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Grande sorpresa: la vicenda legale cambia quando Maduro viene portato in tribunale_di Simplicius

Grande sorpresa: la vicenda legale cambia quando Maduro viene portato in tribunale

Simplicius 6 gennaio
 
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Ma guarda un po’! Oggi in tribunale il Dipartimento di Giustizia ha ufficialmente ritirato la falsa accusa secondo cui Maduro sarebbe stato il capo del fittizio “Cartello dei Soli”, che non è mai esistito. Ora che è stato catturato, non c’è più bisogno di recitare, capite? Comodo, no?

https://www.nytimes.com/2026/01/05/us/trump-venezuela-drug-cartel-de-los-soles.html

Il Dipartimento di Giustizia ha ritirato una dubbia accusa contro il presidente Nicolás Maduro che l’amministrazione Trump aveva promosso lo scorso anno per gettare le basi per rimuoverlo dal potere in Venezuela: accusarlo di guidare un cartello della droga chiamato Cartel de los Soles.

Questa amministrazione e il Dipartimento di Giustizia in particolare possono cadere ancora più in basso? Dopo i loro “giochi di prestigio” con i documenti su Epstein, era difficile credere che potessero o volessero farlo.

Tutto ciò senza contare il fatto che l’atto d’accusa stesso ora appare leggermente diverso rispetto alle accuse mosse contro Maduro prima della sua cattura, che erano state utilizzate per dipingerlo come il più grande boss criminale del mondo:

https://www.justice.gov/opa/media/1422326/dl

The Onion ha risolto il problema:

Ma ormai poco importa, dato che l’amministrazione Trump ha abbandonato ogni pretesa di rispettare leggi, restrizioni o codici morali: ha semplicemente dichiarato il diritto degli Stati Uniti di prendersi tutto ciò che vogliono in virtù del loro status di superpotenza.

Rubio ha persino dichiarato che “non gli interessa cosa pensa l’ONU”, mentre l’ambasciatore statunitense presso l’ONU ha spiegato senza mezzi termini che il motivo per cui è stato attuato il cambio di regime in Venezuela è perché gli Stati Uniti ” non possono permettere che i loro avversari controllino le più grandi riserve di petrolio del mondo”:

Dillo alla Cina, i cui avversari controllano il più grande produttore mondiale di chip per computer, TSMC. Anche la Russia non può permettere che i suoi avversari controllino il più grande granaio del mondo e i giacimenti minerari del Donbass. È tutto ciò che la Russia avrebbe dovuto dire all’ONU per ottenere la sua approvazione prima di invadere l’Ucraina?

È semplicemente incredibile come gli Stati Uniti abbiano smantellato la facciata fiabesca costruita in anni di contorsioni mentali neoconservatrici in stile PNAC e giustificazioni malcelate per le varie guerre di espansione imperiale e le infinite campagne di bombardamenti, passando semplicemente all’azione: niente più scuse o razionalizzazioni fasulle, prendiamo il petrolio perché lo vogliamo e ne abbiamo diritto, tutto qui! Se solo Dick Cheney e Donald Rumsfeld fossero qui per testimoniare la bellezza di questa semplicità!

Questo fatto non è sfuggito all’ambasciatore russo presso l’ONU, che ha giustamente protestato:

“Siamo particolarmente sconcertati dal cinismo senza precedenti con cui Washington non ha nemmeno tentato di nascondere i veri obiettivi della sua operazione criminale”.

Trump ha persino ammesso di aver informato in anticipo “le compagnie petrolifere” dell’operazione segreta, il che sembra implicare che abbiano preso parte alla pianificazione dell’intera vicenda sin dall’inizio o, forse, che ne siano state addirittura le principali promotrici, come potremmo supporre:

“Hai parlato con (le compagnie petrolifere) prima che l’operazione avesse luogo?”

Trump: «Sì. Prima e dopo. Vogliono entrare e faranno un ottimo lavoro».

E a proposito di intrighi, continuano a circolare voci secondo cui la caduta di Maduro sarebbe stata causata da un tradimento dietro le quinte, proprio come sospettavamo:

https://www.dailymail.co.uk/news/article-15434827/ Il-lavoro-interno-ha-rovesciato-Maduro-Il-vicepresidente-del-Venezuela-si-è-offerto-di-sostituire-il-dittatore-mesi -fa-segrete-trattative-USA-complottisti-affermano-elicotteri-americani-non-sono-stati-colpiti.html

Il WSJ scrive che un rapporto “recentemente classificato” descrive come la CIA sia stata responsabile di aver convinto Trump che Delcy Rodriguez fosse la persona giusta, piuttosto che il potenziale fantoccio Machado:

https://www.wsj.com/politics/ sicurezza-nazionale/cia-ha-concluso-che-i-fedeli-al-regime-erano-nella-posizione-migliore-per-guidare-il-venezuela-dopo-maduro-24b0be1a

Ci sono tuttavia alcuni che sostengono che le caratterizzazioni dell’attuale presidente Delcy Rodriguez come fantoccio della CIA siano completamente false, e che lei sia invece una rivoluzionaria autentica, con un pedigree e credenziali autentiche, che combatterà gli Stati Uniti fino all’ultimo. Per ora, sta a voi decidere.

Come indizio, stanotte a Caracas si è verificata una raffica di colpi d’arma da fuoco, secondo quanto riferito nei pressi del palazzo presidenziale, con voci che parlavano di un colpo di stato in corso da parte degli estremisti guidati dal ministro dell’Interno Diosdado Cabello contro Delcy Rodriguez:

Tuttavia, poco dopo la notizia è cambiata: un drone è stato avvistato in volo e ha attirato il fuoco difensivo, il che ha tutte le caratteristiche di una copertura fasulla, ma chi lo sa:

È interessante, tuttavia, che sia stato possibile attivare improvvisamente un fuoco antiaereo su larga scala contro l’incursione di un minuscolo drone, mentre quando solo due notti fa una massiccia flotta di elicotteri ha sorvolato lo stesso palazzo Miraflores, non si è sentito alcun rumore né è stato sparato alcun colpo.

Infatti, Hegseth ha anche rivelato i dettagli su come Maduro avesse solo tre minuti per scappare dopo che sua moglie lo aveva informato di aver sentito il rumore di un aereo in avvicinamento. Questo indica chiaramente un tradimento nei confronti di Maduro da parte del suo apparato militare, dato che non ha ricevuto alcun preavviso dalla catena di comando, che avrebbe dovuto rilevare da tempo l’avvicinarsi degli aerei da combattimento, o almeno le esplosioni che erano già state provocate dai vari attacchi che la task force americana stava sferrando su tutto il Paese. Se fosse vero, il fatto che Maduro abbia dovuto fare affidamento sulle orecchie di sua moglie ci dice tutto ciò che c’è da sapere sul suo isolamento pianificato e sul blackout informativo:

Al di là della “nebbia di guerra” della propaganda, il Venezuela sembra continuare la sua resistenza, mentre l’amministrazione Trump sta semplicemente bluffando per “controllare la situazione”: resta da vedere quanto tempo potrà durare.

È stata dichiarata la mobilitazione generale in Venezuela – Wall Street Journal

Le forze armate sono state messe in stato di massima allerta ed è stato introdotto un “regime militare” per i lavoratori dell’industria petrolifera e di una serie di altri settori chiave.

“Si ordina la mobilitazione immediata delle forze armate nazionali in tutto il Paese e l’uso del potenziale di potenza nazionale disponibile per respingere l’aggressione straniera… La militarizzazione delle infrastrutture statali, dell’industria petrolifera e di altre importanti industrie statali. Il personale di tali imprese sarà temporaneamente sottoposto al regime militare”, si legge nel documento.

Il decreto ordina inoltre il rafforzamento delle pattuglie e della sicurezza alle frontiere terrestri, aeree e marittime del Paese.

Ora si tratta di un gioco al massacro, per vedere chi batterà ciglio per primo. Sappiamo che Trump mantiene il suo potere di diplomazia delle cannoniere, ma dobbiamo ancora vedere quanto le forze armate statunitensi possano realmente fare quando si arriverà al dunque e la parte “teatrale” dello scambio sarà giunta al termine.

Nel frattempo, le cose continuano a non quadrare del tutto per noi tipi cerebrali.

Vale anche la pena menzionare il brillante piano di Donroe Donnie per la grande operazione di estrazione della “ricchezza” in Venezuela. Vedete, come al solito, sono i contribuenti a dover pagare il conto, mentre le compagnie petrolifere se ne vanno allegramente in banca, ridendo di gusto:

https://www.reuters.com/business/energy/us-may-subsidize-oil-companies-rebuild-venezuelas-energy-infrastructure-trump -2026-01-05/

Vedi, si dice che le compagnie petrolifere non siano proprio entusiaste di tornare su quel mercato perché gli attuali prezzi globali del petrolio non rendono redditizia l’estrazione e la raffinazione del difficile tipo di petrolio venezuelano. Ma non preoccupatevi, Donnie pagherà il conto, o meglio, lo pagherete voi: cosa pensavate che intendesse con “l’enorme quantità di denaro” che dovrà essere “rimborsata da noi“? Avete dimenticato il credo del capitalismo di Stato americano? Socializzare le perdite, privatizzare i profitti.

Diamine, se gli americani non ne trarranno alcun profitto, allora chi è a guadagnare da tutta questa guerra e dal terrore economico? Il giornalista mainstream qui sotto sembrava avere un’idea:


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Le relazioni tra Stati Uniti e Cina viste attraverso i documenti sulla sicurezza del 2025_di Modern Diplomacy

Le relazioni tra Stati Uniti e Cina viste attraverso i documenti sulla sicurezza del 2025

La Cina descrive la pressione esercitata dagli Stati Uniti come la sfida più grande allo sviluppo pacifico del Paese, mentre gli Stati Uniti descrivono la Cina come una sfida globale, sistemica e a lungo termine.

DiPham Quang Hien

DiPham Quang Hien

17 dicembre 2025

Immagine generata dall’intelligenza artificiale

La pubblicazione simultanea di due importanti documenti – la Strategia di sicurezza nazionale 2025 (NSS 2025) degli Stati Uniti e La sicurezza nazionale della Cina nella nuova era – ha segnato un cambiamento fondamentale nel modo in cui le due superpotenze percepiscono il contesto strategico, definiscono gli obiettivi a lungo termine e modellano le loro future interazioni. È interessante notare che entrambi i documenti sono stati pubblicati in un momento in cui la competizione tra Stati Uniti e Cina era passata da una fase reattiva e improvvisata a una fase più stabile e strutturale. Le indicazioni contenute in questi due documenti sulla strategia di sicurezza pubblicati nel 2025 forniscono le basi teoriche e pratiche per prevedere la traiettoria delle relazioni bilaterali nel 2026 e oltre. Da ciò emerge un quadro completo e articolato della competizione, che tuttavia contiene anche alcune aree di cooperazione limitata e condizionata.

Una somiglianza sorprendente è che entrambi descrivono l’altro come una fonte diretta di rischio strategico. La Cina descrive la pressione esercitata dagli Stati Uniti come la sfida più grande allo sviluppo pacifico della Cina, mentre gli Stati Uniti descrivono la Cina come una sfida globale, sistemica e a lungo termine.

Inoltre, anche la percezione che i due paesi hanno della struttura dell’ordine internazionale mostra una convergenza. Gli Stati Uniti continuano a considerarsi un pilastro dell’ordine basato sulle regole formatosi dopo la Guerra Fredda, concentrandosi sulla libertà di navigazione, la trasparenza economica, le alleanze di sicurezza e gli standard di governance globale. La NSS 2025 afferma che gli Stati Uniti devono proteggere un ordine internazionale equo, aperto e stabile contro le potenze che cercano di rimodellarlo a proprio vantaggio. La Cina, descrivendo il mondo come in un periodo di sconvolgimenti senza precedenti, sottolinea la necessità di riformare il sistema di governance globale per riflettere il mutato equilibrio di potere. Ciò rivela una fondamentale asimmetria nella definizione della legittimità dell’ordine internazionale basato su regole sostenuto dagli Stati Uniti e conferma che la competizione tra le due parti non è un disaccordo temporaneo, ma un confronto a lungo termine su visioni sistemiche. In questo contesto, l’allineamento strategico tra Stati Uniti e Cina rimarrà probabilmente minimo, mirato principalmente ad evitare conflitti e gestire le crisi.

Tuttavia, le differenze nella logica comportamentale sono evidenti. Ciascuna delle parti ritiene di agire per proteggere la stabilità, ma l’incompatibilità nella percezione rende la stabilità di una parte una minaccia per l’altra. La NSS 2025 sottolinea la necessità di rafforzare la presenza avanzata nella regione indo-pacifica, consolidando le alleanze chiave con Giappone, Corea del Sud e Australia, espandendo al contempo la cooperazione in materia di sicurezza con i paesi del Sud-Est asiatico. Il documento descrive inoltre il QUAD con l’India come un pilastro dell’architettura di sicurezza regionale. Dall’altra parte, la Cina dimostra chiaramente il proprio impegno verso una modernizzazione completa della difesa, potenziando le proprie capacità navali, aeree e missilistiche per mantenere una difesa efficace contro qualsiasi interferenza esterna. L’enfasi sulle capacità di anti-accesso/negazione dell’area (A2/AD) dimostra che il PLA continua a dare priorità alla prevenzione della presenza militare statunitense nei punti caldi vicino alla Cina. Questi due approcci creano una struttura di confronto “fredda all’esterno, calda all’interno”, in cui entrambe le parti vogliono evitare la guerra ma non sono disposte a scendere a compromessi. Questo è anche il motivo per cui punti caldi come il Mar Cinese Meridionale, il Mar Cinese Orientale e lo Stretto di Taiwan comportano sempre il rischio di scontri militari.

Per quanto riguarda la questione di Taiwan, nella NSS 2025 gli Stati Uniti si oppongono fermamente a qualsiasi azione unilaterale volta a modificare lo status quo, ribadendo al contempo il proprio impegno a sostenere le capacità di difesa di Taiwan in conformità con il Taiwan Relations Act. Questa formulazione mantiene una posizione strategicamente ambigua, ma allo stesso tempo aumenta la deterrenza, poiché Washington sottolinea la necessità di costruire una capacità di difesa asimmetrica per Taipei. Al contrario, il Libro bianco sulla sicurezza della Cina confuta con forza la posizione occidentale secondo cui lo status di Taiwan è indeterminato, affermando che l’unificazione è il suo interesse fondamentale più importante e una linea rossa invalicabile.

Il commercio, la tecnologia e le catene di approvvigionamento sono assi strutturalmente cruciali della concorrenza. La Strategia nazionale per la catena di approvvigionamento (NSS) 2025 identifica la “riduzione della dipendenza strategica” dalla Cina nei settori dei semiconduttori, dell’energia pulita, delle batterie, delle terre rare, dei prodotti farmaceutici e della tecnologia digitale. Gli Stati Uniti sostengono la creazione di una “catena di approvvigionamento resiliente”, dando priorità alla cooperazione con partner affidabili e ampliando le politiche di controllo delle esportazioni. La Cina risponde con una strategia di “autosufficienza tecnologica” e “circolazione interna come pietra angolare, combinata con una circolazione esterna ampliata”, con l’obiettivo di ridurre la dipendenza dall’Occidente per le tecnologie di base. Queste due tendenze parallele portano alla graduale formazione di due ecosistemi economici e tecnologici separati, con regole, catene del valore e standard tecnici diversi. In questo contesto, la concorrenza non è solo una questione di mercato, ma diventa una questione di sicurezza nazionale. Nel 2026, il settore tecnologico dovrebbe essere uno dei più caldi, con la possibilità di ulteriori misure di controllo sui chip, l’intelligenza artificiale, la tecnologia quantistica e azioni di ritorsione da parte della Cina.

Un altro asse di competizione meno esplicito ma abbastanza chiaramente menzionato è quello della sicurezza non tradizionale, in particolare il cyberspazio e lo spazio esterno. Gli Stati Uniti considerano la Cina il loro principale rivale nelle campagne di intrusione informatica, nel furto di proprietà intellettuale e nell’influenza informativa, e stanno aumentando gli investimenti nei sistemi satellitari, nella tecnologia spaziale e nella difesa missilistica. La Cina, dal canto suo, mette in guardia dalle “minacce provenienti dal cyberspazio e dallo spazio esterno poste da alcune nazioni che cercano di mantenere il dominio monopolistico”, prendendo implicitamente di mira gli Stati Uniti e i loro alleati. Ciò indica che la competizione tra Stati Uniti e Cina si è estesa dal terreno al digitale e allo spazio esterno, aree in cui il diritto internazionale è ancora incompleto, aumentando il rischio di incomprensioni. Il 2026 vedrà probabilmente un’accelerazione nella corsa ai satelliti, ai sistemi di navigazione e alla militarizzazione della tecnologia spaziale.

Guardando al quadro generale dei suddetti assi competitivi, le relazioni tra Stati Uniti e Cina nel prossimo periodo continueranno a seguire la traiettoria di “controllo competitivo – cooperazione minima – dialogo per evitare rischi”. Si tratta di un modello in cui la competizione è lo stato predefinito, la cooperazione appare solo in settori essenziali come il cambiamento climatico, il controllo delle pandemie o la stabilità finanziaria globale, e il dialogo è finalizzato solo alla gestione delle crisi, non alla costruzione della fiducia. Un aspetto positivo è che entrambi i documenti riconoscono che un conflitto diretto causerebbe perdite inaccettabili. Pertanto, nonostante l’aumento della deterrenza, è probabile che entrambe le parti manterranno canali di comunicazione militari e diplomatici per ridurre al minimo gli errori di valutazione.

Il 2026 dovrebbe essere un anno di continua espansione della concorrenza tra Stati Uniti e Cina. La pressione nel settore tecnologico si intensificherà, poiché entrambe le parti lo considerano la base del loro dominio di potere. La regione indo-pacifica continuerà a essere un campo di battaglia chiave, con il potenziale di attività militari nel Sud-Est asiatico, nel Mar Cinese Meridionale e nello Stretto di Taiwan. Le catene di approvvigionamento globali continueranno a separarsi, costringendo le nazioni di medie dimensioni ad adeguare le loro strategie. Il livello di concorrenza nei settori della sicurezza non tradizionale aumenterà in modo significativo. Nel complesso, è improbabile che le relazioni bilaterali registrino una svolta positiva, a meno che shock geopolitici non costringano le due parti a una cooperazione più profonda.

Tuttavia, la concorrenza non implica necessariamente un conflitto, e sia Washington che Pechino hanno interesse a mantenere una relativa stabilità per garantire la crescita ed evitare crisi. Ciò crea spazi ristretti per una cooperazione condizionata. Tuttavia, nel complesso, la concorrenza permeerà tutti i settori, dall’economia alla tecnologia alla sicurezza. I due documenti sulla sicurezza non sono quindi solo il risultato dell’attuale contesto strategico, ma forniscono anche dati fondamentali per comprendere meglio come le due maggiori potenze mondiali plasmeranno l’ordine internazionale nel prossimo decennio, un ordine caratterizzato da separazione regionale, multicentrico e con più livelli di potere rispetto al tradizionale modello unipolare o bipolare.

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Cina-Usa : Piani Strategici a Confronto – Con Marco Pugliese

Cina-Usa : Piani Strategici a Confronto – Con Marco Pugliese – Docente di matematica, giornalista e analista economico
Cina, Stati Uniti e Russia hanno publicato i propri piani strategici di sicurezza nazionale. Definirli “piani”, però, è fuorviante. Sono indirizzi politici cui docranno seguire i piani strategici e le linee operative vere e proprie. Mancano all’appello l’Unione Europea e gli stati che la compongono. La prima semplicemente perché non è uno Stato; si sta riducendo sempre più ad una consorteria burocratica espressione degli equilibri mutevoli dei governi nazionali che la mantengono in piedi e degli indirizzi di una fazione ben precisa delle élites statunitensi. Un organismo capace solo di agire sulla base di desideri che non tengono conto della realtà e di interessi di un mondo che sta morendo. Un giardino che nasconde orrori grotteschi come quello prodotto ai danni del colonnello Baud. Morirà o si ridurrà ad un simulacro. Tutto dipenderà dall’evolversi della situazione politica degli stati che la mantengono. L’inerzia ci sta portando verso la guerra e l’irrilevanza. Giuseppe Germinario

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ESEGESI PRIMA DEL NATIONAL SECURITY STRATEGY OF THE UNITED STATES DEL NOVEMBRE 2025 (NSS 2025) NELLA DEFINIZIONE DELL’ ‘IMPERIALISMO IN FORMA’ DELL’AMMINISTRAZIONE TRUMP_di Massimo Morigi

ESEGESI PRIMA DEL NATIONAL SECURITY STRATEGY OF THE UNITED STATES DEL NOVEMBRE 2025 (NSS 2025) NELLA DEFINIZIONE DELL’ ‘IMPERIALISMO IN FORMA’ DELL’AMMINISTRAZIONE TRUMP E PER LA COMPRENSIONE         DELLA          CRISI         DI           “LIMES”  NELL’ ERMENEUTICA DEL REPUBBLICANESIMO GEOPOLITICO  DEL    PENSIERO  MAZZINIANO      SULLA      MISSIONE        DELL’ITALIA  E         DELLA      TERZA      ROMA

Di Massimo Morigi

           Fra i vari commenti degli osservatori indipendenti dal mainstream sul  National Security Strategy of the United States of America del novembre 2025 (quelli del mainstream  lo hanno liquidato come semplice retorica antieuropea e, quando va bene, come frutto della confusione strategica e culturale dell’amministrazione Trump, senza addentrarsi in analisi un pochino più raffinate perché queste, inevitabilmente, riguarderebbero anche la loro intima  corruzione di agenti al servizio di interessi non nazionali. NSS 2025 all’URL Wayback Machine http://web.archive.org/web/20251205045339/https://www.whitehouse.gov/wp-content/uploads/2025/12/2025-National-Security-Strategy.pdf), un punto su cui l’unanimità è stata pressoché concorde nell’affermare o  sottintendere che  in questo documento viene riproposto con una fortissima verve ideologica il concetto di ‘civiltà occidentale’. Ma, sorpresa delle sorprese, questa locuzione non trova cittadinanza nel documento. L’unico passaggio dove l’aggettivo ‘western’ è semanticamente rafforzativo del  concetto di civiltà è a pagina 5 del documento dove si afferma: «We want to support our allies in preserving the freedom and security of Europe, while restoring Europe’s civilizational self-confidence and Western identity», dove  è ben chiaro che quello che si deve difendere e rimettere in asse non sono vaghi valori di una civiltà ma la sicurezza geopolitica del Vecchio continente, una sicurezza geopolitica dove ha sì una grande importanza la ‘Western identity’ ma  in cosa consista questa identità occidentale non viene meglio spiegato, a meno che non le si voglia dare (o meglio suggerire) la valenza etnico-europea della c.d. razza bianca da contrapporre alle ondate migratorie più o meno colorate, come in effetti verrà mostrato in questa comunicazione.

            A pagina 11 del documento, nel secondo luogo  dove si parla di civiltà, viene qui abbandonato qualsiasi esplicito riferimento alla ‘Western identity’ e si cerca di meglio definire in cosa consista questa civiltà senza però assegnarle uno specifico caratterizzante marcatore geografico d’origine, con esiti alquanto deludenti, lasciamo perdere dal punto di vista più o meno scientifico ma anche sotto l’aspetto puramente retorico: «Competence and Merit – American prosperity and security depend on the development and promotion of competence. Competence and merit are among our greatest civilizational advantages: where the best Americans are hired, promoted, and honored, innovation and prosperity follow. Should competence be destroyed or systematically discouraged, complex systems that we take for granted – from infrastructure to national security to education and research – will cease to function. Should merit be smothered, America’s historic advantages in science, technology, industry, defense, and innovation will evaporate. The success of radical ideologies that seek to replace competence and merit with favored group status would render America unrecognizable and unable to defend itself. At the same time, we cannot allow meritocracy to be used as a justification to open America’s labor market to the world in the name of finding “global talent” that undercuts American workers. In our every principle and action, America and Americans must always come first.» La civiltà si definisce quindi attraverso le virtù che essa coltiva, in primo luogo (o esclusivamente?) la competenza e il merito e, a parte questa sciocca e debole retorica, è chiaro che qui non si può parlare di Europa – per forza della suo stato delle cose anticompetitivo e burocratizzato in tutti i gangli delle varie società europee e, soprattutto, in ragione della cappa soffocante messa in atto dall’UE – e se si parla di America lo si fa non attribuendo all’America il primato sulla competenza e il merito (implicitamente si ammette che queste virtù risiedano anche all’estero) ma sottolineando il fatto che questi valori  devono essere ristabiliti negli Stati Uniti. La realtà è che su questa retorica del merito e della competenza, l’Europa, molto giustamente lo si ribadisce, non può certo venire menzionata mentre per l’America, e anche qui dal documento si manifesta una innegabile verità,  si tratta da valori da ristabilire ma anche che però, soprattutto, su questa linea di narrazione incombe, non nominata,  quella statua del commendatore  che va sotto il nome di Cina, la cui filosofia confuciana dell’ordine, del merito e della gerarchia è proprio alla base del suo sviluppo, una Cina vero e proprio  ‘innominato’ nell’ambito della retorica del merito anche se in altri luoghi del documento, ovviamente, trova la sua debita trattazione nel corso di un discorso più classicamente geopolitico e meno legato alla considerazione di fattori sovrastrutturali e/o culturali.

          Dalle pagine 25-27 del documento viene impiegato per le ultime due volte il concetto di civiltà, appaiandolo  come nel primo esempio col sostantivo di ‘Europa’ e a buon ragione perché il discorso che vi si sviluppa inizialmente (ma per poi prendere in finale, come vedremo, una torsione tutta particolare) è essenzialmente di natura geopolitica, un geopolitica di stampo classico dove apparentemente in maniera esclusiva ed esaustiva  viene sviluppato un ragionamento sulle masse territoriali euroasiatiche: «C. Promoting European Greatness. American officials have become used to thinking about European problems in terms of insufficient military spending and economic stagnation. There is truth to this, but Europe’s real problems are even deeper. Continental Europe has been losing share of global GDP – down from 25 percent in 1990 to 14 percent today – partly owing to national and transnational regulations that undermine creativity and industriousness. But this economic decline is eclipsed by the real and more stark prospect of civilizational erasure. The larger issues facing Europe include activities of the European Union and other transnational bodies that undermine political liberty and sovereignty, migration policies that are transforming the continent and creating strife, censorship of free speech and suppression of political opposition, cratering birthrates, and loss of national identities and self-confidence. Should present trends continue, the continent will be unrecognizable in 20 years or less. As such, it is far from obvious whether certain European countries will have economies and militaries strong enough to remain reliable allies. Many of these nations are currently doubling down on their present path. We want Europe to remain European, to regain its civilizational self-confidence, and to abandon its failed focus on regulatory suffocation. This lack of self-confidence is most evident in Europe’s relationship with Russia. European allies enjoy a significant hard power advantage over Russia by almost every measure, save nuclear weapons. As a result of Russia’s war in Ukraine, European relations with Russia are now deeply attenuated, and many Europeans regard Russia as an existential threat. Managing European relations with Russia will require significant U.S. diplomatic engagement, both to reestablish conditions of strategic stability across the Eurasian landmass, and to mitigate the risk of conflict between Russia and European states. It is a core interest of the United States to negotiate an expeditious cessation of hostilities in Ukraine, in order to stabilize European economies, prevent unintended escalation or expansion of the war, and reestablish strategic stability with Russia, as well as to enable the post-hostilities reconstruction of Ukraine to enable its survival as a viable state. The Ukraine War has had the perverse effect of increasing Europe’s, especially Germany’s, external dependencies. Today, German chemical companies are building some of the world’s largest processing plants in China, using Russian gas that they cannot obtain at home. The Trump Administration finds itself at odds with European officials who hold unrealistic expectations for the war perched in unstable minority governments, many of which trample on basic principles of democracy to suppress opposition. A large European majority wants peace, yet that desire is not translated into policy, in large measure because of those governments’ subversion of democratic processes. This is strategically important to the United States precisely because European states cannot reform themselves if they are trapped in political crisis. Yet Europe remains strategically and culturally vital to the United States. Transatlantic trade remains one of the pillars of the global economy and of American prosperity. European sectors from manufacturing to technology to energy remain among the world’s most robust. Europe is home to cutting-edge scientific research and world-leading cultural institutions. Not only can we not afford to write Europe off – doing so would be self-defeating for what this strategy aims to achieve. American diplomacy should continue to stand up for genuine democracy, freedom of expression, and unapologetic celebrations of European nations’ individual character and history. America encourages its political allies in Europe to promote this revival of spirit, and the growing influence of patriotic European parties indeed gives cause for great optimism. Our goal should be to help Europe correct its current trajectory. We will need a strong Europe to help us successfully compete, and to work in concert with us to prevent any adversary from dominating Europe. America is, understandably, sentimentally attached to the European continent – and, of course, to Britain and Ireland. The character of these countries is also strategically important because we count upon creative, capable, confident, democratic allies to establish conditions of stability and security. We want to work with aligned countries that want to restore their former greatness.  Over the long term, it is more than plausible that within a few decades at the latest, certain NATO members will become majority non-European. As such, it is an open question whether they will view their place in the world, or their alliance with the United States, in the same way as those who signed the NATO charter [evidenziazione nostra].» Insomma, per farla breve: al netto della sparata che bisogna ristabilire la democrazia in Europa (il bue che dà del cornuto all’asino…), bisogna andare d’accordo con la Russia perché la geopolitica ci insegna che Europa e Russia fanno parte della stessa massa continentale euroasiatica e sopratutto, passaggio finale che va analizzato attentamente e da noi proprio per questo graficamente evidenziato, la Nato dovrà progressivamente essere abbandonata non tanto perché in linea di principio di ostacolo verso questo appeasement con la Russia (ed anche perché troppo costosa, entrambe queste verità non menzionate) ma perché, udite, udite, le migrazioni favorite dalla politica  dell’Unione Europea e dalla maggioranza dei suoi singoli paesi favorendo una sostituzione razziale all’interno di questi paesi alterano l’originaria composizione etnica dell’Europa e la  rendono così meno affidabile dal punto di vista del mantenimento degli originari obiettivi militari dell’Alleanza atlantica, diversamente dal passato quanto il Vecchio continente era omogeneo dal punto di vista etno-culturale e una NATO composta da questi paesi era totalmente affidabile e quindi strutturalmente inadeguata a proseguire finalità che non fossero la difesa della pace e la protezione contro le mire espansionistiche dell’Unione Sovietica.  

          A questa nostra chiosa che segnala che alla fine del passaggio evidenziato si fuoriesce da un discorso geopolitico di vecchio stampo dove quello che conta è essenzialmente la geografia e come questa quasi deterministicamente condizioni il comportamento degli attori sullo scenario internazionale,  si potrebbe ribadire che, in realtà, l’accusa mossa contro l’Europa è quella di favorire l’immigrazione musulmana (oggettivamente creatrice di terribili problemi nei paesi che ne ha accettato l’apporto) e che se questa non viene menzionata in termini espliciti è perché A) negli Stati Uniti sono presenti comunità musulmane e quindi non è utile pestare la coda al cane che più o meno dorme e B) la proiezione imperialistica degli Stati Uniti non consente di disprezzare apertamente l’Islam o coloro che lo professano e, in parte, molto piccola parte, ammettiamo che sono  pur presenti queste preoccupazioni ma il punto è che, se si voleva segnalare il problema unicamente dal punto di vista etno-cultural-religioso senza però voler offendere nessuno, senza volere cioè volere offendere l’Islam in quanto religione, sarebbe bastato affermare che l’Europa per colpa di queste immigrazioni non europee sta fiaccando e perdendo le sue radici cultural-religiose, sta cioè diventando una continente dove il cristianesimo rischia di diventare minoritario ed alterando quindi la sua tradizione spirituale che invece, non perché migliore delle altre ma perché costituente l’intima struttura vitale ed espressiva di queste società, deve essere tutelata. Ma il documento si guarda bene dal fare questa osservazione e quindi non si può che concludere che la preoccupazione del documento riguardo l’Europa è rivolta (almeno dal punto di vista di una retorica non dichiarata ma chiaramente sottesa) al rischio che il Vecchio continente diluisca fino ad annullarla la sua storicamente maggioritaria  ed egemone componente etnica c.d. ariano-caucasica, cioè, detto ancor più semplicemente, che la c.d. razza bianca divenga una componente minoritaria soverchiata dalle altre “razze” più o meno variamente colorate.

          Alla luce quindi di questa ‘interpretazione autentica’ della retorica sottesa al documento National Security Strategy of the United States of America del novembre 2025 (una Weltanschauung i cui punti riferimento sono Joseph Arthur de Gobineau,  Friedrich Maximilian Müller e Houston Stewart Chamberlain) ed evidenziando altresì che l’ ‘imperialismo in forma’ dell’amministrazione Trump, oltre alla concreta applicazione pratica ed anche teorica di un realismo politico totalmente schematico ed antidialettico ma comunque con maggiori potenzialità performative rispetto alle precedenti impostazioni neocon e democratiche basate sulla mistica parareligiosa della democrazia e dei diritti umani,  sembra anche stare ripercorrendo  il tragitto cultural-retorico del vecchio imperialismo otto-novecentesco del fardello dell’uomo bianco,  due considerazioni, una nient’affatto extravagante riguardo al tema di questa comunicazione, la seconda, invece, apparentemente eccentrica rispetto allo stesso ma, invece, strettamente correlata con la prima. Veniamo subito alla considerazione apparentemente eccentrica e riguarda la crisi di “Limes”.  Senza stare a ripercorrere nel dettaglio nei nomi dei protagonisti di questa crisi e nelle loro motivazioni che li hanno indotti a lasciare la rivista, perché proprio non ne varrebbe la pena, possiamo dire che l’idea fondante di “Limes” sin dai suoi esordi è stata quella di assumere il ruolo machiavelliano di consigliere del Principe, un ruolo che, concretamente, era affidato alla notevole capacità affabulatoria  del suo direttore e fondatore Lucio Caracciolo, solo che, “piccolo” dettaglio A) questa grande capacità affabulatoria, pur appoggiata nella maggior parte di casi, su una corretta conoscenza empirica delle varie realtà nazionali che si muovono sullo scenario internazionale, è sempre stata assolutamente refrattaria ad adottare una pur minima visione teorica non solo di questo scenario ma anche delle forze politico-sociali che si muovono e scontrano all’interno di questi paesi, e non è certo sufficiente a coprire questa deficienza teorica proclamare ad ogni piè sospinto che “Limes” si rifà integralmente al realismo politico se questo realismo non viene meglio precisato nelle sue articolate e dialettiche fonti teoriche e quando citate ed approvate non se ne opera una debita storicizzazione e, soprattutto, in parallelo a questa gracile e rachitica ermeneutica geopolitica, il realismo che ne risulta –  cioè in “Limes” che non ne risulta – non viene calato concretamente nell’analisi  concreta delle varie realtà nazionali, le quali in “Limes” vengono sì empiricamente riconosciute ma mai dinamicamente inquadrate dialetticamente sia per quanto riguarda gli agenti strategici interni sia sotto il punto di vista degli agenti strategici operanti sullo scenario internazionale.   Insomma, a “Limes” il compianto Gianfranco La Grassa e la sua teoria degli agenti strategici risultano ampiamente non pervenuti, cosa che invece, pur nella modestia dei suoi mezzi, può ben essere rivendicata dall’ “Italia e il Mondo”, come anche, nella modestia dei suoi mezzi intellettuali, risulta pervenuta al sottoscritto attraverso il paradigma del Repubblicanesimo Geopolitico. Ma come si dice, si potrebbe predicare male (cioè nel caso di “Limes” col suo realismo dimidiato, non sufficientemente bene) ma razzolare bene ma è proprio sul realismo concretamente praticato ed applicato pro domo sua la falla maggiore di “Limes”, perché l’idea di fungere da consigliere del Principe può avere un pur minimo senso se esiste un Principe che voglia veramente insignorirsi di una data realtà territoriale, cosa che invece non esiste in Italia perché la sua forma di potere politico può essere definita, come ho affermato nel mio precedente intervento sull’ “Italia e il Mondo”, una ‘polioligarchia eterodiretto-competitiva’: insomma gli agenti strategici nazionali  non aspettano certo i consigli del Caracciolo di turno ma prendono ordini e consigli direttamente dagli Stati Uniti. Da qui la crisi di “Limes” che si inserisce nel quadro in radicale e tumultuoso mutamento che se un tempo gli agenti strategici nazionali potevano sopportare di buon grado e far finta di gradire le edulcorate lezioncine di “Limes” che nell’ambito di una ripetuta (e sincera) proclamata fedeltà della rivista alle ragioni della NATO, cercava di indicare una via nazionale entro cui far muovere questa fedeltà, oggi per “Limes” diventa tutto più difficile perché l’amministrazione Trump è la forza politico-strategica  che solo al momento, e pur fra mille contraddizioni, è prevalente all’interno degli Stati Uniti e facendo quindi  sì che “Limes” e il suo direttore abbiano dovuto abbandonare la litania dell’importanza di affidarsi senza se e senza ma alle ragioni degli Stati Uniti ricondotti  fino ad ora se non ad un blocco più o meno unitario certamente a conflittualità perlomeno controllata nella dialettica fra amministrazione ed opposizione, ma abbia deciso di scegliere e  sposato espressamente le ragioni delle forze strategiche che fanno capo all’amministrazione  Trump. E questo non può essere accettato da nessuno degli agenti strategici nazionali che in passato erano fidelizzati solo apparentemente alle lezioncine di Caracciolo. Da una parte, coloro che continuano a coltivare rapporti diretti con le componenti neocon americane e con quelle democratiche e retoricamente proseguono nel canto  propagandistico di queste due correnti politico-ideologiche statunitensi che pur nella loro polarità destra/sinistra si fanno chiassosamente portavoce  dei diritti dell’uomo e della democrazia da esportazione manu militari, e  qui ci si sta riferendo ai personaggi che ora hanno lasciato “Limes”. Dall’altra parte, dalla parte cioè dei “patrioti” al governo ora molto vicini a Trump, senza potersi aspettare a favore di “Limes” alcuna sponda significativa, visto che nei loro rapporti sottomissivi ed autoreferenziali verso questa amministrazione essi sono benissimo in grado di servirsi da soli, come del resto hanno fatto sempre coloro che a parole dicevano ad ogni piè sospinto  di far tesoro delle parole di Caracciolo.

           Veniamo ora alla considerazione non eccentrica sul documento del National Security Strategy of the United States of America del novembre 2025 riguardante l’Italia e collegandoci al  discorso appena svolto per “Limes” possiamo metterla in questo modo: così come “Limes” e il suo direttore si sono sempre illusi prima di fare il consigliere degli italici Principi in un quadro di conflitto strategico all’interno degli Stati uniti apparentemente sotto controllo e sono ancora più illusi ora di cavar fuori qualcosa di buono in termini di consiglio per i nostri locali Principi appoggiandosi ad un’amministrazione perennemente in lotta nella società americana ed anche al suo interno per tentare di imporre la sua egemonia politico-culturale (nel mio precedente intervento sull’ “Italia e il Mondo”, Massimo Morigi, Tassonomia prima degli idealtipi delle principali forme del potere politico in conformità alla dialettica del paradigma realistico del Repubblicanesimo Geopolitico a proposito de le questioni russe al di là dell’Ucraina di George Friedman, documento all’URL Wayback Machine https://web.archive.org/web/20251206192330/https://italiaeilmondo.com/2025/12/06/tassonomia-prima-degli-idealtipi-delle-principali-forme-del-potere-politico-in-conformita-alla-dialettica-del-paradigma-realistico-del-repubblicanesimo-geopolitico-a-proposito-de-le-questi/, ho definito la forma del potere “democratico” statunitense ‘polioligarchia stasististico-competitiva’ per evidenziare la perenne guerra civile che percorre quel paese), altrettanto si illudono i nostri “patrioti” al governo che da un ‘imperialismo in forma’ come quello dell’amministrazione Trump, un ‘imperialismo in forma’ che ripercorre le retoriche dell’uomo bianco e ariano-etniche dell’imperialismo ottocentesco, possa uscire qualcosa di buono per l’Italia e questo per due motivi. Il primo è che nonostante il suo  debolissimo senso identitario inteso in senso strettamente nazionalistico, la sua vera identità spirituale è quella informata  al un suo profondo cattolicesimo culturale, e ciò implica che se in via ipotetica possono essere accettate forme più o meno larvate  di islamofobia, l’Italia non può assolutamente far proprio un discorso suprematista bianco così come emerge dal documento in questione e, come c’è da pensare, realmente profondamente radicato all’interno del mondo dell’amministrazione Trump. Il secondo è che è proprio il discorso suprematista bianco a porre un ostacolo proprio da parte di  coloro che vi si identificano a far inserire a pieno titolo l’Italia e il suo popolo in  questa ristretta ed esclusiva cerchia razziale, perché dal punto di vista dell’amministrazione Trump e dei circoli politico-culturali che ruotano attorno alla sua amministrazione  il posto destinato all’Italia e al suo popolo non è altro che quella di ascari fedeli in quanto bianchi di serie B se proprio si vuole essere generosi, con tutte le concrete conseguenze politico-culturali che è facile immaginare (ricordiamo che in origine, nella razzista America ora rinnegata, ma solo apparentemente, gli italiani non erano considerati facenti parte della c.d. razza bianca, pur essendo il loro fenotipo quanto di più distante si potesse immaginare dalla popolazione di origine africana).

          E quindi, se di consiglieri i Principi nazionali non hanno mai saputo cosa farsene e dei Principi italiani amici di quelli ora a al timone degli Stati Uniti la realtà ne decreterà ugualmente l’inutilità e la ridicolaggine, che fare?  Molto semplice a dirsi anche se estremamente arduo nella realizzazione: impegnarsi   a costruire una reale didattica nazionale che nella odierna crisi degli stati-nazione, sappia ritrovare le ragioni esistenziali del perché l’Italia è (ancora) una nazione e, se vogliamo cogliere un lato positivo del documento esaminato, è che questo chiaramente individua la necessità geopolitica prima ancora che culturale di individuare – anche se solo riferite agli Stati Uniti e da un punto di vista suprematista –  queste ragioni (un suggerimento, oltre ovviamente a William Faulkner e ad Harper Lee,  per cogliere la formaperfetta del sentire suprematista americano e senza, peraltro, che nel documento proposto vi sia alcuna forma di distanziamento verso questo fenomeno: il film del 1915 di David Wark Griffith The Birth of a Nation, bellissimo esteticamente e terribile nella sua ingenuità razzista e nella sua apologia del Ku Klux Klan). Alla luce, inoltre, del fatto che la ricerca dell’individuazione/creazione  di queste ragioni non è proprio un’invenzione dell’amministrazione Trump e/o di suprematisti e/o dichiaratamente razzisti ma è una ricorrenza costante  delle forme di potere genericamente definibili come ‘polioligarchie competitive’ (cioè le c.d. democrazie rappresentative per le quali si rinvia ancora al mio ultimo intervento sull’ “Italia e il Mondo”) e, senza voler fare un elenco dei modelli di costruzione identitaria praticati nel corso della storia (non solo dalle c.d. democrazie rappresentative ma anche dalle forme di potere informate a modelli tradizionalisti che le hanno precedute, ma in questo caso le costruzioni identitarie hanno ritmi collocabili più nella “lunga durata” che nella costante e frenetica giustificazione di un potere che non riesce mai a tenere fede alle promesse “democratiche”), dal punto di vista del Repubblicanesimo Geopolitico non è inutile segnalare che nella nostra storia d’Italia abbiamo l’esempio di un pensatore che non ha nulla a spartire con l’ideologia sottesa al documento esaminato ma che ugualmente era ben consapevole che una nazione “democratica” come è oggi concepita e praticata attraverso la c.d. democrazia rappresentativa ma  senza un’idea  del proprio essere nel consesso internazionale e senza che questa idea sia  condivisa da tutto il popolo e nella rappresentazione che esso ha di sé proiettata al di là delle semplici contingenze politiche del momento,  è destinata ad immiserirsi fino a scomparire.

         A questo proposito Mazzini parlava di una vera e propria missione dell’Italia che avrebbe dovuto porsi alla guida politico-militare  di tutti i popoli nel processo da loro autonomamente intrapreso per la liberazione dalle dominazioni straniere. Ora se il lato utopistico di quest’idea di un’Italia che assume il comando della liberazione dei popoli è di tutta evidenza, non è altrettanto evidente l’improponibilità dell’idea di un’Italia che proprio in ragione della consapevolezza della sua storia fatta di dominazioni straniere rifiuta alla radice qualsiasi discorso falsamente universalistico (altrimenti detto, diritti umani e democrazia da esportazione con le armi) così come suprematistico (proprio in ragione delle sue profonde radici universalistiche cattoliche), facendosi internazionalmente il più eloquente e prestigioso portavoce, proprio in ragione della sua storia événementielle e della sua più profonda e significativa tradizione culturale, ideologica e politica, del non fungibile diritto di ogni popolo a trovare la sua unica e non sindacabile dall’esterno via all’autogoverno. Si tratterebbe, in altre parole, di poggiare la nuova pedagogia identitaria nazionale sulla teologia politica dei due filoni fra i  più profondi, anche se nell’Ottocento confliggenti, della nostra tradizione politico-culturale nazionale, vale a dire l’universalismo cattolico italiano (di cui, fra l’altro, un sotterraneo rizoma non sottoposto a sufficiente riconoscimento ermeneutico in questo suo legame è il marxismo umanistico e volontaristico di Antonio Gramsci che, con la sua filosofia della prassi poggiata sull’unione dialettica fra oggetto e soggetto agente sullo stesso, una filosofia della prassi con profonde analogie alla mazziniana endiade ‘pensiero e azione’, ha posto le basi perché con un pensiero marxista teoricamente vivo e politicamente espressivo se ne dovranno fare i conti per molto tempo ancora, e una gramsciana filosofia della prassi di cui il Repubblicanesimo Geopolitico  riconosce tutta la sua fondante importanza per la sua teoresi) e il mazzinianesimo, in particolare nella sua declinazione geopolitico-idelogica  del  cosmopolitismo delle nazioni, nell’ambito del concreto quadro del multipolarismo in via di una sempre più tumultuosa affermazione, un multipolarismo il cui orizzonte etico-politico è proprio l’idea mazziniana che ai popoli non possono essere imposti dall’esterno ridicoli e nefasti schemi ideologici essendo, per Mazzini,  il loro unico dovere quello di essere responsabili di fronte a Dio del mantenimento della propria identità e libertà nell’armonioso consesso di tutti gli altri popoli (questo armonioso consesso di libere nazioni Mazzini lo definiva ‘cosmopolitismo delle nazioni’, concetto con profonde analogie con la Weltanschaung condivisa di coloro che si rifanno dal punto di vista assiologico, teorico e politico al processo del multipolarizzazione).   Un compito immane ma almeno storicamente con solide e reali fondamenta, una missione per l’Italia del futuro che riprende e aggiorna la missione che per l’Italia aveva pensato Mazzini. In mancanza di questa nuova pedagogia nazionale di matrice mazziniana poggiante a sua volta sull’universalismo di matrice cattolica (e notiamo en passant che l’universalismo cattolico non è altro che il riverbero alto e basso medievale del mito universalistico della Città Eterna portatrice di civiltà a tutti i popoli del mondo che Roma antica amava attribuire a sè, un riverbero che ebbe profondissima influenza anche nel pensiero  mazziniano attraverso il mito della Terza Roma, la Roma, cioè, del popolo che sarebbe stata per Mazzini la legittima erede della Roma dei Cesari e della Roma dei Papi, e mito della Terza Roma che agisce tuttora anche come una sorta di teologia politica abscondita per quanto riguarda la Russia, ma anche  mito della Terza Roma espressamente ripreso da Aleksandr Dugin nell’ambito della sua concezione assiologico-geopolitica dell’euroasiatismo… ), il futuro ci riserverà ancora (poco ascoltati) consiglieri del Principe e altrettanto (poco considerati) pseudopatrioti, che non riusciranno  mai non solo a passare del tutto indenni l’esame di purezza etnica ma anche, ancora più importante, a potersi vantare senza vergogna di avere raccolto degnamente il testimone dei momenti più alti del pensiero politico-culturale italiano. E, come abbiamo visto, a trarli d’impaccio non si potrà ricorrere ai vari cantori di un realismo dimidiato che  hanno già dato ampia prova della loro inefficacia. Ma certamente a trarci d’impaccio il vero realismo politico ci suggerisce di rivolgerci a colui che per primo seppe concepire l’Italia come la diretta e principale erede di una bimillenaria tradizione e per questo «una, indipendente e repubblicana». Ora e sempre.

Massimo Morigi, 1° gennaio 2026

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Il dibattito politico-strategico internazionale di quest’ultimo mese si è incentrato quasi esclusivamente sul NSS (National Security Strategy) statunitense. È passato infatti in secondo piano il fatto che anche i governi cinese, nel maggio scorso e  russo, due mesi fa, hanno a loro volta presentato un documento analogo. Il corollario di questa relativa “attenzione” è stato una produzione asfittica di analisi comparate dei tre documenti delle tre principali realtà geopolitiche.

Una disattenzione in qualche modo comprensibile nei riguardi di quello russo, tutto incentrato sulla situazione interna e sulla gestione in particolare delle differenze etniche e di nazionalità presenti nella Federazione Russa. Non che l’amministrazione russa abbia trascurato i temi della coesione sociale, dello sviluppo economico e della diversificazione produttiva interni al paese, della postura geopolitica e della strategia militare. Tutt’altro! Li ha semplicemente esposti in documenti nettamente separati e a se stanti.

Colpisce, invece, l’enfasi all’approccio “olistico” che promana dai due documenti cinese e statunitense, nel primo ostentato e dichiarato continuamente, quasi ossessivamente, nel secondo più sotteso.

Tre impostazioni diverse quindi  che, a loro modo, rivelano tre impostazioni ed urgenze diverse: quella russa, apparentemente più regionale, se così si può parlare di un paese diffuso in quattro continenti, non fosse altro perché assillato fondatamente dalla sicurezza  dei propri confini e confortato ormai da una economia sviluppata  e dinamica che può e potrà contare su risorse proprie addirittura ridondanti.

Le altre due dal carattere esattamente speculare nella loro acuta attenzione alla collocazione geopolitica e al nesso tra politica estera e situazione interna.

Della situazione russa continueremo ad approfondire in altre occasioni.

Il sito, per altro, ha riservato una attenzione costante e originale, sin dalla sua nascita, alla situazione e alle posizioni e tendenze presenti negli Stati Uniti.

L’attuale leadership statunitense, tornata al governo da circa un anno, ma non ancora saldamente al potere, se mai ci riuscirà pienamente e stabilmente, ha compreso il nesso tra la sua insostenibile sovraesposizione internazionale, così poco selettiva, l’approccio universalistico dell’eccezionalismo americano, il globalismo predicato e la allarmante fragilità interna della propria formazione sociale. Una fragilità provocata ed alimentata dalle precedenti leadership al governo, ma detentrici ancora di significative leve di potere, le quali hanno consentito di “parassitare” il proprio paese ad opera di forze esterne di cui sono espressione. Una narrazione, quella di un paese parassitato, per altro poco credibile agli occhi del resto del mondo, con qualche fondamento in situazioni di decadenza imperiale, tesa comunque ad identificare e additare un nemico esterno, anche se, per il momento, di natura diversa rispetto alle narrazioni precedenti e ad additare e delegittimare, pur con buone ragioni, l’avversario politico interno come nemico.

Ne consegue un radicale cambiamento, almeno nelle intenzioni, delle priorità e delle modalità di esercizio dell’impegno politico e di ottenimento dei risultati, quindi, in ordine decrescente:

  1. Difesa ed impermeabilità dei propri confini nazionali ed epurazione degli immigrati illegali e in condizione precaria. Ricostruzione della base industriale del paese fondata sui primati tecnologici dei quali dispone il paese e ripristino su basi nuove della coesione sociale fondata sulla valorizzazione dei ceti produttivi
  2. Delimitazione, nei limiti del possibile, dell’intervento diretto e proattivo e nelle sue più svariate forme al proprio “giardino di casa”, esteso dalla Groenlandia all’America Latina. Dovrebbe essere questo, quindi, lo spazio di confronto più diretto con Russia e Cina, ma in condizioni molto diverse rispetto solo a pochi decenni fa. La Russia e soprattutto la Cina hanno avuto il tempo di tessere importanti relazioni politiche ed economiche con i paesi di quel continente, grazie anche alla “complicità” statunitense nei passati processi di deindustrializzazione di quelle aree; le élites politiche locali non sono più, per altro, di stretta e totale emanazione nordamericana
  3. Il confronto con le maggiori potenze emerse, Cina e Russia, viene, per meglio dire si vorrebbe trasformare in un rapporto di accesa competizione però  di lunga durata e di cooperazione tattica in attesa del riaccumulo delle forze necessarie a sostenere un eventuale confronto aperto
  4. Sussunzione sempre più rigorosa delle strategie e politiche economiche, delle stesse catene di produzione alle strategie politiche, geopolitiche e militari. Di fatto le catene di produzione dei settori strategici devono coinvolgere la sola cerchia dei paesi più fidati, lasciando libero il commercio e le catene di produzione dei soli settori complementari

Da questo la riconsiderazione di una nuova stratificazione del sistema di alleanze, di un ruolo più proattivo, nelle rispettive aree, dei soggetti da aggregare e/o riaggregare, di una qualità diversa delle modalità operative e di esercizio della politica estera, diplomatica, economica e militare.

Tutti propositi e schemi attuativi che prevedono una fase transitiva di scompaginamento del sistema consolidato di relazioni inquadrabile in una definizione particolare e spregiudicata, tipicamente trumpiana, di multilateralismo.

Si osserva curiosamente l’utilizzo di un primo termine comune, il multilateralismo, alle due opzioni strategiche speculari  cinese e statunitense.

L’altro tratto comune a quello cinese, che risalta nella NSS, è la trasformazione della cosiddetta politica di aiuti, legata alla famigerata attività delle ONG,  in quella di investimenti produttivi, a quanto pare anche con forme di compartecipazione delle élites locali nella gestione. L’Africa e l’America Latina sono i continenti maggiormente deputati a ricevere queste attenzioni. Se per i cinesi, la pratica degli investimenti produttivi ed infrastrutturali sono stati sin dall’inizio fondativi delle relazioni economiche, per gli Stati Uniti potrebbe rivelarsi un ritorno al passato remoto, rispetto alle politiche quasi esclusivamente  direttamente finanziarie-predatorie o assistenziali dei tempi recenti. Resteranno da verificare quote, modalità e pretese a svelare le reali intenzioni.

Ci sono, però degli aspetti che in qualche maniera caratterizzano diversamente questi due tratti “comuni”:

  1. Se è vero che la NSS presuppone una iniziale, scompaginante dinamica molecolare e variabile delle relazioni con i singoli paesi, è altrettanto vero che l’obbiettivo dell’attuale leadership statunitense è quello di ricostruire il più rapidamente possibile nuove reti  di alleanze a strutture concentriche con i paesi e le leadership più affini politicamente e culturalmente, il documento parla appunto di civiltà di fatto giustapposte, nella fascia più prossima al centro di gravità. Gli esempi di questa prima fascia sono sicuramente l’AUKUS, l’area della “pax silica” ( Giappone, Olanda, Gran Bretagna, Taiwan in via ufficiosa, Corea del Sud, Singapore, Australia, Emirati Arabi Uniti, Israele e, presumo, Arabia Saudita). Sono paesi, in quest’ultimo caso,  ai quali è riservato il privilegio a vario titolo e grado  della compartecipazione ai grandi progetti strategici economico-scientifici-militari, quali l’intelligenza artificiale e il ciclo di hardware connesso. Sono paesi che sono particolarmente istigati e che sono delegati ad assumere un ruolo di guida periferica e regionale delle gestione della competizione e dello scontro in primo luogo con la Cina, ma sempre sulla base di relazioni primarie strategiche di tipo bilaterale tra il paese capofila, gli Stati Uniti e ciascuno di essi. E sempre con la consapevolezza dell’incertezza e mutevolezza, della diffidenza che caratterizza questa fase di transizione. A sottolineare quanto questa contezza sia ben più radicata di come traspaia nel NSS può essere sufficiente questa rivelazione: il documento del NSS  sottolinea più volte il rischio concreto, a causa delle élites che lo governano e dei conseguenti processi migratori incontrollati, che i paesi dell’Europa e della UE, in particolare i più rilevanti (Regno Unito, Francia, Germania, Italia) cambino di natura e perdano l’impronta specifica della loro civiltà, allontanandole, grazie al prevalere di forze islamiche radicali ormai annidate,  in maniera ostile dagli attuali profondi legami che consentono strette collaborazioni e sinergie anche militari. Due di questi, Regno Unito e Francia, dispongono di arsenale atomico proprio. Ebbene, la Casa Bianca e il Dipartimento della Guerra hanno incaricato il Dipartimento di Stato di preparare un piano di sicurezza entro il 2028 cui seguirà un piano operativo del Pentagono e dei servizi segreti , da completare entro il 2035, che prevede l’utilizzo di un gran numero di forze speciali, già presenti in loco, per sequestrare e rimuovere l’arsenale atomico intero, intanto del Regno Unito. Se ne parlerà più diffusamente in altre occasioni.  A corollario, già adesso gli Stati Uniti stanno limitando pesantemente i visti di accesso dalla Gran Bretagna. Il recente divieto di ingresso negli USA dell’ex commissario UE, Breton, rappresenta un altro indizio della fondatezza di questi propositi
  2. Esiste una seconda fascia, in fase avanzata di formazione, di “alleati” deputati ad essere particolarmente spremuti e spogliati, nella loro doppia funzione di paesi tributari e di paesi di prima linea disposti ad assumere il ruolo suicida ed autolesionista di gestione diretta del confronto militare regionale. I paesi della UE, nella quasi totalità, sono deputati consapevolmente ad immolarsi a questo sacrificio!
  3. La terza fascia è costituita dai terreni di caccia: 1)- l’Africa in particolare, dove sarà possibile una competizione ed un conflitto con non tracimi in uno scontro generalizzato incontrollato, ma con un fattore di ulteriore imprevedibilità rispetto a qualche decennio fa: la presenza di élites locali più indipendenti e consapevoli degli spazi di agibilità offerti dalla presenza di forze multipolari;e le regioni artiche 2)- la regione caucasica, turcomanna (kazaki, ect) ed artica, pericolosamente vicine queste tre ultime ai confini delle potenze competitrici
  4. Una quarta fascia, quella destinata ad assumere un ruolo di comprimari di un mondo multipolare e ad arricchire gli spazi di agibilità ed imprevedibilità, costituita al momento in particolare da India, Turchia, Iran, Brasile(?), interessata a protrarre il più possibile, in questo tendenzialmente più consonanti  con Russia e Cina, una fase di transizione scevra da alleanze politiche rigidamente ben definite

La sottolineatura, sia pure ancora approssimativa di questi quattro punti,  serve a definire meglio i fondamenti culturali, le caratteristiche comuni e le differenze dell’impostazione “olistica” dei due documenti e delle terminologie e degli schemi adottati, ma anche delle “ipocrisie” presenti soprattutto nel documento cinese.

  • Se la natura sottesa, sotto traccia, dell’impostazione olistica del documento statunitense deriva dal fondamento pragmatico-empirico del bagaglio culturale anglosassone, l’impostazione ribadita continuamente  nel documento cinese, deriva dall’attenzione e dall’appartenenza al “tutto” del bagaglio culturale confuciano e dalla schema peculiare del bagaglio comunista di procedere rigorosamente nell’esposizione e nello schema mentale dal generale al particolare. Impostazioni corroborate dalla formazione professionale stessa delle due classi dirigenti e in particolare dei due presidenti
  • La maggiore insistenza, di fatto l’ossessione, che spinge i redattori cinesi ad affermare la dinamica multilaterale di soggetti atomizzati non vincolati specificatamente in alleanze consolidate nasce da una aspirazione, probabilmente al momento genuina, e consapevolezza che un sistema rigido di alleanze, specie in uno schema tripolare, costituisca il prodromo di un conflitto generalizzato catastrofico
  • Il multilateralismo nella accezione cinese consiste in una relazione paritaria tra stati che consenta rapporti compromissori e diplomatici non condizionati da alleanze politico-militari e da identità ideologiche, ma regolati da istituzioni internazionali rette da procedure consensuali. La visione di un paese in espansione che deve alimentare con le esportazioni il suo imponente apparato produttivo industriale e il suo fabbisogno di materie prime ed energetiche da importare. La natura e i limiti dei BRICS sono il prodotto più evidente di questa visione, tipica di una élite libera dai cascami interni di un retaggio imperialistico recente e nutrita, quindi, di una visione progressiva di sviluppo della propria formazione sociale
  • Una visione che induce e funge da supporto  ad una contrapposizione dualistica e semplicistica, di fatto impregnata di ipocrisia, tra le forze positive propugnatrici della globalizzazione foriera di vantaggi comuni e relazioni regolamentate pacifiche, di cui la Cina si pone come paladina e le forze protezionistiche, fautrici di azioni unilaterali e arbitrarie, de stabilizzatrici, impersonate in particolare dagli Stati Uniti. Da qui la riesumazione delle mirabilie della teoria dei vantaggi comparati di David Ricardo che consente di proclamare tutti vincitori nell’agone internazionale. La realtà impone una interpretazione più prosaica del sistema di relazioni di un paese e della sua classe dirigente, la Cina, capace di utilizzare con grande abilità pratiche protezionistiche e aperture di mercato selettive in funzione delle esportazioni e di sfruttare  gli spazi offerti  dal contesto di una globalizzazione alimentata da una classe dirigente statunitense talmente presuntuosa ed accecata dalla propria missione da ritenere possibile il controllo egemonico globale grazie al proprio complesso e sofisticato predominio militare, tecnologico, politico-culturale, finanziario e di direzione manageriale, rinunciando alla propria base produttiva nazionale e ad una sufficiente coesione della propria formazione sociale nazionale. Una dinamica che sta producendo nel mondo nuovi perdenti e nuovi vincitori nonché nuovi squilibri destabilizzanti che non tarderanno a produrre nuovi conflitti e nuove ricomposizioni pur in un quadro tendenziale  di sviluppo medio. Un paese, gli Stati Uniti, che fonda la propria esistenza e predominio su un debito colossale e su una rendita militar finanziaria, e un paese che fonda gran parte della sua potenza detenendo il 40% delle esportazioni mondiali, con tutti gli scompensi che tale attivo comporta e tutte le dipendenze dalle rotte commerciali e dalle basi di estrazione che induce sono entrambi, per il momento a diverso grado, fattori che alimentano nuovi squilibri, contraddizioni e conflitti nonché nuove gerarchie.
  • A leggere tra le righe del documento cinese la nebbia degli enunciati irenici è attraversata ampiamente, anche se in maniera strisciante, dalla luce del realismo di una classe dirigenze che sottolinea il tema del controllo interno flessibile e pone, nello stesso documento,  allo stesso livello il tema della sicurezza e dell’espansione, del controllo e dello sviluppo interno delle attività e delle tecnologie strategiche, del controllo e della sicurezza delle rotte commerciali, della regolamentazione con una propria giurisdizione delle relazioni internazionali specifiche, di una selettiva apertura interna consentita dall’acquisizione sufficiente di potenza e predominio tenologico-finanziario. Anche se sottaciuti, i problemi creati dal procedere difficoltoso della “belt and road”, dal recupero di ingenti crediti ai paesi terzi e delle garanzie draconiane imposte, dalla natura ovviamente interessata degli investimenti infrastrutturali all’estero esistono ed indurranno prima o poi alla accentuazione di politiche di influenza.

Per concludere, ferma restando la diversa natura e qualità delle attuali politiche estere dei due paesi, sono innegabili le affinità presenti nei due documenti. Entrambi colgono il nesso tra politica estera e politica interna, ma uno, quello cinese, per affermarlo pienamente, l’altro per liberarsene e ricostituirlo su nuove basi. Entrambi fautori di una politica listiana (da Friedrich List); per uno, quello statunitense, è una grande novità averla  enunciata  e praticata apertamente e violentemente, piuttosto che in maniera subdola; con dinamiche e condizioni operative diverse dovute ad una realtà espansiva più lineare, quella cinese, e una di arretramento e riassestamento, quella statunitense.

Oltre che per le ragioni culturali già citate, il nesso è apertamente proclamato in quello cinese perché il confronto e scontro politico è più controllato grazie alla fase espansiva del sistema e alla attuale maggiore funzionalità dell’assetto istituzionale, più flessibile di quanto la narrazione occidentale racconti, in grado però di nascondere potenzialmente anche a se stesso per troppo tempo le pecche e le tare; un tema, comunque, ben presente nella dirigenza cinese, sempre più attenta ai criteri di selezione e di verifica dei risultati. E’ presente, ma sottinteso, in quello statunitense preda di un violento scontro politico interno dall’esito incerto  e di un crescente disordine e riassetto  istituzionale.

Gli Stati Uniti, dal canto loro, devono trattare se non risolvere un paradosso ed affrontare un rischio supplementare.

  • Il paradosso è  determinato dagli strumenti disponibili per innescare e realizzare il processo di reindustrializzazione. Parte di questi sono gli stessi che hanno determinato questa situazione e che dovranno essere a loro volta ridimensionati e ricondotti a modalità di controllo e funzioni diverse: i circuiti finanziari e la funzione del dollaro. Un paradosso di per sé, ma anche perché contribuisce a rendere fluida ed instabile la composizione del blocco sociale che sostiene l’attuale amministrazione
  • Il rischio è legato alla parziale consegna, alla porticina lasciata socchiusa, obtorto collo, della gabbia entro cui vivono i propri uccellini, alias i propri alleati. Si sa che gli uccellini abituati in gabbia, difficilmente riescono ad apprezzare il valore della libertà ed approfittare delle opportunità, la porticina socciusa, appunto, di quella gabbia. I paesi europei sono l’esempio più deprimente. Non è detto, però, che le attuali dinamiche interne alla NATO, così oltranziste e legate ad una fazione precisa dello schieramento politico statunitense, non producano una propria nemesi. Qualche uccellino potrebbe tentare l’avventura in proprio.

La Cina, d’altro canto, corre rischi di diversa natura, in primo luogo che sorgano rapidamente altri paesi intenzionati a perseguire, con altri strumenti, le stesse finalità di riorganizzazione e di riequilibrio perseguite dagli Stati Uniti e con questo rimettere in discussione i tempi e le modalità di riequilibrio della postura decisi dalla dirigenza cinese. Il contenzioso che si sta riaprendo nelle aree “periferiche” del mondo potrebbe aprire nuovi spazi in questa direzione.

Per concludere, una visione conciliativa ed irenica di una classe dirigente, pur nella sua probabile ipocrisia, è sostenuta sicuramente dall’humus culturale e dalla tradizione del paese, ma può essere “aggiustata” e capovolta dalle dinamiche geopolitiche esterne suscettibili di cambiare la direzione e ribaltare gli equilibri interni alla stessa classe dirigente.

Una preoccupazione latente nel documento cinese. Una preoccupazione, quindi, di stabilità interna, anch’essa, che accomuna i due paesi, l’uno, la Cina, impegnata a costruire un welfare universale quanto meno carente e discriminatorio al momento, l’altro, gli Stati Uniti, a ricostruire attraverso il tentativo di reindustrializzazione quel ceto medio produttivo indispensabile a garantire dinamismo e coesione. Una preoccupazione mascherata da un trionfalismo da “magnifiche sorti e progressive” tipiche della sicumera statunitense.

Due documenti che annunciano di fatto una progressiva separazione di aree e standard operativi, una competizione accesa e ambiti di cooperazione condizionata, piuttosto che di accordi strategici.

Trump, gli ospiti sgraditi nel suo giardino Con Gabriele Germani,Cesare Semovigo,Giuseppe Germinario

Su Italia e il Mondo: Si Parla di Trump, del suo NSS e del teatro competitivo latino-americano
Ospiti del canale YouTube di Gabriele Germani https://www.youtube.com/watch?v=s04kM7csGiQ abbiamo discettato sul NSS e sulle implicazioni nel giardino di casa, o presunto tale, statunitense, in particolare il Venezuela. Buon ascolto, Giuseppe Germinario

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TRUMP E IL RATTO D’EUROPA (II)_di Teodoro Klitsche de la Grange

TRUMP E IL RATTO D’EUROPA (II)

Dato che non cessa il dibattito sul National Security Strategy 2025 di Trump, siamo andati a chiedere lumi al sempre cortese Niccolò Machiavelli, il quale ci ha ricevuto.

A concentrarsi sul nocciolo del NSS 2025 questo qual è? E cosa lo distingue dal pensiero delle élite europee?

Il Trump l’è il migliore dei miei allievi, almeno nella vostra parte del mondo. Ciò che accomuna le sue argomentazioni e la distinzione dal pensiero dei governanti europei è che ha capito assai bene che chi trascura la realtà per andare appresso all’immaginazione è destinato a rovinare se stesso e la propria comunità.

Ma non crede che, in definitiva, le buone intenzioni e le belle prospettive possano costituire un punto di incontro tra le comunità umane?

Certo: a patto che tutti i governanti e i governati del pianeta le condividano. Ma questo non risulta né a me né a nessuno. Neppure a quelli che lo pensano, giacché per primi – e logicamente – indicano il nemico, che è colui che non condivide le loro immaginazioni. Cioè Trump, ma anche tanti altri: Putin, Xi, Modi, gli Aiatollà, ecc. ecc. Cioè la grande maggioranza di governanti e governati del mondo.

Ma non crede che nel futuro possano crearsi dei modelli di cooperazione e coordinamento?

Può darsi nel futuro. Fino a quel momento vale quello che scrissi nel Principe: che si governa (e si combatte) con le leggi e la forza. Ma occorre per farlo che le leggi pretese siano accettate dai governati. Il che, adesso, non risulta anche per parte dell’Europa. Se nel futuro ciò si realizzerà, forse sarà possibile.

In cos’altro differisce  il Trump-pensiero da quello “corrente”?

In primo luogo che si basa su fatti ed esperienza storica (cioè sulla realtà), come da me fatto quando mi vestivo elegante per ragionare sulle vicende passate. Ad esempio nel documento si legge: “Chi un Paese ammette entro i propri confini – in quale numero e da dove – definirà inevitabilmente il futuro di quella nazione. Qualsiasi Paese che si consideri sovrano ha il diritto e il dovere di definire il proprio futuro… Nel corso della storia, le nazioni sovrane hanno proibito la migrazione incontrollata e concesso la cittadinanza solo raramente agli stranieri, che dovevano soddisfare criteri rigorosi. L’esperienza dell’Occidente negli ultimi decenni conferma questa antica saggezza. In molti Paesi del mondo, la migrazione di massa ha messo sotto pressione le risorse interne, aumentato la violenza e altri crimini, indebolito la coesione sociale, distorto i mercati del lavoro e minato la sicurezza nazionale”. Quando i romani, i quali tra l’altro, concedevano la cittadinanza con notevole larghezza, persero il controllo dell’immigrazione, l’Impero d’Occidente collassò in circa un secolo.

Al posto di quello subentrarono i regni romano-barbarici che erano tutt’altro dall’impero distrutto (anche se ne conservavano qualche vestigia).

Accusano Trump di non desiderare alleati, ma solo allineati alla visione americana.

Anche le mosche vogliono guidare i cavalli, perfino in politica. Figurarsi se non lo desidera il capo della prima superpotenza del pianeta. Accusare Trump di ciò è sfondare una porta aperta. Attraverso la quale passano tutti.

Ma Trump ha il senso del limite che diversi suoi predecessori avevano smarrito. Scrive infatti che “L’epoca in cui gli Stati Uniti sorreggono da soli l’intero ordine mondiale come Atlante è finita. Tra i nostri molti alleati e partner contiamo decine di nazioni ricche e sofisticate che devono assumersi la responsabilità primaria per le loro regioni e contribuire molto di più alla nostra difesa collettiva”. Io ho sempre sostenuto che per essere indipendenti occorre disporre di potenza e virtù propria, e non fondarsi su quella di altri. Indicando ciò, Trump indica la via maestra per determinare liberamente il proprio destino.

Ma tanto in Europa non vogliono capirlo.

Col rischio di finire a servizio permanente di altri. Oggi Trump, domani Xi o Modi passando per Putin. Gli è che si immaginano che la lotta per il potere si faccia con le favole.

Come scrissi secoli fa, discorrendo dei profeti disarmati o armati “Nel primo caso, sempre capitano male e non conducono cosa alcuna: ma quando dependono da lloro proprii e possono forzare, allora è che rare volte periclitano: di qui nacque che tutti e profeti armati vinsono e li disarmati ruinorno”. Vale in ogni caso, ma ancor più per coloro che credono – e spesso è così – di portare novità, come sostenevo “se uno principe ha tanto stato che possa, bisognando, per sé medesimo reggersi, o vero se ha sempre necessità della defensione d’altri. E per chiarire meglio questa parte, dico come io iudico coloro potersi reggere per sé medesimi che possono, o per abbondanzia di uomini o di danari, mettere insieme uno exercito iusto”.

Gli altri è meglio che si organizzino a difesa, la quale necessita in particolare, della fedeltà e convinzione dei sudditi. Che già ridotta,  diminuisce ancora, come si legge nel documento.

Mi pare però che l’abbiano capito anche in Europa, dato che, specie la Germania, si stanno riarmando.

Era ora. Solo che per non perdere la faccia, seguono già il pensiero di Trump, ma lo attaccano per far dimenticare decenni di prediche contrarie, recitate a ogni piè sospinto. Alcuni a quelle prediche sono così affezionati che mostrano di non averlo capito neppure oggi.

Concludendo che cos’altro l’ha colpita?

Il fatto che Trump abbia ricordato a tutti quello che ha sostenuto il mio successore Hobbes: che lo scambio politico è tra protezione ed obbedienza – lo ripete più volte. Non si obbedisce a chi non protegge: ma se protegge ha diritto all’obbedienza.

Le élite europee le quali pretenderebbero la protezione americana, a gratis e con infedeltà (parziale) compresa, non manifestano il coraggio della libertà politica, tanto si sono mummificate nelle loro illusioni.

La ringrazio tanto

L’aspetto, quando vuole.

Todoro Klitsche de la Grange

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HELBERG CI SPIEGA LA PAX SILICA_a cura di Emanuele Rossi

HELBERG CI SPIEGA LA PAX SILICA
Un documento da leggere con particolare attenzione per vari motivi:
1- ci fa toccare con mano il senso della nuova SSN presentata da Trump il 5 dicembre in uno dei suoi aspetti fondamentali;
2- rende evidente il ruolo meramente, sprezzantemente coreografico della UE e marginale di appena due stati europei, Olanda e Regno Unito;
3- risalta sempre più ciò che comunque è sempre stato anche nella breve fase globalistico-unipolare: la sussunzione delle dinamiche economiche e di sviluppo tecnologico a quelle politiche e geopolitiche;
4- la forza militare rimane il fondamento dell’azione degli stati. Gli Stati Uniti, almeno in buona parte della attuale amministrazione e delle forze di cui sono espressione, sono consapevoli di non avere appunto, al momento, la forza per sostenere uno scontro aperto con i competitori emergenti e di dover ricostruire le basi economiche e sociali interne al paese. Si vedrà se gli sviluppi dello scontro politico-sociale interno e delle dinamiche geopolitiche glielo consentiranno.
Giuseppe Germinario
 
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A cura di Emanuele Rossi
Alle quattro di mattina di martedì ho partecipato a un media briefing in cui il sottosegretario di Stato per gli Affari economici degli Stati Uniti, Jacob Helberg, ha presentato la Pax Silica Initiative, vista da Washington come un passaggio strutturale nella riorganizzazione dell’economia globale, con un baricentro chiaramente collocato nell’Indo-Pacifico e nelle catene del valore tecnologiche che attraversano l’Asia-Pacifico. Ero l’unico dei (pochi) giornalisti europei ad essere invitato, ed è questo già un segnale chiaro di dove si collocava l’interesse strategico degli Usa, anche (e soprattutto) perché ciò di cui si parlava è uno dei più importanti progetti messi in piedi dall’amministrazione Trump. Nelle parole del sottosegretario Helberg, non si tratta di un esercizio dichiarativo, ma dell’avvio di un’architettura strategica attraverso cui gli Stati Uniti stanno riallineando i propri alleati asiatici attorno alle infrastrutture materiali dell’era dell’intelligenza artificiale. Compute, silicio, minerali ed energia vengono definiti come asset strategici condivisi, al pari di quanto furono petrolio e acciaio nel XX secolo. Vista la centralità che Washington affida all’Indo-Pacifico per questo e altri progetti, e vista l’occasione di averne potuto parlare direttamente con il sottosegretario, oggi cerchiamo di approfondirne le dinamiche. Helberg inquadra Pax Silica come risposta alla più profonda riconfigurazione dell’economia globale dai tempi dell’elettrificazione. In questo contesto, gli Stati Uniti e un gruppo selezionato di partner (di cui solo i Paesi Bassi sono parte dell’Ue, inclusi probabilmente per l’unicità rappresentata da un’azienda olandese nella produzione di chip) hanno deciso di organizzarsi attorno a ciò che renderà possibile la crescita economica e la potenza militare del XXI secolo: capacità computazionale, semiconduttori, minerali critici ed energia. L’obiettivo dichiarato è costruire “le rotaie del XXI secolo”, ovvero le fondamenta fisiche e industriali su cui poggerà l’economia dell’AI. Il punto di partenza è una constatazione netta: se il Novecento ha funzionato grazie a catene del valore basate su oil & steel, il nuovo secolo sarà governato da supply chain tecnologiche molto più complesse, vulnerabili e geopoliticamente sensibili. Da qui la necessità di riallinearle in modo coerente con le priorità di sicurezza nazionale. Andiamo avanti!
Cos’è Pax Silica Pax Silica è un’iniziativa strategica a guida statunitense concepita per riallineare gli alleati attorno alla costruzione di una supply chain del silicio – e quindi dell’intelligenza artificiale – sicura, resiliente e orientata all’innovazione. L’iniziativa copre l’intero stack tecnologico: minerali critici ed energia come input, raffinazione e processing, manifattura avanzata, semiconduttori, infrastrutture di compute e data center, fino a logistica e trasporti. Secondo Helberg, si tratta degli asset strategici destinati a sostenere crescita economica e potenza militare nel XXI secolo. Nella sua logica, Pax Silica risponde alla necessità di ridurre dipendenze coercitive e vulnerabilità concentrate, proteggere le capacità fondative dell’AI e consentire ai Paesi allineati di sviluppare e distribuire tecnologie trasformative su larga scala. È esplicitamente presentata come una partnership positive-sum, che non mira a isolare altri attori, ma a coordinare policy industriali e investimenti tra economie che intendono restare competitive e prosperare nell’era dell’AI. Il perno operativo è stato l’inaugural Pax Silica Summit del 12 dicembre, convocato da Helberg, che ha riunito controparti di Giappone, Corea del Sud, Singapore e Australia – pilastri indo-pacifici della manifattura, della tecnologia e dei minerali – insieme a partner europei e mediorientali come Paesi Bassi, Regno Unito, Israele ed Emirati Arabi Uniti, con contributi come ospiti da Taiwan, Unione Europea, Canada e Oecd. Il summit ha rappresentato un momento di convergenza strategica su come rafforzare ecosistemi tecnologici “trusted”, sostenere offtake arrangements di lungo periodo, espandere capacità produttiva e coordinare risposte a overcapacity e dumping, lungo tutte le filiere critiche dell’AI, dalla connettività alle reti energetiche. Convitato di pietra, la Cina, di cui Helberg non ha mai parlato direttamente e che non ha mai nominato. Attenzione, perché questa è un’informazione non banale su come procede parte dell’attuale approccio statunitense a Pechino (quello non falco con la Cina, appunto).

I “first principles” come architrave strategicaLa dichiarazione congiunta firmata dai Paesi fondatori non è concepita come un accordo vincolante, ma come un insieme di first principles: principi di base destinati a orientare azione politica, cooperazione industriale e investimenti. Helberg richiama esplicitamente la cultura delle grandi aziende tecnologiche, dove i first principles fungono da riferimento stabile per decisioni operative e strategie di lungo periodo. Questi principi servono a fornire un ancoraggio comune per affrontare sfide condivise di sicurezza economica. Nel corso dei suoi primi viaggi internazionali – che hanno incluso il mondo Asean e Apec – Helberg sottolinea di aver riscontrato una convergenza crescente tra i leader: la sicurezza economica è ormai percepita come sicurezza nazionale. Le supply chain globali stanno cedendo sotto il peso di nuove realtà geopolitiche, e i governi ne sono pienamente consapevoli. Sono i temi di cui si compone la nuova National Security Strategy pubblicata a inizio mese e (come fa notare una fonte diplomatica piuttosto presente all’interno del dibattito statunitense) molto allineata con le visioni di Elbridge Colby, attualmente sottosegretario per le policy del Pentagono e tra i principali strateghi della presidenza Trump. Teorico dell’avere come obiettivo primario l’impedire che la Cina stabilisca un’egemonia regionale in Asia, Colby non è un idealista, ma piuttosto un “falco realista” che, per esempio, con freddo pragmatismo definisce Taiwan “non un interesse esistenziale” per gli Usa (posizione che con ogni probabilità è intimamente condivisa dal presidente Donald Trump).
PER APPROFONDIRE UNA COALIZIONE NON CONVENZIONALE
L’inquadramento all’interno del dibattito statunitense più alto della Pax Silica è necessario per comprenderne meglio il valore. I Paesi coinvolti nella fase iniziale – Stati Uniti, Giappone, Corea del Sud, Singapore e Australia, affiancati da Regno Unito e Israele – non costituiscono una coalizione tradizionale, ma riflettono la geografia reale delle supply chain dell’AI, che Helberg individua proprio nell’Indo-Pacifico come spazio primario di produzione, trasformazione e scalabilità tecnologica. La loro eterogeneità non è un limite, ma una risposta funzionale a sfide nuove. Ogni Paese porta un vantaggio distintivo: Giappone e Corea del Sud come potenze manifatturiere e tecnologie avanzate; Singapore come hub regionale per semiconduttori, hub finanziario e logistico; l’Australia come superpotenza mineraria indispensabile per la raffinazione; Israele come polo di innovazione; il Regno Unito come snodo tecnologico e finanziario. Pax Silica nasce così come una coalizione costruita sulle capacità specifiche degli alleati indo-pacifici, attorno ai quali si innestano partner complementari.
IL RUOLO DI TAIWAN
Qui il sottosegretario non poteva non affrontare il tema di Taiwan, perché se di chip si parla, allora non si può tenere escluso dal discorso il principale Paese produttore al mondo (come noto, oltre il 60% di tutti i chip a livello mondiale e quasi il 90–95% dei chip più avanzati viene prodotto nell’isola). Helberg chiarisce che l’assenza formale non equivale a esclusione sostanziale. Taipei ha partecipato alle sessioni chiave – in particolare su manifattura e semiconduttori – offrendo contributi considerati essenziali. La scelta di non includerla come firmataria deriva dalla volontà di valorizzare un dialogo bilaterale già in corso, l’Economic and Prosperity Bilateral Dialogue, ritenuto lo strumento più adatto per discussioni approfondite e sensibili. Non è chiaro quanto, anche informalmente, su questo pesi il rispetto della One China Policy. Helberg tuttavia sottolinea che la logica di Pax Silica non è quella di produrre documenti, ma di realizzare infrastrutture fisiche: smelter, acciaierie, data center, capacità produttive reali. Tutte le piattaforme multilaterali vengono quindi valutate in funzione della loro capacità di generare risultati concreti. In questa prospettiva, la partecipazione taiwanese resta centrale, e nuove adesioni alla dichiarazione sono attese nel primo trimestre del prossimo anno.


DALLA DICHIARAZIONE ALL’IMPLEMENTAZIONE
Secondo Helberg, infatti, l’iniziativa è ora entrata nella fase più delicata: l’implementazione. Questa si articolerà sui due binari principali. Il primo riguarda il coordinamento politico su questioni di sicurezza economica, con l’obiettivo di allineare – per quanto possibile – le policy nazionali dei partner. Il secondo è orientato a progetti concreti: investimenti, co-investimenti e potenziali joint venture lungo l’intera catena del valore. Con alcuni partner chiave, come Singapore, sono già nel programma di discussioni operative nelle prossime settimane. Helberg anticipa che i primi risultati tangibili potrebbero emergere già nel primo trimestre del prossimo anno, segnalando l’intenzione di passare rapidamente dalla cornice strategica all’azione industriale.


MINERALI CRITICI E APPROCCIO OLISTICO
Un pilastro centrale di Pax Silica è l’integrazione del lavoro sui minerali critici all’interno di una visione complessiva della catena di fornitura del silicio, con l’Indo-Pacifico come area chiave di de-risking strategico. L’Australia viene descritta da Helberg come attore indispensabile, in quanto superpotenza mineraria e snodo essenziale per la raffinazione necessaria alla fabbricazione dei semiconduttori, in un contesto in cui la concentrazione dell’offerta globale è considerata insostenibile. Gli accordi bilaterali sui minerali critici non sono separati dall’iniziativa, ma ne costituiscono un componente funzionale: essi alimentano Pax Silica rafforzando un ecosistema indo-pacifico di economie allineate. L’obiettivo non è solo la sicurezza dell’approvvigionamento, ma la costruzione di una filiera resiliente e integrata che riduca le dipendenze coercitive e sostenga la competitività tecnologica collettiva.


COORDINAMENTO INDUSTRIALE SENZA LOGICA SOMMA ZERO
Uno dei nodi più complessi riguarda il coordinamento delle policy industriali nazionali. Helberg respinge l’idea di una competizione interna tra alleati, sostenendo che il rischio di giochi a somma zero può essere mitigato attraverso investimenti legati ad accordi di offtake. Questi consentono di ancorare le decisioni industriali a impegni di acquisto concreti, facilitando le scelte del settore privato. Il sottosegretario insiste sul fatto che l’attuale contesto non consente rivalità tra partner: circa il 90% delle terre rare mondiali è controllato da un unico attore — la Cina — che tuttavia, come detto, non viene citata. È nei fatti una concentrazione giudicata insostenibile nel lungo periodo. In questa fase, c’è ampio spazio per espandere le capacità produttive di tutti senza entrare nella concorrenza reciproca. La competizione reale, sottolinea Helberg, non è tra alleati, ma contro l’attuale dominante.


APERTURA VERSO NUOVI PARTNER
Pax Silica viene presentato come un processo aperto e in evoluzione. Paesi non inclusi nella fase iniziale, come le Filippine, sono considerati partner essenziali e potenziali futuri partecipanti. Helberg evidenzia i contatti già avviati sul tema della sicurezza della catena di fornitura e dell’interesse condiviso per rafforzare la cooperazione. Il sottosegretario anticipa l’intenzione di proseguire il dialogo anche a livello bilaterale, con incontri programmati nei prossimi mesi. L’universo dei partner necessari, soprattutto nei settori dei minerali e della manifattura, è più ampio del nucleo iniziale, e l’iniziativa è pensata per crescere progressivamente. Ci sarà un ruolo più strutturato per l’Unione Europea? La domanda resta appesa…


UNA SOGLIA STORICA: LA PAX SILICA E IL CONFRONTO TOTALE SULL’AI
Nel quadro della competizione tecnologica globale, Helberg colloca Pax Silica all’interno di una strategia che vede l’Indo-Pacifico come teatro centrale del confronto totale sull’intelligenza artificiale. L’obiettivo statunitense è creare un vantaggio talmente competitivo elevato da risultare non scalabile, facendo leva su alleati che concentrano la maggior parte della capacità manifatturiera, tecnologicamente e mineraria necessaria all’AI. Da qui l’ambizione di rendere gli Stati Uniti – insieme ai partner indo-pacifici e a pochi altri che possono realmente produrre valore e primeggiare – quello che viene definito “arsenale dell’AI” del XXI secolo. Secondo Helberg, questa strategia ha già attratto centinaia di miliardi di dollari di investimenti e innescato il più grande rilancio industriale americano degli ultimi 150 anni. In questa visione, la sicurezza economica è parte integrante della sicurezza nazionale statunitense e del confronto strategico globale sull’AI, in piena coerenza con l’impostazione della National Security Strategy. Nelle sue conclusioni, Helberg afferma che per gli Stati Uniti la sicurezza economica non è una voce di bilancio, ma un prerequisito per la sopravvivenza nazionale. L’era della “resa al libero scambio” viene dichiarata conclusa, mentre prende forma una fase di rinascita industriale americana. Pax Silica si inserisce così come uno dei pilastri di questa transizione: un tentativo deliberato di ridisegnare le fondamenta materiali del sistema internazionale nell’era dell’intelligenza artificiale. Un messaggio enorme.

Vertice Pax Silica

Scheda informativa

Ufficio del portavoce

11 dicembre 2025

Delegates from various countries participate in a formal meeting around a conference table, with laptops, documents, and floral arrangements, in front of a "PAX SILICA: Securing the Silicon Supply Chain" banner.

Pax Silica è un’iniziativa strategica guidata dagli Stati Uniti volta a creare una catena di approvvigionamento del silicio sicura, prospera e guidata dall’innovazione, che va dai minerali critici e dagli input energetici alla produzione avanzata, ai semiconduttori, alle infrastrutture di intelligenza artificiale e alla logistica.

Basandosi su una profonda collaborazione con partner fidati, Pax Silica mira a ridurre le dipendenze coercitive, proteggere i materiali e le capacità fondamentali per l’intelligenza artificiale e garantire che le nazioni allineate possano sviluppare e implementare tecnologie trasformative su larga scala.

Pax Silica è una partnership a somma positiva. Non si tratta di isolare gli altri, ma di coordinarsi con partner che vogliono rimanere competitivi e prosperi.

Paesi partecipanti

Il primo vertice Pax Silica ha riunito le parti interessate provenienti da: Giappone, Repubblica di Corea, Singapore, Paesi Bassi, Regno Unito, Israele, Emirati Arabi Uniti e Australia, insieme ai contributi degli ospiti provenienti da Taiwan, Unione Europea, Canada e OCSE.

Insieme, questi partner ospitano le aziende e gli investitori più importanti che alimentano la catena di fornitura globale dell’IA.

Perché Pax Silica?

Un nuovo paradigma di sicurezza economica

Negli Stati Uniti e nei paesi partner è emerso un chiaro consenso: catene di approvvigionamento sicure, tecnologie affidabili e infrastrutture strategiche sono indispensabili per il potere nazionale e la crescita economica.

L’iniziativa risponde a:

  • Crescente richiesta da parte dei partner di approfondire la cooperazione economica e tecnologica con gli Stati Uniti.
  • La consapevolezza che l’intelligenza artificiale rappresenta una forza di trasformazione per la nostra prosperità a lungo termine.
  • Riconoscimento del fatto che sistemi affidabili sono essenziali per salvaguardare la nostra sicurezza e prosperità reciproche.
  • Aumento dei rischi derivanti dalle dipendenze coercitive.
  • L’importanza di pratiche di mercato eque e del coordinamento delle politiche per proteggere le tecnologie sensibili e le infrastrutture critiche.

Un momento economico di trasformazione

L’intelligenza artificiale sta riorganizzando l’economia mondiale. Il valore economico fluirà sempre più attraverso tutti i livelli della catena di approvvigionamento globale dell’intelligenza artificiale, generando opportunità storiche e domanda di energia, minerali critici, semiconduttori, produzione, hardware tecnologico, infrastrutture e nuovi mercati ancora da inventare.

Il significato del nome

“Pax Silica” deriva dal latino pax, che significa pace, stabilità e prosperità a lungo termine, come si evince da termini quali Pax Americana Pax RomanaSilica si riferisce al composto che viene raffinato in silicio, uno degli elementi chimici fondamentali per i chip dei computer che rendono possibile l’intelligenza artificiale.

Gli Stati Uniti stanno organizzando una coalizione di paesi basata sul principio della creazione di un ecosistema sicuro, resiliente e guidato dall’innovazione nell’intera catena di approvvigionamento tecnologico globale, dai minerali critici e dagli input energetici alla produzione avanzata, ai semiconduttori, alle infrastrutture di intelligenza artificiale e alla logistica.

Pax Silica è un nuovo tipo di raggruppamento e partnership internazionale che mira a unire i paesi che ospitano le aziende tecnologiche più avanzate al mondo per liberare il potenziale economico della nuova era dell’intelligenza artificiale.

Pax Silica mira a stabilire un ordine economico duraturo che garantisca un’era di prosperità guidata dall’intelligenza artificiale in tutti i paesi partner.

Il 12 dicembre, il sottosegretario di Stato per gli Affari economici Jacob Helberg ha convocato il primo vertice Pax Silicia, che ha segnato l’inizio di una nuova era d’oro di cooperazione in materia di IA e sicurezza della catena di approvvigionamento. Il vertice ha riunito i rappresentanti di otto paesi con gli ecosistemi di catena di approvvigionamento basati sull’intelligenza artificiale più all’avanguardia, tra cui Giappone, Repubblica di Corea, Singapore, Paesi Bassi, Israele, Emirati Arabi Uniti, Regno Unito e Australia. Al vertice hanno partecipato anche ospiti provenienti da Taiwan, Unione Europea, Canada e OCSE.

Il vertice mirava a rafforzare ecosistemi tecnologici affidabili, sostenere accordi di acquisto a lungo termine, espandere la capacità produttiva nelle economie partner e coordinare le risposte alla sovraccapacità e al dumping, affinché le catene di approvvigionamento rimanessero sicure, resilienti e innovative nel tempo.

Insieme, questi partecipanti ospitano le aziende e gli investitori più importanti che alimentano la catena di fornitura globale dell’IA, tra cui, a titolo esemplificativo ma non esaustivo: Sony, Hitachi, Fujitsu, Samsung, SK Hynix, Temasek, DeepMind, MGX, Rio Tinto e ASML.

Questo vertice ha salutato un nuovo consenso geopolitico: la sicurezza economica è sicurezza nazionale e la sicurezza nazionale è sicurezza economica. I partecipanti hanno discusso della possibilità di perseguire congiuntamente partnership multilivello che rafforzino la sicurezza della catena di approvvigionamento, affrontino le dipendenze coercitive e i singoli punti di fallimento e promuovano l’adozione di ecosistemi tecnologici affidabili. Tutti i partecipanti al vertice hanno esplorato le opportunità di collaborazione su progetti di punta in tutti i settori tecnologici globali, tra cui connettività e infrastrutture dati, elaborazione dati e semiconduttori, produzione avanzata, logistica, raffinazione e lavorazione dei minerali ed energia.

Il presidente Trump ha affermato in modo esplicito che la sicurezza economica è sicurezza nazionale e che gli Stati Uniti sono determinati a vincere la corsa all’intelligenza artificiale. Questo sforzo segna un’altra pietra miliare nell’attuazione della visione del presidente.

Risultati attesi e risultati previsti

I paesi collaboreranno per garantire la sicurezza degli elementi strategici della catena di approvvigionamento tecnologica globale, tra cui, a titolo esemplificativo ma non esaustivo: applicazioni e piattaforme software, modelli di base all’avanguardia, connettività delle informazioni e infrastrutture di rete, elaborazione dati e semiconduttori, produzione avanzata, logistica dei trasporti, raffinazione e lavorazione dei minerali ed energia.

I paesi hanno affermato il loro impegno comune a:

  • Portare avanti progetti per affrontare congiuntamente le opportunità e le vulnerabilità della catena di approvvigionamento dell’IA nei seguenti settori: minerali critici prioritari, progettazione, fabbricazione e confezionamento di semiconduttori, logistica e trasporti, elaborazione dati, reti energetiche e produzione di energia.
  • Perseguire nuove joint venture e opportunità strategiche di coinvestimento.
  • Proteggere le tecnologie sensibili e le infrastrutture critiche da accessi o controlli indebiti da parte di paesi che destano preoccupazione.
  • Costruire ecosistemi tecnologici affidabili, inclusi sistemi ICT, cavi in fibra ottica, centri dati, modelli fondamentali e applicazioni.

Cosa succederà dopo?

Il sottosegretario Helberg ha incaricato i diplomatici statunitensi a Washington e all’estero di dare attuazione alle discussioni del vertice attraverso l’identificazione di progetti infrastrutturali e il coordinamento delle pratiche di sicurezza economica. Questa direttiva è stata diffusa alla sede centrale del Dipartimento di Stato e a tutte le missioni diplomatiche statunitensi all’estero per ulteriori azioni.

Per ulteriori informazioni, visita Pax Silica.

Che cos’è Pax Silica?

Pax Silica è l’iniziativa di punta del Dipartimento di Stato americano in materia di IA e sicurezza della catena di approvvigionamento, che promuove un nuovo consenso sulla sicurezza economica tra alleati e partner fidati.

Se il XX secolo è stato alimentato dal petrolio e dall’acciaio, il XXI secolo è alimentato dall’informatica e dai minerali che la sostengono. Questa storica dichiarazione sancisce un nuovo consenso in materia di sicurezza economica che garantisce che i partner allineati costruiscano l’ecosistema di IA del futuro, dall’energia e dai minerali critici alla produzione e ai modelli di fascia alta.Jacob Helberg
Sottosegretario agli Affari economici

Dichiarazione di Pax Silica

Representatives from multiple countries sit at a table holding signed documents in front of a backdrop that reads "PAX SILICA: Securing the Silicon Supply Chain," with national flags displayed behind them.

Ribadiamo il nostro impegno comune a promuovere la prosperità reciproca, il progresso tecnologico e la sicurezza economica dei nostri popoli. 

Riconosciamo che una catena di approvvigionamento affidabile è indispensabile per la nostra reciproca sicurezza economica. Riconosciamo inoltre che l’intelligenza artificiale (IA) rappresenta una forza di trasformazione per la nostra prosperità a lungo termine e che sistemi affidabili sono essenziali per salvaguardare la nostra reciproca sicurezza e prosperità. 

Riconosciamo che la rivoluzione tecnologica nell’ambito dell’intelligenza artificiale sta accelerando, riorganizzando sempre più l’economia mondiale e ridefinendo le catene di approvvigionamento globali. Crediamo che il valore economico e la crescita si diffonderanno a tutti i livelli della catena di approvvigionamento globale dell’intelligenza artificiale, generando opportunità storiche e domanda di energia, minerali critici, produzione, hardware tecnologico, infrastrutture e nuovi mercati ancora da inventare.

In questo spirito, dichiariamo la nostra visione condivisa di approfondire la nostra partnership economica attraverso sforzi congiunti in materia di pratiche di sicurezza degli investimenti, infrastrutture e incentivi.  

Incoraggiamo gli sforzi volti a creare partnership su stack strategici della catena di fornitura tecnologica globale, inclusi, a titolo esemplificativo ma non esaustivo, applicazioni e piattaforme software, modelli di base all’avanguardia, connettività delle informazioni e infrastruttura di rete, elaborazione dati e semiconduttori, produzione avanzata, logistica dei trasporti, raffinazione e lavorazione dei minerali ed energia. 

Crediamo nella mobilitazione dell’immenso potere creativo e finanziario dell’industria privata e dell’imprenditoria per rendere i nostri cittadini più prosperi, le nostre nazioni più forti e le nostre catene di approvvigionamento più sicure. Cerchiamo approcci e soluzioni scalabili per la sicurezza della catena di approvvigionamento mobilitando i punti di forza industriali e tecnologici complementari delle aziende e delle imprese strategiche delle nostre rispettive economie. 

Sosteniamo la promozione di un ecosistema condiviso e affidabile di sviluppatori e fornitori di IA per rinnovare i settori tradizionali e sbloccare nuovi mercati e servizi per la prosperità duratura dei nostri popoli. 

A group of officials in business attire stands in front of a "PAX SILICA: Securing the Silicon Supply Chain" banner, with national flags displayed on a balcony above them in a modern, bright atrium.

Crediamo che la vera sicurezza economica richieda la riduzione delle dipendenze eccessive e la creazione di nuovi legami con partner e fornitori affidabili impegnati in pratiche di mercato eque. Allo stesso tempo, ci impegneremo a fornire ai partner di fiducia l’accesso all’intera gamma di progressi tecnologici che stanno plasmando l’economia dell’intelligenza artificiale. 

Comprendiamo l’importanza di affrontare le pratiche non di mercato che minano l’innovazione e la concorrenza leale. Riteniamo che il coordinamento sia essenziale per proteggere gli investimenti privati dalle distorsioni del mercato causate dall’eccesso di capacità produttiva e dalle pratiche di dumping sleali, nonché per preservare condizioni di parità per l’innovazione e la crescita. Comprendiamo l’importanza della cooperazione nell’attuazione delle nostre rispettive politiche volte a proteggere le tecnologie sensibili e le infrastrutture critiche da accessi, influenze o controlli indebiti.   

In questo spirito, intendiamo rafforzare ulteriormente la cooperazione economica e in materia di sicurezza nazionale, anche adottando misure complementari, se del caso, per affrontare le politiche e le pratiche non di mercato e migliorare la sicurezza degli investimenti. 

Il nostro obiettivo è quello di costruire e implementare reti informative affidabili, inclusi sistemi informatici e di comunicazione, cavi in fibra ottica e centri dati.  

Attraverso questa cooperazione, perseguiamo un partenariato economico globale per costruire un ordine di sicurezza economica basato sulla fiducia, sulla complementarità tecnologica, sugli interessi condivisi e su un impegno comune per un futuro più prospero. 

Gli esperti reagiscono: cosa significa la strategia di sicurezza nazionale di Trump per la politica estera degli Stati Uniti_di Atlantic Council

Gli esperti reagiscono: cosa significa la strategia di sicurezza nazionale di Trump per la politica estera degli Stati Uniti

Di Esperti dell’Atlantic Council

Una rassegna di opinioni espresse da esponenti dell’Atlantic Council, un think tank statunitense nel campo degli affari internazionali

Experts react: What Trump’s National Security Strategy means for US foreign policy

La visione del mondo di Trump 2.0 è ora disponibile in forma scritta affinché tutto il mondo possa prenderne visione. Giovedì scorso, l’amministrazione Trump ha pubblicato la sua Strategia di sicurezza nazionale (NSS), un documento di ventinove pagine che delinea i principi e le priorità della politica estera degli Stati Uniti. Il documento articola la strategia degli Stati Uniti, ad esempio l’attenzione all’emisfero occidentale e un “corollario Trump” alla Dottrina Monroe. E affronta ciò che la strategia degli Stati Uniti non è: il perseguimento continuo dell’obiettivo post-guerra fredda di “dominio permanente degli Stati Uniti sul mondo intero”, che la NSS descrive come un “obiettivo fondamentalmente indesiderabile e impossibile”.

Di seguito, i nostri esperti approfondiscono ciò che la strategia include ed esclude, traendo le loro conclusioni principali. Questo post verrà aggiornato man mano che arriveranno ulteriori contributi.

Clicca per passare all’analisi di un esperto: 

Matthew Kroenig: Dove l’NSS ha successo e dove fallisce 

Jason Marczak: La NSS offre nuove informazioni sugli obiettivi di Trump in Venezuela 

Alexander B. Gray: Il “corollario Trump” nell’emisfero occidentale è un logico focus sulla geografia strategica 

Tressa Guenov: L’NSS evita di assumere gli obiettivi degli avversari degli Stati Uniti

Daniel Fried: La NSS offre una serie di elementi incoerenti ma praticabili 

James Mazzarella e Kimberly Donovan: L’NSS riguarda tanto la politica economica quanto la sicurezza nazionale.

Torrey Taussig: Il trattamento riservato dall’amministrazione all’Europa mina i propri interessi

Rama Yade: Per quanto riguarda l’Africa, la NSS pone l’accento sul commercio e su una politica di sicurezza più interventista. 

Markus Garlauskas: La NSS invia segnali chiari agli amici e agli avversari nell’Indo-Pacifico

Thomas S. Warrick: Enfasi sulla sovranità nazionale e sugli interessi commerciali

Jorge Gastelumendi: Gli obiettivi di Trump in materia di dominio energetico e tecnologico richiederanno una maggiore attenzione alla resilienza.

Caroline Costello: Un’importante evoluzione nel modo in cui Washington inquadra la sua competizione con Pechino

Alex Serban: Il fianco orientale della NATO deve rispondere al cambiamento delle priorità degli Stati Uniti con maggiore autonomia e cooperazione europea. 

Dexter Tiff Roberts: La politica commerciale e tariffaria sta mettendo a repentaglio gli obiettivi meritevoli della strategia

Tess deBlanc-Knowles: Per raggiungere gli obiettivi di leadership tecnologica della NSS, l’amministrazione deve investire nella ricerca.


Dove l’NSS ha successo e dove fallisce 

Sebbene forse non l’abbiano concepita in questi termini, la vera sfida che hanno dovuto affrontare gli autori della nuova strategia di sicurezza nazionale degli Stati Uniti è stata quella di aggiornare per una nuova era la grande strategia postbellica ottantennale, che ha dato ottimi risultati. I punti di forza della nuova Strategia di sicurezza nazionale risiedono quindi nel fatto che essa rafforza i principi del passato che continuano a funzionare e individua soluzioni creative ai nuovi problemi. 

La strategia è tradizionale nel suo forte sostegno alla deterrenza nucleare e nell’impedire alle potenze ostili di dominare regioni importanti. Richiede alleanze forti in Europa e nell’Indo-Pacifico, da raggiungere in parte grazie a un maggiore impegno degli alleati nella propria difesa e a un maggiore coordinamento in materia di sicurezza economica. Il documento dà priorità al raggiungimento di condizioni più libere ed eque per il commercio globale e a un impegno economico più profondo nella maggior parte delle regioni del mondo. 

Fornisce soluzioni creative per le nuove sfide con una serie di politiche volte ad affrontare gli aspetti negativi della globalizzazione (in materia di sicurezza delle frontiere, rilancio dell’industria manifatturiera nazionale e così via) e delineando una visione per la vittoria degli Stati Uniti nella nuova corsa agli armamenti tecnologici. 

Il documento è carente laddove rifiuta principi che hanno funzionato in passato (ad esempio, la promozione pragmatica della democrazia e dei diritti umani) e laddove non identifica e affronta chiaramente le nuove sfide che il Paese deve affrontare (la minaccia rappresentata dalle autocrazie revisioniste e dalle loro interconnessioni avrebbe dovuto ricevere molta più attenzione). 

Matthew Kroenig è vicepresidente e direttore senior dello Scowcroft Center for Strategy and Security dell’Atlantic Council e direttore degli studi del Consiglio. 


L’NSS offre nuove informazioni sugli obiettivi di Trump in Venezuela 

La nuova NSS è chiara: l’emisfero occidentale è ora la priorità assoluta degli Stati Uniti. Si tratta di un cambiamento atteso da tempo e ben accetto, poiché gli interessi degli Stati Uniti dovrebbero iniziare vicino a casa. La strategia mette nero su bianco ciò che abbiamo visto finora nell’azione dell’amministrazione Trump, compresi i due obiettivi gemelli definiti “Arruolare ed espandere”. Questo approccio è alla base degli sforzi volti a controllare la migrazione, fermare la proliferazione dei cartelli della droga, ridurre l’influenza straniera ostile e garantire le catene di approvvigionamento critiche. Ma, cosa importante, include anche l’incentivazione di nuove ondate di investimenti statunitensi, poiché economie nazionali forti servono gli interessi degli Stati Uniti.

Le priorità definite nella NSS, da una prospettiva olistica, coincidono con molti degli interessi dei paesi dell’emisfero occidentale, quali la sicurezza e la crescita economica, che sono stati i temi più importanti per gli elettori nelle recenti elezioni. Esiste inoltre un desiderio regionale di maggiori investimenti da parte degli Stati Uniti, in particolare nelle infrastrutture quali le telecomunicazioni, la tecnologia e i porti, che non hanno raggiunto la portata desiderata. La NSS fornisce un piano d’azione per consentire al governo statunitense di ampliare il proprio ruolo in questi settori critici e sottolinea la necessità di un approccio che coinvolga l’intero governo.

La strategia fornisce informazioni dettagliate sull’obiettivo finale dell’amministrazione Trump in Venezuela. Un paese in cui Maduro e i suoi compari attualmente offrono rifugio a gruppi criminali, traggono profitto dal traffico illegale e accolgono con favore l’influenza di avversari stranieri rappresenta una minaccia diretta alla sicurezza nazionale degli Stati Uniti. Il successo in Venezuela, quindi, significa inaugurare un governo democratico che sia un vero partner degli Stati Uniti nell’ambito dell’obiettivo di “espandere” le partnership statunitensi. E lo spostamento degli Stati Uniti verso l’emisfero occidentale come parte del “Corollario Trump” alla Dottrina Monroe segnala anche che il dispiegamento delle forze statunitensi nei Caraibi non è limitato nel tempo.

Il NSS descrive inoltre in dettaglio uno sforzo multilaterale a livello emisferico volto a contrastare l’influenza delle potenze esterne, tra cui la Russia e, in particolare, la Cina. Per quanto riguarda la Cina, ciò significa affrontare la crescente influenza di Pechino in ambiti quali il commercio, gli investimenti, la diplomazia soft, l’addestramento militare e altro ancora. Quali saranno i prossimi passi? Come verrà stabilita la priorità di attuazione e come si tradurrà questa strategia a livello nazionale in tutto l’emisfero?

Jason MarczakÈ vicepresidente e direttore senior dell’Adrienne Arsht Latin America Center dell’Atlantic Council.


Il “corollario Trump” dell’emisfero occidentale è un’attenzione logica alla geografia strategica. 

La NSS di Trump è una correzione necessaria a decenni di “strategie” che, non essendo riuscite a imporre scelte difficili in materia di priorità e allocazione delle risorse, hanno portato gli Stati Uniti ad adottare una concezione eccessivamente ampia della strategia nazionale. Questa NSS è straordinariamente e piacevolmente franca riguardo agli obiettivi essenziali degli Stati Uniti: garantire la sicurezza della patria, che richiede un emisfero occidentale sicuro, e impedire alle grandi potenze avversarie esterne di esercitare un’influenza maligna nell’emisfero. Il “Corollario Trump” alla Dottrina Monroe, che cerca di garantire l’accesso degli Stati Uniti a luoghi chiave dell’emisfero (si pensi al Canale di Panama, alla Groenlandia e a gran parte dei Caraibi), probabilmente rimarrà una dichiarazione esplicita del XXI secolo di un’attenzione logica e precedentemente non eccezionale alla geografia strategica. Il Corollario Trump ha implicazioni concrete in termini di sicurezza ed economia per gli interessi americani e la sicurezza interna. Questa attenzione strategica incoraggerà probabilmente l’impiego di nuove risorse dedicate ai programmi di intelligence, militari, di applicazione della legge e di politica economica incentrati sull’emisfero.

La dichiarazione d’intenti dell’amministrazione per l’Indo-Pacifico è in linea con la NSS del 2017, ma riflette anche l’evoluzione delle realtà geopolitiche. La NSS ribadisce l’impegno degli Stati Uniti a preservare un Indo-Pacifico libero e aperto e a rafforzare i partner e gli alleati regionali contro le attività dannose della Cina. Definisce la regione come il teatro essenziale non emisferico per la competizione geopolitica. È importante sottolineare che la NSS cerca di tracciare una linea di demarcazione tra la sicurezza nel nostro emisfero e la deterrenza di Pechino in senso più ampio. Ciò rende esplicita una realtà di lunga data della competizione degli Stati Uniti con la Cina: Pechino cerca di distrarre gli Stati Uniti dal mantenimento dello status quo nell’Indo-Pacifico perseguendo attività ostili nell’emisfero occidentale.

Infine, la NSS è un utile promemoria tematico del fatto che la forza nazionale degli Stati Uniti non deriva solo dall’equilibrio militare. La strategia è esplicita sulla necessità di una solida base industriale e manifatturiera nel settore della difesa per sostenere tale equilibrio militare, insieme al dominio in tecnologie quali l’intelligenza artificiale (AI), la quantistica e il supercalcolo. La NSS dovrebbe essere intesa come un documento limitativo che cerca di definire in modo più restrittivo gli obiettivi degli Stati Uniti a livello globale, ampliando al contempo la definizione di potere nazionale degli Stati Uniti in una direzione più completa, sulla base della convinzione da tempo espressa da Trump che la sicurezza economica è sicurezza nazionale.  

Nel loro insieme, queste linee d’azione riflettono un approccio coordinato e olistico volto a preservare il potere nazionale degli Stati Uniti nei decenni a venire. 

Alexander B. Grayè senior fellow non residente presso la GeoStrategy Initiative dello Scowcroft Center for Strategy and Security dell’Atlantic Council. Gray ha recentemente ricoperto il ruolo di vice assistente del presidente e capo di gabinetto del Consiglio di sicurezza nazionale (NSC) della Casa Bianca.


L’NSS evita di assumere gli obiettivi degli avversari degli Stati Uniti

Questa NSS articola i modelli politici chiave in una serie dichiarativa di priorità per l’amministrazione. Tuttavia, lascia anche diversi vuoti strategici su come e se gli Stati Uniti affronteranno l’effetto che gli avversari continueranno ad avere sulla realizzazione degli obiettivi della NSS. 

Per quanto riguarda la Russia, la strategia sottolinea che l’Europa considera Mosca una minaccia esistenziale, ma non contiene alcun riferimento significativo alla minaccia che la Russia rappresenta per gli Stati Uniti in termini di realizzazione del proprio potere economico, soft power o proiezione militare, non solo in Europa ma in tutto il mondo. Gli Stati Uniti sono considerati più come un arbitro tra la Russia e l’Europa piuttosto che l’oggetto di un’attenzione quasi esclusiva da parte della Russia nel contrastare l’influenza e la proiezione di potere degli Stati Uniti. L’attenzione della strategia all’Africa è benvenuta, ma non viene riconosciuto che la Russia e la Cina continuano a ostacolare attivamente quasi tutti gli obiettivi degli Stati Uniti nel continente.

La strategia riconosce il ruolo dell’Iran come principale fattore di destabilizzazione nella regione, ma il problema di Teheran viene in gran parte accantonato come un capitolo chiuso. Speriamo che sia davvero così. Tuttavia, il Medio Oriente ha continuamente dimostrato a ogni amministrazione statunitense che gli Stati Uniti devono sempre rimanere vigili nella regione. L’influenza dell’Iran in Libano, Siria, Yemen, Iraq, Gaza e oltre deve essere monitorata da vicino, anche se l’amministrazione persegue la sua agenda regionale incentrata sugli investimenti. Allo stesso modo, la Corea del Nord non è esplicitamente menzionata nella strategia, ma Pyongyang avrà sicuramente intenzione di attirare l’attenzione globale nei prossimi tre anni.

Il trattamento discreto riservato dalla strategia agli obiettivi degli avversari è probabilmente intenzionale, un tentativo di segnalare un nuovo capitolo per gli Stati Uniti, meno gravati dai fattori di disturbo strategico dell’era post-guerra fredda e liberi di perseguire un programma più audace basato sui propri interessi. La realtà rimane che gli avversari degli Stati Uniti non vogliono vedere realizzata questa NSS, indipendentemente dal fatto che gli Stati Uniti li nominino o meno. La strategia degli Stati Uniti deve continuare a tenere conto di questi fattori.

Tressa Guenov è direttrice dei programmi e delle operazioni e ricercatrice senior presso lo Scowcroft Center for Strategy and Security dell’Atlantic Council. In precedenza, è stata vice segretario alla Difesa degli Stati Uniti per gli affari di sicurezza internazionale presso l’Ufficio del sottosegretario alla Difesa per la politica del Dipartimento della Difesa degli Stati Uniti.


Il NSS offre una serie di elementi incoerenti ma funzionali. 

Il nuovo NSS sembra combinare: 

  • un misto di stanchezza e reazione post-Iraq/Afghanistan, una sorta di versione di destra del pensiero post-Vietnam “torna a casa, America” dei Democratici nei primi anni ’70;
  • atteggiamento ideologico, diretto in particolare contro l’Europa, con un forte elemento di sostegno ai partiti “patriottici” (presumibilmente nazionalisti e nativisti);
  • un appello a favore della fortezza America (il documento fa riferimento al “Corollario Trump alla Dottrina Monroe”, che sembra indicare il desiderio di impedire a potenze esterne come la Cina di acquisire influenza economica nell’emisfero);
  • una forte affermazione degli interessi statunitensi nel respingere la coercizione economica cinese e la distorsione del commercio globale, nonché l’espansionismo cinese. La sezione dedicata all’Asia contiene un linguaggio appropriato sul mantenimento dello status quo di Taiwan e molti riferimenti alla protezione delle catene di isole del Pacifico occidentale;
  • un linguaggio possibilmente praticabile in materia di politica economica, con particolare attenzione alla prevenzione del dominio straniero sulle risorse e tecnologie critiche e dello sfruttamento straniero del commercio internazionale, e;
  • incoerente, a tratti bizzarro, e probabilmente compromettente linguaggio sull’Europa che combina l’ostilità partigiana nei confronti della politica mainstream europea con il riconoscimento riluttante ma gradito che gli Stati Uniti devono collaborare con l’Europa.

La NSS è debole nei confronti della Russia, che viene menzionata solo in un contesto europeo. Tuttavia, chiede una “cessazione delle ostilità” in Ucraina che lasci il Paese uno “Stato vitale” e definisce questo obiettivo un “interesse fondamentale” degli Stati Uniti. Ciò non è sufficiente, dato il rifiuto del presidente russo Vladimir Putin di partecipare agli sforzi degli Stati Uniti per porre fine alla guerra, ma è abbastanza buono da sostenere una politica adeguata, se il team di Trump decidesse di spingere la Russia a realizzare questo interesse fondamentale.

L’ostilità ideologica della strategia nei confronti dell’Europa si combina con l’implicita amarezza per quella che viene percepita come un’eccessiva espansione degli Stati Uniti e con il disprezzo generale per i “valori”, spingendo gli Stati Uniti ad abbandonare la leadership del mondo libero e persino il concetto stesso di mondo libero. Allo stesso tempo, la NSS riconosce altrove che gli Stati Uniti avranno bisogno dei loro amici, Europa compresa, per contrastare i propri avversari, in particolare la Cina. Ciò conferisce alla NSS un’incoerenza interna. Per un politico, questa incoerenza potrebbe rappresentare un’opportunità per sfruttare gli elementi migliori della NSS.

Daniel Fried è membro illustre della famiglia Weiser presso l’Atlantic Council. In precedenza ha ricoperto il ruolo di assistente speciale e direttore senior del Consiglio di sicurezza nazionale per i presidenti Bill Clinton e George W. Bush, ambasciatore in Polonia e sottosegretario di Stato per l’Europa.


L’NSS riguarda tanto la politica economica quanto la sicurezza nazionale.

La seconda NSS dell’amministrazione Trump è tanto una strategia di politica economica quanto una strategia di sicurezza nazionale, che giustifica l’internazionalismo degli Stati Uniti basato principalmente su interessi economici, in particolare nell’emisfero occidentale, e, forse sorprendentemente per coloro che sono preoccupati per la fusione dell’Agenzia degli Stati Uniti per lo sviluppo internazionale (USAID) con il Dipartimento di Stato, rafforza l’importanza del soft power.

Essa inquadra la politica estera attorno a obiettivi tradizionali di politica economica, quali la salvaguardia della sicurezza delle catene di approvvigionamento, l’accesso alle materie prime, la protezione dei mercati di esportazione statunitensi e la garanzia del predominio della tecnologia e della capacità industriale degli Stati Uniti. L’assistenza internazionale non viene ignorata, ma non viene nemmeno presentata come uno strumento di obbligo umanitario o di fornitura di beni pubblici globali. Piuttosto, l’assistenza è considerata significativa quando contribuisce a proteggere o promuovere gli interessi degli Stati Uniti.

Sebbene possa sembrare cinico, questo riflette in realtà ciò che molti nel Sud del mondo già considerano la realtà di tutti gli aiuti esteri ed è il modo in cui questi finanziamenti sono stati giustificati al popolo americano per decenni. Anche quando gli Stati Uniti forniscono aiuti alimentari, ad esempio, i leader statunitensi ne parlano come di un aiuto agli agricoltori americani o come di un contributo alla stabilità globale per garantire la sicurezza e la prosperità degli americani. L’NSS rileva anche l’intenzione di potenziare l’uso di due dei più importanti strumenti di sviluppo del governo statunitense, la Development Finance Corporation e la Millennium Challenge Corporation, in particolare nell’emisfero occidentale, invertendo l’attacco sferrato dall’era del Dipartimento per l’efficienza governativa (DOGE) allo sviluppo in generale.

James Mazzarellaè senior fellow presso il Freedom and Prosperity Center dell’Atlantic Council. Dal 2017 al 2019 ha lavorato presso il Consiglio di sicurezza nazionale (NSC) e il Consiglio economico nazionale della Casa Bianca, ricoprendo prima il ruolo di direttore dello sviluppo internazionale e poi quello di direttore senior per l’economia e lo sviluppo globali. 

Kimberly Donovanè il direttore dell’Economic Statecraft Initiative all’interno dell’Atlantic Council GeoEconomics Center. In precedenza ha ricoperto il ruolo di vicedirettore ad interim della divisione Intelligence del Financial Crimes Enforcement Network (FinCEN), presso il Dipartimento del Tesoro degli Stati Uniti.


Il trattamento riservato dall’amministrazione all’Europa mina i propri interessi

Nel corso del 2025, l’obiettivo dichiarato dell’amministrazione Trump in Europa è stato quello di trasferire l’onere della difesa convenzionale sulle spalle degli alleati europei. L’amministrazione ha ottenuto una vittoria al vertice dell’Aia spingendo gli alleati della NATO ad accettare un ambizioso impegno di spesa per la difesa pari al 5% del prodotto interno lordo entro il 2035. Purtroppo, la NSS non fa nulla per promuovere gli interessi di sicurezza nazionale degli Stati Uniti, secondo la definizione stessa dell’amministrazione, nel continente europeo.

Sottovalutando – e persino evitando di menzionare – la minaccia convenzionale che la Russia rappresenta per la sicurezza transatlantica, la NSS non rafforza quelle nazioni che stanno lavorando per assumersi maggiori responsabilità in materia di difesa. Al contrario, la NSS cerca di incoraggiare quei partiti nazionalisti e populisti (come l’AfD in Germania) che sarebbero più propensi a tagliare i bilanci della difesa e a minimizzare le minacce convenzionali che tradizionalmente ricadono sulla NATO. AfD in Germania) che sarebbero i più propensi a tagliare i bilanci della difesa e a minimizzare le minacce convenzionali che tradizionalmente hanno portato a fare affidamento sugli Stati Uniti. A questo proposito, la NSS è un autogol che mina gli obiettivi dichiarati dall’amministrazione per ciò che cerca di ottenere con gli alleati europei.

Torrey Taussig è direttrice e senior fellow della Transatlantic Security Initiative presso lo Scowcroft Center for Strategy and Security dell’Atlantic Council.  In precedenza, è stata direttrice per gli affari europei presso il Consiglio di sicurezza nazionale.   


Per quanto riguarda l’Africa, la NSS pone l’accento sul commercio e su una politica di sicurezza più interventista. 

Per quanto riguarda l’Africa, il documento è scarso (mezza pagina in fondo alla strategia) e non sorprende. Ripete i punti chiave dell’approccio dell’amministrazione Trump nei confronti dell’Africa, già delineati prima dell’elezione di Trump dal Project 2025 (con una chiara confutazione dell'”ideologia liberale”) e dopo l’elezione di Trump da Troy Fitrell, alto funzionario del Dipartimento di Stato per gli affari africani, ad Abidjan e a Luanda

A seguito della chiusura dell’Agenzia statunitense per lo sviluppo internazionale (USAID) nel mese di luglio, la strategia sposta le relazioni tra Stati Uniti e Africa dagli aiuti al commercio e agli investimenti: gli Stati Uniti segnalano una maggiore attenzione al commercio, all’estrazione mineraria (in particolare dei minerali critici) e agli investimenti energetici nei paesi africani. Gli Stati Uniti intendono sostenere la crescita del settore privato e ampliare l’accesso al mercato. 

È forse sul fronte della sicurezza che l’amministrazione Trump ha registrato la maggiore evoluzione, con una politica più interventista. L’amministrazione ha avviato questo cambiamento a febbraio con grandi attacchi in Somalia contro un leader della filiale locale dello Stato Islamico dell’Iraq e del Levante (ISIS). La strategia sottolinea che la lotta contro la “rinascita dell’attività terroristica islamista in alcune parti dell’Africa” rimane una priorità. Poiché la sicurezza non è lontana dal commercio, lo storico accordo di pace firmato ieri presso l’Istituto statunitense per la pace tra il Ruanda e la Repubblica Democratica del Congo, con l’obiettivo di porre fine a una guerra trentennale che ha causato milioni di vittime, servirà anche come piattaforma per promuovere gli interessi commerciali degli Stati Uniti. Sembra che l’amministrazione si occuperà ora del Sudan e del genocidio in corso nel Darfur.

La strategia non dice nulla, tuttavia, sui due sviluppi più significativi di quest’anno per quanto riguarda le relazioni tra Stati Uniti e Africa: le crescenti tensioni con le due maggiori economie africane, Sudafrica e Nigeria. Queste controversie sembrano motivate più da considerazioni interne (protezione dei cristiani, degli afrikaner e di Israele) che dalla competizione con la Cina sul suolo africano, ricordandoci che qualsiasi attività estera di Trump è guidata dal principio dell'”America first”.

Lana di montoneè il direttore senior dell’Africa Center dell’Atlantic Council. 


L’NSS invia segnali chiari agli amici e agli avversari nell’Indo-Pacifico

I documenti strategici pubblici del governo statunitense sono più significativi per ciò che segnalano agli amici e agli avversari che per guidare il cambiamento nelle azioni degli Stati Uniti. Il testo di questa NSS sembra rivolgersi a un pubblico interno, ma le sue parole vengono analizzate attentamente nella regione indo-pacifica, dove il fuso orario ha permesso di pubblicare le prime reazioni locali mentre Washington dormiva.

Il linguaggio utilizzato in riferimento alla Cina e a Taiwan ha suscitato maggiore attenzione. Ad esempio, alcuni commentatori stanno già sostenendo che il passaggio dalla formulazione dell’ultima NSS “opporsi a qualsiasi cambiamento unilaterale”  allo status quo nello Stretto di Taiwan, a “non sostenere alcun cambiamento unilaterale” sia un ammorbidimento, nonostante la nuova NSS lo definisca una “politica dichiarativa di lunga data”. I lettori preoccupati dovrebbero invece rivolgere la loro attenzione al chiaro imperativo della NSS di “rafforzare la capacità degli Stati Uniti e dei loro alleati di respingere qualsiasi tentativo di conquistare Taiwan o di raggiungere un equilibrio di forze così sfavorevole da rendere impossibile la difesa dell’isola”. Si tratta di un linguaggio più forte rispetto a qualsiasi precedente NSS sulla difesa di Taiwan. Ancora più importante è il contesto recente: la firma da parte del presidente del Taiwan Assurance Implementation Act e l’annuncio di un pacchetto da 330 milioni di dollari per la vendita di armi avanzate statunitensi a Taiwan.

Allo stesso modo, le preoccupazioni della Corea del Sud sul fatto che la Corea del Nord sia stata menzionata diciassette volte nella prima NSS dell’amministrazione Trump, ma nemmeno una volta questa volta, sono fuori luogo. Pyongyang non è stata ovviamente una priorità per Washington dopo il vertice inconcludente di Hanoi del 2019, ma gli Stati Uniti stanno raddoppiando la loro alleanza con la Corea del Sud e rimangono fermi nel contrastare le minacce provenienti dal Nord. Kim Jong Un della Corea del Nord potrebbe trarre conforto dall’assenza di frasi di rito sulla denuclearizzazione, ma sarebbe sciocco da parte sua considerarla una concessione.

Almeno per quanto riguarda l’Indo-Pacifico, sia gli amici che gli avversari dovrebbero leggere i chiari segnali contenuti nella NSS: gli Stati Uniti sono impegnati a rafforzare la deterrenza estesa nella regione, anche se ricordano ai loro amici dell’Indo-Pacifico che Washington si aspetta che aumentino il loro contributo militare a tale deterrenza.

Markus Garlauskas è direttore dell’Indo-Pacific Security Initiative dell’Atlantic CouncilScowcroft Center for Strategy and Security. Ha prestato servizio per vent’anni nel governo degli Stati Uniti come ufficiale dell’intelligence e stratega.


Enfasi sulla sovranità nazionale e sugli interessi commerciali 

Come previsto, la nuova Strategia di Sicurezza Nazionale è una combinazione di visioni tradizionali sull’importanza del potere americano, ma con un’enfasi sulla sovranità nazionale e sugli interessi commerciali come motore dell’impegno internazionale. Per la prima volta da decenni, viene data priorità all’emisfero occidentale, con l’obiettivo strategico di ridurre la migrazione di massa. La sicurezza delle frontiere è vista come un elemento chiave della sicurezza nazionale, una proposta su cui la maggior parte degli americani sarebbe d’accordo, anche se non concordano su come gestire l’applicazione delle leggi sull’immigrazione a livello nazionale. Nella NSS sono dedicati più paragrafi all’Asia (25) che all’Europa, al Medio Oriente e all’Africa messi insieme (13, 7 e 3).  

L’antiterrorismo, che presto sarà oggetto di una strategia nazionale specifica, viene appena menzionato, ma le anticipazioni sulla strategia antiterrorismo mostrano una visione del terrorismo globale ridotto a un problema che i governi possono affrontare da soli, con un supporto esterno limitato. Ciò rappresenterebbe un progresso importante ed è un obiettivo che andrebbe a vantaggio degli Stati Uniti e dei loro partner antiterrorismo in tutto il mondo.

Thomas S. Warrick è ricercatore senior non residente presso la Scowcroft Middle East Security Initiative ed ex vice segretario aggiunto per le politiche antiterrorismo presso il Dipartimento della Sicurezza Interna degli Stati Uniti.


Gli obiettivi di Trump in materia di energia e tecnologia richiederanno una maggiore attenzione alla resilienza. 

La NSS 2025 delinea chiaramente le ambizioni degli Stati Uniti in materia di dominio energetico, industriale e tecnologico. Tuttavia, per garantire il successo a lungo termine di tali obiettivi, ritengo che il documento dovrebbe porre un’enfasi ancora maggiore sulla costruzione della resilienza, sia nelle infrastrutture che nei sistemi finanziari.

Un’infrastruttura moderna e resiliente è alla base di reti energetiche e tecnologiche affidabili. Senza reti elettriche, catene di approvvigionamento e sistemi di comunicazione robusti, le ambizioni relative ai reattori nucleari avanzati, all’innovazione basata sull’intelligenza artificiale e alla leadership nelle esportazioni rimangono fragili. Il sostegno a tale infrastruttura e l’integrazione di sistemi ridondanti e resistenti alle catastrofi conferiscono una reale durata agli obiettivi di dominio nel settore energetico e tecnologico.

Allo stesso modo, ampliare l’accesso alle opportunità finanziarie e al capitale, in particolare per le infrastrutture, l’energia pulita e le tecnologie emergenti, rafforzerebbe l’inclusione economica e mobiliterebbe l’innovazione interna su larga scala. Una strategia basata sulla resilienza e sull’empowerment finanziario rafforzerebbe quindi non solo i guadagni a breve termine, ma anche la forza, la capacità e la stabilità durature per i decenni a venire.

George Gastelumendiè il direttore senior del Climate Resilience Center dell’Atlantic Council.


Un’importante evoluzione nel modo in cui Washington inquadra la sua competizione con Pechino

È sorprendente che questa NSS descriva la Cina più come un potenziale partner economico che come un avversario, impegnandosi a perseguire “una relazione economica genuinamente vantaggiosa per entrambe le parti con Pechino”. La precedente NSS descriveva la Cina come un avversario basato sui valori che cercava di “creare condizioni più permissive per il proprio modello autoritario”.

Perché la Cina è considerata un avversario? In linea di massima, ci sono due risposte a questa domanda: perché l’ascesa della Cina mette in discussione gli interessi economici e di sicurezza degli Stati Uniti e perché Pechino sta sostituendo il sistema internazionale basato sulle regole con uno che favorisce il suo modello autoritario. Questa NSS chiarisce che l’amministrazione Trump considera la rivalità tra Stati Uniti e Cina come una competizione basata sugli interessi, non come uno scontro di valori.

La NSS non denuncia né menziona l’autoritarismo cinese. Inoltre, dà priorità alla dissuasione dei conflitti su Taiwan per ragioni strategiche ed economiche, non per preservarne la democrazia. Ciò rappresenta un’importante evoluzione nel modo in cui Washington inquadra la sua competizione con Pechino. È la prima volta dal 1988, anno in cui la NSS fu pubblicata in un periodo di ottimismo nei confronti delle riforme e dell’apertura della Cina al mondo, che la NSS non condanna il sistema di governo cinese né esprime l’intenzione di promuovere riforme democratiche in Cina.

Caroline Costello è vicedirettore del Global China Hub dell’Atlantic Council. 


Il fianco orientale della NATO deve rispondere al cambiamento delle priorità degli Stati Uniti con maggiore autonomia e cooperazione europea. 

Il nuovo NSS segna un importante riassetto delle priorità globali degli Stati Uniti. Ciò avrà importanti implicazioni per tutta l’Europa, compresi i paesi dell’Europa centrale, orientale e meridionale, una regione che è stata inserita in una delle sette priorità dell’amministrazione per il continente. Il messaggio è chiaro: Washington sta esortando gli alleati europei ad assumersi le responsabilità della difesa convenzionale, mentre gli Stati Uniti manterranno un ruolo più limitato nella sicurezza del continente, principalmente come sostegno nucleare.

Per gli Stati situati sul fianco orientale della NATO, questa ricalibrazione solleva legittime preoccupazioni. Considerando la guerra in corso in Ucraina e la continua pressione da parte della Russia, un minore impegno da parte degli Stati Uniti potrebbe indebolire il senso di affidabilità che sta alla base delle garanzie di difesa collettiva e dell’articolo 5 della NATO.

Allo stesso tempo, questo cambiamento spinge l’Europa, comprese le nazioni del fianco orientale, a rivalutare la propria autonomia strategica. Ciò significa investire maggiormente nelle capacità di difesa, rafforzare la cooperazione regionale e, possibilmente, accelerare la modernizzazione e le riforme istituzionali. Per la Romania, ciò è in linea con gli obiettivi definiti nella sua nuova strategia di sicurezza nazionale, che è stata presentata dal presidente Nicușor Dan e approvata dal Parlamento il mese scorso.

Ma questa transizione comporta delle difficoltà. Le divergenze di percezione tra Stati Uniti ed Europa riguardo a questioni quali la Russia, la Cina, la migrazione e il cambiamento climatico potrebbero mettere a dura prova la coesione dell’alleanza e ridurne la prevedibilità.

Questo cambiamento strategico da parte degli Stati Uniti potrebbe costringere la Romania e i suoi vicini ad affrontare un periodo di maggiore responsabilità e adattamento. Ciò richiederà una maggiore autosufficienza, una cooperazione più profonda tra i paesi europei e una rivalutazione delle dinamiche di sicurezza regionali, il tutto mentre si naviga nell’incertezza sulle garanzie di sicurezza transatlantiche a lungo termine.

Alex Serban è direttore dell’ufficio rumeno dell’Atlantic Council ed ex membro senior della Transatlantic Security Initiative presso lo Scowcroft Center for Strategy and Security dell’Atlantic Council.


La politica commerciale e tariffaria sta mettendo a repentaglio gli obiettivi meritevoli della strategia

La decisione dell’amministrazione Trump di inquadrare la sfida cinese come una questione incentrata sull’economia è ben accolta. In effetti, le successive amministrazioni statunitensi hanno avuto un punto cieco nel riconoscere come le pratiche mercantilistiche di Pechino abbiano spesso danneggiato le industrie e i lavoratori statunitensi e permesso alla Cina di ridurre rapidamente il divario tecnologico con gli Stati Uniti. È inoltre apprezzabile l’attenzione rivolta alla ricerca di modi per combattere meglio i sussidi statali e le pratiche commerciali sleali della Cina, garantire la sicurezza delle catene di approvvigionamento globali e intensificare gli scambi commerciali con il Sud del mondo, che la NSS definisce correttamente “uno dei più grandi campi di battaglia economici dei prossimi decenni”. Il fatto che la Cina abbia raddoppiato le sue esportazioni verso i paesi a basso reddito tra il 2020 e il 2024, come sottolinea la NSS, è infatti una sfida che gli Stati Uniti dovrebbero affrontare. E anche la dichiarazione della NSS secondo cui gli Stati Uniti “devono collaborare con i nostri alleati e partner”, le cui economie, se sommate a quella degli Stati Uniti, rappresentano la metà della produzione globale, per “contrastare le pratiche economiche predatorie” (riferendosi chiaramente alla Cina), è azzeccata.

Ma la sfida, in gran parte creata dalla stessa Casa Bianca, è che molti alleati e partner degli Stati Uniti si sentono meno fiduciosi che mai riguardo alle politiche economiche e commerciali di Washington. Ciò è dovuto in gran parte alla politica tariffaria caotica e forse illegale del presidente degli Stati Uniti, sulla quale la Corte Suprema sta per pronunciarsi in una causa che potrebbe avere conseguenze economiche e diplomatiche di enorme portata. Un sondaggio del Pew Research Center condotto all’inizio di quest’anno mostra che la maggior parte dei paesi considera la Cina, piuttosto che gli Stati Uniti, la principale potenza economica mondiale, con il 41% che sceglie Pechino rispetto al 39% che sceglie Washington. Si tratta di un’inversione di tendenza sorprendente rispetto a soli due anni fa. Inoltre, tale sondaggio è stato condotto prima dell’annuncio di Trump del 2 aprile relativo al “Giorno della Liberazione”, che ha introdotto dazi globali senza precedenti; da allora, è probabile che questo sentimento si sia spostato ancora di più a favore della Cina. E questo cambiamento di percezione sta convincendo alcuni paesi a rafforzare i partenariati economici con i rivali degli Stati Uniti.

Prendiamo l’esempio dell’India (citata solo quattro volte nella NSS, rispetto alle ventuno volte in cui viene menzionata la Cina). Sebbene per gran parte dell’ultimo decennio sia stata considerata un contrappeso fondamentale alla Cina e le successive amministrazioni statunitensi abbiano lavorato per migliorare le relazioni con Nuova Delhi, tale rapporto è ora a rischio. L’imposizione di dazi del 50% sull’India, in parte per l’acquisto di petrolio e gas russi, mentre alla Cina è stato in gran parte concesso un pass per l’acquisto di quantità ancora maggiori di prodotti energetici russi, ha sconvolto Nuova Delhi e sembra essere alla base dei suoi recenti sforzi per migliorare le relazioni con Pechino.

Un incontro di alto profilo tra leader tenutosi ad agosto tra il presidente cinese Xi Jinping e il primo ministro indiano Narendra Modi durante il primo viaggio di Modi in Cina in sette anni, è un segno di questo cambiamento. Una relazione più stretta tra Cina e India potrebbe anche mettere in discussione il desiderio di Washington di vedere Nuova Delhi contribuire maggiormente alla “sicurezza indo-pacifica”, anche attraverso il Quadrilateral Security Dialogue (un gruppo composto da Stati Uniti, Australia, Giappone e India), un altro obiettivo degno di nota evidenziato dalla NSS. E la calorosa accoglienza riservata da Modi al presidente russo Vladimir Putin a Nuova Delhi questa settimana è un altro segnale preoccupante di come la strategia di sicurezza nazionale degli Stati Uniti, volta a fare leva su alleati e partner per affrontare le minacce globali, sia minacciata dalla politica commerciale e tariffaria degli Stati Uniti.

Dexter Tiff Roberts è ricercatore senior non residente presso il Global China Hub dell’Atlantic Council e l’Indo-Pacific Security Initiative, che fa parte dello Scowcroft Center for Strategy and Security dell’Atlantic Council. In precedenza ha ricoperto per oltre vent’anni il ruolo di capo dell’ufficio cinese e redattore delle notizie dall’Asia presso Bloomberg Businessweek, con sede a Pechino. 


Per raggiungere gli obiettivi di leadership tecnologica della NSS, l’amministrazione deve investire nella ricerca.  

La NSS sottolinea giustamente che la leadership nelle tecnologie emergenti è fondamentale per la sicurezza nazionale degli Stati Uniti. Riconosce che la sicurezza nazionale dipende non solo dalla potenza militare, ma anche da una solida base economica. Pertanto, la strategia pone la dovuta enfasi sugli investimenti essenziali nell’economia, nella forza lavoro e nella ricerca degli Stati Uniti, al fine di consentire la leadership statunitense nelle tecnologie critiche e sostenere il vantaggio militare del Paese.

La strategia riconosce inoltre la tecnologia come strumento di cooperazione e influenza, una strategia che la Cina ha sapientemente impiegato in tutto il mondo. Tuttavia, non riesce a definire un quadro chiaro per perseguire il livello di esportazione tecnologica e di sviluppo delle capacità necessario per contrastare l’influenza cinese su larga scala.  

Mentre l’amministrazione si appresta ad attuare la strategia, il taglio di 44 miliardi di dollari alla spesa federale per la ricerca e lo sviluppo minaccia di compromettere la sua stessa visione e di erodere le fondamenta su cui si basa la leadership tecnologica. 

—Tess deBlanc-Knowles è direttore senior dei programmi tecnologici dell’Atlantic Council. In precedenza ha ricoperto il ruolo di consulente senior per le politiche sull’intelligenza artificiale presso l’Ufficio per le politiche scientifiche e tecnologiche della Casa Bianca.