Marco Revelli, “Turbopopulismo”, a cura di Alessandro visalli

Nell’epoca in cui austeri dizionari on line, come quello della Treccani, coniano termini come “sovranismo psichico”[1], riprendendo un Rapporto del Censis[2] ed avviando una polemica[3] ben meritata, l’illustre sociologo torinese Marco Revelli, di cui abbiamo già letto altro[4] si impegna in una damnatio di quel che identifica come un populismo 3.0.

Il libro del politologo e sociologo torinese (anzi cuneese) ex Lotta Continua e poi Bobbio boys[5], sembra interessante soprattutto per questo: è perfettamente espressivo dello spiazzamento della migliore cultura della sinistra italiana.

Una cultura che è forse di sinistra, ma certamente da lungo tempo completamente disancorata con la tradizione socialista[6], se pure nella radice dalla quale proviene l’ex ribelle fattosi pompiere torinese è mai stata connessa[7].

Ciò che accade nel presente a Revelli appare chiaro da un lato e completamente oscuro dall’altro. È in corso quella che chiama una “rivolta dei margini”, un ‘ribollire’ di periferie in fibrillazione (p.56). Svolgendo sotto questo profilo un’analisi simile nella descrizione, ma del tutto opposta nella presa di posizione, a quella che ad esempio abbiamo letto nel lavoro del geografo Guilluy[8], Revelli individua una precisa rappresentazione dell’inversione tra sinistra e destra negli esiti elettorali che dal 2016, sempre più chiaramente, si sono accumulati (Brexit, Trump, fino ai Gilet Gialli). Ma ritrova, proprio come Guilluy, una conferma anche nelle vittorie del centro, quella di Macron in Francia, che ottengono il successo esercitando una loro forma populista, come fece, peraltro Renzi nella sua breve parabola[9]. Quel che si sta verificando è dunque una rivolta, precisamente “dei margini”.

Ma mentre il geografo francese sta con i rivoltosi, sperando possano divenire rivoluzionari, il politologo piemontese sta senza alcun dubbio con il centro assediato. La cosa non potrebbe essere più chiara. E non potrebbe essere più interessante. Come nel caso del Censis e della Treccani, qui è in corso il principio di uno scontro civile totale, occorre prendere posizione[10].

Come si prende posizione? Avvicinandosi ai simili. È quel che fa Revelli, in effetti, ed è quel che tutte le élite, con la loro ampia corona di organizzazioni, media, ed ambienti sociali, fanno. Si tratta di alzare le bandiere della ‘civiltà’, del ‘buon senso’, della buona educazione, della ‘competenza’ contro i barbari, incivili, incomprensibili, plebei, incompetenti, rozzi e ineducati, e quindi anche pieni di ri-sentimento, di rancore. Gente lontana, cattiva, la cui attitudine è distruttiva, l’opposto di ogni buon ordine. Questa “fibrillazione dei margini”, che il nostro professore osserva con distacco da entomologo, come fosse un brulicante mondo di insetti, è infatti pieno, al suo sguardo lontano, di “rancoroso distacco e ostilità nei confronti delle élite governanti” (p.68). Di rancore che “i secondi” portano ai “primi”, tra i quali, è evidente, si annovera per una sorta di diritto di nascita[11].

I “secondi”, vivono in quelli che descrive con precisa immagine spazi a “scorrimento più lento”, in sé quindi portatori dello stigma della lontananza dal principio della modernità e della civiltà. Questi “lenti” e per questo lontani (ed inferiori) vivono in spazi marginali, nella “province, le zone rurali, le periferie dei poveri”. Si tratta di spazi nei quali, l’immagine è di potentissima ed indicativa evocazione, “domina il buio, la luce privata costa, quella pubblica è magari fulminata o intermittente”.

Se domina il buio insorgerà il maligno. Non tarderà a palesarsi.

Il sociologo qui introduce alcune spiegazioni, in epoca di risorse pubbliche calanti e di dominio dello spirito del mercato i servizi sono andati dove potevano essere sostenuti, ed hanno abbandonato le periferie, incoraggiando un circolo vizioso discendente nel quale molti, e molti territori, sono affondati. Naturalmente chi è vicino a chi affonda, anche se sta per ora un poco meglio, ha paura. Ha paura di raggiungere chi sta scendendo (p.76). Del resto ormai mancano tutti quei corpi intermedi, come i vecchi partiti di massa (quelli socialisti e la democrazia cristiana) che sostenevano una relazione interna con i ceti marginali. Questa relazione, ormai persa, è descritta come disciplinante; attraverso l’egemonia culturale che il mondo allargato della sinistra, nella quale svolgevano ruolo centrale e strutturante i ‘chierici’ dei quali l’autore è esponente, lo spirito del buio era tenuto a freno. Oggi il freno è venuto meno.

Tramite gli effetti di questo venire meno è interpretato da Revelli il dispositivo centrale del populismo. L’uomo che si sente ‘perduto’, perché si rende conto di essere periferico, catturato nella lentezza e nel buio, abita spesso in una piccola città, assiste alla proletarizzazione diffusa e alla conseguente perdita di status ne è il protagonista. Si tratta di quello che moltissimi sociologi ed economisti identificano come l’arretramento della classe media.

Il populismo è, in altre parole, l’effetto di una disattivazione. La disattivazione del dispositivo della cetomedizzazione che era sviluppato dall’insieme di politiche e dei corpi sociali che le trasmettevano (sindacati, centri dopolavoristici, circoli sportivi, associazioni, volontariato, partiti). Dispositivo che, sottolineo ancora, sotto la guida degli intellettuali ‘organici’, disciplinava i ‘subalterni’, spingendoli ad accettare il loro posto nel mondo. Questa è una delle possibili declinazioni del concetto di “riformismo” nel quale la cultura azionista e quella ex socialista in particolare di matrice comunista (e della ‘nuova sinistra’) si è ritirata dopo gli anni ottanta.

In realtà è sempre stata la declinazione principale del termine.

Revelli la tocca davvero forte. Con un richiamo prima a Kracauer[12], poi a Bloch[13], peraltro entrambi datati e quindi fuori spazio, lancia un anatema sui ribelli che si rifiutano a farsi ancora guidare. Sarebbero niente di meno che inumani.

Con la stessa mossa del Censis e della Treccani, ma molto più violento, riduce ogni opposizione al disciplinamento che il riformismo diretto dall’alto produceva sulle masse, e che è ormai del tutto screditato, con la tecnica dell’evocazione del male assoluto. Nel 1933, quando sale al potere Hitler, Ernst Bloch scrisse: “non è solo l’uomo mite a scomparire: scompare tutto quanto reca il nome di uomo”. Ciò che accadde, secondo lo scrittore tedesco, alla insorgenza del primo nazismo è quindi una metamorfosi degli uomini in demoni[14].

Seriamente, per decine di pagine, procede a paragonare, fino ad identificare, il male del nazismo con la rivolta degli elettori contemporanea[15]. L’insorgenza di Hitler con l’eventuale, aborrita, vittoria democratica del più vecchio partito italiano, pur criticabile[16].

Richiama una presunta “tara antropologica”, il male nell’uomo, una “cattiveria”, un “compiacimento nell’inumano”, il gusto di “mostrarsi crudeli”, o “indifferenti al male altrui” (cosa che sarebbe, da notare, per lui equivalente). Certo l’indifferenza al male altrui è, in effetti, quella che lui stesso esercita, in quanto nomina ma non comprende il senso di essere abbandonati e traditi dalle politiche che la sinistra, in primis, ha portato avanti. Politiche che ha lui stesso avallato qaundo non mancò di dare il proprio pensoso appoggio a Monti[17] (dato che scacciava l’altro male assoluto, all’epoca rappresentato da Berlusconi).

Ovviamente il punto di massimo esercizio di questo paradigma interpretativo, che segnala in modo davvero plastico l’abbandono dello spirito popolare da parte delle sinistre rifugiatesi da decenni nelle loro cittadelle (siano esse sociali, universitarie o variamente baronali), è l’immigrazione. Una ventina di pagine di autentici deliri. In cui le “vere vittime” sono gli immigrati (lo sono, naturalmente[18], ma non per questo le plebi abbandonate a se stesse dall’assetto neoliberale non lo sono, non per questo sono “false”). Tutte le politiche di respingimento sarebbero allora semplicemente “disumanizzazione” (dal che si deduce che sono inumani in pratica tutti i popoli del mondo, e lo sono da sempre[19]). Per respingere sarebbe necessaria una sorta di “neutralizzazione morale” ed il “rovesciamento del rapporto vittimario” (p.101). Questo rovesciamento poggerebbe sulla “percezione di una concorrenza sleale”, che viene vissuta da chi si sente assediato dalle bollette da pagare, non riesce più a stare dietro alle scadenze e a pagare la scuola ai figli, o a vestirli, soffre la deprivazione corrispondente, non si può pagare le cure mediche, e via dicendo. Si tratta di “un grande serbatoio di disagio materiale” che, però, essendo solo un “disagio” (e non una disperazione, che evidentemente il professore, non avendola mai vissuta, non è in grado di capire e neppure di com-patire) non basta a spiegare quel che Revelli identifica come, niente di meno che “uno spaventoso svuotamento del sé dall’umano”. Una frase pomposa, come se il sé possa essere svuotato dall’essenza umana, quasi come si toglie un liquido da un recipiente. Una frase che alluderebbe a “qualcosa di mentale”, un vedersi fuori del “racconto collettivo”, invisibili.

C’è qualcosa del genere, accade, ma resta il fatto che per il nostro professore torinese il ‘mentale’ implica immediatamente una “regressione nel disumano” che nessun dolore subito può giustificare; implica una “metamorfosi in demoni” di gente comune che, se poteva essere magari sostenuta da Bloch (se pur nel 1933 e non nel 1943), suona strana, stridula applicata oggi a persone che, in fondo, protestano contro la perdita di senso e di democrazia.

Suona ancora più strana nel momento in cui l’autore si mostra consapevole che c’è una connessione con il fatto della globalizzazione. Un evento che era stato indicato dalla sinistra come la “premessa per un nuovo, più universalistico, umanesimo”, mentre ne è nemico. Ma questa relazione è ricondotta a sua volta ad una “sindrome”, ovvero è ancora medicalizzata. La sindrome non elaborata del melting pot in cui si sciolgono (e devono farlo perché è un destino storico) le identità collettive e “nessuno riesce più ad avere un proprio ruolo e un proprio status corrispondente, garantito”. Qui compare, scritto da un garantito ovviamente, un gioco di prestigio dialettico:

“cosicchè si crede – falsamente – che segregando e sigillando ‘fuori’ quell’umanità eccedente, che preme oltre i confini e che si vorrebbe escludere rafforzando quei confini (peraltro sempre più precari), si possa ritornare ad ‘essere’ – come prima – qualcosa, senza accorgersi che così, sciaguratamente, si finisce per estinguere anche quel residuo di umanità che si conservava dentro, e che ci salvava. Come individui e come ‘popolo’. Ci si riduce, appunto, a niente” (p.108).

Sarò sincero, è un esercizio di stile, ma non significa assolutamente nulla. Intanto non c’è qualcosa come una “umanità eccedente”, questo è esercizio di pura astrazione liberale del tipo peggiore[20], esistono invece sempre esseri umani situati, che sono ‘nati da donna’ e che sono stati cresciuti in una cultura, connessi a degli obblighi e portatori dei diritti reciprocamente riconosciuti in comunità umane specifiche. E questi esseri umani possono essere talvolta ‘eccedenti’, quindi indotti o costretti ad emigrare, ma ciò non ha proprio nulla a che fare con l’essere qualcosa (ovvero dotati di risorse e diritti, ordinati nel mondo) o con il non esserlo. Comprendo molto bene che la generazione dei chierici alla quale appartiene Revelli abbia fatto dell’abbandono del popolo al suo destino un segno morale, un elemento di distinzione e marcatore di superiorità, l’identificatore di una appartenenza e di una promozione[21], ma la questione di essere qualcosa, usando gli stessi termini, si pone, e non è affatto vana. Avere, come ovviamente si ha, un confine ed affermare in esso una sovranità è una precondizione per poter lottare (certo contro le élite che l’autore così ben rappresenta), per tornare ad essere. Non è questione di avere “residui di umanità” che “salvano”, idea che solo un borghese con tutto l’essenziale al sicuro può accarezzare. È questione di avere di nuovo il materiale necessario.

Per nascondere questa semplice posta, keynesiana si potrebbe dire, della redistribuzione necessaria per rimettere in questione i rapporti di forza, ci si sposta sulla Repubblica di Weimar, la Turchia del 1916, la Roma del tardo impero, addirittura Sodoma e Gomorra… per sostenere la tesi piuttosto astorica ed astratta che la pietà sarebbe “sostanza indivisibile”, o si ha per tutti e sempre o non c’è, o la si prova o se ne è privi. Se ne deduce che Revelli ne è privo, dato che prova un evidente disprezzo di classe, con assoluta incapacità di comprensione, delle sofferenze di almeno dieci milioni di italiani, cinquanta milioni di statunitensi, un’altra trentina di milioni di europei, che magari talvolta si fanno tentare a votare populista (qualunque cosa significhi), ma certo vivono la disperazione di sentirsi scendere ed arretrare giorno dopo giorno da anni. Come sia, al netto di qualche altra ridicolaggine, come il sacro dovere di ospitalità (che è sempre stato altamente selettivo) o l’abuso di Cicerone e Seneca, il tono resta questo.

Ovviamente i politici che hanno interpretato questo sentimento di dolore ed abbandono dei propri concittadini sono dichiarati “psicopatici” (anche se “di successo”), colpevoli di “sdoganare il male” e di un comportamento mimetico che compie la mossa del “assorbimento mediante abbassamento” (p.126). Colpevoli di utilizzare ed esercitare un linguaggio semplificato e di cercare di passare dal principio di legittimazione nel quale le élite “positive” sono esperte, il “paradigma della superiorità”, a quello nel quale eccellono quelle populiste, il “paradigma del rispecchiamento”.

In altre parole, invece di mostrarsi “migliori” (ovvero aristoi) questi nuovi politici si mostrano schietti, talvolta volgari, praticano “l’abbassamento” verso un popolo che è “un aggregato linguistico maleodorante di termini fallici e in genere sessuali, di posteriori e promiscuità, da frequentatori di angiporti e di trivii; un popolo, appunto ridotto ai propri attributi corporeo-materiali, capace di recepire con particolare rilievo i richiami elementari della riproduzione genitale o gastro-intestinali”.

In questi passaggi lo scontro tra estetiche e quindi tra classi non potrebbe essere più chiaro. Si tratta di una profonda frattura, incomunicabile, una matrice di reciproco disprezzo e finanche di odio. Ma non sono solo i “populisti” che odiano gli aristocratici alla Revelli, è, evidentemente, anche che lui odia loro.

Revelli sente emanare da questo popolo frammentato quello che chiama “un acre odore di zolfo”, una società regredita ad una condizione asociale. Una regressione alla “forma informe del vuoto” (p.163). Una forma che “farà il suo giro” e nella sua ambiguità costitutiva sta prendendo la forma di una sorta di “populismo 3.0”, più espressamente “di destra” che lavora con la vecchia tecnica del “capro espiatorio”.

Scrivevamo all’inizio che è il principio di uno scontro civile totale.

Gli allineamenti sono abbastanza evidenti, anche formazioni intermedie, sensibili al “momento populista”[22] sentono il richiamo della foresta, i tam tam della tribù che battono. Oppure è evidente nella mobilitazione semispontanea delle “Sardine”[23] che appare sempre più come un movimento vasto e reattivo, trascinato dalla paura esistenziale. Se quel che si muove dal fondo e dalla periferia della società occidentale è una ‘rivolta degli elettori’ alla loro designazione come vittime (della storia, secondo la lettura di aristoi come Revelli), quel che dall’altro lato si allinea è una contro-rivolta, un singolare movimento pro-establishment composto da ceti e frazioni di classe non solo protetti e garantiti, ma accumunati da un desiderio di status. Sostiene Guilluy che la frazione dominante della società occidentale ha abbandonato i segmenti popolari e si è distaccata (una tesi che a suo tempo avanzò anche Lasch ed altri), e che l’egemonia sta passando al basso.

Di fronte a questo movimento ‘polanyiano’[24] è in corso una sorta di contro-contro-movimento. Si tratta di un allineamento che in altri termini avremmo definito “sovrastrutturale”. Una spaccatura che nasce dalla paura di alcuni mondi vitali di essere travolti, dalla “rivolta degli elettori” che si sentono messi a margine e scacciati nell’irrilevanza.

Il mondo vitale plurimo che si mobilita contro la rivolta, e che si esercita in una singolare contro-rivolta pro-establishment, è aggregato da un certo tono libertario, da un’estetica liberale e da un afflato ancora competitivo, dal desiderio se non altro di essere cooptato di accedere alle aree dense e veloci. Spesso si assommano anche i militanti di movimenti non distributivi, come l’ambientalismo, le lotte per i diritti civili, il pacifismo, il femminismo. Movimenti che hanno, e da sempre, una chiara egemonia piccolo-borghese e metropolitana. In questo campo c’è maggiore densità degli urbani, di coloro che hanno una formazione media o alta, che condividono quindi le narrazioni e le strutture cognitive dominanti, sono stati formati in esse. In termini di stratificazione sociale (ma ricordo che l’adesione ai ceti medi è questione di status percepito molto più che di mera condizione materiale), troviamo in questo campo allineato con la contro-reazione impiegati, giovani precari ad alto sfruttamento (ma “provvisorio”), insegnanti, studenti, quadri pubblici, piccolo borghesi anche autonomi, professionisti, pensionati a reddito alto, imprenditori di imprese rivolte ai mercati esteri. Insomma, coloro che sono nel centro o aspirano ad accedervi.

Nello scontro civile l’altra parte, i barbari e gli inumani, i demoni, sono molto più operai, ancora giovani precari, ma con poche speranze di riscattarsi, certo anche alcuni sottoproletari, alcuni dipendenti pubblici e privati, ancora segmenti di piccola borghesia e di lavoro autonomo, molti professionisti, anche imprenditori che lavorano verso il mercato interno e ne percepiscono la sofferenza. Coloro che sono al margine sanno di esservi.

Le contraddizioni attraversano entrambi i campi ed i confini sono tutt’altro che impermeabili, soprattutto i meri interessi economici non spiegano tutto. Se la prima Italia, quella alta e centrale, è per il mercato, di cui apprezza le virtù salvifiche, lo spirito libero e competitivo, il vitalismo, la seconda Italia, quella bassa e periferica, normalmente avversa lo Stato, la sua imposizione fiscale. Contraddittoriamente la prima si trincera in esso, la seconda ne richiede la protezione, sociale e lavoristica.

Lo scontro civile totale, al quale il libro di Revelli porta armi, nasce dall’incapacità di entrambe le Italie, della rivolta come della contro-rivolta, di comprendere se stesse e di venire a patti con la propria estetica. Non si riconoscono vicendevolmente l’appartenenza al campo dell’umano, e parlano lingue diverse.

Si riconoscono al primo sguardo, al movimento, al vestiario, alla prima parola, e si odiano.

[1] – Il neologismo compare a questa voce: “sovranismo psichico s. m. Atteggiamento mentale caratterizzato dalla difesa identitaria del proprio presunto spazio vitale. ♦ Sovranismo psichico, prima ancora che politico. È la definizione del Censis nel 52esimo rapporto presentato ieri al Cnel a Roma. Più che un’analisi sui dati dell’economia, e della sua crisi, l’indagine trova un suo interesse per il panorama che offre sulla crisi della soggettività nell’epoca del risentimento e del «populismo» al potere. L’espressione ridondante di «sovranismo» non allude solo al conflitto tra Stato-Nazione e tecnocrazia europea, ma al cittadino-consumatore che «assume i profili paranoici della caccia al capro espiatorio». (Roberto Ciccarelli, Manifesto.it, 8 dicembre 2018, Italia) • Non accettiamo la realtà del nostro futuro che sarà nella globalizzazione dei mercati e in una società multietnica e multirazziale? Noi italiani che corrispondiamo a meno dell’1% della popolazione mondiale vogliamo metterci alla guida dell’altro 99% affermando che devono fare quello che riteniamo giusto noi? Naturalmente, in questo modello di pensiero, se gli altri popoli non si adeguano ci sentiamo incompresi e accerchiati per cui costruiamo dei nemici mentali che in questo momento storico sono i migranti e le istituzioni sovranazionali come l’Unione europea, i mercati, il Fondo monetario, etc. Ringrazio il Censis e il Dr. De Rita per aver chiarito, inventando il termine sovranismo psichico, questo modello di pensiero e perché poi, inevitabilmente, sfoci in rabbia e cattiveria verso gli altri. (Luciano Casolari, Fatto Quotidiano.it, 18 dicembre 2018, Blog) • È vero: sondaggi alla mano, questo grumo ideologico di nazionalismo securitario e xenofobo seduce molti italiani, rinchiusi nei miti della “Piccola Patria” e nei riti del “sovranismo psichico” (per restare alla formula Censis). (Massimo Giannini, Repubblica.it, 2 gennaio 2018, Commento).”

[2] – 52° Rapporto Censis, che attribuisce ad un sentimento, come il rancore e quindi la cattiveria, che è normalmente pensata come una attitudine ad offendere, a far del male, e quindi la radice di azioni riprovevoli, dannosi, il sovranismo. Cito: “Al volgere del 2018 gli italiani sono soli, arrabbiati e diffidenti. La prima delusione ‒ lo sfiorire della ripresa ‒ è evidente nell’andamento dei principali indicatori economici nel corso dell’anno. La seconda disillusione ‒ quella del cambiamento miracoloso ‒ ha ulteriormente incattivito gli italiani. Così, la consapevolezza lucida e disincantata che le cose non vanno, e più ancora che non cambieranno, li rende disponibili a librarsi in un grande balzo verso un altrove incognito. Una disponibilità resa in maniera pressoché incondizionata: non importa se il salto è molto rischioso e dall’esito incerto, non importa se si rende necessario forzare – fino a romperli – i canonici schemi politico-istituzionali e di gestione delle finanze pubbliche, a cominciare dalla messa in stato d’accusa di Bruxelles. L’Europa non è più un ponte verso il mondo, né la zattera della salvezza delle regole rispetto al nostro antico eccesso di adattismo: è una faglia incrinata che rischia di spezzarsi. Così come il Mediterraneo non è più la culla delle civiltà e la nostra piattaforma relazionale, bensì ritorna come limes, limite, linea di demarcazione dall’altro, se non proprio cimitero di tombe. Gli italiani sono ormai pronti ad alzare l’asticella: sono disponibili a un funambolico camminare sul ciglio di un fossato che mai prima d’ora si era visto da così vicino, perfino a un salto nel buio, se la scommessa è quella poi di spiccare il volo. È quasi una ricerca programmatica del trauma, nel silenzio arrendevole delle élite, purché l’altrove vinca sull’attuale. È una reazione pre-politica che ha profonde radici sociali, che hanno finito per alimentare una sorta di sovranismo psichico, prima ancora che politico. Un sovranismo psichico che talvolta assume i profili paranoici della caccia al capro espiatorio, quando la cattiveria diventa la leva cinica di un presunto riscatto e si dispiega in una conflittualità latente, individualizzata, pulviscolare e disperata, ma non più espressa nelle manifestazioni, negli scioperi, negli scontri di piazza tipici del conflitto sociale tradizionale”.

[3] – Scrive, ad esempio, Andrea Zhok: “Dopo essere stata presa in giro sui social per mesi la definizione di ‘sovranismo psichico’ ha l’onore di essere ospitata come voce dalla Treccani online. Forse è il caso di smettere di ridere e di chiederci se ci siano ancora limiti che i poteri mediaticamente ed economicamente più influenti (l’establishment) considerano non sorpassabili, o se oramai siamo arrivati al punto in cui si ritiene che valga tutto, assolutamente tutto, pur di abbattere l’avversario. Già, perché ospitare come voce accreditata una formula che è dimostrabilmente un’idiozia con finalità di lotta politica spicciola ricalca esattamente una delle dinamiche descritte da George Orwell, di confisca concettuale e assoggettamento culturale. Da un lato le istanze del ‘politicamente corretto’ mettono fuori legge tutte le espressioni che suonano come critiche dell’opinionismo mainstream, e dall’altro vengono accreditate unità concettuali farlocche e strumentali come se fossero descrittori di natura scientifica. Non basta dunque aver distorto pervicacemente la nozione di ‘sovranismo’, applicata originariamente in contesto francofono per le istanze di rivendicazione autonomiste su base nazionale (Quebec, Irlanda, Palestina, ecc.), trasformandola in un sinonimo di ‘nazifascismo’. Ora si passa alla fase della patologizzazione del dissenso, che viene ridotto a categoria psichiatrica, a deviazione mentale. Esaminiamo innanzitutto la definizione che ne viene data: ‘Atteggiamento mentale caratterizzato dalla difesa identitaria del proprio presunto spazio vitale’.

La prima cosa da osservare è che se togliamo l’aggettivo ‘presunto’, che insinua la natura illusoria, erronea del giudizio (per il loro ‘presunto’ punto di vista obiettivo), il resto della definizione rappresenta una descrizione che si attaglia a tutte le specie viventi, a tutte le unità culturali, istituzionali e statali di cui abbiamo contezza. Infatti, la ‘difesa identitaria del proprio spazio vitale’ è qualcosa che può valere per l’identità di un organismo rispetto a fattori esogeni che ne destabilizzano l’identità, così come per ogni unità politica nota. Anche la multiculturale e multinazionale Svizzera opera in forme che tendono a preservare la difesa identitaria del proprio spazio vitale: ha una Costituzione, dei confini, leggi comuni, regole che ne definiscono l’indipendenza da altre unità politiche entro uno spazio in cui vivono i suoi cittadini.

Salvo che per colonie, protettorati o entità politiche fittizie (come alcuni paradisi fiscali), nel mondo non esistono che unità politiche per cui è ovvio che la propria identità entro uno spazio vitale vada difeso. Tutto il peso dello stigma nella definizione sta nel carattere di illusorietà (‘presunto’), che farebbe dell’ ‘atteggiamento mentale’ una forma di delirio, di allucinazione malata. Le citazioni che forniscono la campionatura d’uso dell’espressione sono in questo senso eloquenti. La prima fa riferimento ad un atteggiamento ‘paranoico’, cioè appunto ad una categoria delirante; niente viene aggiunto al quadro, salvo il giudizio insindacabile del giudicante: si tratta di patologia mentale.

La seconda addirittura, secondo il canone retorico dello ‘strawman’, inventa di sana pianta una tesi che nessuno, neanche qualche ultras neonazi etilista, ha mai sostenuto (“vogliamo metterci alla guida dell’altro 99% affermando che devono fare quello che riteniamo giusto noi?”), per poter procedere alla liquidazione forfettaria di ogni richiesta di sovranità. Ora, ciò che è particolarmente preoccupante in questo episodio di malcostume culturale è vedere l’abisso di malafede, arroganza e ignoranza in cui sguazzano soddisfatti precisamente quelli che sparacchiano accuse ad alzo zero di malafede, arroganza e ignoranza sui dissenzienti. Siamo di fronte ad operazioni spudorate, prive di scrupoli, in cui vengono avvelenati i pozzi del dibattito pubblico da coloro i quali sono stati posti a guardia degli stessi.

E’ qualcosa che eravamo abituati a leggere nelle descrizioni sull’atmosfera di falsificazione culturale nella Controriforma tridentina o nella Restaurazione napoleonica, pensando che eravamo fortunati a vivere in un’epoca che li aveva superati. E ci ritroviamo oggi con i sedicenti portatori sani di ‘illuminismo’ a fare le stesse cose, ma con meno scuse.”

[4] – Si veda, Marco Revelli, “Finale di partito”, 2013; “Dentro e contro”, 2015; “Populismo 2.0”, 2016.

[5] – Marco Revelli, figlio di un partigiano e poeta come Nuto Revelli, si è laureato in giurisprudenza sotto la guida di Norberto Bobbio all’avvio degli anni settanta, insegna Scienza della politica all’Università del Piemonte orientale dalla fondazione fino allo scioglimento aderisce a Lotta Continua e poi aderisce al gruppo di Primo Maggio. La sua biografia è perfettamente rappresentativa di un’intera epoca della cultura italiana.

[6] – Per questa distinzione tra le tradizioni della “sinistra” e del “socialismo” si veda Jean-Claude Michéa, “I misteri della sinistra”, che pone in chiave di ricostruzione filosofica della storia delle idee al centro il semplice fatto, noto a tutti ma da tutti dimenticato, che il socialismo non è il liberalesimo. Sono stati alleati, nella lotta contro la reazione, ma non coincidono. E neppure si può dire che il socialismo sia il superamento dialettico del liberalesimo, in quanto si tratta di tradizioni di pensiero che da quasi duecento anni procedono in parallelo, anche se hanno alcuni costrutti comuni. Tra i più profondi e problematici quello di “progresso”, che entrambe le tradizioni tendono a leggere, in una sorta di residuo illuminista e positivista, sotto la forma della crescita economica illimitata e auto programmata. In questo modo la dimensione “sociale” e comunitaria della tradizione socialista viene oscurata in favore della fascinazione per il continuo sradicare e rendere flessibili, mobili, della modernità contemporanea. La pratica della costante rivoluzione culturale della modernità discioglie nelle gelide acque del calcolo egoista tutte le costituzioni e le eredità, smontando ciò che permane. E’ chiaro che questa ideologia, e sin dall’inizio, trova senso e scopo nell’ineguaglianza e guarda il mondo dal punto di vista dei possidenti. A chi giova la libertà desiderante dai vincoli sociali ed il trionfo dell’individuo, a chi ha le risorse economiche per goderne e non vuole limiti a questo, o a chi lotta giorno per giorno per avere l’essenziale? Nascondendo questo fatto la metafisica del progresso è “lo zoccolo duro di tutte le concezioni borghesi del mondo” (Michéa), e con esso l’idea che le forme produttive dominanti siano anche, e sempre, delle forme della ragione (una sorta di hegelismo pervertito) e dunque “tappe storicamente necessarie” per la liberazione e la parusia. La versione liberale di questa è la “pace perpetua” nel contesto di una futura governance mondiale a-politica e della totale mobilità di ogni fattore (con la dissoluzione di ogni identità, in quanto ostacolo al dispiegarsi della logica del valore e della sua appropriazione individuale). La versione socialista sfuma in quella. Ma nella tradizione socialista è presente anche un altro sistema di idee, radicalmente indisponibile alla dissoluzione nelle gelide acque del calcolo, la critica alla reificazione che ricorda come non necessariamente ogni passo “avanti” è per definizione nella “giusta” direzione. La direzione della storia, in particolare quando procede verso la dissoluzione delle forme sociali esistenti sotto la spinta dell’automovimento della tecnologia e dell’economico, non è sempre apprendimento ed emancipazione. Secondo quanto sintetizza Michéa, “nessun liberale autentico – ovvero nessun liberale psicologicamente capace di accettare tutte le implicazioni logiche delle sue convinzioni – potrà mai ritrovarsi in un’altra ‘patria’ (se con tale nome ormai demonizzato s’intende ogni primaria struttura di appartenenza che –come la famiglia, il paese di origine, o la lingua madre- non può derivare, per definizione dalla libera scelta degli individui) che non sia quella ormai costituita dal mercato globale senza frontiere” (p.31). I liberali sono, cioè, naturaliter cosmopoliti. Ma essere ‘conservatori’ non è sempre identico all’essere di destra, a volte significa essere realmente socialisti. La conclusione di Michéa è prettamente politica: accettando questa analisi, ne deriva che il ‘significante principale’ intorno al quale schierare un fronte avverso al selvaggio liberalismo trionfante dei nostri tempi non può limitarsi alla “sinistra”, ma deve riprendere quelle che chiama “bandiere a priori” molto più larghe ed unificanti. Che abbiano senso per tutte le classi popolari e per i loro alleati. E’ chiaramente la questione del populismo.

[7] – Si veda in proposito Luc Boltanski, Eve Chiappello, “Il nuovo spirito del capitalismo”, 2014

[8] – Christophe Guilluy, “La società non esiste”, 2018.

[9] – Si veda la diagnosi dello stesso Revelli in “Dentro e contro”, 2015.

[10] – Da una parte la visione dell’emancipazione come rottura e liberazione da ogni vincolo, in primo luogo comunitario. In quella che Honneth in “Il diritto della libertà”, caratterizzerà in modo convincente come una parziale ed insufficiente libertà solo “negativa”, da oltrepassare sia in senso “riflessivo” (è libero ciò che effettivamente scelgo senza essere costretto neppure da passioni e costrizioni acquisite) sulla scorta delle lunghe riflessioni in questo senso (da Aristotele alle riprese di Rousseau e dello stesso Kant) sia e più profondamente dalla “libertà sociale” (sono libero solo quando mi oriento verso l’altro e insieme sosteniamo i reciproci piani d’azione). Ecco che un’emancipazione come libertà di essere solo, in concorrenza con tutti gli altri, invece attiva inevitabilmente forme di schiacciamento dell’altro, di mancato riconoscimento come persona e di riduzione ad oggetto, a strumento, e di potenziamento delle ineguaglianze.

[11] – Ciò che accade nel secondo dopoguerra è, in particolare in alcuni ambienti semicentrali come la Torino degli anni dai cinquanta ai settanta e ottanta l’effetto di un mito fondativo imperniato sulla resistenza e sull’azionismo. Chi scrive condivide l’alta valutazione della resistenza ma bisogna avere il coraggio di dire il vero. Intorno a questa si sono formate delle vere e proprie aristocrazie che fondano il proprio potere, radicato in alcuni ambienti densi come l’università e alcune amministrazioni e soprattutto corpi intermedi essenziali per il funzionamento democratico, ma anche viatico di cooptazioni che assicurano la continuità, sulla presunta e rivendicata superiorità morale. Questo tono inconfondibile è la tecnica attraverso la quale si sceglie ex ante chi è “primo” e chi “secondo”, chi sta al centro, perché ha il buon diritto che deriva dalla riconosciuta cultura e dalla indubitabile integrità, e chi è, perché lo deve, periferico.

[12] – Siegfried Kracauer, “Gli impiegati”, Einaudi, 1980

[13] – Ernst Bloch, “Il mito della Germania e le potenze mediche”, 1933

[14] – Ricordiamo qualche antefatto: Nel 1923 la grande guerra è finita da pochi anni e la Germania è nel pieno del caos, dall’ottobre 1918 al 1919 si sussegue una guerra civile a bassa intensità nella quale trovano la morte Rosa Luxemburg e Karl Liebknecht, il governo andò ai socialdemocratici moderati di Ebert che vinsero le elezioni del 19 gennaio 1919, formando la Repubblica di Weimar. A Monaco, invece, venne proclamata una Repubblica Sovietica che fu repressa dall’esercito. Quindi ci furono sollevazioni in Polonia e tre distinte sollevazioni slesiane. Nel frattempo la Germania firmò il Trattato di Versailles accettando condizioni che umilieranno il paese e porranno le condizioni (come previse un giovane Keynes), della rivalsa successiva. Tale fu l’odio per il Trattato che due dei firmatari per parte tedesca saranno successivamente assassinati. Il nuovo Stato è sotto la pressione di opposti estremismi. Mentre altre sollevazioni comuniste si susseguivano (nella Ruhr, in Sassonia ed a Amburgo) dal 1923 la Repubblica è insolvente verso le riparazioni di guerra e le truppe francesi occuparono la Ruhr; seguirono scioperi massicci e stampa di ulteriore moneta per pagare comunque gli operai. Partì quindi una breve ma impressionante fiammata di iperinflazione (causata dalla totale mancanza di fiducia nella moneta e nel governo che questa rappresentava). Nel 1923, a Monaco di Baviera, Adolf Hitler con il neonato Partito Nazionalsocialista Tedesco dei Lavoratori (NSDAP) diede seguito al Putsch della birreria; dal 1921 si formarono le SA (sturmabteilung). Hitler venne arrestato e condannato a cinque anni di carcere, ma dopo uno fu rilasciato. Dal 1923 si formò un governo di coalizione che sembrò tranquillizzare un poco la situazione, per stabilizzare l’economia avviò però una brutale politica restrittiva (ridusse le spese e alzò le tasse). Purtroppo nel 1930 Heinrich Bruning venne nominato cancelliere, ma il governo era debole e cadde quasi subito. Il 14 settembre 1930 alle elezioni il NSDAP ottenne il 18% dei voti. Mentre la nazione scivolava verso la guerra civile Bruning sulla base di Decreti Presidenziali di emergenza, non avendo la maggioranza, tentò di risanare lo Stato su inflessibili linee di stretta austerità liberale. Ridusse quindi drasticamente la spesa pubblica, creando milioni di disoccupati in un paese in cui l’iperinflazione di pochi anni prima aveva distrutto i risparmi di moltissimi, ed eliminò anche i sussidi per la disoccupazione introdotti nel 1927. La disoccupazione arrivò al 40%. Le elezioni del 3i luglio 1932 portarono la NSDAP al 37,2%, e poi al 33% nelle immediatamente successive nuove elezioni. Il 30 gennaio 1933 Adolf Hitler fu nominato Reichskanzler.

Ma anche nel resto del mondo nei cruciali anni venti si era nel pieno di quelle reazioni difensive a catena imperniate sotto molti profili nella difesa ostinata della “base aurea” e quindi delle politiche deflattive che questa imponeva. Negli anni venti l’Italia cade nel fascismo, nei trenta tocca alla Germania e, al termine del decennio, alla Spagna. Il sistema internazionale che aveva retto il mondo nel settantennio di pace sotto l’imperialismo inglese e “il concerto” delle nazioni termina quindi definitivamente; fallisce cioè il tentativo di ripristinarlo dopo la grande guerra. In tutti i paesi europei, Inghilterra nel 1931, Austria nel 1923, Francia nel 1926, Germania nel 1931, i partiti della sinistra, dopo aver sostenuto politiche di austerità perdendo parte del loro consenso, furono allontanati quando si trattò di “salvare la moneta”. Come Karl Polanyi fisserà nel suo capolavoro “La grande trasformazione” furono accusati delle difficili condizioni i salari inflazionati e i disavanzi di bilancio per cui si perseverò nella scelta di ulteriore austerità nel mezzo di una devastante crisi. Come dice Polanyi, quindi: “il tempo divenne maturo per la soluzione fascista”. Nel 1932 molti intellettuali si rivolsero verso la ricerca di soluzioni forti, Werner Sombart pronunciò un indicativo discorso su “L’avvenire del capitalismo”.

[15] – Formula richiamata in un fortunato libro di Andrew Spannaus, “La rivolta degli elettori”, del 2017.

[16] – Si veda, ad esempio, “Giochi di specchi ed equivoci: il caso della Lega

[17] – Si veda, Marco Revelli, “Bacio il rospo Monti, ma…”. E’ interessante che dichiari di fare il tifo per Monti per una questione estetica (ed etica), di pelle. Lo strepitio, la volgarità al potere, il caravanserraglio, … del governo di Berlusconi offendevano il suo senso dell’appropriato. Si tratta di uno schieramento che si manifesta su linee prerazionali (anche se non mancano anche le ragioni razionali, il solito Tina), ovvero per allineamenti identitari. E quale è l’identità che è qui così bene manifestata? Ovviamente si tratta di un richiamo ai tradizionali valori di sobrietà, buon senso, educazione ed ordine della buona borghesia. Anche un poco noiosa, un poco conservatrice, ma certamente capace di sapere come si sta a tavola. Si potrebbe dire molto altro, e di interessante, su questo articolo, ma non è la sede.

[18] – Sono vittime sia per il viaggio, sia per il selvaggio sfruttamento, la vera e propria schiavitù cui sono sottoposte da parte dei ceti imprenditoriali e borghesi italiani. In un sistema di sfruttamento paraschiavistico che coinvolge milioni di persone (questa è l’unica parte valida del recente libro di Luca Ricolfi “La società signorile”, 2019.

[19] – Difficile non vedere, se non dagli spessi occhiali della ideologia, che in pratica tutti i paesi del mondo praticano, tanto più quanto più sono sovrani, la regolazione dell’immigrazione. Come difficile non sapere che le politiche di welfare sono cresciute sempre in condizione di regolazione forte degli spiriti animali del capitalismo e di rafforzamento della coalizione sociale del lavoro, e quindi dell’immigrazione (che tende ad alimentare gli uni e depotenziare l’altra). Si veda, ad esempio, Kiran Klaus Patel, “Il New deal”, ma si veda anche per un quadro allargato “Appunti sull’economia politica delle emigrazioni: il caso dei paesi semi-periferici”.

[20] – Si veda, ad esempio la polemica tra liberali e comunitari degli anni ottanta. Ad esempio il grande classico di Michael Sandel “Il liberalismo e i limiti della giustizia”, 1982.

[21] – La promozione a classe dirigente del paese e a parte essenziale della sua borghesia. Proprio mentre si disprezza il paese reale e si dichiara l’indispensabilità del vincolo esterno.

[22] – Mi riferisco a Patria e Costituzione, che qualche giorno fa ha pubblicato il post “Perché il fascismo è una patologia dell’anima”, nel quale con argomenti piuttosto leggeri riprende la tesi di una sorta di radice antropologica del fascismo e con l’artificio retorico dell’abuso del termine “negazionalista” (riferito non a chi neghi l’olocausto, ma a chi dubiti della natura fascista dei populisti) accusa indifferentemente di “tentare di difendere i fascisti”. Con questo cortocircuito, ed il richiamo del libro più liberale della fase più liberale di un autore come Umberto Eco (“Il fascismo eterno”, nel quale in sostanza si bollava come fascismo tutto quello che non è liberale), e la dimostrazione dell’esistenza di qualche sparuto gruppuscolo di autentici fascisti, la redazione prende posizione, disumanuzzando gli avversari. Si tratta di un allineamento estetico, in effetti. Un allineamento di classe.

[23] – Si veda, “Sardine”. Per un intervento di Marco Revelli si veda, “Il neo-qualunquismo della sinistra radicale che attacca le sardine”.

[24] – Si veda Karl Polanyi, “La grande trasformazione”, 1944. nel quale descrive appunto il crollo subitaneo della mondializzazione liberale di tardo ottocento per effetto delle forze che aveva mobilitato e della reazione difensiva della società sfidata di distruzione da queste. Come scrive, cioè, l’effetto dell’incapacità del capitalismo del lassaire-faire di governare le forze che esso stessa aveva messo in moto e il venir meno quindi dei meccanismi fondamenti del suo funzionamento. L’utopia di autoregolazione senza politica e dissolvendo la società crolla sotto il peso delle sue contraddizioni e del mondo inospitale che crea. L’opinione dell’autore è, infatti, che queste idee siano del tutto errate, che l’individualismo e in particolare la rivoluzione industriale non sia un veicolo di progresso, ma una vera e propria calamità sociale; che il mercato non sia autoregolato, non sia soggetto ad un automovimento, ma sia un’artificiosa costruzione parte di un intreccio funzionale di “istituzioni” (un equilibrio di potere geopolitico, la base aurea internazionale, lo Stato liberale), e alla fine non possa che operare, se lasciato nella sua purezza, per annullare la sostanza umana e naturale della società (che talvolta chiama “organica”); per distruggere quindi sia l’uomo che l’ambiente.

È per reazione a quest’aggressione che “la società” (cioè concretamente le forze sociali che hanno di volta in volta da perdere, anche in inedite alleanze di fatto) si difende, introducendo vincoli e garanzie che sono alla lunga incompatibili con esso e finiscono per provocarne il crollo (descritto negli anni quaranta).

Per Polanyi la popolazione ed in essa le classi sociali e le forze che sono principalmente aggredite e destabilizzate dalla centralità dell’interesse egoistico senza freni del mercato (nelle tre dimensioni del lavoro, del denaro e della terra in particolare) “manifesta una fondata esigenza di sicurezza materiale e di riconoscimento sociale”. Dunque legittimamente sottopone il mercato al vincolo di una “società democratica” che sottrae i fattori del lavoro, del denaro e della terra al mercato, fissandone politicamente i prezzi (cioè regolando il lavoro ed i relativi contratti, limitando i movimenti di capitale e controllando gli scambi nei limiti del danno ai territori).

https://tempofertile.blogspot.com/2019/11/marco-revelli-turbopopulismo.html

Il liberalismo e il populismo sono davvero così incompatibili come pensa Patrick Buisson?

Un importante articolo tratto da “Atlantico” sul riposizionamento delle correnti di pensiero politico e delle forze organizzate nella formazione francese. Offre parecchi spunti da utilizzare nel nostro cortile di casa; in particolare ad analizzare le discontinuità e le costanti presenti nella Lega_Giuseppe Germinario

Il liberalismo e il populismo sono davvero così incompatibili come pensa Patrick Buisson?

Atlantico: In un’intervista a L’Opinion, Patrick Buisson, l’ex stratega di Nicolas Sarkozy, afferma che non esiste una possibile convergenza tra liberalismo e populismo laddove ce ne sarebbe una tra conservatorismo e populismo. Le offerte politiche rappresentate da Donald Trump, Boris Johnson, Viktor Orban e altri Andrej Babis nella Repubblica Ceca non contraddicono la dichiarazione del signor Buisson? 

Edouard Husson: Patrick Buisson è un uomo intelligente e colto. Ma confesso di non capire quello che definisce “liberalismo”. Non capisco la frase della sua intervista in cui afferma: “Non possiamo sostenere il libero mercato e combattere la PMA e il GPA”. La frase contiene un pleonasmo: per definizione, il mercato è libero: è una realtà, ben prima del capitalismo, dove ci sono acquirenti e venditori che sono liberi nelle loro transazioni – secondo le regole, ovviamente garantite da un’autorità esterna, sia politica, giudiziaria o altro. La salumeria dietro l’angolo è già un mercato. Forse è un problema che la stessa parola sia usata per i mercati finanziari, ma la realtà di base è sempre la stessa, quella di domanda e offerta. Potremmo anche vedere l’universalità del “commercio”: giungeremo sempre alla stessa conclusione, vale a dire che l’uomo vive di scambi. Ciò non significa che tutto ciò che riguarda l’uomo sia oggetto di scambio. La società è fatta di rapporti di mercato ma anche di rapporti gratuiti, etica, cultura. Ci sono mercati che la morale riprova, come la prostituzione. Ci sono altri che il progresso della morale ha bandito, come la schiavitù. Non solo possiamo, ma dobbiamo essere per il mercato e contro la PMA e l’AAP, se ci piace davvero la libertà. La PMA si basa su tecniche complesse, che hanno lo svantaggio di produrre e distruggere masse di embrioni – tranne quello impiantato nell’utero; non vediamo nel nome di cosa un embrione sia scelto più di un altro: il dottore si crederebbe Dio? Aggiungiamo che questa tecnica è accessibile solo agli individui che possono permettersela, e più la PMA viene ampliata, più si vedrà il rafforzamento della discriminazione sociale. Che l’AAP sia nella continuità del “PMA per tutti”, questo è stato ampiamente dimostrato recentemente da menti lucide. E questo ci riporta al nostro argomento: il mercato non può riguardare l’intera esistenza. Solo alcuni liberali ci credono: da un lato i libertari, che sono a favore dell’abolizione dello stato e credono che la totale privatizzazione dell’economia possa risolvere tutto; d’altra parte i progressisti (i “liberali” in America), che sostengono una totale liberazione della morale, accessibile, infatti, solo per i più ricchi. A parte queste famiglie di pensiero, tutti coloro che sanno che il mercato è l’unico modo per far funzionare l’economia in modo efficace concordano di porre dei limiti e di rifiutare la mercificazione del corpo, per esempio.

Contrariamente a quanto ritiene Patrick Buisson, i conservatori sono i migliori amici dell’economia di mercato: inquadrano il mercato e lo regolano meno dalle direttive statali accatastate che dall’istruzione, dall’etica, dalla protezione di famiglia, dal rispetto religioso di una giornata non lavorativa, ecc. Per capire questo, dovremmo andare oltre la tradizione del conservatorismo francese del 19 ° secolo, che è davvero molto sospetto per l’economia moderna. . Dovremmo rivolgerci al conservatorismo anglo-americano, tedesco e italiano, dove la preoccupazione per la trasmissione, i valori, la famiglia va di pari passo con l’economia di mercato, comprese le sue versioni capitalistiche più moderne. E citi giustamente Trump, Johnson, Orban o Babis, che sono allo stesso tempo liberali, conservatori e patriottici!

Affrontiamo la stessa questione per il verso del capitalismo. L’economia di mercato esiste sin dall’inizio della civiltà. Ma è stato permanentemente minacciato da saccheggi, guerre, invasioni del potere statale. Il genio dell’Occidente è di aver inventato il capitalismo! L’economia di mercato diventa praticabile nel tempo e in grandi aree perché il potere politico si impegna a rispettare lo stato di diritto. Di conseguenza, gli individui cessano di avere paura, di accumulare; il denaro circola; l’interesse del prestito sostituisce l’usura. Il risparmio e gli investimenti consentono la costituzione del capitale. In combinazione con la rivoluzione della scienza e della tecnologia, stiamo assistendo alla magnifica ascesa che ha portato la grandezza dell’Europa e la sua influenza dal Medioevo al 1914: L’Europa fu il continente della prima rivoluzione industriale, dal 1770, e condivise l’invenzione della seconda con gli Stati Uniti, dopo il 1870; ed è ancora questo sistema capitalista, preziosamente conservato dal mondo anglo-americano, nonostante i totalitarismi e l’occupazione dell’Europa, che ha permesso la nostra straordinaria ripresa dopo il 1945. Possiamo persino restituire le dichiarazioni di Patrick Buisson con un osservazione storica: l’economia di mercato ha funzionato molto bene in Europa, purché sia ​​stata dispiegata entro limiti identificabili, quelli delle società conservatrici e socialdemocratiche dei Trenta Gloriosi (1945-1975). È l’incontro del neoliberismo e l’individualismo assoluto dei sessantottini che produce la folle fuga dei Trenta Pitei (1980-2010): Creazione monetaria inflazionistica USA controbilanciata da trasferimenti di lavoro, immigrazione massiccia e abolizione delle frontiere; finanziarizzazione dell’economia fino al punto di estendere il campo della mercificazione alle aree che sono state adeguatamente devastate, come gli sport professionistici, che muoiono a causa del diffuso doping; distruzione delle classi medie vittime della concentrazione nelle mani di una valuta che si sarebbe svalutata ad alta velocità a causa di un allentamento quantitativo, ecc. Tutto il nostro mondo è da ricostruire; non si farà contro il capitalismo e il mercato; ma ricreando contrappesi. Questa è la sfida. E una destra allo stesso tempo identitaria, conservatrice, imprenditoriale,  decentralizzatrice, attenta alla coesione sociale sarebbe meglio piazzata per rispondere alle sfide epocali

Nella stessa intervista, Patrick Buisson afferma che Emmanuel Macron sarà il candidato della destra nel 2022 e che l’unica candidatura che potrebbe minacciarlo sarebbe quella di un candidato che potrebbe creare un’offerta politica che combini la questione sociale e quella delle fratture etniche, culturale. Buisson ritiene che il liberalismo non possa, naturalmente, essere una proposta convincente sulla questione sociale. Anche se è vero che la parola provoca allergia in Francia, è davvero così?

Questo è il tipo stesso di profezia che si autoavvera. Dal momento in cui ha decretato che la società e il mercato non avevano posto nel software di destra, Patrick Buisson ha annunciato che il diritto non vincerà. Curiosa evoluzione semantica, a proposito: all’improvviso, il Rassemblement National non è più una destra? Cosa rappresenta allora il partito di Marine Le Pen? L’estrema destra? Il populismo? Questa non è l’unica approssimazione nell’intervista: parlare del populismo cristiano sul Manif per tutti può solo farti sorridere. Il limite incontrato dal rinnovamento cattolico è quello della barriera sociale. Ho sostenuto il Manif per tutti e ho ammirato la testimonianza di queste famiglie e il coraggio di questi giovani che hanno rischiato di essere picchiati per ordine di Manuel Valls, ministro degli Interni, in nome di un anti-cattolicesimo che purtroppo non è scomparso dal nostro paese. Ma è abbastanza ovvio che non erano le classi lavoratrici a manifestare. È la barriera di classe, ancora, che ha impedito al Manif per tutti di fraternizzare massicciamente con i giubbotti gialli – anche se la polizia di Christophe Castaner riproduce, amplificando, il comportamento della polizia di Manuel Valls.

Concordo con Patrick Buisson sul fatto che per battere Emmanuel Macron dovremo combinare la questione sociale con quella delle fratture etno-culturali. Ma questo non sarà abbastanza. Stiamo affrontando un fenomeno tragico: il voto dei cattolici, nelle ultime elezioni europee, per la lista di LREM. Mentre il presidente smentisce ciò che i cattolici hanno più a cuore in molte aree (dilettantismo sulla questione della ricostruzione di Notre Dame, eutanasia di Vincent Lambert, anticamera del GPA del GPA), i cattolici hanno votato per lui. Come invertire tale tendenza? Quale elettorato prendere se non hai cattolici dalla tua parte? Tutto sarà suonato a poche centinaia di migliaia di voci che oscilleranno da una parte o dall’altra. Ricordiamo che Nicolas Sarkozy ha perso per molto poco nel 2012! È quindi sui nuovi elettori – dal punto di vista di un diritto interessato alla questione sociale e all’immigrazione – che sarà necessario concentrare la maggior parte degli sforzi portati avanti. In effetti, Patrick Buisson apre una porta: ciò che ci descrive è esattamente il posizionamento dell’attuale Rassemblement Nazionale. Dobbiamo senza dubbio rinnovare i discorsi e imparare dal fallimento del 2017, ma non è il fatto di arare indefinitamente le stesse terre che porterà la vittoria.

Concordo seriamente con il movimento dei gilet gialli. Ma poi devi ridargli la sua complessità. Non è solo una sete di legame sociale, espressa dalla comunità! È un movimento ribelle della Francia che lavora e produce contro l’invasione dello Stato e le sue normative sempre più noiose, anche se ritira i suoi servizi di prossimità per ragioni di costi. È un movimento che interessa i giovani pensionati della classe media di fronte al declino del tenore di vita che attende i loro nipoti. È una rivolta della Francia di buon senso contro quella dell’iperdiploma. Bisogna anche capire fino a che punto questo movimento originariamente a destra è stato parzialmente recuperato dalla sinistra e parassitato dall’estrema sinistra. Se Patrick Buisson ritiene che sarà possibile mordere le terre della sinistra populista, si tratta di pie illusioni. La sinistra populista aderisce al divario fondamentale tra progressisti e conservatori sotto due aspetti: è immigrazionista ed è progressista in termini di morale.

Il brillante stratega dell’elezione di Nicolas Sarkozy nel 2007 potrebbe riportare il problema in tutte le direzioni: non avrà altra scelta che tornare in questa unione di elettori di destra che aveva saputo accompagnare a quel tempo. E per questo, sarà necessario parlare di economia, istruzione, terza rivoluzione industriale, Europa non meno di sicurezza, immigrazione, identità nazionale. E poiché si tratterà di reinvestire nei settori sovrani senza aumentare le tasse, sarà necessario scommettere su uno shock fiscale per stimolare l’attività e assicurare allo Stato un aumento delle entrate nel lungo periodo. Vale a dire, fidarsi delle forze di mercato, liberarle in modo che la Francia possa tornare alla crescita a lungo termine.

Patrick Buisson alla fine dipinge un ritratto intransigente di Marion Maréchal: secondo lui, è solo una costruzione mediatica, il suo spazio politico (conservatore liberale) sarebbe quasi zero e la sua strategia politica di mano estesa a LR destinata al fallimento. Ti sembra questa affermazione quella di un noto analista della vita politica o quella di un attore che cerca di influenzare la riorganizzazione della destra?

Come Steve Bannon, Patrick Buisson lavora con le emozioni ed è in grado di bruciare ciò che ha amato durante la notte; abbiamo visto Nicolas Sarkozy. Quindi penso che non abbia molto senso scoprire perché sta dicendo il bene o il male a questa o quella persona. D’altra parte, ciò di cui sono sicuro è che personalizzando la questione del futuro della destra, positivamente o negativamente, Patrick Buisson correrebbe il rischio di essere emarginato nella ricostruzione di una macchina per vincere le prossime elezioni. Sarebbe un peccato perché tutte le competizioni avranno la loro importanza in questa grande battaglia che si impegna.

Questa battaglia è la “lotta finale” iniziata da un progressivismo senza fiato ma con ancora molte leve culturali, politiche, economiche, finanziarie; e chi può contare su organizzazioni internazionali e sovranazionali per rendere molto arduo per il conservatorismo, suo principale avversario, riconquistare la nazione. Questa guerra non è solo francese, si svolge in tutte le nazioni occidentali, ma può girare diversamente in ogni nazione. Per il momento osserviamo che il progressismo mantiene le sue posizioni migliori in Francia più che in altri paesi: è in procinto di lasciarsi andare negli Stati Uniti, in Gran Bretagna, Ungheria, Italia; ma resiste in Francia. Ciò è spiegato dalla prima inversione di tendenza del conservatore francese mancato, quella di Nicolas Sarkozy tra il 2007 e il 2012.

Esiste un modo per radunare le destre, permettendo ai destri nazionalisti, conservatori, imprenditoriali e sociali cattolici di lavorare insieme. Ma questo deve iniziare con la cessazione degli anatemi: non può esserci divieto di lavorare con questo o quello. Non è né scandaloso né irrealistico che un conservatore, un gollista, un liberale classico e un populista provino a trovare un linguaggio comune. Soprattutto, è necessario smettere di agitare questo spaventapasseri che è il “liberalismo”. Di cosa stiamo parlando? Il liberalismo è una famiglia estremamente diversificata. Esiste un liberalismo politico: chi pretenderà di non dover tornare a un rafforzamento del parlamentarismo nelle nostre istituzioni? C’è un liberalismo economico: chi affermerà che Emmanuel Macron è un difensore della libera impresa al di là della sua difesa del capitalismo connettivo e di un discorso molto superficiale sull’innovazione e le start-up? Perché non possiamo essere liberali, autentici e giusti? Al contrario, in un momento in cui siamo minacciati di sistematica censura progressiva sui social network, dovremo alzarci per difendere le libertà. Se la destra vuole vincere, deve cogliere questo tema: è tanto più vitale che non stiamo più trattando, come negli anni ’80, un totalitarismo situato dall’altra parte di un ” cortina di ferro “. Abbiamo a che fare con l’istituzione del “Brave New World” e del “Camp of Saints” sul nostro territorio! Non abbiamo più a che fare, come nel 1940, con un nemico organizzato militarmente ma a una internazionale progressista che cerca di costruire monopoli, soprattutto in termini finanziari e di big data, e sempre più affidandosi ai servizi di un esercito di riserva, immigrazione di massa e di un “servizio di intelligence”, i gruppi che trasportano tutte le ideologie della sinistra e dell’estrema sinistra: teorici del genere, formulatori della cattiva coscienza occidentale e profeti dell’apocalisse climatica. Contro questo fronte, sia sfuggente che strutturato, ci vorrà immaginazione e coesione.

Forse, per chiarire il dibattito, è necessario parlare di individualismo e denunciarlo! Se questo è ciò che sostiene Patrick Buisson, allora sì, il diritto si distingue per il suo rifiuto dell’individualismo assoluto. Ma una conoscenza, anche superficiale, dell’azienda, deve chiarire che non si è molto fortunati ad avere successo lì quando si è un puro individualista. È tempo di uscire dalle parole preconfezionate e dal fraseggio stereotipato.

È tempo di capire che sempre più imprenditori riscoprono l’importanza del capitale culturale e dell’appartenenza nazionale per lo sviluppo della propria attività. Ascolta allo stesso tempo il sogno di Boris Johnson delle capacità ereditate e del potenziale di innovazione dell’economia del Regno Unito! Ascolta, più modestamente, come si svolge il dibattito economico all’interno di LR, per la successione di Laurent Wauquiez: improvvisamente, parte della destra liberale riscopre il concetto di protezione! Siamo ancora molto lontani dall’obiettivo; a dire il vero, la ricostruzione è solo all’inizio. Ci vorrà pazienza, ascolto reciproco e inventiva.

https://www.atlantico.fr/decryptage/3577223/le-liberalisme-et-le-populisme-sont-ils-vraiment-aussi-incompatibles-que-le-croit-patrick-buisson–edouard-husson-

Cosmopolitismo, universalismo e l’Unione Europea, di Andrea Zhok

A proposito di cosmopolitismo, universalismo e identità (il tempo e il luogo di interazione) e l’utilizzo concreto di questi concetti nell’inquadrare la natura dell’Unione Europea. Un interessante dibattito_Giuseppe Germinario

Cosmopolitismo, universalismo e l’Unione Europea (una risposta a Roberta De Monticelli)

https://ilmanifesto.it/stati-uniti-deuropa-un-edificio-politico-architettato-dalla-filosofia/

Oggi è apparso sul Manifesto un articolo della professoressa Roberta De Monticelli dall’impegnativo titolo: Stati uniti d’Europa, un edificio politico architettato dalla filosofia. Nell’articolo De Monticelli, dopo aver lamentato la superficialità dell’attuale dibattito intorno all’Europa, rivendica una matrice filosofica alta come ispirazione e viatico del ‘progetto europeo’.

Al netto del condivisibile sconforto per l’attuale campagna elettorale, si potrebbe notare come la contestazione all’odierno ‘europeismo’ non si muova di norma con riferimento a nobili istanze come l’idealità cosmopolita, ma con più prosaico riferimento ad un sistema che ha prodotto una crescita europea stagnante, la deindustrializzazione di molti paesi (tra cui l’Italia) e una costante riduzione del potere contrattuale dei lavoratori.

Ma fingiamo che tutto ciò non sia essenziale. Ipotizziamo che il tema siano Kant e Rawls e non la macelleria sociale greca. E continuiamo pure nell’equivoco per cui l’antieuropeismo sarebbe una proterva e irragionevole ostilità all’Europa – e non all’Unione Europea -, accettiamo protempore tutto questo e proviamo ad esaminare gli argomenti specificamente filosofici che vengono sollevati da De Monticelli.

Due argomenti giocano un ruolo centrale.

Il primo vede nell’Unione Europea

“il vero e proprio cantiere di un edificio politico architettato dalla filosofia: cioè dall’anima universalistica del pensiero politico, che è almeno tendenzialmente cosmopolitica.”

Il secondo specifica il carattere di questo ‘universalismo’ in opposizione all’accidentalità della nascita:

“Cosmopolitica è (…) la forma di una civiltà fondata nella ragione (…). La domanda di ragione e giustificazione è quanto di più universale ci sia. (…) Esser nato in un deserto, o in una contrada afflitta da massacri e guerra, è un accidente: l’accidente della nascita. (…) Ogni ingiustizia si lega all’accidente della nascita.”

1) Il primo argomento pone un’equivalenza tra cosmopolitismo e universalismo della ragione, concependo dunque il cosmopolitismo europeista come erede della tradizione filosofica nel suo nucleo portante, quello che riconosce l’universalità della ragione.

2) Il secondo argomento qualifica tale universalismo opponendolo alla contingenza, e specificamente a quella particolare contingenza che è l’essere nato in un certo tempo e luogo, posto come base dell’idea di nazionalità.

Sotto queste premesse, l’Unione Europea si presenterebbe come incarnazione dell’universalismo della ragione, volta a superare gli accidenti della nascita (e nello specifico gli accidenti che determinano l’identità nazionale).

Nel prosieguo proverò a spiegare, in breve, perché ritengo che entrambe queste tesi contengano degli errori. Sono errori interessanti, come sempre sono gli errori filosofici, ma non perciò meno radicalmente fuorvianti e dannosi di errori più volgari.

Commento a (1)

L’idea che universalismo e cosmopolitismo siano in qualche modo considerabili in equivalenza è un’idea assai curiosa. Si ritiene, apparentemente, che le esperienze, o forse le ‘inclinazioni’, cosmopolite siano latrici di un ampliamento delle prospettive, un ampliamento che conferirebbe un particolare privilegio, ovvero la capacità di uscire dal proprio ‘particulare’ e di accedere ad una visione esente da pregiudizi e parzialità. L’opposizione chiaramente evocata è quella tra l’equanimità della ragione e il torvo egoismo dei ‘particolarismi’.

Ora, l’equivalenza tra universalismo e cosmopolitismo, una volta che la si guardi da vicino, risulta subito destituita di ogni fondamento.

Che una semplice ‘inclinazione’ cosmopolita non sia di per sé capace di superare pregiudizi e parzialità è piuttosto ovvio. Per capirlo basterebbe rammentare le idee sulle razze umane, di parvenza oggi alquanto imbarazzante, di quel genio, cosmopolita e razionalista, di Immanuel Kant.

Ma l’idea che esperienze di tipo cosmopolita possano veicolare una visione emancipata da pregiudizi e parzialità può sembrare prima facie più convincente. Dopo tutto, chi può negare che fare più esperienze ‘ampli gli orizzonti’? Bene, ma per uscire dalla vaghezza è importante capire di cosa parliamo quando nominiamo il ‘cosmopolitismo europeo’. I ‘cosmopoliti’ non sono semplicemente ‘quelli che vanno all’estero’. Naturalmente non lo sono i semplici turisti. E non lo sono certo neppure i migranti per necessità (passare dallo stringere bulloni a Termini Imerese allo stringere bulloni a Uppsala difficilmente può contare come progresso spirituale verso l’universalismo della ragione). No, il ‘cosmopolita’, il ‘cittadino del mondo’ di cui qui si parla, è semplicemente un membro di quei ceti economicamente, socialmente, e talvolta anche culturalmente privilegiati, che scelgono di passare periodi della propria vita, per lavoro o per diletto, in più o meno prestigiose sedi estere. Ora, – come ricorda Vincenzo Costa nel suo recente Élites e populismo – è importante comprendere come il ‘mondo della vita’ di questi ceti sia e resti una sezione trasversale, altamente astratta e sterilizzata, del mondo reale. I ceti cosmopoliti che vedono il mondo dalle loro magioni nel centro di Londra, Parigi o Milano sono vittime di settorialità esperienziale non meno dei panettieri di Tor Bella Monaca o dei barbieri di Petroupoli. Invero le élite cosmopolite, a ben vedere, sono vittima, oltre che dei propri limiti esperienziali, anche di un rimarchevole grado di presunzione, che li lascia immaginare di avere uno sguardo più comprensivo e lungimirante, e di potersi perciò concepire come ‘avanguardie’ del progresso a venire.

Le certezze dei cosmopoliti sono semplicemente pregiudizi in cofanetto de luxe.

Commento a (2)

Il secondo argomento sollevato è di particolare interesse, perché si tratta di un errore teorico diffuso. L’universalismo viene opposto (in maniera tecnicamente impropria) alla contingenza o accidentalità. All’universalismo viene poi attribuito un compito schiettamente morale, ovvero quello di ‘superare la contingenza’.

Tradotto in una proposizione, quanto viene qui sostenuto ha la seguente forma:

“Io, che sono un soggetto razionale come te, sono però consegnato alla contingenza di una nascita localmente determinata, che limita la mia aspirazione all’universalità. – Tale contingenza contrasta con la mia natura di soggetto razionale ed è razionalmente ingiustificabile; essa perciò, a causa della sua natura ingiustificata, arbitraria, va corretta.”

  • Digressione per filosofi.

Nella proposizione di cui sopra troviamo presentato come ovvio un contrasto tra universalità e contingenza. Lungi dall’essere un’ovvietà condivisa, l’idea di ‘ragione’ o di ‘universalità’ presupposta da questo ragionamento è assai discutibile. Si tratta infatti di una visione dove la ragione e la sua universalità per essere tali devono appartenere ad una sfera astorica e smaterializzata. Si tratta in sostanza di un’idea di ragione e universalità di tipo platonico. Autori (cari a chi scrive, come a De Monticelli) quali Wittgenstein e Husserl hanno attraversato nel corso della loro vita l’intero percorso da una iniziale concezione di razionalità astorica e svincolata dalla materialità, dalle prassi, dalla corporeità, ad una matura concezione in cui la razionalità trovava una sua necessaria collocazione proprio nella sfera della storia, della materia, delle prassi e del corpo vivente. Pensare che qualcosa per avere valore universale e razionale, debba (o anche solo possa) essere estraneo ad una realtà materiale e storica è, in termini schiettamente filosofici, una tesi assai discutibile, una tesi rispetto a cui tanto il Wittgenstein delle Ricerche che lo Husserl della Crisi sarebbero in diretta opposizione.

Fine della digressione per filosofi.

Ora, però, in termini di analisi concreta: cosa ci si immagina di poter o dover ‘correggere’ della ‘contingenza’ in nome dell’universalismo? Nel testo in questione ci si focalizza sulla territorialità della nascita, ponendola come contingenza ingiustificabile da superare. Ma perché concentrarsi proprio su questa ‘contingenza ingiustificabile’? Dopo tutto non è parimenti una ‘contingenza ingiustificabile’ anche il mio corpo, con la sua struttura e le sue facoltà? E che dire della mia intelligenza o forza di volontà? E a ben vedere anche la mia stessa appartenenza alla specie umana e al novero dei ‘soggetti razionali’, mica l’ho decisa io? Tutte queste sono cose che nessuno di noi ha deciso, che ci sono, se ci sono, senza nessuna giustificazione. Sono cose che ci siamo ritrovati, e a partire dalle quali, traendone il meglio di cui eravamo capaci, e facendocene carico, abbiamo cercato di tracciare una nostra strada su questo contingentissimo pianeta.

Ecco, ora la domanda è: in che senso la mia nascita in un tempo e luogo, la mia educazione, la mia lingua madre, la cultura materiale in cui sono cresciuto e in cui sono diventato ciò che sono, in che senso tutto questo sarebbe un arbitrio da superare nel nome dell’universalismo in quanto ‘non-contingenza’? E chi sarei io, il soggetto chiamato a svolgere tale superamento, una volta tolte tutte quelle contingenze? In che senso, la contingenza della mia territorialità o cultura sarebbero da superare,  mentre non sarebbe parimenti da superare, per dire, la mia appartenenza alla specie degli ‘animali razionali’? Dov’è qui il discrimine in cui io posso dire che la mia nascita, crescita ed educazione non sarebbero davvero ‘io’, mentre il mio genoma, quello sì ‘sono davvero io’?

In verità, l’universalismo astratto e matematizzante che viene qui implicitamente ammesso è insostenibile. Io sono ciò che sono in quanto nato e cresciuto, in quanto sono divenuto ciò che sono, e non certo in quanto ho deciso o deliberato ciò che potevo essere. (E, a fil di logica, come avrei potuto farlo, se non essendo già qualcosa che a sua volta non posso aver deciso io?).

Detto questo, quell’universalismo astratto non è affatto l’unico universalismo concepibile. Al contrario, a ben vedere esso è propriamente inconcepibile. Dalla posizione che io sono e incarno io posso riconoscere posizioni e incarnazioni altrui: posso riconoscere, in modo perfettamente razionale ed universalizzabile, che la mia appartenenza territoriale, comunitaria, nazionale concorre a definirmi, così come l’appartenenza territoriale, comunitaria, nazionale di un abitante di Sapporo, Budapest, York, Adelaide o Cuzco, concorre a definire loro. E ciascuno di noi, a partire dalla propria cultura (che non ha deciso), dalle proprie facoltà cognitive (che non ha deciso) e dalla propria capacità empatica (che non ha deciso) può decidere di aiutare qualcun altro ad uscire dalle sue difficoltà, che sono proprio sue, e non di un soggetto ideale disincarnato, astorico e non situato. Lo può fare perché può comprendere, in qualche misura, la specificità della situazione altrui e le sue difficoltà contestuali. Per farlo con convinzione e motivazione, comprendere la specificità della situazione altrui, lungi dall’essere di impaccio, sarà essenziale. Al contrario, lo sguardo da lontano, che si presume disincarnato e superiore alle incarnazioni storiche, corporee e pratiche non è affatto uno sguardo che muove né alla compassione né all’aiuto. L’operazione di ‘comprendere il punto di vista dell’altro’ è un’operazione che ha senso solo quando si ammette che l’altro ha appunto un punto di vista, una posizione reale, e si simpatizza con esso, con il suo essere situato.

Questo, tradotto dal piano soggettivo a quello politico significa che è la nostra dimensione di appartenenza a definirci innanzitutto per ciò che siamo, e che tale dimensione è condivisa universalmente, da ciascuno con la sua appartenenza. E tutto ciò può permettere perfettamente riconoscimento, rispetto, e simpatia vicendevoli. Come italiano, che assume su di sé la sua nascita, cultura, educazione, posso simpatizzare con un fratello greco o austriaco o scozzese, stimandone la determinatezza delle forme di vita; e l’altro può fare lo stesso nei miei confronti. La mia appartenenza mi consente di capire la tua, e di esservi solidale. Per lo sguardo nutrito dalla mancanza di appartenenza, invece, gli individui e i gruppi reali sono solo astrazioni, concetti, forse numeri, enti interscambiabili.

L’universalismo che sembra ovvio nella prospettiva di De Monticelli è l’universalismo disincarnato dello ‘sguardo da nessun luogo’, del ‘punto di vista di Dio sul mondo’. Ma, per fortuna o per disdetta, il punto di vista di Dio sul mondo non lo possiamo incarnare affatto, e neppure immaginare propriamente.

E credere di poterlo incarnare e immaginare è solo una forma di Hybris, eticamente poco raccomandabile.

Riassumendo quanto detto.

Universalismo e cosmopolitismo non solo non sono sovrapponibili, ma non sono neanche vicini di casa.

Quanto all’appello all’universalismo, esso non può essere quello sguardo disincarnato e destoricizzato che pretende di essere, e non può, né di fatto né di diritto, abolire gli ‘accidenti della nascita’.

Per tutte queste ragioni, è opportuno lasciare serenamente in pace la filosofia, evitando di chiamarla improvvidamente in soccorso di quello spregiudicato pasticcio neoliberale che prende il nome di Unione Europea.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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3 commenti su “Cosmopolitismo, universalismo e l’Unione Europea (una risposta a Roberta De Monticelli)”

  1. Ecco le mie risposte a Andrea Zhok, che ringrazio di avere letto e commentato il mio pezzo apparso sul “Manifesto” (24/05/2019). Comincio dalla filosofia.
    1. Filosofia. Mi colpisce molto quando un filosofo in sostanza dice: lasciamo in pace la filosofia, qui si tratta di politica. O di storia. O di economia. Uno di quelli che più spesso mi rispondono così, a volte in modo più aggressivo e meno argomentato di quanto faccia Andrea Zhok, è Massimo Cacciari. Sui socials poi queste risposte si sprecano, ma almeno non vengono in generale da filosofi di studi, o di mestiere (molti però almeno di studi sono tali). Cosa c’è dietro questo atteggiamento? Evidentemente, che la filosofia non può essere pensiero pratico, non può cioè istruire le questioni riconducibili a quella centrale per il nostro agire, in tutti i campi dive dobbiamo prendere posizioni e decisioni: che cosa dovrei fare? E anche: che cosa dovremmo fare?

    Questo atteggiamento ha alcune conseguenze imbarazzanti. Ad esempio, l’opposizione fra “filosofia” e “concretezza”. Tipo: “Ipotizziamo che il tema siano Kant e Rawls e non la macelleria sociale greca”.

    Suppongo che la macelleria sociale greca sia resa possibile da scelte politiche sbagliate che consentono a gruppi più forti di avvalersi della possibilità di perseguire i loro interessi a danno di una (maggior) giustizia che sarebbe invece POSSIBILE evitare con scelte politiche giuste, che pongano vincoli al perseguimento arbitrario di quegli interessi. O altrimenti non so di cosa parliamo. Ma Kant e Rawls si sono posti precisamente il problema dei fondamenti di ragione del pensiero politico, più in generale pratico. Che non significa certo disconoscere che persone e gruppi perseguono normalmente i loro interessi (spesso nobili e ed eticamente compatibili, altre volte no) e che senza vincoli di alcun genere la libertà di perseguirli porta molto male per tutti. Le loro teorie normative sono indubbiamente insufficienti: dunque bisognerà far di meglio. La politica e il diritto esistono precisamente perché le società umane non sono società angeliche. Oppure si preferisce affermare che nessuna fondazione ragionevole del pensiero pratico è possibile, e che non ci si può impegnare, anche in democrazia, che sulla base di fedi, oppure volontà di potenza, oppure determinismi di classe, o ahimé, come scrive Andrea con una parola che mi dà qualche brivido, “appartenenza”? Che umano sia precisamente il contrario, che ciò che può distinguerci sia la vita esaminata e non l’adesione cieca alla propria comunità d’origine lo sappiamo da Socrate, mica da Kant. Ora quando si parla di ideali, anche di ideali politici, si parla da persone che questa scelta hanno fatto a persone che questa scelta hanno fatto o possono fare: ovvero si parla in termini assiologici e razionali (Come dovrebbe essere una democrazia in cui anche tu che sei nato a Rozzano, e anche tu che vieni dal Ghana, e anche io che ci terrei a lavorare qui, otteniamo per le nostre vite tutto ciò che serve a farle fiorire, se poi la sfortuna o l’incapacità non ce lo impediscono?). In sintesi, si parla dal punto di vista di prima persona, singolare e plurale, e in termini pratici. Non si sta contemplando da non so qual punto di vista superiore il divenire del mondo, come facevano i marxisti. Né si assume una prospettiva sociologica che dice cosa di fatto fa e pensa la gente. La prospettiva di molti fra quelli che mi criticano, anche filosofi, presuppone in definitiva questo sguardo “di terza persona”: la tesi è che la gente è irrimediabilmente massa opaca e cieca, e “politico” è solo chi la sa organizzare, sulla base del suo proprio decidere. Coerentissimo, l’unica domanda è in che senso siano filosofi.

    2. Universalismo e accidente della nascita.
    Qui c’è un grande equivoco, mi dispiace che la concisione rischi di non rendermi chiara, rinvio alle Sette tesi sulla democrazia e l’Europa che ho pubblicato su “Il Mulino”. E’ evidente che l’accidente della nascita è inteso qui come fonte di un destino che in buona parte è la nostra stessa individualità. Ma che è anche, innegabilmente, fonte di radicale diseguaglianza. E’ solo nella misura in cui questa radicale disuguaglianza limita la POSSIBILE giustizia politica, ovvero l’eguale libertà e le pari chances di fiorire per la persona che si può divenire, con le proprie doti e la propria lingua e cultura etc etc., è solo in questa misura dunque che la ragione pratica, il nostro pensiero politico in particolare, può e dovrebbe aspirare a costruire una società (facciamola breve: un tipo di democrazia) che “rimuova gli ostacoli”, come dice la Cost. ital. art. 3, e in primo luogo gli ostacoli al riconoscimento di quello status che è in definitiva l’implementazione istituzionale e giuridica della dignità, il diritto di avere dei diritti. Per questo ritengo che “La democrazia, con tutte le sue insufficienze, non è soltanto un sistema di governo: è l’aspetto politico di una civiltà umanistica, è il mezzo per consentire l’accesso del più largo insieme possibile di persone all’esercizio effettivo della sovranità esistenziale e politica”, e non vedo argomenti he confutino questa tesi. A meno che si fraintenda tanto brutalmente quello che scrivo da leggere questa tesi come se descrivesse la realtà di fatto e di oggi. Quando il senso dell’articolo è di mostrare quanto tragico sia appunto che le democrazie nazionali abbiano imboccato il circolo vizioso invece di quello virtuoso, e quindi si stiano suicidando, insieme con l’ideale umanistico che ne ha ispirato le lunghe e dolorose storie, almeno nella mente dei migliori fra quelli che per loro hanno combattuto, non esclusi alcuni fra i nostri genitori e nonni. Precisamente l’intuizione di Spinelli e altri è che questo circolo vizioso è irreversibile senza l’evoluzione sovranazionale, in linea di tendenza cosmopolitica, delle democrazie.
    3. Universalismo e democrazia

    Onestamente non vedo gli errori tecnici e logici che Andrea mi attribuisce. Certo, bisogna rifiutare una visione storicistica e relativistica del giudizio e dell’argomentazione di valore per accettare quello che io dico, intorno ad esempio al senso della giustizia, che vediamo emergere nelle forme infantili fin dalla prima infanzia, quale che sia la lingua, trapanese o suahili o tedesco. Se veritas filia temporis, e figlia di appartenenze etc., allora la giustizia di Salvini (prima gli italiani) vale quanto quella del primo principio della Dichiarazione Universale dei Diritti dell’uomo, che ho definito il principio più normativo e meno descrittivo che ci sia. E’ interessantissimo riflettere sulla gigantesca svolta che fu, nel dibattito pubblico mondiale, la scelta che prevalse per poco, per pochissimo, nella commissione di redazione del testo della Dichiarazione — MA PER FORTUNA PREVALSE – di scegliere per il sostantivo “Dichiarazione” l’aggettivo UNIVERSALE e non INTERNAZIONALE.
    Il mio universalismo è tutto qui, ed è assolutamente innegabile che la chiara concezione d’’accessibilità universale (cioè: tutti quelli che vogliono capire e vedere, sono in grado di vedere e capire) dei principi che articolano l’idea di giustizia (e corrispondono alle generazioni dei diritti: civili, politici, sociali e culturali) SIA un’idea che permea la filosofia pratica fin da Socrate, ha in Kant un grande momento e nel Novecento, pur assediato da mainstream contrari, un altro grande momento di formulazione limpida (alla quale ho dedicato tutti i miei ultimi libri). Le democrazie postbelliche europee sono democrazie che includono essenzialmente i diritti UMANI, che sarebbero cioè dovuti indipendentemente dalla propria cittadinanza e nazionalità, e per questo solo fatto sono in linea di principio sbilanciate in senso cosmopolitico. Curioso che non si veda questa possibilità enorme, che solo la tarda scuola di Habermas (Nida Ruemelin e altri) comincia ora ad articolare

    4. Universalismo e ragione
    Io non ho altra idea di ragione che la disponibilità a chiedere e rendere ragione dell’altrui fare e dire, e del proprio. Non è soltanto una capacità, ma anche una disponibilità, appunto: ci si può rifiutare. Per questo non capisco affatto l’assurdo ragionamento che Andrea mi attribuisce:
    “Io, che sono un soggetto razionale come te, sono però consegnato alla contingenza di una nascita localmente determinata, che limita la mia aspirazione all’universalità. – Tale contingenza contrasta con la mia natura di soggetto razionale ed è razionalmente ingiustificabile; essa perciò, a causa della sua natura ingiustificata, arbitraria, va corretta.”
    Ma qui immagino che abbia voluto scherzare. E’ una vita che vado dicendo che le nostre ragioni personali, quelle per cui e di cui viviamo con la nostra vita di persone incarnate, radicate, passionali e irriducibilmente plurali, non sono appunto “la ragione umana” ma la nostra personale scala di priorità di valore, cui sono posti vincoli precisi dalla compatibilità che ogni scala di priorità deve esibire con il rispetto di ogni altra persona o della sua pari dignità. DEVE: non che lo faccia ovviamente. Se non lo fa, SBAGLIA. Punto. Naturalmente proprio qui si apre la discussione: ed è proprio questo l’universalismo della ragione, che la discussione POSSA instaurarsi. I diritti nelle democrazie sono discussi, attaccati, difesi a ogni svolta. Qui certo si può esercitare la libertà e dire: non vedo che Salvini sbagli. Non vedo perché non si dovrebbe dire, nel senso in cui lo intende Salvini, “prima gli italiani”. Qui si può cercare di articolare questo senso, e mostrare la componente di esso che effettivamente contrasta con il primo articolo della Dichiarazione Universale. E uno può rispondere: e che m’importa di quell’articolo. E qui la discussione si ferma, nel senso preciso che il CONFLITTO non può divenire DISSENSO, e io scappo via spaventata. Perché spero che Andrea capisca e sappia che dove il conflitto non può diventare dissenso, vengono fuori le guerre, o anche solo il sangue per le strade.
    Roberta De Monticelli

    • antropologiafilosofica il said:

      Cara Roberta, ti ringrazio per la gentile e attenta risposta.
      Vorrei potermi dire soddisfatto, ma temo di non essere riuscito a comprendere, certamente per miei limiti, diversi punti essenziali, fino al punto da chiedermi se la tua replica sia davvero una difesa dell’articolo originario, o se non sposti il discorso su altri temi, interessanti ma collaterali.
      Provo a ripercorrere le tue risposte.

      Ad 1). Nella tua prima risposta mi rimproveri di sostenere la separazione tra filosofia e politica (o economia, ecc.). Ora, capisco che forse la chiusa del mio commento possa essere fraintesa, tuttavia mi pare piuttosto evidente dal nostro intero scambio che nessuno dei due pensa che filosofia e politica stiano su binari separati. In effetti la chiusa cui tu sembri fare riferimento diceva qualcosa di un po’ diverso, e precisamente che “è opportuno lasciare serenamente in pace la filosofia, evitando di chiamarla improvvidamente in soccorso” dell’Unione Europea.
      Il problema non è affatto quello di dire ‘niente politica, siamo filosofi’, figuriamoci.
      Il punto, se proprio vogliamo, è che le conclusioni filosofiche non sono mai meccanicamente traducibili in conclusioni politiche e richiedono dei passaggi intermedi che calino l’ideale nel reale.
      Nella fattispecie è del tutto trasparente che un articolo che compaia all’antivigilia delle Elezioni Europee e che sostenga – come tu fai – una filiazione diretta tra gli ‘ideali della ragione’ e il ‘progetto europeo’ sta, perdona l’espressione triviale, calando un carico da novanta a supporto dell’attuale struttura istituzionale chiamata Unione Europea. Ed è questa operazione di passaggio dal filosofico al politico che ritengo inaccettabile, non certo una generale applicazione del filosofico al politico.
      Il problema, cioè, è che è proprio illegittimo chiamare in aiuto niente poco di meno che la tradizione razionalistica occidentale per operazioni indegne come quelle che hanno ridotto un ‘paese europeo fratello’ ad un protettorato con tassi di mortalità infantile da terzo mondo.
      Invocare l’idealità di un eventuale modello razionalistico (kantiano o rawlsiano o altro) a supporto dell’UE è legittimo quanto invocare il modello tomistico della monarchia come migliore tra i modelli di governo per giustificare il governo di Kim Jong-Un o del sultano del Brunei.
      Non basta una vaga analogia, bisogna sporcarsi le mani con una descrizione della realtà storica e istituzionale per vedere se oltre a quella vaga analogia ci siano elementi sostanziali in comune. E qui non posso che esprimere la mia curiosità nel vedere cosa ci sia di kantiano o rawlsiano in un modello di trattati europei esplicitamente ispirati al neoliberismo di Milton Friedman.

      Ad 2). Se la tua prima risposta mi ha lasciato perplesso, la seconda mi lascia basito. Francamente faccio fatica a capire cosa abbiano a che fare la ‘correzione degli accidenti della nascita’ (con specifico riferimento alla nascita in un paese) da un lato con l’articolo 3 della nostra Costituzione e dall’altro con l’Unione Europea.
      A scanso di equivoci, ricordiamo cosa dice il passo della Costituzione cui fai riferimento:
      “E` compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese.”
      In che senso questo articolo avrebbe qualcosa a che fare con una correzione ‘tendenzialmente cosmopolita’ dell’accidente della nascita? A ben vedere nell’articolo 3 si dice una cosa radicalmente diversa: si parla di rimozione di “ostacoli di ordine economico e sociale”, e specificamente di quelli che limitano “la libertà e l’eguaglianza dei cittadini”. Cioè si parla principalmente di correggere diseguaglianze di censo che concernono i cittadini della Repubblica italiana (non i ‘cittadini del mondo’), Repubblica che infatti è il soggetto chiamato in causa per correggerli.
      Cosa abbia ciò a che fare con il superamento delle datità nazionali in chiave cosmopolita francamente non riesco proprio a capirlo. Come se, per dirla fuori dai denti, un governo sovranazionale guidato da lobby finanziarie e da un’alleanza franco-tedesca, e dedito all’implementazione di politiche neoliberali, avesse qualche cosa in comune con le istanze egalitarie e socialiste menzionate dall’Art. 3 della Costituzione Italiana.

      Ad 3.) Nella terza risposta, mi spiace dirlo, ma semplicemente non stai rispondendo alle mie obiezioni, obiezioni che hanno di mira, sul piano ‘tecnico’ l’opposizione tra universalismo e “accidente della nascita” (cui tu attribuisci, voglio ricordarlo, niente meno che “ogni ingiustizia”). Tale opposizione è insostenibile per le ragioni che ho detto: perché la nostra stessa capacità razionale dipende dall’accidente della nascita, e perché la nostra stessa idea di ‘diritti umani’ è con tutta evidenza una formazione legale storica sorta all’interno della tradizione occidentale.

      Non c’è bisogno che io ti ricordi come la ‘Dichiarazione Universale dei diritti Umani’ del 1948 venne votata da 48 paesi, che la sua universalizzabilità venne contestata da subito e già in fase di elaborazione, che gli articoli 22-27 sui diritti economici e sociali vennero introdotti solo su pressione dell’allora Unione Sovietica, e che successivamente vennero totalmente dimenticati (tanto è vero che oggi chi parla di ‘diritti umani’ immagina sempre solo diritti civili, libertà personali).
      E faccio notare per inciso che poche cose sono meno ‘evidenti’ al sano intelletto umano dell’idea di un diritto che, invece di essere conferito da altri soggetti storici, sia ‘inscritto nella nascita’ di un membro della specie Homo Sapiens. Questa è in effetti una concezione di ispirazione teologica, dove si presumeva inizialmente che il diritto dell’uomo (dell’anima umana) gli venisse conferito da Dio. L’idea che un espediente legale altamente artificiale come un ‘diritto’ sia scritto da qualche parte in natura è un’idea che può risultare ‘evidente’ solo all’interno di una assai specifica tradizione storica; alla faccia dell’universalità.

      E non c’è bisogno che ti ricordi che opporre razionalità a ‘storicismo e relativismo’, come tu fai qui sopra è improprio, visto che eminenti autori come Hegel o lo Husserl dagli anni ’20 in poi presentano posizioni razionalistiche e non relativistiche in una cornice storicista (posizione che, per quel niente che conta, ho difeso e argomentato più volte per esteso).

      Ad 4.) Sull’ultimo punto non ho niente da dire, perché chiama in causa la democrazia e Salvini, cose su cui non ho detto una parola, e su cui magari la pensiamo anche in modo simile, ma che qui non rileva.

      Concludo con una osservazione generale.
      Dopo aver letto la tua gentile risposta sono andato a rileggermi il tuo articolo, perché vedendo le risposte ho avuto il dubbio di aver letto un articolo del tutto diverso. Infatti l’articolo che mi pareva di aver letto era un pregevole scritto il cui passaggio decisivo e fondamentale era quello che passava dalla difesa del cosmopolitismo, come superamento degli accidenti della nascita, e come visione propria di una civiltà fondata sulla ragione, ad una difesa dell’Unione Europea, concepita niente meno che come edificio politico architettato dalla filosofia.

      È questo nucleo argomentativo che mi pareva radicalmente insostenibile e che ho provato a criticare.

      Dopo le tue risposte, in cui il tema centrale del cosmopolitismo praticamente non compare, ho avuto il timore di non aver letto giusto, di aver preso fischi per fiaschi.

      Ed è per questa ragione che voglio lasciare l’ultima parola a te, citandoti direttamente:
      “[O]ggi l’Unione europea, in quanto è il lungo, lento processo di costituzione di una Federazione degli Stati Uniti d’Europa, è almeno virtualmente il più grande e innovativo laboratorio politico del mondo. È il vero e proprio cantiere di un edificio politico architettato dalla filosofia: cioè dall’anima universalistica del pensiero politico, che è almeno tendenzialmente cosmopolitica. – Cosmopolitica è in effetti la forma di una civiltà fondata in ragione, vale a dire, semplicemente, sulla nostra capacità di chieder ragione agli altri e a noi stessi di ogni azione e di ogni affermazione – e di chiederla in particolare a chi prende decisioni che influiranno sulla vita e il destino di tutti. La domanda di ragione e giustificazione è quanto di più universale ci sia: è, potremmo dire, costitutiva della mente umana, della stessa lingua umana, la sola fra i linguaggi animali che possiede il tono e il simbolo dell’interrogativo: “Perché?” Perché mi fai questo? Perché devo soffrire questo? Esser nato in un deserto, o in una contrada afflitta da massacri e guerra, è un accidente: l’accidente della nascita. (…) Ogni ingiustizia si lega all’accidente della nascita.”

IDEOLOGIA VERDE E POLITICA, di Vincenzo Cucinotta

Parto da lontano, ponendomi la domanda di quale sia la questione centrale della politica.

Non avrei dubbi, la questione al centro della politica è quella che riguarda il potere, chi ha il potere, in quali forme lo esercita, quali conseguenze pratiche ha sui modi di convivenza di quella società.

Affermando ciò, non intendo certo delimitare la politica a questo ristretto ambito, ma invece ricordare che ogni ipotesi strategica che non sia in grado di affrontare questa questione di fondo finisce per restare in un ambito che potremmo chiamare prepolitico.

Aggiungo che molte volte non c’è bisogno di entrare esplicitamente nel merito di questo fondamentale aspetto perchè esso appare scontato, ma credo sia buona norma ritornarci almeno di tanto in tanto per verificare se, magari seguendo un evento dell’attualità politica, non si finisca per trascurarlo finendo con l’uscire proprio dall’ambito politico.

Questa premessa risulta tanto più necessaria quando si parla di ambientalismo.

Il fatto è che l’ecologia risulta essere la scienza più difficile che ci sia, richiedendo così una pluralità di competenze, assieme alla necessità di raccogliere una gran mole di dati. Ciò porta automaticamente a una centralizzazione degli studi e di conseguenza della sede delle decisioni.

Se aggiungiamo a questo fatto obiettivo e sostanzialmente inevitabile gli enormi interessi che gravitano sulle politiche ambientali, tali che un dato provvedimento legislativo può determinare arricchimenti o impoverimenti formidabili, si capisce come l’attenzione di chi detiene il potere economico verso queste tematiche sia asfissiante e determini strategie di controllo ben più sofisticate della narrazione comune che vorrebbe che i capitalisti vogliano semplicemente negare i problemi ecologici, cosa forse vera in un passato nel quale se ne sapeva molto di meno a livello scientifico e figuriamoci poi a livello di cosiddetta opinione pubblica. Adesso, tanto per fare un semplice esempio, i produttori automobilistici potrebbero ben essere interessati a una conversione verso le auto elettriche, perchè porterebbe certamente a una maggiore obsolescenza delle attuali automobili a combustibile fossile e quindi aprire a un possibile aumento del ritmo di produzione di nuove autovetture.

Con tali premesse, ditemi chi potrebbe fidarsi di questi centri mondiali di studi scientifici. E’ evidente che uno scienziato non è un santo, e i rischi di corruzione sono oggettivamente enormi. Inoltre, data la complessità di questi studi come dicevo all’inizio, utilizzare l’enorme mole di dati accumulati in un modo piuttosto che in un altro, utilizzare un modello piuttosto di un altro, consente di confondere un caso esplicito di corruzione con una valutazione errata dei dati. Nè d’altra parte è possibile escludere clamorosi errori, anche dovuti ad esempio alla presenza di un fattore ignoto che viene tralasciato.

E’ per questo che testardamente continuo a insistere su un punto, che porre alla ribalta i problemi ambientali non solo non aiuta a risolverli, ma addirittura, visto il controllo sostanzialmente monopolistico dei media da parte di questa ristretta elite finanziaria, serve a fare confusione.

La vicenda di Greta del resto in questo senso è emblematica. Essa dice agli adulti “avete creato danni ambientali e siamo molto incazzati, ora dovete fare qualcosa per riparare”.

Cosa vi colpisce in questa espressione? Che Greta non mette minimamente in dubbio la sede del potere, si affida anzi esplicitamente a questi, anche se sotto la forma della pretesa imperiosa.

La cosa colpisce, perchè come puoi affidare la soluzione del problema proprio a coloro che l’hanno creato? Che senso ha dare agli assassini la delega a condurre le indagini e a comminare le sanzioni necessarie?

Cosa osserviamo? Che Greta evidentemente non affronta per niente il tema principale della politica, chi deve avere il potere, con il che non fa che adeguarsi a una lunghissima tradizione ambientalista, quella di pensare che la causa dei danni ambientali è sostanzialmente dovuto a un mix di ignoranza e di eccesso di interessi privati, tale che basti un atto di buona volontà perché una politica ambientalista venga avviata.

Insomma, l’ambientalismo non viene ancora oggi considerata una vera teoria politica, come tale autonoma e autoconsistente, ma innanzitutto un problema di natura scientifica che quindi va risolto dalla stesso incontrollato sviluppo tecnologico che ne è stato la causa.

E qui veniamo a un altro enorme tematica, quella dello sviluppo tecnologico e il suo rapporto con la scienza.

Come dicevo di recente, la scienza è solo un metodo, il metodo sperimentale, quelle che chiamiamo scienze sperimentali andrebbero piuttosto chiamate discipline sperimentali. La differenza sta nel fatto che così si elimina alla radice la pretesa di far coincidere tecnologia e scienza.

Visto che d’altra parte si è diffusa questa strana tesi che la scienza sia la verità, negando così la filosofia della scienza nella sua interezza, si usa questa scienza portatrice di verità indiscutibili per giustificare e anzi imporre ogni sviluppo tecnologico, in verità trainato da interessi economici, visto che l’economia costituisce l’ordinatore supremo della società contemporanea.

In questo quadro, è quasi inevitabile che gli scienziati, e in particolare quelli ambientali per ciò che oggi significa (in verità, non si è ancora formata una generazione completa di scienziati dell’ambiente, perchè a livello accademico ogni disciplina difende gelosamente il proprio campo di interesse e l’ecologia tende a infrangere quest’ordine, invadendo tutta una serie di discipline tradizionali, così che ad esempio un chimico ambientale rimane prima di tutto un chimico) finiscano per assumere il ruolo di supremi sacerdoti. La logica sottesa è quella che dicevo, che le tematiche ambientali possano essere affrontate sotto il profilo tecnico e essendo buoni, e quindi andiamo avanti con gli scienziati da una parte, le Greta dall’altra. D’altra parte, sapete che si è diffusa l’espressione “ecosocialismo” con il che si intende che il socialismo possa essere avveduto e attento alle tematiche ambientali, e tutto automaticamente si risolverà.

Come si capisce, io sono molto critico su l’intera storia dell’ambientalismo in politica, proprio perché sono convinto che invece l’ambientalismo è una teoria politica compiuta, e che come tale è autosufficiente e alternativa ad altre politiche.

Ma torniamo alla questione dell’uso strumentale che si fa della scienza, e ciò lo riscontriamo anche in ambiti ben differenti da quelli ambientali.

Il caso che mi viene alla mente è quello dei vaccini e di personaggi come Burioni che come i giornalisti, fa il politico al 100%, ma finge di parlare da scienziato e zittisce tutti sulla base dell’autorità della scienza. Da persona che ha dedicato la propria vita alla scienza, sono sconcertato da simili atteggiamenti. La scienza sin dai suoi fondamenti filosofici, non ha nulla a che fare con la verità, e coltiva sistematicamente il dubbio , così che ogni risultato raggiunto è automaticamente di tipo provvisorio e quindi suscettibile di modifica. Invece, cosa ti fa il Burioni? Non fa scienza, fa il politico della tecnologia, e il vaccino in sè è un prodotto tecnologico e come tale è prodotto prima di tutto per tornaconto economico. Seppure c’è un contenuto di disciplina medica, questa si aggiunge a interessi economici, e a una politica complessivamente portata avanti. Nello stesso tempo, non esita a invocare l’autorità della scienza per zittire ogni genere di obiezione.

Ad esempio, questa cosa di protezione degli immunodepressi come motivazione per costringere tutti a vaccinarsi, ha veramente elementi di demenza. Mi chiedo perchè le persone sane dovrebbero eventualmente mettere a rischio la propria stessa salute per garantire quella di persone che hanno problemi loro propri. Può uno stato senza chiamarsi etico obbligare i cittadini a una generosità che appare francamente eccessiva, il potenziale sacrificio di sè come dono mi pare non possa essere richiesto come obbligo, al massimo ci sarà qualcuno che lo vorrà fare per proprie personali convinzioni. Se proprio lo stato vuole intervenire, dovrebbe farlo in senso inverso, garantendo innanzitutto la salute dei cittadini sani, non pretendendo di difendere lo stato di buona salute di chi ha qualche problema sanitario probabilmente di natura genetica, a danno di chi può e vuole fare a meno dei vaccini. E in ogni caso, questo è un campo del tutto opinabile, tipico della politica: che c’entra invocare qui l’autorità della scienza?

La mia impressione è che i media distraggano l’attenzione dal problema fondamentale, quello del potere, attraverso le più improbabili digressioni, andando dietro alla Greta di turno, e perseguano implacabilmente un disegno autoritario che passa attraverso una estrema centralizzazione. Si toglie quindi potere agli stati moltiplicando sedi internazionali che finiscono per occupare spazi decisionali a danno proprio degli stati, e non si esita a usare anche la fama comune della scienza per imporre le più diverse decisioni.

Questo pericolo mi pare particolarmente attuale proprio nell’ambito ambientale. Ci sono tutte le condizioni, prima si nega la natura politica dell’ambientalismo, i vari partiti verdi finiscono per fare i predicatori, semplicemente imponendo le conclusioni degli scienziati e pretendendo che possano costituire una politica, e così si finisce per rivolgersi agli scienziati-sacerdoti perchè ci concedano la verità. A questo punto, è fatta, gli scienziati sono facilmente controllati dal capitale che può continuare a fare i propri porci comodi, e inoltre continuando a iniettare dosi crescenti di senso di colpa a un pubblico del tutto istupidito che penserà che l’ambiente è sempre più inquinato per i suoi colpevoli comportamenti individuali.

Io mi convinco sempre più che la democrazia effettiva richieda una certa vicinanza tra rappresentanti e rappresentati, quando dipendiamo completamente da una distante equipe di scienziati per stabilire misure legislative, la democrazia è definitivamente persa.

Sono infine pervenuto alla conclusione che esiste un sovranismo anche in ambito ambientale, ovvero un localismo che ci dovrebbe permettere di prescindere dai moniti di scienziati ignoti e distanti.

Sembra un paradosso, perchè se uno stato produce troppo biossido di carbonio, il peso va a ricadere anche sugli stati che fossero virtuosi. Ciò sottintende che bruciare combustibili fossili sia una cosa che porta vantaggi, e quindi imporre ai propri cittadini di non farlo, significherebbe svantaggiarli. Se però le cose non stessero così, e non stanno così se si guarda all’ambientalismo come una teoria complessiva e non come uno specifico tema trattabile all’interno di qualsiasi sistema di governo, allora lo stato che iniziasse a fare una vera politica ambientalista potrebbe divenire un modello imitabile da altri.

Ma la temperatura media della terra sta davvero aumentando? In effetti non possiamo essere certi che sia così, visto che non possiamo controllare l’intero procedimento richiesto per pervenire a questo dato. Però qualcosa la possiamo sapere egualmente, ad esempio il fatto che la temperatura superficiale del mediterraneo è certamente aumentata, fatto confermato da un cambiamento di flora e fauna. Tale aumento sta provocando variazioni climatiche che non possono essere ignorate, almeno qui dove vivo. Abbiamo avuto il 4 gennaio del 2018 un vero e proprio uragano con punte di velocità superiori ai 140 km/h, cosa che a memoria d’uomo non si è mai prima verificato, e da allora sembra sia intervenuta una modifica permanente nel regime dei venti, prima sempre deboli in questa specifica zona, mentre quest’anno, pur senza raggiungere questi estremi, abbiamo avuto, mi pare a fine febbraio un vento intenso che non si è chetato per circa 48 ore. Queste osservazioni, che naturalmente non implicano alcuna conclusione sul clima globale, ci dicono che la temperatura localmente è di certo aumentata, e che sembra ragionevole tentare di ridurre questo aumento con i mezzi disponibili, cioè intervenendo sui fattori che controlliamo, senza per questo dovere attendere chissà quale sentenza degli scienziati. Poi, ovviamente, nulla osta a convocare una conferenza dei paesi del mediterraneo e proporre a tutti di prendere provvedimenti simili a quelli che si vogliono introdurre nel proprio paese, e quindi in una logica di accordi multilaterali, ma senza delegare a un’incontrollabile unità centrale l’autorità di definire cosa dobbiamo fare.

E’ ovviamente un approccio del tutto nuovo e che andrebbe meglio approfondito, spero di avervi fatto cosa gradita nel proporvelo allo stato di elaborazione a cui sono giunto.

IL PROCESSO DI VERONA…, di Antonio de Martini

IL PROCESSO DI VERONA…
( tardivo ma non privo di ragioni, proprio come l’altro)

Leonardo Da Vinci nacque mezzo millennio fa da una relazione, illegale secondo il congresso di Verona .
Anche Lawrence d’Arabia fu frutto di una relazione adulterina.

La mancanza della possibilità di abortire ha provocato la nascita di numerosi inutili contemporanei che conosciamo bene.
Leonardo scrisse “ molti non lasciano dietro di se che cessi pieni”.

La materia è complessa e, chi voglia regolamentarla dovrebbe tener conto sia dei diritti naturali che di alcune esigenze della società.

Esempi.

a) Divorzio. Ogni essere umano ha diritto a sbagliare e avere un’altra opportunità , ma non indefinitamente. Dopo un secondo matrimonio/unione la terza volta dovrebbe essere preceduta da un test psicologico che assista chi ha evidentemente difficoltà a non ripetere scelte che lui/lei stesso considera poi errate.

Uomini molto ricchi o donne intraprendenti che si sposano cinque o sei volte non dovrebbero essere disponibili per pubblici uffici o impiegati nel media mainstream.
In alcune zone del mondo ( America Latina, Africa, Asia ) viene riconosciuto uno status pubblico alle amanti ( e diritti ereditari ai figli). Ma siccome di amanti tutti i congressisti ne hanno una/o, sull’argomento si sorvola.

b) Aborto. È certamente un diritto dei concepitori abortire, ma , se non si è psicolabili capricciosi e non vi sono inderogabili esigenze terapeutiche, cinque mesi sono un lasso di tempo sufficiente per prendere una decisione tanto drammatica e abortire ripetutamente non può essere consentito, salvo serie ragioni mediche.
Abortire è un diritto, ma – non illudiamoci- specie se fatto dopo il quinto mese, resta un omicidio. In Francia, un deputato ottenne la bocciatura delle legge facendo sentire in aula il battito del cuore del nascituro. A Verona hanno fatto il “ gadget” del feto. “ Convenscion molto lumbard “.

Gli esempi di famiglie non abbienti e numerose sono troppo noti perché ci si debba soffermare.
I figli sono, dovrebbero essere, frutto di amore, non cagione di bonus ad personam. I servizi sociali collegati alla vita familiare dovrebbero essere impeccabili ed avere una qualche forma riconosciuta di priorità.

Coi fondi del MOSE si sarebbero potuti assistere tutti i bambini del paese , mentre il MOSE è servito ad assistere qualche decina di figli di donne che non usufruitono, a suo tempo, del diritto all’aborto.

Il presidente del Consorzio “ Venezia Nuova” Zanda ( nato Zanda Loi , ma che non si vuole far ricordare la discendenza dal capo della polizia degli anni in cui il PCI prese potere) è quello stesso che adesso – tesoriere del PD dopo essere stato capo del gruppo parlamentare- ha proposto di aumentare le indennità dei Deputati.

Si, sono tanto favorevole all’aborto che a volte lo vorrei retroattivo.

c) Adozioni. L’ideale è che i bambini vengano dati in adozione a una coppia rappresentativa della famiglia tipo , ma , in mancanza, qualsiasi altra soluzione è preferibile all’orfanatrofio.
Numerose coppie si rivolgono all’estero per aggirare una legge che favorisce attese secolari, pone paletti illogici, pretende la perfezione dei candidati e favorisce in realtà lo sfruttamento dei bambini da parte di industriali dell’infelicità.

d) Unioni omosessuali. Sono sempre esistite e non vedo perché proibirle. Hanno certamente alcuni dei diritti e doveri tipici di una unione familiare. Possono ottenere ogni cosa, ma non l’equiparazione alla famiglia perché non sono la strada maestra per la perpetuazione della società. Sono una strada privata.

MEDIOEVO E DINTORNI

La TV del TG1 ieri sera ha presentato le tesi del presidente del “ convegno mondiale sulla famiglia” e il parere contrario di una decina di oppositori della stessa.

In coro tutto gli intervistati, accuratamente scelti, hanno lamentato un – da loro paventato – ritorno al Medioevo.

Guardandoli e ascoltandoli , ho pensato che ho ragione io ad essere ostinatamente favorevole all’aborto retroattivo.

Si continua a credere che il Medioevo sia un periodo di oscurantismo, vessazioni, infelicità.

Il povero Umberto Eco sta rigirandosi nella tomba al vedere che nessuno di questi virgulti progressisti , accuratamente scelti lo ripeto, ha letto i suoi testi.

È nell’alto Medioevo che sono nate le signorie comunali di cui tutta Italia mena ancor oggi vanto.

In quel periodo l’Italia ha creato il mestiere bancario e lo ha diffuso nel mondo, ha ripreso la guida culturale e spirituale del consorzio umano.

In quel periodo sono diminuite le tasse a causa dell’abitudine a pagare i soldati in terre e del conseguente diminuito bisogno di denaro da parte delle autorità.

La crescita di ricchezza provocò la reintroduzione delle monete d’oro come strumento di pagamento. Nacquero le Repubnliche marinare. Si iniziò a commerciare con la Cina.

È in quel periodo che nacque e si sviluppò l’Islam e vennero preservati – grazie a questo- secoli di cultura e sapienza greca che altrimenti sarebbero andati perduti.
Fu inventato lo zero e l’algebra, introdotta la bussola.
Nacquero gli ospedali e la scuola salernitana, la lingua italiana, il movimento benedettino è quello francescano , l’amor cortese, Dante, Petrarca e Boccaccio non hanno partecipato alla Resistenza, ma alla cultura medioevali come Chaucer e Shakespeare.
Federico I e II e la riforma gregoriana del calendario sono prodotti della cultura medievale. Nacquero le Università tra cui prime tra tutte Padova e Bologna .
Guglielmo di Occam , Bruno, Campanella e tanti altri pensatori iniziarono la marcia verso l’era moderna.
Ritenere negativo questi periodi medioevali e positivi questi tempi odierni può essere spiegato solo con la psicoanalisi.
Approfondita.

La Santa Inquisizione, la persecuzione e le torture degli alchimisti e filosofi, lo sterminio degli indiani del centro e Sud America , la reintroduzione della schiavitù ( finita con la nascita, medioevale, delle città) , le guerre di religione e di successione e dei trenta anni , sono tutti frutti del tardo cinquecento e del seicento.
Roba da scuola dell’obbligo ragazzi.

Al presidente RAI mi permetto di suggerire la buona pratica di mettere in sovrimpressione – come fanno nei paesi “avanzati”- nomi e cognomi degli intervistati invece di quelli dei cameraman di cui non ci importa nulla.

EDOARDO ALBINATI E I SEMICOLTI, di Elio Paoloni

 

 

EDOARDO ALBINATI E I SEMICOLTI

Elio Paoloni

 

Avrei potuto prendere in considerazione altri scrittori, amici che apprezzo e seguo da decenni, tutti dotati di acume, ironia, inesauribile capacità di osservazione del costume. Ma non pensate che abbia scelto Albinati per il cinismo della famigerata frase, registrata e diffusa da tutti i media per l’indignazione di molti: “Io ho pensato, ho desiderato che morisse qualcuno sulla nave Aquarius. Ho detto: adesso, se muore un bambino voglio vedere che cosa succede nel nostro Governo”.

No, il cinismo non mi inquieta. In politica il cinismo è la più apprezzabile delle doti, si tratti dell’ironia bonaria di Andreotti o dei sanguinari auspici del Migliore, che all’appello per il salvataggio dei prigionieri italiani in Russia rispondeva: “Se un buon numero dei prigionieri morirà, in conseguenza delle dure condizioni di fatto, non ci trovo assolutamente niente da dire, anzi… Il fatto che per migliaia e migliaia di famiglie la guerra di Mussolini, e soprattutto la spedizione contro la Russia, si concludano con una tragedia, con un lutto personale, è il migliore, è il più efficace degli antidoti”.

“Nelle durezze oggettive che possono provocare la fine di molti di loro – concludeva Togliatti – non riesco a vedere altro che la concreta espressione di quella giustizia che il vecchio Hegel diceva essere immanente in tutta la storia.”

 

Cosa volete che sia, dunque, in vista delle magnifiche sorti della Rivoluzione contro il criminale governo gialloverde, la morte di un bambino? No, tuttalpiù mi sorprende che Albinati si abbandoni al cinismo immediatamente dopo aver abbracciato le parole d’ordine buoniste. Mi sorprende ancor più che non abbia sognato neppure un ferito di fronte all’avvento golpista del governo Monti, di fronte alla macelleria Fornero, di fronte al taglio dei contributi per i malati di SLA, di fronte all’appoggio per l’assassinio del freschissimo alleato Gheddafi. E non si sia augurato almeno un contuso di fronte alla cessione di quel po’ di mare nostrum residuo ai cugini francesi senza alcuna contropartita evidente che non fosse il conferimento della Legion d’Onore (medagliette, paccottiglia immancabile, insieme agli specchietti, del corredo di ogni bravo colonizzatore) a quasi tutti gli esponenti PD.

 

Perché, insomma, mi soffermo su Albinati? Lo seguo da decenni, da quando qualche nostro pezzullo si incrociò su Nuovi Argomenti. Nel 2016 ha vinto lo Strega con La scuola cattolica, l’unico Strega meritato da decenni a questa parte, un romanzo come dovrebbero essere tutti i romanzi, ricco di digressioni, di riflessioni, di dissezioni. Di Memoria. Un libro di tale peso e intensità da costargli, tra l’altro, un anno di psicofarmaci. Se l’aggettivo non fosse inflazionato lo definirei proustiano. Il libro vorrebbe essere contro la borghesia, la classe ‘produttrice’ dei macellai del Circeo di cui il libro si occupa, ma non c’è pagina dalla quale non traspaia l’amarezza per il mondo regalatoci dalla rivoluzione antiborghese: “la libertà è come una di quelle immense spiagge atlantiche da cui la marea si è ritirata, lasciando la sabbia piena di residui, e quella distesa te la ritrovi a disposizione senza aver fatto nulla, e nulla potrai fare quando il mare se la riprenderà”. E ancora: “Come in ogni epoca rivoluzionaria, veniva compiuto l’elogio dell’infamia”. Quasi un reazionario! Per dare un’idea della sintonia che ho con quest’uomo, in meno di metà del libro (sono a pag. 400) la mia copia conta già una novantina di orecchie.

 

Ora, non c’è nulla di strano nell’avere opinioni politiche differenti da quelle di un artista che si apprezza. Ma qui non si tratta di semplici divergenze d’opinione: siamo di fronte a una visione del pianeta profondamente distorta, a una narrazione sentimentalista, menzognera, patologica. Per quest’uomo chiunque presti ascolto al popolo, chiunque non si prefigga l’estinzione dello stesso, chiunque avversi la tratta dei bambini a favore di ricchi invertiti, chiunque sostenga che la politica (quello Stato fino all’altro ieri idolatrato) debba opporsi ai disegni dell’alta finanza, del turbocapitalismo, del mondialismo, chiunque intenda, opponendosi alle mafie, regolare e distribuire i flussi migratori, rappresenta il Male. Va fermato. Giacché l’Italia va dissolta, fin dal nome. Naturalmente dovrebbero poi dissolversi tutte le realtà sovrane, ma noi ci portiamo avanti col lavoro. In questo, e solo in questo “prima gli italiani”.

 

Le inversioni di rotta dei politici sinistri, in realtà ultraliberali, la loro acquiescenza criminale allo strangolamento del paese sono perfettamente comprensibili in termini di poltrone e regalie. Ma non dubito dell’onestà di Albinati. Non è in cerca di prebende che lo scrittore si è accodato alle missioni dell’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati. Certo, Otto giorni in Niger saranno stati pochi per comprendere cosa davvero succede in Africa. Sbalzato nel cuore del continente nero dai quartieri bene della Capitale ha fatto appena in tempo a rendersi conto che il Niger è uno stato e la Nigeria un altro; non poteva certo comprendere su due piedi chi sia, per davvero, razzista, neocolonialista, predatore, egoista e vomitevole.

 

Ora, è del tutto naturale che Albinati provi pena di fronte alle persone in difficoltà. Quando abbiamo di fronte un uomo, non stiamo a chiedergli la carta d’identità, non indaghiamo su ciò che lo ha portato davanti a noi. Specie se si tratta di veri profughi, se abbiamo di fronte i deboli, le donne, i bambini, i vecchi. Siamo cristiani, sempre, volenti o nolenti, portiamo in noi gli imperativi della sollecitudine verso chi soffre. Qualcuno si offenderà nel sentirsi definire cristiano e vorrà semplicemente definirsi umano (come se l’aggettivo umano avesse una accezione positiva). Ma non ha importanza. Il primo impulso, mio, di Albinati, di tutti noi, è quello dell’aiuto immediato, personale, incondizionato. Il secondo è quello di appellarsi alla comunità perché nessuno può aiutare da solo un continente. E qui arriva il punto.

 

Una persona ragionevole si chiede innanzi tutto se sia opportuno trapiantare il sofferente in paese straniero. Il buon senso, e il Papa Emerito, non lo trovano opportuno. Ma ammettiamo che lo sia. Viene naturale chiedersi chi debba farsene carico.

 

La prima risposta dovrebbe essere: chi ha provocato lo sfacelo. Ovvero i paesi coloniali, che molti si ostinano a definire “ex”: la Francia, soprattutto, anche se il responsabile principale è sempre lo Zio Sam, senza il quale nulla è permesso. Ma nella mente confusa di Albinati – sempre per il mantra antifascista – l’unico paese che deve scontare il suo colonialismo è l’Italia, ovvero il più tardivo e residuale tra i conquistatori d’Africa. Mentre, sempre secondo Albinati, la Francia è da quelle parti per “pacificare” l’area.

 

In secondo luogo dovrebbero venire i paesi europei ricchi, solidi; la Germania, per prima.

 

In terzo luogo paesi ancora più ricchi e vocati, per affinità religiosa e un certa prossimità dei confini: l’Arabia Saudita, prima di tutto, che non ne ha accolto neppure uno.

L’Italia ne ha accolti più di tutti ma se anche ne accogliesse decine di milioni non sfuggirebbe alle accuse di razzismo dei nostri intellettuali: sempre per il mantra suddetto, l’italiano, avendo ottant’anni fa accettato (all’italiana, cioè disattendendole) le scellerate leggi razziali, è intrinsecamente, irrimediabilmente razzista. Ecco, anch’io, come Albinati, ho un sogno: vorrei che i barconi fossero carichi di bei caucasici biondi e con gli occhi azzurri. Così, finalmente, privati dell’unica arma di discussione (si fa per dire) brandita finora sull’argomento, i paladini dell’accoglienza indiscriminata, senza se e senza ma, sarebbero costretti a discutere di sostenibilità, di quote, di opportunità. Capirebbero finalmente, che gli invasori – come i crumiri – non hanno colore.

 

Cosa c’è di disgustoso in queste banalissime considerazioni? Cosa fa inalberare Albinati? Va tenuto presente che ho accettato fino ad ora la premessa dei fautori dell’accoglienza indiscriminata, ovvero che siamo di fronte a profughi sofferenti, a stuoli di donne, bambini, vecchi. In questo caso sarebbe più comprensibile l’ansia accaparratrice di costoro (non sia mai qualcuno chieda ospitalità altrove! quale offesa! cosa manca in Italia che debbano cercare in altri paesi?).

 

Ovviamente i poveri profughi si contano sulle dita di una mano. Anche tra loro, a ogni modo, considerando che più che paesi in guerra in Africa vi sono aree in guerra, molti potrebbero trovare scampo in aree dello stesso paese, presso conterranei, oppure in paesi limitrofi. Ma gli scrittori odiano questi dettagli, amano le immagini, e gli hanno propinato quelle giuste: mamme e bambini. Praticamente inesistenti sulle navi negriere delle ONG, le mamme e i bambini campeggiano nel giornalume quotidiano del radical-chic, sono l’input infallibile che scatena il riflesso pavloviano. Albinati si è catapultato in Niger ma non ha dato neppure un’occhiata ai filmati sui barconi, veri e propri mezzi da sbarco da D-Day, con plotoni di giovani muscolosi, tutti della stessa taglia e della stessa età, muniti di Smartphone (che non si bagna mai, al contrario dei documenti). Ignora le riprese delle centinaia di giovanotti ben piantati che hanno assalito e scardinato le barriere di Ceuta. Gente che non può essere partita per gravi motivi economici, dato che ha sborsato somme ingenti, e, se scappa dalla guerra, andrebbe impiccata per diserzione. Lui, che intervista tutti, si è guardato bene dall’intervistare i marinai delle nostre navi militari o i militari di guardia ai centri di accoglienza, per lo meno quelli che hanno il coraggio di parlare.

 

Ovviamente, non potendo sostenere a lungo la bufala dei profughi, ci si è aggrappati alla figura del migrante ‘economico’, categoria vaga quanto colossale (in effetti quasi nessuno, da quelle parti, potrebbe essere escluso dalla categoria). Non so se Albinati sia al corrente dell’ultima categoria di stranieri che necessita accogliere ad ogni costo: la ‘picchiata dal marito’, categoria venuta alla ribalta in relazione a una naufraga ormai notissima. E, se ne è al corrente, ha realizzato che, in questo caso occorrerebbe trapiantare nel Bel Paese, oltre a quasi tutta la popolazione dell’Africa, anche tutta quella del Medio Oriente e di buona parte dell’Asia e del Sud America?

 

L’antirazzista in servizio permanente effettivo è, quasi immancabilmente, un autorazzista. Questo sono quasi tutti gli scrittori italiani, autorazzisti: spregiatori di se stessi, del proprio retaggio, della propria patria; dell’Europa stessa. Il loro invocare continuamente l’Europa è in verità un impetrare l’affossamento dei valori fondanti dell’Europa, sostituiti da una religione di presunti nuovi diritti.

Che lottino per l’estinzione dei nostri geni è palese – vedi l’accanito dileggio delle famiglie vere con prole autoprodotta – e forse perfino auspicabile. Ma come possono buttare a mare una intera civiltà, il loro – e sottolineo loro –  patrimonio culturale? Come possono aborrire la Chiesa oscurantista e lisciare il pelo alle donne velate, regalando loro assessorati alla Cultura? E’ gente che insegna, che trae la sua identità dal mondo delle Lettere. Come faranno ad apprezzare – e far apprezzare – Virgilio e Dante e Alfieri e Leopardi e Manzoni e Verdi e Carducci e D’Annunzio? O – dato il coté – il Gramsci che rimproverava agli intellettuali italiani la mancata costruzione di un epos nazionale, cosicché il popolo italiano, lasciato in balia del romanzo storico-popolare francese, “si appassiona per un passato non suo, si serve nel suo linguaggio e nel suo pensiero di metafore e di riferimenti culturali francesi ecc., è culturalmente più francese che italiano”?

 

Oscuratosi il fascino d’Oltralpe, i nostri scrittori son tutto fumo di Londra. Si sentono cosmopoliti perché accettano ogni moda straniera, ogni parola d’ordine, ogni frase infarcita d’inglesorum, e sono solo dei provinciali abbagliati dal gran mondo. Vogliono distruggere la Nazione, abbatterne i confini, sputando su coloro che per quei confini sono morti – compresi quelli che ai confini non credevano e sono morti ugualmente. Ma idolatrano le Nazioni che presidiano saldamente i loro confini, anzi si affannano ad espanderli. Ritengono superiori i francesi e gli inglesi, per non parlare dei dem statunitensi, che ci esortano ad abbattere i muri e a decrescere felicemente, tenendosi stretti i loro muri, la loro potenza, la loro crescita e la loro determinazione a mettere a ferro fuoco il pianeta. I nostri autori sognano – anzi minacciano – di trasferirsi in questi civilissimi paesi per aiutarli a diffondere la democrazia.

 

Cosa è successo a questa gente? Certo, sono da decenni accaniti lettori di Repubblica e L’Espresso nonché del Manifesto. Se proprio va bene leggono il Corriere. Ma anche in questi giornalacci si possono trovare, tra le pieghe, le notizie necessarie a comprendere chi sia, per esempio, il filantropo Soros. Possibile che, tra un’ode agli eroi delle ONG e una riverenza alla Bonino non siano riusciti a informarsi sui motivi delle condanne che pendono sul loro mandante – a morte in Malesia e all’ergastolo in Indonesia? Davvero non sanno nulla dell’attacco speculativo del 1992? Ma cliccare su qualche sito serio, così, per curiosità, per caso, per sbaglio?

 

Nonostante le sue capacità critiche, dunque, Albinati sembrerebbe rientrare nella categoria che abbiamo imparato a definire ceto medio semicolto (Cmsk), cioè quel ceto di una «certa kual kultura» che prende forma nel ’68 radicandosi nella deriva universalista e pacifista di certo marxismo nonché nell’ideologia dei «diritti umani» risalente alla rivoluzione francese. Il semicolto (con “quattro letture”, mostre a iosa, organizzazione di visite di istruzione per le scuole ad Auschwitz e qualche altro viaggio in ambienti esotici alle spalle) è preda della forma pseudo-culturale “di sinistra” del politicamente corretto, alfiere di un pacifismo semplicistico, sprovvisto di qualsivoglia nozione geopolitica e soprattutto, vittima di una vacua presunzione di “cultura” rispetto agli “incolti”, pretesa del tutto ingiustificata, vista la sua manifesta incapacità di comprendere i problemi del tempo e di imbastire una discussione propriamente politica (il suo approccio alla politica assume infatti quasi unicamente i modi del “disgusto estetico”). Si appella di continuo ai presìdi morali della tradizione umanistica (ridotta spesso alla versione “umanitaria”) ma introietta e diffonde, in realtà, istanze nichilistiche e relativistiche del tutto incompatibili con l’umanesimo vero.

 

Bene, conosco molti individui che corrispondono perfettamente a questa descrizione. Ma non penso che Albinati possa essere arruolato nella categoria; e neppure molti dei suoi colleghi. Queste persone hanno letto ben più che quattro libri, sono colte, non semicolte.   Potremmo definirle ipercolte. E conosco spregiatori di ‘populisti’ che non si sono limitati a un viaggetto esotico alternativo e solidale ma sono stati a lungo nei teatri di guerra e di guerriglia. Allora? Cosa li distingue dai propriamente colti? Si occupano poco di storia, di geopolitica? Non sempre, anzi quasi tutti leggono almeno Internazionale. Sottilmente orientato, certo. Ma per quanto possa essere orientato, non può esimersi dal tratteggiare un mondo in cui esistono guerre, conflitti, interessi nazionali. In cui è già aperta una guerra economica micidiale nell’avanzato e pacifico mondo occidentale. Un mondo in cui le nazioni non solo esistono, ma continuano a nascere – o a sforzarsi di nascere – e sgomitano, si difendono, aggrediscono. Un mondo in cui esisterebbero addirittura nazionalismi ‘giusti’, come quelli kosovari, catalani, ucraini. Infatti, ogni volta che i poveri curdi vengono sobillati dagli esportatori di democrazia per destabilizzare le aree di pertinenza (finendo poi – quasi sempre – abbandonati al loro destino) gli intellettuali cantano emozionati la fierezza dei patrioti curdi (più spesso delle avvenenti patriote). Perché, quando è curda, l’Identità non li fa vomitare? Forse perché le soldatesse titillano in loro il dogma politicamente corretto dell’uguaglianza dei sessi?

 

Perfino dalle pagine del ‘selettivo’ Internazionale, in fondo, si dispiega un mondo in cui l’ammucchiarsi di etnie e di culture non produce alcun melting pot, ma unicamente miseria e massacro. Certo, vi si tratteggia un mondo in cui il fascismo campeggia eterno, nel quale chiunque resista all’Impero è un malvagio dittatore, ma se il mero semicolto si lascia incantare, costoro (che ripeto, colti sono, e manifestamente capaci di esercitare senso critico) dovrebbero essere in grado di ricorrere almeno alle armi dell’analfabeta intelligente, che la fuffa la avverte da lontano, a naso, grazie al cinismo popolare, al retaggio di secoli di soprusi ammantati dal latinorum (oggi englishorum).

 

Cosa gli manca? In quale momento, precisamente, hanno deciso di adagiarsi nelle narrazioni mainstream? Davvero il riflesso pavloviano che li coglie alla semplice menzione del termine fascismo li costringe ad accettare qualsiasi ‘alternativa’? Possibile che la loro intelligenza non si senta insultata dal continuo ricorso a questo spauracchio e ai suoi succedanei, razzismo, populismo, omofobia? Richiamano sempre il volgo all’etica e al rigore, ma qualsiasi atteggiamento fermo, rigoroso, severo, ovvero giusto, fa scattare la fobia (questa sì, fobia vera) dell’“autoritarismo”. Gli hanno inserito un microchip sottopelle che scatta ad ogni manifestazione di buon senso? E quando? Al superamento dell’esame di laurea? Al primo contratto editoriale?

 

Gli scrittori del passato univano alla conoscenza sofferta dell’animo umano la capacità di cogliere l’essenza della storia, degli sconvolgimenti sociali, delle guerre. Cento ponderosi saggi non riuscirebbero mai a rendere l’idea dei caratteri eterni dell’italiano, delle costanti storiche – e delle nuove forme che assumono – così come li rendono I promessi sposi, Il Gattopardo, I viceré. L’immagine del vaso di coccio tra vasi di ferro rappresenta l’Italia nei secoli dei secoli, non c’è trattato che tenga. Pasolini non si lasciava incantare dalle distinzioni dei sociologi: coglieva il filo comune tra il ragazzotto e il pariolino e al contempo distingueva i veri proletari, i poliziotti, dai rivoluzionari figli di papà. E ancor oggi uno Houellebecq mantiene uno sguardo profetico. Mi è rimasta perciò la convinzione che un narratore di vaglia DEBBA avere una visione del mondo autonoma, DEBBA comprendere l’idiozia degli slogan imposti dai poteri mondialisti, dai circoli finanziari, dalle classi dominanti, DEBBA, dopo averci scartavetrato gli attributi per decenni appellandosi a Orwell, avvertire immediatamente il dominio del Grande Fratello, DEBBA, dopo aver citato anche troppo l’Ignazio Buttitta difensore della lingua atavica, rabbrividire di fronte ai vocaboli della neo-lingua, in particolare di fronte al suffisso –fobo appiccicato ovunque per stigmatizzare chi nutra anche soltanto la minima perplessità rispetto ai dogmi del pensiero unico.

E, ogni santa volta, sbatto contro l’evidenza: c’è stata una scissione tra le due capacità di visione, quella affettiva, introspettiva, speculativa, e quella esterna, sociale, storica.

 

Questi intellettuali – ma anche il loro principale demone, Salvini – ci costringono a disperdere le nostre energie sul problema immigrazione. Che è l’ultimo dei nostri problemi. Last but not the least: in effetti è sintomatico di tutto ciò che non va nel nostro paese. Basta inquadrare il fenomeno: le frasi rubate ai francesi sullo scaricarci le vittime dei loro traffici, la potenza di Soros dietro alle navi negriere, la felicità di certi imprenditori nell’accaparrarsi schiavi per l’agricoltura (come può Albinati non completare, da esperto di comunicazione, le frasi apparentemente pragmatiche come “fanno i lavori che gli italiani non vogliono più fare” con la logica chiusa: non vogliono più fare a quelle condizioni, dopo decenni di lotte contro il caporalato che solo ora qualche povero schiavo nero sta tentando invano di riaccendere?); il disegno più volte dettagliatamente esplicitato da diversi circoli sovranazionali, di rimescolare popoli ed etnie con lo scopo dichiarato di favorire il multiculturalismo e quello non poi tanto occulto di fomentare guerre tra poveri e dissolvere, insieme alla famiglia, alle forze sindacali, a ogni genere di istituzione, le comunità che possono opporsi ai poteri finanziari transnazionali.

 

Ebbene, tutto questo fa della questione migrazioni l’emblema della nostra disfatta. Perché ci permette di osservare sotto una lente di ingrandimento l’abdicazione dello stato, la debolezza di fronte a ogni genere di sopruso, di bullismo, di crimine, di razzia. Il reagire al delitto con la soppressione giuridica del delitto (vedi abolizione del reato di clandestinità). O, all’opposto, il rendere delittuosi i più elementari diritti umani: perché il sarcastico Albinati non ha ironizzato sulle intenzioni dei progressisti quando volevano limitare la difesa della vita alle ore antelucane? Perché non si è augurato che un aggredito morisse alle prime luci dell’alba, mentre l’aurora di bianco vestita carezza dei fiori lo stuol?

 

L’ultimo dei nostri problemi, dicevo, dal punto di vista puramente economico. I nostri problemi son ben altri (e non si tratta del famigerato benaltrismo). Anzi è uno solo: il fiscal compact, che – senza alcun obbligo giuridico –  gli alti traditori hanno infilato a forza, col favore delle tenebre mediatiche, nella nostra magnifica e intoccabile Costituzione. Ho pensato più volte di lanciare un sondaggio tra gli scrittori italiani, compresi quelli che ripetono pappagallescamente tutti i mantra economicisti pidioti, per capire quanti di loro siano a conoscenza di questo ritocchino costituzionale e, soprattutto, se siano in grado di rendersi conto dell’impossibilità di riparare il nostro debito con le finanziarie lacrime e sangue, che, deprimendo l’economia, contraggono il PIL e rendono il debito sempre crescente, all’infinito, fino al collasso. Ma anche senza sondaggio, già lo so: non lo sanno, e se lo sanno lo hanno già accettato come si accettano i terremoti, le inondazioni, le locuste. Come se i trattati, mai analizzati, mai seriamente discussi, fossero le tavole della Legge, incise nella pietra. Come se non fossero già stati abbondantemente diffusi i dettagli tragicomici dell’adozione, casuale, estemporanea, farsesca, del muro del 3%.

 

Ma in fondo gli scrittori se ne fottono dell’economia. Tutto quello che hanno diligentemente imparato è che i Mercati (una sorta di divinità cieca, come la Giustizia) non hanno padrone, non sono politica. Accettano qualsiasi panzana e non hanno mai saputo perché lo spread, dopo un’impennata, sia improvvisamente calato mentre si costituiva l’ultimo governo. Bizzarrie del mercato! Lo scrittore orecchia i temi economici e passa avanti disgustato. Non sono temi degni della sua penna, del suo j’accuse. Vuoi mettere i bambini morti? Quelli affogati, s’intende, che’ quelli squartati nell’utero non li riguardano, men che meno quelli venduti alle coppie sodomite.

 

Il punto è che non sono in grado di guardare al quadro complessivo. Le questioni (le ‘problematiche’) vengono sottoposte loro singolarmente. I profughi vanno accolti. Il debito va ripianato. Gli invertiti non vanno discriminati. Il sostegno alle nascite è roba da fascisti, e poi siamo troppi (sull’intero pianeta, ma noi, ricordiamolo, dobbiamo sempre portarci avanti: gli altri possono essere più prolifici dei conigli, noi saremo virtuosi). Le energie fossili inquinano, via gasdotti e trivelle. Il nucleare fa male, zero centrali (Italia prima, anzi unica). I Mercati non vogliono. Il pianeta non regge all’industrializzazione, dobbiamo distruggere le nostre industrie strategiche (anche in questo prima gli italiani). L’INPS ha i conti in rosso (non la parte previdenziale, ma non approfondiamo). La difesa del cittadino è compito dello stato, noi non siamo il far west. I singoli interventi della magistratura sono dovuti (mai che si rendano conto che a reati simili a quelli perseguiti, anzi molto più gravi, non viene dato alcun seguito e che i magistrati sono usi ad archiviare ben altro).

Ogni singolo provvedimento, affrontato dalla parte giusta, sembra logico, naturale, inevitabile. Quello della inevitabilità è il mantra principale. La possibilità di governare gli avvenimenti è stata cassata dal loro pensiero. Non ci si può opporre a questo, non ci si può opporre a quell’altro. Il Mercato, il Progresso, la Globalizzazione, le Migrazioni. Questa ovina rassegnazione viene meno quando occorre opporsi a figure esteticamente svantaggiate, ovvero ai “populisti”. Allora, guai se non ti opponi. Allarmi, siam antifascisti. Pur di scongiurare l’incubo del nazirazzifascioleghismo, atei cinici e promiscui, adusi a squittire contro le “intollerabili ingerenze del Vaticano nella politica italiana” e a rimestare in ogni scandalo sessuale delle tonache, citano ormai a ogni piè sospinto Papa Francisco e la sua compagnia di tango, sventolandosi con Famiglia Cristiana.

 

Costoro volano basso. Rimbalzano come palline di flipper sui funghi disseminati dalla comunicazione mainstream; non riescono a librarsi sopra il cristallo sporco e osservare la mappa. Ci sono studiosi, filosofi, economisti, blogger, che evidenziano gli scenari planetari, i flussi, le connessioni, gli organigrammi. Diranno fesserie anche loro, individueranno forse il nemico sbagliato, ma qualche analisi pragmatica la espongono. Possibile che mai nessuna di queste narrazioni non sentimentali, non farisaiche, non ricattatorie, siano giunte alle orecchie di Albinati? Sì, gli scrittori, i critici, i giornalisti, i docenti hanno i loro siti, i loro circuiti, le loro facoltà, tutti, inevitabilmente orientati. Ma lui mi è sempre sembrato un appartato, con le sue ossessioni e le sue idiosincrasie. L’immagine di una persona libera. Nel suo caso non posso neppure prendermela con la scuola de sinistra, zeppa di semicolti allo stato brado: lui è stato educato alla scuola cattolica (quella vecchia, tra l’altro).

 

Gli scrittori hanno un sesto senso per le coincidenze. Sia quando intendono evitarle come la peste, ritenendole un indegno espediente da romanzo d’appendice, sia quando intendono corteggiarle, come amavano fare Sciascia e Kundera. “Le coincidenze – scriveva Douglas Coupland – sono talmente rare che quando in effetti accadono, allora vengono notate. Anzi, le coincidenze sono talmente rare che è quasi come se l’universo fosse progettato unicamente per impedirle. Così quando nella vita vi capita una coincidenza, vuol dire che qualcuno o qualcosa si è dato parecchio da fare per realizzarla, ed è per questo che dobbiamo sempre farci caso”. Che preferisca appellarsi al Caso piuttosto che al Destino, alla Beffa piuttosto che al Castigo, uno scrittore è allenato a notare le coincidenze. Possibile che non attraversi mai la loro mente un’ombra di sospetto di fronte alle date (anzi agli orari) di consegna di un avviso di garanzia? Nessun soprassalto quando su ogni scena terroristica campeggia, immancabile (e indistruttibile) il passaporto dell’autore? Il gas nervino usato a capocchia contro i propri cittadini da chiunque sia stato schedato di recente come cattivodittatore? E davvero è possibile che ancora non abbiano scoperto la verità su Regeni (quando la sa ogni bambino a cui abbiano messo in mano uno smartphone)?

 

Guareschi regalava tre narici ai progressisti del suo tempo. Gli scrittori d’oggi invece, andrebbero disegnati senza narici. Hanno completamente perduto il naso, quell’istinto che permetteva ai loro antenati di individuare all’istante la retorica e le banalità ideologiche. Sono a-nariciuti.

Manca loro è la capacità di guardare. Si tratta, come diceva Husserl, di guardare, semplicemente di guardare, anche se lo sguardo immediato deve essere accompagnato da una teoria che lo sostenga nella sua esplicitazione. “In questo caso – ricorda il filosofo Renato Cristin – guardare direttamente significa cogliere l’essenza delle cose senza i veli delle opinioni, dei dogmatismi o, peggio ancora, degli strumentalismi con cui una propaganda di tipo immigrazionista, anti-identitario e sostituzionista cerca di sviare l’attenzione e confondere il giudizio degli individui e, quindi, dei popoli”.

 

Questo sguardo limpido, sgombro, non appartiene più ai nostri scrittori. E la loro avversione per l’identità nazionale è solo il riflesso dell’avversione per l’identità individuale. L’uomo deve essere fluido, plasmabile, privo di radicamenti familiari, di avi e di progenie, di identità culturale e sessuale, pronto a dissolversi. Logica conseguenza dell’indifferentismo al potere, della dittatura del relativismo, premessa essenziale all’instaurazione in Europa dell’uomo nuovo teorizzato dal marxismo, vagheggiato dal sessantottismo, auspicato dalla teologia della liberazione (e dai suoi cascami in Santa Marta), ma altrimenti disegnato dai teorici della liquidità e accuratamente programmato dagli ideologizzati burocrati dell’ONU per la finanza speculativa. L’incubo che speravamo dissolto con il crollo del comunismo si ripresenta con forza decuplicata, incistato nel cuore del mondo occidentale.

 

Quest’uomo nuovo, secondo i nostri intellettuali, non può, non deve, essere bianco (gli antirazzisti sono intrisi di un profondo razzismo). Cogliendo qui, finalmente, una verità: l’europeo è finito, imbelle, svirilizzato, sterile; non ha più slancio vitale, non può avanzare. Ma fanno finta di non capire che la causa della nostra decadenza non è soltanto nel benessere (ormai relativo, molto relativo) ma nell’aver accettato ogni disvalore, professando un pacifismo acritico e morboso e abbattendo ogni caposaldo del senso comune. Come si possono difendere fino allo stremo il relativismo, il multicuturalismo, e una serie di presunti – e stranamente non relativizzabili bensì inalienabili – diritti, accogliendo nello stesso tempo, schizofrenicamente, milioni di estranei che non comprendono, non rispettano, non accettano – e mai accetteranno – quei principi? Hanno mai approfondito, i nostri coltissimi scrittori, le pratiche sacrificali e cannibaliche della religione Yoruba, quella professata dai poveri migranti nigeriani? L’abbaglio della integrazione li acceca. L’integrazione può avvenire per piccoli gruppi, in lunghissimo tempo, in società fortemente strutturate e con valori – e pensiero – forti; deve essere auspicata da chi si insedia, cosa avvenuta – a volte – negli Stati Uniti. Da noi non ci sarà. Ci attende l’annichilimento.

“Una società che si decompone interamente è evidentemente meno adatta ad accogliere, senza troppi scontri, una gran quantità di immigrati – notava Guy Debord, che i nostri intellettuali dovrebbero aver letto. Ci si compiace (On se gargarise) – continuava – della ricca espressione “diversità culturali”. Quali culture? Non ce ne sono più. Né cristiana, né socialista, né scientista. Non è sicuro che il melting-pot americano funzioni ancora a lungo (per esempio con gli Chicanos che hanno un’altra lingua). Ma è certo che qui non può funzionare nemmeno per un momento… Gli immigrati hanno tutto il diritto di vivere in Francia. Essi sono i rappresentanti dello spossessamento; e lo spossessamento è a casa sua in Francia, tanto vi è maggioritario, quasi universale. Gli immigrati hanno perso la loro cultura e il loro paese e, com’è noto, senza trovarne altri. E i Francesi sono nella stessa situazione, solo più segretamente”.

 

Si parla qui dei francesi, alfieri dell’illuminismo. Ma nipotini dell’illuminismo siamo ormai tutti, e nella contorta mentalità dei nostri pensatori, l’uomo nero è il buon selvaggio di Rousseau. Buono per definizione. L’Europa decade perché i principi dell’illuminismo hanno obnubilato – grazie anche alla collaborazione dei nostri scrittori – le radici dell’Europa, il nucleo ebraico-cristiano che si è insediato sulle fondamenta greco-romane e che ha accompagnato lo sviluppo del pensiero europeo moderno.

L’Europa fondava la sua identità sulla cacciata dei Mori, sulla battaglia di Lepanto, sulla resistenza di Vienna all’assedio di Solimano. Gli scrittori meridionali hanno passato intere estati all’ombra di torri costiere erette a difesa dalle scorrerie saracene. Mamma, li turchi! era il grido riecheggiante lungo tutte le coste della penisola. Ora l’Islam approda e sciama sotto mentite spoglie. Senza alcuna riflessione, o abbracciando un revisionismo tortuoso e imperioso, i letterati a largo raggio – e corta memoria – vengono a spiegarti perché ‘infedeli’ non voglia dire precisamente infedeli e come Jihad indichi un concetto complesso che troppo semplicisticamente viene tradotto con guerra santa (e dal loro tono sembra che l’abbia tradotto tu). Si lanciano in estesi elogi dell’astuzia, attributo divino insieme a Baran (sotterfugio) Kayd (stratagemma) Khad (inganno) e Makr (insidia). All’immancabile locuzione d’esordio, l’indiscussa tolleranza dell’Islam, vorresti afferrare lo studioso per i capelli e infilargli la testa nell’ossario della Cattedrale di Otranto, tenendocela fino a che non abiura questa sciocca credenza.

Troppo guerreschi e sanguinari, i nostri miti fondanti? Troppo murari? Le mura permettono la formazione e la sopravvivenza di ogni comunità. Non sono invalicabili: le porte sono aperte agli stranieri rispettosi, nelle ore e nei modi opportuni.

 

Concludo: nell’acquiescenza alle parole d’ordine del pensiero unico nulla distingue un ipercolto da un semicolto. Risulta evidente, dunque, che non è l’incompletezza culturale la causa dell’abdicazione dell’intellettuale italico. Lo sprezzante appellativo ‘semicolto’ è fuorviante: porta a immaginare che una “maggior dose” di cultura guarirebbe il soggetto dall’obnubilamento. Ma questa non è altro, in fondo, che l’illusione illuminista: più luce, più enciclopedie, più trattati, e tutto si sistemerà; giunto alla piena cultura l’Uomo comprenderà, finalmente, e la verità splenderà su un mondo felice. Non è così. La lucidità non dipende dal grado di cultura. Da qualsiasi morbo siano affetti i nostri acculturati, non sarà una dose massiccia di letture a guarirli. E neppure la frequentazione delle Università e delle case editrici del Bel Paese.

 

 

MACRON, micròn _ 2a parte, di Giuseppe Germinario

 

il link della prima parte   http://italiaeilmondo.com/2017/12/22/macron-micron-di-giuseppe-germinario/

LE PAROLE E LE COSE

MACRON Micròn_1a parte, di Giuseppe Germinario

Il grande merito di Macron è di aver avuto la forza, la determinazione e l’abilità di ripresentare l’Unione Europea come la cornice entro la quale affrontare e guidare il necessario rinnovamento del paese e costruire un nuovo processo identitario che tenesse insieme la nazione. Non più, quindi, una Unione Europea alibi e capro espiatorio cui addossare la responsabilità e la volontà di politiche impopolari altrimenti insostenibili dalle singole classi dirigenti nazionali.

Più che una strategia, però, la rappresentazione si risolve in un espediente tattico sufficiente a incasellare le prerogative regali dello stato francese nell’alveo europeista; un esercizio a dir poco ardito, ma produttore intanto di una retorica sufficiente a garantire a Macron, durante la campagna elettorale, la necessaria postura presidenziale rispetto all’atteggiamento contestatario di Marine Le Pen.

Un costrutto teorico abbastanza coerente, a prima vista attraente, ma che si sta rivelando, già dai primi passi, in stridente contrasto con l’evidenza dei fatti.

Un costrutto la cui fragilità intrinseca potrà godere comunque di ulteriori mesi di sospensione di giudizio grazie all’esito delle elezioni tedesche e al ritardo nella composizione di quel governo.

L’interesse nazionale della Francia, la gratificazione del proprio orgoglio nazionale passerebbe quindi per il rafforzamento dell’Unione Europea a guida Franco-Tedesca; una Unione nella quale le nazioni e lo stato nazionale continuerebbero ad avere un ruolo essenziale.

Un punto fermo rispetto alla persistente posizione italiana, espressa recentemente tra gli altri, dal Ministro delle Difesa Pinotti secondo la quale l’interesse nazionale italiano verrebbe semplicemente “sublimato”, quindi dissolto, in quello europeo.

Negli importanti discorsi di Macron, nelle settimane successive all’insediamento, il richiamo all’orgoglio nazionale è costante; la globalizzazione viene vista come un catalogo di opportunità del tutto compatibili con le ambizioni francesi. La Francia è, in sintesi, la culla dei diritti universali dell’uomo e l’affermazione di questi sono l’affermazione della Francia nel mondo.

L’afflato napoleonico viene in qualche modo ricondotto alla dura realtà con il presupposto che l’affermazione di potenza consisterebbe soprattutto nella capacità mediatoria radicata nel soft-power ormai bisecolare accumulato.

Quanto agli strumenti più prosaici, legati all’uso della forza e della capacità economica, a supporto delle politiche di persuasione, essi vanno forgiati nella Comunità Europea, vista l’entità dello sforzo richiesto, insostenibile dalla sola Francia, e la qualità degli avversari nello scacchiere mondiale.

Una impostazione già adottata da altre presidenze francesi, a cominciare da Mitterrand per finire con Sarkozy e Hollande e fallita miseramente nell’intento di salvaguardare la potenza francese all’interno dello schema europeista e della NATO. Caratteristica comune di queste presidenze è infatti di aver proclamato l’efficacia di una politica “entrista” per trasformare le finalità e le modalità di funzionamento dei due sodalizi; di essere invece scivolati progressivamente nel ruolo di mosche cocchiere nella conduzione soprattutto degli affari internazionali. Siria, Libia ed Ucraina “docent” in merito.

Macron ha riproposto lo stesso motivo con una maggiore retorica nazionalista, ma con un accorgimento tattico più accondiscendente verso i propri alleati maggiori, lo stesso adottato da Renzi sulle politiche di riduzione del deficit e del debito.

Nella politica economica acquisire credibilità verso i partner europei, piuttosto che la tolleranza alle proprie trasgressioni da parte della Germania, rispettando i vincoli di bilancio ed avviando il riordino della spesa pubblica e una maggiore liberalizzazione del mercato del lavoro per ottenere il varo di una politica espansiva di investimenti europei coordinata possibilmente da un Ministero delle Finanze UE.

Riguardo alla politica estera europea, puntare decisamente al Mediterraneo e all’Africa Subsahariana.

Riguardo alla praticabilità di queste linee, Macron riconosce i limiti intrinseci della gestione di una Unione Europea a ventisette stati e preconizza un accordo rafforzato (rapporto di cooperazione rafforzata, secondo i trattati) praticamente con i paesi fondatori della Comunità più la Spagna.

Sono i tre orientamenti che, nelle intenzioni di Macron, dovranno plasmare il sodalizio franco-tedesco nei prossimi anni; rischiano, al contrario, di mettere a nudo le divergenze di interessi tra i due paesi e di pregiudicare definitivamente le possibilità di recupero di potenza e di rilancio controllato dell’economia e in particolare dei settori strategici dell’economia francese.

FRATELLI COLTELLI

I tagli di bilancio e la parziale riduzione e riorganizzazione delle imposte, infatti, hanno già aperto due crepe allarmanti nel sistema di potere e di consenso.

La prima sta lacerando il sistema assistenziale e dei servizi in gran parte gestiti dagli enti pubblici territoriali, in primo luogo i comuni. L’abolizione, in parte compensata da nuovi tributi, della tassa sulla casa, la riorganizzazione del patrimonio abitativo pubblico con una presumibile parziale privatizzazione e vendita degli immobili, la riforma del sistema di integrazione dei redditi comporterà un radicale mutamento dell’organizzazione degli enti, specie quelli più periferici, e della base sociale sulla quale si fonda il residuo sistema di potere e di formazione dei gruppi dirigenti dei vecchi partiti messi radicalmente in crisi dall’ascesa di Macron. Può essere, d’altronde, l’occasione per il partito del Presidente (LaREM), in vita da nemmeno un paio di anni, di attecchire più saldamente sul territorio nazionale.

La seconda è molto più preoccupante perché agisce su un pilastro fondamentale sul quale poggiare l’immagine regale e l’attivismo rifondativo, l’Armèe (l’Esercito). Le Forze Armate di Francia, impegnate all’interno, nel Pacifico, in Medio Oriente e in Africa Mediterranea e Subsahariana, sono esposte ormai da anni su numerosi fronti, al di sopra delle proprie capacità operative. Sono riuscite a concentrare forze sufficienti, specie in Africa, per gestire l’impatto iniziale delle operazioni, ma non a gestire il prosieguo degli interventi. Sono in grande difficoltà nella ricostituzione delle scorte, nell’avvicendamento delle forze impegnate, nella manutenzione di materiali e strutture; hanno perso l’autonomia in alcuni settori operativi fondamentali come la logistica ed i collegamenti di lunga gittata e la funzionalità continuativa di alcuni ambiti strategici come la Marina. La rapida integrazione nel sistema di comando della NATO e l’iniziale tentazione, sino alla prima decade del millennio, di abbandono di alcune aree di influenza, in particolare dell’Africa Subsahariana e in parte del Pacifico, hanno in qualche maniera nascosto e sopperito al progressivo degrado. L’interventismo oltranzista delle presidenze Sarkozy e Hollande, in particolare in Siria e Libia, lo hanno messo pienamente a nudo. Le conseguenze politiche di quelle scelte sono state per di più particolarmente pesanti per quel paese. Lo hanno esposto pericolosamente specie in Nord-Africa e in Medio Oriente a favore di alcune fazioni, attualmente in declino e largamente compromesse in quell’area, e lasciato grottescamente isolato di fronte ai ripensamenti e alle oscillazioni degli Stati Uniti; i risultati in termini di influenza e di vantaggi economici rispetto alle energie profuse sono stati deludenti in Libia,  Tunisia e penisola araba, del tutto compromessi in Siria e probabilmente in Iran; quelli in termini di stabilità interna drammatici, grazie all’infiltrazione saudita e qatariota nel sistema finanziario e nella gestione politica ed assistenziale delle periferie urbane di Francia a prevalenza mussulmana. I vincoli di bilancio posti alla gestione di spesa delle Forze Armate rischiano di accentuare le difficoltà dell’Armèe ed accentuare la dipendenza operativa di essa e la subordinazione politica del paese, tanto più che i provvedimenti influenzeranno non solo la condizione operativa del 2018, come afferma Macron, ma anche quella dei due anni successivi come sostengono autorevoli riviste specializzate. Lo scontro con il Generale de Villiers non può essere considerata “una tempesta in un bicchier d’acqua”, ma l’indizio di un conflitto latente tra istituzioni fondamentali e di un confronto sempre più acuto all’interno delle Forze Armate tra vertici, sempre più attratti dalle sirene dell’integrazione operativa nella NATO ed ambiti significativi sostenitori di una politica e, quindi, di una forza operativa autosufficiente, autonoma e certamente più costosa.

Alle implicazioni riguardanti la praticabilità di una politica capace di conciliare esigenze di potenza ed autorevolezza ed accettazione delle politiche di austerità europee a trazione tedesca si aggiungono le divaricazioni strategiche latenti tra le attuali classi dirigenti dominanti dei due paesi.

Per la Germania della Merkel sarebbe particolarmente gravoso concedere la priorità ad una politica europea volta verso il Mediterraneo e sacrificare, quindi, la sua politica di influenza verso l’Europa Orientale, la Scandinavia ed i Balcani; una espansione resa praticabile e compatibile grazie alla adesione sempre più manifesta alla strategia antirussa e russofoba degli Stati Uniti e degli organismi ad essi collaterali. Come sarebbe altrettanto problematico assecondare rapidamente un processo di cooperazione rafforzata tra i paesi fondatori occidentali della Comunità Europea che possa offrire pretesti e spazi di maggiore autonomia di gran parte dei paesi dell’Europa Orientale; autonomia verso gli altri paesi europei, ma ulteriore dipendenza verso gli Stati Uniti, perdurando la loro attuale ostinata ostilità verso la Russia. Come pure sarebbe incompatibile con il suo attuale assetto socioeconomico concedere qualcosa di più di una semplice e limitata redistribuzione di risorse che non intacchi le dinamiche in corso da trenta anni.

Rischierebbe di pregiudicare il fragile equilibrio che consente a Stati Uniti e Germania di trarre reciproco beneficio dal loro sodalizio; un equilibrio già reso meno rassicurante dall’avvento della Presidenza Trump alla Casa Bianca.

Su questi dilemmi e su queste contraddizioni sono già cadute le presidenze di Sarkozy e di Hollande e hanno pagato pegno, a posteriori, l’autorevolezza di personaggi come Mitterrand; hanno ridotto i loro proclami e le loro ambizioni dichiarate in una roboante verbosità o in una dimessa propensione mediatoria esattamente proporzionale alla progressiva dipendenza politica del paese dalle avventure atlantiste ed europeiste a trazione statunitense e tedesca.

Si vedrà come Macron continui a percorrere, sotto mutate spoglie, il filone del progressismo democratico responsabile di tale tendenza. Del resto la sua formazione politica e culturale, per altro di tutto rispetto, si è nutrita ampiamente di quelle risorse.

Il suo programma ricalca in larga misura e per l’essenziale elaborazioni maturate nelle precedenti presidenze e sostenute anche da forze politiche in qualche maniera affini in Europa, tra esse il Partito Democratico di Matteo Renzi.

Si vedrà tuttavia come la qualità della classe dirigente che ha espresso Macron, la statura del personaggio, la condizione generale del suo paese, la sua organizzazione istituzionale, le particolari condizioni politiche interne, l’avvento per altro osteggiato di Trump consentano qualche margine di manovra più ampio rispetto alla condizione disarmante di un paese come l’Italia. Il declino della Merkel, all’evidenza uno smacco clamoroso ai propositi macroniani sin dal loro nascere, potrebbe rivelarsi l’occasione inaspettata per liberarsi dall’abbraccio soffocante e dalle contraddizioni intrinseche della sua visione.

Potrebbero solo prolungare l’agonia e il declino della Francia, come al contrario contribuire a riposizionare il paese in condizioni più accettabili.

Al prossimo capitolo più che la sentenza, sarebbe mera presunzione, un tentativo di interpretazione.