MEGLIO GLI EUROCATTIVI, di Teodoro Klitsche de la Grange

MEGLIO GLI EUROCATTIVI

È confermativa dell’andazzo (e delle “costanti”) del governo giallorosso e della sua componente piddina ciò che la stampa ha riportato come affermato da Gentiloni (e confermato da Conte), che la U.E. non gradisce che gli aiuti europei del c.d. “recovery fund” vadano in riduzioni fiscali. Lo è per due motivi principali: il primo è che Gentiloni è esponente di un partito il quale, da sempre, ha come programma elettorale credere, obbedire (ma soprattutto) pagare e ciò (anche e soprattutto) allo scopo di accrescere il potere di chi poi dovrà spendere quei quattrini.

La seconda, a sentire questi statolatri (non solo piddini, dato che – tra i tanti – lo disse, rapito, Padoa Schioppa “pagare le tasse è bellissimo”) perché gli aiuti dell’U.E. saranno usati per le cause più condivise e commoventi: per far del bene, perché il modello di società fiscobulimica è il migliore dei mondi possibili, i tecnici (o simili) sanno più del popolo, per realizzare la “giustizia sociale” (quale?) e via affabulando.

Senza chiarire perché – negli ultimi venticinque anni – alla stagnazione dell’economia italiana sia corrisposto un aumento della pressione fiscale. Per cui la percezione del volgo ignorante è che stagnazione e tassazione sono due gemelli siamesi: non possono vivere lontani.

La spiegazione che sempre più, anche il popolo, tende a darne è che da decenni gli statolatri non abbiano in testa un modello produttivo, bensì un modello distributivo. e che questo sia in funzione degli interessi di chi governa. Il quale ha il vantaggio di distribuire le carte (bonus, esenzioni, agevolazioni, ecc.) in funzione del proprio interesse di governante: durare. O andreottianamente tirare a campare.

Ma c’è un terzo motivo, meno evidente, delle parole di Gentiloni: che tutte le élite decadenti – e quella cui appartiene Gentiloni lo è da decenni – tendono a celarsi dietro un entità “terza” o anche “neutra”. In particolare, in questo frangente, la U.E. Quante volte abbiamo ascoltato il grave e solenne richiamo “ce lo chiede l’Europa?”. E invece, più che l’Europa, ce lo impongono le élite burocratico-governative nostrane. Un caso eclatante, tra i tanti, fu il chiarimento di Bolkestein, il quale, giustamente, alcuni anni fa fece notare (ma fu subito dimenticato) come la normativa che aveva generato in Italia tante agitazioni non c’era nella direttiva europea la quale dallo stesso prendeva il nome, ma era stata introdotta nella “attuazione” nazionale da qualche misteriosa “manina” ministeriale.

E questa volta un aiuto ce lo può dare (perfino) sua cattiveria la signora Merkel. All’inizio di luglio Frau Merkel disse che tra le misure per la ripresa tedesca dopo il Covid, avrebbe ridotto temporaneamente di tre punti l’IVA tedesca, la quale è già di tre punti inferiore a quella italiana. Così che per circa un anno i tedeschi pagheranno sei punti di imposta in meno degli italiani: uno stimolo enorme all’aumento della domanda interna, crollata – con la produzione – a seguito del lock down. A fronte del quale green economy, monopattini e bici elettriche fanno sorridere.

E che somiglia, anche se più “avanzata” alla proposta di tregua fiscale fatta, al momento, più di rinvii di scadenze che di riduzioni d’imposte, caldeggiata dai capi dell’opposizione di centrodestra, i cattivissimi Salvini, Meloni e Berlusconi. I quali così sono dei merkeliani nei fatti, almeno quanto gli statolatri nostrani dicono di esserlo a parole.

Gli è che, a guardare i comportamenti, i cattivissimi governanti europei da Juncker alla Merkel (ed altri) hanno badato sempre agli interessi dei loro paesi (e cittadini): sono stati i mediocri governanti nostrani, soprattutto quelli della seconda repubblica, a non sapere e voler fare i nostri, perché troppo indaffarati a curare i propri.

Teodoro Klitsche de la Grange

Turchia, Grecia e Italia: scenari e prospettive nel Mediterraneo, di Lorenzo Centini

Disposizione delle pedine_Giuseppe Germinario

http://osservatorioglobalizzazione.it/osservatorio/turchia-grecia-e-italia-scenari-e-prospettive-nel-mediterraneo/

Turchia, Grecia e Italia: scenari e prospettive nel Mediterraneo

Sulla questione della Turchia nel Mediterraneo si può procedere a costruire una posizione in due modi diversi: o ci si schiera in virtù di simpatie di civiltà e antipatie secolari o ci si schiera mettendo in ordine alcuni diversi gradi di importanza in fila e osservando in che modo essi si dispieghino.

I temi per prendere posizione sulla questione, a mio avviso, sono:

A) il tema della NATO – vale a dire la sua palese inservibilità e tossicità quando si smetta di rivolgerla a nemici esterni.

B) il tema della agibilità del Mediterraneo – vale a dire il mantenimento del Mediterraneo come mare aperto alla competizione geoeconomica senza l’emersione di soggetti egemoni

C) il tema dell’Europa – vale a dire la possibilità che lo scontro turco-greco veda la nascita di una quota minima di convergenza europea in tema di politica estera.

Chiariti i temi principali del contendere (che non esauriscono tutte le sfaccettature possibili ma che ne rappresentano le tre più sistemiche e urgenti), lo scontro Turchia-Grecia è una Proxy di codeste coordinate.

I problemi suddetti pre-esistono e superano la diatriba tra Atene e Ankara, ma il loro scontro costituisce un’occasione di scioglimento nodiSui singoli problemi, sul piano cartesiano con questi tre assi ci si esercita con i propri riferimenti ideologici ed i propri strumenti di lettura. Il lato scientifico della geopolitica è pure codesto: scindere i piani e i problemi, costruire griglie in cui le posizioni prese seguono assunti di ordine razionale, ed in cui sia la posizione finale ad adattarsi all’effetto sperato, e non viceversa. Sui tre temi, personalmente, credo si possa proseguire all’incirca così:

A) Uno scontro frontale Grecia-Turchia, non mediante guerra aperta (che nessun attore permetterebbe) ma mediante scaramucce e reciproci blocchi sarebbe la fine della NATO, richiesta a gran voce prima di tutto dai singoli attori (Grecia e Turchia) e poi da tutti gli altri che già spingono per una sua liquidazione (Francia, Germania, ecc). Se la NATO dovesse schierarsi apertamente con la Grecia perderebbe la Turchia, riuscendo forse a resistere come organizzazione complessiva. Pertanto è interesse italiano lasciare la NATO fuori dai giochi, chiarendo la propria posizione di benevolenza terza rispetto a Grecia e Turchia (nel caso, ovvio, in cui si volesse disarticolare la NATO. In tutti gli altri appoggiare la Grecia sarebbe appunto il modo migliore per tutelare la NATO)

B) L’Italia deve mantenere il Mediterraneo aperto ai propri bisogni geoeconomici, e deve quindi impedire che la Turchia possa occupare gli spazi liberi da un punto di cista energetico, mercantile e navale. Su questo quadrante sarebbe quindi necessaria una forte posizione italiana contro l’espansionismo delle compagnie di ricerca turche e degli annessi militari, schierandosi quindi contro l’attività turca antigreca. Sempre che non si voglia, invece, costruire un ticket con la Turchia nel riempimento del Mediterraneo: nel caso sarebbe forse ottimo porsi come sponda turca in Europa, aprendo nei negoziati che quasi sicuramente si apriranno una posizione di ascolto della Turchia insieme alla Germania (che è sensibile ai bisogni turchi). Per costruire codesto ticket, tuttavia, servirebbe una forte attività di strategia industriale e alleanza tra società italiane e turche (giacché tutta una parte del gioco è giocata in registri diversi)

C) Se l’obbiettivo è quello di stimolare una politica estera europea e sfruttare questo attrito per disarticolare la NATO e compattare i paesi europei, buona idea sarebbe schierarsi con la Grecia, paese EU e paese centrale per una futura architettura militare europea. A questo invece si oppone attualmente la Germania, che continua a non percepire l’Europa come soggetto militare e geostrategico autonomo e vorrebbe solo far recitare a Bruxelles il ruolo di arbitro[*] . Il navalista europeista Macron[**] invece già segue la Grecia contro la Turchia (lui ha pure la partita Libano in ballo dove è contrapposto alla a Turchia) per risolvere la prima grana in sede europea difendendo un paese membro. Gli antieuropeisti si troverebbero quindi nella spiacevole condizione di dover tifare Ankara. A questo quadro si aggiungono due sottotemi, per noi europei meno immediate, ma solo in apparenza. Ad Est la partita è tra i più antiturchi[***] (Emirati già in orbite filogreca anche per una curiosa Israele-Grecia-EAU connection) e i meno, il che denota l’insofferenza mediorientale per l’attivismo turco. In politica interna Erdogan raccoglie però sincere simpatie, a dimostrazione di quanto la spoliticizzazione verso la politica estera sia abbastanza un’impressione occidentale. La cosa più importante, tuttavia, rimane che ogni attrito internazionale dovrebbe diventare la porta dalla quale far rientrare la cruda analisi geopolitica spassionata dalla porta. In una parola, l’occasione per ricostruire un modo di ragionare sul presente non già oggettivo (è impossibile) ma almeno un luogo riflessivo in cui cause, effetti, posizioni e auspici siano in catene riconoscibili. All’interno di quadri chiari (come ho tentato di dare) ciascuno imposta le proprie priorità e speranze e prova a ragionare sugli effetti a cascata circa una decisione.

*https://www.google.com/amp/s/amp.thenational.ae/world/europe/germany-calls-for-an-end-to-naval-posturing-in-the-eastern-mediterranean-1.1069355

** https://www.google.com/amp/s/www.voanews.com/europe/france-sends-forces-mediterranean-greece-turkey-dispute-territory%3famp

***https://sicurezzainternazionale.luiss.it/2020/08/24/esercitazione-militare-nel-mediterraneo-orientale-gli-emirati-inviano-f-16/

i primi della classe, di Giuseppe Germinario

L’organo di informazione digitale indipendente EU_news ci informa prontamente che Francia e Germania hanno già predisposto i piani di ripresa previsti e richiesti dal Recovery Fund. Tralasciamo a momenti più propizi ogni verifica e giudizio sulla reale “indipendenza” dell’organo di informazione, a cominciare dai possibili condizionamenti da eventuali finanziamenti della UE e sulla conseguente autorevolezza del sito.

Pur con qualche macchia ed ammaccatura dovute all’indefesso ed invadente influsso delle direttive europee di stampo iperfederalista in materia di organizzazione amministrativa ed istituzionale, l’assertività della macchina burocratica transalpina e la meticolosità di quella teutonica sono fuori discussione al confronto almeno della farraginosità e della disarticolazione crescente di quella italiana. Soprattutto la seconda, quella tedesca, rispetto alla prima, quella francese. Non è solo merito proprio delle peculiarità del carattere nazionale tedesco. Non tutto oro è però quel che luccica. Determinante è stato l’apporto decisivo degli americani trionfatori della seconda guerra mondiale. Hanno imposto l’organizzazione federalista al nascituro stato tedesco, più affine all’indole anseatica che all’impulso prussiano; hanno spinto per un ruolo politico determinante dei tedeschi, pur sonoramente sconfitti, nell’agone europeo a bilanciare ed annichilire eventuali ambizioni egemoniche anglo-francesi. Una affinità decisiva e propiziatrice con l’impostazione lobbistica e federalista delle strutture comunitarie nate dalla gestazione del piano Marshall, della NATO e della CECA (Comunità Europea del Carbone e dell’Acciaio). A fronte dell’insulsaggine della diplomazia europeista dell’Italia, della diffidenza di quella francese, riflesso condizionato soprattutto degli sgarbi americani, della ritrosia di quella inglese, ai tedeschi non è parso vero di poter occupare progressivamente, loro in sodalizio con i satelliti dell’Europa centro-nord-orientale, poco a poco i posti chiave delle cariche e dei posti dirigenziali degli apparati comunitari. Lo hanno fatto con la scrupolosità e l’ostinazione tipica di quel popolo; con quella stessa scrupolosità ed ostinazione grazie alle quali hanno contribuito in maniera determinante a trascinare nel disastro loro stessi e i paesi europei fratelli per ben due volte; non è detto che non ci riescano per la terza. Sta di fatto che da parte loro, a ruota dei francesi, non si tratta di mirabolante preveggenza né della fortuna imponderabile degli aruspici. Semplicemente conoscono bene le compatibilità legate alla fedeltà atlantica e occupano i posti giusti per poter predisporre gli assetti del proprio paese secondo regole che sono loro stessi a definire; giacché anche il più libero dei mercati e la più completa delle democrazie funzionano in base a regole ben definite. Lo si è visto tra i vari esempi nei piani Schroeder di fine ‘900, propedeutici ai piani di austerità così deleteri per le economie mediterranee; lo si è visto nella riorganizzazione del sistema bancario, del Laender-Kredit tedesco e del credito cooperativo francese (il primo tagliato fuori dal sistema di controllo e riordino societario comunitario, il secondo con un sistema cooperativo e territoriale salvaguardato e inquadrato in una SPA nazionale in grado di intervenire ed acquisire efficacemente all’estero). E tuttavia non è detto che tanta sagacia riesca a togliere i due paesi dall’impasse e a risollevarne le sorti. I piani sembrano seguire le direttive e le priorità indicate dalla Commissione Europea e perorate dai due paesi leader. Ma sono proprio quelle direttive che rischiano di condannare e segnare il futuro per altri decenni. Sia sulla transizione energetica ed ecologica perché non si definisce il rapporto tra le energie rinnovabili, utilizzabili in alcuni usi civili e senza la garanzia di continuità tipica delle energie intermittenti e quelle tradizionali ancora indispensabili per lungo tempo per le attività industriali ed i consumi massivi ed intensivi; sia sulla transizione digitale perché non chiarisce il dato cruciale del controllo e della gestione dei dati e del controllo della rete che dovrebbero consentire il controllo della trasmissione dei comandi secondo le modalità di industria 4.0. Il rischio è che a farne le spese sia l’industria nucleare, in particolare quella francese già in crisi pesante se non irreversibile e con esso l’efficacia e la sostenibilità del sistema militare di deterrenza nucleare francese ed eventualmente europeo; che la digitalizzazione si riduca ad una razionalizzazione sotto controllo americano o, in alternativa alquanto vaga, cinese. I due paesi dispongono, a differenza dell’Italia, già di un piano. L’autore fa notare giustamente che non necessariamente la loro esistenza ne determini di per sé l’efficacia e l’attuazione. Non è solo un problema di capacità tecnica ed amministrativa; è soprattutto un problema di capacità e volontà politica e geopolitica. La condizione dei due paesi consente di ambire a condizioni di reale autonomia politica solo nell’arco di almeno due/tre lustri, sempre che le dinamiche esterne legate al conflitto tra Stati Uniti, Cina e Russia consentano margini di agibilità sufficienti. Paradossalmente, in un contesto così mobile,  i progetti, alcuni dei quali in uno stadio più avanzato, di paesi più vulnerabili ma più allineati, come l’Italia e la Gran Bretagna, potrebbero avere maggiori probabilità di successo. Da qui i tentativi pressanti di annessione o annichilimento di aziende e tecnologie nel settore navale ed aeronautico italiani assecondati dalla consueta propensione esterofila di buona parte della residua grande imprenditoria italiana o ex-italiana. Per quanto discutibili e fragili, i pochi e reali progetti di sviluppo industriale strategici sono piuttosto il frutto di accordi bilaterali tra i due stati nazionali principali che di decisioni ed indirizzi comunitari. All’Unione Europea rimane la funzione di mantenimento delle attuali posizioni di forza, di predazione dei paesi mediterranei e di impedimento della nascita di poli europei alternativi, specie mediterranei. Il recovery fund e tutto l’armamentario consolidato in questi decenni sono semplicemente il bastone e la carota per tenere sotto più stretto controllo il gregge; ma è anche la cappa che impedisce ai due paesi leader di maturare un assetto di alleanze su basi più paritarie e lungimiranti che consenta agli stati europei, almeno a quelli principali, di assumere un ruolo significativo nell’agone geopolitico mondiale.

Per concludere due notazioni con relativi quesiti: come si concilia l’affermazione del nostro beneamato Gentiloni, Commissario UE, che stigmatizza l’utilizzo delle risorse del Ricovery Fund per abbassare le tasse, con l’analogo proposito presente nel piano francese? Come bisogna valutare la politica dei bonus, perpetrata ostinatamente dal Governo Conte, dagli apprendisti-stregoni dei 5Stelle e sorprendentemente, ma non troppo, del PD, a dispetto dell’effettiva efficacia dell’elementare moltiplicatore keynesiano di spesa di quei bonus? Una politica dissennata che ha tutta l’aria di proseguire con il banchetto prossimo venturo; sempre che le portate arrivino.

Buona lettura_Giuseppe Germinario

Francia e Germania già hanno piani di ripresa, e lavorano perché possano funzionare

POLITICA – EMANUELE BONINI

twitter @emanuelebonini

 

Parigi e Berlino hanno, rispettivamente, strategie da 100 miliardi e 130 miliardi. Ma i loro casi insegnano che programmi e misure non bastano se non si riesce a far attingere alle risorse. E’ questa la vera sfida per tutti, Italia inclusa

Bruxelles – Germania e Francia fanno sul serio. Con i limiti e le difficoltà del caso che non mancano, ma intanto Berlino e Parigi hanno già messo a punto le loro strategie nazionali di rilancio. Nelle capitali del motore politico-economico d’Europa i piani di rilancio post-confinamento da COVID-19 ci sono. Non ci sono annunci, ma c’è sostanza. Ci sono già misure, c’è un programma.

In Germania, dopo poco più di un mese dall’approvazione del progetto di bilancio pluriennale e del meccanismo per la ripresa, è già stato predisposto un piano di rilancio da 130 miliardi di euro in due anni. Il piano poggia su tre pilastri: misure di ripresa economica a breve termine (circa 78 miliardi di euro), investimenti in tecnologie a prova di futuro e verdi (circa 50 miliardi di euro) e solidarietà europea e internazionale (3 miliardi di euro). Nessun bonus per l’industria automobilistica, incentivo per acquisto di auto ecologiche (2,2 miliardi), ammodernamento delle flotte di veicoli pesanti, marittime e aeree (3,2 miliardi di euro) e il sostegno al trasporto pubblico (2,5 miliardi di euro più 5 miliardi per la sola rete della metropolitana) tra le misure in cantiere.

Neppure in Francia si è perso tempo. Anzi. Piano di rilancio da 100 miliardi di euro in due anni. Quasi un terzo (30 miliardi) per la trasformazione verde dell’economia, inclusa il rinnovamento energetico degli edifici (7 miliardi). Ai trasporti andranno 11 miliardi di euro, quasi la metà di cui (4,7 miliardi) per le ferrovie SNCF a sostegno del trasporto merci, delle linee di dimensioni più piccole e dei treni notturni. Per il rilancio dell’industria e la competitività delle imprese previsto un pacchetto da 35 miliardi di euro, 20 dei quali per l’abbassamento delle imposte di produzione. Il resto andrà al sostegno dei fondi delle imprese che la crisi ha colpito di più . Ancora, 15 miliardi saranno dedicati a misure per l’occupazione, 6,7 dei quali già annunciati in estate per i giovani e 6,6 per il pacchetto dedicato al part-time di lunga durata. A tutto questo si aggiungono 6 miliardi di investimenti nel settore ospedaliero e la rivalutazione degli aiuti alla ripresa scolastica e agli enti locali.

Mentre in Italia ancora si ragiona sul da farsi, altrove si lavora al collaudo dei piani già messi a punto. Perché è vero che da Francia e Germania arriva un esempio di decisione, reattività e pragmatismo, ma con dei limiti che sono una lezione di ‘real politik’. Perché allo stesso tempo i casi di francia e Germania mostrano che anche con progetti a disposizione occorre che questi siano percorribili. Bisogna sapere spendere, ed essere certi di poterlo fare. Cose che nei due Paesi in questione non è scontato. Anzi.

In Germania il governo intende far sì che solo coloro che sono stati colpiti dal lockdown ricevano effettivamente i soldi. In pratica chi intenda ricevere il sussidio deve dimostrare di aver subito perdite pari ad almeno il 60% del loro fatturato in aprile e maggio, e che il reddito è sceso almeno del 50% nel periodo tra giugno e agosto. Nessuno o quasi ha fatto domanda, e il governo si è visto costretto a prorogare il termine per la presentazione di una domanda fino alla fine dell’anno. Un episodio che dimostra che avere un piano non significa che questo funzioni.

Anche qui c’è pure un contributo francese al dibattito. C’è il precedente del fondo anti-crisi del 2010, istituito per rilanciare l’economia dopo la recessione del 2008. Messi a disposizione 57 miliardi di euro, di cui utilizzati 25 miliardi, meno della metà. Bassa domanda, dovuta anche ad ostacoli amministrativi. Tanto che Parigi, onde evitare di ripetere l’infelice esperienza, sta ragionando alla creazione di un punto di contatto unico all’interno del ministero delle Finanze per semplificare le procedure di gara e dare priorità ai progetti già in corso.

Non basta dunque annunciare di avere un piano o annunciare che ne verrà predisposto uno, come fatto dal presidente del Consiglio, Giuseppe Conte. E non basta neppure averne davvero uno, di piano per la ripresa. Occorre che quello che viene messo a punto sia effettivamente realizzabile e realizzato.  Le strategie di rilancio di Francia e Germania sono lì a ricordare questo. A tutti quanti.

Sandro Gozi, europarlamentare italiano eletto nella lista de la Republique en Marche, partito del presidente francese Emmanuel Macron, ha un pensiero proprio per l’Italia. Ricorda che l’Italia è il primo beneficiario del meccanismo per la ripresa, e che “i 209 miliardi di euro per l’Italia non sono solo il frutto del lavoro dell’Italia, ma di più forze” in Europa. Proprio per questo il governo Conte “deve dimostrare che ne è valsa la pena, deve dimostrare che l’Europa ha fatto la scelta giusta”. In altre parole, “più rapida sarà l’Italia” nel predisporre un piano di rilancio (atteso per il 9 settembre, nel più generale programma nazionale per le riforme) che funzioni, “meglio sarà non solo per gli italiani ma per tutti gli europei”.

Quanto al piano di rilancio francese, Gozi sottolinea “gli interventi senza precedenti per la transizione ecologica” e per l’occupazione giovanile, con sei miliardi di euro per favorire le assunzioni. “Pilastri attorno a cui auspico l’Italia voglia ispirarsi“.

https://www.eunews.it/2020/09/03/francia-germania-piani-ripresa/133925

Il mondo sta diventando più uguale, di Branko Milanovic

In calce un articolo particolarmente interessante del sociologo Branko Milanovic tratto dalla rivista americana Foreign Affairs. Il saggio tratta l’argomento della condizione dei ceti medi. In poche parole ci rivela che, se è vero che la condizione dei ceti medi dei paesi del Nord-America e dell’Europa Occidentale tende a peggiorare e ad avvicinarsi alle fasce basse di popolazione, la tendenza globale è opposta grazie all’apporto dei paesi emergenti specie quelli demograficamente rilevanti, in particolare la Cina, successivamente l’India e potenzialmente in futuro i paesi africani. Sottolinea che queste due dinamiche sono legate strettamente alla globalizzazione, al processo di apertura dei mercati e delle società. Una inversione di questo processo rallenterebbe altresì la dinamica di degrado nei paesi occidentali a scapito però della sua velocità di progressione su scala globale.

L’utilizzo esclusivo della capacità di reddito come criterio di determinazione  della stratificazione sociale e nella fattispecie dei cosiddetti ceti medi può essere tuttavia un indice approssimativo, indiretto e spesso fuorviante della condizione in un dato momento e della sua dinamica. Il perimetro dei vari ceti intermedi può essere definito molto più proficuamente se lo si traccia sulla base delle competenze professionali richieste, sul ruolo di comando e di controllo intermedi assegnati per determinazione politica o per le “inerzie” nelle relazioni sociali. Ne consegue che i fattori principali e diretti da analizzare dovrebbero essere soprattutto lo sviluppo, l’applicazione e la padronanza delle tecnologie; i modelli di gestione, di controllo e di comando adottati; l’assetto istituzionale e amministrativo e le dinamiche di conflitto sociale interno e geopolitico esterno agli stati e alle formazioni sociali. In ultima istanza dipende dalla ambizione e dalla capacità di centri decisionali e classi dirigenti di garantire potenza, dinamismo e coesione agli stati e alle formazioni sociali. L’attenzione e i desiderata si dovrebbero quindi spostare più che sulla positiva (relativa) apertura della globalizzazione e sulla nefasta (relativa) chiusura protezionistica, sulla capacità delle formazioni politico-sociali, degli stati che le conformano, dei centri decisionali che le indirizzano nell’individuare e influenzare le dinamiche di conflitto e competizione e i conseguenti processi di trasformazione sociale e innovazione tecnologica che queste innescano in maniera sempre più sistematica in un quadro di sviluppo complessivo ed equilibrato delle singole formazioni sociali. Una strada seguita brillantemente dagli Stati Uniti sino a quaranta anni fa. Una attenzione dovuta tanto più che gli attori principali e determinanti sono in entrambi i casi gli Stati. Va sottolineato che sia le fasi di apertura delle globalizzazioni, corrispondenti per lo più ad una fase tendenzialmente imperiale, che di relativa chiusura protezionistica hanno visto emergere e decadere stati, formazioni sociali e relativi ceti intermedi. Nella prima condizione abbiamo visto gli Stati, la Germania e il Giappone di fine ‘800, i paesi del Sud-Est Asiatico, la Corea e il Giappone nel secondo dopoguerra, la Cina e l’India alla caduta del blocco sovietico. Nelle fasi protezionistiche, in particolare negli anni ’30, abbiamo visto emergere gli Stati Uniti, il Giappone, la Germania nazista. In entrambe le fasi in realtà hanno saputo affermarsi quegli stati e quei centri decisionali che hanno saputo dosare al meglio contemporaneamente modalità di “apertura” e modalità di “chiusura” secondo contesto e necessità. Chi è stato vittima di un approccio dogmatico in un senso o nell’altro nel migliore dei casi ne ha tratto un beneficio immediato ma precario; nel medio-lungo periodo ne ha ricavato una sconfitta strategica e con essa la caduta, il degrado pesante e spesso l’oppressione dei ceti intermedi. Buona parte dei paesi africani e del Sud-America sono caduti nella prima trappola, i paesi socialisti del blocco sovietico, non i soli però, nella seconda.

Una chiosa a parte meriterebbe un altro segmento spesso inserito tra i ceti medi. La componente proprietaria, in particolare di immobili e di redditi da rendite di media entità. Una componente importante dal punto di vista dello status e della coesione, molto meno dal punto di vista della funzione; particolarmente vulnerabile e volubile quindi, ma meno decisiva. Si tratta comunque di un ambito di ricerca impantanato ormai da almeno trenta anni, probabilmente paralizzato da una visione dualistica ed economicistica del conflitto e delle dinamiche sociali, come quella marxista o da un procedimento prevalentemente quantitativo e statistico della analisi sociologica. Una questione non solo teorica e accademica; un nodo che numerosi regimi e intere classi dirigenti non hanno saputo sciogliere e nel quale sono rimasti intrappolati. Buona lettura, Giuseppe Germinario

https://www.foreignaffairs.com/articles/world/2020-08-28/world-economic-inequality

Un operaio in una fabbrica alla periferia di Nuova Delhi, India, novembre 2014
Anindito Mukherjee / Reuters

Gli oppositori della globalizzazione economica spesso indicano i modi in cui ha ampliato la disuguaglianza all’interno delle nazioni negli ultimi decenni. Negli Stati Uniti, ad esempio, i salari sono rimasti piuttosto stagnanti dal 1980, mentre gli americani più ricchi si sono portati a casa una quota sempre maggiore di reddito. Ma la globalizzazione ha avuto un altro effetto importante: ha ridotto la disuguaglianza globale globale. Centinaia di milioni di persone sono uscite dalla povertà negli ultimi decenni. Il mondo è diventato più equo tra la fine della guerra fredda e la crisi finanziaria globale del 2008, un periodo spesso definito “alta globalizzazione”.

L’economista Christoph Lakner e io abbiamo riassunto questa tendenza in un diagramma pubblicato nel 2013. Il diagramma mostrava i tassi di crescita del reddito pro capite tra il 1988 e il 2008 nella distribuzione globale del reddito. (L’asse orizzontale ha le persone più povere a sinistra e le più ricche a destra.) Il grafico ha attirato molta attenzione perché riassumeva le caratteristiche di base degli ultimi decenni di globalizzazione e si è guadagnato il soprannome di “il grafico dell’elefante” perché è la forma sembrava quella di un elefante con la proboscide rialzata.

Le persone al centro della distribuzione del reddito globale, i cui redditi sono cresciuti notevolmente (più che raddoppiando o triplicando in molti casi), vivevano in modo schiacciante in Asia, molte delle quali in Cina. Le persone più a destra, più ricche degli asiatici ma con tassi di crescita del reddito molto più bassi, vivevano principalmente nelle economie avanzate del Giappone, degli Stati Uniti e dei paesi dell’Europa occidentale. Infine, le persone all’estremità destra del grafico, l’uno per cento più ricco (composto principalmente da cittadini di paesi industrializzati), hanno goduto di tassi di crescita del reddito molto elevati, molto simili a quelli al centro della distribuzione del reddito globale.

I risultati hanno evidenziato due importanti divisioni: una tra la classe media asiatica e la classe media occidentale e una tra la classe media occidentale ei loro compatrioti più ricchi. In entrambi i confronti, la classe media occidentale stava perdendo. Gli occidentali della classe media hanno registrato una crescita del reddito inferiore rispetto agli asiatici (relativamente più poveri), fornendo un’ulteriore prova di una delle dinamiche determinanti della globalizzazione: negli ultimi 40 anni, molti posti di lavoro in Europa e Nord America sono stati esternalizzati in Asia o eliminati di conseguenza di concorrenza con le industrie cinesi. Questa è stata la prima tensione della globalizzazione: la crescita asiatica sembra avvenire sulle spalle della classe media occidentale.

Un altro baratro si è aperto tra gli occidentali della classe media ei loro ricchi compatrioti. Anche qui la classe media ha perso terreno. Sembrava che le persone più ricche dei paesi ricchi e quasi tutti in Asia beneficiassero della globalizzazione, mentre solo la classe media del mondo ricco ne aveva perse in termini relativi. Questi fatti hanno supportato l’idea che l’ascesa di partiti politici e leader “populisti” in Occidente derivasse dal disincanto della classe media. Il nostro grafico è diventato emblematico non solo degli effetti economici della globalizzazione ma anche delle sue conseguenze politiche.

NUOVI SVILUPPI, VECCHIE TENDENZE

In un nuovo articolo, Torno su questa domanda e chiedo se gli sviluppi identici o simili siano continuati tra il 2008 e il 2013-2014, anni per i quali sono disponibili gli ultimi dati globali della Banca mondiale, lo studio sul reddito del Lussemburgo e altre fonti. Sono dati più raffinati di quelli a cui abbiamo potuto accedere in passato. Comprendono più di 130 paesi con informazioni dettagliate sui redditi a livello familiare. I risultati nel grafico sottostante mostrano infatti la continuazione di quella che ho chiamato la prima tensione della globalizzazione: la crescita del reddito della classe media non occidentale supera di gran lunga quella della classe media occidentale. In effetti, il divario di crescita tra i due gruppi è effettivamente aumentato. Ad esempio, il reddito medio degli Stati Uniti nel 2013 era solo del 4% superiore a quello del 2008; nel frattempo, i redditi mediani cinesi e vietnamiti sono più che raddoppiati, mentre il reddito mediano della Thailandia è aumentato dell’85% e quello dell’India del 60%. Questa disparità mostra come la crisi finanziaria globale, in particolare lo shock iniziale che si rivela in questi dati, abbia colpito l’Occidente in modo molto più grave di quanto abbia fatto in Asia.

Ma la seconda tensione – il crescente divario tra le élite e le classi medie nei paesi occidentali – è molto meno evidente in questo periodo più recente. La crisi finanziaria ha ridotto il tasso di crescita dei redditi (e in alcuni casi ha ridotto i redditi) dei ricchi nei paesi occidentali che costituiscono la maggior parte dell’uno per cento più ricco del mondo. Questo rallentamento si riflette anche nel fatto che la disparità di reddito all’interno di molti paesi ricchi non è aumentata. Ma se la recessione ha interrotto la crescita del reddito dei ricchi, potrebbe non averlo fatto a lungo. Dati globali dettagliati più recenti non sono ancora disponibili, ma alcune stime preliminari indicano che negli anni successivi al nostro periodo di studio, l’1% più ricco ha ripreso il suo precedente modello di crescita.

Con l’eccezione del rallentamento post-2008 della crescita del reddito tra i ricchi, la globalizzazione in questo nuovo periodo ha continuato a produrre molti degli stessi risultati di prima, inclusa la riduzione della disuguaglianza globale. Come misurato dal coefficiente di Gini, che va da zero (una situazione ipotetica in cui ogni persona ha lo stesso reddito) a uno (una situazione ipotetica in cui una persona riceve tutto il reddito), la disuguaglianza globale è scesa da 0,70 nel 1988 a 0,67 nel 2008 e poi ulteriormente a 0,62 nel 2013. Probabilmente non c’è mai stato un singolo paese con un coefficiente di Gini alto come 0,70, mentre un coefficiente di Gini di circa 0,62 è simile ai livelli di disuguaglianza che si trovano oggi in Honduras, Namibia e Sud Africa . (In parole povere, il Sud Africa rappresenta il miglior proxy per la disuguaglianza del mondo intero.)

Ma se la disuguaglianza globale ha continuato a diminuire durante il nuovo periodo di studio, i dati rivelano che lo ha fatto per una nuova serie di ragioni. La Cina, dall’inizio delle sue riforme di mercato alla fine degli anni ’70, ha svolto un ruolo enorme nel ridurre la disuguaglianza globale. La crescita economica della sua popolazione di 1,4 miliardi di persone ha rimodellato la distribuzione della ricchezza nel mondo. Ma ora la Cina è diventata sufficientemente ricca che la sua continua crescita non gioca più un ruolo così importante nell’abbassare la disuguaglianza globale. Nel 2008, il reddito medio cinese era solo leggermente superiore al reddito medio mondiale; cinque anni dopo, il reddito medio della Cina era del 50 per cento superiore a quello mondiale, e probabilmente è anche più alto ora. L’elevata crescita in Cina, in termini globali, smette di essere una forza di equalizzazione. Presto, contribuirà all’aumento della disuguaglianza globale. Ma l’India, con una popolazione che potrebbe prestosupera la Cina ed è ancora relativamente povera, ora svolge un ruolo importante nel rendere il mondo più equo. Negli ultimi 20 anni, Cina e India hanno guidato la riduzione della disuguaglianza globale. D’ora in poi, solo la crescita indiana svolgerà la stessa funzione. L’Africa, che vanta i tassi di crescita demografica più elevati al mondo, diventerà sempre più importante. Ma se i più grandi paesi africani continuano a seguire i giganti asiatici, la disuguaglianza globale aumenterà.

DISUGUAGLIANZA NEL TEMPO DEL COVID-19

La pandemia COVID-19 finora non ha interrotto queste tendenze e di fatto potrebbe portare alla loro intensificazione. La notevole decelerazione della crescita globale derivante dal nuovo coronavirus non sarà uniforme. La crescita economica cinese, sebbene molto più bassa oggi rispetto a qualsiasi altro anno dagli anni ’80, supererà ancora la crescita economica in Occidente. Ciò accelererà la chiusura del divario di reddito tra l’Asia e il mondo occidentale. Se la crescita della Cina continua a superare la crescita dei paesi occidentali di due o tre punti percentuali all’anno, entro il prossimo decennio molti cinesi della classe media diventeranno più ricchi delle loro controparti della classe media in Occidente. Per la prima volta in due secoli, gli occidentali con redditi mediocri all’interno delle proprie nazioni non faranno più parte dell’élite globale, vale a dire nel quintile più alto (20%) dei redditi globali. Questo sarà uno sviluppo davvero notevole. Dagli anni venti dell’Ottocento in poi, quando furono raccolti per la prima volta dati economici nazionali di questo tipo, l’Occidente è stato costantemente più ricco di qualsiasi altra parte del mondo. Entro la metà del diciannovesimo secolo, anche i membri della classe operaia in Occidente erano benestanti in termini globali. Quel periodo sta ora volgendo al termine.

Gli Stati Uniti rimangono un paese molto più ricco della Cina. Nel 2013, il divario tra il reddito medio di un americano e di un cinese era di 4,7 a 1 (e di 3,4 a 1 se confrontato con il reddito medio di un residente urbano cinese). Questo divario si è leggermente ridotto dal 2013 e diminuirà ulteriormente sulla scia della crisi COVID-19, ma ci vorrà del tempo per ridurlo. Se la Cina continua a sovraperformare gli Stati Uniti di circa due o tre punti percentuali di crescita del reddito pro capite ogni anno, il divario di reddito medio tra i due paesi richiederà ancora circa due generazioni per colmare.

Pendolari nel centro di Shanghai, Cina, luglio 2009
Pendolari nel centro di Shanghai, Cina, luglio 2009
Nir Elias / Reuters

A lungo termine, lo scenario più ottimistico vedrebbe tassi di crescita elevati continui in Asia e un’accelerazione della crescita economica in Africa, insieme a una riduzione delle differenze di reddito nei paesi ricchi e poveri attraverso politiche sociali più attiviste (tasse più alte sui ricchi , una migliore istruzione pubblica e una maggiore parità di opportunità). Alcuni economisti, da Adam Smith in poi, speravano che questo roseo scenario di crescente uguaglianza globale sarebbe derivato dalla diffusione uniforme del progresso tecnologico in tutto il mondo e dall’attuazione sempre più razionale delle politiche interne.

Sfortunatamente, previsioni molto più cupe sembrano più plausibili. La guerra commerciale e tecnologica tra Cina e Stati Uniti, sebbene forse comprensibile da un ristretto punto di vista strategico statunitense, è fondamentalmente pernicioso dal punto di vista globale. Impedirà la diffusione della tecnologia e ostacolerà il miglioramento degli standard di vita in vaste aree del mondo. Il rallentamento della crescita renderà più difficile sradicare la povertà e probabilmente preserverà gli attuali livelli di disuguaglianza globale. In altre parole, potrebbe verificarsi qualcosa di simile all’opposto della dinamica iniziale della globalizzazione: il divario tra le classi medie americane e cinesi può essere preservato, ma a costo della crescita del reddito più lenta (o negativa) sia negli Stati Uniti che Cina. I miglioramenti del reddito reale sarebbero sacrificati per congelare l’ordine gerarchico della distribuzione globale del reddito. Il guadagno netto del reddito reale per tutti gli interessati sarebbe zero.

  • BRANKO MILANOVIC è Senior Scholar presso lo Stone Center on Socio-Economic Inequality presso il CUNY Graduate Centre e Centennial Professor presso la London School of Economics.

 

Per una nuova Costituente, recensione di Teodoro Klitsche de la Grange

Carlo Lottieri, Per una nuova Costituente, Liberilibri, Macerata 2020, pp. XV+86, € 12,00.

Questo saggio di Lottieri, preceduto dall’introduzione di Luigi Marco Bassani, si domanda se l’attuale sistema politico italiano potrà reggere all’impatto della crisi da Coronavirus. E risponde no. Già, come scrive Bassani nell’introduzione, l’Italia era un calabrone economico: come l’insetto, malgrado la forma non aerodinamica e le ali piccole riesce a volare, così il paese “andava, seppur lentamente, avanti”. Non è credibile che prosegua perché in autunno verranno al pettine i nodi irrisolti.

Contrariamente a una parte dei critici dell’attuale “sistema”, di chi pensa sia “colpa della finanza, del Bildelberg o della cattivissima Merkel” il tutto è dovuto alle prebende pubbliche e alle rendite parassitarie organizzate (spesso) e dovute (sempre) al potere politico. Per cui “è del tutto chiaro che o si riforma profondamente la struttura politica e istituzionale, oppure nessuno riuscirà a metter mano a nulla: spesa pubblica, debito e rapina fiscale (ai danni dei singoli, delle imprese e di alcuni territori)”. Il prelievo fiscale tra il 1974 ad oggi è, in rapporto al reddito nazionale, più che raddoppiato; fino a quando (cioè all’inizio degli anni ’90 del secolo scorso) il PIL aumentava, l’incremento del prelievo era “compensato” – almeno in parte – dall’aumento del reddito. Ma dalla crisi del Covid-19 – che si aggiunge a quella del 2008, ancora gravante sull’Italia la quale, dal governo Monti in poi è “cresciuta” con percentuale annua da prefisso telefonico – e al relativo crollo del reddito, non si esce, sostengono Bottieri e Bassani se non cambiando il sistema radicalmente.

Mentre per l’analisi si può concordare anche se il ruolo dei poteri forti e/od occulti (quelli in crociera sul “Britannia”) non è sottovalutabile, ma sicuramente non è la sola causa dei guai nazionali, diverso è per la soluzione che propone il seggio.

Lottieri parte dall’Unità d’Italia, realizzata secondo un modello centralistico e statalista, accompagnato dalla voluta rappresentazione propagandistica volta a trasformare il Risorgimento in fiaba, mentre “la costruzione dell’Italia unita sia stata l’opera di una minoranza che s’è imposta anche a costo di sacrificare le aspirazioni dei più”. Data tale premessa ne è conseguente che “per proteggere un ordine politico artificioso e un’unità decisa dagli eserciti le classi di governo hanno dovuto a più riprese iniettare quantità massicce di veleno ideologico nelle vene degli italiani…Il controllo materiale sulle esistenze ha dovuto presto essere accompagnato da una progressiva manipolazione delle coscienze. Ma se le cose stanno così, deve essere chiaro che per salvare gli italiani bisogna affrancarli dall’Italia”.

Ora che lo Stato nazionale è fallito, occorre ricostruirlo dalle comunità territoriali con un procedimento federalistico-consensuale. Le comunità che non aderiranno alla federazione saranno libere di starne fuori, scrive Lottieri.

È qui che la tesi presta il fianco a critica. Funzione (dell’istituzione e) dell’autorità è offrire protezione politica. Il che vuol dire in primo luogo, difendere l’esistenza della comunità e dei cittadini. Anche se è assai importante, assicurare la certezza dei rapporti giuridici, attraverso un apparato di coazione è comunque l’aspetto secondario. In ogni fase storica (o anche geo-storica) per dare protezione all’esistenza comunitaria occorreva una massa critica idonea. Se le polis antiche, fino ad Alessandro Magno, riuscivano ad assicurarla, già dopo il macedone il mondo mediterraneo si organizzò progressivamente in sintesi politiche regionali (Roma, Cartagine, i regni dei diadochi) cui succedette un impero unico.

Secoli dopo il declino del feudalesimo – con i suoi poteri locali non (o poco) subordinati al Papa e all’Imperatore, succedettero i più piccoli, ma più centralizzati Stati moderni, I quali esercitavano realmente e pienamente, cioè di fatto, la sovranità ove raggiungessero certe dimensioni. Che nessuno degli Stati pre-unitari sia italiani che tedeschi (a parte la Prussia e fino a un certo tempo, Venezia) avevano. Il risultato fu che le guerre europee si facevano soprattutto in Germania ed Italia perché erano, politicamente, degli open space. L’indipendenza politica esterna degli italiani e dei tedeschi arriva solo con l’unificazione nazionale .

Se pure la formula proposta da Lottieri come soluzione al populismo, ossia “mercati globali, governi locali” è seducente, non è detto che, di fatto, sia capace di conservare l’esistenza delle comunità locali, in una fase storica in cui il potere è concentrato in entità, statali e non, di enormi dimensioni, capaci di far valere con successo le proprie volontà.

Le quali possono essere contenute solo se costrette a confrontarsi con soggetti di pari forza – o di forza non dissimile. Par in parem non habet jurisdictionem, non è solo un principio giuridico; è anche la conseguenza di una parità (o di una non eccessiva disparità) di fatto.

Teodoro Klitsche de la Grange

La fine dell’illusione americana, di Nadia Schadlow

Il presidente degli Stati Uniti Trump in Wisconsin, giugno 2020
Tia Dufour / Ufficio stampa della Casa Bianca

Dalla fine della Guerra Fredda, la maggior parte dei politici statunitensi è stata ingannata da una serie di illusioni sull’ordine mondiale. Sulle questioni critiche, hanno visto il mondo come vorrebbero che fosse e non come è realmente. Il presidente Donald Trump, che non è un prodotto della comunità di politica estera americana, non lavora sotto queste illusioni. Trump è stato un disgregatore e le sue politiche, informate dalla sua prospettiva eterodossa, hanno messo in moto una serie di correzioni attese da tempo. Molti di questi aggiustamenti necessari sono stati travisati o fraintesi negli odierni dibattiti al vetriolo e di parte. Ma i cambiamenti che Trump ha avviato contribuiranno a garantire che l’ordine internazionale rimanga favorevole agli interessi e ai valori degli Stati Uniti ea quelli di altre società libere e aperte.

Mentre il primo mandato dell’amministrazione volge al termine, Washington dovrebbe fare il punto sullo sgretolamento dell’ordine post-Guerra Fredda e tracciare un percorso verso un futuro più equo e sicuro. Non importa chi sia il presidente degli Stati Uniti a gennaio, i politici americani dovranno adottare nuove idee sul ruolo del paese nel mondo e un nuovo modo di pensare sui rivali come Cina e Russia, stati che hanno a lungo manipolato le regole dell’ordine internazionale liberale per conto loro. vantaggio.

Una nuova serie di ipotesi dovrebbe sostenere la politica estera degli Stati Uniti. Contrariamente alle previsioni ottimistiche fatte sulla scia del crollo dell’Unione Sovietica, la diffusa liberalizzazione politica e la crescita delle organizzazioni transnazionali non hanno mitigato le rivalità tra i paesi. Allo stesso modo, la globalizzazione e l’interdipendenza economica non sono state merci incontaminate; spesso hanno generato disuguaglianze e vulnerabilità impreviste. E sebbene la proliferazione delle tecnologie digitali abbia aumentato la produttività e portato altri vantaggi, ha anche eroso i vantaggi delle forze armate statunitensi e posto sfide alle società democratiche.

Date queste nuove realtà, Washington non può semplicemente tornare ai comodi presupposti del passato. Il mondo è andato oltre il “momento unipolare” del periodo post-Guerra Fredda e in un’era di interdipendenza e competizione che richiede politiche e strumenti differenti. Per navigare adeguatamente in questa nuova era, Washington deve lasciar andare le vecchie illusioni, superare i miti dell’internazionalismo liberale e riconsiderare le sue opinioni sulla natura dell’ordine mondiale.

TUTTI INSIEME ORA?

Mentre il ventesimo secolo volgeva al termine, il numero crescente di paesi che abbracciavano ideali democratici ispirò orgoglio in Occidente e grandi speranze per il futuro. Si è formato un consenso sul fatto che una convergenza sulla democrazia liberale avrebbe portato a un ordine politico internazionale stabile. Mentre l’Unione Sovietica si inaridiva e la Guerra Fredda finiva, il presidente degli Stati Uniti George HW Bush ha chiesto un “nuovo ordine mondiale”, una “Pax Universalis” fondata su valori liberali, governance democratica e mercati liberi. Diversi anni dopo, la Strategia per la sicurezza nazionale del 1996 del presidente Bill Clinton ha articolato una politica di impegno e allargamento democratico che avrebbe migliorato “le prospettive di stabilità politica, risoluzione pacifica dei conflitti e maggiore dignità e speranza per le persone del mondo”.

Questa presunzione di convergenza liberale ha motivato la decisione di consentire alla Cina di aderire all’Organizzazione mondiale del commercio (OMC) nel 2001. Come disse Clinton all’epoca, tale apertura avrebbe “un profondo impatto sui diritti umani e sulla libertà politica”. Il resto del mondo avrebbe avuto accesso ai mercati cinesi e alle importazioni a basso costo, e la Cina avrebbe avuto la possibilità di portare prosperità a centinaia di milioni, il che, secondo molti a Washington, avrebbe migliorato le prospettive di democratizzazione. È stata una vittoria per tutti.

Ma la Cina non aveva intenzione di convergere con l’Occidente. Il Partito Comunista Cinese non ha mai inteso giocare secondo le regole dell’Occidente; era determinato a controllare i mercati piuttosto che ad aprirli, e lo fece mantenendo il suo tasso di cambio artificialmente basso, fornendo vantaggi sleali alle imprese di proprietà statale ed erigendo barriere normative contro le società non cinesi. I funzionari delle amministrazioni George W. Bush e Obama erano preoccupati per le intenzioni della Cina. Ma fondamentalmente, sono rimasti convinti che gli Stati Uniti dovessero impegnarsi con la Cina per rafforzare il sistema internazionale basato su regole e che la liberalizzazione economica della Cina avrebbe portato alla liberalizzazione politica. Invece, la Cina ha continuato a trarre vantaggio dall’interdipendenza economica per far crescere la sua economia e potenziare le sue forze armate, assicurando così la forza a lungo termine del PCC.

La Cina non ha mai avuto alcuna intenzione di convergere con l’Occidente.

Mentre la Cina e altri attori hanno sovvertito la convergenza liberale all’estero, la globalizzazione economica non è riuscita a soddisfare le aspettative interne. I sostenitori della globalizzazione hanno affermato che in un’economia lubrificata dal libero scambio, i consumatori trarrebbero vantaggio dall’accesso a beni più economici, i posti di lavoro persi nel manifatturiero sarebbero sostituiti da posti di lavoro migliori nel settore dei servizi in crescita, gli investimenti diretti esteri fluirebbero in ogni settore e le aziende ovunque lo farebbero diventare più efficienti e innovativi. Organizzazioni come l’OMC, nel frattempo, aiuterebbero a gestire questo mondo più libero e integrato (per non parlare delle sue 22.000 pagine di regolamenti).

Ma la promessa che la marea crescente della globalizzazione avrebbe sollevato tutte le barche è rimasta insoddisfatta: alcune sono salite a livelli estremi, alcune hanno ristagnato e altre semplicemente sono affondate. Si è scoperto che la convergenza liberale non era vantaggiosa per tutti: c’erano, infatti, vincitori e vinti.

Una reazione populista contro questa realtà ha colto di sorpresa le élite. Questa reazione si è intensificata quando il comportamento scorretto a Wall Street e le politiche monetarie sbagliate della Federal Reserve statunitense hanno contribuito a provocare la crisi finanziaria globale del 2008. I generosi salvataggi che banche e società finanziarie hanno ricevuto sulla sua scia hanno convinto molti americani che le élite politiche e aziendali stessero giocando con il sistema, un tema su cui Trump si è impegnato nella sua campagna del 2016. Anni prima della vittoria di Trump, tuttavia, molti americani comuni avevano già capito che la globalizzazione li stava danneggiando. I lavoratori hanno sperimentato direttamente come il libero scambio potesse svuotare le comunità mentre i posti di lavoro e gli investimenti di capitale sono fuggiti all’estero. Anche il capo economista del Fondo monetario internazionale, Gita Gopinath, ha riconosciutonel 2019 il commercio internazionale era stato molto costoso per i lavoratori manifatturieri negli Stati Uniti. Tra il 2000 e il 2016, il paese ha perso circa cinque milioni di posti di lavoro nel settore manifatturiero .

SLOUCHING VERSO LA BAIA DELLE TARTARUGHE

Una seconda illusione che ha affascinato i politici statunitensi è l’idea che Washington possa dipendere dalle organizzazioni internazionali per aiutarla ad affrontare le grandi sfide e che la “governance globale” emergerebbe con l’aiuto della leadership americana. Poiché i paesi stavano presumibilmente convergendo sulla liberalizzazione politica ed economica, era naturale pensare che sfide transnazionali come la proliferazione nucleare, il terrorismo e il cambiamento climatico avrebbero sostituito la competizione interstatale come principale punto focale per i leader statunitensi. L’opinione comune riteneva che tali minacce potessero essere gestite al meglio dalle istituzioni internazionali.

Questo punto di vista presumeva che, poiché altri paesi stavano progredendo inesorabilmente verso la democrazia liberale, avrebbero condiviso molti degli obiettivi di Washington e avrebbero rispettato le regole di Washington. Questa convinzione tendeva a minimizzare l’importanza della sovranità nazionale e il fatto che i paesi differiscono nel modo in cui organizzano le proprie comunità. Anche tra le democrazie esiste un alto grado di variazione quando si tratta di valori culturali, istituzionali e politici.

Tuttavia, le istituzioni internazionali sono diventate più espansive e ambiziose. Nel 1992, l’ Agenda per la Pace del Segretario Generale delle Nazioni Unite Boutros Boutros-Ghali immaginava un mondo in cui le Nazioni Unite avrebbero mantenuto la pace mondiale, protetto i diritti umani e promosso il progresso sociale attraverso l’espansione delle missioni di mantenimento della pace. Tra il 1989 e il 1994, l’organizzazione ha autorizzato 20 missioni di mantenimento della pace, più del numero totale di missioni che aveva svolto durante i quattro decenni precedenti.

Il perseguimento della missione si è esteso anche alle singole agenzie delle Nazioni Unite. L’Organizzazione Mondiale della Sanità, creata nel 1948 per prevenire la diffusione di malattie infettive, è stata la pioniera di una serie dei più grandi successi delle Nazioni Unite, tra cui l’eradicazione del vaiolo e la quasi eradicazione della poliomielite. Ma nel corso degli anni, la sua portata è cresciuta notevolmente. Nel 2000, aveva iniziato a emettere avvisi su tutto, dalla sicurezza alimentare all’uso del telefono cellulare alla qualità dell’aria. Dinamica che ha distribuito il personale e le risorse in modo troppo dispersivo, paralizzando la capacità dell’organizzazione di rispondere a crisi autentiche, come la pandemia COVID-19 in corso. Durante lo scoppio iniziale, l’OMS fu relegata ai margini mentre i governi nazionali correvano per assicurarsi le attrezzature mediche.

Funzionari dell’OMS a Ginevra, Svizzera, maggio 2020
Christopher Black / Who / Dispensa / Reuters

Tuttavia, i guai all’ONU andavano ben oltre l’OMS. Nel 2016, Anthony Banbury, un funzionario di carriera delle Nazioni Unite che aveva recentemente servito come assistente segretario generale per il supporto sul campo, ha scritto che la burocrazia dell’organizzazione era diventata così complessa che era incapace di fornire risultati, creando un buco nero in cui scompariva “innumerevoli tasse dollari “, così come una lunga lista di” aspirazioni umane, da non vedere mai più “. Tali opportunità perse hanno portato al cinismo e hanno indebolito l’ordine internazionale liberale dall’interno.

NON PIÙ INVINCIBILE

Sebbene l’internazionalismo liberale incoraggiasse l’interdipendenza e il multilateralismo, si basava anche sulla fiducia nella capacità di Washington di mantenere indefinitamente la superiorità militare incontrastata di cui godette nell’immediato dopoguerra della Guerra Fredda. In realtà, il dominio militare degli Stati Uniti è ora sfidato praticamente in ogni dominio. Gli Stati Uniti non sono più in grado di operare liberamente nelle sfere tradizionali di terra, mare e aria, né in quelle più nuove come lo spazio esterno e il cyberspazio. La diffusione di nuove tecnologie e sistemi d’arma e il perseguimento di strategie asimmetriche da parte degli avversari hanno limitato la capacità delle forze armate statunitensi di trovare e colpire obiettivi, rifornire e salvaguardare le proprie forze all’estero, navigare liberamente nei mari, controllare le linee di comunicazione marittime e proteggere la patria . È probabile che nulla possa invertire queste tendenze.

Dagli anni ’90, gli Stati Uniti sono diventati più dipendenti dallo spazio per la loro sicurezza nazionale, perché così tante funzioni militari e di intelligence dipendono da risorse, come i satelliti, che hanno sede lì. Ma la Cina, la Russia e altri stati ora hanno la capacità di mettere in campo sistemi d’arma antisatellite. Nel frattempo, anche le attività commerciali private nello spazio sono aumentate in modo esponenziale. Dal 2014, la maggior parte dei lanci di satelliti è stata condotta da paesi diversi dagli Stati Uniti, principalmente Cina, India, Giappone e membri dell’UE, erodendo ulteriormente la capacità degli Stati Uniti di manovrare liberamente nello spazio e aumentando la quantità di detriti in orbita attorno alla terra, che minaccia tutte le risorse spaziali.

Il dominio militare degli Stati Uniti è ora sfidato praticamente in ogni ambito.

Nel cyberspazio, sono emerse vulnerabilità hardware e software attraverso le catene di approvvigionamento militari, riducendo potenzialmente l’efficacia di piattaforme importanti. Nel 2018, David Goldfein, il capo dello staff dell’aeronautica americana, ha descritto l’F-35 Joint Strike Fighter come ” un computer che per caso vola ” e quindi, come tutti i computer, è vulnerabile agli attacchi informatici. Nello stesso anno, il Defense Science Board ha avvertito che poiché erano collegati così tanti sistemi d’arma, una vulnerabilità in uno potrebbe influenzare anche gli altri.

Allo stesso tempo, i requisiti burocratici hanno reso più difficile per i militari innovare. Sono passati più di 20 anni da quando è stato concepito il programma Joint Strike Fighter a quando è stato dichiarato operativo il primo squadrone da combattimento di F-35. I militari richiedono livelli di prestazioni irrealisticamente elevati, che le aziende, affamate di contratti, promettono di fornire. L’ex Segretario alla Difesa degli Stati Uniti Robert Gates si è lamentato della riluttanza delle forze armate ad accontentarsi di una soluzione dell ‘ “80%” che potrebbe effettivamente essere costruita e messa in campo in un lasso di tempo ragionevole. Data la rapidità con cui si sviluppano le tecnologie controbilanciate, questi attriti nell’industria della difesa statunitense pongono seri interrogativi sulla capacità del paese di combattere e vincere guerre, soprattutto contro concorrenti di pari livello.

Nel frattempo, Pechino e Mosca hanno sviluppato i cosiddetti sistemi d’arma anti-accesso / negazione di area, che riducono la capacità di Washington di proiettare potere in Asia orientale e in Europa. La Cina ha sviluppato e modernizzato le sue armi nucleari strategiche e tattiche e ha investito molto in tecnologie per migliorare le sue forze convenzionali. La Russia ha costruito una serie di esotiche “armi apocalittiche” e armi nucleari tattiche a basso rendimento, nonostante gli accordi sul controllo degli armamenti con gli Stati Uniti. Ed entrambi i paesi stanno anche riversando risorse in armi ipersoniche la cui velocità e manovrabilità rendono inefficaci i sistemi di difesa missilistica convenzionali.

Inoltre, rivali minori come Iran e Corea del Nord hanno continuato a sviluppare e perfezionare i loro programmi nucleari. Nonostante le visioni di un mondo in cui nessuno poteva sfidare la forza americana, l’era del dominio militare statunitense si è dimostrata relativamente breve.

TECNOLOGIA UNFRIENDING

La fede mal riposta nei vantaggi delle nuove tecnologie non si è limitata agli affari militari. Quando è iniziata la rivoluzione digitale, i responsabili politici e gli imprenditori erano ottimisti sul fatto che queste tecnologie avrebbero accelerato la diffusione dei valori democratici liberali – che “l’era dell’informazione può diventare l’era della liberazione”, come ha detto il presidente George HW Bush nel 1991. Alcuni anni dopo, Clinton predisse che “la libertà [si sarebbe] diffusa tramite telefono cellulare e modem via cavo”.

Nel corso del tempo, tuttavia, è diventato chiaro che le stesse tecnologie che connettono e danno potere alle persone possono anche mettere in pericolo la libertà e l’apertura e limitare il diritto di essere lasciato solo, tutti elementi di una fiorente democrazia. I paesi autoritari hanno impiegato tecnologie digitali per controllare i propri cittadini, con l’assistenza (a volte inconsapevole) delle aziende occidentali. Il PCC ha sviluppato il sistema di sorveglianza più sofisticato al mondo, ad esempio, utilizzando tecnologie di riconoscimento vocale e facciale e sequenziamento del DNA per creare un sistema di “credito sociale” che monitora 1,4 miliardi di persone in Cina e le ricompensa o le punisce in base alla loro lealtà percepita lo stato-partito.

Queste pratiche non sono limitate ai governi autoritari, in parte perché Huawei, il gigante cinese delle telecomunicazioni, ha esportato strumenti di sorveglianza in 49 paesi, inclusi strumenti che utilizzano l’intelligenza artificiale (AI). Secondo l’ AI Global Surveillance Index del Carnegie Endowment , praticamente tutti i paesi del G-20 hanno implementato la tecnologia di sorveglianza abilitata dall’intelligenza artificiale, compresi i programmi di riconoscimento facciale. Nel frattempo, anche se il PCC ha bandito Twitter nel proprio paese, Pechino e altri governi lo hanno utilizzato e altre piattaforme per condurre campagne di disinformazione all’estero volte a indebolire le democrazie dall’interno.

Occhiali intelligenti con intelligenza artificiale degli agenti di polizia a Luoyang, Cina, aprile 2018
China Stringer Network / China Out / Reuters

MYTHBUSTERS

Trump, nella sua campagna e presidenza, ha offerto alcuni correttivi alle illusioni del passato, spesso senza mezzi termini e talvolta in modo incoerente. Le sue deviazioni dai modi tradizionali di parlare e condurre la politica estera derivano dall’abbraccio della scomoda verità che visioni di globalizzazione benevola e internazionalismo liberale di costruzione della pace non sono riuscite a concretizzarsi, lasciando al loro posto un mondo che è sempre più ostile ai valori americani e interessi.

Trump sottolinea il ruolo degli Stati nell’ordine internazionale, sfidando una tendenza americana dalla fine della Guerra Fredda a trasferire il potere alle organizzazioni internazionali. Ciò non ha significato ridurre unilateralmente il ruolo degli Stati Uniti nel mondo; piuttosto, ha significato segnalare il rispetto per la sovranità degli altri. Si consideri, ad esempio, la strategia dell’amministrazione per una regione indo-pacifica libera e aperta, che consiste nel contrastare le pretese territoriali eccessive e illegali della Cina nel Mar Cinese Meridionale e nel rafforzare la sicurezza marittima di altri paesi della regione, come il Vietnam, fornendo loro con attrezzature. Tali misure sono in contrasto con gli sforzi di Pechino per creare relazioni sottomesse nella regione e stabilire sfere di influenza.

Più in generale, l’amministrazione Trump ha applicato il principio di reciprocità a varie istituzioni e norme internazionali. Ciò ha significato esortare altre potenze ad assumersi maggiori responsabilità per la propria sicurezza e contribuire maggiormente alla forza dell’ordine guidato dall’Occidente. L’attenzione di Trump alla condivisione degli oneri ha ” reso la NATO più forte “, secondo il segretario generale della NATO Jens Stoltenberg. Tra il 2016 e il 2018, la spesa per la difesa dei membri della NATO diversi dagli Stati Uniti è aumentata di 43 miliardi di dollari e Stoltenberg ha previsto che entro il 2024 tale spesa aumenterà di altri 400 miliardi di dollari.

Trump ha offerto alcuni correttivi alle illusioni del passato.

Nel commercio e nel commercio, la reciprocità ha significato lanciare l’allarme, più forte che in passato, sulla riluttanza della Cina ad aprire il proprio mercato ai prodotti e servizi statunitensi e alle pratiche sleali di Pechino, come i trasferimenti forzati di tecnologia e il furto di proprietà intellettuale. Gli esperti stimano che dal 2013 gli Stati Uniti abbiano subito danni economici per oltre $ 1.2 trilioni a causa degli abusi eclatanti della Cina.

L’uso dei dazi da parte di Trump come tattica commerciale ha sottolineato la sua disponibilità a correre dei rischi. I critici hanno denunciato le tariffe come deviazioni radicali dall’ortodossia. In realtà, l’uso di tariffe di ritorsione per esigere la reciprocità è una tradizione americana che risale alla presidenza di George Washington. Sono anche utilizzati dai paesi di tutto il mondo per applicare le decisioni dell’OMC o contrastare le sovvenzioni ingiuste fornite da altri stati. I dazi di Trump hanno contribuito a produrre un accordo iniziale con la Cina che, a differenza di qualsiasi precedente accordo bilaterale USA-Cina, include impegni significativi da Pechino per limitare il furto di segreti commerciali, ridurre i trasferimenti tecnologici forzati e aprire i mercati cinesi ai servizi finanziari e ai prodotti agricoli statunitensi.

I negoziati in corso con la Cina fanno parte del più ampio sforzo dell’amministrazione Trump per mitigare gli aspetti negativi della globalizzazione, come le vulnerabilità create dalle catene di approvvigionamento “just in time” e la deindustrializzazione del cuore degli Stati Uniti. Nelle parole di Robert Lighthizer, il rappresentante commerciale degli Stati Uniti, in queste pagine, l’obiettivo è sostenere “il tipo di società in cui [gli americani] vogliono vivere” riconoscendo la dignità del lavoro e tenendo sempre presenti i lavoratori americani e la sicurezza nazionale degli Stati Uniti quando si elaborano le politiche economiche. In questo senso, una misura importante è stato il rafforzamento da parte dell’amministrazione del Comitato per gli investimenti esteri negli Stati Uniti, che esamina i principali investimenti in società statunitensi da parte di entità straniere e ha contribuito a impedire alle società cinesi di utilizzare gli investimenti per accedere alle tecnologie chiave sviluppate dalle aziende statunitensi. .

In accordo con l’obiettivo di rafforzare il potere americano, Trump ha mantenuto la promessa della sua campagna di invertire il declino delle forze armate statunitensi e ha aumentato la spesa per la difesa di quasi il 20% dal 2017. I fondi per la modernizzazione nucleare e la difesa missilistica sono tornati dopo anni di abbandono e l’amministrazione Trump ha istituito la Space Force. Il Dipartimento della Difesa ha dato la priorità alla ricerca di tecnologie avanzate, come i missili ipersonici e l’intelligenza artificiale, come parte di un focus generale sulla competizione con altre grandi potenze. Il Pentagono e le organizzazioni di intelligence statunitensi hanno anche avanzato l’importante concetto operativo di “difendere in avanti” nel cyberspazio, che guida gli Stati Uniti a identificare in modo più proattivo le minacce, prevenire gli attacchi e imporre costi al fine di scoraggiare e sconfiggere le campagne cibernetiche dannose.

Le politiche di nessuna amministrazione sono prive di difetti o incongruenze. L’amministrazione Trump ha mostrato una tendenza, condivisa da molti dei suoi predecessori, a fare troppo affidamento su partner regionali che non sono sempre all’altezza del compito. Un esempio è la confusione sulla misura in cui Washington potrebbe ritirare le sue forze dall’Iraq e dalla Siria a seguito della vittoria guidata dagli Stati Uniti sullo Stato Islamico (noto anche come ISIS). Consolidare i guadagni degli Stati Uniti ha richiesto la comprensione delle capacità limitate dei partner di Washington in Siria, le motivazioni contrastanti dei leader in Iraq e Turchia e il pericolo di lasciare il campo aperto al regime di Assad, Iran e Russia. In definitiva, proteggere gli interessi degli Stati Uniti ha richiesto un ruolo americano diretto, anche se modesto.

Anche il presidente e i membri della sua amministrazione sono stati sfacciati al punto da alienare in modo controproducente gli alleati, soprattutto in Europa. E le tariffe non sono sempre state applicate in modo strategico. Sarebbe stato meglio cercare l’unità nella competizione contro la Cina piuttosto che combattere con alleati e partner imponendo loro tariffe su acciaio e alluminio nel 2018.

FARSENE UNA RAGIONE

Indipendentemente da chi viene eletto presidente a novembre, tornare a una serie di ipotesi strategiche progettate per il momento unipolare danneggerebbe gli interessi degli Stati Uniti. La concorrenza è e rimarrà una caratteristica fondamentale dell’ambiente internazionale e l’interdipendenza non lo ovvia. Se un democratico vince la Casa Bianca, probabilmente richiederà di convincersi che la rivalità è una caratteristica inalterabile del sistema internazionale e che sarebbe un grave errore tornare alle premesse di un’epoca passata.

Se Trump vince un secondo mandato, la sua amministrazione deve concentrarsi sulla migliore attuazione dei cambiamenti politici che ha avviato, inviando messaggi più coerenti e costruendo coalizioni più forti sia in patria che all’estero. Chiunque occupi la Casa Bianca a gennaio dovrà capire che le rivalità multidimensionali di oggi non finiranno con le vittorie convenzionali. Più in generale, i responsabili politici e gli strateghi devono superare la loro enfasi sul raggiungimento di particolari stati finali, poiché ciò deriva da una visione meccanicistica e astorica di come funziona la politica. In realtà, come ha sostenuto lo storico Michael Howard, gli atti umani creano nuove serie di circostanze che, a loro volta, richiedono nuovi giudizi e decisioni.

La geopolitica è eterna. Ecco perché la concorrenza persiste, non importa quanto gli idealisti potrebbero desiderare diversamente. Un obiettivo principale della strategia statunitense, quindi, dovrebbe essere quello di prevenire l’accumulo di attività e tendenze che danneggiano gli interessi e i valori degli Stati Uniti, piuttosto che perseguire grandi progetti come cercare di determinare come la Cina o altri paesi dovrebbero governarsi. Per fare questo, gli Stati Uniti devono elaborare politiche che mirino a mantenere gli equilibri di potere regionali e scoraggiare l’aggressione da parte dei poteri revisionisti.

La geopolitica è eterna. La concorrenza persiste, non importa quanto gli idealisti potrebbero desiderare altrimenti.

Molti di destra che sono favorevoli alla moderazione o alla restrizione saranno riluttanti ad abbracciare l’idea di una competizione costante perché tendono a scartare le aspirazioni di altre potenze. Se gli Stati Uniti saranno frenati, dicono le loro argomentazioni, altri seguiranno l’esempio. La storia suggerisce il contrario. Molti a sinistra saranno riluttanti ad accettare l’idea di uno stato finale rotolante perché tendono a credere che l’arco della storia stia progredendo verso una convergenza liberale e vedono la spinta e l’attrazione di un mondo competitivo come eccessivamente aggressiva e probabile che conduca a guerra.

Ma riconoscere la centralità della concorrenza non significa favorire la militarizzazione della politica estera statunitense, né significa una spinta alla guerra. Una più ampia accettazione della natura competitiva della geopolitica richiede effettivamente una base di potere militare, ma accentua anche la necessità di strumenti diplomatici ed economici di governo. Proprio perché gran parte della concorrenza internazionale odierna avviene al di sotto della soglia del conflitto militare, le agenzie civili devono assumere un ruolo guida nel mantenere l’ordine e plasmare un panorama favorevole agli interessi e ai valori degli Stati Uniti. Ma ciò accadrà solo quando la mentalità e la cultura delle agenzie governative statunitensi cambieranno per consentire un più ampio riconoscimento della competizione ora in corso.

In futuro, il successo della politica estera statunitense dipenderà da un approccio chiaro alla cooperazione. Piuttosto che considerare la cooperazione con altri paesi come un fine in sé, i responsabili politici dovrebbero riconoscerla come un mezzo per elaborare una strategia competitiva più forte. Devono anche comprendere che una vera cooperazione richiede reciprocità. Margrethe Vestager, il commissario europeo per la concorrenza, ha forse espresso il meglio di sé quando ha espresso l’essenza di questa politica: “Da dove vengo – sono cresciuto nella parte occidentale della Danimarca – se continui a invitare le persone e loro non ti invitano a tornare , smetti di invitarli. ”

Inoltre, Washington deve accettare che i problemi globali non sono necessariamente risolti al meglio dalle istituzioni globali, che devono rendere conto principalmente alle burocrazie interne piuttosto che ai collegi elettorali esterni. Tali istituzioni possono svolgere un ruolo utile come convocatori e centri per la condivisione delle informazioni, ma mancano della capacità operativa per agire su larga scala; la complessità burocratica impedisce loro di compiere missioni più ampie.

Riconsiderare la governance globale non richiede il rifiuto dei principi liberali o l’abbandono di un ordine basato su di essi. Ma poiché solo una manciata di paesi è impegnata in questi principi, l’obiettivo dovrebbe essere quello di promuovere ciò che lo studioso Paul Miller ha descrittocome un “ordine liberale più piccolo e più profondo” di democrazie industrializzate che difenderebbe i valori liberali e servirebbe scopi strategici ed economici. L’attenzione potrebbe essere sulla creazione di coalizioni guidate dalla missione che potrebbero costruire catene di approvvigionamento ridondanti, finanziare la ricerca nelle tecnologie emergenti, promuovere un commercio equo e reciproco e cooperare su questioni di sicurezza. Tali coalizioni sarebbero aperte a nuovi membri, a condizione che condividano interessi e valori statunitensi e potrebbero portare capacità per affrontare problemi chiave. L’ordine basato sulle regole dell’era della Guerra Fredda è iniziato più o meno allo stesso modo: come un gruppo guidato dagli Stati Uniti di stati che la pensano allo stesso modo che cercano di vincere una competizione strategica e ideologica contro un avversario comune.

Washington ha anche bisogno di rinfrescare il suo pensiero sull’economia politica e migliorare la capacità delle agenzie governative degli Stati Uniti di affrontare l’interazione tra politica ed economia. Gli Stati Uniti non saranno mai in grado di integrare le loro politiche economiche e strategie politiche come fa la Cina, mettendo la sua economia di comando direttamente al servizio degli obiettivi del PCC. Ma Washington dovrebbe investire di più nell’intelligence economica e rendere più facile la condivisione di tali informazioni tra i dipartimenti e le agenzie istituendo un centro nazionale per l’intelligence economica, forse modellato sul National Counterterrorism Center, come sostenuto dallo studioso Anthony Vinci .

Inoltre, il governo degli Stati Uniti deve contrastare i massicci investimenti della Cina nella ricerca e nello sviluppo di tecnologie emergenti. Il Congresso deve finanziare la ricerca del settore pubblico e privato in AI, calcolo ad alte prestazioni, biologia sintetica e altri settori tecnologici strategicamente importanti. E il Dipartimento di Stato dovrebbe anche mettere l’economia in primo piano e al centro dando ai funzionari economici maggiori responsabilità nelle ambasciate e aprendo più consolati in tutto il mondo, per promuovere meglio gli affari e le relazioni commerciali.

Infine, i politici statunitensi devono accettare che nel mondo contemporaneo la velocità è una componente vitale del potere. La capacità di rispondere rapidamente alle minacce e di cogliere le opportunità accresce l’influenza di un paese. Le risposte lente minano la governance democratica, poiché riducono la fiducia dei cittadini che il loro governo possa soddisfare i bisogni entro un ragionevole lasso di tempo. Questa verità è stata sottolineata dall’attuale pandemia, all’inizio della quale, a causa in gran parte dell’iniziale insabbiamento della Cina, i governi di tutto il mondo hanno agito troppo lentamente. Le agenzie governative statunitensi devono introdurre un nuovo calcolo: il tempo per il risultato. Armato di questa misura, un politico potrebbe avere una speranza di identificare gli ostacoli che devono essere rimossi per portare a termine le cose.

CHE TRUMP SAW

Gli obiettivi dell’ordine internazionale liberale erano lodevoli e, in molti casi, sono stati raggiunti contro scoraggianti probabilità. Il mondo è più sicuro, più prospero e più giusto di una volta. Ma le conseguenze inaspettate della globalizzazione e le promesse non mantenute della governance globale non possono essere trascurate.

In un mondo di concorrenza tra grandi potenze, disuguaglianza economica e capacità tecnologiche abbaglianti, dove ideologie e agenti patogeni si diffondono con ferocia virale, la posta in gioco è troppo alta e le conseguenze troppo disastrose per restare semplicemente con ciò che ha funzionato in passato e sperare il migliore. Trump ha riconosciuto questa realtà prima di molti nella comunità della politica estera statunitense. Anche chi lo segue, sia nel 2021 che nel 2025, dovrà riconoscerlo.

  • NADIA SCHADLOW è Senior Fellow presso l’Hudson Institute e Visiting Fellow presso Hoover Institution. Nel 2018 è stata vice consigliere per la sicurezza nazionale per la strategia negli Stati Uniti.

La libertà degli antichi paragonata a quella dei moderni, recensione di Teodoro Klitsche de la Grange

Benjamin Constant, La libertà degli antichi paragonata a quella dei moderni, Liberilibri, Macerata 2020, pp. XLI + 66, € 8,00.

È opportuna e tempestiva l’iniziativa di una nuova edizione di questi saggi di Constant (la prima è del 2001) con introduzione di Luca Arnaudo.

Questo perché in tempi di cambiamenti radicali, di democrazie liberali e illiberali, i saggi inclusi nel volume, soprattutto il primo, famoso, danno un contributo decisivo, tanto alla risposta a cosa sia la libertà politica e, in certa misura, anche la democrazia.

Com’è noto Constant distingue la concezione della libertà degli antichi da quella dei moderni, distinzione poco o punto chiara a molti teorici e politici del XVIII secolo e della rivoluzione francese. Quella degli antichi “consisteva nell’esercizio, in maniera collettiva ma diretta, di molteplici funzioni della sovranità presa nella sua interezza, funzioni quali la deliberazione sulla pubblica piazza della guerra e della pace… ma se tutto ciò gli antichi chiamavano libertà, al tempo stesso ammettevano come compatibile con questa libertà collettiva l’assoggettamento completo dell’individuo all’autorità dell’insieme… In tal modo, presso gli antichi, l’individuo, praticamente sovrano negli affari pubblici, è schiavo all’interno dei rapporti privati”. Al contrario “tra i moderni, al contrario l’individuo, indipendente nella vita privata, anche negli Stati più democratici non è sovrano che in apparenza”; “Scopo degli antichi era la divisione del potere sociale tra tutti i cittadini di una medesima patria; questo essi consideravano la libertà. Scopo dei moderni è la sicurezza nelle gioie private, ed essi chiamano libertà la garanzie accordate da parte delle istituzioni a tali gioie”.

Il crollo delle istituzioni rivoluzionarie, che nella concezione della libertà degli antichi trovano il pilastro, è stato causato proprio dalla diversità dalla libertà come condivisa dai moderni.

La distinzione tra diritti-libertà di partecipazione al potere politico, e diritti-libertà dal potere politico è stata tra le più fortunate. Riecheggia in tanti teorici successivi del diritto pubblico e della politica: ricordiamo, tra i tanti, quella di M. Hauriou tra Droit statutaire e Droit commun; di I. Berlin tra libertà di e libertà da, di C. Schmitt tra principi di forma politica, (democrazia) e principi dello Stato borghese (uno dei quali è quello di separazione tra Stato e società civile).

Su come coniugare la libertà degli antichi a quella dei moderni Constant propone la soluzione, debitrice di quella esposta da Sieyés nel discorso all’Assemblea costituente sul “veto reale”. Alla libertà dei moderni conviene “un’altra organizzazione rispetto a quella che poteva andar bene alla libertà antica…all’interno del tipo di libertà di cui noi siamo gelosi, più l’esercizio dei nostri diritti politici ci lascerà tempo per dedicarci ai nostri interessi privati, più la libertà ci diverrà preziosa. Da ciò deriva, Signori, la necessità del sistema rappresentativo. Il sistema rappresentativo altro non è che un’organizzazione per mezzo della quale una nazione scarica su alcuni individui ciò che non può e non vuole fare da sé”. L’acume di Constant vede anche il pericolo di tale organizzazione del potere “il rischio della libertà moderna è che, assorbiti dal piacere della nostra indipendenza privata e dall’inseguimento dei nostri interessi particolari, noi rinunciamo troppo facilmente al nostro diritto di partecipare al potere politico”; trascurare questo può compromettere quello.

Non è vero che i cittadini non sanno decidere sulle questioni politiche “Guardate i nostri concittadini, di tutte le classi e professioni, che staccandosi dalla sfera dei loro lavori abituali e delle loro faccende private si trovano improvvisamente a occuparsi delle importanti funzioni che la Costituzione demanda loro: decidono con discernimento, resistono con energia, sconcertano l’astuzia, sfidano il pericolo, resistono nobilmente alla seduzione”. Per cui Constant conclude “Ben lungi, Signori, dal rinunciare ad alcuna delle due specie di libertà di cui vi ho parlato, occorre piuttosto, come ho dimostrato, imparare a combinarle tra loro…Occorre che le istituzioni si occupino dell’educazione morale dei cittadini. Nel rispetto dei loro diritti, avendo riguardo della loro indipendenza, senza ostacolare le loro occupazioni, esse devono comunque consacrare l’influenza di cui dispongono alla cosa pubblica, chiamare i cittadini a concorrere con le loro decisioni e i loro suffragi all’esercizio del potere; esse devono garantire loro un diritto di controllo e di sorveglianza con la manifestazione delle loro opinioni, e formandoli in tal modo, per mezzo della pratica, a queste elevate funzioni, donar loro al contempo il desiderio e la possibilità di adempierle”. Altro che tecnocrazia e “ce lo chiede l’Europa”. Il secondo saggio (Note sulla sovranità del popolo e i suoi limiti) verte su un argomento quanto mai difficile dato che, come scriveva (tra i molti) V. E. Orlando la sovranità è per sua essenza assoluta; a farla relativa la si distrugge. E per risolvere tale antinomia Constant sostiene che garante ne è l’opinione pubblica (che intendeva come il common sense di T. Paine): “La limitazione della sovranità è dunque esatta, ed è possibile: essa sarà garantita inizialmente dalla forza che garantisce tutte le verità riconosciute dall’opinione, in seguito lo sarà in maniera più precisa dalla distribuzione e dal bilancio dei poteri”. Il che significa che il limite, prima che giuridico, è politico e meta-giuridico. Cosa ancora non compresa da tanti.

Teodoro Klitsche de la Grange

RI-FORME DEL PENSARE, Pierluigi Fagan

RI-FORME DEL PENSARE. La torre Einstein di Potsdam in Germania (foto), venne costruita tra il ’17 ed il ’21 a gli inizi della Repubblica di Weimar dall’architetto E. Mendelsohn. Pare che, quando finita venne presentata ad Einstein, questi abbia esclamato “Organico!”. L’architetto costruttore che raccontava l’episodio, chiosava la icastica definizione con la spiega: “organico”, che non gli si può togliere alcunché, né dalla massa, né dal movimento, né, persino, dal suo sviluppo logico, senza distruggere il tutto”. Quando spesso qui ci appelliamo al concetto di “complesso”, ci stiamo riferendo a qualcosa di molto simile all’ “organico”. Del resto, la disciplina madre del concetto di complesso è proprio la biologia, la quale ha di sua costituzione in oggetto l’organico.
Poiché l’uomo fa per ciò che pensa e pensa per ciò che fa, per lungo tempo l’uomo ha pensato prevalentemente con la forma organica. La sua attività principale, che era legata alla sussistenza, che fosse agricoltura o allevamento o ancora raccolta e caccia e pesca, si occupava di un tema organico con oggetti organici. Dell’organico, fa parte il concetto di equilibrio, equilibrio delle parti per formare l’organico ed equilibrio tra organici e tra organici e l’organismo madre che è la Natura. Non a caso, uno dei due grandi filosofi antichi, Aristotele, era non solo un attento proto-studioso di biologia (Diogene Laerzio sosteneva che la maggior parte degli scritti di studio di Aristotele era di biologia, purtroppo non pervenutici), ma anche il filosofo dell’equilibrio compendiato nel concetto de il “giusto mezzo”.
Nel famoso dipinto di Raffaello “La Scuola di Atene”, lo stagirita conversa con l’altro grande filosofo antico, indicando con la mano destra aperta il mezzo con palmo rivolto verso la terra, così come l’altro indica il cielo con l’indice. L’uno imbraccia l’Etica, l’altro il Timeo, l’opera della Creazione secondo Platone che probabilmente aveva tratto spunti e chiare influenze dal contatto con i sacerdoti ebraici in quel d’Egitto, nel viaggio che lo portò dalla Sicilia ad Egina. Due sono le forme del pensiero platonico, entrambe non derivate dall’organico. La prima è il mondo immateriale, delle Idee e della forme pure, mondo mentale tipicamente umano, la seconda è la matrice matematico-geometrica anch’essa figlia del mondo mentale umano sebbene a differenza della prima non sia “inventata” ma dedotta come logica costitutiva della natura stessa, anche se più quella inorganica che quella organica. Per altro, questa forma geometrica che pare fosse celebrata sul frontone dell’Accademia come fondamento del pensare lì svolto, non era platonica ma di eredità pitagorica.
Raffaello dipinge a metà XVI secolo ed il Rinascimento fu l’ultima espressione compiuta del pensiero organico. Una tempesta scettica accompagnò il trapasso al moderno che ha sua prima espressione del pensiero in Descartes che tenta una rifondazione del pensiero accettando la sfida scettica. Ne nasce il razionalismo e la scienza moderna e tutto ciò che poi accompagnerà i quattro secoli del moderno.
Si potrebbe dire che l’intero corso del moderno, coltivi per lo più forme di pensiero inorganico. I due presupposti della scienza seicentesca, la riduzione e la pretesa di determinazione, sono l’esatto contrario di ciò che è l’organico, irriducibile per principio alla parte ma anche ribelle alle pretese di determinazione poiché dinamico, “vivo”, adattativo al contesto, sensibile al tempo, pieno di variabili e loro interrelazioni. Il presupposto invece della metafisica anche cartesiana, Dio, è nell’accezione europeo-moderna sempre meno organico e così lo sviluppo “idealistico” che non avendo vincoli di materia, si libra in un mondo tutto suo che inventa mentre lo pensa. Il moderno tardo, dalla fine del XVIII secolo, si dedicherà sempre più a “fare cose”, macchine per lo più o manufatti, tutte cose morte quindi inorganiche. Esemplificativo di questa lunga e potente dilatazione nel mondo delle cose inorganiche è il pensiero economico che taglia per principio sia il problema dell’origine delle materie ed energie, sia gli effetti della loro trasformazione. Tant’è che quando un economista franco-rumeno, nel Novecento, proverà a reintrodurre tanto il segmento delle origini che quello degli effetti, rinominerà la sua versione di pensiero economico “bio-economia”.
Essendo l’economia attività umana svolta con materie ed energie naturali e con effetti naturali, è abbastanza paradossale si debba qualificare questa forma di pensiero come “bio” per distinguerla da quella dominante che è infatti assai platonica. Si noti che il bio-economista citato, era egli stesso tanto un matematico che uno statistico, la sua forma di pensiero non era quindi opposta alla dominante, solo la integrava in un contesto ed una visione di processo più ampia, includente altri pezzi di realtà che il pensiero economico tende a lasciar fuori dal suo sguardo per tuffarsi con golosa passione nella modellizzazione astratta. Del resto, va da sé che per esser “astratti” si debba rifuggire dal “concreto” e l’organico coincide indissolubilmente col dominio del concreto.
L’espressione plastica di cosa succede quando si affrontano problemi organici con mentalità inorganiche, è dato dal grande volume disordinato del dibattito pubblico sull’epidemia dell’attuale SARS2. Dell’argomento, per esser com-preso, bisognerebbe tener conto di una quindicina di variabili, per altro imprecise. Imprecise sia perché l’organico di norma lo è visto che è vivo, ma anche perché la nostra tecno-scienza sebbene sia noi in grado di sparare razzi morti su Marte, con le cose organiche si trova spesso a mal partito. I biologi non tendono a trattare la loro materia come gli ingegneri, ma nella mentalità pubblica è il paradigma ingegneristico-numerologico a dominare. Aggiungendo tutto il portato dei problemi sociali, psicologici, economici, politici e geopolitici che l’epidemia porta con i suoi impatti, ne viene fuori il gran bordello che vediamo. Lo stesso bordello si replica con le questioni ecologiche, anch’esse del dominio dell’organico.
Alla forma del nostro pensare più adattiva per la nuova epoca in cui siamo capitati, sembrerebbe consigliarsi l’adozione tanto delle più note ed affermate forme del pensiero inorganico, che di quello organico che dal ‘500 in poi ha avuto una sua evoluzione ma i cui principi e fondamenti non sono assunti nell’immagine di mondo collettiva in pari grado ai principi del pensiero sulle cose morte.
E’ cioè terminata l’epoca in cui pensavamo di migliorare la nostra vita solo col pensiero sulle cose morte.

Trump, Biden_Due discorsi a confronto, di Giuseppe Germinario

Il buio e la luce, il male e il bene. Al netto della retorica e dei convenevoli in stile americano i discorsi di investitura dei due candidati sono esemplari. Hanno poco a che fare con il chiacchiericcio da cicisbei ormai imperante e impotente in Italia. Quello di Biden dal sapore millenaristico, quello di Trump molto più pragmatico ed incisivo, rivelano entrambi l’anima che muove le due opzioni e di fatto i contenuti della loro piattaforma. In quello di Trump non mancano certo alcuni “svarioni” fuori dal tempo; in primo luogo il richiamo dozzinale all’anticomunismo e l’assimilazione al comunismo del bacino democratico, in particolare quello più radicale. Non si sa se sia prevalentemente un calcolo elettorale teso ad acquisire il consenso della componente più conservatrice ed integralista e di quella avversa ad un ruolo più impositivo dello Stato o uno scivolamento verso una versione particolare dello “scontro di civiltà”. La storia e le caratteristiche del personaggio Trump indurrebbero alla prima ipotesi, la dinamica e l’inerzia dello scontro politico, il ritorno di personaggi come Bannon dall’altra, figura per altro, è bene sottolinearlo qui in Italia, esterna alla cerchia del presidente spingerebbero verso la seconda ipotesi. Di certo è una forzatura che mette in ombra il fatto che il messianismo e l’integralismo che pervade l’area del Partito Democratico è costitutiva ormai del liberalismo e del radicalismo progressista. E non è un caso che ad essi si è naturalmente affiancata la componente neocon del Partito Repubblicano. Questo impedisce a Trump di affondare con più decisione il cuneo sulla contraddizione insolubile tra il globalismo e il multipolarismo che informa l’azione politica dei suoi avversari e la loro intenzione dichiarata di tutelare i diritti sociali, l’occupazione, lo sviluppo economico e la coesione sociale. Lo fa sorvolare sul fatto che la componente più navigata di quell’area progressista, impersonata da Sanders, nei fatti è un supporto ed è colpevolmente silente se non allineata alle scelte interventiste di politica estera portate avanti dai Clinton e dagli Obama. Non è un caso che l’unica rappresentante coerente di quell’area, Tulsi Gabbard, sia stata così pesantemente avversata e discriminata dai suoi compagni. Nel discorso di Trump non mancano certo accenni felici ed anche gustosi sui limiti e sul vicolo cieco verso il quale porta la linea politica degli avversari. Sull’ambientalismo, quando stuzzica Biden sulla sua incapacità di garantire “la luce” in California a causa dei black-out legati al prematuro sovrautilizzo delle energie intermittenti; sul multilateralismo ormai improponibile in una fase multipolaristica; sull’antirazzismo e l’antidisciminazionismo che si stanno rivelando in realtà una nuova forma di razzismo e di discriminazione di gruppi sociali e razziali tra di essi ostili. Con una novità dirompente: un partito istituzionale e di governo, quale quello democratico, che si sta rivelando in realtà a-istituzionale e pronto a giustificare e glissare sulle pesanti degenerazioni e strumentalizzazioni interne a quei movimenti. Il vuoto programmatico nascosto dietro la “compassione” che pervade il discorso di Biden ne è la diretta conseguenza. Il segno che Biden è in realtà e ormai una controfigura dal peso soggettivo inconsistente. In questa dinamica Trump ha gioco facile nel presentarsi come difensore dell’ordine e paladino delle istituzioni; nell’evidenziare il pragmatismo della sua geopolitica economica tesa a riequilibrare l’economia americana e ripristinare un minimo di coesione sociale e della geografia interna. Un gioco che potrebbe però farlo scivolare verso posizioni di conservatorismo classico. Conciliare del resto la retorica de “America First” con la delimitazione di una area di influenza più ridotta ma più coesa è una impresa ardua tanto più che nelle dinamiche internazionali gli Stati Uniti detengono sempre meno il pallino esclusivo delle scelte di fondo, anche se per la verità devono ancora emergere con tutta evidenza le debolezze, piuttosto che la forza crescente, dei suoi avversari geopolitici. Soprattutto non è ancora chiara la dimensione e la natura dei compromessi che lo zoccolo duro di sostegno a Trump ha dovuto e dovrà porre in atto in questi anni per sopravvivere e in futuro, se vittorioso, per perseguire le proprie scelte. La debolezza dei centri di potere e decisionali vicini al Presidente, sia pure ormai radicati negli apparati in questi quattro anni, lascia presagire ancora quattro anni di resa dei conti ancora più feroce piuttosto che una accettazione della linea prevalente da parte degli avversari sconfitti. Una polarizzazione viscerale e faziosa, ormai corrispondente sempre più ad una polarizzazione sociale e geografica che rischia di spingere quel paese ancor di più verso un punto di non ritorno più volte da tempo adombrato nei nostri articoli.
Punto di non ritorno verso il quale con perseveranza ci sta portando di riflesso la nostra classe dirigente in perenne attesa del sostegno e di indicazioni di amici che non ci sono, se mai sono esistiti. Buona lettura_Giuseppe Germinario
IL DISCORSO DI JOE BIDEN.
“Buona sera.
Ella Baker, un gigante del movimento dei diritti civili, ci ha lasciato questa perla di saggezza: fornisci luce alla gente e loro troveranno la strada.
Fornire luce alla gente.
Queste sono le parole del nostro tempo.
L’attuale presidente ha ammantato l’America nell’oscurità per troppo tempo. Troppa rabbia. Troppa paura. Troppa divisione.
Qui ed ora, io vi darò la mia parola: se vi fidate di me e mi eleggerete presidente, io mi affiderò a ciò che di meglio c’è in noi, non a ciò che vi è di peggio. Io sarà un alleato della luce, non dell’oscurità.
E’ arrivato il momento per noi, per “We the People”, di unirci.
Non facciamo errori. Uniti possiamo, e di sicuro lo faremo, superare questa stagione di oscurità in America. Scegliere la speranza sulla paura, i fatti sulla finzione, l’equità sul privilegio.
Io sono un fiero esponente democratico e sarò onorato di portare avanti la bandiera del nostro Partito nelle elezioni generali. Quindi, è con grande onore ed umiltà che accetto la nomination a presidente degli Stati Uniti d’America.
Ma visto che io sarò il candidato democratico, devo iniziare a pensare che tipo di presidente potrei essere. Intendo lavorare duramente per coloro che non mi supportano, allo stesso modo di coloro che lo fanno.
Questo è il ruolo di un presidente. Rappresentare tutti, non solo la nostra base elettorale o il nostro partito. Questo non è il momento di essere di parte. E’ il momento di essere americani.
E’ il momento in cui vi è bisogno di speranza, luce ed amore. Speranza per il nostro futuro, luce per andare avanti, ed amore per il prossimo. L’America non è solo una collezione di interessi che si scontrano tra loro o di Stati blu democratici e rosso repubblicani.
Siamo più grandi di tutto questo. Siamo più grandi di tutto questo.
Quasi un secolo fa, Franklin Roosevelt ha forgiato un New Deal in un momento di alta disoccupazione, incertezza e paura.
Colpito da una malattia, devastato da un virus, FDR ha insistito sul fatto che lui si sarebbe ripreso ed avrebbe prevalso, e credeva che anche l’America avrebbe potuto farcela.
E lui ce l’ha fatta.
E così possiamo farcela anche noi.
Questa campagna non riguarda solo ottenere voti.
Riguarda vincere il cuore, e si, anche l’anima dell’America.
Vincere per i più generosi tra di noi, non gli egoisti. Vincere per i lavoratori che mandano avanti questo Paese, non per i pochi privilegiati che sono al comando. Vincere per quelle comunità che hanno conosciuto ingiustizie come il “ginocchio sul collo”. Per tutti quei giovani che hanno conosciuto solo un’America di crescente ineguaglianza e di sempre minori opportunità.
Loro meritano di conoscere l’America a pieno.
Nessuna generazione conoscerà in anticipo quello che la storia le chiede. Tutto quello che sappiamo è che dobbiamo essere pronti quando arriverà il nostro momento.
Ed ora la storia ci ha messo dinanzi al momento più difficile che l’America ha mai dovuto affrontare.
Quattro crisi storiche. Tutte alle stesso tempo. Una tempesta perfetta.
La peggior pandemia da 100 anni a questa parte. La peggiore crisi economica dai tempi della Grande Depressione. La più forte richiesta di giustizia razziale dagli Anni Sessanta. E l’innegabile realtà e le minacce sempre più forti provenienti dal cambiamento climatico.
Quindi la questione per noi è semplice: siamo pronti ad affrontare tutto questo?
Io credo di si.
Dobbiamo esserlo.
Tutte le elezioni sono importanti. Ma sappiamo dentro di noi che questa avrà delle conseguenze enormi.
L’America è ad un momento chiave della sua storia. Un momento di grande pericolo, ma allo stesso tempo di straordinarie possibilità.
Possiamo scegliere la strada di diventare più arrabbiati, perdere la speranza, ed essere sempre più divisi.
Una strada di ombre e sospetti.
O possiamo scegliere una strada differente, e tutti assieme, approfittare di questa chance per curare la nostra nazione, rinascere ed unirci. Una strada fatta di speranza e di luce.
Questa è una elezione che cambierà la nostra vita e determinerà il futuro dell’America per un periodo molto lungo.
Il carattere stesso dell’America è sulla scheda elettorale. La compassione è sulla scheda elettorale. La decenza, la scienza, la democrazia.
E’ tutto sulla scheda elettorale.
E la scelta non potrebbe essere più chiara di questa.
Non vi è bisogno di retorica.
Basta giudicare questo presidente sui fatti.
5 milioni di americani contagiati dal COVID-19.
Più di 170 mila deceduti.
Di gran lunga il dato peggiore tra tutte le nazioni sulla Terra.
Più di 50 milioni di americani hanno fatto richiesta di sussidio di disoccupazione in questo anno.
Più di 10 milioni di persone rischiano di perdere la propria assicurazione sanitaria in questo anno.
Quasi 1 piccola azienda su 6 ha chiuso in questo anno.
Se questo presidente sarà rieletto, sappiamo tutti quello che succederà.
I casi di contagio ed i decessi rimarranno troppo elevati.
Sempre più aziende chiuderanno in via definitiva.
Le famiglie dei lavoratori americani avranno difficoltà ad andare avanti, e nonostante questo, l’1% più ricco continuerà a guadagnare decine di miliardi di dollari grazie a nuovi tagli alle tasse.
E l’assalto contro l’Affordable Care Act [ObamaCare, ndt] continuerà fino alla sua distruzione, togliendo l’assicurazione sanitaria a più di 20 milioni di persone — inclusi più di 15 milioni coperti da Medicaid — e fino a porre fine alle protezioni che io ed il presidente Obama abbiamo approvato per coloro che soffrivano di condizioni mediche pre-esistenti.
E parlando del presidente Obama, un uomo che sono stato onorato di servire per 8 anni come vicepresidente, permettetemi di usare questo momento per affermare qualcosa che non abbiamo detto abbastanza volte.
Grazie, presidente. Sei stato un grande presidente. Un presidente a cui i nostri figli dovrebbero — e lo hanno fatto — guardare come un esempio.
Nessuno può dire queste cose dell’attuale occupante della Casa Bianca.
Quello che sappiamo di questo presidente è che se otterrà altri quattro anni, continuerà la politica già vista negli ultimi quattro anni.
Un presidente che non intende assumersi alcuna responsabilità, rifiuta di guidare questa nazione, attacca gli altri, fa comunella con i dittatori e soffia sulle fiamme dell’odio e della divisione.
Lui si sveglia ogni giorno pensando che l’unica cosa che conta è se stesso, non gli altri. Non tu.
E’ questa l’America che vuoi, che vuole la tua famiglia e che vogliono i tuoi figli?
Io vedo una America differente.
Una generosa e forte.
Una altruista e umile.
Si tratta di una America che possiamo ricostruire assieme.
Come presidente, il primo passo che intraprenderò è quello di mettere sotto controllo il virus che ha rovinato così tante vite.
Perché io ho compreso qualcosa che questo presidente non ha compreso.
Non rimetteremo mai in piedi la nostra economia, non rimanderemo mai i nostri figli in sicurezza a scuola e non riavremo mai indietro le nostre vite, finché non batteremo questo virus.
La nostra tragedia attuale è che non avremmo dovuto arrivare a questo.
Basta guardarci attorno.
La situazione non è così drammatica in Canada, in Europa, in Giappone. O praticamente da qualsiasi altra parte del mondo.
Il presidente continua a dirci che il virus scomparirà nel nulla. Continua a sperare in un miracolo. Beh, io ho una notizia da dargli, non sta arrivando nessun miracolo.
Siamo al primo posto nel mondo per casi confermati di contagio e per decessi.
La nostra economia è a pezzi, con le comunità nere, latino americane, asiatico americane e nativo americane che soffrono più di qualunque altra.
E dopo tutto questo tempo, il presidente ancora non ha un piano per rispondere a questa situazione.
Beh, io si.
Se io sarò eletto presidente, a partire dal primo giorno implementerò la strategia nazionale che ho esposto a partire da marzo.
Farò sviluppare e metterò a disposizione test rapidi per tutti con risultati immediati.
Farò in modo di avere le medicine ed i DPI di cui il nostro Paese ha bisogno, facendoli produrre qui in America, Per non essere più alla mercé della Cina o di qualsiasi altro Paese straniero nel momento in cui c’è bisogno di proteggere i nostri cittadini.
Faremo in modo che le nostre scuole abbiano le risorse di cui hanno bisogno per essere aperte, in maniera sicura ed efficace.
Metteremo da parte la politica e prenderemo ispirazione dai nostri esperti in modo tale che l’opinione pubblica abbia tutte le informazioni di cui ha bisogno e che merita di avere. La verità, onesta e senza veli. Siamo in grado di accettarla.
Ci sarà l’obbligo nazionale di indossare le mascherine non come un imposizione, ma per proteggerci gli uni con gli altri.
E’ un dovere patriottico.
In sintesi, faremo ciò che avrebbe dovuto essere fatto sin dall’inizio.
Il nostro attuale presidente ha fallito nel suo dovere più elementare di fronte a questa nazione.
Non è stato in grado di proteggerci.
Non è stato in grado di proteggere l’America.
E, miei cari americani, questo è imperdonabile.
Come presidente, vi farò questa promessa: proteggerò l’America. La proteggerò da qualsiasi attacco. Visibile, invisibile. Sempre e comunque. Senza eccezioni. In qualsiasi momento.
Guardate, comprendo che sia difficile avere speranza in questo momento.
In questa notte d’estate, lasciatemi prendere un momento per parlare a coloro di voi che hanno perso ciò che hanno di più caro.
Io so bene cosa significa perdere qualcuno che amate. Conosco quel profondo buco nero che si apre nel vostro petto. Quella sensazione di essere risucchiati al suo interno. Io so quanto possa essere cattiva e crudele la vita alle volte.
Ma io ho imparato due grandi insegnamenti.
Prima di tutto, i tuoi cari possono aver lasciato questa Terra ma non lasceranno mai il tuo cuore. Saranno sempre con te.
E secondo, io ho trovato che il modo migliore di superare il dolore e la perdita sia quello di trovare uno scopo.
E come figli di Dio, tutti noi abbiamo uno scopo nelle nostre vite.
Ed abbiamo un grande scopo anche come nazione: quello di aprire le porte dell’opportunità a tutti gli americani. Salvare la nostra democrazia. Tornare ad essere un faro di luce per tutto il mondo.
Quello di rispettare e rendere vere le parole scritte nei documenti sacri che hanno fondato questa nazione, ovvero che tutti gli uomini e le donne sono creati uguali. Ed hanno ottenuto dal proprio Creatore alcuni diritti fondamentali. Tra questi, il diritto alla vita, alla libertà ed alla ricerca della felicità.
Lo sapete, mio padre è stato un uomo onorevole e decente.
La vita lo ha colpito alcune volte in maniera forte, ma lui si è sempre rimesso in piedi.
Ha lavorato in maniera dura ed costruito una grande vita da classe media per la nostra famiglia.
Ricordo che mi ha detto, “Joey, io non speravo che il governo fosse in grado di risolvere i miei problemi, ma almeno che fosse in grado di comprenderli”.
E poi ha continuato: “Joey, un lavoro è più di un salario. E’ dignità, rispetto. E’ il tuo posto all’interno della comunità. E’ la capacità di guardare i tuoi figli negli occhi e dirgli, caro, andrà tutto bene”.
Non ho mai dimenticato queste lezioni.
E questo è il motivo per cui il mio piano economico parla di lavoro, dignità, rispetto e comunità. Assieme possiamo, e lo faremo, ricostruire la nostra economia. E quando lo faremo, non solo la ricostruiremo, ma ne costruiremo una migliore.
Con strade, ponti, autostrade moderne, banda larga e nuovi aeroporti come fondazione di una nuova crescita economica. Con tubi che trasportano acqua pulita a tutte le comunità americane. Con 5 milioni di nuovi posti di lavoro nei settori manifatturieri e tecnologici in modo da creare il futuro qui in America.
Con un sistema sanitario con premi assicurativi e prezzi dei farmaci più bassi costruito a partire dall’Affordable Care Act, che questo presidente sta cercando in tutti i modi di distruggere.
Con un sistema educativo che addestra le nostre persone a trovare i migliori lavori del ventunesimo secolo, dove i costi non vietano ai giovani di andare al college ed il debito degli studenti non distrugge la loro vita una volta laureati.
Dove sarà possibile per i genitori andare al lavoro senza preoccupazione per la salute dei propri figli e per gli anziani restare a casa con dignità.
Con un sistema dell’immigrazione che da potere alla nostra economia e riflette i nostri valori. Con sindacati che assumeranno un ruolo sempre maggiore. Con salari uguali per le donne.
Con salari in aumento con cui sarà possibile crescere una famiglia. Si, faremo di più che suonare le lodi per i nostri essenziali lavoratori. Intendiamo iniziare sul serio a pagarli di più.
Noi possiamo, e lo faremo, rispondere al cambiamento climatico. Non è solo una crisi, è una enorme opportunità. Una opportunità per l’America di guidare il mondo nella battaglia per l’energia pulita e creare milioni di nuovi posti di lavoro ben pagati in questo processo.
E possiamo pagare per tutto questo, ponendo fine alle scappatoie fiscali ed ai 1,3 mila miliardi di regali fiscali che questo presidente ha dato all’1% più ricco ed alle corporation più grandi e ricche, molte delle quali ad oggi non pagano proprio tasse.
Perché non abbiamo bisogno di un sistema fiscale che premia di più coloro che sono ricchi, di coloro che lavorano. Io non intendo punire nessuno. Lungi da me. Ma è passato da tempo il momento in cui i più ricchi e le grandi corporation debbono tornare a pagare il giusto.
Per i nostri anziani, la Social Security [il sistema pensionistico, ndt] è un obbligo sacro, una sacra promessa. L’attuale presidente sta minacciando la sua sopravvivenza.
Sta proponendo di eliminare la tassa che finanzia quasi metà delle spese della Social Security senza però allo stesso tempo trovare altre entrate.
Io non permetterò che questo accada. Se io sarò il vostro presidente, intendo difendere Social Security e Medicare. Avete la mia parola.
Una delle voci più forti che sentiamo oggi nel nostro Paese è quella dei giovani. Loro parlano dell’ineguaglianza e dell’ingiustizia che sono tornati a crescere in America. Ingiustizia economica, razziale, ambientale.
Io sento la loro voce, e se ascoltate bene, potete sentirla anche voi. E che si tratti della minaccia esistenziale posta dal cambiamento climatico, dalla paura giornaliera di essere uccisi dalle armi da fuoco in una scuola, o dell’incapacità di trovare il primo lavoro – deve essere compito del prossimo presidente quello di restaurare per tutti le promesse dell’America.
Io non dovrò farlo da solo. Perché avrò un grande vicepresidente al mio fianco. La senatrice Kamala Harris. Lei è una voce potente per questa nazione. La sua storia è la storia americana. Lei conosce tutti gli ostacoli che questo Paese può mettere davanti a troppe persone. Donne, donne di colore, americani di colore, americani di origine sud-asiatica, migranti, tutti coloro che sono lasciati ai margini.
Ma lei ha superato qualsiasi ostacolo che ha avuto di fronte. Nessuno più di lei è stato duro con le grandi banche o la lobby delle armi. Nessuno più di lei è stato duro nell’attaccare l’estremismo di questa Amministrazione, la sua incapacità di seguire la legge o anche solo di dire la verità.
Sia Kamala che io, raccogliamo la nostra forza dalle nostre famiglie. Per Kamala, si tratta di Doug e delle rispettive famiglie.
Per me, è Jill e la nostra.
Nessun uomo merita un così grande amore nella sua vita. Ma io ne ho conosciuto due. Dopo aver perso la mia prima moglie in un incidente automobilistico, Jill è entrata nella mia vita ed ha unito di nuovo la nostra famiglia.
Lei è una insegnante. Una madre. Una madre militare. E non si ferma mai. Se lei ha deciso di fare qualcosa, la ottiene sempre. Perché è una donna che si da sempre da fare. E’ stata una grande Second Lady e sono sicuro che sarà una grande First Lady per questa nazione, che lei ama così tanto.
Ed io avrò il coraggio di cui ho bisogno grazie alla mia famiglia. Hunter, Ashley, e tutti i nostri nipoti, sorelle e fratelli. Tutti mi hanno dato coraggio e mi hanno tirato su quando ne ho avuto bisogno.
Ed anche se non è più con noi, Beau continua ad ispirarmi ogni giorno.
Beau ha servito la nostra nazione in uniforme da soldato. Era un veterano decorato della guerra in Iraq.
Quindi io prenderò in maniera molto personale la responsabilità di servire come Comandante in Capo.
Sarò un presidente che difenderà i nostri alleati ed amici e renderà chiaro ai nostri avversari che il giorno delle comunelle con i dittatori di tutto il mondo è finito.
Con Biden come presidente, l’America non farà finta di nulla di fronte alle taglie russe sulle teste dei soldati americani. E neppure farà finta di nulla di fronte all’interferenza straniera nel momento dell’esercizio più sacro della nostra democrazia — il voto.
Io sarò sempre dalla parte dei nostri valori, quelli dei diritti umani e della dignità. E lavorerò per raggiungere lo scopo comune di un un mondo più sicuro, pacifico e prospero.
La storia ci ha assegnato un obiettivo ancora più urgente. Saremo in grado di essere la generazione che finalmente cancellerà la vergogna del razzismo dal nostro carattere nazionale?
Io credo che saremo grado.
Io credo che siamo pronti.
Solo una settimana fa, era il terzo anniversario degli eventi di Charlottesville.
Ricordate quei neo nazisti e bianchi suprematisti che camminavano per le strade con le torce illuminate? Con le vene pulsanti? Urlando la stessa bile antisemita che circolava in Europa negli Anni Trenta?
Ricordate gli scontri violenti che sono seguiti tra coloro che predicavano l’odio e coloro che avevano avuto il coraggio di ribellarsi contro di esso?
Ricordate le parole del nostro presidente?
C’erano, cito testualmente, “brave persone da entrambi i lati”.
In quel momento è suonato l’allarme per noi come Paese.
E per me, è arrivato il momento di scendere in campo. In quel momento, ho deciso di correre per la presidenza. Mio padre mi aveva insegnato che essere silenti significava essere complici. Ed io non potevo essere in silenzio o complice di tutto questo.
In quel momento, ho detto che eravamo in una battaglia per l’anima di questa nazione.
E lo siamo ancora.
Una delle conversazioni più importanti che ho avuto nel corso di questa intera campagna elettorale è stata con qualcuno che è troppo giovane per votare.
Mi sono incontrato con Gianna Floyd, una bambina di sei anni, il giorno prima che suo padre George Floyd venisse seppellito.
E’ stata incredibilmente coraggiosa. Non lo dimenticherò mai.
Quando mi sono avvicinato a lei parlare, mi ha guardato negli occhi e mi ha detto, “papà ha cambiato il mondo”.
Le sue parole mi sono entrate nel cuore.
Forse l’assassinio di George Floyd è stato il punto di rottura di questa nazione.
Forse la morte di John Lewis è stata l’ispirazione.
Qualsiasi cosa accada, l’America ora è pronta, come affermava John, a porre fine “una volta e per tutte al grande fardello dell’odio” ed al razzismo sistemico.
La storia americana ci insegna che è stato nei momenti più difficili che abbiamo fatto i nostri più grandi progressi. Abbiamo trovato la luce. Ed in questo momento oscuro, io credo che siamo pronti di nuovo a fare grandi passi avanti. Che siamo in grado di trovare di nuovo la luce.
Io ho sempre creduto che si possa definire l’America con una sola parola: possibilità.
Che in America, chiunque, e dico davvero chiunque, dovrebbe avere la possibilità di inseguire i propri sogni fino a dove le abilità fornite da Dio siano in grado di portarci.
Non possiamo mai perdere questo carattere. In tempi così difficili come questi, io credo che ci sia una sola strada da seguire. Una America unita. Unita nel cercare una Unione sempre più perfetta. Unita nei nostri sogni per un futuro migliore per noi ed i nostri figli. Unita nella nostra determinazione di rendere migliori gli anni a venire.
Siamo pronti?
Io credo che lo siamo.
Questa è una grande nazione.
E noi siamo un popolo buono e decente.
Questi sono gli Stati Uniti d’America.
E non c’è mai stato nulla che non siamo stati in grado di ottenere quando siamo stati uniti.
Il poeta irlandese Seamus Heaney in passato ha scritto:
“La storia afferma,
Non c’è speranza su questo lato della tomba,
Ma allora, una volta nel corso della vita,
L’onda lunga che si attendeva da tempo
Della Giustizia si è mossa,
E la speranza e la storia si sono uniti in una rima”.
Questo è il nostro momento di fare in modo che la speranza e la storia si uniscano assieme.
Con passione e giusti propositi, iniziamo — tu ed io, assieme, come una unica nazione, guidata da Dio — ad unirci nel nostro amore per l’America e nel nostro amore per il prossimo.
Perché l’amore è più forte dell’odio.
Perché la speranza è più forte della paura.
Perché la luce è più forte dell’oscurità.
Questo è il nostro momento.
Questa è la nostra missione.
Possa la storia affermare in futuro che la fine di questo capitolo oscuro della storia americana è iniziata oggi, mentre l’amore, la speranza e la luce si sono uniti assieme in questa battaglia per l’anima della nostra nazione.
E che questa sia una battaglia che tutti noi, assieme, vinceremo.
Ve lo prometto.
Grazie a tutti.
E che Dio vi protegga.
E che Dio possa proteggere le nostre truppe”.
il discorso di DONALD TRUMP
“Amici, delegati e ospiti illustri: stasera sono davanti a voi onorato dal vostro sostegno; orgoglioso degli straordinari progressi che abbiamo fatto insieme negli ultimi quattro anni e pieno di fiducia per il brillante futuro che costruiremo per l’America nei prossimi quattro anni!
All’inizio di questa sera, i nostri pensieri sono con le meravigliose persone che sono appena uscite dall’ira dell’uragano Laura. Stiamo lavorando a stretto contatto con funzionari statali e locali in Texas, Louisiana, Arkansas e Mississippi, senza risparmiare nulla pur di per salvare vite umane. Nonostante l’uragano abbia colpito duramente, uno dei più forti degli ultimi 150 anni, le vittime e i danni sono stati molto inferiori a quanto si poteva pensare solo 24 ore fa. Ciò è dovuto al grande lavoro della FEMA, delle forze dell’ordine e dei singoli Stati. Andrò lì questo fine settimana. Siamo un’unica famiglia nazionale e ci proteggeremo, ci ameremo e ci prenderemo sempre cura l’uno dell’altro.
Qui stasera ci sono le persone che hanno reso possibile il mio viaggio e hanno riempito la mia vita di tanta gioia.
Per il suo incredibile servizio alla nostra nazione e ai suoi figli, voglio ringraziare la nostra magnifica First Lady. Voglio anche ringraziare la mia fantastica figlia Ivanka per la sua presentazione e tutti i miei figli e nipoti: vi amo più di quanto le parole possano esprimere. So che mio fratello Robert ci sta guardando dall’alto in basso in questo momento dal Cielo. Era un grande fratello ed era molto orgoglioso del lavoro che stiamo facendo. Dedichiamo anche un momento per mostrare il nostro profondo apprezzamento per un uomo che ha sempre combattuto al nostro fianco e ha difeso i nostri valori – un uomo di profonda fede e ferma convinzione: il vicepresidente Mike Pence. Mike è stato raggiunto dalla sua amata moglie, insegnante e madre militare, Karen Pence.
Miei concittadini americani, questa sera, con il cuore pieno di gratitudine e di sconfinato ottimismo, accetto con orgoglio la nomination a Presidente degli Stati Uniti.
Il Partito Repubblicano, il partito di Abraham Lincoln, va avanti unito, determinato e pronto ad accogliere milioni di Democratici, Indipendenti e chiunque creda nella grandezza dell’America e nel cuore retto del popolo americano.
Nel secondo mandato presidenziale, costruiremo di nuovo la più grande economia della storia, tornando rapidamente alla piena occupazione, ai redditi in aumento e alla prosperità record! Difenderemo l’America da tutte le minacce e proteggeremo l’America da tutti i pericoli. Guideremo l’America verso nuove frontiere di ambizione e scoperta e raggiungeremo nuove vette nazionali. Riaccenderemo la fede nei nostri valori, un nuovo orgoglio per la nostra storia e un nuovo spirito di unità che può essere realizzato solo attraverso l’amore per il nostro paese. Poiché comprendiamo che l’America non è una terra avvolta dall’oscurità, ma invece l’America è la torcia che illumina il mondo intero.
Riuniti qui nella nostra bella e maestosa Casa Bianca – conosciuta in tutto il mondo come la Casa del Popolo – non possiamo fare a meno di meravigliarci di fronte al miracolo che è la nostra grande storia americana. Questa è stata la casa di personaggi straordinari come Teddy Roosevelt ed Andrew Jackson, che hanno condotto gli americani verso visioni audaci di un futuro più grande e luminoso. Tra queste mura vivevano generali tenaci come i presidenti Grant ed Eisenhower, che hanno guidato i nostri soldati nella causa della libertà. Da questi terreni, Thomas Jefferson ha inviato Lewis e Clark in un’audace spedizione per attraversare un continente selvaggio e inesplorato. Nelle profondità di una sanguinosa guerra civile, il presidente Abraham Lincoln guardò da queste stesse finestre un monumento a Washington mezzo completato e chiese a Dio, nella sua Provvidenza, di salvare la nostra unione. Due settimane dopo Pearl Harbor, Franklin Delano Roosevelt ha dato il benvenuto a Winston Churchill e, subito dopo, hanno dato il via a quella alleanza che ci ha fatto vincere la Seconda Guerra Mondiale.
Negli ultimi mesi, la nostra nazione, e l’intero pianeta, è stata colpita da un nuovo e potente nemico invisibile. Come quei coraggiosi americani prima di noi, stiamo affrontando questa sfida. Stiamo fornendo terapie salvavita e produrremo un vaccino entro la fine dell’anno, o forse anche prima! Sconfiggeremo il virus, porremo fine alla pandemia e ne usciremo più forti che mai.
Ciò che ha unito le generazioni passate è stata una fiducia incrollabile nel destino dell’America e una fede incrollabile nel popolo americano. Sapevano che il nostro paese è benedetto da Dio e ha uno scopo speciale in questo mondo. È questa convinzione che ha ispirato la formazione della nostra unione, la nostra espansione verso ovest, l’abolizione della schiavitù, il passaggio dei diritti civili, il programma spaziale e il rovesciamento del fascismo, della tirannia e del comunismo.
Questo spirito americano ha prevalso su ogni sfida e ci ha portati al vertice dello sforzo umano.
Eppure, nonostante tutta la nostra grandezza come nazione, tutto ciò che abbiamo ottenuto è ora in pericolo. Questa è l’elezione più importante nella storia del nostro Paese. Mai prima d’ora gli elettori hanno affrontato una scelta più chiara tra due partiti, due visioni, due filosofie o due ordini del giorno.
Queste elezioni decideranno se salvare il sogno americano o se piuttosto permetteremo ad un’agenda socialista di demolire il nostro amato destino. Decideranno se creare rapidamente milioni di posti di lavoro ben retribuiti o se distruggere le nostre industrie e trasferire milioni di questi posti di lavoro all’estero, come è stato stupidamente fatto per molti decenni.
Il vostro voto deciderà se proteggere gli americani rispettosi della legge o se dare libero sfogo a violenti anarchici, agitatori e criminali che minacciano i nostri cittadini.
E queste elezioni decideranno se difenderemo lo stile di vita americano o se permetteremo a un movimento radicale di smantellarlo e distruggerlo completamente.
Alla Convenzione Nazionale Democratica, Joe Biden e il suo partito hanno ripetutamente presentato l’America come una terra di ingiustizie razziali, economiche e sociali. Quindi stasera, vi faccio una domanda molto semplice: come può il Partito Democratico chiedere di guidare il nostro paese quando passa così tanto tempo a demolirlo?
Nella visione del passato della sinistra, non vedono l’America come la nazione più libera, giusta ed eccezionale della terra. Invece, la vedono una nazione malvagia che deve essere punita per i suoi peccati.
I nostri avversari dicono che la redenzione può venire solo se loro hanno il potere. Questo è la solita cosa detta da ogni movimento repressivo nel corso della storia.
Ma in questo Paese non guardiamo ai politici in carriera per la salvezza. In America, non ci rivolgiamo al governo per restaurare le nostre anime, ma riponiamo invece la nostra fede solo in Dio Onnipotente.
Joe Biden non è il salvatore dell’anima dell’America: è il distruttore dell’America. Il lavoro di Biden, se gli verrà data la possibilità, sarà quello di essere il distruttore della grandezza americana.
Per 47 anni, Joe Biden ha preso le donazioni dei colletti blu, gli ha dato abbracci e persino baci e gli ha detto che sentiva il loro dolore – e poi è tornato a Washington e ha votato per traferire i loro lavori in Cina e in molti altri paesi lontani. Joe Biden ha trascorso tutta la sua carriera esternalizzando i sogni dei lavoratori americani, trasferendo all’estero i loro posti di lavoro, aprendo i confini e inviando i loro figli e le loro figlie a combattere in infinite guerre in Paesi stranieri.
Quattro anni fa mi sono candidato alla presidenza perché non potevo più assistere a questo tradimento del nostro Paese. Non potevo stare a guardare mentre politici in carriera lasciavano che altri Paesi si approfittassero di noi sul commercio, sui confini, sulla politica estera e sulla difesa nazionale. I nostri partner della NATO, ad esempio, erano molto indietro nei pagamenti per la difesa. Ma dietro una mia forte sollecitazione hanno deciso di pagare 130 miliardi di dollari in più all’anno. Questa cifra alla fine salirà a $400 miliardi. Il Segretario Generale Stoltenberg, a capo della NATO, è rimasto sbalordito e ha affermato che il presidente Trump ha fatto ciò che nessun altro era in grado di fare.
Dal momento in cui mi sono lasciato la mia vita precedente alle spalle, ed è stata una bella vita, non ho fatto altro che combattere per voi.
Ho fatto ciò che il nostro sistema politico non si sarebbe mai aspettato e non avrebbe mai potuto perdonare, infrangendo l’idea cardinale della politica di Washington. Ho mantenuto le mie promesse.
Insieme, abbiamo posto fine al dominio della precedente classe politica fallimentare e loro vogliono riavere il potere con ogni mezzo necessario. Sono arrabbiati con me perché invece di metterli al primo posto, metto l’America al primo posto.
Alcuni giorni dopo l’insediamento, abbiamo messo sotto shock l’establishment di Washington e ci siamo ritirati dall’accordo commerciale del trans-Pacifico dell’ultima Amministrazione. Ho quindi approvato i gasdotti Keystone XL e Dakota Access, ho posto fine all’ingiusto e costoso accordo sul clima di Parigi e mi sono assicurato, per la prima volta, di raggiungere l’indipendenza energetica americana. Abbiamo approvato tagli da record alle tasse ed alle regolamentazioni, a un ritmo che nessuno aveva mai visto prima. In tre brevi anni abbiamo costruito l’economia più forte nella storia del mondo.
Gli addetti ai lavori di Washington mi hanno chiesto di non oppormi alla Cina – mi hanno implorato di lasciare che la Cina continuasse a rubare i nostri posti di lavoro, a derubarci e a defraudare il nostro paese. Ma ho mantenuto la parola data al popolo americano. Abbiamo intrapreso l’azione più dura, più audace, più forte e più importante contro la Cina nella storia americana.
Dissero che sarebbe stato impossibile porre fine e sostituire il NAFTA, ma ancora una volta si sbagliavano. All’inizio di quest’anno, ho posto fine all’incubo del NAFTA e ho firmato il nuovissimo U.S. Mexico Canada Agreement trasformandolo in legge. Ora le aziende automobilistiche e altri stanno costruendo i loro stabilimenti e fabbriche in America, senza licenziare i loro dipendenti ed abbandonarci.
Forse in nessun settore gli interessi speciali di Washington si sono sforzati di fermarci di più che nella mia politica di immigrazione filoamericana. Ma mi sono rifiutato di fare marcia indietro – e oggi i confini dell’America sono più sicuri di MAI. Abbiamo messo fine alla politica del ‘catch and release’, fermato le frodi in materia di asilo, fermato i trafficanti di esseri umani che depredavano donne e bambini e abbiamo rimpatriato 20.000 membri delle gang e 500.000 criminali stranieri. Abbiamo già costruito 300 miglia del muro al confine e aggiungiamo 10 nuove miglia ogni settimana. Il muro sarà presto completato e sta funzionando oltre le nostre più rosee aspettative.
Questa sera siamo stati raggiunti dai membri del sindacato della Border Patrol, che rappresentano i coraggiosi agenti di frontiera del nostro paese. Grazie a tutti.
Quando ho saputo che la Tennessee Valley Authority ha licenziato centinaia di lavoratori americani e li ha costretti a formare i loro sostituti stranieri meno pagati, ho prontamente rimosso il presidente del consiglio. E ora, quei talentuosi lavoratori americani sono stati riassunti e sono tornati a fornire energia a Georgia, Alabama, Tennessee, Kentucky, Mississippi, North Carolina e Virginia. Hanno riavuto i loro vecchi lavori e alcuni sono qui con noi questa sera. Per favore alzatevi.
Il mese scorso, ho sfidato Big Pharma e ho firmato degli ordini esecutivi che ridurranno enormemente il costo dei farmaci da prescrizione e che daranno ai pazienti in condizioni critiche l’accesso a cure salvavita. Abbiamo anche approvato due programmi per l’assistenza sanitaria ai veterani, chiamati VA Accountability e VA Choice.
Entro la fine del mio primo mandato, avremo approvato le nomine di più di 300 giudici federali, inclusi due nuovi grandi giudici della Corte Suprema. Per portare prosperità alle nostre città interne dimenticate, abbiamo lavorato duramente per approvare la storica riforma della giustizia penale, la riforma carceraria, le zone di opportunità, il finanziamento a lungo termine di college e università storicamente neri e, prima dell’arrivo del China Virus, abbiamo portato alla migliore disoccupazione mai registrati tra gli afroamericani, latino-americani ed asiatico-americani. Ho fatto di più per la comunità afroamericana di qualsiasi presidente da Abraham Lincoln in poi, il nostro primo presidente Repubblicano. Ho fatto di più in tre anni per la comunità nera di quanto non abbia fatto Joe Biden in 47 anni, e quando sarò rieletto, il meglio dovrà ancora venire!
Quando sono entrato in carica, il Medio Oriente era nel caos totale. L’ISIS imperversava, l’influenza dell’Iran era in crescita e non si vedeva la fine della guerra in Afghanistan. Sono uscito dal terribile accordo unilaterale sul nucleare iraniano. A differenza di molti presidenti prima di me, ho mantenuto la mia promessa, ho riconosciuto la vera capitale di Israele e ho trasferito la nostra ambasciata a Gerusalemme. Non solo ne abbiamo parlato come un sito futuro, ma l’abbiamo fatta davvero costruire. Piuttosto che spendere $1 miliardo per un nuovo edificio come previsto, abbiamo preso un edificio esistente già di nostra proprietà in una posizione migliore e lo abbiamo aperto a un costo inferiore a $500.000. Abbiamo anche riconosciuto la sovranità israeliana sulle alture del Golan e questo mese abbiamo raggiunto il primo accordo di pace in Medio Oriente in 25 anni. Inoltre, abbiamo eliminato il 100% del califfato dell’ISIS e ucciso il suo fondatore e leader Abu Bakr al-Baghdadi. Quindi, in un’operazione separata, abbiamo eliminato anche il terrorista n. 1 al mondo, il generale iraniano Qasem Soleimani.
A differenza delle precedenti Amministrazioni, ho tenuto l’America fuori da nuove guerre e le nostre truppe stanno tornando a casa. Abbiamo speso quasi 2,5 mila miliardi di dollari per ricostruire completamente il nostro esercito, che era molto improverito quando sono entrato in carica. Ciò ha incluso tre aumenti di stipendio per i nostri soldati. Abbiamo anche lanciato la Space Force, il primo nuovo ramo dell’esercito degli Stati Uniti da quando l’Air Force è stata creata quasi 75 anni fa.
Abbiamo trascorso gli ultimi quattro anni a rimediare ai danni inflitti da Joe Biden negli ultimi 47 anni.
Il passato di Biden è un vergognoso ricordo dei tradimenti e degli errori più catastrofici della nostra vita. Ha trascorso tutta la sua carriera dalla parte sbagliata della storia. Biden ha votato per il disastro del NAFTA, il peggior accordo commerciale mai concluso, ha sostenuto l’ingresso della Cina nell’Organizzazione Mondiale del Commercio, uno dei più grandi disastri economici di tutti i tempi. Dopo quelle calamità di Biden, gli Stati Uniti hanno perso un posto di lavoro nel settore manifatturiero su quattro. I lavoratori licenziati in Michigan, Ohio, New Hampshire, Pennsylvania e molti altri Stati non vogliono le vuote parole di empatia di Joe Biden, vogliono riavere il loro posto di lavoro!
In qualità di Vicepresidente, ha sostenuto la Trans-Pacific Partnership, che sarebbe stata una condanna a morte per l’industria automobilistica statunitense, ha appoggiato l’orrendo accordo commerciale con la Corea del Sud, che ha portato via molti posti di lavoro dal nostro Paese. Ha ripetutamente sostenuto l’amnistia di massa per gli immigrati illegali. Ha votato per la guerra in Iraq, si è opposto alla missione per eliminare Osama bin Laden, si opponeva all’uccisione di Soleimani, ha guardato senza fare nulla l’ascesa dell’ISIS e ha sostenuto il rafforzamento della Cina come “uno sviluppo positivo” per l’America e il mondo. Ecco perché la Cina sostiene Joe Biden e vuole disperatamente che vinca.
La Cina diventerebbe proprietaria del nostro Paese se Joe Biden fosse eletto presidente. A differenza di Biden, li riterrò pienamente responsabili della tragedia che hanno causato.
Negli ultimi mesi, la nostra nazione, ed il resto del mondo, sono stati colpiti da una pandemia che accade una sola volta in un secolo e che la Cina ha permesso che si diffondesse in tutto il mondo. Sono grato che questa sera siano presenti molti dei nostri incredibili infermieri e primi soccorritori – per favore alzatevi e accettate i nostri profondi ringraziamenti. Molti americani hanno tristemente perso amici e cari a causa di questa orribile malattia. Come una sola nazione, piangiamo, soffriamo e conserviamo per sempre nei nostri cuori i ricordi di tutte quelle vite così tragicamente prese. In loro onore, ci uniremo. Nella loro memoria, andremo avanti.
Quando il virus cinese ci ha colpito, abbiamo lanciato la più grande mobilitazione nazionale dalla Seconda Guerra Mondiale. Invocando il Defence Production Act, abbiamo prodotto la più grande fornitura mondiale di ventilatori polmonari. A nessun americano che abbia avuto bisogno di un ventilatore ne è stato negato uno. Abbiamo spedito centinaia di milioni di mascherine, guanti e camici ai nostri operatori sanitari in prima linea. Per proteggere gli anziani della nostra nazione, abbiamo spedito forniture, kit di test e personale alle case di cura e alle strutture di assistenza a lungo termine. Il Corpo degli Ingegneri dell’Esercito ha costruito ospedali da campo e la Marina ha schierato le nostre grandi navi ospedaliere.
Abbiamo sviluppato, da zero, il più grande e avanzato sistema di test al mondo. L’America ha effettuato tamponi più di ogni paese d’Europa messo insieme e più di ogni nazione dell’emisfero occidentale messi assieme. Abbiamo condotto 40 milioni di tamponi in più rispetto alla seconda nazione con il maggior numero di tamponi, ovvero l’India.
Abbiamo sviluppato una vasta gamma di trattamenti efficaci, incluso un potente trattamento anticorpale noto come plasma convalescente che salverà migliaia di vite. Grazie ai progressi di cui siamo stati pionieri, il tasso di letalità è stato ridotto dell’80% da aprile ad oggi.
Gli Stati Uniti hanno tassi di letalità tra i più bassi di tutti i principali paesi del mondo. Il tasso di letalità dei casi dell’Unione Europea è quasi tre volte superiore al nostro. Complessivamente, le nazioni europee hanno registrato un aumento del 30% maggiore della mortalità in eccesso rispetto agli Stati Uniti.
Abbiamo promulgato il più grande pacchetto di aiuti finanziari nella storia americana. Grazie al nostro Paycheck Protection Program, abbiamo salvato o sostenuto più di 50 milioni di posti di lavoro americani. Di conseguenza, abbiamo assistito alla più piccola contrazione economica di qualsiasi grande nazione occidentale ed ora ci stiamo riprendendo molto più velocemente. Negli ultimi tre mesi abbiamo creato oltre 9 milioni di posti di lavoro, un nuovo record.
Sfortunatamente, sin dall’inizio, i nostri rivali si sono dimostrati incapaci di fare altro che criticare in maniera assolutamente di parte. Quando ho preso azioni coraggiose per stabilire un divieto di viaggio da e verso la Cina, Joe Biden lo ha definito un atto isterico e xenofobo. Se avessimo ascoltato Joe, centinaia di migliaia di altri americani sarebbero morti.
Invece di seguire la scienza, Joe Biden vuole infliggere un lockdown doloroso all’intero Paese. Il suo lockdown infliggerebbe danni impensabili ai bambini, famiglie, e cittadini di tutto il Paese.
Il costo del lockdown di Biden sarebbe misurato in aumenti delle overdosi da droga, depressioni, dipendenze da alcool, suicidi, attacchi di cuore, devastazione economica e molto altro. Il piano di Joe Biden non è una soluzione per il virus, ma piuttosto una resa.
La mia Amministrazione ha preso un approccio differente. Per salvare più vite possibili, ci stiamo focalizzando sulla scienza, i fatti ed i dati. Stiamo difendendo coloro che sono a maggior rischio – in particolare gli anziani – permettendo allo stesso tempo agli americani a minor rischio di tornare al lavoro ed a scuola in sicurezza.
Ancora più importante, stiamo chiedendo al genio scientifico americano di unirsi per produrre un vaccino in tempo record. Grazie all’Operazione Warp Speed, abbiamo ora già tre vaccini nella fase finale di test, anni prima di quanto mai raggiunto in precedenza. Li stiamo producendo in anticipo in modo tale che centinaia di milioni di dosi siano velocemente disponibili.
Avremo un vaccino sicuro ed efficace già quest’anno, ed assieme sconfiggeremo il virus.
Alla Convention Democratica, avete sentito ben poco parlare della loro agenda politica. Ma questo non perché non ne hanno una. Ma perché la loro agenda è la più estrema mai portata avanti da un candidato di grandi partiti politici. Joe Biden può affermare di essere un ‘alleato della luce’, ma quando si tratta della sua agenda, Biden vuole tenervi completamente all’oscuro.
Ha promesso di aumentare le tasse di 4 mila miliardi di dollari sulle famiglie americane, cosa che farà collassare una volta e per tutte la nostra economia in ripresa e la nostra Borsa tornata a livelli record. Dall’altra parte, come ho fatto nel mio primo mandato, invece io intendo tagliare ancora di più le tasse per le nostre madri ed i padri lavoratori, non aumentarle. Inoltre, intendo fornire crediti fiscali per riportare a casa i posti di lavoro dalla Cina – ed imporre dazi su qualsiasi compagnia che intende trasferire all’estero posti di lavoro americani. Faremo in modo che le nostre compagnie ed i nostri posti di lavoro restino nel nostro Paese, come ho già fatto sinora. L’agenda di Joe Biden è ‘Made in China’. La mia è ‘Made in USA’.
Biden ha promesso di abolire la produzione di petrolio, carbone, gas naturale americano – mettendo a rischio le economie di Pennsylvania, Ohio, Texas, North Dakota, Oklahoma, Colorado, e New Mexico. In questo modo milioni di posti di lavoro saranno persi, ed i prezzi dell’energia aumenteranno. Le stesse politiche hanno condotto solo la settimana scorsa a diversi blackout in California. Come può Joe Biden definirsi un “alleato della luce” quando il suo partito non è neppure in grado di tenere la luce accesa letteralmente parlando?
La campagna di Joe Biden ha anche pubblicato una piattaforma politica di 110 pagine scritta assieme al senatore di estrema sinistra, Crazy Bernie Sanders. Il manifesto Biden-Bernie chiede di sospendere tutte le deportazioni di immigrati irregolari, implementare regole nazionali di ‘catch and release’ e fornire l’assistenza di legali pagati dai soldi dei contribuenti agli immigrati irregolari. Joe Biden ha di recente alzato la sua mano durante un dibattito presidenziale e promesso di fornire assistenza sanitaria pagata dai vostri soldi agli immigrati irregolari. Lui supporta anche le Città Santuario che proteggono gli immigrati criminali. Ha promesso di porre fine al travel ban per i Paesi jihadisti e di aumentare l’ammissione dei rifugiati del 700%. Il piano Biden finirà insomma per abolire i confini americani nel mezzo di una pandemia.
Biden ha anche promesso di opporsi alla scelta tra scuola privata e pubblica e chiudere le Charter Schools, togliendo così ai bambini neri ed ispanici una ulteriore possibilità di salire nella scala sociale.
Nel corso del mio secondo mandato, intendo espandere le charter schools e fornire la libertà di scelta tra scuole pubbliche e private a tutte le famiglie americane. E tratteremo i nostri insegnanti sempre con il rispetto che meritano.
Joe Biden afferma di mostrare empatia nei confronti dei più vulnerabili – ma il Partito che guida supporta le leggi più estreme per l’aborto a fine gravidanza di bambini senza difese fino al momento stesso della nascita. I leader democratici parlano di decenza morale, ma non hanno alcun problema a porre fine al battito di un bambino nel nono mese di gravidanza.
I politici democratici non intendono difendere la vita innocente, ma allo stesso tempo ci vogliono dare lezioni sulla moralità e su come salvare l’anima dell’America? Oggi, assieme dichiariamo con forza che tuti i bambini, nati ed ancora non nati, hanno il diritto alla vita concesso da Dio.
Nel corso della Convention Democratica, le parole ‘Under God’ sono state rimosse dalla Pledge of Allegiance – non una, ma due volte. Il fatto è che proprio Dio è la loro fonte.
Se la sinistra assumerà il potere, demoliranno i sobborghi, confischeranno le vostre armi, e nomineranno giudici che cancelleranno il vostro Secondo Emendamento e le vostre libertà costituzionali.
Biden è un cavallo di Troia per il socialismo. Se Joe Biden non ha avuto il coraggio di opporsi a marxisti come Bernie Sanders ed i suoi seguaci radicali, come potrà difendere i vostri diritti?
L’aspetto più pericoloso della piattaforma di Biden è l’attacco alla sicurezza pubblica. Il manifesto Biden-Bernie chiede l’abolizione delle cauzioni a pagamento, e questo significherebbe rilasciare immediatamente 400 mila criminali nelle vostre strade e nei vostri quartieri.
Alla domanda su se fosse d’accordo a tagliare i finanziamenti alla polizia, Joe Biden ha risposto, “Si assolutamente”. Quando la deputata Ilhan Omar ha definito il Dipartimento di Polizia un tumore “corrotto alla radice”, Biden non ha rinunciato al suo supporto o rigettato il suo endorsement – invece lo mostra ancora oggi fieramente sul suo sito web.
Non facciamoci sbagli, se si darà il potere a Joe Biden, la sinistra radicale potrà togliere i finanziamenti a tutti i Dipartimenti di Polizia americani. Passeranno leggi federali per ridurre le forze dell’ordine. Renderanno tutti gli Stati Uniti come la città di Portland, in Oregon, da loro guidata. Nessuno sarà più sicuro nell’America di Biden.
La mia Amministrazione sarà sempre dalla parte degli uomini e delle donne in divisa. Ogni giorno, ufficiali di polizia rischiano la loro vita per tenerci al sicuro, ed ogni anno, molti di loro perdono la vita, mentre fanno il proprio dovere.
Uno di questi americani incredibili era il detective Miosotis Familia. Lei era parte di un gruppo di eroi americani definito New York Police Department, o il meglio di New York. Tre anni fa, nel corso del fine settimana del 4 luglio, il detective Familia si trovava al lavoro nella sua auto quando è stata attaccata ed uccisa da un mostro che la odiava solo per la divisa che indossava.
Il detective Familia era una madre single – lei di recente aveva chiesto di essere spostata al turno notturno per stare più tempo con i suoi figli. Due anni fa, io sono stato di fronte al Campidoglio americano assieme ai suoi figli ed ho tenuto la mano della loro nonna che soffriva fortemente per questa terribile perdita, e tutti assieme abbiamo onorato la straordinaria vita del detective Familia.
I tre figli del detective Familia sono qui con noi oggi. Genesis, Peter, e Delilah, siamo onorati di avervi qui con noi oggi. VI prometto che porteremo sempre vostra madre nelle nostre memorie.
Dobbiamo ricordare che la stragrande maggioranza di ufficiali di polizia del nostro Paese sono nobili, coraggiosi ed onorevoli. Dobbiamo ridare alle nostre forze dell’ordine, alla nostra polizia, il suo potere. Hanno paura di agire ora. Hanno paura di perdere la loro pensione, i loro posti di lavoro e di non essere in grado di svolgere i propri compiti. E coloro che soffrono di più sono le grandi persone che hanno disperatamente bisogno di essere protette.
Quando un poliziotto sbaglia, il sistema penale deve agire contro i colpevoli in maniera completa e piena, ed è quello che farà. Ma non possiamo mai avere in America – e non lo permetteremo mai – il controllo da parte dei delinquenti. Nel modo più forte possibile, il Partito Repubblicano condanna le rivolte, i saccheggi, gli incendi e le violenze viste in città guidate dai democratici come Kenosha, Minneapolis, Portland, Chicago, e New York.
C’è troppa violenza e pericolo per le strade di molte città guidate dai democratici in America. Questo problema può essere facilmente corretto se solo lo volessimo. Dobbiamo sempre perseguire legge ed ordine. Tutti i crimini federali saranno investigati, perseguiti e puniti fino alla fine rispettando la legge.
Quando gli anarchici hanno iniziato a distruggere le nostre statue e monumenti, io ho firmato un ordine esecutivo, dieci anni di carcere, e tutto si è fermato.
Durante la loro Convention, Joe Biden ed i suoi supporter non hanno detto nulla contro i violenti e criminali che stanno distruggendo le città guidate dai democratici. Di fronte all’anarchia di estrema sinistra e le devastazioni a Minneapolis, Chicago, ed in altre città, la campagna di Joe Biden non le ha condannate – invece ha donato loro dei soldi. Almeno 13 membri dello staff elettorale di Joe Biden hanno donato soldi ad un fondo per concedere la libertà su cauzione a vandali, piromani, saccheggiatori e violenti.
Qui questa notte c’è la famiglia in lutto dell’ex capitano di polizia David Dorn, un 38enne veterano del Dipartimento di Polizia di St. Louis. A giugno, il capitano Dorn è stato colpito ed ucciso mentre tentava di proteggere un negozio dai saccheggiatori e violenti. Siamo onorati di essere qui assieme a sua moglie ed ai membri della sua amata famiglia: Brian e Kielen. A tutti voi prometto: non dimenticheremo mai l’eredità eroica del capitano David Dorn.
Fino a quando sarò presidente, difenderò l’assoluto diritto di ogni cittadino americano di vivere in sicurezza, dignità e pace.
Se il Partito Democratico vuole stare dalla parte degli anarchici, degli agitatori, violenti, saccheggiatori e bruciatori della bandiera americana, è una loro scelta, ma io, come vostro presidente, non sarò parte di tutto questo. Il Partito Repubblicano resterà la voce degli eroi patriottici che vogliono mantenere sicura l’America.
Lo scorso anno più di 1.000 afroamericani sono stati uccisi come risultato del crimine violento in sole 4 città guidate dai democratici. Le 10 principali città più pericolose degli Stati Uniti sono guidate dai democratici e lo sono state da decenni. Migliaia di altri afroamericani sono vittime di reati violenti in queste comunità che Joe Biden ed il resto della sinistra ignorano. Io non lo farò mai.
Se la sinistra radicale prenderà il potere, loro applicheranno queste politiche disastrose a tutte le città, cittadine e sobborghi americani.
Immaginate cosa accadrebbe se i cosiddetti manifestanti pacifici nelle strade fossero al comando a qualsiasi livello del governo americano.
I politici liberal affermano di essere preoccupati della forza delle istituzioni americane. Ma chi, esattamente, le sta attaccando? Chi sta assumendo professori, giudici e pubblici ministeri radicali? Chi sta tentando di abolire le forze dell’ordine al confine e stabilire regole per impedire il dissenso? In tutti i casi, gli attacchi contro le istituzioni americane provengono dall’estrema sinistra.
Ricordate sempre: loro attaccano me perché io combatto per voi.
Dobbiamo reclamare la nostra indipendenza dai mandati repressivi della sinistra. Gli americani sono esausti di dover rispettare l’ultima lista di parole e frasi approvate e decreti sempre più restrittivi delle libertà politiche. Molte cose oggi hanno un nome diverso, e le regole cambiano sempre. L’obiettivo della ‘cancel culture’ è quello di fare in modo che gli americani vivano in terrore di essere licenziati, espulsi, svergognati, umiliati e cacciati dalla società che conosciamo. L’estrema sinistra vuole obbligarvi a dire quello che sapete essere falso e farvi terrorizzare dal dire ciò che è vero.
Ma il 3 novembre, possiamo mandare loro un forte messaggio che non dimenticheranno mai!
Joe Biden è debole. Prende ordini da ipocriti liberal che stanno facendo sprofondare le loro città mentre scappano lontano dalla scena del naufragio. Questi stessi liberal vogliono eliminare la possibilità di scegliere tra scuola pubblica e privata, mentre iscrivono i loro figli nelle migliori scuole private del paese. Vogliono aprire i nostri confini mentre vivono in complessi e comunità recintate. Vogliono distruggere la polizia mentre hanno guardie armate per difendere loro stessi.
Questo novembre, dobbiamo voltare pagina per sempre contro questa classe politica fallimentare. Il fatto è che io sono qui e loro non ci sono – e questo grazie a voi. Insieme, scriveremo il prossimo capitolo della grande storia americana.
Nei prossimi quattro anni, renderemo l’America la superpotenza produttiva del mondo. Espanderemo le zone di opportunità, porteremo a casa le catene di approvvigionamento medico e porremo fine alla nostra dipendenza dalla Cina una volta per tutte.
Continueremo a ridurre le tasse e le regolamentazioni a livelli mai visti prima.
Creeremo 10 milioni di posti di lavoro nei prossimi 10 mesi.
Assumeremo più poliziotti, aumenteremo le sanzioni per chi aggredisce le forze dell’ordine e sposteremo i pubblici ministeri federali in comunità ad alto tasso di criminalità.
Vieteremo le mortali ‘città santuario’ e assicureremo che l’assistenza sanitaria federale sia garantita per i cittadini americani, non per gli immigrati irregolari.
Avremo confini solidi, abbatteremo i terroristi che minacciano il nostro popolo e terremo l’America fuori da infinite e costose guerre straniere.
Nomineremo pubblici ministeri, giudici e giudici che credono nell’applicazione della legge, non nella loro agenda politica.
Garantiremo uguale giustizia per i cittadini di ogni razza, religione, colore e credo religioso.
Sosterremo la libertà religiosa e difenderemo il diritto garantito dal Secondo Emendamento di tenere e portare armi.
Proteggeremo Medicare e la Social Security.
Proteggeremo sempre, e con forza, i pazienti con condizioni preesistenti, e questo è un impegno dell’intero Partito Repubblicano.
Porremo fine alle fatture mediche a sorpresa, richiederemo trasparenza nei prezzi e ridurremo ulteriormente il costo dei farmaci da prescrizione e dei premi dell’assicurazione sanitaria.
Amplieremo notevolmente lo sviluppo energetico, continuando a essere i numeri uno al mondo e manterremo l’America energeticamente indipendente.
Vinceremo la corsa al 5G e costruiremo la migliore difesa informatica e missilistica del mondo.
Ridaremo totalmente vita all’educazione patriottica nelle nostre scuole e proteggeremo sempre la libertà di parola nei campus universitari.
Lanceremo una nuova era dell’ambizione americana nello spazio. L’America farà atterrare la prima donna sulla Luna e gli Stati Uniti saranno la prima nazione a piantare la propria bandiera su Marte.
Questa è l’agenda nazionale che porterà il nostro paese ad essere nuovamente unito.
Quindi stasera lo ripeto a tutti gli americani: questa è l’elezione più importante nella storia del nostro Paese. Non c’è mai stata una tale differenza tra due partiti, o due individui, in ideologia, filosofia o visione politica, di quanta ce ne sia oggi.
I nostri avversari credono che l’America sia una nazione depravata.
Noi vogliamo invece che i nostri figli e le nostre figlie conoscano la verità: l’America è la nazione più grande ed eccezionale nella storia del mondo!
Il nostro Paese non è stato costruito cancellando la cultura, i vocaboli o sulla conformità che schiaccia l’anima. Non siamo una nazione di spiriti timidi. Siamo una nazione di patrioti americani fieri, orgogliosi e indipendenti.
Siamo una nazione di pellegrini, pionieri, avventurieri, esploratori che hanno rifiutato di essere legati, trattenuti o tenuti a freno. Gli americani hanno l’acciaio nelle loro spine dorsali, la grinta nelle loro anime e il fuoco nei loro cuori. Non c’è nessuno come noi sulla Terra.
Voglio che ogni bambino in America sappia che faccia parte dell’avventura più emozionante e incredibile della storia umana. Non importa da dove viene la tua famiglia, non importa il tuo retroterra, in America, chiunque può aver successo. Con il duro lavoro, la devozione e l’impulso, è possibile raggiungere qualsiasi obiettivo ed ogni ambizione.
I nostri antenati hanno navigato attraverso il pericoloso Oceano per costruirsi una nuova vita in un nuovo continente. Hanno sfidato inverni gelidi, attraversato fiumi impetuosi, scalato picchi rocciosi, camminato in foreste pericolose e lavorato dall’alba al tramonto. Questi pionieri non avevano soldi, non avevano fama, ma potevano contare gli uni sugli altri. Amavano le loro famiglie, amavano il loro Paese e amavano il loro Dio!
Quando se ne è presentata l’opportunità, hanno raccolto la Bibbia, impacchettato le loro cose, sono saliti su carri coperti e partiti verso Ovest per la prossima avventura. Allevatori e minatori, cowboy e sceriffi, agricoltori e coloni – hanno proseguito oltre il Mississippi per andare nella Wild Frontier.
Sono nate così delle leggende: Wyatt Earp, Annie Oakley, Davy Crockett e Buffalo Bill.
Gli americani hanno costruito le loro belle fattorie sull’Open Range. Ben presto ebbero chiese e comunità, poi città e, con il tempo, grandi centri industriali e commerciali. Ecco chi erano. Gli americani costruiscono il futuro, non abbattono il passato!
Siamo la nazione che ha vinto una Rivoluzione, ha rovesciato la tirannia e il fascismo ed ha liberato milioni di persone. Abbiamo costruito le ferrovie e le grandi navi, innalzato i grattacieli, rivoluzionato l’industria e avviato una nuova era di scoperte scientifiche. Abbiamo stabilito le tendenze nell’arte e nella musica, nella radio e nel cinema, nello sport e nella letteratura, e abbiamo fatto tutto con stile, sicurezza e talento. Perché questo è ciò che siamo.
Ogni volta che il nostro modo di vivere è stato minacciato, i nostri eroi hanno sempre risposto alla chiamata al dovere.
Da Yorktown a Gettysburg, dalla Normandia a Iwo Jima, i patrioti americani hanno corso sotto i colpi di cannone, proiettili e baionette per salvare la libertà americana.
Ma l’America non si è fermata qui. Abbiamo guardato verso il cielo e continuiamo ad andare avanti. Abbiamo costruito un razzo da sei milioni di libbre e lo abbiamo lanciato a migliaia di miglia nello spazio. Lo abbiamo fatto in modo che due coraggiosi patrioti potessero alzarsi in piedi e fare il saluto alla nostra meravigliosa bandiera americana piantata sulla Luna.
Per l’America, niente è impossibile.
Nei prossimi quattro anni ci dimostreremo degni di questa magnifica eredità. Raggiungeremo incredibili nuove vette. E mostreremo al mondo che, per l’America, nessun sogno è al di là della nostra portata.
Insieme, siamo inarrestabili. Insieme, siamo imbattibili. Perché insieme siamo orgogliosi cittadini degli Stati Uniti d’America. E il 3 novembre renderemo l’America più sicura, renderemo l’America più forte, renderemo l’America più orgogliosa e renderemo l’America più grande che mai! Grazie, Dio ti benedica. Che Dio benedica l’America, buonanotte!”.

 

La migrazione prosegue da ieri ad oggi: il caso dell’Europa, di Olivier Hanne

La migrazione prosegue da ieri ad oggi: il caso dell’Europa

La crisi dei rifugiati, subsahariana o siriana, che ha segnato gli spiriti nel 2015, tende a farci dimenticare i lenti cambiamenti dei flussi contemporanei. Tuttavia, la questione della migrazione può essere compresa serenamente solo attraverso queste tendenze durature …

Nel secondo dopoguerra, i principali movimenti migratori hanno interessato minoranze etniche minacciate nei nuovi confini a seguito della divisione del continente tra i due blocchi. Di fronte all’URSS, 3 milioni di tedeschi provenienti da Polonia, Romania e Cecoslovacchia hanno cercato di trovare rifugio in Occidente, soprattutto nella RFT. In trent’anni, più di 10,7 milioni di europei dell’Est hanno compiuto questo spostamento verso l’Occidente.

Allo stesso tempo e durante i Trent’anni gloriosi (1945-1973), la necessità della ricostruzione dell’Europa e poi le esigenze di lavoro dovute allo sviluppo industriale hanno spinto Stati e imprese a fare appello all’immigrazione di lavoro che era ancora stagionale. Quasi 10 milioni di persone sono state colpite da questi movimenti migratori all’epoca: turchi e jugoslavi per la Germania, algerini, italiani, portoghesi e spagnoli per la Francia. Il numero dei profughi per motivi politici è ancora insignificante, ridotto a esuli in fuga dal comunismo. Era anche il tempo del rimpatrio delle popolazioni europee dalle colonie ormai indipendenti, movimento che coinvolse, nel caso della Francia, più di un milione di “Pied-Noirs”.

L’immigrazione sta cambiando

Con la recessione che ha prolungato lo shock petrolifero del 1973 fino all’inizio degli anni ’90, la maggior parte dei paesi europei limita l’ingresso dei migranti, forza lavoro troppo competitiva per i cittadini. Anche se gli stranieri sono incoraggiati a tornare nel loro paese di origine, la legislazione autorizza comunque il ricongiungimento familiare (1974 in Francia), trasformando così l’immigrazione per lavoro stagionale in immigrazione di insediamento familiare permanente. Appare quindi una doppia tensione: tensione alle frontiere per rallentare il flusso continuo di candidati al miraggio economico europeo; tensione interna per determinare se assimilare culturalmente gli stranieri stanziali o semplicemente integrarli economicamente.

Leggi anche:  Donald Trump contestato dal suo record di politica interna

Gli anni 1970-1980 sono anche quelli di un boom di richieste di asilo politico dovuto alla cronica instabilità dei giovani paesi indipendenti del Terzo Mondo. Di fronte alla violenza nell’Africa subsahariana, l’Europa è vista come una zona privilegiata di rifugio, più degli Stati Uniti. Le richieste di asilo ricevute in Europa occidentale sono passate da 180.000 nel 1987 a 437.000 nel 1990. Carestie e siccità ripetute nel Sahel hanno lanciato i primi migranti climatici sulle strade del nord.

La continua attrazione dell’Europa per i paesi poveri arriva in un momento in cui la demografia del vecchio continente sta collassando e l’invecchiamento è in aumento, ma questo inverno demografico europeo sta portando a una presa d’aria migratoria.

Crescono i flussi intraeuropei

Per molto tempo c’erano stati flussi intraeuropei, italiani, portoghesi o spagnoli in Francia, italiani in Svizzera o Germania, jugoslavi o turchi in Germania. Ma tendono a diminuire (tranne gli ultimi) con lo sviluppo dei paesi di partenza.

La fine dell’URSS nel 1991 provocò nuove inflessioni. L’Unione Europea tende quindi a valorizzare i migranti del continente a scapito degli altri. La Germania riunificata diventa l’El Dorado per i migranti dei Balcani e dell’Europa centrale, in particolare per gli 1,3 milioni di Aussiedler , questi di lingua tedesca che risiedono nell’Europa orientale e che possono pretendere di tornare nella “madrepatria” .

 

Con l’egemonia americana, il nuovo clima geopolitico sembra suggerire che sia arrivato un tempo di pace duraturo, così che il numero dei richiedenti asilo nell’Europa occidentale è crollato della metà a 270.000 in 1997. I rifugiati accolti sono ora meno di origine africana e asiatica che di origine europea e, più precisamente, jugoslava. I conflitti nell’ex Jugoslavia tra il 1990 e il 1995 hanno costretto 4,6 milioni di persone a lasciare il loro paese e 700.000 hanno trovato rifugio nell’Europa occidentale. Allo stesso tempo, Grecia e Italia accolgono gli albanesi in fuga dalla dittatura e dalla violenza sociale.

L’Unione Europea, che si è poi costruita come un tutto politico con gli accordi di Maastricht (1992), poi con l’entrata in vigore degli accordi di Schengen (1995), accetta la libertà di circolazione al suo interno mentre pretende di porre un freno ingressi dall’esterno. Negli anni ’90 la Francia ha concesso in media 80.000 permessi di soggiorno di lunga durata. Il principio della globalizzazione accetta il liberalismo commerciale e la libertà di movimento, ma lo limita per quanto riguarda gli immigrati non europei. C’è qui una fragilità dottrinale dell’UE, le cui conseguenze erano evidenti dopo il 2011: poiché avevamo accettato l’anima della globalizzazione, perché rifiutarne i benefici ai migranti africani e asiatici?

Il miraggio della “fortezza Europa”

La realtà delle condizioni economiche, il rallentamento della crescita, la riluttanza dell’opinione pubblica verso l’immigrazione facilitano l’attuazione di restrizioni più severe, tanto che l’Ue viene quindi qualificata come “fortezza Europa”. Ma a causa dell’umanesimo delle istituzioni europee e della necessità di manodopera, il controllo delle frontiere non ha un aspetto rigido e impermeabile. Quindi, l’immigrazione illegale dal Ghana, Il Benin o la Nigeria non transitano via terra, ma attraversano gli aeroporti di Cotonou e Lagos. I candidati alla partenza volano a Parigi, Bruxelles e Londra più legalmente del mondo, con visti turistici, rapidamente obsoleti e non rinnovati. Molti presentano una richiesta di asilo e rimangono nel territorio dopo un rifiuto da parte dell’amministrazione. C’è quindi una grande tentazione per i respinti dall’asilo di provare altri metodi: matrimonio bianco, malattia, nascita di un bambino in terra francese …

Leggi anche:  Europa delle regioni o Europa contro le regioni

Gli anni ’90 sono stati caratterizzati da una forte tensione tra i crescenti flussi di immigrati clandestini dai paesi del sud e dai tentativi di chiudere le frontiere da parte dell’UE, in particolare con l’entrata in vigore del Trattato di Maastricht nel novembre 1993. .

 

Vengono quindi visualizzati i punti di attraversamento e di transito in cui accorrono i migranti, alle prese con dogane, forze di polizia e barriere elettroniche. Lo Stretto di Gibilterra, l’enclave spagnola di Ceuta, l’isola italiana di Lampedusa, il tunnel sotto la Manica e il Calaisis diventano luoghi sintomatici di massiccia immigrazione, con il suo corteo di ingiustizie e brutalità. Tra il 1990 e il 1996, l’Italia ha visto raddoppiare il numero di immigrati illegali, passando da 570.000 a quasi 1,1 milioni.

Poi il fenomeno non fa che peggiorare. Nel 2005, su 191 milioni di immigrati nel mondo, 41 milioni risiedevano nell’Unione Europea, nonostante la pretesa delle istituzioni al controllo migratorio. Gli immigrati illegali sono circa 2 milioni di persone. La migrazione netta – la differenza complessiva tra il numero di immigrati e quello degli emigranti (vedi articolo a pagina 53) – rappresenta quindi l’80% dell’aumento demografico dell’Unione. La proporzione di immigrati nella popolazione della Francia metropolitana è passata dal 5% nel 1946 al 9% nel 2017, di cui il 41% ha acquisito la nazionalità francese (dati: INSEE e OCSE). Queste statistiche indicano che il dinamismo demografico europeo viene prima di tutto dall’immigrazione.

 

Gli ingressi dei migranti non sono più di natura temporanea, ma sono durevoli e mirano a stabilirsi. Il ricongiungimento familiare – garantito dalla Convenzione europea dei diritti dell’uomo – è diventato il primo motivo per una soluzione duratura, molto prima del lavoro o dell’asilo politico. Gli immigrati interessati non sono ammessi nel territorio per le loro capacità o per la volontà di integrarsi, ma perché rispondono a criteri coniugali o familiari oggettivi. I 45.000 matrimoni misti  (1) celebrati ogni anno sul territorio francese (17% del totale dei matrimoni), sommati ai 45.000 matrimoni celebrati all’estero, costituiscono la normale via di accesso al diritto di soggiorno. Pertanto, l’85% delle ammissioni permanenti in Francia sono di diritto, e quindi sfuggire all’interpretazione del potere esecutivo.

Questa immigrazione è essenzialmente extraeuropea. Nel 2014, il 44% dei sei milioni di immigrati che vivono nella Francia continentale proveniva dall’Africa, il 36% dall’Europa (Insee). Nel 2003, 215.000 persone sono immigrate in Francia, rispetto alle 156.000 del 1998. Tutte queste cifre vanno contro le idee ricevute su un’Europa chiusa ai flussi migratori.

Come comportarsi?

I governi che pretendono di lottare contro il fenomeno in realtà hanno poco controllo su tali movimenti. La politica europea di controllo è però regolarmente ridefinita e rivalutata, anche dal Trattato di Amsterdam (ottobre 1997) e dai vari vertici, fino alla creazione nell’ottobre 2004 dell’agenzia Frontex . La sua vocazione era quella di coordinare la sorveglianza delle coste e dei confini dell’UE, ma è stata subito criticata per la sua incapacità di impedire gli ingressi illegali e per le sue libertà assunte nei confronti dei diritti dei migranti. Di fronte all’aumento dei flussi clandestini che era difficile interrompere a causa della legislazione e della mancanza di mezzi, dal 2005 si è reso necessario decidere di distribuire le persone per quote nazionali.

Secondo la cosiddetta procedura Dublino II (2003), qualsiasi domanda di asilo deve essere esaminata nel primo paese dell’Unione europea in cui la persona è entrata. Tuttavia, di fronte all’impossibilità di applicare questo quadro, nel 2010 è stato istituito un Ufficio europeo di sostegno per l’asilo, che trascende le politiche nazionali. Una simile riorganizzazione amministrativa ha avuto la conseguenza di liberare la gestione della migrazione dalle autorità nazionali e di affidarla a funzionari europei, irresponsabili nei confronti dell’opinione pubblica e dell’elettorato.

Da leggere anche:  Simeone II di Bulgaria: “Essendo stato un rifugiato, so cos’è …” Intervista

 

Di fronte al rischio di surriscaldamento, soprattutto nell’opinione pubblica, i governi francesi, conservatori o progressisti, hanno utilizzato la procedura delle fughe alla frontiera, il cui numero è salito da 9.000 nel 2001 a 24.000 nel 2007, quindi 36 800 nel 2012. Tra il 2002 e il 2005, molti paesi europei hanno proceduto a regolarizzazioni massicce: 220.000 in Francia, 720.000 in Grecia. Italia e Spagna hanno regolarizzato 700.000 persone ciascuna, una nel 2002 e l’altra nel 2005. Da 25 anni sono stati regolarizzati 3 milioni di clandestini in Europa. L’attrazione europea, nonostante la crisi economica, non è mai stata così forte. I tassi di partenza dal Marocco verso l’Europa raggiungono il 15% degli uomini normodotati.

Gli anni 2000 confermano quindi la tendenza ereditata dal decennio precedente, ovvero che le masse migratorie che arrivano in Europa generalmente rispondono alle richieste dei paesi dell’UE, a prescindere dalla retorica anti-immigrazione dei politici.

La crisi del 2005

La crisi recente fa parte di tendenze di lunga durata, aggravate dalla destabilizzazione del Sahel e del mondo arabo-musulmano a seguito della primavera araba del 2011-2012. Infatti, il numero di rifugiati e migranti illegali che arrivano in Europa via mare è esploso in pochi anni:

 

2011: 70.000

2012: 22.500

2013: 60.000

2014: 219.000

2015: 1.005.500

(Fonte: IOM, International Migration Office)

 

Questo boom è eccezionale, perché contrasta con la vecchia tendenza dell’immigrazione clandestina, che utilizzava rotte terrestri e aeree spesso legali, consentendo il superamento dei visti di soggiorno.

Nei media, la crisi migratoria è iniziata il 19 aprile 2015, quando una nave di migranti è naufragata al largo dell’isola italiana di Lampedusa, uccidendo 700 persone. Quasi 10.000 persone sfortunate sarebbero state salvate dalla marina italiana solo nel fine settimana dell’11-12 aprile. Dal 2000, 22.000 persone sono morte in circostanze simili, fuggendo dalla guerra e dalla miseria nel continente africano. Al di là del dramma umano, la crisi dei rifugiati è un evento importante che può sconvolgere la geopolitica del Medio Oriente e ricostruire le società europee.

La copertura mediatica della crisi migratoria iniziata nell’autunno del 2015 è stata impressionante quanto la portata del fenomeno. I dati ufficiali – necessariamente incompleti – mostrano 350mila migranti irregolari che entrano nell’Unione nei primi mesi dell’anno. Il numero di domande di asilo ricevute tra aprile e giugno 2015 è stato di 213.200, con un aumento dell’85% rispetto allo stesso periodo del 2014.

Il numero di migranti in arrivo via mare è passato da 219.000 nel 2014 a 239.200 nel 2015, di cui il 56% sbarcato in Grecia, il 42% in Italia e il 2% in Spagna. La Germania ha ricevuto una media di 30.000 richieste di asilo al mese da gennaio ad agosto 2015. I migranti hanno preferito i Paesi Bassi, la Lettonia, l’Austria e la Germania piuttosto che la Francia (30.000 richieste in soli 6 mesi). ). Ma le richieste alla Germania sono improvvisamente raddoppiate a settembre, ora ammontano a 63.000, a causa della dichiarazione del 19 agosto 2015 del cancelliere Angela Merkel che annunciava che il paese dovrebbe eventualmente accettare 800.000 candidati. asilo. Forse fraintesa, questa frase ha avuto l’effetto di un richiamo aereo tra i siriani ancora in Turchia, che la vedevano come un invito a entrare nell’Unione Europea.

Leggi anche:  La tasca Bihac, il nuovo valico dei migranti?

 

Arrivati ​​in colonne di diverse centinaia di persone, guidati dai loro smartphone e nutriti durante il viaggio da trafficanti e operatori umanitari europei, i migranti siriani hanno lasciato i loro campi in Turchia per attraversare il Mar Egeo. Arrivati ​​in Grecia, hanno rapidamente travolto le capacità di accoglienza del Paese, già in crisi economica e politica. Poi Monaco divenne in poche settimane il fulcro della migrazione siriana verso l’Europa. Il 14 settembre, di fronte all’impossibilità di accogliere questo flusso regolare, Berlino ha annunciato il ripristino dei controlli alle frontiere, appena un mese dopo che Angela Merkel aveva causato l’accelerazione delle partenze dalla Turchia e dalla Grecia.

Una … battuta d’arresto temporanea?

La crisi migratoria del 2015 non è solo una crisi dei rifugiati, perché è la logica continuazione dei cambiamenti migratori iniziati 20 anni fa. Solo che molti candidati all’ingresso nell’UE si sono uniti al movimento dei siriani per mimetizzarsi e approfittare delle promesse di benvenuto della Germania. L’impossibilità di controllare l’afflusso improvviso è stata una porta aperta per chi, dai Balcani, ad esempio, attendeva il momento propizio per tentare l’avventura dell’emigrazione.

La portata del fenomeno ha appena superato l’anno 2015, dal momento che il numero di ingressi è diminuito dal 2016, sotto l’effetto di politiche più restrittive, un migliore coordinamento del controllo delle frontiere con la Turchia, le vittorie militari di Bashar el -Assad in Siria e l’operazione francese Barkhane nel Sahel:

 

2016: 390.400

2017: 186.700

2018: 144.100

(Fonte: IOM)

 

Occorre quindi qualificare l’espressione stessa di “crisi dei rifugiati”, perché implica un maremoto involontario, brutale e duraturo, mentre gli eventi del 2015 – certamente eccezionali nella loro portata – sono stati portati dalla Legislazione europea e 30 anni di politica migratoria. La crisi del 2015 è l’albero che nasconde la foresta da flussi migratori regolari e potenti.

Si tratta di matrimoni tra un individuo francese e uno straniero; possono però essere della stessa origine, come i giovani maghrebini che cercano un coniuge “nel sangue”. Non sono quindi sempre la prova dell’integrazione nella società ospitante.

 

La confusione dei termini porta alla confusione delle analisi. Uno è l’uso della parola “rifugiato” insieme a “migrante”, “immigrato” o “immigrato”. Tuttavia, il termine rifugiato si riferisce proprio a uno status riconosciuto dalla Convenzione di Ginevra (28 luglio 1951), e designa ”  qualsiasi persona che teme a ragione di essere perseguitata a causa della sua razza, della sua religione, della sua nazionalità, della sua appartenere a un certo gruppo sociale o delle sue opinioni politiche, che è al di fuori del Paese di cui è cittadino e che non può o, per questo timore, non vuole rivendicare la protezione di questo Paese  ”. Il rifugiato è, de facto, legalmente tutelato e può beneficiare di una carta di soggiorno valida dieci anni, a condizione che l’amministrazione del paese ospitante gli conceda lo status in questione. I rifugiati riguardano il 7% dei migranti internazionali (15 milioni di persone, secondo l’Alto Commissariato per i Rifugiati).

D’altra parte, un migrante – sia che si chiami immigrato o immigrato – è molto concretamente qualcuno che cambia paese per un periodo indefinito e per un motivo tutto suo. Il termine può designare sia un immigrato legale che un immigrato illegale, e quindi non comporta alcuno status o altra protezione se non quella che il Paese ospitante è disposto a fornire, secondo le sue regole particolari.

Tuttavia, la confusione tra migrante e rifugiato nella recente crisi tende a cancellare tutte le sfumature migratorie ea suggerire che la massa umana che si è trasferita tra febbraio e ottobre 2015 doveva necessariamente ottenere lo status di rifugiato. Ancor di più, la fusione si è diffusa sui media a tutti i migranti giunti in Europa nello stesso periodo, mentre molti obbediscono ai vecchi flussi, che gli stati hanno sempre cercato di controllare.

Questi risultati sono confermati dai dati sull’origine dei richiedenti asilo nell’Unione Europea nel 2017 (Frontex): su 649.000 richiedenti, il 23% proveniva da zone di guerra (Siria, Iraq), il 16,3% da paesi segnata da violenze localizzate (Afghanistan, Eritrea, Nigeria), e tutte le altre nei Paesi poco sviluppati (Pakistan, Albania, Bangladesh…), che non esclude specifiche forme di oppressione politica o religiosa. Le vittime di guerra sono quindi rare … Ma i media hanno reso popolare il termine “rifugiati politici” che mantiene la confusione.

E su scala globale?

Dagli anni ’90 e per un effetto della globalizzazione, tutte le regioni del globo sono state colpite dalla migrazione internazionale. Ogni anno il 3% della popolazione mondiale, ovvero 240 milioni di persone, diventa migranti, vale a dire lascia il proprio paese per un altro. La maggior parte delle migrazioni rimane nazionale, tuttavia, con 740 milioni di migranti interni secondo l’UNDP (Programma delle Nazioni Unite per lo sviluppo). Ci sono tanti cinesi che migrano in Cina quanti sono i migranti internazionali.

Leggi anche:  Intervista a Julien Damon: campi di migranti in Europa

L’Europa rimane ancora la prima regione di accoglienza con più di un terzo dei migranti, seguita da Asia (28%) e Nord America (23%). Nonostante i dibattiti sull’aumento dei rifugiati climatici e politici, il motivo della partenza è principalmente economico: in tre quarti dei casi si va in un Paese più sviluppato. Poiché le regioni ospitanti sono rinomate anche per il loro sistema sociale e politico, l’attrazione economica è accompagnata da altre motivazioni (fuga dall’autoritarismo, vittime della segregazione etnica, problemi ambientali, ecc.). Tuttavia, l’estrema povertà non è più l’unico motivo dei flussi e la percentuale di laureati tende ad aumentare: 60 milioni di migranti partecipano alla fuga dei cervelli, la fuga di cervelli, soprattutto in Nord America; Il 31% dei laureati dell’Africa subsahariana emigra …

A differenza degli anni 1960-1980, il Paese ospitante non è necessariamente situato nell’emisfero settentrionale, perché i flussi da Sud a Sud sono notevolmente aumentati e diversificati, con il 63% dei migranti oggi. I divari di sviluppo tra i paesi del Sud giustificano questa evoluzione: gli afgani trovano in Iran stabilità e lavoro, i porti della Costa d’Avorio e il petrolio della Nigeria attirano i sub-sahariani. Le persone generalmente migrano all’interno della loro regione o del loro continente: egiziani in Arabia Saudita, lavoratori dall’Asia centrale alla Russia. Ciò significa che il miraggio occidentale, se esiste ancora, tende ad evaporare. Alcuni paesi attraggono persino migranti da paesi più ricchi, come i pensionati francesi in Marocco o gli ingegneri cinesi in Africa, accompagnato da coorti di lavoratori sfollati per alcuni mesi in siti tropicali. Si sono quindi verificati fenomeni complessi, e vediamo persino agricoltori brasiliani migrare in Paraguay mentre i coloni paraguaiani si stabiliscono nell’Amazzonia brasiliana …

Sebbene incompleta, la chiusura dei confini dei paesi del Nord porta alla formazione di regioni di transito dove la questione migratoria è subappaltata a Stati forti, come la Turchia, il Maghreb o il Messico. I migranti sono di stanza lì in attesa di raggiungere un giorno l’El Dorado, rimanendo senza diritti o futuro garantito.

https://www.revueconflits.com/immigration-analyse-theorie-europe-etude-olivier-hanne/

1 2 3 4 5 117