Italia e il mondo

Antonio Maria Rinaldi La Sovranità appartiene al popolo o allo spread?_una recensione di Teodoro Klitsche de la Grange

Antonio Maria Rinaldi La Sovranità appartiene al popolo o allo spread?

www.aliberticompagniaeditoriale.it, Reggio Emilia, pp. 143, € 9,90

 

Questo libro è scritto da Rinaldi in collaborazione con gli altri autori di “Scenari Economici”. Una cospicua parte del libro consiste in contributi (2015-2018) di Paolo Savona sull’euro e sulla nomina dello stesso a ministro del governo Conte. Rinaldi ricorda che “Le scuole economiche italiane, oggi, sono quasi tutte egemonizzate dai bocconiani. Mediocri e ridicoli apprendisti stregoni nel neoliberismo e del rigore. Non dimentichiamoci che questi signori ci hanno regalato Monti e il montismo”; di converso “Questo è un libro al disperato inseguimento della realtà. Disperato, perché in questo Paese sostenere temi economici e politici controcorrente rispetto al main-stream porta a essere bollati con i più svariati epiteti, nessuno dei quali lusinghiero”; malgrado ciò l’obiettivo principale degli autori “è sempre stato quello di vedere veramente attuata la Costituzione in particolare la costituzione economica … Purtroppo l’adesione “distratta” ai Trattati europei da parte di una classe politica che non ha mai compreso in pieno gli effetti di cosa stava facendo in Europa, non ha consentito che quella parte così importante e fondamentale della Carta venisse rispettata”. Poi tutto è cambiato: il pensiero conformista, prono alle élite xenodipendenti (Monti e successori) è stato ridimensionato radicalmente dalle elezioni del 4 marzo. E tesi come quella sostenuta dagli autori sono state sdoganate per decisione popolare.

Sarebbe lungo seguire gli autori nei loro brillanti articoli sui vari aspetti della questione: rinviamo il lettore al libro.

Ma su un paio di temi, generali, occorre intrattenersi.

 

Il primo è la sovranità: che appartenga al popolo è scritto nella Costituzione, tanto sbandierata quanto interpretata ad usum delphini dall’élite e dai giuristi di regime. E quindi la domanda – titolo del saggio è retorica e provocatoria. Aggiungiamo noi che un patriota (a cominciare dagli uomini del Risorgimento) l’avrebbe giudicata un raggiro dello straniero e di italiani abituati a servirlo. Ma c’è di più: dalla cultura dell’ancien regime non è stata messa da parte solo la sovranità del popolo italiano, ma lo stesso concetto di sovranità.

Quanto al primo aspetto non potendosi negare il principio dell’art. 1 (la sovranità appartiene al popolo) se ne sono implementati (dalle élite)  limiti, deroghe ed eccezioni, a cominciare dall’art. 1 stesso con l’esaltare “forme e limiti” costituzionali entro i quali il popolo esercita la sovranità, proseguendo con l’obbligo di conformarsi “alle norme del diritto internazionale generalmente riconosciute” (art. 10), alle limitazioni di sovranità necessarie ad una giusta pace tra le nazioni (di solito si omette di ricordare “in parità con gli altri Stati” – art. 11) e così via. Nel pensiero moderno invece, la sovranità ha il carattere di essere assoluta, cioè di non conoscere limiti, al contrario di tutti gli altri poteri pubblici (tra i tanti V. E. Orlando e Romagnosi); di consistere in un volere sopra lo Stato e il diritto (Sieyès e Von Seydel), onde Stato e diritto (comprese forme, limiti ecc. ecc.) sono tali finchè il Sovrano non esercita il potere morfopoietico abolendo, riformando, abrogando, ecc.; il diritto internazionale si regge sul principio di parità giuridica tra gli Stati par in parem non habet jurisdictionem (v. A. Gentile e Vattel tra i tanti) e così via. Tutte concezioni alla base dello jus publicum europaeum, e gelosamente occultate e ridimensionate dalle élite e dai loro giuristi.

Quanto al secondo aspetto eliminare la sovranità è come pensare di abolire la legge di gravità, o comunque una qualsivoglia legge (o fatto) di natura.

Perché significa cancellare dal mondo il presupposto del comando-obbedienza, fondamento di ogni comunità politica. Ideologie moderne (dal marxismo collassato al pluralismo all’economicismo radicale) lo credono. Ma non risulta al mondo chi vi siano comunità senza comando e senza che alcuni (o pochi) esercitino il potere su tanti. Quando non è all’interno, la sovranità, il cui nocciolo duro consiste nell’unione di un potere di fatto e di un potere di diritto, c’è dall’esterno. Il sovrano c’è (sempre), ma non è il popolo, ma qualcun altro che popolo non è (Stati, multinazionali, poteri forti, chiese): e perfino lo Spread di cui al titolo. E che teme la sovranità del popolo perché è alternativa alla propria. Come scrive Rinaldi il gruppo degli autori “ha solo sostenuto che è la Terra che gira intorno al Sole e non viceversa. Come Galileo Galilei”; hanno demolito gli idola (le derivazioni paretiane) al servizio di precisi interessi.

E se un libro come questo porterà ad un crescere della consapevolezza del dovere dei governanti di fare gli interessi della comunità politica; che la politica serve a questo e che, come scriveva Friederich List l’economia politica è quella che li persegue mentre quella di A. Smith e Say era economia cosmopolitica, il popolo italiano avrà tanto da guadagnare.

Teodoro Klitsche de la Grange

10 domande sulla guerra, di Elio Paoloni

Domande assolutamente ben poste da Elio Paoloni. Sia per il merito delle motivazioni e degli argomenti che le legittimano, sia per il momento scelto. Conoscendo Elio e la sua posata inquietudine, deve averci rimuginato parecchio. Il suo appello ad intervenire sull’argomento è probabilmente il segno di una crescente apprensione riguardo alla situazione e alle dinamiche che stanno avviluppando il mondo, quello a noi apparentemente lontano e quello prossimo, all’interno stesso della nostra casa. I vecchi equilibri stanno rapidamente saltando come pure le prassi e le chiavi di interpretazione che ci hanno guidato e ingabbiato sino ad ora; con essi stanno cambiando stati d’animo e modalità di reazione non solo delle classi dirigenti ma anche di strati sempre più larghi di popolazione. A partire dal secondo dopoguerra le classi dirigenti italiche, più di ogni altra, hanno accuratamente rimosso questi temi. Una pesante cappa di conformismo ha oppresso sino a poco tempo fa quasi inavvertitamente il mondo intellettuale. Eppure il paese in passato ha conosciuto tra i propri figli il capostipite moderno, Machiavelli e ha conosciuto giganti, come Pareto e Gramsci, del realismo politico e della teoria politica. La catastrofe politica della seconda guerra mondiale e la successiva progressiva erosione del concetto stesso di difesa dell’interesse nazionale hanno prodotto una classe dirigente, a partire soprattutto dagli anni ’90, sempre più priva di radicamento identitario, abile a cogliere e vellicare soprattutto le debolezze di un popolo, del tutto incapace di assumere un qualsiasi ruolo attivo nell’agone europeo e mondiale. La condizione perfetta per trascinare nell’inconsapevolezza e nell’impreparazione generale ancora una volta una nazione tra i flutti di un mare geopolitico sempre più intricato. Qualche reazione inizia ad emergere. La fretta frenetica legata all’urgenza e all’accavallarsi degli eventi rischia di spingere a soluzioni forse peggiori, avventuriste e cialtrone, analoghe a quelle che ci hanno trascinato allegramente nella seconda guerra mondiale. Non sono mancate nel frattempo menti fertili e motivate, anche nell’oggi stesso; i più però conoscono l’ostracismo silenzioso, l’omertà e le blindature degli ambienti istituzionali. Italia e il mondo accoglie volentieri l’invito alla discussione di Elio Paoloni. E’ nata con queste finalità. Spera che sia colto negli ambienti cui il sito si rivolge ed anche oltre. Non pretende esclusive nella pubblicazione dei contributi; chiede semplicemente che ci siano trasmessi per fare di questo spazio un terreno concreto di confronto_Buona lettura_Giuseppe Germinario

 

 

10 domande sulla guerra

Diciamo subito che non si tratta qui di introdurre tesi pacifiste: si dà per scontato che chiunque non tragga direttamente vantaggi dalla guerra (non appartenga cioè a quella minoranza che non viene mai direttamente toccata da lutti e rovine) e non sia né fanaticamente indottrinato né patologicamente violento, desidera la pace; parimenti scontato è che questo non ha mai impedito le guerre. Rovesciando la nota formula di von Clausewitz, del resto, sia Carl Schmitt che Michel Foucault ebbero ad affermare che è la politica (la pace) ad essere continuazione della guerra con altri mezzi. Oppure vanno di pari passo, come notava argutamente Thomas Friedman: “La mano invisibile del mercato non funzionerà mai senza un pugno visibile. McDonald’s non può diffondersi senza McDonnel Douglas, il fabbricante di F- 15”.

 

Partiamo dunque da una incontrastabile verità: la guerra è ineliminabile, con buona pace dei pacifisti d’ogni tempo (non proprio di tutti i tempi dato che per secoli la categoria dei pacifisti non è esistita) i quali fanno bene a cercare di evitare questa o quell’altra guerra – folle chi non lo tenta – ma errano cercando di evitarla ‘ad ogni costo’, a prescindere. Chi davvero vuole la pace neppure la nomina. Prepara la guerra o fa finta di prepararla. “Tutte queste teorie sulla pace universale, le conferenze per la pace, ecc. – notava G. I. Gurdjieff –  non sono che pigrizia e ipocrisia. Se si costituisse effettivamente un gruppo sufficiente di uomini desiderosi di arrestare le guerre, essi comincerebbero a fare la guerra a coloro che non sono della loro opinione. Ed è ancora più certo che farebbero la guerra a uomini che vogliono anch’essi impedire le guerre, ma in un altro modo”.

 

Un terribile amore per la guerra, di James Hillman, si apre con una scena del film sul generale Patton, che passeggia per il campo di battaglia a combattimento finito: terra sventrata, carri armati bruciati, cadaveri. Volgendo lo sguardo a quello scempio, il generale esclama: «Come amo tutto questo. Che Dio mi aiuti, lo amo più della mia vita». Per Hillman la guerra è una pulsione primaria della nostra specie, dotata di una carica libidica non inferiore a quella delle pulsioni che la contrastano e insieme la rafforzano: l’amore e la solidarietà. Hillman spazza via la retorica degli adagi progressisti – basati su una lettura caricaturale della «pace perpetua» teorizzata da Kant – risalendo al carattere mitologico di tale ambivalenza: l’inseparabilità di Ares e Afrodite. Ma soprattutto, ricorrendo a dettagliati rapporti dal fronte, a lettere di combattenti, ad analisi di esperti in strategia – oltre che a tutti gli scrittori e tutti i filosofi che alla guerra hanno tributato meditazioni decisive, da Twain a Tolstoj, da Foucault a Hannah Arendt – Hillman ci rammenta la scandalosa verità: più che un’incarnazione del Male, la guerra è in ogni epoca – come mostrato dalla contiguità tra le descrizioni omeriche e i reportage dal Vietnam – una costante della dimensione umana. O meglio, troppo umana.

 

Non è il caso di insistere sugli aspetti antropologici, psicologici, sociologici della guerra, benché non si possa fare a meno di considerarli, sia pure di riflesso. Le pulsioni, gli istinti, i condizionamenti che inducono l’uomo alla violenza sono stati abbondantemente sviscerati, compresa quella, apparentemente nobile, della scoperta di sé: La guerra – scriveva Norman Mailer – è la prova di tutte le prove. È in guerra – sostiene – che un uomo va fino in fondo a se stesso e sa veramente chi è. L’idea che la guerra sia una cartina di tornasole per un uomo è antichissima ma la guerra è profondamente cambiata e, vivendo una fase di guerra per bande su scala planetaria, si partecipa in effetti a molti conflitti e forse – più o meno consapevolmente – lo stiamo già facendo, senza sottoporci, per ora, ad alcuna prova. Tuttavia l’alpinismo, o l’apnea profonda, potrebbero costituire un test meno pernicioso.

Per Erich Fromm la guerra reca vantaggi anche alla salute morale di una nazione: risveglia i valori di altruismo e di solidarietà… porta in luce i sentimenti essenziali… con la presenza della morte, dà un enorme valore alla vita… sarebbe molto utile nella nostra società in cui impera la crisi di identità e nella quale – a causa dell’impossibilità della guerra dovuta alla deterrenza nucleare – assistiamo all’aumento di criminalità, suicidi, problemi della droga e nevrosi. Salutare, insomma, come certe malattie, dopo le quali riscopriamo la bellezza della vita e l’importanza dei valori. I morti tuttavia non riscoprono un bel nulla.

 

Questa ricognizione tralascia in ogni caso l’atteggiamento del singolo violento o indottrinato, che non si rende conto quasi mai delle conseguenze delle sue azioni. E’ stata anche indagata, a dire il vero, la somiglianza tra i comportamenti del singolo e quelli di un organismo complesso. Ma si tratta del comportamento delle masse – che amplifica proprio le pulsioni più distruttive – quello descritto da Joseph de Maistre ne Le serate di San Pietroburgo: “L’uomo, colto all’improvviso da un furore divino, estraneo all’odio e alla collera, avanza sul campo di battaglia senza sapere quel che vuole e nemmeno quel che fa. Che cos’è dunque questo terribile enigma? Niente è più contrario alla sua natura e nulla gli ripugna di meno: compie con entusiasmo atti che lo fanno inorridire. Non avete notato che sul campo di morte l’uomo non disubbidisce mai? Potrà massacrare Nerva o Enrico IV; ma il più vergognoso tiranno, il più insolente macellaio di carne umana non sentirà mai pronunciare sul campo di battaglia la frase: Non vogliamo più servirvi. L’angelo sterminatore gira come il sole attorno a questo infelice globo e non lascia respirare una nazione se non per colpirne altre”. In effetti la jacquerie fu una rivolta contro il fisco, non contro la leva.

 

Nel suo carteggio con Freud sulla necessità di evitare la guerra, Einstein citava i mezzi con i quali una minoranza può asservire alla propria cupidigia le masse (scuola e stampa innanzi tutto) ma era incredibilmente perspicace – e controcorrente – anche nell’individuare il bersaglio più facile: non le masse incolte bensì la cosiddetta “intellighenzia” che cede per prima a queste rovinose suggestioni collettive, poiché l’intellettuale non ha contatto diretto con la rozza realtà, ma la vive attraverso la sua forma riassuntiva più facile, quella della pagina stampata. Stigmatizza proprio quello che oggi viene da più parti definito ‘ceto medio semicolto’. Più pessimista – o realista – Freud non credeva alla possibilità di evitare le guerre. Non lo riteneva, in fondo, neppure auspicabile: Le conquiste dei Romani diedero ai paesi mediterranei la preziosa pax romana. La cupidigia dei re francesi di ingrandire i loro possedimenti creò una Francia pacificamente unita, fiorente. Ma sa anche che i successi della conquista di regola non sono durevoli; le unità appena create si disintegrano. Un altro che credeva a una qualche utilità delle guerre, o almeno alla loro inevitabilità.

 

Per Julien Freund l’uomo può cambiare vita ma non cambiare la vita. Conducendo vita pia sul piano privato può sottrarsi al male (o al demoniaco) ma non può sconfiggere, sul piano pubblico, la vita stessa, ovvero l’impulso vitale volto all’accrescimento del potere: “Questo impulso di vita, nulla può esorcizzarlo, né una contabilità di tutti i morti di tutte le guerre, né i dipinti dell’orrore delle rivoluzioni”.

Ecco, questo termine così neutro, contabilità, è il denominatore degli interrogativi che seguono. Domande che riguardano pragmaticamente proprio l’utilità, ovvero gli aspetti economici e il rapporto costo/benefici, anche applicato, brutalmente, alle perdite umane. In particolare la soglia di perdite e distruzioni che i decisori ultimi si prefiggono nel momento di intraprenderla. E soprattutto il reale vantaggio che ne trae il paese vincitore ovvero la valutazione più difficile da farsi. La famosa definizione della guerra come ‘levatrice della storia’ presuppone un andamento lineare della storia, pur con temporanei arretramenti e deviazioni, in un progresso costante. Il nostro mondo è migliore di tutti quelli precedenti, sostengono tutti, tranne, a volte, gli sconfitti. Non vi è mai controprova, naturalmente. Ma anche ammesso che questo mondo sia migliore, chi ci dice che non avrebbe potuto essere ancora migliore senza la guerra che lo ha creato?

Nella storia non esiste possibilità di comparazione, purtroppo: l’ucronia è roba da romanzieri, non da storici.

Per gli storici – scriveva Elias Canettile guerre sono come sante: esse, simili a temporali utili o inevitabili, irrompono dalla sfera del sovrannaturale nell’ovvio e comprensibile corso del mondo. Io odio il rispetto degli storici dinanzi a una cosa solo per il fatto che è avvenuta, i loro criteri falsi, a posteriori, la loro impotenza che striscia dinanzi a ogni forma di potere.

Diversi storici – per amor del vero – hanno provato a riflettere sul “se invece”. Se un banale episodio può cambiare il corso di una vita, come in Sliding doors, figuriamoci una guerra. Non sarà scientifico supporre cosa sarebbe successo se avesse vinto Hitler (un classico) ma chiederselo è un’esigenza umanissima e potente. E’ ovvio che le narrazioni riguardanti il capovolgimento del corso delle guerre risultino più avvincenti. Ma sarebbe ben più utile immaginare cosa sarebbe successo se le guerre, molto semplicemente, non fossero state combattute. E’ possibile? E quanto è possibile avvicinarsi a quella che sarebbe stata la realtà senza quella guerra? Non è semplice curiosità, fatuo arzigogolare: riguarda in fondo proprio la possibilità di una valutazione razionale della lotta. Chi stila una dichiarazione di guerra deve pur avere in mente degli scenari.

 

La definizione futurista (sola igiene del mondo) mi è sempre sembrata stupida: se darwinianamente in guerra muore il più debole, si tratta della frangia debole del settore in ogni caso più forte: giovane, sano, dotato di abilità. Troviamo infatti del tutto naturale che a crepare sia il meglio della popolazione, gli unici che potrebbero davvero essere utili anche nella ricostruzione. E’ stata un’amica a farmelo notare, con buon senso tipicamente femminile. Perché piangere sulla morte dei vecchi e degli invalidi? E quei fior di giovani? Sono veloci, resistenti, manipolabili: ovvio che siano loro a dover essere spediti in battaglia. Ma a qualcuno è venuto mai in mente di mandare avanti un reggimento di vecchiardi? La Vecchia Guardia di Napoleone non fa testo, era una riserva, un corpo pretoriano.

Anch’io però, devo confessarlo, sono vittima dell’ipocrisia che porta a compiangere le vittime civili, categoria che ormai comprende solo vecchi e bambini, dato che le soldatesse (ammesso che desinenze del genere siano ancora consentite) hanno ottenuto – a partire dagli Stati Uniti – la facoltà di recarsi in prima linea, cancellando l’irragionevole discriminazione che permetteva loro di accoppare solo per interposto guerriero. Dal secondo conflitto mondiale, in effetti, assistiamo alla guerra totale, nella quale la popolazione viene coinvolta direttamente nella guerra (terroristicamente, con bombardamenti privi di qualsiasi interesse bellico) mentre in precedenza veniva coinvolta sì pesantemente ma solo dopo – o durante – la conquista di territori.

In ogni caso la Grande Guerra dette un’energica sfoltita anche agli esponenti del movimento futurista e Boccioni, prima di morire, fece in tempo a coniare l’equazione guerra=insetti+noia. Io mi sarei tenuto un gigante come Boccioni e avrei lasciato al nemico parecchie ettari di pietraia insieme ai tirolesi, che dobbiamo pure ricoprire d’oro. Così, a proposito di costi/benefici.

 

Vero è che la pulizia bellica serve a regolare l’equilibrio tra popolazione e risorse, anche se le nuove tecniche di coltivazione e allevamento smentiscono Malthus e i suoi nipotini. D’altro canto ogni paese spera che la diminuzione della ‘domanda’ avvenga a scapito dell’avversario. Nessuno troverebbe opportuno ridurre la propria di popolazione. Almeno in passato: oggi ormai la maggior parte dei conflitti è scatenata da una categoria di persone prive di reali radicamenti su un territorio, cosmopoliti di fatto, stranieri anche a se stessi, incapaci di patriottismo o di empatia con qualsivoglia popolo.

Di sicuro quella frase va riferita allo spazzar via istituzioni fatiscenti per far nascere un uomo nuovo, una società completamente diversa, anche tecnologicamente più progredita. “La guerra ha sempre promosso la mobilità sociale – notava Erich Fromm – infatti le classi dinamiche sono sempre a favore della guerra”. E siamo alle solite: occorrerebbe valutare, caso per caso, se le istituzioni ‘nuove’ nate da questa palingenesi siano state davvero auspicabili. Vi è una forte corrente di pensiero che ritiene aprioristicamente di sì. Io mi permetto di dubitarne ma gradirei il conforto del parere di persone non necessariamente reazionarie. Ambrose Bierce scrisse che Dio usa le guerre per insegnare la geografia alla gente. Qualcuno, di certo, le usa per divertirsi a disegnare cartine geografiche nuove. Onnipotenza 2.0.

 

Non prenderei in considerazione le rivoluzioni: scatenate da una classe sociale, o da un’etnia, hanno obiettivi sufficientemente chiari, per quanto finiscano vittime anch’esse, forse ancor di più, dell’eterogenesi dei fini. I rischi sono valutati con sufficiente accuratezza: cosa si ha da perdere (spesso, come da celeberrimo aforisma, solo le proprie catene), cosa si può ottenere. Le rivoluzioni, come i colpi di stato, riescono o falliscono, non sono soggette ad escalation. L’assalto al Palazzo d’Inverno costò cinque morti, anche se occorrerebbe considerare il lungo strascico contro le armate bianche. La lunghezza della lotta di Mao non fa testo perché spezzettata da guerre e coinvolgimenti diretti di potenze straniere.

 

La domanda fondamentale, a ben vedere, è questa: alea a parte, quanto conta la valutazione realistica e quanto, invece, gli organismi decisionali di un paese (ma anche di una grossa fazione, o di una minoranza, o di una banda criminale) ovvero le élites meno influenzabili, anzi deputate a influenzare, coloro insomma che conoscono bene le conseguenze, coloro che agiscono freddamente, episodicamente o per mestiere, e sanno valutare le probabilità di uscirne indenni, con vantaggio, possono a loro volta essere influenzati da pulsioni inconsce, da riflessi pavloviani, dall’orgoglio, da ogni genere di retaggio?

Carl Schmitt sosteneva che non esistono guerre condotte per motivi puramente religiosi, o puramente morali, o puramente giuridici, o puramente economici. Può sembrare che alcune siano state scatenate unicamente per l’uno o l’altro motivo, ma solo se vi era la possibilità di inserire tali motivazioni in una riconoscibile dicotomia amico/nemico. Distinzione che il giurista tedesco pone alla base di ogni agire politico, come si trattasse di un dato sociologico, ma che ci riporta, in fondo, alla psicologia del profondo.

Esistono dunque decisioni puramente razionali? Normalmente no: nessun individuo è un essere puramente razionale. Esattamente come le folle. Ma gli organismi che di solito decidono le guerre dovrebbero essere in grado di formulare quanto di più vicino a una decisione razionale. Raramente si tratta della decisione di un singolo: anche un dittatore o un monarca assoluto hanno consiglieri, ministri, gran vizir; interpellano generali che hanno conoscenze specifiche; spesso devono tener conto delle valutazioni di sostenitori, finanzieri, boiardi. E’ vero che ognuna di queste figure ha interessi personali – e non solo – da tutelare e che ognuno di loro è condizionato da fattori non razionali, tuttavia l’insieme di queste valutazioni, contemperandosi, dovrebbe condurre – viene da pensare – a una decisione informata, avveduta, logica; di sicuro al male minore.

Succede davvero questo?

 

Qualcuno ha fatto notare che la politica statunitense verso la Russia è stata dettata per decenni dalla russofobia di un ex polacco, Zbigniew Brzezinski e dalla volontà di rivalsa di Madeleine Albright, una cecoslovacca. Sciocchezze? Le decisioni sono in realtà prese da ampi organismi supportati da stuoli di esperti, consulenti, teste d’uovo? Sarà. Ma una cosa che ho imparato – da profano – è che la pervicacia e la furbizia di un singolo ben introdotto nei gangli di comando può determinare qualsiasi evento. La più grave eredità di un marxismo forse malinteso è quella di averci costretto a pensare solo in termini di masse, di forze, di condizioni oggettive: i protagonisti sono solo portati in carrozza da queste forze e ognuno di loro avrebbe potuto essere sostituito. E’ l’opportuno contrappeso a una storiografia affollata unicamente da biografie di re e condottieri, tuttavia, portata alle estreme conseguenze, ha effetti grotteschi. L’Italia del dopoguerra, ad esempio, era affollata da traditori, voltagabbana, vigliacchi e, soprattutto, avidi arrivisti; qualsiasi funzionario messo a capo di un ente pubblico si sarebbe adagiato nel tran tran. Non Enrico Mattei, patriota e grande statista (anche se non si occupò ufficialmente di politica e di governi). In compagnia di un gruppo di gitanti Lenin si impossessò in un batter d’occhio di un paese immenso. E Stalin ne ha fatto una potenza industriale e militare in pochi decenni. Condizioni oggettive? Nel bene e nel male l’abilità di un uomo e soprattutto le sue reali intenzioni, la sua devozione agli interessi della patria, fanno davvero la storia. E viceversa: un vigliacco, un folle, un venduto, possono distruggere una nazione in men che non si dica.

 

Tutti noi abbiamo ben impresse nella memoria immagini spaventose e. soprattutto, numeri spaventosi. Ma poniamo per un istante che a un soggetto avveduto, potente e scaltro, riesca una guerra lampo. Cominciamo col dire che occorrerebbe diffidare delle riuscitissime guerre lampo, spesso seguite da lutti decennali, come ebbero ad imparare Adolf Hitler, Saddam Hussein e poi Bush insieme ai suoi successori. Ma restiamo nel solco delle ipotesi più rosee: chi ci dice che la vittoria sarà un successo? Sembra un gioco di parole ma riguarda l’aspetto cui si accennava sopra: se ogni guerra è levatrice occorre attendersi qualche novità. Chi può assicurarci che saranno ancora importanti le risorse a cui il paese tendeva, magari rimpiazzate da altre conquiste della tecnologia? Non dimentichiamo che mentre ancora si combatteva sanguinosamente per la conquista delle piantagioni di caucciù si iniziavano a produrre i primi pneumatici in gomma sintetica. Come essere certi che i guadagni che una lobby si attendeva non saranno vanificati da variazioni finanziarie, monetarie, legislative? O che le mire della classe sociale che ha appoggiato quella guerra andranno in fumo perché una nuova classe si affermerà in seguito a quella guerra? Ripensiamo a un episodio: per ottenere un po’ di consenso i generali argentini si impossessarono di quattro isolette davanti casa e nel giro di pochi mesi perdettero ogni potere. Certi andazzi fanno venire in mente i versi di una canzone di Enzo Jannacci, “Si potrebbe andare tutti quanti allo zoo comunale/per vedere come stanno le bestie feroci/e gridare aiuto, aiuto è scappato il leone/e vedere di nascosto l’effetto che fa”. Qualcuno è andato allo zoo per segare davvero le sbarre e ha poi scoperto che quando i leoni scappano non ti puoi nascondere: ti buttano giù le torri, ti accoppano l’ambasciatore, ti sgozzano i giornalisti.

L’eterogenesi dei fini è un fenomeno ricorrente nella storia – come pure in ogni singolo atto quotidiano – ma alla fine di una guerra non è solo ricorrente: è matematico. Questo dovrebbe inibire le smanie di ogni potente, ancor più del rischio di una vittoria di Pirro, con danni e decimazioni tali da impedire qualsiasi trionfo. Ma non succede.

Troppi i fattori da considerare: chi decide cosa è irrinunciabile? Esistono prassi consolidate, naturalmente: ci sono apparati che sanno perfettamente cosa una determinata nazione deve considerare vitale. Non si tratta mai però di un solo fattore, e già decidere la gerarchia di essi è complicato: competenza e capacità di previsione non sono sufficienti. E se ci sono buone probabilità che la guerra asfalti il paese, che senso ha opporsi? Tanto vale salvare delle vite. Non tutti pensano che salvare la pelle sia la cosa più importante, ma a certi livelli non si può davvero immaginare di poter fare la conta per verificare quanti cittadini la pensano così, per cui si torna sempre allo stesso punto: quali saranno le priorità in tempi bellici dei governanti, solitamente eletti in tempi di pace per occuparsi dei bilanci economici e non dei bollettini delle perdite umane?

 

Poniamo allora le domande che tutti si sono posti almeno una volta, sforzandoci di evitare che risultino retoriche. E rammentando che difficilmente sarà un generale a illuminarci: in fondo non sono i militari a prendere la decisione fondamentale (come da ammonimento di Clemenceau: La guerra è una cosa troppo seria per lasciarla in mano ai militari). Neppure un economista avrà le risposte. Perché non può esserci un valore comune, oggettivo, di ‘mondo migliore’. Perché non c’è alcuna possibilità di calcolare l’equivalenza tra il costo di una vita umana e quello di un barile di petrolio, tra la frustrazione di un popolo e due palmi di territorio, tra la vita apparente dei reduci e le rosee prospettive commerciali. Oppure sì?

Difficile trovare risposta a domande che mescolano valori quantitativi a valori qualitativi. Sarebbero necessari gli sguardi di un sociologo, di un teologo, di un moralista, di un ingegnere, di uno storico e di uno storico dell’arte. Certe risposte sono appannaggio forse solo dei filosofi, o di grandi menti non specializzate. Magari dei poeti. Ma un ampio ventaglio di intervistati potrebbe darci di sicuro qualche lume.

 

 

 

 

1 – Quante volte, davvero, i costi economici di una guerra (vinta, s’intende) sono stati sopravanzati dai benefici? Joseph E. Stiglitz ha scritto sull’Iraq che una volta pagato il prezzo di questa guerra, il debito nazionale americano sarà aumentato di tremila miliardi di dollari. Quanto se ne può guadagnare con quel po’ di petrolio in più a buon prezzo a disposizione? Quanto ci guadagneranno le industrie belliche? Ma, soprattutto, quanti di quei soldi saranno pagati dalle industrie beneficiarie – sotto forma di tasse e di occupazione – e quanti invece dal contribuente medio? Si possono contabilizzare i vantaggi derivanti dall’impoverimento degli altri paesi, che avranno meno accesso – o accesso più caro – alle risorse petrolifere? E, soprattutto, queste stime chi è in grado di farle? Già, sono tante domande, però collegate.

 

2 – Il polpo sacrifica i tentacoli per salvarsi, come la lucertola la coda. Accessori che ricrescono. Quanti milioni di euro costituiscono la coda di una nazione? Quanti milioni di cittadini ne costituiscono un tentacolo? Quanti tentacoli può perdere un polpo senza morire? C’è un numero di morti accettabile per un paese? Anzi per un pianeta, visti gli attrezzi disponibili?

 

3 –  Forse il solo indiscusso merito della guerra dei cent’anni è stato quello di fornire agli storici, con la sua cessazione, un comodo spartiacque per indicare la fine del medioevo. Lo sfacelo economico e le sofferenze per la popolazione (in particolare per i sudditi continentali, i cui sovrani potrebbero essere considerati gli ‘aggressori’) sono indescrivibili: 116 anni di saccheggio sistematico, deliberato, ininterrotto; fame, malattia, stupri, degradazione, morte. Il Pangloss di turno opporrà che, nonostante la bancarotta di tutto un continente, alla fine il sistema feudale era stato sorpassato, la Pulzella aveva ricompattato i patrioti francesi (e purtroppo diviso i cattolici, dato che anche i nemici, all’epoca, erano cattolici) e il mondo entrava in una nuova era. Ma non si viveva meglio in un feudo pacifico e florido che sotto un sovrano avido, spietato, lontano? E, ammesso che così non fosse, i vari sovrani impegnati nella contesa hanno mai pensato, per un solo momento, a questi ipotetici – e in ogni caso puramente casuali – vantaggi per il popolo?

 

4 – Si pensa alle guerre come unico motore del progresso. Forse perché le ricerche militari impegnano velocemente grandi risorse nei miglioramenti tecnologici. Ma non basterebbero le gare di Formula 1? O l’industria aeronautica (la cui storia iniziò nel ‘700 per il puro diletto dei nobili) o astronautica (che nasce forse in un orizzonte militare ma è, appunto, orizzonte, non guerra guerreggiata, tant’è che americani e russi nello spazio ci vanno insieme)?

 

5 – Quanto migliore deve diventare un paese per giustificare la distruzione dei tesori d’arte, simboli della cultura e della religione del popolo che ha guerreggiato? Strade e ponti si ricostruiscono, certo, anche più moderni. Forse è per questo che dicono che è un mondo migliore. Magari più somigliante a quello del vincitore. Ma il Senso, l’Identità, la Dignità possono sopravvivere a certe demolizioni? Ammetto che questo aspetto è il meno quantificabile di tutti. Non è questione di numeri: c’è oro (o mucchio di diamanti, visto l’argomento) sufficiente a compensare la demolizione – operata dagli inglesi stessi durante la seconda guerra mondiale – del Crystal Palace di Londra, la prima struttura realizzata completamente in vetro, considerata uno dei più begli edifici mai costruiti, perché le sue rilucenti vetrate erano un pericoloso punto di riferimento per i bombardieri nazisti? O la distruzione del tempio di Gerusalemme, la violazione del Sancta Sanctorum, la sottrazione dell’Arca dell’Alleanza? Anche se, a pensarci bene, qualcuno potrebbe sostenere che la diaspora va vista come un fausto evento, avendo diffuso il genio ebraico nelle varie nazioni.

 

6 – Non è un caso che siano i giovani a dover combattere: tradizionalmente erano le ‘teste calde’, affascinate dall’avventura, desiderose di mettersi alla prova, di sfuggire alla monotonia borghese. Ma sono proprio i giovani, in Occidente, a infoltire le schiere dei movimenti pacifisti. Mollezza dell’Occidente o presa di coscienza?

 

7 – L’impero di Bisanzio, uno dei più lunghi e prosperosi di tutti i tempi, è stato anche quello che ha guerreggiato meno di tutti. Un mix di intimidazione, lusinghe, corruzione di funzionari stranieri, istigazione ai conflitti tra gli altri stati, li ha tenuti lontani da guerre vere per secoli. Possibile che solo i bizantini abbiano avuto questa capacità? Ci sono aspetti irripetibili, esclusivi di quell’Impero?

 

8 – ­Il modo più veloce di finire una guerra è perderla (George Orwell). Pare che così la pensassero gli ammiragli italiani durante la seconda guerra mondiale. Ma nella Grande Guerra, invece, si poteva fare una pace dopo i primi massacri di trincea, quando fu chiaro, come scrisse Mario Praz, che si trattava soltanto di un’agonia di animali in agguato? In quanti hanno capito che nessuno in realtà l’avrebbe ‘vinta’? E non parlo solo dello scarso – e controproducente – bottino italico. O i morti in realtà non contano (almeno finché non si prospetta una rivoluzione, come per la Russia nella prima Guerra Mondiale) e conta solo il ‘non perdere la faccia’?

 

9 – Ogni guerra è disputa di cani sopra un mucchio di croccantini. Inevitabile che ci si azzanni per la razione quotidiana (la razione K) ma alcuni cani vogliono anche un’altra razione. Giusto, è la scorta per domani. Poi c’è quella di dodopomani. Quando le pretese diventano eccessive? Quanto grano, o banane, o rame possono bastare a tenere in vita un paese? D’accordo, le risorse sono limitate per definizione; ciascuno vorrebbe averne l’accesso esclusivo. Ecco la guerra. Ma esiste una linea oltre la quale ci si sta accapigliando per il superfluo. E’ percepibile questa linea a chi aggredisce? Sa che è una guerra immorale? O a un certo punto la nozione stessa di superfluo viene meno?

 

10 – Finora ci siamo occupati di chi ha possibilità di decisione. Ci sono paesi che non hanno molta scelta: subiscono l’aggressione e basta. Forse anche loro avrebbero avuto qualche possibilità di evitarla accettando una razione di croccantini. Il punto è sempre lo stesso: la quantificazione. Quanti rospi si possono ingoiare? La sopravvivenza è accettabile a qualsiasi condizione? Tra le rigorose condizioni di legittimità morale che la Chiesa richiede per la legittima difesa si ritrova questa: “che ci siano fondate condizioni di successo”. Quando i Vietcong iniziarono la lotta pensavano davvero alla vittoria o bastava loro sapere che la reazione all’oppressione era giusta e onorevole, anche se fossero stati annichiliti? Il debole, dunque, deve subito capitolare? Oppure una sconfitta gloriosa (ma anche umiliante come quella di Sedan) potrebbe rinsaldare i sopravvissuti per secoli alimentando il revanscismo fino al riscatto?

IL CONFLITTO STRATEGICO NELLA STORIA DI ROMA.UNA RIFLESSIONE ATTUALE. a cura di Luigi Longo (versione integrale)

Qui sotto il testo integrale curato da Luigi Longo. Coloro che avessero già letto la prima parte del testo e non intendessero rileggerla possono passare direttamente  al testo di Sallustio “la congiura di Catilina” a metà dell’articolo_Buona lettura, Giuseppe Germinario

Ho ritenuto opportuno presentare alcuni passi* tratti dal testo di Sallustio, La congiura di Catilina (Mondadori, Milano, ventisettesima edizione 2018), preceduti da alcune parti della introduzione di Lidia Storoni Mazzolani (studiosa e antichista, 1911-2006), perché li ritengo una buona riflessione per comprendere meglio la fase storica attuale del multicentrismo con il conflitto strategico tra agenti detentori del potere e del dominio (inteso nella logica gramsciana di coercizione e di consenso) per l’egemonia mondiale.

Ricordo, en passant, che la congiura di Catilina si inserisce nella fase di passaggio, nella storia di Roma, da uno Stato repubblicano ad uno Stato imperiale (dal 70 a.C. al 27 a.C.), caratterizzata da una crisi politica, sociale, economica, istituzionale e culturale, dal conflitto tra agenti strategici (con peso sempre più decisivo della sfera militare come sintesi del blocco dominante), da nuove idee di sviluppo, da nuovi rapporti sociali, da una diversa organizzazione statale e territoriale.

Di fatto la nostra fase storica è una fase di passaggio d’epoca: da una fase di egemonia mondiale statunitense (soprattutto a partire dal 1990-1991 con l’implosione non sorprendente dell’Urss), una sorta di centro di coordinamento mondiale conquistato sia con la prima guerra industriale quale fu quella di secessione (1861-1865) sia con le due guerre mondiali, ad una nuova fase, tutta da definire in termini di sviluppo e di idea di relazioni sociali reali, che vedrà l’affermarsi o di una sorta di centro di coordinamento mondiale condiviso tra le potenze configurate nella fase multicentrica o di un centro di coordinamento assoluto del vincitore del conflitto mondiale tra le potenze consolidate nella fase policentrica (spero nell’avverarsi della prima ipotesi).

La storia del genere umano sessuato [dalla preistoria fino ad oggi ad eccezione di un breve periodo del neolitico con l’autorità femminile (non potere)] va vista come un lungo legame sociale basato sui rapporti di potere e di dominio, che sono le molle del conflitto, derivanti dalle diverse sfere sociali (potere) che compongono l’insieme di una società (dominio) storicamente determinata.

La storia è, a mio avviso, da intendere in maniera aporetica (né lineare né ciclica) nella logica lagrassiana del tutto torna ma in modo diverso.

 

 

*L’impostazione e i titoli dei paragrafi sono miei.

 

 

 

Dall’Introduzione di Lidia Storoni Mazzolani

 

 

La crisi e il cambiamento sociale

 

Sallustio conobbe le leve segrete della politica, le connivenze, le tortuose miserie; ebbe modo di constatare la instabilità d’uno stato che non era più, come lo descrive schematicamente, diviso tra due gruppi d’interesse, i patrizi e la plebe, ma presentava una realtà sociale molto più complessa: dominavano ancora i <<nobiles>>, categoria alla quale si apparteneva per aver avuto uno o più consoli (o comunque alti magistrati) tra gli antenati, ma senza precisa definizione giuridica: essi si trasmettevano led alte cariche di padre in figlio. Ma contava molto anche l’alta finanza, formata di quella classe equestre che, essendo vietata ai senatori qualsiasi attività lucrosa, rappresentava la parte produttiva della società romana: erano appaltatori, banchieri, imprenditori, costruttori, importatori, creatori di società anonime – gente che non aveva le << imagines >> degli antenati nell’atrio della casa né indossava la toga pretesta e i calzari regali, ma praticamente maneggiava le finanze dell’impero, ne promuoveva l’espansione, ne sfruttava le risorse […] Impoverito, il ceto medio declinava e intanto cresceva il peso politico dell’esercito, ormai permanente e quindi finanziato dallo stato, pronto a sostenere il più prodigo, se non il più valoroso, dei comandanti; e aumentava la massa dei disoccupati, perché il fabbisogno di manodopera era saturato dagli schiavi, affluiti in gran numero dopo le conquiste, e c’erano piccoli possidenti vittime di confische e di espropri, e nobili decaduti, e politicanti frustrati, e, infine, un sottoproletariato urbano indolente e facinoroso, pronto a farsi strumento dei peggiori demagoghi: una massa di analfabeti privi di assistenza, di scuole, di educazione civile e politica, che campavano alla meglio con le distribuzioni annonarie gratuite e le regalie, e si davano al mercimonio, alla rapina; tutti sicari possibili, tutti oberati di debiti e assillati dagli usurai.[pag.7]

 

 

La sinistra

 

[…] Appunto perché viveva [Sallustio] in un’epoca di crisi e ne era consapevole, preferì farne oggetto di indagine e di riflessione anziché essere attore. Tedio e chiaroveggenza lo inibivano: a che pro impegnarsi in una competizione, nella quale prevalevano i peggiori? << adoprarsi senza alcun costrutto, farsi cattivo sangue per non accogliere che odio, è pura follia…>> […] Tutto è marcio attorno a lui: ripete mille volte che l’oligarchia senatoriale deteneva in esclusiva un potere che non sapeva esercitare; ma gli uomini della sinistra, i suoi, non valevano di più: sotto i loro slogans umanitari e i programmi innovatori, si celava soltanto il desiderio di arraffare posti lucrosi: furtim et per latrocinia […]. [pp.9-10]

 

 

 

La lotta faziosa tra i gruppi di potere

 

[…] Sallustio contesta tutto il sistema, la politica dei partiti che fa perdere di vista ai contendenti il fine supremo che la storia imponeva a Roma: governare l’impero. Non si tratta di azzannarsi per decidere chi dovrà governarlo, ma piuttosto in che modo si possa far meglio. La faziosità, l’inasprimento della lotta politica provocano sperpero di energie, discredito morale.

I due episodi [la guerra contro Giugurta e il colpo di stato preparato da Catilina, mia precisazione], più che il malgoverno d’una classe di agrari improduttivi, sono significativi di quel malessere sociale, di quel disagio economico e di quel declino morale che, per Sallustio, ebbe inizio con la caduta di Cartagine, nel 146 a.C.; venuta meno la minaccia nemica, ambizione e avidità dilagarono, disunirono gli animi.

Alle riforme promosse da Gracchi, per limitare l’estensione del latifondo senatoriale, basato su territori annessi in guerra, e dare terra ai contadini, il senato si irrigidì nel più miope conservatorismo; ne seguirono condanne, esili, iniquità di ogni genere […]. Il dovere categorico del romano – esercitare degnamente il dominio – era stato accantonato da chi pensava soltanto a sostituire la classe dirigente oligarchica con quella a cui apparteneva. [pp.10-11]

 

 

La rivoluzione dentro il sistema costituito

 

[…] l’autore [non è certo che sia Sallustio a scrivere le due lettere a Cesare, mia precisazione] riflette le istanze dei popolari: vuole la moralizzazione del costume, l’ordine, l’eliminazione di qualsiasi monopolio di potere; vuole che la ricchezza non costituisca un titolo per il potere politico; che le magistrature siano accessibili a tutti, che sia rinsanguato il senato con elementi nuovi e abolito il voto segreto. La plebe urbana, che rappresentava una seria minaccia per l’ordine e la proprietà, propone di sparpagliarla in nuove colonie, mescolandola a elementi di altri paesi: isolato dall’ambiente di Roma, trasferito in un poderetto di sua proprietà, qualsiasi sovversivo diventa conservatore. Era la tesi dei Gracchi, desiderosi di giustizia, non d’un diverso assetto costituzionale; sdegnati per l’ottuso egoismo della classe a cui appartenevano, ma non promotori di un rovesciamento totale delle istituzioni repubblicane. [pag.13]

 

 

Il debito pubblico

 

Cesare agì con molta prudenza, un occhio alle masse e uno ai ceti possidenti: dopo che aveva vinto Pompeo, era la destra a diffidare di lui. Dissipato il terrore che rinnovasse gli orrori del regime sillano, perdurava la paura che adottasse le misure radicali già prospettate da Catilina. La più grave sarebbe stata quella del condono dei debiti. Le ragioni di tutti coloro che avevano motivo di sperarlo le espone un seguace di Catilina, Manlio, con accorata fermezza, in una lettera che Sallustio sembrerebbe disposto a sottoscrivere […] In violazione della legge antica, il pretore urbano, un reazionario, aveva imposto l’esproprio e persino il carcere per gli insolvibili. Cesare decretò che gli interessi già versati fossero detratti dal capitale, alleviando la situazione dei debitori, senza peraltro annullare completamente il debito pubblico [Catilina era per l’abolizione totale del debito, precisazione mia]; ciò avrebbe comportato l’esproprio totale dei creditori, cosa che, secondo Cicerone, in realtà era nei suoi propositi sin da quando congiurava nell’ombra con Catilina: l’insicurezza del proprio avere avrebbe infirmato uno dei principi fondamentali dello stato.[pp.13-14]

 

 

Il governo del mondo

 

[…] Si può essere aperti alle rivendicazioni economiche proletarie senza sovvertire lo stato; si può auspicare il rinnovamento della società e l’abolizione dei privilegi senza rinnegare una tradizione che ha assunto un valore etico perenne; si può condannare lo sfruttamento coloniale senza abdicare alla supremazia: a prescindere dal profitto economico e dal prestigio nazionale, essa era vista come un compito storico, una missione di civiltà. Il pensiero dell’impero prevaleva su tutti gli altri: riforme sociali, rivendicazioni economiche, rivalità di potere, lotta di classe apparivano manifestazioni feconde del vivere libero, a patto che non facessero ostacolo all’adempimento dei doveri primari: difesa e amministrazione delle province. Nella scala delle priorità, la politica interna era subordinata al governo del mondo. Che si potesse raggiungere una nuova stabilità sociale basta su gerarchie capovolte era un’ipotesi che non si poneva se non sul piano dell’utopia. [pp.15-16]

 

 

La plebe strumento dei dominanti

 

Nei due episodi scelti a soggetto delle due monografie [la guerra di Giugurta e la congiura di Catilina, precisazione mia], lo scrittore ravvisò i prodomi dei due grandi sconfitti del secolo: la guerra contro Giugurta aveva messo in evidenza il contrasto di interessi tra classi medie e senato: espansionisti, i primi, per gli investimenti che andavano facendo nelle province; astensionisti, i secondi – come sempre i conservatori – per arginare la ulteriore ascesa del ceto imprenditoriale, gli abusi di potere di comandanti e proconsoli. Dei primi, si fece patrono e portavoce Mario, i secondi, di lì a poco, favorirono una dittatura di destra, quella di Silla.

La guerra civile che ne derivò << sconvolse tutte le leggi divine e umane e giunse a tal punto di violenza che solo la guerra e la devastazione dell’Italia misero fine alle guerre civili >> […] La congiura di Catilina, invece, aveva rilevato la minacciosa presenza di altre forze nella società romana, ancora disperse, ma più numerose, più temibili della borghesia italica: i facinorosi potevano puntare su di esse per impadronirsi del potere assoluto. Bisognava stroncarle con mano ferma, e cercare di appagare, nei limiti del giusto, le loro istanze, se si voleva assolvere a quella missione unica e sovrana che incombeva al governo di Roma: esercitare con giustizia il dominio del mondo. […] La società è guasta; essa contiene in gran numero seguaci potenziali d’un movimento estremista: << la plebe, vogliosa di mutamenti, era tutta per Catilina: è nella sua natura, poiché, in qualsiasi gruppo umano, chi non ha invidia chi possiede e porta ad emergere gli elementi più abbietti…a Roma, come in una fogna, erano convenuti tutti coloro che s’erano segnalati altrove per azioni criminose commesse con imprudenza …c’erano poi i nostalgici del regime sillano. Essi ricordavano bene che alcuni, da semplici gregari, erano saliti ad alti gradi o avevano ammassato fortune tali da potersi permettere un tenore di vita principesco: speravano di potere fare altrettanto, qualora avessero partecipato al colpo di stato. C’erano giovani che avevano percepito salari da fame come braccianti, e s’erano trasferiti nell’Urbe, attratti dalle largizioni pubbliche e private…>> [pp.17-18-30]

 

 

La nazione di etnie diverse

 

[…] Quell’ambiente naturale, quegli odori, quello stile di vita gli saranno [a Sallustio] parsi quelli del villaggio che diventò Roma. La città crudele e opulenta […] era, alle origini, una comunità di aborigeni e di Troiani: di stirpe diversa e d’altra lingua, alieno l’uno all’altro il costume; eppure << incredibile a dirsi, da quella moltitudine eterogenea e dispersa con la concordia fu fatta una nazione >>. [pag.19]

 

 

Il nuovo che viene dall’Oriente

 

Nel 36 a.C., Antonio mosse a sua volta contro i Parti e, in una ritirata disastrosa, perdette venticinquemila uomini. Si ridestavano nel deserto siriano i fantasmi dei caduti di Crasso: << l’Oriente tornerà a dominare >> dice l’oracolo di Istapse << e l’Occidente servirà. Il potere mondiale sarà trasferito all’Asia. Sarà cancellato il nome di Roma >>. […] Mitridate si presentava come il vero antagonista dell’impero romano: << noi >> gli fa dire Sallustio << siamo i rivali di Roma. Saremo immancabilmente i vendicatori >> […] Tale posizione gli derivava dallo stato di inferiorità sociale e di sfruttamento economico nel quale erano tenute le province: << l’Asia ci attende >> prosegue il re di Ponto << e ci invoca: a tal punto hanno saputo farsi odiare i romani con l’avidità dei proconsoli, le estorsioni dei gabellieri, le ingiustizie dei magistrati…>>.

Lo scontento dei provinciali, ammesso da altri autori, riproduce su scala più vasta, l’odio di classe che divampa all’interno; Sallustio, come faranno poi Lucano, Giovenale e Tacito, si associa a quelle proteste: << da giusto e ottimo che era, il governo di Roma è diventato crudele e intollerabile >> […] Non sono le parole di un rinunciatario astensionista, né si tratta di solidarietà umana verso gli oppressi: è apprensione presaga che un giorno quelle genti si uniranno e prenderanno il sopravvento: << ai nemici di Roma >> fa dire al console Filippo << non manca che un capo >>. [pp. 24-25]

 

 

Le maschere e i giochi del potere

 

Catilina avanza sulla scena con la maschera del sanguinario; ma, più che a persuaderci sulla verosimiglianza del suo carattere, Sallustio mira a descrivere in lui l’esempio umano espresso da una società negatrice dei valori morali, il risultato d’una dittatura cruenta. E’ divorato da un’ambizione smisurata, in uno stato nel quale i deboli non sono ascoltai; le cricche nobiliari per quattro volte l’hanno escluso dal consolato: forse, se fosse riuscito, avrebbe proposto e attuato in sede legale rivendicazioni giuste in sé, ma esasperate dalla frustrazione. E’ dominato dall’assillo del denaro, in una società che ha fatto della ricchezza il metro dei valori; un perverso, ma forse reso tale dalle ingiustizie viste e subite. […] La visuale di Sallustio è più vasta, meno legata a voci allarmistiche, a fattori contingenti; il suo assillo profondo è il decline and fall; anche a lui la congiura appare, momentaneamente, un piano criminoso, una minaccia per gli abbienti, e ci tiene a dissociare se stesso e Cesare da quelle rivendicazioni estreme; ma pone l’accento sulla singolarità dell’impresa, che rivela l’inasprimento della lotta politica: per la prima volta un audace, forse più esasperato che scellerato, attentava allo sicurezza dello stato. Sallustio vede in lui il prototipo di tutti gli avventurieri rapaci che pensano di poter osare perché altri aspirano al potere totalitario: dietro di lui, tramano in ombra Pompeo, Cesare, Crasso, uomini senza scrupoli, che si sganciano in tempo e si tengono pronti per il momento propizio. [pp. 29-33]

 

 

Sallustio, La congiura di Catilina, a cura di, Lidia Storoni Mazzolani, Mondadori, Milano, 2018.

 

 

Il potere e il declino della Repubblica

 

Ma come la repubblica, con la tenacia e la giustizia, si fu ingrandita e i re più potenti furono soggiogati e genti barbare e grandi nazioni sottomesse con la forza, e la rivale dell’impero romano, Cartagine, fu distrutta dalle fondamenta e si erano aperti tutti i mari, tutte le terre, la sorte incominciò a infierire e a sovvertire ogni cosa. Quelli stessi che avevano sopportato senza un lamento fatiche, pericoli, sorti incerte e avverse, nella tranquillità, nel benessere – beni d’altro canto desiderabili – non trovarono se non angustie e sciagure. La sete di denaro e di potere aumentò e con essa, si può dire, divamparono tutti i mali. Fu la cupidigia a spazzar via la buona fede, la rettitudine e tutte le norme del vivere onesto, indusse gli uomini all’arroganza, alla crudeltà, alla negligenza degli dèi, alla convinzione che non c’è cosa che non sia in vendita. L’ambizione indusse molti a fingere, a tener chiuso in cuore un pensiero e manifestarne un altro, a considerare amici e nemici non per i loro meriti ma per il vantaggio che potevano ricavarne, a parere onesti più che esserlo.

Sulle prime, questi vizi aumentarono lentamente; a volte, furono anche puniti. Ma poi il contagio si diffuse a guisa di pestilenza, la città mutò volto e quel governo che era il più giusto, il migliore, divenne crudele e intollerabile. [pp. 93-95]

 

 

Il denaro come mezzo del potere

 

Nei primi tempi, peraltro, più della cupidigia turbava gli animi l’ambizione, un difetto sì ma non molto lontano da un pregio: alla gloria, infatti, agli onori, al potere aspirano tutti allo stesso modo, i valenti e gli inetti; ma i primi vi tendono percorrendo la retta via, i secondi, privi di qualità, cercano di raggiungere la mèta con la frode e il raggiro. L’avidità altro non è che amore del denaro; e il saggio non ne ha desiderato mai. Essa, quasi fosse intrisa di veleni mortali, snerva il corpo e l’anima più virile; non conosce limiti né sazietà, non l’attenuano né l’opulenza né il bisogno.

Ora, quando Silla si fu impadronito del potere delle armi e ai suoi fasti inizi fecero seguito fatti atroci, tutti si misero a commettere stupri e rapine.

Chi voleva una casa, chi un podere; i vincitori non conoscevano freno né misura e si macchiavano di atti turpi e feroci a danno dei concittadini. Silla, inoltre, per attivarsi il favore delle truppe che aveva condotte in Asia, contrariamente al costume degli avi nostri le aveva trattate con indulgenza eccessiva. L’amenità dei luoghi, i piaceri, l’ozio ben presto fiaccarono lo spirito fiero di quei soldati. Laggiù per la prima volta un esercito del popolo romano sperimentò piaceri che non conosceva, l’amore e il vino; imparò ad apprezzare opere d’arte, statue, quadri, vasellame cesellato, e incominciò a portarli via sia dalle case private sia dallo Stato, a spogliare templi, a profanare ciò che apparteneva agli dèi e agli uomini. Quei soldati, dopo la vittoria, non lasciarono nulla ai vinti. La prosperità corrompe persino l’animo del saggio: potevano moderarsi nella vittoria uomini degenerati? [pp. 95-97]

 

 

Il potere della distruzione

 

Quando i beni di fortuna diventarono un merito e procurarono gloria, potere e prestigio, i valori morali incominciarono a scadere, la povertà fu ritenuta un disonore, l’integrità parve un’ostentazione malevola. Dalla ricchezza derivarono edonismo, cupidigia, tracotanza e si propagarono tra i giovani, i quali si abbandonarono ad atti di violenza, incominciarono a dar fondo al patrimonio della famiglia, a non tenere conto di ciò che possedevano, a volere ciò che apparteneva ad altri, a sovvertire le cose divine e umane, a non aver più modestia e rispetto di sé. Quando si vedono case d’abitazione, ville, costruite a misura di città, val la pena di visitare i santuari religiosi degli dèi edificati dagli avi nostri, i più religiosi tra i mortali; ai loro tempi, il lusso dei templi consisteva nella fede, quelle delle case nella gloria. Ai vinti si toglieva una sola cosa, la possibilità di nuocere. Oggi, al contrario, uomini ignavi, suprema ignominia, portano via ad alleati tutto ciò che i prodi d’un tempo, per essendo vincitori, avevano lasciato: come se esercitare il dominio consistesse nel commettere soprusi. [pp. 97-99]

 

 

 

Il degrado sociale

 

A che citare fatti che solo chi li ha visti potrà crederli veri, semplici privati che spostano monti e colmano mari, quasi, si direbbe, a ludibrio della propria ricchezza, quasi volessero dilapidare oltraggiosamente quei beni che avrebbero potuto impiegare a fini onorati? Si era introdotta in pari misura l’inclinazione a turpi amori, la consuetudine del bordello e di tutti i piaceri del genere: uomini dediti alla prostituzione, donne spudoratamente in mostra, terre e mari esplorati in cerca di vivande rare; si dormiva prima d’aver sonno, non si aspettava la fame, la sete, il freddo e la stanchezza per soddisfarli. I giovani avvezzi a questo tenore di vita, quando le sostanze erano sfumate, si davano ad azioni criminose; l’animo ormai depravato non sapeva rinunciare ai piaceri e non arretrava davanti a qualsiasi mezzo pur di procurarsi denaro da sperperare. [pag. 99]

 

 

La plebe in balia dei potenti

 

In una città così grande e così corrotta, non era stato difficile a Catilina raccogliersi attorno tutti i dissipati e i criminali e farne, si può dire, la sua guardia del corpo. Non c’era degenerato, adultero, puttaniere, scialacquatore del patrimonio al gioco, al bordello, a tavola, non c’era un indebitato fino al collo per riscattarsi dall’infamia o dal delitto, non un parricida, un sacrilego d’ogni paese, condannato o in attesa di giudizio, non uno di quei sicari e spergiuri che prosperano sul sangue dei cittadini, non c’era infine coscienza inquieta per il disonore, il bisogno, i rimorsi che non fosse dei suoi.

E se capitava a qualcuno, ancora immune da colpe, d’entrare nel giro, i rapporti quotidiani, le tentazioni, ben presto lo facevano diventare come gli altri.

Cercava, più di tutto, di attirare i giovani. Le loro menti ancora informi e malleabili cadevano facilmente nella pania; ed egli gli assecondava nelle loro passioni, a uno procurava donne, a un altro comperava cani e cavalli, insomma non lesinava denaro né badava alla dignità pur di farsene amici fidati. […] Quei giovani che, come abbiamo detto, aveva attirati a sé, li addestrava al malfare in mille modi, a prestare false testimonianze e firme false, a mancar di parola, a non curarsi dei casi della vita e dei pericoli. Quando ne aveva compromesso il buon nome e distrutto il senso d’onore, affidava loro incarichi sempre più iniqui: e se al momento non si presentava l’occasione di delinquere, circuiva innocenti e colpevoli, li dominava e per impedire che nella inattività si intorpidissero l’animo e la mano, preferiva commettere atti malvagi e crudeli senza motivo.

Sicuro di amici e complici di quella risma e per il gran numero di gente oberata di debiti per ogni dove, e perché molti veterani di Silla, dilapidato ogni avere, rimpiangevano le ruberie commesse da vincitori e auspicavano la guerra civile, Catilina concepì il disegno di impadronirsi della repubblica: in Italia, nessun esercito; Cn Pompeo alla guerra, in capo al mondo; lui stesso nutriva molte speranze di ottenere il consolato; il senato non sospettava di nulla; regnava la calma e la sicurezza; la situazione era propizia. [pp. 99-103]

Il conflitto tra potenti

 

Così [… Catilina, mia precisazione] incominciò a chiamare i suoi uno a uno. […] Li mise al corrente dei mezzi di cui disponeva, li informò che la repubblica era indifesa, fece balenare i profitti immensi d’una congiura. Come fu certo di ciò che gli premeva sapere, convoca tutti quelli che si trovarono nelle peggiori strettezze e i più spregiudicati: dell’ordine senatorio […]; dell’ordine equestre [Gli equestri, erano un ordine istituito nel II sec. a.C. Il nome deriva dall’antica organizzazione militare per censo, nella quale gli equites militavano con cavallo proprio, armi a spese proprie; alcuni furono gradatamente assorbiti dalla nobiltà, mentre altri, non riuscendo ad accedere alle cariche, acquistarono coscienza di classe e si posero in antagonismo contro la classe senatoria: questa, che possedeva soltanto terra, esercitava un potere oligarchico ormai inadeguato a un impero mondiale, ricco di forze economiche attive. Gli equites crearono l’alta finanza romana: l’invenzione delle società per azioni (alla quale, attraverso prestanome, partecipavano anche i nobili) consentiva loro di fondare grandi imprese: appalti di lavori pubblici, linee di navigazione, rete daziaria, miniere, edilizia, commercio, trasporti, forniture militari, banche, impianti portuali, era tutto nelle loro mani. La loro posizione politica non si discostava da quella del senato se non in quanto mirava ad allargare la base del governo, ma in sostanza erano altrettanto conservatori, da nota n.12 di pag. 105, corsivo mio] […] e molti altri, infine, venuti da colonie e municipi dove appartenevano alle migliori famiglie. Partecipavano alla cospirazione, ma con maggior circospezione, anche molti nobili, mossi più dalla speranza del potere che dal bisogno o da altri motivi impellenti. Gran parte dei giovani, del resto, specie tra i nobili, simpatizzava per i progetti di Catilina: pur avendo la possibilità di vivere senza pensieri, nel lusso e nei divertimenti, preferivano l’incerto al certo, la guerra alla pace.

Vi fu all’epoca, chi credette che M. Licinio Crasso non fosse all’oscuro del complotto: geloso di Pompeo, che a quell’epoca comandava un grande esercito, vedeva di buon occhio il formarsi d’una forza da contrapporre al suo potere, da qualsiasi parte venisse; qualora la congiura avesse avuto buon esito, del resto, non dubitava che sarebbe riuscito ad assumere il comando. [pp. 103-105]

 

 

La possibilità di ribellarsi

 

[…dal discorso di Catilina, mia precisazione] Da quando la repubblica è caduta in balia d’un pugno di potenti, a loro versano i tributi i re e i tetrarchi, a loro pagano imposte popoli e nazioni; gli altri, noi tutti, coraggiosi, onesti, nobili e non nobili, non siamo stati che volgo, senza autorità, senza prestigio, sottomessi a coloro i quali, se lo stato fosse efficiente, dovremmo far paura. Così, influenze, potere, onori, ricchezze appartengono a loro e a quelli che godono dei loro favori; a noi hanno lasciato sconfitte elettorali, insicurezza, processi, miseria. Fino a quando, o miei prodi, siete disposti a sopportar? Non è preferibile morire da forti che consumare ignominiosamente un’esistenza misera, oscura, fatti zimbello dell’altrui superbia?

[…] C’è un uomo al mondo, un vero uomo intendo, disposto a tollerare che vi sia chi anche dopo aver profuso tesori per edificare sul mare, per spianare i monti, guazza nell’oro mentre a noi manca persino il necessario? Che quelli mettono in comunicazione palazzo e palazzo per abitarvi, e noi non abbiamo neppure un tetto? Per quanto comprino quadri, statue, argenteria cesellata, demoliscano case nuove per costruirne altre, insomma spendano in tutti i modi, ad onta di questi sprechi non riescono mai a esaurire i patrimoni. Noi, invece, a casa siamo nelle strettezze, fuori casa nei debiti; avversità d’ogni genere e un domani ancora più fosco: che cosa ci resta, se non questa grama esistenza? [pp. 111-113]

 

 

L’esasperazione della plebe

 

[ dal messaggio di C. Manlio a Marco Re, mia precisazione] << Chiamiamo a testimoni gli dèi e gli uomini, imperator, che non abbiamo preso le armi contro la patria né vogliamo far male ad alcuno, ma per difenderci dalle ingiustizie: siamo sventurati, stretti dal bisogno. Gli usurai esosi, inesorabili, hanno tolto a molti di noi la patria, a tutti l’onore e le sostanze. A nessun è stato concesso di fruire della legge in base alla quale, secondo l’uso degli avi nostri, chi aveva perduto il patrimonio restava libero: tanta fu la crudeltà degli usurai e del pretore. I vostri antenati, presi da pietà per la plebe di Roma, spesso con i loro decreti vennero incontro ai suoi bisogni; anche recentemente, a memoria nostra, l’entità dei debiti fu tale che, con il consenso di tutti gli ottimati, il debito d’argento fu pagato in bronzo [ Nell’86 a.C., una legge emanata da L. Valerio Flacco aveva ordinato di estinguere i debiti fatti in sesterzi (d’argento) con assi (di bronzo) riducendo così l’ammontare del debito, da nota n.26 di pag.133, corsivo mio]. Spesso la plebe, desiderosa di esercitare il potere o esasperata per la durezza dei magistrati, prese le armi e fece secessione dai patrizi: ma noi non vogliamo il governo dello stato né le ricchezze, che sempre suscitano guerra e conflitti tra gli uomini. […] [pp. 131-132]

 

 

La composizione sociale della plebe

 

E non era sconvolta la mente dei congiurati soltanto. La plebe al completo, avida di cambiamenti, approvava l’iniziativa di Catilina. In questo atteggiamento, non si discostava dal suo costume: nello stato, infatti, chi non possiede nulla immancabilmente invidia i benestanti e porta alle stelle i miserabili; detesta l’antico ordine, agogna alle novità. Esasperati per la loro situazione, mirano a sovvertire ogni cosa; nei torbidi, nei disordini si trovano a loro agio, poiché la miseria rende immuni da perdite. Ma la plebe dell’Urbe, a dire il vero, si precipitava nell’avventura per molte ragioni: prima di tutto, quelli che in altri luoghi s’erano resi tristemente celebri per azioni disoneste e prepotenze, altri che avevano dilapidato vergognosamente i beni di famiglia, infine tutti quelli che avevano dovuti allontanarsi da casa per le malefatte e gli scandali, tutti erano affluiti a Roma come in una sentina. Molti si ricordarono ancora della vittoria di Silla e poiché vedevano alcuni soldati semplice essere diventati senatori, altri così ricchi da passarsela con fasto regale, speravano, se prendevano le armi, di arraffare con la vittoria una situazione analoga; i giovani di campagna, poi, che avevano sofferto la fame per il magro salario del bracciante, attirati dalle largizioni pubbliche e private, avevano preferito l’ozio di Roma alla loro dura fatica: tutta gente che prosperava sulla sventura pubblica. E quindi non c’è da meravigliarsi se uomini miserabili, di cattivi costumi, ma animati da immense speranze, gettavano allo sbaraglio se stessi e la repubblica. Poi, c’erano quelli che avevano avuti i genitori proscritti da Silla e gli averi confiscati: menomati nei diritti civili, non aspettavano certo con animo diverso l’esito della guerra; poi, tutti coloro che appartenevano a correnti [Partes, usato il più delle volte al plurale, può indicare “una parte” e cioè una divisione in classi, in categorie, in gruppi di potere; ma non ha il significato tecnico di “Partito” come s’intende oggi. Alcuni studiosi riconoscono una maggiore frequenza di questo termine riferito ai populares, factio invece ai nobiles…; ma la differenza consiste specialmente nel fatto che partes indica strati sociali più vasti, meno solidali di factio, che significa cricca con interessi e finalità identici. Nota n. 30 di pag. 139] diverse dal senato, pronti a sovvertire lo stato pur di non perdere la propria posizione influente: fu così che dopo molti anni era tornato il male tra i cittadini. [ pp. 137-139]

 

 

L’opportunismo della plebe

 

Dopo che la congiura fu scoperta, la plebe, che prima, desiderosa di rivolgimenti, era tutta per la guerra, cambiò d’avviso e si mise a imprecare contro Catilina e i suoi progetti, a portare alle stelle Cicerone, festosa e giubilante che pareva l’avessero strappata dalla schiavitù; per la verità, dalle altre azioni di guerra s’aspettava profitti più che perdite, ma l’incendio le appariva d’una crudeltà disumana e portatore di danni immensi, dato che possedeva soltanto oggetti d’uso e miseri panni. [ pag.155]

IL CONFLITTO STRATEGICO NELLA STORIA DI ROMA. UNA RIFLESSIONE ATTUALE. PRIMA PARTE a cura di Luigi Longo

 

IL CONFLITTO STRATEGICO NELLA STORIA DI ROMA. UNA RIFLESSIONE ATTUALE.

PRIMA PARTE

a cura di Luigi Longo

 

 

Ho ritenuto opportuno presentare alcuni passi* tratti dal testo di Sallustio, La congiura di Catilina (Mondadori, Milano, ventisettesima edizione 2018), preceduti da alcune parti della introduzione di Lidia Storoni Mazzolani (studiosa e antichista, 1911-2006), perché li ritengo una buona riflessione per comprendere meglio la fase storica attuale del multicentrismo con il conflitto strategico tra agenti detentori del potere e del dominio (inteso nella logica gramsciana di coercizione e di consenso) per l’egemonia mondiale.

Ricordo, en passant, che la congiura di Catilina si inserisce nella fase di passaggio, nella storia di Roma, da uno Stato repubblicano ad uno Stato imperiale (dal 70 a.C. al 27 a.C.), caratterizzata da una crisi politica, sociale, economica, istituzionale e culturale, dal conflitto tra agenti strategici (con peso sempre più decisivo della sfera militare come sintesi del blocco dominante), da nuove idee di sviluppo, da nuovi rapporti sociali, da una diversa organizzazione statale e territoriale.

Di fatto la nostra fase storica è una fase di passaggio d’epoca: da una fase di egemonia mondiale statunitense (soprattutto a partire dal 1990-1991 con l’implosione non sorprendente dell’Urss), una sorta di centro di coordinamento mondiale conquistato sia con la prima guerra industriale quale fu quella di secessione (1861-1865) sia con le due guerre mondiali, ad una nuova fase, tutta da definire in termini di sviluppo e di idea di relazioni sociali reali, che vedrà l’affermarsi o di una sorta di centro di coordinamento mondiale condiviso tra le potenze configurate nella fase multicentrica o di un centro di coordinamento assoluto del vincitore del conflitto mondiale tra le potenze consolidate nella fase policentrica (spero nell’avverarsi della prima ipotesi).

La storia del genere umano sessuato [dalla preistoria fino ad oggi ad eccezione di un breve periodo del neolitico con l’autorità femminile (non potere)] va vista come un lungo legame sociale basato sui rapporti di potere e di dominio, che sono le molle del conflitto, derivanti dalle diverse sfere sociali (potere) che compongono l’insieme di una società (dominio) storicamente determinata.

La storia è, a mio avviso, da intendere in maniera aporetica (né lineare né ciclica) nella logica lagrassiana del tutto torna ma in modo diverso.

 

 

*L’impostazione e i titoli dei paragrafi sono miei.

 

 

 

Dall’Introduzione di Lidia Storoni Mazzolani

 

 

La crisi e il cambiamento sociale

 

Sallustio conobbe le leve segrete della politica, le connivenze, le tortuose miserie; ebbe modo di constatare la instabilità d’uno stato che non era più, come lo descrive schematicamente, diviso tra due gruppi d’interesse, i patrizi e la plebe, ma presentava una realtà sociale molto più complessa: dominavano ancora i <<nobiles>>, categoria alla quale si apparteneva per aver avuto uno o più consoli (o comunque alti magistrati) tra gli antenati, ma senza precisa definizione giuridica: essi si trasmettevano led alte cariche di padre in figlio. Ma contava molto anche l’alta finanza, formata di quella classe equestre che, essendo vietata ai senatori qualsiasi attività lucrosa, rappresentava la parte produttiva della società romana: erano appaltatori, banchieri, imprenditori, costruttori, importatori, creatori di società anonime – gente che non aveva le << imagines >> degli antenati nell’atrio della casa né indossava la toga pretesta e i calzari regali, ma praticamente maneggiava le finanze dell’impero, ne promuoveva l’espansione, ne sfruttava le risorse […] Impoverito, il ceto medio declinava e intanto cresceva il peso politico dell’esercito, ormai permanente e quindi finanziato dallo stato, pronto a sostenere il più prodigo, se non il più valoroso, dei comandanti; e aumentava la massa dei disoccupati, perché il fabbisogno di manodopera era saturato dagli schiavi, affluiti in gran numero dopo le conquiste, e c’erano piccoli possidenti vittime di confische e di espropri, e nobili decaduti, e politicanti frustrati, e, infine, un sottoproletariato urbano indolente e facinoroso, pronto a farsi strumento dei peggiori demagoghi: una massa di analfabeti privi di assistenza, di scuole, di educazione civile e politica, che campavano alla meglio con le distribuzioni annonarie gratuite e le regalie, e si davano al mercimonio, alla rapina; tutti sicari possibili, tutti oberati di debiti e assillati dagli usurai.[pag.7]

 

 

La sinistra

 

[…] Appunto perché viveva [Sallustio] in un’epoca di crisi e ne era consapevole, preferì farne oggetto di indagine e di riflessione anziché essere attore. Tedio e chiaroveggenza lo inibivano: a che pro impegnarsi in una competizione, nella quale prevalevano i peggiori? << adoprarsi senza alcun costrutto, farsi cattivo sangue per non accogliere che odio, è pura follia…>> […] Tutto è marcio attorno a lui: ripete mille volte che l’oligarchia senatoriale deteneva in esclusiva un potere che non sapeva esercitare; ma gli uomini della sinistra, i suoi, non valevano di più: sotto i loro slogans umanitari e i programmi innovatori, si celava soltanto il desiderio di arraffare posti lucrosi: furtim et per latrocinia […]. [pp.9-10]

 

 

 

La lotta faziosa tra i gruppi di potere

 

[…] Sallustio contesta tutto il sistema, la politica dei partiti che fa perdere di vista ai contendenti il fine supremo che la storia imponeva a Roma: governare l’impero. Non si tratta di azzannarsi per decidere chi dovrà governarlo, ma piuttosto in che modo si possa far meglio. La faziosità, l’inasprimento della lotta politica provocano sperpero di energie, discredito morale.

I due episodi [la guerra contro Giugurta e il colpo di stato preparato da Catilina, mia precisazione], più che il malgoverno d’una classe di agrari improduttivi, sono significativi di quel malessere sociale, di quel disagio economico e di quel declino morale che, per Sallustio, ebbe inizio con la caduta di Cartagine, nel 146 a.C.; venuta meno la minaccia nemica, ambizione e avidità dilagarono, disunirono gli animi.

Alle riforme promosse da Gracchi, per limitare l’estensione del latifondo senatoriale, basato su territori annessi in guerra, e dare terra ai contadini, il senato si irrigidì nel più miope conservatorismo; ne seguirono condanne, esili, iniquità di ogni genere […]. Il dovere categorico del romano – esercitare degnamente il dominio – era stato accantonato da chi pensava soltanto a sostituire la classe dirigente oligarchica con quella a cui apparteneva. [pp.10-11]

 

 

La rivoluzione dentro il sistema costituito

 

[…] l’autore [non è certo che sia Sallustio a scrivere le due lettere a Cesare, mia precisazione] riflette le istanze dei popolari: vuole la moralizzazione del costume, l’ordine, l’eliminazione di qualsiasi monopolio di potere; vuole che la ricchezza non costituisca un titolo per il potere politico; che le magistrature siano accessibili a tutti, che sia rinsanguato il senato con elementi nuovi e abolito il voto segreto. La plebe urbana, che rappresentava una seria minaccia per l’ordine e la proprietà, propone di sparpagliarla in nuove colonie, mescolandola a elementi di altri paesi: isolato dall’ambiente di Roma, trasferito in un poderetto di sua proprietà, qualsiasi sovversivo diventa conservatore. Era la tesi dei Gracchi, desiderosi di giustizia, non d’un diverso assetto costituzionale; sdegnati per l’ottuso egoismo della classe a cui appartenevano, ma non promotori di un rovesciamento totale delle istituzioni repubblicane. [pag.13]

 

 

Il debito pubblico

 

Cesare agì con molta prudenza, un occhio alle masse e uno ai ceti possidenti: dopo che aveva vinto Pompeo, era la destra a diffidare di lui. Dissipato il terrore che rinnovasse gli orrori del regime sillano, perdurava la paura che adottasse le misure radicali già prospettate da Catilina. La più grave sarebbe stata quella del condono dei debiti. Le ragioni di tutti coloro che avevano motivo di sperarlo le espone un seguace di Catilina, Manlio, con accorata fermezza, in una lettera che Sallustio sembrerebbe disposto a sottoscrivere […] In violazione della legge antica, il pretore urbano, un reazionario, aveva imposto l’esproprio e persino il carcere per gli insolvibili. Cesare decretò che gli interessi già versati fossero detratti dal capitale, alleviando la situazione dei debitori, senza peraltro annullare completamente il debito pubblico [Catilina era per l’abolizione totale del debito, precisazione mia]; ciò avrebbe comportato l’esproprio totale dei creditori, cosa che, secondo Cicerone, in realtà era nei suoi propositi sin da quando congiurava nell’ombra con Catilina: l’insicurezza del proprio avere avrebbe infirmato uno dei principi fondamentali dello stato.[pp.13-14]

 

 

Il governo del mondo

 

[…] Si può essere aperti alle rivendicazioni economiche proletarie senza sovvertire lo stato; si può auspicare il rinnovamento della società e l’abolizione dei privilegi senza rinnegare una tradizione che ha assunto un valore etico perenne; si può condannare lo sfruttamento coloniale senza abdicare alla supremazia: a prescindere dal profitto economico e dal prestigio nazionale, essa era vista come un compito storico, una missione di civiltà. Il pensiero dell’impero prevaleva su tutti gli altri: riforme sociali, rivendicazioni economiche, rivalità di potere, lotta di classe apparivano manifestazioni feconde del vivere libero, a patto che non facessero ostacolo all’adempimento dei doveri primari: difesa e amministrazione delle province. Nella scala delle priorità, la politica interna era subordinata al governo del mondo. Che si potesse raggiungere una nuova stabilità sociale basta su gerarchie capovolte era un’ipotesi che non si poneva se non sul piano dell’utopia. [pp.15-16]

 

 

La plebe strumento dei dominanti

 

Nei due episodi scelti a soggetto delle due monografie [la guerra di Giugurta e la congiura di Catilina, precisazione mia], lo scrittore ravvisò i prodomi dei due grandi sconfitti del secolo: la guerra contro Giugurta aveva messo in evidenza il contrasto di interessi tra classi medie e senato: espansionisti, i primi, per gli investimenti che andavano facendo nelle province; astensionisti, i secondi – come sempre i conservatori – per arginare la ulteriore ascesa del ceto imprenditoriale, gli abusi di potere di comandanti e proconsoli. Dei primi, si fece patrono e portavoce Mario, i secondi, di lì a poco, favorirono una dittatura di destra, quella di Silla.

La guerra civile che ne derivò << sconvolse tutte le leggi divine e umane e giunse a tal punto di violenza che solo la guerra e la devastazione dell’Italia misero fine alle guerre civili >> […] La congiura di Catilina, invece, aveva rilevato la minacciosa presenza di altre forze nella società romana, ancora disperse, ma più numerose, più temibili della borghesia italica: i facinorosi potevano puntare su di esse per impadronirsi del potere assoluto. Bisognava stroncarle con mano ferma, e cercare di appagare, nei limiti del giusto, le loro istanze, se si voleva assolvere a quella missione unica e sovrana che incombeva al governo di Roma: esercitare con giustizia il dominio del mondo. […] La società è guasta; essa contiene in gran numero seguaci potenziali d’un movimento estremista: << la plebe, vogliosa di mutamenti, era tutta per Catilina: è nella sua natura, poiché, in qualsiasi gruppo umano, chi non ha invidia chi possiede e porta ad emergere gli elementi più abbietti…a Roma, come in una fogna, erano convenuti tutti coloro che s’erano segnalati altrove per azioni criminose commesse con imprudenza …c’erano poi i nostalgici del regime sillano. Essi ricordavano bene che alcuni, da semplici gregari, erano saliti ad alti gradi o avevano ammassato fortune tali da potersi permettere un tenore di vita principesco: speravano di potere fare altrettanto, qualora avessero partecipato al colpo di stato. C’erano giovani che avevano percepito salari da fame come braccianti, e s’erano trasferiti nell’Urbe, attratti dalle largizioni pubbliche e private…>> [pp.17-18-30]

 

 

La nazione di etnie diverse

 

[…] Quell’ambiente naturale, quegli odori, quello stile di vita gli saranno [a Sallustio] parsi quelli del villaggio che diventò Roma. La città crudele e opulenta […] era, alle origini, una comunità di aborigeni e di Troiani: di stirpe diversa e d’altra lingua, alieno l’uno all’altro il costume; eppure << incredibile a dirsi, da quella moltitudine eterogenea e dispersa con la concordia fu fatta una nazione >>. [pag.19]

 

 

Il nuovo che viene dall’Oriente

 

Nel 36 a.C., Antonio mosse a sua volta contro i Parti e, in una ritirata disastrosa, perdette venticinquemila uomini. Si ridestavano nel deserto siriano i fantasmi dei caduti di Crasso: << l’Oriente tornerà a dominare >> dice l’oracolo di Istapse << e l’Occidente servirà. Il potere mondiale sarà trasferito all’Asia. Sarà cancellato il nome di Roma >>. […] Mitridate si presentava come il vero antagonista dell’impero romano: << noi >> gli fa dire Sallustio << siamo i rivali di Roma. Saremo immancabilmente i vendicatori >> […] Tale posizione gli derivava dallo stato di inferiorità sociale e di sfruttamento economico nel quale erano tenute le province: << l’Asia ci attende >> prosegue il re di Ponto << e ci invoca: a tal punto hanno saputo farsi odiare i romani con l’avidità dei proconsoli, le estorsioni dei gabellieri, le ingiustizie dei magistrati…>>.

Lo scontento dei provinciali, ammesso da altri autori, riproduce su scala più vasta, l’odio di classe che divampa all’interno; Sallustio, come faranno poi Lucano, Giovenale e Tacito, si associa a quelle proteste: << da giusto e ottimo che era, il governo di Roma è diventato crudele e intollerabile >> […] Non sono le parole di un rinunciatario astensionista, né si tratta di solidarietà umana verso gli oppressi: è apprensione presaga che un giorno quelle genti si uniranno e prenderanno il sopravvento: << ai nemici di Roma >> fa dire al console Filippo << non manca che un capo >>. [pp. 24-25]

 

 

Le maschere e i giochi del potere

 

Catilina avanza sulla scena con la maschera del sanguinario; ma, più che a persuaderci sulla verosimiglianza del suo carattere, Sallustio mira a descrivere in lui l’esempio umano espresso da una società negatrice dei valori morali, il risultato d’una dittatura cruenta. E’ divorato da un’ambizione smisurata, in uno stato nel quale i deboli non sono ascoltai; le cricche nobiliari per quattro volte l’hanno escluso dal consolato: forse, se fosse riuscito, avrebbe proposto e attuato in sede legale rivendicazioni giuste in sé, ma esasperate dalla frustrazione. E’ dominato dall’assillo del denaro, in una società che ha fatto della ricchezza il metro dei valori; un perverso, ma forse reso tale dalle ingiustizie viste e subite. […] La visuale di Sallustio è più vasta, meno legata a voci allarmistiche, a fattori contingenti; il suo assillo profondo è il decline and fall; anche a lui la congiura appare, momentaneamente, un piano criminoso, una minaccia per gli abbienti, e ci tiene a dissociare se stesso e Cesare da quelle rivendicazioni estreme; ma pone l’accento sulla singolarità dell’impresa, che rivela l’inasprimento della lotta politica: per la prima volta un audace, forse più esasperato che scellerato, attentava allo sicurezza dello stato. Sallustio vede in lui il prototipo di tutti gli avventurieri rapaci che pensano di poter osare perché altri aspirano al potere totalitario: dietro di lui, tramano in ombra Pompeo, Cesare, Crasso, uomini senza scrupoli, che si sganciano in tempo e si tengono pronti per il momento propizio. [pp. 29-33]

 

AVEVA RAGIONE MARX?, di Teodoro Klitsche de la Grange

AVEVA RAGIONE MARX?

Capita di leggere che, a seguito del crollo del comunismo e del crescere del turbo-capitalismo trionfante, il divario tra ricchi e poveri, in particolare nelle democrazie “occidentali”, è aumentato: a meno ricchissimi corrispondono molti più poveri. Ciò sembra una conferma tardiva della “legge” dell’immiserimento crescente, connaturale al modo di produzione capitalistico, che Marx formula nel Capitale[1].

Come è noto tale tesi era successivamente contestata da Eduard Bernstein, il quale fece notare che le predizioni di Marx (e ancora più, dei marxisti) sull’imminente e inevitabile crollo del capitalismo non solo non si erano realizzate, ma vi erano prove evidenti che negli ultimi decenni le condizioni della classe operaia erano notevolmente migliorate sul piano (politico ed) economico.

Al contrario dell’immiserimento di masse sempre più numerose il capitalismo aveva arricchito un numero sempre maggiore di individui. Da qui la necessità non di abbattere, ma di riformare il sistema. Le tesi di Bernstein, come noto, influenzarono e furono seguite dalla prassi della maggior parte dei partiti della Seconda Internazionale.

Il teorico socialista basava le proprie tesi sull’evoluzione del capitalismo ottocentesco: la concentrazione delle aziende non aveva provocato una analoga concentrazione del capitale, ma anzi aumentava il numero dei capitalisti, cioè degli azionisti dell’impresa, dato che queste erano gestite – almeno le più grandi – quasi tutte da società per azioni, così sempre più diffondendo il capitale. L’accrescimento della ricchezza aveva, contrariamente alla tesi di Marx, non diminuito il numero dei magnati, ma aumentato quello dei capitalisti[2].

La correlativa, annunciata, scomparsa dei ceti medi non si era realizzata. A fronte di un incremento della popolazione di un terzo – nei paesi industrialmente più avanzati all’epoca – i ceti medi erano cresciuti di circa tre volte[3]. Le stesse imprese, peraltro  non erano spesso facilmente concentrabili per cui quelle di piccola o media dimensione aumentavano a dispetto delle previsioni del filosofo di Treviri.

Per cui Bernstein ne concludeva che lungi dal provocare la polarizzazione della società in due campi: capitalisti – pochissimi – e proletari – quasi tutti – destinati alla lotta (di classe e politica), la situazione reale che si configurava non era riconducibile ad uno scenario pre-rivoluzionario. Né era possibile prevedere il crollo del sistema capitalistico[4]

Col XX secolo, almeno fino al collasso del comunismo, la tesi di Bernstein, anche grazie all’influenza del movimento socialista, al “compromesso fordista”, allo Stato sociale, era confortata. Invece dell’incremento dei sempre più poveri e della riduzione degli straricchi, a crescere erano le posizioni sociali intermedie.

Col turbo-capitalismo o, come molti preferiscono chiamarlo, col neo-liberismo globalizzatore, pare sia cambiato tutto. La profezia di Marx riprende vigore e Bernstein va in soffitta. È il caso di rifletterci un po’.

  1. Prima di Marx, un acuto pensatore come de Bonald aveva intuito quanto poteva succedere. Scriveva, infatti, a proposito della funzione della nobiltà e della borghesia “È una contraddizione di cui è toccato a noi dare l’esempio, veder gli stessi uomini che chiedono a gran voce lo spezzettamento illimitato della proprietà immobiliare, favorire con tutti i mezzi la concentrazione senza freni della proprietà mobiliare o dei capitali. L’appropriazione di terre ha per forza termine. Quella del capitale mobiliare non ce l’ha, e lo stesso affarista può far commercio di tutto il mondo” (il corsivo è mio)[5].

Quindi l’alternativa che poneva il pensatore francese è netta: il proprietario di beni immobiliari trova nella natura delle cose stesse e nelle condizioni (culturali e) sociali dei limiti; quello di beni mobili, no. Sul piano semantico se ci sono limiti (per natura o per volontà) l’accrescimento non può essere, ovviamente, illimitato. La possibilità di appropriazione quindi del secondo è enormemente superiore a quella del primo. E così il potere che ne consegue. Aggiungeva de Bonald di non voler valutare il patriziato auspicato dalla de Staël “come istituzione politica, in relazione cioè alla forza e alla stabilità dello Stato; ma sotto il profilo della libertà e dell’eguaglianza, che è quello che la signora de Staël considera, e per cui la preferisce alle antiche istituzioni della monarchia francese”[6].

Anche Fichte notava che, ordinariamente, sono le costituzioni politiche a separare gli uomini [7] e che gli Stati moderni sono le “parti staccate di un tutto anteriore” (le società feudale)[8]. “L’Europa cristiana era come un tutto unico, doveva perciò il commercio degli Europei tra loro esser libero. L’applicazione allo stato presente delle cose è facile a farsi. Se tutta l’Europa cristiana con tutte le colonie aggiunte e le piazze commerciali in altre parti del mondo, è ancora un tutto unico, il commercio tra le varie parti deve restar libero come era una volta. Ma se, al contrario, essa è divisa in stati soggetti a governi diversi, essa deve parimenti esser divisa in più stati commerciali rispettivamente chiusi”. E ne concludeva “Tutti gli ordinamenti che permettono o suppongono il commercio immediato di un cittadino con quello di altro stato … sono avanzi e risultati di una costituzione da lungo tempo distrutta, elementi di un mondo passato, che più non convengono al mondo nostro”[9].

Con questo il filosofo constatava un fatto (la divisione in più Stati) e una necessità (ed auspicio): che la politica dovesse prevalere sull’economia. Ed è questa la sostanza della concezione di Fichte[10].

Come scrive Fusaro la concettualizzazione dello Stato commerciale chiuso di Fichte è “coerente reazione all’egemonia dell’utile (economico) e alla correlata soppressione dello spazio veritativo della filosofia…. Per Fichte, fedele ai principi della Rivoluzione e, ipso facto, nemico del mondo che ne è scaturito, si tratta di contrastare l’egemonia dell’utile e dell’egoismo sfrenato che ad esso si accompagna”[11].

È inutile ricordare che tra i più accaniti sostenitori della distinzione tra economia cosmopolitica (attribuita a A. Smith, J. B. Say) e economia politica (o nazionale) si trova Friedrich List[12].

La concezione del quale è ispirata alla prevalenza del bene comune delle comunità politiche su quello dell’economia globale nel suo complesso.

  1. Se è vero che le economie delle società più sviluppate hanno sofferto della globalizzazione, già prima della crisi, è anche vero che, di converso, quelle dei paesi emergenti ne hanno beneficiato.

Da una statistica – graduatoria degli Stati in base dell’incremento del PIL nel 2017 tra i primi venti (per percentuale d’incremento nell’anno) non c’è un solo paese “sviluppato”, ma ovviamente ci sono India e Cina. A parte l’Islanda e la Romania (comunque al 25° e 26° posto), i primi paesi “sviluppati” li si trova dopo il 55° posto in classifica. Tutti i primi 50, tranne Islanda e Romania, sono “paesi in via di sviluppo”. E se si va a vedere le altre annate, a partire dal crollo del comunismo, la tendenza è quella.

La conclusione è che, se all’economia globale la globalizzazione ha fatto bene, alle economie nazionali talvolta ha arrecato modesti vantaggi, talaltra no. Onde a ragionare secondo il criterio di List (e non solo), occorre conformare la politica economica all’esigenza del benessere (e alla potenza) della comunità nazionale; “mercati”, intesi nel senso corrente, non sono sempre sinonimo di ricchezza crescente. Scriveva List che l’economia cosmopolitica (quella di Smith) “guardando all’umanità e all’individuo, aveva dimenticato la nazione. Mi convinsi di due cose: la prima che era per due nazioni, entrambe sviluppate culturalmente, la libera concorrenza poteva essere benefica soltanto se ambedue si fossero trovate allo stesso grado di sviluppo industriale; la seconda che una nazione, arretrata nel campo industriale,  commerciale e della navigazione, ammesso che avesse i mezzi intellettuali e naturali per sviluppare questi rami, dovrebbe cercare da sola di mettersi in grado di sostenere la libera concorrenza con le altre più progredite. In breve: trovai la differenza tra l’economia cosmopolitica e l’economia politica”[13].

Ovviamente i tempi sono mutati dall’epoca di List, Bonald e Fichte, ma le esigenze alla base dalle concezioni dei tre – pur nelle differenze determinate dai diversi “campi” da questi esplorati  – sono uguali: e che la politica e il bene comune della comunità che questa deve perseguire – deve prevalere sul bene “globale”; e che sia funzione del potere politico quanto meno, introdurre dei correttivi – dei  temperamenti – che concilino gli interessi nazionali con quelli internazionali: le nazioni con l’umanità. La nazione non è l’umanità; i diritti dell’uomo non sono quelli del cittadino; il modo d’esistenza delle comunità è il proprium di ciascuna con i valori cui si ispira (e non è, in larga parte, misurabile).

  1. Tornando alla profezia di Marx, questa è stata falsificata perché comunque l’immiserimento crescente non si è verificato. Tuttavia a ridimensionarla, non è totalmente errata. Ciò per due ragioni: la prima perché contribuisce a una valutazione (realistica); non è detto che ad un’economia (senza limiti e) globalizzata corrisponda una ricchezza crescente per tutti (o quasi tutti). Come in altri tempi la prosperità della Gran Bretagna era (anche) l’altra faccia della miseria dei coolies indiani e cinesi, così oggigiorno al crescente benessere di certi popoli corrisponde un diminuito (o stagnante) benessere di altri. La seconda è che la politica ha corretto l’economia, frenandone (spesso ma non sempre) le conseguenze meno desiderabili. In fondo allo straordinario sviluppo economico del XX secolo ha contribuito in modo determinante il compromesso fordista e le (varie) “terze vie” con le quali si è cercato – riuscendoci – non solo di relativizzare e neutralizzare politicamente il conflitto borghesia/proletariato ma anche di aumentare il benessere e diffonderlo tra masse sempre più numerose. Così integrandole nello “stato sociale”, ovvero nel “secondo tempo” delle democrazie liberali.

Infine appare teoricamente – e praticamente, almeno in parte, realizzato – che la ricchezza mobiliare, in particolare quella (dell’intermediazione) finanziaria e commerciale può crescere in misura enormemente superiore sia a quella del settore primario che, ancorché meno intensamente, anche a quella dell’imprenditoria industriale. E le ragioni per limitare l’accrescimento di potere – e anche la diminuzione di libertà – di quella e i pericoli che comporta per lo Stato borghese – e per i principi di libertà ed uguaglianza, sono evidenti.

Teodoro Klitsche de la Grange

[1] “Con la diminuzione costante del numero dei magnati del capitale che usurpano e monopolizzano tutti i vantaggi di questo processo di trasformazione, cresce la massa della miseria, dell’asservimento, della degenerazione, dello sfruttamento, ma cresce anche la ribellione della classe operaia che sempre più s’ingrossa ed è disciplinata, unita e organizzata dallo stesso meccanismo del processo di produzione capitalistico” Marx, il capitale, Libro I, “Tendenza storica dell’accumulazione capitalistica”

 

[2] v. “La forma della società per azioni agisce, in larga misura, in senso contrario alla tendenza alla centralizzazione dei capitali attraverso la centralizzazione delle aziende. Essa permette un vasto frazionamento di capitali già concentrati, e rende superflua l’appropriazione di capitali da parte di singoli magnati allo scopo di concentrare le imprese industriali”. I presupposti del socialismo e i compiti della socialdemocrazia, (trad. it. Bari 1974 p. 87.

[3] V. per i dati precisi Bernstein op. cit. p. 89; per cui concludeva “È dunque assolutamente falso ritenere che l’attuale sviluppo indichi una relativa o addirittura assoluta diminuzione  del numero dei possidenti. Il numero dei possidenti aumenta non «più o meno», ma semplicemente più, ossia in senso assoluto e in senso relativo” (il corsivo è mio).

[4] V. “Se la società fosse costituita o si fosse sviluppata secondo le ipotesi tradizionali della dottrina socialista, il crollo economico sarebbe soltanto una questione di breve periodo. Ma come vediamo non è così. Ben lungi dall’essersi semplificata rispetto a quella precdente, la struttura della società si è in larga misura graduata e differenziata, sia per quanto concerne il livello dei redditi sia per quanto concerne le attività professionali” (op. cit. p. 91.

[5] E proseguiva “Ma il lusso segue dappresso la ricchezza, il mercante arricchito poco pressato a vendere, alza il prezzo della propria merce, e costringe così il consumatore a pagare i lussi della Signora e del Signore. Questa è una delle ragioni del rialzo dei prezzi delle derrate in Inghilterra, nei Paesi Bassi e anche in Francia, e dovunque il commercio non ha altro fine che il commercio e dove i milioni chiamano e producono altri milioni.

I grandi patrimoni immobiliari fanno inclinare lo Stato verso l’aristocrazia, ma le grandi ricchezze mobiliari lo portano alla democrazia; e gli arricchiti, divenuti padroni dello stato, comprano il potere a buon mercato da coloro cui vendono assai cari zucchero e caffè” V. Observations sur l’ouvrage de M.me la Barone de Staël …” trad. it. La Costituzione come esistenza, Roma 1985, pp. 43 – 44.

[6] V. op. loc. cit. p. 45.

[7] v. Lo Stato secondo ragione, trad. it. Milano 1909 p. 68.

[8] e prosegue “Durante l’unità dell’Europa cristiana si è formato, tra le altre cose, anche il sistema commerciale, che dura, almeno ne’ suoi tratti fondamentali, fino ad oggi” op. cit., p. 69.

[9] Op. cit. p.71

[10] “… è in questo: che lo stato si chiuda completamente ad ogni commercio coll’estero, e formi d’ora in poi un corpo commerciale così separato, come finora ha formato un separato corpo giuridico e politico”, op. cit. p. 98.

[11] e, poco dopo, afferma “in un’epoca di “compiuta peccaminosità” e di egoismo universale, diventa necessario l’intervento massiccio di uno Stato “commerciale chiuso” che sappia opporsi al cosmopolitismo utilitaristico del mercato e al codice individualistico su cui esso si regge, per far valere l’istanza morale di un comunitarismo solidale nell’epoca della “compiuta peccaminosità” v. L’aporia dello Stato in Fichte, GCSI – Anno 3, numero 5, pp. 122-123.

[12] Il quale, tra l’altro, riteneva che “Tutti gli esempi che la storia ci può presentare dimostrano che l’unione politica ha preceduto l’unione commerciale. Non si conosce nessun esempio dove sia avvenuto il contrario. Ci sono però dei motivi molto forti, e secondo la nostra opinione incontestabili, per far presumere che, nelle attuali condizioni mondiali, la libertà commerciale universale non porterebbe ad una repubblica universale, ma alla universale soggezione delle nazioni meno progredite alla supremazia della potenza preponderante nell’industria, nel commercio e nella navigazione…  l’economia nazionale si presenta come quella scienza che, tenendo conto degli interessi esistenti e delle condizioni particolari delle nazioni, insegna in che modo ogni singola nazione possa essere elevata a quel grado di sviluppo economico giunta al quale l’unione con le altre nazioni ugualmente progredite, – e quindi la libertà di commercio – le risulterà possibile e vantaggiosa. La scuola, però, ha confuso fra di loro le due idee; ha commesso il grave errore di giudicare le condizioni delle nazioni secondo i principi cosmopolitici e di disconoscere, per ragioni politiche, la tendenza cosmopolitica delle forze produttive”, v. F. List Il sistema nazionale di economia politica 8° cura di G. Mori) trad. it. Milano 1972

[13] Op. cit., Prefazione, p. 4.

nuovi paradigmi della sinistra del socialismo, con Andrea Zhok

Italia e il mondo continua ad offrire il proprio spazio a quelle forze e personalità che puntano a superare l’impostazione economicistica dell’azione politica; che cercano quindi di valorizzare la funzione della cooperazione, confronto e del conflitto tra centri politici nei vari ambiti della società. Attraverso questo percorso diventa essenziale la ricollocazione nella società e nell’agone politico del ruolo dello stato , l’analisi delle sue dinamiche interne e la funzione che svolgono i processi identitari  nelle forme particolari di coesione delle formazioni sociali. Con questa intervista Andrea Zhok ci offre il suo punto di vista partendo da un’area politica che sino a non molto tempo fa sembrava avulsa da questi contenuti. Buon ascolto_Giuseppe Germinario

Lo spionaggio economico: un’antica arte nata in Italia, di Giuseppe Gagliano

https://www.ilprimatonazionale.it/cultura/spionaggio-economico-antica-arte-nata-in-italia-100119/

Roma, 6 gen – Dal punto di vista storico nel corso del medioevo spetta certamente ai paesi mediterranei, ed in particolare all’Italia, il merito di avere travalicato gli avamposti asiatici sulle sponde del Mar Nero, in Siria e in Terrasanta. L’opera di predicazione dei mis.sionari non impedì loro di osservare e di svolgere una collaterale azione diplomatica e di spionaggio economico ragguagliando i propri committenti – ora papi ora sovrani – sulla presenza di determinati prodotti nelle piazze mercantili, sulle condizioni delle strade e sulle città lungo le piste carovaniere. Alle spalle dei più avventurosi viaggi di mercatura durante il medioevo ci furono spesso importanti compagnie commerciali e talora cancellerie degli Stati che avevano bisogno di informazioni strategiche sia in ambito strettamente economico che in ambito militare.

A questo proposito pensiamo al viaggio commissionato da Papa Innocenzo IV nel 1245 al francescano Giovanni del Carpine allo scopo di studiare – fra l’ altro – la strategia e la tattica militare dei mongoli (viaggio che si concretizzerà in un’opera composta nel 1247 dal titolo Storia dei mongoli). Oppure pensiamo al viaggio fatto dal francescano Odorico da Pordenone, attorno al 1318, in direzione di Costantinopoli – partendo da Venezia – grazie al quale sarà in grado di fornire un prezioso quanto preciso elenco di merci, di prodotti esotici e di spezie che troverà nei paesi orientali (dalla manna della Caldea al pepe di Malabar, dallo zenzero di Ceylon alla canfora e alla noce moscata dell’isola di Giava). Un’altra fonte preziosa di informazioni sia economiche che di natura politica furono quelle date dal mercante Nicolò de’ Conti a Papa Eugenio IV nel 1400 relative ai suoi 25 anni di viaggio tra Damasco, India e Sumatra.

Un altro illuminante esempio di “spionaggio medievale” ci viene offerto dal mercante di pietre preziose veneziano Cesare Federici che, intorno alla seconda metà del 1500, avrà modo di viaggiare a Baghdad e in India. In particolar modo descriverà, con estrema accuratezza, i movimenti commerciali dei porti indiani e degli empori sia di Ceylon che dell’arcipelago malese. Inoltre, dato l’interesse specifico per le pietre preziose, sarà in grado di redigere un vera e propria carta geografica delle pietre presenti sia a Delhi sia a Giava.

Tuttavia, a partire dal 1500, la presenza italiana ed in particolare quella veneziana, genovese e fiorentina, verrà profondamente ridimensionata a causa del dominio delle grandi potenze nazionali come la Spagna e il Portogallo in un primo momento e in un secondo momento a causa della spietata guerra economica tra le compagnie olandesi ed inglesi come d’altronde avranno modo di testimoniare sia il mercante Filippo Sassetti verso il 1578 che il mercante fiorentino Francesco Carletti nel 1602.

Ieri – come oggi – cercando di semplificare l’assenza di una politica statale di lungo respiro (quando non addirittura l’assenza dello stato in quanto tale), di una politica di potenza e l’assenza di una sinergia (certo contraddittoria e complessa) tra soggetti statali e attori economici privati saranno alcune delle cause che determineranno il tramonto delle potenze marinare italiane più propense a farsi guerra tra di loro che ad avere una politica comune come accade oggi nel contesto europeo.

Giuseppe Gagliano

INTERVISTA A MACHIAVELLI SUL POPULISMO, di Teodoro Klitsche de la Grange

INTERVISTA A MACHIAVELLI SUL POPULISMO

pubblicato anche su http://carlogambesciametapolitics2puntozero.blogspot.com/search?q=Teodoro+Klitsche+de+la+Grange&max-results=20&by-date=true

L’Italia è tornata ad essere laboratorio politico. Media, giornalisti, insegnanti d’università e di liceo, blogger, filosofi, banchieri, scienziati ed altri s’interrogano sul populismo e sul perché il nostro sia il primo paese europeo occidentale ad essere governato da un bicolore popul-sovran-identitario. Certezze scosse e novità impreviste rendono inutili strumenti (ed autori) usuali fino a pochi anni fa. Dato il carattere di svolta e novità epocale, abbiamo provato a chiedere lumi a Niccolò Machiavelli. Il quale ci ha gentilmente concesso questo colloquio.

Qual è la principale causa del successo populista?

Gli è che tutti i reggimenti politici sono come gli uomini: nascono, crescono, decadono e muoiono.

Il vostro reggimento, nato da una sconfitta militare, e con una classe divenuta dirigente “per grazia di chi lo concede” (il potere) è durato tanto: segno che quei governanti, divenuti tali per fortuna, non erano scarsi d’ “ingegno e virtù”. Ma col passare dei decenni l’uno e l’altro si sono consunti. I nipoti di quei vecchi, ossia i governanti di quella che chiamate la seconda repubblica, non potevano ereditare “ingegno e virtù” né comprarli al mercato.

Quindi i populisti vincono per demerito degli altri?

Non so se quanto per demerito o per il decorso del ciclo politico (nascita, crescita, decadenza, fine). Sicuramente un po’ per assenza di ingegno e virtù, un po’ per tale “regolarità” politica.

E perché nessuno ne parla?

Non sia ingenuo. Parlare della propria assenza di virtù è come ammettere di essere inadatto a governare da una parte; dall’altra sminuire i propri meriti di vincitori. Quanto al ciclo politico, tale idea è contraria a quella di progresso sulla quale le vecchie elite avevano costruito la propria fortuna. Ammettere che non avevano la ricetta per realizzarle le “magnifiche sorti e progressive”, è confessarsi dei Dulcamara, ricchi di parole e poveri d’ingegno. Per gli altri vale sempre il discorso sui loro meriti; che non sono gli stessi se dipendono da quella regolarità. Seneca scriveva volentem ducunt fata, nolentem trahunt: ma se è il fato a decidere, loro di che possono vantarsi?

Gli sfrattati dal governo dicono che quello populista durerà poco. Che ci può dire?

Che questi ragazzi (Salvini, Di Maio) non sono grulli! Forse non mi hanno letto ma hanno capito. Come ho scritto, quando qualcuno conquista il potere “con il favore degli altri suoi cittadini” e questi quel favore ce l’hanno perché hanno vinto le elezioni, l’essenziale è non inimicarsi il popolo: non hanno ottenuto il potere col “favore dei grandi” ma con quello del popolo e “debbe pertanto uno che diventi principe”, “mantenerselo amico”.

Ciò è facile, perché gli basta non opprimerlo. E così sarà sostenuto dal popolo anche nelle avversità, come quelle in cui vi trovate. Avendolo i loro predecessori oppresso, caricato di tasse e privato di risorse, non gli è difficile, con poco, far capire che la musica è cambiata.

Che ne pensa a proposito delle tasse degli italiani?

I predecessori non avevano capito che i cittadini possono perdonare o meglio sopportare governanti che gli hanno ammazzato il padre o il fratello, ma non perdonano né dimenticano chi gli ha tolto la roba. Quelli credevano di imbrogliarli con discorsi commoventi, ma alla lunga non hanno retto.

Ma i vecchi governanti distribuivano quanto prelevato. Non è così?

Se anche lo fosse – e non lo è o non lo è del tutto – hanno trascurato che un principe può essere liberale quando spende denaro d’altri, ma non quando distribuisce quello proprio o dei propri sudditi. Chi lo vota non lo dimentica. E c’è altro.

Che cosa?

I vecchi governanti contavano troppo di tenersi su col favore dei grandi più che del popolo. Grandi che sono alemani, francesi ed altro. Hanno persino dato la fiducia – loro eletti dal popolo – ad un governo di persone mai elette neanche in un condominio, ma graditi ai grandi. I quali hanno governato di guisa da non scontentare quelli (dal cui favore dipendevano), ma dispiacendo il popolo. Hanno dimenticato che quando si governa con i grandi, che sono – almeno – pari a loro, questi non si possono “comandare né maneggiare a suo modo”. E infatti, i grandi li hanno aiutati poco o punto, quando ne avevano necessità.

Non è che i vecchi pensavano di poter persuadere il popolo della bontà della loro politica?

Si può governare con due mezzi: la forza del leone o l’astuzia della volpe. Ma non si può credere che, ripetendo le stesse cose per anni, e con risultati coì modesti tutti potessero essere abbindolati per sempre credendo a quei ritornelli. A volte capita, come a Messer Nicia “Quanto felice sia ciascun sel vede/chi nasce sciocco ed ogni cosa crede”. Ma si trattava di uno e non di tutti. E lo stesso Messer Nicia era vittima dei raggiri di Ligurio in quell’occasione specifica. Questi pretendevano di andare avanti per sempre e con tutti, con le loro azioni buoniste.

E se le cose fossero andate bene, forse queste astuzie sarebbero state utili. Orazioni e cerimonie lo sono, quando c’è tempo buono “ma non sia alcun dì sì poco cervello/ che creda, se la cosa sua ruina che Dio lo salvi senz’altro puntello/ perché morrà sotto quella ruina”. Cosa, per l’appunto, loro capitato con la crisi.

In definitiva cosa consiglia ai nuovi governanti?

Di tenersi stretto il popolo, perché non possono contare – o possono poco – sul favore dei grandi.

Non pensa che alemani ed altri possono profittare della divisione degli italiani? E far cadere il governo?

Di sicuro: e dividere i nemici è la prima regola per il successo della lotta. Ma attenzione: “la cagione della disunione delle repubbliche … è l’ozio o la pace, la cagione della unione è la paura e la guerra”. A minacciare sempre spread, sanzioni ed altro, il consenso del popolo al governo viene ad essere rafforzato. Come capitato nella guerra tra Roma e Veio.

La ringrazio. Mi concederà un’altra intervista?

Certo. Sa qui sto bene come a S. Casciano tra una briscola e una scopetta con i beati. Ma son tutti così buoni! E io mi annoio un po’. Meglio così tornare di quando in quando con i viventi, tutti intenti a sporcarsi le mani con la politica.

Teodoro Klitsche de la Grange

Elogio dello Stato nazione, di Andrea Zhok

Elogio dello Stato nazione

Ogni tanto, più frequentemente di quanto si creda, si incontrano persone convinte in buona fede che gli Stati nazione siano un reperto archeologico, un vecchiume prossimo a finire nella famosa pattumiera della storia. Esse vagheggiano un mondo senza confini, magari governato in modo discreto e non intrusivo da un remoto ente amministrativo neutrale, premurosamente sollecito a garantire i diritti di ciascuno. In questo mondo da spot della Coca-Cola, tra un coro alla luce degli accendini ed eccitanti viaggi in luoghi esotici, essi sognano una serena grande famiglia umana, pacificata e cosmopolita…

Ed è a quel punto che suona la sveglia, fuori diluvia, e ti sta piovendo in casa.

Purtroppo i vagheggiamenti di questi garbati sognatori non sono mere fantasie ludiche, ma opinioni politiche che vanno a detrimento dell’unica cosa che li separa da qualcosa che è l’esatto opposto dei loro auspici.

  • Sull’origine degli Stati.

A partire dall’età del Bronzo, organizzazioni statali hanno cominciato a subentrare a quelle tribali come forma di governo secondo legge. Ogni comunità umana, anche la più primitiva ed esigua, ha sempre sentito il bisogno di munirsi di leggi, orali o scritte, per gestire i rapporti tra i membri della comunità al di là della ‘legge del più forte’ (che equivale all’assenza di legge). Le più diffuse e tradizionali forme di ordinamento politico ricalcavano le forme di autorità proprie dei nuclei famigliari, con un centro di comando inteso come ‘padre’ della comunità, cui ci si rivolge per ottenere giustizia. Questo modello, familistico e poi tribale si amplia ed estende enormemente nelle successive forme statali: regni o imperi. Continua qui a vigere un ordinamento autoritario e paternalistico in cui gli inferiori sono vincolati al potere del sovrano in quanto quest’ultimo è legittimo; al tempo stesso vige una ‘reciprocità asimmetrica’, tale per cui il superiore deve ‘prendersi cura dell’inferiore’ (difesa, sostentamento emergenziale).

La legittimità del sovrano premoderno è conferita dalla discendenza corretta (sangue reale) o dalla nomina secondo forme tradizionalmente legittimate (es.: l’adozione degli imperatori romani). In ogni caso al sovrano si deve assoluta lealtà in quanto è il garante di ogni ordine e in ultima istanza della stessa vita civile. (Il regicidio condivide con il parricidio/matricidio lo stigma di peggiore dei reati concepibili.) Dal vertice di comando discende poi una piramide di parziali, e revocabili, deleghe di potere ad altri soggetti, che emulano il ruolo del sovrano con funzioni e territori più circoscritti (ciò è evidente nel feudalesimo, ma onnipresente).

  • Le radici delle democrazie negli Stati nazione

Fino a tempi recenti gli ordinamenti statali democratici sono stati un’assoluta rarità, di cui trovavamo traccia episodica nel mondo antico. La precondizione per tentativi di governo su basi egualitarie era una forte unità popolare, culturalmente consapevole di sé, operante nei limiti circoscritti di una città-stato. Tutti i pochi casi registrati prima del mondo moderno hanno queste caratteristiche di località e omogeneità culturale, dalle città greche (Megara, Argo, Chio, e paradigmaticamente Atene) agli isolati esperimenti medievali in Svizzera e Islanda.

Per vedere la nascita di Stati democratici di estensione superiore a quella di una città dobbiamo prima vedere la nascita degli Stati nazione, che cominciano a germogliare dopo la Rivoluzione Francese. La Rivoluzione del 1789 fa venir meno le forme di legittimazione attribuite alle dinastie tradizionali (a partire dall’ereditarietà) e con ciò la capacità del sovrano di esigere lealtà e di esercitare la propria sovranità.

Con il venir meno del collante rappresentato dalla lealtà al sovrano gli Stati esistenti avevano bisogno di trovare un collante sociale alternativo. Tale collante non poteva essere semplicemente inventato dal nulla, pena l’inefficacia, e tuttavia esso non era già disponibile in forma compiuta: questo è il ruolo che è stato assegnato appunto all’idea di nazione come comunità naturale/culturale. Come ricorda Federico Chabod nella sua celebre analisi dell’Idea di Nazione (1961) il modello su cui si è costruita tale idea era tributario di due componenti, una di ordine naturalistico, legata all’identità territoriale ed etnica, ed una di ordine culturalistico, legata all’identità culturale e linguistica. Come ricorda Chabod, tra le nazioni che presero forma nel corso dell’800 la Germania presentava una preponderanza di tratti naturalistici e l’Italia una preponderanza di tratti culturalistici.

  • La nazione tra tradizione e volontarismo

La nazione è il popolo ‘accomunato da una medesima nascita’, dove tale comunanza di nascita può essere definita con riferimento a una pluralità di aspetti: territoriali, linguistici, religiosi, di costume, etnici, ecc. In questo senso la nazione non è mai bell’e pronta, pur non essendo mai una creazione fantastica: essa è, dall’inizio, in parte un fattore realmente dato in una tradizione storica, ed in parte un fattore che si cerca volontaristicamente di portare alla luce, e talora di inventare (si pensi all’omogeneizzazione di una lingua standardizzata in comune). L’operazione che porta alla luce le moderne nazioni è un’operazione politica straordinaria, la cui novità e potenza è spesso molto poco apprezzata.

Lo Stato nazione non è mai stato un mero fatto di cui prendere nota. La moderna mentalità politica, maturata ai banchi del supermercato, con l’idea che o qualcosa è pronto o ti rivolgi a un altro fornitore, tende a considerare lo Stato nazione come un artificio, perché non lo si trova mai pronto sul bancone della storia. Ma senza una componente volontaristica nessun consorzio umano, famiglie di sangue incluse, può esistere. Soltanto un’umanità enervata, che prende la dimensione della vita sociale come un ‘prodotto’ tra gli altri, può azzardare una tale assurdità. Nessuna famiglia, nessuna città, nessuno Stato possono funzionare senza che vi sia anche una componente volontaristica nel voler costruire qualcosa insieme.

Gli Stati nazione sono perciò nati da una base reale, ma ovviamente imperfetta, che ha richiesto uno sforzo storico costato fatica, lacrime e sangue. L’idea fondativa dello Stato nazione era quello di portare una struttura istituzionale e operativa all’altezza di un popolo in embrione, che aveva bisogno per esprimersi di disporre di un’organizzazione demografica e territoriale abbastanza ampia per potersi difendersi economicamente e militarmente. Lo Stato nazione era un’entità intermedia tra la dimensione politica della comunità locale (come la città stato) e quella anonima degli imperi, tenuti insieme dalla fedeltà ad una linea dinastica (l’ultimo di questi imperi sovranazionali fu quello austroungarico, il cui collante fino alla fine fu la fedeltà agli Asburgo). Lo Stato nazione moderno si presenta perciò come una sintesi tra l’esigenza di comunanza e affinità sufficiente a creare un corpo politico, e l’esigenza di forza e autonomia sufficiente a difendersi. In generale, omogenità culturale e limitatezza territoriale conferiscono forza come compattezza, mentre l’estensione demografica e territoriale conferiscono forza come potenza economico-militare; le due tendenze operano in senso inverso. Possono essere Stati nazione efficienti sia Stati relativamente piccoli, ma omogenei e compatti, sia Stati più vasti, ma meno omogenei: storie diverse in luoghi diversi hanno trovato compromessi diversi.

  • Il nesso interno tra nazione e democrazia

Come detto, è nel contesto dei moderni Stati nazione e solo qui che trovano spazio le istanze delle moderne democrazie. Le pretese democratiche degli stati moderni si fondano sullo spostamento del soggetto della sovranità dal monarca al popolo nazionale. Il processo di democratizzazione notoriamente non è stato immediato, tuttavia nel momento stesso in cui la sovranità dello Stato è stata attribuita alla nazione, cioè al ‘popolo accomunato da una medesima nascita’, il percorso verso l’estensione del suffragio e le istituzioni democratiche era aperto.

Il nesso tra democrazia e idea di nazione è profondo e non accidentale. Il primo presupposto della democrazia, infatti, è l’assunto per cui ciascun cittadino si affida al giudizio di tutti gli altri, accettando l’esito della volontà maggioritaria, anche quando avversa. In questo comportamento non c’è niente di scontato. La storia mostra come, chi sia convinto che una ‘maggioranza’ vuole distruggere la propria forma di vita, o la propria comunità, opponga ogni tipo di resistenza, legale o illegale, anche al prezzo eventualmente di soccombere a quella maggioranza. La maggioranza non conferisce automaticamente legittimità. Sul piano individuale, se un elettore dichiarasse di votare per massimizzare il danno verso il paese in cui vota difficilmente questa si presenterebbe come un’opzione di voto legittima: potrebbe essere tollerata, ritenendola ininfluente, ma essa resterebbe di principio inaccettabile.

L’accettazione degli esiti di un voto in una democrazia presuppone l’assunto che tutti i votanti siano idealmente accomunati dall’interesse per il proprio paese e dalla prosperità del suo popolo. Solo sotto questo assunto tacito si può accettare la sconfitta democratica come una sconfitta relativa e non come la resa ad un nemico. Il votante in una democrazia accetta che il proprio voto valga di diritto quanto quello di chiunque altro in quanto esiste un punto di vista accomunante da cui, nonostante tutte le differenze individuali, l’altro cittadino è un alter ego, un ‘altro-come-me’. E tale punto di vista è fornito dall’idea di un interesse comune per il bene del paese. Il diritto di voto, e in generale i diritti politici, sono idealmente definiti da un presupposto valoriale, ovvero dal comune ‘amore per il paese’.

Una democrazia non è un astratto esercizio istituzionale, ma un costrutto che ha come presupposto etico e pratico l’esistenza di uno Stato nazione. Se, o nella misura in cui, questo fattore accomunante viene meno, la democrazia perde di tenuta e legittimazione, fino all’ineffettualità o alla scomparsa.

La sovranità democratica esige un ampio spazio di condivisione di interessi e valori, per lo più taciti, in quanto è solo sotto queste premesse che essa può imporre il riequilibrio dei poteri alle parti più forti della società: solo nel nome di un superiore interesse comune divengono possibili, ad esempio, norme che impongono tassazioni redistributive o servizi pubblici universalistici.

Questo spazio di condivisione ha due caratteristiche essenziali:

1) Deve trattarsi di un spazio definito in termini territoriali e demografici: coloro i quali partecipano del patto sociale, conferiscono legittimità democratica, operano le scelte politiche, subiscono prelievi fiscali e godono dei servizi pubblici in un certo territorio devono essere sostanzialmente entità coincidenti, con piccoli margini di aggiustamento. Questa è la ragione di fondo dell’esistenza di confini amministrativi.

2) Deve essere uno spazio di condivisione che consente un’interazione fattiva tra i soggetti che lo abitano, che devono perciò avere tradizioni materiali, culturali e linguistiche comuni, o affini. Senza questo strato comune non c’è modo che un edificio normativo possa mai venire implementato. Ci possono essere gradi di comunanza variabili e differenze parziali, ma il grado di diversità deve essere sorvegliato e non può variare liberamente. Questo è un tratto che il liberalismo ha sistematicamente sottovalutato, ignorando il ruolo decisivo delle normatività silenti che abitano i significati sociali: parole, simboli, atti. (Questa sottovalutazione si percepisce in maniera trasparente nell’imbarazzo a trattare istanze etiche allotrie, come quelle mosse da ampie fasce della cultura islamica trapiantata in occidente).

Non basta dunque parlare di Stato per nominare un’istituzione capace di difendere i più deboli e di operare in una dimensione egalitaria. È necessario uno Stato dotato di un collante sociale diffuso, e questo è quanto lo Stato nazione ha fornito. Quando uno Stato viene depauperato del suo collante sociale, come accade con le moderne dinamiche di mercato, ad esso deve progressivamente subentrare un controllo autoritario, che supplisce alla tacita normatività condivisa con norme repressive rinforzate da sanzioni. Questo è in effetti il modello dello ‘Stato minimo’ o ‘Stato sentinella’ auspicato dal liberalismo, che, lungi dal rappresentare una garanzia delle libertà individuali, rappresenta invece una riduzione drastica di ogni libertà autentica. Lo ‘Stato sentinella’, infatti, è uno Stato dove il cittadino non è partecipe con altri cittadini ad alcun progetto comune, ma esiste in competizione costante con tutti gli altri. Questa situazione moltiplica gli spazi di conflitto potenziale e reale all’interno della società, che perciò esige interventi punitivi e securitari. In questo senso il destino paradossale dello Stato auspicato dalla tradizione liberale è di produrre una società sorvegliata, irrigidita, impaurita, in ultima istanza priva di libertà (salvo quella di contratto).

  • Conclusioni

Lo Stato nazione democratico è di gran lunga la più efficace forma istituzionale mai inventata a sostegno dell’egalitarismo e a tutela dei più deboli. I diritti, quali che siano, non fluttuano a mezz’aria e non cadono dal cielo: essi esistono solo se e dove c’è uno Stato. E solo uno Stato nazione democratico concepisce i diritti in forma egalitaria, cioè come appartenenti a tutti i cittadini parimenti soggetti alle medesime leggi. Solo dove ci sono giudici formati e nominati secondo procedure sorvegliate da uno Stato, e solo dove c’è un diritto forgiato democraticamente, esiste la possibilità che il debole sia giudicato come il forte, il povero come il ricco, che il più giusto possa avere la meglio sul più forte. A garantire tutto ciò è solo il potere sovrano dello Stato e nient’altro.

Chiunque vagheggi di un mondo dove non ci siano Stati, dove non ci siano confini, dove non ci siano appartenenze nazionali e linguistiche, o dove tutto ciò sia ridotto ai minimi termini, che lo sappia oppure no, sta supportando oggettivamente la legge del più forte.

Chi sostiene tali idee sta virtualmente consegnando ogni individuo all’arbitrio delle multinazionali, e/o alla prevaricazione della criminalità organizzata, e/o alle violenze dei signori della guerra, ecc.

Chiunque vagheggi la fine degli Stati nazione, senza sapere bene con cosa sostituirli, ma perseguendo qualche irenica visione cosmopolita, di fatto sta lavorando per il dominio di gruppi di interesse privato dalle agende imperscrutabili e fatalmente antidemocratiche.

Chiunque chiacchieri a cuor leggero di fine degli Stati nazione, potrà credersi la persona migliore del mondo, ma sta concretamente aiutando la presa di potere dei peggiori.

Elogio dell’identità, di Andrea Zhok

Andrea Zhok
Elogio dell’identità

tratto da https://www.academia.edu/37853989/Elogio_dellidentit%C3%A0
I problemi posti dalle rivendicazioni identitarie e dalla natura delle identità
collettive sono, politicamente e moralmente, tra i più scottanti della nostra
contemporaneità. Nel dibattito italiano, probabilmente, la più autorevole voce
critica rivoltasi reiteratamente contro ogni pretesa identitaria è quella
dell’eminente antropologo Francesco Remotti, che vi ha dedicato due monografie
a quasi tre lustri di distanza: Contro l’identità (1996) e L’ossessione identitaria
(2010). Nelle pagine seguenti prenderemo l’eccellente lavoro argomentativo ivi
svolto come punto di partenza per sostenere una tesi per certi versi
diametralmente opposta a quella promossa da Remotti: laddove quest’ultimo
perviene ad un vero e proprio tentativo di eradicare ogni riferimento all’identità
come pericoloso e fuorviante, noi andremo a sostenere che intorno al tema
dell’identità gravitano alcune delle questioni più centrali ed imprescindibili per la
nostra epoca e, invero, per l’umanità in generale.
Contro l’identità?
La posizione aspramente critica di Remotti verso ogni rivendicazione
identitaria è andata radicalizzandosi nel corso del tempo. Nel lavoro del 1996,
nonostante la visione univocamente negativa delle rivendicazioni identitarie
come fenomeno storico, l’antropologo concedeva che la spinta alla ricerca di
un’identità (come identità di gruppo) fosse “un’esigenza irrinunciabile” (Remotti
1996: 57). Nel testo più recente invece egli giunge a sostenere senz’altro che
“si può fare a meno dell’identità” (Remotti 2010: XVIII). Radicalizzazione a
parte, la batteria argomentativa dei due testi è sostanzialmente omogenea, e
può essere presentata senza differenziare tra di essi. Secondo Remotti la nozione
di identità applicata alla realtà sociale e psicologica rappresenterebbe una
finzione esiziale, che “promette ciò che non c’è” (Remotti 2010: XII), e che non
ci può essere. Ad essere promessa sarebbe un’identità intesa come stabilità e
chiusura, che si fonderebbe in ultima istanza sull’idea metafisica del permanere
di una sostanza (Remotti 2010: XIII). Con le rivendicazioni di identità noi
chiederemmo “che questo nucleo sostanziale venga riconosciuto a monte e
preliminarmente rispetto ai nostri diritti e alle nostre caratteristiche” (Remotti
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2010: 95). A sostegno della sua polemica, Remotti si richiama ripetutamente
alla critica hegeliana al principio di identità, per mostrare che “l’alterità si insinua
nell’identità” divenendone una dimensione fondamentale e irrinunciabile
(Remotti 2010: 27). In questo senso “l’identità per Hegel è improponibile, perché
il mondo è una continua trasformazione” (Remotti 2010: 28). L’idea stessa di
applicare il principio di identità alla sfera della realtà e dell’esperienza sarebbe
un’assurdità, un “pasticcio concettuale” (Remotti 2010: XXII), in quanto nulla si
presenta mai come compiutamente identico a se stesso.
Questo errore concettuale tuttavia, lungi dall’essere un errore veniale,
comporta per l’autore gravi pericoli sul piano sociale. L’appello all’identità come
dimensione storico-sociale fomenterebbe fatalmente l’intolleranza, la xenofobia,
lo sciovinismo. Remotti giunge fino ad affermare che a suo avviso non ci sarebbe
“poi molta differenza tra razzismo e identitarismo.” (Remotti 2010: XIV) La
rivendicazione di un’identità sarebbe fatta sempre contro un’alterità (Remotti
1996: 62), con un atto di separazione artificiale e violenta. Istanze di
‘purificazione’ e ortodossia sarebbero cruciali per ogni identitarismo, sia esso a
base etnica, religiosa, o altro. Ma anche quando non si dovesse giungere agli
estremi dello scontro e della violenza, gli appelli all’identità promuoverebbero
pur sempre un “impoverimento culturale”. L’identità infatti “si avvinghia alla
particolarità, perché la particolarità è garanzia di coerenza, e la coerenza è un
valore tipico dell’identità.” (Remotti 1996: 21) L’identitarismo sarebbe dunque
strutturalmente incline al particolarismo, all’allontanamento da ogni dimensione
di universalità e comprensività, e questo nel nome dell’omogeneità e della
coerenza.
In questo quadro, che si configura come univocamente negativo, l’autore si
pone giustamente la domanda su come sia possibile che gli appelli all’identità
possano attecchire in prima istanza. E la risposta che si dà è duplice. Da un lato
egli sostiene che la ricerca dell’identità culturale si presenterebbe come una
pulsione rilevante in quanto la specie umana sarebbe caratterizzata da una sorta
di incompletezza biologica (cfr. Remotti 1996: 14): l’uomo, diversamente dagli
altri animali, non avrebbe già in sé le risorse per affrontare il proprio ambiente,
ma richiederebbe necessariamente un complemento culturale. Questa natura di
‘bisogno’ quasi-biologico spiegherebbe la tenacia con cui si presentano le fedeltà
culturali, e con ciò anche il successo degli appelli all’identità culturale (cfr.
Remotti 1996: 17). A questa ragione essenzialmente psicologica per motivare la
tenacia dell’identitarismo, Remotti ne aggiunge un’altra utilitarista. Sulla scorta
di alcune analisi di Ugo Fabietti, egli ammette che la ricerca di identità può essere
uno strumento “per avere successo nell’accaparramento delle risorse” (Remotti
2010: 35): l’identità di gruppo darebbe forza e coerenza alle richieste del gruppo
stesso. Queste due ‘ragioni identitarie’ vengono trattate da Remotti alla stregua
di accidenti, psicologici e antropologici, privi di una giustificazione profonda e
dunque sacrificabili. E per illustrarne la contingenza egli adduce svariati esempi,
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tratti dalla sua grande esperienza di antropologo culturale, e relativi a comunità
dell’Africa sub-sahariana o dell’entroterra amazzonico, dove l’identità di un’etnia
o di una società presentano tratti (relativamente) fluidi.
Naturalmente questo breve riassunto non può esaurire la ricchezza
argomentativa delle pagine di Remotti, cui rinviamo il lettore, ma questi ci
sembrano gli snodi cruciali delle sue tesi, quegli snodi che portano a ritenere il
riferimento all’identità collettiva qualcosa da eliminare, e che ora proveremo a
rileggere in chiave alternativa.
Sull’identità semantica del termine “identità”
Dalle pagine di Remotti si può avere a tratti l’impressione che l’intento di fondo
sia di delegittimare un concetto, come se il problema fosse la natura
semanticamente fuorviante del riferimento all’identità. Balena più volte l’idea
che la parola identità evochi un’irraggiungibile persistenza sostanziale, la quale
spingerebbe ad immaginare situazioni di ‘purezza’, ‘ortodossia’ e ‘intolleranza’
che colliderebbero inevitabilmente con la realtà. Ora, che nell’uso politico degli
appelli all’identità ci possano essere aspetti fuorvianti, tendenziosi ed esiziali è
certo; peraltro questo può accadere per qualunque concetto che venga brandito
per promuovere un’agenda politica. Ma che nel concetto di identità collettiva, o
nel suo uso culturale e politico, siano intrinsecamente incluse propensioni alla
purezza, all’ortodossia e all’intolleranza, questo è senz’altro falso.
La prima cosa da osservare, pur non potendola approfondire quanto
meriterebbe, è che “identità” è una parola la cui identità semantica funziona
esattamente come per tutte le altre parole, dipendendo dall’uso pubblico che se
ne fa. Esiste un uso logico del termine identità, dove si fa riferimento ad una
sovrapponibilità rigida di qualità o predicati tra occorrenze differenti. Questo uso
è chiaramente inadatto a qualsiasi applicazione alla realtà fenomenica, dove non
esistono mai due entità compiutamente identiche. Ma ciò naturalmente non
significa che non siano sensatamente esprimibili identità fenomeniche: possiamo
dire che l’oggetto A sembra una sedia, che l’oggetto B somiglia a una sedia, e
che l’oggetto C non sembra affatto una sedia. Il fatto che nessuna applicazione
identificativa di un termine determini univocamente un numero chiaro e definito
di predicati non implica che quel termine non abbia identità semantica. I
significati materiali (non logico-tautologici) hanno senza eccezioni ‘bordi
sfumati’: esistono tratti considerati nell’uso comune più centrali, tratti
considerati più contingenti o periferici, e tratti senz’altro estranei (cfr. Rosch &
Mervis 1975; cfr. Zhok 2014: 113-175). Se qualcuno vuole utilizzare la rigidità
del principio logico di identità sul piano delle ordinarie unità semantiche, è
qualcosa che rappresenta un uso irragionevolmente restrittivo, che non
delegittima in alcun modo l’uso comune delle identificazioni e reidentificazioni
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materiali. Pensiamo al caso, più prossimo alle identità sociali, dell’identità di una
persona. Un soggetto può avere un saldo senso della propria identità personale,
può successivamente entrare in una crisi psicotica che lo fa dubitare della propria
identità (con grave sofferenza psichica), e lo stesso soggetto può infine guarire,
ristabilendo, magari in forma rettificata, la propria identità. Dovremmo dire che
la persona in crisi psicotica che lamenta la sensazione di ‘perdita di identità’ si
sta lamentando a vuoto perché non c’è mai stata davvero alcuna identità? Lo
psicotico in sofferenza starebbe fraintendendo se stesso? O non dobbiamo
piuttosto fare spazio ad una nozione di identità più realistica e meno astratta di
quella logica?
Quando parliamo di identità, applicando il termine ad entità biologiche,
personali o sociali, il termine non può per essenza significare un’immobilità
statica o una separazione netta tra nocciolo permanente e tratti contingenti.
Torniamo all’esempio dell’identità personale: tra il me stesso infante e il me
stesso adulto posso avere difficoltà a indicare quali cose siano rimaste
precisamente le stesse, e anche laddove fossi in grado di farlo (es.: il mio
genoma) non è affatto detto che quel nucleo comune sia ciò che rappresenta la
mia identità personale. In effetti, se un incidente mi avesse reso perennemente
incosciente, il mio genoma sarebbe lo stesso, ma la mia identità personale
sarebbe perduta. Non è quella presunta unità sostanziale ad essere da me
percepita come mia identità. Sul piano fenomenologico ciò che percepiamo come
identità è piuttosto l’unità di senso intertemporale che connette i vari momenti
della nostra vita in una sequenza intelligibile, unità tale per cui ogni momento
successivo è reso intelligibile dai momenti precedenti, pur superandoli. Lasciamo
da parte le svariate teorie dell’identità personale, da Locke a Parfit, e limitiamoci
a portare alla luce il fenomeno associato qui all’idea di identità: ciò che
chiamiamo intuitivamente nostra identità personale è qualcosa che, lungi dal
configurarsi come isolamento di un nucleo sostanziale, richiama la capacità di
sentirsi connessi al proprio passato in vista del proprio futuro. In questa
continuità di sviluppo non c’è niente che vieti l’assimilazione del nuovo, la
sostituzione di abiti obsoleti, il rilancio di nuovi progetti. Questo senso di
un’identità ‘organica’, come unità di senso di un’azione nel tempo, è molto più
consona all’idea d’identità collettiva di ogni riferimento ad astratte formulazioni
logiche. Da questa prospettiva la battaglia anti-identitaria promossa da Remotti
corre il rischio di risultare meramente nominalistica e fuori bersaglio.
Hegel e la natura delle identità collettive
Nella proposta teorica di Remotti il riferimento a Hegel gioca un ruolo tanto
centrale quanto paradossale. Hegel viene infatti chiamato giustamente in causa
come pensatore del divenire e della storicità, e come critico dell’astrattezza del
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principio di identità. Tuttavia lo stesso Hegel potrebbe essere letto come uno dei
più autorevoli pensatori ad aver sviluppato un’argomentazione organica a
sostegno di quei principi che stanno al centro delle moderne rivendicazioni
identitarie. Lungi dall’essere un semplice ‘fautore della diversità e del
cambiamento’, Hegel presenta un modello di sviluppo delle comunità storiche
che consente precisamente di concepire lo sviluppo come assimilazione del
diverso e come sintesi. Nelle stesse pagine in cui introduce la sua celebre critica
all’astrattezza del principio di identità Hegel fa spazio al proprio concetto
concreto di identità, posizionato idealmente come télos del processo dialettico.
L’Assoluto è definito da Hegel come “identità dell’identità e della non-identità”
(Hegel 1986: 96), formulazione volutamente paradossale con cui si intende ciò
che guida il processo storico (e ontologico) di unificazione del diverso. Al netto
di questioni di filologia hegeliana in cui qui non possiamo entrare, è essenziale
rilevare come l’istanza ‘identitaria’ che Hegel mette alla porta nella versione
intellettualistica del principio d’identità rientra dalla finestra nella forma della
tendenza di ogni sviluppo storico alla sintesi. Il processo di sintesi delle
opposizioni attraverso cui, nella descrizione hegeliana, progredisce lo Spirito è
un processo che cresce attraverso la diversità, ma che non si acquieta affatto
nel mero riconoscimento della diversità in quanto tale. La tendenza sintetica
degli sviluppi storici è una tendenza verso l’identità, ma non un’identità statica
e omogeneizzatrice (come l’Assoluto schellinghiano), bensì un’identità dinamica
e assimilatrice. Il significato storico attribuito a questo processo risulta chiaro
guardando alla natura ideale dello Stato come sintesi terminale dello Spirito
Oggettivo: lo Stato hegeliano, sulla scorta delle idealizzazioni classiche delle
città-stato, è concepito come una dimensione sociale dove le istanze centrifughe
dell’interesse privato, proprie della “società civile”, vengono ricondotte
all’interesse comune, proprio dei rapporti famigliari. Lo Stato, come Hegel lo
descrive, ha un’identità, e conferisce identità ai propri membri, pur non
eliminandone le differenze individuali, né delegittimando il perseguimento dei
loro interessi personali. Naturalmente, se qui stessimo valutando nel merito la
proposta teorica hegeliana, potremmo osservare, come è stato spesso fatto, che
contrariamente alle intenzioni del suo autore, lo Stato hegeliano si configura più
come un ideale normativo che come un’effettiva realizzazione storica. Ciò
rappresenta forse una critica alla concezione hegeliana della storia e dei rapporti
tra razionalità e realtà, ma non impedisce in alcun modo di usare criticamente
quella concettualità.
Un concetto hegeliano in particolare può risultare specialmente utile per una
lettura della nozione di ‘identità collettiva’ che sia produttiva e non cada in
formulazioni astratte e insostenibili: si tratta del celebre concetto di Aufhebung
(“superamento”). Come noto, Hegel concepisce la Aufhebung come il momento
cardine dei processi di sintesi storica: nel corso di uno sviluppo storico (ma
potremmo estendere il ragionamento all’evoluzione naturale), il superamento di
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una parzialità (‘errore’, ‘falsità’) avviene negandola, e al contempo inglobandola,
cioè assimilando le ragioni che l’avevano portata alla luce in prima istanza.
L’Aufhebung è negazione determinata che, nel momento in cui supera una
parzialità, ne conserva le ragioni (cfr. Hegel, 1986b: 94). Ciò che, nel presente
contesto, è particolarmente rilevante nella nozione di Aufhebung è che essa
consente di concettualizzare un tratto comune ai processi di sviluppo di
un’identità organica. Così, un’identità personale in sviluppo incontra
ripetutamente situazioni che segnalano la parzialità o inadeguatezza di abiti e
conoscenze pregressi; quando ciò accade, se uno sviluppo personale ci
dev’essere, esso avviene prendendo quel limite come la base da cui promuovere
un’integrazione di abiti o conoscenze passate, ipotizzando una soluzione
all’altezza della nuova situazione. In questo processo gli abiti o le conoscenze
precedenti non vengono annullati, giacché il loro funzionamento pregresso viene
riconosciuto nella sua (parziale) validità, e ampliato. Ciò che essi erano in grado
di fare rimane in gioco, anche se la metamorfosi cui vengono sottoposti nel
venire assorbiti da una sintesi superiore può renderli a prima vista irriconoscibili.
Ogni ‘nuova verità’ non oblitera la validità delle vecchie verità, ma trasforma
queste ultime, conservandole ed ampliandone la portata. Così, in uno sviluppo
biografico, esperienze, conoscenze e abiti passati possono essere o non essere
direttamente accessibili al recupero mnemonico, ma in ogni caso è costruendo
su quelle esperienze, quelle conoscenze, quegli abiti che ciascuno diviene la
personalità che in ciascun momento è. In analogia con lo sviluppo dell’identità
personale possiamo ora provare a introdurre una nozione plausibile di identità
collettiva.
L’identità come universalità situata
Come osservato, un’identità organica, personale o sociale, non può essere
concepita secondo il modello statico della sostanza, ma solo secondo il modello
dinamico della continuità di sviluppo. In ogni momento della storia di una
comunità (così come di una persona, o persino di una specie biologica)
l’affidamento all’esperienza passata in vista del futuro è la chiave per uno
sviluppo che sia tale. Come ricorda Hayek (cfr. Hayek 1982: 17), ogni
società/comunità elabora nel corso della propria storia abiti collettivi e regole di
comportamento comune che vengono messi alla prova nel contesto ambientale
e culturale in cui si trova. Tali regole si consolidano nella misura in cui
consentono al gruppo di prosperare, o si dissolvono se la loro adozione va a
detrimento della sopravvivenza del gruppo. Tali regole ed abiti non sono
escogitati sulla base di un calcolo realistico della possibilità di condurre ad esiti
positivi; tentativi di anticipazione razionale naturalmente ci sono, ma il
funzionamento storico di ogni organismo sociale è di gran lunga troppo
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complesso per confidare in predizioni astratte: ciò che permane come eredità
culturale e regolativa per le prossime generazioni è essenzialmente ciò che, per
buona volontà o buona sorte, ha ‘funzionato’, permettendo a quella
comunità/società di prosperare.
Nessun singolo membro ha mai una conoscenza dettagliata di cosa,
nell’apparato vigente di regole e costumi, ha fatto funzionare quella
comunità/società. In ogni momento successivo di sviluppo, perciò, ogni nuova
iniziativa deve partire come datità inaggirabile, non solo dal contesto ambientale
e storico, ma anche dalla stratificazione reale di abiti collettivi, costumi, regole
sociali tacite o esplicite, e ‘valori’. Si tratta di un dato necessario per una
successiva condotta razionale, non perché ci siano state ragioni incontrovertibili
per l’adozione proprio di quell’ordine normativo invece di altri, ma perché
nessuno domina razionalmente tutte le buone o meno buone ragioni che hanno
fatto ‘funzionare’ quell’ordine normativo. E proprio per questa ragione nessuno
è in grado di stabilire con certezza a tavolino cosa dev’essere cambiato e come.
Questo ordine normativo consolidato di una comunità in un presente è ciò che
possiamo legittimamente nominare come l’identità di quella comunità.
Qui l’analogia con lo sviluppo biologico di una specie può essere illuminante.
Nelle descrizioni evoluzionistiche ortodosse ogni specie è divenuta ciò che è, non
perché fosse a priori necessario giungere a quegli esiti, e neppure perché in
assoluto quello status quo debba essere considerato l’unico ottimale. Specie
differenti avevano antenati comuni. Fenotipi alternativi, generati per variazione
genetica casuale, e confrontati con contesti ambientale divergenti, hanno
prodotto specie diverse: certe soluzioni si sono imposte in certi gruppi, e
soluzioni diverse in altri. Per quanto, in linea di principio, un medesimo
antecedente potesse portare tanto alla specie A che alla specie B, una volta che
la variazione si è consolidata nel tempo, le due specie hanno identità differenti
e il percorso evolutivo non può essere omesso come irrilevante, anche se di fatto
è stato generato accidentalmente. Questo significa che anche se, in linea di
principio non c’erano ragioni cogenti per l’esistenza di A, o per la sua diversità
da B, ora le due specie hanno la loro irriducibile identità, dipendente dal percorso
di storia naturale da cui derivano.
Un ragionamento simile può essere esteso alle comunità o società storiche.
Possiamo prendere la comune appartenenza alla specie umana come analogo
del comune antecedente biologico nell’esempio delle specie. Che un esemplare
della specie Homo Sapiens sia nato e cresciuto nell’entroterra rurale cinese, in
un quartiere sovraffollato di Buenos Aires o in un paesino delle alpi svizzere,
possiamo certamente pensarlo come mero accidente. Ma crescendo nel contesto
fisico, culturale e normativo di ciascuna di queste comunità, per ciascun
individuo, un’identità specifica ha preso forma, e insieme a questa identità anche
una rete di dipendenze, indebitamenti morali, impegni, promesse, progetti. Il
fatto che ‘in linea di principio’ tutto avrebbe potuto essere diverso, non toglie
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che ora è come è, e che tale realtà ha valore normativo per chi la vive. Ciascuno
di noi è vincolato a rapporti di indebitamento morale con i propri genitori o
famigliari, di affetto con i propri figli, di lealtà con i propri collaboratori, di
obbedienza al medesimo ‘patto sociale’ con i propri concittadini, ecc. E il tutto
avviene secondo l’ordine normativo sviluppatosi in quel luogo, in relazione a
quell’ambiente fisico, ereditando quella cultura materiale, quelle istituzioni, ecc.
Tutti questi elementi elevano richieste reali nei nostri confronti e sono il
presupposto affinché si possano sviluppare progetti riconoscibili e funzionanti.
Possiamo concedere senza difficoltà che se fossimo nati in un villaggio cinese, in
un paesino svizzero, in una metropoli sudamericana, o in mille altri contesti le
nostre dipendenze, lealtà, doveri e possibilità sarebbero diversi. Noi saremmo
diversi. Ma questo riconoscimento di contingenza ‘di diritto’ non comporta affatto
la possibilità di ignorare la realtà del percorso storico-culturale cui apparteniamo
e che ci porta in questo momento ad essere ciò che siamo. In ogni momento
presente quel percorso storico-culturale co-determina identità personali e
definisce un’identità collettiva. Che tale identità collettiva non abbia confini ben
definiti e che non sia rappresentata da un elenco pronto di tratti e qualità non è
un’obiezione, ma un fatto che riguarda tutte le identità semantiche in generale.
Noi riconosciamo facilmente la nostra identità di gruppo, di norma vissuta
tacitamente, quando siamo esposti ad identità differenti (ad esempio andando a
vivere all’estero). Ma tale riconoscimento intuitivo non è conoscenza e, dunque,
non equivale alla capacità di nominare cosa vi rientra e cosa no.
Queste identità collettive, molto diversamente da come definite da Remotti,
non sono temporalmente immote, e non hanno dimensioni precise. Non sono
immobili perché sono entità in perenne sviluppo, che in condizioni di evoluzione
fisiologica acquisiranno gradualmente nuove potenzialità e lasceranno cadere in
disuso regole ed abiti nati per confrontare circostanze non più attuali. In questo
senso il riconoscimento di un’identità collettiva non comporta affatto il
riconoscimento di qualcosa come una “essenza perenne”. Anche se possiamo
riconoscere spesso alcuni tratti persistenti nel percorso storico di un popolo, di
una città, di una nazione, ma non sono quei tratti, eventualmente permanenti,
a rappresentare l’identità di quel popolo, di quella città o nazione. L’identità qui
non è una presunta sostanza identica al variare degli accidenti, ma è il portato
storico-culturale ora disponibile, che crea lo spazio per il rispetto di regole
comuni e per la produzione di progetti comuni.
Tali identità non hanno poi neppure dimensioni precise, in quanto si tratta
sempre di sfere di appartenenza vigenti a ‘cerchi concentrici’: possiamo
riconoscere simultaneamente in noi un’identità locale o urbana, un’identità
regionale, nazionale, europea o mediterranea o mitteleuropea, ecc. L’identità ha
dunque una sorta di ‘molteplicità’ interna, ma si tratta di una molteplicità che
non comporta, o non necessariamente, un conflitto tra identificazioni differenti.
Può accadere, per dire, che le lealtà verso la propria città e la propria nazione
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entrino in tensione, ma tali appartenenze hanno il potenziale per coordinarsi
armonicamente, condividendo la medesima natura.
È qui importante distinguere queste identità collettive da un’altra forma di
identità collettiva con cui vengono spesso confuse. Non di rado le rivendicazioni
identitarie vengono associate a istanze particolariste, legate alla difesa di gruppi
speciali, che come tali si percepiscono (cfr. Taylor 1994). Ma le identità collettive
di cui parliamo qui sono relative a gruppi che hanno, almeno in linea di principio,
la complessità interna sufficiente ad un’autoriproduzione nel tempo: anche se di
fatto una città moderna non vive se non in relazioni, commerciali e politiche, con
realtà esterne, essa ha una struttura organizzativa, una divisione del lavoro e
dei ruoli sociali tali da potersi concepire come un’entità potenzialmente
autonoma. Questa nozione di identità collettiva non è un’idiosincrasia
sociologica, ma il modo fondamentale in cui i gruppi sociali si sono sempre
identificati nella storia: come ‘microcosmi’. Le città-stato dell’antichità ne sono
rappresentanze eminenti, ma ciò appare anche registrato nell’area semantica di
molte parole che nominano tali identità collettive: non è un caso che
originariamente la parola tedesca per stato (Staat) e quella per città (Stadt)
coincidessero; come non è un caso che la parola russa per ‘villaggio’, e poi
‘comune’ (Mir) fosse la stessa per ‘mondo’; o che in italiano ‘paese’ possa
indicare tanto la comunità locale che quella nazionale, ecc. Questo senso di
‘identità collettiva’ va tenuto nettamente distinto da altre forme di identità
particolari, che si possono formare attorno a singole caratteristiche, singoli gusti
o singole passioni. Nell’ambito delle discussioni comunitariste è stato elaborato
per questo secondo senso di identità collettiva l’espressione “life-style enclaves”
(Bellah et al. 1985: 335). Essere juventini, melomani, o vegetariani, ma anche
buddisti o anabattisti, caucasici o afroamericani, donne o uomini, eterosessuali
o omosessuali, ecc. non rappresenta identità collettive coordinate intorno alla
possibilità di un’autoriproduzione sociale autonoma. Non sono comunità, non
hanno una storia, né un’organizzazione, né un radicamento territoriale comune.
In alcuni casi, naturalmente, potrebbero in linea di principio diventare comunità
(un gruppo etnico o religioso può pretendere di diventare nazione), ma di norma
tali identità collettive esistono e operano rivendicazioni, rappresentando
particolarità che vogliono presentarsi come tali. Rispetto a tale identitarismo
particolare l’identità collettiva di cui qui parliamo è invece un’identità che si
concepisce come una “universalità potenziale”. Qui di nuovo il modello hegeliano
dello Stato può tornare utile: tali identità collettive, come lo Stato di Hegel, sono
universalità situate, ovvero punti di vista storici sul mondo tutto. Si tratta cioè,
come gli Stati hegeliani, di esistenze storiche circoscritte, che al tempo stesso
ambiscono di principio ad incarnare lo Spirito Oggettivo, la Ragione divenuta
Realtà. Fuori dal linguaggio hegeliano: un’identità collettiva è qualcosa che
emerge da un percorso storico comune, radicato in un ambiente comune
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(geografico, urbanistico), idealmente capace di autoriproduzione sociale
autonoma e di formulare a tal fine progetti comuni.
I rischi dell’identitarismo
Giunti a questo punto, bisogna concedere a Remotti che le sue preoccupazioni
intorno a usi pericolosi dell’invocazione identitaria non sono immotivate. Quando
un’identità collettiva è solo tacitamente vissuta è difficile che l’identità stessa
venga invocata o divenga tema di discussione. L’identitarismo come
rivendicazione segnala tipicamente una preoccupazione: la reazione ad una
minaccia percepita. Talvolta tali minacce hanno carattere di invasione culturale
o religiosa, ma in epoca moderna la forma primaria di minaccia all’identità è
rappresentata da una pluralità di fenomeni connessi alla globalizzazione
economica. I processi economici tipici del capitalismo maturo tendono infatti ad
erodere ogni identità di gruppo.
Il funzionamento ordinario del mercato spinge verso flessibilità di mansioni e
competenze, dislocazioni di attività produttive, migrazioni di forza lavoro e
precarizzazione contrattuale. La facilità con cui i capitali si spostano produce una
spinta al movimento delle forze produttive e delle merci, movimento che ha
sempre carattere provvisorio, giacché variazioni delle esigenze di mercato
possono modificare, anche repentinamente, i flussi tanto delle forze produttive
che delle merci. Al tempo stesso, la natura di concorrenza su base individuale
dei moderni rapporti di produzione tende a rompere solidarietà locali, a creare
divergenze di interessi, e a mettere in competizione idealmente ogni agente
economico con ogni altro. Infine, l’intercambiabilità dei modi e delle forme di
produzione sul pianeta produce da un lato un incentivo allo spostamento degli
apparati produttivi (delocalizzazioni) e dall’altro un incentivo agli spostamenti
delle persone, in cerca di lavoro e condizioni di vita migliori (migrazioni intra- e
inter-nazionali). Tutti questi processi convergono in un processo costante di
destabilizzazione che spinge l’individuo in un tendenziale isolamento, spezzando
lealtà e appartenenze sovraindividuali (cfr. Zhok 2006: 295-370).
Di fronte a questi processi possono sorgere, e spesso sorgono, movimenti
politici che nel nome di un’identità collettiva (locale, etnica, nazionale, ecc.)
cercano di porre un argine a queste tendenze disgregative. Purtroppo il carattere
difensivo-reattivo di queste istanze le predispone facilmente a tesi aggressive e
populiste. Questo è ciò che accadde con i movimenti nazionalisti e sciovinisti in
Europa negli ultimi decenni prima della Prima Guerra Mondiale, e questo è
quanto accade oggi in Europa con movimenti non di rado alimentati da istanze
xenofobe. È innegabile che queste tendenze possano degenerare. E tuttavia è
opportuno comprendere che niente è risolto se di fronte ai problemi reali posti
dall’erosione contemporanea delle identità collettive ci si limita a stigmatizzare
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le reazioni degenerate di identitarismo provinciale, ottusamente conservatore,
xenofobo o addirittura razzista. Un problema storico reale, se non è affrontato
bene, verrà comunque affrontato, male.
Identità come mezzo e come valore
Nel quadro fornito da Remotti, alle rivendicazioni identitarie era concessa una
specifica e circoscritta funzione: l’appello all’identità poteva risultare utile ad un
gruppo nella lotta per l’ottenimento di risorse. In questo senso l’identità veniva
letta come una dimensione strumentale, talvolta favorevole alla gestione delle
proprie finalità. Ora, questa interpretazione è, a nostro avviso, singolarmente
fuorviante, e conduce effettivamente a considerare l’identità come un tratto
sociale (o anche personale) sacrificabile. Remotti scrive che l’identità sarebbe
“la forma estrema di rivendicazione dell’unità da parte dei soggetti – individuali
e collettivi – che invece sono contrassegnati al loro interno da un’inesorabile
molteplicità” (Remotti 2010: 52).
Ma qui dobbiamo chiederci: come è possibile che soggetti, individuali e
collettivi, contrassegnati da tale “inesorabile molteplicità” mirino poi ad un’unità
di senso? Su quale base dovrebbero trovare tale ispirazione all’unità, se essa
non inerisce loro? Forse perché ciò sarebbe strumentalmente utile al
raggiungimento di certi fini? Ma se io non avessi alcuna identità come potrei
intendere che qualcosa è un mio fine? Esso potrebbe essere un fine altrui, e il
mio perseguimento di esso potrebbe tornare a mio detrimento.
Supponiamo che io desideri X, ma che l’ottenimento di X comporti la perdita
integrale della mia identità: in che senso potrei davvero volere X? Certo, posso
naturalmente sacrificare me stesso, ma un sacrificio sarà per un’identità diversa,
a favore di un altro individuo o gruppo. Finalità esistono solo per soggettività
dotate di un’identità. Posso volere X perché ciò promuove la mia sopravvivenza,
o posso posporre Y perché ciò consentirà a un mio piano di imporsi, o posso
ambire a Z perché ciò si confà al mio progetto di vita. Certi obiettivi sono comuni
ad ogni essere vivente (all’identità che il vivente è), altri obiettivi saranno
comuni ai membri di una specie (all’identità che quella specie è), altri saranno
obiettivi comuni ai membri di una comunità storico-culturale (all’identità che
quella comunità è) e altri ancora a diversi momenti della vita di un individuo (alla
sua identità personale).
Come osservava Alasdair MacIntyre, virtualmente la totalità delle finalità
specificamente umane sono rese possibili solo dall’esistenza di specifiche
pratiche, specifiche tradizioni, con specifiche finalità interne (cfr. MacIntyre
2007: 188). Posso mirare a fare scacco matto solo all’interno della pratica storica
degli scacchi, posso aspirare a comporre un capolavoro sinfonico solo all’interno
della tradizione della musica occidentale, posso ambire ad essere eletto deputato
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solo all’interno delle pratiche istituzionali della democrazia parlamentare, posso
sperare di eccellere nelle performance ‘poetico-musicali’ tipiche dei griot solo
entro quella tradizione orale africana, posso bramare la decapitazione del mio
primo nemico solo in una cultura come quella degli ilongot filippini, ecc. ecc. Non
ha alcun senso fare una comparazione di valore, per dire, tra le performance del
griot e quelle di un pianista classico, così come tra le aspirazioni di eccellenza
del primo di contro a quelle del secondo. Solo nella cornice definita da una certa
identità, personale e/o collettiva (culturale), certe finalità hanno senso. Fini
emergono in relazione a ciò che un soggetto (individuale o collettivo) è, e senza
identità di un soggetto nessun fine viene alla luce. L’identità avrà pure la sua
importanza come strumento per facilitare l’ottenimento di risorse, ma prima di
ciò essa è quel qualcosa per cui si cercano risorse: prima di essere un mezzo per
implementare senso e finalità, l’identità appartiene alla sfera di ciò che fornisce
senso e finalità.
Un’identità collettiva è ciò che consente a ciascun individuo di concepire la
propria azione storica come qualcosa che trascende i limiti della propria finitezza
e caducità. Solo nella misura in cui riusciamo in qualche misura ad identificarci
con altri possiamo considerarli eredi potenziali di qualunque cosa, grande o
minima, desideriamo lasciare di noi stessi. E solo nella misura in cui una tale
identificazione può avvenire vi sono ragioni autentiche per ottemperare a regole
comuni, leggi, patti sociali. Come osservava Douglass North (cfr. North 1981:
45), in assenza di una dimensione di appartenenza collettiva fatalmente
proliferano i ‘free riders’: violatori di regole, evasori, corrotti, criminali, ecc.
Infatti in nessuna società o comunità l’ottemperanza a regole, leggi, patti, ecc.
può avvenire sulla sola scorta della minaccia di sanzioni: le occasioni di
violazione senza rischio sono onnipresenti. In ogni gruppo sociale funzionante,
a tenere in piedi l’adesione personale a quella comune dimensione normativa è
un certo grado di identificazione con il gruppo stesso, i cui membri si sentono
perciò vincolati reciprocamente da diritti e doveri, aspettative etiche e lealtà
personali. Quanto più debole l’identità di un gruppo, tanto più forti le tendenze
centrifughe, le violazioni normative, gli opportunismi.
Concludendo questa breve analisi possiamo dire che, se da un lato i rischi
legati a forme ottuse di rivendicazione identitaria non vanno sottovalutati,
dall’altro le istanze legate al tema di un’identità collettiva sono istanze profonde,
non sradicabili senza gravi danni sul piano del senso e del valore. Definire forme
intelligenti e fertili di tutela identitaria, forme capaci di confrontarsi con il diverso
senza né aggredirlo, né disgregarsi, è un compito complesso, rischioso e, in un
contesto come quello della moderna economia globalizzata, anche schiettamente
‘inattuale’. Ma tralasciare, o persino screditare, quel compito è un errore senza
remissione.
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TRADUZIONE IN ITALIANO? O SI TRATTA DI UNA TRADUZIONE DELL‘AUTORE?
Hegel, G.W.F., 1986b, Phänomenologie des Geistes (Werke, vol. 3), Frankfurt, Suhrkamp.
MANCA TRADUZIONE IN ITALIANO? O SI TRATTA DI UNA TRADUZIONE DELL‘AUTORE?
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