeilmondo@gmail.com – x.com: @italiaeilmondo – Telegram: https://t.me/italiaeilmondo2 – Italiaeilmondo – LinkedIn: /giuseppe-germinario-2b804373
My FP: Al momento non sei iscritto. Per iniziare a ricevere le sintesi via e-mail di My FP in base ai tuoi interessi, clicca qui.
16 ottobre 2026, ore 10:01
In un discorso ben scritto pronunciato la scorsa settimana sullo splendido sfondo dell’Acropoli di Atene, il Segretario di Stato Marco Rubio ha esortato l’Occidente a riscoprire ciò che lo rende eccezionale. Ha descritto le qualità che definiscono la civiltà occidentale come «il fuoco della passione, la forza, il coraggio, l’orgoglio» e ne ha celebrato l’ambizione, il nazionalismo e l’incessante ricerca dell’eccellenza. Ha ammonito che l’Occidente si è vergognato proprio di quelle cose che lo hanno reso grande.
Rubio ha ragione quando afferma che l’Occidente ha talvolta perso fiducia nelle proprie tradizioni e nei propri ideali — e che non dovrebbe farlo. Ma lo stesso Rubio sembra profondamente confuso su ciò che rende l’Occidente eccezionale.
Si considerino le qualità che egli esalta: coraggio, forza, ambizione e orgoglio. Gengis Khan possedeva tutte queste qualità in abbondanza. Lo stesso valeva per gli imperatori persiani, gli zar russi e i sovrani della Cina imperiale. Ogni grande civiltà ha celebrato i propri guerrieri, glorificato le proprie conquiste e creduto nella propria superiorità.
Ciò che contraddistingue davvero la civiltà occidentale non è la sua potenza militare né l’orgoglio nazionale, bensì le sue tradizioni intellettuali e politiche. Dalla filosofia greca e dal diritto romano, passando per il cristianesimo, fino alla rivoluzione scientifica e all’Illuminismo, l’Occidente ha sviluppato un corpus di idee che ha messo in discussione l’esercizio arbitrario del potere. La ragione, l’indagine scientifica, la libertà individuale, la democrazia, lo Stato di diritto e i diritti umani universali sono diventati elementi centrali della civiltà occidentale e l’hanno resa unica.
Altre culture hanno tradizioni di moralità, giustizia e dignità umana. Ma in Occidente, queste idee si sono evolute in proposizioni politiche rivoluzionarie: che ogni essere umano possiede determinati diritti semplicemente in virtù del fatto di essere umano, che i governi esistono per garantire tali diritti e che nessun governante o tradizione è al di sopra di ogni controllo. La caratteristica più radicale di questi principi — ispirati in parte dal cristianesimo — era la loro universalità. Si applicavano non solo agli occidentali ma, in linea di principio, a tutti.
Si pensi alla schiavitù. L’Occidente ha praticato la schiavitù su vasta scala e in modo brutale, come del resto ha fatto praticamente ogni grande civiltà della storia. Ma l’Occidente ha anche dato vita a un potente movimento abolizionista, attingendo alle credenze cristiane, agli ideali dell’Illuminismo e alle lotte degli stessi schiavi. Le società occidentali hanno sviluppato principi che potevano essere utilizzati per condannare la propria condotta.
Allo stesso modo, per secoli le società occidentali hanno trattato le donne e le minoranze religiose e razziali come cittadini di seconda classe, così come ha fatto la maggior parte delle altre civiltà. Ma le idee occidentali sull’uguaglianza e sui diritti individuali hanno contribuito a dare vita a movimenti per il suffragio femminile, la tolleranza religiosa e i diritti civili. Questi movimenti non hanno respinto gli ideali più alti dell’Occidente. Hanno preteso che l’Occidente fosse all’altezza di essi. Il reverendo Martin Luther King Jr. fece appello all’idea della Dichiarazione d’Indipendenza secondo cui «tutti gli uomini sono creati uguali» proprio perché quella promessa era universale, anche se la società americana l’aveva ripetutamente tradita.
Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump parla con i giornalisti mentre partecipa alla prima mondiale del film “Melania” della Amazon MGM Studios al Kennedy Center di Washington il 29 gennaio.La vera «cancellazione della civiltà» sta avvenendo in AmericaL’espansione del potere statale voluta da Trump mina il risultato fondamentale dell’Occidente: i limiti all’autorità.Argomento |Fareed Zakaria
Lo stesso vale per l’imperialismo. Quasi tutte le grandi potenze hanno cercato di estendere il proprio dominio. L’Occidente ha avuto un successo straordinario in questo senso, e non si può che rimanere stupiti dalla sua enorme portata. Ma le società occidentali hanno anche finito per riconoscere i diritti dei popoli colonizzati, mettendo in discussione la moralità della conquista e ammettendo la brutalità del dominio coloniale. Questa capacità di autocritica non è una debolezza. È uno dei maggiori punti di forza dell’Occidente il fatto di sapersi spingere a essere all’altezza dei propri ideali. È anche, in parte, l’uso incessante della ragione che ha permesso all’Occidente di guidare il mondo nella scienza e nelle scoperte.
E questo ci porta forse al punto più importante che Rubio trascura: la straordinaria influenza dell’Occidente sul mondo moderno non deriva semplicemente dalle conquiste militari o dal dominio economico. Deriva piuttosto dal fascino intellettuale delle sue idee. Il potere occidentale è stato spesso oggetto di risentimento, resistenza e, in ultima analisi, espulsione. Eppure gli ideali associati all’Occidente sono sopravvissuti perché le persone di ogni parte del mondo possono farli propri.
Gli inglesi governarono l’India per quasi due secoli, spesso ricorrendo allo sfruttamento, alla repressione e alla violenza. Eppure, quando gli indiani conquistarono l’indipendenza, non rinnegarono la democrazia parlamentare, il governo costituzionale, la magistratura indipendente né lo Stato di diritto. Abbracciarono queste istituzioni, le adattarono e le combinarono con le proprie tradizioni. L’India ha adottato il suffragio universale per gli adulti sin dalla nascita della sua repubblica, un impegno straordinario a favore dell’uguaglianza politica in un paese povero e in gran parte analfabeta. Questo è il potere straordinario delle «idee universali» formulate dall’Occidente: chiunque può farle proprie e acquisire potere grazie ad esse.
Rubio ha ragione quando afferma che l’Occidente dovrebbe essere orgoglioso della propria storia e delle proprie conquiste. Tuttavia, sebbene gli aspetti su cui Rubio pone l’accento — forza, coraggio e gloria nazionale — rendano effettivamente potente l’Occidente, non sono questi a renderlo rivoluzionario. La sua conquista più duratura non sta nell’aver conquistato territori, costruito eserciti potenti e monumenti o prodotto ricchezza. L’Impero Ottomano fece tutte queste cose.
Ciò che rende l’Occidente eccezionale è la sua capacità di superare le ristrette rivendicazioni della tribù, della nazione e dell’impero, e di sviluppare idee sulla libertà, l’uguaglianza e la dignità umana in grado di parlare a tutti i popoli, ovunque. L’Occidente ha conquistato gran parte del mondo con la forza. Ma ha cambiato il mondo attraverso le idee. Mi auguro che il segretario di Stato degli Stati Uniti celebri queste idee e che questa amministrazione si dimostri all’altezza di esse.
Questo articolo è stato originariamente pubblicato sul “Washington Post” e ripubblicato qui nell’ambito di una regolare diffusione degli articoli di Fareed Zakaria.
My FP: Al momento non sei iscritto. Per iniziare a ricevere le sintesi via e-mail di My FP in base ai tuoi interessi, clicca qui.
Fareed Zakaria è il conduttore del programma della CNN Fareed Zakaria GPS e autore, tra le altre cose, del recente Age of Revolutions. Scrive una rubrica settimanale sul Washington Post, pubblicata anche su Foreign Policy. X: @FareedZakaria
La “civiltà occidentale” è un messaggio subliminale del movimento MAGA
Rubio sbaglia a citarlo come fondamento dell’alleanza degli Stati Uniti con l’Europa.
Di Philip H. Gordon, ricercatore della cattedra Sydney Stein Jr. presso la Brookings Institution.
Il Segretario di Stato americano Marco Rubio lascia Monaco dopo aver partecipato alla Conferenza sulla sicurezza di Monaco il 15 febbraio.
Il discorso del Segretario di Stato americano Marco Rubio alla Conferenza sulla sicurezza di Monaco di quest’anno ha fornito agli europei preoccupati una certa rassicurazione sul fatto che gli Stati Uniti, sotto la presidenza di Donald Trump, fossero ancora impegnati nella loro alleanza di sicurezza con l’Europa. Dopo che l’amministrazione Trump aveva seminato per mesi dubbi sulla validità della garanzia di difesa prevista dall’articolo 5 della NATO, pubblicato una Strategia di Sicurezza Nazionale che invitava a «coltivare la resistenza» all’«attuale traiettoria dell’Europa» e aveva persino lanciato velate minacce di ricorrere alla forza militare per acquisire la Groenlandia, Rubio ha sottolineato che il partenariato con l’Europa rimane un interesse centrale degli Stati Uniti.
Questa era la buona notizia. La cattiva notizia è che la base di questa partnership proposta non è più la minaccia russa, un interesse comune nella difesa dell’ordine mondiale o i valori condivisi dalle democrazie liberali — pilastri che hanno ben servito americani ed europei per decenni. L’amministrazione Trump invoca invece ora un’alleanza fondata su una “civiltà occidentale” mal definita che, secondo quanto sostiene, deriva da «secoli di storia condivisa, fede cristiana, cultura, patrimonio, lingua, ascendenza e dai sacrifici [dei] nostri antenati». A parte la sua vaghezza e incoerenza come concetto, la civiltà occidentale è una base terribile su cui fondare l’alleanza più longeva e importante del mondo.
Mettiamo da parte, se possibile, quanto ciò sia offensivo per i milioni di americani ed europei che non condividono la “fede cristiana” o la “cultura e il patrimonio” comuni a cui Rubio fa riferimento, o quanto sia offensivo per i milioni di vittime del colonialismo in tutto il mondo, che non possono che indignarsi quando il Dipartimento di Stato degli Stati Uniti elogia «civiltà che si estende su più continenti, ha attraversato gli oceani ed è sopravvissuta per migliaia di anni» e dichiara che «la civiltà occidentale deve abbracciare la sua nobile eredità se vuole invertire il proprio declino». Con il pretesto di presentare una base per il partenariato transatlantico, il concetto di «civiltà comune» suona più come un segnale subliminale rivolto ai sostenitori dell’agenda MAGA di Trump e come un appello ai suoi sostenitori populisti in Europa, alcuni dei quali sono tanto ostili agli Stati Uniti quanto solidali con la Russia.
Ma l’amministrazione Trump non sta solo cercando di elevare la “civiltà comune” a nuova base del partenariato. Sta contemporaneamente abbandonando i pilastri tradizionali di quel partenariato, che oggi sono più attuali che mai. Questo dovrebbe preoccupare gli europei.
Ad esempio, mentre la terribile aggressione della Russia contro l’Ucraina entra nel suo quinto anno, verrebbe da pensare che difendersi dalla minaccia proveniente da Mosca – la missione originaria della NATO – rimanga lo scopo centrale dell’alleanza atlantica. Infatti, il giorno prima che Rubio intervenisse a Monaco, il capo dei servizi segreti tedeschi, Martin Jager, ha tracciato un quadro straziante della «guerra ibrida» russa contro l’Europa, che va ben oltre l’Ucraina o le minacce militari convenzionali. Essa comprende interferenze elettorali, campagne di disinformazione, sabotaggi, tentativi di assassinio, spionaggio, attacchi informatici e attacchi con droni.
Eppure, lungi dal sollevare preoccupazioni riguardo a tale minaccia o dal presentare un piano per affrontarla, Rubio non ha nemmeno menzionato la Russia nel suo discorso. Né ha parlato dell’interesse americano a sostenere l’Ucraina contro l’aggressione non provocata e ancora in corso da parte della Russia. Nel frattempo, Trump, dopo aver già interrotto ogni forma di assistenza militare e finanziaria diretta degli Stati Uniti all’Ucraina, continua assurdamente a incolpare l’Ucraina per la guerra e a esercitare pressioni affinché si «sbrighi» a concludere un accordo, senza dire quasi nulla sulla minaccia russa. Infatti, nella visione civilizzazionalista di Trump, la Russia del presidente Vladimir Putin potrebbe essere vista come parte dell’alleanza tra Stati Uniti ed Europa piuttosto che come la più grande minaccia alla sicurezza che essa deve affrontare. Se alla base dell’impegno degli Stati Uniti nei confronti dell’Europa vi sono storia, cultura e origini comuni, dove, esattamente, inizia e finisce tale impegno?
I funzionari dell’amministrazione Trump hanno inoltre iniziato a ridimensionare — e persino a denigrare — il sostegno alle regole, alle norme e alle leggi internazionali. Nel suo discorso a Monaco, Rubio ha contrapposto il “cosiddetto ordine globale” agli interessi nazionali degli Stati Uniti, come se uno dei loro interessi nazionali fondamentali non fosse proprio l’ordine globale, mentre Elbridge Colby, un alto funzionario del Dipartimento della Difesa statunitense, ha liquidato l’“ordine basato sulle regole” come un’“astrazione da castello in aria”. ” In tali osservazioni era implicito che ricorrere all’alleanza per difendersi da “astrazioni” come il principio di non modificare i confini con la violenza, come sta cercando di fare la Russia in Ucraina, fosse di minima importanza.
Una simile prospettiva rappresenta un ulteriore passo verso l’avallo di un mondo in cui la forza fa da legge, dove l’aggressione da parte delle grandi potenze — e non solo degli Stati Uniti — non incontrerebbe alcuna opposizione. Se l’ordine globale non vale la pena di essere difeso, allora perché la Cina non dovrebbe semplicemente annettersi Taiwan o il Mar Cinese Meridionale, e perché la Russia dovrebbe astenersi dall’annettersi l’Ucraina? Nelle sue schiette osservazioni al Forum economico mondiale di Davos, in Svizzera, all’inizio di quest’anno, il primo ministro canadese Mark Carney ha sottolineato che l’«ordine basato sulle regole», spesso dichiarato come fondamento delle decisioni politiche degli Stati Uniti e dell’Occidente, era «parzialmente falso». Su questo aveva ragione, ma allo stesso tempo era anche «parzialmente vero». Un mondo in cui regole, norme e leggi non abbiano alcun ruolo negli affari internazionali è più pericoloso sia per gli americani che per gli europei — come entrambi hanno tragicamente scoperto nei decenni che hanno preceduto l’ordine mondiale guidato dagli Stati Uniti instaurato dopo il 1945.
Il Segretario di Stato degli Stati Uniti Marco Rubio gesticola mentre parla durante una conferenza stampa di fine anno nella sala stampa del Dipartimento di Stato a Washington, DC, il 19 dicembre 2025.Cosa ha ragione (e cosa no) Rubio riguardo all’emisfero occidentaleWashington deve competere con determinazione nel proprio cortile di casa senza fare affidamento esclusivamente sulla forza. Governo ombra |Juan S. González
L’amministrazione Trump si è dimostrata altrettanto sprezzante nei confronti dei valori transatlantici condivisi — almeno quelli liberali, come il sostegno alla democrazia e alla libertà, che un tempo costituivano il fondamento dell’alleanza — come base per la collaborazione. A Monaco, Colby ha liquidato i richiami a tali valori definendoli «osanna o slogan» e ha persino ammesso candidamente che la maggior parte dei valori europei potrebbe non essere condivisa dalla «nostra parte dello spettro politico», riferendosi ai repubblicani sostenitori di Trump. Il fatto che Rubio sia partito in jet dopo il suo discorso alla volta di Budapest per dare il proprio sostegno al leader ungherese autoritario, filorusso e antieuropeista, Viktor Orbán, ha confermato che l’alleanza tra Stati Uniti ed Europa sostenuta dall’amministrazione Trump non è quella che la maggior parte degli attuali leader o dell’opinione pubblica europea ha in mente.
Già prima di Monaco, la maggior parte degli europei era giunta alla conclusione, seppur a malincuore, che gli Stati Uniti, il loro partner strategico, economico e morale più stretto da oltre 80 anni, non fossero più impegnati in quel partenariato. La minaccia di ulteriori dazi in tutto il continente e di una potenziale conquista della Groenlandia con la forza è stata la goccia che ha fatto traboccare il vaso, spingendo molti europei a prepararsi a un mondo in cui non potranno più contare sugli Stati Uniti. Di conseguenza, la fiducia negli Stati Uniti è crollata: i sondaggi mostrano che una stragrande maggioranza degli europei ha ora un’opinione sfavorevole del Paese e non lo considera più un alleato. Inoltre, il turismo verso gli Stati Uniti sta crollando, studiosi e scienziati stanno cercando di studiare e fare ricerca altrove, e i leader parlano di ridurre i rischi per le loro economie e la loro sicurezza non rispetto a Pechino, ma rispetto a Washington.
È comprensibile che gli europei continuino a cercare disperatamente di preservare un partenariato di sicurezza con gli Stati Uniti. Attualmente, da soli, non dispongono delle risorse militari necessarie per difendersi dalla Russia, e ci vorrà molto tempo prima che ne dispongano. La deterrenza nucleare statunitense estesa all’Europa non può essere facilmente sostituita, e anche aiutare l’Ucraina a impedire un’occupazione russa senza un sostegno militare, finanziario e di intelligence costante da parte degli Stati Uniti sarà difficile. Per questi motivi, qualsiasi riconoscimento da parte degli Stati Uniti dell’importanza dell’Europa e qualsiasi espressione di sostegno statunitense all’alleanza sono ben accetti.
Ma gli europei non dovrebbero farsi illusioni. Mentre l’amministrazione Trump abbandona i pilastri della vecchia alleanza, propone ora di sostituirli con una visione di partenariato basata su un «patrimonio comune» tanto mitico quanto insostenibile. La maggior parte degli europei non se la beve, né dovrebbe farlo.
My FP: Al momento non sei iscritto. Per iniziare a ricevere le sintesi via e-mail di My FP in base ai tuoi interessi, clicca qui.
Philip H. Gordon è titolare della cattedra Sydney Stein Jr. presso la Brookings Institution. Ha ricoperto diversi incarichi di alto livello nel governo degli Stati Uniti, tra cui, più recentemente, quello di consigliere per la sicurezza nazionale del vicepresidente nell’amministrazione Biden-Harris. X: @PhilGordonDC
Il discorso di Marco Rubio a Monaco è più pericoloso di quanto si pensi
Ciò che il segretario di Stato americano ha messo a nudo riguardo alla visione del mondo di Trump.
Non appena Marco Rubio, segretario di Stato degli Stati Uniti, ha concluso il suo discorso l’altro giorno alla Conferenza sulla sicurezza di Monaco, gli opinionisti su entrambe le sponde dell’Atlantico hanno iniziato a discutere degli applausi che ne sono seguiti.
Per alcuni, la standing ovation esprimeva un sincero sollievo per il fatto che Rubio non avesse parlato con lo stile minaccioso del suo capo, il presidente Donald Trump, né con la spavalderia offensiva del vicepresidente J.D. Vance, che un anno prima aveva tenuto un discorso a Monaco. Per altri, non era altro che la risposta cortese di un’élite europea che ha abbandonato le illusioni su una visione condivisa del mondo e vuole semplicemente ridurre al minimo gli attriti con Washington, mentre le due parti si allontanano sempre più.
A mio avviso, entrambe le reazioni sono state premature. È vero, Rubio si è sforzato di affermare la sopravvivenza di un progetto comune tra Europa e Stati Uniti. Ma poiché i modesti gesti compiuti da questa amministrazione verso ciò che è stato a lungo considerato la normalità nelle relazioni internazionali sono stati spesso seguiti da violazioni senza precedenti dell’ordine globale — come le recenti e ripetute minacce di Trump di annettere la Groenlandia dopo dichiarazioni blande e concilianti sulla NATO — ho aspettato di vedere cosa sarebbe successo.
A conti fatti, non è stato Trump in persona, bensì Rubio — ampiamente applaudito — a fornire il seguito più significativo al discorso di Monaco; e sebbene la stampa statunitense ne abbia parlato poco, si è trattato di un fatto profondamente allarmante.
Dopo Monaco, Rubio si è recato in Ungheria, dove ha espresso l’allineamento di Washington con Viktor Orbán, il primo ministro profondamente autocratico del Paese, dicendogli che il successo dell’Ungheria era il successo degli Stati Uniti. È difficile immaginare come ciò possa rassicurare i principali alleati statunitensi in Europa, tutti fermamente impegnati a favore del liberalismo democratico. Peggio ancora, Orbán, oltre a minare lo stato di diritto democratico in Ungheria, è un convinto etnonazionalista.
Ormai è stato ampiamente affermato che la seconda amministrazione Trump sta conducendo un attacco alle norme democratiche negli Stati Uniti. Molti dei difensori di Trump lo negano, ma è difficile interpretare l’alleanza con Orbán, affermata con tanto entusiasmo, come qualcosa di meno di una dichiarazione d’intenti autoritaria. Il sostegno esplicito dell’amministrazione Trump ai partiti di estrema destra in Europa va di pari passo con i suoi sforzi volti a minare le norme democratiche sul proprio territorio, sia che si tratti di diffondere false accuse di brogli elettorali passati, di proporre il controllo federale sulle elezioni, di accennare a un possibile terzo mandato di Trump, o di suggerire – come ha fatto Vance – che l’esecutivo non debba essere vincolato da sentenze giudiziarie sfavorevoli.
La convergenza tra ciò che si potrebbe definire “Orbanismo” e “Trumpismo” era già evidente nel discorso di Rubio a Monaco, anche se è passata quasi inosservata. Gli europei, e in effetti molti americani che auspicano una maggiore continuità nella politica estera del proprio Paese, potrebbero aver abbassato la guardia troppo in fretta, lasciandosi trasportare dal clima di compostezza che regnava alla conferenza. Ciò che gli analisti su entrambe le sponde dell’Atlantico avrebbero dovuto fare era collegare i puntini.
Nel suo discorso, Rubio ha sottolineato i punti in comune insiti nelle relazioni transatlantiche, ma ha sbagliato su quasi tutti i dettagli — e per di più ha assunto un tono paternalistico. Orban a parte, le società europee rimangono in gran parte impegnate a favore della democrazia partecipativa, delle libertà individuali e dello Stato di diritto. Gli americani che credono nella democrazia nel proprio Paese dovrebbero sperare che ciò continui ad essere così. Un giorno potrebbero essere proprio gli europei a lanciare l’appello che esorti gli americani a ritrovare il buon senso e, con esso, le tradizioni che sono state spesso considerate norme occidentali.
Nel frattempo, un compito fondamentale è quello di analizzare a fondo le implicazioni del consiglio di Rubio all’Europa, e di farlo in modo meticoloso, al fine di metterne in luce le contraddizioni e le implicazioni preoccupanti. Il punto di partenza migliore è la denuncia fatta da Rubio a Monaco di Baviera riguardo a «un’ondata senza precedenti di migrazione di massa che minaccia la coesione delle nostre società, la continuità della nostra cultura e il futuro dei nostri popoli».
Questa affermazione faceva parte dell’appello lanciato da Rubio affinché l’Europa difendesse la civiltà occidentale — ma solo quella immaginaria, strettamente allineata all’etnonazionalismo bianco e cristiano di Orbán. Proprio come alcune dichiarazioni occasionali dell’amministrazione che lasciano intendere che gli Stati Uniti siano stati in gran parte costruiti da coloni bianchi, essa si basa su un’intenzionale fraintendimento della storia, se non su pura ignoranza.
Gli europei si trovano a fare i conti con la prospettiva di un declino demografico in questo secolo su una scala che non si vedeva dai tempi delle due guerre mondiali. La Germania, ad esempio, secondo le proiezioni perderà quasi il 5 per cento della sua popolazione entro il 2050, lasciando una società sempre più sbilanciata verso gli anziani e con una carenza di giovani in età lavorativa. Il consiglio dell’amministrazione Trump è quello di rafforzare i confini europei e di puntare con ancora maggiore determinazione su una falsa concezione dell’Europa come luogo di identità nazionali fisse, radicate nella razza bianca, negli stereotipi popolari del XIX e dell’inizio del XX secolo e nel cristianesimo come standard universale.
La nuova enfasi sul cristianesimo — sostenuta da Rubio e Vance, oltre che da alcuni editorialisti americani — non mira semplicemente a escludere i musulmani, come si potrebbe sospettare. Alcuni dei suoi sostenitori la considerano parte di un arsenale di strumenti revivalisti volti a ripristinare i presunti valori familiari e ad aumentare i tassi di fertilità, garantendo così la sopravvivenza della razza bianca di fronte all’immigrazione proveniente dal Sud del mondo.
I tassi di fertilità sono in forte calo in tutti i paesi ricchi. Nonostante gli sforzi, che comportano costi ingenti, nessun paese ricco — né la Cina, che ha saputo coniugare una rapida crescita economica con un potere autocratico altamente concentrato — è riuscito a trovare un modo per invertire questa tendenza. E difficilmente ci riuscirà nemmeno un appello al cristianesimo promosso dal governo.
Ci vuole curiosità per scoprire i fatti relativi alle storie nazionali europee — e la verità non solo è più interessante, ma anche ostinata. Si pensi all’immaginario folcloristico delle identità europee fisse. Molti degli attuali Stati-nazione europei hanno iniziato ad acquisire le loro forme contemporanee e una parvenza di omogeneità linguistica e culturale solo nella tarda modernità, in particolare nel XX secolo. Prima di allora, le identità erano molto più localizzate e fluide, e la migrazione era la norma.
È particolarmente sorprendente che lo Stato europeo che abbia assunto una posizione in netto contrasto con la visione del mondo di Trump riguardo alla minaccia che l’immigrazione rappresenta per la sopravvivenza culturale e razziale dell’Europa sia proprio la Spagna.
Questa nazione iberica non solo è stata profondamente plasmata dall’immigrazione di popoli non cristiani nel passato, ma è stata anche conquistata e governata dai musulmani per secoli. Certo, è successo molto tempo fa, ma l’esistenza stessa di una nazione di lingua spagnola si deve tanto all’adattamento quanto alla riconquista cattolica che si concluse nel XV secolo. Ciò testimonia la resilienza delle culture locali e la fluidità intrinseca alle vicende umane.
At bottom, the Trump view that Europe should erect high barriers to immigration, much as the United States has, conveys the opposite of self-confidence. Trump, Vance, and Rubio would have us see Europe as weak. Yet strong and self-assured states are more willing to wager that they can assimilate diverse newcomers—not in unlimited numbers or in one fell swoop, but deliberately and in alignment with their demographic needs.
It is hard to avoid the conclusion that race lies at the heart of the Trump administration’s stance on immigration. Aging and demographic decline are indeed sweeping the rich world, but that does not mean that the planet is running out of people. Indeed, the human population is projected to continue growing impressively at least until the end of this century. The problem that arises, for those who think in such terms, is that the young people of tomorrow will largely come from brown- and Black-skinned countries.
Qui si riscontra una inquietante convergenza di idee: lo spettro interno della cosiddetta “teoria del grande rimpiazzo” promossa da Trump e da alcuni dei suoi più stretti collaboratori, come Stephen Miller — secondo cui i migranti minacciano di “avvelenare” il sangue dell’America — e una forma molto più antica di panico razziale globale. Tale panico risale agli inizi del XX secolo, quando autori statunitensi di grande popolarità come Lothrop Stoddard avvertivano che il mondo stava per essere invaso da razze presumibilmente inferiori, o «subumani», in libri come The Rising Tide of Color: The Threat Against White World-Supremacy.
L’Europa non ha affatto raggiunto un consenso sul fatto che un’immigrazione consistente, pur se gestita con attenzione, sarà fondamentale per la sua futura prosperità e sopravvivenza, ma sembra aver compiuto maggiori progressi in questa direzione rispetto agli Stati Uniti sotto l’amministrazione Trump. È probabile che le esigenze demografiche degli Stati Uniti, unite al loro passato variegato e alla loro tradizione di apertura, finiscano per spingerli nella direzione dell’Europa, piuttosto che in quella indicata da Rubio. La domanda è: quanti danni causeranno gli Stati Uniti a se stessi – e al resto del mondo – nel frattempo?
Questo articolo fa parte della copertura continua di FP sull’amministrazione Trump. Segui gli aggiornamenti qui.
Il paradigma cambia. Lo strato sovranazionale in rete che per lungo tempo ha perseguito il suo “Grande Disegno” globale fabbricando il consenso pubblico per guerre di obbedienza imposta, si è finalmente scontrato con i limiti del potere. Siamo, in effetti, in un momento in cui “l’imperatore è nudo”. Tutti possono vederlo.
CONTRIBUITE!!! La situazione finanziaria del sito sta diventando insostenibile per la ormai quasi totale assenza di contributi Il sito Italia e il Mondo non riceve finanziamenti pubblici o pubblicitari. Se vuoi aiutarci a coprire le spese di gestione (circa 6.000 € all’anno), ecco come puoi contribuire: – Postepay Evolution: Giuseppe Germinario – 5333174737695817; – IBAN: IT30D3608105138261529861559 PayPal: PayPal.Me/italiaeilmondo Tipeee: https://it.tipeee.com/italiaeilmondo Puoi impostare un contributo mensile a partire da soli 2€! (PayPal trattiene 0,52€ di commissione per transazione). Contatti: italiaeilmondo@gmail.com – x.com: @italiaeilmondo – Telegram: https://t.me/italiaeilmondo2 – Italiaeilmondo – LinkedIn: /giuseppe-germinario-2b804373
I suoi strumenti tradizionali – l’esercito statunitense, il sistema del dollaro, la trappola del credito, le strutture di Bretton Woods, la terapia economica d’urto e le guerre valutarie – non riescono a preservare la visione del mondo dell’élite statunitense , secondo la quale sarebbe “impensabile” che gli Stati Uniti, avendo vinto la Guerra Fredda, si trovassero ad affrontare un mondo in cui non continuassero a dettare le regole.
“Nella luce dorata di una sera ateniese, con l’Acropoli alle spalle ”, il Segretario di Stato americano Marco Rubio , il 7 ottobre, ha elogiato apertamente il colonialismo; si è macchiato di oltraggiose cancellazioni della storia e ha invocato un ritorno al dominio occidentale sul mondo. Rubio ha affermato che l’Occidente deve usare la forza militare per “mantenere il suo posto al vertice del mondo”; l’Occidente è “ la più grande civiltà del mondo” , ha dichiarato, sottolineando che si tratta di una “civiltà che dobbiamo difendere oggi con la stessa passione dei nostri antenati” .
Ma ora, quegli strumenti tradizionali per preservare la sua posizione di leader mondiale si stanno rivelando meno efficaci contro gli stati che possiedono alternative: Cina, Russia e Iran sono chiari indicatori della tendenza secondo cui le guerre economiche, finanziarie e persino militari non producono risultati rapidi. Le vittorie immediate per la Matrix non sono più così facilmente raggiungibili.
Suggerire, d’altro canto, che gli stati civilizzati potrebbero opporsi con maggiore forza agli Stati Uniti ignora completamente la natura profonda di questo conflitto. Il “Grande Progetto di un Governo Globale Unico” è una guerra volta a eliminare quegli stati civilizzati che offrono una diversa prospettiva con cui osservare e comprendere il mondo.
Che cosa significa? Fu l’ex Primo Ministro britannico Benjamin Disraeli a dedurre nel 1846: “Il mondo è governato da personaggi ben diversi da quelli che immaginano coloro che non sono dietro le quinte”.
Disraeli mise ripetutamente in guardia esplicitamente contro la “rivoluzione mondiale” (o rivoluzioni colorate, per usare la terminologia odierna). Disraeli individuò e denunciò ripetutamente “un disegno” dietro la serie di scoppi rivoluzionari che si verificarono in molte parti del mondo a metà del XIX secolo.
Oggi è Emmanuel Todd, stimato storico e antropologo francese, a farsi portavoce delle idee di Disraeli: anche Todd vede nelle guerre odierne qualcosa di ben più profondo di una serie di conflitti territoriali separati e distinti.
Mosca non sta conducendo una guerra contro i circa 20 milioni di abitanti dell’Ucraina.
“Attraverso l’Ucraina, l’Ucraina si trova a fronteggiare l’intero blocco atlantista, la NATO nel suo complesso, i suoi servizi segreti, i suoi arsenali, i suoi satelliti, la sua industria militare e la sua macchina mediatica. L’Ucraina è semplicemente un teatro di operazioni, un campo di battaglia in una guerra mondiale latente.”
Ucraina, Iran, Yemen o Cina: sono tutti semplici teatri operativi; un campo di battaglia tra i tanti (che si svolgono in uno spazio ibrido), accomunati solo dall’essere stati trascinati in una guerra mondiale latente.
Per Todd, le guerre odierne rappresentano uno scontro di civiltà tra un Occidente in declino e una Russia che difende una concezione più tradizionale e sovrana dell’ordine politico e sociale. Wolfgang Münchau suggerisce che le guerre in Ucraina e in Medio Oriente potrebbero plausibilmente fondersi in un unico conflitto, mentre la rivalità geopolitica tra Cina e Stati Uniti rimarrebbe il conflitto primordiale dei nostri tempi.
Emmanual Todd ha sottolineato come l’Occidente, nonostante la sua apparente superiorità economica e tecnologica, stia mostrando segni di profonda fragilità: un invecchiamento demografico, una crisi di fiducia, la deindustrializzazione e la perdita di punti di riferimento ideologici.
«Il nucleo occidentale ha prosperato grazie alla finanziarizzazione e alla delocalizzazione sistematica della produzione. La capacità industriale è stata trasferita in paesi a basso costo del lavoro, mentre le economie metropolitane si sono orientate verso l’estrazione di rendite, l’inflazione degli asset e il riciclo dei risparmi globali attraverso il sistema del dollaro. Il quasi collasso del 2008 ha messo in luce quanto questa struttura fosse vicina al baratro… Gli anni del Covid hanno ripetuto lo stesso schema su scala maggiore. I problemi strutturali rimangono irrisolti. Ciò che è stato costruito, tuttavia, è un sistema più indebitato e fragile».
Questo sistema finanziario basato sulla leva finanziaria è ora vulnerabile a una crisi finanziaria potenzialmente devastante.
Fino al 2022, quando l’Europa scelse di intervenire a fianco dell’Ucraina, gli strati dirigenti europei erano partecipi di questo progetto del “Grande Disegno”, guidato dal blocco di potere del “governo globale”. Gli strati dirigenti europei sono ancora asserviti a questo “disegno”. Ma in quest’era trumpiana, non ne sono più un partner a pieno titolo. Oggi, la realtà è che l’America non può rischiare un’escalation verticale verso una guerra totale contro i suoi concorrenti per preservare il suo primato globale. Le sue forze armate sono troppo indebolite e disfunzionali.
In risposta, avversari come la Russia e l’Iran hanno scelto una strategia più sottile, più lenta, ma anche molto più ambiziosa, suggerisce Todd. Si tratta di una strategia che combina pressione militare, guerra economica, battaglie diplomatiche, influenza geopolitica e guerra dell’informazione. L’obiettivo non è solo vincere militarmente, ma rimodellare in modo duraturo l’ordine mondiale .
Per gestire questo nuovo paradigma bellico, gli Stati Uniti stanno scaricando l’aspetto del “confronto verticale” su gruppi per procura:
«Il continente europeo si sta trasformando da alleato in risorsa: economicamente impoverito, politicamente conquistato e militarmente preparato come teatro in cui pagare i costi della riparazione imperiale» (Forsgren).
La massima espressione della strategia statunitense è un’escalation controllata del confronto che mantiene il territorio americano come rifugio, mentre l’Europa assorbe sia l’usura convenzionale che il rischio nucleare .
Continuando ad agire come un prestanome volontario, continuando a fornire missili e droni all’Ucraina per il lancio in profondità nel territorio russo, l’Europa deve aspettarsi una rappresaglia russa, seppur attentamente modulata e diretta contro le “risorse” europee vulnerabili. Ciononostante, l’Europa si troverebbe in guerra con la Russia, una guerra che, come riconosce Wolfgang Münchau , l’Europa non è in grado di vincere.
«Quali mercati obbligazionari saranno i primi a crollare? Chi rimarrà senza missili intercettori per primo? Grazie alla tanto criticata Politica Agricola Comune, l’Europa non rimarrà senza cibo. Ma su tutti gli altri fronti – militare, energetico, finanziario – l’Europa è svantaggiata».
Poiché l’Europa non dispone delle risorse militari convenzionali necessarie per attuare una propria escalation decisiva, le armi nucleari rischiano di apparire come l’unica “soluzione rapida” disponibile.
Il mantra secondo cui le minacce nucleari del presidente Putin sono un ” bluff ” serve principalmente ad abbassare la cautela psicologica nei confronti di un’escalation europea, un’escalation che rischierebbe di indurre Mosca a ritenere di non avere altra alternativa se non quella di ricorrere alle armi nucleari tattiche come mezzo per ripristinare la credibilità del deterrente nucleare russo.
In un contesto del genere, e con il potenziale di escalation degli Stati Uniti ampiamente esaurito, è quasi certo che gli USA non sarebbero disposti a ipotizzare il rischio che le città statunitensi possano essere colpite da bombe atomiche in caso di escalation del conflitto.
“Le armi nucleari tattiche statunitensi erano state progettate per essere utilizzate all’interno dell’Europa, contro forze presenti sul suolo europeo, proprio per mantenere qualsiasi scambio nucleare geograficamente limitato” , sostiene Forsgren.
“Pertanto, i fautori della strategia ‘Design’ mirano a mettere la Russia alle strette, in una posizione in cui le sue uniche alternative siano la ritirata strategica o la distruzione dell’Europa per procura, una distruzione che tuttavia costerebbe alla Russia i danni che le armi nucleari europee infliggerebbero al territorio e alle forze russe… mentre nel frattempo il territorio americano e la sua sovrastruttura finanziaria rimangono fuori dalla portata”.
Forsgren suggerisce —
“Il calcolo sembra essere che, aumentando gradualmente il livello di pressione – mantenendo la Russia all’interno della zona di zugzwang senza sconfinare in uno scambio nucleare strategico aperto – gli strati della sicurezza statunitense sperano di costringere Mosca a fare marcia indietro, piuttosto che accettare i costi di una guerra più ampia”.
L’obiettivo non è cambiato nel corso dei decenni: costringere la Russia alla capitolazione. Uno scenario del genere rappresenterebbe un “teatro operativo” aggiuntivo nel conflitto per procura finale, volto a subordinare la Cina al “Piano”.
«Quanto più l’Europa viene considerata un fronte nucleare sacrificabile, tanto più acuto diventa il dilemma. L’effetto pratico è quello di mettere l’intero continente europeo – e il processo decisionale russo – in una situazione di estremo pericolo».
Gli europei devono certamente rendersi conto di come vengono usati per trascinare la Russia in una guerra che né essa, né i comuni cittadini europei, desiderano. Eppure, avendo abbracciato con tanto zelo il conflitto in Ucraina come un totem “virtuoso” attorno al quale riunire tutte le fazioni europee più divise, potrebbero trovarsi ad affrontare una catastrofe economica e politica se l’Europa continuerà sulla sua attuale linea di provocazione nei confronti della Russia.
Raddoppiare la posta in gioco, come sembrano intenzionati a fare gli europei, non è una strategia. Il loro allarmismo su una (immaginaria) aggressione ibrida russa rischia facilmente di autoavverarsi, portando proprio a una guerra calda europea accidentale, ingenuamente concepita da alcuni esperti di sicurezza occidentali come il mezzo per mettere alle strette la Russia e costringerla alla capitolazione.
Siamo arrivati al punto in cui la classe politica europea semplicemente non permette che il tema della guerra venga discusso apertamente. Le élite europee si aggrappano alla loro negazione strategica del fatto che l’Ucraina stia perdendo la guerra contro la Russia. Eppure gli Stati Uniti e l’Europa vacillano sull’orlo del collasso del mercato obbligazionario e si trovano di fronte a prove inequivocabili che la loro unica arma contro la Russia – le sanzioni – non ha mai funzionato.
Le tergiversazioni di Trump sul mantenimento del blocco petrolifero contro la Russia (ovvero attraverso l’acquisto di gasolio russo per manipolarne il prezzo al dettaglio al ribasso negli Stati Uniti) e l’iniziativa di Witkoff per riavviare il Nord Stream come incentivo a Mosca per avviare i negoziati, incrineranno la facciata comune europea? Lo scopriremo.
GRAZIE a tutti i nostri lettori e abbonati, in particolare agli abbonati a pagamento. Questo sito è interamente sostenuto e finanziato dai lettori, e siamo molto grati per il loro supporto.
Le tensioni aumentano a livello globale con l’avvicinarsi di due elezioni cruciali: una per il controllo sionista della Palestina occupata e un’altra per il controllo sionista all’interno dell’impero statunitense fuorilegge. Per la maggior parte delle persone, queste tensioni non sono manifeste né vengono prese in considerazione; tuttavia, pesano enormemente sullo stato del mondo. Alastair Crooke ha coniato il termine “guerra del grande disegno” e ne discute nel suo recente articolo su Conflict’s Forum , che spero venga reso disponibile gratuitamente e pubblicato lunedì da Strategic Culture, come di consueto. A mio avviso, il grande disegno si riferisce al documento/piano/agenda “Clean Break” pubblicato nel 1996, unitamente alla Dottrina Wolfowitz del 1992 e all’edizione del 1996 di Joint Vision 2010, che propugnava la politica del dominio a spettro completo. Crooke ha lavorato a poco a poco alla stesura della sua tesi per molti anni, certamente durante i sette anni in cui ho seguito il suo lavoro. Il blog The Gym si è concentrato sul mostrare la crescente divisione tra l’impero fuorilegge statunitense/NATO e il mondo multipolare emergente guidato da Russia, Cina e ora Iran, forse in modo più evidente nell’ultimo articolo. È interessante notare come la narrativa occidentale si concentri sui valori, che a loro volta vengono definiti valori di civiltà da Russia, Cina, Iran e molte altre nazioni. I francesi scendono in piazza per difendere i propri valori, mentre il governo Macron si batte per distruggerli attraverso l’austerità neoliberista, altrimenti nota come Programmi Speciali di Aggiustamento (SAP) del FMI/Banca Mondiale, i famigerati SAP ben noti al Sud del mondo. Crooke inizia così:
Il paradigma cambia. Lo strato sovranazionale in rete che per lungo tempo ha perseguito il suo “Grande Disegno” globale fabbricando il consenso pubblico per guerre di obbedienza imposta, si è finalmente scontrato con i limiti del potere. Siamo, in effetti, in un momento in cui “l’imperatore è nudo”. Tutti possono vederlo.
I suoi strumenti tradizionali – l’esercito statunitense, il sistema del dollaro, la trappola del credito, le strutture di Bretton Woods, la terapia economica d’urto e le guerre valutarie – non riescono a preservare la visione del mondo dell’élite statunitense , secondo la quale sarebbe “impensabile” che gli Stati Uniti, avendo vinto la Guerra Fredda, si trovassero ad affrontare un mondo in cui non continuassero a dettare le regole.
Chi ha letto l’ultima edizione di Super Imperialism di Hudson sa quantomeno come funziona il sistema e per chi, come dettagliato nelle sue altre opere e nelle discussioni attuali. Il termine “Grande Disegno” usato da Crooke implica che si tratti di un progetto in corso da più tempo rispetto all’era attuale, il che rende fondamentale questa recente osservazione del Dr. Hudson:
Vorrei quindi spendere qualche parola sulla grande rivoluzione monetaria avvenuta alla fine del XVII secolo, quando divenne evidente che non c’era abbastanza moneta d’argento e d’oro per permettere ai re di pagare i debiti di guerra alla classe bancaria internazionale che si era sviluppata a partire dal XII e XIII secolo. I re di Francia, Spagna e Austria erano insolventi e i governi dovevano pagare tassi d’interesse altissimi perché acquistare titoli di stato era molto rischioso. Ebbene, immaginate i problemi che la Gran Bretagna dovette affrontare dopo la Gloriosa Rivoluzione anticattolica del 1688. Il problema era: come avrebbe fatto il governo a fare ciò che facevano i re britannici, ovvero entrare in guerra contro la Francia e altri paesi? Ovviamente, questo avrebbe comportato un enorme debito pubblico. Il governo britannico si era finanziato emettendo i tallies, bastoncini di legno che i cittadini potevano usare per pagare le tasse dovute e altri debiti. [Enfasi mia]
Leggete la trascrizione del podcast per saperne di più. Il risultato fu la formazione della Banca d’Inghilterra e delle sue controparti europee nei decenni successivi. Ho sottolineato la scarsità di monete perché, senza il saccheggio delle colonie da parte della Spagna e il trasferimento delle risorse in Europa, le monete disponibili si sarebbero esaurite ben prima del 1600. Non abbiamo più re; l’Occidente ha oligarchie guidate dai ricchissimi: la plutocrazia. Questa era una nuova classe, in qualche modo separata dalla preesistente classe feudale e dalla sua alleata classe clericale, tutte parte dei numerosi e importanti cambiamenti storici iniziati a metà del XV secolo, quando l’ideologia cattolica/vaticana fu attaccata, generando la Rivoluzione protestante/Riforma e un gran numero di guerre correlate in Europa e negli oceani per i possedimenti coloniali e per depredare i saccheggiatori. Questi eventi, combinati, posero fine all’era dell’eccezionalismo cattolico, sebbene ne rimangano ancora sacche oggi. Fu sostituito dall’eccezionalismo protestante, poi dall’eccezionalismo liberale, e al di sotto di tutto ciò si celava una piccola classe che praticava e promuoveva l’eccezionalismo libertario, da non confondere con il liberalismo o il libertarismo; si pensi al Marchese de Sade e a coloro che, come oggi, erano sempre ricchi e politicamente influenti. Si pensi alla classe di Epstein.
La nuova attività bancaria e l’aumento del capitale disponibile finanziarono l’espansione dell’imperialismo/colonialismo e del suo aspetto più importante: la tratta degli schiavi. Gran parte della popolazione europea era stata degradata da oltre 100 anni di guerre e una fonte di manodopera era necessaria affinché il capitale potesse essere utilizzato correttamente agli occhi dei suoi detentori. Purtroppo, sto tralasciando molti aspetti importanti della storia, proprio come fanno i corsi universitari, in particolare ciò che accadde durante l’era delle recinzioni in Europa e ciò che sarebbe diventato il Regno Unito. All’inizio di questa nuova era emerse una nuova classe emergente, distinta dalle classi bancarie e feudali: la classe mercantile, che divenne rapidamente un’importante influente forza politica, come dimostrano gli storici che hanno documentato l’ascesa della classe mercantile americana, ben distinta dai mercanti di schiavi delle piantagioni. Con l’ascesa di queste nuove classi, si assistette anche all’inizio del distacco dai valori religiosi, morali ed etici tradizionali e all’affermarsi del culto dell’individuo e della sua proprietà. Insieme al divorzio si affermò una nuova ideologia, denominata Ethos protestante, secondo la quale il successo di una persona era legato al duro lavoro, che si supponeva le conferisse benedizioni divine. La povertà divenne quindi una carenza etica/morale dell’individuo, non una questione di condizioni sociali o economiche, e certamente non di classe. A questo proposito, la storia nordamericana è molto diversa da quella europea a partire dalla Rivoluzione francese. Nonostante l’autentica radicalità della Rivoluzione americana, non le fu permesso di essere vista sotto tale luce, il che spiega la repulsione delle élite americane per la Rivoluzione francese, che sfociò in una guerra non dichiarata durante la presidenza di Adams, per lo più omessa dai libri di storia. E così nacque il mito americano della Rivoluzione francese come Faro, Luce splendente sulla collina, perché diversa dalla violenza della vecchia Europa, sebbene oggi tutto sia fuso insieme nell’Occidente collettivo, basato sulla Grecia e su Roma.
Ed è qui che arriviamo al punto in cui Crooke cita il discorso di Rubio ad Atene:
“Nella luce dorata di una sera ateniese, con l’Acropoli alle spalle ”, il Segretario di Stato americano Marco Rubio , il 7 ottobre, ha apertamente elogiato il colonialismo; si è macchiato di oltraggiose cancellazioni della storia e ha invocato un ritorno al dominio occidentale sul mondo. Rubio ha affermato che l’Occidente deve usare la forza militare per “mantenere il suo posto al vertice del mondo”; l’Occidente è “ la più grande civiltà del mondo” , ha dichiarato, sottolineando che si tratta di una “civiltà che dobbiamo difendere oggi con la stessa passione dei nostri antenati” .
Ma esiste davvero una civiltà nell’Occidente moderno, come si chiedeva Gandhi? A parte quello che viene definito il periodo classico greco-romano, la domanda/obiezione è valida alla luce della vasta mancanza di umanesimo che si osserva. La guerra definisce l’Occidente, ma si può definire questa civiltà? E se sì, che dire dell’era greco-romana? L’impero è l’unica via, afferma chi ha scritto il discorso di Rubio. Speravo che il saggio di Crooke venisse reso disponibile gratuitamente, ma al momento non è ancora successo. Gli iscritti a Gym dovranno invece ascoltare i due podcast in cui spiega la sua tesi, Judge Nap e Dialog Works . Molti definiranno la tesi di Crooke sulla Guerra del Grande Disegno una teoria del complotto, il che è piuttosto corretto e si basa su prove fornite dalla storia. Nella sua conversazione odierna con Judge Nap, Crooke allude alla “Classe dell’Inferno” derivata dagli Hellfire Club originari dell’Inghilterra, che costituiscono la base della Classe Epstein e della filosofia libertaria. Crooke anticipa e risponde:
Fu l’ex Primo Ministro britannico Benjamin Disraeli che nel 1846 affermò: “Il mondo è governato da personaggi molto diversi da quelli che immaginano coloro che non sono dietro le quinte” .
Emmanuel Todd viene aggiunto come alleato:
Mosca non sta conducendo una guerra contro i circa 20 milioni di abitanti dell’Ucraina.
“Attraverso l’Ucraina, si sta scontrando con l’intero blocco atlantista, la NATO nel suo complesso, i suoi servizi segreti, i suoi arsenali, i suoi satelliti, la sua industria militare e la sua macchina mediatica. L’Ucraina è semplicemente un teatro di operazioni, un campo di battaglia in una guerra mondiale latente.” [Formato originale]
E altri vengono mobilitati a sostegno. La recente pubblicazione della nuova iniziativa cinese “Pace”, che si aggiunge alle altre cinque che promuovono tutte una direzione opposta a quella occidentale, è chiaramente parte integrante dell’attuale conflitto per porre fine all’egemonia occidentale. Tuttavia, Crooke sembra sbagliarsi su Trump e le sue denunce contro i globalisti, poiché è evidente che la CIA sta conducendo la guerra contro la Russia, nonostante ciò che lui afferma di aver ordinato, come dimostrano i recenti attacchi con droni e missili da crociera su San Pietroburgo. Questa strategia è legata alla NATO – gestita dall’impero fuorilegge degli Stati Uniti – utilizzata come strumento nucleare per costringere la Russia a cedere.
[Mattias] Forsgren suggerisce:
“Il calcolo sembra essere che, aumentando gradualmente il livello di pressione – mantenendo la Russia all’interno della zona di zugzwang senza sconfinare in uno scambio nucleare strategico aperto – gli strati della sicurezza statunitense sperano di costringere Mosca a fare marcia indietro, piuttosto che accettare i costi di una guerra più ampia”.
L’obiettivo non è cambiato nel corso dei decenni: costringere la Russia alla capitolazione. Uno scenario del genere rappresenterebbe un “teatro operativo” aggiuntivo nel conflitto per procura finale, volto a subordinare la Cina al “Piano”.
“Quanto più l’Europa viene considerata un fronte nucleare sacrificabile, tanto più acuto diventa il dilemma. L’effetto pratico è quello di mettere l’intero continente europeo – e il processo decisionale russo – in una situazione di estremo pericolo” .
Nel frattempo, Rubio, Trump e il loro Impero se ne stanno al sicuro dietro l’Atlantico, il Pacifico e l’Artico. Il centro del Grande Disegno si trova in Nord America, data la disponibilità a sacrificare tutti i loro alleati, persino i sionisti. Ma non si tratta forse di una ritirata, considerate le debolezze dell’Impero statunitense fuorilegge? I progettisti sembrano convinti che tali debolezze possano essere corrette sfruttando il Sud America e il resto del Nord America.
Eccezionalismo ed egemonia sono i grandi fallimenti dell’era moderna che devono essere spezzati e cancellati dall’avvento di un nuovo paradigma. I valori su cui tale nuovo paradigma potrebbe basarsi furono enunciati alla fine della Seconda Guerra Mondiale, ma non furono mai imposti a causa dell’eccezionalismo egemonico che permise di persistere grazie ai creatori di quel tempo. Ora esistono nuovi creatori, altrettanto pericolosi di quelli che hanno sostituito. I valori promossi da Cina, Russia, Iran e molte altre nazioni devono diventare universali. Sì, come ho scritto, mi aspetto che il mondo si divida in due grandi blocchi prima che tale universalità diventi la norma. Spero che ciò possa accadere senza l’uso di armi nucleari, sebbene ci siano pochi malvagi privi di morale che probabilmente le useranno a meno che non vengano dissuasi e privati con la forza.
* * * È difficile chiedere contributi date le attuali circostanze incerte, ma devo farlo comunque. Vi prego di considerare la possibilità di contribuire al momento dell’abbonamento. Grazie mille a chi lo ha fatto in passato e a chi continua a farlo ora!
CONTRIBUITE!!! La situazione finanziaria del sito sta diventando insostenibile per la ormai quasi totale assenza di contributi Il sito Italia e il Mondo non riceve finanziamenti pubblici o pubblicitari. Se vuoi aiutarci a coprire le spese di gestione (circa 6.000 € all’anno), ecco come puoi contribuire: – Postepay Evolution: Giuseppe Germinario – 5333174737695817; – IBAN: IT30D3608105138261529861559 PayPal: PayPal.Me/italiaeilmondo Tipeee: https://it.tipeee.com/italiaeilmondo Puoi impostare un contributo mensile a partire da soli 2€! (PayPal trattiene 0,52€ di commissione per transazione). Contatti: italiaeilmondo@gmail.com – x.com: @italiaeilmondo – Telegram: https://t.me/italiaeilmondo2 – Italiaeilmondo – LinkedIn: /giuseppe-germinario-2b804373
Mai come ora gli Stati Uniti e l’Europa si sono mostrati così insistenti nel sollecitare una conclusione prematura della guerra in Ucraina. Sia la parte americana che quella europea si stanno dando da fare separatamente, correndo da una parte all’altra nel disperato tentativo di presentare una soluzione praticabile che possa essere accettabile per la Russia e che permetta all’Ucraina di cavarsela.
Oggi Witkoff è arrivato a Oslo, in Norvegia, per un altro incontro infruttuoso con Zelensky, con il presidente Alexander Stubb nel ruolo di mediatore. Successivamente, Witkoff si recherà a Mosca per presentare al Cremlino un altro piano mal concepito.
NOVITÀ: Secondo un articolo di Gideon Rachman pubblicato sul Financial Times, i leader europei potrebbero presto avviare colloqui diretti con Vladimir Putin e offrirgli due percorsi verso la pace in Ucraina.
Il primo prevedrebbe il congelamento della guerra sull’attuale linea del fronte in cambio della garanzia che l’Ucraina non entri mai a far parte della NATO.
La seconda prevederebbe che l’Ucraina rinunci al resto del Donbas, per poi aderire all’alleanza.
Rachman scrive che le capitali europee sono sempre più restie a lasciare a Washington il compito esclusivo di condurre i colloqui con Putin, citando la frustrazione per l’approccio di Trump.
Aggiunge che gli europei sono molto meno fiduciosi che Putin accetterebbe una delle due opzioni.
Non è altro che la solita storia: gli europei cercano di intromettersi nella mediazione tra Stati Uniti e Russia per il timore che Trump costringa Zelensky ad accettare concessioni estremamente sfavorevoli. Ecco perché la suddetta “offerta” europea è una proposta così assurda e irrealizzabile, che non è destinata a suscitare nemmeno una minima considerazione da parte della Russia.
Ma nonostante le divergenze sull’approccio specifico da adottare, le potenze occidentali rivali – Stati Uniti ed Europa – cercano una fine immediata della guerra con la massima urgenza mai dimostrata dall’inizio del conflitto. Il motivo è semplice: si rendono conto che l’Ucraina sta affrontando un nuovo approccio “senza esclusione di colpi” da parte di Putin, che minaccia di annientare il Paese una volta per tutte. Rubio sembrava ammetterlo:
«Uno dei motivi per cui questa guerra deve finire è che la rete elettrica ucraina sta subendo gravi danni.»
Osservano i segnali inequivocabili e capiscono che il tempo a disposizione dell’Ucraina sta per scadere. Gli europei, in particolare, si rendono conto che ogni anno i costi per l’Ucraina aumentano sempre di più, poiché la distruzione dell’Ucraina da parte della Russia continua ad accelerare. Gli europei sono ora soffocati dalla necessità di sostenere l’intero onere finanziario di uno Stato malato e morente che viene distrutto sotto i loro occhi: vedono ora il misero ritorno sull’investimento crollare in tempo reale.
Persino la stampa britannica ha deciso di fare marcia indietro rispetto alla sua posizione ultra-aggressiva e di esortare invece Zelensky a moderare i toni prima che la sua sfrontatezza nei confronti di Trump provochi conseguenze irreversibili per la sua nazione ormai condannata:
A questo proposito, gli Stati Uniti hanno sorprendentemente mantenuto la propria posizione sulle questioni relative alle informazioni di intelligence e alla limitazione della banda larga di Starlink. Zelensky si è mostrato quasi isterico nel suo discorso, in cui ha nuovamente lamentato la mancanza di un preavviso da parte degli Stati Uniti in merito all’ultima ondata di attacchi russi di ieri:
«È già la terza volta, in un breve lasso di tempo, che non riceviamo alcun avviso di questo tipo riguardo ai missili balistici. E non abbiamo ricevuto alcuna spiegazione chiara dai nostri partner di Washington sul motivo per cui ciò stia accadendo».
Il portavoce dell’Aeronautica Militare ucraina ha inoltre confermato che gli alleati non avevano fornito alcun preavviso, pur tentando, con un’esitazione piuttosto imbarazzante, di attenuare la portata della notizia per far sembrare che i rapporti tra gli Stati Uniti e l’Ucraina rimangano solidi:
Sebbene alcune fonti indichino che l’Ucraina riceva solo un terzo delle informazioni di intelligence complessive dagli Stati Uniti, mentre la parte del leone sia fornita dall’Europa, per quanto riguarda l’allerta precoce sui missili balistici, Zelensky ha precisato che solo gli Stati Uniti sono in grado di fornire all’Ucraina queste informazioni.
Anche la situazione relativa a Starlink rimane tesa, poiché il servizio continua a essere limitato alle velocità minime, nonostante gli Stati Uniti neghino che sia cambiato qualcosa:
Dopo aver incontrato Witkoff, tuttavia, Zelensky ha cambiato tono e ha annunciato che i servizi segreti torneranno presto alla normalità:
Ma c’è qualcosa di sospetto in tutto questo: è come se Witkoff lo avesse ammonito a smetterla con le sue recenti critiche a Trump e agli Stati Uniti, minacciandolo di conseguenze ancora più gravi. La sua affermazione secondo cui il sistema di allerta precoce «ora funziona» non ha senso, dato che al momento della sua dichiarazione la Russia non aveva ancora sferrato un nuovo attacco balistico per poter anche solo verificare tale ipotesi. Di conseguenza, è chiaro che gli sia stato ordinato – leggi: minacciato – di dare una interpretazione positiva all’ultimo scandalo a beneficio dell’immagine degli sforzi di pace degli Stati Uniti.
In questo periodo, le restrizioni imposte a Starlink hanno già iniziato a incidere sul campo di battaglia. Persino il canale Romanov Lite, molto seguito dagli addetti ai lavori del Ministero della Difesa, ha riferito che gli attacchi con droni ucraini sul corridoio della Crimea sono diminuiti in modo esponenziale da quando sono entrate in vigore le restrizioni su Starlink:
L’Ucraina aveva affermato di colpire oltre 50 camion e veicoli al giorno lungo questa rotta, ma secondo quanto riferito il numero di attacchi si è ora ridotto a uno solo in due giorni.
Allo stesso tempo, gli attacchi russi si sono moltiplicati. I droni a reazione russi a lungo raggio stanno ormai attaccando regolarmente le regioni più occidentali dell’Ucraina, comprese diverse sottostazioni elettriche vicino al confine con la Polonia:
Il valico di frontiera con la Polonia e la sottostazione “Yavoriv” nella regione di Leopoli sono stati oggetto di un attacco, causando interruzioni di corrente nella zona.
* Continuano gli attacchi con droni nell’Ucraina occidentale. * È stato sferrato un attacco al valico di frontiera «Rava-Ruska». * I droni “Geran-5” hanno colpito anche Novoyavorivsk. * Secondo le prime notizie, si tratterebbe del quarto attacco in due giorni alla sottostazione “Yavoriv” da 330/110/35 kV. * A seguito dell’attacco, nella regione di Leopoli si sono verificate interruzioni di corrente.
Oltre ai magazzini e ad altre imprese:
L’Ucraina occidentale è in fiamme: le imprese e le infrastrutture energetiche vengono distrutte.
A Dubno, nella regione di Rivne, il centro commerciale “Epicenter” è stato attaccato e ha preso fuoco. Ieri, secondo il Servizio statale di emergenza, un drone a reazione ha distrutto l’«Epicenter» a Kovel e ha colpito un’azienda di trasporti. A Leopoli si registrano interruzioni di corrente. Ivano-Frankivsk, Ternopil, Lutsk e Leopoli sono sotto costante attacco da parte dei droni Shahed.
Mentre permangono le restrizioni imposte da Starlink e dai sistemi di allerta precoce satellitari statunitensi, la Russia ha iniziato a limitare potenzialmente gli ultimi “occhi nel cielo” rimasti all’Ucraina. Diverse notizie stanno circolando sul satellite russo Kosmos-2612, che sta seguendo da vicino un satellite radar ad apertura sintetica (SAR) di ICEYE, allineandosi alla sua orbita:
Esistono diverse teorie su ciò che il satellite russo stia cercando di fare; il tweet sopra riportato suggerisce che, avvicinandosi al satellite ICEYE a una distanza così ravvicinata, stia cercando di costringerlo a compiere manovre che ne esaurirebbero le riserve di carburante. Gli Stati Uniti ritengono che il Kosmos-2612 rientri nella categoria dei satelliti “ispettori” russi, il cui ruolo segreto è quello di monitorare da vicino, e potenzialmente interferire con o sabotare, i satelliti nemici.
Due video che, secondo quanto riferito, mostrano il satellite russo Kosmos-2612 mentre si avvicina all’ICEYE-X36:
Dall’articolo collegato sopra, gli esperti discutono su quali altre azioni potrebbe compiere il satellite russo a una distanza così ravvicinata:
Cosa può fare la Russia a una distanza così ravvicinata?
Astrofisici come il dott. Marco Langbroek, docente di “Space Situational Awareness” ottica presso l’Università Tecnica di Delft (TU Delft) nei Paesi Bassi, sabato sul proprio account X, ha avvertito che operare a una distanza così ravvicinata potrebbe consentire a Cosmos-2612 di tentare un’interferenza localizzata delle frequenze radio, compromettendo potenzialmente le capacità radar di ICEYE-X36 o bloccandone i canali di comunicazione. Lo ha definito un «preoccupante gioco del gatto e del topo nello spazio».
Anche i meccanismi a energia diretta, tra cui i laser localizzati o i fasci di microonde, potrebbero comportare dei rischi, accecando i sensori del satellite o compromettendo il funzionamento delle sue antenne, senza tuttavia produrre i detriti tipici di un impatto esplosivo.
Esistono persino alcune teorie secondo cui la vicinanza di un satellite russo in metallo pesante potrebbe interferire con i segnali radar dell’ICEYE e renderlo praticamente “cieco” a causa dell’enorme superficie riflettente del satellite russo.
Oltre al lancio di proiettili, la capacità intrinseca di un veicolo spaziale di manovrare molto vicino ad altri oggetti in orbita e di mantenere tale posizione consente una serie di altre modalità di attacco, sia cinetiche che non cinetiche. Ciò include l’uso di bracci di presa per causare danni o semplicemente trainare un satellite fuori orbita, spruzzare aerosol per danneggiare o compromettere i sistemi ottici e i pannelli solari, nonché il disturbo elettronico. Un satellite potrebbe rivelarsi esso stesso un’arma, trasformandosi in un intercettore cinetico che si schianta contro il bersaglio a comando.
In ogni caso, sembra che la Russia stia compiendo uno sforzo concertato per approfittare della crescente mancanza di visibilità e delle restrizioni alle comunicazioni in Ucraina al fine di compromettere ulteriormente le operazioni delle Forze Armate Ucraine.
—
Infine, forniamo un aggiornamento sulla situazione descritta nell’ultimo rapporto riguardo ai droni ucraini che, in qualche modo, sono riusciti a sorvolare lo spazio aereo polacco per raggiungere la Lituania durante gli attacchi a San Pietroburgo.
Il primo ministro polacco Tusk ha ora dichiarato ufficialmente al proprio parlamento che sta chiedendo chiarimenti all’Ucraina in merito alla questione, come riportato da diversi organi di stampa polacchi:
La Polonia chiede spiegazioni all’Ucraina in merito a un drone che ha sorvolato il proprio territorio diretto in Lituania.
Il primo ministro polacco Donald Tusk ha dichiarato che Varsavia si aspetta spiegazioni da Kiev in merito all’incidente che ha visto un drone sorvolare il territorio polacco in direzione della Lituania. Secondo Tusk, il presidente della Lituania, Gitanas Nausėda, è giunto a Varsavia per discutere dell’incidente.
L’articolo di Poland-24 descrive in modo approfondito e dettagliato ciò che è accaduto esattamente. Si sostiene che sia stata la Lituania stessa a individuare per prima il drone all’interno del territorio polacco, cosa che la Polonia, a quanto pare, non ha fatto, il che fa sorgere l’ovvio sospetto che la Polonia fosse in qualche modo coinvolta e che le parole di Tusk servano semplicemente a coprire la realtà dei fatti:
La Lituania afferma che un drone è stato individuato all’interno del territorio polacco
Le autorità lituane hanno presentato lunedì una cronologia dettagliata dei movimenti dell’aereo, a seguito di una riunione della Commissione per la sicurezza nazionale del Paese.
Il contrammiraglio Giedrius Premeneckas, capo di Stato Maggiore della Difesa lituana, ha affermato che i sistemi di sorveglianza hanno rilevato per la prima volta l’oggetto a circa 30–40 chilometri all’interno del territorio polacco.
Le autorità hanno riferito che l’oggetto ha successivamente attraversato il confine con la Lituania alle 6:02 circa del mattino.
Il primo ministro lituano Mindaugas Sinkevičius ha affermato che le prove disponibili indicavano che l’aereo fosse ucraino e trasportasse esplosivi.
Anche l’ipotesi di un avvicinamento dalla Polonia non permette di stabilire da dove sia decollato originariamente l’aereo.
Come si può vedere di seguito, l’articolo conferma che i radar polacchi sono riusciti in qualche modo a non rilevare il velivolo nel proprio spazio aereo e ha persino accusato la Lituania di aver in qualche modo permesso il lancio del drone dal suo territorio:
Il Ministero della Difesa polacco smentisce l’ipotesi di un lancio alternativo
Le autorità polacche hanno ribadito che i propri sistemi radar militari non hanno confermato l’attraversamento del confine descritto dai funzionari lituani.
La controversia si è complicata lunedì quando i media polacchi, citandofonti anonime del settore della difesa, hanno suggerito che il drone potesse essere stato lanciato dall’interno della Lituania.
Il fatto che la Polonia respinga la teoria secondo cui il lancio sarebbe avvenuto dalla Lituania non dimostra, di per sé, che il drone abbia attraversato lo spazio aereo polacco.
Allo stesso modo, l’assenza di una traccia radar polacca corrispondente non smentisce in modo definitivo l’osservazione lituana.
Per risolvere questa discrepanza è necessaria l’analisi congiunta attualmente in corso.
Incredibile. Il Paese che si autoproclama come la forza armata europea più potente della NATO non è stato in grado di individuare i droni ucraini che attraversavano tranquillamente il proprio territorio e le tracce radar sembrano essere state cancellate a posteriori; che coincidenza perfetta.
L’intera vicenda puzza chiaramente di un’enorme operazione di insabbiamento e, viste le bizzarre scuse della Polonia e il suo atteggiamento da “ingenuo”, sembra sempre più probabile che sia stata proprio la Polonia a facilitare gli attacchi ucraini, il che, ovviamente, avrebbe perfettamente senso.
Le dichiarazioni di Tusk, quindi, non sono altro che una dichiarazione di facciata, fatta solo per salvare le apparenze, per fingere professionalità e innocenza mentre si cerca di coprire qualcosa di losco.
Il tuo sostegno è inestimabile. Se ti è piaciuto questo articolo, ti sarei molto grato se decidessi di sottoscrivere un abbonamento mensile/annuale per sostenere il mio lavoro, in modo che io possa continuare a offrirti articoli dettagliati e incisivi come questo.
Robert Steuckers (nato nel 1956) appartiene alla seconda generazione degli artisti francofoni Nuova Destra. Poliglotta belga — legge e traduce dal francese, dall’olandese, dal tedesco e dall’inglese — in quel periodo era un giovane collaboratore di Nuova Scuola, la principale rivista teorica del GRECE (Gruppo di ricerca e studi sulla civiltà europea). Le riviste e le reti a cui il suo nome è più spesso associato — le riviste Orientamentie Voler, e, in seguito, la rete di studi “Synergies Européennes” — tutte iniziative successive a questo saggio del 1981; qui lo ritroviamo agli esordi della sua carriera, già nel ruolo che l’avrebbe caratterizzata: quello di mediatore culturale che faceva da ponte tra la Nuova Destra francese e le fonti intellettuali di lingua tedesca che essa cercava di integrare nel proprio contesto.
Il saggio è pubblicato su Nuova Scuolan. 36 (estate 1981), il numero dedicato a Vilfredo Pareto, ed è espressamente concepito come complemento agli altri studi su Pareto presenti in quel dossier — tra cui il saggio di Guillaume Faye sulla “doxanalisi” di Jules Monnerot, a cui Steuckers fa riferimento. Il suo obiettivo dichiarato è quello di collocare Pareto «tra i suoi contemporanei e all’interno dei dibattiti odierni». Steuckers lo fa ricorrendo alla distinzione operata da Pareto tra azione logica e non logica, insieme alle sue categorie di residui(residui) e derivazioni(derivazioni), come strumenti di un confronto più ampio: tra la critica della “ragione strumentale” della Scuola di Francoforte (Horkheimer, Adorno, Marcuse, Habermas) e il “razionalismo critico” popperiano di Hans Albert, alleato alla critica dell’ideologia del filosofo austriaco Ernst Topitsch. Max Weber è il perno dell’argomentazione. Laddove Pareto colse il carattere non logico dell’azione ma — secondo l’interpretazione di Steuckers — trascurò la questione dei valori, Weber fornisce ciò che manca: la razionalità dei valori, il tipo ideale, Neutralità valoriale(neutralità assiologica), il Conflitto di valori(conflitto di valori) e la distinzione tra un’etica di convinzione (Etica degli intenti) e un’etica della responsabilità (Etica della responsabilità). Da lì, Steuckers attinge alla tradizione della Rivoluzione Conservatrice — il decisionismo di Carl Schmitt e la categoria del Situazione di emergenza(emergenza situazionale), l’antropologia filosofica di Arnold Gehlen — in contrapposizione al sospetto della Scuola di Francoforte nei confronti della “decisione”, prima di convergere su un’interpretazione duméziliana dei valori, della sovranità e dell’ordinamento “trifunzionale” delle società indoeuropee, e di concludersi con un’esortazione heideggeriana rivolta agli europei affinché recuperino i “valori dimenticati” e le “potenzialità” non realizzate del proprio passato.
Pubblicato originariamente su Nuova Scuolan. 36 (estate 1981)
Tradotto da Alexander Raynor
WPerché Pareto? Nel n. 29 di Nuova Scuola, Julien Freund e Georges H. Bousquet avevano già analizzato la concezione del potere di Pareto e abbozzato il progetto del Trattato di sociologia generale(Trattato di sociologia generale). Il nostro obiettivo attuale è quello di collocare Pareto tra i suoi contemporanei e, soprattutto, nel contesto dei dibattiti odierni. Quali sono, infatti, le innovazioni da lui apportate; cosa lo distingue dagli altri analisti della società? Queste domande sorgono spontanee. Ma la portata delle opere principali di Pareto è talmente vasta che nessuno oserebbe isolare questo o quel dettaglio ed elevarlo al rango di innovazione assolutamente originale.
Giovanni Busino1ricorda uno studio in cui Raymond Aron spiega ciò che la sociologia francese ha sempre rimproverato a Pareto: una certa forma di scientismo che confonde veritàcon realtà. Questa obiezione, sollevata a posteriori, contiene, a nostro avviso, i germi di un grande dibattito che stava per aprirsi e che, del resto, non si è ancora concluso.
i ruoli della “ragione strumentale”
L’ideologia della Scuola di Francoforte giudicherà l’opera del sociologo italiano scandalosamente «empirica». Raggruppata da Marcuse sotto il termine positivismo, quelle idee, filosofie e approcci “che rinunciano a contestazioneal fine di rinchiudersi entro gli stretti limiti del mero osservazione“2trasmettere e confermare quell’autorità che, da allora, in ogni polemica, viene etichettata con il fatidico appellativo di fascismo. Il reale, secondo i protagonisti della Scuola di Francoforte, deve essere messo in discussione in nome di una verità che trascenda il mondo delle apparenze e che porti in sé la speranza di liberare l’uomo dai vincoli a cui è sottoposto qui e ora. Fu soprattutto Max Horkheimer3che ha approfondito questo punto di vista, creando un nuovo strumento concettuale, quello di motivo strumentale. Da quel momento in poi alla ragione sarebbero stati attribuiti due ruoli storici: uno considerato positivo, l’altro negativo. La ragione soggettiva/strumentale, affermava Horkheimer, non tiene conto della razionalità dei fini; opera a partire dagli interessi del soggetto e su di essi si fonda. Tale concezione è giudicata negativa. Ma nella storia delle idee, secondo Horkheimer, la ragione non è sempre stata concepita da questa prospettiva sobria e pratica. Esisteva una concezione della ragione che la poneva come un’esistenza, una forza presente nel mondo oggettivo, nei rapporti tra gli uomini, tra le classi sociali, nelle istituzioni sociali, nella natura e nelle sue manifestazioni.4I grandi sistemi filosofici — quelli di Platone, di Aristotele, della Scolastica e dell’idealismo tedesco — hanno proposto una teoria oggettiva della ragione. È proprio questa teoria che la Scuola di Francoforte valuta positivamente. L’obiettivo di tale teoria, riscontrabile in tutta la tradizione filosofica, è al tempo stesso razionalista e rivoluzionario, per il suo carattere intrinsecamente bidimensionale5oppone l’apparenza alla verità, il particolare dato (sempre parziale e di parte) a quel tutto che è l’idea, l’essenza generale. In breve, le idee in Europa si sarebbero evolute (o, direbbero Horkheimer, Marcuse e i loro amici, involute) verso quella che Max Weber definiva una razionalità funzionale, che domina e incanala le pulsioni e le intenzioni interessate degli uomini che, in ultima analisi, rimangono irrazionali.
Per l’intera tradizione occidentale socratico-platonica, cartesiana o lockiana, ciò significa la morte della filosofia, il cui scopo è sempre stato quello di definire i fini “essenziali” dell’uomo. Nessuno negherà che questa tradizione abbia plasmato le mentalità. Lo stesso Pareto ne prese coscienza. La sua scienza economica — pura, matematica — era destinata inevitabilmente a scontrarsi con le resistenze delle contingenze socio-politiche. Questo è il destino di ogni idea pura. Ciò che rende grande Pareto è che è stato in grado di superare la sua delusione,6dedicandosi con determinazione allo studio della sociologia e delle azioni umane. In questo modo, Pareto compie un salto epistemologico: va oltre la mentalità fissista della tradizione filosofica occidentale7ad adottare un approccio più relativista — o, per parafrasare Carlo Mongardini,8una posizione più probabilistica, ovvero più incline a ricorrere al metodo storico-comparativo. Pareto non trasgredì di buon grado le regole implicite che la tradizione filosofica impone ai nostri riflessi mentali. Paola Maria Arcari9evoca la sofferenza provata da Pareto nel constatare che le passioni che ostacolavano il suo ideale di equilibrio economico non potevano nonessere inscritto nel tessuto della realtà storica. Pareto non ha mai confutato le sue tesi in campo economico, né ha mai «messo a confronto due tipi di riflessione tra i quali vi sarebbe stata una frattura»;10piuttosto, ha cercato di conciliare i due punti di vista che caratterizzano l’intera opera. Julien Freund scrive che, in Pareto, «l’economia pura è valida entro i limiti e le condizioni delle sue ipotesi; il metodo logico-sperimentale è ugualmente valido in altre condizioni». Pareto rimane così in equilibrio, a cavallo tra due diversi tipi di spiegazione dei fatti sociali. Tenere conto di una gamma così ampia di potenzialità, senza cercare arbitrariamente di privilegiare o escludere alcuna di esse, è un vero e proprio tour de force.
Hans Albert contro la Scuola di Francoforte
Un vero e proprio capolavoro che, per di più, evita la trappola del dogmatismo. Questo termine, a volte definito in modo troppo vago, riveste tuttavia una certa importanza. Nella disputa che da circa vent’anni oppone la Scuola di Francoforte ai neopositivisti in Germania, Hans Albert,11un discepolo di Popper, ha fornito una definizione piuttosto seducente di dogmatismo. L’ideale scientifico aristotelico, e la definizione di conoscenza che ne deriva, postulava l’esistenza di un punto di appoggio archimedeo della conoscenza, un fondamento sicuro e certo. Questo punto di appoggio archimedeo doveva essere in grado di armonizzare il vero, la conoscenza e la certezza, in modo che il «saggio» potesse dedurne tutta la conoscenza successiva. Questa procedura è all’origine di una mentalità filosofica caratterizzata dalla richiesta di un giustificazione ultima. Secondo Hans Albert, una procedura del genere deriverebbe dal timore di dover “regressare all’infinito”12senza mai giungere a una certezza definitiva.13Questo problema della giustificazione è quindi centrale. Tra i neopositivisti costituisce un problema cruciale di epistemologia. In Pareto, l’intera teoria delle derivazioni ruota attorno alle autogiustificazioni che gli uomini — e soprattutto gli ideologi — danno delle loro azioni nella prassi quotidiana della politica.
Georg-Matthias Mojse,14autore di un libro dedicato alla filosofia di Hans Albert, ricorda che per Hans Lenk15Il mondo moderno è, ancor più del mondo greco classico, tormentato dalla ricerca di giustificazioni ultime. Fin dai tempi di Cartesio, infatti, si assiste a una vera e propria contesa tra i filosofi, ciascuno dei quali propone vari assoluti sostitutivi di cui intende garantire l’inviolabilità. Alla fine, si può legittimamente sospettare che i dogmatismi, derivanti proprio da queste regressioni, siano postulati a priorie di non essere, in fin dei conti, altro che le maschere delle pulsioni psicologiche. Pareto, dal canto suo, dimostrò che ogni ideologia, ogni sistema di auto-giustificazione, era una derivazione che, cinicamente o con vergogna, camuffava la presenza di residui di ogni genere.16Hans Albert incentra la sua dimostrazione su ciò che definisce il il trilemma di Münchhausen. Questo trilemma propone tre possibilità, tutte escluse da Hans Albert: 1) regresso infinito (il regresso infinito), che si rivela inapplicabile per chiunque cerchi una giustificazione ultima; 2) il circolo logico nella deduzione, che si verifica quando, nel processo di giustificazione, si ritorna ad asserzioni che a loro volta dovevano già essere giustificate e che, a causa di questa debolezza logica, non conducono ad alcun fondamento certo; 3) l’interruzione — in un punto determinato — del processo di giustificazione che regredisce all’infinito: questa procedura presenta il vantaggio, rispetto alle due precedenti, di essere fattibile, ma è difficile contestare il carattere arbitrario, anzi soggettivo, di una tale scelta.
Eppure è proprio questa terza soluzione che, nella storia della filosofia, è stata scelta dai sostenitori del concetto classico di razionalità. Inoltre, proprio come Pareto, Hans Albert insisterà, nei suoi testi più polemici, sul carattere decisamente pragmatico del dogmatismo. Contrariamente, quindi, alle tesi di Horkheimer, Adorno o Marcuse — che postulano l’esistenza di una ragione non strumentale destinata a dissolvere, attraverso il gioco della critica, tutti i risultati concreti (giudicati autoritari) della prassi politica o scientifica — Hans Albert sottolinea la strumentalità vergognosa e reazionaria di coloro che vorrebbero elevare la ragione non strumentale al rango di tribunale assoluto, definitivamente immune da ogni critica (Immunità alle critiche).
Notiamo, quindi, che il razionalismo critico di Hans Albert — ispirato a Popper e che ne costituisce un complemento — va nella stessa direzione dell’aspetto strettamente logico-sperimentale di Pareto. È possibile tracciare questa analogia, così come è possibile paragonare l’economia paretiana — isolata dalla sua sociologia — alla teoria astratta loghidestinato a guidare la condotta degli uomini, il loghiche la Scuola di Francoforte riteneva di poter dedurre dalla propria interpretazione della filosofia del Informazione(Illuminismo). Secondo Jürgen Habermas, erede di questa problematica, occorre essere consapevoli della rilevanza delle tesi della Scuola di Francoforte, ma anche conoscerne i limiti.17Jürgen Habermas critica l’aspetto protestante, impotente e rassegnato dell’approccio dei suoi predecessori. Li rimprovera soprattutto di essersi ritirati da ogni pratica politica efficace. Da quel momento in poi, il rapporto tra teoria e prassi occupa un posto centrale nella sua filosofia. Habermas si impegnerà a trovare il rimedio che liberi l’autentica razionalità dall’eclissi a cui la razionalità strumentale la sottopone;18ma la sua critica verterà soprattutto sulla natura dualistica della filosofia di Popper, che separa radicalmente l’agire dal conoscere. Pareto, ricordiamo, non aveva abbandonato il suo primo approccio matematizzante quando intraprese lo studio della sociologia; Habermas, dal canto suo, grazie a un’originale assimilazione delle premesse ermeneutiche e storicistiche della Scuola di Francoforte,19è riuscito a denunciare il concezione errata delle scienzesecondo cui questi dovrebbero essere del tutto indipendenti dalle vicissitudini sociali, politiche o ideologiche.20Popper, scrive Jean-François Malherbe,21ha un progetto: riportare in auge la mentalità del Informazionee l’idea dell’autoliberazione attraverso la conoscenza. Secondo lo stesso Popper, questa opzione non può essere «giustificata»: si tratta di fede. Popper e alcuni dei suoi discepoli, come Habermas e la Scuola di Francoforte, condividono quindi questo culto dell’etica del Informazione, con questa differenza: che da una parte si insista piuttosto sull’antidogmatismo, dall’altra sulla tendenza antiautoritaria. Solo Hans Albert sottolinea i parallelismi esistenti tra il proprio approccio e quello di Max Weber negli anni Venti.
Quest’ultimo autore, al tempo stesso filosofo e sociologo, è stato spesso paragonato a Pareto. Razionale (e non razionalista) come lui, è inoltre volontarista.22Sono state avanzate diverse definizioni della sua personalità: “homo politicus“(E. Troeltsch), «positivista eroico» (E. Topitsch), «homo philosophicus“ (K. Jaspers), “homo religiosus“(Steding) e, infine, quella che stavamo evocando, quella del «volontarista razionale» (F. Meinecke). Questa è la sua posizione di fondo: per lui, la vita è una lotta perpetua23e, cavolo, da amor fati, deve esporsi ai colpi del destino e mettersi alla prova (dimostrarsi all’altezza). Ciò che conta è la grandezza, non la felicità.24Hans Albert25e Ernst Topitsch26sosterrà che il divario tra, da un lato, la razionalità progressivamente introdotta nella civiltà europea a partire dal Rinascimento e dalla rivoluzione industriale e, dall’altro, l’irrazionalità insita in ogni atto umano e quindi in ogni atto politico, fu chiaramente percepito e risolto da Max Weber, contemporaneo di Pareto.
Per tutti coloro che rinunciano alla metafisica — o alle varie forme di a prioriconsapevolezza che, dopo il suo crollo all’interno della società occidentale, ha cercato di sostituirla — sono emerse alcune questioni fondamentali: che ne è dell’etica? Come vanno definiti i valori? Cosa può affermare la scienza riguardo all’azione umana? Pareto ha scoperto il carattere non logico degli atti umani senza, tuttavia, affrontare alla radice la questione dei valori. Max Weber, dal canto suo, ha una concezione più ampia della razionalità: nell’ambito di un sistema di valori, e in riferimento ad esso, un’azione può essere considerata razionale. Si dirà allora che è razionale dal punto di vista dei valori. Ecco perché Julien Freund27sottolinea la natura più articolata delle tipologie weberiane rispetto a quelle di Pareto. In Weber, i valori non vengono semplicemente giudicati e classificati come “non logici” (in questo senso Pareto e Popper convergono, poiché entrambi postulano una dicotomia tra conoscere e agire); essi sono oggetti che appartengono al dominio della conoscenza e devono, di conseguenza, essere sottoposti ad analisi. Così, ad esempio, si potrà confrontare con precisione l’etica greca o romana con la morale cristiana o del Vicino Oriente. In tale prospettiva, la «scienza» non deve necessariamente servire a realizzare, a concretizzare, fini prestabiliti (cosa con cui il pragmatismo si accontenterebbe), ma a rivelare una conoscenza utile all’azione e ad eliminare quei modelli di azione che, dopo l’analisi, si rivelano irrealistici. Si percepirà allora che il pensiero umano è quasi sempre dominato da un sistema di valori che non può essere giustificato razionalmente. Questo sistema di valori è un dato di fatto di cui si deve tenere conto. Gli insiemi di valori, più o meno coerenti, reagiscono sul mondo esterno in modi molto diversi, ed è studiando l’impatto di queste reazioni che se ne giudicherà la validità o la non validità. Un sistema sarà valido se è in grado di adattarsi. Per usare un linguaggio figurativo, diremo che il sistema organizzato con l’obiettivo di scoprire il percorso che permetta di uscire da un labirinto distinguerà i passi che si allontanano dall’uscita da quelli che conducono verso di essa. In tale prospettiva, i primi saranno giudicati validi e i secondi no.
Gehlen e la mutazione selettiva degli istinti
In seguito, nell’ambito delle scienze della vita, Julian Huxley, Louis Bolk, Arthur Koestler e, soprattutto, Arnold Gehlen avrebbero riflettuto su alcune implicazioni sociali della neotenia e/o della pedomorfosi. Questa strategia dell’evoluzione biologica ci permette di forgiare un «modello concettuale» parzialmente applicabile alle arti, alla storia e alle idee; grazie a questo modello, si giunge a comprendere il gioco delle innovazioni, l’emergere di nuove forme, il rifiuto delle rigide ortodossie — un gioco che esclude la fede in un’evoluzione strettamente lineare e provvidenzialista e propone invece un’evoluzione tentennante e a zig-zag, fatta di cadute e rinascite. (Annullare-ripristinare, creare e distruggere: cfr. Arthur Koestler, Il cavallo nella locomotiva, Calmann-Lévy.) Pareto aveva trascurato i valori perché si negava qualsiasi preoccupazione filosofica e non riusciva quindi a sintetizzare l’insieme delle sue riflessioni. Julien Freund gli rimprovera «un nominalismo che diffida (eccessivamente) delle parole (…), un positivismo che si guarda bene dallo scientismo (…), un naturalismo limitato alla metodologia…»28Max Weber, al contrario, sfugge a questa dispersione epistemologica che caratterizza il vasto edificio della sociologia paretiana. Tuttavia, con l’idea weberiana di neutralità assiologica (Neutralità valoriale) e il concetto paretiano di “non logico”, abbiamo a nostra disposizione due straordinari strumenti di indagine. Si tratta di strumenti delicati da maneggiare, poiché si rischia o di imboccare la via dell’antidecisionismo, oppure di sprofondare nello psicologismo, confondendo le azioni non logiche con i sentimenti o gli istinti. Julien Freund ci dice che Pareto riuscì a evitare questa insidia forgiando la nozione di «residuo», una nozione in cui egli racchiuse proprio un buon numero di valori (l’idealizzazione del passato e la neofobia, il rifiuto della sofferenza, l’altruismo, i sentimenti di gerarchia, l’ascetismo, ecc.). I valori, incaricati di orientare gli uomini nel mondo e presenti nelle concezioni mitiche, religiose e metafisiche, esercitano — scrive Ernst Topitsch29— diverse funzioni, tra cui si segnalano in particolare quelle che svolgono un ruolo informativo e trasmettono i dati necessari alla vita, e quelle che generano un comportamento adeguato che a sua volta suscita una serie di emozioni. Attraverso queste funzioni emerge ciò che costituisce la specificità dell’essere umano: la mutazione selettiva degli istinti, che vengono sublimati e completati dalla formazione di tradizioni e istituzioni.30Ernst Topitsch — proprio come Herder un tempo,31e come Arnold Gehlen quando elaborò la sua antropologia filosofica (cfr. L’uomo. La sua natura e la sua posizione nel mondo, Athenaion, Wiesbaden, 1976) — richiama la nostra attenzione sul ruolo analogo svolto dal linguaggio, poiché anch’esso possiede quel carattere multifunzionale che consiste nel fornire agli uomini un orientamento nel mondo, un orientamento al quale sono legati, attraverso la descrizione delle cose, dei sentimenti e di un modo di comportarsi che regola le azioni.
Pertanto, gli uomini interpretano la natura e il mondo per analogia con la struttura sociale in cui vivono; occorre quindi osservare che quasi tutti i sistemi di valori fondono i risultati tratti dall’osservazione delle regolarità cosmiche con le implicazioni sociali scaturenti dai loro sistemi di valori e derivanti dai loro istinti sublimati in istituzioni — o, per parafrasare Pareto, derivanti dai vari tipi di residui. Ernst Topitsch parla qui di un socio-cosmico universo.32I meccanismi mentali dei cosiddetti popoli “primitivi” (Popoli indigeni) corrispondono in modo abbastanza fedele a questo tipo di schema. Tuttavia, scrive ancora Ernst Topitsch,33le antiche culture dell’Asia e del Vicino Oriente si sono evolute verso una fase che si potrebbe definire, con Karl Jaspers, la periodo assiologico,34in cui si manifestavano già i primi segni delle successive speculazioni metafisiche. Da quel momento in poi, prosegue Topitsch, gli uomini hanno voluto cogliere il cosmo come un ordine etico dotato di significato. In questo contesto, hanno catalogato tutti i valori che evocano una legge naturale o una ragione onnipotente, una giustizia cosmica o, infine, una concezione drammatica della storia che include una caduta e una redenzione.
L’Europa dei tempi moderni non si è sottratta a tali valori. Ancora oggi, una certa filosofia sociale non sfugge alle strutture mentali nate durante quel grande periodo assiologico della storia. La filosofia dell’Illuminismo continua a portarle con sé, nonostante una secolarizzazione tutto sommato superficiale:35La Natura e la Ragione appaiono come tribunali sovrumani, paragonabili all’ordine divino e giusto del mondo delle antiche tradizioni metafisiche e teologiche. La Ragione verrà paragonata a una “fiamma” che illumina l’Umanità e le indica la “giusta” strada da seguire per sfuggire alle “tenebre” dell’ignoranza e della superstizione. Questi valori, nascosti dietro il termine “Ragione”, riappariranno nell’economia politica. Battezzata «scienza» dai suoi protagonisti, l’economia politica vorrà credere nell’armonia dell’ordine economico liberale e sarà comprensibile solo sulla base della fede in un ordine armonioso del mondo garantito da un potere provvidenziale e sovrumano. Per tali approcci, la conoscenza, i giudizi di valore e l’orientamento all’azione sono incongrui proprio come lo erano per le mitologie arcaiche.
Il marxismo avrebbe incorporato in parte, nel proprio corpus dottrinale, questo tipo di ragionamento messianico. Ecco perché Georg Lukács36sosterrà che qualsiasi presa in considerazione dell’irrazionale comporti un abbassamento del livello filosofico o — se le argomentazioni sono raffinate (come in Nietzsche, Heidegger o Spengler) — una «definizione strategica dell’offensiva reazionaria contro il marxismo», una «rivalutazione delle interpretazioni religiose e idealiste della storia». Secondo Lukács, la sociologia di Max Weber, con la sua metodologia relativista, rappresenta la forma più sottile di questa offensiva. Se Pareto ha forgiato diversi strumenti concettuali — come, ad esempio, la distinzione tra logico e non logico, i residui e le derivazioni37— come spieghiamo in dettaglio in questo numero di Nuova Scuola, Max Weber, dal canto suo, introdurrà il concetto di tipo ideale,38che serve a cogliere con rigore le caratteristiche individuali e le particolarità dei fenomeni. Come qualsiasi altro concetto, il tipo ideale opera una selezione all’interno della realtà,39il che può avvenire solo in relazione ai valori. Ma poiché i valori sono oggettivamente inscritti nel sociale, nel politico o nella storia, lo studioso non esprime (necessariamente) giudizi di valore su di essi. È qui che la neutralità assiologica risulta più efficace: tiene conto dei punti di vista, delle prospettive. I tipi ideali appartengono a una filosofia degli antagonismi, delle tensioni: l’uomo è costantemente alle prese con gli estremi, con le alternative, con le opposizioni.40Questa visione più tragica e più nietzscheana della realtà sociologica rimane vaga o assente in Pareto. Max Weber fonde esistenzialismo e positivismo. Ecco perché il tipo ideale, secondo Hans Albert, non mira alla classificazione, ma serve a chiarire le posizioni in vista delle decisioni da prendere. Caratterizzato dal principio della neutralità assiologica, questo «razionalismo esistenziale» (Hans Albert) — o meglio questo «volontarismo razionale» (F. Meinecke, M. Weyembergh) — è il prodotto di un ascetismo che Max Weber si è imposto per assicurarsi quella distanza che gli mancava a causa del suo temperamento focoso. Ascetica, questa distanza che la neutralità assiologica implica è anche ciò che permette di tenere conto di tutte le prospettive e, di conseguenza, di scoprire elementi che sfuggono a coloro che adottano un unico punto di vista, immaginando di possedere una verità unica, o credendo fermamente che dalle loro azioni deriveranno inevitabilmente i risultati attesi.
Max Weber e lo “scontro di valori”
In realtà, Max Weber va oltre ogni atteggiamento pessimistico e/o ottimistico. Il suo ruolo è quello di stimolare la lucidità. Pareto, al contrario, aveva un atteggiamento più ambiguo, che lo portò a sradicare solo le illusioni; eminente conoscitore dei testi latini, deve aver ricordato l’adagio Muore e ride.su cui gli aristocratici romani del Tardo Impero amavano meditare. In Pareto si percepisce una certa amarezza camuffata da una risata dalle molteplici sfaccettature: quella del marchese che vede la propria classe perdere le proprie posizioni; quella del laico che deride le deboli capacità di ragionamento degli uomini; quella del matematico che osserva la frequente confusione tra identità ed equazione; quella dello studioso positivista (o post-positivista) che conosce la debolezza delle grandi generalizzazioni; e infine quella dell’uomo che scopre l’immenso ruolo dell’irrazionale in tutti gli atti della vita.41Questa risata nasce dall’antitesi tra, da un lato, le esigenze interiori — rigorosamente razionali — dello studioso e, dall’altro, il mondo che lo circonda. L’ascesa del socialismo gli appare come l’invasione del sentimentalismo e il crollo del mondo classico. In La trasformazione della democrazia(La trasformazione della democrazia), egli rimprovera al sindacalismo di ripristinare i vecchi feudalesimi e di frammentare la “sovranità”.
Max Weber ha, nei confronti del socialismo emergente, un atteggiamento molto diverso: l’idea socialista, egli ritiene, sarà d’ora in poi intrecciata alla politica; coloro che detengono, o che ambiscono al potere, dovranno assolutamente tenere conto di questa modalità di organizzazione socio-economica che, in “Occidente”, rimane “razionale” quanto il capitalismo. Questo impulso di razionalità ha dato origine allo Stato moderno di oggi; è quindi in questo contesto che si svolgerà l’antagonismo tra capitalismo e socialismo. «Agli occhi di Weber, uno Stato socialista che propugni una pianificazione metodica non potrebbe costituire una struttura originale, se non forse in ragione del carattere carismatico42della rivoluzione, poiché in tutto il resto non fa altro che portare avanti la razionalizzazione della società politica. Tutto sommato, il socialismo non è che una delle forme tipiche dello Stato moderno.”43Anche Pareto aveva intuito che l’avvento del socialismo non avrebbe eliminato definitivamente i conflitti sociali, ma che questi «sarebbero sorti tra le diverse categorie di lavoratori dello Stato socialista, tra gli “intellettuali” e i “non intellettuali”, tra le diverse categorie di politici, tra questi ultimi e i loro amministrati, tra innovatori e conservatori».44Tutto sommato, a seconda delle epoche e delle circostanze, la lotta tra le élite prende a pretesto ora rivalità religiose, ora economiche, ora di altro tipo. Pur avendo ragione nel fondo della questione, Marx sbagliava a credere che l’economia da sola potesse costituire la base della lotta di classe, il che lo spinse verso l’utopia.45La realtà è che i conflitti rimangono una costante di tutte le società. Il politico, se vuole orientarsi nel continuum della realtà, deve esserne consapevole. Ma dovrà anche ricordare che i conflitti possono scoppiare con i pretesti più disparati, non sempre di natura economica. Questi conflitti possono essere di natura religiosa, e in tal caso gli attori faranno riferimento a valori che li porteranno a scegliere determinate modalità d’azione ed escluderne altre: l’uomo politico serve alcuni dei e se ne oppone ad altri; vi è quindi Conflitto di valori, uno scontro di valori.
Max Weber sottolinea quindi con maggiore forza il ruolo che la scelta dei fini riveste nell’ambito della fede, e sostiene che due aspetti meritano la nostra attenzione: in primo luogo, l’intreccio, nel pensiero dell’uomo reale, di numerosi valori che possono essere di natura molto diversa; e in secondo luogo, il pericolo rappresentato dalla quotidianità (l’intorpidimento, la piattezza delle convinzioni). Questo peso della quotidianità fa sì che l’antagonismo implicito e latente dei valori non venga più percepito o — peggio ancora — non si voglia più che venga percepito. Rifiutarsi di prestare attenzione ai conflitti significa praticare l’esclusione rispetto a moltissime potenzialità e condannarsi a credere ciecamente nell’unità assoluta dell’essere e del dover essere, nell’adeguatezza tra i desideri — interessati o meno — e i risultati delle azioni mosse da tali desideri (il contrario di ciò che Jules Monnerot chiama eteroteticamente).46Ciò implica, naturalmente, la fede in una gerarchia di valori unica, assoluta e immutabile, che Max Weber non poté dedurre oggettivamente né dalle sue osservazioni empiriche né dai suoi studi; per lui, «i valori ultimi (gli assiomi assiologici delle opzioni) sono in conflitto tra loro, e l’affermazione dell’uno o dell’altro dipende dalla decisione dell’individuo. Di conseguenza, esistono tanti sistemi di valori quanti sono i valori ultimi».47Il filosofo americano Leo Strauss,48scandalizzato da questa concezione decisamente politeista, sostiene che, per Max Weber, «lo stile di vita degli specialisti privi di anima e di visione e dei voluttuari senza cuore sia difendibile quanto quelli propugnati da Amos o da Socrate». In breve, Leo Strauss rimprovera a Max Weber un nichilismo e un machiavellismo della peggior specie. Eppure, come sottolinea Maurice Weyembergh, Max Weber non ha mai affermato che la validità dei valori fosse la stessa; ha detto solo che la loro validità era ugualmente indimostrabile (immediatamente indimostrabile).
In Max Weber, la discussione assiologica (che verte sui valori) può e deve svolgere un ruolo eminentemente pratico: assolutizzando ciascun valore (nell’astrazione della riflessione), è possibile vedere dove esso conduce e, in tal modo, chiarire il contenuto delle volontà. L’anarchia nasce quindi quando nessun valore viene preso davvero sul serio, quando vi sono troppe autorità, e non quando vi è assenza di autorità. Quando lo studioso — nel caso che ci interessa, Max Weber o Pareto — si mette a riflettere sui molteplici aspetti di un determinato valore al fine di ricavarne i suoi assiomi più fondamentali, il valore in questione proprio per questo motivoperde il suo carattere normativo (una normatività pratica e strumentale) per diventare un mero oggetto di indagine. La razionalità diventa così una modalità di comprensione dei fini, che metterà l’individuo di fronte a scelte finalmente consapevoli e che, nel groviglio di contraddizioni che costituisce in definitiva il tessuto del mondo, imporrà che ogni impegno sia lucido, e quindi libero. Non si potrà, per questo, far passare tale impegno per oggettivo. La libertà di giudizio deriverà dalla consapevolezza del soggetto di scegliere lucidamente valori non oggettivi. Una tale visione della razionalità è propriamente rivoluzionaria, poiché rifiuta l’idea di un significato che preceda e trascenda le comunità politiche; essa studierà le conseguenze causali perché gli uomini, per decisione volontaria, attribuiscono un significato alle loro esistenze e scelgono i propri destini.
etica della convinzione e della responsabilità
Max Horkheimer sviluppò una visione delle cose piuttosto diversa. Insieme a Theodor W. Adorno proporrà una nuova teoria del Informazioneche rifiuterà esplicitamente di avallare la “normatività del fittizio” (cioè dei fatti concreti). Horkheimer e Adorno contestano ciò che Max Weber accettava pienamente e che Pareto finì per ammettere dopo aver studiato la storia e le motivazioni in essa espresse. Per Max Weber e per Pareto, i fatti esigono un adattamento; ma, secondo Horkheimer e Adorno, riconoscere questa evidenza significa costringere la conoscenza a essere meramente ripetitiva e l’idea a limitarsi a una mera tautologia. Seguendo il loro ragionamento, Horkheimer e Adorno scrivono che se l’apparato concettuale si sottomette al Essere(l’«esistente»), non farà altro che riprodurlo prima di regredire alla mitologia dalla quale si era faticosamente liberata; come la mitologia, questo riconoscimento della fatticità dell’esistente (dei fatti) rinnega — secondo Horkheimer e Adorno — la speranza e nasconde, nelle sue forme, l’affermazione autoritaria di un’essenza di ciò che esiste (l’eterno ritorno, il destino) e di ciò che si suppone debba durare. Horkheimer e Adorno non si rendono conto che questa «speranza» è un residuo mitologico; anche il razionalismo (o meglio l’iper-razionalismo) della Scuola di Francoforte ci riconduce alla mitologia. Si potrebbero quindi ribaltare molto facilmente contro di loro le argomentazioni che scagliano contro i propri avversari. Così, Horkheimer e Adorno esortano i loro contemporanei a scoprire che le immagini mitologiche, come le formule scientifiche, confermano la chiarezza, l’eternità dei fatti e riducono il «significato» al mero Esistenzail quale — se percepito in modo convenzionale — nasconderebbe quel significato, che solo un approccio ermeneutico potrebbe cogliere.
Se, per i protagonisti della Scuola di Francoforte, l’idea di significato può essere concepita solo in termini di unicità — e se, proprio in virtù di tale unicità, essa è universale —, Max Weber, al contrario, osserva la pluralità dei significati che gli uomini, onorando valori e divinità molto diverse tra loro, attribuiscono al mondo. In questa pluralità si scopre la lotta perpetua che le convinzioni ingaggiano tra loro. Ma, nell’osservare questa situazione conflittuale, Max Weber non immagina certamente una lotta appassionata che non accetti alcuna moderazione: il politico deve sentirsi responsabile del risultato delle proprie azioni. Di conseguenza, Max Weber distingue un’etica della «convinzione» (Etica dei principi) derivante da un’etica della “responsabilità” (Etica della responsabilità). L’etica della convinzione, o della santità, che — in nome della purezza del proprio ideale — limita la propria responsabilità rifiutando ogni moderazione e ogni misura,49attribuirà sempre i propri fallimenti alla follia del mondo o a carenze materiali. Coloro che incarnano l’etica della responsabilità attribuiranno i propri fallimenti a un errato calcolo politico, e quindi a una errata analisi assiologica, a una lucidità carente. Il fallimento si verifica quando l’attore politico non possiede — o possiede in modo inadeguato — ciò che Max Weber chiama il «coup d’œil» o il Distanza, ovvero quella distanza, quel distacco che consentiranno alla sociologia di diventare uno strumento del politico, una conoscenza nomologica. Solo questa disciplina permette una razionalità in grado di accrescere la prevedibilità di certi aspetti del divenire e di offrire a chiunque si sottometta alle sue esigenze le maggiori possibilità di successo con un minimo di conseguenze indesiderate.
In Pareto ci si imbatte in quella visione secondo cui ogni azione è vana, a causa del carattere ciclico e ripetitivo della storia.50Il sociologo italiano non coglie la natura oggettiva dei valori che egli giudica tutti derivati da sentimenti o interessi, tutti ugualmente irrazionali. Con Julien Freund, concordiamo sul fatto che questa totale assenza di illusioni consenta a Pareto, nonché ai sociologi e ai politici paretiani, di affrontare la politica in modo più realistico e di doxanalyze51discorsi ideologici. Questo scetticismo integrale scaturisce dall’osservazione del declino di una ragione che si è esternalizzata e superficializzata. Pareto, nonostante la ricchezza della sua opera in termini di potenzialità realistiche, sarà egli stesso incapace di piegarsi ai compromessi del mondo — di quel mondo impenetrabile in cui gli uomini agiscono in modo misterioso.
Questo “mistero del mondo”, al contrario, sarà colto da Max Weber. L’interesse delle sue opere risiede nei suoi studi approfonditi sulle religioni e sulle implicazioni sociali del religioso.52È in questo modo che Weber — cresciuto in una civiltà in cui la razionalità si è radicata in misura molto ampia — riesce a cogliere (esternamente e/o internamente) questa impenetrabilità e questo mistero che tutte le religioni, e tutti i valori che spingono gli uomini ad agire, nascondono. In Max Weber non si trova alcun rammarico per aver dovuto abbandonare una razionalità pura antagonista all’azione, mentre Pareto e i protagonisti della Scuola di Francoforte convergono, paradossalmente, nel rammarico — anche se tale rammarico è di natura diversa nell’uno e negli altri. Nel rammaricarsi del declino della ragione, Pareto rileva l’inadeguatezza del metodo logico-sperimentale in sociologia (ma non in economia); nel rammaricarsi del declino della ragione, la Scuola di Francoforte contesta la razionalità strumentale (la strumentalizzazione della ragione) e deplora quello che ritiene essere il suo culmine storico nell’instaurazione di varie forme di Stato autoritario (per la Scuola di Francoforte si tratta, in ordine sparso, del liberalismo borghese e capitalista, del fascismo, del nazionalsocialismo e di tutte le forme di marxismo politico).53
In definitiva, la Scuola di Francoforte nega agli uomini politici la capacità di prendere decisioni chiare e ragionevoli. Questo rifiuto di ogni atto nomologico deriva dal fatto che il concetto di decisione (decisionismo) è stato arbitrariamente dichiarato sospetto. Utilizzato da Carl Schmitt e da altri autori della Rivoluzione Conservatrice, il concetto di decisione avrebbe — secondo Horkheimer, Marcuse e Adorno — giustificato, nella cosiddetta prassi politica «di destra», l’uso brutale della coercizione per ripristinare uno stato di cose normale e precedente, giudicato preferibile, in nome delle passioni e degli interessi. Eppure non si trattava affatto di questo. Le situazioni eccezionali richiedono che ogni potere (qualunque sia, del resto, l’ideologia che rivendica) decida le misure da adottare, scelga i mezzi per affrontare le sfide o le crisi. In termini esistenziali, si potrebbe dire che il primato ricade allora su queste situazioni eccezionali e non sulle regole della normalità. Carl Schmitt scrive, a questo proposito, che «nell’eccezione, la forza della vita reale rompe il carapace di una meccanica ripetitiva». Questo aspetto delle cose potrebbe naturalmente essere qualificato come romanticismo vitalista — cioè un romanticismo che gioca la carta della vita contro meccanismi disincarnati e disincarnanti, che ritiene l’eccezione più interessante54rispetto alla normalità. Tuttavia, l’aggettivo «romantico» non sembra adeguato; se il romanticismo nega la normalità, la quotidianità, a favore di un mondo migliore o a favore dell’azione, lo fa in modi molto diversi e si fonda su riflessi psicologici propri di un unico individuo (occasionalismo). In ambito politico, le decisioni vengono prese in modo collegiale (gli Ateniesi chiesa, il Senato romano o i Germanici cosa), oppure da personalità forti e autonome che esercitano le proprie prerogative nel quadro di ciò che Talcott Parsons,55secondo Durkheim,56definisce “individualismo istituzionale”. Per la loro comunità politica, queste individualità scelgono e combinano i mezzi. Ma è quando Talcott Parsons individua il punto in comune tra i reazionari e i marxisti che si rivela più pertinente: i primi si lamentano perché vogliono credere che gli uomini siano diventati tutti anomici; i secondi si lamentano perché, a loro avviso, tutti sono alienati. L’anomia e l’alienazione rimandano implicitamente a un uomo ideale che ha corrisposto, o che dovrebbe corrispondere, al proprio [essere proprio]. Se la Scuola di Francoforte percepisce Carl Schmitt ed Ernst Jünger come coloro che esigerebbero il brusco ritorno alla non corrispondenza dell’uomo al proprio essere, e quindi all’alienazione, essa si smaschera e mostra le proprie contraddizioni. Infatti, la scommessa sull’eccezione a scapito della normalità è uno dei temi principali delle filosofie di Ernst Bloch e di Adorno. Se esiste una differenza tra la Scuola di Francoforte e i teorici della Rivoluzione Conservatrice, è che il residuo è, per la prima, l’alienazione, mentre per i pensatori (de Maistre, Bonald, Donoso Cortés) di cui Carl Schmitt si è fatto portavoce,57È l’anomia. Ernst Bloch scopre che l’anticipazione, l’utopia e la fantasia oggettiva esprimono e riflettono il «non ancora» (il “non ancora”). Egli formula il “principio di speranza” (il principio della speranza) come forza che trasforma attivamente il mondo dispiegandosi a partire da un’infrastruttura ontologico-antropologica, in cui, da un lato, la Materia stessa, intesa come “Natura”, rimane aperta al qualitativamente nuovo e si afferma come la dinamite(la forza) che racchiude in sé e proietta nel reale tutte le tendenze e tutte le potenzialità (Latenza) che darà vita alle “forme” future; e dove, d’altra parte, la coscienza (la consapevolezza) forme, insieme al preconscio (il preconscio) e l’inconscio (l’inconscio), il riflesso della Materia — ovvero dello spazio possibile del non-ancora. Pertanto, per Ernst Bloch, l’uomo non attribuisce significato a ciò che lo circonda; egli è il riflesso della Materia dinamica e divinizzata. In tale prospettiva, coloro che ipotizzano atti soggettivi/decisionistici si illudono e agiscono senza fare riferimento al fondamento ontologico che è la Materia. Dobbiamo quindi osservare, utilizzando il vocabolario di Ernst Topitsch, che l’opera di Ernst Bloch è molto sociomorfa.
comprendere l’unità delle istanze separate
Ma non è assolutamente possibile ridurre l’opera di Bloch a questo fondamento generale;58ci sono alcuni altri aspetti che non possono essere trascurati, anche quando ci si definisce fin dall’inizio sulla base di prospettive radicalmente diverse. Ernst Bloch afferma che la prima cosa con cui l’uomo si trova a confrontarsi è la «mancanza» (la carenza). L’uomo non possiede ciò di cui ha bisogno per sentirsi soddisfatto. Fino a un’età avanzata, avverte la mancanza di «qualcosa», sente la propria incompletezza. La mancanza è una costante nella vita degli esseri umani, che li spinge ad agire. La necessità comporta la nascita del pensiero, la fabbricazione di strumenti, la scoperta del fuoco, la costruzione di ripari. La necessità costringe gli uomini a riunirsi in gruppi, in comunità, in Stati. Questa definizione negativa del fatto umano, Ernst Bloch e la Scuola di Francoforte l’hanno ereditata da una tradizione filosofica tedesca di cui non detengono il monopolio esclusivo. Essi affermano che la negazione è già inclusa nell’essere naturale e da lì passa all’essere sociale, che in tal modo eredita l’incompletezza naturale dell’uomo. Ora, questa distinzione tra una Materia che totalizza tutte le potenzialità e un soggetto incompleto ripristina il vecchio dualismo della tradizione filosofica occidentale. Questo dualismo si ritrova, prima e dopo numerose altre incarnazioni, nella filosofia di Fichte;59sebbene quest’ultimo parli piuttosto di una dualità tra razionalità e materia come caratteristica reale dell’universo. D’ora in poi, la destinazione dell’uomo sulla terra sarà quella di realizzare l’unità delle due istanze “ontologicamente” separate. Questa riflessione sulla duplice natura — spirituale e materiale — dell’uomo porta il filosofo a concepire l’uomo come l’essere che completerà la creazione, che ripristinerà il monismo (poiché Dio si è ritirato dalla Sua creazione il «settimo giorno», inaugurando così l’era del dualismo) e che permetterà a Dio di dimorare nel mondo. Questa esperienza è, per l’uomo, ancora tutta da compiere; è ideale, dà senso alla sua vita.
Nel dibattito della sociologia tedesca, questa eredità fichtiana si ritrova nell’approccio di Arnold Gehlen.60Anche per lui l’uomo è definito dalle sue lacune organiche; senza tuttavia condividere la speranza utopica di Bloch, la sua antropologia spiegherà che la natura dell’uomo è la sua cultura — da cui derivano la tecnica, il diritto e le istituzioni destinate a stabilizzare il caos causato dalle sue lacune istintuali. Pertanto, la negatività (ad esempio, la «dialettica negativa» di Adorno)61costituisce un’ipotesi operativa per l’antropologia. Nella prospettiva gehleniana, non si tratta affatto di quel «principio assoluto» che non si rassegna mai di fronte al reale, bensì di un fatto biologicamente osservabile, che spiega in parte la nascita della cultura e delle istituzioni — istituzioni che orientano gli uomini nel mondo sollevandoli dalla necessità di compiere scelte, risparmiando loro il pericolo di trovarsi disorientati di fronte alle molteplici possibilità di scelta. Questa funzione di «sgravio» permette alla personalità di costruirsi, di risparmiare energie grazie al ruolo stabilizzante delle istituzioni e, di conseguenza, di impiegare tali energie a fini creativi.
Nel lessico ancora molto teologico di Fichte, si direbbe che l’uomo introduca il divino nel mondo superando lo stadio della mera naturalità, varcando la soglia dell’indecisione in cui era immerso. Possono quindi agire efficacemente solo coloro che hanno una coscienza chiara e lucida del proprio destino e una conoscenza abbastanza completa dei valori che desiderano promuovere. Da Fichte a Max Weber, e da quest’ultimo a Carl Schmitt e Arnold Gehlen, esiste una tradizione metafilosofica che illustra una volontà di mobilitazione permanente inil mondo, e non di una mobilitazione permanente controil mondo. Bisogna ipotizzare delle azioni, ed è questo che conta. La Scuola di Francoforte diffidava delle volontà così come Pareto diffidava dell’irrazionale. Voleva opporsi al reale e al mitoil loghidi critica e di negazione.
Per tornare al concetto di “decisione” (la scelta dei mezzi d’azione), occorre sottolineare che essa deriva molto spesso da una conoscenza parziale, dalla mancanza di elementi sufficienti per definire le modalità d’azione. La decisione non è quindi fondamentalmente irrazionale. Pareto non ha sempre compreso chiaramente il fatto che gli espedienti ideologici colmano le lacune nella conoscenza pratica. Hans Albert (cfr. supra) ci ha dimostrato che il dogmatismo latente della maggior parte delle ideologie deriva dall’impossibilità di raccogliere tutti i dati empirici necessari alle loro dimostrazioni e dalla tendenza a esigere una giustificazione ultima — al fine, ad esempio, di ottenere l’approvazione di una prassi politica. In casi concreti, quando la situazione si rivela eccezionale, troppo spesso le decisioni devono essere prese senza una conoscenza completa di tutti gli elementi che, in precedenza, hanno contribuito a determinare il caso in questione.
lo Stato che si trova ad affrontare una “emergenza contingente”
Nonostante tutte le riserve che si possano nutrire riguardo alla sua oggettiva fragilità e al rischio di un’eventuale deviazione che ogni decisione comporta, una giusta valutazione del suo ruolo ci impedirà di condannarla come assurda. La sua onnipresenza — camuffata o meno — in tutti gli approcci politico-ideologici ci invita a non seguire coloro che vorrebbero sostituirla con una procedura esclusivamente logomachica, che crede di poter dissolvere la forza di una situazione politica nata da una decisione. Il marxista revisionista Jürgen Habermas comprende perfettamente che se la nozione di decisione fosse stata definita in modo pertinente dalle cosiddette ideologie «reazionarie» dell’inizio del XIX secolo62e dai loro eredi del XX secolo, emerge in modo del tutto evidente anche nell’approccio decisionista — fondatore della storia e creatore di un tipo di Stato — che si ritrova in Lenin. Quest’ultimo va di fatto oltre lo Stato liberale, di natura intrinsecamente dualista, che contrappone una sfera del privato (che di fatto racchiude l’idea e il desiderio di una sicurezza pianificabile, al riparo dagli imponderabili) e una sfera del politico e dello Stato (che porterebbe in sé il pericolo dell’arbitrarietà e dell’imprevedibilità, con il pretesto che, in epoche precedenti, serviva ad affrontare gli imponderabili dovuti alla pluralità del mondo e alla presenza di potenziali nemici). Lenin — e dopo di lui i nazionalismi quiritari — vedranno una sfera politica strutturata in tre funzioni, comprendente: 1) il dominio della società, dove la popolazione (il popolo) organizza la propria vita lavorativa; 2) il dominio del partito, che assicura il legame tra il popolo e lo Stato selezionando gli elementi più dinamici e più disciplinati; 3) il dominio dello Stato, dove i funzionari, l’esercito e la diplomazia assicurano il futuro del nuovo Stato all’interno della società delle nazioni, garantendogli quell’inviolabilità che sola permette una sicurezza interna atta a realizzare, materialmente, i valori scelti. Jürgen Habermas, dal canto suo, spiegherà63la comparsa, nell’Inghilterra del XVIII secolo, di un opinione pubblicaoppure la “sfera pubblica” (riflesso di una società borghese e mercantile in fase di formazione, nonché ambito dell’autonomia privata e individuale), che assume per proprio conto funzioni fino ad allora riservate alla sfera politica: la circolazione delle merci, la determinazione del lavoro. Lo Stato si depoliticizza e diventa uno strumento al servizio degli interessi economici privati — ma anche (e Habermas non lo menziona) degli interessi ideologici delle chiese, dei circoli filosofici o dei partiti. Lo Stato non può più prendere decisioni autonome. Eppure esistono situazioni in cui non basta applicare le norme giuridiche, perché l’imprevedibile non conosce la sobria meccanica delle regole sociali. Infatti, le leggi corrispondono solo agli eventi regolari della vita.64Solo la normalità può essere normata. L’economia di Pareto proponeva un tipo di normalità da cui erano escluse tutte le possibili eccezioni. Il Emergenza(emergenza situazionale) ironizza sui ragionamenti dei giuristi, che evocano solo situazioni-tipo generiche e ripetitive. Diventa quindi evidente che non si può fare a meno di ciò che costituisce l’atto politico per eccellenza: la decisione. Questa sarà determinata dai valori — ereditati o scelti — a cui il politico aderisce.
Osservando il rifiuto venato di paura che emerge dalle prese di posizione della Scuola di Francoforte sulla natura decisionista della politica, ci sembra interessante interpellare Ernst Bloch sui meccanismi concreti dell’emergere dell’utopia rivoluzionaria nel tessuto della storia. Nulla impedisce di considerare la rivolta dei contadini nella Germania del XVI secolo come la decisoreazione di un’élite popolare in ascesa e dell’aristocrazia condottieri(Ulrich von Hutten, Franz von Sickingen, Weigandt von Miltenberg) a una situazione di emergenza e a una sfida che rappresentavano la posta in gioco sociale, politica e nazionale del Paese. Questa risposta alla sfida di un doppio collasso politico e sociale potrebbe quindi benissimo essere interpretata come una rivolta nazionale, come la volontà di creare uno Stato centralizzato libero dall’ingerenza del Vaticano e degli Asburgo.65
la critica e il valore del decisionismo
Ernst Bloch concentra la sua attenzione, in qualità di filosofo e storico, sulla controversa figura di Thomas Münzer;66eppure Thomas Münzer decide, sulla base assiologica del messaggio profetico e biblico, per fondare una città ideale. Si suggerirà quindi, in modo del tutto oggettivo — riflettendo sulla nozione schmittiana e post-schmittiana del Situazione di emergenzae sul concetto blochiano di Noncome vettore dell’utopia — che si ammetta la definitiva distruzione delle nozioni incomplete e astratte di “sinistra” e “destra”. Nella complessa realtà della politica non è possibile, in definitiva, trovare alcuna tipologia ideale e rigorosamente dicotomica. Gli adepti degli slogan e delle etichette finiranno tutti per dover riconoscere i limiti delle loro opinioni meschine e ristrette.
È proprio la superficialità delle opinioni che Pareto critica. Jules Monnerot ha definito la sua opera come doxanalitico; studiandola, si potranno individuare alcuni elementi comuni a opinioni apparentemente divergenti. Ciò non basta; con Max Weber, occorre cercare di comprendere quali siano i valori ultimi che determinano le scelte — i valori in virtù dei quali metodi comuni a ideologie opposte, e derivanti da pertinenti analisi filosofiche (quella schmittiana Emergenza, l’utopizzazione No, il monismo/progetto fichtiano e il dualismo concreto), sono messi al servizio di valori fondamentali (religiosi) diversi. L’alienazione e l’anomia si completano a vicenda e si escludono l’una l’altra solo tra i politici che non hanno compreso la natura di ciò che Max Weber chiamava razionalità. Questi rimangono nella confusione dei valori. A tali uomini il futuro non appartiene. Lo scopo di questo articolo è stato quindi quello di correggere Pareto attraverso un’attenta lettura di Max Weber, per poi collocare la validità della sua doxanalisinell’ambito del dibattito che oppone alcuni neopositivisti (soprattutto Topitsch e, in misura minore, Albert) agli esponenti della Scuola di Francoforte.
La Ragione Assoluta, che nega le vicissitudini storiche e politiche; la critica al decisionismo; l’economia pura di Pareto; l’approccio positivista e scientista di Popper — tutto ciò non riesce a cogliere la vera natura della sociologia, quella scienza che si dovrebbe chiamare senza esitazione scienze politiche, perché ogni societassopravvive solo all’interno di un contesto politico, all’interno di un polis; in caso contrario, questa sociologia si perde nella catalogazione delle molteplici mode sociali, nella descrizione di fenomeni transitori, effimeri nello spazio e nel tempo. Ecco perché la sociologia, oggi di moda, si dissolve nell’informalità deliquescente di quella sfera privata difesa con tanta veemenza dal liberalismo mercantile. La dispersione porta all’inazione. Pareto — anche se i problemi posti dal confronto tra miti e realtà, tra fatti e teorie, si riferivano direttamente al quadro politico — non ragionava in termini di decisione. Habermas, dal canto suo, esclude la decisione, che concepisce come una deroga alla normalità auspicata, e propone micro-rivoluzioni frammentarie ed empiriche per evitare di cadere nella trappola di una globaleun’azione che — passando necessariamente attraverso il canale dell’opinione pubblica (opinione pubblica) e delle macrostrutture sociali — verrebbe così recuperata. In tal modo, la volontà rivoluzionaria marxista-leninista viene svuotata della sua sostanza, e Habermas, nel suo progetto d’insieme, auspica una trasformazione globale della società senza un atto decisionale e con la sola funzione critica del progetto utopico. Horkheimer si spinge ancora oltre; esalta le macrostrutture della società borghese per paura di vedere innescarsi sconvolgimenti — sconvolgimenti che, a suo avviso, sono sempre suscettibili di instaurare una tirannia. Si giunge così a un conservatorismo (un conformismo) che si ritaglia piccoli spazi privati distaccati da ogni norma sociale, dove i desideri insoddisfatti possono esprimersi a piacimento. Questa forma di dispersione ha un effetto globalmente demobilitante e nega i valori che guidano l’azione.
L’ultima incarnazione del cristianesimo, questa miscela di post-marxismo, freudismo e liberalismo edonistico, rappresenta in effetti un valore religioso. Escludendo tutti i fattori in grado di offrire agli uomini l’occasione di dare un senso alla propria vita, questa ideologia ritiene di abbattere definitivamente gli idoli che avrebbero sempre indotto i popoli a deviare da un percorso presumibilmente giusto.
Questi valori, che si sottraggono alla decisione, si riferiscono, implicitamente o esplicitamente, a elementi che sono sempre già lì. Ernst Topitsch ci parla67delle religioni dell’antica India che — al di sopra del mondo quotidiano e al di sopra della dimora degli dei antropomorfi della religione popolare — concepiscono una dimora del Sé supremo; questo Sé supremo, distaccato dalle vicissitudini della vita quotidiana, può essere percepito in due modi: o fungerà da metodo, da modello, per chi rifiuta di appesantire la propria mente con mode effimere, con l’invidia, con i desideri irrazionali di potere o di sicurezza; oppure degenererà in una speranza soteriologica o in un culto individualista.
La Scuola di Francoforte, e soprattutto la filosofia personale di Max Horkheimer, mirano infatti a isolare l’individuo al di fuori della sfera politica, poiché solo in questo modo egli raggiungerebbe la felicità, diventerebbe dio. Diventare dio — ovvero, se usiamo un linguaggio lucido e non teologico, vivere i propri valori. Poiché i valori che Marcuse sceglie,68è quello di denunciare le sofferenze inflitte all’individuo dalla sottomissione permanente degli istinti alla civiltà. Per lui, la libera soddisfazione dei bisogni istintuali è incompatibile con la società civilizzata; il principio del piacere è incompatibile con il principio della realtà. Marcuse rinnega così il lato prometeico69del marxismo, poiché lo schema marxiano della società di classe ammette un rapporto di dominio e introduce un’affermazione che è al tempo stesso collettiva e repressiva. Secondo Horkheimer, dominare il proprio ambiente rientra nell’autorepressione ascetica. Ciò che i protagonisti della Scuola di Francoforte auspicano è il ripristino di quello che Hobbes definiva lo stato di natura, precedente alla società civile — dove l’uomo era, tuttavia, un «lupo per l’uomo», cosa che, contrariamente a Hobbes, essi non percepiscono. Con Bernd Guggenberger70sottolineeremo che, nelle concezioni politico-psicologiche della Scuola di Francoforte, l’analista spaccia troppo facilmente la realizzazione concreta dei propri desideri personali per un ritorno dell’essere vero rimosso; tale essere vero nasconderebbe in sé la possibilità di una vera trasformazione sociale. All’ideologia fallimentare del progresso,71Marcuse afferma che occorre opporsi alla perennità statica dei desideri. È evidente che, senza un’idea di comunità e con una concezione molto parziale degli archetipi,72si può desiderare il paradiso e, per ironia della sorte, ottenere la legge della giungla. La concezione marcusiana della libertà risulta quindi regressiva rispetto alle teorie politiche del XVII secolo.
la tripartizione sociale e politica
Ora, esistono valori che tengono conto del concetto di sovranità. Piet Tommissen73auspica che si possano mettere in relazione le scoperte di Georges Dumézil con le nozioni schmittiane di politico, sovranità e decisione. Il contenuto della prima delle tre funzioni che Dumézil individua nelle società indoeuropee è proprio la sovranità giuridica e magica, ovvero l’ordinamento della vita degli uomini nel mondo; Frank D. Balog74richiama la nostra attenzione sulla persistenza, nella storia delle teorie politiche in Europa, della trifunzionalel’ideologia che Georges Dumézil ha definito così bene. Gli europei hanno sempre avuto la tendenza a suddividere le attività della città in tre settori — ispirandosi alle tre classi (sostanziale, formale e universale) di Hegel Filosofia del diritto(Filosofia del diritto) ai “tre stati” previsti da Daniel Bell nel suo L’avvento della società post-industriale. Questa ideologia trifunzionale è un concetto che si potrebbe definire “residuale”, in quanto combina i concetti di Max Weber e di Vilfredo Pareto. Nella stessa corrente, Edward A. Tiryakian75il sociologo Talcott Parsons interpreta alla luce delle ricerche di Dumézil. Quest’ultimo ha così individuato le radici religiose di quelle visioni della politica che riconoscono il valore della sovranità. Talcott Parsons distingue: 1) la funzione che determina gli obiettivi, che egli indica con la lettera “G” per obiettivi; 2) quella che adatta la società al proprio ambiente; 3) quella che mira all’integrazione (funzione “I” per integrazione) dei membri di una comunità per il perseguimento di un fine comune; 4) la funzione “L” della latenza (latenza) che consiste essenzialmente nella ricerca e nella ricreazione di nuovi obiettivi, nella ridefinizione di un nuovo consenso e nella ridefinizione dei valori fondamentali. Questa fase, nella dinamica sociale, serve a riorganizzare la società. Dumézil ci propone quindi una società trifunzionale, mentre Talcott Parsons una società in cui interagiscono quattro forze. Ma Dumézil ha studiato soprattutto società che hanno avuto un’evoluzione molto lenta, società che corrispondono a ciò che Oswald Spengler76denominata cultura apollinea, caratterizzata da uno statismo olimpico, da un senso dei limiti e incentrata esclusivamente sulla città. Talcott Parsons aggiunge l’elemento dinamico che manca nella descrizione della società di Dumézil. La tabella comparativa che Edward A. Tiryakian ci propone è, a questo proposito, estremamente istruttiva:
DUMÉZIL
Prima funzione
Il mantenimento dell’ordine cosmico e giuridico. L’amministrazione misteriosa e regolare del mondo. Questa funzione è rappresentata, in India, dalla casta dei bramini; tra i Celti, dai druidi; ecc. Di norma, corrisponde a tutte le classi che detengono il potere politico esovranità religiosa.
Seconda funzione
La seconda funzione si riserva l’esercizio della forza fisica, al fine di proteggere la società in caso di emergenza. Si tratta, in India, della casta dei Kshatriya; in Irlanda, dei Flaith; ecc.
Terza funzione
Questa funzione è responsabile del benessere e della fecondità. Raccoglie e produce i mezzi di sussistenza. Corrisponde alla casta indiana dei Vaishya, quella irlandese airig, gli agricoltori, ecc.
PARSONS
Prima funzione
Mantenimento delle norme culturali consolidate. Mantenimento del sistema giuridico.
Seconda funzione
Questa è la funzione di integrazione (“I”), destinata a produrre e a riprodurre la “solidarietà”. Essa controlla il rispetto delle regole sociali.
Terza funzione
Secondo Parsons, la terza funzione persegue i propri obiettivi attraverso il potere, ovvero mediante la mobilitazione di tutte le risorse di una società. Questo, sostiene Parsons, è il ruolo della politica dei politici.
Quarta funzione
Adattarsi all’ambiente, in modo da favorire la produzione di risorse finalizzata al raggiungimento degli obiettivi. Questo è il ruolo dell’economia.
Anche se, in questi due tipi di distribuzione dei compiti sociali, vi sono divergenze — dovute alla dispersione spazio-temporale delle società studiate — Edward A. Tiryakian ha ragione a sottolineare il loro punto di convergenza: sia per Dumézil che per Talcott Parsons, le funzioni che determinano i valori esercitano il loro controllo su quelle che regolano gli adattamenti economici. In una gerarchia che non esiteremo a definire cibernetica, si dirà che una funzione ricca di informazioni controlla sempre una funzione povera (o meno ricca) di informazioni, nonostante l’eventuale forza energetica che quest’ultima possa dispiegare. In una prospettiva weberiana, diremmo che i detentori della prima funzione hanno una coscienza chiara e lucida dei valori ultimi che costituiscono la spina dorsale del programma da realizzare, dell’armonia da promuovere. Un’altra caratteristica di queste due classificazioni è il loro comune rifiuto dell’individualismo. Tale analisi dei valori fondamentali delle società — resa possibile grazie ai testi forniti dalla filologia, dall’archeologia e, soprattutto, dalla mitologia — supera di gran lunga i falsi interrogativi del Frankfurtistai fedeli del loghie dei sostenitori dell’etica sociale popperiana. Infatti, dopo aver modestamente tentato di confutare l’argomentazione di Marcuse, Adorno, Horkheimer e Habermas — un’argomentazione che insiste sulla “necessità” di preservare l’individuo dalle “affermazioni” sociali — dobbiamo anche affrontare l’etica individualista e depoliticizzante di Karl Raimund Popper.
In un articolo pubblicato sulla rivista “Munich Review” Criticón,77Harald Holz spiega molto bene i presupposti dell’etica di Popper; ciò che ne costituisce il fondamento indiscutibile è che l’individuo ha sempre la precedenza sul tutto. Questa concezione dell’individuo — base assiologica della società aperta (depoliticizzata? neutralizzata dall’economismo?) — si ricollega a quelle concezioni del politico, molto diverse tra loro a causa delle loro contraddizioni inestricabili, la cui matrice comune è l’ellenocristianesimo; questa tradizione concepisce il mondo solo come un macropolis, in cui ci sarebbero solo cittadini del mondo (cittadino del mondo) seguendo un loghi, una razionalità totalizzante, che corrisponde a desideri intellettualizzati, che costituisce la derivazione suprema, la sublimazione di un’opinione pubblica già borghese. Questa visione irenica è tuttavia in gran parte fallita: sicura di detenere la verità assoluta, radunerà — come scrisse e auspicò Agostino — i propri sostenitori sotto la bandiera del civitas Dei; un unico e solo valore (la negazione di tutti gli altri) sarebbe così destinato a trionfare. Purtroppo, molti popoli, e ciascuna delle varianti, credono di detenere questo tipo di monopolio. Le varianti sovietico-comunista o americano-consumistica finiscono per generare noia, dopo aver generato uniformità; nello spazio in cui regna la seconda, e dove la popolazione è completamente depoliticizzata, si creano — in una miriade di sette — pseudo-valori78immaginati in modo fanatico da individui disorientati che cercano di imporre le proprie fantasie ai propri contemporanei. All’orizzonte: l’imminente scontro tra fanatismi incoerenti! Ecco dove può portare la giustapposizione, attraverso la depoliticizzazione, delle sfere private.
una comprensione più esistenziale delle relazioni sociali
Pareto, all’inizio, credeva implicitamente in una logica, in un ordine che l’irrazionale avrebbe mascherato. A poco a poco questa illusione svanì in lui, e divenne «il più nominalista di tutti i nominalisti». Questa posizione implicava che egli si limitasse a commentare gli eventi, il ruolo nascosto dei residui, il ruolo apparente delle derivazioni; così, il sociologo non interviene negli eventi e non ha alcuna presa su di essi. In questo caso, si tratta di capitolare di fronte alle decisioni altrui, di abbandonare la propria posizione di politico a vantaggio dei sociotecnologi, di confondere la decisione con la gestione.
Questa tecnologia sociale, scrive Gebhard Geiger,79deriva dalla concezione meccanicistica secondo cui il Informazioneaveva delle società umane; queste potevano essere create, costruite, come macchine. Basta quindi conoscere bene i meccanismi di funzionamento della società esistente per garantire la felicità e la pace agli uomini. Questa concezione della società non tiene conto del fatto che i dati circostanziali dell’esistenza umana sono solo secondari e non costituiscono mai il contenuto dell’azione politica. Spesso, le società che, in politica, credono di poter fare a meno dei valori (disarmo etico della politica) si rendono incapaci di affrontare i propri avversari — incapace di opporsi, come direbbe Arnold Gehlen.80Il politico è responsabile del programma che propone e dei valori che intende incarnare. Le circostanze contano poco: esse autorizzano o consentono la realizzazione delle potenzialità, favoriscono o ostacolano un progetto, influenzano la scelta dei mezzi, ma non determinano in alcun modo gli obiettivi dell’azione.
Realpolitiknon è affatto un adattamento servile alle circostanze o a configurazioni effimere; al contrario, saprà sfruttare a proprio vantaggio la resistenza del realtàal fine di perfezionare il proprio arsenale metodologico, di elaborare nuove strategie d’azione volte a imporre il proprio punto di vista proprio a coloro che realtà. La politica, intesa come arte di imporre se stessi e soprattutto i valori che si incarnano, concepisce come artificio ciò che è già politicamente imposto. Questa arte di vivere i valori e di volerli far vivere collettivamente si distingue quindi dalla mera gestione delle circostanze, che viene definita socio-tecnologia. Reinhardt Albrecht81sostiene che il punto di partenza della definizione popperiana delle scienze sia l’equazione stabilita tra interpretazione (interpretazione) e prognosi (pianificazione); Popper orienta così le scienze sulla via dell’empirismo. Realizza, quindi, un progresso incontestabile rispetto agli approcci classici: il suo metodo permette di non trascurare più il particolare. Tuttavia, nel suo approccio alle dinamiche sociali, si può intuire un timore nei confronti dell’azione politica su larga scala; in una certa misura, ha ragione a opporsi al profetismo storicista (profezia storica) alla sociotecnologia (ingegneria sociale), poiché — sebbene la sua analisi non vada chiaramente in questa direzione — i sostenitori di una beata “fine della storia” hanno cercato di realizzare i propri valori attraverso una rivoluzione politica, e quindi un atto deciso. La sua sociotecnologia accetta la situazione globale così com’è; le successive modifiche saranno il risultato di microdecisioni razionalmente ponderate. A Popper va quindi posta una domanda: come farà una società a superare una situazione eccezionale, un Emergenza? Per Popper e la sua sociotecnologia, sembra che tutto sia sempre perfettamente prevedibile, che gli eventuali avversari di una data società agiscano sempre in modo altrettanto razionale e ragionevole quanto lui; egli, infatti, rimprovera a Marx di aver adottato un’ideologia mobilitante, mentre si dovrebbe piuttosto rimproverargli di volere una società in cui, proprio, non sarà più necessario mobilitarsi. Popper giunge così, attraverso il suo metodo, a schierarsi a favore di un’etica individualista in cui le singole microdecisioni si trovano elevate al di sopra di ogni tribunale sociale, al di sopra di quello politico. Il suo empirismo, nelle scienze sociali e nella teoria politica, lo porterà ad adottare il cosiddetto metodo per tentativi ed errori (per tentativi ed errori), il che implica il rifiuto di immaginare la possibilità di grandi sconvolgimenti, di grandi decisioni che le emergenze situazionali (Emergenze) spesso richiedono. La socio-tecnologia si limiterà a prendere solo micro-decisioni, il che depoliticizzerà le comunità politiche. Inoltre, l’insieme di tutte le micro-decisioni non rischia forse di portare all’anarchia, dal momento che ciascuna avrà solo una visione parziale della società e non sospetterà mai delle conseguenze che tali micro-decisioni potrebbero avere su un gruppo umano concorrente all’interno della stessa comunità politica? Popper ignora, in politica, il ruolo della decisione, mentre in scienza è consapevole dell’artificialità delle convenzioni e delle leggi. Il suo biografo, Bryan Magee,82scrive che le teorie vengono elaborate e non scoperte, non ci vengono fornite dall’esterno dalle regolarità oggettive del nostro ambiente; ma, d’altra parte, Popper dirà — esattamente come Pareto — che le teorie sono, in ultima analisi, il prodotto di miti che a loro volta scaturiscono da desideri innati. Ogni teoria si rivela quindi, secondo Popper, un prodotto dell’osservazione empirica e dell’adozione di un quadro di riferimento. Questa interazione tra necessità fisiche e stabilità mentale, che Popper percepisce come disarmonica, viene proprio superata dalle decisioni concrete che gli uomini prendono in nome dei valori. È affermando innanzitutto i propri valori e poi, eventualmente, ricorrendo alla violenza, che una società risponde alle sfide che le vengono rivolte. L’etica sociale di Popper non corrisponde interamente alla sua teoria scientifica, e ciò in proporzioni simili al divario rilevabile tra l’economia paretiana e la sociologia.
Ciò che manca a questi due osservatori rigorosi e insostituibili delle nostre realtà e di quelle del nostro mondo è una comprensione più esistenziale delle relazioni macrosociali. I valori che mobilitano e le decisioni che innescano gli eventi non trovano spazio nelle strutture mentali nate dal Informazione. Gli eredi di questa tradizione — i membri della Scuola di Francoforte e i discepoli di Popper — non colgono, nonostante la loro sincera volontà di creare un mondo di libertà o una società veramente aperta, la grande ricchezza di potenzialità offerta da quei valori che essi trascurano e da quelle decisioni, quelle affermazioni, che condannano come irrazionali.
Vorremmo, insieme a loro, riflettere sull’interpretazione heideggeriana della storia. Inserendosi nella tradizione esistenzialista, Heidegger afferma che il Esistenzaè la prima entità storica. Il Esistenza, in quanto storia, è non autenticose si lascia guidare dagli eventi; di conseguenza, l’uomo inautentico è l’uomo indeciso, che non ha né un destino (Destino) né progetto (Bozza). Il Esistenzaattinge da ciò che è stato per scoprirvi le potenzialità che potrebbero (ri)prodursi. Non si tratta di un culto fissista del passato, ma della ricerca di potenzialità non ancora realizzate; in questo senso, significa rinnegare il passato in quanto tale. Esiste una reciprocità tra passato e presente, e non una mera copia del passato. D’ora in poi, la storia dovrà concentrare la propria attenzione sulle potenzialità e non sui fatti. Si dovranno esplorare quelle potenzialità che la storia ci ha permesso di intravedere, poiché conta solo il futuro. È urgente ricorrere alle potenzialità non ancora realizzate che la nostra storia ci suggerisce. Gli europei dovranno avere la volontà di recuperare i valori che un tempo hanno abbandonato e che consentiranno loro di costruire un futuro. Inserire queste riflessioni sulla filosofia heideggeriana della storia in un percorso sociologico non ha altra ragione se non quella di esortare i nostri contemporanei a dimenticare ciò che li demotiva: l’ideologia di una società avvolta nelle sue piccole comodità, il culto di una sociologia in cui il politico e le nozioni di urgenza e decisione non trovano spazio, l’incensamento di una filosofia che sacrifica i valori e il gioco fantastico che essi consentono. Dimenticare i valori è, senza alcun dubbio, demotivante; ma dimenticare i falsi valori, denunciarne l’illusione, significa trasformare l’oblio in una forza, significa rinunciare alle contingenze non essenziali per recuperare, sicuramente, l’immemorabile.83
Max Horkheimer, Critica della ragione strumentale. Da conferenze e appunti raccolti dopo la fine della guerra, a cura di Alfred Schmidt, Athenäum Fischer Taschenbuch, Francoforte sul Meno, 1974.
In un numero precedente di Nuova Scuola, n. 16, Jean-Yves Le Gallou ha affrontato il tema di La semantica generale e i metodi di valutazione non aristotelici; non ha esitato a citare il lavoro di Pareto per fornire un esempio (le derivazioni) che potesse avvalorare la validità della sua dimostrazione.
Paola Maria Arcari, «La formazione psicologica della teoria della circolazione delle aristocrazie (con in appendice documenti inediti)», Quaderni di Vilfredo Pareto, 5, Droz, Ginevra, 1965, pp. 216–217.
Hans Albert, Costruzione e critica, saggi sulla filosofia del razionalismo critico, Hoffmann und Campe, Amburgo, 1972, p. 17. Hans Albert ha affrontato l’argomento anche in altre opere, quali Trattato sulla ragione critica, J.C.B. Mohr (Paul Siebeck), Tubinga, 1975, e Appello a favore del razionalismo critico, R. Piper, Monaco di Baviera, 1971.
L’esempio più calzante per illustrare questo tipo di timore è l’impatto che la cosmologia di Giordano Bruno ebbe sui suoi contemporanei; l’universo infinito che egli affermava con gioia sconvolse l’intellighenzia. Il destino che dovette subire è ben noto; tuttavia, ben un secolo prima, Nicola Cusano gli aveva aperto la strada.
Georg-Matthias Mojse, Teoria della scienza e dibattito etico secondo Hans Albert: un contributo al dibattito attuale sui valori fondamentali nella società pluralistica, Bouvier Verlag/Herbert Grundmann, Bonn, 1979.
L’importanza attribuita ora all’esperienza, ora alla razionalità, è cambiata più volte nel corso della storia. I teorici del “Circolo di Vienna” si definirono “empiristi logici”; in tal modo, elevarono il termine “empirismo” a sostantivo per sottolineare la loro posizione critica nei confronti dei dogmatismi (neoscolastica cattolica, marxismo). Avvalendosi delle conquiste di questa scuola di pensiero, Karl R. Popper definì la propria posizione «razionalismo critico», per sottolineare il fatto che non è il materiale empirico a condurre alla conoscenza, ma innanzitutto l’elaborazione delle teorie, ovvero la razionalità umana. Il suo discepolo Hans Lenk, dal canto suo, preferì la denominazione di «critica razionale» per riportare al centro dell’attenzione gli elementi empirici e critici ed evitare qualsiasi confusione con il razionalismo cartesiano, che cerca di determinare una giustificazione ultima.
A questo proposito, si consiglia di leggere il libro di Jean-François Malherbe, La filosofia di Karl Popper e il positivismo logico, Presses Universitaires de Namur, 1976, e PUF, 1979, p. 235.
Per comprendere cosa intenda Popper con il termine “storicismo”, occorre fare riferimento alla sua famosissima opera, La povertà dello storicismo, Routledge and Kegan Paul, Londra, 1957–1974.
Maurice Weyembergh, Il volontarismo razionale di Max Weber, Bruxelles/Palazzo delle Accademie, Accademia Reale del Belgio, Memorie della classe delle lettere, Collana in-8° – 2ª serie, vol. LXI – Fascicolo 1, 1972.
Ernst Topitsch, Divinizzazione e rivoluzione, contributi all’analisi delle visioni del mondo e alla critica delle ideologie, Documentazione, Pullach presso Monaco di Baviera, 1973. Si consiglia di leggere soprattutto la parte intitolata Max Weber e la sociologia oggi, pp. 230–249.
Ernst Topitsch, Divinizzazione e rivoluzione, op. cit., p. 244. Si consiglia inoltre la lettura del libro di Ernst Topitsch e Kurt Salamun, Ideologia, il dominio del pregiudizio, Langen-Müller, Monaco di Baviera, 1972. Elementi interessanti si possono trarre anche dall’opera di Kurt Salamun, Che cos’è la filosofia?, op. cit. Un’eccellente panoramica delle riflessioni attuali si trova nell’opera di carattere molto generale di Franz Austeda, Panoramica sulla filosofia moderna, Het Spectrum, Utrecht/Anversa, 1974. Di carattere generale, ma più ricco di informazioni, è anche il libro di John Passmore, Cento anni di filosofia, Penguin, Harmondsworth, 1968–1978.
Nuova Scuolaintende approfondire la filosofia di Arnold Gehlen in modo più esaustivo rispetto a una semplice menzione. Finora pochissimi testi di questo autore sono stati tradotti in francese. In particolare, tutte le sue opere fondamentali rimangono inedite [in francese].
Per Herder, il linguaggio — o meglio, le lingue — cerca di colmare la povertà organica e istintiva dell’uomo. Le lingue rendono possibili le facoltà. Con Herder, si può quindi affermare che la comprensione e la ragione non si fondano sull’organizzazione animale dell’uomo, ma costituiscono una nuova direzione, un nuovo percorso che la natura offre all’uomo.
Ernst Topitsch, Divinizzazione e rivoluzione, op. cit., pp. 16–135. In quest’opera Ernst Topitsch analizza le religioni indiane ed elleniche che, attraverso un progressivo processo di secolarizzazione, hanno dato origine alle teorie metafisiche del mondo moderno.
Il concetto di “periodo assiologico della storia” è spiegato in modo conciso nell’opera di Karl Jaspers, Introduzione alla filosofia, Plon, 1965. Potrebbe inoltre risultare interessante consultare il capitolo intitolato La filosofia della natura e il mito, nel libro di Raymond Ruyer, Dio delle religioni, dio della scienza, Flammarion, 1970, pp. 37–44.
Georg Lukács, La distruzione della ragione. I: L’irrazionalismo tra le due rivoluzioni, e III: Irrazionalismo e sociologia, Hermann Luchterhand, Darmstadt e Neuwied, 1962–1974.
Anche se non è questo l’obiettivo del presente articolo, non possiamo fare a meno di evocare la possibilità che esista un parallelo tra il carattere soggettivo del dogmatismo osservato da Hans Albert e il tipo ideale weberiano, frutto di una scelta che sarebbe essa stessa soggettiva. Nel caso del dogmatismo, il soggettivismo è inconscio o tattico; nel caso del tipo ideale, è consapevole e tattico.
Max Weber distingue tre tipi di legittimità: 1) il dominio tradizionale, che si fonda sull’autorità dell’«eterno ieri», sulle usanze santificate da una validità immemorabile; 2) il dominio legale, che si impone attraverso la fede nella validità di leggi e norme razionali che determinano le varie competenze all’interno dell’unità politica; 3) il dominio carismatico, che si fonda sul prestigio di un leader e sulla fiducia dei sudditi nelle sue qualità eccezionali (Julien Freund, Max Weber, op. cit., p. 55).
Jules Monnerot, L’intelligenza della politica, I: L’anti-provvidenza, Gauthier-Villars, 1977. L’articolo firmato da Guillaume Faye in questo numero di Nuova Scuolaè un’analisi e un’interpretazione di questi neologismi coniati da Jules Monnerot.
Si consulteranno le opere di Max Weber che trattano delle religioni: L’etica protestante e lo spirito del capitalismo, Lead, 1964; L’ebraismo antico, Plon, 1970. Anche altre opere possono aiutarci a comprendere appieno l’approccio weberiano alla sociologia delle religioni; si tratta del libro di Wolfgang Mommsen, Max Weber, Società, politica e storia, Suhrkamp, Francoforte sul Meno, 1974. L’autore riprende in quest’opera gli studi condotti da Max Weber sulle sette nordamericane e sulle loro implicazioni economiche. Sull’origine della razionalità nel mondo moderno, si veda la raccolta curata da Wolfgang Schluchter, Lo studio di Max Weber sul giudaismo antico, Suhrkamp, Francoforte sul Meno, 1981.
Il testo di Max Horkheimer intitolato Stato autoritario, scritto nel 1942, è disponibile nella raccolta curata da Werner Brede, Max Horkheimer. Società in transizione, saggi, discorsi e conferenze 1942–1970, Fischer Taschenbuch, Francoforte sul Meno, 1981. Queste tesi si ritrovano in una certa storiografia del fascismo, come, ad esempio, in Reinhard Kühnl, Forme di dominio borghese, liberalismo-fascismo, Rowohlt, Reinbeck presso Amburgo, 1971. L’autore vi analizza le origini “liberali” del fascismo, che diventerebbe così un’incarnazione dell’idea di progresso e del capitalismo mercantile.
(53 bis) Carl Schmitt, Teologia politica, Quattro capitoli sulla dottrina della sovranità, Duncker & Humblot, Berlino, 1979. Accanto a quest’opera di Carl Schmitt, si legga Hermann Lübbe, Teoria e decisione. Studi sul primato della ragione pratica, Rombach, Friburgo in Brisgovia, 1971. Anche l’articolo di Martin Rhonheimer è fondamentale per una comprensione completa dell’argomento: «Politica, ragione e decisione: note sulla teoria e la storia dell’intellighenzia conservatrice», Criticón, IV, 26, nov./dic. 1974.
In tedesco, il termine “interessant” viene spesso applicato ai dettagli piccanti dell’esistenza, al bizzarro, al particolare. Carl Schmitt si dichiarò avversario di ogni forma di romanticismo politico, sia esso reazionario o rivoluzionario. Si potrà leggere la lunga e avvincente confutazione di questi romanticismi politici in Romanticismo politico, Duncker u. Humblot, Berlino, 1968. Hermann Lübbe, tuttavia, parla di un «romanticismo della decisione» in riferimento a Carl Schmitt. Questa definizione è tratta da un’opera di C. von Krockow, La decisione. Uno studio su Ernst Jünger, Carl Schmitt e Martin Heidegger, Enke, Stoccarda, 1958.
Per quanto riguarda la sociologia di Talcott Parsons, si può leggere, in francese, l’opera fondamentale di François Bourricaud, L’individualismo istituzionale. Saggio sulla sociologia di Talcott Parsons, PUF, 1977.
Carl Schmitt, Teologia politica, op. cit., pp. 67–84. Carl Schmitt analizza la filosofia controrivoluzionaria dello Stato in de Maistre, Bonald e Donoso Cortés.
Arnold Gehlen, Ricerca antropologica. Sull’incontro con sé stessi e la scoperta di sé nell’essere umano, Rowohlt, Reinbeck presso Amburgo, 1961–1975. Per comprendere i fondamenti filosofici dell’antropologia e della sociologia di Gehlen, si rimanda al testo conciso «Spirito» e «natura» nella filosofia dell’età moderna, pubblicato in un’opera collettiva curata da Ernst Topitsch, intitolata Logica delle scienze sociali(Kiepenheuer & Witsch, Colonia-Berlino, 1971, pp. 53–57).
Jürgen Habermas, Il cambiamento strutturale dell’opinione pubblica. Studi su una categoria della società civile, Hermann Luchterhand, Darmstadt e Neuwied, 1962–1980, pp. 94–95.
Josef Isensee, Una Costituzione senza situazioni di emergenza: lo Stato di diritto, in Anton Peisl e Armin Mohler (a cura di), L’emergenza, Propyläen, Berlino, 1979, pp. 98–124.
Piet Tommissen, Su e riguardo a Carl Schmitt, Coll. «Eclectica», V, 2, Collana di monografie edita dalla Scuola Superiore di Economia Sant’Aloysius, Bruxelles, 1975.
Frank D. Balog, «Una valutazione della rilevanza della mitologia comparata di Georges Dumézil per il pensiero politico», Rivista europea di scienze sociali e Cahiers Vilfredo Pareto, XII, 33, 1974, pp. 195–208.
Nella sua opera principale, Il tramonto dell’Occidente, Oswald Spengler scrive che il mezzo per cogliere le forme morte è la legge matematica, mentre il mezzo per comprendere le forme vive è l’analogia.
Nella Repubblica Federale di Germania sta attualmente vedendo la luce un’abbondante produzione editoriale sulle sette giovanili; tra queste numerose opere, abbiamo selezionato: 1) Friedrich-Wilhelm Haack, La religione tra i giovani. Cause, tendenze, reazioni, Wilhelm Heyne, Monaco di Baviera, 1981; 2) Günther Duda, Sotto l’incantesimo della follia religiosa. Le sette giovanili: origini, natura, conseguenze, come difendersi, Hohe Warte, Pähl, s.d.; 3) Gerd-Klaus Kaltenbrunner (a cura di), Il calore della famiglia in una società ormai fredda. Ashram, comunità, kibbutz… e cos’altro ancora?, Herder, Friburgo in Brisgovia, 1981.
Reinhardt Albrecht, Tecnologia sociale e filosofia sociale olistica. Sulla critica di Karl R. Popper alla filosofia sociale olistica, Bouvier Verlag-Herbert Grundmann, Bonn, 1979.
Pierre Bertrand, L’oblio: rivoluzione o morte della storia, PUF, 1975.
Consiglia la rivista “European New Right Revue” ai tuoi lettori
Un archivio dedicato alla Nuova Destra Europea (ENR)/Nouvelle Droite a cura di Alexander Raynor. Mi occupo di tradurre opere dell’ENR, scrivere articoli sui concetti e le idee chiave dell’ENR e recensire libri dell’ENR.
CONTRIBUITE!!! La situazione finanziaria del sito sta diventando insostenibile per la ormai quasi totale assenza di contributi Il sito Italia e il Mondo non riceve finanziamenti pubblici o pubblicitari. Se vuoi aiutarci a coprire le spese di gestione (circa 6.000 € all’anno), ecco come puoi contribuire: – Postepay Evolution: Giuseppe Germinario – 5333174737695817; – IBAN: IT30D3608105138261529861559 PayPal: PayPal.Me/italiaeilmondo Tipeee: https://it.tipeee.com/italiaeilmondo Puoi impostare un contributo mensile a partire da soli 2€! (PayPal trattiene 0,52€ di commissione per transazione). Contatti: italiaeilmondo@gmail.com – x.com: @italiaeilmondo – Telegram: https://t.me/italiaeilmondo2 – Italiaeilmondo – LinkedIn: /giuseppe-germinario-2b804373