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Due articoli, ospitati da due siti promossi da un unico redattore, i quali propugnano orientamenti difficilmente conciliabili se non costituire, addirittura, un ossimoro. Cosa significa costruire una unione europea dei popoli? Costituire una alleanza, una (con)federazione, una entità statale fondata su un nuovo processo identitario? Quanto sono realistiche queste tre ipotesi nel lungo, ma soprattutto nel medio e breve periodo? Quali le fasi successive di una possibile costruzione? Quale il ruolo del “politico”, sia come funzione che come struttura istituzionale, fondamentale nella gestione dei processi identitari e nella costruzione delle formazioni sociali. Senza una risposta adeguata a questi interrogativi si rischia di cadere ancora una volta in forme di romanticismo velleitario. Giuseppe Germinario
Non esiste più una destra o una sinistra. Esiste il sistema e i nemici del sistema. — Eduard Limonov
Il racconto più antico del lavoro nell’immaginario occidentale inizia con una caduta. Adamo lascia l’Eden ed entra in un mondo in cui il pane si ottiene con sudore, dolore e fatica. Il lavoro acquisisce il carattere di necessità, e la necessità lega l’uomo alla terra. Per gran parte della storia, tuttavia, il lavoro apparteneva ancora a un ordine di vita visibile. Il contadino conosceva il campo che coltivava, l’artigiano conosceva l’oggetto che realizzava e la famiglia comprendeva lo scopo dello sforzo richiesto a ciascun membro. L’era industriale ha spezzato gran parte di questa unità. Dal XVIII secolo in poi, le fabbriche hanno suddiviso la produzione in movimenti sempre più piccoli. Un uomo fabbricava uno spillo; un altro lo affilava; un altro ancora lo imballava. Poi sono arrivati l’ufficio, il magazzino, il call center, il deposito logistico e la piattaforma digitale. Ogni fase ha aumentato l’efficienza, separando però il lavoratore dall’oggetto finito, dal cliente e spesso dallo scopo stesso del compito. L’uomo moderno può trascorrere otto ore al giorno a spostare numeri tra database, rispondere a messaggi, compilare moduli o ripetere una singola azione fisica il cui significato finale rimane ben oltre la sua percezione. Il suo lavoro entra in una macchina troppo grande perché lui possa comprenderla. Lo stipendio arriva a fine mese, eppure il lavoro in sé non dà quasi alcun senso di paternità. Marx descrisse questa condizione come alienazione, sebbene le sue conseguenze vadano ben oltre l’ambito economico. Una persona che vede poco di sé in ciò che produce inizia a percepire il tempo come qualcosa da vendere. Il lunedì diventa il prezzo da pagare per il sabato. La vita si divide in ore di obbligo e ore di evasione, mentre il lavoro cessa di essere fonte di identità, di abilità, di onore o di appartenenza a una comunità viva.
Questa divisione del lavoro ha una conseguenza politica perché le persone confrontano la propria vita con quella degli altri. Le moderne tecnologie della comunicazione rendono questo confronto costante. L’operaio, l’impiegato, l’autista, l’infermiere, il tecnico e il magazziniere si imbattono quotidianamente in immagini di persone che sembrano possedere ricchezza, mobilità, tempo libero, influenza, bellezza e libertà creativa. La pubblicità trasforma queste immagini in promesse, mentre i social media le presentano come vita ordinaria. Il contrasto può generare un forte risentimento. Il lavoratore si alza presto, affronta il traffico, rispetta gli orari, svolge mansioni ripetitive, paga l’affitto o il mutuo e torna a casa esausto. Nel frattempo, il volto pubblico della classe dominante sembra viaggiare, creare, parlare, comandare e godersi la vita. Le società antiche giustificavano la gerarchia attraverso il dovere. Un re combatteva in guerra, un nobile ereditava obblighi e privilegi, un sacerdote accettava la disciplina e un maestro di corporazione si assumeva la responsabilità degli apprendisti e degli standard. Le élite moderne spesso giustificano la propria posizione attraverso il successo stesso: il vincitore merita la sua ricompensa perché ha vinto. Un simile credo trasforma la gerarchia in un verdetto di mercato. Il lavoratore percepisce quindi il privilegio come separato dal sacrificio e la leadership come disgiunta dal servizio. Il risentimento nasce tanto da questo divario morale quanto dalle differenze di reddito. Le persone possono tollerare grandi differenze di ricchezza quando credono che ogni condizione sociale serva a un ordine comune. Diventano ostili quando la società appare divisa tra una classe che comanda e un’altra che si limita a svolgere le proprie funzioni. Il risentimento più profondo riguarda la dignità. Un uomo desidera sentire che il suo lavoro, la sua famiglia, il suo quartiere, la sua storia e i suoi discendenti appartengono a una storia più grande del suo stipendio mensile.
La politica inizia proprio da questo punto. Carl Schmitt individuò l’essenza della politica nella distinzione tra amico e nemico, eppure la questione dell’amicizia viene prima di tutto nell’esperienza vissuta. Prima che un popolo possa nominare un nemico, deve comprendere chi appartiene alla cerchia della lealtà. Una comunità politica nasce da una memoria condivisa, da costumi ereditati, da simboli comuni, da doveri reciproci e da un senso del destino. Le persone si riconoscono a vicenda come partecipanti allo stesso dramma storico. Seppelliscono i loro morti sotto la stessa terra, raccontano ai loro figli molte delle stesse storie, comunicano attraverso segni familiari e accettano sacrifici per persone che forse non incontreranno mai. La cittadinanza, nella sua forma più forte, nasce da questo senso di appartenenza. L’amministrazione burocratica offre un legame più fragile. Tratta la società come una popolazione da gestire attraverso regolamenti, incentivi, programmi di assistenza sociale, tassazione, statistiche e competenze professionali. L’individualismo liberale offre un altro legame fragile, presentando la società come un’arena in cui singoli individui perseguono la soddisfazione personale secondo regole comuni. Entrambi gli approcci lasciano senza risposta la questione politica centrale: chi siamo “noi”? Una nazione diventa politicamente viva quando i suoi membri possiedono una risposta convincente. La parentela etnica può costituire una parte di questa risposta, insieme alla lingua, alla cultura, alla memoria storica, al territorio, alla religione e alla lealtà ereditata. L’ordine politico acquisisce quindi un peso emotivo perché la comunità diventa un’estensione del sé attraverso le generazioni. Il lavoratore cessa di apparire come un’unità di lavoro intercambiabile e diventa membro di un popolo la cui vita si estende indietro verso gli antenati e in avanti verso i discendenti.
La moderna tradizione utilitaristica affronta la vita umana da una prospettiva molto diversa. I pensatori associati al liberalismo britannico e all’economia politica misuravano sempre più il successo sociale attraverso la prosperità, il benessere, la libertà di scambio e la soddisfazione complessiva degli individui. Jeremy Bentham fornì a questa corrente la sua celebre formula per la ricerca della massima felicità per il maggior numero di persone, mentre Adam Smith offrì una potente spiegazione di come la divisione del lavoro e l’interesse privato potessero generare ricchezza pubblica. Queste idee contribuirono a liberare immense forze produttive. Incoraggiarono inoltre una visione della società in cui il valore poteva essere tradotto in calcolo. Il tempo divenne denaro, la terra proprietà, l’abilità capitale umano, l’attenzione merce e la felicità stessa qualcosa che governi e aziende cercavano di misurare. Oswald Spengler vide nella grande città moderna l’espressione matura di questa civiltà: veloce, intelligente, tecnologica, scettica, finanziariamente sofisticata e sempre più distaccata dalle antiche fonti di significato. La metropoli riunisce milioni di persone, indebolendo al contempo i legami ereditari che un tempo definivano la loro identità. Il suo cittadino ideale si muove con facilità, si adatta rapidamente, consuma in modo efficiente e ha pochi obblighi permanenti. Una persona del genere soddisfa molto bene le esigenze di un ordine commerciale avanzato. Può cambiare datore di lavoro, città, prodotti, identità e comunità a seconda delle circostanze. Tuttavia, la flessibilità ha un prezzo spirituale quando ogni legame diventa provvisorio. Gli esseri umani cercano lealtà, continuità, sacrificio, bellezza, onore e un posto all’interno di un ordine più ampio. Una civiltà incentrata sul comfort e sull’utilità fatica a soddisfare questi desideri perché molti dei beni umani più elevati producono un profitto esiguo e poco misurabile.
La crisi del lavoro si inserisce quindi in una più ampia crisi di appartenenza. L’alienazione economica e quella culturale si rafforzano a vicenda. Un lavoratore che si sente sostituibile sul posto di lavoro può sentirsi sostituibile anche nella nazione. Un quartiere costruito attorno a famiglie, officine, chiese, club, attività commerciali locali e tradizioni consolidate offre alle persone molteplici forme di riconoscimento. Una società organizzata attorno a grandi istituzioni e mercati anonimi ne offre molte meno, se non nessuna. La gestione aziendale parla di risorse umane, i governi di unità demografiche, gli economisti di consumatori e le piattaforme digitali di utenti. Ogni termine cattura una funzione, lasciando però gran parte della persona fuori dal quadro. Il vuoto che ne deriva spiega perché la rabbia politica possa sopravvivere durante periodi di abbondanza materiale. Un maggiore consumo da solo non può rispondere alle domande sul senso della vita. Un nuovo televisore, una vacanza, un abbonamento allo streaming o un aumento di stipendio possono apparentemente migliorare l’esistenza, eppure questi beni forniscono risposte deboli a domande riguardanti l’ascendenza, il dovere, la morte, la famiglia, il coraggio e il destino storico. Questo contribuisce a spiegare la crescente ribellione contro le categorie politiche consolidate. L’antica divisione tra destra e sinistra è emersa da una specifica storia europea, e l’era industriale le ha poi conferito una forma sociale attraverso il conflitto tra lavoro e capitale. Oggi, ampie fasce della sinistra e della destra istituzionali condividono lo stesso apparato economico, lo stesso apparato amministrativo, le stesse infrastrutture tecnologiche, la stessa cultura manageriale e la stessa fede di base nel consumo perpetuo. Le loro dispute rimangono reali, eppure spesso si svolgono all’interno di un sistema comune i cui presupposti fondamentali vengono poco analizzati. La distinzione di Limonov tra il sistema e i suoi nemici coglie quindi uno stato d’animo che trascende le etichette politiche ereditate.
Il nazionalbolscevismo si presenta come una risposta a questa condizione, coniugando la rivolta sociale con la solidarietà nazionale. Il suo fascino deriva dall’affermazione che giustizia economica e identità collettiva appartengono alla stessa lotta politica. Il lavoratore merita dignità in quanto parte della nazione, e la nazione merita sovranità in quanto rappresenta una comunità storica, non un assetto di mercato temporaneo. Secondo questa visione, la vita produttiva dovrebbe servire alla continuità e alla forza del popolo. Industria, tecnologia, agricoltura, finanza, istruzione e cultura acquisiscono significato in quanto inserite in un obiettivo nazionale comune. La ricchezza comporta obblighi. La leadership comporta oneri. Il lavoro acquisisce onore attraverso il servizio a un futuro condiviso. La comunità politica chiede sacrifici a ogni classe e garantisce a ciascuna classe un posto riconosciuto all’interno del tutto. Tale visione rifiuta la riduzione dell’uomo a consumatore, dipendente, contribuente o unità statistica. Essa mira alla reintegrazione della vita economica in un ordine morale e storico più ampio, in cui il lavoro connette l’individuo alla famiglia, alla comunità, alla nazione e al destino. La rivoluzione, in questo senso, va oltre la redistribuzione del reddito. Si tratta del ripristino dell’appartenenza politica, del recupero della dignità e della creazione di istituzioni capaci di trasformare individui isolati in compagni legati da un destino comune. La lotta del XXI secolo potrebbe quindi ruotare sempre più attorno a una semplice domanda: se gli esseri umani vivranno come unità mobili all’interno di un sistema globale di produzione e consumo, o come membri di popoli distinti che rivendicano il diritto di plasmare la propria vita economica, culturale e politica secondo la propria concezione del bene. Il nazionalbolscevismo fonda il suo futuro sulla seconda visione.
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James Doone si chiede se l’Europa possa sfuggire alla duplice trappola del globalismo liberale e del nazionalismo frammentato, e creare un nuovo ordine imperiale abbastanza forte da sopravvivere all’avvento dell’era delle potenze continentali.
Il destino delle nazioni è intimamente legato alla loro capacità riproduttiva. Tutte le nazioni e tutti gli imperi hanno avvertito per la prima volta i segni della decadenza quando il loro tasso di natalità è diminuito.
— Mussolini
L’Europa moderna è afflitta da un grave problema (ce ne sono molti, come il liberalismo, il modernismo, il libero mercato, ecc.), ma quello principale che verrà trattato in questo articolo è la questione dell’identità e dell’ordine nazionale rispetto a quello sovranazionale. La Brexit non è nata da desideri di teoria economica, dati o fogli di calcolo, e questo è stato l’errore dei nostri governanti, che pensavano di poter vincere il dibattito sulla Brexit stampando grafici e speculazioni, ma non hanno capito che il popolo non stava pensando con processi razionali, bensì con il proprio spirito, con la propria anima. Le masse britanniche hanno votato per l’indipendenza tribale e la libertà da un leviatano liberale sovra-manageriale, ma hanno comunque ottenuto un liberalismo manageriale autoctono, così come l’intero Occidente nel suo complesso. Nessuno può negare il declino. Un tempo l’Europa era come la Troia d’oro, sorgeva sopra gli altri regni dell’Ellesponto, tutti i principi di Pergamo, del Ponto, della Cappadocia e del lontano Indo rendevano omaggio al re di Troia e temevano gli eserciti guidati dal nobile principe Ettore, eppure ora Troia è una rovina, un ricordo, pietre polverose su cui i pastori conducono le loro capre e pecore al pascolo nelle pianure e, soprattutto, ai campi. L’Europa un tempo era il centro del mondo, persino durante la vita di coloro che sono ancora in vita; la mia stessa nonna è nata nell’epoca degli imperi. Quanto siamo decaduti in soli 90 anni!
L’Europa non sarà mai forte, prospera o normale finché il cancro del “woke” non sarà abolito per legge. Il patriottismo è buono, naturale e benefico per una tribù. Il nazionalismo non si basa sul nous , ma sul thymos e, peggio ancora, sull’epithumia . Anche se la civiltà francese fosse la migliore che il mondo abbia mai visto (tra le prime 3), ciò significa forse che la Francia dovrebbe versare carboni ardenti sulla testa dei giapponesi (una grande civiltà), degli ungheresi (un’espressione unica della cultura cumana) o di altri per non aver raggiunto il loro livello? Credo di no, perché un tale odio può solo consumarti. Non ho problemi con i mongoli che sono mongoli in Mongolia, la terra dei loro antenati, e lo stesso vale per tutti i figli di Adamo.
L’Europa non può permettere di essere divisa da un nazionalismo meschino e orgoglioso, da un gruppo che cerca di imporsi sugli altri; questa è una barbara follia. Al contrario, le nazioni d’Europa, figli di Iperborea, devono unirsi in un’unica unione, una vera unione, un Männerbund , un’alleanza solare e virile di nazioni sovrane ma unite. Ogni tribù gestirà i propri affari interni, ma al di fuori dell’alleanza le nazioni saranno unite da un unico pensiero, da una difesa comune, da uno spirito comune e da un’identità paneuropea. L’Europa deve diventare il nuovo SACRO ROMANO IMPERO e, contrariamente a quanto affermava Voltaire, il Sacro Romano Impero era Sacro, era Romano ed era un impero. L’Europa deve riconnettersi veramente con la sua bioessenza romana, germanica, greca e slava, e con il suo spirito timotico, affinché la cultura paneuropea possa rifiorire. Il potere dell’aquila morente di Washington sta allentando la sua morsa mortale su Gondor, e noi Gondoriani, noi uomini di Numenor dell’Ovest, stiamo iniziando, molto lentamente, a liberarci dal miele avvelenato che l’aquila ci insinua nelle orecchie. Ma la bestia più pericolosa è quella ferita e messa alle strette, e poi c’è la tigre asiatica della Cina da tenere d’occhio, perché i secoli a venire saranno dominati da un’egemonia cinese; la fedeltà sarà prestata alla Pechino imperiale piuttosto che alla New York svuotata nei secoli a venire. La storia del mondo è la storia degli imperi, e le piccole nazioni appartengono a uno di essi, che lo vogliano o no; nel XX secolo , una nazione ha deciso se far parte degli Stati Uniti o dell’URSS. Pensate che Lesbo abbia avuto la possibilità di scegliere sotto quale lega schierarsi? Atene o Sparta, no. Gli Ateniesi si limitarono a dire di esserlo. Filippo di Macedonia ha dato a Tebe la possibilità di scegliere? No, perché furono le sue falangi a parlare.
La Repubblica verrà riorganizzata nel primo impero galattico, per garantire una società sicura e protetta.
— Imperatore Palpatine
Solo unendosi in una federazione, l’Europa potrà sperare di sopravvivere e, auspicabilmente, di rivaleggiare con le due potenze gemelle degli Stati Uniti e del PCC. La Brexit e tutti gli altri movimenti non devono avere successo, perché una simile disgregazione del tessuto europeo indebolisce l’Europa. Questo fu il problema principale dei Manto della Tempesta di Skyrim: resero le terre degli uomini più deboli e fragili agli occhi degli Elfi e dei Thalmor.
L’Europa deve diventare una federazione unita di piccoli regni, ducati, repubbliche, principati e commonwealth. Solo attraverso queste piccole unità può prosperare la vera cultura locale e solo unendosi in un unico impero l’Europa può sperare di impedire il dominio americano o cinese. L’etno-pluralismo (EP) dovrebbe essere la nuova ideologia della Destra, e non il nazionalismo, perché il nazionalismo, come hanno dimostrato De Benoist e altri, è stato il globalismo originario. Per gli italiani, le identità regionali hanno più peso di quella italiana; chiedete a un italiano di cosa è e vi risponderà: “Sono milanese”, “Sono romano”, “Sono veneziano”, “Sono fiorentino”, “Sono napoletano”, e così via. Lo stesso dovrebbe valere per la Germania, dove gli uomini dovrebbero dire: “Sono bavarese”, “Sono dell’Assia”, “Sono sassone”, “Sono del Baden”, e così via. L’unico modo per proteggere le identità regionali, le culture e le lingue storiche è promuovere la devoluzione all’ennesimo grado per abolire la centralizzazione. Altrimenti, le già decimate identità regionali e linguistiche di Bretagna e Bretone, Aquitania e Guascogna, Tolosa e Occitano, Savoia e Savoia, Angiò e Angioino, e così via, saranno estinte dall’idea rivoluzionaria francese di uno stato unitario. Ecco perché l’unione della Gran Bretagna deve essere legalmente sciolta, poiché l’idea di “britannicità” consumerà le identità regionali dei Cornici, dei Wessexiani, dei Northumbriani, dei Merciani ecc. Gli Scozzesi dovrebbero avere la loro, gli Inglesi la loro, gli Irlandesi la loro e i Gallesi la loro.
Dare priorità al livello locale non significa distruggere quello nazionale, ma è una questione di priorità, e per me la mia contea è tutto ciò che conta. Se la Cina vuole rendere la Scozia un suo vassallo (anche se non lo auguro agli scozzesi), che importanza ha per me?
L’idea che il popolo sia il principio di sovranità è un’idea successiva alla Rivoluzione francese, poiché l’idea medievale era che la sovranità provenisse da Dio e fosse conferita al monarca, che governava per diritto divino. La modernità deve essere dissolta e le idee medievali devono tornare. Solo allora l’Europa potrà guarire.
Gli uomini sono ossessionati dall’immensità dell’eternità. E così ci chiediamo: le nostre azioni riecheggeranno attraverso i secoli? Degli estranei sentiranno i nostri nomi molto tempo dopo la nostra scomparsa e si chiederanno chi eravamo, con quanto coraggio abbiamo combattuto, con quanta intensità abbiamo amato?
— Ulisse ( Troia , 2004).
Quo vadis, Europa?
FINE.
Disclaimer
James Doone respinge e ripudia ogni forma di terrorismo.
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Un post di un ospiteJames DooneCristiano ortodosso, storico, filosofo, classicista, traduttore professionista, discepolo di Evola e Spengler, assistente legale, uomo di lettere. Aiuta a sostenere il canale offrendomi un caffè su https://buymeacoffee.com/jamesdoone
Jürgen Schwab spiega perché la rivoluzione nazionale è inseparabile dallo Stato-nazione sovrano, l’unica forza politica in grado di resistere all’americanizzazione globale e di difendere la libertà di un popolo.
Un termine altisonante che raramente viene messo in discussione nel giornalismo nazionalista è “rivoluzione nazionale”. Nazionalisti rivoluzionari, nazionalsocialisti, nazionalbolscevichi, nazionalcomunisti: questi gruppi e molti altri possono essere (mal)interpretati come “nazionalrivoluzionari”.
Armin Mohler¹ definì i “rivoluzionari nazionali” – insieme ai “giovani conservatori”, ai Völkische [etno – nazionalisti], ai Bündische² e al movimento Landvolk³ – come uno dei cinque gruppi principali della “Rivoluzione Conservatrice”, che tuttavia non esisteva sotto questa denominazione collettiva durante il periodo di studio dell’autore, ovvero gli anni ’20 e ’30. A quel tempo, il termine “Nuovo Nazionalismo” era comunemente usato, ma non fu più considerato appropriato dopo la guerra, il che spinse Mohler a sostituirlo nella sua tesi di dottorato con “Rivoluzione Conservatrice”. I rivoluzionari nazionali del periodo tra le due guerre si sarebbero probabilmente fortemente opposti a essere ridefiniti come “rivoluzionari conservatori”.
Al di là degli esempi storici, cosa significa oggi “rivoluzionario nazionale”? Fondamentalmente, i “rivoluzionari nazionali” sembrano credere che, in una particolare situazione politica, il bene comune del loro popolo possa essere garantito in modo permanente solo se una rivoluzione supera e rovescia le condizioni prevalenti. Un atteggiamento “rivoluzionario” consiste generalmente nel desiderio di sovvertire le strutture di potere esistenti. Ciò non si riferisce semplicemente a un cambio di partiti o di personale ai vertici dello Stato, ma piuttosto a una messa in discussione del sistema politico stesso.
Un vero rivoluzionario nazionale, che non usa semplicemente l’espressione “rivoluzionario nazionale” come una moda di marketing, non è affatto fedele all’ordine politico dominante. Se lo fosse, non sarebbe rivoluzionario. Ma non è detto che debba essere così. Essere “rivoluzionario” non deve essere fine a se stesso. In uno Stato che serve gli interessi del proprio popolo, un autentico rivoluzionario nazionale può abbandonare la sua posizione “rivoluzionaria” e diventare un cittadino comune. Ciò chiarisce che la definizione di “rivoluzionario nazionale” non può prescindere dalla teoria dello Stato. La questione dello Stato è particolarmente cruciale in un’epoca in cui non esiste uno Stato-nazione sovrano.
Se l’intento rivoluzionario nazionale consiste nel rovesciare le strutture di potere, allora oggi, per quanto riguarda la Repubblica Federale di Germania, quasi tutto ciò che si oppone fondamentalmente all’ordine democratico federale potrebbe essere considerato “rivoluzionario”: una democrazia reale, una monarchia ereditaria, il governo della nobiltà, una dittatura di partito comunista, una dittatura di partito fascista e nazionalsocialista, un sistema feudale medievale e molto altro. Una dittatura a partito unico, soprattutto nazionalsocialista, oggi, dato che in Germania abbiamo una dittatura parlamentare multipartitica, sarebbe solo una pseudo-alternativa al sistema liberal-capitalista dominante, in quanto si limiterebbe a sostituire il plurale di dittatura di partito con il singolare. Secondo l’autore di queste righe, la Germania dovrebbe adottare una costituzione mista, sostenuta dal popolo, composta da elementi di democrazia diretta, aristocratici, presidenziali e corporativisti.
Pertanto, “rivoluzione nazionale” e idea di Stato sono inseparabili. Il più noto rivoluzionario nazionale tedesco del periodo tra le due guerre, Ernst Niekisch , ⁴ fu, ad esempio, un convinto sostenitore dell’idea di Stato (prussiana). Già nel 1918, ancor prima della fine della Prima guerra mondiale, Niekisch, nel suo articolo “Il popolo tedesco e il suo Stato”, sosteneva che “il destino dello Stato è il destino del popolo”.
Niekisch giustificò questa tesi basandosi sulla logica della storia tedesca: fin dall’Alto Medioevo, egli ravvisava nel “carattere tedesco” un “tratto peculiare”, ovvero la spinta verso il “generale, informe, illimitato” da un lato, e la tendenza all'”autolimitazione al più ristretto e personale” dall’altro. Fu sempre questa dialettica tra la “spinta verso il particolare, il personale e l’autolimitazione” e il “contrappunto”, la ricerca del generale, “verso il cosmopolitismo”, a mantenere in moto la storia tedesca.
Per lungo tempo, i tedeschi non trovarono il loro stato tra l’individualismo liberale e l’universalismo cristiano-romano, finché la Prussia non pose fine a questa condizione. Ora, anche la Germania poteva partecipare temporaneamente come entità giuridica al concerto delle potenze mondiali (attraverso l’idea di stato prussiano). Ciò era importante, poiché la storia, secondo Niekisch, insegnava che gli stati nella politica internazionale si comportavano come “individui viventi”; “agiscono come entità organiche, perseguendo scopi, compiendo azioni, subendo destini, lottando per il riconoscimento”, e l’unica legge che si applica qui è la “volontà di vivere” degli stati-nazione.
Oggi esistono anarchici, come il berlinese Peter Töpfer , che, a partire dal XIX secolo, sostengono che lo Stato-nazione sia una questione che riguarda la borghesia. Al contrario, Niekisch, nel 1925, in qualità di caporedattore della rivista socialdemocratica Firn , chiarì il legame tuttora attuale tra la comunità protettiva dello Stato e gli interessi socialisti della classe operaia. Nel suo saggio “Il cammino della classe operaia tedesca verso lo Stato”, esortò l’SPD [Partito Socialdemocratico] a incarnare lo spirito di resistenza del popolo tedesco contro l’imperialismo occidentale. Ciò significava abbandonare la dottrina marxista dello Stato di classe e tornare a Lassalle⁵ : o “la negazione dello Stato, che lo condanna all’insignificanza”, oppure “la chiara decisione di diventare il più abile strumento della politica statale”. In questo senso, i rivoluzionari nazionali di oggi dovrebbero ribaltare lo slogan degli “orfani”, che intorno al 1900 veniva scagliato contro i socialdemocratici e i socialisti dal grande capitale e dai grandi latifondisti. Perché, almeno oggi, il grande capitale non ha bisogno né di una patria né di uno stato nazionale per massimizzare i propri profitti e può prosperare in un “mondo globalizzato”. Persino Niekisch vide l’idea di stato tradita dalle élite conservatrici e dalla borghesia liberale, ed è per questo che affidò il compito di creare lo stato tedesco alla classe operaia. Nel suo saggio “Lo spazio politico della resistenza tedesca” scrisse:
Dal 1918, in Germania la situazione si è evoluta verso un punto in cui le necessità dello Stato entrano in conflitto insanabile con le necessità della società borghese, costringendo a scegliere tra Stato e società borghese. Da allora, esiste solo il cittadino o il tedesco; il cittadino tedesco è diventato una contraddizione in termini senza speranza. La politica borghese tedesca non è più praticabile; conduce inevitabilmente al tradimento della Germania da parte della borghesia. Per istinto di sopravvivenza, il cittadino tedesco deve diventare paneuropeo; per continuare a esistere, deve integrare la Germania nell’Europa continentale. La società borghese, la cultura occidentale e lo Stato di Versailles sono, dal 1918, diverse sfaccettature della stessa realtà; il vero significato di questa realtà è la sottomissione della Germania e lo sfruttamento del popolo tedesco. La politica tedesca, che mira a soddisfare i bisogni essenziali del popolo tedesco, non può che essere antiborghese, anticapitalista e antioccidentale; altrimenti, finisce inevitabilmente per favorire la Francia.
Basterebbe sostituire Versailles con Maastricht, la paneuropea con l’Unione Europea e la Francia con gli Stati Uniti, e Niekisch sarebbe ancora attuale. La sua posizione è particolarmente tempestiva nell’era della globalizzazione, che non è altro che l’impotenza e la dissoluzione degli stati nazionali. Tutto il resto comunemente associato alla globalizzazione è piuttosto un effetto collaterale: lo sfruttamento della natura, la povertà sociale, l’imperialismo economico e culturale degli Stati Uniti e la lotta partigiana globale come risposta all’incapacità degli stati nazionali di agire, in altre parole, l’incapacità di combattere le imposizioni della pax americana . Coloro che ideologicamente vogliono sostenere i popoli nella lotta contro l’imperialismo statunitense devono raccomandare stati in grado di difendersi, economicamente (attraverso i dazi doganali) e militarmente, quando lo Zio Sam vorrà di nuovo sfondare la porta nazionale, invocando “democrazia e diritti umani” ma intendendo in realtà “mercati aperti” per i prodotti statunitensi e il saccheggio internazionale delle risorse.
Nel 1926, Ernst Niekisch scrisse nel suo saggio “Politica rivoluzionaria”, “la politica tedesca, se vuole essere al contempo tedesca e politica, non può avere altro obiettivo che il ripristino dell’indipendenza tedesca, la liberazione dalle catene imposte e il ristabilimento di una posizione di rilievo e influente a livello mondiale”. Questo “ripristino dell’indipendenza tedesca” si fonda sul concetto di Stato. Nel suo saggio del 1931 “La legge di Potsdam”, Niekisch sostenne l’“idea prussiana di governo”, che include il “regno dell’ordine”. In questo senso, lo Stato-nazione sovrano va inteso come un contrappunto spirituale alla globalizzazione, dove il bene comune – in particolare lo Stato sociale e la tutela dell’ambiente – trova la sua collocazione, come sempre più riconosciuto dagli oppositori critici di sinistra della globalizzazione, come il sociologo francese Pierre Bourdieu.⁶
Tuttavia, coloro che negano radicalmente lo Stato-nazione hanno già abbandonato l’autodeterminazione dei popoli come obiettivo politico e sono già intrappolati nel vortice della globalizzazione. Le semplici dichiarazioni di democrazia dal basso, regionalismo, autodeterminazione, tutela ambientale e giustizia sociale – seguendo lo slogan “pensare globalmente, agire localmente” – non cambiano questa situazione. Servono solo a placare le coscienze corrotte, in realtà compiacenti al sistema. Coloro che non mettono in discussione, fin dalle fondamenta, il sistema di emarginazione globale dei popoli in quanto Stati, appartengono in realtà all’America globale, alla sua “comunità occidentale di valori” e alla sua civiltà unificata.
Anche la democrazia di base a livello locale, secondo il principio di sussidiarietà e regionalismo, come teorizzato da pensatori quali Alain de Benoist⁷ e Henning Eichberg⁸, non può realizzarsi senza lo Stato-nazione e le sue istituzioni. Le dimensioni di uno Stato non contano: che i francesi vogliano rimanere uniti o che i bretoni, i baschi e i corsi vogliano secedere e fondare i propri Stati-nazione, ciò non cambia il principio fondamentale dello Stato-nazione. Definire tutto ciò “regionalismo” significa solo discriminare semanticamente i legittimi nazionalismi dei popoli oppressi. “Un popolo, uno Stato” è la rivendicazione fondamentale del nazionalismo.
Quali questioni e quali gruppi sociali, d’altra parte, potrebbero avere interesse nell’interesse generale dello Stato? La tutela ambientale e, soprattutto, lo Stato sociale, che trovano la loro reale garanzia organizzativa solo nello Stato-nazione. In una mera società liberale, né la tutela ambientale né l’assicurazione sociale organizzata dallo Stato sono economicamente sostenibili. Sono solo un alibi per la cattiva coscienza, ad esempio, della moglie del presidente del consiglio di amministrazione, che compra prodotti costosi nei negozi di alimenti biologici e guarda dall’alto in basso la gente comune che va all’Aldi e al Norma, ⁹e getta cinque euro nel cappello di un mendicante per strada, ma fondamentalmente sostiene il sistema capitalistico con la sua esistenza materiale. In questo senso, il quadro di Paul A. Weber intitolato “Solo attraverso il cittadino si apre la strada alla libertà della Germania” è appropriato nella situazione attuale.
Lo Stato-nazione è l’unico antidoto alla globalizzazione. Non può esistere una forma di globalizzazione “buona” e “giusta”, come suggeriscono alcuni attivisti “antiglobalizzazione”. Pertanto, dovremmo respingere categoricamente tutte le allettanti pseudo-alternative senza Stato: democrazia di base, regionalismo e anarchismo. Non c’è nulla di sbagliato nel principio di sussidiarietà politica locale e regionale all’interno del quadro dello Stato-nazione. Dovremmo opporci a una presunta “diversità di base” solo quando viene usata come punta di diamante contro l’unità nazionale, promettendo “autodeterminazione” laddove non si intende instaurare alcuna sovranità statale. Dovremmo invece, nello spirito di Ernst Niekisch, iniziare la nostra resistenza contro l’americanizzazione globale scegliendo lo Stato-nazione tedesco, il Reich tedesco . ¹⁰
Nota del traduttore (TN): Armin Mohler (1920–2003) è stato uno scrittore e giornalista svizzero che ha plasmato il pensiero di destra del dopoguerra. È noto soprattutto come uno dei fondatori intellettuali chiave del movimento della Nuova Destra in Germania.
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TN: Il Movimento Bündische ( Bündische Jugend ) era una rete informale di organizzazioni giovanili tedesche che si sviluppò dal movimento Wandervogel precedente alla Prima Guerra Mondiale e fiorì durante la Repubblica di Weimar. Enfatizzava la vita comunitaria, le escursioni e le attività all’aria aperta, la disciplina personale, il nazionalismo romantico e il rifiuto delle convenzioni borghesi, pur abbracciando un’ampia gamma di orientamenti politici.
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TN: Il movimento Landvolk fu un movimento di protesta radicale tra gli agricoltori della Germania settentrionale, emerso alla fine degli anni ’20 in risposta ai debiti agricoli, alla tassazione e alle difficoltà economiche. Combinava idee anti-establishment e nazionaliste con la resistenza alla Repubblica di Weimar, e alcuni dei suoi elementi più radicali si impegnarono in resistenza fiscale, manifestazioni e atti di violenza politica.
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Ernst Niekisch (1889-1967) fu un fervente patriota che cercò di liberare la Germania dalle catene economiche e politiche delle potenze capitaliste occidentali dopo la Prima Guerra Mondiale. Immaginava una mobilitazione totale dello Stato tedesco, che unisse la disciplina prussiana e un nazionalismo intenso a un’economia statale per raggiungere la sovranità nazionale assoluta. Non considerava l’Unione Sovietica un modello ideologico per il comunismo globale, bensì un forte alleato geopolitico anti-occidentale, essenziale per ripristinare lo status della Germania come potenza mondiale dominante.
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Ferdinand Lassalle (1825–1864) è stato un giurista e attivista politico prussiano-tedesco, cofondatore dell’Associazione Generale dei Lavoratori Tedeschi, che segnò la nascita della socialdemocrazia tedesca organizzata. A differenza di Karl Marx, che propugnava una rivoluzione proletaria radicale per rovesciare il sistema capitalistico, Lassalle sosteneva un percorso riformista e incentrato sullo Stato verso il socialismo. Credeva che la classe operaia potesse raggiungere i propri obiettivi attraverso mezzi legali, il suffragio universale e la cooperazione pacifica con le istituzioni statali esistenti.
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TN: Pierre Bourdieu (1930–2002) è stato un influente sociologo e filosofo francese che ha analizzato come il potere e le gerarchie sociali si riproducono di generazione in generazione. Nella sua carriera successiva, è diventato un critico di spicco della globalizzazione neoliberista, sostenendo che lo stato sociale deve essere strenuamente difeso come barriera vitale contro le forze di mercato non regolamentate.
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TN: Alain de Benoist (nato nel 1943) è un filosofo politico e giornalista francese, co-fondatore del movimento Nouvelle Droite (Nuova Destra) attraverso il suo lavoro con il think tank GRECE. È noto soprattutto per aver sviluppato il concetto di “etnopluralismo”, che rifiuta la globalizzazione liberale, l’egualitarismo e il multiculturalismo a favore della preservazione delle distinte identità culturali all’interno delle rispettive regioni geografiche di origine.
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TN: Henning Eichberg (1942–2017) è stato un sociologo culturale e storico tedesco, a cui si attribuisce la formulazione del concetto di “etnopluralismo” in un saggio del 1973. Inizialmente pioniere teorico dei nazionalrivoluzionari tedeschi e della Neue Rechte (Nuova Destra) negli anni ’70, si spostò in seguito a sinistra politica, trasferendosi in Danimarca per unirsi al Partito Popolare Socialista e dedicando la sua carriera alla filosofia dello sport e alla “cultura del corpo”.
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TN: Catene di supermercati economiche tedesche.
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Ernst Niekisch: “La rivolta prussiana è scoppiata; tutti i cuori in cui è radicato l’elemento tedesco guardano alla Prussia con speranza e desiderio, affinché essa possa creare il Reich tedesco.”
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Qualcosa bolle in pentola, come dimostra l’improvvisa visita a sorpresa a Mosca del direttore della CIA John Ratcliffe a bordo di un aereo da trasporto militare C-17.
Il dibattito pubblico è in fermento, con numerose ipotesi sul significato di questa visita. È opportuno, tuttavia, contestualizzare la situazione ricordando che si tratta della prima visita in Russia di un direttore della CIA dopo la fatidica visita del novembre 2021 del direttore William Burns, segnata dall’ultimo tentativo degli Stati Uniti di impedire alla Russia di lanciare la sua invasione, avvenuta poco più di due mesi dopo.
Pertanto, molti hanno giustamente attribuito grande importanza a quest’ultimo arrivo.
Il Wall Street Journal ipotizza che la visita possa essere collegata alle informazioni dell’intelligence statunitense secondo cui la Russia si starebbe preparando per una nuova campagna su larga scala:
Secondo quanto riportato dal Wall Street Journal, gli Stati Uniti hanno raccolto informazioni che dimostrano i preparativi preliminari della Russia per una possibile mobilitazione militare in Ucraina e i suoi piani per mettere alla prova la determinazione della NATO.
Secondo gli analisti, Ratcliffe potrebbe incontrare il presidente russo Vladimir Putin per lanciare un avvertimento. “Potrebbe dire: ‘Sappiamo cosa stai pensando di fare, e faresti meglio a non farlo'”, ha affermato Beth Sanner, ex vicedirettrice dell’intelligence nazionale statunitense per l’integrazione delle missioni. “Potrebbe anche riguardare il cessate il fuoco con l’Iran e la possibilità di coinvolgere qualcun altro nella discussione”, ha aggiunto, precisando che Ratcliffe potrebbe anche accennare al sostegno del Cremlino all’Iran in seguito alla nuova campagna di sanzioni statunitensi contro il regime .
Altri aggregatori online hanno riportato che potrebbe avere a che fare con le presunte “incursioni di droni” della Russia nel territorio della NATO, anche se una visita personale del direttore della CIA in relazione a questo sembra un po’ inverosimile:
La visita del direttore della CIA Ratcliffe al Cremlino è stata un ultimatum in merito alle recenti incursioni di droni in territorio NATO, volto a dissuadere la Russia dall’intensificare gli attacchi su Kiev in seguito agli attacchi ucraini contro i magazzini della catena di approvvigionamento commerciale, secondo quanto riferito da un alto funzionario statunitense a Faytuks Network.
Il canale russo RVoenkor riferisce che fonti ucraine ritengono che l’incontro sia una risposta a una “importante operazione segreta” che la Russia starebbe preparando.
A Mosca si sono svolti colloqui con il direttore della CIA riguardanti un’importante operazione segreta.
Secondo i media di Kiev, la parte ucraina è a conoscenza di alcuni aspetti e questioni discussi oggi a Mosca. Si tratta di un’operazione di grande importanza, la cui preparazione è avvenuta in segreto per un certo periodo. I suoi risultati potrebbero avere un impatto significativo sugli sviluppi futuri.
Che tipo di operazione potrebbe essere?
Ebbene, innanzitutto continuano a circolare voci insistenti su una possibile operazione russa di vasta portata nella regione di Chernigov, nell’Ucraina settentrionale, al confine con l’Ucraina:
Nota: Queste informazioni provengono da fonti russe e ucraine con cui ho parlato. Entrambe mi hanno dato il permesso di pubblicarle. Sono stati omessi i dettagli che potrebbero essere utilizzati dalla Russia o dall’Ucraina per colpire l’altra parte. Tutto ciò che è menzionato qui è già noto a entrambe le parti. Le frecce sulla mappa sono puramente illustrative.
La ragione più probabile è che la CIA stia semplicemente cercando di salvare l’Ucraina, che ora si trova in difficoltà e sta affondando sotto una serie di attacchi russi che stanno distruggendo gli ultimi rimasugli della sua economia. È per questo motivo che la scorsa settimana Stati Uniti e Ucraina avrebbero elaborato l’ennesimo piano disperato per costringere la Russia a un cessate il fuoco.
Domenica il presidente ucraino ha dichiarato che Kiev ha collaborato con gli inviati del presidente Trump e con i funzionari europei per elaborare il piano. Ha affermato che esso prevede un cessate il fuoco, un ritiro reciproco delle truppe russe e ucraine dalla linea del fronte e la creazione di una zona cuscinetto.
«A quanto ne sappiamo, ci sono diverse altre idee da parte americana. Vogliono trovare il momento giusto per condividerle. Noi le aspettiamo», ha aggiunto Zelensky.
Secondo alcune fonti, un “funzionario vaticano” sarebbe arrivato a Mosca per recapitare il messaggio e sollecitare Putin a porre fine alla guerra. Putin aveva infatti dichiarato ieri di continuare a ricevere dagli Stati Uniti offerte “esotiche e inaccettabili” per la fine del conflitto.
Possiamo solo supporre che la situazione dell’Ucraina sia diventata più grave che mai, soprattutto con l’arrivo dell’inverno, che metterà a nudo tutte le sue peggiori debolezze di fronte al mondo intero. Pertanto, questi sono disperati tentativi occidentali di arginare l’offensiva russa, che sta accelerando.
Qualunque fosse il vero scopo dell’incontro, le sue conseguenze furono caratterizzate da una serie di stranezze, tra cui la presunta rimozione della bandiera americana dall’ambasciata statunitense a Mosca subito dopo la partenza di Ratcliffe, circostanza poi corretta in “Centro Americano” di Mosca.
Aerei statunitensi considerati “apocalittici” sono stati improvvisamente avvistati mentre sorvolavano il Midwest:
Senza contare che Putin avrebbe firmato tre “decreti segreti” dopo la visita del capo della CIA:
Il giorno in cui il direttore della CIA ha visitato Mosca, Putin ha firmato tre decreti riservati.
* I media liberali russi stanno riportando la notizia della “sensazione”. * Hanno rilevato una lacuna tra i decreti 604 e 608 nell’elenco ufficiale dei decreti presidenziali. * Il contenuto dei documenti è sconosciuto, ma non è chiaramente correlato alla visita del direttore della CIA. Dopo i decreti classificati, è stato firmato il decreto n. 608, riguardante la rimozione dell’ambasciatore iracheno, E. Kutrashev, di cui si era a conoscenza in mattinata. * I documenti classificati potrebbero riguardare la protezione di infrastrutture critiche.
Il grafico proveniente dal sito ufficiale del Cremlino mostra i decreti numerati in ordine, con l’assenza dei numeri 605, 606 e 607, il che ha nuovamente alimentato voci incontrollate e isteria:
Ecco il parere di un analista russo sull’intera vicenda:
L’aereo che trasportava la delegazione americana, guidata dal direttore della CIA John Ratcliffe, è partito da Mosca.
Il Wall Street Journal afferma che potrebbe essersi trattato di una visita simile a quella precedente all’SMO, quando, secondo quanto riportato, i funzionari statunitensi avrebbero avvertito il Cremlino di non procedere.
In questo caso, il messaggio sarebbe quello di non avviare una mobilitazione in Russia, un’ipotesi che è stata oggetto di serie discussioni negli ultimi tre o quattro mesi e per la quale vi sono prove che suggeriscono che i preparativi siano già in corso. Immagino che la decisione se mobilitarsi o meno dipenderà dai risultati delle elezioni tra un mese.
D’altro canto, il direttore della CIA cercherebbe anche di mettere in guardia il Cremlino dal mettere in atto una provocazione o dal testare la risolutezza della NATO, un’altra possibilità che è stata anch’essa discussa.
Subito dopo l’incontro, Putin ha firmato tre “decreti segreti”. Il motivo per cui vengono definiti in questo modo è che i decreti n. 604 e 608, pubblicamente disponibili, esistono, mentre i tre precedenti risultano mancanti. Ciò è riportato nel registro del portale ufficiale delle informazioni legali (oppure potrebbe essere solo una coincidenza).
Anche il teorico politico russo Henry Sardaryan solleva alcuni punti interessanti sulla natura della visita di Ratcliffe:
A sottolineare la disperazione che probabilmente sta dietro a questi ultimi sforzi dell’Ucraina, arriva una sorprendente nuova dichiarazione dell’ex ministro della Difesa Fedorov, secondo cui l’Ucraina sta di fatto “perdendo la guerra contro la Russia” e ha solo pochi mesi di tempo – lascia intendere – per ribaltare la situazione.
Kiev si sta gradualmente avvicinando alla sconfitta nel conflitto con Mosca, ha affermato l’ex ministro della Difesa Nikolai Fedorov.
“Credo che abbiamo raggiunto un punto di svolta che determinerà la nostra traiettoria futura. Ma sembra che stiamo gradualmente, lentamente, perdendo terreno”, ha dichiarato in un’intervista a Reuters.
L’Ucraina ha quindi solo pochi mesi a disposizione – un periodo che coincide precisamente con l’arrivo di quello che si preannuncia come un inverno brutalmente rigido – durante i quali un’Ucraina indebolita, priva di difese aeree e con la produzione di energia elettrica al collasso, tenterà di respingere l’inarrestabile e implacabile assalto missilistico russo contro le sue infrastrutture critiche. Sembra che le élite ucraine abbiano compreso la gravità della situazione e che la CIA e altri sponsor e burattinai occidentali si stiano affrettando a compiere un ultimo disperato tentativo per dissuadere la macchina russa dal distruggere la sterile nana bianca un tempo nota come Proxy-404.
I topi ora stanno precipitando dalla scogliera.
È giusto che l’arrivo di Ratcliffe preannunci la definitiva caduta in disgrazia del roditore di Bankova.
Almeno, è così che sta iniziando a sembrare.
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Il presidente conservatore Karol Nawrocki è il comandante in capo della Polonia, ma se il ministro della Difesa della coalizione liberale al governo dovesse porre alcune truppe polacche sotto il controllo dell’UE attraverso la “Legione europea”, non è chiaro se potrebbe impedirne il dispiegamento in Ucraina.
Il ministro degli Esteri polacco Radek Sikorski ha recentemente proposto, in un’intervista ai media greci, la creazione di una “Legione Europea”. Nelle sue parole : “Sostengo fermamente la creazione di una ‘Legione Europea’, una forza permanente e dedicata che potrebbe reclutare professionisti esperti provenienti da tutta la famiglia europea, compresi i veterani ucraini temprati dalla guerra. In definitiva, l’Europa deve assumersi la responsabilità della propria sicurezza”.
Ha poi aggiunto: “Non possiamo chiamare Washington ogni volta che c’è un incendio nel nostro cortile di casa, che si tratti di una minaccia convenzionale o di Mosca che strumentalizza i flussi migratori dall’Africa e dal Medio Oriente contro l’UE. Tuttavia, sia ben chiaro: non si tratta di costruire un’alternativa parallela alla NATO o di duplicare le strutture. Ciò di cui abbiamo bisogno è un pilastro europeo più forte all’interno di una NATO più forte. I nostri interessi sono complementari, non contraddittori”.
Alcuni osservatori sono rimasti sorpresi da questa notizia, dato che Sikorski aveva respinto la proposta di Zelensky di creare un “Esercito d’Europa” un anno e mezzo prima. Come affermò all’epoca il massimo diplomatico polacco: “Credo che dovremmo essere cauti con questo termine, perché persone diverse lo interpretano in modi diversi. Se con esso si intende l’unificazione degli eserciti nazionali, non accadrà”. Qui sta la differenza principale: l'”Esercito d’Europa” mira all’unificazione degli eserciti nazionali, un’utopia, mentre la “Legione Europea” è una forza di volontari.
Per approfondire quest’ultimo punto, sembra che Sikorski abbia in mente una forza di reazione rapida composta da truppe provenienti da paesi dell’UE e dall’Ucraina, presumibilmente sotto la guida di un organismo dell’UE. Lo scopo sarebbe quello di rispondere alle crisi non appena si manifestano, fungendo così da catalizzatore per il coinvolgimento della NATO nel suo complesso o di “coalizioni dei volenterosi” all’interno dell’UE, grazie alla presenza delle loro truppe nella zona di conflitto.
La proposta di Sikorski arriva due mesi dopo che Gran Bretagna, Francia e Germania – collettivamente note come E3 e leader della, a quanto pare incerta, “coalizione dei volenterosi” – hanno confermato l’intenzione di schierare truppe in Ucraina dopo un cessate il fuoco . Il presidente conservatore Karol Nawrocki, la bestia nera della coalizione liberale al governo di cui Sikorski fa parte, si era impegnato per iscritto nel maggio 2025, prima del secondo turno delle elezioni presidenziali, a non consentire l’invio di truppe polacche in Ucraina.
È il Comandante in Capo , ma se il Ministro della Difesa liberale ponesse alcune truppe polacche sotto il controllo dell’UE attraverso la “Legione Europea”, non è chiaro se Nawrocki potrebbe impedire il loro dispiegamento in Ucraina nell’ambito dei piani della “coalizione dei volenterosi”. La società polacca ha sviluppato un atteggiamento ostile nei confronti dell’Ucraina negli ultimi mesi, da quando Zelensky ha glorificato la Volinia. I colpevoli del genocidiodell’OUN-UPA , quindi qualsiasi mossa del genere da parte dei liberali al governo potrebbe rovinare la loro candidatura alla rielezione in vista delle prossime elezioni del Sejm dell’autunno 2027.
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Sebbene non ricopra un ruolo decisionale in materia di politica estera, rappresenta comunque il Ministero degli Esteri russo, e sarebbe molto preoccupante se avessero una visione così inaccurata di Tusk e delle sfumature della politica estera polacca.
La portavoce del Ministero degli Esteri russo, Mari Zakharova, ha reagito alla difesa dei responsabili del bombardamento del Nord Stream da parte del primo ministro polacco liberale Donald Tusk, ipotizzando che quest’ultimo “possa nutrire rancore nei confronti dell’ex cancelliera federale durante il suo mandato come presidente del Consiglio europeo”, in un’allusione ad Angela Merkel. Zakharova ha aggiunto che le parole di Tusk “hanno messo a nudo l’antagonismo e la rivalità polacco-tedesca profondamente radicati e storicamente complessi”.
Secondo lei, ciò avviene “nel perseguimento delle smodate ambizioni di Berlino e Varsavia (con l’appoggio della Casa Bianca) all’interno delle alleanze condivise da entrambe le capitali: l’Unione Europea e la NATO”. Con tutto il rispetto per Zakharova, non potrebbe sbagliarsi di più su Tusk, dato che non è affatto anti-tedesco. Anzi, è così vicino alla Germania (compresa la Merkel) e ha tratto così tante spunti politici da essa nel corso della sua carriera che il cardinale grigio dell’opposizione conservatrice lo ha definito una volta un ” agente tedesco “.
Dal suo ritorno al potere, Tusk ha cercato di riaffermare la sottomissione della Polonia alla Germania, obiettivo che persegue tuttora, pur avendo attenuato un po’ le sue ambizioni in vista delle prossime elezioni del Sejm nell’autunno del 2027. Per quanto riguarda la sua difesa dei responsabili del bombardamento del Nord Stream, essa intendeva segnalare la sua russofobia politica, non offendere la Germania. I lettori possono approfondire le sue motivazioni leggendo la sua risposta allo “stupore” espresso dal portavoce del Cremlino Dmitry Peskov in merito alle sue dichiarazioni. Di seguito, alcune informazioni di base sulla germanofilia di Tusk:
Dopo aver chiarito la realtà della politica estera di Tusk, indiscutibilmente filo-tedesca, verrà ora chiarita anche l’altrettanto reale realtà della rivalità polacco-tedesca all’interno dell’UE e della NATO. Questa rivalità non è dovuta a Tusk, bensì ai suoi rivali, il presidente conservatore Karol Nawrocki e il suo predecessore, Andrzej Duda, politicamente allineato con lui. La Polonia ha perseguito una doppia politica estera sin dal ritorno di Tusk, poiché quest’ultima viene formulata attraverso l’interazione tra il Presidente, il Primo Ministro e il Ministro degli Esteri.
Tornando alla risposta di Zakharova a Tusk, era prevedibile che lo condannasse per aver difeso coloro che hanno fatto saltare in aria gli oleodotti sottomarini del suo paese in uno degli attacchi terroristici più audaci nella storia europea, ma non si poteva prevedere che avrebbe commesso così tanti errori sul suo conto a livello personale. Pur non essendo un’incaricata politica, rappresenta comunque il Ministero degli Esteri russo, e sarebbe molto preoccupante se avessero una visione così inaccurata di Tusk e delle sfumature della politica estera polacca.
Il duopolio al potere in Polonia si è sempre opposto a questo megaprogetto, motivo per cui la Russia ha infine deciso di non consentirne la funzione di stato di transito, come inizialmente previsto.
Putin ha fatto seguito al suo portavoce Dmitry Peskov e alla portavoce del Ministero degli Esteri Maria Zakharova nel rispondere alla difesa, da parte del Primo Ministro polacco Donald Tusk, di chiunque abbia bombardato il Nord Stream . Ritiene che le sue “motivazioni siano molto semplici: convenienza economica”, spiegando che la Polonia nutre risentimento per la decisione della Russia di costruire questi gasdotti sotto il Mar Baltico anziché farli transitare attraverso il territorio polacco, come inizialmente previsto da Putin. La Polonia è quindi contrariata per la perdita di entrate derivanti dal transito.
Con tutto il rispetto dovuto a Putin, ha inavvertitamente confuso alcuni fatti riguardo alla posizione della Polonia sul Nord Stream. Se è vero che inizialmente la Russia aveva previsto che la Polonia fungesse da stato di transito per il Nord Stream, proprio come aveva fatto per decenni con il gasdotto Yamal, ora congelato, il duopolio al governo in Polonia si è sempre opposto a questo megaprogetto, motivo per cui il suo tracciato è stato infine modificato. La Russia si è resa conto che la suddetta opposizione avrebbe reso il tracciato iniziale troppo instabile dal punto di vista politico, qualora fosse mai stato approvato.
Nel 2019, Deutsche Welle ha ricordato ai suoi lettori che la Polonia si opponeva al Nord Stream per tre motivi. Il primo è che la crescente dipendenza energetica dell’UE dalla Russia potrebbe tradursi in dipendenza politica, con tutte le conseguenti implicazioni di politica estera; il secondo è che il suo alleato ucraino perderebbe il suo ruolo strategico di transito; e l’ultimo motivo è che la Polonia aveva in mente i propri piani energetici. Questi sono il Baltic Pipe, ora completato, che parte dalla Norvegia e funge da porta d’accesso degli Stati Uniti al GNL per l’UE .
Lo stesso Tusk ha criticato Nord Stream in molte occasioni, anche alla fine del 2021, quando lo ha condannato come un “errore imperdonabile” con “gravissime conseguenze”, mentre l’allora Primo Ministro conservatore al governo, Mateusz Morawiecki, ha affermato all’incirca nello stesso periodo che esso “concludeva” una “brutale” “alleanza tedesco-russa”. Come sottolineato da New Eastern Europe , anche l’allora Ministro della Difesa Radek Sikorski (ora Ministro degli Esteri) lo aveva condannato come un “nuovo Patto Molotov-Ribbentrop ” già nel 2006.
Col senno di poi, la Russia apparentemente sperava che la Polonia accettasse comunque di fungere da stato di transito con l’intento di rafforzare la loro complessa interdipendenza economica reciproca, nell’ambito di un tentativo di migliorare le relazioni, ma la politicizzazione di questo megaprogetto da parte di Varsavia fin dall’inizio ha reso ciò impossibile. La realtà politica interna è che l’opposizione, a prescindere da chi fosse in un dato momento, avrebbe potuto sfruttare qualsiasi accordo sul Nord Stream per affermare che i governi in carica stavano “svendendo la Polonia alla Russia”.
La russofobia politica, che si distingue dalla russofobia etnica in quanto si basa sull’opposizione allo Stato russo e non al popolo russo, proprio come l’antisionismo non è la stessa cosa dell’antisemitismo, poiché il primo è opposizione a Israele mentre il secondo è odio verso gli ebrei, rappresenta una potente forza di mobilitazione in Polonia. Ciò è dovuto a ragioni storiche che esulano dall’ambito della presente analisi, ma è importante sottolinearlo per spiegare l’opportunismo politico che si cela dietro l’opposizione dei politici polacchi al Nord Stream.
Tornando alla difesa di Tusk nei confronti di chi ha bombardato il Nord Stream, essa non è quindi motivata da ragioni economiche, come affermato da Putin dopo aver travisato alcuni fatti, dato che Tusk e l’altra metà del duopolio di governo polacco si sono sempre opposti a questo megaprogetto. Tutto ciò che Tusk sta facendo è manifestare russofobia politica per ragioni elettorali in vista delle prossime elezioni del Sejm dell’autunno 2027. Per quanto la Russia possa considerarla una strategia brutale, questa è la realtà politica in Polonia, di cui il Cremlino farebbe bene a essere consapevole.
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Si prevede quindi che contribuisca presto a rafforzare i fronti asiatici del nuovo “cordone sanitario” attorno alla Russia.
Il nuovo primo ministro britannico Andy Burnham ha tenuto un discorso a Kiev in occasione del 35°° anniversario dell’indipendenza ucraina. Ha esordito insinuando falsamente che la Russia abbia compiuto «attacchi alla lingua, alla cultura e alle elezioni [dell’Ucraina]» «fin dai primi giorni» e ha poi affermato che la sua operazione specialeè «volta a schiacciare l’indipendenza che siamo venuti qui a celebrare». Burnham, che non è stato eletto democraticamente, ha inoltre elogiato l’Ucraina definendola «una democrazia vivace» nonostante il rinvio a tempo indeterminato delle elezioni.
Ha poi paragonato la Russia ai nazisti affermando che «La mia nazione ha mantenuto viva la fiamma della libertà europea nel XX secolo, voi la mantenete viva nel XXIsecolo», prima di sostenere che l’Europa e la NATO sono diventate più forti grazie all’Ucraina, poiché questa funge da «protettrice dell’Europa». Lo scopo di questa retorica esagerata è giustificare il continuo sostegno del Regno Unito all’Ucraina contro la Russia, che ha appena visto il Regno Unito fornire all’Ucraina le informazioni tecniche riservate necessarie per produrre missili da crociera a lungo raggio.
Anche la stampa britannica ha recentemente rivelato che l’Ucraina ha utilizzato i droni del proprio Paese per attacchi a lungo -lungo raggio all’interno della Russia nell’ultimo semestre, il che ha coinciso con la conferma da parte dell’Ambasciata russa che l’ambasciatore Andrey Kelin è stato richiamato alla fine del mese scorso dopo sette anni di servizio nel suo incarico. In questo contesto di crescenti tensioni legate al coinvolgimento sempre più diretto del Regno Unito nella guerra per procura della NATO contro la Russia attraverso l’Ucraina, RT ha opportunamente chiesto: “Quanto sono vicini alla guerra la Russia e il Regno Unito?”
Considerando che è stato il Regno Unito a scatenare queste tensioni con la Russia, Burnham ha dimostrato una certa sfacciataggine nel condannare le vaghe minacce di Mosca contro Londra in risposta, invertendo così i ruoli di vittima e carnefice. Nulla di tutto ciò dovrebbe sorprendere gli osservatori più attenti, che sanno bene che il Regno Unito è uno dei rivali tradizionali della Russia e ha sempre cercato di dividere e governare l’Europa, questa volta attraverso il conflitto ucraino. Ricorderanno inoltre che il Regno Unito ha stretto un’alleanza con la Polonia e l’Ucraina due settimane prima dell’inizio dell’operazione speciale.
Infatti, è stato proprio l’ex primo ministro britannico Boris Johnson ad essere ampiamente ritenuto responsabile di aver affossato la bozza dell’accordo di pace russo-ucraino della primavera del 2022 promettendo a Zelensky pieno sostegno se avesse continuato a combattere, cosa che Johnson ha fatto per conto del suo “deep state” storicamente russofobo. Il patto di partenariato centenario che uno dei suoi successori, Keir Starmer, ha siglato con l’Ucraina all’inizio del 2025 ha fugato ogni dubbio sul fatto che la loro «partenariato speciale» sia diretto contro la Russia.
La Russia non deve quindi mai dimenticare che il Regno Unito si è impegnato a rimanere una spina nel fianco del Cremlino per il prossimo secolo, e a tal fine si prevede che rafforzi il proprio ruolo nel nuovo “cordone sanitario” attorno alla Russia. Oltre al suo ruolo attuale nel fronte artico-baltico e in quello dell’Europa centrale e orientale, per la cui leadership si contendono la Polonia e l’Ucraina, probabilmente contribuirà anche a quello guidato dalla Turchia lungo l’intera periferia meridionale della Russia, nonché a quello emergente guidato dal Giappone nell’Asia nord-orientale.
Il risultato finale è che il Regno Unito fungerà da principale partner degli Stati Uniti in questa coalizione di contenimento su scala eurasiatica contro la Russia, poiché nessun altro Paese possiede l’esperienza che il Regno Unito ha storicamente maturato in questo ruolo, né la capacità di agire in tal senso attraverso una combinazione di mezzi pubblici e segreti. Nell’eventualità in cui gli Stati Uniti decidessero di allentare questo laccio attorno alla Russia, il Regno Unito potrebbe persino agire alle loro spalle per stringere nuovamente il laccio, anche a rischio di rompere i rapporti con gli Stati Uniti, tanto è determinato il suo «deep state» a contenere la Russia.
Sfrutta l’opinione di funzionari ed esperti polacchi per predisporre l’opinione pubblica, sia i polacchi comuni che gli occidentali in generale, all’ingerenza radicalmente intensificata che si prevede accompagnerà il periodo che precede le prossime elezioni del Sejm nell’autunno del 2027.
Il rapporto di Reuters ha fatto seguito a notizie diffuse dai media polacchi sul piano dell’Ucraina per migliorare i rapporti con la Polonia , che include gli sforzi dei suoi servizi segreti per scoprire (o cinicamente fabbricare) prove di finanziamenti russi a gruppi anti-ucraini. Questa analisi sostiene che l’approccio di Kiev equivale a un’ingerenza negli affari interni della Polonia, poiché prende di mira l’opposizione, tutta critica nei confronti dell’Ucraina, e gli organizzatori delle precedenti proteste degli agricoltori, che potrebbero riprendere le loro manifestazioni in caso di un’altra crisi del grano, come paventato qui .
La coalizione liberale al governo in Polonia sostiene da tempo, senza alcuna prova, che i suoi oppositori siano appoggiati dalla Russia, un’affermazione falsa che è stata smentita qui all’inizio dell’estate. Pertanto, potrebbero aver ripetuto questa insinuazione in modo indipendente, senza coordinarla con l’Ucraina. Ciononostante, anche se Ucraina e Polonia non stessero ancora coordinando questa potenziale campagna diffamatoria contro l’opposizione e gli organizzatori delle precedenti proteste degli agricoltori, l’Ucraina sta comunque sfruttando l’ultima notizia.
Il suo “Centro per il contrasto alla disinformazione” ha condiviso l’articolo di Reuters allo scopo di dare falsa credibilità all’insinuazione che la polarizzazione polacca sull’Ucraina dopo la scioccante mossa di Zelensky alla fine di maggio sia dovuta all’ingerenza russa. Questa narrazione strumentalizzata ha lo scopo di screditare coloro che da allora hanno cambiato opinione sull’Ucraina, sia politici che elettori comuni, assolvendo preventivamente l’Ucraina dalle accuse di essere lei a interferire negli affari della Polonia. Si tratta quindi di un innegabile ibrido. Provocazione di guerra .
Analizzando la sostanza di quanto affermato da alcuni in Polonia e dal braccio operativo per la guerra dell’informazione del Consiglio di Sicurezza e Difesa Nazionale dell’Ucraina, che di fatto rappresenta il “Centro per il contrasto alla disinformazione” in quanto opera sotto il loro controllo , la loro narrazione è molto condiscendente. Dà per scontato che i polacchi non disapproverebbero spontaneamente il fatto che Zelensky glorifichi l’OUN-UPA a livello statale e che potrebbero farlo solo sotto l’influenza russa, dopo essere stati costantemente sollecitati a farlo.
La loro narrazione presuppone inoltre che i post rozzi di account anonimi siano in grado di influenzare i polacchi medi, i quali, presumibilmente, non si accorgerebbero che la sintassi e la cadenza di tali post sono innaturali per un madrelingua polacco e quindi indicative di un autore straniero, oppure suonano sospettosamente come se fossero opera di un’intelligenza artificiale. La conclusione naturale è che chiunque in Polonia critichi l’Ucraina sia un “utile idiota” della Russia, il che rappresenta un insulto all’intelligenza di tutti i polacchi. Potrebbe anche servire da pretesto per la censura.
La lezione da trarre da questo esempio di ingerenza ucraina negli affari interni della Polonia, per quanto lieve e indiretta, ma destinata ad intensificarsi in vista delle prossime elezioni del Sejm nell’autunno del 2027, è che l’Ucraina sfrutta l’opinione pubblica di funzionari ed esperti polacchi per preparare il pubblico a ciò che probabilmente accadrà. Il bersaglio di questa provocazione non sono solo i cittadini polacchi comuni, ma gli occidentali in generale, ai quali l’Ucraina vuole far credere che il loro atteggiamento ostile nei confronti della Polonia sia dovuto unicamente agli “utili idioti” e forse persino agli “agenti” russi infiltrati nell’opposizione.
In parole povere, è prassi comune che i leader europei appoggino tutte le azioni – terrorismo compreso – dirette contro la Russia, e in particolare contro la Polonia.
Il primo ministro polacco Donald Tusk ha recentemente ironizzato dicendo che “dovrebbero vergognarsi coloro che hanno costruito questo gasdotto, non coloro che lo hanno messo fuori servizio”, in risposta all’arresto in Croazia, su richiesta della Germania, di un presunto sospettato dell’attentato ucraino al gasdotto Nord Stream. Berlino ritiene che l’attentato terroristico sia stato ordinato da Kiev, mentre Mosca insiste sul fatto che sia stata Washington. Un altro sospettato ucraino non è stato espulso dalla Polonia alla fine dello scorso anno per le ragioni spiegate qui .
Il portavoce del Cremlino, Dmitry Peskov, ha risposto a Tusk poco dopo con queste parole: “Se il signor Tusk sostiene e appoggia tali atti di sabotaggio terroristico, ciò non può che suscitare stupore e incomprensione”. Non dovrebbe però essere minimamente sorpreso, dato che la battuta di Tusk sul Nord Stream era finalizzata a scopi di politica interna e si allinea perfettamente al discorso nazionale. La sua coalizione liberale al governo è destinata a perdere il potere alle prossime elezioni del Sejm nell’autunno del 2027 e pochi temi mobilitano gli elettori polacchi quanto la russofobia politica.
Sebbene i polacchi abbiano sviluppato un atteggiamento ostile nei confronti dell’Ucraina e circa metà dell’elettorato sia ora contraria a quel paese in misura variabile, ben il 96% di loro disapprova Putin, secondo un sondaggio Gallup di gennaio. La maggior parte dei polacchi, proprio come il duopolio al potere, temeva inoltre che il Nord Stream avrebbe consolidato un futuro Patto Molotov-Ribbentrop a spese del paese e, di conseguenza, si opponeva a quel megaprogetto. Pertanto, hanno naturalmente esultato per la sua distruzione nel settembre 2022, a prescindere da chi ne fosse responsabile.
Lo sfruttamento da parte di Tusk delle ultime notizie sul Nord Stream per sferrare un attacco politico alla Russia era quindi prevedibile, anche se si può non essere d’accordo con quanto affermato o con le sue motivazioni. Lo stesso Peskov ha commentato innumerevoli volte la russofobia politica dei leader europei, quindi è sorprendente che si sia detto “sbalordito” e che la consideri “incomprensibile”. In poche parole, è normale che i leader europei appoggino qualsiasi azione – terrorismo compreso – diretta contro la Russia, soprattutto in Polonia.
All’inizio di agosto, la portavoce del Ministero degli Esteri russo, Maria Zakharova, aveva condannato il rivale di Tusk, il presidente conservatore Karol Nawrocki, per aver usato un’espressione russofoba durante un discorso e per aver ribadito la politica del suo paese di aiutare l’Ucraina a uccidere i russi “il più a lungo e nel modo più efficace possibile”. La russofobia in Polonia, sia nelle sue manifestazioni etniche che politiche, era quindi oggetto di discussione al Cremlino appena due settimane prima della battuta di Tusk sul Nord Stream, quindi quest’ultima non avrebbe dovuto sorprendere affatto Peskov.
Ciononostante, Zakharova è rimasta recentemente sorpresa da un accordo sugli armamenti turco-ucraino approvato dagli Stati Uniti, nonostante la Turchia sia uno dei più antichi rivali della Russia, poiché “aspira a svolgere un ruolo speciale nella risoluzione della crisi ucraina”. Non è quindi una novità che i funzionari russi siano all’oscuro di tutto. Per quanto preoccupante possa essere la situazione, e si tratta effettivamente di una legittima fonte di preoccupazione per i sostenitori della Russia, lei e Peskov sono solo portavoce. Se fossero responsabili politici, tuttavia, la loro sorpresa sarebbe estremamente preoccupante.
Nel complesso, gli osservatori dovrebbero prepararsi a ulteriori manifestazioni di russofobia politica – e forse anche etnica – da parte dei politici polacchi in vista delle prossime elezioni del Sejm dell’autunno 2027, quando ciascuna metà del duopolio di governo si contenderà ferocemente il controllo del parlamento. La russofobia è un mezzo rozzo ma efficace per mobilitare gli elettori polacchi, quindi sarebbe sorprendente se i politici non la sfruttassero. Sia chiaro, una spiegazione non è una giustificazione, ma questo dovrebbe essere di dominio pubblico anche per gli osservatori meno attenti.
Il fattore cruciale alla base del progressivo collasso dello Stato ucraino è stato “EuroMaidan”, che ha strumentalizzato il sentimento ultranazionalista radicato nella società.
RT ha recentemente lanciato una serie di articoli critici in concomitanza con il 35 ° anniversario dell’indipendenza dell’Ucraina . È molto illuminante e può essere letta qui . Il motivo per cui faccio riferimento a questa serie è perché ha ispirato il presente articolo, che ripercorrerà brevemente tutto ciò che è andato storto negli ultimi oltre trent’anni. Rispetto al 1991, l’Ucraina ha circa la metà della sua popolazione, la sua economia è collassata ed è attualmente invischiata in un conflitto armato su larga scala con la Russia. Il modo in cui tutto ciò è accaduto è istruttivo.
La ragione principale è che le autorità ucraine post-indipendenza hanno deciso di allinearsi con l’Occidente a scapito dei legittimi interessi della Russia, in particolare per quanto riguarda la sua aspirazione all’adesione alla NATO. Putin ha notoriamente dichiarato nella sua opera magna dell’estate 2021 ” Sull’unità storica di russi e ucraini ” che la consapevolezza degli ucraini di essere una nazione distinta da quella russa dovrebbe essere trattata “con rispetto”, ma a condizione che anche lo Stato ucraino tratti con rispetto gli interessi dello Stato russo.
L’allineamento dell’Ucraina con la NATO ha subito una radicale accelerazione dopo la ” Rivoluzione colorata di EuroMaidan” del 2014 , sostenuta dall’Occidente e guidata da ultranazionalisti ispirati dai loro predecessori collaborazionisti con i nazisti durante la Seconda Guerra Mondiale. La loro ascesa al potere ha peggiorato le relazioni con la Russia, ma lo specialeL’operazione avrebbe potuto essere evitata se i sostenitori occidentali degli ultranazionalisti al potere li avessero costretti ad attuare gli accordi di Minsk, cosa che Germania e Francia hanno poi ammesso di non aver mai avuto alcuna intenzione di fare.
Ironicamente , nonostante avessero promosso in patria politiche ultranazionaliste contro la minoranza russa (sia i russi di etnia che gli ucraini di lingua russa), questi stessi ultranazionalisti hanno di fatto subordinato l’Ucraina all’Occidente, trasformandola in un suo alleato antirusso. Hanno ceduto la sua sovranità effettiva perché, per parafrasare uno dei padri fondatori del nazionalismo polacco contemporaneo, Roman Dmowski, “odiano la Russia più di quanto amino l’Ucraina”. Questi tre fattori si sono rivelati assolutamente catastrofici per l’Ucraina.
Ricapitolando, l’Ucraina si stava già orientando verso la NATO prima di “EuroMaidan”, ma l’ascesa al potere di ultranazionalisti sostenuti dall’Occidente dopo “EuroMaidan” ha peggiorato le relazioni con la Russia e ha portato l’Ucraina a subordinarsi all’Occidente come suo strumento anti-russo. Questo ha reso, a posteriori, inevitabile l’operazione speciale russa . Di conseguenza, il fattore cruciale dietro il progressivo collasso dello Stato ucraino è stato “EuroMaidan”, che ha strumentalizzato il sentimento ultranazionalista radicato nella società.
Risalendo ancora più indietro nel tempo, il suddetto virus ideologico assunse la sua prima forma significativa nel 1929 con l'” Organizzazione dei Nazionalisti Ucraini “, che passò sotto il patrocinio dei servizi segreti della Germania tra le due guerre e, in ultima analisi, sotto il loro controllo . Quello che iniziò come un gruppo terroristico-separatista che prendeva di mira la Polonia tra le due guerre, i cui cittadini furono poi sterminati , si evolse in un culto antisovietico che fu mantenuto in vita dalla diaspora dopo la Seconda Guerra Mondiale. Furono proprio loro a riportare questo virus in Ucraina dopo il 1991.
Da allora fino a “EuroMaidan”, questo virus ideologico si è diffuso nella società con il supporto di “ONG” finanziate dai governi occidentali, influenzando gradualmente i politici e la gente comune fino a quando i suoi seguaci più zelanti hanno preso il controllo dello Stato nel 2014. Questo processo contestualizza il motivo per cui l’Ucraina ha cercato di entrare nella NATO anni prima, invece di perseguire pragmaticamente un equilibrio tra Russia e Occidente, che avrebbe almeno preservato la sua demografia rafforzando al contempo la sua economia e la sua sicurezza, anziché compromettere tutti e tre gli aspetti.
Il massacro di massa dei polacchi da parte degli ucraini durante la Seconda Guerra Mondiale è stato a tutti gli effetti un genocidio che Kiev deve riconoscere formalmente per ottenere il sostegno di Varsavia alla sua candidatura all’adesione all’UE, finché il presidente Karol Nawrocki rimarrà in carica.
Il maresciallo del Sejm Włodzimierz Czarzasty ha rispecchiato il nuovo atteggiamento più intransigente nei confronti dell’Ucraina, adottato dalla sua coalizione liberale al governo, nei suoi recenti commenti sulle prospettive di adesione del Paese all’UE. Nelle sue parole : “L’adesione dell’Ucraina all’UE richiederà agli ucraini di ripensare tutti gli aspetti della loro storia. Perché l’UE è, dopotutto, una democrazia, l’UE si basa sui valori, non è solo un bancomat (…). Questo significa anche chiamare genocidio per quello che è. Questa è storia, e nessuna nazione può sfuggire alla storia.”
Si tratta di un’allusione al recente omaggio reso da Zelensky alla Volinia. L’ OUN-UPA ha riconosciuto i responsabili del genocidio a livello statale e ha autorizzato la costruzione di un ” pantheon nazionale ” in cui si prevede la sepoltura dei resti di tali figure, in particolare di Stepan Bandera. Questi sviluppi hanno confermato che l’Ucraina è indiscutibilmente diventata uno stato anti-polacco e hanno spinto il presidente conservatore Karol Nawrocki a revocare l’Ordine dell’Aquila Bianca, la più alta onorificenza polacca, a Zelensky.
La coalizione liberale di Czarzasty inizialmente aveva criticato la mossa di Nawrocki, ma ha presto cambiato idea sotto la pressione dell’opinione pubblica, con l’intento di mantenere il potere dopo le prossime elezioni del Sejm dell’autunno 2027, in seguito al crescente malcontento dei polacchi nei confronti dell’Ucraina e del suo popolo, secondo sondaggi attendibili . Per quanto riguarda le sue ultime dichiarazioni, pur essendo politicamente motivate e quindi probabilmente insincere, rimangono comunque valide, dato che all’inizio dell’estate si era valutato che ” la trasformazione dell’Ucraina in uno stato anti-polacco non era inevitabile “.
L’adesione e l’utilizzo del “nazionalismo negativo” da parte dell’Ucraina post-Maidan probabilmente non cesseranno, a meno che la Russia non orchestri un cambio di regime, sostenendo gli sforzi dei suoi nuovi alleati per denazificare militarmente il resto dell’Ucraina e aiutandola a sopravvivere all’inevitabile guerra civile che ne conseguirebbe. Considerata l’improbabilità di tale scenario, per ragioni che esulano dagli scopi di questa analisi, si può presumere che il banderismo rimarrà indefinitamente la “religione di stato” dell’Ucraina.
Le ragioni sono evidenti, ovvero che ha contribuito a legittimare falsamente Zelensky e la sua cerchia nel contesto del conflitto armato in corso tra il loro paese e la Russia , e che molti ucraini hanno già perso parenti che hanno combattuto, in parte (volontariamente o meno), in difesa della suddetta “religione”. Porre fine al banderismo, cosa che la Polonia potrebbe probabilmente fare senza sparare un colpo se minacciasse semplicemente di smettere di essere lo stato di transito per il 90% delle importazioni militari ucraine dalla NATO, equivarrebbe quindi a una rivoluzione.
Alla luce di quanto sopra, non ci si aspetta che le autorità banderiste post-Maidan riconoscano il genocidio della Volinia, poiché ciò screditerebbe la “religione di stato” del loro paese, ma nessun membro dell’UE, a parte la Polonia, se ne preoccupa e un numero considerevole dei suoi funzionari, come Czarzasty, lo fa comunque solo per ragioni elettorali. ” L’Ucraina non entrerà mai nell’UE finché Nawrocki rimarrà presidente della Polonia “, ma se verrà sostituito da un liberale nel 2030 o dopo la scadenza del suo secondo mandato nel 2035, allora Varsavia potrebbe aiutare Kiev ad aderire.
Questo perché, secondo la rivista Foreign Policy, l’Irlanda è recentemente diventata un protettorato francese.
L’ambasciatore russo in Irlanda, Yury Filatov, ha avvertito il suo paese ospitante all’inizio di agosto che “le conseguenze più gravi” potrebbero seguire all’invio da parte di Dublino dell’esercito irlandese per abbordare le navi sospettate di violare le sanzioni anti-russe, dopo la recente approvazione della relativa legislazione che lo consente. Per contestualizzare, l’Irlanda è formalmente neutrale ma intrattiene stretti legami con la NATO, sebbene sia anche stata sottoposta a pressioni occidentali dall’inizio dell’anno per la sua continuaalluminaEsportazioni verso la Russia.
Si è parlato molto anche della “flotta ombra” russa che attraversa le acque irlandesi per eludere i tentativi franco-britannici di sequestrarla, e di una presunta nave spia russa che avrebbe sorvegliato quasi il 75% dei cavi transatlantici che attraversano o si trovano in prossimità della zona economica esclusiva irlandese. A contestualizzare questa attenzione mediatica e politica sensazionalistica va considerato il fatto che l’Irlanda è un paese praticamente smilitarizzato, privo di significative capacità militari. Pertanto, non può sequestrare la “flotta ombra” russa da sola.
Ecco il significato dell’articolo di Foreign Policy di metà giugno su come ” l’Irlanda stia diventando un protettorato militare francese “. A tal proposito, “a gennaio Dublino e Parigi hanno firmato un quadro strategico congiunto che durerà fino al 2030. A febbraio è seguito un accordo di cooperazione militare che riguarda l’addestramento congiunto, la condivisione di informazioni di intelligence e altri settori. Ancora più significativo, l’Irlanda ha esternalizzato quasi interamente alla Francia i suoi appalti militari, compresi il controllo legale, amministrativo e logistico”.
Inoltre, “Parigi controllerà anche la manutenzione e le catene di approvvigionamento necessarie per l’utilizzo a lungo termine di queste attrezzature, comandando al contempo l’addestramento delle truppe irlandesi competenti… Dal 2025, Dublino ha firmato contratti o avviato negoziati con il governo francese per oltre 1,4 miliardi di euro. Per dare un’idea delle proporzioni: il bilancio totale della difesa irlandese per il 2026 ammonta a soli 1,5 miliardi di euro”. Sorge quindi spontanea la domanda sul perché abbiano accettato questo rapporto di protettorato.
Dal punto di vista delle élite irlandesi, la pressione occidentale per l’integrazione di fatto del loro paese nella NATO sta diventando troppo forte per essere contrastata, quindi preferiscono affidarsi alla Francia, il loro “fratello maggiore”, per essere guidati, seppur tardivamente, in questo processo, piuttosto che al Regno Unito, per ovvie ragioni storiche. La Francia è ben lieta di offrire il proprio aiuto, dato che la sua leadership è ora in competizione con Germania e Regno Unito per diventare il leader europeo in materia di sicurezza militare nella ” NATO 3.0 “. Ciò richiede un’espansione della sua influenza.
Concedendo alla Francia un protettorato sull’Irlanda, quest’ultima acquisisce una maggiore influenza militare nell’Atlantico, che si aggiunge a quella già ottenuta dopo l’ingresso della Norvegia sotto il suo ombrello nucleare a fine maggio. Insieme all’estensione dell’ombrello nucleare alla Polonia il mese precedente, la Francia consolida la sua influenza militare e di sicurezza nell’Europa occidentale, settentrionale e centrale, ponendosi così sulla strada per diventare il principale alleato degli Stati Uniti nella “NATO 3.0”. Tuttavia, in tal caso, diventerebbe anche il principale avversario della Russia in Europa.
Tornando all’introduzione, il sequestro da parte dell’Irlanda della “flotta ombra” russa richiederebbe quasi certamente l’assistenza francese, dato che Dublino non possiede le capacità militari necessarie per realizzarlo, il che porterebbe alla creazione di un ulteriore fronte di contenimento guidato dalla Francia contro la Russia in Europa. Considerando anche il piano francese, simile a quello attuato durante la guerra in Siria, per rovesciare i governi filo-russi nel Sahel, si può concludere che la Francia ha riacceso la sua rivalità tra grandi potenze con la Russia, una nuova variabile nella nuova Guerra Fredda.
Una lettura consecutiva di due recenti rapporti suggerisce che questo scenario non può essere escluso.
Il presidente finlandese Alexander Stubb ha dichiarato in modo enigmatico ai media locali che “a un certo punto, sarà necessario instaurare un dialogo a livello europeo, e forse il ruolo più importante in questo senso sarà svolto dai paesi che condividono un confine con la Russia”. Questa sua singolare affermazione è giunta pochi giorni dopo che il New York Times (NYT) aveva riportato che Gran Bretagna, Francia e Germania – collettivamente note come E3 – stavano facendo progressi sui piani, annunciati all’inizio dell’estate, per riprendere il dialogo ufficiale con la Russia.
Secondo il New York Times, la Gran Bretagna è più titubante riguardo a questa iniziativa, dopo il recente cambio di leadership, rispetto a Francia e Germania, confermando in parte un recente rapporto sui problemi all’interno della loro “coalizione dei volenterosi”, ma tutti e tre i Paesi stanno comunque procedendo con il progetto. Il quotidiano cita anche funzionari anonimi che hanno ammesso che “alcuni Paesi più piccoli, in particolare quelli confinanti con Russia e Ucraina, come gli Stati baltici e l’Ungheria, non si fidano completamente di Germania e Francia per quanto riguarda la rappresentanza dei loro interessi”.
Il New York Times ha aggiunto, in modo significativo, che l’E3 si limiterà a “consultare” “Polonia, Italia e Paesi nordici”, mentre l’UE sarà “tenuta informata e successivamente coinvolta”, dando così credito ai timori dei Paesi baltici, finlandesi e polacchi che Gran Bretagna, Francia e Germania possano stringere un accordo con la Russia a loro sfavore. Ciò è ironico, dato che il New York Times ha menzionato che l’E3 intende riprendere il dialogo ufficiale con la Russia proprio per scongiurare lo scenario in cui gli Stati Uniti stringano un accordo con la Russia a loro danno. Questo chiarisce anche la curiosa osservazione di Stubb.
Tornando al discorso precedente, tra gli intellettuali polacchi si sta diffondendo una nuova ondata di discussioni sull’Intermarium, che si riferisce alla manifestazione moderna dei piani del maresciallo Józef Piłsudski, leader polacco del periodo tra le due guerre, per un blocco anti-russo tra Finlandia, Stati baltici, Polonia e Romania. I lettori possono approfondire il ruolo guida che la Polonia dovrebbe svolgere in questo contesto qui , ma è sufficiente che i lettori occasionali sappiano che, nell’ultimo anno, si è già formato un ” cordone sanitario ” attorno alla Russia su questo fronte.
L’Europa occidentale, rappresentata dall’E3 e dall’Intermarium (guidato dalla Polonia?), in cui la Finlandia svolge un ruolo chiave, ha interessi militari e di sicurezza diversi nei confronti della Russia, secondo la visione delle rispettive leadership. L’Intermarium auspica il pieno sostegno degli altri alleati europei della NATO in qualsiasi scenario di emergenza con la Russia, mentre l’E3 – due dei cui membri sono dotati di armi nucleari e il terzo, la Germania, starebbe valutando la possibilità di dotarsi di armi nucleari – è relativamente (e qui entra in gioco la qualificazione) più cauto. Ciò accresce la diffidenza.
L’attrito tra le rispettive visioni dell’architettura di sicurezza europea ideale del dopoguerra, che si formerà attraverso una complessa interazione tra la NATO europea sostenuta dagli Stati Uniti e la Russia, potrebbe portare l’Europa occidentale e l’Intermarium ad avviare dialoghi rivali con la Russia. L’E3 rappresenta già il primo gruppo, mentre il secondo potrebbe essere rappresentato da un tandem polacco-finlandese il cui obiettivo, come spiegato in precedenza , sarebbe quello di negoziare un nuovo modus vivendi con la Russia nell’era postbellica.
Ciò consentirebbe loro di guidare congiuntamente la costruzione dell’architettura di sicurezza europea del dopoguerra insieme alla Russia, conferendo così al fianco orientale della NATO (che si sovrappone all’Intermarium) un’influenza ben maggiore in questo processo rispetto all’E3 e rimodellando di conseguenza le dinamiche interne alla NATO. Si tratta di uno scenario plausibile, ma richiede che la Polonia e/o la Finlandia si oppongano all’E3 avviando al più presto un dialogo diretto con la Russia. Dato che il governo polacco è politicamente diviso, la prerogativa potrebbe ricadere su Stubb.
È significativo che il dibattito politico lettone sulle sanzioni anti-russe si stia spostando da un’approvazione incondizionata alla richiesta di qualcosa di tangibile in cambio da parte dell’UE, considerando la reputazione del paese per la sua linea dura nei confronti della Russia.
La Lettonia, proprio come i suoi vicini Estonia e Lituania, è nota per le sue politiche anti-russe. Gli Stati baltici hanno una storia complessa con la Russia, per usare un eufemismo, che ne plasma le posizioni attuali. Ecco perché sono stati tra i più ferventi sostenitori dell’Ucraina a livello mondiale. Ciò contestualizza anche la loro decisione di aumentare la spesa per la difesa, parallelamente all’approvazione di tutte le precedenti ondate di sanzioni dell’UE. Quest’ultimo aspetto, tuttavia, potrebbe non essere più dato per scontato, visti i recenti sviluppi in Lettonia.
Politico ha richiamato l’attenzione sulla richiesta del Primo Ministro Andris Kulberg a Bruxelles di “consegnare 7 miliardi di euro per contribuire a coprire i costi militari ed economici del confronto con la Russia”. Il quotidiano ha calcolato che “il denaro, che Riga vuole aggiungere ad altri fondi stanziati per il Paese, ammonterebbe a quasi la metà della spesa per la difesa prevista per la Lettonia, pari a 15,1 miliardi di euro nell’arco di sette anni”. Kulberg ha aggiunto che il denaro tornerebbe comunque in Europa occidentale, dato che è lì che la Lettonia acquista gran parte delle sue armi.
Il leader di un partito populista che si posiziona al terzo posto nei sondaggi in vista delle prossime elezioni parlamentari del 3 ottobre, ha lasciato aperta, in un altro articolo di Politico, la possibilità di porre il veto a un’ulteriore serie di sanzioni contro la Russia, a meno che la Lettonia non riceva qualcosa di concreto in cambio della sua approvazione. Il giornale ha anche menzionato che un partito apparentemente filo-russo è al secondo posto nei sondaggi ma, come l’AfD tedesca, “è considerato off-limits dai partiti tradizionali” e potrebbe quindi non entrare a far parte della prossima coalizione.
In ogni caso, l’aspetto più importante dell’articolo di Politico è che mette in luce il nuovo approccio pragmatico adottato dai politici lettoni nei confronti delle sanzioni anti-russe, mentre i costi dell’aumento delle spese militari e delle crescenti restrizioni commerciali alla Russia continuano a salire senza sosta. Invece di continuare ciecamente a infliggere danni economici sempre maggiori al proprio paese, i principali esponenti politici, da Kulberg agli altri due partiti populisti e presumibilmente filo-russi, vogliono cambiare rotta.
Questo è quasi certamente una risposta alle lamentele della popolazione riguardo al peso sempre maggiore che grava sul contenimento della Russia, in un contesto in cui la Lettonia funge da punto di innesco per l’escalation delle tensioni tra NATO e Russia attraverso l’articolo 5 e per agevolare gli attacchi dei droni ucraini tramite il presunto corridoio aereo verso San Pietroburgo. Se il Primo Ministro non avesse chiesto qualcosa in cambio dell’approvazione di ulteriori sanzioni dell’UE, che danneggiano direttamente l’economia del suo Paese, il partito, apparentemente filo-russo, avrebbe potuto ottenere ancora più consensi.
Kulberg ha quindi adottato il suo nuovo approccio pragmatico nei confronti delle sanzioni anti-russe in risposta alle pressioni politiche interne in vista delle prossime elezioni. Tuttavia, potrebbe non abbandonare questa retorica dopo le elezioni, considerando la risonanza che ha presso la popolazione e per timore di cedere terreno ai suoi rivali; pertanto, potrebbe appoggiare un eventuale veto dei populisti qualora formassero una coalizione con lui e l’UE rifiutasse le sue richieste di qualcosa di concreto in cambio dell’approvazione di ulteriori sanzioni.
In conclusione, è significativo che il discorso politico lettone sulle sanzioni anti-russe si stia spostando da un’approvazione incondizionata a una ricerca di compromessi, considerando la reputazione del paese per la sua linea dura nei confronti della Russia, inevitabile a posteriori a causa dei crescenti costi di questa politica e di quella militare lettone. Ciò non significa che la Lettonia minaccerà di porre il veto alle prossime sanzioni dell’UE se non otterrà ciò che desidera, ma non si può escludere questa possibilità, dato che il prossimo ciclo di sanzioni dovrebbe coincidere con le prossime elezioni parlamentari.
Negare che la Russia si trovi ad affrontare alcune sfide socio-economiche sarebbe disonesto, ma non vi sono ragioni credibili per aspettarsi in futuro una crisi sociale simile a quelle del 1917 e del 1991.
Andrey Klepach, capo economista della Vnesheconombank (la banca statale russa per lo sviluppo), ha lasciato il suo incarico lo scorso fine settimana in seguito alla tempesta mediatica scatenata dalle sue critiche all’economia, espresse a fine maggio durante un evento organizzato dal Nikitsky Club della Borsa di Mosca. I suoi commenti, considerati scandalosi, sono riportati a pagina 37 del loro rapporto (qui) , ma poiché sono in russo, chi non conosce la lingua dovrebbe utilizzare Google Traduttore. Questo articolo riassumerà brevemente le sue dichiarazioni e ne valuterà l’accuratezza.
Secondo Klepach, sebbene l’economia russa non crollerà, “gli investimenti sono crollati e non c’è crescita, tantomeno crescita della produttività”. La Russia, a suo avviso, “sta rimanendo indietro” e “stiamo perdendo la corsa globale, sia tecnologicamente che economicamente. E, come ho già detto, stiamo perdendo non solo rispetto a Cina e Stati Uniti, ma per certi aspetti anche rispetto all’Ucraina”. Ha affermato che la sua continua sopravvivenza economica è dovuta esclusivamente agli aiuti occidentali e ha esortato i suoi compatrioti a dissipare l'”illusione” di un suo imminente collasso.
Klepach ha inoltre dichiarato che “non vinceremo la corsa competitiva in questa guerra di logoramento ” a causa dei costi crescenti, che includono “un declino della qualità dell’assistenza sanitaria”, una situazione “fortemente disomogenea” in ambito scientifico e tecnologico e una crescente disuguaglianza. Ha poi affermato di essere “quasi certo che ci troveremo ad affrontare una crisi sociale” altrettanto inaspettata di quelle del 1917 e del 1991. Klepach ha concluso dicendo che “non collasseremo economicamente, ma il nostro divario con gli altri si amplierà, portando con sé tutte le conseguenze del caso”.
È interessante notare che, all’inizio di aprile, il direttore generale del Consiglio russo per gli affari internazionali, Ivan Timofeev, in un articolo rivisto qui più tardi nello stesso mese, ha auspicato riforme di modernizzazione di vasta portata, avvertendo in modo inquietante che la Russia è “condannata a perire” senza di esse. Non è stato altrettanto specifico quanto Klepach nel descrivere le sfide attuali della Russia, ma è comunque degno di nota il fatto che le abbia vagamente accennate. Quanto alla sostanza di quanto affermato da Klepach, è discutibile se la situazione sia davvero così grave.
Da un lato, ha sollevato un punto importante sul rischio che la Russia rimanga indietro rispetto ai suoi pari, ma storicamente è già rimasta indietro per poi recuperare terreno grazie a rapidi periodi di sviluppo. La stessa tendenza potrebbe benissimo ripetersi in futuro, soprattutto se una soluzione politica al conflitto ucraino dovesse portare anche solo a una graduale revoca delle sanzioni, argomento trattato più approfonditamente qui , qui , qui , qui e qui . Anche in assenza di ciò, la Russia potrebbe comunque recuperare terreno da sola, ma potrebbe volerci un po’ più di tempo.
Comunque sia, non c’è alcuna ragione credibile per aspettarsi una crisi sociale simile a quelle del 1917 e del 1991. Klepach potrebbe davvero credere che sia possibile, e la sua precedente posizione di prestigio conferisce una parvenza di credibilità a questo scenario, ma non ha spiegato come sia giunto a tale conclusione. È quindi comprensibile perché i suoi commenti abbiano scatenato una tale tempesta mediatica, e sarebbe stato meglio se il Nikitsky Club non li avesse pubblicati, visti gli involontari danni politici che hanno causato alla Russia.
In definitiva, negare che la Russia si trovi ad affrontare alcune sfide socio-economiche è disonesto, ma una crisi sociale non è all’orizzonte. La Russia persevererà nonostante le difficoltà legate alle sanzioni che sta subendo per difendere la propria sovranità. Inoltre, la sua popolazione nel suo complesso non è incline a protestare, nemmeno se non fosse legalmente limitata come accade già da diversi anni, figuriamoci a scatenare rivolte; pertanto, qualsiasi complotto occidentale di ” rivoluzioni colorate” che tenti di sfruttare le critiche di Klepach per fomentare disordini è destinato a fallire.
È nell’oggettivo interesse di sicurezza nazionale del paese conservare le sue scorte, il cui valore è in costante aumento, e parte di queste potrebbero essere trasferite all’Ucraina in un secondo momento, ma solo in cambio di vantaggi concreti da parte di altri paesi, in particolare Germania e Stati Uniti.
Il viceministro della Difesa polacco Cezary Tomczyk ha affermato che “sono proprio il Comandante Supremo delle Forze Alleate in Europa, il generale Grynkiewicz, e l’amministrazione statunitense, a inoltrare molto spesso questi appelli al governo polacco affinché fornisca missili per i sistemi Patriot , ove possibile”. Ha tuttavia aggiunto che la coalizione di governo liberale non si è ancora pronunciata in merito, probabilmente a causa del clamore nazionale suscitato dall’ultima volta che la questione è stata sollevata all’inizio della primavera, e reso pubblico solo quest’estate.
A metà primavera, il Primo Ministro Donald Tusk aveva affermato che la Russia avrebbe potuto testare l’articolo 5 entro pochi mesi, non anni. Tuttavia, la sua retorica si è rivelata vuota dopo che il trasferimento segreto di cinque missili intercettori Patriot all’Ucraina, da parte del suo governo, è stato scoperto in seguito a una fuga di notizie ai media. Dopotutto, si potrebbe obiettare che Tusk non crede veramente a ciò che dice se ha donato quella che la CNN ha recentemente definito “l’arma più ricercata al mondo”, le cui scorte globali sono state notevolmente ridotte dalla Terza Guerra del Golfo .
Tornando a Tomczyk, ha anche affermato che la Polonia si sta preparando alla guerra con la Russia e ha dato falsa credibilità a precedenti notizie secondo cui la Russia starebbe pianificando gravi provocazioni che potrebbero portare a tale conflitto, il che, inavvertitamente, riduce la flessibilità del suo governo sulla questione del trasferimento di intercettori all’Ucraina. Se Tusk e Tomczyk credono davvero a ciò che dicono, non autorizzerebbero ulteriori trasferimenti, soprattutto dopo il clamore nazionale che ne è seguito l’ultima volta e che potrebbe influenzare le prossime elezioni del Sejm nell’autunno del 2027 .
Allo stesso tempo, ” Il recente patto di difesa polacco-tedesco privilegia indiscutibilmente gli interessi di Berlino rispetto a quelli di Varsavia “, e la vicinanza di Tusk a Berlino – che ha spinto il cardinale grigio dell’opposizione conservatrice ad accusarlo di essere un ” agente tedesco ” – potrebbe portarlo a eseguire gli ordini di Berlino, se richiesti. Curiosamente, agirebbe anche per conto degli Stati Uniti, nonostante le tensioni con Trump, il che creerebbe una situazione paradossale. Lo stesso vale se l’opposizione conservatrice continuerà a opporsi a questi trasferimenti.
Nonostante Tusk sia un fervente sostenitore della Germania, i suoi oppositori conservatori, con i quali si è alternato al governo negli ultimi vent’anni, sono altrettanto filoamericani, il che li pone su posizioni opposte a quelle degli Stati Uniti su questa questione. Così come la vicinanza di Tusk a Berlino potrebbe indurlo a cedere alle richieste del governo ucraino, magari con il pretesto della “solidarietà con l’Ucraina”, allo stesso modo la loro vicinanza a Washington potrebbe portarli ad attenuare la loro opposizione e a chiudere un occhio, qualora la proposta venisse approvata.
Comunque sia, la Polonia dovrebbe resistere alle pressioni statunitensi per trasferire ulteriori intercettori Patriot all’Ucraina, poiché è nell’oggettivo interesse di sicurezza nazionale del paese mantenere il suo arsenale, sempre più prezioso, che potrebbe eventualmente essere trasferito all’Ucraina in futuro, ma solo in cambio di vantaggi concreti da parte di Germania e Stati Uniti. Le lodi dei sostenitori di ciascuna delle due parti del duopolio al governo in Polonia non sarebbero sufficienti, e qualsiasi politico che accettasse solo questo in cambio rischierebbe di essere accusato di essersi venduto o peggio.
La perdita dell’accesso al litio argentino potrebbe, a lungo andare, creare problemi al complesso militare-industriale russo.
A metà luglio, l’ambasciatore russo in Argentina, Dmitry Feoktistov, ha condiviso alcune cattive notizie sui rapporti bilaterali. Ha dichiarato a Izvestia che la cooperazione nel settore dell’energia nucleare è in una fase di stallo dal 2022 a causa delle sanzioni americane, nonostante queste fossero state imposte durante il mandato del presidente multipolare di sinistra Alberto Fernandez, dal quale ci si sarebbe potuti aspettare una disobbedienza unilaterale. Come prevedibile, le sanzioni sono state mantenute dal presidente radicalmente filoamericano Javier Milei dopo la sua rapida ascesa al potere nel 2023.
Secondo Izvestia, “inoltre, il governo Milei ha annunciato la privatizzazione della società nucleare statale Nucleoelectrica Argentina, ha aderito al programma nucleare statunitense FIRST e ha firmato un contratto da 1,2 miliardi di dollari con la società americana Meitner Energy per la costruzione di un piccolo reattore ACR-300”. Hanno anche contattato l’ambasciata argentina, che ha dichiarato che “l’Argentina è in grado di soddisfare completamente il proprio fabbisogno nucleare senza aiuti esterni”. Questo, di fatto, invalida il contratto dell’Argentina con Rosatom.
Allo stesso modo, Feoktistov ha confermato che la Russia è stata costretta a spostare il suo focus regionale sul litio dall’Argentina alla vicina Bolivia a causa delle sanzioni americane, ma Izvestia ha aggiunto che il suo piano di riserva è stato congelato da quando il nuovo presidente filoamericano ha deciso di sottoporre il progetto a una verifica, probabilmente per ragioni politiche. Hanno poi citato un esperto che prevede “o costose importazioni spot da Cile, Cina e Australia, oppure l’urgente e oneroso sviluppo dei propri giacimenti con geologia complessa”.
Lo stesso esperto ha affermato che “i progetti nazionali di estrazione del litio (tra cui il giacimento di Kolmozerskoye nella regione di Murmansk e i progetti in Siberia) possono compensare solo parzialmente la carenza, poiché ci vorranno dai 5 ai 10 anni dall’esplorazione alla produzione commerciale. Nei prossimi anni, queste miniere non colmeranno la carenza di materie prime a causa della necessità di ingenti investimenti nella lavorazione”. Questa risorsa è necessaria per scopi militari, industriali ed elettronici, ha aggiunto Izvestia, il che la rende altamente strategica.
Nel suo discorso al ” Forum sulle tecnologie del futuro ” del febbraio 2025, Putin si è lamentato dicendo: “Non estraiamo ancora il litio. Ma come possiamo farne a meno? È ovvio per gli specialisti. Eppure siamo in grado di farlo. E avremmo potuto iniziare a farlo 10-15 anni fa”. All’inizio di quest’estate, quindi circa 15 mesi dopo, ” Il vice primo ministro russo ha delineato la strategia del suo paese per le terre rare “. È stato vago, ma l’analisi precedente, a cui si fa riferimento tramite un link, osserva che la Russia ha bisogno di capitali e tecnologie stranieri.
Queste risorse potrebbero essere acquisite dal Quad guidato dagli Stati Uniti, nell’ipotesi che un cessate il fuoco in Ucraina sia seguito da un allentamento graduale delle sanzioni, al fine di facilitare l’accesso dell’Occidente alle risorse russe correlate e ridurre così la sproporzionata dipendenza di tale blocco dal suo rivale sistemico cinese. Certamente, la Russia potrebbe comunque sviluppare le sue miniere di litio e di altre terre rare senza capitali e tecnologie occidentali, ma potrebbe risultare più costoso (soprattutto in termini di dirottamento di fondi da altri investimenti) e richiedere più tempo.
Per la Russia è sempre stato rischioso dipendere da Stati che rientrano nella tradizionale sfera d’influenza statunitense, come l’Argentina, per l’approvvigionamento dei minerali critici necessari al suo complesso militare-industriale, quando possiede a sua volta giacimenti di tali risorse. Per questo Putin si è lamentato del fatto che la Russia avrebbe dovuto svilupparli molto tempo fa. Il costo opportunità derivante da tale mancato sviluppo è enorme, ma parzialmente recuperabile a patto che la Russia abbia la volontà politica di fare finalmente ciò che è necessario, soprattutto se raggiungerà un accordo con gli Stati Uniti per sbloccare capitali e tecnologie occidentali.
Pur mantenendo pragmaticamente legami economici ed energetici con la Russia, la Turchia rimane uno dei suoi più antichi rivali, un fatto che diplomatici ed esperti russi farebbero bene a tenere sempre presente.
La portavoce del Ministero degli Esteri russo, Maria Zakharova, si è recentemente detta sorpresa dalla rivendita all’Ucraina di un lotto di armamenti di fabbricazione statunitense. Tra questi, “12 sistemi lanciarazzi multipli e oltre 2.500 munizioni a grappolo non guidate, oltre a 47.000 proiettili a grappolo da 203 mm e 70 missili a corto raggio ATACMS”. La Zakharova si è detta colta di sorpresa da questo accordo, dato che, come ha affermato, Stati Uniti e Turchia “aspirano a svolgere un ruolo speciale nella risoluzione della crisi ucraina”.
Zakharova ha poi avvertito che “i tentativi di sfruttare la retorica di pace mentre si forniscono armi ai nazisti ucraini minano inevitabilmente la fiducia reciproca, soprattutto considerando che le autorità turche hanno più volte garantito il loro impegno ad astenersi dal fornire armi letali a Kiev”. Sebbene non sia chiaro se ci saranno conseguenze per le relazioni russo-turche, nulla di tutto ciò avrebbe dovuto sorprenderla, soprattutto non il ruolo della Turchia in questo nuovo accordo sulle armi.
Come recentemente ricordato all’esperto russo Farhad Ibragimov, dopo che questi aveva minimizzato la sfida che la Turchia rappresenta per il suo Paese, ” la Turchia rappresenta una sfida geostrategica per la Russia indipendentemente dalla NATO “, soprattutto oggigiorno lungo tutta la periferia meridionale della Russia, nel Caucaso meridionale, nel Mar Caspio e in Asia centrale. L'”Incrocio Trump per la pace e la prosperità internazionale” ( TRIPP ) dell’agosto 2025 serve al duplice scopo implicito di creare un corridoio logistico militare della NATO che dalla Turchia si addentri nel cuore dell’Eurasia.
Considerate le importanti conseguenze strategiche dell’operazione TRIPP, che consistono nel rafforzare il fianco meridionale del “cordone sanitario” attorno alla Russia e che potrebbero persino innescare un’altra operazione speciale in futuro, la Russia avrebbe dovuto dare per scontato che la Turchia avrebbe continuato ad armare l’Ucraina. Purtroppo, esperti russi come Ibragimov, il presidente del Consiglio russo per gli affari internazionali Dmitriy Trenin e il direttore del programma del Valdai Club Timofey Bordachev hanno tutti minimizzato la minaccia rappresentata dalla Turchia.
Ciò potrebbe aver contribuito a indurre nei responsabili politici un falso senso di sicurezza, spiegando in parte la sorpresa di Zakharova per il ruolo della Turchia in questo nuovo accordo sugli armamenti, che di per sé è molto sorprendente e suggerisce che il Ministero degli Esteri non comprenda appieno la minaccia rappresentata dal TRIPP. Del resto, sia il direttore del Terzo Dipartimento per la CSI, Mikhail Kalugin, sia il viceministro degli Esteri, Mikhail Galuzin, hanno minimizzato l’importanza di questo progetto negli ultimi mesi, il che è in linea con le valutazioni degli esperti citati in precedenza.
Una maggiore consapevolezza della minaccia che la Turchia rappresenta per la Russia, soprattutto attraverso l’accordo TRIPP, non implica che la Russia debba intraprendere azioni militari preventive di alcun tipo. Piuttosto, ciò ottimizzerebbe la formulazione e l’attuazione delle politiche, i cui dettagli specifici possono solo essere oggetto di speculazione. La cosa più importante, tuttavia, è che i suddetti processi non siano più viziati da un persistente ottimismo ingenuo nei confronti della Turchia, come sembra accadere attualmente e che rischia di portare alla formulazione di politiche non ottimali.
Nella migliore delle ipotesi, la sorpresa di Zakharova per il ruolo della Turchia in questo nuovo accordo sugli armamenti servirà da campanello d’allarme, atteso da tempo, per l’istituzione che rappresenta. Non è cosa da poco che la Turchia stia rivendendo all’Ucraina una tale quantità di armamenti di produzione statunitense a quasi cinque anni dall’inizio della fase su larga scala di questo conflitto. Pur mantenendo pragmaticamente legami economici ed energetici con la Russia, la Turchia rimane uno dei suoi più antichi rivali, un aspetto che diplomatici ed esperti russi farebbero bene a tenere sempre a mente.
Se la “questione giapponese” (in mancanza di un termine migliore) non verrà presto risolta pacificamente, il rischio che scoppi una terza guerra mondiale nell’Asia nord-orientale aumenterà vertiginosamente.
L’ambasciatore cinese in Russia, Zhang Hanhui, ha pubblicato un articolo tempestivo sull’agenzia di stampa pubblica TASS in occasione dell’80 ° anniversario del Tribunale penale internazionale di Tokyo , la versione giapponese del Processo di Norimberga, di cui la maggior parte degli occidentali non è a conoscenza. Zhang ha iniziato citando fatti relativi alla rimilitarizzazione del Giappone, in violazione delle Dichiarazioni del Cairo e di Potsdam , nonché dell’Atto di resa del Giappone . Tra questi, vari sviluppi missilistici e navali, esportazioni di armi e il Libro bianco sulla difesa del 2026 .
A questo proposito, Zhang ha scritto che “Tokyo sta anche cercando attivamente di partecipare ai meccanismi militari pertinenti della NATO, accelerando la sua integrazione nell’Alleanza Atlantica”. Ha poi sottolineato che “il Giappone giustifica le sue conquiste coloniali e nega la giustizia del ritorno di Taiwan alla Cina”. Forse l’aspetto più preoccupante per la Cina è che il suo rivale storico, responsabile del genocidio di circa 35 milioni di cinesi , sta flirtando con le armi nucleari e potrebbe produrle in massa se venisse presa la decisione.
Di fronte alla riemersione della minaccia regionale rappresentata dalla rapida rimilitarizzazione del Giappone e dai suoi discorsi sul nucleare, Zhang ha concluso dichiarando che “la Cina e la Russia sono pronte, insieme ad altri Paesi impegnati nella difesa della giustizia storica e dell’ordine giuridico internazionale, a sostenere con fermezza la corretta interpretazione della storia della Seconda Guerra Mondiale, a reprimere risolutamente qualsiasi tentativo di far rivivere il militarismo giapponese, a salvaguardare la pace conquistata a fatica e a promuovere la formazione di un ordine internazionale più giusto e razionale”.
Il suo minaccioso avvertimento dovrebbe essere preso sul serio, poiché si allinea anche con la valutazione della Russia sul Giappone. Un anno fa, Nikolai Patrushev, stretto collaboratore di Putin, rilasciò un’intervista ai media locali in cui sostanzialmente sosteneva che ” il Giappone svolgerà un ruolo molto più importante nel promuovere l’agenda americana in Asia “. Verso la fine dell’anno, dopo le controverse dichiarazioni del nuovo Primo Ministro Sanae Takaichi sull’impegno militare del Giappone nei confronti di Taiwan, si è poi osservato che ” il Giappone potrebbe sfidare la Cina prima del previsto “.
La rapida rimilitarizzazione del Giappone e le sue dichiarazioni sul nucleare rappresentano quindi una seria minaccia anche per la Russia, che potrebbe essere neutralizzata preventivamente dagli Stati Uniti riformando radicalmente l’AUKUS+ per rimuovere il ruolo guida del Giappone, come proposto qui , oppure la Russia e la Cina potrebbero farlo preventivamente per via militare. Avrebbero il diritto internazionale di farlo in virtù dello status del Giappone come “stato nemico” nella Carta delle Nazioni Unite , ma in questo scenario gli Stati Uniti potrebbero minacciare ritorsioni a causa del loro patto di mutua difesa, rischiando così una Terza Guerra Mondiale.
Il programma nucleare nordcoreano e i relativi test erano un tempo la causa delle crisi regionali nell’Asia nord-orientale, ma ora il ruolo del Giappone si è assunto con la sua rimilitarizzazione e le sue stesse dichiarazioni sul nucleare. Mentre le suddette mosse della Corea del Nord minacciano un solo Stato dotato di armi nucleari, quelle del Giappone ne minacciano due, e il loro comune rivale americano è anche un alleato nella difesa reciproca. Se la “questione giapponese” (per mancanza di un termine migliore) non verrà presto risolta pacificamente, il rischio di una terza guerra mondiale nell’Asia nord-orientale aumenterà vertiginosamente.
La Siria dovrebbe accettare le limitazioni imposte da Israele all’addestramento fornito dalla Russia alle sue forze, impegnandosi al contempo a interrompere i legami di sicurezza militare con la Turchia e ad avviare ispezioni doganali congiunte con la Russia lungo la ferrovia dell’Hejaz (qualora venisse riattivata) per impedire alla Turchia di utilizzarla per scopi militari.
Israele e Turchia sono impegnate in una guerra di parole dopo che Israele ha bombardato una base aerea nel nord della Siria, vicino ad Aleppo, la città più grande del Paese, con la motivazione che le forze turche si stavano preparando a schierarsi lì. La Siria ha negato l’accaduto, ma un articolo di Majdi Halabi su The Media Line ha fatto luce sulle valutazioni di Israele. Secondo lui , “la dottrina di sicurezza israeliana classifica una minaccia non in base alla sua legittimità, ma in base al suo effetto sulla libertà di movimento aereo”.
Ha spiegato che “un radar convenzionale gestito da un membro della NATO limita gli aerei israeliani più di un missile a spalla nelle mani di un membro di un gruppo armato. Secondo questo criterio, una partnership legittima e un’infiltrazione illegittima diventano equivalenti, e il rifacimento di una pista di atterraggio diventa un motivo valido per bombardarla”. Qualunque sia la propria opinione sui meriti di una simile politica, essa implica una certa logica che, a suo modo, ha un suo senso.
In sostanza, l’ultimo bombardamento israeliano della Siria aveva lo scopo di impedire un fatto compiuto turco, in base al quale la Turchia avrebbe prima limitato la libertà di movimento aereo di Israele sulla Siria settentrionale, per poi estendere gradualmente questa zona di interdizione al volo di fatto più a sud, e probabilmente avrebbe anche schierato forze in quella direzione in parallelo. Più i caccia e le altre forze turche sono dislocate vicino a Israele, meno tempo ha Israele per reagire in caso di crisi, alla quale i responsabili politici si stanno ora preparando in seguito all’escalation della rivalità dopo il 7 ottobre .
L’influenza turca sulla Siria è diventata una questione più delicata che mai per Israele, soprattutto dopo l’annuncio, avvenuto all’inizio di questo mese, della ” NATO islamica ” tra Turchia, Arabia Saudita e Pakistan. Siria e Giordania si trovano tra i primi due Paesi e potrebbero cadere ulteriormente sotto la loro influenza strategico-militare, fino a diventare di fatto protettorati, se non membri a pieno titolo (anche se solo nominalmente), dopo il completamento da parte della Turchia della riattivazione della ferrovia dell’Hejaz che collega tutti e quattro. Tale scenario è stato approfondito in questo articolo .
Proprio come la competizione tra Cina e Giappone per la Corea alla fine del XIX secolo portò a una guerra tra i due Paesi, così anche quella tra Israele e Turchia all’inizio del XXI secolo per la Siria potrebbe sfociare nello stesso epilogo, ma ciò potrebbe essere evitato attraverso una diplomazia creativa se Damasco avesse la volontà politica. ” Le relazioni russo-siriane sono entrate in una nuova era ” dopo il memorandum d’intesa firmato all’inizio di agosto tra i due Paesi sul futuro delle basi russe in Siria, che diventeranno centri di addestramento congiunti.
Questo nuovo modello di addestramento congiunto potrebbe consentire alla Russia di mantenere il suo ruolo di protettrice della Siria, anziché essere sostituita dalla Turchia, come Israele teme, rendendo inevitabile una guerra tra i due Paesi. Tuttavia, è probabile che la Russia rispetti le sensibilità di Israele limitando chi addestra (ad esempio, escludendo “ex” terroristi) e con quali equipaggiamenti. Allo stesso modo, se Damasco acconsentisse a ispezioni doganali congiunte russo-siriane lungo la ferrovia dell’Hejaz, Mosca garantirebbe che non vengano trasportate armi o altro materiale bellico più a sud.
Certamente, la proposta di cui sopra impone significative restrizioni alla sovranità siriana, ma è il modo più realistico per scongiurare una guerra israelo-turca per la Siria. La Russia neutralizzerebbe di fatto il proprio dilemma di sicurezza attraverso questi mezzi, consentendo così alla Siria di ricostruirsi senza il timore di un’altra guerra di vasta portata. La Repubblica Araba potrebbe comunque cooperare strettamente con la Turchia in materia di commercio e investimenti, ma la cooperazione militare-di sicurezza sarebbe fuori discussione, il che allevierebbe le preoccupazioni dello Stato ebraico.
L’Occidente non fa mai nulla senza avere in mente un qualche vantaggio personale.
A fine luglio, la Comunità economica degli Stati dell’Africa occidentale (ECOWAS) ha formalmente approvato il gasdotto sottomarino Nigeria-Marocchia. La costruzione di questo megaprogetto da 25 miliardi di dollari dovrebbe iniziare nel 2028 e si estenderà per oltre 4.000 chilometri lungo la costa dell’Africa occidentale, fornendo all’UE 30 miliardi di metri cubi (m³) di gas all’anno. La crescente importanza della Nigeria per l’UE porrà questo partner ufficiale dei BRICS più saldamente sotto l’influenza occidentale, e lo stesso vale per il blocco ECOWAS di cui è a capo.
Sebbene i 30 miliardi di metri cubi rappresentino solo circa un quinto di quanto la Russia forniva all’UE durante il periodo di massimo splendore dei loro scambi energetici, contribuiscono comunque ad alimentare l’economia del blocco e saranno presumibilmente più economici del GNL che l’UE ha iniziato a importare su larga scala dagli Stati Uniti dopo le sanzioni imposte alla Russia nel 2022. I legami più stretti tra UE e Nigeria completeranno quelli sempre più stretti tra Stati Uniti e Nigeria sotto l’amministrazione Trump 2.0, il che potrebbe in ultima analisi portare l’UE a dare alla Nigeria il potere di agire come garante regionale per procura.
Sebbene non abbia ancora dato seguito alla presunta invasione antiterrorismo del Mali, accennata dal suo Ministro della Difesa all’inizio di maggio e che probabilmente avrebbe come scopo un cambio di regime qualora si concretizzasse, la Nigeria potrebbe comunque svolgere questo ruolo in futuro con il sostegno occidentale. Se l’Alleanza Saheliana, di cui il Mali fa parte, sopravvivesse all’attuale offensiva ibrida, simile a quella siriana , non si potrebbe escludere una guerra nigeriana contro il blocco, sostenuta dall’Occidente, alla quale potrebbero partecipare anche altri Stati dell’ECOWAS.
La BBC ha citato Charles Majomi, esperto di energia ed ex consigliere del governo nigeriano, il quale ha affermato che “[il gasdotto Nigeria-Marocchino] segna un cambiamento rispetto ai modelli attuali, in cui il gas viene tipicamente estratto dai paesi africani, raffinato e lavorato all’estero e poi rispedito nei paesi africani a un prezzo tre o quattro volte superiore”. Sarebbe ovviamente uno sviluppo positivo per gli altri stati dell’ECOWAS ricevere gas a un prezzo molto più basso, ma l’Occidente non fa mai nulla senza avere in mente un qualche vantaggio personale.
In questo caso, il rafforzamento delle loro economie dovrebbe indurli ad acquistare più materiale bellico dall’Occidente, con l’effetto complessivo di consolidare le loro forze armate e trasformare l’ECOWAS in un blocco militare più potente guidato dalla Nigeria. Mentre Guinea e Togo potrebbero rifiutarsi di partecipare a un’eventuale campagna contro l’Alleanza Saheliana a causa dei loro legami pragmatici con essa e dei crescenti rapporti con la Russia, ci si aspetta che gli altri paesi vi prendano parte qualora si verificasse. Inoltre, sono già filo-occidentali.
In definitiva, il gasdotto nigeriano-marocchino promuove effettivamente gli interessi economici di tutti i paesi coinvolti, ma ha anche una forte valenza geopolitica, poiché l’obiettivo a lungo termine è consolidare l’influenza occidentale tra gli stati dell’ECOWAS, che peraltro si trovano anche in posizioni strategiche lungo le coste. Il concetto di “Occidente globale” si sta quindi espandendo dal suo nucleo nordatlantico per includere non solo gli alleati degli Stati Uniti nell’area Asia-Pacifico, ovvero i paesi del Golfo, Israele e l’America Latina, ma ora anche l’Africa occidentale.
A dirla tutta, l’Intesa sino-russa non può fare nulla per fermare l’oleodotto nigeriano-marocchino, e qualsiasi tentativo in tal senso verrebbe percepito come un tentativo di ostacolare lo sviluppo degli stati dell’Africa occidentale a scapito del loro soft power. Ciò che possono fare, tuttavia, è intensificare il sostegno all’Alleanza Saheliana e impegnarsi al massimo per riportare la Nigeria dalla loro parte nella Nuova Guerra Fredda. È molto più facile a dirsi che a farsi, ma non è impossibile, quindi potrebbero presto provarci.
Anziché lasciare che Giappone e Corea del Sud assumano un ruolo guida nel contenimento della Cina, gli Stati Uniti manterrebbero tale ruolo, pur riconoscendo la RPDC come potenza nucleare e approvando un accordo di pace russo-giapponese, semplificando così la sicurezza regionale e riducendo il numero di punti critici che potrebbero condurre alla Terza Guerra Mondiale.
Trump ha confermato di aver ripreso i contatti con Kim Jong Un, leader della Corea del Nord, il giorno dopo aver ridimensionato la partecipazione degli Stati Uniti alle esercitazioni militari annuali su larga scala con la Corea del Sud. Il Wall Street Journal ha inoltre riportato, lo stesso giorno, che Trump sta valutando la possibilità di un altro vertice con Kim a novembre, in quanto si troverà in Asia orientale per il prossimo vertice della Cooperazione Economica Asia-Pacifico (APEC). La possibile ripresa dei colloqui tra Trump e Kim potrà avere successo solo se l’alleanza AUKUS+ verrà radicalmente riformata.
Si riferisce alla rete militare di stampo NATO che gli Stati Uniti intendono creare in tutto il Pacifico occidentale, dal Giappone nell’Asia nord-orientale alla Nuova Zelanda in Oceania. L’obiettivo è contenere la Cina; in caso contrario, gli Stati Uniti e i loro partner regionali dovrebbero già trovarsi in una posizione militare e logistica sufficientemente solida da poter rispondere adeguatamente a qualsiasi evenienza, sia essa di lieve entità o grave. Un Giappone rimilitarizzato e una Corea del Sud dotata di sottomarini nucleari di fabbricazione statunitense sono componenti fondamentali di questa rete.
Quei due sono rivali della RPDC, quindi progressi in tal senso – per non parlare dello scenario in cui uno o entrambi sviluppino armi nucleari – aggraverebbero le tensioni con loro, rischiando di far precipitare la possibilità di una Terza Guerra Mondiale per un errore di valutazione. Kim non ha mai preso in considerazione la denuclearizzazione e soprattutto non lo farà dopo la Terza Guerra del Golfo congiunta tra Stati Uniti e Israele contro l’Iran. Se Trump 2.0 vuole continuare a contenere la Cina senza rischiare una Terza Guerra Mondiale per un errore di valutazione con la RPDC, allora deve riformare radicalmente l’AUKUS+.
Invece di ” guidare da dietro “, come sperano di fare in Europa e in Medio Oriente , lasciando che i partner con interessi comuni assumano la guida nel contenimento di Russia e Iran, gli Stati Uniti dovrebbero “guidare dal fronte”, mantenendo le proprie presenze militari in Giappone e nella Corea del Sud o addirittura espandendole. Questi due Paesi non dovrebbero essere predisposti a guidare il contenimento della Cina, poiché semplicemente non ne sono in grado a meno che non sviluppino armi nucleari, il che rischierebbe di provocare un primo attacco da parte della Cina e/o della RPDC; pertanto, gli Stati Uniti dovrebbero continuare a guidare l’operazione.
Se le relazioni tra la RPDC e gli Stati Uniti si normalizzassero, cosa che può accadere solo se gli Stati Uniti riconoscono la RPDC come potenza nucleare e accettano almeno una graduale revoca delle sanzioni con criteri di ripristino (ad esempio, se la RPDC effettua ulteriori test nucleari o missilistici balistici), allora anche le relazioni della RPDC con il Giappone e la Corea del Sud si normalizzerebbero. Ciò screditerebbe uno dei principali argomenti addotti dai falchi a favore della militarizzazione e del nucleare, che gli Stati Uniti potrebbero scoraggiare con dazi doganali, se necessario, e con operazioni di intelligence come punizione qualora la RPDC continuasse a ignorare tali argomentazioni.
Allo stesso modo, se le relazioni russo-giapponesi si normalizzassero in seguito all’approvazione da parte degli Stati Uniti del compromesso del 1956 , qui proposto in chiave pragmatica , non ci sarebbe alcuna possibilità che la Russia si allei con la RPDC e/o la Cina contro il Giappone a proprio vantaggio e a vantaggio degli Stati Uniti, semplificando così la sicurezza regionale. Il fronte nord-orientale della Nuova Guerra Fredda si troverebbe quindi solo tra Cina e Stati Uniti, sebbene con le forze cinesi presenti in Giappone e nella Corea del Sud, ma sarebbe molto più stabile rispetto a un’ipotetica situazione in cui Giappone, Corea del Sud, RPDC e Russia fossero tutti attori attivi.
Ricapitolando, l’AUKUS+ rischia di scatenare la Terza Guerra Mondiale a causa di un errore di valutazione e, quantomeno, aumenta la probabilità di una risposta di tipo trilaterale tra Russia, RPDC e Cina. Entrambi questi scenari possono essere evitati riformando radicalmente questo concetto. Invece di affidare la guida del contenimento della Cina a Giappone e Corea del Sud, sarebbero gli Stati Uniti a mantenere questo ruolo, riconoscendo la RPDC come potenza nucleare e approvando un accordo di pace russo-giapponese. La sicurezza regionale dipenderebbe quindi dai legami tra Cina, RPDC e Stati Uniti, che risulterebbero molto più stabili.
Questa regione riveste un ruolo di primaria importanza nelle loro narrazioni nazionali, sia storiche che contemporanee.
Il 1° agosto , Cina e India hanno ripreso gli scambi commerciali transfrontalieri lungo l’Himalaya , sospesi per sei anni a causa prima del COVID e poi delle tensioni bilaterali esplose dopo i sanguinosi scontri dell’estate 2020 nella valle del fiume Galwan. Come riportato da RT , “Entrambe le parti hanno avviato misure per rafforzare la fiducia, tra cui la ripresa dei voli diretti e l’aggiornamento del regime dei visti. L’India ha recentemente iniziato a consentire investimenti cinesi in settori strategici della sua economia”. Tutto ciò deriva dall’accordo di de-escalation raggiunto nell’autunno del 2024 .
Ci sono voluti quasi due anni per concordare quest’ultima misura volta a rafforzare la fiducia reciproca, ma questa mossa è immensamente simbolica per il ruolo importante che l’Himalaya riveste nelle rispettive narrazioni nazionali, sia storiche che contemporanee. Questa regione è anche il luogo in cui, oltre cinque anni fa, si sono verificati i sanguinosi scontri di cui si è parlato in precedenza. La ripresa degli scambi commerciali transfrontalieri attraverso l’Himalaya, che torneranno a essere limitati per quanto riguarda il numero di commercianti e merci , dimostra che la fiducia reciproca sta crescendo.
È un dato impressionante, considerando che la Cina continua silenziosamente ad espandere la sua influenza nell’Asia meridionale attraverso il suo tradizionale partner pakistano e il suo recentemente ristabilito partner bengalese , con entrambi i quali l’India ha problemi di varia entità, mentre l’India si sta posizionando per controllare lo Stretto di Malacca insieme all’Indonesia. Allo stesso tempo, Cina e India rimangono i principali clienti petroliferi della Russia e gli Stati Uniti potrebbero imporre nuovamente dazi punitivi (questa volta fino al 100% ) su uno o entrambi i paesi se la nuova legislazione venisse approvata.
Nonostante il coinvolgimento indiretto dei paesi vicini, come accennato, i contorni della rivalità sino-indiana rimangono bilaterali, ed entrambe le parti sanno bene che gli Stati Uniti vogliono sfruttare i loro problemi per dividerli e governarli; da qui la possibile decisione di rafforzare ulteriormente i legami. Tutto ciò non implica che risolveranno presto le cause profonde delle loro controversie, ma la decisione congiunta di riprendere simbolicamente gli scambi commerciali transfrontalieri suggerisce una profonda consapevolezza strategica da parte di entrambe le parti.
Sebbene sia improbabile che abbiano esplicitamente concordato di fare quanto segue, di fatto mantengono comunque strette relazioni con la Russia, gestiscono la rivalità bilaterale e respingono i tentativi degli Stati Uniti di metterli l’uno contro l’altro. L’esempio dato dai due paesi più popolosi del mondo, membri anche dei BRICS e della SCO, potrebbe ispirare altri paesi, e persino coppie di paesi rivali, a considerare di emulare il loro pragmatico equilibrio. Ciò sarà particolarmente vero se la distensione dovesse durare.
Si tratta di una possibilità plausibile, data l’importanza simbolica della ripresa degli scambi commerciali transfrontalieri, avvenuta dopo altre misure di rafforzamento della fiducia, di maggiore rilevanza militare ed economica, contrariamente a quanto ci si potrebbe aspettare da osservatori superficiali. Mentre per l’occidentale medio potrebbe essere difficile comprenderlo, per le leadership cinese e indiana questa mossa simbolica era probabilmente intesa, per ragioni culturali, a celebrare congiuntamente i progressi compiuti negli ultimi due anni.
Dopotutto, è stato proprio sull’Himalaya che i loro scontri mortali, oltre cinque anni fa, hanno quasi portato a un’altra guerra tra i due Paesi, e la regione riveste un ruolo di primaria importanza nelle loro narrazioni nazionali, sia storiche che contemporanee. È quindi appropriato che quest’ultima misura di rafforzamento della fiducia sia giunta dopo le altre, suggerendo che la distensione sia destinata a durare. Naturalmente, tutto può sempre accadere, ma gli scenari peggiori, qualora si verificassero, favorirebbero maggiormente gli interessi degli Stati Uniti rispetto a quelli di entrambi i Paesi.
La Russia e gli altri partner BRICS farebbero bene ad avviare una propria campagna di pressione dietro le quinte a suo sostegno.
All’inizio di agosto, Bloomberg ha citato documenti giudiziari sudafricani per sostenere che la Russia avrebbe finanziato il tentativo fallito di fuga dal paese da parte del famoso attivista panafricanista Kemi Seba, avvenuto all’inizio di quest’anno per evitare l’estradizione in Benin con l’accusa di reati politici, scatenata dalla sua opinione sul fallito colpo di stato dello scorso anno. Seba è stato arrestato da agenti in incognito che si spacciavano per contrabbandieri, ai quali aveva chiesto aiuto per attraversare il confine con lo Zimbabwe, e rimane tuttora in custodia. La prossima udienza per l’estradizione è fissata per il 23 settembre .
Sebbene il Benin abbia legami pragmatici con la Russia, tra cui la possibilità per la sua marina di fare scalo nella capitale, è ancora considerato molto vicino al suo ex colonizzatore francese. Questo è importante perché Seba è nato in Francia da genitori beninesi, è stato arrestato in passato dalla Francia per il suo attivismo e privato della cittadinanza francese nel 2024. È famoso per aver denunciato le politiche neocolonialiste francesi in Africa e per aver organizzato manifestazioni di protesta. Il Benin potrebbe quindi agire su ordine della Francia cercando di arrestarlo.
Allo stesso modo, si potrebbe sostenere che il Sudafrica stia facendo la stessa cosa, pur essendo membro dei BRICS e praticando apertamente quella che oggettivamente può essere definita una politica estera multipolare, forse sotto pressione. Dopotutto, non era necessario che Seba fosse infiltrato con agenti sotto copertura, il che rivela anche che la sua polizia segreta lo stava monitorando. Sebbene sia possibile che una fazione filo-occidentale del suo “stato profondo” sia responsabile della sua persecuzione, la responsabilità ultima ricade comunque sul governo nel suo complesso, le cui azioni sono condannabili.
A rendere il tutto ancora più scandaloso di quanto non lo sia già, i documenti del tribunale sudafricano affermano che “Séba avrebbe dovuto recarsi in Zimbabwe e volare in Europa per compiere attentati terroristici lì e nel Regno Unito, e le informazioni menzionavano anche che la persona era stata addestrata dai russi ed era estremamente pericolosa”. Bloomberg non ha specificato se in quei documenti fossero state presentate prove a sostegno di tale affermazione, quindi non dovrebbe essere presa per buona, ma è probabile che si tratti piuttosto di un pretesto per tenerlo dietro le sbarre.
L’attivismo panafricano di Seba è in realtà anche nell’interesse oggettivo del Sudafrica, quindi è sorprendente che il Paese lo perseguiti, pur essendo sotto pressione. Dopotutto, ha resistito agli Stati Uniti di fronte alla campagna di pressione di Trump 2.0, che superficialmente riguardava i boeri ma che, come spiegato all’epoca, aveva ben altro da offrire. È quindi difficile immaginare che ceda alle pressioni su una questione simbolicamente significativa come la persecuzione di Seba. Soprattutto se le pressioni provengono dalla Francia.
È interessante notare che l’attivismo panafricanista di Seba promuove anche gli interessi oggettivi della Francia, poiché un’Africa sovrana, prospera e stabile, come quella che egli immagina, ridurrebbe i flussi migratori in uscita, e inoltre la Francia e gli altri paesi europei godrebbero di un contesto di investimento molto più prevedibile. Il problema, tuttavia, è che lo Stato francese nel suo complesso crede soggettivamente che i suoi interessi risiedano nel sottomettere e sfruttare l’Africa. Ecco perché la Francia odia così tanto Seba ed è probabilmente dietro la sua persecuzione.
Tutto sommato, lo scenario migliore sarebbe che il Sudafrica rilasciasse Seba e gli permettesse di lasciare il paese, magari per recarsi in Russia, dove sarebbe più al sicuro. Tuttavia, considerando che lo ha già trattenuto in custodia per tutto questo tempo, la probabilità che ciò accada è bassa. Dato che il Sudafrica lo sta probabilmente perseguitando sotto pressione degli Stati Uniti e/o della Francia (quest’ultima è la più probabile responsabile), la Russia e gli altri partner BRICS farebbero bene ad avviare una propria campagna di pressione dietro le quinte a suo sostegno.
È prematuro prevedere che il Somaliland permetterà ai suoi alleati americani, emiratini e/o israeliani di colpire gli Houthi da lì, ma certamente consentirà loro di stazionare alcuni dei loro aerei da combattimento in loco per scoraggiare un’invasione da parte della Somalia con l’aiuto dell’Egitto e/o della Turchia, garantendo così la sua stessa sopravvivenza.
Nello stesso mese, gli alleati degli Emirati Arabi Uniti hanno sfidato senza successo l’Arabia Saudita in Yemen, ottenendo così l’espulsione delle forze emiratine e la perdita di influenza complessiva nel Paese. Questo ha reso il Somaliland ancora più importante per gli Emirati Arabi Uniti, in quanto ultimo avamposto rimasto nel Golfo di Aden. Va precisato che gli Emirati Arabi Uniti e il Somaliland sono partner stretti da anni, quindi la notizia riportata da Le Monde sulla costruzione di una base aerea da parte dei primi nel secondo non sorprende. Non è nemmeno inaspettato che anche Stati Uniti e Israele possano utilizzarla.
Secondo alcune fonti, gli Stati Uniti starebbero valutando la possibilità di diversificare la propria presenza militare regionale, riducendo la dipendenza dal Gibuti, paese sempre più allineato alla Cina, mentre Israele ha formalmente riconosciuto il Somaliland, come già accennato. Il Somaliland confina direttamente con Gibuti, quindi non sarebbe difficile trasferirvi parte, o addirittura tutta, l’infrastruttura militare statunitense. Confina inoltre con la Somalia, dove gli Stati Uniti conducono occasionalmente attacchi e raid antiterrorismo contro Al Shabaab, rendendo così il Somaliland un partner militare molto attraente per gli Stati Uniti.
Queste osservazioni avvalorano la notizia riportata da Le Monde, secondo cui gli Stati Uniti potrebbero finire per utilizzare la nuova base aerea che gli Emirati Arabi Uniti starebbero costruendo presso l’aeroporto di Berbera, così come potrebbe fare Israele. Tutti e tre sono inoltre stretti alleati e condividono interessi di sicurezza regionale molto simili, che il Somaliland potrebbe consentire loro di sfruttare dal proprio territorio, a differenza di Gibuti, che non permette agli Stati Uniti di colpire gli Houthi dalle basi presenti sul suo territorio. Il calcolo del Somaliland potrebbe essere che i benefici complessivi di tale operazione superino di gran lunga i rischi per la sicurezza.
Su questo argomento, Netanyahu ha dichiarato in vista della prima fase della TerzaGolfoSi dice che Israele stia creando un cosiddetto ” Esagono ” nella regione per contrastare quello che è stato descritto come “l’asse sciita radicale… e l’emergente asse sunnita radicale”, ed è probabile che il Somaliland svolga un ruolo in questa rete. All’inizio dell’anno era stato avvertito che ” la presunta stretta collaborazione turco-egiziana in Sudan potrebbe essere di cattivo auspicio per il Somaliland “, dato che questi sono i doppi sostenitori della Somalia e appoggiano le sue rivendicazioni sul Somaliland.
Il Somaliland non sopravvivrebbe a un attacco da parte di nessuna delle due fazioni, motivo per cui la sua speranza più realistica di sopravvivenza è quella di ospitare forze americane, emiratine e israeliane a scopo di deterrenza, dato che il costo potenziale di un attacco degli Houthi impallidisce rispetto al suddetto scenario di invasione. Sebbene sia prematuro prevedere che il Somaliland permetterà che la sua nuova base aerea presso l’aeroporto di Berbera venga utilizzata contro gli Houthi, certamente consentirà ai suoi alleati di basarvi alcuni dei loro aerei a scopo di deterrenza.
Se l’esistenza del Somaliland venisse di conseguenza garantita, è possibile che altri Stati si uniscano a Israele nel riconoscerlo ufficialmente, il che potrebbe rimodellare le dinamiche regionali se ciò portasse il Somaliland a svolgere un ruolo più importante nel facilitare il commercio globale con l’Etiopia, paese senza sbocco sul mare. È il secondo paese più popoloso dell’Africa, con un tasso di crescita del PIL altissimo, pari al 9,2% secondo la Banca Mondiale, quindi l’attrattiva economica del riconoscimento del Somaliland è comprensibilmente allettante per molti. Per ora, tuttavia, il Somaliland deve garantire la propria sopravvivenza.
Nel complesso, la sua intervista è stata di routine, senza rivelazioni significative, con la parte più importante riguardante i loro futuri rapporti incentrati sulla connettività.
L’ambasciatore pakistano in Russia, Faisal Niaz Tirmizi, ha rilasciato la sua seconda intervista all’agenzia TASS quest’anno, all’inizio di agosto, dopo la prima di metà maggio . Oltre a ribadire l’interesse del Pakistan a mediare tra Stati Uniti e Iran, ha approfondito il tema delle relazioni bilaterali, argomento che verrà esaminato in questo articolo in quanto si basa sulla sua visione di legami incentrati sulla connettività, condivisa nella precedente intervista. Tirmizi ha iniziato facendo riferimento a quanto sopra menzionato in relazione alle sue speranze per un corridoio commerciale terrestre.
Ha inoltre affermato che il Pakistan ha già avviato il processo di negoziazione di un accordo di libero scambio con l’Unione Economica Eurasiatica e prevede di concluderlo entro due anni. Ciò è ora possibile grazie all’instaurazione di relazioni diplomatiche ufficiali con l’Armenia lo scorso anno, dopo essere stato l’ultimo Paese al mondo a farlo, un passo che aveva rimandato a lungo per solidarietà con l’Azerbaigian nel contesto della questione del Nagorno -Karabakh.Conflitto . Tirmizi ha poi parlato del prossimo viaggio in Russia del Primo Ministro Shehbaz Sharif.
È stato rinviato dall’inizio di marzo a causa del terzoGolfoGuerra , e ora prevede che la visita avrà luogo in autunno. Secondo lui, “sarà instaurata una cooperazione attiva in ambito economico, sociale e mediatico. Saranno firmati tra otto e dieci accordi”. Una cooperazione più stretta nel campo dell’IA è inoltre all’orizzonte, dato che Pakistan e Russia sono due dei numerosi membri fondatori della neonata Organizzazione globale per la cooperazione sull’intelligenza artificiale, che avrà sede in Cina.
Un altro degli sforzi di Tirmizi per espandere ulteriormente i legami bilaterali riguarda il suo lavoro per aumentare il numero di studenti pakistani in Russia e il numero di turisti russi in Pakistan, al fine di rafforzare i legami tra i popoli. Su questo tema, ha anche espresso la speranza che gli scambi culturali attraverso la moda, l’arte, la musica e il cinema crescano. Nel complesso, la sua intervista è stata di routine, senza rivelazioni particolarmente significative, con la parte più importante riguardante i futuri legami incentrati sulla connettività.
Il corridoio commerciale a lungo previsto tra i due Paesi attraverso l’Afghanistan non è più politicamente fattibile a causa della serie di attacchi transfrontalieri da entrambe le parti, rispettivamente gli attacchi terroristici sostenuti dai talebani in Pakistan e le rappresaglie aeree e di artiglieria pakistane contro i campi terroristici in Afghanistan, che hanno compromesso le loro relazioni. Ciononostante, Timirzi ha accennato al Caucaso meridionale nella sua intervista in relazione al recente riconoscimento dell’Armenia da parte del Pakistan, quindi la connettività con la Russia attraverso l’Iran e l’Azerbaigian è certamente possibile.
Affinché ciò accada, tuttavia, il Pakistan dovrebbe rimanere militarmente neutrale nel caso in cui la Terza Guerra del Golfo dovesse riesplodere con tutta la sua forza. Questo potrebbe rivelarsi estremamente difficile a causa del suo ruolo di “principale alleato non NATO” e dei suoi obblighi di difesa reciproca nei confronti dell’Arabia Saudita, sanciti dall’accordo stipulato nel settembre 2025. Se il Pakistan partecipasse alle ostilità contro l’Iran, anche il suddetto corridoio commerciale alternativo con la Russia attraverso l’Iran diventerebbe politicamente impraticabile, vanificando così la visione di Tirmidhi.
Nel complesso, le relazioni tra Pakistan e Russia rimangono promettenti e il viaggio di Sharif in Russia, riprogrammato per questo autunno, porterà i rapporti bilaterali a un livello superiore. Gli scambi commerciali sono ancora ben al di sotto del loro pieno potenziale, ma la difficoltà di sviluppare su larga scala la logistica terrestre è solo una parte del problema; l’altra è rappresentata dalla forte influenza statunitense che ancora rende il Pakistan restio a concludere un importante accordo energetico con la Russia. Se questa situazione dovesse cambiare, i legami bilaterali fiorirebbero, ma è bene non farsi troppe illusioni.
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È stata orchestrata una campagna mediatica fulminea volta a indurre la società ad accettare la mobilitazione della popolazione femminile ucraina.
L’ex ministro della Difesa ucraino Reznikov ha rotto il ghiaccio parlando delle nuove procedure di mobilitazione “più severe” promesse dal governo di Zelensky, che prevedono l’inasprimento di varie norme e una possibile modifica dell’età di mobilitazione.
Ma al minuto 0:30 afferma che, affinché l’Ucraina ce la faccia, deve guardare ad altri Stati che hanno risolto con successo i problemi di manodopera, e indica Israele come modello da seguire:
A suo avviso, Israele e l’Ucraina hanno molto in comune. L’Ucraina indipendente esiste da pochi decenni in meno rispetto a Israele. Israele impiega liberamente le donne nelle proprie forze armate e, secondo questa logica, dovrebbe farlo anche l’Ucraina:
«La Verkhovna Rada deve decidere e modificare la legislazione militare [in modo che] l’obbligo generale di difendere il Paese ricada su tutti i cittadini ucraini», afferma freddamente.
Le donne non devono necessariamente ricoprire “ruoli in prima linea”, ma possono occuparsi delle operazioni con i droni e lavorare nelle retrovie, afferma. Certo, se si ignora il fatto che le Forze Armate Ucraine (AFU) inviano regolarmente queste unità di fanteria delle “retrovie” sui campi di battaglia come carne da cannone per i consueti attacchi inscenati nell’ambito di operazioni psicologiche di pubbliche relazioni, necessari a mantenere l’aura di una certa “iniziativa” ucraina agli occhi del pubblico occidentale.
Successivamente, il tizio dei cereali per la colazione dice all’Ucraina di mobilitare le proprie donne perché le donne “combattono non peggio degli uomini”:
Beh, forse ha ragione. Sul campo di battaglia odierno, “combattere” dalla parte ucraina significa essenzialmente vedere chi riesce a sopravvivere senza cibo né acqua in una trincea per il maggior tempo possibile, prima che un drone venga a reclamare la propria anima. La NASA non ha forse dimostrato già da tempo che le donne sono più adatte ai voli spaziali proprio perché il loro corpo richiede meno cure e nutrimento?
A tutto ciò ha fatto seguito una campagna mediatica coordinata da parte dei media occidentali, di cui fa parte anche l’ultimo articolo del Telegraph:
Bisogna leggere l’articolo qui sopra per crederci. L’autrice si vanta del suo precedente capolavoro come prefazione all’eroismo delle donne ucraine:
Una delle conseguenze più intriganti (e incoraggianti) dei quattro anni di lotta dell’Ucraina contro il dispotismo di Vladimir Putin è stato il cambiamento nella percezione di ciò di cui le donne sono capaci.
La sua tesi è che le donne dovrebbero essere mandate al fronte in Ucraina non perché le risorse umane ucraine si stanno esaurendo e i maschi in età da combattimento scarseggiano, ma semplicemente perché le donne ucraine hanno “dimostrato” di essere eroiche e di essere all’altezza della situazione. Si tratta di un tentativo oscuramente manipolatorio di sacrificare le donne ucraine sui campi di battaglia, riproponendo la crisi come glorificazione: un atto di gaslighting davvero atroce e spregevole.
Cartelloni pubblicitari che spuntano in tutta l’Ucraina:
Per quanto riguarda le notizie dall’Ucraina, sul sito web del Consiglio dei Ministri è apparsa una petizione per la mobilitazione delle donne che non hanno avuto figli:
Tuttavia, non si tratta di un disegno di legge presentato ufficialmente, bensì di una petizione lanciata da un cittadino che sta raccogliendo adesioni.
Il giornale ufficiale del Dipartimento della Difesa degli Stati Uniti Stars and Stripes è intervenuto con quanto segue, sottolineando la natura organizzata dell’ultima campagna:
Potere alle ragazze! Solo le splendide ed eroiche “girlboss” ucraine possono fermare il malvagio Re degli Orchi Putin di Mordor!
Se solo la realtà fosse così semplicistica e comoda come la sceneggiatura di una serie TV ispirata al “Signore degli Anelli” in versione “wok”.
Dall’articolo di S&S:
Secondo il Ministero della Difesa, all’inizio del 2026 più di 75.000 donne facevano parte delle forze armate ucraine, di cui circa 5.500 in ruoli di combattimento. Rappresentano meno del 10% del personale in servizio attivo, ma il loro numero è aumentato di circa il 40% rispetto a prima della guerra.
A differenza degli uomini, che sono soggetti alla coscrizione obbligatoria, loro si arruolano volontariamente.
La guerra con i droni ha reso meno rilevanti le distinzioni di genere, dicono, quindi le donne possono ora essere più utili che mai (come carne da cannone per i droni):
L’ascesa della guerra con i droni sta rendendo il genere un fattore sempre meno rilevante sul campo di battaglia, ha affermato Prymak. Questa tecnologia privilegia le competenze tecniche rispetto alla pura forza fisica, riducendo l’importanza delle differenze che tradizionalmente hanno separato uomini e donne.
«La forza fisica non ha più un ruolo così significativo», ha affermato Prymak. «E, inoltre, la motivazione è di gran lunga più importante».
Che pezzo di propaganda davvero motivante.
Le stesse donne ucraine non sembrano proprio così entusiaste di finire nel tritacarne come vengono dipinte:
Intervistatore: I confini ucraini dovrebbero essere aperti per consentire agli uomini di uscire dal Paese a loro piacimento?
Ragazza ucraina: No, perché se gli uomini se ne vanno, mobiliteranno le donne.
Ed ecco il rimshot.
Come già detto, Roman Kostenko, alto funzionario della Rada, ha affermato che presto entreranno in vigore importanti modifiche alla mobilitazione in Ucraina poiché «gli incentivi finanziari non sono più sufficienti a garantire il raggiungimento dei numeri di reclutamento richiesti»:
Kostenko ha sottolineato che presto saranno introdotti cambiamenti radicali, e si parla già di una revisione dell’età di leva. Ha evitato di specificare se si tratti di abbassare o di innalzare la soglia di età, precisando che saranno il Ministero della Difesa o lo Stato Maggiore a fornire informazioni ufficiali in merito in un secondo momento.
L’Ucraina si trova ad affrontare una situazione sempre più grave. L’ultima crisi in corso ruota attorno alla carenza di fondi del Paese, come sottolineato dallo stesso Zelensky in una serie di dichiarazioni accorate.
Si presti particolare attenzione alla parte evidenziata qui sotto, in cui Zelensky precisa che il deficit di quasi 30 miliardi di dollari è stato causato dall’aver destinato in anticipo l’intero bilancio annuale dell’Ucraina alle campagne di pubbliche relazioni della prima metà dell’anno, sottolineando in particolare che tali fondi sono stati impiegati, tra le altre cose, nella “produzione di droni”:
Alcuni analisti hanno correttamente individuato un aspetto di cui parlo qui già da oltre un anno. Da quando le varie campagne di operazioni psicologiche orchestrate dall’Ucraina hanno iniziato ad assumere proporzioni sempre più vaste — dall’invasione di Kursk ai tentativi di assedio della Crimea, ecc. — abbiamo spiegato come tutte queste manovre propagandistiche abbiano un costo. Proprio nell’ultimo articolo gratuito, ho menzionato cosa significano gli attacchi dell’Ucraina contro la catena Wildberries nel quadro della realtà del gioco a somma zero che governa tutte le questioni militari.
Per il consumatore occidentale non esperto, abituato alle sciocchezze dei media mainstream, l’Ucraina può avere un potenziale di attacco infinito sia contro obiettivi inutili, non militari e puramente ideologici, sia contro obiettivi militari rilevanti della Russia. Ma la realtà non funziona così. Tutto opera sulla base di risorse limitate. Quando l’Ucraina decide di mettere in atto una campagna militare senza precedenti di qualche tipo, le risorse necessarie devono provenire da qualche parte, a causa delle dinamiche del gioco a somma zero.
Amerikanets lo spiega perfettamente:
Il motivo per cui ciò ha senso è che l’Ucraina sta lanciando contro la Russia un numero di droni sproporzionato e senza precedenti, quasi 1.000 per attacco in molte notti. E la maggior parte degli osservatori pro-Ucraina, nell’ignoranza, gongola distrattamente e esulta come se le risorse prodigiosa per tali attacchi si materializzassero semplicemente dal nulla, credendo incautamente che alla fine non si debba mai pagare il conto. Ebbene, ora è giunto il momento di pagare il conto — e Zelensky sta implorando montagne di denaro che i vassalli europei, ormai allo stremo, non possono più permettersi.
In effetti, ciò che ora appare evidente è che Zelensky abbia semplicemente puntato tutto sulla campagna di pubbliche relazioni di quest’anno volta a “mettere Putin in ginocchio” attraverso attacchi alle raffinerie e ai magazzini — il che equivale a effettuare operazioni di vendita allo scoperto con un effetto leva di 10 volte e mandare in fumo l’intero portafoglio non appena la scommessa si ritorce contro.
Ma non preoccupatevi: le eroiche “drone-femmes” ucraine salveranno la situazione, punendo le orde russe con i loro dildo rosa volanti.
Sconfitta per trollaggio.
Resta da vedere se l’ultima iniziativa dell’Ucraina riuscirà a incutere in Putin il timore che ci si aspetta, dato che, a quanto si dice, egli detesta le manifestazioni di emancipazione femminile.
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L’ascesa dell’AfD sta mettendo in luce le conseguenze politiche di un modello economico basato sull’energia russa a basso costo, sulla forza industriale e su un consenso centrista che sta diventando sempre più difficile da sostenere.
Per gran parte del periodo successivo alla Guerra Fredda, la Germania ha goduto di un assetto strategico insolitamente favorevole. L’energia russa sosteneva un’economia industriale basata su una produzione manifatturiera competitiva a livello globale. L’integrazione europea ha ampliato il mercato. Le garanzie di sicurezza americane hanno limitato i costi della protezione geopolitica. E un centro politico straordinariamente stabile ha gestito la distribuzione della prosperità che ne è derivata.
Tale accordo è ora sotto pressione da ogni parte.
Il significato dell’ascesa di Alternative für Deutschland (AfD) per la Germania va dunque oltre le sorti di un singolo partito di opposizione. L’AfD sta diventando il veicolo politico attraverso il quale una parte crescente dell’elettorato sta mettendo in discussione presupposti che la classe dirigente tedesca ha dato per scontati: la rottura con la Russia in materia di energia, la gestione della guerra in Ucraina, le conseguenze economiche delle sanzioni e i limiti del dibattito politico accettabile.
In Germania non sta cambiando solo la mappa elettorale, ma anche il rapporto tra performance economica e legittimità politica.
L’economia dietro la politica
L’attacco di Alice Weidel all’abbandono da parte della Germania dell’energia russa a basso costo colpisce direttamente la debolezza del consenso politico esistente.
La sua argomentazione è politicamente incisiva perché collega la politica estera all’economia domestica e industriale. Il rapporto energetico tra Germania e Russia non è mai stato meramente commerciale. Costituiva parte integrante della struttura dei costi che sosteneva l’industria tedesca. Una volta interrotto tale rapporto, Berlino è stata costretta a sostituire una fonte di energia geograficamente conveniente con un sistema più complesso e potenzialmente più costoso.
La bozza descrive riserve di gas eccezionalmente basse, preparativi inadeguati per l’inverno, pressioni sui mercati petroliferi e forniture di GNL che non hanno raggiunto i livelli previsti dalla leadership politica tedesca. Allo stesso tempo, il cancelliere Friedrich Merz fatica a generare lo slancio politico atteso dal suo governo, mentre impopolari misure fiscali aggiungono un’ulteriore fonte di malcontento.
È qui che l’ascesa dell’AfD assume un’importanza strategica.
I partiti esterni al consenso di governo spesso avanzano quando gli elettori giungono alla conclusione che i costi che stanno sopportando non sono disagi temporanei, ma conseguenze di politiche che il sistema politico si rifiuta di riconsiderare. L’AfD non ha bisogno di convincere ogni singolo elettore tedesco dell’intero suo programma. Deve convincerne un numero sufficiente che i partiti esistenti stanno difendendo un assetto che non funziona più.
Quando il contenimento smette di funzionare
Le imminenti elezioni in Sassonia-Anhalt e Meclemburgo-Pomerania Anteriore potrebbero quindi assumere un’importanza maggiore rispetto alle normali elezioni regionali.
L’AfD è in posizione favorevole per essere in testa in entrambi gli stati, mentre i sondaggi in Sassonia-Anhalt hanno sollevato la possibilità di una maggioranza assoluta. Un simile risultato darebbe al partito il suo primo governo regionale e potenzialmente una rappresentanza nel Bundesrat, portando una forza politica emergente direttamente all’interno della struttura istituzionale federale tedesca.
Il problema dell’establishment sta diventando sempre più difficile da nascondere. La strategia tradizionale è stata quella del contenimento: isolare politicamente l’AfD, sottoporla a un intenso controllo istituzionale e impedire agli altri partiti di trattarla come un normale partner di coalizione.
Ma il contenimento dipende dai calcoli elettorali.
Se l’AfD dovesse diventare ripetutamente il partito di maggioranza relativa, e soprattutto se si avvicinasse alla maggioranza di governo, il cordone sanitario inizierebbe a produrre risultati sempre più problematici. Potrebbero essere necessarie coalizioni più ampie di partiti ideologicamente incompatibili semplicemente per impedire al partito più forte di governare.
A quel punto, il meccanismo concepito per proteggere il centro politico può iniziare a indebolirne la legittimità.
La campagna elettorale dei Verdi in Sassonia-Anhalt, di cui si ha notizia, illustra questo cambiamento. L’obiettivo non è più necessariamente impedire una vittoria dell’AfD, ma impedire che l’AfD ottenga la maggioranza. Si tratta di una posizione politica decisamente più difensiva.
La crisi economica si manifesta anche in un contesto esterno più esigente per la Germania.
Il conflitto in Ucraina continua ad assorbire l’attenzione politica e militare europea, mentre le forze russe intensificano la pressione nel Donbass occidentale e a Zaporizhzhia. Allo stesso tempo, le risorse militari americane descritte nella bozza odierna si concentrano sempre più sul Medio Oriente, compreso il dispiegamento di portaerei che potrebbe lasciare l’Asia priva di un gruppo d’attacco di portaerei statunitense.
Questi sviluppi sono geograficamente separati ma strategicamente collegati.
Essi prefigurano un mondo in cui le risorse militari, le forniture energetiche e la capacità industriale saranno nuovamente beni scarsi che i governi dovranno allocare tra priorità concorrenti.
Per la Germania, questa situazione è particolarmente scomoda. Il Paese ha costruito la propria economia politica in un periodo in cui l’integrazione economica e la sicurezza strategica si rafforzavano a vicenda. Oggi, invece, possono spingere in direzioni opposte.
Sostenere il confronto geopolitico può comportare costi industriali. Il riarmo richiede risorse fiscali. La diversificazione energetica richiede infrastrutture e capitali. Mantenere la coesione sociale diventa più difficile quando la crescita rallenta.
La politica estera, quindi, torna a essere politica interna.
La fine del centro automatico
Per questo motivo, i tentativi di comprendere l’AfD esclusivamente attraverso il linguaggio dell’estremismo rischiano di non cogliere la più ampia trasformazione politica.
La Germania potrebbe in ultima analisi limitare il partito, contenerlo, sconfiggerlo alle elezioni o costringerlo ad affrontare le difficoltà di governo. La bozza stessa solleva la possibilità di consentire a un governo dell’AfD di entrare in carica prima di sottoporlo a intense pressioni istituzionali e politiche.
Ma nessuno di questi approcci risolve le condizioni che ne determinano il sostegno.
Il problema più profondo è che i partiti tradizionali tedeschi si trovano sempre più spesso a dover difendere politiche le cui conseguenze economiche possono essere percepite direttamente dagli elettori. Se la debolezza industriale, l’insicurezza energetica e la pressione fiscale persistono, le argomentazioni un tempo relegate ai margini della politica rischiano di diventare sempre più difficili da escludere dal dibattito principale.
Anche il rinnovato dibattito su Angela Merkel è rivelatore. Qualunque sia l’esito, guardare al passato per individuare un’autorità politica è solitamente segno che il presente non è riuscito a produrre un successore evidente.
Il sistema politico tedesco si è dimostrato eccezionalmente stabile quando il suo modello economico ha generato una prosperità sufficiente ad assorbire compromessi strategici.
La prossima prova sarà se tale stabilità riuscirà a sopravvivere quando questi compromessi cominceranno a comportare costi evidenti.
L’AfD potrebbe essere il beneficiario immediato. Ma il vero protagonista è qualcosa di più grande: l’erosione delle fondamenta materiali che sostenevano il centro politico tedesco.
Ed è per questo che ciò che accade in Sassonia-Anhalt non resterà confinato in Sassonia-Anhalt.
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Ieri sera la Russia ha sferrato un altro attacco su larga scala contro Kiev, prendendo di mira diverse aziende del settore della difesa, nonché un importante magazzino di prodotti alimentari ucraini destinati ai supermercati, che sembra essere andato completamente distrutto dalle fiamme.
I magazzini della catena di supermercati ucraina “Fora”, situati vicino a Boryspil, Kiev, sono stati distrutti da un attacco missilistico notturno.
Inoltre, le segnalazioni indicano la distruzione di magazzini appartenenti alle aziende Yves Rocher e Faynie Lyody.
Le conseguenze dell’attacco notturno al deposito petrolifero KLO nel distretto di Brovar, nella regione di Kiev.
È opportuno sottolineare che il recente attacco è caratterizzato da un numero insolitamente elevato di immagini e video, sia degli attacchi missilistici stessi che delle loro conseguenze.
È possibile che l’impennata di pubblicazioni sia legata al desiderio dell’Ucraina di attirare ulteriormente l’attenzione dei media sul problema della carenza di missili intercettori per i suoi sistemi di difesa aerea Patriot, come si è visto in un recente servizio , carico di emotività , della CNN riguardante un lanciatore vuoto.
L’attacco ha utilizzato decine di missili da crociera russi lanciati dalla Flotta del Mar Nero di stanza a Novorossiysk, nonché missili ipersonici Zirkon, Iskander e, a quanto pare, persino i KN-23 nordcoreani. Ancora una volta, le autorità ucraine hanno rivelato che nessuno di questi missili è stato abbattuto.
Alcuni osservatori ritengono che i KN-23 si distinguano dagli Iskander per la loro traiettoria terminale più diagonale, piuttosto che puramente verticale, nonché per quella che alcuni considerano la visibile combustione dei loro motori durante la fase terminale, che li differenzia dagli Iskander, i quali presentano una fase di combustione che termina molto prima.
Un analista francese ha mappato con precisione gli scioperi recenti:
Diverse fonti segnalano scaffali vuoti nei supermercati di tutta Kiev a causa degli attacchi di rappresaglia russi contro i magazzini ucraini.
L’Ucraina minaccia ora di lanciare presto una propria copia dell’Iskander, il missile balistico FP-9 della Firepoint, con stime che prevedono il suo lancio contro Mosca entro ottobre.
L’Ucraina afferma che l’Iskander ha una gittata di quasi 900 km, che gli permetterebbe di raggiungere Mosca. Ciò è difficile da credere, dato che la gittata ufficiale dell’Iskander è di 500 km, e si vocifera che la gittata reale sia in realtà molto inferiore, circa 350 km. Questa ipotesi è avvalorata dal fatto che gli Iskander non sono mai stati utilizzati per colpire una delle basi aeree più importanti dell’Ucraina, Starokostiantynov, che si trova a poco meno di 500 km dalle postazioni di lancio degli Iskander vicino al confine con la Russia.
È possibile ridurre le dimensioni della testata e aumentare il carico di carburante per incrementare la gittata. Inoltre, come alcuni hanno fatto notare, sia la Russia che gli Stati Uniti sono stati militarmente penalizzati dal Trattato INF, che limitava la gittata dei missili balistici a medio raggio lanciati da terra, mentre paesi come l’Iran sono stati in grado, ironicamente, di sviluppare missili balistici a raggio intermedio (IRBM) che superavano in gittata qualsiasi cosa possedessero la Russia o gli Stati Uniti. L’Ucraina potrebbe tecnicamente fare lo stesso, ma richiederebbe un progetto completamente diverso. L’FP-9 sembra essere una copia diretta di un Iskander di precedente generazione, il che probabilmente gli impedirebbe di raggiungere quelle gittate superiori.
È interessante notare che, proprio su questo argomento, l’Atlantic pubblica oggi un nuovo articolo che contiene alcune rivelazioni sorprendenti sulle origini dell’ultima disperata campagna di Zelensky per il 2026, volta a “far cadere Putin” attraverso attacchi di massa contro obiettivi civili russi.
All’inizio di quest’anno, i funzionari ucraini si sono rivolti al presidente Volodymyr Zelensky con un nuovo piano rischioso per porre fine alla guerra con la Russia. Il piano prevedeva l’estensione della campagna di bombardamenti a una serie di obiettivi e a una tipologia di armi a lungo evitate. Oltre agli attacchi in corso contro basi militari, raffinerie petrolifere, linee di rifornimento e centri logistici russi, i funzionari intendevano lanciare ondate di droni dotati di intelligenza artificiale contro gli aeroporti di Mosca, nella speranza di impedire ai voli internazionali di entrare e uscire dalla capitale russa, secondo due fonti a conoscenza diretta del piano, finora inedito.
In breve, volevano pianificare un attacco terroristico di massa contro gli aeroporti russi per bloccare completamente tutti i voli civili in entrata e in uscita da Mosca, al fine di aumentare la pressione e far sentire ai civili russi nella capitale le conseguenze della guerra.
L’articolo sostiene che Zelensky ci abbia ripensato, temendo che uccidere “accidentalmente” dei civili sarebbe stato considerato “pirateria” da parte dell’Ucraina.
Verso la metà della primavera, il piano per imporre una chiusura più permanente degli aeroporti di Mosca era sufficientemente avanzato da ricevere un nome in codice: M&Ms, un riferimento ai numerosi droni piccoli, economici e pressoché identici che la missione avrebbe richiesto. Per sopraffare le difese aeree russe, l’operazione avrebbe dovuto inviare fino a 1.000 droni a notte verso gli aeroporti di Mosca e dintorni, secondo una delle fonti a conoscenza della vicenda.
L’articolo spiega in dettaglio come sia stato l’ex ministro della Difesa Fedorov a guidare il piano, ma che anche il neo-nominato Yevhen Khmara ne stia portando avanti le redini.
Entrambe le fonti mi hanno riferito che la pianificazione dell’operazione è stata interrotta a luglio, quando Zelensky ha licenziato bruscamente il suo ideatore, il ministro della Difesa Mykhailo Fedorov. In qualità di architetto del programma ucraino di droni militari, Fedorov aveva lavorato al piano per gran parte dell’anno, tenendolo segreto persino ad alcuni dei suoi più stretti collaboratori. Aveva contribuito a formare un team di programmatori informatici ucraini per sviluppare il sistema di guida basato sull’intelligenza artificiale e si era assicurato i finanziamenti dagli alleati europei dell’Ucraina per produrre i droni autonomi su larga scala, hanno affermato le due fonti.
L’articolo osserva che ciò è in linea con le suppliche di Fedorov a Elon Musk affinché Starlink possa essere utilizzato su tutto il territorio russo. Questo ci offre una panoramica generale di cosa aspettarci dall’Ucraina nei prossimi mesi. Più l’Ucraina si avvicina alla sconfitta sul campo di battaglia, più reindirizzerà tutte le sue risorse disponibili a colpire le infrastrutture civili russe al fine di fomentare una sorta di rivolta popolare di malcontento contro Putin.
Il problema per l’Ucraina è che questo crea un circolo vizioso di autodistruzione: più risorse l’Ucraina investe nel colpire obiettivi militarmente insignificanti, più la reale potenza militare della Russia rimane inalterata dalla capacità bellica ucraina, il che significa che il collasso dell’Ucraina sul fronte reale accelererà. In sostanza, l’Ucraina sta basando tutta la sua strategia su una guerra contro il sentimento popolare russo, una mossa rischiosa quanto lo fu per gli Stati Uniti in Iran, dove gli attacchi contro le infrastrutture civili hanno alienato persino la frangia anticlericale più intransigente dagli Stati Uniti e consolidato il loro sostegno alla leadership iraniana.
L’articolo si conclude con un possibile compromesso sull’idea di attaccare direttamente gli aeroporti russi:
Zelensky ha espresso preoccupazioni riguardo al rischio di colpire obiettivi non previsti durante il piano di attacco agli aeroporti di Mosca, mi ha riferito una fonte a conoscenza di queste conversazioni. I funzionari responsabili del piano hanno proposto delle soluzioni alternative, ha aggiunto la fonte. Hanno suggerito, ad esempio, che l’Ucraina avvertisse le compagnie aeree civili di evitare gli aeroporti russi e di evacuare i loro aerei prima dell’arrivo dello sciame di droni ucraini. “Se si dicessero: ‘ Sai cosa? Sta diventando troppo rischioso. Perché continuare a volare lì? ‘”, ha affermato la fonte, “questo avrebbe già un forte impatto sulle élite russe. Questi sono i loro principali collegamenti con il mondo esterno”.
Come già detto, ora sappiamo cosa aspettarci nei prossimi mesi.
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Ecco cosa deve aspettarsi l’Ucraina. Analizziamo brevemente la situazione sul campo di battaglia.
Le forze russe hanno continuato ad avanzare su tre fronti chiave, conquistando oggi diversi insediamenti importanti.
Secondo quanto riferito, il Gruppo Meridionale ha preso il controllo di Nikolaypole, sull’asse di Kramatorsk:
Unità del Gruppo di Forze Meridionale hanno preso il controllo del villaggio di Nikolaypolye, situato a sud della città di Druzhkovka, temporaneamente occupato dalle Forze Armate ucraine.
È possibile vederlo cerchiato in rosso qui sotto nella grafia ucraina:
Si noti inoltre che l’area a nord e a est di Toretsk, anch’essa cerchiata in rosso, è stata conquistata dalle forze russe, che stanno sfondando la sacca tra Toretsk e Nikolaypole, recentemente conquistata a est.
La mappa più ampia mostra gli elementi in relazione alla campagna più vasta, chiaramente mirata a Druzhkovka, che è l’ultima grande roccaforte a sud di Kramatorsk:
Poco più a nord, anche le forze russe stanno avanzando sul fronte di Slavyansk. Un resoconto militare ucraino afferma che le forze russe hanno iniziato a infiltrarsi a Nikolayvka, da non confondere con l’insediamento menzionato in precedenza.
Ecco come si presenta:
Se ingrandite l’immagine, noterete che la centrale termoelettrica di Slavyansk si trova nell’area rosso chiaro ed è stata ormai raggiunta dalle forze russe DRG, la cui linea arancione delimita la presunta “azione di controllo morbido” russa.
Per mettere le cose nella giusta prospettiva, ecco il nostro rapporto di situazione del 2 luglio di quest’anno , che mostrava come le forze russe avessero iniziato a monitorare il TPP di Slavyansk dai droni a diversi chilometri di distanza solo di recente:
A Nikolaevka, l’esercito russo ha continuato a infiltrarsi da nord, dove alcune truppe sono riuscite a trincerarsi presso la centrale termoelettrica di Sloviansk e nelle case intorno alla piazza dove si incontrano via Myru e via Kotsiubynskoho (48°51’53.0″N 37°45’53.2″E), la principale via di fuga e rifornimento ucraina in città. Nel frattempo, il centro di Nikolaevka è sotto pesante bombardamento russo da metà maggio, che ha causato danni significativi a molti edifici multipiano, mentre le forze attendono l’inizio delle operazioni di assalto.
L’altra area principale in cui la Russia ha profuso molti sforzi è la zona di Dobropillya, sull’asse di Pokrovsk. Dopo diversi importanti assalti corazzati in quest’area, incluso quello che ha impiegato carri armati equipaggiati con sistemi di difesa aerea Arena-M, le forze russe sono riuscite a infiltrarsi nella città e, secondo quanto riportato, la stanno lentamente conquistando. Ricordiamo che l’Ucraina ha dichiarato che tutti gli assalti russi erano “falliti”, cosa che sembra accadere puntualmente proprio prima che i russi vengano effettivamente registrati all’interno del loro obiettivo di conquista.
Suriyak scrive ancora una volta:
A Dobropillya, l’esercito russo continua a infiltrarsi e ad ammassare truppe nelle vie più periferiche della città, quindi potremmo assistere a un aumento del loro controllo sulla parte orientale nei prossimi giorni. Tuttavia, è prematuro ipotizzare che la battaglia si svilupperà rapidamente finché le forze russe non avranno messo in sicurezza un tratto significativo della strada T-05-14, da cui potranno lanciare un attacco alla vicina Bilozerske. Solo allora potremmo assistere a una svolta a Dobropillya, possibilmente dalla seconda metà di settembre in poi, se il ritmo dell’avanzata su questo fronte si manterrà.
A titolo di menzione d’onore, le forze russe hanno continuato a erodere il bacino di Orekhov sull’asse di Zaporozhye, stringendo l’asse da entrambi i lati per far crollare l’intera sacca centrale. Questa settimana le forze russe hanno lanciato un assalto a Orekhov stessa, con unità d’avanguardia che, secondo quanto riferito, si sarebbero insediate nella periferia sud-orientale dell’insediamento, cerchiata in rosso nella figura sottostante:
Come si può notare, le unità sul lato orientale della conca hanno avanzato costantemente verso l’autostrada T0408 che corre a nord di Orekhov.
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Infine, per chiudere il cerchio, il Berliner Zeitung scrive che il tempo di Zelensky è scaduto e che dovrebbe ritirarsi da “eroe”.
Gli autori scrivono che Zelensky si è messo in un angolo, soprattutto dopo la recente rimozione di Fedorov. Ora l’unica opzione rimasta per salvare quel che resta della sua eredità è quella di affrontare la situazione e dimettersi.
Le dimissioni di Zelenskyy – ordinate, volontarie e preparate in conformità con la Costituzione, non forzate – non sarebbero quindi una resa, ma la decisione politica più saggia che gli resti ancora da prendere. Zelenskyy ha guidato l’Ucraina attraverso i mesi più bui della sua storia; ha dato un volto al Paese e un simbolo al mondo. Nessuno può ora togliergli questo pezzo di storia. Ma Zelenskyy sta dilapidando sempre più il suo capitale politico. Più a lungo l’ex attore si aggrappa al potere – mentre montagne di fascicoli sulla corruzione si accumulano presso le agenzie anticorruzione ucraine NABU e SAPO e la fiducia della gente comune diminuisce – più la realtà attuale oscura l’immagine dell’eroe di guerra con quella di un presidente che vuole proteggere il proprio sistema a qualsiasi costo. Zelenskyy dovrebbe dimettersi.
Gli autori hanno ragione: sostengono che, prolungando la situazione, Zelensky rischia di essere costretto a lasciare l’incarico in un secondo momento, in una situazione politicamente ben più complessa e forse persino pericolosa, mentre ora ha l’ultima possibilità di ritirarsi in modo controllato e con dignità.
Dal 2022, l’Ucraina ha ripetutamente dimostrato di essere più resiliente di quanto si sia disposti ad ammettere. Ma il futuro del secondo Paese più grande d’Europa, dopo la Russia, non si deciderà unicamente sul fronte del Donbass. Kiev troverà il coraggio di risolvere la sua crisi di leadership prima che Putin lo faccia per l’Ucraina? Zelenskyy dovrebbe agire ora; il suo tempo è scaduto.
Ora che persino le pubblicazioni occidentali si rendono conto della gravità della situazione, sembra sempre più probabile che questo inverno segnerà un punto di svolta cruciale per l’Ucraina. Ma ricordiamo che Fedorov è tecnicamente ancora più fanatico di Zelensky, soprattutto per quanto riguarda l’inasprimento della mobilitazione e l’offensiva contro la Russia. Pertanto, anche con lui al potere, ci sono poche speranze di una cessazione delle ostilità, anzi, si prevede un’accelerazione che potrebbe solo avvicinare ulteriormente la fine dell’Ucraina.
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Jon Kurpis è un politico, scrittore e imprenditore impegnato a difendere i diritti dei cittadini comuni. Noto per la sua mentalità indipendente e il suo approccio basato sui principi, Kurpis è stimato per la sua capacità di chiedere conto a chi detiene il potere. La sua esperienza in ambito governativo, politico e geopolitico lo rende una voce autorevole su questioni politiche e culturali complesse. È analista collaboratore di The Duran Daily. Ulteriori suoi lavori sono disponibili sul suo profilo Substack, kurpis.substack.com .
Nel corso dell’ultimo anno, si è discusso a lungo sul perché il presidente russo Vladimir Putin sia rimasto così calmo e generalmente non reattivo agli attacchi dei droni ucraini sul territorio russo. Sia chiaro, questi attacchi non sono episodi isolati o accidentali. Si tratta di assalti premeditati, mirati a infrastrutture non militari, che hanno causato la morte di civili, tra cui bambini. Molti russi ritengono che una risposta più decisa sia necessaria, e questa non è una posizione irragionevole.
Io stesso ho scritto in passato di questa dinamica, e non mancano i commenti di altri. Le spiegazioni per la reazione del Cremlino spaziano dal ridicolo (ad esempio, Putin è debole o l’Ucraina sta sopraffacendo l’esercito russo) al più intelligente. Per quanto riguarda le valutazioni in linea con la realtà, queste includono il fatto che Putin comprende che questi attacchi non faranno deragliare l’esito dell’operazione di cooperazione militare e sono quindi visti come un tentativo disperato da parte dell’Occidente di cambiare la narrazione e in qualche modo provocare la Russia a un’escalation che farebbe scattare l’articolo 5 o avrebbe qualche tipo di conseguenza militare negativa per loro. Qualunque sia la verità dietro le motivazioni di Putin, si può affermare con assoluta certezza che la risposta russa non è dovuta a una straordinaria campagna militare o a un’azione di droni che l’Ucraina sta conducendo con successo. Piuttosto, si allinea con una risposta calcolata che segnala che i russi non abbasseranno la guardia.
Come altri esperti di geopolitica, seguo quotidianamente la guerra in Ucraina. Dal mio ultimo articolo sull’argomento, pubblicato su The Duran Substack il 19 luglio 2026 , si sono susseguiti attacchi ucraini contro obiettivi non militari (entro i confini russi pre-2014) che hanno causato vittime civili. Sebbene la Russia stia oggettivamente conducendo una guerra sempre più aggressiva contro gli ucraini, come dimostrano il blocco del porto di Odessa e i continui bombardamenti su Kiev, non si assiste a una reazione eccessiva a queste provocazioni ucraine. Pertanto, mi chiedo se ci sia qualcos’altro che possa influenzare questa politica di non reazione. Ho la sensazione che debba esserci un elemento più profondo in gioco, che con ogni probabilità sta influenzando Putin e la Russia dietro le quinte. Dopo aver dedicato molto tempo all’esame e all’analisi di ogni singola fonte di intelligence a mia disposizione, sono giunto alla conclusione che un tassello mancante del puzzle è la persistente minaccia del terrorismo ucraino.
Introduzione al terrorismo in Ucraina Dall’inizio dell’operazione militare speciale nel febbraio 2022, e persino a partire dal 2014, il governo ucraino ha dimostrato con i suoi fatti la volontà di ricorrere a tattiche di guerra sporca che possono essere correttamente classificate come atti deliberati di terrorismo. Il presidente Zelensky ha addirittura mostrato la volontà di spingersi ben oltre ciò che i russi sembrano disposti a fare, in particolare per quanto riguarda gli attacchi contro i vertici del Cremlino e contro civili innocenti.
Gli esempi di complotti terroristici ucraini sono noti e numerosi. Il 20 agosto 2022, un’autobomba ha ucciso la figlia del noto filosofo russo di estrema destra Aleksandr Dugin. Il 2 aprile 2023, un attentato in un caffè di San Pietroburgo ha ucciso il blogger militare russo Vladlen Tatarsky e ferito altre 42 persone. Un mese dopo, il 3 maggio, droni ucraini hanno preso di mira e colpito il Cremlino. Il 6 giugno 2023, la diga di Nova Kakhovka è stata distrutta da un’esplosione che ha provocato un’enorme catastrofe umanitaria e ambientale, di cui la Russia accusa l’Ucraina. Tra il 31 maggio e il 1° giugno 2025, attacchi contro ponti a Kursk e Bryansk hanno causato la morte di otto persone. Il 29 dicembre 2025, 91 droni ucraini diretti verso la residenza del presidente Vladimir Putin a Valdai sono stati abbattuti dai sistemi di difesa aerea russi. Il 22 maggio 2026, un attacco di droni contro un dormitorio a Starobilsk ha ucciso 21 persone, tra cui studenti innocenti. Il 17 giugno, un autobus che trasportava una squadra di calcio giovanile bielorussa è stato colpito da un drone ucraino a Bryansk, causando un morto e sei feriti. Il 1° agosto, un attentato dinamitardo contro un ufficiale militare russo in un ristorante italiano a Mosca ha ucciso cinque persone e ne ha ferite altre 19. Due giorni dopo, il 3 agosto, un attacco su una spiaggia vicino a Gelendzhik ha ucciso sette persone, tra cui tre bambini. Va notato che questo attacco è avvenuto nelle immediate vicinanze di un complesso alberghiero che l’Occidente erroneamente identifica come la residenza del presidente Putin, e non si può escludere un collegamento tra l’attacco del 3 agosto e questa struttura. Infine, Wildberries, l’equivalente russo di Amazon, ha subito almeno 25 attacchi alle sue strutture tra il 18 luglio e il 15 agosto 2026.
Sebbene questo non sia affatto un resoconto esaustivo di tutti gli attacchi ucraini contro la Russia, ciò che è emerso è un modello ricorrente da parte degli ucraini di ricorso a tattiche grottesche e al terrorismo vero e proprio, prendendo di mira civili innocenti, nonché il desiderio di assassinare lo stesso Vladimir Putin. Indipendentemente da come si possa interpretare la guerra in Ucraina, il terrorismo rappresenta una minaccia legittima e costante per la Russia e una preoccupazione molto reale di cui il Cremlino deve tenere conto.
Mettere insieme i pezzi Da questo punto di vista, e in relazione alla situazione attuale dell’Organizzazione per la cooperazione militare internazionale (SMO), il presidente Putin si trova ad affrontare una questione complessa. Da un lato, la Russia è vicina a una vittoria militare. Sebbene la vittoria totale sia ancora lontana mesi, se non più di un anno, la Russia ha aumentato considerevolmente la pressione e gli ucraini stanno iniziando a comprendere la situazione. Ciò, tuttavia, non diminuisce il pericolo per la Russia, poiché mettere alle strette l’opposizione in guerra è di per sé una posizione precaria.
Questo accade perché, in situazioni avverse in cui una delle parti sta per perdere, che si tratti di guerra, politica o sport, i partecipanti spesso si comportano in modo incredibilmente aggressivo nel tentativo di opporre una resistenza finale formidabile. Spesso la tensione è tale che la parte vincente si arrende senza rendersi conto di quanto fosse vicina alla vittoria. Questo concetto è ben riassunto dal proverbio che mette in guardia dal “cedere a un centimetro dalla linea di porta”. In altre parole, quando la propria parte sta per vincere, la situazione diventa spesso così difficile e caotica che è necessario prendere precauzioni per evitare che la vittoria sfugga di mano a causa dell’incapacità di resistere all’assalto della persona o dell’entità che sta per perdere.
Il motivo per cui questo è rilevante per la nostra discussione è che forse non esiste esempio in cui una parte sconfitta sia più propensa ad agire in modo così reazionario, aggressivo e terroristico dell’Ucraina. Questa triste realtà è supportata da una storia documentata dal 2022 ad oggi, che dimostra come l’Ucraina sia disposta e capace di vendicarsi in un modo che va ben oltre qualsiasi limite legale o accettabile. Questo comportamento criminale si è già verificato, è tuttora in corso e peggiorerà drasticamente con l’avvicinarsi della fine dell’operazione di cooperazione in materia di sicurezza russa.
È importante considerare che, così come l’attivazione dell’articolo 5 potrebbe teoricamente far deragliare una vittoria altrimenti inevitabile per la Russia, anche il terrorismo ucraino, se perpetrato su scala più consistente e con maggiore letalità all’interno della Russia, potrebbe diventare altrettanto problematico.
Se il terrorismo appoggiato dall’Ucraina dovesse regolarmente causare un elevato numero di morti, il degrado di infrastrutture critiche o la demolizione di monumenti di importanza storica, il popolo russo chiederebbe a Putin di ordinare all’esercito di adottare misure immediate per porre fine all’operazione militare. Ciò richiederebbe a Putin di approvare offensive militari su vasta scala in Ucraina, con conseguenti perdite ingenti per le unità russe.
L’atteggiamento più aggressivo del popolo russo nei confronti dell’Organizzazione per la Mobilità Speciale non è una mera speculazione. Osservando le elezioni che si terranno in Russia a settembre, è interessante notare che i due partiti di opposizione con maggiori probabilità di vittoria condividono la posizione secondo cui la Russia dovrebbe adottare un approccio più duro nei confronti dell’Ucraina. Indipendentemente dai risultati elettorali, è chiaro che la popolazione tende a chiedere una campagna militare più incisiva, e questa tendenza aumenterà sicuramente se gli atti di terrorismo diventeranno più frequenti.
Esiste pertanto un rischio concreto che il terrorismo ucraino, se gestito in modo improprio dalla Russia, possa diventare un meccanismo in grado di interferire con la normalità ristabilita e, in ultima analisi, influenzare le modalità di svolgimento dell’operazione militare speciale.
Il presidente Vladimir Putin e le forze armate russe ne sono pienamente consapevoli. Sanno anche che il terrorismo appoggiato dall’Ucraina sul suolo russo è un problema a lungo termine che deve essere affrontato. Il vaso di Pandora è stato aperto e nessuno può più richiuderlo. Detto questo, il momento e le modalità con cui verrà affrontato sono di fondamentale importanza.
Il vaso di Pandora Quando gli storici del futuro scriveranno la storia definitiva della guerra in Ucraina, dovranno purtroppo narrare come l’Occidente nel suo complesso abbia stretto un patto con il diavolo, sostenendo Zelensky e il suo sforzo bellico. Allo stato attuale, agli ucraini sono stati concessi centinaia di miliardi di dollari non verificabili, accesso alle tecniche e al know-how della NATO, esperienza sul campo di battaglia e operativa, e una sorta di lasciapassare morale per commettere qualsiasi atrocità ritengano necessaria. Non esiste letteralmente alcun meccanismo di controllo o di prevenzione per impedire che questi atti atroci si verifichino, né ora né in futuro. Anzi, raramente, se non mai, sento o leggo qualcosa da parte di un governo occidentale che condanni, critichi o chieda l’immediata cessazione di questi atti di terrorismo. Incredibilmente, sento invece funzionari governativi e opinionisti occidentali giustificare, scusare e persino applaudire attacchi che sono categoricamente inaccettabili secondo qualsiasi standard di comportamento moderno.
Come se tutto ciò non bastasse, un’ulteriore ragione per cui l’approccio collettivo dell’Occidente è stato così estremamente sconsiderato è che, una volta finita la guerra, le persone, siano esse membri delle forze di Azov allineate con i nazisti o altri che si nascondono nell’ombra e commettono questi atti terroristici in modo indipendente, rimarranno in gran parte al loro posto. Questi assassini ora dispongono di ingenti somme di denaro, accesso a enormi quantità di armi trafugate dalle forniture occidentali, e non c’è nessuno disposto o in grado di dire o fare qualcosa per impedire loro di commettere futuri atti di terrorismo.
In un modo o nell’altro, la Russia dovrà affrontare il problema del terrorismo ucraino. L’Occidente nel suo complesso ha aperto il vaso di Pandora e non c’è modo di controllarlo, anche se questo fosse l’obiettivo. Ma se dovessero scoppiare ora, o in qualsiasi momento prima della conclusione dell’operazione di pace, vi è una forte possibilità che ciò interferisca con il modo in cui la Russia conduce la guerra.
Cosa significa realmente Tutto ciò indica che, quando il mondo percepisce un atteggiamento non reattivo nei confronti degli attacchi con droni sul suolo russo, entra in gioco un ulteriore fattore critico (ovvero il terrorismo ucraino). Pertanto, la minaccia del terrorismo ucraino e le modalità per contenerla nel breve termine sono probabilmente elementi determinanti nelle decisioni della Russia in merito alla sua strategia di comunicazione e reazione.
A prescindere da ciò che gli osservatori possano pensare, si può sostenere, con una certa dose di sfumature, che Putin consideri gli attacchi dei droni, per usare un’espressione appropriata, un male necessario, in quanto assolvono al loro scopo di ritardare l’ondata di terrorismo ucraino, ben più intensa, all’interno dei confini russi. E se si guarda la situazione da questa prospettiva non convenzionale, sembra che si sia sviluppato un meccanismo di stallo organico che permette silenziosamente agli attacchi dei droni di continuare, poiché ciò è, in misura variabile, nell’interesse immediato di tutte le parti coinvolte. Questo NON significa che Putin li approvi o desideri che continuino, ma piuttosto che potrebbero fungere da meccanismo di ritardo del terrorismo durante la fase finale dell’operazione di cooperazione in Russia.
Chi ne trae beneficio e in che modo? Dal punto di vista dell’Occidente e dell’Ucraina, un’offensiva con i droni è molto auspicabile. Innanzitutto, gli ucraini vogliono perseguirla e ne hanno la capacità, ammesso che dispongano dei droni e dei dati di puntamento statunitensi. Dal punto di vista americano, permettere agli ucraini di condurre un’offensiva con i droni impedisce loro di richiedere armi più potenti che intensificherebbero seriamente il conflitto e le cui scorte potrebbero non essere così ingenti. Permette inoltre ad aziende come Palantir di testare le proprie tecnologie di droni e intelligenza artificiale in contesti di combattimento reali. Per i “ragazzini” globalisti dell’UE, non c’è niente di più allettante dell’idea di partecipare a un conflitto contro la Russia fornendo tecnologia per droni, poiché ciò si inserisce perfettamente nella loro narrativa finanziaria secondo cui le fabbriche di droni ripristineranno la capacità produttiva europea perduta. La guerra con i droni funziona persino per gli interessi cinesi, che a quanto pare vendono componenti per droni all’Occidente attraverso terze parti. Quindi, in modi diversi e per ragioni molto diverse, ogni attore partecipa in un certo senso allo stesso gioco.
Ma in che modo ciò avvantaggia la Russia? Per quanto riguarda gli obiettivi militari russi, potrebbe essere sensato lasciare che gli attacchi dei droni ucraini si sviluppino con cautela e sistematicità nel breve termine. Dato che i russi si sono scontrati direttamente con l’Occidente riguardo alle forniture di armi più tradizionali, anche di recente in merito alle scorte statunitensi in Turchia, il Cremlino, salvo rare eccezioni, è stato notevolmente più silenzioso riguardo ai droni, e credo che questo possa essere uno dei motivi.
Per quanto riguarda la guerra moderna con i droni, non esiste al mondo un Paese altrettanto capace quanto l’esercito russo, grazie all’esperienza maturata sul campo durante l’esercitazione SMO. I russi sono diventati, per molti aspetti, maestri nell’impiego offensivo avanzato dei droni e hanno adattato tecnologie e tattiche per perfezionare questo settore dell’armamento. Inoltre, lo sviluppo dei droni russi è in continua evoluzione e si espanderà ulteriormente con l’entrata in funzione della loro versione di Starlink sui campi di battaglia ucraini.
In termini di capacità difensive per resistere agli attacchi dei droni, la Russia ha fatto grandi progressi, ma non ha ancora raggiunto il dominio in questo aspetto del campo di battaglia. L’Ucraina è particolarmente abile nel modificare e cambiare rapidamente le tattiche, e i russi devono continuamente ampliare le proprie capacità difensive per tenere il passo con la minaccia. Sebbene la Russia disponga di un sistema di difesa missilistica stratificato all’avanguardia, è un dato di fatto che non sia stato originariamente progettato per difendersi dai droni. Pertanto, avere l’opportunità di affinare i propri sistemi per contrastare ogni minaccia proveniente da NATO, Ucraina e Stati Uniti rappresenta un’occasione incredibilmente importante da sfruttare. Da un punto di vista difensivo, affrontare con cautela gli attacchi dei droni ucraini non solo ritarda il terrorismo palese nel breve termine, ma consente alle forze armate di apportare le modifiche cruciali necessarie per la protezione a lungo termine.
Nello specifico, gli attacchi con droni da parte dell’Ucraina stanno permettendo alla Russia di comprendere la tecnologia dei droni e l’intelligenza artificiale ad essa associata, come quella di Palantir, i grandi droni delle dimensioni di un Cessna alimentati da piccoli motori di fabbricazione italiana, i droni militari forniti dal Regno Unito e ogni sorta di armamento innovativo ideato dagli ucraini, inclusi droni che sganciano veicoli telecomandati che poi si muovono e detonano, e persino droni dotati di mitragliatrici. La Russia non solo è in grado di esercitarsi contro tutte queste diverse tecnologie occidentali per droni, ma sta anche acquisendo esperienza con i missili Flamingo, che si muovono lentamente.
Sebbene molti presumano che la vendita di componenti per droni da parte della Cina all’Occidente sia motivata esclusivamente da ragioni economiche, la questione potrebbe essere ben più complessa. Non mi sorprenderei affatto se un piccolo numero di questi componenti contenesse un micro-transponder integrato, che permetterebbe sia alla Cina che alla Russia di localizzarli. In tal caso, la Russia sarebbe in grado di tracciare il luogo di assemblaggio dei droni, il loro percorso verso l’Ucraina, i luoghi di stoccaggio prima del lancio e forse persino la loro traiettoria di volo. Si tratterebbe di dati di fondamentale importanza per la Russia, che le consentirebbero di individuare con precisione i bersagli per i propri attacchi missilistici, e sarebbero accessibili solo se gli attacchi con i droni dovessero continuare nel breve termine.
L’esempio più recente di come tali attacchi possano in definitiva essere nell’interesse a lungo termine dei russi è rappresentato dai massicci attacchi con droni lanciati dall’Ucraina a metà agosto 2026.
Per comprendere la portata e la gravità dell’attacco, è stato riportato che l’Ucraina ha lanciato circa 2.100 droni in un periodo di due giorni e, nel farlo, alcuni sono stati distrutti prima che raggiungessero i loro obiettivi, mentre in alcuni casi sono riusciti a colpire magazzini vuoti della Wildberries, senza causare vittime civili o militari. Considerando un costo di 60.000-200.000 dollari per drone, un attacco di tale portata, o anche uno con un numero di droni significativamente inferiore a quello riportato, potrebbe facilmente costare 100 milioni di dollari, senza peraltro portare a conseguenze significative per gli ucraini.
D’altro canto, l’esercito russo ha acquisito esperienza dovendosi difendere da un attacco di 2.100 droni in un periodo di 48 ore. I dati e l’esperienza ricavati da un simile attacco si tradurranno in misure difensive più efficaci in futuro. Nel frattempo, l’Ucraina ha distrutto 2.100 droni, la cui sostituzione potrebbe costare oltre 100 milioni di dollari. L’attacco fallito ha anche avvantaggiato la Russia, in quanto ha messo fuori circolazione 2.100 droni che avrebbero potuto essere utilizzati con maggiore parsimonia per futuri attacchi terroristici in Ucraina.
Conclusione In definitiva, sono numerosi i fattori che determinano la risposta del presidente Putin e della Russia agli attacchi dei droni sul loro territorio. Molte delle ragioni di questa risposta sono già state discusse, e senza dubbio esistono altri fattori determinanti che non saranno mai noti a causa della natura riservata dell’argomento. Detto questo, è importante e doveroso considerare anche la natura complessiva della minaccia terroristica che la Russia si trova ad affrontare sia a breve che a lungo termine, e come questa stia probabilmente influenzando le decisioni e le risposte odierne.
Prima di concludere questo articolo, desidero ribadire che nulla di quanto detto finora significa affermare che il presidente Putin o l’esercito russo stiano intenzionalmente permettendo ai droni di colpire il loro paese, o che in qualche modo approvino o gradiscano le morti di civili. Piuttosto, potrebbe esserci un’intesa secondo cui, sebbene gli attacchi avvengano e causino danni minimi e persino vittime, è di gran lunga preferibile permettere all’Occidente nel suo complesso di impegnarsi in questo tipo di manovre, poiché ciò ritarda il terrorismo vero e proprio e fornisce al complesso militare-industriale russo il tempo e i dati necessari per perfezionare i propri sistemi di difesa dai droni, al fine di proteggere il paese in modo più efficace in futuro. Cosa ancora più importante, ciò garantisce all’esercito russo la continua flessibilità interna per perseguire l’organizzazione terroristica nel modo che ritiene più opportuno.
Tenendo conto di tutto ciò, quando in futuro si discuterà del perché il presidente Vladimir Putin stia affrontando gli attacchi al suo paese in modo apparentemente così non reattivo, il dialogo che ne seguirà non dovrà limitarsi a considerare i numerosi fattori già analizzati e commentati in passato, ma dovrà anche tenere conto del fatto che Putin sta dando al terrorismo l’attenzione che merita .
Come sempre, vi ringrazio per il vostro continuo supporto e per la vostra fedeltà come lettori.
Alla prossima,
Jon Kurpis
NOTA BENE: Questo articolo è pubblicato esclusivamente a titolo personale e riflette solo le mie opinioni e analisi individuali. Nulla di quanto contenuto nel presente documento deve essere interpretato come una dichiarazione ufficiale, una comunicazione o una posizione politica associata al mio ruolo di funzionario eletto, a qualsiasi comune, autorità governativa, partito politico o istituzione pubblica affiliata. Inoltre, le prospettive espresse non riflettono necessariamente le opinioni o le posizioni di The Duran.
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Mentre le potenze occidentali si impadroniscono dei carichi in alto mare e la diplomazia si incrina a porte chiuse, i paesi BRICS si trovano ad affrontare una prova cruciale per la sicurezza delle loro catene di approvvigionamento e la loro sovranità economica.
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Il 14 agosto 2026, il ministro degli Esteri russo Sergei Lavrov ha rilasciato un’intervista all’emittente statale VGTRK.a Mosca per un’intervista che ha messo a nudo i meccanismi sempre più instabili del commercio e della diplomazia globali. Mentre i media occidentali spesso filtrano tali dichiarazioni attraverso la lente del conflitto immediato, una lettura più attenta della trascrizione rivela una profonda crisi strutturale che si estende ben oltre i confini delle nazioni direttamente coinvolte.
Per il Sud del mondo , l’aspetto più allarmante emerso dall’intervista non è stata la retorica del campo di battaglia, bensì la crescente strumentalizzazione del diritto marittimo internazionale e la sistematica erosione degli spazi diplomatici neutrali . Mentre i blocchi regionali rivendicano sempre più il diritto di intercettare il traffico marittimo commerciale e di esercitare pressioni sugli stati neutrali, i principi fondanti del commercio globale vengono riscritti in tempo reale.
Al centro di questi sviluppi si cela una questione fondamentale: chi controlla le rotte commerciali più vitali del mondo e cosa significa la sovranità economica per le nazioni in via di sviluppo in un’era di imposizioni unilaterali.
La militarizzazione dei mari
La minaccia più immediata alle catene di approvvigionamento globali, descritta nell’intervista, riguarda l’atteggiamento aggressivo dell’Unione Europea nei confronti del trasporto marittimo commerciale . Bruxelles ha preso di mira sempre più spesso le navi accusate di trasportare materie prime energetiche soggette a sanzioni, definendole una “flotta ombra”. Tuttavia, come ha sottolineato Lavrov, questa terminologia non è presente in alcun documento fondamentale del diritto marittimo internazionale .
L’UE si è invece di fatto autorizzata unilateralmente a fermare navi battenti diverse bandiere nazionali, a confiscarne il carico, a venderlo sui mercati globali e a destinare i proventi al finanziamento di operazioni militari all’estero. Dal punto di vista del diritto internazionale, ciò rappresenta una radicale violazione delle norme consolidate in materia di libertà di navigazione .
Per un commerciante di materie prime a San Paolo , un magnate del settore navale a Mumbai o un importatore di energia a Johannesburg , questo precedente è profondamente inquietante. Le navi che le capitali occidentali definiscono “oscure” sono spesso proprio le risorse vitali che hanno permesso alle economie in via di sviluppo di assicurarsi energia a prezzi scontati, gestire l’inflazione interna e sostenere la crescita industriale in un contesto di turbolenze dei mercati globali. Se un blocco regionale può impossessarsi di un bene commerciale in alto mare in base a propri decreti nazionali, gli oceani cessano di essere un bene comune globale condiviso . Diventano zone di conflitto dove le potenze navali più forti dettano il flusso delle merci.
In risposta a questi sequestri, Mosca ha segnalato un cambio di linea dura. Lavrov ha osservato che il presidente russo Vladimir Putin ha autorizzato una “risposta speculare”, avvertendo che le navi che operano nell’interesse di nazioni impegnate in quella che il Cremlino definisce “pirateria marittima” saranno ora prese di mira in modo analogo.
Questa escalation trasforma il trasporto marittimo commerciale da un’attività neutrale in un campo di battaglia geopolitico. Per la comunità di Think BRICS , questa realtà evidenzia un’urgente vulnerabilità strategica. Il Sud del mondo non può più dare per scontato che le sue catene di approvvigionamento siano protette dalle convenzioni marittime universali . Garantire la movimentazione fisica delle merci richiede ora lo sviluppo accelerato di consorzi assicurativi marittimi alternativi, registri navali indipendenti e corridoi logistici sicuri, al riparo dalla giurisdizione occidentale.
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L’instabilità in alto mare si riflette in una profonda frattura all’interno degli ambienti diplomatici occidentali, una dinamica che complica la capacità del Sud del mondo di impegnarsi in una politica estera prevedibile. L’ intervista a VGTRK ha fornito rare e dettagliate informazioni sui recenti negoziati informali che hanno coinvolto gli Stati Uniti , rivelando una netta discrepanza tra le iniziative del governo americano e le alleanze transatlantiche.
Secondo Lavrov, gli inviati statunitensi Steve Witkoff e Jared Kushner si sono recentemente impegnati in un’intensa attività diplomatica culminata in un vertice in Alaska . Durante questo incontro, Mosca avrebbe accettato un quadro di pace proposto dall’amministrazione Trump , segnalando una possibile via d’uscita dal conflitto in corso.
Tuttavia, questa svolta diplomatica è stata rapidamente vanificata. Lavrov ha descritto dettagliatamente come i leader dell’Unione Europea e della NATO si siano recati immediatamente a Washington per fare pressione sugli Stati Uniti affinché abbandonassero l’iniziativa. Il risultato non è stato un accordo di pace, bensì una nuova ondata di sanzioni generalizzate contro importanti società energetiche come Lukoil e Rosneft . Persino alti funzionari statunitensi come il Segretario di Stato Marco Rubio e il Vicepresidente JD Vance sono rimasti coinvolti in questo braccio di ferro politico, a testimonianza di profonde fratture istituzionali.
Per le economie emergenti, questo brusco cambiamento diplomatico è estremamente destabilizzante. Quando il potere esecutivo statunitense negozia un accordo che viene immediatamente sabotato dai suoi stessi alleati, ciò segnala una grave mancanza di coesione politica . Come possono i Paesi del Sud del mondo negoziare accordi commerciali o di sicurezza a lungo termine con le potenze occidentali quando queste ultime non riescono a mantenere un fronte diplomatico unito?
Inoltre, la decisione di colpire colossi come Lukoil e Rosneft non è un mero esercizio burocratico senza vittime. Queste società sono profondamente integrate nei mercati energetici globali. Interrompere le loro attività innesca inevitabilmente una volatilità nei prezzi globali del petrolio , che si traduce direttamente in un aumento dei costi interni per i trasporti, la produzione alimentare e l’industria manifatturiera nei paesi in via di sviluppo. La fretta dei leader europei di imporre ulteriori sanzioni energetiche dimostra la volontà di infliggere danni economici collaterali al Sud del mondo pur di mantenere la propria influenza geopolitica.
Il punto critico del Mar Caspio e i limiti delle garanzie di sicurezza
In questo contesto di disfunzione occidentale, le potenze di medio livello stanno attivamente affermando la propria capacità di agire per proteggere i propri interessi regionali, pur dovendo affrontare forti limitazioni. Ministro degli Esteri turco Hakan FidanRecentemente, durante un viaggio nella città russa di Kazan per incontri di alto livello, è emerso il complesso equilibrio che la Turchia si trova a dover mantenere. Ankara conserva la sua appartenenza alla NATO , integrando al contempo profondamente la sua economia e le sue infrastrutture energetiche con quelle dell’Eurasia.
Lavrov ha evidenziato un incidente critico e pericoloso che mette in luce i limiti delle attuali architetture di sicurezza. Le petroliere civili associate al Caspian Pipeline Consortium , alcune delle quali collegate a giganti energetici americani come Chevron ed ExxonMobil , sono state recentemente prese di mira da attacchi di droni nel Mar Caspio.
Il silenzio pubblico di Washington e Ankara riguardo a questi attacchi è estremamente rivelatore. Nonostante i presunti “segnali” diplomatici inviati ai responsabili, non vi è stata alcuna ferma condanna pubblica né mobilitazione di risorse navali per proteggere questi corridoi commerciali. Per i paesi BRICS , ciò dimostra che affidarsi a quadri di sicurezza guidati dall’Occidente per la protezione di infrastrutture energetiche vitali rappresenta un grave rischio strategico . Se le garanzie di sicurezza occidentali non riescono a proteggere gli interessi delle multinazionali occidentali nel Mar Caspio, certamente non proteggeranno le infrastrutture condivise del Sud del mondo.
Questa realtà impone alle economie emergenti di instaurare dialoghi di sicurezza autonomi e pattugliamenti navali congiunti per proteggere i corridoi marittimi e terrestri condivisi dal rischio di diventare danni collaterali in caso di conflitti tra grandi potenze.
Lo spazio per la neutralità si sta riducendo
La pressione per conformarsi a una visione del mondo unipolare si sta intensificando a livello globale, lasciando poco spazio alle politiche estere indipendenti che hanno storicamente caratterizzato il Movimento dei Non Allineati . Le osservazioni di Lavrov mettono in luce l’intensa coercizione subita dalle nazioni che tentano di bilanciare le proprie relazioni internazionali, offrendo un severo monito al Sud del mondo sul costo dell’autonomia strategica.
Consideriamo la situazione in Serbia . Il presidente Aleksandar Vučić ha dovuto affrontare quella che Lavrov ha definito una pressione incessante da parte di Bruxelles. L’UE ha esplicitamente vincolato il progresso della Serbia verso l’integrazione europea a due richieste non negoziabili: il riconoscimento dell’indipendenza del Kosovo e il pieno allineamento alle sanzioni contro la Russia. Il dilemma di Vučić è un microcosmo della pressioneSi tratta di una situazione comune a tutti gli Stati non allineati . La Serbia dipende dal gas russo, che Mosca fornisce a prezzi stabili e molto vantaggiosi, senza imporre condizioni politiche. Tuttavia, l’UE chiede a Belgrado di interrompere questi legami e di adottare posizioni ostili. Questa dinamica costringe i leader del Sud del mondo a valutare costantemente i benefici economici immediati derivanti dall’accesso al mercato occidentale rispetto all’erosione a lungo termine della propria sovranità.
Analogamente, in Asia , il panorama geopolitico sta cambiando pericolosamente. Il Giappone si è allontanato nettamente dalla politica estera pragmatica ed equilibrata sostenuta dal defunto Shinzo Abe . L’attuale leadership giapponese ha abbracciato una rapida militarizzazione , ha designato la Russia come minaccia primaria e ha allineato completamente il suo apparato di sicurezza a Washington. Lavrov ha raccontato un aneddoto sconcertante avvenuto durante un recente incontro multilaterale nelle Filippine , probabilmente a margine delle riunioni dell’ASEAN . Durante un affollato banchetto formale, il ministro degli Esteri giapponese avrebbe dato una pacca sulla spalla a Lavrov solo per scambiare brevi convenevoli, per poi dichiarare alla stampa di aver avuto approfonditi “discussioni bilaterali e regionali”. Questa diplomazia di facciata evidenzia fino a che punto alcune nazioni sono disposte ad arrivare per proiettare l’illusione di un allineamento con le narrazioni occidentali, anche quando un impegno sostanziale è inesistente.
Anche all’interno dell’Europa, la retorica politica si sta inasprendo. Lavrov ha indicato l’ascesa politica di figure come Friedrich Merz in Germania , mettendo in guardia contro la volontà di ricostruire la Germania come potenza militare dominante nel continente. Quando un giornalista tedesco ha recentemente chiesto a un leader serbo come Berlino potesse contribuire attivamente a “uccidere i russi”, ciò ha evidenziato un profondo e allarmante allontanamento dalle norme diplomatiche che un tempo regolavano le relazioni internazionali.
Per i BRICS , questi sviluppi confermano l’assoluta necessità di un ordine mondiale multipolare . Mentre i media occidentali spesso interpretano il rifiuto del Sud del mondo di aderire ai regimi sanzionatori come un tacito sostegno all’aggressione, queste nazioni considerano la loro posizione come una ferma difesa del principio secondo cui le relazioni internazionali dovrebbero basarsi sul rispetto reciproco, su scambi commerciali equi e sul perseguimento degli interessi nazionali sovrani.
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Gli eventi dell’agosto 2026 ci ricordano in modo lampante che l’architettura del mondo post-Guerra Fredda si sta attivamente sgretolando sotto il peso dell’unilateralismo. Mentre Bruxelles sequestra merci in alto mare e Washington oscilla tra proposte di pace e sanzioni paralizzanti, il Sud del mondo si ritrova a navigare in uno scenario estremamente instabile e imprevedibile.
Il percorso da seguire per i BRICS e la sua rete di partner in espansione richiede più di una semplice solidarietà retorica; esige la costruzione di istituzioni resilienti e indipendenti. Ciò significa accelerare lo sviluppo di sistemi alternativi di messaggistica finanziaria e valute digitali attraverso piattaforme come la Nuova Banca di Sviluppo (NDB) per aggirare i punti di strozzatura controllati dall’Occidente. Richiede la creazione di consorzi comuni di assicurazione marittima in grado di garantire il commercio del Sud del mondo senza la minaccia di sanzioni secondarie.
Inoltre, è necessario un fronte diplomatico solido e coordinato in seno alle Nazioni Unite e ad altri forum internazionali per contestare formalmente il sequestro unilaterale di beni commerciali in alto mare, in quanto violazione della Convenzione delle Nazioni Unite sul diritto del mare (UNCLOS) . Il Sud del mondo deve sfruttare il proprio potere di voto collettivo e il proprio peso economico per garantire che gli oceani rimangano un bene comune, piuttosto che un teatro di imposizioni unilaterali.
Quando la libertà fondamentale dei mari viene tenuta in ostaggio da decreti regionali e quando i canali diplomatici delle principali potenze mondiali vengono sistematicamente sabotati dai propri alleati, le regole di ingaggio tradizionali non sono più valide. La questione che si pone la comunità di Think BRICS non è più se l’ordine globale stia cambiando, ma con quale rapidità le economie emergenti possano costruire le architetture parallele necessarie per garantire la propria sopravvivenza economica e l’autonomia strategica negli anni a venire.
Intervista del Ministro degli Affari Esteri della Federazione Russa S.V. Lavrov all’emittente televisiva VGTRK, Mosca, 14 agosto 2026
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Domanda: Nella dottrina militare del Giappone la Russia è definita la minaccia principale. Come commenterebbe questa affermazione? E una cosa del genere sarebbe stata possibile sotto il governo di S. Abe?
S.V. Lavrov: S. Abe era un politico assolutamente corretto, che comprendeva come non fosse possibile tutelare gli interessi nazionali senza una collaborazione con la Federazione Russa. Coloro che lo hanno sostituito ritengono che tali interessi debbano essere garantiti insieme agli Stati Uniti avviando la militarizzazione del Giappone.
In occasione degli eventi dell’ASEAN con i partner nelle Filippine, il ministro giapponese ha rilasciato una dichiarazione al termine di tali eventi, affermando che avevamo discusso questioni bilaterali con S.V. Lavrov e della situazione regionale. Sono rimasto sbalordito, perché ciò è accaduto durante un banchetto di gala, in cui c’era un lungo tavolo a cui erano seduti tutti i ministri. E all’improvviso qualcuno mi ha toccato la spalla da dietro. Mi sono voltato: c’era il nostro collega giapponese che mi diceva quanto fosse felice di vedermi, quanto fosse bello… Non ho nemmeno fatto in tempo ad alzarmi. Gli ho stretto la mano e lui è tornato al suo posto. E questo, quindi, è ciò che si intende per «discussione di questioni bilaterali e regionali».
Recentemente è trapelata la notizia che era arrivata una delegazione di imprenditori giapponesi. Hanno dichiarato apertamente di aver ricevuto precise istruzioni dai vertici del loro Paese di non discutere alcun progetto con noi.
Domanda:L’Unione Europea ha annunciato che effettuerà controlli sulle navi mercantili russe, definendole «flotta ombra». Di cosa si tratta esattamente? Che cosa significa? E cosa si nasconde in realtà dietro questi controlli?
S.V. Lavrov: L’Unione Europea ha coniato questo concetto già da tempo. Non figura in nessun documento. L’Unione Europea ha deciso di applicare il proprio «diritto» – se così si possono definire le decisioni illegali di Bruxelles – al fine di limitare la capacità della Russia di guadagnare sui mercati mondiali.
Hanno di fatto imposto un divieto sul commercio di risorse energetiche della Federazione Russa. E tutte le navi che non si attengono alle disposizioni dell’Unione Europea, a prescindere dalla bandiera battuta, sono state dichiarate «flotta ombra». Si tratta di una strada molto pericolosa, perché affermano che le loro decisioni prevalgono sul diritto internazionale.
Ci era stato concesso non solo di fermare e ispezionare le navi, ma anche di sequestrare il carico e venderlo per ricavarne un qualche introito. E di trasferire tale introito all’Ucraina, affinché potesse continuare a rafforzare il proprio regime nazista.
Il presidente della Federazione Russa V.V. Putin ha affermato in modo molto chiaro e deciso che questa volta risponderemo con misure simmetriche a queste azioni di rapina e pirateria. Saremo noi stessi a scegliere gli obiettivi. Gli obiettivi saranno le navi che operano nell’interesse dei paesi che hanno proclamato come propria politica ufficiale la rapina e la pirateria.
Domanda: Come possiamo vincere contro avversari così disonesti? Dopotutto, i nostri valori sono completamente diversi. Da noi, fin dall’antichità, i principi prima di partire per le campagne militari dicevano: «Vado da voi». I nostri valori sono completamente diversi, lontani da questi atti terroristici.
S.V. Lavrov: Inoltre, dopo ogni atto terroristico di questo tipo, i rappresentanti del regime si vantano con orgoglio sui social media e su altre piattaforme di quanto sia stato «fantastico» il colpo che hanno sferrato contro la spiaggia, contro il dormitorio dove le ragazze studiavano per diventare insegnanti e contro altri obiettivi puramente civili.
Domanda: Come possiamo combattere contro avversari del genere? Non ci abbasseremo mica al loro livello, vero?
S.V. Lavrov: Non ci abbasseremo al loro livello, ma renderemo i nostri metodi molto più severi per distruggere tutto ciò che alimenta la macchina da guerra di Kiev da parte dell’Occidente. E lo stiamo già facendo. Stanno già cominciando a lamentarsi.
Non è un caso che sempre più voci provenienti da diversi angoli del nostro spazio comune chiedano di fermarsi immediatamente. Così non funzionerà. Bisogna fermarsi solo quando ci sarà una soluzione a lungo termine, affidabile e sostenibile.
Se ora ci fermassimo improvvisamente sulla linea di contatto, di fatto permetteremmo che venisse vanificata l’impresa dei nostri nonni e bisnonni, che hanno sconfitto il nazismo. È una prospettiva inaccettabile. E non si tratta solo di quanto qualcuno possa vivere comodamente oggi: da noi la gente soffre, la gente muore a causa di questi atti terroristici. Si tratta della nostra responsabilità nei confronti della storia millenaria dello Stato russo.
Domanda: Durante la conferenza stampa del presidente della Serbia A. Vučić e di V. A. Zelensky, un giornalista tedesco dice in tutta franchezza a V. A. Zelensky come loro, i tedeschi, possano aiutare gli ucraini a uccidere i russi. È inconcepibile. Che cosa è successo alla diplomazia occidentale?
S.V. Lavrov: Certamente, quest’uomo non è degno di ricoprire alcuna carica nelle strutture mediatiche e tanto meno di occupare posizioni ufficiali nell’apparato governativo.
Le metastasi del nazismo continuano a farsi strada nella società tedesca sotto la guida del cancelliere della Repubblica Federale Tedesca F. Merz, il quale afferma apertamente la necessità di riportare la Germania al ruolo di principale potenza militare in Europa. Si rende conto di cosa significhi, in questo contesto, la parola «di nuovo»? Non ne sono sicuro.
A proposito, riguardo a questa situazione, quando durante la conferenza stampa di V.A. Zelensky e A. Vučić è stata sollevata questa questione. Ho notato che il presidente serbo A. Vučić è rimasto semplicemente spiazzato. Naturalmente, vorremmo sentire una qualche reazione dai nostri amici serbi, considerando il loro enorme contributo alla vittoria sul nazismo.
Domanda: Il presidente serbo A. Vučić ha firmato un documento sul sostegno militare all’Ucraina. Allo stesso tempo, nella memoria del popolo sono ancora vivi i ricordi dei bombardamenti sulla Jugoslavia. Ne consegue che la Serbia si schiera dalla parte dell’Occidente. Come commenterebbe questa situazione?
S.V. Lavrov: Il presidente serbo A. Vučić si trova in una situazione difficile. È un politico di grande esperienza. Ed è fermamente impegnato sulla via dell’integrazione europea.
In questa fase l’Unione Europea la sta prendendo in giro, la sta semplicemente ricattando. Dicono: sì, la Serbia è in lista d’attesa già da tempo, ma accelereremo i negoziati solo quando avrete soddisfatto due requisiti fondamentali. Il primo: riconoscere l’indipendenza del Kosovo. E il secondo: allinearvi a tutte le azioni e le decisioni dell’UE nei confronti della Russia.
Da diversi anni ormai resiste con coraggio a queste pressioni. Vendiamo gas alla Serbia a prezzi molto vantaggiosi e non chiediamo mai nulla alla Serbia, se non che sarebbe inaccettabile se i nostri fratelli serbi partecipassero all’armamento del regime di Kiev. Il presidente A. Vučić ha adottato una decisione specifica che vieta azioni di questo tipo.
L’accettazione delle richieste insistenti di V.A. Zelensky di essere ricevuto ha probabilmente rispecchiato l’intenzione di A. Vučić di allentare leggermente la pressione dell’Unione Europea. Si tratta di una pressione spietata e maleducata. Si comportano come se avessero già il «Quarto Reich».
Domanda: Il capo di Bulgaria, al contrario, vuole uscire dalla «coalizione dei volenterosi» e sostiene che tutto debba essere risolto per via diplomatica. Secondo lei, l’Unione Europea riuscirà comunque a «fargli cambiare idea»?
S.V. Lavrov: Conosco bene il primo ministro bulgaro R. Radev. Si è presentato alle elezioni all’insegna degli interessi nazionali, non della sottomissione alla burocrazia dell’UE. Non sono pochi gli esempi in cui persone con intenzioni simili, una volta giunte al potere, si sono comportate in modi diversi. Alcuni riusciranno a rimanere fedeli alle convinzioni di principio con cui si sono presentati alle elezioni. Altri invece cederanno alle pressioni.
Che se la sbrighino da soli tra di loro.
Domanda: Riguardo a S. Whitcroft e J. Kushner, che ancora una volta non riescono in alcun modo a raggiungerci. Lei ha avuto contatti personali sia con l’uno che con l’altro. Secondo la sua percezione di diplomatico esperto, uno di loro potrebbe in qualche modo influenzare il presidente degli Stati Uniti D. Trump?
S.V. Lavrov: Parto dal presupposto che, se viene loro accordata una tale fiducia, ciò significa che hanno influenza sul Presidente degli Stati Uniti, il quale si fida di loro.
Non ci rifiutiamo di parlare con loro. Se dovessero venire, sanno che il presidente russo V.V. Putin è pronto a riceverli ancora una volta. Un’altra questione è con quali proposte arriveranno. Perché quando S. Whitcoff è venuto poco più di un anno fa (probabilmente era il 5 o il 6 agosto), ha portato delle proposte da parte del presidente degli Stati Uniti D. Trump. Il presidente russo V.V. Putin le ha prese in esame e, una volta giunto in Alaska, ha detto: «Donald, ci hai inviato delle proposte, ci ho riflettuto. Ci sono aspetti che richiedono un compromesso. Ma le tue proposte, nella forma in cui me le hai inviate, le accetto».
Poi una pausa. Poi le sanzioni contro PAO «Lukoil» e PAO NK «Rosneft». Contemporaneamente, i leader dell’Unione Europea e della NATO, insieme a V.A. Zelensky, si sono «precipitati» a Washington, aggrappandosi al presidente degli Stati Uniti D. Trump con l’obiettivo principale di dissuaderlo da qualsiasi ulteriore iniziativa.
Successivamente, il Segretario di Stato americano M. Rubio, rispondendo alla domanda di un giornalista su come comportarsi riguardo ad Anchorage, ha affermato che avevano riflettuto sulla questione e che, probabilmente, non potevano fungere da mediatori, poiché sostengono l’Ucraina. Un paio di settimane dopo ha affermato di nuovo il contrario: in ogni caso, solo il presidente degli Stati Uniti D. Trump è in grado di portare l’Ucraina e la Russia al tavolo dei negoziati e trovare una soluzione. Cioè, a quanto pare, sostengono sia l’Ucraina, sia queste armi, sia i dati di intelligence.
Domanda: È proprio per questo che gli ucraini colpiscono con tanta precisione le nostre raffinerie, e a farne le spese sono le piccole imprese e la gente comune. Perché non possiamo, prima di sederci al tavolo delle trattative con loro – con S. Whitcoff e J. Kushner, – porre loro un ultimatum affinché smettano di farlo?
S.V. Lavrov: Non lanciamo ultimatum. Abbiamo sottoposto una serie di questioni al Dipartimento di Stato, chiedendo di fornire chiarimenti, tra l’altro, sulle informazioni di intelligence e sul fatto che gli Stati Uniti siano coinvolti in modo molto più profondo nell’organizzazione e nell’esecuzione di attacchi in profondità nel territorio della Federazione Russa contro obiettivi civili. Attenderemo una risposta.
Domanda: Il ministro degli Esteri della Turchia H. Fidan si è recato in Russia, a Kazan, dove ha incontrato Lei e il presidente russo V.V. Putin. Naturalmente, come lei stesso ha già confermato, si è parlato della possibilità che la Turchia torni a fungere da mediatore nei negoziati. Tuttavia, al vertice della NATO, il presidente turco R.T. Erdoğan ha firmato documenti volti a ripristinare l’integrità territoriale del regime di Kiev. Possiamo, o meglio, dobbiamo fare affidamento su mediatori di questo tipo?
S.V. Lavrov: La Turchia vuole essere membro della NATO in quanto possiede l’esercito più numeroso dell’alleanza e desidera intrattenere relazioni con l’Unione Europea, anche se in fondo sa bene che non verrà mai ammessa nell’UE. Vuole mantenere buoni rapporti con la Russia, perché abbiamo molti progetti economici in comune e molti punti in comune nella nostra storia: il Caucaso, il Mar Nero. La Turchia è sinceramente interessata a garantire la stabilità del Mar Nero.
In questo momento i colleghi turchi ribadiscono ancora una volta che occorre trovare un accordo affinché la navigazione non sia oggetto di attacchi. Ma non siamo stati noi a iniziare. Quando un drone delle forze armate ucraine colpisce una nave da carico, una petroliera o un’imbarcazione civile turca, quando questi stessi droni attaccano ripetutamente le infrastrutture del consorzio del gasdotto del Caspio nel Mar Caspio, colpendo direttamente navi collegate alle società statunitensi Chevron ed ExxonMobil, né la Turchia né gli Stati Uniti dichiarano pubblicamente che queste azioni dei terroristi ucraini sono inaccettabili.
Quando abbiamo chiesto se si sarebbero rassegnati a questa situazione, hanno risposto di no, che stanno inviando loro un segnale. A quanto pare, riguardo al consorzio del gasdotto del Caspio, il vicepresidente degli Stati Uniti J.D. Vance ha inviato un segnale a V.A. Zelensky. I turchi ci hanno detto che anche loro hanno fatto sapere agli ucraini di non toccarlo. Ma pubblicamente tutti tacciono. Anche questo è significativo. È significativo che, in risposta a questi ammonimenti, il regime di V.A. Zelensky, per quanto posso giudicare dalle informazioni emerse, non abbia promesso di cessare gli attacchi. Ha promesso di cessare gli attacchi contro quelle navi che non hanno alcun legame con la Federazione Russa. E, a quanto pare, questa spiegazione è stata ritenuta accettabile.
Con la Turchia abbiamo un’agenda molto fitta. Ritengo che le «conseguenze» derivanti dall’adesione alla NATO e dai rapporti con l’Unione Europea siano inevitabili.
Domanda: Una domanda un po’ più informale, se possibile. Secondo lei, quale sua qualità l’ha resa la persona che è oggi?
S.V. Lavrov: Non mi sono mai dedicato all’autopromozione. Sapete, probabilmente ho sempre affrontato con grande senso di responsabilità ciò che facevo, per non deludere coloro che mi hanno proposto e nominato a quella carica – che fosse in Sri Lanka, presso l’apparato centrale, a New York o di nuovo qui a Mosca.
Domanda: E quale caratteristica le impedisce, a volte, di comportarsi da diplomatico?
S.V. Lavrov: A dire il vero, non c’è nulla che mi dia fastidio. Un diplomatico deve avere senso dell’umorismo ed essere allegro, soprattutto quando ha svolto bene il proprio lavoro e questo è stato apprezzato.
Domanda: Secondo il diplomatico William Burns (che ne ha parlato nel suo libro), è impossibile metterla in imbarazzo. È d’accordo con questa affermazione?
S.V. Lavrov: Si può confondere, ma non ci si può accorgere di questo.
Domanda: Lei era molto affezionato ai nonni. Chi dei due, o magari qualche altro parente, ritiene abbia influenzato maggiormente Lei e il Suo carattere?
S.V. Lavrov: Sono stato influenzato sia da mia madre che da mio nonno e da mia nonna, soprattutto perché non si limitavano a permettermi, ma incoraggiavano la mia libertà nei rapporti con i coetanei. Tornavo da scuola, facevo i compiti e poi via in strada, nel cortile, a litigare con gli altri bambini. Qualcuno diceva qualcosa a qualcun altro e a qualcuno non andava giù. Poi ci mettevamo d’accordo, ci convincevamo a vicenda su qualcosa. Proprio lì, tra l’altro, funzionava alla grande il principio «battuta di mani e affare fatto».
Sono davvero grato che non mi abbiano costretto a tornare a casa. Insomma, sapete com’è: avevo appena iniziato…
Domanda: Ma solo dopo le lezioni?
S.V. Lavrov: Dopo la scuola, ovviamente. A volte marinavo la scuola, ma chi non l’ha mai fatto? Ne sono successe di tutti i colori.
Domanda: Quali lezioni o materie hai saltato?
S.V. Lavrov: Non me lo ricordo più. Ma una volta ho persino preso un “tre” in condotta.
Domanda: Oggi il Paese sta attraversando un periodo piuttosto difficile. Per la gente è importante sentire dichiarazioni forti, comprese le Sue. Cosa vorrebbe dire oggi?
S.V. Lavrov: Sentiamo regolarmente dichiarazioni forti. E il presidente russo V.V. Putin avverte chiaramente che tutti gli obiettivi dell’operazione militare speciale saranno raggiunti.
Guardo i servizi dal fronte. Ragazzi bellissimi, determinati, orgogliosi del proprio Paese. Le loro voci da lì, dopo la conquista dell’ennesimo centro abitato – «Il nemico sarà sconfitto, la vittoria sarà nostra, la nostra causa è giusta» – sono parole davvero potenti.
Beh, cosa si può aggiungere a tutto questo? A volte verrebbe voglia di aggiungere qualcosa, ma temo che mi «censurereste».
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The Economist ha lanciato l’allarme sugli attacchi russi alle infrastrutture ucraine sulla scia della guerra non dichiarata dell’Ucraina contro la catena Wildberries. Secondo quanto riportato, l’economia ucraina sta subendo danni senza precedenti a causa degli incessanti e devastanti attacchi russi:
Probabilmente per non spegnere l’ultima traccia di speranza dei sostenitori dell’Ucraina, l’articolo elenca innanzitutto la lunga serie di attacchi in profondità sferrati dall’Ucraina contro la Russia e le conseguenze economiche che ne sono derivate. Ma poi gli autori ammettono che la Russia ha reagito e che l’Ucraina è molto più vulnerabile in questo botta e risposta di distruzione economica:
Ma ora il soffocamento è reciproco, e l’Ucraina è più vulnerabile. I porti di Odessa, arteria vitale dell’economia del Paese, sono stati i primi a subire la pressione. Minacciati all’inizio della guerra, i porti d’alto mare hanno riaperto prima grazie a un accordo sul grano mediato dalla Turchia, e poi con un corridoio protetto per l’Ucraina nel 2023. La Russia ha continuato a prendere di mira le infrastrutture portuali, ma gli armatori hanno tollerato il rischio, movimentando 210 milioni di tonnellate nei tre anni successivi. La situazione è cambiata a metà luglio, quando la Russia ha iniziato a prendere di mira le navi stesse. Il 19 luglio dei missili da crociera hanno colpito e affondato una nave da carico di proprietà turca mentre lasciava Chornomorsk, uno dei tre grandi porti della regione. Dieci persone hanno perso la vita. Da allora ogni imbarcazione in entrata o in uscita da Odessa è stata presa di mira. Alcune navi osano ancora effettuare la traversata, ma i porti sono commercialmente morti.
Il momento non potrebbe essere peggiore, con 50 milioni di tonnellate di raccolto ancora da trasportare. Le alternative non sono allettanti. “Una nave da 100.000 tonnellate equivale a 5.000 camion, 5.000 autisti e 5.000 procedure di frontiera”, afferma Dmytro Barinov, presidente dell’associazione Ukrport. La situazione è peggiore rispetto al 2022, aggiunge, quando i porti sul Danubio compensavano in parte le perdite. Ora il basso livello delle acque del fiume e gli attacchi russi rendono quella rotta più difficile da utilizzare.
È interessante notare che gli autori dell’Economist proseguono smontando le affermazioni “eccessivamente esagerate” dell’Ucraina riguardo al danno economico subito dalla Russia a causa degli attacchi ucraini, sostenendo che il danno reale sia pari a un decimo di quello dichiarato dall’Ucraina:
Entrambe le parti gonfiano le statistiche. Lo Stato Maggiore ucraino afferma di aver causato all’industria petrolchimica russa perdite per un valore di 13,5 miliardi di dollari dall’agosto 2025. Sergei Vakulenko del Carnegie Endowment, un think tank, ritiene che le perdite reali e immediate per le imprese siano forse un decimo di tale cifra e che abbiano inciso in misura minima sul gettito statale. «Gli attacchi fanno male, ma non nella misura e nei tempi sostenuti dall’Ucraina», afferma.
L’Economist prevede che la situazione non potrà che peggiorare se la Russia dovesse perseverare in questa nuova campagna, poiché la stagione della semina invernale in Ucraina potrebbe essere completamente annullata; la rivista riassume così il botta e risposta con immagini eloquenti:
«È come se avessimo giocato un calcio spettacolare contro i brasiliani», si rammarica un ex alto dirigente. «Abbiamo segnato tre gol e stiamo festeggiando, ma loro ne hanno segnati 13».
L’articolo si conclude con un avvertimento secondo cui il protrarsi degli attacchi russi potrebbe provocare un esodo di massa da Kiev, ammettendo che l’obiettivo principale ora è semplicemente sopravvivere fino alla prossima primavera — il che non suona molto ottimistico né rassicurante, se sei ucraino:
«Un collega mi raccontava che ieri c’è stata una grande riunione intitolata “Autumn Actions”, dedicata ai piani futuri», dice. «Oggi ha già un nuovo nome: “Sopravvivere fino ad aprile”».
Ma l’aspetto più importante che l’articolo nasconde intenzionalmente è che la guerra ha preso una piega completamente sfavorevole all’Ucraina. Ciò che l’Economist e altre testate occidentali hanno astutamente fatto è stato presentare l’ultima crisi come incentrata sull’esaurimento dei missili Patriot da parte dell’Ucraina, proponendo come soluzione naturale un ulteriore coinvolgimento e investimento da parte dell’Occidente al fine di rifornire l’Ucraina di questi intercettori tanto ambiti.
La CNN lamenta che un lanciatore Patriot ucraino sia stato abbandonato da qualche parte in un campo perché privo di missili da lanciare — video qui sotto:
Si tratta di un’operazione deliberata di distrazione volta a nascondere il fatto che l’Ucraina stia crollando praticamente sotto ogni aspetto quantificabile. Creando un falso dilemma, e poi una soluzione artificiosa per risolverlo, riescono a riformulare la situazione disastrosa dell’Ucraina come se fosse dovuta a un unico piccolo problema risolvibile. E la soluzione a quel problema è, guarda caso, qualcosa che cerca astutamente di coinvolgere ulteriormente il mondo occidentale nel conflitto, proprio in un momento in cui l’interesse e il sostegno politico stanno diminuendo drasticamente.
Tutto ciò nasconde completamente la cruda realtà: l’Ucraina sta fallendo sotto ogni punto di vista misurabile e non esiste una soluzione onnicomprensiva. La truffa dei Patriot è un astuto diversivo volto a perpetuare la narrativa secondo cui l’Ucraina sta ancora vincendo o “ribaltando le sorti”, e che la Russia è proprio sul punto di perdere, a patto che l’Ucraina riceva ulteriori rifornimenti di missili. Niente potrebbe essere più lontano dalla verità: anche quando l’Ucraina disponeva di un gran numero di Patriot, questi sistemi si sono rivelati poco efficaci nel fermare gli attacchi balistici russi, e non esiste ancora alcuna prova che un solo Iskander sia stato effettivamente abbattuto da questi sistemi.
D’altra parte, una testata tedesca insieme a Euromaidan Press ha rivelato che la Russia abbatte praticamente ogni singolo missile ucraino Flamingo:
La Russia sta abbattendo la maggior parte dei migliori missili da crociera a lungo raggio dell’Ucraina non appena questi vengono lanciati. Nelle ultime settimane, solo uno o due dei missili Fire Point FP-5 Flamingo, del valore di 500.000 dollari ciascuno, hanno colpito i loro obiettivi.
Ciò significa che, per ora, le difese aeree russe stanno funzionando. Se continueranno a funzionare è la domanda cruciale per i responsabili ucraini della pianificazione degli attacchi.
È interessante notare che attribuiscono l’elevato tasso di successo agli aerei AWAC russi A-50U, che ora pattugliano regolarmente le rotte dei Flamingo e sono in grado di individuarli da lunga distanza, per poi affidare le soluzioni di fuoco alle unità di terra competenti.
È vero, il 15 agosto l’Ucraina è riuscita a colpire un importante stabilimento di Roscosmos a Samara, in Russia, presumibilmente con due missili Flamingo che in qualche modo sono riusciti a eludere le difese. Si tratta dello stabilimento russo Soyuz dove vengono prodotti i razzi che lanciano nello spazio i satelliti “Rassvet”, l’analogo russo di Starlink.
Il nemico sta diffondendo immagini satellitari che mostrano le conseguenze di un attacco sferrato da due missili FP-5 “Flamingo” contro una delle officine della Rocket Space Corporation “Progress” a Samara il 15 agosto.
È possibile valutare le dimensioni di uno dei crateri.
Ricordiamo che la Rocket Space Corporation “Progress” è una delle principali aziende russe nel settore missilistico e spaziale che produce i razzi vettori “Soyuz”, compresi quelli utilizzati per mettere in orbita i dispositivi satellitari per Internet ” Bureau-1440″ in orbita, che attualmente stanno causando grande preoccupazione all’Ucraina.
Pertanto, è probabile che il nemico continui a prendere di mira questa azienda nel tentativo di impedire alla Russia di sviluppare un analogo del sistema americano Starlink, nonché di minare in modo significativo l’intera industria spaziale. La protezione di una risorsa così unica dovrebbe essere una priorità assoluta.
Ma il complesso è enorme, ed è improbabile che i danni abbiano un impatto significativo:
Questi enormi spazi industriali presentano soffitti su cui sono fissate imponenti travature metalliche e altri tipi di strutture. Attacchi di questo tipo di solito si limitano a praticare un foro nel tetto e, come si può vedere in una delle immagini qui sopra in cui è visibile la griglia delle travature, non riescono nemmeno a penetrare oltre quella struttura fino al pavimento dell’officina.
La bassa velocità dei missili non conferisce loro abbastanza inerzia per farlo: solo missili come gli Iskander ipersonici russi, che scendono verticalmente, sono in grado di abbattere completamente tali capannoni industriali fino al piano terra e oltre.
Nel frattempo, la situazione sul fronte ucraino continua a peggiorare. Un importante canale gestito da un ufficiale della brigata di assalto aereo ucraina ha recentemente condiviso la seguente prospettiva “realista”:
Tra le notizie più preoccupanti, l’ex ministro della Difesa Fedorov – figura di spicco che Zelensky aveva rimosso con una mossa impopolare durante il rimpasto del mese scorso – ha ora deciso di giocare duro, alla luce della proposta presentata oggi da Zelensky alla Verkhovna Rada per la nomina del generale di divisione Yevhen Khmara alla carica di ministro della Difesa. Fedorov ha diffuso un video in cui chiede lo svolgimento di elezioni in Ucraina, il che costituisce essenzialmente un «attacco frontale» minaccioso contro il governo di Zelensky e una sfida alla sua autorità:
«La democrazia non può essere tenuta in ostaggio dalla Russia.»
È evidente che si stanno mobilitando forze contrarie a Zelensky. Non avendo più capri espiatori come Yermak da sacrificare, questo inverno cruciale potrebbe segnare l’arrivo di un punto di rottura politico per il leader ucraino, ormai sotto assedio, sempre più isolato e impopolare.
“Le dichiarazioni coordinate dell’ex ministro della Difesa Fedorov e del suo gruppo di sostegno, riguardanti una crisi nella governance dello Stato e la necessità di indire elezioni prima della fine della guerra, sembrano costituire una tattica attentamente pianificata in vista del voto sulla nomina di Khmara a ministro della Difesa. Ciò respinge di fatto le richieste del movimento del “Maidan di cartone” di reintegrare Fedorov.”
L’obiettivo principale è seminare dubbi tra i membri del parlamento (soprattutto tra i “servitori del popolo”): «È necessario votare per Khmara e schierarsi contro Fedorov, se le elezioni e un cambio di potere sono imminenti?» In alternativa, potrebbe trattarsi di persuadere lo stesso Khmara a ritirarsi dalla candidatura. L’obiettivo minimo è quello di, anche se ci fossero voti sufficienti per Khmara, dare un nuovo significato alle azioni del «Maidan di cartone», che ora si terranno non per riportare Fedorov, ma per indire le elezioni.
In Ucraina, durante una guerra, in teoria possono tenersi solo le elezioni presidenziali. Le elezioni parlamentari sono vietate dalla Costituzione, che non può essere modificata durante lo stato di emergenza. Anche le elezioni presidenziali sono vietate, ma non dalla Costituzione, bensì da due leggi (il Codice elettorale e la legge sulla legge marziale), che possono essere modificate con voto a maggioranza nella Verkhovna Rada.
In altre parole, Fedorov e il suo gruppo di sostegno (composto in gran parte da organizzazioni finanziate da sovvenzioni, in precedenza vicine al Partito Democratico statunitense e ora sostenute dall’Europa – quelle che i loro detrattori chiamano «sorositi») vogliono attuare un piano in cui si tengano le elezioni nel Paese durante la guerra e il loro rappresentante (Fedorov) diventi presidente, consentendo loro così di rimodellare rapidamente sia la maggioranza parlamentare che l’intera struttura del potere.
Gli strumenti per costringere Zelenskyy a farlo includono proteste, procedimenti penali avviati dalla NABU e dalla SAP contro la sua cerchia ristretta e pressioni da parte dell’Europa.
Zelenskyy è costretto a cedere il potere: gli viene proposto di indire le elezioni, di perderle (come indicano tutti i sondaggi) e di lasciare la carica. È del tutto possibile che a ciò segua un procedimento penale. E certamente porterà alla caduta dell’intero gruppo economico e politico a lui legato (“Famiglia”). Questo chiaramente non è il futuro che Zelensky immagina per sé stesso. Pertanto, probabilmente cercherà di resistere. Ad esempio, potrebbe ordinare all’SBU di intervenire contro la NABU/SAP e il loro gruppo di sostegno (un simile scenario è oggetto di discussione anche all’interno degli ambienti finanziati da sovvenzioni).
Un’altra questione è se l’Europa eserciterà pressioni, e in che misura. Questo è un punto chiave, perché Zelensky può resistere alle proteste e persino ai prossimi procedimenti penali contro Yermak e i suoi collaboratori, ma se gli europei (che attualmente finanziano l’Ucraina) eserciteranno pressioni direttamente, sarà molto più difficile resistere. Anno scorso, durante il tentativo da parte dell’Amministrazione presidenziale di porre la NABU e la SAP sotto il proprio controllo, tali pressioni furono esercitate. Ma non furono così forti riguardo alle dimissioni di Fedorov. E non si sa ancora se l’Europa insisterà sulle elezioni.
In terzo luogo, i sondaggi mostrano che Fedorov è ben lungi dall’essere l’unico candidato con possibilità di vittoria. Zaluzhny ha un indice di gradimento più alto del suo, e quello di Budanov è solo leggermente inferiore. Entrambi sono disposti a stare a guardare in silenzio mentre Fedorov sale al potere? Oppure si impegneranno a fondo nella lotta, opponendosi con forza all’ex ministro? Tutto ciò potrebbe aggiungere elementi di radicale imprevedibilità al processo di “ripristino dei processi democratici”.
In quarto luogo, il tema secondo cui “l’Ucraina ha bisogno di elezioni” inizierà a guadagnare terreno all’interno del Paese, il che potrebbe intensificare notevolmente il dibattito pubblico sull’“illegittimità” di Zelensky. Per inciso, questo è ciò che è stato costantemente affermato in Russia, dove si chiede che si tengano elezioni per il presidente dell’Ucraina al fine di avere un «capo di Stato legittimo» con cui condurre i negoziati. E se le elezioni si terranno durante la guerra, allora, formalmente, la richiesta del Cremlino sarà soddisfatta. Naturalmente, è improbabile che Fedorov ammorbidisca la posizione negoziale rispetto a quella di Zelensky. È più probabile il contrario: il suo gruppo di sostegno lancia spesso appelli per un inasprimento della mobilitazione, un abbassamento dell’età di leva, un’intensificazione della lotta contro i «renitenti» e la «quinta colonna», ecc. Tuttavia, uno qualsiasi degli altri candidati “validi” potrebbe cautamente (non personalmente, ma tramite il proprio gruppo di sostegno) iniziare a promuovere l’idea che «Zelensky fosse un ostacolo al raggiungimento della pace, perché Putin non voleva discutere di nulla con lui. Se diventerò presidente, sarò in grado di negoziare condizioni normali per porre fine alla guerra». E non è da escludere che una posizione del genere possa rivelarsi più popolare delle varie varianti del «combattere fino all’ultimo».
Che dire? Preparate i popcorn.
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Il compromesso modificato del 1956 proposto in questo articolo favorirebbe i loro interessi e, probabilmente, anche quelli americani, ma richiede che la Russia faccia la prima mossa, presentando informalmente questa proposta.
La prima visita in assoluto di Putin alle Isole Curili, durante il suo viaggio a Iturup, è stata duramente condannata dalla Primo Ministro giapponese Sanae Takaichi a causa delle continue rivendicazioni del suo paese su quell’isola e su molte altre che Tokyo considera suoi “Territori del Nord”. Kunashir, Shikotan e le isole disabitate di Habomai completano il resto del territorio russo il cui controllo è conteso nell’Asia nord-orientale. Per completezza, ricordiamo che l’ Accordo di Yalta restituì le Isole Curili all’URSS, ma il Giappone sollevò un cavillo tecnico.
Dal suo punto di vista, le isole sopra menzionate non sarebbero mai state legalmente considerate parte delle Isole Curili, ma un memorandum del Dipartimento di Stato del 1949 sosteneva che Shikotan, ricca di risorse ittiche, e le Isole Habomai fossero le uniche il cui status giuridico ai sensi dell’Accordo di Yalta potesse essere discutibile. La Dichiarazione congiunta sovietico-giapponese del 1956 , che ripristinò le relazioni diplomatiche, includeva un compromesso in base al quale Mosca accettò di trasferire le due isole a Tokyo dopo la firma di un trattato di pace.
Per ragioni che esulano dall’ambito di questa analisi, ma che molti in Russia sospettano siano dovute all’influenza americana sul Giappone, il loro grande compromesso fallì, ed è per questo che la disputa persiste ancora oggi, con Tokyo che rivendica tutte e quattro le aree precedentemente menzionate. Putin ha investito tempo e sforzi considerevoli per ripristinare il compromesso del 1956 al fine di sbloccare maggiori investimenti giapponesi, aprire una porzione maggiore del suo mercato energetico alle esportazioni russe e scongiurare preventivamente la dipendenza della Russia dalla Cina.
Questi risultati sono anche nell’interesse nazionale oggettivo del Giappone, ma la natura emotiva di questa disputa per una parte dell’elettorato giapponese ha ostacolato una risoluzione persino sotto il defunto Primo Ministro Shinzo Abe, che Putin considerava un caro amico e con il quale aveva discusso a lungo la questione. ” Putin si è lamentato del peggioramento delle relazioni russo-giapponesi ” durante il suo tour nell’Estremo Oriente russo, poco prima del suo viaggio a Iturup, per segnalare che questa è la risposta di Mosca alla tendenza che egli attribuisce a Tokyo.
L’analisi precedente, a cui si fa riferimento tramite hyperlink, rimanda inoltre i lettori a queste due analisi (qui e qui) per approfondire rispettivamente i motivi per cui la Russia considera il Giappone una minaccia crescente alla propria sicurezza e il ruolo che gli Stati Uniti prevedono per il Giappone nella nuova architettura di sicurezza regionale. Il riferimento a queste analisi ha lo scopo di evidenziare le implicazioni strategico-militari di un potenziale peggioramento delle relazioni russo-giapponesi, al fine di sottolineare perché il Giappone dovrebbe invece cercare un compromesso con la Russia.
Pace e stabilità sono gli imperativi primari, che potrebbero sbloccare vantaggi economici e geostrategici per il Giappone, a condizione che Tokyo ritorni al compromesso del 1956 con Mosca. In tale scenario, anche se il Giappone non revocasse immediatamente tutte le sanzioni anti-russe, potrebbe iniziare a farlo in modo integrato, settoriale e geografico, ispirandosi a questa proposta di una decina di anni fa relativa a un “Condominio socio-economico delle isole settentrionali” (NISEC) tra Sachalin, le Curili e Hokkaido.
L’idea è che queste tre regioni potrebbero diventare il fulcro di un progetto di integrazione economica più ampio, in grado di estendersi all’intero Estremo Oriente russo, ricco di risorse, garantendo al Giappone un accesso privilegiato alle sue risorse energetiche e minerarie, come illustrato qui e qui . Invece di rimanere dipendente dalle imprevedibili importazioni energetiche dell’Asia occidentale e dalla politicamente vulnerabile industria cinese della lavorazione dei minerali delle terre rare, il Giappone potrebbe affidarsi alla Russia come soluzione vicina, adottando la giusta strategia di investimento.
Sul fronte geostrategico, la Russia perseguirebbe il suo obiettivo di evitare preventivamente la dipendenza dalla Cina, il che è anche nell’interesse del Giappone. Data la vicinanza tra Giappone e India, e considerando che l’India sta già espandendo la sua presenza nell’Estremo Oriente russo attraverso il Corridoio Marittimo Orientale , sono possibili investimenti congiunti nippo-indiani su larga scala incentrati sulle risorse, sia nell’estrazione che nella lavorazione. Le ingenti risorse idroelettriche russe in quella regione e il conseguente basso costo dell’energia rendono questa prospettiva ancora più allettante.
Ricapitolando il compromesso modificato del 1956 che viene proposto, il Giappone riceverebbe Shikotan e le isole Habomai in cambio della rinuncia alle sue rivendicazioni su Kunashir e Iturup, un quid pro quo che verrebbe addolcito dalla creazione del NISEC e da un accesso privilegiato alle risorse dell’Estremo Oriente russo. Una volta pienamente attuato, questo piano (probabilmente a fasi) eviterebbe preventivamente la dipendenza della Russia dalla Cina, riducendo al contempo la dipendenza del Giappone dagli Stati Uniti e rafforzando quindi reciprocamente la loro sovranità.
Inoltre, grazie alla ridotta dipendenza dalle importazioni energetiche dall’Asia occidentale, l’economia giapponese non sarebbe più ostaggio di un ipotetico conflitto nel Mar Cinese Meridionale, mentre gli scambi commerciali con l’UE potrebbero essere ottimizzati attraverso la Rotta Marittima del Nord russa. Con un afflusso massiccio di risorse energetiche e minerarie a basso costo provenienti proprio dall’altra sponda del Mar Cinese Meridionale, l’economia giapponese potrebbe finalmente vivere una rinascita a lungo attesa, rafforzando così la propria competitività nel nascente ordine economico globale.
Per quanto Takaichi possa credere sinceramente nella validità delle rivendicazioni del suo paese su Kunashir e Iturup, senza dimenticare l’influenza della pressione politica interna da parte di alcuni elettori e la discreta pressione internazionale degli Stati Uniti, dovrebbe quindi valutare con coraggio il compromesso proposto in questo articolo. Dopotutto, è anche nell’interesse degli Stati Uniti che la Russia eviti preventivamente la dipendenza dalla Cina, come spiegato qui e qui , quindi Trump potrebbe essere convinto se l’argomentazione della sua nuova amica Takaichi si rivelasse sufficientemente persuasiva.
Considerando le tre influenze che agiscono su di lei – le sue opinioni personali sulla questione, le pressioni politiche interne e le discrete pressioni internazionali da parte degli Stati Uniti – questa proposta potrebbe richiedere che sia la Russia a fare il primo passo, proponendola informalmente attraverso canali diplomatici e/o di esperti. Ciò potrebbe aumentare la consapevolezza della questione tra i funzionari giapponesi, gli esperti e, infine, la società nel suo complesso, riducendo potenzialmente le pressioni politiche interne su Takaichi e incoraggiandola così a discuterne con Trump.
Anche i diplomatici e gli esperti americani potrebbero venirne a conoscenza dalle loro controparti giapponesi se la Russia lo facesse per prima in modo informale attraverso uno o entrambi questi canali. Tenendo presente ciò, la Russia farebbe bene a fare la prima mossa, che potrebbe poi riconcettualizzare il primo viaggio in assoluto di Putin alle Isole Curili come il terzoUn esempio del suo recente “approccio di de-escalation” consiste nel far seguire a un'”escalation politica” (dal punto di vista giapponese) una proposta di de-escalation praticabile. Il Cremlino dovrebbe riflettere su questo.
La Polonia può realisticamente guidare il fianco occidentale del “cordone sanitario” e diventare così la principale forza europea della NATO per l’interazione con la Russia nel dopoguerra, se attua il mio piano in tre fasi.
Il ruolo della Polonia nell’Intermarium
Józef Orzeł, fondatore del Ronin Club, ha scatenato un dibattito tra alcuni intellettuali polacchi con un’intervista a Radio Wnet in cui ha proposto che la Polonia guidasse la creazione di un Patto di Difesa Intermarium tra i paesi del fianco orientale della NATO , i paesi scandinavi e la Turchia. Sławomir Dębski, uno dei massimi esperti di politica estera polacchi, ha criticato la proposta di Orzeł in un articolo dettagliato su X , evidenziandone le ridondanze e gli involontari svantaggi, e offrendo al contempo il suo parere in merito.
Wojciech Kozioł, direttore del popolare portale Defence24, ha poi aggiunto il suo contributo ricordando ai lettori che il suo libro, scritto insieme al redattore capo Bartłomiej Wypartowicz e pubblicato all’inizio di quest’anno, intitolato ” La guerra che non vogliamo “, trattava un concetto di sicurezza regionale simile. A quanto pare, anch’io ho scritto molto su questo argomento, che può essere genericamente descritto come il ruolo della Polonia nell’architettura di sicurezza europea del dopoguerra. Vorrei quindi contribuire a questa discussione tra i miei connazionali.
A mio avviso, il mezzo più efficace per far rivivere alla Polonia lo status di grande potenza che ha perso da tempo nel contesto contemporaneo è quello di guidare l'” Iniziativa dei Tre Mari ” (3SI, la cui importanza nel dopoguerra ho approfondito qui ) parallelamente alla riforma dell’UE, come Nawrocki ha dettagliato qui . Lo scenario ideale sarebbe che gli alleati della Polonia nella 3SI si unissero a lei in quest’ultimo sforzo per ottenere il massimo effetto. Che lo facciano o meno, tuttavia, la 3SI rimane il fulcro della pianificazione geostrategica polacca del dopoguerra.
Questo perché i suoi numerosi progetti di connettività hanno una duplice finalità, in quanto facilitano il flusso di truppe e attrezzature in caso di crisi, secondo lo spirito dello ” Schengen militare ” di cui la Polonia fa formalmente parte insieme a Germania e Paesi Bassi. Negli ultimi mesi, ho constatato che nell’ultimo anno si è instaurato un “cordone sanitario” attorno alla Russia, in cui la Polonia svolge attualmente il ruolo più importante nell’Europa centro-orientale. Ne ho parlato qui a fine giugno.
Gli altri fronti sono quello guidato dal Regno Unito nella regione artico-baltica, in continua evoluzione , quello guidato dalla Turchia che si sta aprendo lungo tutta la periferia meridionale della Russia, in seguito al duplice scopo dell'”Accordo di Trump per la pace e la prosperità internazionale” (TRIPP) dell’agosto 2025, che funge anche da corridoio logistico militare della NATO, e il fronte emergente guidato dal Giappone nell’Asia nord-orientale. La Polonia ha tre priorità all’interno di questo scenario geostrategico organizzato dagli Stati Uniti, che ora elencherò.
Il primo imperativo della Polonia: superare la sfida tedesco-ucraina alla leadership regionale polacca.
Il primo obiettivo è mantenere la propria posizione di leader nell’Europa centro-orientale di fronte alla sfida posta dall’Ucraina, sostenuta dalla Germania. Questa analisi approfondisce ulteriormente questo concetto. In breve, la Germania aspira a dominare l’intera UE, e per raggiungere tale scopo deve sottomettere la Polonia attraverso una combinazione tra l’Unione Europea e la sostituzione del ruolo di leadership che la Polonia dovrebbe ricoprire nell’architettura di sicurezza regionale postbellica dell’Europa centro-orientale con l’Ucraina. Come spiegato qui , gli Stati baltici rappresentano un fronte importante in questa competizione.
In quella zona si stanno costruendo impianti congiunti per la produzione di droni, e l’Ucraina ha persino proposto di inviare truppe in quei paesi una volta terminata la fase su larga scala del suo conflitto con la Russia. Ciononostante, ” la Polonia sarebbe il miglior garante della sicurezza degli Stati baltici nella NATO 3.0 “, il che “assicurerebbe che Kiev non provochi un conflitto con la Russia che metta la Polonia in una posizione difficile e trasformi la Polonia nella principale forza [della NATO] per l’interfaccia con la Russia nel periodo post-conflitto”.
Secondo imperativo della Polonia: ottimizzare la connettività con il “blocco vichingo” e l’“impero neo-ottomano”.
Il terzo imperativo che verrà affrontato in questa analisi, dopo aver descritto il secondo, riguarda il ruolo della Polonia come principale forza di collegamento della NATO con la Russia nel periodo post-bellico. Si tratta della necessità per la Polonia di integrarsi con il “Blocco vichingo” nell’Artico-Baltico e con il “Neo-Impero ottomano” lungo tutta la periferia meridionale della Russia, attraverso i relativi progetti di connettività a duplice uso 3SI. Questa analisi si concentra sulla cooperazione polacco-svedese, mentre quest’altra sulla cooperazione polacco-turca.
La Svezia ha interesse a sostenere la vicina Finlandia nei confronti della Russia, mentre la Finlandia e gli Stati baltici hanno interesse a sostenersi reciprocamente nei confronti della Russia, consolidando così il loro “Blocco vichingo”. L’interesse più diretto della Polonia è quello di sostenere gli Stati baltici, in particolare la vicina Lituania con cui condivide il “Corridoio di Suwałki”, che funge quindi da terreno comune per collegare la sua prevista “sfera di influenza militare-strategica” (per mancanza di un termine migliore) nell’Europa centro-orientale con questi Paesi.
Gli Stati baltici possono quindi fungere da duplice membro di questi blocchi subregionali che costituiscono il fronte occidentale del “cordone sanitario” attorno alla Russia. Il ruolo della Svezia in qualsiasi scenario di contingenza rispetto a un conflitto tra i suoi alleati baltici e la Russia sarebbe inizialmente in mare, mentre quello della Polonia sarebbe sulla terraferma attraverso i progetti Via Baltica e Rail Baltica (a lungo ritardati) di 3SI, ma potrebbero anche convergere su Kaliningrad. Un attacco su vasta scala a Kaliningrad, tuttavia, provocherebbe probabilmente una risposta nucleare.
Per quanto riguarda il ruolo integrativo meridionale della Polonia all’interno del “cordone sanitario”, la connettività militare-strategica con la Turchia dipende in modo cruciale dall’alleato rumeno del periodo tra le due guerre, che funge da ponte terrestre e marittimo tra i due Paesi. L’accesso a tale ponte dipende a sua volta dall’Ungheria e dalla Slovacchia, anch’esse alleate della NATO. L’Ucraina è esclusa dal modello dell’Intermarium a causa della disputa in corso e perché non è un alleato di difesa reciproca come lo sono gli altri due Paesi. Tra questi tre alleati della NATO, la Romania è il più importante.
La motivazione va oltre quella geostrategica sopra menzionata e si estende alle dimensioni ben maggiori del paese rispetto agli altri due, che gli conferiscono un potenziale economico e militare superiore, per non parlare delle tensioni esistenti con la Russia per la regione della Transnistria, nella vicina Moldavia. La Romania può inoltre fungere da trampolino di lancio per interventi militari convenzionali di altri alleati della NATO a sostegno dell’Ucraina in scenari di emergenza, in base alle garanzie di sicurezza che questi si impegnano a fornire, proprio come la Polonia.
È importante notare che la Romania ospita la più grande base aerea della NATO e potrebbe un giorno ordinare un rapido potenziamento navale guidato e forse anche parzialmente finanziato dal blocco, come mezzo per aggirare le limitazioni alle forze navali regionali imposte dalla Convenzione di Montreux. Così come gli Stati baltici sono membri sia del “Blocco vichingo” sia della “sfera di influenza militare-strategica” che la Polonia intende creare nell’Europa centro-orientale, allo stesso modo la Romania potrebbe svolgere lo stesso ruolo nei confronti della “sfera” polacca e di quella “neo-ottomana” turca.
Pertanto, così come i progetti 3SI Via Baltica e Rail Baltica, che collegano la Polonia all’Estonia, sono parte integrante del ruolo integrativo settentrionale della Polonia all’interno del “cordone sanitario” per ottimizzare la cooperazione strategico-militare con il “Blocco vichingo”, allo stesso modo il progetto 3SI Via Carpathia , che collega la Polonia alla Romania attraverso la Slovacchia e l’Ungheria, è altrettanto fondamentale per il suo ruolo meridionale nell’ottimizzazione di tale cooperazione con il “Neo-Impero ottomano”. La Svezia e la Turchia hanno quindi interesse al successo di questi progetti 3SI.
A tal proposito, anche la Svezia ha interesse al successo della ” Linea di Difesa Baltica “, che si riferisce alle fortificazioni di quei paesi al confine con la Russia che, insieme allo “Scudo Orientale” polacco ( a dir poco sottosviluppato ) con Kaliningrad e la Bielorussia, fanno parte della ” Linea di Difesa dell’UE “. Non fanno parte dell’Iniziativa dei Tre Stati d’Indipendenza (3SI), ed è per questo che non sono state menzionate prima, ma sono comunque rilevanti per il tema dei progetti in cui la Polonia e i leader di un blocco subregionale confinante condividono interessi comuni.
Il terzo imperativo della Polonia: diventare la principale forza della NATO per l’interazione con la Russia.
Passando all’ultimo imperativo della Polonia nell’ambito del “cordone sanitario”, essa dovrebbe aspirare a diventare la principale forza della NATO per l’interazione con la Russia nel periodo postbellico. Gli Stati Uniti stanno attivamente implementando il concetto di NATO 3.0, in base al quale si aspettano che gli alleati con interessi comuni nel contenimento della Russia si assumano una maggiore responsabilità, mentre gli Stati Uniti si spostano gradualmente verso l’Asia (orientale) per un contenimento più deciso della Cina. Si prevede quindi che il ruolo della Polonia nella NATO diminuirà, mentre l’impegno con la Russia rimarrà probabilmente prevalentemente bilaterale.
Nel contesto di questa convergenza di tendenze, la Germania, leader di fatto dell’UE, sta attuando una manovra di potere da 800 miliardi di euro per dotarsi del più grande esercito europeo della NATO, al fine di estendere il proprio controllo politico sull’Europa anche in ambito militare. Ciò porterebbe la Germania a diventare la principale forza di interazione del blocco con la Russia. In tale scenario, gli interessi della Polonia sarebbero subordinati a quelli della Germania e da essa determinati, il che rappresenterebbe anche una grave minaccia non militare, a cui Nawrocki ha accennato alla fine dello scorso anno e che è stata analizzata qui .
Il modo più efficace per scongiurare questo futuro oscuro è che la Polonia consolidi la sua leadership nell’Europa centro-orientale di fronte alla sfida posta dall’Ucraina, sostenuta dalla Germania, si integri con il “Blocco vichingo” e l'”Impero neo-ottomano” e sfrutti il ruolo centrale che ne deriverebbe lungo il fronte occidentale del “cordone sanitario” per diventare la principale forza di interazione della NATO con la Russia. Per il raggiungimento di quest’ultimo obiettivo, di grande importanza strategica per la Polonia, è necessario definire un modus vivendi postbellico con la Russia.
Ciò consentirebbe loro di guidare congiuntamente la costruzione della nuova architettura di sicurezza europea, data l’importanza di mantenere la pace e la prevedibilità lungo il fianco orientale della NATO, ruolo che la Polonia si prefigge di svolgere. I dettagli del modus vivendi polacco-russo potranno essere definiti solo attraverso la ripresa del dialogo tra i rispettivi esperti, ufficiali militari e governi, una proposta che ho a lungo sostenuto e che è stata recentemente ribadita da Ilya Fabrichnikov.
È membro dell’influente Consiglio per la politica estera e di difesa e ha scritto proprio di questa possibilità a fine luglio per la prestigiosa rivista del suo think tank, articolo che ho poi criticato in modo costruttivo qui . Nel caso in cui tale dialogo venisse ripreso, anche solo inizialmente attraverso colloqui informali (Track II) e peraltro estremamente discreti, come i colloqui russo-tedeschi di livello 1.5 (Track 1.5) di Baku , che durano da due anni e sono stati recentemente confermati , allora tre argomenti figurerebbero probabilmente in primo piano in queste discussioni.
Tre temi di discussione in caso di ripresa del dialogo polacco-russo.
La prima priorità è la creazione di un meccanismo di de-escalation polacco-russo, da attuare ancor prima della fine del conflitto ucraino. Ciò è urgente, considerate le due significative incursioni di droni e missili da crociera russi in Polonia nell’ultimo anno (probabilmente causate da interferenze elettroniche). Se la Polonia dovesse finire coinvolta in una guerra aperta con la Russia per un errore di valutazione, contrariamente ai timori di alcuni in Polonia, è probabile che anche gli Stati Uniti e il resto della NATO intervengano, poiché la Polonia è troppo importante perché possano essere abbandonati.
Lo stesso non si può dire per gli Stati baltici in uno scenario di emergenza, né per l’Ucraina qualora scoppiasse un altro conflitto su larga scala con la Russia dopo la fine di quello attuale. Come scrisse il famoso Norman Davies in 1984, la Polonia è il ” cuore d’Europa “, e lo scenario della sua sconfitta, occupazione e/o distruzione da parte della Russia rimodellerebbe radicalmente la geopolitica europea e quindi globale in modi assolutamente contrari agli interessi tedeschi e soprattutto americani, da cui il loro comune interesse a impedirlo.
Questo ci porta al secondo argomento di discussione in qualsiasi ipotetico dialogo polacco-russo, riguardante la risposta della Polonia a scenari di emergenza negli Stati baltici, in Bielorussia e in Ucraina, dato che attualmente comanda il più grande esercito europeo della NATO, confina con tutti e tre i Paesi e un suo coinvolgimento rischierebbe di trasformare incidenti di confine di minore entità (o disordini interni nel caso della Bielorussia) in una vera e propria guerra tra NATO e Russia a causa di un errore di valutazione, poiché la questione è troppo importante perché il blocco possa abbandonarla, come spiegato in precedenza.
Infine, la parte russa vorrebbe quasi certamente discutere dell’equilibrio di forze postbellico tra la Polonia e il proprio paese, comprese le truppe NATO e possibilmente le armi nucleari ( americane e/o francesi ) in Polonia, così come le truppe, le armi nucleari e i missili ipersonici russi a Kaliningrad e in Bielorussia. Lo scopo, almeno dal punto di vista del Cremlino, sarebbe quello di esplorare la possibilità di limiti e/o riduzioni reciproche per allentare le tensioni o quantomeno gestirle meglio nell’era postbellica.
Lo scenario migliore, per quanto indubbiamente improbabile ma che andrebbe comunque preso in considerazione con l’obiettivo di indirizzare i negoziati in questa direzione, anche qualora il risultato finale dovesse rimanere irraggiungibile, prevede che tali discussioni portino alla ripresa del dialogo tra la Russia e la NATO europea a guida polacca (in questo scenario), finalizzato a nuovi accordi sul controllo degli armamenti e su altri aspetti della sicurezza militare. Di particolare importanza per la Russia è il futuro delle forze dei Paesi baltici membri della NATO dell’Europa occidentale.
Anche se dovessero rimanere, potrebbero non svolgere il ruolo di deterrente previsto se i loro governi decidessero di farli ritirare, sacrificarli o eliminarli per “pragmatismo” in uno scenario di emergenza, il che contestualizza ulteriormente l’importanza del ruolo della Polonia come garante della loro sicurezza nella NATO 3.0. Esiste comunque la possibilità che un incidente di confine di minore entità possa degenerare in una guerra aperta tra NATO e Russia a causa di un errore di valutazione, ed è per questo che il Cremlino li osserva con molta diffidenza.
In ogni caso, è prematuro speculare sui dettagli di questo argomento, ma è sufficiente menzionare che colloqui sul controllo degli armamenti e su altre questioni di sicurezza militare – incluso lo scenario di una sostituzione delle forze NATO dell’Europa occidentale negli Stati baltici con la Polonia – potrebbero emergere dalla ripresa del dialogo polacco-russo. La centralità della Polonia nell’Intermarium, la cui geografia si sovrappone al fianco occidentale del “cordone sanitario”, conferisce al paese un’influenza strategico-militare sproporzionata nei confronti della Russia.
La Russia svolgerà naturalmente un ruolo nella costruzione dell’architettura di sicurezza europea del dopoguerra, ma non è ancora chiaro se il suo principale interlocutore, in rappresentanza della NATO europea, sarà il leader di fatto polacco del fianco orientale o quello di fatto tedesco dell’UE. La decisione spetterà all’esito della competizione per la leadership dell’Europa centro-orientale, in cui l’Ucraina funge da pedina della Germania. La Polonia non deve perdere e, di conseguenza, rendere vulnerabile la propria sicurezza nazionale a un possibile accordo tedesco-russo.
È quindi oggettivamente nell’interesse della Polonia diventare la principale forza di collegamento tra la NATO europea e la Russia, il che richiede la ripresa di un dialogo polacco-russo simile, nello spirito, ai colloqui tedesco-russi di Baku, durati due anni e recentemente confermati. Rimanere passivi, per qualsiasi motivo, che sia per una malintesa solidarietà con la NATO e/o l’Ucraina o per una ferma opposizione alla ripresa del dialogo con la Russia, significherebbe rischiare di perdere la competizione per la leadership regionale dell’Europa centro-orientale a favore della Germania.
Un appello personale ai miei compatrioti
A titolo personale, sia per quanto riguarda i signori Orzeł, Dębski, Kozioł, sia per qualsiasi altro esperto polacco, sarei lieto di mettervi in contatto con esperti russi, se interessati. Non esitate a contattarmi e vi prometto che la nostra conversazione rimarrà discreta. Come ho accennato nella mia recente recensione critica dell’articolo di Tim Kirby sulle tensioni polacco-ucraine ( qui) , considero la mia missione di vita colmare le differenze tra Polonia/polacchi e Russia/russi, data la mia particolare identità.
Ho parlato in dettaglio delle mie origini qui , quando ho spiegato perché sono un fiero attivista per la lotta contro il genocidio in Volinia, ma per chi non lo sapesse, sono un fiero americano-polacco con radici parziali nella “Vecchia Rus'” (il termine che preferisco per gli slavi orientali dell’odierna Ucraina occidentale che all’epoca non si definivano “ucraini”). Ho la doppia cittadinanza, sono nato e cresciuto negli Stati Uniti e non parlo polacco perché vedevo mio padre polacco solo nei fine settimana dopo il divorzio dei miei genitori, avvenuto quando ero piccolo, ma mi identifico con orgoglio come polacco.
Mentre alcuni di voi potrebbero considerarmi un “burattino” visto che vivo a Mosca da 13 anni e ho lavorato con Sputnik dal 2014 al 2019, come ho spiegato qui in risposta all’articolo diffamatorio di Przemysław Staciwa contro di me a maggio, critico costruttivamente la Russia ogni volta che credo sia necessario per ottimizzare la formulazione e l’attuazione delle politiche. Ho anche rivelato di essere stato “cancellato” da molti qui a Mosca per questo motivo, tra cuirecentemente per educatamenterimproverando Medvedev per i suoi due insulti razzisti contro i polacchi pronunciati nel 2024.
Qualunque sia la vostra opinione su di me, sappiate che sono disposto e in grado di aiutarvi qualora desideriate esplorare, anche solo in modo informale ma discreto, la possibilità di avviare un dialogo con esperti russi, sia a titolo personale che per conto di qualsiasi organizzazione rappresentiate. Credo sinceramente che ciò sia necessario per promuovere gli interessi sia polacchi che russi, che risiedono nel raggiungimento di un modus vivendi postbellico che mantenga la pace e la prevedibilità lungo il fianco occidentale del “cordone sanitario”.
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Le sue spie stanno cercando prove di finanziamenti russi all’opposizione critica nei confronti dell’Ucraina, con il pretesto falso e paternalistico che nessun polacco potrebbe mai non apprezzare l’Ucraina, a prescindere da ciò che quest’ultima possa fare, e dato che l’Ucraina è naturalmente contraria alla loro ascesa al potere, potrebbe persino fabbricare tali prove.
Wirtualna Polska ha riportato l’articolo a pagamento di Dziennik Gazeta Prawna sul piano di Zelensky per migliorare l’immagine dell’Ucraina in Polonia, dopo che questa era radicalmente peggiorata in seguito alla sua decisione di glorificare la Volinia. I responsabili del genocidiodell’OUN-UPA a livello statale alla fine di maggio. Secondo le loro fonti, l’Ucraina assumerà un’agenzia di pubbliche relazioni per promuovere il proprio paese tra la metà rimanente della popolazione polacca filo-ucraina, e l’agenzia metterà in risalto la ” minaccia russa ” e le storiche alleanze polacco-ucraine .
È prevista anche una più stretta collaborazione con imprese, esperti e media, ma, cosa ancora più scandalosa, “i servizi segreti ucraini stanno cercando prove di finanziamenti russi a gruppi polacchi anti-ucraini”. Già a metà luglio, quando Zelensky aveva avviato i primi contatti superficiali con la Polonia, si era avvertito che ” i polacchi non dovrebbero lasciarsi ingannare dal disonesto tentativo di riconciliazione di Zelensky “. Ora, tuttavia, i polacchi dovrebbero anche prepararsi alle provocazioni dei servizi segreti ucraini contro l’opposizione.
I due partiti conservatori e i due nazionalisti libertari, che insieme godono di un sostegno sufficiente secondo sondaggi autorevoli (compreso quello di Politico , notoriamente ostile alla politica ucraina) per formare un governo di coalizione dopo le prossime elezioni del Sejm nell’autunno del 2027, criticano tutti l’Ucraina in misura diversa. È quindi nell’interesse nazionale dell’Ucraina, così come percepiscono le autorità al potere e i loro alleati del “deep state”, impedire, con ogni mezzo, che questi quattro partiti arrivino al potere.
A tal fine, non sarebbe sorprendente se inventassero false “prove” a sostegno delle loro speculazioni di natura politica, secondo le quali uno, alcuni o tutti e quattro sarebbero in qualche modo finanziati dalla Russia, e la cui campagna potrebbe addirittura essere coordinata con la coalizione liberale al governo in Polonia. Dopotutto, il Primo Ministro Donald Tusk e il Ministro degli Esteri Radek Sikorski sostengono da tempo questa tesi, accusa che è stata qui smentita e rivelata come una rozza manovra elettorale.
Non sarebbe quindi sorprendente se tali false “prove” emergessero presto (e continuassero a essere fornite dall’Ucraina ai media polacchi fino alla vigilia delle prossime elezioni del Sejm dell’autunno 2027) e venissero presentate come fatti da quei due e da altri membri della coalizione liberale al governo. Il gruppo o i gruppi di opposizione presi di mira potrebbero anche subire una persecuzione simile al Russiagate da parte dei servizi di sicurezza, con l’obiettivo di screditarli agli occhi dell’opinione pubblica, eventualmente mettendoli al bando e persino incarcerando i membri e/o i leader del partito falsamente implicati.
tedesco dell’Ucraina Il patrono , che di fatto guida l’UE e al quale Tusk è così vicino che il cardinale grigio conservatore Jarosław Kaczyński lo accusò una volta di essere un ” agente tedesco “, potrebbe amplificare queste accuse e persino tentare di espellere il/i partito/i implicato/i dal Parlamento europeo. Come per l’Ucraina, anche la Germania non vuole che questi partiti arrivino al potere, poiché sono altrettanto critici nei confronti della Germania quanto lo sono nei confronti dell’Ucraina, inoltre un governo liberale continuato potrebbe ulteriormente subordinare la Polonia alla Germania.
” La Polonia finalmente comprende la sfida geostrategica posta dall’Ucraina “, rivale sostenuta dalla Germania per la leadership nell’Europa centro-orientale , in particolare negli Stati baltici , ma questo vale solo per l’opinione dell’opposizione e non per quella della coalizione liberale al governo. Altri quattro anni di governo diviso tra un presidente conservatore e un primo ministro liberale, in caso di sconfitta dell’opposizione, potrebbero portare a ulteriori opportunità perse che verrebbero sfruttate da Germania e Ucraina a spese della Polonia.
Ciò che è in gioco nelle prossime elezioni parlamentari dell’autunno 2027 non è quindi solo la composizione del Sejm e se Tusk rimarrà o meno al suo posto, ma la direzione della politica estera polacca nell’era postbellica e il conseguente futuro del paese. ruolo nella nuova architettura di sicurezza europea in formazione. La presunta campagna di interferenza elettorale ucraina, che probabilmente sarebbe appoggiata dai liberali al governo in Polonia e dai loro alleati tedeschi qualora si concretizzasse, rappresenta pertanto una manovra geopolitica di altissimo livello.
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Trascura il fatto che i suoi membri sono legati agli Stati Uniti, poiché la Turchia è un alleato della NATO, mentre il Pakistan e l’Arabia Saudita sono “principali alleati non NATO”.
RT ha tradotto e ripubblicato un recente articolo del direttore dei programmi del Valdai Club, Timofey Bordachev, intitolato ” Perché l’alleanza della Mecca potrebbe giocare a favore della Russia “. La sua tesi è che la NATO islamica “complica la strategia americana, incoraggia l’indipendenza regionale e pone ulteriori limiti alla capacità di Washington di imporre un unico ordine politico in tutto il Medio Oriente”. Ritiene inoltre che il blocco sia intrinsecamente debole in quanto privo di una potenza egemone e di un nemico comune.
Ciò che Bordachev trascura è che la NATO islamica è legata agli Stati Uniti, poiché la Turchia è un alleato della NATO, mentre Pakistan e Arabia Saudita sono “principali alleati non NATO”. A suo merito, ha osservato che “nessuno di questi paesi possiede la forza o la determinazione per porre fine all’egemonia statunitense in Medio Oriente”, ma la palese omissione di tale osservazione minimizza il ruolo di questo blocco. Ciò consente agli Stati Uniti di ” guidare da dietro le quinte ” in Asia occidentale, mentre “tornano a concentrarsi sull’Asia orientale” per contenere più efficacemente la Cina .
Ha inoltre riconosciuto che “ciascun membro del nuovo gruppo potrebbe creare difficoltà a Mosca in modo indipendente, sia nel Caucaso meridionale, in Asia centrale o nel più ampio mondo musulmano, ma ci sono poche possibilità che coordinino un attacco prolungato contro gli interessi russi”. Bordachev ha ragione nel dire che ognuno di questi tre potrebbe sfidare la Russia sul suo fronte meridionale, ma sta ancora una volta minimizzando queste minacce, per le quali era già stato criticato in modo costruttivo all’inizio di quest’anno qui , qui e qui .
In sintesi, il ” Trump Route for International Peace and Prosperity ” (TRIPP) persegue il duplice scopo, non dichiarato, di fungere da corridoio logistico militare della NATO lungo il fronte meridionale della Russia, dove la Turchia sfida la Russia attraverso la sua “Organizzazione degli Stati Turchi” (OTS), sempre più militarizzata. Come affermato a maggio, ” la Triade russa è ora d’accordo sulle minacce provenienti dal sud e dirette dalla NATO “, dopo le opportune valutazioni da parte dell’Amministrazione presidenziale, del Ministero della Difesa e del Ministero degli Esteri.
Il presidente del Consiglio russo per gli affari internazionali, Dmitry Trenin, e l’esperto di Russia Farhad Ibragimov hanno comunque minimizzato la minaccia rappresentata dalla Turchia, affermazione a cui hanno risposto nelle analisi collegate in precedenza. In particolare, ” La Russia ha lasciato intendere la sua latente percezione della minaccia rappresentata dal Pakistan ” è stato pubblicato quasi contemporaneamente alla condivisione da parte della Triade della propria valutazione della minaccia turca, in particolare per quanto riguarda il suo ruolo in Afghanistan e come potrebbe facilitare il ritorno della presenza militare statunitense nella regione.
A metà luglio , il ministro degli Esteri russo Sergey Lavrov ha implicitamente ribadito i sospetti secondo cui il Pakistan permetterebbe il transito di armi e terroristi in Afghanistan attraverso il suo confine. Ciò nonostante, la Russia guarda con apprensione solo alla Turchia e al Pakistan, non all’Arabia Saudita. Tuttavia, i sauditi potrebbero teoricamente finanziare le due minacce che Turchia e Pakistan rappresentano per gli interessi russi lungo la sua periferia meridionale, e tutti e tre potrebbero coordinare più strettamente queste attività attraverso la NATO islamica.
Tornando a Bordachev, concluse che “la Russia non ha bisogno che i membri di questo nuovo gruppo diventino amici o alleati, le basta che occupino l’attenzione e le risorse dei suoi avversari mentre Mosca rimane concentrata sull’Ucraina”. La NATO islamica, tuttavia, non occupa l’attenzione e le risorse dell’avversario statunitense della Russia, poiché i suoi membri sono letteralmente i suoi alleati. Il loro blocco è quindi pronto a promuovere gli interessi statunitensi nei confronti della Russia, non a ostacolarli, ma Bordachev ne è beatamente ignaro.
Questa è la seconda volta quest’estate che ricorre alla “strategia di inasprimento per poi allentare le tensioni” nel tentativo di ristabilire la deterrenza.
La serie di sequestri di navi da parte dell’Occidente, perpetrati con la cosiddetta “flotta ombra”, potrebbe finalmente giungere al termine, dopo quanto dichiarato da Putin ai comandanti della Flotta del Pacifico durante la sua visita nell’Estremo Oriente russo. Come ha affermato , “Constatiamo che i funzionari di alcuni Paesi stanno tentando di limitare la circolazione delle navi dei nostri operatori economici con mezzi pacifici, in violazione del diritto marittimo internazionale, ma di recente si sono resi conto di poter sequestrare le nostre navi e vendere il bottino . Questo non è altro che pirateria e saccheggio”.
Ha poi minacciato: “Se ciò dovesse accadere, dovremo reagire, non necessariamente nelle acque in cui intendono attaccare le nostre navi, ma ovunque lo riterremo necessario o ragionevole, compresa l’area di responsabilità della Flotta del Pacifico”. Il comandante della Flotta del Pacifico, ammiraglio Viktor Liina, ha dichiarato a Putin, durante il suo intervento, che “tra il 24 aprile e il 6 agosto 2026, un totale di 1.001 navi hanno transitato nella zona economica esclusiva della Federazione Russa, solo lungo le isole dell’arcipelago delle Curili meridionali”.
Ha aggiunto che “Di queste, 379 navigavano sotto bandiere di stati ostili, tra cui 273 navi portarinfuse e 71 petroliere, di cui 26 del Regno Unito e 9 della Francia. Allo stesso tempo, gli stati occidentali stanno attivamente reclutando navi battenti bandiera di paesi terzi per trasportare merci nel loro interesse. In sostanza, questo costituisce la loro flotta ombra. Disponiamo delle forze necessarie per ispezionare e fermare le navi appartenenti a stati ostili e alla loro flotta ombra”.
Le minacce di Putin di sequestrare navi straniere per rappresaglia giungono a sei mesi di distanza dalle dichiarazioni del suo stretto collaboratore Nikolai Patrushev, il quale affermò ai media locali : “Se non rispondiamo con fermezza, gli inglesi, i francesi e persino gli Stati baltici diventeranno presto così sfrontati da tentare di bloccare completamente l’accesso del nostro Paese ai mari”. Il presidente del Consiglio marittimo suggerì quindi di “stazionare permanentemente forze significative nelle principali rotte marittime, anche in regioni lontane dalla Russia, pronte a smorzare l’ardore dei corsari occidentali”.
Col senno di poi, ilsempre cauto Putin diede all’Occidente la possibilità di interrompere la sua politica di sequestro delle navi della “flotta ombra” russa, al fine di evitare un’escalation reciproca che avrebbe potuto accidentalmente scatenare la Terza Guerra Mondiale. Tuttavia, questa decisione fu interpretata erroneamente come una debolezza, il che non fece altro che rafforzare la loro posizione. Allo stesso modo, si può dire che la Russia abbia evitato di minacciare, a finemaggio, di condurre “attacchi sistematici” contro l’Ucraina, in risposta ai quali l’Ucraina ha lanciato una ” guerra di logoramento ” contro la Russia, sostenuta dall’Occidente .
L’evidente posta in gioco esistenziale derivante dall’evitare qualsiasi escalation reciproca, mentre l’Ucraina tentava sistematicamente di deindustrializzare e smilitarizzare la Russia con il sostegno occidentale, ha finalmente convinto Putin a ” intensificare per de-escalare ” leggermente nelle regioni di Kharkov e Odessa . Questa è stata la prima volta che lo ha fatto in modo coerente dall’incontro speciale.L’operazione ebbe inizio, e si potrebbe dire che lo abbia incoraggiato a considerare seriamente di fare lo stesso in mare in risposta a qualsiasi futuro sequestro delle navi della sua “flotta ombra”.
Per essere chiari, Putin ha subordinato il sequestro di navi straniere da parte della Russia, in un’ottica di rappresaglia reciproca, alla condizione che avvenga “ovunque lo riterremo necessario o ragionevole”, quindi è possibile che le navi occidentali evitino le acque russe e si guardino bene dal vedere la Marina russa ovunque si trovino nel mondo. Ciò significa che i sequestri reciproci non dovrebbero essere dati per scontati, nonostante la sua minaccia, ma il significato risiede nel fatto che Putin sta ancora una volta “intensificando la situazione per poi allentarla”, nel tentativo di ristabilire la deterrenza, cosa che finora si era mostrato riluttante a fare.
Anche solo una di queste soluzioni – per non parlare di una combinazione di esse – di fatto integrerebbe l’Ucraina nella metà occidentale dell’architettura di sicurezza europea del dopoguerra, anziché ripristinarne la neutralità.
L’ex comandante in capo e attuale ambasciatore ucraino nel Regno Unito, Valery Zaluzhny, si è recentemente lamentato del fatto che l’Occidente abbia raccontato “favole” sull’adesione del suo Paese alla NATO per 12 anni, concludendo che “non entreremo mai!”. Ha aggiunto che “l’Ucraina si allineerà (invece) con i blocchi e le alleanze che probabilmente emergeranno”. Zaluzhny ha poi indicato la “Joint Expeditionary Force” (JEF) a guida britannica, che ha recentemente dichiarato la sua intenzione di formare una coalizione marittima anti-russa , come una possibilità promettente per l’Ucraina.
La JEF è composta da Regno Unito, Norvegia, Svezia, Danimarca, Finlandia, Islanda, Estonia, Lettonia, Lituania e Paesi Bassi. Sebbene non implichi obblighi di difesa reciproca, le “garanzie di sicurezza” che l’Ucraina ha stipulato con il Regno Unito nel 2024 equivalgono alla ripresa del suo sostegno in tempo di guerra da parte del suo partner qualora le ostilità con la Russia riprendessero al termine dell’attuale ciclo di guerre (quandounque esso avvenga). Si può quindi presumere che il resto della JEF guidata dal Regno Unito seguirebbe tale scenario, in particolare gli Stati baltici .
Gli altri principali paesi europei con cui l’Ucraina ha stretto “garanzie di sicurezza” simili fino al 2024 – Italia , Francia , Germania e Polonia – probabilmente faranno lo stesso, visto che ” l’Ucraina ha già in qualche modo le garanzie dell’articolo 5 da alcuni paesi NATO ” attraverso questi accordi. Tutto ciò non implica necessariamente l’invio di truppe, sebbene questo sia quanto si sarebbe discusso all’inizio dell’anno in merito al piano di cessate il fuoco a tre livelli che è stato analizzato all’epoca .
Sebbene l’Ucraina potrebbe teoricamente aderire alla JEF, sarebbe ottimale se lo facesse anche la vicina Polonia, in modo da creare una contiguità geografica tra l’Ucraina e la maggior parte del gruppo. Tuttavia, il coordinamento bilaterale (sia di per sé che nel contesto della JEF) potrebbe essere ostacolato dalla loro disputa in corso. Per contestualizzare, si veda la glorificazione della Volinia da parte di Zelensky. I responsabili del genocidio , membri dell’OUN-UPA, hanno fatto sì che la Polonia si rendesse finalmente conto della sfida rappresentata dall’Ucraina , ovvero quella di un rivale per la leadership regionale sostenuto dalla Germania .
Se la Polonia consolidasse la sua prevista sfera d’influenza nell’Europa centro-orientale, l’Ucraina potrebbe subordinarsi alla Polonia nell’architettura di sicurezza europea del dopoguerra; in caso contrario, la Polonia si subordinerebbe essenzialmente alla coalizione Germania-Ucraina o alla coalizione Regno Unito-Ucraina (quest’ultima tramite la JEF). Esiste una terza alternativa alla NATO nel suddetto scenario in cui la Polonia diventa leader regionale: l’Ucraina si subordina alla Turchia come parte della coalizione di contenimento meridionale di Ankara.
Il “Percorso Trump per la Pace e la Prosperità Internazionale” dell’agosto 2025 ha il duplice scopo di creare un corridoio logistico militare della NATO lungo tutta la periferia meridionale della Russia, fino alla sua vulnerabile zona di influenza in Asia centrale. Dato che la Turchia si è recentemente impegnata a fornire garanzie di sicurezza marittima all’Ucraina, non sarebbe inverosimile che quest’ultima si sposti verso sud qualora venisse formalmente esclusa dalla NATO e le fosse impedita, da parte della Polonia, una più stretta cooperazione con la JEF (Joint Enterprise Force). In tal caso, la Turchia estenderebbe la sua influenza oltre il Mar Nero, fino all’Europa orientale.
Nessuna di queste alternative della NATO – la JEF guidata dal Regno Unito, la leadership congiunta tedesco-ucraina sull’Europa centro-orientale, la subordinazione dell’Ucraina alla Polonia e la subordinazione dell’Ucraina alla Turchia – comporterebbe probabilmente obblighi militari da parte dei suoi partner. Tuttavia, anche solo una di queste – per non parlare di una combinazione come quella polacco-turca – integrerebbe di fatto l’Ucraina nella metà occidentale dell’architettura di sicurezza europea del dopoguerra, anziché ripristinarne la neutralità, ponendo così continue sfide alla Russia.
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Lo stesso vale per l’accettazione tacita dello status dell’Ucraina come stato anti-polacco, dopo tutto il clamore che aveva sollevato al riguardo all’inizio dell’estate.
Il presidente polacco Karol Nawrocki “prevede che la Polonia svolga un ruolo guida nel contenimento della Russia “, come confermato nel suo importante discorso della scorsa settimana. Ha dichiarato che è nell’interesse della Polonia aiutare l’Ucraina a continuare a uccidere russi “il più a lungo e nel modo più efficace possibile”, il che equivale a sostenere una guerra senza fine . La sua evidente decisione di non condannare l’esposizione delle bandiere di Bandera in Ucraina, pur condannandole in Polonia, suggerisce tuttavia che egli accetti tacitamente anche lo status dell’Ucraina come paese anti – polacco.stato .
Queste politiche non sono nell’interesse della Polonia. A cominciare dall’ultima menzionata, l’Ucraina è ora la rivale della Polonia, sostenutadalla Germania , per la leadership regionale , come approfondito qui in generale e qui per quanto riguarda gli Stati baltici in particolare. Questo ruolo è dovuto direttamente al suo nuovo status di stato anti-polacco, confermato dalla recente glorificazione a livello statale della Volinia da parte di Zelensky. I colpevoli del genocidiodell’OUN-UPA che a loro volta spinsero Nawrocki a revocargli l’Ordine dell’Aquila Bianca.
Il risultato finale è che l’Ucraina rimane uno stato anti-polacco sotto la tutela tedesca, anziché trasformarsi in uno stato filo-polacco sotto la tutela di Varsavia, come sarebbe indiscutibilmente nell’interesse della Polonia. Altrettanto oggettivamente dannoso per gli interessi della Polonia, e per certi versi persino peggiore, è il sostegno di fatto di Nawrocki a una guerra senza fine in Ucraina, che inevitabilmente si ripercuoterebbe sul suo stesso paese. Questa politica comporta il rischio di una radicale escalation, di una nuova ondata migratoria ucraina e di un afflusso di armi illegali .
È quindi molto meglio per la Polonia denazificare rapidamente l’Ucraina, o, se Nawrocki e Tusk non hanno ancora la volontà politica di farlo, almeno sostenere una rapida soluzione politica al conflitto. Dato il ruolo della Polonia come forza militare più potente sul fianco orientale della NATO , confermato dal fatto che comanda il più grande esercito della NATO europea e importa più armi di qualsiasi altro membro del blocco, essa si trova in una posizione unica per essere la principale forza della NATO europea nell’interfaccia con la Russia nel periodo postbellico.
Come spiegato qui , l’ipotetica ripresa dei colloqui russo-polacchi potrebbe sfociare in un modus vivendi postbellico che consentirebbe ai due Paesi di guidare congiuntamente la costruzione di una nuova architettura di sicurezza, riducendo così il rischio di uno scontro tra NATO e Russia intorno al 2030. È indiscutibilmente nell’interesse oggettivo della Polonia perseguire questo ruolo di primo piano nella sicurezza europea, anziché accettare quello marginale che Germania e Ucraina le attribuiscono, potenzialmente a scapito della sua sicurezza nazionale .
Nawrocki non è un politico di professione e nutre un profondo odio per la Russia , come dimostrato dal suo mandato come direttore dell’Istituto della Memoria Nazionale (quando supervisionò anche la demolizione di molti monumenti dell’Armata Rossa), ma ama profondamente anche la Polonia. È quindi possibile che si sia lasciato sopraffare dalle emozioni, il che rappresenta una spiegazione e non una giustificazione, e potrebbe quindi tornare in sé se la sua base elettorale, a cui è strettamente legato, lo criticasse in modo costruttivo per questo.
Tale affermazione falsa equivale a propaganda di Stato contro il proprio popolo.
Il quotidiano lituano LRT, finanziato con fondi pubblici, ha recentemente riportato che ” la propaganda russa ha preso di mira la decisione della Lituania di abbandonare il divieto sulle armi nucleari a luglio “, secondo quanto affermato da anonimi “analisti militari”. A loro dire, “i propagandisti russi hanno cercato di intimidire la società lituana, sostenendo che con tali decisioni i Paesi baltici si stanno avvicinando alla Terza Guerra Mondiale e la Lituania potrebbe subire la stessa sorte dell’Ucraina”. Hanno inoltre citato la dichiarazione del portavoce del Cremlino Dmitry Peskov, secondo cui questa mossa ridurrebbe la sicurezza della Lituania.
Innanzitutto, come già consigliato a metà del 2024, ” non prendete sul serio gli opinionisti russi “, dato che a volte dicono cose assurde per ragioni che solo loro possono spiegare. In questo caso, la Lituania non subirà certamente la stessa sorte dell’Ucraina: il cauto Putin non scatenerà la Terza Guerra Mondiale autorizzando un attacco russo contro quel membro della NATO, soprattutto considerando che non ha autorizzato attacchi contro nessuno dei membri del blocco, nonostante questi abbiano appoggiato gravissime provocazioni ucraine dal 2022.
Tuttavia, la presenza di armi nucleari in Lituania – siano esse statunitensi e/o francesi, quest’ultima intenzionata ad estendere il proprio ombrello nucleare verso est dopo aver recentemente esteso la protezione anche alla vicina Polonia – aumenterebbe effettivamente il rischio di una Terza Guerra Mondiale. Questo perché comprometterebbe la sicurezza della Russia, spingendola ad adottare diverse misure difensive che, a loro volta, potrebbero innescare una spirale di escalation incontrollabile a causa di errori di valutazione. Inoltre, in caso di conflitto, la Lituania si troverebbe inevitabilmente nel mirino della Russia.
Nessuna delle affermazioni precedenti è “propaganda”, bensì una valutazione oggettiva delle conseguenze che la fatidica decisione di ospitare armi nucleari potrebbe comportare per la Lituania. Anche sensibilizzare l’opinione pubblica su tali conseguenze non è “propaganda”. La vera propaganda, invece, consiste nel manipolare l’opinione pubblica, insinuando che quanto detto sia propaganda volta a cullare i lituani in un falso senso di sicurezza al fine di garantire l’approvazione pubblica per tale decisione. Poiché la LRT è finanziata con fondi pubblici, il suo articolo può quindi essere considerato propaganda di Stato contro il proprio popolo.
Certamente, la Lituania ha il diritto sovrano di promulgare e attuare le politiche che desidera, ma le azioni hanno anche delle conseguenze e fingere il contrario è incredibilmente disonesto. Per quanto riguarda questa specifica proposta politica, si può sostenere che essa si inserisca in una competizione con la vicina Polonia, la quale a sua volta fa parte di una competizione più ampia tra la Polonia e l’Ucraina sostenuta dalla Germania , di cui si è parlato più dettagliatamente qui . In breve, tutti questi paesi stanno cospirando per contenere la Polonia.
Tenendo presente ciò, l’ultima propaganda di Stato lituana contro il proprio popolo è tacitamente rivolta anche contro la Polonia, poiché l’eventuale presenza in Lituania di armi nucleari statunitensi e/o francesi minerebbe il ruolo previsto per la Polonia come principale partner degli Stati Uniti nel dopoguerra per il contenimento della Russia, suddividendo tale responsabilità tra diversi Stati. Le relazioni polacco-lituane rimangono ufficialmente amichevoli, ma è innegabile l’esistenza di una nuova “competizione amichevole” tra i due Paesi, in cui Germania e Ucraina sostengono la Lituania a discapito della Polonia.
Sono in competizione con uno dei partiti nazionalisti libertari per stabilire chi abbia la posizione più intransigente nei confronti dell’Ucraina e del suo popolo, in un momento in cui l’opinione pubblica nei loro confronti è sempre più ostile.
Tobiasz Bocheński, vicepresidente del principale partito conservatore di opposizione polacco, ha recentemente dichiarato che “una delle prime e più importanti decisioni del governo sarà quella di espellere gli uomini ucraini in età militare che non lavorano legalmente in Polonia. Avranno così l’opportunità di combattere per la loro patria, affinché gli orrori di questa guerra possano finire rapidamente”. Questa dichiarazione è giunta dopo che il coordinatore dei servizi segreti ha pubblicamente respinto tale politica, in un contesto di rinnovate discussioni in merito, mentre le relazioni bilaterali si deteriorano.
Per contestualizzare, Zelensky scatenò una crisi politica dopo aver glorificato la Volinia A fine maggio, i responsabili del genocidio, appartenenti all’OUN-UPA, sono stati estromessi a livello statale, spingendo la suddetta opposizione conservatrice ad inasprire la propria posizione nei confronti dell’Ucraina, inducendo di conseguenza la coalizione liberale al governo a fare altrettanto . Di conseguenza, l’opinione pubblica nei confronti dell’Ucraina e del suo popolo si è deteriorata parallelamente a questa tendenza. A complicare ulteriormente la situazione, l’UE ha poi inasprito la propria politica sui rifugiati ucraini , escludendo ora gli uomini in età militare.
La misura si applicherà solo ai nuovi arrivati, ma, unita al peggioramento delle relazioni polacco-ucraine a livello statale e della società civile, sta dando nuovo impulso alla proposta di espellere almeno alcuni uomini ucraini in età militare, iniziando con quelli impiegati illegalmente come prima fase. L’opposizione della coalizione di governo liberale a questa politica la pone in una posizione difficile, poiché si presenta come la forza più filo-ucraina in Polonia; tuttavia, l’argomentazione di Bocheński, secondo cui ciò aiuterebbe l’Ucraina contro la Russia, è valida.
Potrebbero quindi nascondersi dietro argomentazioni economiche e/o umanitarie se la pressione popolare li costringesse a difendere il loro rifiuto di espellere gli uomini ucraini in età militare impiegati illegalmente, sostenendo rispettivamente che l’allontanamento di così tanti potrebbe danneggiare l’economia e violare i loro diritti umani. In ogni caso, la loro opposizione a questa politica era prevedibile, ma ciò che è stato inaspettato è stato che anche il co-leader di uno dei partiti nazionalisti libertari polacchi, da sempre intransigente nei confronti dell’Ucraina, si sia opposto.
Krzysztof Bosak ha ritwittato un messaggio di Bocheński in cui quest’ultimo affermava che la proposta del suo partito era irrealistica, illegale e ipocrita, quest’ultima un riferimento al fatto che il suo governo dell’epoca aveva concesso agli ucraini pari diritti rispetto ai polacchi e probabilmente un’allusione allo scandalo dei visti che vide centinaia di migliaia di africani, arabi e sud-asiatici trasferirsi in Polonia. Bocheński ha poi difeso brevemente la proposta, ma le critiche di Bosak potrebbero comunque lasciare un’impressione negativa tra alcuni polacchi che avrebbero potuto prendere in considerazione l’idea di votare per il suo partito.
Il partito “Diritto e Giustizia” (PiS) di Bocheński sta ora cercando di presentarsi come il partito più intransigente nei confronti dell’Ucraina e del suo popolo, nel tentativo di sottrarre voti alla Confederazione di Bosak, dopo che sondaggi affidabili hanno mostrato che i due partiti sono testa a testa (18,6% contro 16,6%) in seguito alla recente scissione di una fazione del PiS. È importante notare che la Confederazione e la sua fazione dissidente, la Confederazione della Corona Polacca (KPP), godono ora di un maggiore sostegno complessivo (26,3%) rispetto al PiS e alla sua fazione dissidente Rozwój Plus (24,3%).
Con ogni probabilità, questi quattro partiti formerebbero una coalizione nonostante le loro divergenze se fosse l’unico modo per spodestare il partito liberale al governo, ma chiunque ottenga il maggior numero di seggi alle prossime elezioni del Sejm dell’autunno 2027 sarà il partito dominante. Il PiS è quindi in competizione con Confederazione per questo ruolo, e di conseguenza ci si aspetta che la loro rivalità si intensifichi nel corso del prossimo anno. Resta da vedere se rimarrà pacifica e unirà la Destra o se sfocerà in feroci diatribe che la divideranno.
La presenza temporanea dei sistemi missilistici Typhon a corto e medio raggio statunitensi, unita all’interesse per la tecnologia all’avanguardia dei droni ucraini, rappresenta una minaccia formidabile per le Isole Curili, il quartier generale della Flotta del Pacifico russa a Vladivostok e la ricca isola di Sakhalin.
A questo proposito, Rudenko ha condannato il Giappone per aver ospitato temporaneamente, per la seconda volta, i sistemi missilistici Typhon a corto e medio raggio durante le esercitazioni con gli Stati Uniti, avvertendo che “non resteranno certamente impuniti con le nostre misure compensative”. Ha inoltre aggiunto che “stiamo rafforzando il coordinamento con i nostri partner cinesi per il mantenimento della pace nella regione Asia-Pacifico”. Non è stata fatta menzione della stretta relazione militare tra Russia e Corea del Nord, incluso il loro rinnovato patto di mutua difesa .
Rudenko ha inoltre dichiarato al suo interlocutore: “Stiamo monitorando lo sviluppo della cooperazione tra i produttori giapponesi di droni e gli sviluppatori ucraini di droni da combattimento”. Questa affermazione coincide con un articolo del Japan Times, pubblicato meno di una settimana prima dell’intervista, secondo cui il Giappone potrebbe investire nel potenziamento delle capacità ucraine nel settore dei droni, come contropartita per ottenere l’accesso alla sua tecnologia all’avanguardia. Sebbene presumibilmente rivolta a Cina e Corea del Nord, questa mossa potrebbe rappresentare una seria minaccia anche per la Russia.
Dopotutto, il Giappone non riconosce il controllo russo post-bellico su quelle che Mosca considera le Isole Curili Meridionali, ma che Tokyo chiama “Territori Settentrionali” , il che ha impedito la firma di un trattato di pace. Vladivostok, sede del quartier generale della Flotta del Pacifico russa, si trova anche sull’altra sponda del Mar del Giappone. Pertanto, le capacità di droni acquisite dal Giappone in Ucraina potrebbero mettere le Isole Curili, Vladivostok e la ricca Sakhalin a portata di tiro.
Grazie a queste capacità, ovvero la potenziale futura presenza a rotazione dei sistemi missilistici Typhon statunitensi e dei droni di fabbricazione ucraina come primo passo significativo, il Giappone può contribuire al fronte nord-orientale asiatico del ” cordone sanitario ” che Trump 2.0 ha eretto attorno alla Russia nell’ultimo anno. Di conseguenza, la Russia si sentirebbe naturalmente spinta a rafforzare i suoi legami bilaterali in materia di sicurezza militare con Cina e Corea del Nord, arrivando eventualmente a esplorare formati trilaterali qualora le minacce regionali dovessero peggiorare drasticamente.
D’altro canto, Rudenko ha anche ribadito che la Russia si aspetta che il Giappone faccia il primo passo per riparare le loro relazioni, cosa che Tokyo potrebbe fare per scongiurare lo scenario sopra menzionato, che a sua volta rappresenterebbe una minaccia per la propria sicurezza nazionale equivalente a quella che sta per rappresentare per la Russia. Come suggerito qui a giugno, qualsiasi fine politica del conflitto ucraino che porti a un allentamento graduale delle sanzioni potrebbe aprire le porte dell’Estremo Oriente russo, ricco di risorse, agli investimenti giapponesi e di altri Paesi del Quad, incentivando così tale processo.
Il Giappone trae ispirazione per la sua politica estera dagli Stati Uniti, quindi un miglioramento dei rapporti con la Russia non è realisticamente possibile senza la sua approvazione. La questione, in definitiva, si riduce a stabilire se gli Stati Uniti vogliano che il Giappone si adoperi attivamente per contenere la Russia nell’Asia nord-orientale, a costo di rafforzare i legami militari e di sicurezza tra Russia, Cina e Corea del Nord, oppure se preferiscano incoraggiare un riavvicinamento russo-giapponese al fine di scongiurare preventivamente tale scenario. Qualunque decisione venga presa, le sue ripercussioni si protrarranno per decenni.
Potrebbe star prendendo in considerazione un radicale riassetto delle sue politiche, anche se poi dovesse cambiare idea.
Trump ha annunciato inaspettatamente che gli Stati Uniti “ridurranno sostanzialmente” la loro partecipazione alle esercitazioni militari congiunte su larga scala Ulchi Freedom Shield, che si tengono annualmente con la Corea del Sud e di cui a quanto pare non era a conoscenza fino a poco tempo fa, e che sono iniziate questa settimana. Ha descritto la sua decisione come “basata sul mio ottimo rapporto con Kim Jong Un” e volta a non “inviare un segnale totalmente inappropriato e ostile”. Si è anche lamentato dei costi e del rifiuto della Corea del Sud di aiutare gli Stati Uniti a combattere l’Iran.
Il favore di Trump nei confronti di Kim è stato inaspettato, dato che solo il mese scorso aveva menzionato la Corea del Nord insieme a Russia, Cina e Iran come “avversari degli Stati Uniti” in grado di manipolare le elezioni americane. Anche il suo sottosegretario alla Guerra, Elbridge Colby, si trovava nel Sud-est asiatico all’inizio di agosto, dove stava replicando il concetto di NATO 3.0 attraverso quella che potrebbe essere definita AUKUS+ . Sebbene l’obiettivo principale sia quello di contenere la Cina, la strategia di seminare paura nei confronti della Corea del Nord potrebbe accrescerne l’attrattiva tra alcuni sudcoreani e giapponesi.
Su questo argomento, questi due Stati sono alleati degli Stati Uniti nella difesa reciproca e condividono una percezione simile della minaccia rappresentata da Cina e Corea del Nord. Inoltre, si stanno militarizzando rapidamente: la Corea del Sud sta progettando di costruire il suo primo sottomarino nucleare con l’assistenza americana e il Giappone sta valutando l’abbandono dei suoi Tre Principi Non Nucleari , entrambi fattori che hanno acuito le tensioni regionali a vantaggio della strategia statunitense del “divide et impera”. Lo stesso vale per le recenti tensioni tra Russia e Giappone sulle isole Curili meridionali, in cui gli Stati Uniti sostengono il Giappone .
È stato quindi del tutto inaspettato che Trump abbia fatto a Kim un favore così significativo come “ridurre sostanzialmente” la partecipazione degli Stati Uniti alle esercitazioni militari congiunte annuali su larga scala con la Corea del Sud, dato che ciò va contro tutte le politiche sopra menzionate. Sebbene solo lui possa spiegare le sue ragioni, ed è possibile che lo abbia fatto semplicemente per un capriccio e che non ci sia nulla di più profondo, non si può escludere che abbia un piano preciso in mente. Il recente appello del suo omologo sudcoreano a riprendere i colloqui con il Nord potrebbe fornire un indizio.
Trump potrebbe quindi prendere in considerazione la ripresa dei colloqui con Kim, sia bilateralmente come durante il suo primo mandato, sia in qualche modo collegati alla sua iniziativa ” Board of Peace “, la cui motivazione potrebbe essere un mix di calcoli personali e geostrategici. Per quanto riguarda il primo aspetto, potrebbe voler consolidare la sua immagine di “presidente della pace”, come si è definito in passato, e al contempo distogliere l’attenzione dalla debacle politico-militare della Terza Guerra del Golfo, da lui stesso avviata all’inizio di quest’anno.
Sul fronte geostrategico, Trump potrebbe temere che Russia, Corea del Nord e Cina possano rafforzare i loro legami militari e di sicurezza fino a formare un’alleanza di fatto, di fronte alla sfida rappresentata dall’AUKUS+. Un errore di valutazione potrebbe infatti scatenare la Terza Guerra Mondiale qualora la Corea del Nord dovesse effettuare ulteriori test nucleari e/o missilistici in un contesto di crescenti tensioni regionali. In sostanza, la ripresa ipotetica dei colloqui tra Trump e Kim potrebbe quindi essere finalizzata al contenimento dell’escalation, ma solo in caso di esito positivo.
È indubbiamente prematuro analizzare qualsiasi cosa al di là di quanto già menzionato in questo articolo, e anche quanto scritto finora è pura congettura, ma è comunque degno di nota che Trump abbia inaspettatamente fatto un favore così significativo a Kim, nonostante le crescenti tensioni regionali di cui gli Stati Uniti sono responsabili. Dopotutto, questa singola mossa va contro tutte le politiche statunitensi nell’Asia nord-orientale, quindi non è inverosimile che stia prendendo in considerazione un radicale cambio di rotta, anche se dovesse presto cambiare idea.
Anziché imporre sanzioni alla Russia, con ingenti costi economici ed energetici per la Turchia, Erdoğan prevede che la Turchia tragga vantaggio dagli scambi commerciali con la Russia, consolidando al contempo il proprio ruolo nel contenimento della Russia, che coordina con la NATO laddove gli interessi delle due parti coincidono, ma che persegue in modo indipendente laddove non coincidono.
L’esperto russo Farhad Ibgragimov ha pubblicato su RT un articolo dal titolo “Perché Erdogan non combatterà la guerra dell’Occidente contro la Russia”. La sua argomentazione si riduce alla visione che il leader turco ha del proprio Paese come centro di potere strategicamente autonomo e pragmatico nel nascente ordine mondiale multipolare. Ankara, quindi, non imporrà sanzioni a Mosca come vorrebbero «gli elementi particolarmente radicali delle élite occidentali». Questo è vero, ma la Turchia rappresenta una sfida geostrategica per la Russia indipendentemente dalla NATO, come verrà ora spiegato.
Ibragimov ha già sottolineato come «il Paese sostenga la posizione dell’Ucraina in materia di integrità territoriale, mantenga legami tecnico-militari con Kiev, partecipi alle riunioni del Consiglio NATO-Ucraina e, occasionalmente, rilasci dichiarazioni politiche a sostegno dell’Ucraina». Un altro impegno che ha appena assunto riguardo all’Ucraina è quello di fornire garanzie di sicurezza marittima. Non è ancora chiaro quale forma ciò possa assumere, ma è evidente che il fatto che la Turchia sostenga l’Ucraina anche su questo fronte non rappresenti uno sviluppo positivo per la Russia.
Per quanto riguarda il ruolo che la Turchia svolge nel nuovo “cordone sanitario” attorno alla Russia, la “Trump Route for International Peace and Prosperity” (TRIPP) dello scorso agosto ha il duplice scopo, non dichiarato, di fungere da corridoio logistico militare lungo l’intera periferia meridionale della Russia, dal Caucaso meridionale all’Asia centrale. Questo argomento è stato approfondito più qui, mentre questo articolo qui spiega perché sia un argomento così tabù in Russia. Se lasciato senza controllo e lasciato di fatto militarizzarsi, il TRIPP potrebbe moltiplicare le minacce simili a quelle ucraine per la Russia.
Erdogan ritiene che il ruolo della Turchia in questi fronti di contenimento anti-russo, in particolare quello legato al TRIPP lungo l’intera periferia meridionale della Russia, favorisca i propri interessi. Tutti questi fronti si sono intensificati dall’inizio del mandato di Trump 2.0 a causa dell’accerchiamento della Russia provocato dall’attuazione della “Dottrina Neo-Reagan”, dalle vulnerabilità che ne derivano e dalla sua previsione di un declino della Russia. Sta solo aumentando gradualmente la pressione al fine di «nascondere la forza della Turchia e aspettare il momento giusto», secondo il proverbio cinese.
In quest’ottica, Erdogan non vede alcun motivo per provocare Putin assecondando le richieste dell’élite occidentale di sanzionare la Russia, soprattutto perché ciò danneggerebbe anche gli interessi economici ed energetici della Turchia. Prevede invece che la Turchia tragga vantaggio dal commercio con la Russia, consolidando al contempo il proprio ruolo nel contenimento della Russia, che coordina con la NATO laddove gli interessi coincidono, ma che persegue in modo indipendente laddove non coincidono. Questa politica «pragmatica» rende la Turchia un rivale molto pericoloso per la Russia.
Gli Stati Uniti stanno replicando il loro modello di contenimento regionale anti-russo anche nei confronti della Cina.
Il sottosegretario alla Guerra per le politiche, Elbridge Colby, ha tenuto un discorso epocale a Manila all’inizio di agosto, durante la prima tappa del suo tour nel Sud-est asiatico, che di fatto ha segnato l’introduzione del concetto di NATO 3.0 nella regione. Come ha spiegato il genio strategico-militare di Trump 2.0 , gli Stati Uniti stanno scaricando una maggiore responsabilità nel mantenimento dello status quo regionale sui propri alleati e partner che condividono lo stesso interesse, ovvero “un’Asia libera da egemonia”. L’obiettivo implicito è quello di contenere la Cina.
Ha citato la Strategia di Sicurezza Nazionale , la Strategia di Difesa Nazionale e il discorso del Segretario alla Guerra Pete Hegseth al Dialogo di Shangri-La di fine maggio per giustificare la politica di Trump 2.0 di “mantenere una posizione di deterrenza per negazione lungo la prima catena di isole” dal Giappone al Borneo. Le Filippine si trovano al centro e sono quindi insostituibili per la costruzione di quello che altrove è stato descritto come AUKUS+. I lettori possono trovare maggiori informazioni su questo concetto e sul suo nucleo nippo-filippino (o indonesiano ?) sostenuto dagli Stati Uniti qui .
Nelle sue parole, “stiamo attivamente costruendo una solida difesa difensiva a sostegno di un approccio di pace attraverso la forza, volto a un equilibrio di potere duraturo e favorevole in Asia. Stiamo sistematicamente rafforzando la nostra presenza sul territorio, consolidando la nostra posizione e promuovendo una profonda interoperabilità con i Paesi chiave disposti a fare la loro parte. Non si tratta semplicemente di partecipare a esercitazioni simboliche per le telecamere; si tratta di schierare forze credibili in combattimento, capaci di sconfiggere una reale aggressione militare”.
Ciò non lascia dubbi sull’intento degli Stati Uniti di contenere la Cina esercitando una ” guida da dietro ” nella regione Asia-Pacifico, in seguito all’implementazione del concetto NATO 3.0 attraverso l’accelerazione della costruzione della rete AUKUS+. È importante sottolineare che Colby ha evidenziato come le Filippine siano “un alleato modello”, la stessa definizione che Hegseth ha dato alla Polonia durante la prima tappa del suo tour europeo all’inizio del 2025. Si può quindi presumere che gli Stati Uniti prevedano che le Filippine svolgano un ruolo simile nella regione.
Di conseguenza, gli osservatori dovrebbero aspettarsi che le Filippine diventino il baluardo militare regionale degli Stati Uniti, pronte a svolgere un ruolo di primo piano nel contenimento della Cina grazie alla loro posizione geostrategica, proprio come la Polonia nei confronti della Russia, come recentemente confermato dal presidente Karol Nawrocki, il tutto in stretto coordinamento con gli Stati Uniti. Naturalmente, le Filippine non possono farlo da sole, così come non può farlo la Polonia, ma i loro rispettivi ruoli nel contenimento degli avversari regionali degli Stati Uniti consistono principalmente nel fungere da basi logistiche e rampe di lancio per le forze statunitensi.
In pratica, l’obiettivo finale è che ospitino sufficienti rifornimenti, forze statunitensi e missili per dissuadere la Cina da un’azione militare contro Taiwan e la Russia da un’azione analoga contro l’Ucraina, una volta terminate le ostilità in corso . In caso contrario, interverranno le Filippine e la Polonia, seguite poi dagli Stati Uniti. Il Giappone si sta preparando a svolgere lo stesso ruolo delle Filippine, ma potrebbe inizialmente non intervenire nelle ostilità per ragioni di contenimento dell’escalation e per evitare uno shock economico globale qualora la Cina reagisse direttamente.
La sua economia è molto più importante per il mondo di quella della Polonia, per non parlare delle Filippine, ma tutti e tre sono alleati di difesa reciproca degli Stati Uniti, quindi qualsiasi rappresaglia diretta da parte della Cina o della Russia, invece di attaccare solo le loro forze a Taiwan e in Ucraina rispettivamente, provocherebbe una risposta americana. Come si può dedurre dal discorso di Colby, gli Stati Uniti stanno replicando il loro modello di contenimento regionale anti-russo contro la Cina, il che ha enormi implicazioni per la stabilità globale e aumenta il rischio di una Terza Guerra Mondiale.
Lo scenario strategico regionale è caratterizzato dalla sorprendente inversione di tendenza, con la Russia che è diventata il principale sostenitore tecnico-militare del gruppo e il Pakistan il suo principale nemico.
I talebani sono tornati al potere cinque anni fa, il 15 agosto 2021, quindi è opportuno riflettere sulla loro posizione in patria e all’estero. Sul fronte interno non si sono verificati eventi drammatici: i talebani mantengono saldamente il controllo, continuano a rifiutarsi di formare un governo etnicamente e politicamente inclusivo e i diritti delle donne rimangono limitati. Allo stesso tempo, i talebani operano ora in un contesto strategico regionale molto diverso, che verrà riassunto nei seguenti cinque punti di riflessione:
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1. La Russia è ora il principale partner tecnico-militare dei talebani.
Lo scorso anno la Russia è diventata il primo e finora unico Paese al mondo a riconoscere formalmente il ritorno al potere dei talebani, il che ha portato all’accordo tecnico-militare siglato questa primavera . Sebbene ufficialmente riguardi solo la riparazione di equipaggiamenti, molti prevedono che inevitabilmente si estenderà fino a includere la vendita di armi, l’addestramento congiunto e altre forme di cooperazione più consistenti, se non lo ha già fatto segretamente, come alcuni sospettano. A tutti gli effetti, la Russia ha sostituito il ruolo tradizionale del Pakistan come principale partner dei talebani.
2. Il Pakistan è ora il principale nemico dei talebani.
Allo stesso modo, il Pakistan è ora il principale nemico dei talebani, dopo che i due Paesi si sono scontrati in una guerra non dichiarata all’inizio di quest’anno, tuttora in corso (seppur con intensità molto minore), a causa del sostegno dei talebani ai gruppi terroristici anti-pakistani. Afghanistan e Pakistan sono in conflitto fin dall’indipendenza a causa del rifiuto di Kabul di riconoscere la Linea Durand, ma questa è la prima volta che si trovano in guerra. Il loro conflitto potrebbe avere conseguenze di vasta portata se la faida tra talebani e Pakistan dovesse diventare la nuova normalità.
3. Gli ambiziosi piani di connettività della Russia sono stati congelati a tempo indeterminato.
Sulla base di quanto sopra, l’ambizioso piano della Russia di realizzare un collegamento terrestre con il Pakistan attraverso l’Afghanistan è bloccato a tempo indeterminato a causa del conflitto tra i due Paesi, il che a sua volta ostacola l’attuazione del suo piano generale di sfruttare i rapporti recentemente migliorati con il Pakistan per mediare tra quest’ultimo e l’India. Ciononostante, il conflitto offre anche alla Russia l’opportunità di tentare una mediazione tra i talebani e il Pakistan, sebbene le probabilità di successo siano indubbiamente scarse.
4. Trump 2.0 vuole riportare le forze americane alla base aerea di Bagram.
Prima dello scoppio della guerra non dichiarata tra Afghanistan e Pakistan all’inizio di quest’anno, Trump aveva dichiarato più volte l’anno scorso di voler riportare le forze americane alla base aerea di Bagram , quindi è possibile che la guerra del Pakistan, “importante alleato non NATO”, contro i talebani sia almeno in parte finalizzata a costringerlo ad accettare. Sebbene l’attenzione regionale degli Stati Uniti sia attualmente concentrata sulla Terza Guerra del Golfo, scoppiata contemporaneamente a quella tra Afghanistan e Pakistan, è possibile che, una volta terminata tale guerra, gli Stati Uniti possano spostare la loro attenzione sull’Afghanistan.
5. Un coordinamento più stretto tra Stati Uniti e Pakistan contro i talebani potrebbe essere inevitabile.
Di conseguenza, potrebbe essere inevitabile che gli Stati Uniti coordinino strettamente il Pakistan contro i talebani, ma gli osservatori possono solo ipotizzare fino a che punto ciò si spingerà nella pratica. In ordine crescente di gravità, questo potrebbe assumere la forma di un maggiore sostegno ai gruppi armati ( incluso l’ISIS-K) , incursioni transfrontaliere dal Pakistan (sia da parte dei suddetti gruppi che dell’esercito pakistano) sul modello del precedente turco durante la guerra in Siria, e/o attacchi aerei statunitensi. In ogni caso, i talebani farebbero bene a prepararsi.
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Mettendo insieme queste cinque riflessioni, lo scenario strategico regionale a cinque anni dal ritorno al potere dei talebani è caratterizzato dalla sorprendente inversione di ruoli: la Russia è diventata il principale sostenitore tecnico-militare del gruppo, mentre il Pakistan ne è diventato il principale nemico, con importanti implicazioni. Se il Pakistan intensificasse la guerra contro i talebani, soprattutto in caso di coinvolgimento degli Stati Uniti, la Russia potrebbe a sua volta incrementare il proprio supporto tecnico-militare al gruppo, dando vita a una surreale rivisitazione della guerra per procura in Afghanistan degli anni ’80.
A metà agosto, la Deutsche Welle (DW), emittente pubblica tedesca, ha pubblicato un articolo dal titolo ” L’Eritrea, una potenza emergente lungo un’arteria marittima globale “. L’articolo si basa principalmente sull’opinione di Abdurahman Sayed, direttore del Centro per l’integrazione regionale del Corno d’Africa a Londra, per giungere a una conclusione che si fonda quasi interamente sulla posizione geostrategica dell’Eritrea, affacciata sul Mar Rosso e di fronte allo Yemen. Il problema, tuttavia, è che tale affermazione è categoricamente falsa, poiché l’Eritrea, tra tutti i paesi, non è affatto una “potenza emergente”.
È un paese incredibilmente povero, notoriamente difficile con cui fare affari, per lo più isolato diplomaticamente e praticamente privo di un’aeronautica o di una marina militare con cui proiettare la propria influenza sul Mar Rosso. L’unica importanza dell’Eritrea per la comunità internazionale risiede nel suo ruolo di fonte di migranti (DW osserva che circa un quinto della popolazione è fuggito a causa della povertà e delle violazioni dei diritti umani perpetrate dal regime a partito unico) e di piattaforma per altri paesi che desiderano proiettare la propria influenza regionale attraverso le proprie forze militari.
Il Paese potrebbe teoricamente fungere da porta d’accesso all’Etiopia, Paese senza sbocco sul mare, secondo Paese più popoloso dell’Africa con uno dei tassi di crescita del PIL più elevati al mondo, pari al 9,2% , ma il suo leader autoritario, al potere da oltre trent’anni, si rifiuta di raggiungere un compromesso pragmatico per sfruttare questa opportunità. Di fatto, ” la guerra ibrida dell’Eritrea contro l’Etiopia minaccia di incendiare l’intero Corno d’Africa “, a vantaggio dell’Egitto, tradizionale protettore dell’Eritrea e tradizionale rivale dell’Etiopia.
I lettori possono consultare l’analisi con i link sopra riportati per approfondire la geopolitica regionale, ma è sufficiente sapere che, nonostante la retorica dei suoi funzionari, l’Eritrea funziona più come oggetto di affari regionali che come soggetto, a causa del suo ruolo di protettorato de facto dell’Egitto. Certamente, l’Egitto non controlla le decisioni politiche quotidiane dell’Eritrea, ma la utilizza senza dubbio come strumento di pressione contro l’Etiopia. La posizione subordinata dell’Eritrea rispetto all’Egitto esclude qualsiasi possibilità che essa possa mai diventare una “potenza emergente”.
Si tratta quindi di un ottimo esempio di come la posizione geostrategica di un paese non si traduca automaticamente in un’influenza regionale del tipo descritto da DW. L’Eritrea non può influenzare la sicurezza marittima da sola, né tantomeno condurre attacchi aerei o missilistici contro gli Houthi; tutto ciò che può fare è indebolire l’Etiopia attraverso la sua influenza (e in alcuni casi il controllo) sui gruppi armati anti-statali. Il massimo che può fare nei due casi precedentemente menzionati è ospitare forze straniere a tali fini.
Gli osservatori occasionali potrebbero non esserne a conoscenza o averlo dimenticato, ma l’Eritrea ha ospitato le forze emiratine nell’ambito degli sforzi di Abu Dhabi contro gli Houthi per poco più di un lustro, prima del loro ritiro nel 2021. Esiste quindi un precedente per ospitare in futuro le forze di altri Paesi per lo stesso scopo. Ciò, tuttavia, non significa che l’Eritrea stia diventando una “potenza emergente”, così come il fatto che il vicino Gibuti ospiti le forze di quasi una mezza dozzina di Paesi – tra cui Stati Uniti e Cina – non lo rende una “potenza emergente”.
Probabilmente DW ha scelto il titolo come esca per attirare clic, dato che è difficile credere che i suoi redattori pensino davvero che l’Eritrea sia una “potenza emergente”. Non lo è, anzi, è ben lontana dall’esserlo. La sua estrema povertà, l’esodo di un quinto della popolazione e la mancanza di forze aeree, droni, missilistiche e navali moderne ne sono la prova. L’Eritrea ha un potenziale promettente proprio grazie alla sua posizione geostrategica, ma finché Isaias Afwerki rimarrà al potere, non ci si aspetta alcun miglioramento e la sua situazione socio-economica probabilmente continuerà a deteriorarsi.
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Un’escalation delle tensioni potrebbe essere inevitabile, dato che il Giappone assume la guida del fronte nord-orientale asiatico del “cordone sanitario” che gli Stati Uniti hanno eretto attorno alla Russia nel corso dell’ultimo anno.
A metà agosto, durante l’ incontro con i comandanti della Flotta del Pacifico , Putin ha parlato delle relazioni russo-giapponesi . Ha lamentato il loro deterioramento negli ultimi anni, del tutto immotivato da parte del suo Paese, al punto che “per la prima volta il Giappone ha incluso la Russia tra le principali fonti di minaccia nelle sue più recenti dottrine militari”. Ha poi brevemente ripercorso la disputa sulle Isole Curili e ha deplorato il cambio di rotta del Giappone, passato da una politica di commercio e dialogo a una di sanzioni e confronto.
L’ammiraglio Viktor Liina, comandante della Flotta del Pacifico, ha valutato che il Giappone fa parte delle nuove alleanze politico-militari nella regione, che a suo avviso costituiscono elementi della NATO. Si tratta del Patto Trilaterale con Corea del Sud e Stati Uniti; del JAPHUS con Filippine e Stati Uniti; del Quad con Australia, India e Stati Uniti; e dell’AJUS con Australia e Stati Uniti. Liina ha aggiunto che “Stanno conducendo esercitazioni operative e di combattimento congiunte, la cui frequenza e portata sono in costante aumento”.
Confermano inoltre quanto recentemente valutato in merito all’implementazione del concetto NATO 3.0 in Asia da parte degli Stati Uniti attraverso l’AUKUS+ , a seguito del discorso di riferimento del Sottosegretario alla Guerra per le Politiche, Elbridge Colby, all’inizio di agosto, durante la prima tappa del suo tour nel Sud-est asiatico. Sebbene la descrizione del Quad come elemento della NATO da parte di Liina sia discutibile, dato che l’India rimane orgogliosamente sovrana ed è tuttora un fedele partner della Russia, il resto di quanto affermato sull’argomento è in linea con quanto sopra.
Il significato del fatto che Putin abbia lamentato il peggioramento delle relazioni russo-giapponesi durante il suo incontro con i comandanti della Flotta del Pacifico e della valutazione di questi ultimi circa la crescente minaccia che il Giappone rappresenta per il loro Paese, risiede nella consapevolezza della Russia riguardo alle dinamiche di sicurezza in evoluzione nell’Asia nord-orientale. Come già accennato in precedenza quest’estate, un “cordone sanitario” ha iniziato a delinearsi attorno alla Russia nell’ultimo anno, a seguito della dottrina neo-reaganiana di Trump 2.0 volta a ridimensionare l’influenza russa a livello globale.
Il Giappone ha il compito di guidare il fronte nord-orientale asiatico, il che si manifesterà probabilmente attraverso l’ospitare regolarmente missili statunitensi, provocazioni in mare (sempre più frequenti) e una possibile proliferazione nucleare, unitamente a un’accelerata rimilitarizzazione. La Russia si sta di conseguenza preparando a questo scenario, come suggerito dalle discussioni tra Putin e i comandanti della sua Flotta del Pacifico; in risposta a ciò, è probabile che la flotta regionale cresca e che la cooperazione con Cina e Corea del Nord si rafforzi.
I lettori devono ricordare che la Russia non ha mai minacciato il Giappone e che è stato il Giappone a decidere di iniziare a minacciare la Russia in segno di solidarietà con gli Stati Uniti, attraverso i mezzi descritti. Questa politica, inoltre, mina gli interessi economici oggettivi del Giappone, escludendo preventivamente la nazione insulare, impoverita di risorse, dall’accesso alle vicine risorse energetiche e minerarie della Russia. risorse (con l’eccezione del megaprogetto Sakhalin-2 , esentato dalle sanzioni ). Questo è un incentivo a riconsiderare il suo approccio anti-russo.