Energia, guerra, pace e finanza_ di Davide Gionco

 

Energia, guerra, pace e finanza
di Davide Gionco
25.03.2022

L’energia come strumento di guerra e di pace

Tv e giornali non cessano di martellarci con le notizie sulla guerra in Ucraina, mentre famiglie ed imprese si trovano a fare i conti con dei costi per l’energia sempre più insostenibili.

Qualcosa di simile era già successo negli anni 1970. Allora la Guerra del Kippur aveva spinto i paesi arabi produttori di petrolio, solidali con Siria ed Egitto in guerra contro Israele, ad aumentare unilateralmente il prezzo di vendita del petrolio, che al tempo era la principale fonte di energia in Europa e soprattutto in Italia, come fonte di ritorsione verso i paesi occidentali che sostenevano Israele. Il risultato fu la forte crisi energetica del 1973-1974, che portò il governo italiano ad assumere provvedimenti finalizzati al risparmio energetico ed alla diversificazione delle fonti energetiche. Fu allora che l’Italia decise di puntare sul gas metano come fonte primaria di energia in sostituzione del petrolio, cosa che divenne realtà una decina di anni dopo (vi ricordate la pubblicità “il metano ti dà una mano”?).
Dopo pochi anni, a partire dal 1979, ci fu una seconda crisi energetica, causata prima dalla rivoluzione iraniana e poi dalla conseguente guerra Iraq-Iran sostenuta dagli americani. La decisione di ridurre la dipendenza dell’Italia dal petrolio fu confermata da questi fatti.

La storia ci insegna che l’esportazione di energia è spesso o causa di guerre o strumento di pressione economica a seguito di guerre. Ma anche che accordi di fornitura stabile di energia sono uno strumento di pace, tramite accordi commerciali e di sviluppo economico fra nazioni, con convenienza reciproca.
Ricordiamo a titolo esemplificativo come l’occupazione del bacino della Ruhr (in Germania) da parte di Francia e Belgio negli anni 1923-1925 fu un modo per condurre una guerra economica contro i tedeschi, i quali si vendicarono di questo durante la seconda guerra mondiale. Nella Ruhr si produceva molto carbone, che al tempo era la principale fonte di energia per la Germania, ma anche per i paesi limitrofi. Con la fine della seconda guerra mondiale la costruzione della pace in Europa partì proprio dalla costituzione della CECA (Comunità Europea del Carbone e dell’Acciaio), tramite la quale il carbone veniva messo a disposizione di tutti i paesi aderenti, così come l’acciaio prodotto grazie all’uso del carbone insieme ai minerali ferrosi.
Nel bene o nel male l’energia è sempre un fattore determinante nelle relazioni di pace o di guerra fra le nazioni.

 

La strategia energetica dell’Italia per ridurre la dipendenza dal petrolio

La decisione di diversificare le forniture energetiche dell’Italia era finalizzata ad evitare di subire in modo eccessivo le continue variazioni del prezzo del petrolio.

Grafico 1


Fonte: https://theconversation.com/

Si può notare quanto il prezzo internazionale del petrolio vari in funzione di eventi geopolitici, ma anche di eventi di tipo finanziario.
Questo tipo di andamento è confermato dall’evoluzione del prezzo del petrolio negli ultimi anni. La finanza trova sempre delle ragioni per speculare sulle variazioni di prezzo del petrolio.

Grafico 2

La linea politica dell’Italia per ridurre la propria dipendenza dal petrolio fu da un lato investire sul risparmio energetico e dall’altro utilizzare una fonte di energia un po’ più costosa, ma dal prezzo molto più stabile: il gas naturale. A tale scopo furono stipulati dei contratti per forniture di grandi quantitativi e per una lunga durata con i governi di nazioni del Nord Africa, come la Libia, Algeria-

Grafico 3

Fonte: https://www.researchgate.net/

Ma soprattutto con il governo russo, anche se “sovietico”.

Grafico 4

Fonte: https://en.wikipedia.org/

La decisione dell’Italia fu certamente oculata, in quanto il prezzo del gas negli anni è risultato essere molto più stabile di quello del petrolio almeno fino al 2020, dopo di che nel 2021 è successo qualche di nuovo che ha fatto impennare anche il prezzo del gas. Ci ritorneremo più avanti.

Grafico 5

Fonte:
https://tradingeconomics.com

Negli ultimi anni la diversificazione è aumentata, aggiungendo una quota abbastanza rilevante di energia da fonti rinnovabili.

Grafico 6


Fonte: Dati: IEA 2019

 

 

La guerra in Ucraina e l’affrancamento dalla forniture russe di gas

Con la sciagurata guerra in Ucraina e l’aumento delle tensioni fra NATO e Russia, il potere politico propone nientemeno che rinunciare tutto di un colpo alle forniture di gas dalla Russia, come sanzione economica nei confronti di Putin colpevole di avere invaso l’Ucraina. Ma si tratta di una proposta realizzabile? A quale prezzo?
Quanto dipende l’Italia dall’energia russa?

Grafico 7


Fonte: https://oilgasnews.it/

Le importazioni di petrolio dalla Russia costituiscono circa l’11% del totale. Se dovessimo fare a meno del petrolio russo, non dovrebbe essere molto difficile sostituirlo con acquisti da altri produttori. Importare petrolio è semplice: si ordina la merce, la caricano su una petroliera e viene consegnato in uno dei nostri porti, dopo di che lo possiamo raffinare ed utilizzare.

Molto diverso, invece, è l’approvvigionamento di gas naturale, di cui l’Italia dipende addirittura per il 38% dalle importazioni russe.

Grafico 8


Fonte: Dati MISE 2021.

Per consegnare il gas serve realizzare gasdotti dalle sorgenti fino al paese di consegna. Dai pozzi di Jamal in Siberia settentrionale all’Italia ci sono 4’500 km di gasdotti, i quali hanno richiesto molti anni per essere costruiti, con cospicui investimenti. Per questo chi li ha costruiti ha interesse a stipulare contratti di lunga durata, cosa che l’Italia ha fatto da decenni con la Russia, con beneficio del sistema produttivo e delle famiglie italiane. Se venisse a cessare la fornitura dalla Russia, gli altri produttori di gas con i quali l’Italia è collegata non sarebbero in grado di sostituirla, sia per mancanza della stessa capacità produttiva, sia per la limitata capacità di trasporta dei gasdotti esistenti.
Qualcuno propone di utilizzare il gas naturale presente in Italia. Ma, a parte il fatto che solo per realizzare gli impianti servono diversi anni, le riserve di gas naturale dell’Italia, se usassimo solo quelle, si esaurirebbero nel giro di 10-12 mesi. Quindi disponiamo di una quantità largamente insufficiente per i nostri fabbisogni.

L’alternativa che viene proposta dagli “amici americani” è di acquistare del Gas Naturale Liquefatto (GNL) da grandi produttori internazionali come USA, Qatar, Arabia Saudita, Kuwait. Ma questo significherebbe passare dall’attuale 13,3% al (13,3 + 38,2 della Russia ) al 51,5% dell’approvvigionamento totale, quasi quadruplicando l’attuale disponibilità di rigassificatori (impianti in cui il gas liquefatto viene rievaporato per metterlo in rete), di navi metaniere. Ma significherebbe anche accettare strutturalmente di acquistare del gas più costoso, in quanto ai costi di estrazione di base si aggiungerebbero i costi di raffreddamento fino a -160 °C, i costi di trasporto con le navi metaniere (navi con enormi impianti frigoriferi per mantenere il gas liquefatto) e id i costi di rigassificazione in Italia.
E non dobbiamo trascurare il fatto che si passerebbe da una dipendenza dalla Russia alla dipendenza delle multinazionali dell’energia che controllano il mercato del GNL, società quotate in borsa e molto più legate alla speculazione finanziaria internazionale. Non è così scontato che la scelta sia conveniente.

La questione si complica ulteriormente se guardiamo i numeri a livello europeo. Il fabbisogno di gas dell’Unione Europea dipende molto fortemente dalle importazioni.

Grafico 9


Fonte: https://jancovici.com/ elaborazione di dati da BP Statistical Review

 

Le quali importazioni arrivano per oltre il 40% dalla Russia.

Grafico 10

Fonte: https://ilbolive.unipd.it/

 

Quindi si tratterebbe non solo di trovare un fornitore alternativo di gas per l’Italia, ma per tutta l’Europa, che si fornisce attualmente dalla Russia per oltre il 40% del proprio fabbisogno.
Osservando la capacità produttiva gasiera a livello mondiale possiamo notare come solamente gli USA avrebbero, in teoria, una capacità produttiva adeguata ai fabbisogni europei, in caso di arresto delle importazioni dalla Russia.

Grafico 11


Principali produttori di gas naturale nel mondo, in miliardi di metri cubi l’anno
Fonte https://www.researchgate.net/

Ma dobbiamo anche osservare che attualmente solo una piccola parte (quella evidenziata in blu scuro nel grafico che segue)della produzione statunitense è destinata all’esportazione.

Grafico 12

Fonte: https://www.eia.gov/

Questo significa che gli USA, nonostante i grandi proclami, non sono assolutamente in grado di assicurare all’Europa la sostituzione delle forniture di gas metano. Si noti come le esportazioni USA di gas siano dell’ordine di 5 miliardi di metri cubi l’anno, mentre la produzione russa è dell’ordine di 500 miliardi di metri cubi l’anno, 100 volte superiore.
Se gli USA non hanno la capacità produttiva per sostituire il gas russo in Europa, significa che nessun altro produttore al mondo può avere questa possibilità. Questo certamente nel breve e nel medio termine, in attesa che si scoprano nuovi giacimenti di gas chissà dove.

La conclusione è che l’Europa, e quindi a maggior ragione l’Italia, non ha alcuna possibilità di svincolarsi dalle forniture di gas russo, a meno di non ridurre nel giro di pochi i nostri consumi di gas, in modo da ridurre le importazioni di gas russo.
Di quanto?
Dal Grafico 6 deduciamo che il gas rappresenta il 41,8% del fabbisogno energetico nazionale. Dal Grafico 8 deduciamo che di questo gas il 38,2% arriva dalla Russia. La quantità di gas che verrebbe a mancare sarebbe quindi dell’ordine del 38,2% del 41,8%, che fa 16,0%.
Può sembrare “poco”, ma significa che, in media, le industrie dovrebbero ridurre del 16% la loro produzione annua o che le attività commerciali debbano ridurre del 16% i loro orari di apertura o che nelle nostre case dobbiamo interrompere l’energia elettrica per 4 ore al giorno. Come se non ci fossero bastate le chiusure imposte durante la pandemia del covid-19!
In modo molto semplificato potremmo attenderci un crollo del 16% del Prodotto Interno Lordo nazionale,
Le conseguenze economiche sarebbero catastrofiche per l’economia italiana. E qualcosa di simile ci si dovrebbe attendere, chi più chi meno, per il resto dell’Europa.
E non abbiamo preso in considerazione i rincari certi dei generi alimentari, causati dal blocco delle importazioni di cereali da Russia ed Ucraina.
Non possiamo escludere di riuscire a trovare, nel tempo, delle fonti energetiche alternative, ma tutto questo non potrebbe essere fatto in tempi brevi, per cui lo shock economico è inevitabile.
Dei “tempi” parleremo nel paragrafo successivo.

Quindi prima di lanciare proclami sulla interruzione delle forniture russe di gas, dovremmo prendere atto del fatto che il rapporto di fornitura di gas dalla Russia è una esigenza strutturale per l’Italia e per l’Unione Europea. E, aggiungerei, è anche una esigenza strutturale per la Russia, che dispone di un sistema produttivo arretrato e che ha assoluto bisogno dei proventi finanziari derivanti dalle esportazioni di energia in Europa, necessari per importare beni e servizi di qualità dall’Europa stessa.

Per fare un esempio facile da comprendere, è come se la Russia fosse l’unico fornitore d’acqua e noi fossimo l’unico produttore di cibo: per sopravvivere non potremmo fare a meno l’uno dell’altro, strutturalmente, senza possibilità di alternative, almeno nel breve e medio periodo.
Questa considerazione fondamentale dovrebbe portare la nostra classe politica a rivedere le proprie posizioni, molto basate sull’ideologia e per nulla fondate sui dati concreti sui rapporti energetici con la Russia. Se anche Putin fosse “cattivo” o “assassino”, sapendo che non abbiamo alternative al gas russo, le scelte politiche ne dovrebbero tenere conto.

 

Perché i prezzi dell’energia sono aumentati?

In televisione ci raccontano che i prezzi della benzina e del gas sono aumentati “a causa della guerra”.
Riproponiamo i grafici sopra esposti:

Grafico 1

Grafico 5

In realtà è sempre successo che il prezzo del petrolio sia variato fortemente a motivo di cambiamenti geopolitici o di azioni speculative dei mercati finanziari.
Ma questo non era mai successo per il gas, il cui prezzo era sì contrattualmente legato a quello del petrolio e solo indirettamente e in misura ridotta.

Se guardiamo in dettaglio l’andamento del prezzo del gas naturale negli ultimi mesi in Europa

Grafico 13


Fonte: https://tradingeconomics.com/

notiamo come gli aumenti dei prezzi siano iniziati già a partire da agosto-settembre 2021, mentre la guerra in Ucraina è iniziata a febbraio 2022. Quindi gli aumenti sono iniziati prima del conflitto, certamente per altre ragioni.

Aggiungiamo la considerazione del tutto evidente che in questo inverno nessuno di noi è rimasto senza gas per scaldarsi, anche se lo ha pagato l’ira di Dio.  Il gas richiesto è stato consegnato, non c’è stata una scarsità delle forniture che abbia giustificato l’aumento dei prezzi.

Che cosa ha dunque portato a questi aumenti? Che cosa ha modificato le dinamiche del prezzo del gas rendendole dello stesso tipo di quelle del prezzo del petrolio?

La risposta sta nei contratti di acquisto del gas, che dopo decenni di stabilità sono cambiati.

Il mercato internazionale del petrolio è nato, molti decenni fa, sulla base di contratti di vendita a breve termine. I produttori di petrolio cercavano clienti in giro per il mondo, vendendolo al miglior prezzo possibile. E gli acquirenti cercavano il miglior offerente possibile. C’era una certa libertà di scelta.
La possibilità di indirizzare le navi petroliere in tempi relativamente brevi a qualsiasi cliente nel mondo ha creato un mercato mondiale, da cui la nascita dell’OPEC, da cui la quotazione in borsa del petrolio.
La quotazione in borsa ha portato alla nascita di molti intermediari fra venditori ed acquirenti, i quali comperano opzioni di acquisto sul petrolio, che rivendono e riacquistano cercando di massimizzare i margini di profitto, come qualsiasi altro prodotto finanziario. Ovviamente spesso ci sono dei legami stretti fra la classe dirigente dei paesi produttori e queste società di intermediazione. E chi non sta al gioco (vedi Venezuela, vedi Iran, vedi Russia) viene messo sotto pressione politico-militare dagli Stati Uniti.
Il risultato è una continua fluttuazione dei prezzi, che favorisce la realizzazione di utili da parte degli investitori finanziari, ovviamente a spese di consumatori e imprese.

Il mercato del gas, invece, è sempre stato un mercato “locale”. La commercializzazione di gas liquefatto GNL è sempre rimasta minoritaria a causa degli alti costi. Per questo motivo la consegna degli ordinativi di gas si è sempre fatta quasi esclusivamente tramite tubature, che per essere realizzate richiedono grandi investimenti che necessitano molti anni prima di essere ammortizzati.
Per questo motivo i contratti di fornitura venivano stipulati non fra produttori e piccoli soggetti intermediatori, ma direttamente fra stati o dalle società energetiche nazionali.
Il primo contratto di fornitura europea su firmato nel 1969 da Eugenio Cefis, presidente dell’ENI, ed il presidente russo Leonid Breznev. L’anno successivo un contratto simile fu sottoscritto anche dalla Germania.
Erano contratti della durata di 20-30 anni, che assicuravano al fornitore la certezza di rientrare dei propri investimenti e nello stesso tempo garantivano all’acquirente la fornitura certa di energia ad un prezzo concordato per 20-30 anni. E’ il caso di notare che questa situazione era ideale anche per famiglie e imprese, consentendo loro di evitare eccessive fluttuazioni del prezzo del gas.
Per meglio ammortizzare gli investimenti iniziali, i contratti prevedevano anche che l’acquirente dovesse immagazzinare il gas nei gasometri durante l’estate (periodo di domanda minima), per non obbligare il fornitore ad aumentare la portata di gas in inverno. Maggiori portate, infatti, significano tubature più grandi e maggiori costi d’investimento, evitabili con lo stoccaggio estivo.

Questo sistema dei contratti a lungo termine è andato avanti fino al 2021, quando è successo che…
Ricordate che negli ultimi anni siamo stati tempestati di telefonate e di pubblicità per il passaggio dal “mercato tutelato” dell’energia al “mercato libero”?
Negli ultimi anni l’Unione Europea ha adottato una serie di provvedimenti finalizzati alla liberalizzazione del mercato dell’energia, in particolare relativamente all’energia elettrica ed il gas.
L’ideologia di fondo dell’UE è sempre la stessa: dobbiamo liberalizzare il mercato, in modo da conseguire una diminuzione dei prezzi. Ma il gioco funziona molto di rado.
La realtà è sempre la stessa: più libertà per gli speculatori e più costi per i consumatori. Soprattutto se le liberalizzazioni sono applicate ad un settore per sua natura monopolistico (con pochissimi produttori) come quello del gas.
Quello che è successo, e certamente chi ha voluto questa “riforma” lo sapeva, è che sono entrati in gioco nel mercato del gas i nuovi intermediari, quelli che già operavano nel mercato altalenante del petrolio, i quali hanno iniziato a comperare,  vendere, ricomperare e rivendere opzioni di acquisto sul gas, in modo da creare oscillazioni dei prezzi e trarne profitto.
Inoltre altri piccoli soggetti hanno iniziato a stipulare dei nuovi contratti di acquisto con i fornitori, ma di “tipo spot” ovvero per forniture di gas della durata di pochi mesi e per piccoli quantitativi. Questi investitori, per risparmiare, hanno evitato i costi di stoccaggio estivo, come avveniva da decenni.
In questo modo il fornitore sarà obbligato a vendere meno gas in estate, causa minori ordinativi per l’assenza di stoccaggio, e meno gas in inverno, non essendo le condotte dimensionate per il trasporto del fabbisogno di punta dei periodi più freddi dell’anno. Per il momento i fornitori sono riusciti a garantire le forniture, in quanto le tubature sono state sovradimensionate per tenere conto di margini di crescita degli ordinativi, ma la non realizzazione dello stoccaggio estivo andrà certamente a limitare le capacità di consegna futura del gas in caso di aumenti della domanda, ad esempio per una crescita economica. Il che porterà ad un ulteriore aumento dei costi, se non si ritorna al precedente tipo di contratti.
Aggiungiamo il fatto che il fornitore, di fronte a contratti di breve durata, senza garanzie per il futuro, con impianti costosi da ammortizzare e in assenza di concorrenti, avrà l’interesse ad aumentare i prezzi di vendita, cosa che non accadeva in passato.
Queste nuove dinamiche sono state innescate principalmente dalle decisioni dell’Unione Europea, naturalmente – come sempre – senza informarne i cittadini. Possiamo supporre che tali decisioni siano conseguenza all’azione delle solite lobbies che operano a Bruxelles, sia alle pressioni degli USA finalizzate a danneggiare economicamente la Russia, ma anche per favorire le maggiori vendite di gas liquefatto americano.
Non è stato il “cattivo” Putin ad aumentare il gas per farci dispetto, ma sono stati i “buoni” della Commissione Europea e della presidenza USA a portarci in wuesta situazione.
Personalmente ho il dubbio che l’escalation della guerra in Ucraina (aumento delle provocazioni che hanno spinto la Russia all’intervento militare) sia avvenuta solamente dopo l’attuazione di queste riforme del mercato energetico europeo proprio per massimizzare le rendite degli investitori in occasione dei perturbamenti causati dalla guerra.

 

La transizione ecologica

Certamente uno dei modi per ridurre la nostra dipendenza energetica da fornitori esteri è anche quello di riuscire a produrre più energia a casa nostra.
Riproponiamo il grafico precedente sul mix energetico usato in Italia per farne un’analisi.

Grafico 6

Le fonti “italiane” rinnovabili sono l’Idroelettrico, il Solare, l’Eolico ed il Biocombustibile, che tutti insieme rappresentano il 19,4% del totale. Negli anni 2020 e 2021 la quota totale di produzione da fonti rinnovabili in Italia è ulteriormente aumentata, non per un chissà quale aumento degli investimenti, ma soprattutto a causa della riduzione dei consumi energetici interni causata dalla limitazioni produttive delle misure anti-covid-19. E’ noto che l’energia da fonti rinnovabili richiede forti investimenti iniziali, ma poi l’energia si produce sostanzialmente “gratis”, o a basso costo. In caso di riduzione complessiva del fabbisogno energetico, di conseguenza, è naturale che venga ridotta la produzione da fonti non rinnovabili, per cui le fonti rinnovabili coprono una quota maggiore della produzione. Ma una volta normalizzata la situazione, si riprenderà a bruciare gasolio e metano, come prima.
Per questo motivo per la nostra analisi prendiamo in considerazione i dati del 2019, prima della pandemia.
Se il gas russo rappresenta il 16% del fabbisogno energetico nazionale annuo, per compensarlo dovremmo portare la quota da fonti rinnovabili dall’attuale 19,4% al 35,4%.
L’obiettivo è assolutamente auspicabile, perché al vantaggio di liberarci dai vincoli strutturali con la Russia e, in generale, dai condizionamenti derivanti dai fornitori di energia esteri, aggiungeremmo anche la riduzione delle emissioni di CO2 derivanti dalla minore combustione di gas naturale.
Considerando che la quota di idroelettrico ha pochissimi margini di ulteriore sviluppo, perché i bacini idroelettrici che potevamo realizzare li abbiamo già costruiti, dovremmo sostanzialmente raddoppiare l’energia prodotta tramite biocombustibile, tramite impianti solari ed impianti eolici.
A questo punto le domande sono due: con quanti investimenti e in quanto tempo?
Raddoppiare la capacità produttiva di energia rinnovabile significa fare enormi investimenti e significa attendere anni prima che questi nuovi impianti vengano costruiti e messi in funzione. Significa che chi ci governa dovrebbe quantificare questi investimenti, trovare i soldi e finanziare progetti di qualità, che garantiscano dei risultati effettivi dal punto di vista energetico.

Un’altra possibilità valida per l’Italia per ridurre la propria dipendenza energetica dall’estero è di investire seriamente sul risparmio energetico.
In effetti noi non abbiamo bisogno di energia in quanto tale, ma abbiamo bisogno di energia per riscaldarci in inverno, per la produzione di beni e servizi e per i trasporti.
Mettendo in atto opportuni interventi di risparmio e di razionalizzazione energetica degli impianti di climatizzazione, degli impianti produttivi e dei trasporti l’Italia potrebbe ridurre il proprio fabbisogno annuo di energia, diminuendo gradualmente la propria dipendenza estera ed evitando emissioni di CO2 in atmosfera. E’ realistico ritenere che il potenziale di riduzione rispetto ai fabbisogni attuali sia almeno del 30%.
Anche in questo caso, però, sono necessari cospicui investimenti ed è necessario attendere diversi anni prima di raggiungere gli obiettivi prefissati.

Politicamente parlando sarebbe opportuno investire sia sulla realizzazione di impianti per la produzione di energia verde in Italia, sia sul risparmio energetico. Ma si tratta di mettere in gioco grandi capitali e di realizzare degli interventi strutturali, che durino almeno 20-30, in modo da sviluppare solide competenze nel settore e le filiere produttive. Oggi, purtroppo, i nostri migliori ingegneri del settore emigrano all’estero, per la mancanza di opportunità serie in Italia. Siamo ben distanti dal seguire questi obiettivi.

C’è chi parla di ritornare al nucleare. L’argomento è complesso e meriterebbe almeno un articolo per essere approfondito. La mia opinione personale è che per il nucleare troppo spesso vengano sottostimati i costi di realizzazione, ma ancora di più i costi di smaltimento delle scorie, nonché i rischi derivanti da possibili incidenti, che possono essere sia di origine naturale (terremoti, maremoti, alluvioni), ma anche di origine umana (una guerra, un attentato). Questi rischi reali rendono l’energia nucleare molto meno sicura di quello che si creda.

 

La variabile “tempo”

La variabile “tempo” è fondamentale quando si parla di modificare gli assetti del settore energetico.
Servono anni per realizzare gli impianti che ci consentano di approvvigionarsi di gas da altri fornitori, ad esempio dal Medio Oriente o dai nuovi giacimenti situati fra Egitto e Cipro.
Servono anni per realizzare le necessarie navi metaniere e i necessari impianti di rigassificazione, volendo acquistare GN da paesi più distanti.
Servono anni per realizzare sufficienti impianti di produzione di energia da fonti rinnovabili e le necessarie reti di trasporto.
Servono anni per realizzare nuove centrali nucleari.
Servono anni per i molti interventi necessari per ridurre del 40% i consumi per il riscaldamento invernale degli edifici.
Servono anni per potenziare adeguatamente i trasporti pubblici, in modo da ridurre le esigenze di trasporto privato, che è più energivoro.

Se anche si trovano i finanziamenti per questi interventi, fino a che l’Italia non recupererà la propria sovranità monetaria sarà ben difficile trovarli, sarà comunque necessario disporre di molta forza lavoro qualificata, di cui attualmente non disponiamo. Sono necessari anni per formare dei bravi ingegneri e degli operai specializzati.
In generale servono molti anni per trasformare un obiettivo politico in progetti di opere e poi per realizzare tali opere.

Purtroppo constatiamo che i nostri politici dimostrano una volta di più di vivere sulle nuvole, non rendendosi minimamente conto del fattore tempo.
Non basta decidere oggi di interrompere gli acquisti di gas dalla Russia oggi per avere domani un altro fornitore sostitutivo o una produzione nazionale da fonti rinnovabili equivalente o essere capaci di ridurre il fabbisogno energetico nazionale del 16%. E’ folle anche solo parlare di ipotesi del genere, in quanto sono fuori dalla realtà. Se si decide che questa è la strada giusta da seguire, allora bisognava pensarci prima, almeno 15-20 anni fa.

Se vogliamo un esempio virtuoso da seguire per i nostri politici, possiamo guardare alla vicina Svizzera, che dimostra un approccio razionale alla questione.
Qui sotto abbiamo un grafico prodotto dall’Ufficio Federale dell’Energia svizzero (OFEN)

Grafico 14

Si noti come il fabbisogno energetico complessivo (linea verde scuro) sia in progressiva diminuzione negli ultimi 10 anni, nonostante l’aumento della popolazione residente (linea arancio) e nonostante l’aumento del prodotto interno lordo (PIB, verde chiaro). Dato che ogni persona consuma energia per vivere e dato che per produrre si consuma energia, la crescita di questi fattori porterebbe naturalmente ad un aumento dei consumi energetici.
Ma l’indice di consumo di energia per persona è in costante diminuzione, mentre l’indice del prodotto interno lordo in rapporto all’energia consumata è in costante crescita ovvero si produce di più consumando di meno.

La Svizzera raggiunge questi obiettivi con politiche strutturali di incentivi alle ristrutturazione energetiche, di incentivi al settore produttivo perché investa nella razionalizzazione nell’uso dell’energia, di incentivi per la realizzazione di impianto solari, eolici e a biomasse e con un progressivo aumento della tassazione delle emissioni di CO2, in quali vengono preannunciati anni prima, in modo che le imprese ed i cittadini possano indirizzare adeguatamente i loro investimenti.
In Italia, invece, la classe politica si lancia irresponsabilmente in iniziative di rottura con i nostri principali fornitori di energia a cui siamo strutturalmente vincolati, come la Russia (già nel 2011 avevamo supportato, a nostro danno, la guerra alla Libia, altro nostro fornitore storico di energia), senza avere mai pensato seriamente ad un “Piano B” ovvero ad interventi strutturali per ridurre la nostra dipendenza energetica dall’estero. In sostanza è come se decidessero di chiudere l’unico rubinetto che ci disseta, senza avere pensato a fonti alternative d’acqua. Il risultato inevitabile non potrà essere che la morte per sete.

 

Energia e pace

Ritornando ai legami strutturali di interdipendenza fra Italia e Russia, che poi sono anche i legami fra la maggior parte dei paesi europei e la Russia, chiediamoci quale possa essere l’interesse “superiore” che potrebbe giustificare la rottura di questi rapporti.
La guerra in Ucraina rischi di complicare enormemente la situazione, portando alla rottura di equilibri nei rapporti internazionali che avevano dimostrato di funzionare bene, con vantaggi sia per l’Europa, sia per la Russia.
Si tratta di una questione estremamente importante che dovrebbe essere messa al centro delle trattative di pace fra Russia, Ucraina, con l’Europa come parte in causa.
Il non ingresso dell’Ucraina nella NATO richiesto dalla Russia o l’autonomia richiesta dalle regioni del Donbass valgono bene il prezzo del ripristino di rapporti di cooperazione energetica fra Russia ed UE. Lo valgono, perché non abbiamo alternative, al momento e almeno per i prossimi 15-20 anni.
Gli Stati Uniti, invece, perseguono dei propri obiettivi geopolitici di rilevanza di gran lunga inferiore, come l’isolamento della Russia dall’Europa (che è un danno per i paesi europei) o gli interessi di alcune loro multinazionali che intendono lucrare sul cambiamento degli equilibri del mercato energetico.
Nulla che possa valere il prezzo delle gravissime conseguenze della mancanza di energia in Europa, con una inevitabile aumento permanente dei prezzi nel settore energetico e con la necessità di ridurre strutturalmente la produzione di beni e servizi. L’Europa precipiterebbe nella povertà diffusa.

Se chi ci governa intende fare il bene del popolo, le scelte da fare sono alquanto evidenti. Se fanno altre scelte, chiediamoci se sono incompetenti o se agiscono per gli interessi di “altri”.
Ed anche la Russia ha tutti gli interessi a ripristinare dei sereni rapporti di collaborazione con l’Europa nel campo dell’energia.
Che si siedano seriamente tutti intorno al tavolo, discutendo di rapporti energetici e di pace in Ucraina. La soluzione che conviene a tutti, a parte gli USA, esiste. Basta solo avere uno sguardo lungimirante e volerlo.

Perché le rivolte in Medio Oriente falliscono?_ Di  Hilal Khashan

Perché le rivolte in Medio Oriente falliscono?

I governi della regione hanno escogitato un sistema per schiacciare qualsiasi seria richiesta di cambiamento.

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Le rivolte del 2010-11 contro i regimi arabi autocratici hanno sbalordito il mondo. Gli oligarchi al potere nella regione erano noti per reprimere sistematicamente anche le più piccole manifestazioni di malcontento pubblico. Quando la rivolta in Tunisia si è verificata nel dicembre 2010, si è diffusa quasi istantaneamente, dal Marocco sull’Oceano Atlantico al Bahrain sul Golfo Persico. Commentatori politici stupiti hanno parlato dell’ascesa della tigre sunnita dormiente e dell’alba della democrazia in tutta la regione. Ma l’euforia non durò a lungo. Il Deep State arabo, con la sua macchina di coercizione e la sua rete di alleati locali, ha represso le proteste e schiacciato ogni tentativo di rovesciare i regimi. L’ingerenza straniera e la mancanza di una visione condivisa da parte degli attivisti arabi hanno anche contribuito a garantire che i disordini pubblici non avrebbero minacciato la sopravvivenza del regime.

primavera araba
(clicca per ingrandire)

Macchinario di coercizione

Tra gli anni ’30 e ’60, organizzare un colpo di stato di successo in Medio Oriente era relativamente facile. Anche un piccolo gruppo di ufficiali dell’esercito potrebbe rovesciare un regime; avevano solo bisogno di comandare truppe sufficienti per impadronirsi del palazzo presidenziale o reale, del ministero della difesa e del ministero delle comunicazioni per controllare le articolazioni del sistema politico. In Iraq ci sono stati sei colpi di stato negli anni ’30, uno (un fallito golpe filo-nazista) nel 1941 e molti altri negli anni ’50 e ’60. La Siria ha visto tre colpi di stato nel 1949 e più negli anni ’50 fino al 1970. L’Egitto e la Libia hanno avuto rispettivamente un colpo di stato nel 1952 e nel 1969.

Ma nel 1970, l’era della sovversione del governo terminò, tranne che in Sudan, che subì un colpo di stato nel 1989. I governanti militari arabi avevano finalmente imparato come prevenire i tentativi di rovesciamento rafforzando la loro presa sull’esercito e sulla società. In Egitto, gli ufficiali che organizzarono il colpo di stato del 1952 istituirono il Consiglio del Comando Rivoluzionario sotto la guida di Gamal Abdel Nasser. Negli anni successivi divenne più sofisticato, adottando il titolo di Consiglio Supremo delle Forze Armate. In Siria, il presidente Hafez Assad ha epurato l’esercito e posto in posizioni di comando colleghi ufficiali alawiti, che controllavano le forze armate e nominavano funzionari leali per controllare il sistema politico. In Iraq, Saddam Hussein, salito al potere con un colpo di stato del 1968, ha eliminato brutalmente tutta l’opposizione all’interno del partito Baath al potere alla fine degli anni ’70 e ha fatto affidamento esclusivamente sul sostegno degli arabi sunniti della sua città natale di Tikrit per mantenere il controllo. Come altri governanti arabi, Saddam creò una forza speciale, chiamata Guardia Repubblicana, che divenne la componente più potente e fidata dell’esercito. In Libia, Moammar Gheddafi, che ha rovesciato la monarchia nel 1969, ha creato i reggimenti di Gheddafi per prevenire controcolpi e rivolte religiose militanti.

In Iran, dopo aver ispirato la Rivoluzione Islamica nel 1979, l’Ayatollah Ruhollah Khomeini non si fidava dei militari e ordinò che i suoi massimi comandanti fossero giustiziati e molti altri licenziati. Khomeini mise in dubbio la lealtà dell’esercito, che aveva abbandonato lo scià dopo aver ucciso migliaia di manifestanti in quello che divenne noto come il Black Friday nel settembre 1978. Khomeini concentrò quindi la sua attenzione sulla formazione di un’unità d’élite delle forze armate chiamata Corpo della Guardia Rivoluzionaria Islamica come così come la milizia Basij, un ramo dell’IRGC – entrambi responsabili della difesa del regime dalle minacce esterne e interne.

I governanti della regione avevano stretto un patto con la loro gente: il governo avrebbe provveduto ai bisogni di base del pubblico in cambio della loro disponibilità a rimanere fuori dalla vita politica. Ai cittadini sono stati essenzialmente promessi alloggi a basso costo, alimenti di base sovvenzionati, cure mediche gratuite e istruzione attraverso il college. Coloro che non hanno accettato l’accordo, tuttavia, hanno subito una punizione severa. In questo modo, sono stati costretti a consentire ai regimi di mantenere il potere ultimo virtualmente incontrastato.

I regimi repubblicani arabi hanno anche stabilito solide alleanze interne per aiutare a contenere eventuali disordini potenziali. In Siria, Hafez Assad ha cooptato la classe imprenditoriale sunnita a Damasco e Aleppo e ha dato loro mano libera nella gestione dell’economia. Ha messo sunniti in posizioni di governo di primo piano, anche se sotto l’occhio vigile dei lealisti alawiti. Suo figlio Bashar ha portato avanti la sua eredità, cooptando le tribù arabe sunnite nella regione di Jazeera per tenere a bada i curdi e dare legittimità al suo regime. Ha anche liberalizzato l’economia siriana e ha collaborato con la classe imprenditoriale sunnita. In Egitto, il presidente Hosni Mubarak ha permesso alle forze armate di essere coinvolte nell’economia. La firma degli accordi di Camp David nel 1978, la fine della guerra con Israele e l’assassinio del presidente Anwar Sadat da parte delle truppe dell’esercito rinnegate convinsero Mubarak a occuparsi dell’esercito con questioni economiche per evitare che tramasse per rovesciarlo. Anche in Arabia Saudita, il regime ha chiuso un occhio davanti agli ufficiali che intraprendono opportunità di affari e guadagnano commissioni. In Iran, gli ayatollah hanno gareggiato con la business class dei bazar senza sfrattarli dal mercato. Hanno anche introdotto sussidi alimentari, anche se l’economia ha sofferto a causa delle sanzioni statunitensi.

Negli ultimi anni, tuttavia, la stagnazione economica della regione ha ridotto la gamma dei sistemi di welfare del governo per la maggior parte dei paesi del Medio Oriente, portando spesso a disordini pubblici. I regimi hanno compensato la loro ridotta capacità di provvedere alle loro popolazioni aumentando il loro uso di tattiche coercitive a livelli senza precedenti.

Paesi potenzialmente instabili
(clicca per ingrandire)

Opposizione divisa

I leader autoritari della regione – siano essi repubblicani, monarchici o rivoluzionari islamici – hanno distrutto le società civili dei loro paesi, trovando varie giustificazioni per la loro repressione dell’opposizione. I leader arabi e iraniani hanno accusato le voci dissenzienti di agire per conto dell’imperialismo occidentale e del sionismo. Dopo la schiacciante sconfitta dell’Egitto nel 1967, Nasser represse tutte le critiche, affermando che nessun individuo dovrebbe distrarsi dagli sforzi per liberare il territorio occupato. In Iraq, Saddam ha ritratto i dissidenti sciiti come agenti iraniani. Poi, quando le milizie filo-iraniane hanno preso il potere dopo l’invasione statunitense nel 2003, hanno respinto le richieste dei sunniti di un equo accordo di condivisione del potere, definendoli agenti degli Stati Uniti, del sionismo e dei movimenti islamici radicali.

Allo stesso tempo, le forze di opposizione non sono riuscite a presentarsi come un blocco unito. In Iran, i riformisti articolano programmi diversi. In Iraq, coloro che chiedono il cambiamento attraversano lo spettro politico per includere comunisti, nazionalisti, gruppi arabi sunniti tradizionali e sadristi, sostenitori del religioso sciita anticonformista iracheno Muqtada al-Sadr. Sadr è in disaccordo con le milizie filo-iraniane, ma è anche attento a non inimicarsi Teheran, suggerendo che molti movimenti sciiti sono sostenuti dall’Iran.

Poco dopo l’inizio della rivolta siriana, i gruppi contrari al regime hanno iniziato a organizzarsi in Europa e in Turchia, tenendo numerosi incontri lì per cercare di concordare una nuova forma di governo per sostituire il regime di Assad, se fosse crollato. Alla fine, non sono riusciti a mettersi d’accordo su nulla. In Egitto, i movimenti che hanno partecipato alla rivolta per rovesciare Mubarak avevano poco in comune. Ciò ha spianato la strada ai militari per facilitare l’elezione del candidato dei Fratelli Musulmani Mohammad Morsi, in modo che potesse accelerare la sua eventuale estromissione. L’esercito era intenzionato a sbarazzarsi di lui, credendo che la sua visione del mondo fosse incoerente con la sua visione dell’Egitto. Il Consiglio Supremo delle Forze Armate ha radunato tutti i movimenti della società civile contro Morsi nel luglio 2013 e lo ha rovesciato. Ha poi messo a tacere questi movimenti, ribellandosi ai liberali e ai laici.

Inizialmente, sembrava che la rivolta in Tunisia fosse l’unica riuscita negli stati arabi. A tempo debito, tuttavia, anche questo non è riuscito a innescare alcun vero cambiamento. Le forze politiche emerse nel Paese dopo la caduta del governo del presidente Zine El Abidine Ben Ali si sono rafforzate, togliendo spazio politico a Ennahda, primo partito a formare un governo dopo le proteste. Alla fine, la politica tunisina ha raggiunto un’impasse e il pubblico è diventato disincantato dalla politica di partito. Anche il presidente politicamente indipendente, Kais Saied, ha seguito un percorso che assomigliava a quello dei precedenti governanti autocratici.

Intervento Straniero

L’ultimo fattore che ha portato alla fine delle rivolte arabe è stata l’ingerenza straniera. In Egitto, Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti erano allarmati dalla caduta di Mubarak e dall’ascesa della Fratellanza. Dopo che Morsi fu rovesciato, diedero ad Abdel-Fattah el-Sissi miliardi di dollari per sostenere il suo regime. In Siria, gli Stati Uniti, Israele e gli Emirati Arabi Uniti non volevano vedere il crollo del regime di Assad. In effetti, le loro politiche in Siria differivano poco da quelle di Russia e Iran, il cui sostegno ha assicurato che il governo di Assad rimanesse al potere. In Libia, gli attacchi aerei della NATO hanno distrutto la macchina militare di Gheddafi, ma l’ingerenza straniera di Russia, Egitto, Emirati Arabi Uniti e Turchia ha mantenuto il paese diviso e in subbuglio. Nello Yemen, l’Arabia Saudita e gli Emirati Arabi Uniti hanno contribuito a sconfiggere una rivolta e poi hanno intrapreso una guerra contro i ribelli Houthi, che inizialmente hanno abilitato prima di rivoltarsi contro di loro. Le probabilità sono che lo Yemen sarebbe scivolato nell’anarchia anche senza l’intervento straniero, ma i suoi vicini arabi hanno certamente aggiunto benzina sul fuoco. In Bahrain, la maggioranza sciita oppressa ha guidato una rivolta nel febbraio 2011, che è stata sedata dai sauditi. Hanno distorto le richieste di equità e giustizia dei bahreiniti presentandole come parte di uno stratagemma iraniano per destabilizzare il paese.

La regione è lungi dall’essere pronta per insurrezioni di successo e le comunità politiche con un senso di visione nazionale devono ancora emergere. La risoluzione dei problemi interstatali in sospeso della regione, come le questioni curda e palestinese, deve precedere qualsiasi cambiamento interno. Comprensibilmente, i paesi aspirano a usare le proprie capacità economiche e tecnologiche per esercitare la propria influenza. Tuttavia, l’ideologia politica avvolta nel determinismo religioso è una ricetta per perpetuare il conflitto e bloccare le prospettive di sviluppo economico e politico.

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REGENI, TONI-DE PALO E ABU OMAR IL MAGISTRATO RECITA A SOGGETTO, di Antonio de Martini

In un paese in cui le persone temono di essere schedate dal vaccino che “non protegge al 100%” e si lancia in fulminee convivenze e matrimoni che al 50% finiscono male, non mi meraviglio se nessuno si ricorda più di una vicenda capitata nel 1980 in Libano, la TONI-DE PALO.

Una foto con Armando Sportelli durante uno dei nostri incontri-intervista durante i quali ha rivangato le fasi delle trattative con OLP , il caso Toni De Palo e altri.

Due “giornalisti” di cui nessuno ha mai letto una riga, che scomparvero ad un tratto – non si sa come ne quando- forse durante un giro in Libano nella pianura della Bekaa.

I loro cadaveri – se esistono- non furono mai ritrovati, ma furono l’occasione per far trionfare la magistratura sulla bieca corporazione degli agenti segreti: il capo centro in Libano, il maggiore dei carabinieri Stefano Giovannone , invano invocato come salvatore da Aldo Moro durante la sua prigionia, venne giubilato e inquisito assieme al suo capo, il colonnello Armando Sportelli, all’epoca a capo degli 007 italiani nel mondo e responsabile dell’accordo OLP-Italia che ha risparmiato, per trenta e passa anni, il nostro territorio da coinvolgimenti armati.

Il teorema del magistrato inquirente fu che se non si trovavano questi due personaggi, ( mai saputo chi ne denunziò la scomparsa…) erano certamente stati rapiti dall’OLP (Adesso però i cattivi in Libano sono gli Hezbollah) e l’intelligence doveva essere al corrente di tutto.

L’inchiesta, condotta da un sostituto procuratore di Venezia a nome Mastelloni, fratello di un attore di teatro, durò la bellezza di sette anni provocando la stroncatura della Carriera di Sportelli che ebbe l’ingenuità di dimettersi al primo giorno dell’inchiesta fidando nella istituzione. Stefano Giovannone , ammalato, non si riprese più, mentre il nome del generale V. dei CC che ne voleva la testa, fu trovato nella lista della P2.

Risultò, a chiunque fosse in buona fede, che i due non si erano mai presentati in ambasciata, non avevano chiesto interviste a nessuno, non avevano comunicato a nessuno intenzioni o itinerario e – posto che abbiano circolato in Libano, nessuno li incrociò o vide mai. Tanto bastò perché il magistrato indagasse per sette anni e la vita di due integerrimi servitori dello stato fosse stroncata. Il magistrato confidò in un momento di debolezza a Sportelli che era ” affascinato da questo mondo dei servizi segreti” e continuava a fare domande anche non pertinenti.

In tutto questo bailamme non una riga fu scritta dal solerte New York Times o dall’intrepido Guardian, nemmeno quando due anni prima fu trovato il cadavere di un cittadino francese alla periferia del Cairo. E non scrissero nemmeno quando un cittadino italiano- anche se il nome di battaglia é Abu Omar- fu rapito, il 17 febbraio 2003 in quel di Milano da un commando di 22 americani e due italiani, guidato dal capo centro CIA di Milano, tale Robert Seldon LADY, condannato dalla magistratura ( Spataro e Pomarici) e poi graziato, assieme ai compari, dal presidente Mattarella che quel giorno era, evidentemente, in buona con tutti, ma non con la donna ( Sabrina De Sousa) nel frattempo licenziata dalla CIA per aver allietato la vigilia del capo. Su tutto, nessuno scoop. Si sono interessati a una sola vicenda che ora riferisco.

Ritrovamento all’alba

Per il caso Regeni, Giulio Regeni, invece, fin dal primo giorno e prima ancora che ne fosse informata la nostra ambasciata, i predetti quotidiani si dimostrarono attentissimi alle vicende del cadavere di un italiano trovato, al Cairo, all’alba, sullo stradone, non lontano dalla trafficatissima via che conduce alle Piramidi e prosegue verso Alessandria d’Egitto. In USA ci sono sei ore di fuso di differenza ma il NYT riuscì a non” bucare” la notizia.

Il cadavere, così platealmente depositato, risultò appartenere a un cittadino italiano, il ventottenne Giulio Regeni, ” ricercatore” ventottenne residente da anni all’estero. Entrambi i quotidiani anglosassoni dimostrarono di essere informati delle indagini della polizia e delle omissioni della stessa, anche se non hanno mai rivelato le fonti ( o la fonte) che li tenne un passo avanti a tutti.

Il Ministro Andrea Orlando – che non si é mai scomodato per andare ai funerali degli operai che muoiono quotidianamente sotto la sua gestione ministero del Lavoro- si presentò a Fiumicino per ricevere le spoglie del compatriota. Anche questo va segnalato come il frutto di un singolare intuito circa gli sviluppi futuri del caso.

Tutte le mamme sono da rispettarsi quando piangono un figlio e, magari, chiedono giustizia se questo risulta deceduto in situazioni drammatiche. Questa madre non ha fatto eccezione ed é un suo diritto rivolgersi alla magistratura. Invece si rivolge al Parlamento e nemmeno al deputato del suo collegio. E d’ora in poi, nulla – in questa vicenda- seguirà più la normale procedura che tutela i diritti dei cittadini italiani.

Non la ricerca dei testimoni inglesi ( la dottoressa Maia Abd el Rahman– che aveva spedito il Regeni in Egitto per fare una ricerca sui “sindacati non riconosciuti” dandogli l’indirizzo di un professore dell’Università americana rivelatosi un confidente di polizia- non i finanziatori committenti americani della ricerca della ricerca – Oxford Analytica di John Negroponte ( ex capo della intelligence community USA)- non un accertamento su elaborati precedenti del Regeni di cui non v’é traccia.

E’ anche diritto dell’on Luigi Manconi, genero di Berlinguer, occuparsi – sia pure a singhiozzo- di diritti umani. Ricordo due episodi in cui si interessò con particolare accanimento, dovuto alla facilità di accesso al mezzo televisivo grazie alla parentela.

La prima volta che ricordo, fu per deplorare l’utilizzo di una prostituta somala (immortalata in foto con una bottiglietta di Coca Cola da L’Europeo o dall’Espresso, non ricordo) da alcuni bersaglieri del nostro contingente che si trovava a svolgere operazioni di peace enforcing per l’ONU.

Non é colpa dell’insistenza dell’onorevole Luigi Manconi se con questa polemica provocò il congelamento della nostra ben avviata candidatura al Consiglio di sicurezza dell’ONU grazie ai buoni uffici dell’ambasciatore Francesco Paolo Fulci che si era conquistato i necessari voti di moltissimi paesi afroasiatici, consentendoci di surclassare la Germania in sede di votazione in assemblea. Una battuta d’arresto dalla quale non ci siamo più ripresi.

Recentemente, resosi disponibile nuovamente il seggio ONU, abbiamo dovuto dividerlo con L’Olanda ( appoggiata da USA e Germania) benché questa sia stata dichiarata ufficialmente responsabile del Massacro di Srebrenica dalla camera Penale Internazionale ( CPI). Ottomila morti cancellati da un Manconi e una mignotta.

La seconda volta che ricordo, é il caso Regeni, dove, in concorrenza col presidente della Camera dei Deputati – Roberto Fico– il Manconi fece a gara per chiedere ” verità per Regeni“, giusto. Ma chiesero anche – interferendo con la nostra politica estera esorbitando dalle rispettive funzioni – il richiamo del nostro ambasciatore al Cairo e poi addirittura la rottura delle relazioni diplomatiche con l’Egitto, nascondendosi dietro una povera madre disperata.

In Egitto – guarda caso- era appena stato trovato dall’ENI ” nelle acque profonde egiziane antistanti il Delta del Nilo” un giacimento di petrolio e di gas che fa impallidire i giacimenti antistanti le acque cipriote ( Tamar e Leviatan) trovate dal servizio geologico degli Stati Uniti. E qui comincia il vero caso Regeni che mischia interessi privati, intelligence, ricatti tra petrolieri, rivalità geopolitiche tra alleati. Su tutto questo mucchio inquinato troneggia il servilismo dei magistrati addetti alla capitale che inscenano un processo farsa senza imputati, senza testimoni e senza movente, grazie a un procuratore la cui nomina é stata annullata dal Tribunale Amministrativo Regionale ( TAR).

L’ENI TROVA IL PETROLIO E GLI USA SFRUTTANO IL MORTO

Pur emarginato dalle acque libiche e ingabbiato con la Total in quelle di Cipro, L’ENI inquinato solo a livello dirigenza ma con ingegneri ancora memori dell’eredita di Mattei, hanno elaborato una tecnologi che ha permesso loro di trovare il petrolio, come dice il comunicato ENI ” nelle acque profonde egiziane” dove gli altri non hanno trovato nulla. L’Egitto, fedele alle sue scelte tradizionali, ha avuto sempre ottimi rapporti commerciali con l’Italia, dai tempi dei Tolomei al periodo coloniale inglese con Faruk, a Nasser durante la fase della influenza russa, un posto per noi c’é sempre stato.

All’epoca Regeni, i Francesi avevano monetizzato la misteriosa morte di uno studente con la vendita di 24 aerei ” Rafale”, mentre noi avevamo piazzato due fregate classe FREMM considerate l’opera di progettazione navale migliore nella sua classe. L’ambasciata di Israele era stata invitata a chiudere ” per ragioni di sicurezza” accentrando i rapporti con l’Egitto all’ambasciata egiziana a Tel Aviv.

Gli americani si lamentavano delle incomprensioni avute durante la “primavera” e delle ” avance” sessuali subite da alcune giornaliste USA mescolatesi ai manifestanti. I tedeschi aumentavano l’organico d’ambasciata degli addetti alla cooperazione a settanta unità, mentre l’Egitto di Abd el fattah Al Sissi affidava ad altri il raddoppio del canale di Suez e alla Russatom di Mosca la ripresa del suo programma nucleare accantonato anni fa.

Una bomba fasulla esplodeva nei pressi della nostra ambasciata e i magistrati di Roma invadevano gli spai dei magistrati egiziani e la polizia pasticciava le indagini nel tentativo di dare una risposta soddisfacente. Ordinaria amministrazione.

Il disordine, condito di “rumors” alimentati dal New York Times e dal Guardian cui ha fatto eco il TG1 e Il Messaggero ha spinto il Presidente della Camera a rilasciare incaute dichiarazioni di cui l’elettorato farà giustizia e il deputato che si é fatto dare le funzioni tanto dignitosamente tenute dall’on Stefano Rodotà.

Chi ha ceduto senza vergogna alle richieste cui aveva già dato benevolo ascolto il Quirinale nel caso “LADY più 22” ( Abu Omar) é stato il sedicente procuratore della Repubblica di Roma – tale Prestipino, calabrese, – contestato nella nomina dai più meritevoli colleghi cui ha soffiato il posto, destituito dal TAR e difeso della coschetta annidata nel CSM.

In questa posizione di debolezza ha preso per buona la vicenda e accettato di lanciare un processo in cui ai quattro nomi di imputati dirigenti dell’intelligence egiziano non ha nemmeno mandato la notifica; ha sorvolato sull’assenza della “tutor” di Regeni che non ha accettato di venire a testimoniare ( fatto notato persino dal cautissimo ” Corriere della sera“) e col processo di beatificazione in corso del Regeni – un ricercatore che a ventotto anni non aveva pubblicato nulla e non era “di Cambridge”: stava in un collegio secondario dell’area – difficile capire quale fosse la motivazione dell’omicidio e delle torture pregresse. Io al solito, in una intervista su You tube che potete vedere qui ( https://youtu.be/0PACeET31Ig ) avevo detto, prima che succedesse il caso Regeni e chiaramente, che avremmo subito pressioni per farci mollare l’osso. Il povero giovane é stato il pretesto per l’attacco. Impuniti finora i fiancheggiatori di questa pugnalata all’economia italiana.

Nel caso di Abu Omar, il tribunale di Milano ha condannato i 22 agenti CIA al pagamento di un milione e mezzo di danni alla famiglia del rapito. Scommettiamo che in questo caso condanneranno il governo egiziano?

https://corrieredellacollera.com/2021/10/18/regeni-toni-de-palo-e-abu-omar-il-magistrato-recita-a-soggetto/

LA GUERRA ASIMMETRICA HA FALLITO IL COLPO, di Antonio de Martini

LA SIRIA ROMPE DEFINITIVAMENTE L’ASSEDIO E LIBERA LA FRONTIERA OCCIDENTALE.

Dopo undici anni di ostilità verso la Siria  e appoggio logistico e politico  ai “ ribelli siriani” rivelatisi una banda di mercenari stranieri pagati dagli USA, re Abdallah II  di Giordania ha avuto ieri ( domenica 3 ottobre) una lunga conversazione telefonica col presidente siriano Bashar El Assad

Nella lunga conversazione il re – alleato degli USA e figlio di una inglese – ha confermato l’apertura delle frontiere, dichiarato il pieno sostegno della Giordania alla « stabilità , sovranità e unità territoriale » della Siria.

L’accenno alla «  unità territoriale » vale sia per Idlib al nord  (Turchia) che per il Golan a sud (Israele).

La posizione giordana va letta anche come vendetta contro l’intesa israelo-saudita che, l’estate scorsa, ha tentato una congiura di palazzo per  detronizzare il re e aprire la via al saudita Mohammed Ben Salman che aspira a soppiantare la dinastia Hashemita nel ruolo ( riconosciuto ufficialmente anche da Israele) di protettore di Gerusalemme terza città santa dell’Islam, anche per confermare il ruolo usurpato di protettore delle altre due città sante: Mecca e Medina.

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l’Arabia Saudita va verso l’isolamento nel mondo arabo?

L’ accanita, intelligente, difesa dell’esercito siriano e dei volontari libanesi, Falangisti cristiani e Hezbollah,  ha portato i suoi frutti: dopo l’Egitto e gli Emirati che stanno riaprendo le sedi diplomatiche a Damasco, un altro importante paese arabo leva l’assedio e apre alla riammissione della Siria in seno alla Lega Araba.

L’isolamento dell’Arabia Saudita e del suo reggente assassino si accentua, cosi come continua a svuotarsi  la politica USA  nel Levante.

Da undici anni di sforzi, finanziamenti e «  primavere », gli USA raccolgono solo la grave crisi dei rapporti con la Turchia e raggiungono un plebiscitario picco di impopolarità da Tunisi a Kabul.
E ci saranno altre conseguenze. In Yemen dove i ribelli Houti sono ormai alle porte di Marib ( principale città alla frontiera nord con l’Arabia Saudita), il che vuol dire la crisi dei rifornimenti tra i sauditi e il fronte.

Fermenti prevedibili anche in Sudan, dove il tentato golpe del mese scorso da parte di un reparto corazzato, fa temere l’inizio di un ripensamento rispetto alla recente scelta filoamericana e democratica, grazie anche a un crescente interessamento egiziano per una intesa contro il ricatto etiopico sulle acque del Nilo su cui poggia – tramite agricoltura di controstagione con l’Europa- tutta la raccolta di valuta pregiata dell’Egitto, canale a parte.

Un’altra arma di ricatto made in USA destinata a cadere o provocare una guerra. Intanto ha già provocato una guerriglia nella zona mussulmana del Tigrai, mentre per lo sfruttamento delle acque della Renaissance Dam manca completamente la palificazione elettrica tra ladina e la capitale…

Un’altra prova che la geopolitica é un’arma a doppio taglio per chi é sprovvisto di adeguata cultura storica, geografica e politica e vuole partecipare al grande gioco solo perché si sente forte. Come ha scritto Friederich Nietsche oltre un secolo fa, vincerà chi ha più memoria. Non chi immagazzina più dati ( NdR).

FONDAMENTI LINGUISTICI DELL’ASIA MEDIANA*_di Daniele Lanza

FONDAMENTI LINGUISTICI DELL’ASIA MEDIANA*
(dal nucleo persiano/afgano all’India)
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*Molti hanno trovato interessante la mia serie di capitoli sui rudimenti (non altro) della storia afgana : suppongo possa essere interessante anche una ancora più modesta appendice che aggiungo ora.*
Tutto parte da una considerazione semplice : spesso e volentieri ci si immerge in un tema sviluppando i suoi più suggestivi gangli………fino a sorvolare inconsapevolmente i fattori più elementari della materia. Sottolineo pertanto qui un fatto che forse non è stato realizzato dal lettore nei giorni scorsi.
L’Afganistan (quello contemporaneo che ritroviamo si notiziari) in che idioma si esprime ? Risposta essenziale : il paese legale vede due lingue ufficiali, affiancate, ovvero (1)
PASHTO – (2) PERSIANO.
La prima delle due è la lingua autoctona dell’Afganistan, quella naturalmente delle tribù pashtun che sono il nucleo della sua storia indipendente : il fatto è che rappresenta non oltre il 55-60% dell’intera popolazione. Il restante 40-45% parla correntemente il persiano invece (per la precisione una sua variante più orientale, denominata “DARI” per distinguerla da quella più occidentale della repubblica islamica dell’Iran). A conti fatti quindi, quasi metà della popolazione afgana parla in realtà la medesima lingua dei propri vicini irano/persiani : se poi consideriamo che – pur senza averne un comando – la quota di afgani in grado perlomeno di comprendere ad orecchio la parlata persiana si avvicina all’80%, questo ci porta alla conclusione che abbiamo a che fare con due entità nazionali (Iran e Afganistan) che si collocano su un piano di mutua intellegibilità culturale. La cosa non stupisce alcuno dei lettori che fin qui hanno avuto pazienza di seguirmi : se partiamo dalla consapevolezza storica di base che l’emirato afgano è paragonabile ad una cellula scissa dal grande corpo dell’impero persiano che ha preso vita propria, allora i conti tornano in pieno. L’Afganistan è anche – linguisticamente parlando – un’espansione verso oriente (verso il continente indiano) della parlata PERSIANA nei secoli passati.
Qualche precisazione in più : avete tutti presente l’alfabeto arabico standard ? (si parte di lì) Abbiamo a che fare con le fatidiche 28 LETTERE tramite le quali si articolano le comunicazioni scritte di centinaia di milioni di individui, sin dai tempi del PROFETA Maometto, con tutte le loro evoluzioni (…). Orbene, quando nel XII secolo gli eserciti dei califfati arabi in avanzata travolgono le oramai decadenti vestigia della Persia tardoantica (dinastia sasanide, contemporanea di Bisanzio), pur riuscendo ad imporre l’ISLAM come dimensione religiosa dominante, NON riescono tuttavia a piegare la cultura persiana né a diffondere la propria lingua (cosa impossibile visto lo spessore culturale millenario della Persia, a differenza della più depopolata e confusa Africa nord-sahariana che, comparativamente, sarà invece del tutto arabizzata). Questo – dicotomia arabo/persiana – è di dominio COMUNE per chiunque sappia anche solo qualcosa del vicino oriente (…)
Una vittoria tuttavia la lingua araba la riporta : dona il proprio sistema di caratteri alla cultura locale che finisce col servirsene per ragioni pratiche. Il processo di “conversione alfabetica” in questione è qualcosa di magmatico senza confini cronologici precisi……teniamo semplicemente conto che è qualcosa che dura svariati secoli (3 circa : la zona “buia” della storia persiana che ci conduce alla rinascita dei secoli successivi all’anno 1000 con poeti e scrittori come Omar Khayyam) : la grande PERSIA rinasce culturalmente con un alfabeto mutuato quindi dagli arabi, con alcune variazioni…….le lettere anziché 28 sono portate a 32, in modo da aggiungere alcuni suoni del persiano, assenti in arabo.
Abbiamo a questo punto l’alfabeto “arabo-persiano” (vale a dire, in altre parole, un alfabeto arabo preso a prestito, adattato e modificato per trasporre per iscritto la parlata persiana tradizionale) che a partire dal XIII secolo si standardizza ulteriormente quando un letterato unisce le due tradizioni calligrafiche del suo tempo (“Naskh e Tal’iq) per fondarne una unificata che sarà quella ufficiale della potenza persiana a venire : “ NASTALIQ “ (نستعلیق ).
Tenete bene a mente questo termine poiché è la base NON solo della scrittura persiana, ma di tutta l’area ad oriente verso la quale si espanderà : per analogia, così come gli arabi impongono il loro alfabeto alla Persia, quest’ultima a sua volta impone il proprio alfabeto (derivato) a tutta la sua grane sfera di estensione politico-culturale ad est, dove ognuno a sua volta lo prenderà a prestito apportando le sue modifiche (l’URDU, lingua nazionale del Pakistan utilizza l’alfabeto persiano/arabico in questione, aggiungendo altri 7 caratteri ed arrivando quindi a 39. Nell’emirato afgano si arrivò ad averne 41). Questo significa che la calligrafia NASTALIQ (utilizzata per fini artistici) è la scrittura di base da secoli in AFGANISTAN e in PAKISTAN (per non parlare della sua espansione in areale indiano dove la lingua persiana è mezzo di comunicazione a corte nell’impero MUGHAL)
L’Afganistan contemporaneo infine standardizza il proprio sistema di scrittura nel 1958, durante un congresso di intellettuali a Kabul (i caratteri vengono portati a 45, cercando forse di renderlo ancora più “afgano”, più specificamente nazionale….un alfabeto pashto -پښتو الفبې ). Se da un lato abbiamo sottolineato l’influenza persiana in Afganistan e altrove, rammentiamo allo stesso modo come il pashto mostra una diffusione significativa anche al di là dei confini afgani, oltre il passo di Khyber (faglia di divisione geografica tra Afganistan e Pakistan da sempre) in quelle provincie rivendicate talvolta dai nazionalisti afgani a danno del vicino (…) : di fatto il 15% della popolazione del Pakistan si esprime in pashto, nella sua frangia più di confine naturalmente (considerata la mole demografica pakistana, 15% = 30 milioni di parlanti circa…numericamente tanti quasi quanto nell’Afganistan stesso, paradossalmente).

Stati Uniti! Afghanistan una tappa verso il multipolarismo Con Gianfranco Campa

L’Afghanistan si sta rivelando un acceleratore della fase multipolare. Alla perdita di capacità egemonica degli Stati Uniti corrisponde l’emergere di numerosi attori con l’ambizione di perseguire proprie ambizioni e determinare aree di influenza dai molteplici e mutevoli punti di attrito e cooperazione cui corrisponde uno scontro politico interno alle formazioni socio-politiche della stessa asprezza e volatilità. Una moltiplicazione di focolai di conflitto e di continue mediazioni in grado di procrastinare l’evenienza di schieramenti contrapposti più stabili e delimitati e le conseguenti tentazioni di confronto risolutivo. Buon ascolto, Giuseppe Germinario

https://rumble.com/vm7qpb-stati-uniti-afghanistan-e-multipolarismo-con-gianfranco-campa.html

 

 

FONDAMENTI DI STORIA AFGANA (EPILOGO*), di Daniele Lanza

Dǝ Afġānistān wākmanān – د افغانستان واکمنان (ovvero REGNO DELL’AFGANISTAN…..)
Ghazi Amanullah Khan : questo è il suo primo re.
Emerge da quella fucina di idee che è il congresso post prima guerra mondiale (preceduto da fermenti nella decina di anni che la precedono) e a seguito di una brevissimo conflitto sul campo, il regno afgano contemporaneo.
Non si tratta più dell’emirato o altre forme di stato pre-moderne, ma si prefigge l’obiettivo di essere un moderno stato-nazionale, di forma monarchica, il cui cammino va nella direzione dei più efficienti regni europei, almeno idealmente. Da questa premessa generano 7 anni di intensa riforma (nel corso della quale ci si dota di una vera bandiera) che danno alla luce perlomeno le fondamenta del nuovo stato che si vorrebbe : i suoi monarchi saranno TRE in tutto e i loro regni spaziano per buona parte del 900. La strada della modernizzazione in un contesto autoctono e remoto come quello afgano è lunga è difficile…….sin dal principio vi sono tentativi di ribellione : il nuovo regno di stampo occidentale voluto dalla dinastia (ancora la Barkazai) NON rappresenta in realtà fasce del paese profondo che tentano già al momento dell’abdicazione del primo sovrano la strada della rivolta vera e propria. Anche quando quest’ultima sarà domata rimarrà sempre una ribellione strisciante, un pervasivo malcontento del paese profondo la cui vocazione sarebbe ripristinare il vecchio – e più tradizionale – EMIRATO……più consono alla mentalità conservatrice afgana. Che dire, per certi versi una situazione analoga a quella che si sviluppa nella vicina PERSIA filobritannica : stati nazionali in via di sviluppo economico, per natura riformisti e tendenzialmente rivolti verso l’occidente pur senza averne la tradizione democratica e le istituzioni. Entrambe – per un verso o per un altro – pur superando la fase del secondo conflitto mondiale e dell’inserimento nell’ordine mondiale che ne segue, non riusciranno a superare lo scoglio dei vorticosi anni 70, densi di contestazione e rivoluzioni……..
Per quanto riguarda il regno afgano, questo dura una quarantina d’anni dalla sua istituzione ufficiale : le riforme si susseguono con difficoltà (un vero sistema di monarchia parlamentare solo a partire dal 1964) e in generale il paese profondo non riesce a metabolizzare la modernità che gli si vorrebbe dare, tra l’altro dimostrandosi non all’altezza di gestire gravi crisi interne.
E’ il 1973 quando si verifica il primo colpo di stato militare : evento molto veloce e quasi senza spargere sangue….più che la violenza del golpista (per dire) pare che l’assenza di supporto per la corrotta monarchia abbia giocato il ruolo maggiore. Il regno si è dissolto da solo per la propria inadeguatezza. Il leader del golpe – tra l’altro membro della famiglia reale – non si autonomia regnante, ma al contrario proclama la repubblica dell’Afganistan come nuova fase (più trasparente ed efficiente) della modernizzazione nazionale. In pratica il processo continua, ma su basi moralmente più solide o così si vorrebbe……perché in realtà non lo sarà.
In sintesi : la rivoluzione repubblicana del 1973 pone fine ad un’inefficiente monarchia, proponendosi di procedere in modo assai più spedito verso la modernizzazione. Quest’ultima tuttavia è proprio quanto la parte conservatrice della nazione afgana NON VUOLE : se la vecchia monarchia era filoccidentale, il regime repubblicano nato dal golpe lo è ancora di più ! E’ avvenuta una rivoluzione sì….ma non quella che il popolo conservatore voleva (e si apre la strada della rivolta). Nel contesto descritto chi coglie la palla al balzo è a questo punto è il PDPA ovvero il partito di matrice marxista leninista del paese, allineato all’Unione Sovietica.
Quest’ultimo di propria iniziativa – approfittando del momento propizio e della ancora scarsa solidità del governo repubblicano – danno inizio ad un rapido confronto militare che li porta a prendere il potere nel 1978 (si chiamerà la rivoluzione del SAUR…o rivoluzione d’aprile). Insomma, gli anni 70 in Afganistan vedono DUE rivoluzioni : quella repubblicana del 1973 e poi quella socialista del 1978. Ricorda quanto accadde nella Russia zarista del 1917 : nel medesimo anno si verificarono due rivoluzioni (la prima “generale” e la seconda specificamente socialista e bolscevica. La seconda è conseguenza inevitabile della prima) solo che nel caso russo l’intervallo tra i due eventi è di 10 mesi, mentre in quello afgano sarà di 5 anni….si potrebbe vedere forse il 1973-78 come un’unica vorticosa fase rivoluzionaria paragonabile al 1917 ?(..mah).
Quanto è certo è che il PDPA dopo aver sfruttato il malcontento ed aver preso il controllo, si trovano da subito nella linea di fuoco : per un anno e mezzo governano seguendo un programma riformista di stampo socialista che è ancor più radicale di quello precedente, mettendosi contro il nerbo della popolazione rurale. Forse coscienti di questo fatto, il governo in carica firma lo stesso anno un trattato di “soccorso” con l’Unione Sovietica che dia un fondamento legale a quest’ultima per intervenire in caso di pericolo per il governo amico.  Il momento previsto dal trattato si presenterà assai presto, manco a dirlo………ora lo spazio a disposizione impedisce di trattare con dovizia di dettaglio le circostanze che portano all’intervento sovietico, ma si tenga a mente questo : le massime sfere sovietiche sono inizialmente RILUTTANTI a intervenire in forze, considerato il costo dell’operazione e la ricaduta negativa d’immagine che ne comporterà (a partire da Gromyko e Andropov rispettivamente ministro degli esteri e capo dei servizi segreti) : ciò che risulterà DETERMINANTE nell’innescare l’intervento di Mosca non sarà la fratellanza ideologica coi marxisti leninisti del PDPA, ma più concrete considerazioni geopolitiche quali il sospetto che il governo in carica (pur teoricamente affine) si distanzi dal Cremlino per creare rapporti più stretti con rivali come USA e CINA. Nel momento in cui tale timore (corroborato dai rapporti del KGB, dove si evidenzia come il PDPA la cui dirigenza è stata sostituita con un leader assai meno allineato a Mosca colpisca svariati suoi esponenti filosovietici) si fa più reale allora tutta la gerarchia sostiene compatta l’intervento immediato : d’altro canto al momento in cui Brezhnev da l’assenso il territorio afgano è GIA’ largamente fuori controllo governativo ed in mano ai guerriglieri mujeidin.
Nel dicembre del 1979 oltre 100’000 soldati di prima linea (cui si aggiungono altri della logistica per un totale di oltre mezzo milione di militari) varcano il confine sovietico-afgano, mentre un corpo scelto abbatte letteralmente tutte la massime cariche politiche in una notte nel palazzo governativo, reinstallando alla guida del PDPA una dirigenza filocremlino. Osservando la storia nel suo lungo corso, qualcuno potrebbe osservare che la Russia – nella sua incarnazione socialista – ha finalmente ottenuto nel 1980 quanto non aveva raggiunto in sembianze imperialiste esattamente 100 anni prima, ostacolata dall’impero britannico. E’ un successo tuttavia pirrico come si vedrà.
E’ l’esordio di una decina di anni di presenza sovietica sul territorio a difesa e sostegno di quella che ora è la repubblica POPOLARE afgana : l’armata rossa si ritira nei primi mesi del 1989 (hanno ben altro cui pensare al Cremlino) lasciando che la storia faccia il suo corso. Questo corso successivo non starò a rinvangarlo che immagino anche gran parte del pubblico lo rammenti………..fine del governo in carica nel 1992 e quindi immediatamente inizio di una guerra civile che vede il movimento musulmano afgano (temprato da anni ed anni di guerra contro l’invasore) all’attacco e in netto vantaggio : in pratica nei primi anni 90 si ritorna indietro a quella situazione di emergenza che vi era a fine anni 70……con la differenza che ora non c’è più l’URSS a puntellare la situazione (potremmo dire che l’intervento di Mosca ritardò di circa 15 anni l’avvento al potere dei TALEBANI (che sarebbero prevalsi attorno al 1980 anziché nel 1996 come nel corso reale delle cose). Il resto è ancor più chiaro……l’EMIRATO ISLAMICO dell’Afganistan (sì, in mano ai talebani torna ad esser quello) diventa un hub del terrorismo internazionale sino al drammatico settembre del 2001 : consideriamo gli anni 90 come una lunga transizione – dopo il presidio sovietico degli anni 80 – che ci conduce dritti alle torri gemelle.
Occupazione USA (loro turno), 20 anni di presenza a costi stellari e epilogo nei giorni che corrono (…).
Dunque vediamo di concludere questo lungo ciclo di capitoli affermando qualcosa, anziché riportando nozioni (esponiamoci, sì)
Ricapitoliamo nell’estrema essenza, ma con LOGICA, il rapporto storico di questo popolo col mondo circostante con cui interagisce (l’occidente) da 200 anni. Nel corso del secolo XIX lo si voleva privo di una politica estera autonoma perché poteva essere pericoloso (ci pensò la Gran Bretagna) ; nel corso del XX si andò oltre non limitandosi a sdentare la tigre, ma con l’ambizione di trasformarla in un’altra specie…….si abolisce l’EMIRATO e si punta a stati secolarizzati di modello occidentale rimediando una lunga serie di insuccessi : prima la monarchia filoccidentale (FALLISCE), poi la repubblica progressista (FALLISCE), quindi la repubblica popolare socialista (FALLISCE). In extremis quest’ultima ricorre all’aiuto esterno supplicando Brezhnev (….e anche questo FALLISCE). La libertà dalle catene della guerra fredda conferisce loro la libertà di tornare all’Emirato che desideravano, quello stato pre-secolare tradito cui auspicavano da generazioni. Passata la parentesi ventennale statunitense sono TORNATI a quell’emirato (che è una categoria filosofico spirituale, una dimensione, prima che politica come tutti avranno inteso a questo punto), senza colpo ferire. Chiunque abbia tentato di esportare la propria forma di democrazia (socialista, liberista) violando la loro dimensione ideale è stato severamente respinto al mittente (la busta nemmeno aperta, per intenderci).
In tantissimi – come ho sottolineato sin dall’incipit di questo mini ciclo – si mettono a commentare la crisi di questi giorni. Beh, alla luce della serie di fatti riportati sopra, forse di considerazioni ne bastano di meno : si potrebbe iniziare con anche solo una…………ed è che la democrazia NON si esporta. Parliamo di una contraddizione in termini, un paradosso che non sta in piedi quanto costringere un sentimento (che si suppone essere spontaneo).

 

Tutto ciò che si oppone al contollo totale dei talebani sull’Afghanistan, di Scott Neuman

Il dado è tratto….o quasi. Buona lettura, Giuseppe Germinario

Tutto ciò che si oppone al contollo totale dei talebani sull’Afghanistan.

 

Uno striscione nella valle del Panjshir ritrae Ahmad Massoud e suo padre con uno slogan “Sogna un paese libero, libero grazie al tuo esercito, Ahmad è al tuo fianco, che Dio ti protegga”.

Reza/Getty Images

In Afghanistan, la storia ha modo di ripetersi: oggi, proprio come quando i talebani presero il potere per l’ultima volta nel 1996, l’aspra provincia del Panjshir è l’ultima ridotta che si frappone alla loro completa dominazione del paese – e ancora una volta, il nome del leader che si oppone a loro è Massoud.

“Oggi scrivo dalla valle del Panjshir, pronto a seguire le orme di mio padre con i combattenti mujaheddin che sono pronti ad affrontare ancora una volta i talebani”, ha scritto Ahmad Massoud in un articolo pubblicato sul Washington Post poco dopo che i talebani hanno preso Kabul. “Abbiamo scorte di munizioni e armi che abbiamo pazientemente raccolto fin dai tempi di mio padre, perché sapevamo che questo giorno sarebbe arrivato”.

Il padre di Massoud era una leggenda conosciuta come il “Leone del Panjshir”

Suo padre, Ahmad Shah Massoud, era una figura straordinaria – vista da molti come un genio militare e maestro della guerriglia che ha contribuito a combattere l’Unione Sovietica fino all’arresto negli anni ’80 e alla fine ha montato una difesa efficace contro i ripetuti sforzi di i talebani per ottenere il controllo della valle.

Il leader della guerriglia afghana, Ahmad Shah Massoud (al centro) è circondato da comandanti ribelli durante una riunione nella valle del Panjshir nel nord-est dell’Afghanistan, nel 1984.

Jean-Luc Bremont/AP

Tale era la sua abilità come comandante ribelle che Massoud era conosciuto dai suoi sostenitori e nemici allo stesso modo come il “Leone del Panjshir”.

Ma due giorni prima degli attacchi terroristici dell’11 settembre 2001, Massoud – che era sfuggito a molte minacce ravvicinate sul campo di battaglia – fu assassinato da attentatori suicidi di al-Qaeda che si spacciavano per giornalisti televisivi. La sua morte ha avuto eco in tutto il mondo.

La prossima generazione di resistenza si è coalizzata

Avanti veloce al 2021: il figlio 32enne di Massoud sta riprendendo da dove il suo leggendario padre aveva interrotto. Ma a differenza del Leone del Panjshir, il giovane Massoud non ha esperienza di combattimento. Ha studiato nel Regno Unito, dopo essersi formato come cadetto straniero presso il Royal Military College di Sandhurst, aver studiato al King’s College e successivamente aver conseguito un master in politica internazionale presso la City University di Londra, secondo The Spectator. Le sue tesi di laurea e post-laurea erano sui talebani.

Mentre i talebani si rafforzavano negli anni precedenti al ​​loro assalto finale del mese scorso a Kabul, la capitale afghana, Massoud ha iniziato a organizzare l’opposizione contro un possibile ritorno della milizia islamista intransigente. In primavera, Massoud ha fatto il giro e ha incontrato il presidente francese Emmanuel Macron a Parigi, dove suo padre, che ha studiato in un liceo francese in Afghanistan, rimane una figura venerata.

L’educato nel Regno Unito Ahmad Massoud (mostrato qui nel 2019) è il figlio del leggendario comandante Ahmad Shah Massoud e, come suo padre, sta accumulando forze di resistenza nella provincia del Panjshir.

Reza/Getty Images

Massoud è stato recentemente raggiunto nella valle del Panjshir da Amrullah Saleh , un ex vicepresidente afgano che si è dichiarato presidente legittimo del paese dopo che Ashraf Ghani è fuggito quando i talebani hanno preso il controllo di Kabul. Saleh ha invitato i suoi sostenitori a radunarsi nel Panjshir per continuare la lotta contro i talebani.

È difficile valutare la forza delle sedicenti Forze di Resistenza Nazionali guidate da Massoud. Secondo quanto riferito, il gruppo è una coalizione di milizie e resti dell’esercito afghano.

Il Panjshir etnicamente misto è vulnerabile

La provincia del Panjshir, situata a circa 80 miglia a nord-est di Kabul, oltre l’ex campo d’aviazione di Bagram gestito dagli Stati Uniti e attraverso le aspre montagne dell’Hindu Kush, è una fortezza naturale contro gli invasori. I residenti del Panjshir includono un mix di tagiki etnici – come lo stesso Massoud – insieme ad Hazara, una minoranza musulmana sciita e altri.

Questa diversità è in contrasto con i talebani, che sono dominati dalla maggioranza pashtun dell’Afghanistan. Non è “una forza monoliticamente pashtun”, scrive Anatol Lieven, professore alla Georgetown University in Qatar, osservando che i militanti hanno “raccolto un buon sostegno tra le altre etnie facendo appello al conservatorismo religioso”. Ma, scrive, “la leadership talebana è ancora in modo schiacciante pashtun, e vista come tale dalla maggior parte degli altri popoli”.

Gli hazara afgani, in particolare, hanno motivo di temere i talebani e un forte incentivo a resistere. Durante gli anni precedenti al potere, i talebani hanno preso di mira gli hazara in una campagna di repressione e persecuzione, incluse uccisioni di massa. Non c’è alcuna indicazione che abbiano moderato da allora: un recente rapporto di Amnesty International delinea le recenti atrocità dei talebani contro il gruppo di minoranza.

“Queste uccisioni mirate sono la prova che le minoranze etniche e religiose rimangono particolarmente a rischio sotto il dominio dei talebani in Afghanistan”, ha affermato Agnès Callamard, segretario generale del gruppo.

Potrebbe essere troppo tardi per un accordo negoziato

Nonostante l’editoriale dal suono bellicoso di Massoud sul Washington Post , ha suggerito che il Panjshir potrebbe uscire dal controllo dei talebani. La scorsa settimana, secondo quanto riferito , delegazioni dei talebani e della resistenza del Panjshir si sono incontrate nella provincia settentrionale di Parwan, ma l’incontro di tre ore sembra aver prodotto poco più di un accordo per continuare a parlare.

“Vogliamo che i talebani si rendano conto che l’unico modo per andare avanti è attraverso i negoziati”, ha detto Massoud a Reuters di recente. “Non vogliamo che scoppi una guerra”.

In un’intervista via e-mail con la rivista Foreign Policy , Massoud ha spiegato: “Se i talebani sono disposti a raggiungere un accordo di condivisione del potere in cui il potere è equamente distribuito e decentralizzato, allora possiamo muoverci verso un accordo che sia accettabile per tutti”, ha scritto. “Qualsiasi cosa meno di questo sarà inaccettabile per noi e continueremo la nostra lotta e resistenza fino a quando non raggiungeremo giustizia, uguaglianza e libertà”.

Da parte dei talebani, uno dei suoi leader più anziani, Amir Khan Motaqi, ha invitato la resistenza del Panjshir a deporre le armi e a negoziare la pace. “L’Emirato islamico dell’Afghanistan è la casa di tutti gli afgani”, ha detto in un discorso.

Ma potrebbe essere già troppo tardi. Con Kabul sicura e gli americani finalmente spariti, i talebani hanno rivolto la loro attenzione militare alla provincia canaglia.

I talebani affermano che “centinaia” dei loro combattenti si stanno dirigendo verso il Panjshir “dopo che i funzionari locali … si sono rifiutati di consegnarlo”, secondo l’account Twitter arabo del gruppo, riporta Al-Jazeera .

E il primo sangue è già stato versato, apparentemente attenuando le possibilità di un accordo negoziato. Mentre gli ultimi voli statunitensi partivano da Kabul lunedì notte, almeno sette soldati talebani sono stati uccisi negli scontri nel Panjshir, secondo il gruppo di resistenza di Massoud, secondo l’Associated Press.

Nel frattempo, i talebani sono in grado di circondare i combattenti della resistenza di Massoud e impedire loro l’accesso ai rifornimenti. Non è chiaro per quanto tempo possano resistere.

Massoud sta cercando aiuto a Washington stanca della guerra, così come dal Regno Unito e dalla Francia.

“[Abbiamo] bisogno di più armi, più munizioni e più rifornimenti”, ha scritto.

https://www.npr.org/2021/09/02/1032891596/afghanistan-taliban-panjshir-ahmad-massoud

Afghanistan, ultim’ora e aggiornamenti

Con le ultime informazioni delle ore 20:00 del 28 agosto chiudiamo per il momento la rubrica

Con il precipitare della situazione legata agli attentati all’aereoporto di Kabul avviamo questa rubrica di aggiornamento. Partiamo da alcune constatazioni: i talebani sono lontani dall’aver assunto un controllo stabile del paese; il governo afghano è composto da un numero un po’ troppo elevato di componenti reclusi da anni in carceri pachistane e statunitensi e rilasciati a pochi mesi dalla conquista di Kabul; la linea di condotta statunitense in apparenza prevalente prevede una collaborazione di fatto con i talebani, ma non prosegue senza contrasti interni e strategie nascoste; gli attentati, eseguiti alla scadenza della fase di evacuazione, hanno tutta l’aria di una provocazione tesa a sconvolgere l’assetto che si sta prefigurando. Vedremo le reazioni di Cina, Russia e Turchia e soprattutto l’atteggiamento delle forze di opposizione che si stanno coagulando intorno a Massud in Pansjshir_ Giuseppe Germinario

 

26/08/2021  Ore:18:55

Mappa Aeroporto di Kabul, per comprendere il contesto in cui si svolgono i correnti avvenimenti. 

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26/08/2021  Ore:19:04

L’Emirato Islamico condanna fermamente l’attentato che ha colpito i civili all’aeroporto di Kabul, avvenuto in una zona dove la sicurezza è nelle mani delle forze americane. L’Emirato Islamico attribuisce grande importanza alla sicurezza e alla protezione della sua gente e respingerà severamente i crimini dei circoli malvagi.

Dr. M.Naeem; portavoce dell’Ufficio Politico dell’Emirato islamico dell’Afghanistan.

 

26/08/2021  Ore:19:11

Secondo fonti del Dipartimento di Stato Americano; sarebbero almeno 40 i morti e oltre 120 i feriti, la maggioranza in condizioni critiche, a seguito degli attentati terroristici a Kabul.

 

26/08/2021  Ore:21:24

L’ISIS rivendica gli attacchi mortali vicino all’aeroporto di Kabul:

– 2 attentati suicidi vicino all’aeroporto

– Almeno 60 morti, incluso bambini

– 12 militari degli Stati Uniti uccisi

– Più di 150 feriti

 

26/08/2021  Ore:21:39

Secondo l’agenzia di stampa Afghana; https://asvakanews.com/en/ , qualche minuto fa ci sarebbe stata la settima esplosione a Kabul. La citta e` in questo momento, letteralmente parlando, sotto un massiccio attacco. La notte si preannuncia tragica…

 

26/08/2021  Ore: 22:00

Il presidente Biden parlerà della situazione in Afghanistan dalla Casa Bianca alle 17:00 ora di Washington.

 

26/08/2021  Ore: 22:06

Dichiarazione di Donald J. Trump, 45esimo presidente degli Stati Uniti d’America:

“Melania ed io inviamo le nostre più sentite condoglianze alle famiglie dei nostri brillanti e coraggiosi membri del servizio il cui dovere nei confronti degli Stati Uniti ha significato così tanto per loro.”

“I nostri pensieri sono anche con le famiglie dei civili innocenti morti oggi nel selvaggio attacco di Kabul.

“Questa tragedia non avrebbe mai dovuto accadere, il che rende il nostro dolore ancora più profondo e più difficile da capire.

“Che Dio benedica gli Stati Uniti.”

 

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26/08/2021  Ore: 22:16

Oggi è stato il giorno più funesto, per le truppe statunitensi, dall’attacco ad un elicottero avvenuto il 5 agosto 2011. In altre parole; l’attacco più mortale in più di un decennio sostenuto contro le truppe americane. Trump sarebbe stato colui che non sapeva quello che faceva…

 

26/08/2021  Ore: 23:10

Le facce del fallimento militare americano in Afghanistan:

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26/08/2021  Ore: 23:22

Mentre Kabul e nel caos, lo strano silenzio sulle vicende in Afghanistan della Kamala Harris continua, qui pone i fiori alla lapide di ricordo di John McCain ad Hanoi, in Vietnam, dove prosegue il suo diplomatico viaggio oltre oceano.

Oggi, nel terzo anniversario della sua scomparsa, ho reso omaggio a un eroe americano, il senatore John McCain. In questo sito nel 1967, l’allora tenente comandante McCain fu abbattuto con il suo aereo. Onoriamo il suo sacrificio in Vietnam e il sacrificio di tutti i nostri uomini e donne in uniforme.

Intanto su Twitter imperversa la frase: ”Presidente Harris” Nei prossimi giorni ne vedremo delle belle…

27/08/2021  Ore: 01:17

Mentre osserviamo gli avvenimenti in Kabul, frutto dell’incompetenza della amministrazione Biden, vogliamo ricordare l’establishement politico, incluso i Repubblicani, che pur di sbarazzarsi di Trump, si sono allineati con un uomo che soffre di demenza senile e che per oltre 4 decenni è stato l’emblema del potere burocratico di Washington. I repubblicani sono colpevoli quanto i democratici di questa catastrofe Afghana.

Per non dimenticare: “Sarà un comandante in capo sul quale la migliore forza combattente nella storia del mondo potrà fare affidamento, perché Biden sa cosa vuol dire mandare un figlio a combattere.

Tweet di Cindy McCain moglie del guerrafondaio John Mccain del 22 Settembre 2020…

 

27/08/2021  Ore: 02:00

Massiccio spostamento ieri di aerei dell’aviazione americana dall’Islanda alla base USAF Fairford in Inghilterra. Si sono visti tra l’altro i B-52 Stealth Bomber e gli U2-Spy Plane. Destinazione finale? Obbiettivi? I Telebani? ISIS? Probabilmente Biden avrà un obiettivo da colpire per salvare la faccia…

 

 

27/08/2021  Ore: 03:34

Terminata la conferenza stampa di zio Joe. Una conferenza stampa surreale, dove Biden, nonostante le domande soft della stampa amica  è sembrato a volte quasi smarrito. Una conferenza stampa senza sussulti che lascia più dilemmi che risposte. Un punto chiave è stato quando, dopo il discorso, Biden ha aperto il giro di domande con la frase “Signore e signori, mi hanno dato una lista qui. La prima persona che mi è stato chiesto di chiamare è Kelly O’Donnell della NBC…

 

27/08/2021  Ore: 03:49

Durante la conferenza stampa di Joe Biden, in diretta sul canale youtube della CNBC, i “non mi piace” erano tre volte più dei “mi piace”. Vogliono farci credere che Biden è stato il presidente più votato della storia politica americana, 82 milioni di votanti…

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27/08/2021  Ore: 04:01

Il generale Dean Milner (in pensione), che è stato l’ultimo comandante canadese in Afghanistan racconta al The Toronto Sun che le forze talebane e dell’ISIS stanno ora pilotando elicotteri Blackhawk e hanno il controllo di centinaia di veicoli da battaglia terrestri. “La comunità internazionale (Joe Biden?) ha fatto un casino…”

 

27/08/2021  Ore: 04:07

Il generale Scott Miller non credeva che chiudere la base aerea di Bagram fosse la strategia giusta…E iniziata la corsa allo scarica barile…

 

27/08/2021  Ore: 05:19

Secondo un sondaggio condotto da Rasmussen; solo il 34% degli americani ritiene di potersi “fidare” di Joe Biden e dei suoi funzionari sulle informazioni riguardo la situazione in Afghanistan. Sono numeri da morto che cammina…

 

27/08/2021  Ore:15:56

La Kamala Harris e` rientrata dal suo viaggio in Vietnam, si attendono sviluppi nei prossimi giorni. Si alzano sempre di più insistenti le voci che vogliono Biden dimettersi per elevare la Harris a presidente.

 

27/08/2021  Ore:16:12

Nonostante gli attentati, le evacuazioni sono proseguite senza sosta, nelle ultime 24 ore ci sono state:

– 12.500 persone state evacuate da Kabul.

– 35 voli militari statunitensi (29 C-17 e 6 C-130) hanno trasportato 8.500 sfollati e 54 voli della coalizione che hanno trasportato più di 4.000 persone.

– 105.000 evacuati dal 14 Agosto.

 

27/08/2021  Ore:16:20

Il bilancio delle vittime dell’attacco all’aeroporto di Kabul è salito a 170 persone, tra cui 32 uomini, 3 donne e 3 bambini. Quasi 200 i feriti.

 

27/08/2021  Ore:16:51

Le forze della NATO hanno iniziato a ritirarsi dall’Afghanistan. Ma esperti civili turchi potrebbero rimanere nel paese per aiutare i talebani a gestire l’aeroporto di Kabul, possibilmente tenendo aperta una via d’uscita.

 

27/08/2021  Ore:17:00

L’Afghan Taekwondo Federation conferma che Mohammad Jan Soltani, membro della squadra nazionale di taekwondo, è stato ucciso ieri in un attacco suicida a Kabul.

 

27/08/2021  Ore:17:08

Secondo l’Agenzia di stampa Afghana AsvakaNews, i video che oggi mostrano caos intorno all’aeroporto di Kabul non sono veri. La reale situazione e che i Talebani hanno bloccato le strade che portano all’aeroporto di Kabul, di conseguenza la situazione intorno all’aeroporto stesso e relativamente tranquilla.

 

27/08/2021  Ore:18:02

C’è sempre molta confusione per quanto riguarda le notizie che descrivono i responsabili degli attacchi suicidi a Kabul. ISIS-K avrebbe  rivendicato gli attacchi. Chi sono gli ISIS-K?

La provincia dello Stato islamico del Khorasan, nota anche con gli acronimi ISIS-K, ISKP e ISK, è l’affiliata ufficiale del movimento dello Stato islamico che opera in Afghanistan, come riconosciuto dalla leadership principale dello Stato islamico in Iraq e Siria.

ISIS-K è stata fondata ufficialmente nel gennaio 2015. In un breve periodo di tempo, è riuscita a consolidare il controllo territoriale in diversi distretti rurali nel nord e nord-est dell’Afghanistan e ha lanciato una campagna letale in Afghanistan e Pakistan. Nei suoi primi tre anni, ISIS-K ha lanciato attacchi contro gruppi minoritari, aree pubbliche, istituzioni e obiettivi governativi nelle principali città dell’Afghanistan e del Pakistan.

Secondo il Global Terrorism Index della Institute for Economics and Peace, nel 2018 era diventata una delle quattro organizzazioni terroristiche più letali al mondo.

Ma dopo aver subito gravi perdite territoriali, di leadership e di base come risultato delle operazioni militari della coalizione guidata dagli Stati Uniti e i suoi partner afghani che sono culminate nella resa di oltre 1.400 dei suoi combattenti e delle loro famiglie al governo afghano tra la fine del 2019 e l’inizio del 2020, l’organizzazione fu dichiarata, da alcuni, sconfitta. (Amministrazione Trump-Come dimenticarsi del famoso Moab lanciato constro ISIS-K da Trump nell’Aprile 2017?  https://www.nbcnews.com/news/world/why-america-dropped-mother-all-bombs-isis-afghanistan-n746481)

SIS-K è stata fondata da ex membri dei talebani pakistani, dei talebani afgani e del Movimento islamico dell’Uzbekistan. Nel corso del tempo, però, il gruppo ha pescato da militanti di vari altri gruppi.

Uno dei maggiori punti di forza del gruppo è la sua capacità di sfruttare l’esperienza locale di questi combattenti e comandanti. 

La strategia generale di ISIS-K è stabilire una testa di ponte per il movimento dello Stato Islamico per espandere il suo cosiddetto califfato nell’Asia centrale e meridionale.

ISIS-K mira a consolidarsi come la principale organizzazione jihadista nella regione, in parte cogliendo l’eredità dei gruppi jihadisti che l’hanno preceduta. Ciò è evidente nel messaggio del gruppo, che fa appello ai combattenti jihadisti veterani e alle popolazioni più giovani nelle aree urbane.

ISIS-K vede i talebani afghani come suoi rivali strategici. Marchia i talebani afghani come “sporchi nazionalisti” con l’ambizione di formare un governo confinato ai confini dell’Afghanistan. Ciò contraddice l’obiettivo del movimento dello Stato Islamico di stabilire un califfato globale. 

Fin dal suo inizio, l’ISIS-K ha cercato di reclutare membri talebani afgani, prendendo di mira anche le posizioni talebane in tutto il paese.

Gli sforzi di ISIS-K hanno avuto un certo successo, ma i talebani sono riusciti ad arginare le sfide del gruppo perseguendo attacchi e operazioni contro il personale e le posizioni dell’ISIS-K.

Questi scontri si sono spesso verificati in tandem con la forza aerea statunitense e afgana e le operazioni di terra contro l’ISIS-K, sebbene non sia ancora chiaro fino a che punto queste operazioni siano state coordinate.

Ciò che è chiaro è che la maggior parte delle perdite di personale e leadership dell’ISIS-K sono state il risultato di operazioni guidate dagli Stati Uniti e dell’Afghanistan, e in particolare dagli attacchi aerei americani…

https://theconversation.com/what-is-isis-k-two-terrorism-experts-on-the-group-behind-the-deadly-kabul-airport-attack-and-its-rivalry-with-the-taliban-166873

 

27/08/2021  Ore:18:09

Durante la conferenza stampa di questa sera, il funzionario stampa del pentagono ha affermato che MIGLIAIA di prigionieri dell’ISIS-K sono stati rilasciati dai talebani.

 

27/08/2021  Ore:18:56

Pentagono: ad oggi più di 5.000 soldati americani rimangono operativi in Afghanistan.

 

27/08/2021  Ore:19:01

Il segretario di stampa John Kirby afferma che il Pentagono è “preparato e si aspetta” futuri attacchi terroristici in Afghanistan.

 

27/08/2021  Ore:19:53

Secondo fonti locali le forze talebane sono entrate nella sezione militare dell’aeroporto di Kabul. Gli Stati Uniti potrebbero cedere il controllo dell’aeroporto già da stasera.

 

27/08/2021  Ore:20:02

Dalla regione di PANJSHIR: Ogni villaggio nella valle del PANJSHIR ha il proprio gruppo armato locale pronto ad unirsi alla Resistenza nazionale.

Sempre dalla regione del PANJSHIR: Forti scontri sono in corso tra le Forze della Resistenza ei Talebani nella provincia di Kapisa confinante con il PANJSHIR.

 

27/08/2021  Ore:20:11

Sono inziate le cronache della resitenza afghana: un ritorno al passato, come era la situazione nel paese prima dell’11 di settembre 2001: Il Pansjshir ritorna ad essere il centro della resitenza antitalebana. Il Fronte della Resistenza guidato da Amir Javan (Ahmad Massoud) chiede, tramite uno dei suoi comandati, a tutti i mujaheddin e i combattenti di riunirsi allo stesso fronte per continuare la lotta.

Sia lodato Dio, finora la situazione nel Panjshir, centro della resistenza, è abbastanza buona, non c’è motivo di preoccuparsi. Siamo pronti al sacrificio e al martirio”

 

27/08/2021  Ore: 20:25

I deputati repubblicani alla camera introducono gli articoli di impeachment contro il Segretario di Stato Blinken. Una vittima(e) sacrificale dovrà per forza esserci…

Blinken Urges Taliban To Make Sure 'protected Passage' Out Of Afghanistan | NewsRobin

 

27/08/2021  Ore: 20:47

Una di queste teste non vedrà l’arrivo dell’inverno, garantito…

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27/08/2021  Ore: 22:30

Le facce dei soldati americani morti negli attacchi terroristici di ieri, il numero ufficiale è ora salito a 13:

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28/08/2021  Ore: 01:41

I talebani ispezionano alcuni dei 75.000 veicoli militari donati loro da Biden in Afghanistan. Hanno anche ereditato 200 aerei e oltre mezzo milione di armi!

 

28/08/2021  Ore: 02:24

Un gruppo privato di veterani statunitensi chiamato “The Pineapple Express” è andato da solo in Afghanistan, senza il supporto di enti governativi e ha portato in salvo oltre 500 persone.

https://abcnews.go.com/Politics/us-special-operations-vets-carry-daring-mission-save/story?id=79670236

 

28/08/2021  Ore: 02:30

L’evacuazione dei civili e ora ufficialmente terminata, l’estrazione dei militari (circa 5000) e iniziata, il tutto dovrebbe concludersi entro le prossime 48 ore, dopo di che cala il sipario sulle guerra più lunga mai combatuta dagli americani.

 

28/08/2021  Ore: 03:00

Il famoso giornalista Chris Wallace ha affermato che la presidenza di Biden non sopravviverà al prossimo attacco terroristico perpetrato in terra americana…

 

28/08/2021 Ore: 05:00

Dopo l’ordine di Biden di pianificare una reazione all’attentato di Kabul, questa notte è partito un primo attacco con droni che avrebbe colpito un dirigente dell’ISIS-K nella provincia di Nangharar

 

28/08/2021 Ore 07:00

In una sala conferenze  del lussuoso  hotel The Willard, nel centro di Washington, DC , un gruppo di volontari sta cercando disperatamente di far entrare le persone nell’aeroporto di Kabul e farle salire su aerei appositamente noleggiati.

Tra coloro che lavorano venerdì sera ci sono veterani militari, il vice ambasciatore dell’ambasciata afgana, ex appaltatori militari e altro ancora. I volontari sono guidati da Zach Van Meter, presidente della società di private equity New Standard Holdings. Van Meter ha detto di essere stato contattato per chiedere aiuto a 3.500 orfani fuori da Kabul.

 

28/08/2021 Ore 09:00

Gente che va, gente che viene.

da Globaltimes

Riapre China Town in Afghanistan, non sconvolta dalle esplosioni mortali all’aeroporto di Kabul: fonti

La China Town nella capitale dell’Afghanistan, Kabul, è stata riaperta nei giorni scorsi, senza grandi disagi a causa delle esplosioni all’aeroporto di Kabul che hanno ucciso almeno 100 persone, tra cui 13 membri delle forze armate statunitensi. Ma gli imprenditori cinesi hanno dichiarato al Global Times che stanno intensificando gli sforzi di sicurezza per affrontare i conflitti armati persistenti.

 

28/08/2021 Ore 09:00

Dall’Iran nel 2019: https://www.tehrantimes.com/news/432382/U-S-Caught-Helping-ISIS-Commanders-Escape-from-Taliban-Prison

politica dell’usa e getta. Da verificare, ma verosimile

Gli Stati Uniti hanno aiutato i comandanti dell’ISIS a fuggire dalla prigione dei talebani in Afghanista_gennaio 2019

 

28/08/2021 Ore 10:12

TEHERAN – Un gran numero di prigionieri, tutti membri anziani del gruppo terroristico Daesh (anche ISIS o ISIL), è evaso da una prigione talebana nel nord-ovest dell’Afghanistan dopo che le truppe statunitensi li hanno aiutati a fuggire attraverso un’operazione segreta. 

Secondo i dispacci di Tasnim, le forze americane operanti in Afghanistan due settimane fa hanno effettuato un’operazione militare segreta nella provincia nordoccidentale di Badghis e hanno aiutato i detenuti Daesh a fuggire dalla prigione.

Il rapporto aggiunge che 40 capi daesh, tutti stranieri, sono stati trasferiti con elicotteri dopo che le truppe americane hanno fatto irruzione nella prigione e ucciso tutte le sue guardie di sicurezza.

Abdullah Afzali, vice capo del consiglio provinciale di Badghis, ha confermato la notizia. 

Fonti informate hanno fornito un resoconto dettagliato dell’operazione statunitense per il salvataggio delle forze Daesh e degli sviluppi che hanno aiutato gli americani a individuare l’ubicazione della prigione nelle zone montuose.

Aminullah, un uomo dell’Uzbekistan, era uno dei comandanti Daesh tenuti prigionieri nella prigione dei talebani. Il suo successo nella fuga dal carcere ha portato al licenziamento della guardia carceraria talebana e alla sua punizione.

Aminullah è stato uno dei leader di spicco Daesh nelle parti settentrionali dell’Afghanistan.

Fonti informate suggeriscono che il cittadino uzbeko avesse stabilito stretti contatti con le forze militari americane sin dai primi giorni del suo trasferimento in Afghanistan.

Gli americani usavano Aminullah come infiltrato tra i talebani per acquisire informazioni per condurre operazioni contro i talebani nel nord dell’Afghanistan.

 

“L’Iran ha informazioni precise che gli Stati Uniti stanno trasferendo Daesh in Afghanistan”_gennaio 2019

28/08/2021 Ore 11:45

TEHERAN – Yahya Rahim Safavi, uno dei massimi consiglieri militari del Leader, ha detto martedì che l’Iran ha “informazioni precise” che gli Stati Uniti stanno trasferendo militanti Daesh in Afghanistan.

In una cerimonia tenuta per celebrare il 40esimo anniversario della vittoria della Rivoluzione Islamica, Safavi ha anche affermato che il potere degli Stati Uniti e del regime sionista è in declino “ma il potere dell’Iran sta aumentando e ora siamo una potenza regionale”. 

Il leader della Rivoluzione Islamica, l’Ayatollah Ali Khamenei, ha dichiarato nel gennaio 2018 che gli Stati Uniti stanno cercando di giustificare la propria presenza nella regione trasferendo Daesh dall’Iraq e dalla Siria in Afghanistan.

“Sono stati sconfitti, in precedenza, in Iraq e in Siria. Ora, cercano di riaccendere il terrore in Afghanistan”, ha detto il leader, secondo khamenei.ir.

 

28/08/2021 Ore 16:47

I neocons rialzano la testa: John Bolton: ” …questo ritiro è stato pasticciato ed è uno dei motivi per cui siamo ora in grave pericolo, ma esprime anche l’aspetto fondamentale dell’errore del ritiro stesso.

 

28/08/2021 Ore 17:00

Messaggio di Tulsi Gabbard: “Dopo l’attacco terroristico di al-Qaeda, l’11 settembre 2001, i nostri coraggiosi militari e forze speciali si erano prontamente schierati per sconfiggere al-Qaeda in Afghanistan, completando la loro missione in modo rapido ed efficace. In quel momento saremmo dovuti tornare a casa” (non 20 anni dopo…)

 

28/08/2021 Ore 17:03

Joe Biden ha dato al Pentagono il “via libera” per colpire qualsiasi obiettivo affiliato all’ISIS-K, il gruppo responsabile dell’attacco mortale di questa settimana a Kabul, senza chiedere l’approvazione della Casa Bianca.

 

28/08/2021 Ore 17:10

Il generale Kenneth McKenzie, comandante del Comando Centrale degli Stati Uniti, ha rivelato l’esistenza di un’operazione di condivisione di intelligence tra Stati Uniti e Talebani. Secondo McKenzie, i Talebani e gli Stati Uniti condividono lo “scopo comune” di portare a termine la missione di evacuazione in corso entro il 31 agosto.

McKenzie ha detto di non credere che i talebani abbiano intenzionalmente permesso che si verificassero gli attacchi di giovedì, ma ha ammesso di non saperlo con certezza.

https://www.nationalreview.com/news/centcom-commander-reveals-u-s-intelligence-sharing-operation-with-taliban/

 

28/08/2021 Ore 17:14

Pentagono: Due obiettivi ISIS “di alto profilo” sono stati uccisi nell’attacco con droni nell’Afghanistan orientale, un altro terrorista ferito, le forze statunitensi “continueranno” la caccia ad altri obiettivi.

 

28/08/2021 Ore 18:02

Il portavoce del Pentagono John Kirby afferma che gli Stati Uniti non rilasceranno i nomi dei due membri dell’ISIS “di alto profilo” uccisi in un attacco di droni in Afghanistan…(Perche`?)

 

28/08/2021 Ore 19:13

Foto dell’attacco americano che ha colpito una casa nel 7° distretto di Qala-e-Naghrak, provincia orientale di Nangarhar. L’esercito americano afferma che un membro chiave del gruppo dello Stato Islamico è stato ucciso in un attacco aereo che era la mente dell’attacco all’aeroporto di Kabul.

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28/08/2021 Ore 19:29

I talebani condannano l’attacco dei droni statunitensi contro i militanti dello Stato islamico. “E’ stato un chiaro attacco al territorio afghano“, ha detto il  portavoce del gruppo Zabihullah Mujahid.

E SE GUARDANDO AL FUTURO IL RISCHIO REALE FOSSE IL CAOS?_di Pierluigi Fagan

E SE GUARDANDO AL FUTURO IL RISCHIO REALE FOSSE IL CAOS? Così termina un breve articolo di A. Giustozzi, Visiting Professor e ricercatore del King’s College che sembra esser uno dei pochi che sa qualcosa di concreto sull’Afghanistan. In questi giorni molti sono stati sollecitati a farsi un’idea dell’A., ma poche sono le fonti davvero utili, pochissimi gli esperti, scarsa la disponibilità mentale ad approcciare cose complesse. In più, da una parte molti arrivano a tentar di conoscere il fenomeno con schemi preconcetti validi nella loro immagine di mondo generale, dall’altra c’è il solito bombardamento emozionale del media che strappano lacrime, indignazioni, paure, che non aiutano il pensiero, ma richiedono con urgenza solo il giudizio. E’ bene ciò che sta succedendo o è male? E bene o male per chi, quando, perché? Quello che sta succedendo oggi eccitando la nostra attenzione da pesci rossi o quello che succederà dopo? Dopo quando?
Il Giustozzi, ci rende -in parte- edotti della complessa situazione sul campo. Attenzione, ammonisce il ricercatore, perché se i talebani sono espressione dell’etnia pashtun (circa 42% del totale), uzbechi, tagiki ed hazara (nel totale 45% del totale) potrebbero non esser propensi a sottostare al loro dominio. Ma non è vero neanche il contrario ovvero che poiché di altra etnia di per sé questo implicherà l’esser contro. Nei fatti, molti “gangster” (il termine è del Giustozzi) ovvero capi clanici armati, hanno partecipato al movimento di ripresa del potere. Si tratterà quindi di vedere quanto equilibrio ci sarà nelle spartizioni del potere; chi sarà felice rimarrà lealista, chi si sentirà frustrato nelle aspettative raggiungerà la resistenza anti-talebana. Resistenza che potrà contare anche su altre etnie, varie tribù o vari clan, oltre all’ISIS-K branca locale del network wahhabita. Poi comunque il “potere” dovrà far i conti con la situazione economica e sociale, è lì il vero tribunale dei fatti che promette di esser giudice severo, date le premesse.
Si tenga conto come alcuni avranno letto, che l’A. nel 1980 quindi quaranta anni fa, era di 15 milioni, oggi è di 38 milioni (ONU), nel 2050 è aspettato con questi indici di riproduzione, ad arrivare a 82 milioni, un bel problemino. Molti affiliati al movimento di ripresa del potere di oggi che poco o nulla hanno a che fare con i talebani del 2000, sono appunto giovani disoccupati delle campagne (e non solo), delusi dal governo corrotto che ha dominato negli ultimi due decenni. Cosa faranno se non avranno le soluzioni di vita promesse dal movimento talebano?
Quanto all’etnia pashtun, quella da cui proveniva l’originario movimento degli studenti coranici detti appunto “talebani”, va ricordato che solo un suo quarto si trova in Afghanistan, gli altri tre quarti si trovano in Pakistan. L’organizzazione terroristica Tehrik-e-Taliban Pakistan (TPP) è la principale spina nel fianco del governo di Islamabad, avendo questi come loro obiettivo specifico il rovesciamento del governo pakistano da sostituire con uno stato islamico basato sulla sharia. Hanno fatto circa 35.000 morti in vari attentati dal 2007, procurando danni per stimati 67 mld US$ (IMF-WB). Da notare, come la zona pashtun pakistana sia contigua al passaggio della Belt and Road Initiative cinese, cinesi ritenuti nemici mortali al pari degli americani e del governo pakistano dagli islamisti pashtun.
Intorno all’A. sappiamo esservi coacervo di interessi. Turchia e Qatar, i vari “stan” coi russi in backside, cinesi, pakistani divisi tra il supporto alla causa talebana fino a che era rivolta all’Afghanistan ma ora che i talebani pashtun hanno uno “Stato” da vedere nel riflessi di quali saranno i rapporti tra Kabul e TPP, iraniani, beluci (che stanno in Iran-Afghanistan-Pakistan e sono terreno di cultura per l’ISIS), sauditi una volta molto amici dei pakistani ora molto meno (ma da quelle parti è tutto molto ambiguo e cangiante secondo convenienza), financo indiani.
Tutto ciò, secondo voi, era ignoto alla potente macchina geopolitica americana? Non è pensabile. E vien quasi da supporre che i due-tre anni di trattative USA-Taliban svoltesi nei colloqui di Doha, gli USA abbiamo fatto sapere ai talebani cosa accetteranno e cosa no da parte del nuovo governo, rispetto a questo intricato quadro geopolitico d’area. Ovviamente i talebani, arrapati dalla promessa di poter prender pacificamente l’agognato potere, avranno promesso mari e monti stante che i mari non ce li hanno. Ma chissà se controllano anche tutti i monti e non solo quelli a ridosso della famigerata line Durand. Il governo di Kabul, date le premesse, sarà molto debole e dis-equilibrabile in pochi secondi muovendo qualche pedina sul complicato terreno. Mossa da Washington o da qualche suo alleato del Golfo Persico che da quelle parti ha più dimestichezza o anche lasciando fare alle complesse dinamiche dell’area.
Non è un caso che da Obama a Trump, fino a Biden, i vari presidenti abbiano intuito subito che agli americani, in Afghanistan, conveniva più non esserci che esserci. L’Afghanistan era e promette di essere l’ennesimo stato fallito, un caotico buco nero che ben gestito “from behind”, può regalare molte soddisfazioni alle mire di destabilizzazione della regione. Tra l’altro, leggo che l’A. è leader mondiale tra i produttori di rifugiati da 32 anni, quindi può far ancora molto per la causa dell’Impero, in molti modi.
Quanto a Biden, notava un mio contatto e giustamente, quanta eccitazione critica agiti le redazioni del WP e NYT al traino degli interessi del famigerato complesso militare-industriale-ONG che vive di guerra attiva e conflitto sul campo. Emerge ora quanto fossero proprio i generali, per semplificare un’area di interessi molto vasta e composita, a render impraticabile il ritiro immaginato dai vari presidenti. Cosa per altro nota già a chi ha seguito gli anni scorsi la faccenda siriana. O a sabotare e render scandaloso quello in corso. E’ sempre una lurida questione di soldi, dati al complesso “facciamo guerre ed alimentiamo conflitti che chiamino le nostre forze sul campo” o presi dei Presidenti per politiche economiche interne che rendano la gente meno insoddisfatta che poi son coloro che li votano.
E’ agosto e tra qualche mese nessuno parlerà più di Afghanistan, comunque c’è quasi un 80% di favorevoli in USA al ritiro, gli americani non votano sulla politica estera, manca un anno e mezzo alle elezioni di rinnovo Congresso (coi DEM messi male nei sondaggi), mancano tre anni e passa alla rielezione presidenziale, la situazione Covid in USA è sotto alta tensione (con molti ospedali sempre pericolosamente sull’orlo del collasso) e la “ripresa” autunno-inverno è -nelle previsioni anche di IMF-WB- frenata da questi impiccio virale che nessuno sembra aver ancora capito davvero come gestire e dove prospera l’altro complesso farmaceutico-industriale-sanità privata.
Ci sono due tipi di film da proiettare sullo schermo afgano. Quello “ah ma l’oppio?” o le “Terre rare” o l’immaginifico “corridoio BRI Cina-Kabul” o “Davide alla fine batte Golia perché ha la “fede”” ed altre sceneggiature da b-movie scritte dai tanti opinionisti improvvisati e geopolitici di giornata. Poi c’è il tipo “niente di nuovo sotto il sole” -meno divertente mi rendo conto- ovvero “meglio un buco nero gratis che inghiotte nel caos tutto quanto passa nei paraggi che “l’Impero colpisce ancora” che costa un sacco di soldi e tanto non vince mai perché le guerre non sono più quelle di una volta”. In fondo, era la stessa verità intuita dal rozzo palazzinaro fallito: il mondo è troppo complesso per esser gestito, lasciamolo sviluppare nel suo caos naturale, quando saranno stanchi di casino e disordine ci imploreranno di tornare a fare i poliziotti del mondo.
E’ un calcolo ben fatto? Io non lo so. Chissà, è questa una vera e propria sfida alle capacità di auto-organizzazione di un vero mondo multipolare. Aspetterei gli eventi, la verità -come diceva Deng Xiaoping- va cercata nei fatti. Ora è il momento delle interpretazioni, ma i fatti poi accadono e vincono, sempre.
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