minori allontanati dalle famiglie. Cosa è cambiato dopo Bibbiano?_con Paolo Roat

L’inchiesta sui minori allontanati dalle famiglie a Bibbiano ha suscitato profonda emozione e sollevato profonde inquietudini. Qualcosa è cambiato nell’attenzione e nelle procedure; niente nel mondo politico. L’ambito entro il quale è possibile intraprendere i provvedimenti più organici tesi ad eliminare sopraffazioni ai danni di famiglie e bambini ed insidiare condotte da regimi totalitari. Come una visione patologizzante dei comportamenti può trasformarsi per inerzia in una struttura burocratica di controllo e sopraffazione che deve riprodursi incessantemente. Buon ascolto_Giuseppe Germinario

elezioni americane durante e dopo_ V atto con Gianfranco Campa

Due staff che per il momento procedono in parallelo, ma che non tarderanno a convergere e collidere. Trump si sta muovendo con il suo staff legale e sta riposizionando alcune pedine importanti nei dipartimenti. Biden ha allestito la task force che dovrà gestire la transizione; la sua composizione parla da sola riguardo alle intenzioni e alle forze che lo stanno sostenendo. Nel frattempo comincia a muoversi la piazza. Uno dei due sarà di troppo, ma chi sarà obbligato a vincere è soprattutto Biden_Giuseppe Germinario

NB_Intanto tra la fase di registrazione e quella di pubblicazione di questa conversazione si susseguono le novità: Biden si aggiudica l’Arizona, Trump la Georgia; gli organi ufficiali si affannano a certificare la regolarità delle elezioni; il Vaticano e soprattutto la Cina riconoscono Biden alla Casa Bianca.

NB_Scorrendo siti, servizi di informazione on line e su supporto cartaceo scopriamo con piacere e soddisfazione di essere spesso e volentieri fonte di informazione e di ispirazione. Scopriamo con minore soddisfazione che in tanti casi il flusso viene riportato in maniera sin troppo fedele senza che però ci sia un riferimento esplicito al testo originario. Sottolineiamo che la produzione di questo sito poggia esclusivamente sulla ricerca e sull’impegno del tutto volontario e gratuito dei redattori senza alcun sostegno finanziario, pubblicitario e organizzativo esterno. Ci aspettiamo almeno un riconoscimento morale esplicito. Indicare nei testi il link originale non costa nulla; è un piccolo segno di sportività e di correttezza in un panorama che vede anche gli organi di informazione apparentemente più autorevoli e rispettabili liberarsi progressivamente dalle fatiche dell’impegno di ricerca originale e ridursi a meri riproduttori di veline e gossip del mainstream internazionale. Non si sono ancora accorti che nell’era della tanto decantata globalizzazione le distanze non sono più garanzia di opacità

L’ESSENZA DEL POTERE NON STA NEL POPOLO, di Antonio de Martini

L’ESSENZA DEL POTERE NON STA NEL POPOLO
Il primo assaggio di democrazia gli italiani lo ebbero con il referendum tra Monarchia e Repubblica nel 1946.
I numeri erano incompleti e incerti, dato che non erano rientrati in patria oltre un milione e mezzo di prigionieri di guerra e deportati e i voti espressi erano piu o meno equivalenti.
Fu dichiarata la Repubblica e la magistratura si adeguò con una presa d’atto piu che con una sentenza.
La monarchia sabauda, dopo aver usato con analoga disinvoltura i referendum per annettersi mezza Italia, non ebbe le carte in regola per protestare credibilmente.
Anni dopo, in una recente tornata elettorale, l’’onorevole Fassino, dichiarò vincitore delle elezioni il PD nel perdurare dell’incertezza sui numeri.
Ognuno di questi episodi – e mille piccoli altri avvenuti qui e altrove – ha contribuito a togliere credibilità al sistema escogitato per determinare senza spargimenti di sangue gli assetti di potere e l’orientamento politico di un paese.
L’omicidio politico nacque come esasperazione democratica per reazione allo strapotere.
Nel XIX secolo si definiva la Russia “ una monarchia assoluta temperata dal tirannicidio”.
In questa era moderna, singoli momenti ribellistici affiorano qua e la con mini spargimenti di sangue presentati come fatti patologici o di fanatismo religioso, ma – a mio avviso- andrebbero analizzati per quello che sono: stanchi di narrative fasulle, singoli si ribellano e mettono mano alle armi.
I pazzi e i poeti, si sa, anticipano i fenomeni sociali.
Questi isolati nemici del sistema , se esaminati attentamente, riveleranno di essere stati prima illusi dalle promesse della società, poi indignati per l’indifferenza e indotti alla reazione violenta dal desiderio di richiamare il mondo alla realtà del rapporto di forza reale.
I più deboli con reazioni isolate e personali, i piu muniti intellettualmente, istigando terzi elementi.
Il “sistema” si difende disinformando e attribuendo questi fenomeni a fattori psichici o di fanatismo religioso che con questi spesso confina.
Tra tutti questi fenomeni, troneggiava intatto il mito della democrazia statunitense.
L’America era il posto in cui queste brutture potevano accadere in una elezione municipale, ma non al vertice.
Trump era la prova che chiunque poteva giungere senza ostruzionismi al vertice di un paese democratico e governarlo.
Trump ha distrutto questa illusione.
Puoi essere eletto, ma non governare.
Twitter che censura il capo dello stato è il tirannicidio moderno. Mostra che il re è nudo e il potere politico democratico è una vuota forma.
Torna a prevalere l’articolo quinto ( chi c’ha i soldi in mano ha vinto).
Servirà qualche tempo per metabolizzare il tutto, ma l’insegnamento giungerà fino a noi.

elezioni americane durante e dopo_atto IV, con Gianfranco Campa

Siamo ormai al riposizionamento delle pedine. Il segno che lo scontro finale dovrà compiersi nelle prossime settimane. Da questo epilogo dipenderà la modalità di svolgimento dello scontro politico nei prossimi anni. Un confronto che coinvolgerà pesantemente ceto politico, apparati dello stato e popolazione; sarà tanto più dirompente quanto una delle parti sarà messa con le spalle a muro senza altre vie di fuga. Buon ascolto_Giuseppe Germinario

le truppe russe si schierano in Nagorno-Karabakh, A cura di: Geopolitical Futures

La pesante sconfitta sul campo delle forze militari armene in Nagorno-Karabakh ha segnato apparentemente un grande smacco per la diplomazia russa.  In realtà è solo una battuta di arresto non irrimediabile. La vera sconfitta, con l’onta dell’ignominia, sia pure nell’ombra l’ha subita la Unione Europea. Il Governo armeno, distaccandosi progressivamente e discretamente dalla Russia, ha cercato in questi anni di assecondare e di appoggiarsi sempre più sulla UE e sui due principali paesi dell’Unione, ricevendone scarso sostegno economico e un sostegno diplomatico e militare del tutto illusorio e vacuo. La lezione dell’Ucraina, come pure quella della ex-Jugoslavia, evidentemente non è bastata. Da qui si comprende in parte l’atteggiamento inizialmente tiepido dei russi a sostegno degli armeni; l’altra parte è dovuto alla necessità di non deteriorare irreversibilmente i rapporti con l’Azerbaijan e di non concedere ulteriori spazi alla Turchia di Erdogan. Da qui il preoccupante e tragico isolamento e il collasso della propria presunta superiorità militare, stando agli antefatti, proprio nel momento di maggior attivismo politico-militare della Turchia a sostegno dell’Azerbaijan.

Il Governo e la popolazione armeni sono semplicemente l’ultima, purtroppo non ancora l’ultima, vittima della ecumenica retorica europeista del “volemose bene”, della illusione che la relativa forza economica sia sinonimo di indipendenza politica, autorevolezza diplomatica e forza militare.

L’ulteriore conferma che l’UE, più che una entità politico-diplomatica attiva, è una realtà finalizzata a neutralizzare ed impedire ogni rigurgito di sovranità e autorevolezza degli stati europei e a favorire i giochini opportunistici di bassa lega dei vari paesi, in primis la Germania, a completo rimorchio di strategie altrui. Tutta l’ansia e la precipitazione nel riconoscere anzitempo l’insediamento di Biden alla Casa Bianca sono la classica ciliegina sulla torta di un comportamento miserabile e controproducente persino al più ottuso dei servi._Giuseppe Germinario

le truppe russe si schierano in Nagorno-Karabakh

L’accordo di cessate il fuoco di martedì è una vittoria strategica per il Cremlino.

A cura di: Geopolitical Futures

Contesto: da settembre, Armenia e Azerbaigian sono impegnate nell’ultimo round di combattimenti per il Nagorno-Karabakh. Russia, Turchia e Iran hanno tutti interessi nella regione strategicamente importante situata nel Caucaso meridionale. La Russia, che la vede come parte della sua zona cuscinetto critica, si è bilanciata tra le due parti, mentre la Turchia è una sostenitrice chiave dell’Azerbaigian.

Cosa è successo: dopo che la Russia, l’Azerbaigian e l’Armenia hanno firmato martedì un altro accordo di cessate il fuoco, il Cremlino ha iniziato a dispiegare forze di pace in Nagorno-Karabakh come parte dell’accordo di pace. In totale, la Russia invierà 1.960 soldati con armi leggere, 90 corazzati da trasporto truppe e 380 unità di equipaggiamento nella regione. Le forze di pace saranno di stanza lì per almeno cinque anni con possibilità di proroga. Il ministero della Difesa russo prevede di creare 16 posti di osservazione lungo la linea di contatto e il corridoio di Lachin. Le truppe dispiegate hanno seguito un addestramento per il mantenimento della pace e la maggior parte in precedenza ha prestato servizio in Siria. Saranno inoltre dispiegate unità di polizia militare. Sebbene il Cremlino avrà alcune comunicazioni con la Turchia attraverso un centro di monitoraggio situato in Azerbaigian , prevede di portare avanti la missione di mantenimento della pace da solo.

Conclusione: includendo un contingente russo di mantenimento della pace come parte dell’accordo di cessate il fuoco, Mosca ha rafforzato la sua presenza nel Caucaso meridionale e, cosa più importante, ha ripristinato il suo status di attore principale nella regione. Pertanto, l’accordo è una vittoria strategica per il Cremlino: offre a Mosca l’opportunità non solo di costruire legami più forti con l’Azerbaigian e aumentare la dipendenza dell’Armenia, ma anche di monitorare le azioni future della Turchia nel Caucaso meridionale.

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le vie della promozione sociale ovvero LA REALTÀ È SEMPRE IN AGGUATO, di Antonio de Martini

LA REALTÀ È SEMPRE IN AGGUATO
Sono stato intervistato sul tema delle conseguenze del Covid sugli equilibri internazionali.
Non se ne può più.
Oggi voglio cambiare argomento a costo di steccare nel coro.
Cosa c’è di più latino-americano della Telenovela?
Ci fu un periodo, anni settanta, in cui “rete Globo” , una piccola retebrasiliana, aveva persino un rappresentante a Roma e propinava anche a noi lacrimevoli storie a puntate basate su amori impossibili, spolveratine di sesso, trionfo finale dei concetti di tradizione, famiglia e promozione sociale alla cenerentola.
Sarete quindi poco meravigliati se vi dico che questo prodotto sudamericano imperversa ancora, ma certamente molto stupiti se vi dico che le telenovelas più seguite dell’America Latina sono di produzione turca.
Si, avete capito bene. La Turchia, dopo aver, abbastanza comprensibilmente, conquistato i mercati mediorientali sottraendoli alla tradizionale produzione egiziana ( doppiandoli in dialetto siriano e acquisendo una audience di 85 milioni di spettatori.) ha conquistato il mercato brasiliano e limitrofi con le sue telenovelas.
Un soft power impressionante.
Gli ingredienti sono sempre quelli: amori impossibili, promozione sociale per via clitoridea, trionfo finale dei valori tradizionali.
Se ne traggono tre ammaestramenti :
primo: i mercati ci sono. Mancano i mercanti.
Secondo: valori come famiglia, lavoro, tradizione, sono universali, ancora molto apprezzati e fanno cassetta.
Terzo: la Turchia non è clerico-mussulmana come ci vogliono far credere, visto che l’America Latina ospita il 52% dei cattolici del pianeta e in Argentina un abitante su tre ha origini italiane.
Noi, invece di reagire “ alla turca” possiamo tranquillamente continuare a mendicare da Conte, piagnucolare per paura di morire di covid, produrre fiction zeppe di amori omosessuali e carabinieri intelligenti che ammanettano i cattivi che nessuno al mondo si sogna di comprare.
Resta solo da promuovere una raccolta di firme per raddrizzare le gambe ai cani e poi possiamo attrezzarci per un sereno Natale coi gessetti.

Il dilemma di Biden, di George Friedman

Le elezioni sono finite e, salvo gravi frodi o errori, Joe Biden sarà il prossimo presidente degli Stati Uniti. Inizia come un candidato debole. Il paese è diviso praticamente a metà; quasi la metà del paese ha votato contro di lui. L’animosità nei suoi confronti sarà simile a quella affrontata da Donald Trump negli ultimi quattro anni.

Il Congresso è profondamente diviso. Il Senato potrebbe arrivare in parità, con il vicepresidente eletto Kamala Harris che detiene il voto decisivo. Alla Camera dei Rappresentanti, la maggioranza dei Democratici si è ridotta a soli 14 seggi. Durante l’amministrazione Trump, tendevano a votare quasi all’unanimità. Con una maggioranza minore potrebbero non esserlo, data l’emergere di un’ala progressista del partito. Con Trump andato, anche l’unanimità potrebbe essere finita. Passata l’euforia per la vittoria, Biden avrà poco margine di manovra.

Biden deve creare rapidamente una solida base per la sua presidenza. Quando Barack Obama è entrato in carica, la questione dominante era la guerra in Iraq. Si è immediatamente rivolto al mondo islamico per ridisegnare le percezioni lì, e sebbene abbia avuto solo un effetto limitato nel mondo islamico, ha avuto un’influenza sostanziale negli Stati Uniti, che erano stanchi dopo un decennio di guerra nella regione. Rappresentava qualcosa di nuovo in un momento in cui il vecchio era visto da molti come disfunzionale.

Per Biden, non esiste un problema di politica estera imponente . Ci sono, ovviamente, due imponenti questioni interne: la crisi COVID-19 e l’economia. In una certa misura c’è un compromesso qui, in assenza di un vaccino praticabile. Le misure più aggressive vengono utilizzate per combattere il virus, maggiore è lo stress per l’economia. Più si è sensibili all’economia, meno si è ossessionati dalla malattia. Questa è una visione imperfetta della situazione, ma tutt’altro che assurda.

Trump considerava il virus secondario rispetto all’economia. L’approccio ragionevole è prendere entrambi allo stesso modo sul serio e trovare soluzioni per entrambi – ragionevole ma difficile, quando le soluzioni per l’una impongono costi dall’altra parte. (Ovviamente, ogni presidente dovrebbe inventare l’impossibile, e ogni presidente promette di farlo.) Un discorso “sangue, sudore, fatica e lacrime” che galvanizzi il paese al sacrificio su entrambi i fronti non funzionerà. Nella lotta al virus, non chiedi alla nazione di fare qualcosa di straordinariamente difficile; gli stai chiedendo di non fare cose ordinarie. In ogni caso, Biden può avere molte virtù, ma essere Churchillian non sembra essere una di queste.

La promessa di Biden di unire il paese è abbastanza improbabile, perché è intrappolato nel dilemma del suo predecessore. Nelle circostanze attuali, Biden ha opzioni economiche limitate. E ha a che fare con una malattia di cui non ha una vera esperienza ma per la quale dovrebbe implementare soluzioni. Alcune soluzioni arriveranno da medici insensibili alle conseguenze economiche delle loro decisioni. Altri verranno dalla Fed e dalle imprese, che si aspettano che il sistema medico risolva un problema che lo sconcerta. Come Trump, avrà un menu di scelte imperfette. Come Trump, pagherà il prezzo politico per qualunque cosa scelga. Trump ha scelto quello che pensava fosse politicamente opportuno. Si era sbagliato. Ma se avesse scelto diversamente, anche quello sarebbe stato sbagliato.

Ho scritto di come la politica estera di un’epoca tende a seguire da un presidente all’altro . La presidenza di Obama ha coinciso con la fine delle guerre jihadiste. Per Obama c’erano tre principi: ritirare il massimo delle forze dal Medio Oriente, ristrutturare le relazioni USA-Cina e impedire alla Russia di dominare l’Ucraina e altri paesi. La politica estera di Trump era quella di continuare a ridurre la presenza delle forze statunitensi in Medio Oriente, supervisionando un nuovo sistema geopolitico che lega Israele al mondo arabo, aumentando pesantemente la pressione sulla Cina per cambiare le sue politiche economiche e aumentando modestamente la presenza degli Stati Uniti in Polonia e La Romania blocca la Russia.

Biden si aprirà con alcune semplici mosse, come rientrare nell’accordo di Parigi. Ciò richiede che un paese crei piani per raggiungere gli obiettivi del trattato, crei piani per l’attuazione e li attui. Per Biden, creare un piano che possa far passare il Congresso è difficile; implementarlo è ancora più difficile. Molte nazioni che hanno firmato l’accordo non hanno attuato piani rispettando i propri obblighi. Ma unirsi è facile e starà bene al partito litigioso di Biden.

Rianimerà anche le relazioni atlantiche sembrando ragionevole agli interminabili incontri che non portano a nulla. A parte la Polonia e la Romania – esse stesse un’estensione della questione russa – e la questione perenne della spesa per la difesa, Washington ha pochi problemi reali con l’Europa.

Ciò che importa a Biden sarà ciò che importa a Obama e Trump: la Cina e le sue relazioni economiche con gli Stati Uniti, oltre a proteggere il Pacifico occidentale da un’improbabile incursione cinese; il continuo ritiro delle truppe dal Medio Oriente e il sostegno all’intesa arabo-israeliana; ei continui tentativi di limitare gli sforzi russi di espansione attraverso il dispiegamento di truppe e sanzioni.

Questi sono problemi che rappresentano la continuità e, cosa importante, non sminuiranno le principali sfide interne con cui Biden dovrà confrontarsi. Ci sono altre questioni, ma cambiarle richiede di trattare con gli alleati che sono profondamente coinvolti in esse. Ad esempio, è possibile cambiare la politica sull’Iran, ma creerebbe enormi tensioni con Israele e il mondo arabo sunnita. Allo stesso modo, un cambiamento nella politica della Corea creerebbe problemi con il Giappone e la Corea del Sud.

Quindi l’obiettivo dell’amministrazione Biden entrante sarà quello di concentrarsi sulla questione che ha distrutto Trump: COVID-19 e l’economia. Per fare ciò, è necessario limitare o evitare iniziative di politica estera che potrebbero indebolire la posizione di Biden al Congresso e nel Paese. Ciò non significa che la diplomazia statunitense non cambierà. Alla miriade di riunioni parteciperanno e verrà emesso un nuovo tono, uguale al vecchio tono .

Questo modello, ovviamente, dipende dalle azioni degli altri. Jimmy Carter non si aspettava una rivolta in Iran, e George HW Bush non era chiaro sulla caduta dell’Unione Sovietica. Suo figlio non si aspettava che la sua amministrazione fosse incentrata su al-Qaeda. Il resto del mondo può ridefinire ciò che è importante e ciò che non lo è. Data l’attenzione degli Stati Uniti sulla politica interna, l’opportunità per altri paesi di trarre vantaggio da questa preoccupazione è potenzialmente significativa. Quindi la realtà è che per il momento l’iniziativa si sposta dagli Stati Uniti.

elezioni americane durante e dopo atto III _ con Gianfranco Campa

L’iter che porterà, dovrebbe portare, all’insediamento del Presidente degli Stati Uniti a gennaio 2021 sta assumendo dinamiche sempre più convulse e contraddittorie. Lo staff di Joe Biden sta procedendo come se fosse già investito di una carica per le quali mancano ancora responsi elettorali definitivi e sanzione giuridica. Lo scontro non è più tra Trump e Biden, ma anche all’interno del partito democratico. La stessa Corte Suprema rischia di essere delegittimata. Non c’è niente di più pericoloso di un ceto politico e di una classe dirigente con le spalle al muro!. I meno saggi e i più imprudenti sono come al solito gli adulatori e i servi; come sempre l’Europa si sta distinguendo. Buon ascolto_Giuseppe Germinario

TORO SEDUTO FA LO SCALPO A CAVALLO PAZZO ( SI SCOPRE CHE ERA UN TOUPET), di Antonio de Martini

TORO SEDUTO FA LO SCALPO A CAVALLO PAZZO ( SI SCOPRE CHE ERA UN TOUPET) ..
Ma non cambierà il trend.
L’America è fatta di apparati (DOS. DOD, CIA, FBI, NSA, ECC.) che hanno resistito e si sono opposti a Trump, Figuratevi se si impensieriscono minimamente.
Ho sempre detto e scritto che la politica estera USA é impersonale.
Cambieranno modi e tattiche (forse), ma la sostanza resterà immutata.
1. Punire la Russia.
2. Offrire alla Cina false favorevoli opportunità di pace commerciale (che la volpe di Pechino resisterà), così diranno al mondo che è colpa loro (il Pacifico è vitale per gli USA).
3. Finte trattative con Teheran sul Nucleare Un po per rabbonirsi la UE un po per far credere al cambiamento.
4. Scontro con UE che vuole tassare i giganti Tech US (Google, Microsoft , Amazon & co)
B. baderà più al fumo che all’arrosto come, invece, faceva il suo predecessore.
Un esempio per tutti: Biden terrà molto di più i riflettori sulla libertà a HogKong che non su i dazi, ma la sostanza non cambierà. Otterrà, altro fumo negli occhi, un cessate il fuoco nello Yemen. Rimarranno in Afganistan.
L’unica vera incognita di politica estera sarà l’atteggiamento della nuova amministrazione verso la Turchia.
E da questo dipenderanno gli equilibri nel Mediterraneo e il nostro sviluppo.

ELEZIONI AMERICANE-IL GIORNO DOPO-ATTO II, con Gianfranco Campa

Le virtù del modello democratico proposto all’universo-mondo sono ormai di pubblico dominio; come del resto i suoi panni sporchi. La farsa sta raggiungendo il culmine. Al proprio apogeo potrà trasformarsi in tragedia per ogni piccola scintilla. Una guerra che non prevede prigionieri. Buon ascolto_Giuseppe Germinario

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