Mediterraneo! La Turchia nel quadrante orientale_con Antonio de Martini

Proseguiamo con la nostra conversazione a tappe con Antonio de Martini. Il focus rimane il Mediterraneo, l’attenzione si incentra sulla Turchia. Un paese emergente che pretende l’ingresso a pieno titolo tra le potenze regionali protagoniste; quanto per merito proprio, quanto per le debolezze altrui? Uno scacchiere intricato dove le potenze regionali avranno sempre più nuove carte da giocare. Buon ascolto_Giuseppe Germinario

Türkische Kavallerie auf der Heeresstrasse südlich von Jerusalem.
April 1917

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Israele, la sua realtà vista da un israeliano_con Gabriele Levy

Israele è una realtà complessa e originale nello scacchiere mediorientale. E’ un oggetto di contesa, ma anche un pretesto di contesa tra i paesi che lo circondano. Dalla sua fondazione è un attore che si è imposto di fatto, ma negli ultimi decenni, in particolare dalla caduta del blocco sovietico, è un protagonista riconosciuto da una parte sempre più larga di stati e comunità arabe. Il cammino verso un definitivo riconoscimento reciproco è però ancora irto di ostacoli ed incognite in un quadro nel quale le opzioni militari assumono ancora grande spazio assieme a processi di convivenza ed integrazione_Giuseppe Germinario

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UNA MERITATA SCONFITTA, di Antonio de Martini

UNA MERITATA SCONFITTA
La domenica compio il rito religioso dell’uomo moderno: compro il giornale.
Leggo “ Le Monde” benché non condivida buona parte delle sue idee.
E’ scritto in una lingua impeccabile, i suoi giornalisti sono istruiti e tradizionalmente rispettano il lettore, mentre da noi sono in prevalenza degli ignoranti convinti di avere a che fare con dei cretini.
Questa domenica ho avuto una sorpresa che mostra che la crisi ha morso dovunque: dodici-pagine-dodici di “Le Monde” sulla “crisi siriana” pensavo fossero meglio.
Non meditano sul decennio di lotta all’ultimo sangue affrontato con stoicismo da un intero popolo e non si chiedono come sia stato possibile che un dittatore abbia suscitato tanta fedeltà, ma ironizzano su “ Assad re delle macerie” indulgono su “ disegni e testimonianze di bambini traumatizzati”, e naturalmente “ un decennio di caos”.
Non c’é guerra che non abbia prodotto macerie, morti e bambini traumatizzati.
La novità giornalistica , casomai, sarebbe stata la vittoria di un Davide contro sette Golia.
Mi rimangio dunque la promessa fatta a me stesso di meditare in pace sul nostro futuro e mi dedico all’evento che non celebra i dieci anni di guerra persa da Arabia Saudita, Turchia, Stati Uniti, Kataweb, UAE, Francia e Inghilterra coalizzati contro un paesino piccolo piccolo, ma che apre di fatto la campagna elettorale presidenziale siriana che si terrà a primavera.
Dopo aver deciso che volevano un “regime change” con le buone, poi un cambiamento forzato a costo di qualche morto e infine una guerra di sette contro uno, gli alleati si sono trovati impantanati in una guerra senza fine in cui hanno perso tutto. Anche il rispetto di molti alleati.
E’ la prima volta nella storia che un dittatore suscita tanta fedeltà dai suoi sudditi, ottiene tanti sacrifici volontari e trionfa su una coalizione tanto vasta e forte, difeso anche da tutte le religioni esistenti ( sedici) sul territorio, e da paesi che avevano tutto l’interesse a non irritare gli Stati Uniti, nonché da tutte le classi sociali.
Credo che senza riempire dodici pagine, una indagine valga la pena di farla.
I DISSIDENTI
Comincerei con i “dissidenti”, poi rivoltosi ed infine “ insurgents”: essenzialmente si é trattato dei fratelli mussulmani ( una setta assistita alla nascita dalla compagnia del canale di Suez ed ora dagli angloamericani), assieme a una fascia di contadini illusi dalla bonifica dell’Eufrate realizzata negli anni ottanta e disillusi dalla siccità provocata dalle dighe costruite a monte dalla Turchia che hanno ridotto del 40% il flusso delle acque dell’Eufrate.
Essendo il malcontento insufficiente a uno scontro armato, la scintilla fu provocata dalla importazione di seicento mercenari reduci dalla Libia a cura della segretaria di Stato Clinton, con trasporto ed equipaggiamento a carico della Turchia.
Altri furono infiltrati dal Jabal Druso a cura dei vicini israeliani, benché nei precedenti venti anni, Siria e Israele non si fossero scambiati un solo colpo di fucile.
Lo slogan , tracotante e infelice, fu “ I cristiani a Beirut e gli Alauiti nella tomba” fu un monito stupido quasi quanto il “niente prigionieri” dell’avvocato Previti alle elezioni italiane che iniziarono a intaccare il successo berlusconiano.
Fu la minaccia che iniziò a coalizzare la nascente borghesia attorno al regime. Tutti amano fare turismo, ma non da esuli. Tutti devono morire, ma non con una tutina arancione.
I FILO REGIME
GLI ALAUITI
Lo zoccolo duro era inizialmente costituito dagli alauiti, una delle religioni-etnie che popolano il Vicino Oriente e a cui appartiene la famiglia Assad.
Essi rappresentano la fascia più povera della popolazione. Ogni famiglia-bene siriana ha tradizionalmente una colf alauita. I matrimoni sempre interni al gruppo hanno prodotto fisionomie caratteristiche simili come negli ebrei e nei drusi.
Gli alauiti hanno- dal 1967 in poi anno della presa di potere di Hafez el Assad , il padre, – fornito allo Stato tutto l’apparato di sicurezza e gran parte dei quadri delle Forze Armate.
In questa guerra, hanno fornito anche la maggioranza dei caduti ( stimo 180.000 su 380.000). L’ex ambasciatore francese Duclos dice a “Le Monde” che “in una famiglia di quattro figli, due sono morti o tornati storpi”.
Ma sapendo che avevano promesso la morte a tutti, pensano di aver fatto un affare.
I CRISTIANI
Divisi in innumerevoli sette e confessioni, hanno tutti abbracciato il principio del male minore. Nel prosieguo della guerra si schierarono sempre più convintamente con la legalità e l’ordine offerto da Assad.
I dittatori in Siria , di fatto ci sono sempre stati:
Le brevi parentesi democratiche erano di facciata.
Ma Bashar el Assad – il figlio di Hafez – non destinato a succedergli, ma subentrato al fratello deceduto, era considerato un “molle” dall’apparato del partito dominante e addirittura un angelo rispetto a RIFAI, lo zio, che fu tanto crudele nella gestione della sicurezza, da dover essere esiliato in Svizzera e poi in Francia, dallo stesso presidente che pure con mano di ferro aveva represso la città di Hama – insorta nel 1982- facendo dodicimila morti.
Il regime, sapendosi minoritario aveva sempre privilegiato le altre minoranze formando una maggioranza grazie a un cartello di gruppi minoritari e ostentando un grande rispetto per il cristianesimo, al punto di ottenere la visita papale ( G P II) di cui si ricorda il discorso di Bashar che sottolineò tra l’imbarazzo dei presenti che a uccidere Gesù Cristo erano stati gli ebrei e che i primi cristiani trovarono asilo in Siria.
I DRUSI
Più complessa la situazione dei Drusi essendo la loro tradizionale zona di insediamento ripartita tra il Libano, Israele e la Siria.
DERAA – dove nacque mio zio Umberto, fu luogo di prima insurrezione- i combattenti drusi sono temibili guerrieri e Israele ha riconosciuto loro il diritto a fare il servizio militare.
Ma la legislazione, recentemente introdotta da Netanyahu per ragioni di politica interna, ha stabilito lo Stato di Israele come “stato degli ebrei” ha fatto dei Drusi cittadini di seconda classe, provocando le dimissioni per protesta dell’ufficiale druso di grado più elevato di Tsahal e i drusi gradatamente si sono schierati coi siriani che – tratto ammaestramento dagli eventi- hanno anche riconosciuto i loro errori e armato un battaglione di ex nemici per il mantenimento dell’ordine pubblico in zona.
I CURDI
Sono prevalentemente sistemati nella zona di Hassake sulla riva sinistra dell’Eufrate ed erano stati tranquilli in comparazione coi curdi di Turchia.
Et pour cause!
Gli agenti turchi incaricati della sovversione non riuscivano a penetrare per atavica incompatibilità e quelli israeliani erano impegnati coi curdi iracheni.
Anche qui, il regime é stato più svelto: evacuando l’area e lasciando in loco alcuni depositi di armi.
Si sono così create milizie volontarie incaricate di difendere persone e beni e – quando giunsero i “liberatori” furono accolti a fucilate.
Un accordo federativo e l’elezione del deputato cristiano di Hassaké a presidente del Parlamento, ha suggellato un accordo federativo che regge agli urti.
Le milizie locali pattugliano ora con i governativi siriani, ora con gli americani, ma niente estranei. Nemmeno i curdi iracheni.
I MUSSULMANI SCIITI
Minoritari e proletari in genere hanno fatto parte del cartello delle minoranze etniche e religiose che si sono schierate con Assad e sono risultate utili nel tessere l’alleanza con l’Iran.
Inoltre avevano un debito col regime che aveva accolto ottocentomila profughi – causa guerra- dal vicino Irak in gran parte sciiti. Sono rimasti fedeli anche loro.
I MUSSULMANI SUNNITI
Si tratta del nerbo della borghesia ricca della Siria che ha sempre privilegiato la tranquillità che propizia gli affari e il non essere riusciti a accattivarsi questo strato degli abitanti rappresenta la maggiore sconfitta politica dei fratelli mussulmani.
Un pò come le brigate rosse non riuscirono che a conquistare esigue simpatie nel P.C.I. e fu isolamento.
Attratti da “legge e ordine” in un paese che non conosceva criminalità comune e che vedeva ogni anno progredire le giovani generazioni che da esclusivamente arabofone avevano ottenuto l’istruzione gratuita, anche universitaria, e facilitazioni per l’apprendimento delle lingue, preferirono restare fedeli al regime, tanto più che col progredire del conflitto si rivelava la trama estera dei finanziamenti e la povertà delle adesioni locali. Assad era visto vincente.
Socialmente parlando, col regime erano schierati i militari, i proletari,i borghesi e tutti i gruppi religiosi, mentre con gli “insorti” i fratelli mussulmani ( che Nasser definì “ chi , quelli che si inc. tra loro?”) e numerosi jihadisti e criminali comuni che con mossa machiavellica il regime ha liberato con una amnistia, contribuendo così a estremizzare gli avversari agli occhi dei moderati.
LA PROPAGANDA DEL REGIME
Il regime ha utilizzato anzitutto la paura dell’esempio libico, poi il terrore dei minacciosi comportamenti jihadisti e la certezza di tutti di un ritorno al passato di qualche secolo.
L’esercito é rimasto fedele con l’eccezione del figlio di un ex ministro della Difesa: Mustafa Tlass) che ancora pascola nei night club di Parigi a spese dello SDECE e della CIA.
La truppa si é rivelata – come i contadini polacchi e quelli spagnoli – tra le migliori fanterie del mondo e gli aiuti esteri ( Russia e Iran e libanesi ) sono stati utilizzati con attenzione: i russi con l’appoggio aereo, i libanesi ( Hezbollah e cristiani) per liberare le alture del kalamun , ossia la comunicazione via terra tra Damasco e Beirut e gli iraniani per i rifornimenti di armi e la finanza di guerra.
Milioni di esuli si accalcano oltre frontiera dimostrando a tutti che é meglio restare a combattere in Patria che vivere mendicando in esilio.
LA PROPAGANDA OCCIDENTALE
Da parte occidentale, accuse di uso dei gas confuse e contraddittorie: la smentita del magistrato incaricato della inchiesta – la svizzera Carla Del Ponte – che diede la colpa ai ribelli e la promozione e decorazione dell’ufficialessa americana che gestì l’eliminazione dei depositi di Sarin e Cloro siriani nel mare di Creta, ha demolito questa accusa.
La sostituzione delle bombe con barili di polvere fu inaugurata dagli israeliani nella battaglia per Gerusalemme nel 1948.
Facevano rotolare nei vicoli in discesa dei barili mancando di aerei.
Le notizie esagerate del numero dei morti hanno mano a mano fatto perdere credibilità, come la storia dei “caschi bianchi” portatori di soccorsi… tanti dejà vus con foto spesso taroccate male.
Belle modelle israeliane presentate come combattenti curde…
Pii mussulmani accreditati con foto di preghiera, ma rivolti in direzioni opposte mentre anche i concorrenti dei nostri quiz TV sanno che si prostrano solo in direzione della Mecca.
L’ultima storiella é l’apertura di una inchiesta preliminare della magistratura inglese a carico della moglie di Assad che é cittadina inglese.
E’ sospettata di aver incitato il marito a compiere crimini di guerra.
O hanno messo un microfono sotto il letto degli Assad o mi sembra una accusa difficile da sostenere contro una donna mite che ha avuto un tumore e una laurea homoris causa all’Università di Roma.
La pessima gestione del contenzioso sorto a latere con la Turchia, la lite e sostituzione dello sceicco del Katar col più docile figlio mi sembra la degna conclusione di tanta incapacità comunicazionale, culturale, militare e politica.
SIRIA, LIBANO E DINTORNI
Due parole a commento del mio post di ieri ( una “sconfitta meritata”, sulla guerra di Siria) che ha avuto 50 “mi piace” e 38 condivisioni.
Spesso sono tentato di non scrivere di “sceicchi e dittatori” pensando di predicare nel deserto, ma poi, quando vedo che un post viene capito da trentotto persone al punto che che si prendono la briga di ripubblicare lo scritto nei loro diari, prendendosene la responsabilità, e diffondendolo ai loro contatti, mi torna la voglia di spiegare, raccontare, decifrare.
Facebook dice che con tre condivisioni si toccano virtualmente tredicimila persone.
Esagerano di certo, ma con trentotto condivisioni – anche calcolando un terzo di quanto asserito da fb- siamo a oltre quattrocentomila persone messe al corrente di una verità che potrebbe salvare delle vite.
La campagna stampa concertata dei media degli stessi paesi che hanno usato le armi fino a che hanno trovato solidali le loro pubbliche opinioni, non é fatta per il piacere di fare i democratici.
Strano per sferrare un altro colpo., ma adesso so che non potranno contare sulla solidarietà ignorante di noi italiani.
Grazie. Di cuore.

Tutte le alleanze dell’Egitto contro la Turchia su gas e difesa, di Giuseppe Gagliano

Sino ad ora l’Egitto è stato un gigante dipendente sostanzialmente dalle forniture di grano americano e dai finanziamenti sauditi. Con lo sfruttamento dei propri giacimenti gasiferi molte cose potranno cambiare in quella regione. Il ruolo dell’Italia potrebbe essere determinante, ma non riesce a liberarsi dalle manipolazioni ben architettate, ma tutto sommato avulse, del tipo “caso Regeni” sufficienti a metterla in difficoltà._Giuseppe Germinario

Come si muove, con chi e contro chi l’Egitto su gas e difesa. L’analisi di Giuseppe Gagliano

 

Dal colpo di stato del luglio 2013 e soprattutto dopo la sua elezione alla presidenza nel maggio 2014, una delle priorità di Abdel Fattah al-Sisi è stata riportare l’Egitto al suo posto sulla scena regionale, ma soprattutto ricostruire l’economia dopo la gestione disastrosa di Mohamed Morsi e dei Fratelli Musulmani, al potere dal 2012 al 2013. Infatti dal 2013 Sisi ha intrapreso una serie di riforme strutturali importanti e di vasta portata in campo socioeconomico.

Ebbene, nonostante queste misure di austerità siano accolte molto male dalla popolazione e nonostante la performance economica dell’Egitto sia elogiata da istituzioni internazionali come il Fondo monetario internazionale (Fmi), resta il fatto che l’Egitto deve ancora affrontare la povertà endemica. Proprio per questa ragione le scoperte egiziane dei giacimenti di gas costituiscono una svolta fondamentale nell’economia egiziana.

Anche se il paese ha la sesta più grande riserva di petrolio in Africa ed è al ventesimo posto per le riserve di gas naturale al mondo nell’agosto 2015, Il Cairo fa la sua più importante scoperta in un contesto energetico delicato per il Paese.

Infatti, gli egiziani hanno lottato per diversi anni per soddisfare la loro domanda locale nonostante le riserve molto grandi (2.200 miliardi di metri cubi a gennaio 2015). I motivi sono stati i consumi elevati (il gas rappresenta il 53% del consumo di energia primaria) e una politica di esportazione troppo ambiziosa verso i paesi vicini.

Scoperto dalla compagnia petrolifera italiana Eni, il mega giacimento di gas in acque profonde di Zohr — con 850 miliardi di metri cubi di gas recuperabile — è il più grande giacimento del Mediterraneo orientale. Si trova in mare, a circa 170 km dalla costa egiziana. L’estensione dei giacimenti di gas è tale che la sua area è di 100 km².

Eni lo gestisce e possiede la maggioranza delle azioni (60%). Ha venduto il resto a Rosneft (30%), una società russa, e BP (10%). Gli interessi dell’azienda Eni sono numerosi in Egitto. Dal 2010 sono stati firmati diversi accordi tra Eni e la statale Egpc (Egyptian General Petroleum Corporation) riguardanti progetti nel Golfo di Suez, nel deserto, nel delta del Nilo e nell’offshore del Mediterraneo, in cambio del coinvolgimento del gruppo Egpc nei suoi permessi in Iraq e Gabon.

Il 31 gennaio 2018, il presidente al-Sisi ha inaugurato il giacimento di gas di Zohr. Tuttavia, la produzione è iniziata a un ritmo più lento — 350 milioni di piedi cubi — ben al di sotto degli importi annunciati nel 2015, producendo un miliardo di piedi cubi al giorno.

Nella primavera del 2019, la società Eni ha annunciato la scoperta di un nuovo giacimento di gas naturale al largo del Paese, nel pozzo Noor-1 nell’area esplorativa di Noor. Fonti vicine all’azienda ritengono che il potenziale coinvolto possa essere paragonato allo Zohr.

Queste scoperte sono ovviamente un vantaggio per l’Egitto poiché il Cairo sarà in grado di produrre più gas per soddisfare la sua domanda locale ed esportare di più, il che genererà ulteriori profitti, mentre nel 2015 il governo egiziano si era rassegnato a importare gas naturale da Russia, Algeria e Israele per far fronte alle carenze di produzione.

Oggi, in attesa del pieno sfruttamento dei propri giacimenti di gas, l’Egitto sta rivedendo questi accordi come quello fatto con Gerusalemme. Quindi, più o meno a lungo termine, israeliani ed egiziani dovrebbero porre in essere importanti modifiche sull’esportazione di gas naturale firmato il 19 febbraio 2018.

Al livello di politica interna il presidente egiziano sta naturalmente sfruttando a suo vantaggio queste rilevantissime scoperte allo scopo di consolidare il suo potere politico e la sua leadership.

Negli anni 2000, il presidente Hosni Mubarak ha sperperato i proventi di un precedente boom del gas in sussidi, mentre assegnava contratti lucrativi ad amici e parenti. Un errore che l’attuale presidente non sembra voler ripetere.

Affinché questo nuovo afflusso di “oro blu” avvantaggi direttamente il maggior numero di persone, il governo vuole sfruttare questa opportunità per rifornire le casse, soddisfare pienamente la domanda interna, sviluppare un’industria locale, ma anche garantire una transizione energetica in flessibilità. In particolare, fornisce un incentivo finanziario per gli automobilisti ad abbandonare la benzina e il diesel a favore del gas.

L’Egitto sta attualmente registrando un aumento del 110% delle sue riserve di gas e si sta posizionando come hub commerciale del gas per la regione del Mediterraneo. Inoltre, oltre all’italiana Eni, già molto attiva, questa notizia sta attirando nel Paese anche altre grandi compagnie petrolifere internazionali come Shell, BP, Petronas, Total o compagnie russe come Gazprom e soprattutto Rosneft.

Da quando è salito al potere nel luglio 2013, con la ripresa economica del suo Paese, l’altra priorità di al-Sisi è stata quella di riportare l’Egitto al suo posto sulla scena regionale.

Così, il rais egiziano è riuscito a preservare la sua partnership con gli americani. Ha anche preso parte, almeno sulla carta, alla coalizione che sta conducendo la guerra in Yemen e guidata da Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti (che sono i principali finanziatori del Cairo).

I rapporti con gli israeliani, in particolare nel Sinai, sono senza precedenti. Inoltre, ha concluso importanti e storici accordi militari e commerciali con i russi, si è avvicinato alla Cina ed è anche in trattative con Damasco e Teheran.

Tutto ciò sta significare che il presidente al-Sisi sembra aver permesso al suo Paese di riprendere il suo ruolo di attore centrale nel panorama regionale.

Inoltre, anche se il suo ruolo è poco noto ai profani ed è eclissato dalla forte visibilità internazionale di Mohammed Ben Salman e Mohammed Ben Zayed, si deve riconoscere che al-Sisi è molto coinvolto in tutte le questioni delicate della regione come il conflitto israelo-palestinese, il conflitto libico e anche nei negoziati in Siria.

Nella feroce lotta per la leadership politica nel mondo sunnita che è attualmente condotta dal blocco Turchia/Qatar e dall’asse composto da Egitto, Arabia Saudita, Stati Uniti Emirati Arabi (Eau), uniti da Israele (accordi di Abraham tra Israele, Bahrein, Emirati Arabi Uniti e Sudan) e discretamente sostenuti dalla Russia, non si può trascurare il ruolo politico del presidente egiziano. Al-Sisi ha infatti avviato una repressione senza precedenti contro i Fratelli Musulmani, di cui l’Egitto era la base storica della confraternita.

Da questa prospettiva, l’Egitto si trova in prima linea di fronte alle aggressive politiche neo-ottomane e panislamiste di Erdogan a Gaza (Hamas), in Libia (che sostiene il governo a Tripoli mentre il Cairo sostiene il maresciallo Haftar) e anche nel Mediterraneo orientale. Questo è il motivo per cui negli ultimi mesi c’è stato il sostegno del Cairo alla Grecia, a Cipro e persino alla Francia di fronte alla politica di proiezione di potenza turca.

Infatti la Turchia intende pienamente ottenere la sua parte della torta e cerca di competere con l’Egitto nella sua posizione di leader energetico nell’area. Da quel momento in poi, un riavvicinamento politico-energetico tra Egitto, Grecia e Cipro divenne inevitabile.

Già nel 2014 Atene e Il Cairo hanno firmato un memorandum di cooperazione in difesa, volto a rafforzare i loro legami militari e fornire addestramento ed esercitazioni militari congiunti. Quindi, nell’agosto 2020, la Grecia ha ratificato un accordo con l’Egitto sulla condivisione delle aree marittime, in risposta all’accordo turco-libico firmato a fine 2019 che consente alla Turchia di accedere a una vasta area marittima nel Mediterraneo orientale.

La cooperazione militare trilaterale tra Grecia, Israele e Cipro, avviata nel novembre 2017, si è intensificata negli ultimi mesi. Allo stesso modo, nel novembre 2020, lo sceicco Mohammed Bin Zayed, principe ereditario di Abu Dhabi e vice comandante supremo delle forze armate degli Emirati Arabi Uniti, ha ricevuto Kyriákos Mitsotákis, il primo ministro della Grecia, per discutere le relazioni tra gli Emirati e la Grecia e i mezzi per rafforzare i legami reciproci e lo sviluppo degli interessi comuni delle due nazioni come investimenti, commercio, politica, cultura e soprattutto difesa. Questo autentico accordo di difesa è inequivocabilmente orientato a contenere l’espansionismo turco nel Mediterraneo orientale e nel Medio Oriente.

Nel settembre 2020, il Cairo e Atene hanno finalmente firmato un trattato ufficiale che rende il Forum del gas del Mediterraneo orientale un’organizzazione internazionale con sede nella capitale egiziana. Oltre all’Egitto e alla Grecia, il Forum conta altri cinque membri fondatori: Italia, Cipro, Giordania, Israele e Palestina. L’obiettivo è quello di creare un mercato regionale del gas che serva gli interessi dei paesi membri. In concreto, si tratta di modernizzare le infrastrutture, coordinare le normative sui gasdotti e sul commercio, puntando a migliorare la competitività dei prezzi e, soprattutto, a salvaguardare i loro diritti sul gas naturale.

Per quanto concerne i rapporti con Israele occorre in primo luogo sottolineare che le prime scoperte israeliane di gas offshore sono iniziate nel gennaio 2009 con il giacimento Tamar (260 miliardi di metri cubi). Da allora, gli annunci si sono moltiplicati: Dalit, Leviathan (650 miliardi), Dolphine (2,3 miliardi), Sara e Mira (180 miliardi), Tanin (31 miliardi), Karish (51 miliardi), Royee (91 miliardi) o ancora Shimshon ( 15 miliardi). Oggi, le riserve totali di Israele, provate o potenziali, sono stimate in circa 1.5 trilioni di metri cubi di gas naturale.

Nel dicembre 2019, guidata da un consorzio israelo-americano, è iniziata la produzione del mega-deposito Leviathan dopo anni di lavoro e miliardi di investimenti. Questo progetto dovrebbe essere in grado di soddisfare le esigenze israeliane, ottenere l’indipendenza energetica per lo stato ebraico e consentire a quest’ultimo di esportare gas naturale verso i suoi vicini, o addirittura di posizionarsi come il principale paese esportatore di gas verso il Medio Oriente e l’ Europa, in particolare grazie al progetto del gasdotto del Mediterraneo orientale attraverso Cipro e la Grecia.

Ebbene proprio di fronte alla minaccia turca e alla normalizzazione dei rapporti tra gli Stati del Golfo (alleati dell’Egitto) e lo Stato ebraico, è evidente che allo stato attuale sia legittimo che Israele hanno bisogno di una forte partnership soprattutto in termini diplomatici e di sicurezza. Gli interessi geopolitici comuni potrebbero avere la precedenza sulla possibile concorrenza commerciale.

In definitiva il presidente al-Sisi aspira a stabilire una vera “diplomazia del gas” e ciò consentirebbe quindi all’Egitto di rafforzare la sua influenza, sia economica che strategica nel Mediterraneo orientale. Anche per questa ragione l’Egitto rimane un partner fondamentale per l’Italia.

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L’OROLOGIO DI BIDEN E LA NUOVA QUESTIONE D’ORIENTE, di Antonio de Martini

L’OROLOGIO DI BIDEN E LA NUOVA QUESTIONE D’ORIENTE
Nella sua foga di prendere le distanze dalla politica di Trump smaccatamente favorevole a Israele e rigida verso il resto del Vicino Oriente, il Presidente Biden ha dato rilievo al fatto che ha atteso quattro settimane prima di telefonare al premier Netanyahu.
Il problema è che si è anche astenuto da ogni altra forma di intervento sugli attori dell’area, consentendo a ciascuno di progettare pericolosi scenari pro domo sua.
Gli israeliani, in queste quattro settimane, certi di non poter piu godere degli stessi atteggiamenti di complicità evidente e desiderosi di mettere l’amministrazione democratica USA di fronte a fatti compiuti, ha elaborato una nuova strategia.
Si tratta della teoria di “ una guerra piccola tra due grandi” testata con una manovra militare chiamata “ giorni di combattimento” svoltasi nei giorni scorsi alla frontiera libanese.
In buona sostanza è una riedizione della politica delle “ spedizioni punitive” degli anni passati consistenti in puntate offensive in territorio libanese limitate nel tempo e negli scopi.
Ma dall’altra parte non c’è più solo il pacifico Libano. C’è l’Hezollah, l’obbiettivo strategico di cui vorrebbero aver ragione ma di cui non riescono a valutare il potenziale e la crescita provocata dalla guerra di Siria.
C’è anche la forte tentazione da parte di Netanyahu di decidere le sorti delle elezioni politiche generali che si terranno tra un mese ( per la quarta volta in poco piu di un anno), con un blitz militare di successo che elimini depositi e officine mimetizzate nei villaggi abitati da civili.
A queste minacce e a questa strategia l’Hezbollah ha risposto con un video.
Assieme a riprese del Premier e di alti gradi israeliani che biasimano il miscuglio tra impianti militari e abitazioni civili minacciando distruzioni, il video assume un aspetto da briefing militare mostrando immagini satellitari del territorio israelo palestinese – con tutti i riferimenti geografici del gergo militare- indicanti identico miscuglio tra abitazioni civili e installazioni militari con esatta specifica della natura di ciascuna installazione.
Poi espone la strategia Hezbollah della “ risposta equilibrata” .
Se verrà colpita una abitazione, la risposta colpirà una abitazione. Se un villaggio, un villaggio, se una città, una città….
L’ampiezza e l’accuratezza degli obbiettivi indicati non lascia dubbi circa la credibilità della minaccia e la professionalità della preparazione.
La capacità balistica avversaria gli israeliani la conoscono già.
Qualcosa di simile è accaduto nei giorni scorsi nel kurdistan iracheno, nei pressi di Erbil , dove una base con personale e contractors americani – finora off limits- è stata oggetto di un attacco di una nuova formazione chiamata “ i guardiani del sangue.”
In pratica, ciascun protagonista dello scacchiere dispone di una nuova strategia mentre la nuova amministrazione americana brancola nel buio.
Il nuovo segretario di Stato Blinken ha dovuto frettolosamente rettificare una frase infelice del suo portavoce dubitativa di una dichiarazione turca circa l’eliminazione di 13 ostaggi turchi in mano ai curdi.
In Afganistan, in attesa della promessa evacuazione entro il 1 aprile, i talebani hanno lanciato la solita offensiva di primavera.
La tensione cresce in attesa di una iniziativa conciliatrice USA verso l’Iran, stremato dalle sanzioni ingiustificate, che ritarda e dà la sensazione – errata- che l’esagitato abbia lasciato il posto al rimbambito.
L’orologio americano è rimasto fermo a quando il mondo rispettava i suoi tempi.
Un tempo credevamo che i nemici degli USA fossero anche i nostri. Ora non più.
Hanno esagerato.

Biden e il Mediterraneo_con Antonio de Martini

Cambiano i presidenti, cambiano le strategie di intervento e di controllo dell’area mediterranea. Nel frattempo emergono nuovi protagonisti, troppo numerosi ed intraprendenti per realizzare l’aspirazione al ripristino dell’egemonia incontrastata di nemmeno trenta anni fa. Buon ascolto, Giuseppe Germinario

 

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All’ombra del sole ottomano_con Antonio de Martini

Il conflitto tra Armenia e Azerbaijan riporta alla luce rivalità secolari nell’area del Caucaso.

Con esse emerge ormai la Turchia, un attore sempre più spregiudicato che non esita a giocare su più tavoli, dal Mar Nero, al Mediterraneo, all’Egeo, alla Siria, alla Libia, all’area turcomanna. Una spregiudicatezza che lascia intuire sostegni e coperture evidentemente solide a sufficienza. Buon ascolto, Giuseppe Germinario

 

LA PACE DI ABRAMO, di Antonio de Martini

Anche se per la verità gli esponenti politici da assassinare in contemporanea cominciano ad essere un po’ troppi. Gli accordi sanciscono comunque la frattura definitiva dei paesi arabi con l’Iran e molto facilmente con la Turchia piuttosto che il sodalizio con Israele_Giuseppe Germinario
LA PACE DI ABRAMO
Si tratta di un nuovo reality show col quale Trump pensa di vincere le elezioni a novembre?
Come noto, Abramo era un estraneo in Palestina proveniva dall’odierno Irak ( Ur di Caldea) come sua moglie Sara.
Si arricchì facendola prostituire ( lo dice la Bibbia) e facendosi pagare con pecore e capre, ma importò dalla Mesopotamia il monoteismo e la pratica della circoncisione.
Il nome dell’accordo di pace tra Bahrein, l’UAE e Israele è quindi stato scelto in base alla notorietà statunitense del personaggio, ma il contenuto degli accordi non è stato divulgato, dato che non c’è mai stato un contenzioso tra loro.
Storici accordi di pace tra Israele e suoi vicini con cui ha invece effettivamente guerreggiato ci sono gia stati: nel 1979 con l’Egitto di Saadat ( poi ucciso) e nel 1994 con la Giordania ( uccisero re Abdallah – bisnonno dell’attuale re- nel 1948 quando si accordò segretamente con gli israeliani).
Nessuno di questi accordi di pace ebbe impatti positivi sulla pace nella regione, ma, negativi, sulla salute dei firmatari.
Si capisce quindi il motivo per cui nessun rappresentante saudita e nessun regnante di Bahrein ( Ahmed ben Issa al khalifa di Bahrein e Mohammed ben Zayed al Nayhan dell’UAE ) fosse presente allo “ storico evento”. Le firme “ arabe” le hanno messe i ministri degli esteri.
Le grandi attese furono deluse anche il occasione degli accordi di Oslo ( tra palestinesi e Israeliani) in cui l’ucciso di turno fu il premier israeliano Isaac Rabin.
Ci sarà certamente – oltre alla prospettiva di vendere qualche F 35 – qualche contratto di tecnologie di sicurezza del polo elettronico israeliano e il possibile vantaggio militare che Israele avrà avvicinato all’Iran le basi di partenza della propria aeronautica verso l’Iran.
Vedremo chi morirà per primo stavolta.

Libro – Il Medio Oriente in fase di ristrutturazione (5/5) Volume 5: dall’Iraq alla Libia, l’instabilità si diffonde_ di Eugène Berg

Sappiamo che il Medio Oriente, in uno spazio relativamente piccolo, concentra un massimo di domande di natura geopolitica, antagonismi multipli, nonché questioni politiche, religiose, economiche, sociali e culturali. Nessuno spazio al mondo come quello tra il Mediterraneo, il Mar Nero, il Mar Caspio, il Mar Rosso e il Mar Arabico ha così tante guerre, conflitti, scontri e sconvolgimenti. Da qui il grande interesse che si lega all’opera monumentale di Gérard Fellous dedicata alla regione del Medio Oriente, a differenza di qualsiasi altra.

A giudicare da cinque volumi, in oltre 2.500 pagine ampie e ben documentate che coprono tutti i paesi, tutte le domande relative a questa vitale area geopolitica alla confluenza di tre continenti.

Gérard Fellous ha seguito nella sua carriera giornalistica le evoluzioni geopolitiche dei paesi del Medio e del Medio Oriente, alla guida di un’agenzia di stampa internazionale. Esperto per le Nazioni Unite, l’Unione europea, il Consiglio d’Europa per i diritti umani e l’Organizzazione internazionale della Francofonia, è stato consultato da numerosi paesi arabo-musulmani. Il segretario generale della Commissione consultiva nazionale per i diritti umani (CNCDH) a nove primi ministri francesi, tra il 1986 e il 2007, ha trattato, in simbiosi con la società civile, le questioni della società sottoposte alla Repubblica.

Senza essere in grado di darne una spiegazione nella sua totalità, prendiamo in considerazione gli elementi essenziali, esaminando i cinque volumi, che costituiscono altrettanti punti di riferimento essenziali.

Volume 5: dall’Iraq alla Libia, l’instabilità si diffonde

Qualsiasi analisi geopolitica del Medio Oriente negli anni 2000 dovrebbe essere preceduta da un interrogatorio sulle cause del fallimento dell’ondata della “Primavera araba” che si è conclusa nel caos politico generalizzato. Divenne presto chiaro che la democrazia la cui nascita o rinascita si riteneva spontanea, vale a dire immediata sulle ceneri di dittature vacillanti, non poteva sociologicamente mettere radici in questa regione che non aveva basi politiche. ricezione. Già nel 1962, lo storico Ernest Renan vide nell’Oriente musulmano un “islamismo (che) si sta lentamente abbattendo; al giorno d’oggi si sgretola con un crollo (…) perché l’islamismo può esistere solo come religione ufficiale; quando si riduce allo stato di una religione libera e individuale, perirà. L’islamismo non è solo una religione di stato …) è la religione che esclude lo stato. “Proiettandosi nella visione di uno scienziato sul futuro del mondo arabo-musulmano, scrisse:” L’Oriente … non ha mai conosciuto una via di mezzo tra l’anarchia completa degli arabi nomadi e il dispotismo sanguinario e senza compensi. L’idea del bene pubblico, del bene pubblico, è totalmente carente. All’alba del 21 ° secolo, in campo economico, c’era confusione tra democrazia e selvaggio liberalismo, alla maniera dei ragazzi di Chicago, in un momento di crisi durante il quale il Medio Oriente iniziò a impoverirsi dopo aver perso il suo status esclusivo di riserva energetica globale. “L’Oriente … non ha mai conosciuto una via di mezzo tra l’anarchia completa degli arabi nomadi e il dispotismo assetato di sangue e senza compenso. L’idea del bene pubblico, del bene pubblico, è totalmente carente. All’alba del 21 ° secolo, in campo economico, c’era confusione tra democrazia e selvaggio liberalismo, alla maniera dei ragazzi di Chicago, in un momento di crisi durante il quale il Medio Oriente iniziò a impoverirsi dopo aver perso il suo status esclusivo di riserva energetica globale. “L’Oriente … non ha mai conosciuto una via di mezzo tra l’anarchia completa degli arabi nomadi e il dispotismo assetato di sangue e senza compenso. L’idea del bene pubblico, del bene pubblico, è totalmente carente. All’alba del 21 ° secolo, in campo economico, c’era confusione tra democrazia e selvaggio liberalismo, alla maniera dei ragazzi di Chicago, in un momento di crisi durante il quale il Medio Oriente iniziò a impoverirsi dopo aver perso il suo status esclusivo di riserva energetica globale.

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Le “Rivoluzioni arabe” furono effimere, anche tra le popolazioni più impegnate, come in Tunisia. Il “Nuovo Medio Oriente”, che era già stato progettato da George Bush, Jr. durante il suo intervento in Iraq (aprile 2003), ancora una volta tanto atteso è diventato un immenso caos violento e l’intera regione è entrò in un periodo geopolitico di “barbarie”. La distruzione dell’Iraq non è senza ragione. In Occidente, leggere l’evolversi del Medio Oriente nella continuità dei modelli di decolonizzazione è stato un errore di prospettiva secondo l’autore. Non solo il Medio Oriente musulmano è stato impermeabile alla democrazia che l’Occidente postcoloniale credeva di poter stabilire sulla scia dell’indipendenza nazionale, ma in realtà questa regione è oggi segnata da un ritorno al tribalismo, al clanismo e ad una “guerra” di essenza religiosa. Il futuro di molti paesi della regione era difficile da prevedere entro il 2018.

La “primavera araba”, tutt’altro che un’ondata di democrazia

L’Occidente avrebbe fatto un malinteso interpretando l’avvento della “primavera araba” come un’onda democratica che avrebbe attraversato il mondo orientale. Non è bastato abbattere i despoti siriani iracheni, libici, tunisini o egiziani in modo che, in modo schiacciante, come i fiori di primavera, la democrazia attecchisca trionfalmente sul terreno del “diritto all’autodeterminazione”. “. Le fenditure sociali e confessionali separano gli oppositori dai sostenitori del regime e, man mano che i conflitti insorgono, con la loro violenza conseguente, le solidarietà comunitarie hanno avuto la precedenza sulle questioni sociali e politiche. “

Il mese di settembre 2012 segna un cambio di stagione, passando bruscamente da una “primavera araba” a un “inverno islamico” in Tunisia, Egitto, Libia e altrove nel mondo arabo-musulmano. Questa glaciazione comportava un triplo pericolo. Legittimare i rami più estremisti dell’Islam, come il salafismo wahhabita. La violenza della strada araba, con l’assassinio dell’ambasciatore americano in Libia, la distruzione di premesse diplomatiche in diverse capitali e fino alla comparsa, il 15 settembre 2012, nel cuore di Parigi, di alcune donne interamente velati di nero e con una preghiera di strada, erano opera dei salafiti.

Accreditare l’idea di un “complotto” occidentale contro l’Islam. La regione trovò difficile ammettere che le difficoltà economiche e finanziarie in cui erano precipitate le “rivoluzioni” e le popolazioni liberate erano le uniche responsabili delle dittature da cui si erano liberate. Gli oppositori di questa “primavera araba”, vale a dire le vecchie classi dirigenti, immediatamente designarono come capro espiatorio il potere americano, accusato di essere all’origine di tutti i mali di un mondo profondamente arabo. Diviso. Da parte sua, Hassan Nasrallah, capo dell’alleato sunnita di Hezbollah dell’Iran sciita, ha sollevato la tensione nella via libanese, il giorno dopo la massiccia mobilitazione popolare cristiana durante la visita ufficiale di Papa Benedetto XVI a Beirut.. Avanzamento dell’opinione pubblica nella regione e oltre nel mondo occidentale, il concetto di “blasfemia”, con l’obiettivo di frenare la libertà di espressione e di opinione.

Il peso delle maggiori potenze

Tuttavia, il peso delle maggiori potenze nella regione: Iran, Arabia Saudita, Turchia si farà sentire a lungo su tutta la regione. Il regime teocratico di Teheran continuerà a sostenere i suoi sostenitori in Siria e Iraq, e utilizzerà le sue “armi armate”, tra cui gli Hezbollah libanesi, per espandere la sua influenza regionale. Così il suo leader Nasrallah, aveva annunciato ufficialmente il coinvolgimento militare dei suoi combattenti nei quattro angoli della regione mentre ritirava le sue armi pesanti nelle sue roccaforti in Libano, al fine, al momento opportuno, di integrarsi nella vita politica regionale e di riattivare le diversioni in altre aree di conflitto, come contro Israele, al fine di riunire il mondo arabo musulmano, attorno al nucleo duro delle comunità sciite. Ex presidente Barak Obama, dopo aver sperato di ottenere una sospensione dell’opzione militare nucleare iraniana e aver promesso che la pressione diplomatica ed economica su Teheran potesse essere allentata, fece una scommessa rischiosa che il suo successore Donald Trump non voleva correre il rischio, quando si è allineato con il sunnita Umma guidato da MBS. La Turchia è diventata un elemento destabilizzante rivendicando una posizione di leader sunnita regionale. Siamo sempre più riluttanti a fidarci di un regime islamico conservatore diviso tra impegni nei confronti della NATO, cooperazione “con il Cremlino o piani falliti di accoppiamento con l’Unione europea. stava facendo una scommessa rischiosa sul fatto che il suo successore Donald Trump non volesse correre il rischio, quando si è allineato con la Sunni Umma guidata dall’Arabia Saudita di MBS. La Turchia è diventata un elemento destabilizzante rivendicando una posizione di leader sunnita regionale. Siamo sempre più riluttanti a fidarci di un regime islamico conservatore diviso tra impegni nei confronti della NATO, cooperazione “con il Cremlino o piani falliti di accoppiamento con l’Unione europea. stava facendo una scommessa rischiosa di cui il suo successore Donald Trump non voleva correre il rischio, quando si è allineato con la Sunni Umma guidata dall’Arabia Saudita di MBS. La Turchia è diventata un elemento destabilizzante rivendicando una posizione di leader sunnita regionale. Siamo sempre più riluttanti a fidarci di un regime islamico conservatore diviso tra impegni nei confronti della NATO, cooperazione “con il Cremlino o piani falliti di accoppiamento con l’Unione europea.

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Molti altri paesi stanno attraversando momenti difficili. Il Libano trattiene il fiato, evitando qualsiasi provocazione, mentre si è dotato di un presidente cristiano e di un governo sotto il dominio degli sciiti e sotto il peso politico di Hezbollah più che mai all’avvio del Iran. Infine, va in “bancarotta” finanziaria sotto le pressioni del suo sistema bancario egemonico.

All’inizio del 21 ° secolo, i paesi del Mashreq e del Maghreb possono essere classificati in cinque categorie: – quelli in cui Iran e Arabia Saudita si confrontano direttamente, come in Iraq e Yemen; Territori profondamente squilibrati, come il Libano e la Palestina ; – I paesi sunniti che entrano nel nuovo secolo, come quelli del Golfo, dell’Egitto o della Giordania. – i paesi del Maghreb che, per la prima volta, si trovano ad affrontare tensioni frontali in Medio Oriente, in particolare in Libia, ma anche in Tunisia e Algeria, dove gli islamisti pesano ogni giorno di più; – Con un nuovo caso, quello di Israele, che allo stesso tempo sta stringendo legami sempre più stretti con i paesi sunniti e affrontando gli attacchi multipli e diversificati dall’Iran.

Quali istituti di mediazione o di pacificazione possono essere mobilitati in queste circostanze? Il Gulf Cooperation Council – GCC, creato nel 1981, composto da Arabia Saudita, Bahrein, Emirati Arabi Uniti, Kuwait, Oman e Qatar è bloccato a causa della disputa tra Arabia Saudita e Qatar scoppiata nel giugno 2017 Non possiamo dire che il presidente degli Stati Uniti Donald Trump che abbia designato l’Iran e Daesh come il nuovo “asse del male”. “E ha insistito su” l’importanza di fermare il finanziamento del terrorismo “, un obiettivo” primordiale “, necessario per” screditare l’ideologia estremista “. Ha elaborato un piano generale per sollevare la regione dal caos. Sottovalutando la profondità dello shock sunnita-sciita e sottostimando gli sviluppi nella regione, il presidente americano ha risvegliato antagonismi regionali ancestrali e virulenti. Aveva contribuito allo scoppio della crisi diplomatica che ha destabilizzato i paesi del Golfo. QATAR in panchina. Riyadh ha immediatamente proclamato che “il Qatar accoglie favorevolmente vari gruppi terroristici a destabilizzare la regione, come la Fratellanza dei Fratelli Musulmani, lo Stato Islamico (Daesh) e Al Qaeda. Il 5 giugno 2017, l’Arabia Saudita, il Bahrain e gli Emirati Arabi Uniti hanno messo il Qatar in panchina nell’Umma sunnita. Questi paesi hanno espresso una linea particolarmente ostile all’Iran, accusato di approfittare delle crisi in Siria e Yemen per interferire nei paesi arabi sunniti. Ma il Qatar, il Kuwait e l’Oman hanno assunto posizioni più sfumate, cercando di non tagliare tutti i legami con il mondo sciita. Aveva contribuito allo scoppio della crisi diplomatica che ha destabilizzato i paesi del Golfo. QATAR in panchina. Riyadh ha immediatamente proclamato che “il Qatar accoglie favorevolmente vari gruppi terroristici a destabilizzare la regione, come la Fratellanza dei Fratelli Musulmani, lo Stato Islamico (Daesh) e Al Qaeda. Il 5 giugno 2017, l’Arabia Saudita, il Bahrain e gli Emirati Arabi Uniti hanno messo il Qatar in panchina nell’Umma sunnita. Questi paesi hanno espresso una linea particolarmente ostile all’Iran, accusato di approfittare delle crisi in Siria e Yemen per interferire nei paesi arabi sunniti. Ma il Qatar, il Kuwait e l’Oman hanno assunto posizioni più sfumate, cercando di non tagliare tutti i legami con il mondo sciita. Aveva contribuito allo scoppio della crisi diplomatica che ha destabilizzato i paesi del Golfo. QATAR in panchina. Riyadh ha immediatamente proclamato che “il Qatar accoglie favorevolmente vari gruppi terroristici a destabilizzare la regione, come la Fratellanza dei Fratelli Musulmani, lo Stato Islamico (Daesh) e Al Qaeda. Il 5 giugno 2017, l’Arabia Saudita, il Bahrain e gli Emirati Arabi Uniti hanno messo il Qatar in panchina nell’Umma sunnita. Questi paesi hanno espresso una linea particolarmente ostile all’Iran, accusato di approfittare delle crisi in Siria e Yemen per interferire nei paesi arabi sunniti. Ma il Qatar, il Kuwait e l’Oman hanno assunto posizioni più sfumate, cercando di non tagliare tutti i legami con il mondo sciita. Riyadh ha immediatamente proclamato che “il Qatar accoglie favorevolmente vari gruppi terroristici a destabilizzare la regione, come la Fratellanza dei Fratelli Musulmani, lo Stato Islamico (Daesh) e Al Qaeda. Il 5 giugno 2017, l’Arabia Saudita, il Bahrain e gli Emirati Arabi Uniti hanno messo il Qatar in panchina nell’Umma sunnita. Questi paesi hanno espresso una linea particolarmente ostile all’Iran, accusato di approfittare delle crisi in Siria e Yemen per interferire nei paesi arabi sunniti. Ma il Qatar, il Kuwait e l’Oman hanno assunto posizioni più sfumate, cercando di non tagliare tutti i legami con il mondo sciita. Riyadh ha immediatamente proclamato che “il Qatar accoglie favorevolmente vari gruppi terroristici a destabilizzare la regione, come la Fratellanza dei Fratelli Musulmani, lo Stato Islamico (Daesh) e Al Qaeda. Il 5 giugno 2017, l’Arabia Saudita, il Bahrain e gli Emirati Arabi Uniti hanno messo il Qatar in panchina nell’Umma sunnita. Questi paesi hanno espresso una linea particolarmente ostile all’Iran, accusato di approfittare delle crisi in Siria e Yemen per interferire nei paesi arabi sunniti. Ma il Qatar, il Kuwait e l’Oman hanno assunto posizioni più sfumate, cercando di non tagliare tutti i legami con il mondo sciita. Questi paesi hanno espresso una linea particolarmente ostile all’Iran, accusato di approfittare delle crisi in Siria e Yemen per interferire nei paesi arabi sunniti. Ma il Qatar, il Kuwait e l’Oman hanno assunto posizioni più sfumate, cercando di non tagliare tutti i legami con il mondo sciita. Questi paesi hanno espresso una linea particolarmente ostile all’Iran, accusato di approfittare delle crisi in Siria e Yemen per interferire nei paesi arabi sunniti. Ma il Qatar, il Kuwait e l’Oman hanno assunto posizioni più sfumate, cercando di non tagliare tutti i legami con il mondo sciita.

E il coronavirus in tutto questo?

Alla fine del suo quinto volume, Gérard Fellous, studia in profondità il modo in cui il coronavirus colpisce i paesi della regione in cui le carte vengono rimescolate. La regione non era preparata ad affrontare questa “bomba a orologeria” costituita dall’impatto economico che ha colpito, in modo molto diseguale, tutti i paesi del pianeta. Le forti tensioni politiche e militari hanno complicato, più che altrove, le prospettive di cooperazione tra Stati per sopravvivere alla destabilizzazione della salute. Le conseguenze economiche della pandemia si sono aggiunte alle altre tensioni per mettere in pericolo la sopravvivenza di alcuni Stati o almeno la stabilità già scossa del tutto. La situazione è stata aggravata dai continui handicap che sono stati, per decenni, le carenze e l’incompetenza degli Stati che non hanno riserve finanziarie per alcuni, né dirigenti formati, organizzazioni amministrative o ricercatori scientifici per affrontare questa nuova sfida sanitaria. .

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Le economie di molti paesi della regione sono o “economie di guerra” come in Siria o Yemen, o alla fine della loro corda, come in Iraq, Giordania o Egitto, o fallite come in Libano o Iran. Rimasero le petromonarchie del Golfo le cui risorse finanziarie e riserve di petrolio le proteggevano dal collasso ma che, nella maggior parte dei casi, potevano perdere la fiducia dei loro partner economici internazionali e quella delle popolazioni di origine straniera. molti che non supportano la gestione opaca di questi paesi. La credibilità economica e finanziaria di tutti i leader della regione era di nuovo caduta di livello dopo le smentite e i travestimenti delle realtà della pandemia. Un’altra conseguenza del deterioramento delle economie dei paesi arabi della regione,

Il debito estero della maggior parte di questi paesi è fissato in dollari e le valute nazionali perdono valore, i rimborsi di questi governi sono aumentati in modo esponenziale, causando drastici tagli ai bilanci nazionali. L’accesso limitato e condizionato di questi paesi ai mercati finanziari ha solo peggiorato la situazione dei loro disavanzi. Questi paesi non sono in grado di ridurre i loro debiti, diverse centinaia di milioni di persone si uniranno ai ranghi dei più poveri del pianeta, secondo la Banca mondiale. Ha quindi chiesto una moratoria sul debito, in modo che questi paesi possano liberare le proprie risorse per affrontare le loro difficoltà economiche. L’influenza del Coronavirus potrebbe ristagnare più a lungo nei paesi più poveri, quindi migrare tra gli emisferi meridionali e settentrionali

https://www.revueconflits.com/livre-moyen-orient-restructuration-irak-libye-instabilite-printemps-arabe-eugene-berg/

Libro – Il Medio Oriente in fase di ristrutturazione (4/5), di Eugène Berg

Sappiamo che il Medio Oriente si concentra in uno spazio relativamente piccolo, un massimo di domande di natura geopolitica, molteplici antagonismi, nonché questioni politiche, religiose, economiche, sociali e culturali. Nessuno spazio al mondo come quello situato tra il Mediterraneo, il Mar Nero, il Mar Caspio, il Mar Rosso e il Mar Arabico ha così tante guerre, conflitti, scontri e sconvolgimenti. Da qui il grande interesse che si lega all’opera monumentale di Gérard Fellous dedicata alla regione del Medio Oriente, a differenza di qualsiasi altra.

A giudicare da cinque volumi, in oltre 2.500 pagine ampie e ben documentate che coprono tutti i paesi, tutte le domande relative a questa vitale area geopolitica alla confluenza di tre continenti.

Gérard Fellous ha seguito nella sua carriera giornalistica le evoluzioni geopolitiche dei paesi del Medio e del Medio Oriente, alla guida di un’agenzia di stampa internazionale. Esperto per le Nazioni Unite, l’Unione europea, il Consiglio d’Europa per i diritti umani e l’Organizzazione internazionale della Francofonia, è stato consultato da numerosi paesi arabo-musulmani. Il segretario generale della Commissione consultiva nazionale per i diritti umani (CNCDH) a nove primi ministri francesi, tra il 1986 e il 2007, ha trattato, in simbiosi con la società civile, le questioni della società sottoposte alla Repubblica.

Senza essere in grado di darne una spiegazione nella sua totalità, prendiamo in considerazione gli elementi essenziali, esaminando i cinque volumi, che costituiscono altrettanti punti di riferimento essenziali.

Volume 4: Siria: un devastante conflitto asimmetrico

La crisi siriana – equazione con molte incognite in cui piccole cause generano grandi conseguenze, in una sorta di “effetto farfalla”, sembra essere l’epicentro di una profonda destabilizzazione e il modello di sconvolgimento regionale. Nove anni dopo il suo scoppio, il caos siriano sotto Bashar al-Assad è, in larga misura, mantenuto da quattro potenze egemoniche, tre regionali, come abbiamo visto: Turchia, Iran e Arabia Saudita e una internazionale : Russia, a cui si sono unite varie coalizioni statali di geometrie diverse. Queste interferenze si sovrappongono sul campo siriano, come “bambole russe”. La Turchia, in costante guerra contro i curdi, ma anche occasionalmente contro il regime siriano, strumentalizza sul suo territorio quasi 4 milioni di rifugiati siriani.

Una vera borsa di nodi 

La Russia, alleata “occasionale” della Turchia, è decisamente ostile a tutti gli oppositori o ribelli che potrebbero minacciare il regime siriano. Lo scontro tra sunniti e sciiti si riflette in Siria da una “guerra fredda” tra Iran e Arabia Saudita che produce costantemente scontri armati, come in tutta la regione. Gli Stati Uniti, sotto le successive presidenze di Barak Obama e Donald Trump, hanno cercato, non senza difficoltà, di adattarsi alle mutevoli realtà della Siria, rifiutando di “impegnarsi come in passato in Vietnam. in Afghânistân, volendo creare lì nuovi equilibri. L’Unione europea è timidamente coinvolta di fronte al flusso incontrollato di rifugiati siriani, cui si aggiungono immigranti economici dal Sahel. Questi poteri sono più o meno coinvolti,

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La Repubblica araba siriana offre quindi un paradigma geopolitico che consente di decifrare la nuova decomposizione-ristrutturazione di tutto il Medio Oriente. Nel corso degli anni, questo paese si è trovato all’epicentro di tensioni multiple. A causa dell’assenza di una nuova leadership politica e militare regionale, un vuoto lasciato dall’Egitto, in cui Iran, Turchia e Arabia Saudita stanno cercando di imporsi. La crisi umanitaria siriana è tra le più gravi al mondo. 700.000 persone sopravvissero in 15 aree assediate, tra cui 300.000 bambini. Quasi 5 milioni di persone, tra cui oltre 2 milioni di bambini, vivevano in aree estremamente difficili da ottenere per gli aiuti umanitari a causa di incessanti combattimenti, insicurezza e restrizioni alla libera circolazione.

Alla domanda che tutti si pongono, perché il regime di Assad è stato in grado di durare per più di otto anni dopo l’inizio di una guerra civile scoppiata nel 2011, quando molti altri regimi autocratico nel mondo mediorientale è stato spazzato via o modificato in paesi come Tunisia, Algeria, Yemen , Egitto, Bahrain o Iraq, Gérard Fellous fornisce sei elementi della risposta.

Le ragioni della sussistenza del regime siriano 

Ha beneficiato di un esercito professionale e ben equipaggiato la cui forza principale non era nel piccolo numero della sua fanteria, supportata da milizie radunate e mercenari stranieri, ma nella sua forza aerea e nella sua difesa antiaerea notevolmente rafforzata da trasferimenti tecnici e di investimento dall’Iran e dalla Russia. Per la sua difesa antiaerea, il materiale obsoleto del tipo SA-5, SA6 e SA-7 che possedeva, è stato sostituito dai missili antiaerei SA-17, SA-22 e SA-24 di modelli recenti. Il regime siriano era quindi presente nel suo spazio aereo, lasciando inizialmente alle forze aeree della coalizione solo gli attacchi contro i territori detenuti da Daesh.

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A differenza della Libia, le forze aeree occidentali hanno trovato molto più difficile distruggere le forze aeree siriane e gli attacchi antiterroristici, con il rischio di imbattersi in una copertura russa. Solo l’aviazione israeliana ha fatto intrusioni più di cento volte nello spazio aereo siriano, o da quello del Libano, per distruggere centri di raccolta e convogli missilistici iraniani destinati a Hezbollah e ai combattenti. iraniani. Assad ha la possibilità di sparare alla folla di civili solo con armi leggere, riservando pesanti munizioni per la distruzione di edifici e gas venefici nei centri urbani detenuti da gruppi militari ribelli. Pertanto, i carri armati e l’artiglieria erano stati usati solo con parsimonia contro importanti località detenute dagli avversari dell’ASL (Esercito siriano libero). Oltre a un esercito convenzionale progettato per il campo di battaglia, o contro Israele, il clan Assad fece appello a forze meglio addestrate nel combattimento asimmetrico, adottando una tattica di controinsurrezione. La Russia e l’Iran hanno lavorato per dissuadere qualsiasi suggerimento di un intervento diretto da parte dell’Occidente contro le infrastrutture militari siriane, in particolare l’aria, come nel caso della Libia.

Nel quadro delle Nazioni Unite, la Russia, e in parte la Cina, ha bloccato qualsiasi risoluzione che consentisse operazioni militari dirette contro il regime di Assad. L’Iran ha reso la Siria il primo dei campi di battaglia della sua “guerra che incombe sull’America”. Teheran si occupò quindi dell’addestramento di 50.000 combattenti delle forze speciali siriane e inviò le proprie “forze speciali di Al-Quds” in prima linea a sostegno dei combattenti di Hezbollah. Mantenendo una selvaggia repressione contro qualsiasi inclinazione di opposizione o ribellione, il regime di Assad ha mantenuto un equilibrio di potere attraverso il terrore, che gli è stato rapidamente favorevole. Dopo i primi colpi contro la folla di manifestanti, il regime ha continuato ad arrestare e imprigionare migliaia di ribelli, uomini, donne e persino bambini,

Terrorismo delle popolazioni, una strategia redditizia

Terrorizzando le popolazioni, sunnite o minoritarie, la strategia di Damasco è stata quella di tentare di tagliare l’opposizione politica e militare dal suo popolare substrato. La violenza e la crudeltà del regime non sono “libere”, corrispondono a un freddo calcolo politico. La mancanza di credibilità politica e la frammentazione dell’opposizione in esilio sono state sfruttate a suo vantaggio dal regime di Assad. Damasco ha tratto grande beneficio dal loro dissenso interno, soprattutto quando il CNS (Consiglio nazionale siriano) è stato accusato dall’ASL di opportunismo, di essere tagliato fuori dalle realtà sul terreno o di essere dominato dai Fratelli Musulmani. Attuando, agli occhi dell’opinione mondiale, la massima: “Tra due mali, scegli il meno dannoso”,

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Dal 2012, Damasco si è sforzato di squalificare la FSA, insistendo sul fatto che il Fronte di Al-Nosra era più disciplinato, non praticando il saccheggio e il racket dei siriani, supportati dai patroni del Golfo. La propaganda ufficiale ha suggerito che il Fronte di Al-Nusra spesso soppianta l’FSA, essendo un attore militare tatticamente credibile. In secondo luogo, Damasco ha insistito sulla violenza praticata da questi jihadisti, sul loro desiderio di far dominare la Sharia in diversi distretti di Aleppo controllati dall’opposizione, diffondendo ampiamente esecuzioni sistematiche di prigionieri, decapitazioni di Alawites o Cristiani, e facendo circolare questi video su Internet. Bashar al-Assad non ha nascosto la sua soddisfazione nel vedere le Nazioni Unite mettere questi jihadisti nella lista dei “terroristi”.

Accettando la propaganda jihadista e diffondendola ampiamente sulle reti, Bashar al-Assad ha cercato di apparire come un male minore. Infine, il regime di Assad ha lavorato per riguadagnare la legittimità politica, non solo “organizzando” le elezioni, ma garantendo che siano ampiamente conquistate. Pertanto, con l’estrema violenza della repressione, Bashar al-Assad associò un certo “machiavellismo politico”, così come suo padre Hafez. In futuro, la Siria sarebbe in grado di sopravvivere al caos generato dal regime di Assad? Oggi non esiste un’alternativa credibile ad Assad, che non lo rende una soluzione duratura e desiderabile. Le sue frange più vulnerabili rispondono alla violenza con violenza e morte.

Pertanto, la dittatura del regime di Assad risponderebbe al nichilismo di Daeshe islamisti estremisti. Dopo anni di violenza e una serie di tentativi di mediazione diplomatica, dopo essere impantanato in sovrapposizioni di scontri militari e aver esaurito ogni ricorso per una soluzione politica, la Siria, come il resto il Medio Oriente, si rassegna a un futuro religioso fondamentalista? – Allo stesso modo, gli scontri diretti tra sciiti (regime alawita), sunniti e curdi, in un contesto in cui interessi e posizioni sono mescolati, lasceranno profonde e durature conseguenze di fratture sociali e politiche. – I tentativi del regime di Assad di “vittimizzare” la minoranza alawita nel conflitto interno e la sua militarizzazione che potrebbe solo essere accompagnata da una maggiore confessionalizzazione, porteranno i loro frutti velenosi, come l’Iraq, dalla Libia o dallo Yemen. La crisi siriana ebbe la particolarità di non essere stata inizialmente di natura religiosa, ma che alla fine sarebbe finita lì.

Un pedaggio molto pesante

Né l’Iran, né gli altri due sostenitori di Damasco, la Russia e, in misura minore, la Cina, né il mondo sunnita schierato dietro l’Arabia Saudita e alcuni paesi del Golfo saranno in grado di assumerlo a lungo, senza senza fiato. Tuttavia, il bilancio della guerra civile asimmetrica è uno dei più pesanti che la regione abbia conosciuto nella sua storia contemporanea, dal numero di morti e feriti civili, dalla distruzione di infrastrutture economiche e dal volo degli abitanti. preso in ostaggio dalle forze in presenza e spinto a trovare rifugio, in massa, nei paesi vicini e fino in Europa. La soluzione di una divisione geografica della Siria tra comunità religiose ed etniche (aree alawite / cristiane / curde / sciite / sunnite …) con un governo composito e debole a Damasco, come quello stabilito in un Iraq instabile, proprio come in una sfilacciata Libia o in un Libano in tensione, sarebbe la peggiore prospettiva offerta. Una spartizione militare del paese potrebbe derivare di fatto da una “guerra totale” senza fine, tra un lato una “utile Siria” in Occidente, che va da Aleppo a Damasco, attraverso la fascia costiera di Latakia. nella città centrale di Homs, controllata dal regime di Assad e dai suoi alleati; e dall’altro controllato dal regime di Assad e dai suoi alleati; e dall’altro controllato dal regime di Assad e dai suoi alleati; e dall’altroIl “Daechstan”, detenuto da jihadisti di ogni genere, si fondeva in popolazioni-tribù, clan, milizie, famiglie convertite. I curdi avrebbero poi formato il loro sogno “Kurdistan”, a cavallo tra Siria e Iraq.

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Quali sarebbero in definitiva le condizioni utopiche per la normalizzazione, chiede Gérard Fellous? Lo scenario perfetto per porre fine alla crisi in Siria consisterebbe nello sradicare il jihadismo e soprattutto Daesh dal paese, rimuovendo Bashar al-Assad e il suo clan dal potere, neutralizzando le molte fazioni armate che stanno dividendo e saccheggiando il paese, e promuovere l’emergere di una vera opposizione politica legata in una certa misura a un sistema democratico. Ma questo progetto incontrerebbe molte difficoltà che sembrano insormontabili a breve termine. Al fine di ripristinare l’autorità di uno stato siriano stabile su tutto il suo territorio, il primo passo sarebbe la distruzione di Daesh, non solo dopo che lo Stato islamico fosse stato cacciato dalle sue due “capitali”, Rakka (Siria) e Mosul (Iraq), e i suoi “contatori” circostanti, ma anche le aree rurali o desertiche in cui si era ritirato evitando di combattere. Le scelte dell’Arabia Saudita di acquisire una posizione dominante nello scontro sunnita-sciita, mantenendo indefinitamente le tensioni nell’Umma, anche nei suoi interventi contro gli hutisti nello Yemen L’incerta polarizzazione di una Turchia ossessionata dalla sua lotta contro la Curdi, ostacolando il loro progetto per un territorio transfrontaliero autonomo. Internamente in Siria, la pace civile potrebbe essere ripristinata solo su due presupposti: * Le centinaia di milizie, piccole o potenti, legate al regime di Assad o all’opposizione o soprattutto indipendenti, dovranno essere disarmate e dissolte. Alcuni potrebbero essere integrati in un nuovo esercito nazionale regolare. Una pace negoziata sarebbe il prerequisito per un processo di transizione politica come indicato da diciassette paesi nel novembre 2015 a Vienna, sotto l’egida delle Nazioni Unite e dell’Unione Europea. Ma la probabilità di successo di questa uscita dalla crisi sembra molto ridotta nel prossimo futuro. La logica bellicosa della sottomissione tribale predomina sempre e ovunque. Il regime di Assad non sarà mai pronto a rinunciare alla zavorra per la pace né a prendere in considerazione la minima concessione di condividere il proprio potere, a condizione che il suo potere militare sia assicurato dalla combinazione delle forze russe e iraniane. Bashar al-Assad ha preso in ostaggio Mosca e Teheran. Ma la probabilità di successo di questa uscita dalla crisi sembra molto ridotta nel prossimo futuro. La logica bellicosa della sottomissione tribale predomina sempre e ovunque. Il regime di Assad non sarà mai pronto a rinunciare alla zavorra per la pace né a prendere in considerazione la minima concessione di condividere il proprio potere, purché il suo potere militare sia assicurato dalla coniugazione delle forze russe e iraniane. Bashar al-Assad ha preso in ostaggio Mosca e Teheran. Ma la probabilità di successo di questa uscita dalla crisi sembra molto ridotta nel prossimo futuro. La logica bellicosa della sottomissione tribale predomina sempre e ovunque. Il regime di Assad non sarà mai pronto a rinunciare alla zavorra per la pace né a prendere in considerazione la minima concessione di condividere il proprio potere, purché il suo potere militare sia assicurato dalla coniugazione delle forze russe e iraniane. Bashar al-Assad ha preso in ostaggio Mosca e Teheran. purché il suo potere militare sia assicurato dalla combinazione delle forze russe e iraniane. Bashar al-Assad ha preso in ostaggio Mosca e Teheran. purché il suo potere militare sia assicurato dalla combinazione delle forze russe e iraniane. Bashar al-Assad ha preso in ostaggio Mosca e Teheran.

Per quanto riguarda l’amministrazione americana di Donald Trump, avrà il suo biglietto d’ingresso per i negoziati di pace solo quando avrà conquistato la fiducia reciproca, rompendo tutta la logica isolazionista. La guerra civile siriana è continuata per più di sette anni e durerà per molti più anni principalmente a causa del regime di Assad, che non smetterà di combattere fino a quando non avrà riconquistato “l’utile Siria”, vale a dire. dire la spina dorsale del paese, ma anche per la prima volta da decenni, spera in tutto il paese, qualunque sia il costo. Continuerà la sua “riconquista” fintanto che beneficerà del sostegno di un solido asse Teheran-Mosca, dal quale rimarrà sempre più dipendente.

L’attore principale nel futuro di questo paese rimarrà la Russia, a condizione che quest’ultimo abbia interesse a rimanere lì e abbia i mezzi per farlo. Al fine di mantenere la sua esistenza, il regime di Assad, in termini demografici e geografici di minoranza, in cerca di protettori, si era lasciato “colonizzare” da Vladimir Poutine, a condizione di mantenere una parvenza di potere politico. Per quanto riguarda la Cina, che non ha interessi strategici nel paese, ha colto l’opportunità della crisi siriana per garantire un possibile accesso alle risorse energetiche della regione e, nell’immediato futuro, stabilire il suo “potere fastidioso” all’interno della comunità internazionale al fine di convincerlo che d’ora in poi dovrà essere preso in considerazione negli affari mondiali.

In Siria, ciò equivarrebbe principalmente a ottenere un disaccoppiamento del regime baathista dall’influenza della Russia e dell’Iran. L’obiettivo sarebbe un prosciugamento dell’aiuto militare fornito da Putin a Bashar Al-Assad da un lato, e dall’altro un arresto del sostegno militare alla ribellione alimentata dall’Arabia Saudita e da alcuni paesi del Golfo sunnita, e un prosciugamento delle forniture di armi dall’ovest. La tensione si ridurrebbe progressivamente di parecchie tacche nel contesto dell’emergere di un “governo siriano di transizione”, mettendo gradualmente a repentaglio Bashar Al-Assad e il suo clan. Un’ipotesi difficile.

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