MASSIMO MORIGI A PROPOSITO di CRISTIANESIMO, TOLLERANZA E REPUBBLICANESIMO GEOPOLITICO. NOTE A MARGINE A TACCUINO FRANCESE! CHE COSA CI INSEGNA LA CRISI DEL FRONT NATIONAL? DI ROBERTO BUFFAGNI

Michael_Servetus (1)

15 Haec cum audisset quidam de simul discumbentibus, dixit illi: “Beatus, qui manducabit panem in regno Dei”.  16 At ipse dixit ei: “Homo quidam fecit cenam magnam et vocavit multos; 17 et misit servum suum hora cenae dicere invitatis: “Venite, quia iam paratum est”. 18 Et coeperunt simul omnes excusare. Primus dixit ei: “Villam emi et necesse habeo exire et videre illam; rogo te, habe me excusatum”. 19 Et alter dixit: “Iuga boum emi quinque et eo probare illa; rogo te, habe me excusatum”. 20 Et alius dixit: “Uxorem duxi et ideo non possum venire”. 21 Et reversus servus nuntiavit haec domino suo. Tunc iratus pater familias dixit servo suo: “Exi cito in plateas et vicos civitatis et pauperes ac debiles et caecos et claudos introduc huc”. 22 Et ait servus: “Domine, factum est, ut imperasti, et adhuc locus est”. 23 Et ait dominus servo: “Exi in vias et saepes, et compelle intrare, ut impleatur domus mea. 24 Dico autem vobis, quod nemo virorum illorum, qui vocati sunt, gustabit cenam meam” ”

 Evangeliun Secundum Lucam 14: 15-24

 

Facendo i più vivi complimenti all’analisi politica svolta per “L’Italia e il Mondo” da Roberto Buffagni in “Taccuino francese! Che cosa ci insegna la crisi del Front National?”, (1) un’analisi dove la puntuale conoscenza delle forze politiche che si scontrano sullo scenario transalpino viene eccellentemente unita ad una visione in profondità degli ultimi due secoli di storia francese, tale che vista l’importanza di questa nazione per la modernità politica occidentale, il “Taccuino francese!” può veramente aspirare ad essere una prima ricognizione non solo dei nostri problemi italiani (ed auspicabili soluzioni, posto, non mi stancherò mai di ripetere che in storia e nella vita delle società non si danno soluzioni come in matematica ma, semmai, nuovi problemi, dialetticamente connessi con quelli che li hanno preceduti) ma anche di quelli di tutte le odierne c.d. “democrazie”, è proprio sull’aspetto definito nell’analisi di Buffagni “metapolitico” (cioè della Weltanschauung e della politica culturale che dovrebbero connotare le consapevoli e più culturalmente attrezzate attuali forze antisistema) che si pone la necessità di una ulteriore puntualizzazione e messa a fuoco del problema. Una ulteriore puntualizzazione e messa a fuoco del problema che non può assolutamente sfuggire all’impostazione “culturalistica” datane da Antonio Gramsci quando nei suoi Quaderni del Carcere a livello di strategia politica preconizzava la graduale ed inesorabile conquista attraverso una lunga e paziente guerra di posizione delle “casematte” politico-culturali del nemico (dal suo punto di vista di comunista queste casematte erano occupate dalla borghesia e il movimento rivoluzionario non solo avrebbe dovuto battere il nemico di classe ma anche insignorirsi dei migliori valori di questa classe, in modo che non solo questi valori passassero al proletariato ma anche che i migliori rappresentanti della classe egemone ora sconfitta passassero dalla parte del proletariato) e formulava, con mentalità molto sorelliana, il mito del “moderno principe”, che non si riassumeva certo nell’ingannevole figura del classico “uomo forte”ma che rappresentava, piuttosto, la sintesi dialettica, incarnata in un movimento politico che sapesse fondere il momento più politico con quello di cultura politica – Buffagni lo definisce metapolitico – , fra le spinte dal basso politiche e culturali provenienti dal proletariato e le migliori istanze della borghesia che pur doveva venire sconfitta tramite la predetta guerra di posizione all’interno della società. Insomma, per Gramsci la cultura “nazionalpopolare” non era solo uno strumento per comprendere la società italiana del suo tempo ma era, soprattutto, un progetto rivoluzionario “in fieri” che doveva preludere alla rivoluzionaria vittoria del proletariato. E veniamo quindi ora ai punti “metapolitici” dell’articolo di Buffagni. Per farla breve, ed anche perché questo a mio giudizio è il cuore di tutto il ragionamento di Buffagni, cito direttamente il punto 3 che afferma: “L’opposizione al mondialismo è costretta ad essere, volens nolens, opposizione all’illuminismo e all’universalismo”. Ora, a parte il fatto che il termine ‘mondialismo’ dice troppo o troppo poco (ma si tratta di intendersi, tutti, compresi lo scrivente, soffrono della mancanza, dopo il fallimento storico delle esperienze e categorie marxiste, di un adeguato lessico rivoluzionario e ‘mondialismo’ – preso cum grano salis e con la consapevolezza della sua natura di strumento provvisorio da sostituire quanto prima con ben altre e più ficcanti terminologie, e il Repubblicanesimo Geopolitico è anche, se non soprattutto, impegnato nella formulazione di queste nuove “categorie del politico – può ben indicare la retoricizzazione a scopi di dominio politico interno e di proiezione imperialistica degli ideali democratici e dei c.d. diritti umani), è sull’opposizione totale e totalitaria all’illuminismo e all’universalismo che è necessario spendere qualche ulteriore riflessione (e diciamolo chiaramente anche qualche critica). Questo per due fondamentali motivi. Punto numero uno. Proprio perché come già affermato nelle vicende storiche e sociali non si danno mai soluzioni ma semmai nuovi problemi od assetti dialetticamente legati agli stati precedenti e che magari soddisfano, almeno parzialmente e per brevi periodi, coloro che li hanno generati ma che, in nessun modo, possono essere chiamati soluzioni alla stregua delle soluzioni matematiche, non ha dal punto di vista prettamente teorico alcun senso affermare che si è contro o a favore di una determinata situazione o periodo storico. O per essere ancora più radicali – ed anche apparentemente auto contraddittori – la teoresi politica e culturale è allo stesso tempo dialetticamente contro tutta la realtà che l’ha preceduta ma è anche attratta inesorabilmente da questa stessa realtà. Questo per il molto semplice e banale motivo che senza polarità di attrazione-repulsione della realtà che gli si pone di fronte, non solo non è possibile modificare la realtà stessa ma non esisterebbe nemmeno, a meno che non si voglia cadere nella “storia monumentale” di nietzschiana memoria, la teoresi stessa. E questa dialettica di attrazione-repulsione della teoresi verso la realtà non è altro, se ci si pensa bene, che la trasposizione su un piano prettamente teorico della dinamica del confronto-scontro strategico che avviene negli altri livelli della realtà, dalla evoluzione delle istituzioni e consuetudine umane all’evoluzione degli organismi in natura. Ma su questo fondamentale aspetto non mi voglio ora dilungare oltre, atteso che tutti i lettori sono a conoscenza della hegeliana dialettica servo-padrone ed anche perché – si parva licet componere magnis – è un aspetto che ho già precedentemente trattato e che troverà una ulteriore sistemazione nelle mie prossime Glosse al Repubblicanesimo Geopolitico. Secondo – ed ultimo – fondamentale motivo per cui il punto 3 dell’articolo di Buffagni necessita di una ulteriore messa a fuoco: è vero noi siamo tutti, tanto per intenderci su un piano di praticità operativa e retorica e in attesa anche di più scaltrite categorie politiche – contro l’universalismo ed il mundialismo ma – e qui ritorna in campo l’impostazione culturalistica di Gramsci – non dobbiamo assolutamente dimenticare (e Buffagni nei suoi punti assolutamente non dimentica) che universalismo e una delle sue degenerazioni che chiamiamo per comodità operativa mondialismo, sono l’ultimo anello di una catena che parte dal mondialismo (e mondializzazione altrimenti detta globalizzazione) occidentale iniziata coll’impero romano, proseguita dal cristianesimo e sfociata per ultimo in epoca moderna nelle grandi illusioni illuministe prima e marxistiche in finale di partita: tutto ciò per dire che ragionando con procedure dialettiche e gramsciane sembra veramente difficile che possa avere vita e forza politica, come invece sembra voler indicare Buffagni, una cultura nazionalpopolare che inglobi al suo interno una prospettiva cristiana ma rifiutandone ab imis l’universalismo relegandola ad una sorta di astratto momento ma disgiunto dall’azione vera e propria. In esergo a queste brevi considerazioni ho posto la parabola del convito dal Vangelo secondo Luca. Il padrone dice ai servi, costringete la gente ad entrare nel banchetto (compelle intrare: Luca 14:23). Nella tradizione della Chiesa, da Agostino a S. Tommaso d’Aquino, questa parabola è sempre stata citata per giustificare la persecuzione e la conversione forzata degli atei e degli infedeli. Se il lascito del cristianesimo riguardo ai rapporti col diverso fosse solo l’universalistico e mondialistico compelle intrare non ho nessuna remora ad affermare, nonostante tutti gli sforzi di sintesi dialettica che si debbono compiere in sede di teoresi, che non avrei proprio nessuna difficoltà a schierarmi toto corde contro cristianesimo, illuminismo e – ovviamente ça va sans dire – contro l’universalismo retorico e contro la sua ulteriore ed imperialistica estensione del mondialismo. Ma il cristianesimo non è stato solo questo, è stato, anche se perseguitato, spesso il suo contrario, e dal punto di vista storico e quindi della teoresi non è forse del tutto inutile ricordare che il concetto di tolleranza, ancor prima di assumere le modalità liberali di individualismo metodologico come infine sono state elaborate prima auroralmente e contraddittoriamente da Hobbes (libertà di coscienza ma solo nel foro interno e decisionismo sovrano che prevale nella società esterna schiacciando il sorgere pubblico di sette e divisioni all’interno della stessa), poi da Spinoza e infine definitivamente compiute in Locke, fu nella modernità occidentale elaborato dalle sette ereticali sorte in seguito alla Riforma, sette ereticali che, in polemica con la riforma stessa, affermavano, in buona sostanza, che l’amore universalistico che deve unire tutti gli uomini impedisce senza possibilità di alcun dubbio che qualcuno sia costretto ad entrare, sia cioè costretto a convertirsi. E queste sette e movimenti ereticali che fecero della tolleranza il loro maggiore lascito religioso, politico e culturale (gli eroici nomi delle loro guide spirituali: Sebastiano Castellione, (2) Bernardino Ochino, i Sozzini) erano gli eredi culturali del miglior e più scaltrito umanesimo italiano (il suo principale ed archetipo esponente, Lorenzo Valla) che tramite la loro critica filologica avevano ben capito che il compelle intrare ed altri luoghi comuni testuali, compormentali e culturali del cristianesimo o erano stati mal interpretati allo scopo di politiche di puro potere o, comunque, come tutti le umane imprese che nascono e muoiono nella storia, andavano debitamente contestualizzati tenendo sempre presente come stella polare l’universalismo dell’amore – e quindi della tolleranza – che giudicavano come il vero cuore pulsante del cristianesimo. Penso che una Kultur che avversi l’universalismo liberista e l’imperialista mondialismo e che partendo dalla storia della modernità occidentale sia sempre più radicata fino a diventare nazionale popolare (e quindi politicamente efficace) debba tenere ben presente anche questi elementi e del cristianesimo (3) e di questo aspetto di storia della religione che si sono manifestati proprio con estremo rigore e vigore in Italia. Concludo con una situazione estranea al bell’articolo di Buffagni ma che, anche se con una battuta, ci consente e di stigmatizzare il falso mondialismo democratico e di mostrare che l’ epifania strategica del Repubblicanesimo Geopolitico (progetto che fu anche di Gramsci, anche se con categorie per ora smentite dalla storia, ma avendo ben presente che si doveva dare origine ad un movimento politico-culturale “nazionalpopolare” e quindi radicato nella storia storia) non significa la falsa visione, portata a livello di massa, di un mondo intrinsecamente violento ma la consapevolezza molto strategica ma non necessariamente violenta che, esprimendoci con Alexander Werndt “anarchy is what states make of it”. (4) La bestiale repressione in Catalogna – e tanti saluti alla democrazia e ai diritti politici universalistici del mondo liberal-liberista falsamente propagandati dall’UE – ha fatto sì che, in piena tradizione esegetica cristiana mainstream di Luca 14: 15-24, si sia passati dal compelle intrare al compelle legnare. (5) Si tratta, in senso terroristico e con una versione della Kultur occidentale che noi avversiamo (contraddizione: non avevo appena detto che non si fanno i processi alla storia?) assieme ad una ulteriore conferma del detto wendtiano – ma in negativo, cioè della capacità umana, anziché di essere artefice del suo destino come indica la citazione wendtiana, di compiere il male – anche, attraverso la sua totale e speculare antitesi, dell’indicazione su cosa si deve intendere per ‘epifania strategica’. Una epifania strategica ed un senso delle più profonde e migliori radici della Kultur occidentale (6) che è del tutto assente nella mente e negli occhi spenti di questa attuale brutale Europa politica liberal-liberista e – usiamo ancora una volta questo termine sicuri che sappiamo capirci – mondialista.

Massimo Morigi – 4 ottobre 2017

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NOTE

1 Agli URL http://italiaeilmondo.com/2017/09/29/taccuino-francese-che-cosa-ci-insegna-la-crisi-del-front-national-di-roberto-buffagni/, http://www.webcitation.org/6tvriCfRo e http://www.webcitation.org/query?url=http%3A%2F%2Fitaliaeilmondo.com%2F2017%2F09%2F29%2Ftaccuino-francese-che-cosa-ci-insegna-la-crisi-del-front-national-di-roberto-buffagni%2F&date=2017-10-03 .

2 Nell’ottobre 1553 venne messo al rogo a Ginevra l’antitrinitrario Michele Serveto (Michel Servet, Villanueva de Sigena, 19 settembre 1511 – Ginevra, 27 ottobre 1553). L’anno successivo stigmatizzando la decisione di Calvino di mettere a morte Serveto, Sebastiano Castellione (Sébastien Castellion, o Chatellion o Châteillon, in italiano Sebastiano Castellione, Saint-Martin-du-Frêne, 1515 – Basilea, 29 dicembre 1563) con lo pseudonimo di Martin Bellius pubblica il “De haereticis an sint persequendi” dove attraverso citazioni di diversi autori fra cui Martin Lutero, Erasmo da Rotterdam, Sebastian Frank e lo stesso Castellione, Castellione mostra l’insensatezza dell’intolleranza vista l’assoluta soggettività delle opinioni umane e, soprattutto, nella consapevolezza che il vero può essere avvicinato solo con una libera ricerca. Celebre la sua frase sul rogo di Serveto “Tuer un homme ce n’est pas défendre une doctrine, c’est tuer un homme. Quand les Genevois ont fait périr Servet, ils ne défendaient pas une doctrine, ils tuaient un être humain : on ne prouve pas sa foi en brûlant un homme mais en se faisant brûler pour elle” che consegna l’ “uccidere un uomo non è difendere una dottrina, è uccidere un uomo” come una delle massime pietre miliari non solo della cultura occidentale ma anche (e ci sia concesso per un attimo il peccato dell’universalismo) di tutte le culture dell’uomo.

3 Altro tratto del cristianesimo fondamentale per il Repubblicanesimo Geopolitico per un’ulteriore sviluppo di una Kultur realmente alternativa alle attuali scemenze liberal-liberiste, e cioè il tormentato rapporto del cristianesimo di S. Paolo con la legge civile, è stato affrontato nel nostro “Repubblicanesimo Geopolitico e Katargēsis Messianica” , che è stato pubblicato originariamente per “L’Italia e il Mondo” all’URL http://italiaeilmondo.com/2017/07/29/perche-la-chiesa-cattolica-viene-attaccata-dallonu-di-massimo-morigi/ (WebCite: http://www.webcitation.org/6sMcGBjay e http://www.webcitation.org/query?url=http%3A%2F%2Fitaliaeilmondo.com%2F2017%2F07%2F29%2Fperche-la-chiesa-cattolica-viene-attaccata-dallonu-di-massimo-morigi%2F&date=2017-07-31) e che poi è stato anche caricato autonomamente su Internet ed ora è quindi consultabile, oltre che su altre piattaforme, agli URL di Internet Archive https://archive.org/details/RepubblicanesimoGeopoliticoEKatargsisMessianica_637 e https://ia600809.us.archive.org/25/items/RepubblicanesimoGeopoliticoEKatargsisMessianica_637/RepubblicanesimoGeopoliticoEKatargsisMessianica.pdf .

4 “Anarchy is what States Make of it: The Social Construction of Power Politics” è il titolo di un articolo di Alexander Wendt comparso nel 1992 sulla rivista “International Organization” (Alexander Wendt, “Anarchy is what States Make of it: The Social Construction of Power Politics” in “International Organization”, Vol. 46, No. 2. (Spring, 1992), pp. 391-425), articolo nel quale viene esemplarmente esposto quell’approccio costruttivista che ha rivoluzionato la dottrina delle relazioni internazionali e che ha profonde affinità con l’impostazione dialettico-conflittuale del Repubblicanesimo Geopolitico. L’articolo è ora anche consultabile su Internet, oltre altre piattaforme, all’URL https://people.ucsc.edu/~rlipsch/migrated/Pol272/Wendt.Anarch.pdf , mentre per l’importanza per il Repubblicanesimo Geopolitico del costruttivismo di Alexander Wendt, oltre a vedere “Repubblicanesimo Geopolitico. Alcune delucidazioni preliminari”, pubblicato prima sul “Corriere della Collera” all’ URL https://corrieredellacollera.com/2013/11/23/alla-ricerca-dellidentita-italiana-di-massimo-morigi/ e ora anche sull’ “Italia e il Mondo” all’ URL http://italiaeilmondo.com/2017/03/16/repubblicanesimo-geopolitico-3a-parte-alcune-delucidazioni-preliminari-di-massimo-morigi/ (WebCite: http://www.webcitation.org/6t4eGt59y e http://www.webcitation.org/query?url=http%3A%2F%2Fitaliaeilmondo.com%2F2017%2F03%2F16%2Frepubblicanesimo-geopolitico-3a-parte-alcune-delucidazioni-preliminari-di-massimo-morigi%2F&date=2017-08-29), si rinvia, more solito, per la “dialettizzazione” del costruttivismo wendtiano alle prossime “Glosse al Repubblicanesimo Geopolitico”.

5 Proseguendo con gli ignobili giochi di parole, ma per certe situazioni e certi uomini non si può sprecare troppa intelligenza, dopo l’indegno discorso di re Filippo VI di Spagna in seguito alla brutale e bestiale repressione in Catalogna per un referendum definito incostituzionale (ma ammesso e non concesso che lo fosse, sarebbe bastato non riconoscerne il risultato, cercando di non farlo svolgere si denuncia la propria coda di paglia e, comunque, ne viene posto, de facto, un sigillo di legittimità se non giuridica certamente politica), ora per le vicende di Spagna al “compelle legnare” bisogna anche associare un “compelle regnare” (o, con (in)felice sintesi “per regnare compelle legnare”: comunque, non si sa bene ancora per quanto, visto che la giustificazione di un’istituzione anacronistica come la monarchia nei regimi a c.d. democrazia rappresentativa si giustifica proprio per essere una voce , in ragione della sua natura non elettiva e quindi non sottoposta ad alcuna spinta elettoralistica, volta unicamente alla concordia del popolo, al di sopra delle fazioni e contro ogni demagogia – e nel caso della Spagna – delle bestialità autoritarie di leader politici – e degli agenti strategici politico-militari nostalgici del franchismo – che devono rispondere ai peggiori istinti totalitari del loro elettorato …).

6 Il Repubblicanesimo Geopolitico è debitore a Walter Benjamin, oltre alla elaborazione delle “categorie del politico” dell’ ‘iperdecisionismo’ e dello ‘stato di eccezione permanente’ che animano le “Tesi di filosofia della storia” (cfr. sull’argomento i nostri Massimo Morigi, “La Democrazia che sognò le fate (Stato di Eccezione, Teoria dell’Alieno del Terrorista e Repubblicanesimo Geopolitico”) e Id.,Walter Benjamin, Iperdecisionismo e Repubblicanesimo Geopolitico. Lo Stato di Eccezione in cui Viviamo è la Regola”, entrambi lavori pubblicati sull’ “Italia e il Mondo” e consultabili anche su varie piattaforme Web), anche del suo particolare messianismo, non rivolto verso un imprecisato futuro ma inteso a salvare quanto nel passato era stato cacciato ai margini della storia ed oppresso. A questo proposito Benjamin creò la metafora del “balzo di tigre nel passato”. Nella Weltanschauung del Repubblicanesimo Geopolitico, questo messianico “balzo di tigre nel passato” si tramuta in un’ epifania strategica che per realizzarsi si pone l’obiettivo di una Kultur non statica ma sempre in fieri , attraverso la quale vengano recuperate e rese strategicamente operative e vincenti tutte quelle situazioni e (fallite) soluzioni che nel passato appartennero agli agenti omega-strategici: «La storia è oggetto di una costruzione il cui luogo non è costituito dal tempo omogeneo e vuoto, ma da quello riempito dall’adesso. Così per Robespierre l’antica Roma era un passato carico di adesso, che egli estraeva a forza dal continuum della storia. La rivoluzione francese pretendeva di essere una Roma ritornata. Essa citava l’antica Roma esattamente come la moda cita un abito d’altri tempi. La moda ha buon fiuto per ciò che è attuale, dovunque esso si muova nel folto dei tempi lontani. Essa è il balzo di tigre nel passato. Solo che ha luogo in un’arena in cui comanda la classe dominante. Lo stesso salto, sotto il cielo libero della storia, è il salto dialettico, e come tale Marx ha concepito la rivoluzione.»: Walter Benjamin, tesi n. 14 di “Tesi di filosofia della storia”.

2 commenti

  • roberto buffagni

    Ti ringrazio della replica articolata e profonda, e dei complimenti. Provo a rispondere, premettendo che non sono uno studioso di filosofia o di scienze politiche, ma solo un dilettante di buone benchè un po’ antiquate letture.
    Vado al punto centrale della questione, l’universalismo, e provo a definire e distinguere un po’ meglio.

    1) Universalismo politico. Per quale ragione l’opposizione al mondialismo è costretta ad essergli nemica.

    L’universalismo è una cosa sul piano delle idee, dei valori, della spiritualità: tutt’altra cosa sul piano politico.
    Sul piano politico, l’universalismo non può che incarnarsi in forze inevitabilmente particolaristiche: perchè esistono solo quelle, nella realtà effettuale.
    Volendo, chi se ne sente all’altezza può parlare a nome dell’umanità; ma non può agire politicamente a nome dell’umanità senza incorrere in una contraddizione insolubile, perchè l’azione politica implica sempre il conflitto con un nemico/avversario.
    Senza nemico/avversario e senza conflitto non c’è alcun bisogno di politica, basta l’amministrazione: “la casalinga” può dirigere lo Stato, come Lenin diceva sarebbe accaduto nell’utopia comunista (in attesa del passaggio dalla preistoria, in cui c’è conflitto, alla storia in cui fiorisce l’accordo universale, vai con la polizia segreta, le condanne degli oppositori per via amministrativa, il terrore di Stato).
    A questa contraddizione insolubile si può sfuggire solo postulando come certo e autoevidente l’accordo universale, se non presente almeno futuro, di tutta l’umanità: “Su, lottiamo! l’ideale/ nostro alfine sarà/l’Internazionale/ futura umanità!” (il “governo mondiale” è un surrogato o avatar della “futura umanità” dell’inno comunista).
    Il problemino è che l’accordo di tutta l’umanità non si dà effettualmente MAI. E’ da questo paradosso che vengono la superbia e l’accecamento ideologico della sinistra mondialista, che si sente in diritto e in dovere di parlare ed agire a nome dell’umanità (presente e/o futura), e si sbalordisce e scandalizza se gli altri (gli arretrati, i razzisti, i populisti, nazionalisti, etc.) avanzano obiezioni e non vedono quel che a loro sembra lampante e certo come che 2+2=4.
    Chi agisce politicamente a nome dell’umanità agisce sempre, nella realtà effettuale, nel proprio parziale interesse, e lo erige a metro campione dell’appartenenza all’umanità. Colui che egli designa come avversario o nemico sarà dunque avversario o nemico dell’umanità. Si proclama così, in nome dell’umanità, una guerra di religione nella quale il nemico è un criminale da assicurare alla giustizia o un eretico che deve convertirsi o perire, e al termine vittorioso della quale si darà, finalmente, l’accordo universale di tutti i superstiti.
    L’universalismo come sistema di valori si può tradurre politicamente solo in uno Stato culturalmente omogeneo, nel quale esso sia effettivamente condiviso dalla quasi totalità dei cittadini. Nelle relazioni internazionali, l’unico criterio praticabile è il relativismo: ciascuna comunità organizzata sceglie i valori che le sono propri, ed entra in rapporto con le altre sulla base degli interessi, non dei valori. Se c’è comunanza di valori meglio, ma il criterio ordinatore è l’interesse, che dichiara apertamente la sua parzialità.
    Il paradosso dell’universalismo si vede molto bene nel processo di Norimberga. Il liberale all’antica Churchill non aveva nessuna voglia di processare i dirigenti nazisti (era favorevole a fucilarli sul posto senza tante cerimonie). In nome di chi e di che cosa si poteva giudicare il nemico sconfitto, pensava il liberale all’antica? In nome di quale legge, di quale giurisdizione, di quale legittimità? Evidentemente, nessuna legge, giurisdizione, legittimità esistenti nella realtà effettuale. La sua posizione deriva da questo: che il liberalismo classico si pensa come un rimedio POLITICO alla guerra di religione, un modo di limitare il conflitto e riportarlo nei limiti del socialmente e politicamente tollerabile. La scelta americana di giudicare in tribunale i dirigenti nazisti, invece, esprime con la massima chiarezza la mutazione del liberalismo classico in liberalismo moderno e progressista: i vincitori del conflitto si arrogano il diritto di giudicare gli sconfitti in nome dell’umanità, cioè traducono sul piano direttamente politico un concetto filosofico o religioso.
    E’ una riedizione moderna e secolarizzata del “compelle intrare” cristiano di cui parli tu.

    2) Illuminismo e sua dialettica, impostazione minima del problema.

    Le parole d’ordine della rivoluzione francese, “libertà eguaglianza fraternità”, sono problematiche sin dal primo giorno in cui qualcuno le propose come programma politico. Sono problematiche perché (mi si perdoni la sintesi estrema, qui o la si fa cortissima o la si fa lunghissima) sono parole e valori cristiani, ma sono rescissi dal cristianesimo: sia dal cristianesimo come religione, sia dal cristianesimo come cultura che reinterpreta e almeno in parte assorbe il legato greco-romano. Rescissi dal cristianesimo come religione perché due dei dogmi fondamentali del cristianesimo sono a) il peccato originale (= l’uomo da solo non è capace di piena libertà, e anzi ne fa uso per realizzare il suo più profondo desiderio, diventare Dio, così esponendosi a conseguenze pessime che richiedono l’Incarnazione, il sacrificio della Croce, la Redenzione) b) il fine ultimo dell’uomo e della storia umana NON è situato in questo mondo ma nell’Altro, cioè nell’eschaton.
    Rescissi dal legato greco-cristiano perché per esso a) l’uomo è libero solo quando è capace di agire in conformità a ragione, ed è chiaro a chiunque che NON tutti gli uomini ne sono capaci, anzi ne è capace solo una piccola minoranza, se per ragione non si intende la capacità di scegliere mezzi atti a un fine qualsiasi, ma la capacità di individuare e perseguire il fine reale della vita umana, capacità che richiede, per esempio e tra l’altro, il dominio delle facoltà superiori sulle facoltà inferiori della persona, cosa per niente facile come sa chiunque sia stato aggredito da qualcuno intenzionato farlo fuori o abbia anche solo provato a smettere di fumare. b) l’eguaglianza tra gli uomini è solo virtuale o potenziale. L’incipit della Metafisica di Aristotele dice: “Tutti gli uomini per natura tendono al sapere”, il che è certamente vero sul piano della potenzialità, certamente falso se lo si intende come constatazione empirica di un dato di fatto, come è facilissimo rilevare facendo due chiacchiere con i conoscenti c) La fraternità è possibile solo in due casi: 1. possono essere e sentirsi fratelli gli appartenenti a una comunità culturale e politica realmente esistente, necessariamente limitata e singolare, non universale 2. possono essere e sentirsi fratelli i figli di uno stesso Padre, necessariamente Celeste, che diano origine a una comunità spirituale potenzialmente universale realmente esistente anche sul piano storico (la Chiesa) che però in quanto tale non può coincidere con nessuna comunità storica, empirica, singolare.
    Il tentativo di realizzare le parole d’ordine della rivoluzione francese in una visione del mondo e dell’uomo secolarizzata e antimetafisica come quella illuminista e progressista provoca l’ enantiodromia, cioè a dire che parti per fare A e invece fai Z. Ecco il problemino del progressismo odierno, che stiamo arrivando non dirà alla Z ma sicuramente almeno alla T.

    3) Universalismo NON politico ma spirituale e culturale (universalismo ontologico).

    Il vero pericolo, per l’opposizione al mondialismo e all’universalismo politico che lo accompagna, è il rifiuto dell’universalismo spirituale e ontologico, cioè a dire il rifiuto della principale, e anzi principiale acquisizione della cultura europea e cristiana: l’eguaglianza ontologica degli uomini. E’ un pericolo molto serio per due ragioni: a) può dar forma a una cultura politica razzistica, probabilmente su basi scientiste (differenziale di QI tra le razze, darwinismo sociale declinato anche sul piano razziale). Se ne vedono già i primi segnali, e non è un bel vedere. b) incapacita le opposizioni al mondialismo, gli impedisce di conquistare il “moral high ground” indispensabile per affermare la proprie posizioni come nuovo senso comune. Perchè per quanto erroneamente declinandola nelle forme del politically correct, l’avversario mondialista afferma l’eguaglianza degli uomini e anzi ne fa la sua bandiera; e se dovranno scegliere tra la bandiera dell’eguaglianza e la bandiera dell’ineguaglianza, gli europei e gli occidentali, in grande maggioranza, per ragioni sia ottime sia pessime, sceglieranno sempre la bandiera dell’eguaglianza.

    L’eguaglianza tra gli uomini com’è intesa dalle ideologie mondialiste, in particolare il politically correct, è un’eguaglianza relativistica, procedurale, vuota, che diventa per sua logica interna totalitaria. E’ relativistica perchè con il pretesto della libertà di coscienza e della tolleranza, oblitera il fatto concreto che la coscienza non può essere più libera e “buona” (come si dice “in buona coscienza”) dell’uomo che la possiede, e se l’uomo che la possiede è stupido e cattivo, la sua coscienza sarà stupida, cattiva e per nulla libera, per quanto possa essere “sincera”, cioè non intenzionalmente menzognera. Procedurale, perchè rifiutando a priori come “totalitario” ogni giudizio sostanziale e assiologico sulle coscienze e gli uomini (quale ad es. quello che ho appena espresso) identifica libertà personale con arbitrio soggettivo, e sul piano psicologico con desiderio, vietando di qualificare se il desiderio sia buono o cattivo. Vuota, perchè non solo non dice nulla sulla realtà concreta e sostanziale degli uomini e delle loro coscienze, ma impedisce di vederla. Totalitaria per sua logica intrinseca, perchè per le ragioni che ho appena esposto impedisce l’esercizio della ragione e del giudizio assiologico che la accompagna necessariamente, e le sostituisce una griglia prefabbricata di conformità a un modello che può avere un fondamento solo: la forza politica di prefabbricarlo e imporlo. (La manifestazione storica più macroscopica di questa dinamica del politically correct sono le “guerre umanitarie” per l’esportazione della democrazia e dell’eguaglianza)
    Il paradosso del politically correct, insomma, è che in nome della libertà di coscienza e del rispetto delle differenze distrugge entrambe, disegnando una dinamica enantiodromica e nichilista stupefacente.

    Il problema metapolitico che si pone è dunque: come ricomprendere l’universalismo NON politico ma spirituale e culturale senza farsi intrappolare nella sua versione nichilista, che è la cultura politica dell’avversario mondialista. Una riproposizione pura e semplice del tema “tolleranza” al quale tu accenni non mi pare sufficiente, perchè diverso e incomparabile con il nostro è il contesto culturale in cui la rivendicarono gli umanisti. Quello era un contesto in cui tanto gli umanisti laici quanto i loro avversari clericali condividevano la stessa teoria della natura dell’uomo. Oggi, i nostri avversari negano che l’uomo abbia una natura, e lo intendono come una somma di materiale biologico+volontà arbitraria, e su questa base non vedo intese possibili.
    Credo che un buono spunto di riflessione potrebbe venire dalle opere di Nicola Cusano, in particolare dal “De pace fidei”. Ma di queste cose avremo occasione di parlare e dibattere ancora molte volte e molto a lungo. Per ora, mi fermo qui, di nuovo ringraziandoti per la conversazione seria e stimolante.

  • Massimo Morigi

    Caro Buffagni, grazie e d’accordo su (quasi) tutto. E visto che, come hai giustamente detto, questo deve essere solo l’inizio di una discussione che qui non si ferma, aggiungo solo un’ultimissima osservazione. Da quanto scrivi nell’articolo e nella tua risposta tu sei un attento lettore di Carl Schmitt, quindi non dovrebbe essere sfuggito alla tua sensibilità quello che può essere definito il “paradosso di Carl Schmitt”, e cioè che la “categoria del politico” costituita dalla coppia oppositiva amico/nemico se indispensabile per comprendere le truffe ideologiche della “pappa del cuore” degli universalismi politici (liberalismo e retorica sulla democrazia e diritti umani ma anche il comunismo, cioè la retorica dell’internazionalismo proletario) è del tutto incapace, se presa alla lettera, di innescare un reale e profondo processo politico e quindi, secondo una corretta e dialettica filosofia della prassi, anche un reale e profondo processo conoscitivo ( o, se lo innesca, gli esiti, sia dal punto di vista operativo che dal punto di vista conoscitivo sono stati letteralmente disastrosi, come avrai ben capito mi riferisco qui ai totalitarismi del novecento – e chiudo l’inciso affermando che il totalitarismo è stato un fenomeno persino troppo studiato ma del tutto insufficientemente, da punto di vista storico ma, soprattutto, teorico, nelle sue autentiche e morfogenetiche radici conflittual-strategiche …). Per concludere, appare chiaro che se il Kronjurist del Terzo Reich ci spalanca le finestre – ancor meglio e più profondamente di Karl Marx – sull’universo dell’anatomia della politica è ugualmente del tutto incapace di aprirci le porte sulla sua fisiologia, una fisiologia in cui è l’azione-scontro strategico a dare le carte e dove queste carte, cioè le identità stesse degli attori partecipanti alla vicenda, si modificano e cambiano nel corso di questo confronto-scontro e non si lasciano mai irretire nella anatomistica e “rigidista” coppia amico/memico. Non mancheranno le occasioni per riparlarne …
    Massimo Morigi – 8 ottobre 2017

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