L’autore sostiene che la Strategia di sicurezza nazionale 2025 emerge in un momento in cui il dominio unipolare degli Stati Uniti si è indebolito e il sistema internazionale è sempre più plasmato da molteplici centri di potere.
Parole chiave: egemonia degli Stati Uniti, ordine policentrico, reindustrializzazione e sicurezza interna, NATO e autonomia europea, competizione strategica tra Stati Uniti e Cina
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La Strategia di Sicurezza Nazionale (NSS) 2025 emerge in un momento delicato della storia strategica degli Stati Uniti e, più in generale, dell’evoluzione dell’ordine internazionale. Dopo i tre decenni successivi alla fine della Guerra Fredda, caratterizzati da una fase di apparente unipolarità americana, il sistema globale è ora attraversato dall’ascesa di molteplici centri di potere: Cina, Russia, India, il gruppo BRICS allargato e nuovi attori regionali nel Vicino e Medio Oriente, in Africa e in America Latina. In questo contesto, la capacità di Washington di stabilire unilateralmente le regole del gioco non può più essere data per scontata.
La NSS 2025 nasce proprio in questo contesto di tensione: da un lato, ribadisce con fermezza l’obiettivo di preservare il ruolo centrale degli Stati Uniti; dall’altro, riflette la consapevolezza che tale centralità è sempre più contestata e indebolita da processi geopolitici, economici e tecnologici di lungo periodo. La strategia rifiuta esplicitamente l’idea di un ordine policentrico pienamente cooperativo e mira invece a riorganizzare l’architettura internazionale in forma gerarchica, con Washington al vertice e una serie di poli subordinati che fungono da garanti locali di un sistema ancora guidato dal potere statunitense.
Questo approccio può essere descritto come «unipolarismo reattivo»: non più l’unipolarità trionfante degli anni ’90, ma piuttosto il tentativo di prolungare l’egemonia in condizioni strutturali meno favorevoli, attraverso strumenti più selettivi, più difensivi e talvolta apertamente coercitivi.
CONTINUITÀ E ROTTURE CON LE STRATEGIE PRECEDENTI
Continuità strutturali
Nonostante le sue innovazioni, la Strategia di sicurezza nazionale 2025 si inserisce in una linea di continuità con le principali strategie sviluppate dal 2001. Diversi pilastri fondamentali rimangono invariati.
In primo luogo, l’obiettivo di impedire l’emergere di potenze egemoniche regionali ostili rimane centrale. Gli Stati Uniti continuano a considerare fondamentale impedire che qualsiasi potenza rivale domini l’Europa, l’Asia orientale o il Vicino e Medio Oriente. Questo obiettivo è alla base del mantenimento di una presenza militare avanzata degli Stati Uniti in Europa (attraverso la NATO) e in Asia (attraverso il sistema di alleanze bilaterali con Giappone, Corea del Sud e Australia, nonché il partenariato strategico con l’India).
In secondo luogo, la strategia ribadisce la logica della “pace attraverso la forza”. Il rafforzamento della potenza militare, sia convenzionale che nucleare, rimane un pilastro della politica di sicurezza degli Stati Uniti. La deterrenza è ancora percepita come lo strumento principale per prevenire i conflitti tra grandi potenze e per mantenere equilibri di potere favorevoli.
In terzo luogo, si consolida ulteriormente la centralità dell’Indo-Pacifico e della competizione tecnologica con la Cina. La supremazia in settori quali l’intelligenza artificiale, l’informatica quantistica, le telecomunicazioni avanzate, l’energia e le biotecnologie è considerata parte integrante della sicurezza nazionale, piuttosto che un semplice obiettivo economico o industriale.
Infine, il sistema di alleanze e partenariati continua a essere considerato un moltiplicatore di forza. Gli Stati Uniti intendono affidarsi all’Europa, al Giappone, all’India, all’Australia e ad altri partner per distribuire gli oneri e le responsabilità associati alla gestione dell’ordine internazionale.
Discontinuità: sovranismo, protezionismo e la fine del globalismo
Accanto a queste continuità, emergono chiaramente anche alcune significative discontinuità.
Il primo riguarda il rifiuto della globalizzazione. La strategia critica esplicitamente trent’anni di libero scambio, delocalizzazione, apertura indiscriminata dei mercati e dipendenza da istituzioni internazionali percepite come veicoli di erosione della sovranità economica degli Stati Uniti. L’obiettivo dichiarato non è più quello di “guidare l’ordine liberale”, ma piuttosto quello di difendere gli interessi degli Stati Uniti come priorità, anche a costo di minare le regole e le pratiche stabilite nel periodo successivo alla seconda guerra mondiale.
La seconda grande discontinuità è la centralità attribuita alla migrazione. L’immigrazione non è più considerata principalmente come una questione sociale o economica, ma come una minaccia fondamentale alla coesione interna e, quindi, alla sicurezza nazionale. La protezione delle frontiere è definita come la prima linea di difesa dello Stato e la strategia proclama esplicitamente la “fine dell’era della migrazione di massa”. Ciò rappresenta un profondo cambiamento rispetto alle fasi precedenti, in cui le minacce principali erano identificate nel terrorismo o nella proliferazione nucleare.
La terza svolta riguarda l’abbandono della retorica della “promozione della democrazia”. La NSS 2025 non cerca più di trasformare altri sistemi politici dall’esterno invocando i diritti umani e le norme democratiche. Al contrario, afferma la legittimità della cooperazione con regimi non democratici quando ciò serve gli interessi degli Stati Uniti. Ciò segna un chiaro allontanamento dalle dottrine interventiste degli anni ’90 e 2000.
La quarta rottura risiede nella trasformazione delle alleanze in rapporti contrattuali condizionati. Le alleanze non sono più concepite come comunità di valori condivisi, ma come meccanismi attraverso i quali Washington richiede ai propri alleati maggiori spese per la difesa, acquisti di armi e allineamento tecnologico e geoeconomico in cambio di garanzie di sicurezza.
Infine, la strategia abbraccia una forma di “mercantilismo strategico”. La reindustrializzazione, il protezionismo, l’uso politico delle tariffe doganali e il rifiuto del paradigma “Net Zero” diventano componenti integranti della dottrina di sicurezza, piuttosto che semplici elementi della politica economica interna.
La sicurezza come difesa dell’ordine interno
Uno degli aspetti più innovativi della Strategia di sicurezza nazionale 2025 è lo stretto legame che stabilisce tra la sicurezza interna e la capacità di proiezione di potere all’estero.
Reindustrializzazione e sovranità economica
L’erosione della base industriale è identificata come una minaccia alla sicurezza nazionale. La reindustrializzazione è presentata come una condizione necessaria per sostenere la capacità militare, ridurre la dipendenza da catene di approvvigionamento globali vulnerabili, riequilibrare le relazioni economiche con la Cina e proteggere la società americana dalle conseguenze sociali e politiche della deindustrializzazione.
Questo approccio ribalta il paradigma del recente passato: non è più l’apertura commerciale a garantire il potere, ma piuttosto il controllo sulle infrastrutture produttive, energetiche e tecnologiche critiche. La sicurezza nazionale è quindi ancorata alla sovranità industriale.
Migrazione, società e vulnerabilità interna
La strategia sottolinea la minaccia rappresentata dalla migrazione irregolare, dal traffico di droga (in particolare il fentanil) e dalla crescente percezione di insicurezza sociale. I flussi migratori su larga scala sono associati al rischio di frammentazione dell’identità e di crisi politica interna. La sicurezza delle frontiere è quindi elevata a pilastro centrale della sicurezza nazionale.
Questo cambiamento ha implicazioni significative: le minacce non provengono più solo da attori statali ostili, ma anche da processi transnazionali – migrazione, reti criminali e instabilità sociale – che influenzano direttamente la coesione della comunità politica americana.
La crisi del globalismo e la deglobalizzazione selettiva
La critica al globalismo si traduce in una forma di deglobalizzazione selettiva. Gli Stati Uniti non abbandonano del tutto la globalizzazione, ma cercano invece di gestirne gli effetti al fine di preservare la propria supremazia. Da un lato, l’accesso a settori strategici – quali tecnologie avanzate, catene del valore critiche e infrastrutture digitali – è limitato o filtrato; dall’altro, il ruolo del dollaro e dei mercati finanziari statunitensi come fulcro del sistema economico internazionale viene mantenuto e rafforzato.
(Questo articolo costituisce la prima parte di un articolo in due parti che esamina la Strategia di sicurezza nazionale 2025.)
In questa seconda parte dell’articolo, l’autore sostiene che trattando gli alleati come semplici appaltatori anziché come co-progettisti e facendo ampio ricorso a strumenti economici coercitivi, la strategia rischia di minare le proprie fondamenta di legittimità, attrattiva e sostenibilità a lungo termine.
Parole chiave: egemonia degli Stati Uniti, ordine policentrico, reindustrializzazione e sicurezza interna, NATO e autonomia europea, competizione strategica tra Stati Uniti e Cina
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EUROPA, RUSSIA ED EURASIA: UN FRONTE DA STABILIZZARE MA NON DA EMANCIPARE
La sezione europea della strategia è particolarmente significativa per comprendere la logica complessiva del documento.
L’Europa come spazio di proiezione, non come polo autonomo
L’Europa viene presentata come un partner fondamentale, ma non come un attore in grado di definire in modo indipendente il proprio destino strategico. La retorica del “rafforzamento dell’Europa” è accompagnata da una serie di condizioni: un forte aumento della spesa militare, una riduzione della dipendenza energetica e tecnologica dagli attori non occidentali, una maggiore apertura ai prodotti e alle tecnologie statunitensi e il sostegno alle forze politiche meno integrate nel progetto sovranazionale europeo.
Il presupposto implicito è che un’Europa veramente autonoma, in particolare se in grado di instaurare un dialogo strutturato con la Russia e la Cina, rappresenterebbe una minaccia per l’ordine atlantico. Di conseguenza, la strategia mira a raggiungere un equilibrio in cui gli Stati europei rimangano sufficientemente forti da contribuire alla sicurezza del continente, ma non al punto da poter definire un’agenda strategica indipendente.
Russia: stabilizzare il conflitto e prevenire un asse eurasiatico
La strategia dichiara l’intenzione di negoziare una rapida cessazione delle ostilità in Ucraina e di ripristinare condizioni di stabilità strategica con Mosca. Ciò segna un cambiamento di tono rispetto al periodo in cui l’obiettivo esplicito era l’indebolimento a lungo termine della Russia. Tuttavia, l’obiettivo non è quello di integrare la Russia come polo legittimo all’interno di un ordine multipolare eurasiatico, ma piuttosto di congelarne il ruolo, impedendole di fungere da ponte strutturale tra Europa e Asia.
In questo senso, la stabilizzazione del fronte ucraino appare fondamentale per impedire la nascita di uno spazio eurasiatico più ampio che colleghi Mosca, Berlino, Pechino e altre capitali attraverso reti di interdipendenza energetica, infrastrutturale e tecnologica che costituirebbero un’alternativa all’ordine guidato dagli Stati Uniti.
La NATO come strumento di trasferimento degli oneri
La NATO rimane al centro dell’architettura di sicurezza euro-atlantica, ma la sua funzione è stata ridefinita: da organizzazione difensiva contro un nemico chiaramente identificato a piattaforma per il trasferimento di oneri e responsabilità agli alleati europei.
L’aumento della spesa per la difesa e la spinta verso una “NATO più piccola ma più fortemente armata” dovrebbero essere interpretati come un tentativo di: (a) rafforzare le capacità europee di contenimento della Russia; (b) generare domanda per l’industria della difesa statunitense; (c) liberare risorse americane da ridistribuire nel teatro indo-pacifico.
ASIA E EMISFERO OCCIDENTALE: CONTENERE LA CINA E IL RITORNO DELLA DOTTRINA MONROE
La Cina come sfida sistemica
La Cina è considerata una sfida sistemica di natura prevalentemente economica e tecnologica piuttosto che ideologica. La priorità dichiarata è quella di “riequilibrare” le relazioni economiche, ridurre i deficit e le dipendenze, limitare l’accesso della Cina alle tecnologie critiche e contrastare la sua espansione nei paesi a medio e basso reddito.
La strategia combina dazi e sanzioni, controlli sulle esportazioni e sugli investimenti, la creazione di coalizioni normative con Europa, Giappone, India e Australia e investimenti interni in settori strategici.
Questo approccio, tuttavia, comporta un potenziale effetto collaterale: incoraggia Pechino a rafforzare ulteriormente i legami con la Russia, l’Iran, i paesi dell’ASEAN, l’Africa e l’America Latina, accelerando così la differenziazione del sistema economico globale e l’emergere di circuiti finanziari e tecnologici alternativi a quelli occidentali.
L’Indo-Pacifico e il ruolo degli alleati regionali
India, Giappone, Corea del Sud e Australia hanno ruoli complementari nel contenimento della Cina:
L’India come grande potenza continentale con margini di autonomia, orientata a limitare l’espansione cinese nel subcontinente e nell’Oceano Indiano;
Giappone e Corea del Sud come pilastri della difesa marittima e aerea lungo la “prima catena di isole”;
L’Australia come piattaforma logistica avanzata nel Pacifico.
Anche in questo caso la logica è transazionale: Washington offre deterrenza e garanzie di sicurezza, ma chiede ai suoi alleati aumenti sostanziali della spesa per la difesa, allineamento tecnologico e partecipazione attiva alle strategie di contenimento.
L’AMERICA LATINA E IL “COROLLAIO TRUMP” ALLA DOTTRINA MONROE
All’interno del proprio emisfero, gli Stati Uniti rilanciano una versione aggiornata della Dottrina Monroe. L’obiettivo è impedire alle potenze extra-emisferiche, soprattutto Cina e Russia, di acquisire il controllo delle infrastrutture critiche, delle risorse naturali, delle reti digitali e, più in generale, di esercitare una forte influenza politica nei paesi dell’America Latina.
La strategia combina:
iniziative economiche e commerciali preferenziali per i partner allineati;
cooperazione in materia di sicurezza nella lotta contro i cartelli della droga e il traffico illegale;
pressione politica contro i governi percepiti come eccessivamente vicini a Pechino o Mosca.
Tuttavia, i processi in atto nella regione – quali la crescente interdipendenza commerciale con la Cina, la sperimentazione di accordi monetari alternativi e il crescente interesse per il BRICS+ – rendono sempre più difficile sostenere questa pretesa di esclusività.
VALUTAZIONE COMPLESSIVA: UNA STRATEGIA DI DIFESA EGEMONICA
Nel complesso, la Strategia di sicurezza nazionale 2025 appare come una strategia volta più a difendere che ad espandere l’egemonia degli Stati Uniti. I suoi punti di forza non devono essere sottovalutati:
riconosce che il potere esterno dipende dalla resilienza interna;
identifica chiaramente la centralità della concorrenza con la Cina;
riconosce la necessità di evitare di disperdere le risorse militari su troppi fronti;
mira a ridurre le dipendenze economiche ritenute pericolose.
Allo stesso tempo, emergono limiti strutturali significativi:
1. Rifiuto di un ordine cooperativo multipolare
La strategia riconosce l’esistenza di più poli, ma non ne accetta la piena legittimità. Gli altri attori sono considerati rivali da contenere o partner subordinati. Nel medio termine, ciò rischia di favorire la convergenza tra potenze che, nonostante le loro differenze, condividono l’obiettivo di ridurre la dipendenza dal sistema incentrato sugli Stati Uniti.
2. Gli alleati trattati come appaltatori piuttosto che come co-architetti dell’ordine
La trasformazione delle alleanze in relazioni prevalentemente transazionali potrebbe minare la fiducia politica che le ha sostenute per decenni. L’Europa, in particolare, potrebbe reagire, sebbene con difficoltà, cercando una maggiore autonomia strategica qualora l’allineamento atlantico fosse percepito come eccessivamente costoso in termini economici e politici.
3. Uso difensivo del potere economico
Tariffe, sanzioni, controlli tecnologici e condizionalità finanziaria sono strumenti efficaci nel breve termine, ma insufficienti per costruire un ordine verso cui gli altri attori convergano volontariamente. Un potere che fa sempre più affidamento su strumenti restrittivi rischia di erodere la propria capacità di attrazione.
4. Fragilità interna irrisolta
L’importanza attribuita alla migrazione, alla droga e all’insicurezza sociale rivela una profonda preoccupazione per la coesione interna. Se questi problemi vengono affrontati quasi esclusivamente attraverso approcci di sicurezza, senza sforzi paralleli per affrontare le loro radici economiche e politiche, il risultato potrebbe essere solo una sicurezza apparente che non riesce ad affrontare le cause sottostanti della vulnerabilità.
CONCLUSIONE
La Strategia di Sicurezza Nazionale 2025 descrive un’America riluttante a rinunciare al proprio ruolo di potenza centrale, ma costretta a ripensare profondamente i mezzi attraverso i quali cerca di preservare tale ruolo. Piuttosto che proporre un progetto di ordine condiviso, la strategia delinea un disegno per la ri-gerarchizzazione del sistema internazionale: un mondo in cui esistono più poli, ma organizzati attorno a un vertice statunitense che continua a stabilire standard, regole e priorità.
In definitiva, si tratta di una strategia di transizione: troppo consapevole della crisi del vecchio ordine per limitarsi a riprodurlo, ma non ancora pronta a immaginare un assetto realmente policentrico in cui gli Stati Uniti sarebbero una grande potenza tra le altre, anziché il centro inevitabile del sistema.
Il futuro dell’ordine internazionale dipenderà in parte proprio da questa tensione: dalla capacità – o incapacità – di questa strategia di adattarsi a un mondo in cui la forza militare e il potere economico, pur rimanendo fondamentali, non sono più sufficienti a sostenere un’egemonia incontrastata. Resta da vedere se la NSS 2025 si evolverà in una piattaforma per una nuova forma di coesistenza tra le potenze o rimarrà il manifesto di un’egemonia difensiva destinata a essere erosa proprio dai processi che cerca di contenere.
All’inizio di dicembre, l’amministrazione Trump ha pubblicato la sua versione della Strategia di sicurezza nazionale degli Stati Uniti (NSS).
Il documento, pubblicato nell’ambito dell’attività amministrativa ordinaria dell’amministrazione statunitense, ribadisce le ambizioni di Washington di assumere una leadership globale incondizionata in tre settori chiave: economia, potenza militare e alta tecnologia, oltre a un ruolo dominante nel plasmare i corsi politici in Medio Oriente e nell’emisfero occidentale. Inoltre, sebbene la nuova NSS sia strutturalmente simile alle precedenti strategie di sicurezza nazionale del Paese, essa delinea una base filosofica e pratica fondamentalmente diversa per la politica estera degli Stati Uniti. Pur presentando le caratteristiche generali di una dottrina strategica, essa contiene comunque un rifiuto programmatico del paradigma di leadership globale che ha dominato la politica estera americana degli ultimi decenni.
La strategia appena pubblicata sottolinea che l’interesse nazionale e l’autosufficienza sono la massima priorità degli Stati Uniti. Non si tratta solo di una correzione di rotta, ma di una misura necessaria per ripristinare la “grandezza” nazionale. In termini pratici, ciò significa un rifiuto delle pretese degli Stati Uniti di assumere il ruolo di principale “garante e artefice”dell’ordine internazionale liberale che ha dominato la politica statunitense dalla fine della seconda guerra mondiale. Al contrario, essa definisce un modus operandi caratteristico di uno Stato-nazione classico che cerca di massimizzare la propria libertà d’azione e ridurre al minimo i vincoli imposti dagli obblighi alleati e multilaterali.
Ciò implica principalmente il riconoscimento dell’inevitabilità di una trasformazione fondamentale o addirittura dello smantellamento degli elementi dell’ordine mondiale consolidato che, fino a poco tempo fa, si riteneva garantissero la leadership istituzionalizzata dell’America e i vantaggi ad essa associati. In sostanza, la linea dichiarata da Trump può essere descritta come adattamento strategico attraverso l’autocontrollo, in cui l’abbandono delle aspirazioni globali è visto come un modo per rafforzare il potere e la sovranità nazionali in un momento di nuova competizione tra grandi potenze.
Dal punto di vista degli interessi russi, merita particolare attenzione la necessità di una revisione radicale del tradizionale partenariato transatlantico di Washington, delineata dalla nuova NSS. Alcune delle disposizioni del nuovo documento hanno suscitato grande allarme tra gli esperti europei. E a ragione, poiché interpretale minacce alla sicurezza dell’Europa sotto una nuova luce, spostando l’attenzione dal confronto con la Russia o la Cina ai processi demografici e migratori interni dei paesi europei.
Il documento rinnega l’idea tradizionale dell’Europa come partner organico all’interno di un’unica comunità democratica. Al contrario, la regione viene descritta come un luogo che sta attraversando una crisi sistemica di degrado politico e socio-culturale. Le élite europee vengono criticate per essere lontane dalle esigenze delle proprie società, per l’eccessiva regolamentazione che soffoca il dinamismo economico e per aver minato l’identità nazionale e la sovranità sotto l’influenza dei processi migratori.
Gli autori della strategia esprimono preoccupazione per il fatto che, a causa delle tendenze sopra menzionate, l’Europa rischia di perdere la propria identità civile e la propria influenza geopolitica, mettendo così in discussione la sua affidabilità come alleato. In risposta, Washington preferisce una politica più interventista negli affari interni degli Stati europei e allo stesso tempo rifiuta qualsiasi ulteriore espansione della NATO e dichiara l’obiettivo di normalizzare i rapporti con la Russia.
Ciò significa che gli Stati Uniti stanno ripensando il proprio ruolo di partner dell’Europa, considerando l’Unione Europea e i paesi chiave della regione non più come alleati, che agiscono sulla base di valori condivisi e di rafforzamento reciproco, ma come oggetti di correzioni esterne mirate. Il partenariato delle democrazie sta quindi lasciando il posto a un modello di pressione strumentale, in cui le relazioni vengono utilizzate da Washington come leva per modificare le politiche interne dei governi europei in linea con le nozioni americane di interesse nazionale. Da qui il rifiuto di qualsiasi ulteriore espansione della NATO e la dichiarazione che il ruolo tradizionale dell’America nel garantire la sicurezza europea è eccessivo. La nuova strategia di sicurezza registra quindi un cambiamento fondamentale: Washington rinuncia ufficialmente al suo ruolo di deterrente contro le minacce allo spazio europeo, che storicamente è stato la pietra angolare dell’alleanza transatlantica sin dall’inizio della Guerra Fredda.
Gli analisti europei valutano questo documento come sintomo di una profonda crisi nelle relazioni transatlantiche, riprendendo le idee espresse in precedenza dal vicepresidente degli Stati Uniti J.D. Vance alla Conferenza sulla sicurezza di Monaco di Baviera a febbraio, dove ha criticato la politica migratoria dell’UE e le restrizioni alle forze politiche sovraniste (“populiste di destra”). Pertanto, la nuova Strategia viene interpretata come l’istituzionalizzazione e la radicalizzazione delle critiche in stile “MAGA”, trasformandole in una dottrina ufficiale di politica estera che rappresenta essenzialmente una sfida diretta al progetto di integrazione europea.
Dal punto di vista ideologico, la NSS riflette la tendenza osservata negli ultimi anni delle principali potenze occidentali a ridimensionare le istituzioni di diplomazia pubblica e culturale. Essa mette in discussione il principio secondo cui i valori della democrazia, della società aperta e dei diritti umani sono percepiti non solo come un modello politico, ma anche come una risposta universale alle sfide della modernizzazione. Essa afferma che gli squilibri globali accumulati – dalla crescente disuguaglianza sociale all’interno delle società alle crisi migratorie e all’instabilità geopolitica – dimostrano che le “soluzioni preconfezionate” sotto forma di esportazione di istituzioni politiche si sono rivelate insostenibili. Da qui l’attuale allontanamento dall’idea di “soft power” come progetto missionario.
La Strategia di Sicurezza Nazionale di Trump rappresenta quindi una transizione dall’internazionalismo idealistico a un “egoismo nazionale” pragmatico, se non cinico. Rinuncia apertamente a qualsiasi ambizione di riorganizzare il mondo secondo i modelli americani, che hanno dominato la politica estera di Washington negli ultimi decenni. Invece di promuovere la democrazia e i valori liberali come un bene globale, dà priorità agli interessi nazionali puramente statunitensi all’interno della rigida logica della rivalità interstatale.
Pertanto, la componente culturale e basata sui valori della politica estera non viene semplicemente ridimensionata, ma viene ripensata in modo radicale. Si propone di sostituire la diplomazia culturale universalista con la protezione e la promozione dell’identità civica sovrana, il che in pratica significa opporsi al globalismo e al multiculturalismo.
La nuova NSS di Trump non si limita a riconoscere il declino della fiducia nell’«ordine sociale» come risposta ai problemi globali, ma istituzionalizza la «sfiducia», elevando così al rango di dottrina ufficiale l’idea che i fattori principali del processo storico non siano i valori, bensì civiltà e nazioni in competizione tra loro che difendono i propri modelli unici. Si tratta di una rottura fondamentale con il fondamento filosofico su cui si è basata per decenni la diplomazia culturale americana.
I critici contestano la conformità della dottrina agli attributi canonici di un documento strategico. Essi sostengono che essa manchi di profondità analitica, presenti contraddizioni logiche e proponga una serie di priorità prive di coerenza operativa e visione a lungo termine. Di conseguenza, la nuova NSS non è una strategia di sicurezza nazionale in senso classico e razionale, ma piuttosto un manifesto politico. La sua funzione primaria non è quella di sviluppare una politica estera equilibrata e a lungo termine, ma quella di sancire i dogmi ideologici del movimento MAGA.
I sostenitori del realismo politico offrono tuttavia un’interpretazione più contestualizzata dal punto di vista storico. Essi sottolineano che i principi fondamentali della dottrina – enfasi sulla sovranità nazionale, pragmatismo piuttosto che ideologia e allontanamento da alleanze onerose – sono profondamente radicati nella tradizione dell’isolazionismo e dell'”unilateralismo” americani. Pertanto, la dottrina in sé non è un’innovazione senza precedenti. Essi sottolineano, tuttavia, che il dibattito pubblico che ne è seguito sui suoi principi fondamentali si è rivelato estremamente polarizzante. Gli oppositori politici dell’amministrazione Trump hanno accolto il documento con estrema ostilità, concentrandosi sulla sua retorica e respingendolo senza nemmeno cercare di comprenderne le ragioni storiche e strutturali alla base della sua nascita o di individuarne gli elementi potenzialmente razionali che risuonano con le tendenze oggettive del sistema moderno delle relazioni internazionali.
Mentre le precedenti strategie di sicurezza nazionale degli Stati Uniti identificavano la Russia e la Cina come principali concorrenti geopolitici,nella NSS di Trump esse sono presentate non come sfide sistemiche complesse che richiedono una risposta articolata e coordinata, ma piuttosto come attori regionali che coesistono con la sfera di interesse degli Stati Uniti. Per quanto riguarda la Russia, il documento mostra un cambiamento fondamentale in cui Mosca non è più considerata una minaccia militare-politica chiave che deve essere contenuta. In questa logica, il conflitto ucraino è presentato non come un sintomo di un conflitto fondamentale con una “potenza revisionista che mina le fondamenta della sicurezza europea”, ma come un fattore locale di instabilità che richiede una “rapida risoluzione” per allentare le tensioni. Le parti della NSS dedicate alla Russia sono un riconoscimento de facto dello status della Russia come potenza leader, i cui interessi e la cui sfera di influenza in Europa dovrebbero essere rispettati nel nuovo modello di concerto tra grandi potenze, marginalizzando così potenzialmente la voce collettiva dell’UE.
Ciò ha suscitato un cauto ottimismo a Mosca, con il Cremlino che ha reagito positivamente alla nuova Strategia di Sicurezza Nazionale degli Stati Uniti, che non definisce più la Russia una “minaccia diretta”. Come ha osservato Dmitry Peskov, addetto stampa del presidente Putin, “Riteniamo che questo sia un passo positivo”. Ha affermato che la leadership russa analizzerà attentamente la nuova strategia statunitense. “Ovviamente, dobbiamo studiarla più da vicino e analizzarla… Nel complesso, questi messaggi contrastano ovviamente con l’approccio delle amministrazioni precedenti”, ha aggiunto Peskov.
La domanda è: l’amministrazione Trump è davvero pronta a riconoscere l’emergere di un’infrastruttura globale parallela che sfida l’ordine guidato dagli Stati Uniti a livello istituzionale, tecnologico e normativo come uno sviluppo geopolitico chiave del nostro tempo? Si tratta di una contrazione volontaria e deliberata della sfera di influenza e responsabilità globale degli Stati Uniti o, come sostengono gli oppositori occidentali di Trump, della sua incapacità o riluttanza a riflettere adeguatamente il profondo cambiamento strutturale e a formulare obiettivi a lungo termine nel contesto della mutevole distribuzione dell’influenza globale?
Gli autori della Strategia di Sicurezza Nazionale del Presidente Trump insistono sul fatto che l’allontanamento dal tradizionale ruolo di leadership globale non è un segno di debolezza, ma una misura volta a ridurre i rischi di politica estera e gli oneri strategici. Una maggiore attenzione agli interessi nazionali migliorerà l’efficacia e la sicurezza dell’America nel lungo termine. Le altre grandi potenze percepiranno il riconoscimento aperto da parte di Washington delle realtà oggettive di un ordine internazionale in evoluzione come uno sviluppo positivo, se non come un’ammissione dell’ovvio: una trasformazione strutturale in corso dell’ordine internazionale in cui gli Stati Uniti e l’Occidente collettivo stanno gradualmente perdendo le posizioni dominanti che hanno detenuto per decenni, se non per secoli. Le azioni dell’attuale amministrazione statunitense volte a “concentrarsi sull’interno” potrebbero quindi accelerare il processo di ridistribuzione dell’influenza globale.
Con la sua Strategia di Sicurezza Nazionale, Trump apre chiaramente una “finestra di opportunità” per ristrutturare l’ordine internazionale. La domanda è, tuttavia, fino a che punto la classe politica statunitense nel suo complesso condivida la visione dell’amministrazione Trump della “grandezza e sicurezza” dell’America.
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Considerando la sua eccessiva espansione militare, finanziaria e politica, il cartello di potere anglosassone sta ricorrendo a un’arma pericolosa nella battaglia per conquistare le menti delle persone. La gente è stanca della guerra. È stanca del costante bombardamento propagandistico. Per anni è stata bombardata da cattive notizie. Quindi, quando all’orizzonte appare un barlume di speranza, molti sono disposti a credere alle belle parole, spesso contro il proprio buon senso. Tuttavia, un’analisi testuale rappresentativa della nuova NSS 2025 mostra che, in questo caso, non c’è motivo di essere ottimisti, purtroppo.
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Con il titolo “Il piano del Pentagono dà priorità alla sicurezza interna rispetto alla minaccia cinese”, POLITICO ha riportato il 5 settembre 2025 la bozza della “Strategia di difesa nazionale (NDS) 2025” che il Segretario alla (allora ancora) Difesa, Pete Hegseth, aveva commissionato al sottosegretario alla Difesa (ora: “alla Guerra”) per la politica, Elbridge Colby, all’inizio di maggio 2025. Secondo la bozza, il focus delle attività militari del Pentagono dovrebbe essere spostato, almeno verbalmente, dai “nemici” come Pechino e Mosca ai teatri regionali e nazionali. I commenti sulla questione suggerivano addirittura che gli Stati Uniti si sarebbero ora ritirati nella “Fortezza America” alla luce della loro ignominiosa ritirata dagli Houthi, dell’imbarazzante esito della guerra di USrael contro l’Iran e del disastroso corso della guerra in Ucraina per l’Occidente.
Si prevedeva che una nuova valutazione globale avrebbe portato al trasferimento delle risorse militari statunitensi dall’Europa e probabilmente anche dall’Asia verso gli Stati Uniti. Tuttavia, ciò non è ancora avvenuto. La nuova NSS 2025 spiega il perché, come illustriamo di seguito.
Rand Corporation: “Stabilizzare la rivalità tra Stati Uniti e Cina”
Il 14 ottobre 2025, la Rand Corporation ha pubblicato un documento strategico intitolato “Stabilizzare la rivalità tra Stati Uniti e Cina”, in cui si suggeriva che la cooperazione economica tra Stati Uniti e Cina a vantaggio reciproco fosse un obiettivo degno di essere perseguito.
Un’utopia temporaneamente rinviata: immaginate cosa sarebbe possibile se questi due paesi collaborassero davvero (allora anche gli americani potrebbero finalmente ottenere l’assistenza sanitaria e le prestazioni previdenziali per i superstiti) – Immagine: Global Times
A tal fine – lo sviluppo di un “certo modus vivendi” con la Cina in vari settori, che si estenderebbe per almeno tre-cinque anni – il documento raccomandava agli Stati Uniti di “chiarire i propri obiettivi con un linguaggio che rifiutasse esplicitamente le versioni assolute della vittoria e accettasse la legittimità del Partito Comunista Cinese” (enfasi aggiunta). Ciò già lasciava intuire quelle cosmetiche verbali che ora vengono portate all’estremo nella NSS 2025.
La raccomandazione della Rand Corporation conteneva anche diversi principi generali su cui concordare per “stabilizzare la rivalità” (sei “iniziative generali”) e proponeva strategie più specifiche per tre aree di relazioni considerate più difficili: Taiwan, il Mar Cinese Meridionale e la competizione nel campo della scienza e della tecnologia. Raccomandazioni come “ripristinare canali multipli di comunicazione affidabili tra alti funzionari” sono senza dubbio utili. (Questo ora suona molto diverso nella NSS 2025.)
Ma anche questa strategia proposta all’epoca dalla Rand Corporation conteneva la premessa assiomatica che non esistono interessi comuni fondamentali tra queste due grandi nazioni, per cui “preservare aree limitate di coordinamento” e “gestire la rivalità” per ridurre il rischio di crisi era il meglio che si potesse sperare.
“Il nostro obiettivo nello sviluppo di un programma di stabilizzazione era limitato. Non crediamo che oggi sia possibile una coesistenza cooperativa”.
Rand Corporation, ottobre 2025
La fine dell’utopia – e persino questo documento è stato ritirato dalla Rand Corporation “per un’ulteriore revisione”.
Tuttavia, il fatto stesso che tale documento strategico sia stato pubblicato dimostra che la Rand Corporation (ovvero alcuni ambienti del Pentagono e del Dipartimento di Stato e i loro finanziatori) si è sentita in dovere di apportare alcune modifiche propagandistiche alla narrativa generale: la differenza rispetto al tenore del documento del 2019 intitolato “Extending Russia: Competing from Advantageous Ground” (Espandere la Russia: competere da una posizione vantaggiosa) è certamente sorprendente.
L’intermezzo del disgelo ad Anchorage
In precedenza, il 15 agosto 2025, i presidenti Donald J. Trump e Vladimir Putin si erano incontrati presso la base militare statunitense Joint Base Elmendorf–Richardson ad Anchorage.
Anchorage, 15 agosto 2025, Fotografia: Sergey Bobylev/AFP/Kremlin pool/Getty Images
I dettagli di ciò che è stato discusso dai team negoziali rimangono poco chiari. Successivamente, entrambe le parti hanno rilasciato una dichiarazione congiunta, ma le informazioni sono rimaste vaghe e non sono stati menzionati accordi concreti. Tuttavia, ci sono stati chiari segnali che il team di Trump, contrariamente alle posizioni della scuola idealista della politica estera statunitense (internazionalismo liberale, wilsonismo) dell’amministrazione Biden, si stia avvicinando a determinate posizioni della scuola realista (realismo) nella sua propaganda. Tuttavia, non vi sono ancora segni di un vero riavvicinamento nella politica estera statunitense nei confronti della Russia o della Cina, anche se la Russia si è dichiarata disposta a fare “alcuni compromessi” ad Anchorage.
NSS 2025: un aggiornamento della Dottrina Wolfowitz del 1992
In sostanza, la nuova Strategia di Sicurezza Nazionale della Casa Bianca sotto Donald Trump è una riedizione modificata dal punto di vista linguistico e propagandistico della vecchia Dottrina Wolfowitz.
I neoconservatori Paul Wolfowitz (allora sottosegretario alla Difesa per la politica e quindi il più alto funzionario politico del Pentagono sotto il segretario alla Difesa Dick Cheney) e Lewis “Scooter” Libby (allora vice sottosegretario alla Difesa per la politica, ovvero il più importante vice di Wolfowitz) redassero nel 1992 l’American Defense Planning Guidance (DPG). Questo documento ridefiniva l’orientamento strategico degli Stati Uniti dopo la fine dell’Unione Sovietica. I punti più importanti della bozza erano:
Gli Stati Uniti dovrebbero impedire l’emergere di una nuova superpotenza in qualsiasi parte del mondo che possa competere con loro.
Gli Stati Uniti dovrebbero garantire la propria superiorità militare globale e mantenere un ordine mondiale unipolare.
Gli Stati Uniti dovrebbero anche poter agire unilateralmente, cioè senza il consenso degli altri paesi, nei casi di dubbio.
I conflitti regionali dovrebbero essere influenzati in modo tale che nessuna potenza ostile possa trarne vantaggio. Le alleanze sono auspicabili, ma non devono limitare in modo significativo la libertà d’azione degli Stati Uniti.
La dottrina Wolfowitz afferma quindi che la missione politica e militare degli Stati Uniti nell’era post-guerra fredda sarà quella di garantire che nessuna potenza rivale possa emergere nell’Europa occidentale, in Asia o nel territorio dell’ex Unione Sovietica, in sostanza in nessuna parte del mondo. L’obiettivo è quello di rifiutare fondamentalmente un approccio collettivo. Gli Stati Uniti non vogliono che nessuna nazione o confederazione di Stati possa minare il loro dominio globale.
Sebbene la versione originale non sia mai stata adottata ufficialmente, essa ha successivamente esercitato un’influenza significativa sulla politica estera e di sicurezza americana, ad esempio attraverso i documenti del Progetto per il Nuovo Secolo Americano (PNAC) alla fine degli anni ’90 (fonte qui), la Strategia di Sicurezza Nazionale degli Stati Uniti del 2002 sotto il presidente George W. Bush (fonte qui) e le discussioni relative alla guerra in Iraq del 2003, ecc. ecc.
Il presidente degli Stati Uniti Bush si congratula con Paul Wolfowitz per la sua nomina a presidente della Banca mondiale (in carica dal 1° giugno 2005 al giugno 2007): già allora l’oligarchia finanziaria aveva una salda presa sul mondo.
Allora perché questo prodotto che non vende bene viene ora riportato alla ribalta e rivisitato? Il motivo è che, alla luce delle guerre cinetiche perse, delle guerre economiche perse e del notevole pericolo che le persone inizino a usare il proprio cervello nonostante l’inesorabile ondata di propaganda, la guerra per conquistare le menti delle persone sta passando in primo piano.
Guerra cognitiva
La battaglia per conquistare le menti delle persone si sta quindi trasformando in una tecnica di guerra a sé stante, con l’obiettivo dichiarato di rendere le persone stesse un teatro di guerra indipendente e ufficiale della NATO. Ciò significa che ogni individuo è sempre al centro di questa guerra psicologica all’avanguardia.
Questo è lo scopo della NSS 2025. E la metodologia di questo documento strategico segue metodi di manipolazione psicologica ben noti. L’intero trattato è volutamente pieno di contraddizioni, citando frasi di circostanza e poi spiegando in dettaglio che in realtà è vero esattamente il contrario. Questo crea deliberatamente uno stato di dissonanza cognitiva.
Creare dissonanza cognitiva
Quando un testo sottolinea una breve affermazione (“faremo X” – ad esempio, allontanarci dall’unipolarità della geopolitica) e poi spiega in dettaglio perché esattamente l’opposto di X è previsto e sarà attuato (rimarremo dominanti in tutti i settori), questo crea uno stato di tensione per il lettore. “Dici A, ma mostri B.” “Qual è la verità?” Alle persone non piacciono le contraddizioni interne. Quindi cercano di risolvere la dissonanza, ed è qui che entra in gioco la tattica. Alla fine, molti accettano l’interpretazione A, che è la più vicina alla loro (lo psicologo del profondo Alfred Adler parlava di percezione distorta: si sente e si vede ciò che si vuole sentire e vedere in base al proprio progetto di vita, anche se chiaramente non corrisponde alla realtà) e ignorano emotivamente i fatti contrari che sono stati comunicati, spingendoli in secondo piano nella loro memoria e sopprimendo così la loro intuizione originale.
Incorporando deliberatamente mini-affermazioni contraddittorie, si crea una sorta di struttura argomentativa. La breve affermazione di speranza è rassicurante (“non è poi così male” o “finalmente, stavamo aspettando questo momento!”). La descrizione contraddittoria dettagliata che segue e gli eventi che si verificano realmente vengono reinterpretati internamente o ignorati mentalmente ed emotivamente. Il lettore risolve quindi la dissonanza preferendo la spiegazione più vicina alle sue speranze, che gli sembra più “logica”.
Ridurre la dissonanza rafforza la persuasività
Una volta che qualcuno ha accettato l’interpretazione offerta, la dissonanza iniziale rafforza effettivamente il suo attaccamento a questa spiegazione: coloro che investono energie nel comprendere la contraddizione considerano successivamente la soluzione trovata particolarmente plausibile. Si tratta di un effetto psicologico ben noto. Maggiore è lo sforzo cognitivo che si investe, maggiore è la fiducia nel risultato. Il tarlo del dubbio viene anestetizzato.
Gestione delle dissonanze – utilizzata strategicamente
Gli autori della NSS 2025 utilizzano quindi affermazioni contraddittorie per proteggere la loro narrativa: titoli brevi ed emotivamente accattivanti (stiamo disarmando e siamo a favore della pace) fungono da alibi e trasmettono il messaggio effettivamente desiderato (per mantenere la pace, dobbiamo essere dominanti in tutto il mondo, altrimenti ci sarà di nuovo la guerra). Chiunque derida le “presunte” contraddizioni interne del documento fraintende la metodologia e la gravità della situazione.
In breve, questa tattica funziona perché crea deliberatamente una dissonanza cognitiva e poi la canalizza. Il lettore è costretto a seguire un filo logico che alla fine lo porta più facilmente all’interpretazione desiderata.
Un intero pot-pourri di strategie di pubbliche relazioni e tattiche psicologiche ben note
Inoltre, nell’NSS 2025 è possibile individuare tutta una serie di altre strategie di pubbliche relazioni e tattiche psicologiche ben note, in particolare il gaslighting (nelle pubbliche relazioni: “gaslighting istituzionale” – presentare un’affermazione che sembra chiarire qualcosa e poi fornire una spiegazione dettagliata che suggerisce il contrario), il doppio linguaggio/doppio pensiero (dalla terminologia di Orwell: il linguaggio viene utilizzato in modo tale da affermare due cose contraddittorie allo stesso tempo con l’obiettivo di controllare la narrazione distorcendo linguisticamente la realtà), tecnica di inoculazione (viene fatta un’affermazione debole e superficiale, la “citazione buttata lì”, per anticipare le critiche e poi “confutarla completamente” per indirizzare i lettori verso l’interpretazione “corretta”), Framing e risoluzione delle contraddizioni (viene prima inserita un’affermazione apparentemente equilibrata e neutrale, “both-sides-ism”, che viene poi reinterpretata attraverso un framing dettagliato in modo che gli autori continuino a sostenere la loro posizione reale), Coprire le tracce/hedging (vengono utilizzate brevi affermazioni contraddittorie per deviare le critiche successive [“Abbiamo detto che…”], anche se l’impressione generale trasmette il contrario).
I metodi descritti sono un insieme che sfrutta deliberatamente le contraddizioni per rendere più credibile la narrazione desiderata, creando al contempo confusione o una parvenza di obiettività.
Di seguito documentiamo questa metodologia utilizzando esempi di testo rappresentativi. (Siamo molto grati a Brian Berletic per l’eccellente lavoro preliminare svolto su questa presentazione nel suo “Deep Dive” – qui.) Ma prima mostreremo come questa tattica sembra funzionare, almeno in alcuni casi.
Caduto nella trappola?
La stampa occidentale
Ecco una citazione tipica che mostra come la stampa occidentale riporti fedelmente il meme propagandistico della Casa Bianca, in conformità con le istruzioni e gli ordini ricevuti.
Il documento illustra chiaramente quale sia la strategia degli Stati Uniti, ad esempio l’attenzione rivolta all’emisfero occidentale e un “corollario Trump” alla Dottrina Monroe. E chiarisce anche quale non sia la strategia degli Stati Uniti: il perseguimento continuo dell’obiettivo post-guerra fredda di “dominio permanente degli Stati Uniti sul mondo intero”, che la NSS descrive come “un obiettivo fondamentalmente indesiderabile e impossibile”.
Gli Stati Uniti considerano la normalizzazione delle relazioni con la Russia uno dei loro interessi fondamentali.
La nuova strategia di sicurezza nazionale richiede una rapida conclusione del conflitto in Ucraina e la prevenzione di un’ulteriore escalation in Europa.
RT, 5 dicembre 2025
No, non è così. Ne parleremo più avanti.
A differenza della strategia nazionale statunitense adottata durante il primo mandato di Trump, che dava priorità alla competizione con Russia e Cina, la nuova strategia sposta l’attenzione sull’emisfero occidentale e sulla protezione del territorio nazionale, dei confini e degli interessi regionali. Essa richiede che le risorse vengano dirottate dai teatri lontani verso sfide più vicine a casa e sollecita la NATO e i paesi europei ad assumersi la responsabilità primaria della propria difesa.
RT, 5 dicembre 2025
RT riprende i titoli propagandistici della NSS 2025 senza menzionare le contraddittorie dichiarazioni dettagliate che seguono, e diffonde anche questa falsità centrale della NSS 2025:
Il documento chiede anche la fine dell’espansione della NATO…
RT, 5 dicembre 2025
John William Waterhouse, Ulisse e le sirene, 1891
Se questo portale mediatico statale lo presenta in questo modo, riteniamo che dietro ci siano ragioni politiche. Alla luce della minacciosa situazione globale, la politica estera russa vuole chiaramente mantenere ogni opportunità, per quanto piccola, di un ulteriore dialogo costruttivo con gli Stati Uniti, ben sapendo che la soluzione al conflitto con l’Occidente dovrà alla fine essere militare e che non si può e non si deve fare affidamento su certe sirene provenienti dalla Casa Bianca.
Espansione della NATO: quale espansione della NATO?
Il nucleo propagandistico della dichiarazione sulla “fine dell’espansione della NATO” si riferisce a possibili cambiamenti territoriali. Ma il documento non menziona la possibilità che i più recenti cambiamenti territoriali (Svezia, Finlandia) possano essere invertiti. Inoltre, qual è il potere della NATO? È più probabile che si tratti dello sforzo compiuto per rimanere dominante. Questo aspetto dell'”allargamento” viene verbalmente “nascosto sotto il tappeto” e l’opinione pubblica viene ingannata.
La realtà è la seguente: la lettera di accompagnamento del presidente degli Stati Uniti Donald J. Trump alla presentazione della NSS 2025 mostra come, nella primissima pagina del documento, egli si vanti di aver personalmente ampliato (“rafforzato”) la NATO in meno di un anno dal suo ritorno in carica e di aver rafforzato le “nostre forze armate” (che sono il cuore della NATO) con investimenti pari a 1.000 miliardi di dollari.
Estratto dalla lettera di accompagnamento di Donald J. Trump allegata alla NSS 2025
È davvero necessario spendere una somma senza precedenti di 1.000 miliardi di dollari – più di qualsiasi altro singolo investimento nell’esercito statunitense – per ritirarsi nell’emisfero occidentale e occuparsi dei propri affari? Certamente no. Quindi, a prima vista, l’idea che la NATO non verrà “ampliata” e che gli Stati Uniti si ritireranno nell’emisfero occidentale senza continuare o espandere la loro ricerca del dominio globale cade a pezzi.
Di cos’altro si vanta Trump nella lettera?
“Abbiamo ricostruito le nostre alleanze e convinto i nostri alleati a contribuire maggiormente alla nostra difesa comune, compreso un impegno storico da parte dei paesi della NATO ad aumentare la loro spesa per la difesa dal 2% al 5% del loro PIL”.
Trump, lettera di accompagnamento alla NSS 2025
Gli Stati Uniti hanno ridotto i propri contributi alla NATO? No. Hanno semplicemente convinto i membri europei e non europei della NATO a spendere di più per l’Alleanza. Tutti i paesi chiave della NATO sono stati invitati a prepararsi alla guerra per poter combattere contro la Russia. Non si può parlare di una “fine dell’espansione della NATO”.
Continua
La prima parte di questa analisi ha trattato il meme propagandistico della Casa Bianca secondo cui si stava annunciando la “fine dell’espansione della NATO”. Nella seconda parte, approfondiremo l’analisi testuale della NSS 2025 e mostreremo come gli Stati Uniti intendono mantenere o ristabilire il loro dominio in tutti gli ambiti globali con l’aiuto dei loro vassalli.
Strategia di sicurezza nazionale – Cosmetica verbale e nessun cambiamento di politica (Parte II)
La prima parte di questa analisi ha trattato il meme propagandistico della Casa Bianca secondo cui si stava annunciando la “fine dell’espansione della NATO”. In questa seconda parte, approfondiamo l’analisi testuale della NSS 2025 e mostriamo come gli Stati Uniti intendono mantenere o ristabilire il loro dominio in tutti gli ambiti globali con l’aiuto dei loro vassalli.
Analisi testuale rappresentativa della Strategia di sicurezza nazionale 2025
Di seguito citeremo e analizzeremo alcune citazioni rappresentative tratte dal documento strategico. Esse non seguono un ordine particolare, ma piuttosto l’ordine cronologico del documento. Le citazioni riguardano dichiarazioni politiche e strategiche di base, nonché misure e obiettivi politici pianificati. Leggendole attentamente e in modo approfondito, risulta evidente che si tratta di una continuazione dell’agenda precedente, ovvero della Dottrina Wolfowitz, formulata alla fine della Guerra Fredda negli anni ’90.
I primi paradigmi vecchi e nuovi della politica estera americana
La prima frase dell’introduzione alla NSS 2025 è una dichiarazione della continua ricerca della supremazia globale:
Per garantire che l’America rimanga il Paese più forte, ricco, potente e di successo al mondo per i decenni a venire, il nostro Paese ha bisogno di una strategia coerente e mirata su come interagire con il mondo.
Strategia di sicurezza nazionale degli Stati Uniti d’America, novembre 2025, pagina 1, prima frase
Ciò sarà dimostrato nel seguito.
La pace attraverso la forza
– La forza è il miglior deterrente. I paesi o altri attori sufficientemente dissuasi dal minacciare gli interessi americani non lo faranno.
(NSS, pagg. 8/9)
Per “interessi americani” non si intendono gli Stati Uniti all’interno dei propri confini e gli interessi ivi contenuti. Si riferisce a tutte quelle cose che si estendono ben oltre i confini americani, cose che si trovano effettivamente all’interno dei confini di altri paesi o nelle loro immediate vicinanze. Non si tratta di un ritiro nell'”emisfero occidentale”.
Naturalmente, la Dottrina Monroe è ancora valida. Nessuno può fare affari nell’emisfero occidentale senza il consenso degli Stati Uniti. Ma gli Stati Uniti faranno “affari” anche in qualsiasi altra parte del mondo. Se qualcuno cercherà di impedircelo, applicheremo il principio della “pace attraverso la forza”. Impediremo a chiunque di minacciare i nostri interessi. In altre parole, interverremo contro queste nazioni e impediremo loro di agire. Le minacceremo a tal punto che non oseranno nemmeno difendersi.
Questo è il senso della strategia di deterrenza nei confronti della provincia insulare di Taiwan: impedire alla Cina di affermare la sua sovranità su Taiwan, riconosciuta a livello internazionale. Una sovranità che persino gli Stati Uniti riconoscono attraverso la loro politica della “Cina unica” e che è indiscussa dal punto di vista del diritto internazionale. Basta dare un’occhiata alla mappa per rendersi conto che questo non sta accadendo nell’emisfero occidentale.
Predisposizione al non interventismo
– Nella Dichiarazione di Indipendenza, i fondatori dell’America hanno espresso una chiara preferenza per il non interventismo negli affari delle altre nazioni e ne hanno chiarito le basi: proprio come tutti gli esseri umani possiedono uguali diritti naturali concessi da Dio, tutte le nazioni hanno diritto, in base alle “leggi della natura e del Dio della natura”, a una “posizione separata e uguale” l’una rispetto all’altra. Per un Paese con interessi così numerosi e diversificati come il nostro, non è possibile aderire rigidamente al non interventismo. Tuttavia, questa predisposizione dovrebbe fissare standard elevati per ciò che costituisce un intervento giustificato.
(NSS, pag. 9)
Chi non sarebbe d’accordo con l’affermazione secondo cui «tutti gli uomini sono dotati da Dio di alcuni diritti inalienabili»? Questo postulato contenuto nella Dichiarazione d’Indipendenza è sacro negli Stati Uniti, quasi quanto i Dieci Comandamenti. Molti americani hanno votato per il presidente Trump perché sostengono il non interventismo. «Tutte le nazioni sono uguali e hanno diritto alla propria sovranità e alla tutela dei propri interessi».
Ma purtroppo, i “nostri interessi” come America sono così numerosi e diversi e si estendono così lontano oltre i nostri confini che una rigorosa adesione al non interventismo è semplicemente impossibile per noi. Il funzionamento del moderno impero americano richiede che siamo presenti ovunque e che ci imponiamo su tutti, e continueremo a farlo. Questo è ciò che stanno chiarendo qui.
Come altro si potrebbe interpretare? E poi c’è questo: “Tuttavia, questa inclinazione dovrebbe fissare standard elevati per un intervento giustificato”. In realtà, l’amministrazione Trump, come le amministrazioni Biden, Obama e Bush che l’hanno preceduta, sta apertamente fabbricando un pretesto per iniziare una guerra con il Venezuela, ha già fabbricato un pretesto per una guerra contro l’Iran e continua a mentire su nazioni come la Russia e la Cina, la Corea del Nord e tutte le altre che rifiutano di capitolare e sottomettersi agli Stati Uniti.
Realismo flessibile
– La politica degli Stati Uniti sarà realistica riguardo a ciò che è possibile e auspicabile perseguire nei rapporti con le altre nazioni. Cerchiamo di instaurare buoni rapporti e relazioni commerciali pacifiche con le nazioni del mondo senza imporre loro cambiamenti democratici o sociali che differiscono notevolmente dalle loro tradizioni e dalla loro storia.
(NSS, pag. 9)
Fantastico! Chi potrebbe mai opporsi a “buone relazioni e rapporti commerciali pacifici”? Ma cosa intendono realmente con questo? Stanno parlando della Russia e della Cina? Dovremmo essere ostili nei confronti della Russia e della Cina solo perché hanno una prospettiva diversa e governano i loro paesi in modo diverso? Difficilmente.
No, stanno parlando di tutti gli estremisti che hanno sostenuto, promosso e portato al potere, specialmente in Medio Oriente, e di come il presidente Trump abbia costruito gran parte della sua base di sostegno sull’estremismo islamico.
La Casa Bianca sta cercando di spiegare perché il presidente Trump e tutta la sua amministrazione abbiano creato questo spauracchio e ora stiano apertamente facendo affari con lui. Perché hanno un leader di al-Qaeda alla Casa Bianca che abbraccia il presidente Trump poco dopo che su di lui è stata messa una taglia di 10 milioni di dollari e che ha guidato un’organizzazione inserita nell’elenco delle organizzazioni terroristiche straniere dal Dipartimento di Stato americano.
Il “realismo flessibile” è una vera contraddizione in termini (contraddizione logica tra sostantivo e aggettivo, come “silenzio eloquente” o “muffa nera”). Si potrebbe anche definire un ossimoro: “So che vi abbiamo detto che erano malvagi, e vi abbiamo spaventato e manipolato dipingendoli come dei mostri, ma sono i nostri mostri, e dobbiamo fare affari con loro. Semplicemente non abbiamo più tempo per continuare a fingere. Abbiamo le spalle al muro. Stiamo esaurendo il tempo per affermarci a livello globale. Dobbiamo usare questi terroristi, per quanto possa sembrare sbagliato”.
Primato delle nazioni
– L’unità politica fondamentale del mondo è e rimarrà lo Stato-nazione. È naturale e giusto che tutte le nazioni mettano al primo posto i propri interessi e difendano la propria sovranità. Il mondo funziona al meglio quando le nazioni danno priorità ai propri interessi. Gli Stati Uniti metteranno al primo posto i propri interessi e, nelle relazioni con le altre nazioni, le incoraggeranno a dare priorità anche ai propri.
(NSS, pag. 9)
Questo suona anche rassicurante alle menti amanti della pace: «È naturale e giusto che tutte le nazioni mettano al primo posto i propri interessi e preservino la propria sovranità». Verso la terra promessa! L’espressione «è naturale e giusto» non è stata presa in prestito dal contesto ecclesiastico per caso. È una formula breve che ben si adatta all’insegnamento di Paolo sulla legge naturale, in particolare in Romani 2. È spesso utilizzata nei sermoni, nei testi teologici o nelle interpretazioni filosofiche. Honi soit qui mal y pense.
E qual è la realtà? Per l’Ucraina, ad esempio: continuare a combattere la nostra infinita guerra per procura contro la Russia fino alla morte dell’ultimo ucraino. Questo è chiaramente nel vostro interesse. O per l’Europa: aumentare la spesa per la NATO dal 2% al 5% del PIL, trascurando l’economia e il sistema sociale. Questo è chiaramente nel vostro interesse per poter combattere le guerre per procura dell’America e mantenere il dominio americano sul globo, compresa l’Europa. O per il Giappone: assumere una posizione più aggressiva nei confronti del vostro partner commerciale più grande e importante, la Cina. O per le Filippine: fare lo stesso. Abbattere tutte le infrastrutture che la Cina vi ha aiutato a costruire e investire invece in basi missilistiche per puntare i nostri missili, che vi vendiamo con un profitto, contro il vostro più grande partner commerciale, la Cina.
Questa è la realtà, in contrasto con la favola che stanno dipingendo qui. “Il primato della sovranità nazionale vale per me, ma non per te”. Questo è ciò che state realmente dicendo.
Equilibrio di potere
– Gli Stati Uniti non possono permettere che alcuna nazione acquisisca un potere così dominante da minacciare i propri interessi. Collaboreremo con alleati e partner per mantenere gli equilibri di potere globali e regionali, al fine di impedire l’emergere di avversari dominanti.
(NSS, pag. 10)
Presumibilmente, l’obiettivo è quello di impedire l’emergere di un “attore dominante”. Ma un attimo: chi è questo “attore dominante”? Gli Stati Uniti dominano già tutte queste regioni. Quindi vogliono davvero impedire a se stessi di continuare a farlo, in quanto “attore dominante”? Probabilmente no. Piuttosto, vogliono impedire che qualcun altro superi gli Stati Uniti e li sostituisca in regioni del pianeta che sono letteralmente dall’altra parte del mondo dal punto di vista americano. Come ho detto, si tratta di una rivisitazione della Dottrina Wolfowitz. E così via:
Ciò non significa sprecare sangue e risorse per limitare l’influenza di tutte le grandi potenze e potenze medie del mondo. L’influenza sproporzionata delle nazioni più grandi, più ricche e più forti è una verità intramontabile delle relazioni internazionali. Questa realtà a volte comporta la necessità di collaborare con i partner per contrastare le ambizioni che minacciano i nostri interessi comuni.
(NSS, pag. 10)
Quindi non sacrificheremo sangue e tesori per questo. Lo faranno i nostri “partner”. Questo preannuncia già la rete per la ripartizione degli oneri.
Condivisione degli oneri e trasferimento degli oneri
– I giorni in cui gli Stati Uniti sostenevano l’intero ordine mondiale come Atlante sono finiti. Tra i nostri numerosi alleati e partner annoveriamo decine di nazioni ricche e sofisticate che devono assumersi la responsabilità primaria delle loro regioni e contribuire in misura molto maggiore alla nostra difesa collettiva.
NSS, pag. 12)
Si tratta in realtà di un’estensione di quanto delineato nel febbraio 2025 dal Segretario alla Difesa degli Stati Uniti, ora Segretario alla Guerra, Pete Hegseth, in merito alla guerra per procura in corso tra Stati Uniti e Russia in Ucraina. È l’istruzione che gli Stati Uniti hanno comunicato all’Europa:
Continuerete la guerra per procura degli Stati Uniti contro la Russia e l’Ucraina per conto nostro. Destinerete maggiori risorse a questo scopo. Invierete persino truppe europee e non europee in Ucraina per costringere la Russia a un congelamento. Essenzialmente Minsk 3.0. E noi ci concentreremo sulla Cina nel Pacifico, riconoscendo la realtà della scarsità e facendo dei compromessi in termini di risorse per garantire che la deterrenza non fallisca. Possiamo stabilire una divisione del lavoro che massimizzi i nostri vantaggi comparativi rispettivamente in Europa e nel Pacifico.
Quando parlano di “nostra difesa collettiva”, intendono gli interessi americani che gli Stati Uniti hanno imposto a tutte queste altre nazioni.
Ad esempio, parlano di come questa guerra in Ucraina abbia rovinato le relazioni dell’Europa con la Russia e che “noi” dobbiamo risolvere la situazione. Ma chi ha rovinato le relazioni dell’Europa con la Russia? Prima del 2014, l’Europa lavorava a stretto contatto con la Russia. Sia l’Europa che la Russia ne traevano vantaggio. Sono stati gli Stati Uniti, anche sotto la prima amministrazione Trump, a rovinare tutto questo. Continuando con la citazione:
Il presidente Trump ha stabilito un nuovo standard globale con l’impegno dell’Aia, che impegna i paesi della NATO a spendere il 5% del PIL per la difesa e che i nostri alleati della NATO hanno approvato e devono ora rispettare.
(NSS, pag. 12)
Quindi gli Stati Uniti non vogliono che la NATO si espanda? Beh, tranne nei casi in cui stiamo espandendo massicciamente la NATO in termini materiali. E inoltre:
Proseguendo l’approccio del presidente Trump di chiedere agli alleati di assumersi la responsabilità primaria delle loro regioni, gli Stati Uniti organizzeranno una rete di condivisione degli oneri.
(NSS, pag. 12)
Ricordate questo termine, perché avrà un ruolo importante più avanti: “rete di condivisione degli oneri”. Si tratta del QUAD (Quadrilateral Security Dialogue, un’alleanza di sicurezza tra Stati Uniti, Giappone, India e Australia). Si tratta della NATO. Si tratta degli Stati Uniti, che riuniscono tutto questo in una rete globale di condivisione degli oneri. Prendono tutte queste nazioni e ottengono da loro il massimo possibile, in modo che facciano il più possibile per gli Stati Uniti, per evitare che questi ultimi si trovino in una situazione di sovraccarico.
In sostanza, si tratta di creare, dirigere e sostenere questa rete, che è esattamente ciò che stanno facendo gli Stati Uniti nella loro guerra per procura contro la Russia in Ucraina. Si nascondono dietro l’Ucraina e, in una certa misura, dietro gli europei. Senza l’impegno e le capacità degli Stati Uniti, questa guerra non potrebbe essere combattuta. Finirebbe molto rapidamente. Si nascondono dietro le quinte mentre spingono in avanti tutti i loro rappresentanti, mantenendo così l’illusione di una negabilità plausibile o di una certa distanza tra loro e la guerra che stanno conducendo contro la Russia. Ed è esattamente ciò che stanno facendo in una rete globale di condivisione degli oneri contro la Russia, la Cina, l’Iran e tutti gli altri ovunque.
Questo approccio garantisce che gli oneri siano condivisi e che tutti questi sforzi beneficino di una più ampia legittimità. Il modello sarà costituito da partnership mirate che utilizzano strumenti economici per allineare gli incentivi, condividere gli oneri con alleati che condividono gli stessi principi e insistere su riforme che garantiscano la stabilità a lungo termine.
(NSS, pag. 12)
Quindi lei insiste sulle riforme in questi altri paesi subito dopo aver parlato della supremazia delle nazioni. Crede che gli Stati Uniti vogliano davvero riconoscere la supremazia di tutte le nazioni e non solo della propria a scapito della sovranità di tutte le altre?
… insistere su riforme che garantiscano stabilità a lungo termine. Questa chiarezza strategica consentirà agli Stati Uniti di contrastare efficacemente le influenze ostili e sovversive, evitando al contempo l’eccessiva estensione e la dispersione di obiettivi che hanno compromesso gli sforzi passati.
(NSS, pag. 12)
Gli Stati Uniti devono opporsi alla Russia, alla Cina, all’Iran e a tutte le altre nazioni che investono nella multipolarità e tenerle sotto controllo. Non possono farlo da soli. Devono costringere i loro alleati a spendere molto di più e a fare sacrifici molto più grandi per far rispettare gli obiettivi della politica estera statunitense a scapito dei propri interessi, in nome degli Stati Uniti.
Il Wall Street Journal ha riportato che l’NSS 2025 non considera più la Cina e la Russia una minaccia. [Vedi anche: qui e qui] Anche dalle poche informazioni che abbiamo raccolto finora, è chiaro che ciò non è vero.
Ritirata nell’emisfero occidentale e rinascita della Dottrina Monroe
Quando la Casa Bianca parla dell’emisfero occidentale e si basa sulla Dottrina Monroe, sta parlando nientemeno che del dominio americano sull’intero emisfero:
3. Le regioni A. Emisfero occidentale: il corollario di Trump alla dottrina Monroe Negheremo ai concorrenti non appartenenti all’emisfero la possibilità di posizionare forze o altre capacità minacciose, o di possedere o controllare risorse strategicamente vitali nel nostro emisfero.
(NSS, pag. 15)
Gli Stati Uniti non permetteranno quindi a nessun concorrente al di fuori dell’emisfero occidentale di operare in modo significativo nell’emisfero occidentale. Imporranno alle nazioni latinoamericane con chi possono fare affari, ovvero con noi e solo con noi, e come devono fare affari in modo che ciò serva i nostri interessi e solo i nostri interessi.
Ciò è diametralmente opposto all’idea che gli Stati Uniti rinuncino a perseguire il dominio globale. Al contrario, sta negando alla Russia e alla Cina l’opportunità di sviluppare partnership e cooperazione in America Latina. Che diritto hanno gli Stati Uniti di farlo? È completamente contrario al diritto internazionale. È persino completamente contrario ai principi stabiliti nella stessa NSS 2025 per quanto riguarda la supremazia delle nazioni. L’annuncio potrebbe provenire direttamente dalla mafia, che era anche una forza protettiva solo per i vassalli paganti:
Ci espanderemo coltivando e rafforzando nuove partnership, rafforzando al contempo l’attrattiva del nostro Paese come partner economico e di sicurezza privilegiato nell’emisfero.
(NSS, pag. 16)
È chiaro: non c’è altra scelta che noi. Ci espanderemo acquisendo e rafforzando nuovi partner. È un altro modo per dire “cambio di regime”. È esattamente quello che stanno cercando di fare in Venezuela. Cosa stanno facendo la Russia, la Cina e altri partner nel “nostro” emisfero? Andatevene!
I concorrenti non appartenenti all’emisfero occidentale hanno compiuto importanti incursioni nel nostro emisfero, sia a nostro svantaggio economico nel presente, sia in modi che potrebbero danneggiarci strategicamente in futuro. Permettere queste incursioni senza una seria reazione è un altro grande errore strategico americano degli ultimi decenni. Gli Stati Uniti devono essere preminenti nell’emisfero occidentale come condizione per la nostra sicurezza e prosperità…
(NSS, pag. 17)
Tuttavia, questo non vale solo per l’emisfero occidentale. Dal punto di vista americano, ad esempio, non si deve permettere alla Cina di dominare la regione Asia-Pacifico. Anche gli Stati Uniti devono essere e rimanere dominanti nella regione Asia-Pacifico.
Quindi, ancora una volta: l’egemonia regionale per me, non per te. La dottrina Wolfowitz rivisitata.
Asia
Molti ritengono che la NSS 2025 annunci il ritiro degli Stati Uniti dalla regione del Pacifico o dall’Asia, poiché ora il Paese intende concentrarsi esclusivamente sull’emisfero occidentale e non considera più la Russia o la Cina una minaccia. Tuttavia, la NSS 2025 dedica un’intera e lunga sezione a questo argomento, che tratta dell’accerchiamento e del contenimento della Cina.
B. Asia: conquistare il futuro economico, prevenire il confronto militare
(NSS, pag. 19)
Prevenire scontri militari? Quali scontri militari imperialisti sta pianificando la Cina? Non c’è il minimo indizio in tal senso. Piuttosto, l’unico obiettivo è impedire a nazioni come la Cina di difendersi dalle continue invasioni, dall’accerchiamento e dai tentativi di contenimento da parte degli Stati Uniti. Questo è ciò che la NSS 2025 cerca effettivamente di impedire. Questo è ciò che gli Stati Uniti hanno sempre inteso con essa.
Non occorre nemmeno affermare esplicitamente che la Cina è riconosciuta come la minaccia e il concorrente più grande (secondo la proposta originale della Rand Corporation, vedi sopra). Tuttavia, ciò che viene effettivamente proposto implica senza dubbio che la Cina rappresenti la minaccia più grande per gli Stati Uniti, e non in termini di sicurezza nazionale. Il problema risiede altrove:
L’Indo-Pacifico rappresenta già quasi la metà del PIL mondiale in base alla parità di potere d’acquisto (PPA) e un terzo in base al PIL nominale. Tale quota è destinata a crescere nel corso del XXI secolo.
(NSS, pag. 19)
Ops: la potenza economica non si trova nell’emisfero occidentale, ma ben oltre il Pacifico!
Ciò significa che l’Indo-Pacifico è già e continuerà ad essere uno dei principali campi di battaglia economici e geopolitici del prossimo secolo. Per prosperare nel nostro Paese, dobbiamo competere con successo in quella regione, e lo stiamo facendo.
(NSS, pag. 19)
Come ho detto, nessuno nell’emisfero occidentale può competere con noi, ma dobbiamo anche competere e avere successo dall’altra parte del mondo, proprio al largo delle coste cinesi. Ed ecco come intendiamo farlo:
Durante i suoi viaggi nell’ottobre 2025, il presidente Trump ha firmato importanti accordi che rafforzano ulteriormente i nostri solidi legami commerciali, culturali, tecnologici e di difesa e ribadiscono il nostro impegno a favore di un Indo-Pacifico libero e aperto.
(NSS, pag. 19)
Sembra interessante: “Libero e aperto”. Ma c’è qualche svantaggio? Forse è “libero e aperto” solo per gli Stati Uniti e per coloro che gli Stati Uniti consentono?
E poi c’è questo:
È importante sottolineare che ciò deve essere accompagnato da un’attenzione costante e risoluta alla deterrenza, al fine di prevenire la guerra nella regione indo-pacifica.
(NSS, pag. 20)
Perché dovrebbe esserci una guerra nella regione indo-pacifica?
Perché gli Stati Uniti hanno schierato decine di migliaia di soldati più vicini alla costa cinese che alla propria. Stanno istituendo governi fantoccio in tutta la regione, proprio come hanno fatto in Ucraina, per usarli contro la Russia. Ora stanno facendo esattamente la stessa cosa nella regione indo-pacifica.
Esistono numerosi documenti risalenti a diversi decenni fa su questo blocco e isolamento della Cina. A titolo di esempio, facciamo riferimento solo a questo documento del 2018 relativo a un blocco marittimo petrolifero contro la Cina. Esso contiene una mappa che mostra tutte le località che gli Stati Uniti vogliono controllare.
Naval War College Review, Volume 71, Numero 2 Primavera 2018: Un blocco marittimo petrolifero contro la Cina: tatticamente allettante ma strategicamente imperfetto
Si parla di blocco a distanza perché questi punti nevralgici vengono bloccati per impedire che qualsiasi cosa lasci la Cina o vi faccia ritorno, ma sono sufficientemente lontani dalla Cina da rendere insufficienti le capacità militari cinesi per raggiungerli. Ciò dimostra quanto siano importanti il Giappone, le Filippine e la provincia cinese di Taiwan per tutto questo. E, naturalmente, il Mar Cinese Meridionale. È qui che transita tutto il traffico dalla Cina alla Cina e viceversa.
Per inciso, tutti i paesi di questa regione considerano la Cina il loro partner commerciale più grande e importante. Quindi, il commercio di tutti questi paesi avviene principalmente tra loro e la Cina.
Una guerra nella regione indo-pacifica scoppierebbe solo se gli Stati Uniti dovessero strangolare la Cina a tal punto che quest’ultima sentisse minacciata la propria stessa esistenza e dovesse quindi cercare di sfondare l’architettura di contenimento che gli Stati Uniti stanno costruendo proprio al largo delle sue coste. Gli Stati Uniti chiamano questo deterrente: deterrente contro cosa? Contro qualsiasi sfida al proprio dominio nella regione.
Questo approccio combinato può diventare un circolo virtuoso, poiché una forte deterrenza americana apre lo spazio per un’azione economica più disciplinata, mentre un’azione economica più disciplinata porta a maggiori risorse americane per sostenere la deterrenza a lungo termine.
(NSS, pag. 20)
Le “misure economiche disciplinate” sono quelle che gli Stati Uniti possono controllare, ben al di fuori dell’emisfero occidentale, intendiamoci. Nessun altro nell’emisfero occidentale è autorizzato a competere con gli Stati Uniti. Ma questo dovrebbe valere anche per la regione del Pacifico.
Questo è evidente, perché «misure economiche più disciplinate portano a maggiori risorse americane per mantenere la deterrenza a lungo termine». Più gli Stati Uniti riescono a controllare e dominare l’economia asiatica, più opportunità hanno di esercitare il loro potere nella regione e dominare tutte le nazioni della regione.
La Cina, la nazione più grande e potente della regione, la più grande economia con la popolazione più numerosa e la più grande base industriale, non deve essere la potenza dominante in Asia dal punto di vista degli Stati Uniti. Quella deve essere gli Stati Uniti. Ok? Vi sembra ragionevole?
Gli Stati Uniti accetterebbero che qualcuno elaborasse una strategia di sicurezza nazionale e la imponesse agli Stati Uniti nell’emisfero occidentale? Certamente no. Gli Stati Uniti cercherebbero di rompere tale struttura di contenimento. La Cina sta cercando di rompere la struttura di contenimento degli Stati Uniti, attualmente senza dichiarare guerra. Quindi gli Stati Uniti non vogliono impedire una guerra non provocata che la Cina potrebbe iniziare. Vogliono impedire alla Cina di difendersi da questa strategia di contenimento.
Torniamo ora al NSS 2025.
Dobbiamo continuare a migliorare le relazioni commerciali (e di altro tipo) con l’India per incoraggiare Nuova Delhi a contribuire alla sicurezza dell’Indo-Pacifico, anche attraverso la cooperazione quadrilaterale con Australia, Giappone e Stati Uniti (“il Quad”).
(NSS, pag. 21)
Il QUAD è essenzialmente una NATO de facto per la regione Asia-Pacifico, e ha lo scopo di contenere la Cina allo stesso modo in cui la NATO serve a contenere la Russia in Europa.
Inoltre, lavoreremo anche per allineare le azioni dei nostri alleati e partner al nostro interesse comune di impedire il dominio da parte di una singola nazione concorrente.
(NSS, pag. 21)
L’obiettivo non è impedire a qualcuno (compresi gli Stati Uniti) di acquisire il predominio e stabilire un vero equilibrio di potere, ma piuttosto impedire che un’altra nazione concorrente acquisisca il predominio. La Cina non è menzionata esplicitamente, ma è ovviamente ciò a cui si fa riferimento.
Coloro che concludono che gli Stati Uniti abbiano abbandonato il confronto con Russia e Cina evidentemente non hanno letto il documento fino alla fine. Tuttavia, se lo si fa, diventa chiaro che essi continuano a considerare Russia, Cina, Iran e chiunque altro si opponga al dominio americano in qualsiasi parte del pianeta come la loro più grande minaccia, contro la quale intendono continuare a combattere. E in queste pagine espongono il loro piano in modo piuttosto aperto.
Per essere chiari ancora una volta:
A lungo termine, mantenere la supremazia economica e tecnologica degli Stati Uniti è il modo più sicuro per scoraggiare e prevenire un conflitto militare su larga scala.
(NSS, pag. 23)
Dominio dove? In Asia e in tutto il pianeta.
Un equilibrio militare convenzionale favorevole rimane una componente essenziale della competizione strategica. Giustamente, molta attenzione è rivolta a Taiwan, in parte per il suo predominio nella produzione di semiconduttori, ma soprattutto perché Taiwan offre un accesso diretto alla seconda catena di isole e divide il Nord-Est e il Sud-Est asiatico in due teatri distinti. Considerando che un terzo del traffico marittimo mondiale transita ogni anno attraverso il Mar Cinese Meridionale, ciò ha importanti implicazioni per l’economia statunitense.
(NSS, pag. 23)
Di chi è questo traffico marittimo? Si tratta del “traffico marittimo globale”? È traffico marittimo americano o europeo? O forse potrebbe essere traffico marittimo cinese?
Ecco il think tank CSIS, finanziato dal governo degli Stati Uniti, che ha presentato un’intera relazione su questo argomento.
Questo enorme punto rosso indica che la maggior parte del traffico marittimo attraverso il Mar Cinese Meridionale è diretto da e verso la Cina. E ancora una volta: tutti questi paesi considerano la Cina il loro principale partner commerciale in termini di esportazioni e importazioni. Il loro intero commercio passa quindi attraverso il Mar Cinese Meridionale verso la Cina e viceversa. È quindi prevalentemente il traffico marittimo cinese ad attraversare il Mar Cinese Meridionale.
Crediamo davvero che gli Stati Uniti siano presenti nel Mar Cinese Meridionale per proteggere il traffico marittimo cinese attraverso il Mar Cinese Meridionale, o sono lì per minacciarlo e alla fine interromperlo, come stanno già apertamente tentando di fare con le esportazioni energetiche russe? E di quali minacce militari stiamo parlando?
Deterrenza delle minacce militari
(NSS, p23)
L’obiettivo è impedire alla Cina di difendersi dalla graduale strategia americana di contenimento e strangolamento. Ecco un’altra citazione significativa:
Costruiremo un esercito in grado di respingere qualsiasi aggressione nella Prima Catena Insulare.
(NSS, p24)
Diamo un’altra occhiata alla mappa. “Ovunque nella prima catena di isole”. Si riferiscono proprio a questo punto, al largo della costa cinese.
È lì che si trova la prima catena di isole. Proprio al largo della costa cinese.
Cosa accadrebbe se la Cina decidesse di respingere l’aggressione americana direttamente al largo delle coste americane, dato che l’esercito cinese ha circondato gli Stati Uniti nell’emisfero occidentale e sta cercando di dipingere qualsiasi tentativo da parte dell’America di rompere questo accerchiamento come un’aggressione che deve essere respinta?
“Questo ha un impatto significativo sull’economia statunitense”, afferma l’NSS 2025. Che interesse avrebbe la Cina a interrompere il traffico marittimo globale (essenzialmente cinese) attraverso il Mar Cinese Meridionale, solo per danneggiare l’economia americana? Al contrario, se gli Stati Uniti riuscissero a interrompere il traffico marittimo nel Mar Cinese Meridionale, ciò aiuterebbe l’economia americana, che attualmente non è in grado di competere con la Cina. Ancora una volta, indebolire la Cina è l’unico modo per gli Stati Uniti di rimanere la nazione più potente del mondo.
Ecco perché hanno bisogno di un ulteriore trilione di dollari per la loro macchina da guerra.
Ma l’esercito americano non può, e non dovrebbe, farlo da solo. I nostri alleati devono farsi avanti e spendere – e, cosa ancora più importante, agire – molto di più per la difesa collettiva.
(NSS, p24)
Quando la Casa Bianca parla di queste spese, significa che non verrà costruita alcuna infrastruttura in Giappone o nelle Filippine. Il denaro sarà utilizzato per acquistare armi americane, in modo che possano fungere da proxy contro la Cina, proprio come fa l’Ucraina contro la Russia. E si riferiscono sempre a questo come a una “difesa collettiva”. Ma anche in questo caso è ovvio che tutto ciò ha il solo scopo di sostenere l’egemonia americana in Asia.
Gli sforzi diplomatici degli Stati Uniti dovrebbero concentrarsi sull’esortare i nostri alleati e partner della Prima Catena Insulare a consentire alle forze armate statunitensi un maggiore accesso ai loro porti e ad altre strutture, a spendere di più per la propria difesa e, soprattutto, a investire in capacità volte a scoraggiare le aggressioni.
(NSS, p24)
Un’ultima considerazione sull’Asia prima di passare all’Europa:
Data l’insistenza del presidente Trump su una maggiore condivisione degli oneri da parte di Giappone e Corea del Sud, dobbiamo esortare questi paesi ad aumentare la spesa per la difesa, concentrandoci sulle capacità, comprese quelle nuove, necessarie per scoraggiare gli avversari e proteggere la prima catena di isole. Rafforzeremo e potenzieremo anche la nostra presenza militare nel Pacifico occidentale, mentre nei nostri rapporti con Taiwan e l’Australia manterremo la nostra posizione risoluta sull’aumento della spesa per la difesa.
(NSS, p24)
Perché gli Stati Uniti devono esercitare pressioni sugli altri paesi affinché lo facciano? Se queste nazioni fossero davvero minacciate da un pericolo così grave, spenderebbero loro stesse denaro per la difesa. E come possono gli Stati Uniti esercitare pressioni sugli altri paesi affinché lo facciano senza violare il proprio “principio di sovranità nazionale”? Ancora una volta, si tratta semplicemente di mantenere la supremazia degli Stati Uniti, coercendo e controllando le altre nazioni. Come ho detto: la dottrina Wolfowitz rivisitata.
Continua
La seconda parte di questa analisi ha trattato il meme propagandistico della Casa Bianca secondo cui gli Stati Uniti non considerano più la Russia e, soprattutto, la Cina come nemici, che stanno rinunciando al loro dominio globale e ritirandosi nell’emisfero occidentale. Nella terza parte che segue, approfondiremo l’analisi testuale della NSS 2025 e mostreremo come gli Stati Uniti intendono plasmare le relazioni in Europa, Medio Oriente e Africa in futuro.
La seconda parte di questa analisi ha trattato il meme propagandistico della Casa Bianca secondo cui gli Stati Uniti non considerano più la Russia e, soprattutto, la Cina come nemici, che stanno rinunciando al loro dominio globale e si stanno ritirando nell’emisfero occidentale. In questa terza parte, approfondiamo l’analisi testuale della NSS 2025 e mostriamo come gli Stati Uniti intendono plasmare le relazioni in Europa, Medio Oriente e Africa in futuro.
Gli alleati europei godono di un significativo vantaggio in termini di potere militare rispetto alla Russia sotto quasi tutti gli aspetti, ad eccezione delle armi nucleari. A seguito della guerra della Russia in Ucraina, le relazioni europee con la Russia sono ora profondamente indebolite e molti europei considerano la Russia una minaccia esistenziale.
(NSS, pag. 25)
Per rinfrescarvi la memoria su come sono realmente andate le cose, dato che l’NSS 2025 apparentemente non lo sa o non vuole dirlo.
Nel 2014, gli Stati Uniti hanno rovesciato il governo eletto dell’Ucraina. Hanno insediato al potere un regime a loro fedele. Secondo il New York Times, la Central Intelligence Agency ha assunto il controllo di tutti i servizi segreti ucraini. Ricordiamo che gli Stati Uniti, insieme alla NATO, hanno ristrutturato e addestrato l’esercito ucraino dal 2014 al 2022. Tra le altre cose, abbiamo questo articolo del New York Times, La storia segreta della guerra in Ucraina, su come gli Stati Uniti stiano conducendo l’intera guerra contro la Russia da Wiesbaden, in Germania.
Tutto, dalla strategia generale alla selezione e all’individuazione delle singole unità russe sul campo di battaglia, è determinato dai comandanti statunitensi, non da quelli ucraini. I servizi segreti statunitensi stanno aiutando l’Ucraina ad attaccare le infrastrutture energetiche russe nel profondo del territorio russo.
Gli Stati Uniti stanno conducendo questa guerra contro la Russia. Per farlo, stanno usando l’Ucraina e l’Europa. È una guerra americana. Sono stati loro a iniziare la guerra. Sono loro a condurla. Senza gli Stati Uniti, la guerra non potrebbe continuare.
Solo gli Stati Uniti possono porre fine al conflitto in Ucraina. Ma non vogliono farlo. Ecco perché fingono che l’Ucraina o l’Europa impediscano agli Stati Uniti di mediare in una guerra che essi stessi hanno istigato e stanno conducendo.
Torna al documento NSS 2025.
La gestione delle relazioni europee con la Russia richiederà un significativo impegno diplomatico da parte degli Stati Uniti, sia per ristabilire condizioni di stabilità strategica in tutto il continente eurasiatico, sia per mitigare il rischio di conflitti tra la Russia e gli Stati europei.
(NSS, pag. 25)
Ancora una volta, sono stati gli Stati Uniti a stravolgere tutto. Prima del 2014, l’Europa lavorava a stretto contatto con la Russia. Entrambe le parti beneficiavano dei gasdotti esistenti. La Russia vendeva grandi quantità di idrocarburi a basso costo all’Europa. L’Europa ne traeva vantaggio. Di conseguenza, la sua industria prosperava. Ha iniziato a lavorare più strettamente con la Cina e a scambiare merci. E sono stati gli Stati Uniti a intervenire e a stravolgere tutto questo. Hanno rovesciato l’Ucraina, riorganizzato e ricostruito il suo esercito trasformandolo di fatto in un’estensione della NATO, hanno preso il controllo dei servizi segreti ucraini e li hanno trasformati in un’arma da usare contro la Russia sul territorio russo. Lo stesso presidente Trump, nel suo primo mandato, ha fornito aiuti letali all’Ucraina per provocare una guerra per procura con la Russia, sapendo benissimo cosa stava facendo.
E lo sappiamo perché questo documento della Rand Corporation del 2019, intitolato “Extending Russia” (L’espansione della Russia), affermava già molto prima dell’inizio della guerra che sarebbe successo proprio questo.
“Misure geopolitiche: fornitura di aiuti letali all’Ucraina”. Ciò è avvenuto durante il primo mandato dell’amministrazione Trump. Non è stata una decisione di Biden. È stato il presidente Trump a farlo.
Quindi sono stati gli Stati Uniti a stravolgere le relazioni tra Europa e Russia, non la Russia e nemmeno l’Europa. Sono stati gli Stati Uniti a farlo. E sono gli Stati Uniti che, attraverso la loro interferenza politica in tutto il mondo, compresa l’Europa, hanno portato al potere coloro che attualmente impediscono qualsiasi soluzione razionale a questo conflitto, che gli stessi Stati Uniti hanno scatenato.
Ma questo è il modo in cui lo stanno presentando ora:
…per ristabilire condizioni di stabilità strategica in tutto il continente eurasiatico e mitigare il rischio di conflitto tra la Russia e gli Stati europei.
(NSS, pag. 25)
Quindi gli Stati Uniti stanno agendo come se questo fosse il loro piano, anche se in realtà sono stati proprio loro a causare il problema. E qual è l’obiettivo? Cosa intendono dire con questo? “Plasmare le relazioni europee con la Russia”, “ripristinare le condizioni per la stabilità strategica”. Che cos’è la stabilità strategica e per chi? Chi considererà questa stabilità? Sarà la Russia a considerarla tale o saranno gli Stati Uniti a considerarla tale in termini di dominio statunitense nella regione?
È nell’interesse fondamentale degli Stati Uniti negoziare una rapida cessazione delle ostilità in Ucraina, al fine di stabilizzare le economie europee, prevenire un’escalation o un’espansione involontaria della guerra e ristabilire la stabilità strategica con la Russia, nonché consentire la ricostruzione postbellica dell’Ucraina per garantirne la sopravvivenza come Stato vitale.
(NSS, pag. 25)
Ancora una volta: «Ripristinare la stabilità strategica con la Russia». Cosa significa questo al momento attuale? L’equilibrio di potere in Europa è tale che la Russia sta vincendo questa guerra per procura che gli Stati Uniti stanno conducendo contro di essa in Ucraina. La Russia sta costituendo un esercito enorme che sta sopraffacendo gli sforzi congiunti degli Stati Uniti e di tutti i loro alleati europei sul campo di battaglia.
Cosa intendono quindi per “stabilità strategica ripristinata”? Una stabilità in cui gli Stati Uniti sono la potenza dominante in Europa e la Russia perde influenza. Questo è il piano.
Come descritto, molte persone cadono nell’illusione e presumono che ciò significhi un buon rapporto con la Russia. Ma non c’è mai stato un rapporto del genere tra gli Stati Uniti e la Russia. Esisteva solo tra l’Europa e la Russia, e gli stessi Stati Uniti lo hanno distrutto, anche durante la prima amministrazione Trump.
E poi c’è questo:
Il nostro obiettivo dovrebbe essere quello di aiutare l’Europa a correggere la sua attuale traiettoria. Avremo bisogno di un’Europa forte che ci aiuti a competere con successo e che lavori di concerto con noi per impedire a qualsiasi avversario di dominare l’Europa.
(NSS, pag. 26)
“Competere”. Competere in che senso? Per gli Stati Uniti, si tratta di mantenere ed espandere il proprio dominio sul pianeta “e collaborare con noi per impedire che un avversario domini l’Europa”. Quindi, ancora una volta, non stanno parlando della minaccia rappresentata da Russia e Cina. Ma di quale avversario stanno parlando che potrebbe dominare l’Europa? Può trattarsi solo della Russia. Stanno aumentando la spesa della NATO esclusivamente per continuare a confrontarsi con la Russia e minacciarla.
E così gli Stati Uniti si limitano a dire: «Beh, vogliamo porre fine al conflitto in Ucraina e vogliamo la stabilità strategica con la Russia». Lasciano vago il significato concreto di questa affermazione, e ogni tentativo della Russia di negoziare una soluzione concreta non porta a nulla.
La cessazione delle ostilità in Ucraina non significa quindi pace tra Ucraina e Russia né una vera fine del conflitto per gli Stati Uniti. Potrebbe significare un congelamento della linea del fronte, che è esattamente ciò di cui gli Stati Uniti hanno parlato fin dall’inizio. Ogni singola proposta che hanno fatto alla Russia è stata un congelamento, non una fine del conflitto con l’affrontare le vere cause della guerra.
E, naturalmente, la direttiva che il Segretario alla Guerra Hegseth ha presentato in Europa a febbraio è ancora valida: Minsk 3.0. Ecco perché non entrano nei dettagli in questa NSS 2025.
Ma perché dovremmo supporre che la NSS 2025 conterrà qualcosa di diverso da quanto presentato dal ministro della Guerra Hegseth, ovvero Minsk 3.0? Tutte le proposte che gli Stati Uniti hanno fatto finora alla Russia sono state copie fedeli di Minsk 3.0, che prevede il congelamento del conflitto e il contenimento della Russia in Ucraina, mentre gli Stati Uniti attuano la divisione internazionale del lavoro e la sequenza strategica qui presentata nei confronti della Cina e poi tornano alla Russia, come hanno praticamente annunciato?
E quale sarà allora il ruolo dell’Europa?
Coltivare la resistenza alla traiettoria attuale dell’Europa all’interno delle nazioni europee; aprire i mercati europei ai beni e ai servizi statunitensi e garantire un trattamento equo ai lavoratori e alle imprese statunitensi.
(NSS, pag. 27)
Gli Stati Uniti si stanno imponendo all’Europa escludendo tutte le altre possibili alternative. Ad esempio, gli Stati Uniti vendono all’Europa gas naturale liquefatto, che è molto più costoso degli idrocarburi russi. Questo programma è in corso sin dalla prima amministrazione Trump, che aveva già autorizzato la costruzione dei gasdotti. Il presidente Trump non solo ha imposo sanzioni alla Russia a causa del Nord Stream, ma anche a causa della sua costruzione.
Questo è ciò che intendono per condizioni eque: gli Stati Uniti eliminano le alternative e costringono l’Europa ad accettare i propri beni, servizi e controllo.
Medio Oriente e Africa
L’America avrà sempre interessi fondamentali nel garantire che le forniture energetiche del Golfo non cadano nelle mani di un nemico dichiarato, che lo Stretto di Hormuz rimanga aperto, che il Mar Rosso rimanga navigabile, che la regione non sia un incubatore o un esportatore di terrorismo contro gli interessi americani o la patria americana e che Israele rimanga sicuro. Possiamo e dobbiamo affrontare questa minaccia ideologicamente e militarmente senza decenni di guerre inutili di “nation-building”. Abbiamo anche un chiaro interesse ad estendere gli Accordi di Abramo ad altre nazioni della regione e ad altri paesi del mondo musulmano.
(NSS, pag. 28 e segg.)
In sostanza, l’obiettivo è quello di consolidare il controllo sul Medio Oriente attraverso guerre per procura e operazioni militari brevi e intense, piuttosto che attraverso guerre di ricostruzione nazionale. L’obiettivo è lo stesso, solo l’approccio è leggermente diverso, come dimostra la transizione avvenuta dal 2011 dall’occupazione statunitense dell’Iraq alle guerre per procura condotte dagli Stati Uniti contro diverse nazioni della regione. E la NSS 2025 non fa altro che riconoscere questa transizione.
E poi l’Africa è quasi una nota a piè di pagina. Ci sono letteralmente solo tre brevi paragrafi nella NSS 2025. Essenzialmente, si tratta di fare esattamente la stessa cosa ovunque, dall’America Latina all’Europa, all’Asia e al Medio Oriente: eliminare i governi che non sono d’accordo con noi e non si sottomettono a noi, collaborare con quelli che abbiamo già soggiogato politicamente, usare i terroristi come pretesto per mantenere la nostra presenza in tutti questi luoghi, ottenere l’accesso alle risorse naturali dell’Africa e impedire ad altre nazioni di farlo.
Conclusione
Nel complesso, è chiaro che la NSS 2025 è una continuazione della Dottrina Wolfowitz, aggiornata per l’anno 2025. È praticamente indistinguibile dalla versione del 1992.
La Casa Bianca parla apertamente del dominio degli Stati Uniti, non solo negli Stati Uniti stessi e nell’emisfero occidentale, ma anche a livello globale. Parla anche in modo esplicito e approfondito della necessità per gli Stati Uniti di dominare l’Asia, escludendo al contempo qualsiasi possibilità che un concorrente non appartenente all’emisfero occidentale possa svolgere attività commerciali significative nell’emisfero occidentale.
Abbiamo presentato tutte queste citazioni in dettaglio per mostrare che dietro frasi a volte dal suono accattivante si nasconde l’ovvia realtà della continuità nell’agenda. Se ci si limita a una manciata di citazioni accuratamente selezionate che potrebbero essere interpretate come una sorta di sconvolgimento nella politica estera degli Stati Uniti, si trascura la tecnica psicologica che sta dietro di esse. E si trascura il nucleo delle dichiarazioni. Non c’è alcun reale cambiamento geopolitico. Si tratta della dottrina Wolfowitz rinnovata. E continuerà ad esserci.
Non ha senso trattenere il respiro e sperare in un cambiamento nei prossimi sei mesi o più, o addirittura fino alla fine dell’amministrazione Trump. Non accadrà.
Anche coloro che pensavano che il presidente Trump avrebbe combattuto contro lo Stato profondo e posto fine a tutte le guerre sono stati ingannati. Da circa un anno ormai non si registrano praticamente cambiamenti positivi in tal senso. La situazione è diventata più pericolosa e disperata in tutto il mondo, e continuerà ad esserlo.
Le persone che si rifugiano in desideri irrealizzabili e fantasie rifiutano di unirsi alle voci dell’opposizione. Ma dovremmo tutti alzare la voce contro queste politiche, sensibilizzando l’opinione pubblica su ciò che sta realmente accadendo, al contrario di ciò che gli Stati Uniti vogliono farci credere.
Dovremmo alzare la voce a favore del multipolarismo, invece di lasciarci ingannare da questa dottrina di Wolfowitz riproposta dall’amministrazione Trump, proprio come tutte le altre amministrazioni che l’hanno preceduta.
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Ma guarda un po’! Oggi in tribunale il Dipartimento di Giustizia ha ufficialmente ritirato la falsa accusa secondo cui Maduro sarebbe stato il capo del fittizio “Cartello dei Soli”, che non è mai esistito. Ora che è stato catturato, non c’è più bisogno di recitare, capite? Comodo, no?
Il Dipartimento di Giustizia ha ritirato una dubbia accusa contro il presidente Nicolás Maduro che l’amministrazione Trump aveva promosso lo scorso anno per gettare le basi per rimuoverlo dal potere in Venezuela: accusarlo di guidare un cartello della droga chiamato Cartel de los Soles.
Questa amministrazione e il Dipartimento di Giustizia in particolare possono cadere ancora più in basso? Dopo i loro “giochi di prestigio” con i documenti su Epstein, era difficile credere che potessero o volessero farlo.
Tutto ciò senza contare il fatto che l’atto d’accusa stesso ora appare leggermente diverso rispetto alle accuse mosse contro Maduro prima della sua cattura, che erano state utilizzate per dipingerlo come il più grande boss criminale del mondo:
Ma ormai poco importa, dato che l’amministrazione Trump ha abbandonato ogni pretesa di rispettare leggi, restrizioni o codici morali: ha semplicemente dichiarato il diritto degli Stati Uniti di prendersi tutto ciò che vogliono in virtù del loro status di superpotenza.
Rubio ha persino dichiarato che “non gli interessa cosa pensa l’ONU”, mentre l’ambasciatore statunitense presso l’ONU ha spiegato senza mezzi termini che il motivo per cui è stato attuato il cambio di regime in Venezuela è perché gli Stati Uniti ” non possono permettere che i loro avversari controllino le più grandi riserve di petrolio del mondo”:
Dillo alla Cina, i cui avversari controllano il più grande produttore mondiale di chip per computer, TSMC. Anche la Russia non può permettere che i suoi avversari controllino il più grande granaio del mondo e i giacimenti minerari del Donbass. È tutto ciò che la Russia avrebbe dovuto dire all’ONU per ottenere la sua approvazione prima di invadere l’Ucraina?
È semplicemente incredibile come gli Stati Uniti abbiano smantellato la facciata fiabesca costruita in anni di contorsioni mentali neoconservatrici in stile PNAC e giustificazioni malcelate per le varie guerre di espansione imperiale e le infinite campagne di bombardamenti, passando semplicemente all’azione: niente più scuse o razionalizzazioni fasulle, prendiamo il petrolio perché lo vogliamo e ne abbiamo diritto, tutto qui! Se solo Dick Cheney e Donald Rumsfeld fossero qui per testimoniare la bellezza di questa semplicità!
Questo fatto non è sfuggito all’ambasciatore russo presso l’ONU, che ha giustamente protestato:
“Siamo particolarmente sconcertati dal cinismo senza precedenti con cui Washington non ha nemmeno tentato di nascondere i veri obiettivi della sua operazione criminale”.
“Hai parlato con (le compagnie petrolifere) prima che l’operazione avesse luogo?”
Trump: «Sì. Prima e dopo. Vogliono entrare e faranno un ottimo lavoro».
E a proposito di intrighi, continuano a circolare voci secondo cui la caduta di Maduro sarebbe stata causata da un tradimento dietro le quinte, proprio come sospettavamo:
Il WSJ scrive che un rapporto “recentemente classificato” descrive come la CIA sia stata responsabile di aver convinto Trump che Delcy Rodriguez fosse la persona giusta, piuttosto che il potenziale fantoccio Machado:
Come indizio, stanotte a Caracas si è verificata una raffica di colpi d’arma da fuoco, secondo quanto riferito nei pressi del palazzo presidenziale, con voci che parlavano di un colpo di stato in corso da parte degli estremisti guidati dal ministro dell’Interno Diosdado Cabello contro Delcy Rodriguez:
Tuttavia, poco dopo la notizia è cambiata: un drone è stato avvistato in volo e ha attirato il fuoco difensivo, il che ha tutte le caratteristiche di una copertura fasulla, ma chi lo sa:
È interessante, tuttavia, che sia stato possibile attivare improvvisamente un fuoco antiaereo su larga scala contro l’incursione di un minuscolo drone, mentre quando solo due notti fa una massiccia flotta di elicotteri ha sorvolato lo stesso palazzo Miraflores, non si è sentito alcun rumore né è stato sparato alcun colpo.
Infatti, Hegseth ha anche rivelato i dettagli su come Maduro avesse solo tre minuti per scappare dopo che sua moglie lo aveva informato di aver sentito il rumore di un aereo in avvicinamento. Questo indica chiaramente un tradimento nei confronti di Maduro da parte del suo apparato militare, dato che non ha ricevuto alcun preavviso dalla catena di comando, che avrebbe dovuto rilevare da tempo l’avvicinarsi degli aerei da combattimento, o almeno le esplosioni che erano già state provocate dai vari attacchi che la task force americana stava sferrando su tutto il Paese. Se fosse vero, il fatto che Maduro abbia dovuto fare affidamento sulle orecchie di sua moglie ci dice tutto ciò che c’è da sapere sul suo isolamento pianificato e sul blackout informativo:
Al di là della “nebbia di guerra” della propaganda, il Venezuela sembra continuare la sua resistenza, mentre l’amministrazione Trump sta semplicemente bluffando per “controllare la situazione”: resta da vedere quanto tempo potrà durare.
È stata dichiarata la mobilitazione generale in Venezuela – Wall Street Journal
Le forze armate sono state messe in stato di massima allerta ed è stato introdotto un “regime militare” per i lavoratori dell’industria petrolifera e di una serie di altri settori chiave.
“Si ordina la mobilitazione immediata delle forze armate nazionali in tutto il Paese e l’uso del potenziale di potenza nazionale disponibile per respingere l’aggressione straniera… La militarizzazione delle infrastrutture statali, dell’industria petrolifera e di altre importanti industrie statali. Il personale di tali imprese sarà temporaneamente sottoposto al regime militare”, si legge nel documento.
Il decreto ordina inoltre il rafforzamento delle pattuglie e della sicurezza alle frontiere terrestri, aeree e marittime del Paese.
Ora si tratta di un gioco al massacro, per vedere chi batterà ciglio per primo. Sappiamo che Trump mantiene il suo potere di diplomazia delle cannoniere, ma dobbiamo ancora vedere quanto le forze armate statunitensi possano realmente fare quando si arriverà al dunque e la parte “teatrale” dello scambio sarà giunta al termine.
Nel frattempo, le cose continuano a non quadrare del tutto per noi tipi cerebrali.
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Vale anche la pena menzionare il brillante piano di Donroe Donnie per la grande operazione di estrazione della “ricchezza” in Venezuela. Vedete, come al solito, sono i contribuenti a dover pagare il conto, mentre le compagnie petrolifere se ne vanno allegramente in banca, ridendo di gusto:
Vedi, si dice che le compagnie petrolifere non siano proprio entusiaste di tornare su quel mercato perché gli attuali prezzi globali del petrolio non rendono redditizia l’estrazione e la raffinazione del difficile tipo di petrolio venezuelano. Ma non preoccupatevi, Donnie pagherà il conto, o meglio, lo pagherete voi: cosa pensavate che intendesse con “l’enorme quantità di denaro” che dovrà essere “rimborsata da noi“? Avete dimenticato il credo del capitalismo di Stato americano? Socializzare le perdite, privatizzare i profitti.
Diamine, se gli americani non ne trarranno alcun profitto, allora chi è a guadagnare da tutta questa guerra e dal terrore economico? Il giornalista mainstream qui sotto sembrava avere un’idea:
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La Cina descrive la pressione esercitata dagli Stati Uniti come la sfida più grande allo sviluppo pacifico del Paese, mentre gli Stati Uniti descrivono la Cina come una sfida globale, sistemica e a lungo termine.
La pubblicazione simultanea di due importanti documenti – la Strategia di sicurezza nazionale 2025 (NSS 2025) degli Stati Uniti e La sicurezza nazionale della Cina nella nuova era – ha segnato un cambiamento fondamentale nel modo in cui le due superpotenze percepiscono il contesto strategico, definiscono gli obiettivi a lungo termine e modellano le loro future interazioni. È interessante notare che entrambi i documenti sono stati pubblicati in un momento in cui la competizione tra Stati Uniti e Cina era passata da una fase reattiva e improvvisata a una fase più stabile e strutturale. Le indicazioni contenute in questi due documenti sulla strategia di sicurezza pubblicati nel 2025 forniscono le basi teoriche e pratiche per prevedere la traiettoria delle relazioni bilaterali nel 2026 e oltre. Da ciò emerge un quadro completo e articolato della competizione, che tuttavia contiene anche alcune aree di cooperazione limitata e condizionata.
Una somiglianza sorprendente è che entrambi descrivono l’altro come una fonte diretta di rischio strategico. La Cina descrive la pressione esercitata dagli Stati Uniti come la sfida più grande allo sviluppo pacifico della Cina, mentre gli Stati Uniti descrivono la Cina come una sfida globale, sistemica e a lungo termine.
Inoltre, anche la percezione che i due paesi hanno della struttura dell’ordine internazionale mostra una convergenza. Gli Stati Uniti continuano a considerarsi un pilastro dell’ordine basato sulle regole formatosi dopo la Guerra Fredda, concentrandosi sulla libertà di navigazione, la trasparenza economica, le alleanze di sicurezza e gli standard di governance globale. La NSS 2025 afferma che gli Stati Uniti devono proteggere un ordine internazionale equo, aperto e stabile contro le potenze che cercano di rimodellarlo a proprio vantaggio. La Cina, descrivendo il mondo come in un periodo di sconvolgimenti senza precedenti, sottolinea la necessità di riformare il sistema di governance globale per riflettere il mutato equilibrio di potere. Ciò rivela una fondamentale asimmetria nella definizione della legittimità dell’ordine internazionale basato su regole sostenuto dagli Stati Uniti e conferma che la competizione tra le due parti non è un disaccordo temporaneo, ma un confronto a lungo termine su visioni sistemiche. In questo contesto, l’allineamento strategico tra Stati Uniti e Cina rimarrà probabilmente minimo, mirato principalmente ad evitare conflitti e gestire le crisi.
Tuttavia, le differenze nella logica comportamentale sono evidenti. Ciascuna delle parti ritiene di agire per proteggere la stabilità, ma l’incompatibilità nella percezione rende la stabilità di una parte una minaccia per l’altra. La NSS 2025 sottolinea la necessità di rafforzare la presenza avanzata nella regione indo-pacifica, consolidando le alleanze chiave con Giappone, Corea del Sud e Australia, espandendo al contempo la cooperazione in materia di sicurezza con i paesi del Sud-Est asiatico. Il documento descrive inoltre il QUAD con l’India come un pilastro dell’architettura di sicurezza regionale. Dall’altra parte, la Cina dimostra chiaramente il proprio impegno verso una modernizzazione completa della difesa, potenziando le proprie capacità navali, aeree e missilistiche per mantenere una difesa efficace contro qualsiasi interferenza esterna. L’enfasi sulle capacità di anti-accesso/negazione dell’area (A2/AD) dimostra che il PLA continua a dare priorità alla prevenzione della presenza militare statunitense nei punti caldi vicino alla Cina. Questi due approcci creano una struttura di confronto “fredda all’esterno, calda all’interno”, in cui entrambe le parti vogliono evitare la guerra ma non sono disposte a scendere a compromessi. Questo è anche il motivo per cui punti caldi come il Mar Cinese Meridionale, il Mar Cinese Orientale e lo Stretto di Taiwan comportano sempre il rischio di scontri militari.
Per quanto riguarda la questione di Taiwan, nella NSS 2025 gli Stati Uniti si oppongono fermamente a qualsiasi azione unilaterale volta a modificare lo status quo, ribadendo al contempo il proprio impegno a sostenere le capacità di difesa di Taiwan in conformità con il Taiwan Relations Act. Questa formulazione mantiene una posizione strategicamente ambigua, ma allo stesso tempo aumenta la deterrenza, poiché Washington sottolinea la necessità di costruire una capacità di difesa asimmetrica per Taipei. Al contrario, il Libro bianco sulla sicurezza della Cina confuta con forza la posizione occidentale secondo cui lo status di Taiwan è indeterminato, affermando che l’unificazione è il suo interesse fondamentale più importante e una linea rossa invalicabile.
Il commercio, la tecnologia e le catene di approvvigionamento sono assi strutturalmente cruciali della concorrenza. La Strategia nazionale per la catena di approvvigionamento (NSS) 2025 identifica la “riduzione della dipendenza strategica” dalla Cina nei settori dei semiconduttori, dell’energia pulita, delle batterie, delle terre rare, dei prodotti farmaceutici e della tecnologia digitale. Gli Stati Uniti sostengono la creazione di una “catena di approvvigionamento resiliente”, dando priorità alla cooperazione con partner affidabili e ampliando le politiche di controllo delle esportazioni. La Cina risponde con una strategia di “autosufficienza tecnologica” e “circolazione interna come pietra angolare, combinata con una circolazione esterna ampliata”, con l’obiettivo di ridurre la dipendenza dall’Occidente per le tecnologie di base. Queste due tendenze parallele portano alla graduale formazione di due ecosistemi economici e tecnologici separati, con regole, catene del valore e standard tecnici diversi. In questo contesto, la concorrenza non è solo una questione di mercato, ma diventa una questione di sicurezza nazionale. Nel 2026, il settore tecnologico dovrebbe essere uno dei più caldi, con la possibilità di ulteriori misure di controllo sui chip, l’intelligenza artificiale, la tecnologia quantistica e azioni di ritorsione da parte della Cina.
Un altro asse di competizione meno esplicito ma abbastanza chiaramente menzionato è quello della sicurezza non tradizionale, in particolare il cyberspazio e lo spazio esterno. Gli Stati Uniti considerano la Cina il loro principale rivale nelle campagne di intrusione informatica, nel furto di proprietà intellettuale e nell’influenza informativa, e stanno aumentando gli investimenti nei sistemi satellitari, nella tecnologia spaziale e nella difesa missilistica. La Cina, dal canto suo, mette in guardia dalle “minacce provenienti dal cyberspazio e dallo spazio esterno poste da alcune nazioni che cercano di mantenere il dominio monopolistico”, prendendo implicitamente di mira gli Stati Uniti e i loro alleati. Ciò indica che la competizione tra Stati Uniti e Cina si è estesa dal terreno al digitale e allo spazio esterno, aree in cui il diritto internazionale è ancora incompleto, aumentando il rischio di incomprensioni. Il 2026 vedrà probabilmente un’accelerazione nella corsa ai satelliti, ai sistemi di navigazione e alla militarizzazione della tecnologia spaziale.
Guardando al quadro generale dei suddetti assi competitivi, le relazioni tra Stati Uniti e Cina nel prossimo periodo continueranno a seguire la traiettoria di “controllo competitivo – cooperazione minima – dialogo per evitare rischi”. Si tratta di un modello in cui la competizione è lo stato predefinito, la cooperazione appare solo in settori essenziali come il cambiamento climatico, il controllo delle pandemie o la stabilità finanziaria globale, e il dialogo è finalizzato solo alla gestione delle crisi, non alla costruzione della fiducia. Un aspetto positivo è che entrambi i documenti riconoscono che un conflitto diretto causerebbe perdite inaccettabili. Pertanto, nonostante l’aumento della deterrenza, è probabile che entrambe le parti manterranno canali di comunicazione militari e diplomatici per ridurre al minimo gli errori di valutazione.
Il 2026 dovrebbe essere un anno di continua espansione della concorrenza tra Stati Uniti e Cina. La pressione nel settore tecnologico si intensificherà, poiché entrambe le parti lo considerano la base del loro dominio di potere. La regione indo-pacifica continuerà a essere un campo di battaglia chiave, con il potenziale di attività militari nel Sud-Est asiatico, nel Mar Cinese Meridionale e nello Stretto di Taiwan. Le catene di approvvigionamento globali continueranno a separarsi, costringendo le nazioni di medie dimensioni ad adeguare le loro strategie. Il livello di concorrenza nei settori della sicurezza non tradizionale aumenterà in modo significativo. Nel complesso, è improbabile che le relazioni bilaterali registrino una svolta positiva, a meno che shock geopolitici non costringano le due parti a una cooperazione più profonda.
Tuttavia, la concorrenza non implica necessariamente un conflitto, e sia Washington che Pechino hanno interesse a mantenere una relativa stabilità per garantire la crescita ed evitare crisi. Ciò crea spazi ristretti per una cooperazione condizionata. Tuttavia, nel complesso, la concorrenza permeerà tutti i settori, dall’economia alla tecnologia alla sicurezza. I due documenti sulla sicurezza non sono quindi solo il risultato dell’attuale contesto strategico, ma forniscono anche dati fondamentali per comprendere meglio come le due maggiori potenze mondiali plasmeranno l’ordine internazionale nel prossimo decennio, un ordine caratterizzato da separazione regionale, multicentrico e con più livelli di potere rispetto al tradizionale modello unipolare o bipolare.
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Cina-Usa : Piani Strategici a Confronto – Con Marco Pugliese – Docente di matematica, giornalista e analista economico Cina, Stati Uniti e Russia hanno publicato i propri piani strategici di sicurezza nazionale. Definirli “piani”, però, è fuorviante. Sono indirizzi politici cui docranno seguire i piani strategici e le linee operative vere e proprie. Mancano all’appello l’Unione Europea e gli stati che la compongono. La prima semplicemente perché non è uno Stato; si sta riducendo sempre più ad una consorteria burocratica espressione degli equilibri mutevoli dei governi nazionali che la mantengono in piedi e degli indirizzi di una fazione ben precisa delle élites statunitensi. Un organismo capace solo di agire sulla base di desideri che non tengono conto della realtà e di interessi di un mondo che sta morendo. Un giardino che nasconde orrori grotteschi come quello prodotto ai danni del colonnello Baud. Morirà o si ridurrà ad un simulacro. Tutto dipenderà dall’evolversi della situazione politica degli stati che la mantengono. L’inerzia ci sta portando verso la guerra e l’irrilevanza. Giuseppe Germinario
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ESEGESI PRIMA DEL NATIONAL SECURITY STRATEGY OF THE UNITED STATES DEL NOVEMBRE 2025 (NSS 2025) NELLA DEFINIZIONE DELL’ ‘IMPERIALISMO IN FORMA’ DELL’AMMINISTRAZIONE TRUMP E PER LA COMPRENSIONE DELLA CRISI DI “LIMES” NELL’ ERMENEUTICA DEL REPUBBLICANESIMO GEOPOLITICO DEL PENSIERO MAZZINIANO SULLA MISSIONE DELL’ITALIA E DELLA TERZA ROMA
Di Massimo Morigi
Fra i vari commenti degli osservatori indipendenti dal mainstream sul National Security Strategy of the United States of America del novembre 2025 (quelli del mainstream lo hanno liquidato come semplice retorica antieuropea e, quando va bene, come frutto della confusione strategica e culturale dell’amministrazione Trump, senza addentrarsi in analisi un pochino più raffinate perché queste, inevitabilmente, riguarderebbero anche la loro intima corruzione di agenti al servizio di interessi non nazionali. NSS 2025 all’URL Wayback Machine http://web.archive.org/web/20251205045339/https://www.whitehouse.gov/wp-content/uploads/2025/12/2025-National-Security-Strategy.pdf), un punto su cui l’unanimità è stata pressoché concorde nell’affermare o sottintendere che in questo documento viene riproposto con una fortissima verve ideologica il concetto di ‘civiltà occidentale’. Ma, sorpresa delle sorprese, questa locuzione non trova cittadinanza nel documento. L’unico passaggio dove l’aggettivo ‘western’ è semanticamente rafforzativo del concetto di civiltà è a pagina 5 del documento dove si afferma: «We want to support our allies in preserving the freedom and security of Europe, while restoring Europe’s civilizational self-confidence and Western identity», dove è ben chiaro che quello che si deve difendere e rimettere in asse non sono vaghi valori di una civiltà ma la sicurezza geopolitica del Vecchio continente, una sicurezza geopolitica dove ha sì una grande importanza la ‘Western identity’ ma in cosa consista questa identità occidentale non viene meglio spiegato, a meno che non le si voglia dare (o meglio suggerire) la valenza etnico-europea della c.d. razza bianca da contrapporre alle ondate migratorie più o meno colorate, come in effetti verrà mostrato in questa comunicazione.
A pagina 11 del documento, nel secondo luogo dove si parla di civiltà, viene qui abbandonato qualsiasi esplicito riferimento alla ‘Western identity’ e si cerca di meglio definire in cosa consista questa civiltà senza però assegnarle uno specifico caratterizzante marcatore geografico d’origine, con esiti alquanto deludenti, lasciamo perdere dal punto di vista più o meno scientifico ma anche sotto l’aspetto puramente retorico: «Competence and Merit – American prosperity and security depend on the development and promotion of competence. Competence and merit are among our greatest civilizational advantages: where the best Americans are hired, promoted, and honored, innovation and prosperity follow. Should competence be destroyed or systematically discouraged, complex systems that we take for granted – from infrastructure to national security to education and research – will cease to function. Should merit be smothered, America’s historic advantages in science, technology, industry, defense, and innovation will evaporate. The success of radical ideologies that seek to replace competence and merit with favored group status would render America unrecognizable and unable to defend itself. At the same time, we cannot allow meritocracy to be used as a justification to open America’s labor market to the world in the name of finding “global talent” that undercuts American workers. In our every principle and action, America and Americans must always come first.» La civiltà si definisce quindi attraverso le virtù che essa coltiva, in primo luogo (o esclusivamente?) la competenza e il merito e, a parte questa sciocca e debole retorica, è chiaro che qui non si può parlare di Europa – per forza della suo stato delle cose anticompetitivo e burocratizzato in tutti i gangli delle varie società europee e, soprattutto, in ragione della cappa soffocante messa in atto dall’UE – e se si parla di America lo si fa non attribuendo all’America il primato sulla competenza e il merito (implicitamente si ammette che queste virtù risiedano anche all’estero) ma sottolineando il fatto che questi valori devono essere ristabiliti negli Stati Uniti. La realtà è che su questa retorica del merito e della competenza, l’Europa, molto giustamente lo si ribadisce, non può certo venire menzionata mentre per l’America, e anche qui dal documento si manifesta una innegabile verità, si tratta da valori da ristabilire ma anche che però, soprattutto, su questa linea di narrazione incombe, non nominata, quella statua del commendatore che va sotto il nome di Cina, la cui filosofia confuciana dell’ordine, del merito e della gerarchia è proprio alla base del suo sviluppo, una Cina vero e proprio ‘innominato’ nell’ambito della retorica del merito anche se in altri luoghi del documento, ovviamente, trova la sua debita trattazione nel corso di un discorso più classicamente geopolitico e meno legato alla considerazione di fattori sovrastrutturali e/o culturali.
Dalle pagine 25-27 del documento viene impiegato per le ultime due volte il concetto di civiltà, appaiandolo come nel primo esempio col sostantivo di ‘Europa’ e a buon ragione perché il discorso che vi si sviluppa inizialmente (ma per poi prendere in finale, come vedremo, una torsione tutta particolare) è essenzialmente di natura geopolitica, un geopolitica di stampo classico dove apparentemente in maniera esclusiva ed esaustiva viene sviluppato un ragionamento sulle masse territoriali euroasiatiche: «C. Promoting European Greatness. American officials have become used to thinking about European problems in terms of insufficient military spending and economic stagnation. There is truth to this, but Europe’s real problems are even deeper. Continental Europe has been losing share of global GDP – down from 25 percent in 1990 to 14 percent today – partly owing to national and transnational regulations that undermine creativity and industriousness. But this economic decline is eclipsed by the real and more stark prospect of civilizational erasure. The larger issues facing Europe include activities of the European Union and other transnational bodies that undermine political liberty and sovereignty, migration policies that are transforming the continent and creating strife, censorship of free speech and suppression of political opposition, cratering birthrates, and loss of national identities and self-confidence. Should present trends continue, the continent will be unrecognizable in 20 years or less. As such, it is far from obvious whether certain European countries will have economies and militaries strong enough to remain reliable allies. Many of these nations are currently doubling down on their present path. We want Europe to remain European, to regain its civilizational self-confidence, and to abandon its failed focus on regulatory suffocation. This lack of self-confidence is most evident in Europe’s relationship with Russia. European allies enjoy a significant hard power advantage over Russia by almost every measure, save nuclear weapons. As a result of Russia’s war in Ukraine, European relations with Russia are now deeply attenuated, and many Europeans regard Russia as an existential threat. Managing European relations with Russia will require significant U.S. diplomatic engagement, both to reestablish conditions of strategic stability across the Eurasian landmass, and to mitigate the risk of conflict between Russia and European states. It is a core interest of the United States to negotiate an expeditious cessation of hostilities in Ukraine, in order to stabilize European economies, prevent unintended escalation or expansion of the war, and reestablish strategic stability with Russia, as well as to enable the post-hostilities reconstruction of Ukraine to enable its survival as a viable state. The Ukraine War has had the perverse effect of increasing Europe’s, especially Germany’s, external dependencies. Today, German chemical companies are building some of the world’s largest processing plants in China, using Russian gas that they cannot obtain at home. The Trump Administration finds itself at odds with European officials who hold unrealistic expectations for the war perched in unstable minority governments, many of which trample on basic principles of democracy to suppress opposition. A large European majority wants peace, yet that desire is not translated into policy, in large measure because of those governments’ subversion of democratic processes. This is strategically important to the United States precisely because European states cannot reform themselves if they are trapped in political crisis. Yet Europe remains strategically and culturally vital to the United States. Transatlantic trade remains one of the pillars of the global economy and of American prosperity. European sectors from manufacturing to technology to energy remain among the world’s most robust. Europe is home to cutting-edge scientific research and world-leading cultural institutions. Not only can we not afford to write Europe off – doing so would be self-defeating for what this strategy aims to achieve. American diplomacy should continue to stand up for genuine democracy, freedom of expression, and unapologetic celebrations of European nations’ individual character and history. America encourages its political allies in Europe to promote this revival of spirit, and the growing influence of patriotic European parties indeed gives cause for great optimism. Our goal should be to help Europe correct its current trajectory. We will need a strong Europe to help us successfully compete, and to work in concert with us to prevent any adversary from dominating Europe. America is, understandably, sentimentally attached to the European continent – and, of course, to Britain and Ireland. The character of these countries is also strategically important because we count upon creative, capable, confident, democratic allies to establish conditions of stability and security. We want to work with aligned countries that want to restore their former greatness. Over the long term, it is more than plausible that within a few decades at the latest, certain NATO members will become majority non-European. As such, it is an open question whether they will view their place in the world, or their alliance with the United States, in the same way as those who signed the NATO charter [evidenziazione nostra].» Insomma, per farla breve: al netto della sparata che bisogna ristabilire la democrazia in Europa (il bue che dà del cornuto all’asino…), bisogna andare d’accordo con la Russia perché la geopolitica ci insegna che Europa e Russia fanno parte della stessa massa continentale euroasiatica e sopratutto, passaggio finale che va analizzato attentamente e da noi proprio per questo graficamente evidenziato, la Nato dovrà progressivamente essere abbandonata non tanto perché in linea di principio di ostacolo verso questo appeasement con la Russia (ed anche perché troppo costosa, entrambe queste verità non menzionate) ma perché, udite, udite, le migrazioni favorite dalla politica dell’Unione Europea e dalla maggioranza dei suoi singoli paesi favorendo una sostituzione razziale all’interno di questi paesi alterano l’originaria composizione etnica dell’Europa e la rendono così meno affidabile dal punto di vista del mantenimento degli originari obiettivi militari dell’Alleanza atlantica, diversamente dal passato quanto il Vecchio continente era omogeneo dal punto di vista etno-culturale e una NATO composta da questi paesi era totalmente affidabile e quindi strutturalmente inadeguata a proseguire finalità che non fossero la difesa della pace e la protezione contro le mire espansionistiche dell’Unione Sovietica.
A questa nostra chiosa che segnala che alla fine del passaggio evidenziato si fuoriesce da un discorso geopolitico di vecchio stampo dove quello che conta è essenzialmente la geografia e come questa quasi deterministicamente condizioni il comportamento degli attori sullo scenario internazionale, si potrebbe ribadire che, in realtà, l’accusa mossa contro l’Europa è quella di favorire l’immigrazione musulmana (oggettivamente creatrice di terribili problemi nei paesi che ne ha accettato l’apporto) e che se questa non viene menzionata in termini espliciti è perché A) negli Stati Uniti sono presenti comunità musulmane e quindi non è utile pestare la coda al cane che più o meno dorme e B) la proiezione imperialistica degli Stati Uniti non consente di disprezzare apertamente l’Islam o coloro che lo professano e, in parte, molto piccola parte, ammettiamo che sono pur presenti queste preoccupazioni ma il punto è che, se si voleva segnalare il problema unicamente dal punto di vista etno-cultural-religioso senza però voler offendere nessuno, senza volere cioè volere offendere l’Islam in quanto religione, sarebbe bastato affermare che l’Europa per colpa di queste immigrazioni non europee sta fiaccando e perdendo le sue radici cultural-religiose, sta cioè diventando una continente dove il cristianesimo rischia di diventare minoritario ed alterando quindi la sua tradizione spirituale che invece, non perché migliore delle altre ma perché costituente l’intima struttura vitale ed espressiva di queste società, deve essere tutelata. Ma il documento si guarda bene dal fare questa osservazione e quindi non si può che concludere che la preoccupazione del documento riguardo l’Europa è rivolta (almeno dal punto di vista di una retorica non dichiarata ma chiaramente sottesa) al rischio che il Vecchio continente diluisca fino ad annullarla la sua storicamente maggioritaria ed egemone componente etnica c.d. ariano-caucasica, cioè, detto ancor più semplicemente, che la c.d. razza bianca divenga una componente minoritaria soverchiata dalle altre “razze” più o meno variamente colorate.
Alla luce quindi di questa ‘interpretazione autentica’ della retorica sottesa al documento National Security Strategy of the United States of America del novembre 2025 (una Weltanschauungi cui punti riferimento sono Joseph Arthur de Gobineau, Friedrich Maximilian Müller e Houston Stewart Chamberlain) ed evidenziando altresì che l’ ‘imperialismo in forma’ dell’amministrazione Trump, oltre alla concreta applicazione pratica ed anche teorica di un realismo politico totalmente schematico ed antidialettico ma comunque con maggiori potenzialità performative rispetto alle precedenti impostazioni neocon e democratiche basate sulla mistica parareligiosa della democrazia e dei diritti umani, sembra anche stare ripercorrendo il tragitto cultural-retorico del vecchio imperialismo otto-novecentesco del fardello dell’uomo bianco, due considerazioni, una nient’affatto extravagante riguardo al tema di questa comunicazione, la seconda, invece, apparentemente eccentrica rispetto allo stesso ma, invece, strettamente correlata con la prima. Veniamo subito alla considerazione apparentemente eccentrica e riguarda la crisi di “Limes”. Senza stare a ripercorrere nel dettaglio nei nomi dei protagonisti di questa crisi e nelle loro motivazioni che li hanno indotti a lasciare la rivista, perché proprio non ne varrebbe la pena, possiamo dire che l’idea fondante di “Limes” sin dai suoi esordi è stata quella di assumere il ruolo machiavelliano di consigliere del Principe, un ruolo che, concretamente, era affidato alla notevole capacità affabulatoria del suo direttore e fondatore Lucio Caracciolo, solo che, “piccolo” dettaglio A) questa grande capacità affabulatoria, pur appoggiata nella maggior parte di casi, su una corretta conoscenza empirica delle varie realtà nazionali che si muovono sullo scenario internazionale, è sempre stata assolutamente refrattaria ad adottare una pur minima visione teorica non solo di questo scenario ma anche delle forze politico-sociali che si muovono e scontrano all’interno di questi paesi, e non è certo sufficiente a coprire questa deficienza teorica proclamare ad ogni piè sospinto che “Limes” si rifà integralmente al realismo politico se questo realismo non viene meglio precisato nelle sue articolate e dialettiche fonti teoriche e quando citate ed approvate non se ne opera una debita storicizzazione e, soprattutto, in parallelo a questa gracile e rachitica ermeneutica geopolitica, il realismo che ne risulta – cioè in “Limes” che non ne risulta – non viene calato concretamente nell’analisi concreta delle varie realtà nazionali, le quali in “Limes” vengono sì empiricamente riconosciute ma mai dinamicamente inquadrate dialetticamente sia per quanto riguarda gli agenti strategici interni sia sotto il punto di vista degli agenti strategici operanti sullo scenario internazionale. Insomma, a “Limes” il compianto Gianfranco La Grassa e la sua teoria degli agenti strategici risultano ampiamente non pervenuti, cosa che invece, pur nella modestia dei suoi mezzi, può ben essere rivendicata dall’ “Italia e il Mondo”, come anche, nella modestia dei suoi mezzi intellettuali, risulta pervenuta al sottoscritto attraverso il paradigma del Repubblicanesimo Geopolitico. Ma come si dice, si potrebbe predicare male (cioè nel caso di “Limes” col suo realismo dimidiato, non sufficientemente bene) ma razzolare bene ma è proprio sul realismo concretamente praticato ed applicato pro domo sua la falla maggiore di “Limes”, perché l’idea di fungere da consigliere del Principe può avere un pur minimo senso se esiste un Principe che voglia veramente insignorirsi di una data realtà territoriale, cosa che invece non esiste in Italia perché la sua forma di potere politico può essere definita, come ho affermato nel mio precedente intervento sull’ “Italia e il Mondo”, una ‘polioligarchia eterodiretto-competitiva’: insomma gli agenti strategici nazionali non aspettano certo i consigli del Caracciolo di turno ma prendono ordini e consigli direttamente dagli Stati Uniti. Da qui la crisi di “Limes” che si inserisce nel quadro in radicale e tumultuoso mutamento che se un tempo gli agenti strategici nazionali potevano sopportare di buon grado e far finta di gradire le edulcorate lezioncine di “Limes” che nell’ambito di una ripetuta (e sincera) proclamata fedeltà della rivista alle ragioni della NATO, cercava di indicare una via nazionale entro cui far muovere questa fedeltà, oggi per “Limes” diventa tutto più difficile perché l’amministrazione Trump è la forza politico-strategica che solo al momento, e pur fra mille contraddizioni, è prevalente all’interno degli Stati Uniti e facendo quindi sì che “Limes” e il suo direttore abbiano dovuto abbandonare la litania dell’importanza di affidarsi senza se e senza ma alle ragioni degli Stati Uniti ricondotti fino ad ora se non ad un blocco più o meno unitario certamente a conflittualità perlomeno controllata nella dialettica fra amministrazione ed opposizione, ma abbia deciso di scegliere e sposato espressamente le ragioni delle forze strategiche che fanno capo all’amministrazione Trump. E questo non può essere accettato da nessuno degli agenti strategici nazionali che in passato erano fidelizzati solo apparentemente alle lezioncine di Caracciolo. Da una parte, coloro che continuano a coltivare rapporti diretti con le componenti neocon americane e con quelle democratiche e retoricamente proseguono nel canto propagandistico di queste due correnti politico-ideologiche statunitensi che pur nella loro polarità destra/sinistra si fanno chiassosamente portavoce dei diritti dell’uomo e della democrazia da esportazione manu militari, e qui ci si sta riferendo ai personaggi che ora hanno lasciato “Limes”. Dall’altra parte, dalla parte cioè dei “patrioti” al governo ora molto vicini a Trump, senza potersi aspettare a favore di “Limes” alcuna sponda significativa, visto che nei loro rapporti sottomissivi ed autoreferenziali verso questa amministrazione essi sono benissimo in grado di servirsi da soli, come del resto hanno fatto sempre coloro che a parole dicevano ad ogni piè sospinto di far tesoro delle parole di Caracciolo.
Veniamo ora alla considerazione non eccentrica sul documento del National Security Strategy of the United States of America del novembre 2025 riguardante l’Italia e collegandoci al discorso appena svolto per “Limes” possiamo metterla in questo modo: così come “Limes” e il suo direttore si sono sempre illusi prima di fare il consigliere degli italici Principi in un quadro di conflitto strategico all’interno degli Stati uniti apparentemente sotto controllo e sono ancora più illusi ora di cavar fuori qualcosa di buono in termini di consiglio per i nostri locali Principi appoggiandosi ad un’amministrazione perennemente in lotta nella società americana ed anche al suo interno per tentare di imporre la sua egemonia politico-culturale (nel mio precedente intervento sull’ “Italia e il Mondo”, Massimo Morigi, Tassonomia prima degli idealtipi delle principali forme del potere politico in conformità alla dialettica del paradigma realistico del Repubblicanesimo Geopolitico a proposito de le questioni russe al di là dell’Ucraina di George Friedman, documento all’URL Wayback Machine https://web.archive.org/web/20251206192330/https://italiaeilmondo.com/2025/12/06/tassonomia-prima-degli-idealtipi-delle-principali-forme-del-potere-politico-in-conformita-alla-dialettica-del-paradigma-realistico-del-repubblicanesimo-geopolitico-a-proposito-de-le-questi/, ho definito la forma del potere “democratico” statunitense ‘polioligarchia stasististico-competitiva’ per evidenziare la perenne guerra civile che percorre quel paese), altrettanto si illudono i nostri “patrioti” al governo che da un ‘imperialismo in forma’ come quello dell’amministrazione Trump, un ‘imperialismo in forma’ che ripercorre le retoriche dell’uomo bianco e ariano-etniche dell’imperialismo ottocentesco, possa uscire qualcosa di buono per l’Italia e questo per due motivi. Il primo è che nonostante il suo debolissimo senso identitario inteso in senso strettamente nazionalistico, la sua vera identità spirituale è quella informata al un suo profondo cattolicesimo culturale, e ciò implica che se in via ipotetica possono essere accettate forme più o meno larvate di islamofobia, l’Italia non può assolutamente far proprio un discorso suprematista bianco così come emerge dal documento in questione e, come c’è da pensare, realmente profondamente radicato all’interno del mondo dell’amministrazione Trump. Il secondo è che è proprio il discorso suprematista bianco a porre un ostacolo proprio da parte di coloro che vi si identificano a far inserire a pieno titolo l’Italia e il suo popolo in questa ristretta ed esclusiva cerchia razziale, perché dal punto di vista dell’amministrazione Trump e dei circoli politico-culturali che ruotano attorno alla sua amministrazione il posto destinato all’Italia e al suo popolo non è altro che quella di ascari fedeli in quanto bianchi di serie B se proprio si vuole essere generosi, con tutte le concrete conseguenze politico-culturali che è facile immaginare (ricordiamo che in origine, nella razzista America ora rinnegata, ma solo apparentemente, gli italiani non erano considerati facenti parte della c.d. razza bianca, pur essendo il loro fenotipo quanto di più distante si potesse immaginare dalla popolazione di origine africana).
E quindi, se di consiglieri i Principi nazionali non hanno mai saputo cosa farsene e dei Principi italiani amici di quelli ora a al timone degli Stati Uniti la realtà ne decreterà ugualmente l’inutilità e la ridicolaggine, che fare? Molto semplice a dirsi anche se estremamente arduo nella realizzazione: impegnarsi a costruire una reale didattica nazionale che nella odierna crisi degli stati-nazione, sappia ritrovare le ragioni esistenziali del perché l’Italia è (ancora) una nazione e, se vogliamo cogliere un lato positivo del documento esaminato, è che questo chiaramente individua la necessità geopolitica prima ancora che culturale di individuare – anche se solo riferite agli Stati Uniti e da un punto di vista suprematista – queste ragioni (un suggerimento, oltre ovviamente a William Faulkner e ad Harper Lee, per cogliere la formaperfetta del sentire suprematista americano e senza, peraltro, che nel documento proposto vi sia alcuna forma di distanziamento verso questo fenomeno: il film del 1915 di David Wark GriffithThe Birth of a Nation, bellissimo esteticamente e terribile nella sua ingenuità razzista e nella sua apologia del Ku Klux Klan). Alla luce, inoltre, del fatto che la ricerca dell’individuazione/creazione di queste ragioni non è proprio un’invenzione dell’amministrazione Trump e/o di suprematisti e/o dichiaratamente razzisti ma è una ricorrenza costante delle forme di potere genericamente definibili come ‘polioligarchie competitive’ (cioè le c.d. democrazie rappresentative per le quali si rinvia ancora al mio ultimo intervento sull’ “Italia e il Mondo”) e, senza voler fare un elenco dei modelli di costruzione identitaria praticati nel corso della storia (non solo dalle c.d. democrazie rappresentative ma anche dalle forme di potere informate a modelli tradizionalisti che le hanno precedute, ma in questo caso le costruzioni identitarie hanno ritmi collocabili più nella “lunga durata” che nella costante e frenetica giustificazione di un potere che non riesce mai a tenere fede alle promesse “democratiche”), dal punto di vista del Repubblicanesimo Geopolitico non è inutile segnalare che nella nostra storia d’Italia abbiamo l’esempio di un pensatore che non ha nulla a spartire con l’ideologia sottesa al documento esaminato ma che ugualmente era ben consapevole che una nazione “democratica” come è oggi concepita e praticata attraverso la c.d. democrazia rappresentativa ma senza un’idea del proprio essere nel consesso internazionale e senza che questa idea sia condivisa da tutto il popolo e nella rappresentazione che esso ha di sé proiettata al di là delle semplici contingenze politiche del momento, è destinata ad immiserirsi fino a scomparire.
A questo proposito Mazzini parlava di una vera e propria missione dell’Italia che avrebbe dovuto porsi alla guida politico-militare di tutti i popoli nel processo da loro autonomamente intrapreso per la liberazione dalle dominazioni straniere. Ora se il lato utopistico di quest’idea di un’Italia che assume il comando della liberazione dei popoli è di tutta evidenza, non è altrettanto evidente l’improponibilità dell’idea di un’Italia che proprio in ragione della consapevolezza della sua storia fatta di dominazioni straniere rifiuta alla radice qualsiasi discorso falsamente universalistico (altrimenti detto, diritti umani e democrazia da esportazione con le armi) così come suprematistico (proprio in ragione delle sue profonde radici universalistiche cattoliche), facendosi internazionalmente il più eloquente e prestigioso portavoce, proprio in ragione della sua storia événementielle e della sua più profonda e significativa tradizione culturale, ideologica e politica, del non fungibile diritto di ogni popolo a trovare la sua unica e non sindacabile dall’esterno via all’autogoverno. Si tratterebbe, in altre parole, di poggiare la nuova pedagogia identitaria nazionale sulla teologia politica dei due filoni fra i più profondi, anche se nell’Ottocento confliggenti, della nostra tradizione politico-culturale nazionale, vale a dire l’universalismo cattolico italiano (di cui, fra l’altro, un sotterraneo rizoma non sottoposto a sufficiente riconoscimento ermeneutico in questo suo legame è il marxismo umanistico e volontaristico di Antonio Gramsci che, con la sua filosofia della prassi poggiata sull’unione dialettica fra oggetto e soggetto agente sullo stesso, una filosofia della prassi con profonde analogie alla mazziniana endiade ‘pensiero e azione’, ha posto le basi perché con un pensiero marxista teoricamente vivo e politicamente espressivo se ne dovranno fare i conti per molto tempo ancora, e una gramsciana filosofia della prassi di cui il Repubblicanesimo Geopolitico riconosce tutta la sua fondante importanza per la sua teoresi) e il mazzinianesimo, in particolare nella sua declinazione geopolitico-idelogica del cosmopolitismo delle nazioni, nell’ambito del concreto quadro del multipolarismo in via di una sempre più tumultuosa affermazione, un multipolarismo il cui orizzonte etico-politico è proprio l’idea mazziniana che ai popoli non possono essere imposti dall’esterno ridicoli e nefasti schemi ideologici essendo, per Mazzini, il loro unico dovere quello di essere responsabili di fronte a Dio del mantenimento della propria identità e libertà nell’armonioso consesso di tutti gli altri popoli (questo armonioso consesso di libere nazioni Mazzini lo definiva ‘cosmopolitismo delle nazioni’, concetto con profonde analogie con la Weltanschaung condivisa di coloro che si rifanno dal punto di vista assiologico, teorico e politico al processo del multipolarizzazione). Un compito immane ma almeno storicamente con solide e reali fondamenta, una missione per l’Italia del futuro che riprende e aggiorna la missione che per l’Italia aveva pensato Mazzini. In mancanza di questa nuova pedagogia nazionale di matrice mazziniana poggiante a sua volta sull’universalismo di matrice cattolica (e notiamo en passant che l’universalismo cattolico non è altro che il riverbero alto e basso medievale del mito universalistico della Città Eterna portatrice di civiltà a tutti i popoli del mondo che Roma antica amava attribuire a sè, un riverbero che ebbe profondissima influenza anche nel pensiero mazziniano attraverso il mito della Terza Roma, la Roma, cioè, del popolo che sarebbe stata per Mazzini la legittima erede della Roma dei Cesari e della Roma dei Papi, e mito della Terza Roma che agisce tuttora anche come una sorta di teologia politica abscondita per quanto riguarda la Russia, ma anche mito della Terza Roma espressamente ripreso da Aleksandr Dugin nell’ambito della sua concezione assiologico-geopolitica dell’euroasiatismo… ), il futuro ci riserverà ancora (poco ascoltati) consiglieri del Principe e altrettanto (poco considerati) pseudopatrioti, che non riusciranno mai non solo a passare del tutto indenni l’esame di purezza etnica ma anche, ancora più importante, a potersi vantare senza vergogna di avere raccolto degnamente il testimone dei momenti più alti del pensiero politico-culturale italiano. E, come abbiamo visto, a trarli d’impaccio non si potrà ricorrere ai vari cantori di un realismo dimidiato che hanno già dato ampia prova della loro inefficacia. Ma certamente a trarci d’impaccio il vero realismo politico ci suggerisce di rivolgerci a colui che per primo seppe concepire l’Italia come la diretta e principale erede di una bimillenaria tradizione e per questo «una, indipendente e repubblicana». Ora e sempre.
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CINA e STATI UNITI, DUE PIANI DI SICUREZZA NAZIONALE A CONFRONTO
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Il dibattito politico-strategico internazionale di quest’ultimo mese si è incentrato quasi esclusivamente sul NSS (National Security Strategy) statunitense. È passato infatti in secondo piano il fatto che anche i governi cinese, nel maggio scorso e russo, due mesi fa, hanno a loro volta presentato un documento analogo. Il corollario di questa relativa “attenzione” è stato una produzione asfittica di analisi comparate dei tre documenti delle tre principali realtà geopolitiche.
Una disattenzione in qualche modo comprensibile nei riguardi di quello russo, tutto incentrato sulla situazione interna e sulla gestione in particolare delle differenze etniche e di nazionalità presenti nella Federazione Russa. Non che l’amministrazione russa abbia trascurato i temi della coesione sociale, dello sviluppo economico e della diversificazione produttiva interni al paese, della postura geopolitica e della strategia militare. Tutt’altro! Li ha semplicemente esposti in documenti nettamente separati e a se stanti.
Colpisce, invece, l’enfasi all’approccio “olistico” che promana dai due documenti cinese e statunitense, nel primo ostentato e dichiarato continuamente, quasi ossessivamente, nel secondo più sotteso.
Tre impostazioni diverse quindi che, a loro modo, rivelano tre impostazioni ed urgenze diverse: quella russa, apparentemente più regionale, se così si può parlare di un paese diffuso in quattro continenti, non fosse altro perché assillato fondatamente dalla sicurezza dei propri confini e confortato ormai da una economia sviluppata e dinamica che può e potrà contare su risorse proprie addirittura ridondanti.
Le altre due dal carattere esattamente speculare nella loro acuta attenzione alla collocazione geopolitica e al nesso tra politica estera e situazione interna.
Della situazione russa continueremo ad approfondire in altre occasioni.
Il sito, per altro, ha riservato una attenzione costante e originale, sin dalla sua nascita, alla situazione e alle posizioni e tendenze presenti negli Stati Uniti.
L’attuale leadership statunitense, tornata al governo da circa un anno, ma non ancora saldamente al potere, se mai ci riuscirà pienamente e stabilmente, ha compreso il nesso tra la sua insostenibile sovraesposizione internazionale, così poco selettiva, l’approccio universalistico dell’eccezionalismo americano, il globalismo predicato e la allarmante fragilità interna della propria formazione sociale. Una fragilità provocata ed alimentata dalle precedenti leadership al governo, ma detentrici ancora di significative leve di potere, le quali hanno consentito di “parassitare” il proprio paese ad opera di forze esterne di cui sono espressione. Una narrazione, quella di un paese parassitato, per altro poco credibile agli occhi del resto del mondo, con qualche fondamento in situazioni di decadenza imperiale, tesa comunque ad identificare e additare un nemico esterno, anche se, per il momento, di natura diversa rispetto alle narrazioni precedenti e ad additare e delegittimare, pur con buone ragioni, l’avversario politico interno come nemico.
Ne consegue un radicale cambiamento, almeno nelle intenzioni, delle priorità e delle modalità di esercizio dell’impegno politico e di ottenimento dei risultati, quindi, in ordine decrescente:
Difesa ed impermeabilità dei propri confini nazionali ed epurazione degli immigrati illegali e in condizione precaria. Ricostruzione della base industriale del paese fondata sui primati tecnologici dei quali dispone il paese e ripristino su basi nuove della coesione sociale fondata sulla valorizzazione dei ceti produttivi
Delimitazione, nei limiti del possibile, dell’intervento diretto e proattivo e nelle sue più svariate forme al proprio “giardino di casa”, esteso dalla Groenlandia all’America Latina. Dovrebbe essere questo, quindi, lo spazio di confronto più diretto con Russia e Cina, ma in condizioni molto diverse rispetto solo a pochi decenni fa. La Russia e soprattutto la Cina hanno avuto il tempo di tessere importanti relazioni politiche ed economiche con i paesi di quel continente, grazie anche alla “complicità” statunitense nei passati processi di deindustrializzazione di quelle aree; le élites politiche locali non sono più, per altro, di stretta e totale emanazione nordamericana
Il confronto con le maggiori potenze emerse, Cina e Russia, viene, per meglio dire si vorrebbe trasformare in un rapporto di accesa competizione però di lunga durata e di cooperazione tattica in attesa del riaccumulo delle forze necessarie a sostenere un eventuale confronto aperto
Sussunzione sempre più rigorosa delle strategie e politiche economiche, delle stesse catene di produzione alle strategie politiche, geopolitiche e militari. Di fatto le catene di produzione dei settori strategici devono coinvolgere la sola cerchia dei paesi più fidati, lasciando libero il commercio e le catene di produzione dei soli settori complementari
Da questo la riconsiderazione di una nuova stratificazione del sistema di alleanze, di un ruolo più proattivo, nelle rispettive aree, dei soggetti da aggregare e/o riaggregare, di una qualità diversa delle modalità operative e di esercizio della politica estera, diplomatica, economica e militare.
Tutti propositi e schemi attuativi che prevedono una fase transitiva di scompaginamento del sistema consolidato di relazioni inquadrabile in una definizione particolare e spregiudicata, tipicamente trumpiana, di multilateralismo.
Si osserva curiosamente l’utilizzo di un primo termine comune, il multilateralismo, alle due opzioni strategiche speculari cinese e statunitense.
L’altro tratto comune a quello cinese, che risalta nella NSS, è la trasformazione della cosiddetta politica di aiuti, legata alla famigerata attività delle ONG, in quella di investimenti produttivi, a quanto pare anche con forme di compartecipazione delle élites locali nella gestione. L’Africa e l’America Latina sono i continenti maggiormente deputati a ricevere queste attenzioni. Se per i cinesi, la pratica degli investimenti produttivi ed infrastrutturali sono stati sin dall’inizio fondativi delle relazioni economiche, per gli Stati Uniti potrebbe rivelarsi un ritorno al passato remoto, rispetto alle politiche quasi esclusivamente direttamente finanziarie-predatorie o assistenziali dei tempi recenti. Resteranno da verificare quote, modalità e pretese a svelare le reali intenzioni.
Ci sono, però degli aspetti che in qualche maniera caratterizzano diversamente questi due tratti “comuni”:
Se è vero che la NSS presuppone una iniziale, scompaginante dinamica molecolare e variabile delle relazioni con i singoli paesi, è altrettanto vero che l’obbiettivo dell’attuale leadership statunitense è quello di ricostruire il più rapidamente possibile nuove reti di alleanze a strutture concentriche con i paesi e le leadership più affini politicamente e culturalmente, il documento parla appunto di civiltà di fatto giustapposte, nella fascia più prossima al centro di gravità. Gli esempi di questa prima fascia sono sicuramente l’AUKUS, l’area della “pax silica” ( Giappone, Olanda, Gran Bretagna, Taiwan in via ufficiosa, Corea del Sud, Singapore, Australia, Emirati Arabi Uniti, Israele e, presumo, Arabia Saudita). Sono paesi, in quest’ultimo caso, ai quali è riservato il privilegio a vario titolo e grado della compartecipazione ai grandi progetti strategici economico-scientifici-militari, quali l’intelligenza artificiale e il ciclo di hardware connesso. Sono paesi che sono particolarmente istigati e che sono delegati ad assumere un ruolo di guida periferica e regionale delle gestione della competizione e dello scontro in primo luogo con la Cina, ma sempre sulla base di relazioni primarie strategiche di tipo bilaterale tra il paese capofila, gli Stati Uniti e ciascuno di essi. E sempre con la consapevolezza dell’incertezza e mutevolezza, della diffidenza che caratterizza questa fase di transizione. A sottolineare quanto questa contezza sia ben più radicata di come traspaia nel NSS può essere sufficiente questa rivelazione: il documento del NSS sottolinea più volte il rischio concreto, a causa delle élites che lo governano e dei conseguenti processi migratori incontrollati, che i paesi dell’Europa e della UE, in particolare i più rilevanti (Regno Unito, Francia, Germania, Italia) cambino di natura e perdano l’impronta specifica della loro civiltà, allontanandole, grazie al prevalere di forze islamiche radicali ormai annidate, in maniera ostile dagli attuali profondi legami che consentono strette collaborazioni e sinergie anche militari. Due di questi, Regno Unito e Francia, dispongono di arsenale atomico proprio. Ebbene, la Casa Bianca e il Dipartimento della Guerra hanno incaricato il Dipartimento di Stato di preparare un piano di sicurezza entro il 2028 cui seguirà un piano operativo del Pentagono e dei servizi segreti , da completare entro il 2035, che prevede l’utilizzo di un gran numero di forze speciali, già presenti in loco, per sequestrare e rimuovere l’arsenale atomico intero, intanto del Regno Unito. Se ne parlerà più diffusamente in altre occasioni.A corollario, già adesso gli Stati Uniti stanno limitando pesantemente i visti di accesso dalla Gran Bretagna. Il recente divieto di ingresso negli USA dell’ex commissario UE, Breton, rappresenta un altro indizio della fondatezza di questi propositi
Esiste una seconda fascia, in fase avanzata di formazione, di “alleati” deputati ad essere particolarmente spremuti e spogliati, nella loro doppia funzione di paesi tributari e di paesi di prima linea disposti ad assumere il ruolo suicida ed autolesionista di gestione diretta del confronto militare regionale. I paesi della UE, nella quasi totalità, sono deputati consapevolmente ad immolarsi a questo sacrificio!
La terza fascia è costituita dai terreni di caccia: 1)- l’Africa in particolare, dove sarà possibile una competizione ed un conflitto con non tracimi in uno scontro generalizzato incontrollato, ma con un fattore di ulteriore imprevedibilità rispetto a qualche decennio fa: la presenza di élites locali più indipendenti e consapevoli degli spazi di agibilità offerti dalla presenza di forze multipolari;e le regioni artiche 2)- la regione caucasica, turcomanna (kazaki, ect) ed artica, pericolosamente vicine queste tre ultime ai confini delle potenze competitrici
Una quarta fascia, quella destinata ad assumere un ruolo di comprimari di un mondo multipolare e ad arricchire gli spazi di agibilità ed imprevedibilità, costituita al momento in particolare da India, Turchia, Iran, Brasile(?), interessata a protrarre il più possibile, in questo tendenzialmente più consonanti con Russia e Cina, una fase di transizione scevra da alleanze politiche rigidamente ben definite
La sottolineatura, sia pure ancora approssimativa di questi quattro punti, serve a definire meglio i fondamenti culturali, le caratteristiche comuni e le differenze dell’impostazione “olistica” dei due documenti e delle terminologie e degli schemi adottati, ma anche delle “ipocrisie” presenti soprattutto nel documento cinese.
Se la natura sottesa, sotto traccia, dell’impostazione olistica del documento statunitense deriva dal fondamento pragmatico-empirico del bagaglio culturale anglosassone, l’impostazione ribadita continuamente nel documento cinese, deriva dall’attenzione e dall’appartenenza al “tutto” del bagaglio culturale confuciano e dalla schema peculiare del bagaglio comunista di procedere rigorosamente nell’esposizione e nello schema mentale dal generale al particolare. Impostazioni corroborate dalla formazione professionale stessa delle due classi dirigenti e in particolare dei due presidenti
La maggiore insistenza, di fatto l’ossessione, che spinge i redattori cinesi ad affermare la dinamica multilaterale di soggetti atomizzati non vincolati specificatamente in alleanze consolidate nasce da una aspirazione, probabilmente al momento genuina, e consapevolezza che un sistema rigido di alleanze, specie in uno schema tripolare, costituisca il prodromo di un conflitto generalizzato catastrofico
Il multilateralismo nella accezione cinese consiste in una relazione paritaria tra stati che consenta rapporti compromissori e diplomatici non condizionati da alleanze politico-militari e da identità ideologiche, ma regolati da istituzioni internazionali rette da procedure consensuali. La visione di un paese in espansione che deve alimentare con le esportazioni il suo imponente apparato produttivo industriale e il suo fabbisogno di materie prime ed energetiche da importare. La natura e i limiti dei BRICS sono il prodotto più evidente di questa visione, tipica di una élite libera dai cascami interni di un retaggio imperialistico recente e nutrita, quindi, di una visione progressiva di sviluppo della propria formazione sociale
Una visione che induce e funge da supporto ad una contrapposizione dualistica e semplicistica, di fatto impregnata di ipocrisia, tra le forze positive propugnatrici della globalizzazione foriera di vantaggi comuni e relazioni regolamentate pacifiche, di cui la Cina si pone come paladina e le forze protezionistiche, fautrici di azioni unilaterali e arbitrarie, de stabilizzatrici, impersonate in particolare dagli Stati Uniti. Da qui la riesumazione delle mirabilie della teoria dei vantaggi comparati di David Ricardo che consente di proclamare tutti vincitori nell’agone internazionale. La realtà impone una interpretazione più prosaica del sistema di relazioni di un paese e della sua classe dirigente, la Cina, capace di utilizzare con grande abilità pratiche protezionistiche e aperture di mercato selettive in funzione delle esportazioni e di sfruttare gli spazi offerti dal contesto di una globalizzazione alimentata da una classe dirigente statunitense talmente presuntuosa ed accecata dalla propria missione da ritenere possibile il controllo egemonico globale grazie al proprio complesso e sofisticato predominio militare, tecnologico, politico-culturale, finanziario e di direzione manageriale, rinunciando alla propria base produttiva nazionale e ad una sufficiente coesione della propria formazione sociale nazionale. Una dinamica che sta producendo nel mondo nuovi perdenti e nuovi vincitori nonché nuovi squilibri destabilizzanti che non tarderanno a produrre nuovi conflitti e nuove ricomposizioni pur in un quadro tendenziale di sviluppo medio. Un paese, gli Stati Uniti, che fonda la propria esistenza e predominio su un debito colossale e su una rendita militar finanziaria, e un paese che fonda gran parte della sua potenza detenendo il 40% delle esportazioni mondiali, con tutti gli scompensi che tale attivo comporta e tutte le dipendenze dalle rotte commerciali e dalle basi di estrazione che induce sono entrambi, per il momento a diverso grado, fattori che alimentano nuovi squilibri, contraddizioni e conflitti nonché nuove gerarchie.
A leggere tra le righe del documento cinese la nebbia degli enunciati irenici è attraversata ampiamente, anche se in maniera strisciante, dalla luce del realismo di una classe dirigenze che sottolinea il tema del controllo interno flessibile e pone, nello stesso documento, allo stesso livello il tema della sicurezza e dell’espansione, del controllo e dello sviluppo interno delle attività e delle tecnologie strategiche, del controllo e della sicurezza delle rotte commerciali, della regolamentazione con una propria giurisdizione delle relazioni internazionali specifiche, di una selettiva apertura interna consentita dall’acquisizione sufficiente di potenza e predominio tenologico-finanziario. Anche se sottaciuti, i problemi creati dal procedere difficoltoso della “belt and road”, dal recupero di ingenti crediti ai paesi terzi e delle garanzie draconiane imposte, dalla natura ovviamente interessata degli investimenti infrastrutturali all’estero esistono ed indurranno prima o poi alla accentuazione di politiche di influenza.
Per concludere, ferma restando la diversa natura e qualità delle attuali politiche estere dei due paesi, sono innegabili le affinità presenti nei due documenti. Entrambi colgono il nesso tra politica estera e politica interna, ma uno, quello cinese, per affermarlo pienamente, l’altro per liberarsene e ricostituirlo su nuove basi. Entrambi fautori di una politica listiana (da Friedrich List); per uno, quello statunitense, è una grande novità averla enunciata e praticata apertamente e violentemente, piuttosto che in maniera subdola; con dinamiche e condizioni operative diverse dovute ad una realtà espansiva più lineare, quella cinese, e una di arretramento e riassestamento, quella statunitense.
Oltre che per le ragioni culturali già citate, il nesso è apertamente proclamato in quello cinese perché il confronto e scontro politico è più controllato grazie alla fase espansiva del sistema e alla attuale maggiore funzionalità dell’assetto istituzionale, più flessibile di quanto la narrazione occidentale racconti, in grado però di nascondere potenzialmente anche a se stesso per troppo tempo le pecche e le tare; un tema, comunque, ben presente nella dirigenza cinese, sempre più attenta ai criteri di selezione e di verifica dei risultati. E’ presente, ma sottinteso, in quello statunitense preda di un violento scontro politico interno dall’esito incerto e di un crescente disordine e riassetto istituzionale.
Gli Stati Uniti, dal canto loro, devono trattare se non risolvere un paradosso ed affrontare un rischio supplementare.
Il paradosso è determinato dagli strumenti disponibili per innescare e realizzare il processo di reindustrializzazione. Parte di questi sono gli stessi che hanno determinato questa situazione e che dovranno essere a loro volta ridimensionati e ricondotti a modalità di controllo e funzioni diverse: i circuiti finanziari e la funzione del dollaro. Un paradosso di per sé, ma anche perché contribuisce a rendere fluida ed instabile la composizione del blocco sociale che sostiene l’attuale amministrazione
Il rischio è legato alla parziale consegna, alla porticina lasciata socchiusa, obtorto collo, della gabbia entro cui vivono i propri uccellini, alias i propri alleati. Si sa che gli uccellini abituati in gabbia, difficilmente riescono ad apprezzare il valore della libertà ed approfittare delle opportunità, la porticina socciusa, appunto, di quella gabbia. I paesi europei sono l’esempio più deprimente. Non è detto, però, che le attuali dinamiche interne alla NATO, così oltranziste e legate ad una fazione precisa dello schieramento politico statunitense, non producano una propria nemesi. Qualche uccellino potrebbe tentare l’avventura in proprio.
La Cina, d’altro canto, corre rischi di diversa natura, in primo luogo che sorgano rapidamente altri paesi intenzionati a perseguire, con altri strumenti, le stesse finalità di riorganizzazione e di riequilibrio perseguite dagli Stati Uniti e con questo rimettere in discussione i tempi e le modalità di riequilibrio della postura decisi dalla dirigenza cinese. Il contenzioso che si sta riaprendo nelle aree “periferiche” del mondo potrebbe aprire nuovi spazi in questa direzione.
Per concludere, una visione conciliativa ed irenica di una classe dirigente, pur nella sua probabile ipocrisia, è sostenuta sicuramente dall’humus culturale e dalla tradizione del paese, ma può essere “aggiustata” e capovolta dalle dinamiche geopolitiche esterne suscettibili di cambiare la direzione e ribaltare gli equilibri interni alla stessa classe dirigente.
Una preoccupazione latente nel documento cinese. Una preoccupazione, quindi, di stabilità interna, anch’essa, che accomuna i due paesi, l’uno, la Cina, impegnata a costruire un welfare universale quanto meno carente e discriminatorio al momento, l’altro, gli Stati Uniti, a ricostruire attraverso il tentativo di reindustrializzazione quel ceto medio produttivo indispensabile a garantire dinamismo e coesione. Una preoccupazione mascherata da un trionfalismo da “magnifiche sorti e progressive” tipiche della sicumera statunitense.
Due documenti che annunciano di fatto una progressiva separazione di aree e standard operativi, una competizione accesa e ambiti di cooperazione condizionata, piuttosto che di accordi strategici.
Su Italia e il Mondo: Si Parla di Trump, del suo NSS e del teatro competitivo latino-americano Ospiti del canale YouTube di Gabriele Germani https://www.youtube.com/watch?v=s04kM7csGiQ abbiamo discettato sul NSS e sulle implicazioni nel giardino di casa, o presunto tale, statunitense, in particolare il Venezuela. Buon ascolto, Giuseppe Germinario
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Dato che non cessa il dibattito sul National Security Strategy 2025 di Trump, siamo andati a chiedere lumi al sempre cortese Niccolò Machiavelli, il quale ci ha ricevuto.
A concentrarsi sul nocciolo del NSS 2025 questo qual è? E cosa lo distingue dal pensiero delle élite europee?
Il Trump l’è il migliore dei miei allievi, almeno nella vostra parte del mondo. Ciò che accomuna le sue argomentazioni e la distinzione dal pensiero dei governanti europei è che ha capito assai bene che chi trascura la realtà per andare appresso all’immaginazione è destinato a rovinare se stesso e la propria comunità.
Ma non crede che, in definitiva, le buone intenzioni e le belle prospettive possano costituire un punto di incontro tra le comunità umane?
Certo: a patto che tutti i governanti e i governati del pianeta le condividano. Ma questo non risulta né a me né a nessuno. Neppure a quelli che lo pensano, giacché per primi – e logicamente – indicano il nemico, che è colui che non condivide le loro immaginazioni. Cioè Trump, ma anche tanti altri: Putin, Xi, Modi, gli Aiatollà, ecc. ecc. Cioè la grande maggioranza di governanti e governati del mondo.
Ma non crede che nel futuro possano crearsi dei modelli di cooperazione e coordinamento?
Può darsi nel futuro. Fino a quel momento vale quello che scrissi nel Principe: che si governa (e si combatte) con le leggi e la forza. Ma occorre per farlo che le leggi pretese siano accettate dai governati. Il che, adesso, non risulta anche per parte dell’Europa. Se nel futuro ciò si realizzerà, forse sarà possibile.
In cos’altro differisce il Trump-pensiero da quello “corrente”?
In primo luogo che si basa su fatti ed esperienza storica (cioè sulla realtà), come da me fatto quando mi vestivo elegante per ragionare sulle vicende passate. Ad esempio nel documento si legge: “Chi un Paese ammette entro i propri confini – in quale numero e da dove – definirà inevitabilmente il futuro di quella nazione. Qualsiasi Paese che si consideri sovrano ha il diritto e il dovere di definire il proprio futuro… Nel corso della storia, le nazioni sovrane hanno proibito la migrazione incontrollata e concesso la cittadinanza solo raramente agli stranieri, che dovevano soddisfare criteri rigorosi. L’esperienza dell’Occidente negli ultimi decenni conferma questa antica saggezza. In molti Paesi del mondo, la migrazione di massa ha messo sotto pressione le risorse interne, aumentato la violenza e altri crimini, indebolito la coesione sociale, distorto i mercati del lavoro e minato la sicurezza nazionale”. Quando i romani, i quali tra l’altro, concedevano la cittadinanza con notevole larghezza, persero il controllo dell’immigrazione, l’Impero d’Occidente collassò in circa un secolo.
Al posto di quello subentrarono i regni romano-barbarici che erano tutt’altro dall’impero distrutto (anche se ne conservavano qualche vestigia).
Accusano Trump di non desiderare alleati, ma solo allineati alla visione americana.
Anche le mosche vogliono guidare i cavalli, perfino in politica. Figurarsi se non lo desidera il capo della prima superpotenza del pianeta. Accusare Trump di ciò è sfondare una porta aperta. Attraverso la quale passano tutti.
Ma Trump ha il senso del limite che diversi suoi predecessori avevano smarrito. Scrive infatti che “L’epoca in cui gli Stati Uniti sorreggono da soli l’intero ordine mondiale come Atlante è finita. Tra i nostri molti alleati e partner contiamo decine di nazioni ricche e sofisticate che devono assumersi la responsabilità primaria per le loro regioni e contribuire molto di più alla nostra difesa collettiva”. Io ho sempre sostenuto che per essere indipendenti occorre disporre di potenza e virtù propria, e non fondarsi su quella di altri. Indicando ciò, Trump indica la via maestra per determinare liberamente il proprio destino.
Ma tanto in Europa non vogliono capirlo.
Col rischio di finire a servizio permanente di altri. Oggi Trump, domani Xi o Modi passando per Putin. Gli è che si immaginano che la lotta per il potere si faccia con le favole.
Come scrissi secoli fa, discorrendo dei profeti disarmati o armati “Nel primo caso, sempre capitano male e non conducono cosa alcuna: ma quando dependono da lloro proprii e possono forzare, allora è che rare volte periclitano: di qui nacque che tutti e profeti armati vinsono e li disarmati ruinorno”. Vale in ogni caso, ma ancor più per coloro che credono – e spesso è così – di portare novità, come sostenevo “se uno principe ha tanto stato che possa, bisognando, per sé medesimo reggersi, o vero se ha sempre necessità della defensione d’altri. E per chiarire meglio questa parte, dico come io iudico coloro potersi reggere per sé medesimi che possono, o per abbondanzia di uomini o di danari, mettere insieme uno exercito iusto”.
Gli altri è meglio che si organizzino a difesa, la quale necessita in particolare, della fedeltà e convinzione dei sudditi. Che già ridotta, diminuisce ancora, come si legge nel documento.
Mi pare però che l’abbiano capito anche in Europa, dato che, specie la Germania, si stanno riarmando.
Era ora. Solo che per non perdere la faccia, seguono già il pensiero di Trump, ma lo attaccano per far dimenticare decenni di prediche contrarie, recitate a ogni piè sospinto. Alcuni a quelle prediche sono così affezionati che mostrano di non averlo capito neppure oggi.
Concludendo che cos’altro l’ha colpita?
Il fatto che Trump abbia ricordato a tutti quello che ha sostenuto il mio successore Hobbes: che lo scambio politico è tra protezione ed obbedienza – lo ripete più volte. Non si obbedisce a chi non protegge: ma se protegge ha diritto all’obbedienza.
Le élite europee le quali pretenderebbero la protezione americana, a gratis e con infedeltà (parziale) compresa, non manifestano il coraggio della libertà politica, tanto si sono mummificate nelle loro illusioni.
La ringrazio tanto
L’aspetto, quando vuole.
Todoro Klitsche de la Grange
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