Italia e il mondo

Gli esperti dichiarano imminente una crisi dei carburanti a causa delle guerre globali che soffocano le forniture._ di Simplicius

Gli esperti dichiarano imminente una crisi dei carburanti a causa delle guerre globali che soffocano le forniture.

Simplicius
Sep 15
CONTRIBUITE!!! La situazione finanziaria del sito sta diventando insostenibile per la ormai quasi totale assenza di contributi
Il  sito Italia e il Mondo non riceve finanziamenti pubblici o pubblicitari. Se vuoi aiutarci a coprire le spese di gestione (circa 6.000 € all’anno), ecco come puoi contribuire:
– Postepay Evolution: Giuseppe Germinario – 5333171135855704;
– IBAN: IT30D3608105138261529861559
PayPal: PayPal.Me/italiaeilmondo
Tipeee: https://it.tipeee.com/italiaeilmondo
Puoi impostare un contributo mensile a partire da soli 2€! (PayPal trattiene 0,52€ di commissione per transazione).
Contatti: italiaeilmondo@gmail.com – x.com: @italiaeilmondo – Telegram: https://t.me/italiaeilmondo2 – Italiaeilmondo – LinkedIn: /giuseppe-germinario-2b804373

Esperti di tutto il mondo stanno ora affermando che ci troviamo di fronte a una grave crisi energetica causata da una “tempesta perfetta” di fattori scatenanti, tra cui le reciproche ritorsioni energetiche tra Ucraina e Russia, nonché l’improvvisa intensificazione degli attacchi sferrati dall’asse Houthi-Iran contro le infrastrutture energetiche strategiche dell’Arabia Saudita.

https://www.wsj.com/business/energy-oil/oil-executives-say-the-great-fuel-crisis-is-here-b6b32030

Il WSJ riporta:

I dirigenti delle compagnie petrolifere americane hanno avvertito per mesi che la chiusura prolungata dello Stretto di Ormuz avrebbe inevitabilmente provocato una crisi dei carburanti. Ora, sostengono che tale crisi sia già realtà.

Da oltre sei mesi le scorte commerciali di carburante in tutto il mondo si stanno esaurendo e le riserve strategiche di greggio non possono più essere attinte in misura significativa. Gli attacchi della scorsa settimana hanno causato l’interruzione di un oleodotto fondamentale in Arabia Saudita che aggirava lo Stretto, lasciando a terra almeno 2,5 milioni di barili al giorno in un mercato petrolifero globale già in difficoltà, secondo le stime degli analisti.

L’ultimo fattore determinante è stata la notizia secondo cui l’Arabia Saudita sta annullando le “spedizioni di petrolio greggio” verso l’Europa per il resto del mese di settembre, con voci che ora ipotizzano che tale sospensione si protragga anche nel mese di ottobre.

Negli ultimi giorni, gli Houthi hanno sferrato attacchi di grande portata contro alcune infrastrutture petrolifere saudite, tra cui l’impianto di Aramco a 18,485593, 42,505660 geolocalizzazione:

ULTIME NOTIZIE: Secondo quanto riportato da Reuters, le operazioni di carico di petrolio sono state sospese a Yanbu, il principale porto saudita sul Mar Rosso, a seguito del precedente attacco all’oleodotto est-ovest.

I serbatoi di stoccaggio del petrolio sono in fiamme a seguito di un presunto attacco missilistico degli Houthi contro l’impianto di stoccaggio di Aramco ad Abha, a nord di Abha, in Arabia Saudita.

18,485593, 42,505660

A circa 500 miglia da lì è stata colpita anche la raffineria di petrolio Yasref, situata nella città di Yanbu, sulla costa del Mar Rosso:

La lettera di Hormuz@HormuzLetter

ULTIME NOTIZIE: Sembra che questa mattina gli Houthi yemeniti abbiano colpito direttamente la raffineria YASREF di Yanbu, sulla costa saudita del Mar Rosso. Si tratta di una joint venture tra Aramco e Sinopec con una capacità di 400.000 barili al giorno e uno dei maggiori esportatori di gasolio del Mar Rosso. Le immagini mostrano un vasto incendio, con…

13:43 · 15 settembre 2026· 478.000 visualizzazioni


139 risposte· 1,54K condivisioni· 5,7K Mi piace

Nel frattempo, il fondamentale oleodotto Est-Ovest, destinato a fungere da linea vitale per reindirizzare i flussi di greggio provenienti da Hormuz, è stato individuato nelle nuove immagini satellitari di Maxar dopo l’attacco che lo ha reso inoperativo il 10 settembre. A quanto pare, multiplole stazioni di pompaggio lungo il lungo percorso sono state distrutte, rendendo l’attacco ben più grave di quanto inizialmente stimato:

È improbabile che il sito venga riaperto a breve. Gli esperti intervistati da Reuters hanno stimato che ci vorranno diverse settimane, con la possibilità che prima di allora vi siano alcuni flussi “parziali” di greggio:

https://www.reuters.com/business/energy/saudi-pipeline-outage-threatens-loss-4-global-oil-supply-2026-09-13/
https://www.bloomberg.com/news/articles/2026-09-15/mbs-and-saudi-arabia-face-crisis-with-key-oil-pipeline-shut-for-weeks

Tuttavia, vista la facilità con cui è stato possibile colpire il sito, chi può escludere che i responsabili — che si trovassero in Iraq o nello Yemen — non potessero semplicemente continuare a colpirlo ancora?

Ora i prezzi del gasolio negli Stati Uniti sono saliti alle stelle in modo allarmante:

La lettera di Kobeissi@KobeissiLetter

ULTIME NOTIZIE: I prezzi del gasolio negli Stati Uniti raggiungono ufficialmente un nuovo record di 6,26 dollari al gallone, con un aumento di oltre l’80% in 9 mesi. Gli autotrasportatori pagano ora quasi 3,00 dollari in più al gallone per il gasolio rispetto a gennaio. Questo ha fatto salire i prezzi medi del carburante in California, uno degli Stati più costosi…

17:44 · 15 settembre 2026· 195.000 visualizzazioni


126 risposte· 369 condivisioni· 2,77K Mi piace

Trump ha attribuito la crisi del gasolio agli attacchi dell’Ucraina alle infrastrutture russe di raffinazione del gasolio:

Che politica estera incoerente, pigra, ipocrita, priva di principi e decisamente maleducata: «Lasciamoli scioperare su ciò che vogliono, ma per ora non sul gasolio, perché è proprio lì che stiamo subendo i colpi più duri!»

Questo tipo di diplomazia miope e maldestra è come spegnere alla rinfusa, uno alla volta, incendi casuali, mentre contemporaneamente se ne innescano di nuovi senza volerlo. Trump pensa che gli Stati Uniti possano comportarsi in modo sconsideratamente ostile nei confronti del mondo intero, fornendo senza scrupoli armi all’Ucraina per distruggere settori chiave delle infrastrutture russe, attaccando spietatamente l’Iran, ecc., e poi si chiede perché le ripercussioni stiano iniziando ad avvelenare l’economia nazionale.

Ora i rendimenti obbligazionari globali sono saliti alle stelle sia negli Stati Uniti che in Europa: i rendimenti dei titoli a 10 anni statunitensi e britannici hanno raggiunto i livelli più alti dal 2007, mentre quelli tedeschi, secondo quanto riportato, hanno toccato i livelli più alti dal 2006:

ULTIME NOTIZIE: Il rendimento dei titoli decennali sale al 5,04%, il livello più alto dal luglio 2007.

Ciò fa salire il tasso di interesse medio sui mutui trentennali al 7,17%.

Possedere una casa è ufficialmente un lusso. – Fonte

Nel quadro del suo tentativo maldestro e artificioso di risolvere la situazione, Trump ha annunciato una tregua reciproca in materia di energia che non ha mai avuto luogo, l’ennesima di una lunga serie di falsità volte a placare il gregge nazionale:

Sia Zelensky che i rappresentanti russi hanno smentito l’esistenza di un simile cessate il fuoco e, a riprova di ciò, proprio questa mattina entrambi i Paesi hanno colpito gli impianti energetici dell’altra parte.

L’analista russo Victor Leonov ha avanzato una teoria interessantesecondo cui la Russia e l’Iran starebbero collaborando per smantellare l’ordine monetario ed economico occidentale:

Perché l’Iran e la Russia prendono di mira gli impianti energetici?

Nel contesto della guerra in Ucraina e delle tensioni in Medio Oriente, le stazioni di servizio, i depositi di petrolio e carburante, gli impianti energetici, le infrastrutture e le raffinerie sono costantemente presi di mira dalla Russia e dall’Iran. Allo stesso tempo, le rotte di trasporto e energetiche, come lo Stretto di Ormuz e Bab al-Mandab, sono completamente bloccate. Perché sta accadendo tutto questo? Perché la Russia e l’Iran agiscono in modo coordinato e qual è il loro obiettivo?

La risposta a queste domande deriva dal fatto che la Russia e l’Iran hanno concordato di distruggere il sistema capitalista occidentale e americano, provocando una crisi energetica attraverso attacchi mirati alle infrastrutture energetiche e alle vie di trasporto.Il meccanismo funziona così: attaccare e distruggere queste strutture riduce la produzione e l’approvvigionamento energetico, mentre la chiusura dello Stretto di Ormuz e di Bab al-Mandab comporta una riduzione analoga dell’approvvigionamento e della disponibilità a livello globale.

Di conseguenza, i prezzi dei carburanti e dell’energia in generale iniziano a salire e a registrare un’impennata. L’aumento dei prezzi comporta una maggiore pressione sul settore industriale globale, che deve procurarsi il carburante a prezzi molto più elevati. Allo stesso tempo, aumentano anche i costi di trasporto e l’inflazione economica inizia a crescere. Di conseguenza, le banche centrali sono costrette ad aumentare i tassi di interesse per tenere sotto controllo l’inflazione, il che a sua volta rallenta e indebolisce l’economia. In questo modo, la produzione e l’attività manifatturiera si indeboliscono gradualmente, mentre il settore industriale si trova ad affrontare una grave minaccia.

Con questo metodo, la Russia e l’Iran stanno mettendo a rischio l’industria, la crescita economica e l’attuale ordine mondiale, al punto che le fabbriche potrebbero chiudere e l’industria, nella sua forma attuale, potrebbe non essere più in grado di andare avanti. Poiché l’industria è la pietra angolare del capitalismo moderno, passo dopo passo l’attuale ordine mondiale si avvicina al collasso man mano che si aggrava la crisi energetica.

Pertanto, la Russia e l’Iran intendono sfruttare questa strategia per abbattere e trasformare l’attuale ordine mondiale, guidato in modo unipolare dagli Stati Uniti. Per questo motivo, sono da prevedersi ulteriori bombardamenti contro stazioni di servizio, depositi di petrolio, gas e carburante, oltre a nuovi attacchi contro impianti e infrastrutture energetiche.

Non sono convinto che si tratti di un’operazione così coordinata volta a “abbattere il capitalismo”, ma è una linea di pensiero interessante, soprattutto se si considera che l’Iran e la Russia sono in grado di rafforzare le proprie rotte commerciali verso est, ostacolando al contempo le linee di vita economiche dell’Occidente. È più probabile che la Russia e l’Iran stiano semplicemente reagendo in modo difensivo per colpire i propri avversari nei loro punti più sensibili. La Russia era ben felice di fornire energia all’Occidente per mantenere in funzione l’«ordine capitalista» occidentale, fino a quando l’Ucraina non ha iniziato a mettere sotto pressione le stesse infrastrutture energetiche russe.

La tariffa giornaliera di noleggio di una superpetroliera sulla rotta dal Golfo Persico alla Cina ha raggiunto per la prima volta nella storia 1 milione di dollari.

Al momento della stesura di questo articolo, diverse fonti riferiscono che gli Houthi avrebbero minato lo stretto di Bab al-Mandab, il che sembrerebbe contraddire le loro precedenti affermazioni secondo cui il transito sarebbe vietato solo ai mezzi di trasporto sauditi:

Faytuks Network@FaytuksNetwork

Gli Houthi hanno posato delle mine nello stretto di Bab al-Mandab, secondo quanto riferito da una fonte militare yemenita all’agenzia di stampa tedesca DPA

22:26 · 15 settembre 2026· 29,5K visualizzazioni


23 risposte· 154 condivisioni· 556 “Mi piace”

Se le notizie fossero vere — insieme agli attacchi su larga scala alle infrastrutture petrolifere saudite — ciò potrebbe rappresentare una campagna su vasta scala volta a infliggere un colpo mortale all’economia del regime saudita.

Una cosa è certa: mentre Trump continua a trattare il conflitto con l’Iran come una sorta di distrazione occasionale o un terreno di gioco per la propria vanità, l’Iran sta portando la situazione all’estremo. Per l’Iran, il conflitto è una questione di sopravvivenza, come dimostrano chiaramente due recenti avvenimenti:

In primo luogo: circolano notizie secondo cui l’Iran si starebbe preparando a mobilitare fino a un milione di persone per l’addestramento, in vista della creazione di 1.000 battaglioni di riserva denominati “battaglioni della resistenza nazionale”, in preparazione a un possibile conflitto futuro.

Iran Observer@IranObserver0

⚡️ULTIME NOTIZIE: Tutti gli iraniani hanno ricevuto un SMS per registrarsi alla mobilitazione Le forze armate iraniane stanno iniziando ad addestrare 1.000 nuovi battaglioni (circa un milione di persone) L’addestramento non richiederà molto tempo, poiché in Iran vige il servizio militare obbligatorio per tutti gli uomini

7:19 · 15 settembre 2026· 536.000 visualizzazioni


176 risposte· 1,37K condivisioni· 7.760 Mi piace

A conferma della notizia sopra riportata, Lo riporta il Jerusalem Postche in tutto l’Iran sono stati affissi cartelloni pubblicitari che promuovono l’arruolamento nel Corpo delle Guardie Rivoluzionarie Islamiche (IRGC).

Il Jerusalem Post scrive in merito alla nuova campagna:

Appello ai volontari per mobilitare i giovani

Macmillan ha sottolineato che l’Iran sta cercando di mobilitare i giovani attraverso questi messaggi, offrendo loro addestramento all’uso delle armi, alla lettura delle mappe e alle tecniche di primo soccorso necessarie nelle zone di combattimento, nell’ambito di una campagna volta ad ampliare le unità di tipo Basij oltre la “base tradizionale” di sostenitori.

La nuova generazione di attivisti dimostrerà agli iraniani e all’Occidente che il regime «è ancora in grado di organizzare manifestazioni di massa dopo mesi di tensione», nonostante la crisi economica, la guerra e la violenta repressione delle proteste, ha affermato.

«Si tratta di un appello al volontariato, diffuso attraverso i canali ufficiali e tramite SMS di massa. È un’iniziativa ufficiale del governo iraniano, un messaggio di mobilitazione politico-militare, non un avviso neutrale di pubblica utilità», ha osservato.

In secondo luogo, Fonti giornalistiche iraniane riferiscono chesecondo cui un importante deputato iraniano avrebbe affermato che un gruppo di parlamentari ha elaborato un “progetto di legge urgente” per il ritiro dell’Iran dal Trattato di non proliferazione nucleare. Secondo quanto riferito, il progetto di legge sarà sottoposto a votazione non appena “il comitato direttivo del parlamento lo avrà approvato”.

La parte più sorprendente dell’intervista al deputato è il suo appello diretto all’Iran affinché si doti di armi nucleari, dato che l’aggressione degli Stati Uniti ha reso questa scelta una «necessità inevitabile»:

«È meglio effettuare al più presto i test necessari per le armi nucleari» perché l’Iran ha bisogno di una deterrenza nucleare e il possesso di armi nucleari è ormai una «necessità inevitabile».

Certo, non dobbiamo reagire in modo esagerato, poiché ci sono già stati in passato legislatori così provocatori e l’iniziativa probabilmente non porterà a nulla, soprattutto perché il presidente iraniano Pezeshkian ha continuato a schierarsi contro l’acquisizione di armi nucleari. Ma tutto ciò dimostra che i leader e il popolo iraniani stanno assumendo una posizione più rigida, consolidandosi attorno a un nucleo unificato, e considerano gli attacchi dell’asse USA-Israele contro il loro Paese come una minaccia esistenziale da affrontare come un cancro, piuttosto che come uno spettacolo vanitoso finalizzato all’immagine pubblica.

Alla luce di ciò, la CBS ha “divulgato” una serie di nuove foto che mostrano scene di distruzione mai viste prima nelle basi statunitensi a seguito degli attacchi iraniani:

https://www.cbsnews.com/news/new-photos-damage-u-s-kuwait-saudi-arabia-iran-drone-missile-attacks

Mario Nawfal riporta l’elenco dei beni distrutti:

Le immagini sono state inviate in forma anonima da militari in servizio attivo.

Le parole di un soldato: «Non stiamo difendendo queste basi. Stiamo solo a guardare mentre vengono distrutte».

Cosa mostrerebbero, secondo quanto riferito, le foto:

– Base aerea del Principe Sultan, Arabia Saudita: una E-3 Sentry con la coda recisada una fusoliera carbonizzata

– Base aerea del Principe Sultan: edifici e caserme sventrate che sorgono accanto a muri a T in cemento intatti, fortificazioni costruite per resistere a colpi di mortaio e granate in una guerra combattuta a 300 miglia di altitudine

-Camp Buehring, Kuwait: file di roulotte distrutte nell’area di raccolta principale delle truppe di terra e dei mezzi corazzati dell’Esercito

-Camp Buehring: veicoli bruciati all’aperto

-Camp Arifjan, Kuwait: danni strutturali a un edificio presso il più grande centro logistico americano della regione

– L’IG ha calcolato che in otto paesi sono andati persi quasi 60 velivoli e attrezzature per un valore di 3,7 miliardi di dollari.

Hegseth ha definito i missili che hanno ucciso sei persone a Shuaiba “squirters”, un termine che indica quei rari casi in cui un missile riesce a sfuggire a un sistema di difesa funzionante.

Queste foto dimostrano che la difesa non sta funzionando, e chi si trova all’interno del perimetro lo sa bene.

Fonte: CBS News / Autore: Daniel

Raccolta delle “fughe di notizie”:

Un nuovo rapporto del Pentagono elenca le “perdite ufficiali” di quella guerra fallita:

Alcuni analisti hanno analizzato i dati e, a quanto pare, hanno calcolato che le perdite per sortita dell’Operazione Epic Fury sono state tra le più elevate nella storia degli Stati Uniti:

È chiaro che l’Iran sia solo all’inizio, e che lo storico errore di Trump abbia innescato un rinnovamento nazionale che difficilmente potrà mai più rallentare, ora che il genio è uscito dalla lampada e la vulnerabilità senza precedenti degli Stati Uniti è stata messa a nudo.


Il tuo sostegno è inestimabile. Se la lettura ti è piaciuta, ti sarei molto grato se ti iscrivessi a un contributo mensile/annualeper sostenere il mio lavoro, in modo che io possa continuare a fornirvi articoli dettagliati e incisivi come questo.

In alternativa, puoi lasciare una mancia qui: buymeacoffee.com/Simplicius

La vittoria degli Houthi nello Yemen: una svolta nella guerra dell’Iran? – La Russia sta vincendo o sta perdendo lentamente? _ di Thibault de Varenne

La vittoria degli Houthi nello Yemen: una svolta nella guerra dell’Iran?

Ansarullah controlla Bab el-Mandeb. Ma Moka non è caduta: è stata abbandonata. Chi combatte nello Yemen, perché la fazione avversaria è crollata e cosa ci perde l’Europa in tutto questo.

Pubblicato il 12 settembre 2026·20 minuti di lettura


Condividi questo articolo

Di Thibault de Varenne

Il 10 settembre, le forze della Resistenza nazionale yemenita hanno lasciato il porto di Moka prima dell’alba. Il giorno dopo, Ansarullah — il movimento che la stampa occidentale chiama «gli Houthi» — controllava l’intera costa yemenita del Mar Rosso e l’isola di Perim, al centro dello stretto di Bab el-Mandeb. Da questa via di transito passano il petrolio e i container diretti a Marsiglia, Genova e Rotterdam. Prima di dire chi ha vinto, bisogna chiarire chi sta combattendo e perché.

Le Courrier des Stratèges

LA LETTERA
DEGLI STRATEGHI

Rimanete liberi!

LA NEWSLETTER · GRATUITA

Il Courrier,
ogni mattina.

Le notizie più importanti, analizzate dai cinque giornalisti del Courrier. Nella tua casella di posta, ogni giorno lavorativo.

Gratis. Potete andarcene quando volete.ISCRIVITIlecourrierdesstrateges.fr

lecourrierdesstrateges.fr

Rimanete liberi!

Cominciamo dai fatti e dal costo.

Giovedì 10 settembre all’alba, alcuni combattenti di Ansarullah sono entrati a Moka, sulla costa occidentale dello Yemen. Venerdì hanno raggiunto Dhoubab, per poi imbarcarsi alla volta di Mayyoun — l’isola di Perim — e insediarsi nel campo di al-Omari, che domina il passaggio. Al Jazeera riassume la situazione in una frase: il movimento controlla ormai l’intera costa yemenita del Mar Rosso.

Questa costa domina uno stretto largo trenta chilometri, tra la punta sud-occidentale dell’Arabia e il Corno d’Africa. Gli arabi lo chiamano Bab el-Mandeb, la Porta dei Lamenti. È l’imbocco meridionale del Mar Rosso, quindi l’imbocco meridionale del Canale di Suez, e quindi la rotta attraverso la quale il greggio del Golfo e i container dall’Asia risalgono verso l’Europa. Si stima comunemente che vi transiti dal 12 al 15 per cento del commercio marittimo mondiale. Da febbraio, questa rotta non è più una semplice opzione: è l’unica rimasta, e tornerò su questo punto.

Un lettore francese non ha alcun motivo di conoscere i protagonisti di questa vicenda. Ha però ottimi motivi per volerli conoscere, dato che ora sono in parte responsabili del suo approvvigionamento. Prendiamoci quindi il tempo di nominarli.

Le Courrier des Stratèges

LA LETTERA
DEGLI STRATEGI

Rimanete liberi!

ABBONAMENTO

Andate al nocciolo
della questione.

Due numeri di grande formato al giorno. I cinque editorialisti del Courrier. La rubrica “Sécession”, la domenica.

Il mondo ne parla. Voi, invece, capite.ISCRIVITIlecourrierdesstrateges.frCdS

lecourrierdesstrateges.fr

Rimanete liberi!

I. Chi combatte nello Yemen e per quale motivo

Lo Yemen si trova all’estremità sud-occidentale della penisola arabica, di fronte a Gibuti. Conta 34 milioni di abitanti, circa la metà della popolazione francese, su un territorio montuoso a nord e desertico a est. Va ricordato che questo paese non è sempre esistito in questa forma: fino al 1990 c’erano due Yemen, quello del Nord intorno a Sanaa e quello del Sud intorno ad Aden, quest’ultimo essendo stato una repubblica marxista e poi uno Stato a tutti gli effetti.  L’unificazione del 1990 è avvenuta senza che venisse mai risolta la questione della ripartizione del potere e delle risorse. Nel 1994 è scoppiata una guerra civile, che ha causato da settemila a diecimila morti. Il problema allora sollevato non è stato risolto, ma solo rinviato. Tutto ciò che segue ne è una conseguenza.

Ansarullah, «i sostenitori di Dio», è nato sulle montagne di Saada, al confine con l’Arabia Saudita, a cavallo tra gli anni Novanta e il 2000. Il movimento si rifà allo zaydismo, un ramo dell’Islam sciita proprio del nord dello Yemen, distinto dallo sciismo duodecimano che è quello dell’Iran — la parentela esiste, ma è più labile di quanto si dica. I suoi membri si definiscono Ansarullah; in Occidente vengono chiamati Houthi, dal nome della famiglia del suo fondatore, Hussein al-Houthi, ucciso nel 2004. Sei guerre lo hanno contrapposto al potere centrale tra il 2004 e il 2010. Nel settembre 2014, è sceso dalle montagne e ha conquistato Sanaa, la capitale. Non l’ha mai ceduta: il territorio che amministra ospita oggi la grande maggioranza della popolazione yemenita. Da marzo 2015, sta affrontando una coalizione guidata dall’Arabia Saudita, e sta tenendo duro. Teheran lo arma, lo consiglia e lo loda ; ciò non significa però che sia una sua marionetta, il che sarà importante per il seguito.

Il governo riconosciuto è ciò che resta dello Stato cacciato da Sanaa. Ha sede ad Aden e non si definisce più un governo, ma un Consiglio di direzione presidenziale : otto uomini, insediatisi nell’aprile 2022, che esercitano collegialmente un’autorità riconosciuta dalla comunità internazionale, ma molto meno sul campo. Questi otto uomini non fanno capo allo stesso capo. Alcuni sono gli uomini di Riyadh, altri quelli di Abu Dhabi.

Il Consiglio di transizione del Sud, fondato nel maggio 2017 e presieduto da Aïdarous al-Zoubaïdi, ha sede anch’esso ad Aden e non persegue lo stesso obiettivo: vuole l’indipendenza del Sud, ovvero il ritorno ai confini precedenti al 1990. Eppure fa parte del Consiglio presidenziale. Gli Emirati Arabi Uniti lo hanno sostenuto, finanziato e armato.

Le forze della Resistenza nazionale sono il terzo attore di questo schieramento, quello che ci interessa oggi. Controllano — o meglio, controllavano — la costa del Mar Rosso e sono comandate da Tareq Saleh, nipote di Ali Abdallah Saleh, l’uomo che ha presieduto lo Yemen per trentatré anni, si è alleato con gli Houthi nel 2014, si è rivoltato contro di loro nel 2017 e  fu ucciso proprio da loro il 4 dicembre dello stesso anno. Anche Abu Dhabi sostiene questo nipote.

I due sostenitori, infine, sono il fulcro della questione. L’Arabia Saudita sta conducendo una guerra nello Yemen per un motivo semplice: non vuole un governo allineato con Teheran al suo confine meridionale, né missili a portata dei suoi giacimenti petroliferi. Gli Emirati Arabi Uniti stanno conducendo una guerra contro lo Yemen per un altro motivo, altrettanto semplice: vogliono porti, isole e sbocchi sul Mar Rosso, il che li porta a preferire un Sud separato e docile a uno Yemen unificato. Questi due obiettivi non sono complementari. Sono contrari. Da dieci anni la si chiama «coalizione».

Ecco il quadro della situazione. Ricordiamo tre cose, che bastano: un Paese diviso in due, la cui linea di demarcazione non ha mai tenuto; un fronte anti-Houthi che obbedisce a due capitali con obiettivi opposti; e uno stretto che, da febbraio, vale più di tutto il resto.

Le Courrier des Stratèges

LA LETTERA
DEGLI STRATEGHI

Rimanete liberi!

TELEGRAM · NOTIZIE IN TEMPO REALE

Tra un’edizione e l’altra,
il filo.

La newsletter ti aggiorna al mattino. Il feed ti aggiorna in tempo reale.

Gratuito e in streaming continuo.PARTECIPA ALLA DISCUSSIONEt.me/resterlibre

t.me/resterlibre

Rimanete liberi!

II. Quello che è andato in pezzi ad Aden

Perché la conquista di settembre non si spiega con settembre. Si spiega con l’inverno precedente e con il Sud.

Il 2 dicembre 2025, il Consiglio di transizione del Sud lancia un’offensiva generale in tutto lo Yemen meridionale. Non si tratta di uno scontro minore. Nel giro di pochi giorni, i separatisti conquistano Seiyoun e Tarim, poi l’Hadramaut petrolifero e la Mahra — strappandole a unità che fanno capo allo stesso governo di cui fanno parte loro, ma che sono sostenute da Riyadh.  La nota della biblioteca della Camera dei Comuni osserva che non sono stati segnalati scontri di rilievo. Le alleanze si sono semplicemente spostate, tutto qui.

Il 2 gennaio, Zoubaïdi annuncia un referendum sull’indipendenza e una costituzione per lo Stato del Sud, da varare entro il 2028. Il 7 gennaio, le forze governative entrano ad Aden. Il 9, il Consiglio di transizione del Sud annuncia il proprio scioglimento. Il suo leader viene allontanato dal Consiglio presidenziale, accusato di tradimento, e si rifugia negli Emirati. Subito dopo, Abu Dhabi ritira le sue ultime truppe dallo Yemen.

Cinque settimane. Una secessione proclamata, una capitale conquistata, un movimento sciolto, un protettore che fa i bagagli. Si è parlato molto della rapidità; si è prestata poca attenzione al prezzo da pagare. Per due mesi, il fronte che da dieci anni combatte contro Ansarullah ha dedicato tutta la propria energia militare, le proprie munizioni e la propria coesione interna a combattere contro se stesso. Gli Houthi, dal canto loro, non hanno dovuto fare altro che stare a guardare. Il comunicato del Consiglio dei Comuni lo afferma senza enfasi: essi sono stati «ampiamente risparmiati» da questi eventi.

Andreas Krieg, docente del King’s College, descrive ciò che resta oggi del fronte anti-Houthi: un fronte «altamente frammentato», in cui «diversi sostenitori hanno comprato la fedeltà con il denaro», dove sono state radunate milizie per contendersi le clientele locali nel Sud senza mai concentrarsi sugli Houthi nel Nord. Aggiunge che la narrazione di un fronte unito era una costruzione, promossa principalmente dagli emiratini e in parte dai sauditi.

Quella cosa si è chiamata “alleanza” per dieci anni. Aveva un vertice, un segretariato, comunicati congiunti e una dottrina ufficiale. È bastato il primo inverno.

E il Sud non è per questo scomparso. È proprio questo che lo scioglimento del 9 gennaio nasconde più di quanto risolva: una questione politica che viene affrontata con l’incriminazione del leader e il suo esilio non viene risolta, ma solo rinviata. Alcuni membri del movimento contestano lo scioglimento, mentre altre manifestazioni lo hanno sostenuto. Il Sud aspetta il suo turno dal 1990. E continuerà ad aspettarlo.

Le Courrier des Stratèges

LA RIVISTA
DEGLI STRATEGI

Rimanete liberi!

CONSIGLI · SENZA ABBONAMENTO

Offriteci
un caffè.

Un media libero vive grazie ai suoi lettori. Una piccola donazione occasionale, senza account né impegni, quando ne avete voglia.

Dai quello che vuoi. Sei libero di scegliere.LASCIARE UNA MANCIAgrazie!

lecourrierdesstrateges.fr

Rimanete liberi!

III. Ciò che Ansarullah ha raccolto

Passiamo ora alla seconda parte, quella del raccolto — che spiega perché tutto questo stia accadendo proprio ora.

Il 28 febbraio 2026, gli Stati Uniti e Israele danno il via a una guerra aerea contro l’Iran. Teheran risponde bloccando di fatto lo stretto di Ormuz, all’imbocco del Golfo Persico, attraverso il quale transitava circa un quinto delle forniture energetiche mondiali. L’Arabia Saudita, primo esportatore mondiale di petrolio, si ripiega allora sull’altra via d’uscita: il Mar Rosso. In quel preciso istante, uno stretto che nessuno in Europa sapeva individuare diventa l’arteria di soccorso del mercato petrolifero mondiale. E si dà il caso che una delle sue due sponde sia yemenita.

Il seguito è una questione di routine. A luglio, le forze governative bombardano l’aeroporto di Sana’a per impedire l’atterraggio di un aereo proveniente dall’Iran; i combattimenti riprendono. Lo stesso mese, Ansarullah decreta un blocco delle navi saudite nel Mar Rosso. Il 3 settembre, l’offensiva si apre su tre fronti: Taiz occidentale, Hodeida meridionale e Moka. L’8, missili balistici e droni colpiscono Abha, Khamis Mushait, Jizan e Najran, nel sud del regno: settantatre feriti secondo il portavoce della coalizione; sono state colpite anche alcune strutture dell’Aramco. Il 10, Moka. L’11, Bab el-Mandeb.

I mercati hanno reagito lo stesso giorno: il prezzo del barile ha superato i cento dollari per la prima volta dalla metà di maggio. Un membro dell’ufficio politico di Ansarullah, Hazem al-Assad, ha subito assicurato che la navigazione internazionale non correva «alcun pericolo» da parte yemenita. Forse è vero. Ma è soprattutto la frase pronunciata da chi ha appena acquisito il potere di rendere vero il contrario. Non è una garanzia: è l’affermazione di una leva.

Ancora una parola su come è andata, perché chiarisce tutto. Le forze di Tareq Saleh si sono ritirate da Moka durante la notte. Il corrispondente di Al Jazeera a Taëz parla di un «ritiro tattico e di un riposizionamento», con l’ordine di istituire un posto di comando sostitutivo. L’analista militare Wolfgang Pusztai aggiunge il dettaglio che conta: il porto di Moka era l’ultimo che il governo riconosciuto controllava interamente. Un esercito che si ritira prima dell’alba, un porto che non viene difeso, un comando che annuncia un riposizionamento: sono le parole che si usano quando non si vuole dire ciò che è realmente accaduto.

A questo punto sorge l’obiezione secondo cui: Ansarullah sta vincendo perché è l’unica forza yemenita autenticamente nazionale, l’unica che abbia resistito per dieci anni ai bombardamenti di una coalizione dotata di una aviazione moderna, l’unica che si rifiuta di svendere la sovranità del Paese. Lo si sente dire da Teheran, dove il presidente della commissione per la sicurezza nazionale del Parlamento ha elogiato uno Yemen che «resiste da solo contro l’egemonia imperiale». Lo si sente dire, in termini più sommessi, anche da osservatori che non nutrono alcuna simpatia per l’Iran, ma che ne constatano la tenacia.

La durata è un dato di fatto. L’obiezione non regge, e occorre spiegare con precisione il perché.

Innanzitutto perché un potere viene giudicato in base alle sue azioni, e le azioni sono documentate. Il Programma alimentare mondiale — l’agenzia delle Nazioni Unite che sfama le popolazioni in guerra — ha interrotto le sue operazioni nelle zone controllate da Ansarullah nel marzo 2026, dopo mesi di perquisizioni negli uffici dell’ONU e di detenzioni arbitrarie del personale.  Le Nazioni Unite contano decine di agenti tuttora detenuti, e le restrizioni riguardano le zone in cui si concentra circa il settanta per cento dei bisogni umanitari del Paese. Allo stesso tempo, oltre diciotto milioni di yemeniti — la metà della popolazione — si trovano in una situazione di insicurezza alimentare acuta, e più di due milioni di bambini sotto i cinque anni soffrono di malnutrizione acuta. Un movimento che allontana i convogli di generi alimentari dal territorio che amministra non conquista un Paese: lo tiene sotto controllo. Non è la stessa cosa, e la differenza si misura in termini di bambini.

In secondo luogo, perché la sovranità a cui ci si appelliamo è in questo caso un termine dal doppio significato. Un potere che chiude uno stretto da cui dipende il commercio di tre continenti non afferma la propria sovranità: prende in ostaggio quella degli altri, il che è esattamente la critica che rivolge ai propri nemici. Lo stesso presidente iraniano, dieci giorni fa, avvertiva che la multipolarità ha senso solo se non sostituisce un centro di egemonia con un altro. L’affermazione era corretta. E non si applica solo a Washington.

Infine, perché la vittoria di settembre non è, dal punto di vista militare, ciò che si dice. Moka non è caduta: è stata abbandonata. Si può controllare uno stretto senza aver vinto una battaglia. È proprio questa la definizione di ciò che è appena accaduto.

Che l’altra parte ne esca indenne in questo quadro, non se ne parla proprio. L’aviazione saudita bombarda Mareb, al-Jawf e Taëz; Ansarullah le attribuisce la distruzione di una prigione e la morte di diciassette uomini; il bilancio delle agenzie umanitarie solo per le ultime due settimane si attesta a centonovantaquattro morti e ottocentottanta feriti, con oltre ventimila persone costrette a fuggire lungo le strade intorno a Taëz e Hodeïda. In questa vicenda non c’è nessuna parte innocente. C’è un Paese conteso da dodici anni, i cui abitanti pagano a caro prezzo ogni fase del conflitto.

IV. Ciò che ci riguarda

Rimane la questione che ci riguarda e che raramente viene posta nell’ordine giusto.

Due stretti controllano oggi l’approvvigionamento energetico dell’Europa. Quello di Ormuz è chiuso dall’Iran da febbraio. Quello di Bab el-Mandeb è nelle mani di un movimento che l’Iran arma e appoggia. Attraverso il Mar Rosso risalgono il greggio del Golfo verso il Mediterraneo e i container dall’Asia verso i nostri porti. Il Paese che paga il prezzo più alto per la chiusura di queste due vie di accesso non è né l’Iran, né l’Arabia Saudita, né gli Stati Uniti, che producono il proprio petrolio. È l’Europa.

E l’Europa cosa fa? Si limita a commentare. Il portavoce del Foreign Office ha dichiarato che gli Houthi sono «gli unici responsabili di questa crisi» e li ha esortati a cessare immediatamente le ostilità. Probabilmente è vero, ma è del tutto inutile. La Francia non ha detto nulla, per quanto ne so, e non è detto che avesse qualcosa da dire.

Nel frattempo, si stanno organizzando senza di noi. L’accordo di La Mecca, concluso ad agosto tra Riyadh, Ankara e Islamabad, stabilisce che un attacco contro uno di essi è un attacco contro tutti — la clausola dell’articolo 5 dell’Alleanza Atlantica, trasposta nel mondo musulmano. Il 9 settembre, il ministro della Difesa pakistano ne ha precisato la portata: «Se dovesse verificarsi un’aggressione non provocata, o se la situazione nello Yemen dovesse estendersi all’Arabia Saudita, l’accordo della Mecca entrerà in vigore. » Bisogna valutare bene questa affermazione: una potenza nucleare dell’Asia meridionale ha appena indicato che potrebbe intervenire in una guerra civile nella penisola arabica. I tre firmatari schierano complessivamente quasi un milione e quattrocentomila uomini sotto le armi. L’Oman, dal canto suo, riunisce gli Stati del Golfo per discutere della riapertura dello Stretto di Ormuz.

A Parigi nessuno ha chiesto il suo parere. A Bruxelles nessuno ha chiesto il suo parere. In questa vicenda, siamo gli utenti di una strada la cui sicurezza viene negoziata tra Riyadh, Ankara, Islamabad, Muscat e Teheran.

C’è qui una lezione che ci rifiutiamo di imparare da trent’anni. Ci siamo abituati a considerare le rotte commerciali come un dato di fatto naturale, alla stregua dei venti e delle maree: ci sono, le navi passano, i prezzi si formano. Ma non è affatto così. Una rotta marittima è un fatto politico, garantito da qualcuno, e quel qualcuno lo fa perché ne ha interesse e perché ne ha i mezzi. Abbiamo creduto che la garanzia fosse acquisita. In realtà era stata solo delegata. Oggi sta passando di mano, e noi non abbiamo né i mezzi per riprenderla, né le alleanze per esercitare pressione su chi se ne sta appropriando, né tantomeno — e questa è la cosa più grave — l’abitudine intellettuale di porre la questione in questi termini.

Un Paese che era presente a Suez, che detiene ancora Gibuti all’altra estremità dello stesso stretto, che arma fregate e dispone della prima marina d’alto mare dell’Unione avrebbe avuto qualcosa da dire sulla sicurezza di Bab el-Mandeb. Ha scelto di tacere, non avendo riflettuto su ciò che voleva fare in quella zona. Il silenzio, in queste materie, non è prudenza: è il nome che assume l’assenza di politica quando dura abbastanza a lungo da sembrare una scelta.

Il verdetto è semplice. Ansarullah non ha vinto una guerra; ha raccolto ciò che un fronte diviso aveva lasciato cadere, e lo ha raccolto proprio nel momento in cui valeva di più. Riyadh e Abu Dhabi hanno perso, a causa delle loro divisioni, ciò che non erano riusciti a conquistare con le armi, e lo stanno pagando a caro prezzo. Quanto a noi, non abbiamo perso nulla a Moka, poiché ormai da tempo non avevamo più nulla lì. È l’unica cosa che possiamo dire a nostra discolpa, e non è di alcuna consolazione.

La Russia sta vincendo o sta perdendo lentamente?

Guerra di logoramento: scelta o subita? Piuttosto che gli istituti occidentali, tre documenti russi e le dogane cinesi. Ciò che dimostrano e ciò che non dimostrano

Pubblicato il 10 settembre 2026·15 minuti di lettura


Condividi questo articolo

Di Thibault de Varenne

Da quattro anni, due narrazioni si scontrano senza che nessuna delle due ceda. Per alcuni, la Russia sta impantanandosi. Per altri, procede al proprio ritmo, logora l’avversario e aspetta il momento giusto. Entrambe le parti hanno annunciato la propria vittoria, sbagliando con la stessa regolarità. Propongo di lasciarle da parte e di andare a leggere ciò che lo Stato russo scrive di sé stesso.

Le Courrier des Stratèges

LA LETTERA
DEGLI STRATEGI

Rimanete liberi!

LA NEWSLETTER · GRATUITA

Il Courrier,
ogni mattina.

Le notizie più importanti, analizzate dai cinque giornalisti del Courrier. Nella vostra casella di posta, ogni giorno lavorativo.

Gratuito. Potete andartene quando volete.ISCRIVIMIlecourrierdesstrateges.fr

lecourrierdesstrateges.fr

Rimanete liberi!

Esiste una tesi, sostenuta da persone serie, che occorre innanzitutto esporre nella sua versione più estrema, poiché è così che la si conosce meglio.

Lei afferma quanto segue. La Russia non ha mai cercato quella rapida conquista che le viene attribuita. Sta conducendo una guerra di logoramento metodica, il cui obiettivo dichiarato fin dal primo giorno era la smilitarizzazione del proprio avversario — e tale obiettivo lo sta raggiungendo. Non ha decretato la mobilitazione generale: combatte con soldati a contratto, il che sarebbe assurdo se ne andasse della sua sopravvivenza. La sua economia avrebbe dovuto crollare sotto il peso delle sanzioni; lo si annunciava per l’autunno, ogni autunno, e invece ha registrato una crescita di quasi il quattro per cento nel 2024. I suoi avversari, dal canto loro, hanno svuotato i propri arsenali — l’Istituto internazionale di studi strategici parla di escalation e non di stallo. E questo mese, due emissari americani si sono recati a Mosca e poi a Kiev, il presidente degli Stati Uniti ha telefonato al Cremlino e sono stati annunciati dei negoziati — senza che nessun europeo fosse al tavolo delle trattative. Chi negozia bilateralmente con Washington quattro anni dopo essere stato condannato all’isolamento non sembra affatto un sconfitto.

Tutto ciò è esatto. Non ne tolgo nulla.

Ecco ora tre fatti che, anch’essi, sono esatti e che non si conciliano facilmente con il quadro precedente.

Lo scorso 28 giugno, davanti al congresso del suo partito, il presidente russo ha riconosciuto pubblicamente una carenza di carburante sul proprio territorio — «stiamo attraversando un periodo difficile», ha affermato, pur giudicandola non critica e ricordando che era già in vigore un divieto temporaneo di esportazione di benzina e carburante per aerei. Il 2 luglio, il suo primo ministro ha firmato un decreto che autorizza le raffinerie a produrre benzina Euro-3 anziché Euro-5 fino alla fine dell’anno — con un contenuto di zolfo quindici volte superiore — e il divieto di esportare tale carburante. E il 25 febbraio, un ambasciatore del Ministero degli Affari Esteri russo ha dichiarato che gli obiettivi dell’operazione speciale non erano stati raggiunti e che «i territori costituzionali della Russia non sono stati liberati».

Nessuna informazione occidentale in questi tre documenti. Un discorso presidenziale, un decreto governativo, un comunicato diplomatico. Tutti russi, tutti di dominio pubblico.

Allora possiamo porci le domande con sincerità. Una potenza che ha scelto di procedere con lentezza ha bisogno di legalizzare un carburante di qualità inferiore per continuare ad averne? Uno Stato che raggiunge i propri obiettivi invia la propria diplomazia a spiegare che non li sta raggiungendo? E se la lentezza non fosse né una scelta né un fallimento, ma la conseguenza di qualcosa di cui non si parla mai — né a Mosca, né a Bruxelles, né nei nostri dibattiti?

I documenti sono di dominio pubblico. Lo stesso vale per i registri del commercio e per le statistiche doganali cinesi. Ciò che vi si trova non assomiglia né alla storia di una situazione di stallo, né a quella della pazienza strategica.

CONTRIBUITE!!! La situazione finanziaria del sito sta diventando insostenibile per la ormai quasi totale assenza di contributi
Il  sito Italia e il Mondo non riceve finanziamenti pubblici o pubblicitari. Se vuoi aiutarci a coprire le spese di gestione (circa 6.000 € all’anno), ecco come puoi contribuire:
– Postepay Evolution: Giuseppe Germinario – 5333171135855704;
– IBAN: IT30D3608105138261529861559
PayPal: PayPal.Me/italiaeilmondo
Tipeee: https://it.tipeee.com/italiaeilmondo
Puoi impostare un contributo mensile a partire da soli 2€! (PayPal trattiene 0,52€ di commissione per transazione).
Contatti: italiaeilmondo@gmail.com – x.com: @italiaeilmondo – Telegram: https://t.me/italiaeilmondo2 – Italiaeilmondo – LinkedIn: /giuseppe-germinario-2b804373

Primo documento: la Costituzione russa

Cominciamo dal punto di riferimento, e prendiamo quello che la Russia si è data da sé. Nell’autunno del 2022, la Federazione Russa ha sancito nella propria Costituzione l’annessione di quattro regioni ucraine: Donetsk, Luhansk, Zaporizhzhia, Kherson. Non si tratta di una rivendicazione retorica, ma di un atto costituzionale — e da allora il Cremlino ha escluso qualsiasi passo indietro nel corso di un negoziato.

Quattro anni dopo, non ne detiene il controllo totale: né Kherson né Zaporizhzhia, le due capitali regionali, sono sotto il suo controllo. Ed è proprio il suo Ministero degli Affari Esteri ad ammetterlo, lo scorso febbraio, nei termini citati in precedenza.

Questo documento non chiarisce le intenzioni: si può sempre sostenere che l’inserimento nella Costituzione fosse uno strumento di negoziazione. Stabilisce invece un fatto che nessuna delle due versioni può aggirare: l’obiettivo che Mosca ha definito, messo per iscritto e promulgato non è stato raggiunto, e Mosca lo ammette. Qualsiasi discussione sulla vittoria parte da qui, oppure non parte affatto.

Secondo documento: il decreto del 2 luglio

Un Paese può scegliere di procedere lentamente. Non sceglie però di abbassare gli standard del carburante che vende ai propri cittadini. Lo standard Euro 5 ammette dieci milligrammi di zolfo per chilogrammo; l’Euro 3 ne ammette centocinquanta. Questa decisione non viene presa per strategia: viene presa quando mancano le capacità di raffinazione e bisogna comunque rifornire le stazioni di servizio. La cronologia della crisi è di dominio pubblico, e un’agenzia turca — che nessuno sospetterà di atlantismo — la riporta negli stessi termini.

Mi si obietterà che si tratta di una misura congiunturale, adottata a seguito dei bombardamenti, e che ogni guerra danneggia le infrastrutture. È vero. Ma allora il quadro di una potenza che logora l’avversario senza subire danni deve essere corretto di conseguenza: il retroterra russo non è più un rifugio sicuro, e non lo è più da abbastanza tempo da giustificare l’adozione di una legge in materia.

Terzo documento: una legge sul reclutamento

Per quanto riguarda le vittime, non citerò alcuna cifra. Le stime variano da una a tre volte a seconda dell’ente che le pubblica, ognuno dei quali ha una propria posizione; basarsi su di esse significa fornire al proprio interlocutore l’unica risposta di cui ha bisogno.

Ma ci sono gli stipendi, e gli stipendi sono pubblici. Lo scorso 1° maggio, una legge russa ha cancellato i debiti dei neoassunti a contratto, fino a dieci milioni di rubli. A ciò si aggiungono i bonus di firma che rappresentano diverse volte uno stipendio medio annuo. Nessuno Stato concede una cosa del genere per un posto di lavoro per cui c’è grande concorrenza. Una tabella retributiva non ha opinioni politiche: indica quanto costa una firma, quindi quanto vale, e quindi ciò che si sa di ciò che l’aspetta.

Le Courrier des Stratèges

LA LETTERA
DEGLI STRATEGI

Rimanete liberi!

TELEGRAM · NOTIZIE IN TEMPO REALE

Tra un’edizione e l’altra,
il filo conduttore.

La newsletter ti aggiorna al mattino. Il feed ti aggiorna in tempo reale.

Gratuito e in streaming.PARTECIPA ALLA DISCUSSIONEt.me/resterlibre

t.me/resterlibre

Rimanete liberi!

Ciò a cui si riferiscono i tre documenti, e di cui nessuno parla

Resta da capire perché una potenza di queste dimensioni, con un’economia dieci volte superiore a quella del proprio avversario e una popolazione tre volte più numerosa, non sia riuscita in quattro anni a raggiungere un obiettivo che aveva sancito nella propria Costituzione.

La risposta non sta né nel coraggio degli uni né nell’astuzia degli altri. Sta nel modo in cui i due paesi producono armi.

Da un lato, un apparato verticale, concentrato, sostenuto dallo Stato e da alcuni grandi gruppi. Eccelle in termini di dimensioni: il complesso industriale del Tatarstan, che produce mezzi d’attacco a lungo raggio si è esteso di oltre trecento ettari in un anno, e ora produrrebbe  diverse migliaia di velivoli al mese — questa stima proviene dai servizi segreti militari ucraini, parte in causa nel conflitto, e la riporto con questa riserva; l’espansione del sito, invece, è visibile via satellite. Si tratta di un successo industriale. È anche un unico prodotto, un unico sito, un’unica catena decisionale.

D’altra parte, qualcosa che nessuno aveva previsto. L’Ucraina contava sette produttori di droni prima del 2022; ora ne conta circa cinquecento. La piattaforma pubblica che cataloga questo ecosistema riunisce un migliaio e mezzo di aziende e diverse migliaia di prodotti. Soprattutto, le unità al fronte ordinano autonomamente il proprio materiale, spendendo i punti guadagnati in combattimento, scegliendo tra centinaia di modelli concorrenti. Il soldato che ritiene che un apparecchio voli male smette di ordinarlo; il produttore lo viene a sapere entro quindici giorni; chi non lo viene a sapere scompare.

Ecco ciò che nessun bilancio può sostituire. Il sapere che determina l’esito di questa guerra — quale frequenza viene disturbata questa settimana, quale angolo di trasmissione funziona ancora, quale batteria resiste al freddo intenso — non è detenuto da nessun stato maggiore. È sparso tra migliaia di uomini sul campo e diventa obsoleto nel giro di poche settimane. Un’amministrazione centrale non può né raccoglierlo né utilizzarlo in tempo. Un mercato, invece, sì.

Aggiungete ciò che emerge dalla collusione, e che gli stessi tribunali russi hanno accertato: un ex viceministro della Difesa condannato a tredici anni nel 2025 per appropriazioni indebite che ammontano a miliardi di rubli, un altro a  diciannove anni lo scorso aprile, almeno nove alti funzionari del ministero perseguiti in pochi mesi. Non si tratta di accuse occidentali: sono sentenze russe. Quando un sistema deve ripulire il proprio apparato di approvvigionamento nel bel mezzo di una guerra, ciò indica dove veniva destinata una parte delle risorse.

Le obiezioni, con tutta la loro forza

Tre, e non li escludo.

L’ecosistema ucraino non è irreprensibile: l’ufficio anticorruzione di Kiev ha documentato casi di appropriazione indebita relativi all’acquisto di droni e ha provocato le dimissioni di un ministro. Un sistema vivo è anche un sistema in cui si ruba.

È finanziato dall’estero: un mercato sovvenzionato dall’estero non è proprio un mercato, e non si potrà sapere quanto valga finché non dovrà reggersi sulle proprie entrate. È l’obiezione più forte contro quanto sostengo, e non ho una risposta.

Finalmente la Russia sta imparando. In tre anni ha sviluppato una capacità che prima non possedeva, ha cambiato modello, ha aumentato i ritmi di produzione; un centro di ricerca turco descrive un conflitto giunto a un bivio, non un crollo. Affermare che il colosso rimanga immobile sarebbe una cecità opposta a quella che descrivo.

Nel frattempo

Le autorità doganali cinesi pubblicano i propri dati, che valgono più di molte analisi. Nei primi due mesi del 2026, le forniture russe di greggio alla Cina sono aumentate di oltre il quaranta per cento in volume e di meno del sei per cento in valore. Tutta la differenza sta nello sconto. Uno studio basato su questi stessi dati stima che gli sconti concessi alle raffinerie cinesi solo nel 2025 ammontino a oltre due miliardi di dollari. Lo yuan e il rublo regolano ormai la quasi totalità degli scambi tra i due paesi.

Non è Washington a dirlo. Sono le autorità doganali di Pechino.

Le Courrier des Stratèges

LA LETTERA
DEGLI STRATEGI

Rimanete liberi!

CONSIGLI · SENZA ABBONAMENTO

Offriteci
un caffè.

Un media libero vive grazie ai propri lettori. Una donazione occasionale, senza account né impegni, quando ne avete voglia.

Dai quello che vuoi. Sei libero di scegliere.LASCIARE UNA MANCIAgrazie!

lecourrierdesstrateges.fr

Rimanete liberi!

Conclusione

Ho dimostrato che la Russia sta impantanandosi? No, e non lo sostengo. La tesi della guerra lenta e metodica non è confutata da quanto esposto sopra: non si dimostra un’intenzione con dei documenti, e sarà sempre possibile sostenere che Mosca abbia scelto questo ritmo. Non dispongo di alcuna prova che lo escluda.

Ciò che è stato stabilito è più modesto e più solido. La Russia non ha messo in pratica ciò che ha sancito nella propria Costituzione, e lo ammette il suo Ministero degli Affari Esteri. Ha dovuto abbassare gli standard dei propri carburanti. Si compra la fedeltà dei propri soldati cancellando i loro debiti. Vende il proprio petrolio a prezzo scontato a un cliente che ha capito che non ne ha altro. Questi quattro fatti non dimostrano alcuna intenzione; descrivono semplicemente una situazione.

Ognuno giudicherà se una strategia che porta a questa situazione meriti il nome di strategia. Ma si noti bene questo, che vale a prescindere dalla posizione che si sostenga: coloro che si aspettavano che questa potenza venisse a rimettere in sesto l’Occidente le chiedevano di essere, da noi, ciò che Washington è stata per altri. Non ci si libera da una condizione di vassallaggio cambiando sovrano. E un popolo che spera nella propria liberazione da un capo straniero ha già risposto, senza volerlo, alla domanda se sia ancora in grado di conquistarsela da solo.

SITREP 31/01/24: I colloqui segreti del back-channel stimolano le speranze sulla riduzione dell’escalation con l’Iran + Resa dei conti Zelensky-Zaluzhny, di Simplicius the Thinker

Un rapporto di Simplicius particolarmente importante e significativo in generale, in particolare su due punti, soprattutto perché coincide con numerose valutazioni di analisti statunitensi ed avvalora tesi sulle caratteristiche del confronto politico negli USA  più volte sotttolineate per anni su questo sito:

  • l’evidenza che ormai il conflitto tra centri decisori statunitensi, pur nella stessa compagine, ha raggiunto livelli tali da dimenticare ogni esigenza o velleità di sintesi sino a mettere in atto colpi di mano e forzature apertamente ostili nei confronti dei vitali. La geografia dei focolai di aggressione corrisponde esattamente con la sfera di influenza del gruppo riferito a Nuland e Kagan. Il dramma rischierebbe di esplodere o di diventare incontrollabile in caso di saldatura con la parte del gruppo più oltranzista presente nel Pacifico. Non è scontato, soprattutto per il comportamento della dirigenza cinese, anch’essa per altro sottoposta a notevoli pressioni interne. Un aspetto che abbiamo sottolineato più volte nelle conversazioni di questi anni con Gianfranco Campa.
  • l’altro aspetto rilevante riguarda il divario crescente tra lo spreco tecnologico, di sistemi avanzati di difesa, di costi e di disponibilità delle forze statunitensi, specie quelle della marina degli Stati Uniti nel mar Rosso, rispetto alla tattica di progressivo avvicinamento ai bersagli adottata dagli Houthi e dall’Iran con mezzi di gran lunga più economici. Un segnale allarmante della possibilità di non ritorno del punto di rottura, più o meno cercato dalla fazione più avventurista statunitense, piuttosto che dall’Iran. Da leggere con attenzione, Giuseppe Germinario

Colpi di scena mettono nuove increspature nella saga in corso del Medio Oriente.

L’ultima volta ci eravamo lasciati con le truppe americane che subivano alcune delle loro prime morti dirette per mano di “proxy iraniani”, infiammando importanti discorsi di ritorsione da parte dell’amministrazione Biden.

Ma gli ultimi aggiornamenti chiarificatori rivelano che dietro le quinte si è svolta una girandola di “negoziati segreti”, con l’amministrazione Biden che cerca disperatamente di segnalare una “intesa” con l’Iran senza perdere la faccia. Si tratta di colloqui complessi e sfaccettati perché si vocifera di un coinvolgimento diretto e indiretto di molti partiti, compreso Hezbollah. In generale, si può riassumere così: Israele è su una terra bruciata, e gli Stati Uniti gli corrono dietro con un estintore, cercando disperatamente di tenere le fiamme sotto controllo.

Biden, stordito e confuso come sempre, incarna l’atteggiamento da pollo senza testa degli Stati Uniti:

La più significativa delle voci afferma che gli Stati Uniti hanno cercato di inviare “silenziosamente” segnali all’Iran attraverso i canali secondari dell’ambasciata svizzera, che è il modo il metodo principale utilizzato da molto tempo:

> È stato riferito che gli Stati Uniti si sono offerti, tramite l’ambasciata svizzera all’Iran, di colpire uno dei loro siti, ma l’Iran non dovrebbe reagire. Ciò consentirebbe agli Stati Uniti di salvare la faccia. Sembra che sia stato RIFIUTATO:

“Gli Stati Uniti hanno inviato più di un messaggio a Teheran negli ultimi due giorni tramite terzi. I messaggi di Washington dicevano che non voleva una guerra aperta e avvertivano che l’espansione della guerra sarebbe stata affrontata con l’azione degli Stati Uniti. Teheran ha respinto le minacce di Washington e ha affermato che prendere di mira il suo territorio è una linea rossa, e oltrepassare la linea riceverebbe una risposta adeguata. Il messaggio di Teheran dice che non vuole nemmeno una guerra con Washington, ma affronterà con forza qualsiasi avventura americana”. — Fonti iraniane ad AJArabic

Mettiamoli insieme. In primo luogo, il rapporto di cui sopra afferma che gli Stati Uniti hanno sostanzialmente implorato l’Iran di permettergli di colpire alcuni obiettivi simbolici con la promessa che l’Iran non avrebbe reagito, in modo che gli Stati Uniti potessero avere la meglio e salvare la sua reputazione sulla scena mondiale. Secondo quanto riferito , l’Iran ha risposto che non sarebbero stati consentiti attacchi sul suo territorio.

La cosa interessante è che i rapporti successivi hanno affermato che gli Stati Uniti stanno ora passando a una campagna potenzialmente su scala più ampia per attaccare i rappresentanti iraniani in Siria e Iraq, ma non ad attaccare direttamente il territorio iraniano. Tuttavia, stanno valutando la possibilità di effettuare attacchi informatici contro l’Iran, il che sarebbe una sorta di “compromesso” in quanto colpirebbe tecnicamente il territorio iraniano ma non in modo palesemente fisico. Si può vedere quanto diventi ridicolo questo tipo di teatro, dal momento che la politica statunitense si è trasformata in nient’altro che un atto di bilanciamento delicato ed efficace, tutto per il bene di proteggere il vitello d’oro di Israele nella regione.

Questo aspetto ha dominato i titoli dei giornali, ma ciò che è stato riportato meno sono i negoziati segreti in corso tra Israele, Hezbollah, Hamas e altri. Mentre gli Stati Uniti cercano disperatamente di impedire a Israele di soffiare sul fuoco, gli Stati Uniti stessi lavorano 24 ore su 24 per cercare di mettere insieme un accordo che possa potenzialmente soddisfare tutte le parti.

Per questo motivo negli ultimi due giorni sono giunte diverse notizie non confermate secondo cui Israele starebbe considerando la cessazione totale delle ostilità attraverso uno scambio completo di tutti i prigionieri e degli ostaggi. Tuttavia, Netanyahu è andato in televisione per negare con veemenza ciò e per affermare che le operazioni continueranno fino alla “piena vittoria”. Ma questo potrebbe essere semplicemente un effetto collaterale della sua situazione politicamente precaria; al momento, è riluttante a mostrare qualsiasi debolezza percepita e deve continuare a pomparsi con questa falsa spavalderia per tenere a bada gli avvoltoi.

Come potenziali frutti di questo lavoro erculeo, otteniamo i seguenti nuovi rapporti:

Vale a dire, il più potente e influente dei gruppi “sostenuti dall’Iran” che hanno lanciato attacchi contro le forze statunitensi ha improvvisamente dichiarato che “sospenderà” i suoi attacchi. Ciò significa che i negoziati hanno apparentemente soddisfatto le parti concordando – per ora – sul fatto che dovrebbe verificarsi una riduzione della tensione. Se questa riduzione dell’escalation seguirà anche il suo slancio in un importante cessate il fuoco storico anche a Gaza, allora sarà stato essenzialmente un trionfo iraniano in pieno, poiché avrà significato che l’Iran è riuscito a costringere gli Stati Uniti ad accedere a tutti i suoi diritti. richieste, acquisendo allo stesso tempo una vasta influenza e prestigio sulla regione.

L’ovvia implicazione qui, a cui avevo accennato l’ultima volta, è che ci sono ulteriori negoziati segreti dietro le quinte per il ritiro degli Stati Uniti dalla regione. Presumibilmente l’Iran ha segnalato che l’unico modo per allentare l’escalation è presentare linee concrete per il ritiro delle forze statunitensi. Quindi questa sarà l’area da tenere d’occhio nei prossimi giorni e settimane, per vedere se gli Stati Uniti segnaleranno ulteriore acquiescenza su questo argomento, o faranno nuovi annunci riguardanti piani o colloqui ufficiali che potrebbero delineare un programma, anche se vago. , per alcuni tipi di prelievi. Va però menzionato che giorni fa Victoria Nuland ha reso “chiaro” che gli Stati Uniti non si ritireranno dalla Siria, ma è difficile sapere a nome di chi, esattamente, stia parlando:

Si ha l’impressione che il suo clan dello stato profondo all’interno del governo sia così potente che a volte le è permesso fare dichiarazioni supponenti che non hanno alcun reale sostegno legale, ma che in seguito possono essere revocate semplicemente perché nessuno osa smentirla in quel momento, e lei le ha dato di più di mano libera per “interpretare” la politica ufficiale.

Considerati questi sviluppi, potremmo potenzialmente leggere le recenti minacce di Israele nei confronti del Libano/Hezbollah come una sorta di segnale di augurio nei confronti degli Stati Uniti – forse anche una minaccia che intende dire: “ Non osate tirarvi indietro contro l’Iran adesso o lo faremo”. coinvolgerti in qualcosa di molto più grande e forzarti la mano.

Una cosa è chiara: l’Iran non vuole un’escalation, gli Stati Uniti non vogliono un’escalation; entrambi in un certo senso rispondono alle provocazioni di Israele e ci girano intorno. In questo caso, in una certa misura, Israele è al posto di guida. Se Israele firmasse un cessate il fuoco, l’Iran potrebbe fare marcia indietro e “liberare” le rotte del Mar Rosso, liberando il mondo occidentale dallo strangolamento economico. Tutto ciò che gli Houthi/Ansar Allah hanno fatto è per la maggior parte in risposta alle azioni di Israele. È stato recentemente rivelato che anche le navi battenti bandiera saudita possono transitare nel Mar Rosso:

Ciò è probabilmente non solo il risultato del riavvicinamento Iran-Arabia Saudita, ma anche del fatto che l’Arabia Saudita ha respinto la richiesta degli Stati Uniti affinché l’Arabia Saudita si unisse all’operazione “Prosperity Guardian” sul Mar Rosso – un’ulteriore prova del fatto che le operazioni di Ansar Allah sono mirate principalmente contro Israele e i suoi paesi. Azioni.

Infine, se tutto fallisce e l’Impero vuole continuare a crescere, Ansar Allah sarebbe pronto ad alzare la posta in modi che potrebbero ferire seriamente la bestia alla loro porta:

L’altro grande sviluppo della settimana arriva dal teatro ucraino. Alla fine Zelenskyj premette il grilletto e tentò di cacciare apertamente Zaluzhny:

Abbiamo riportato qui questo thread in crescita per molto tempo, e senza dubbio alcune persone avevano dubbi sul crescente scisma, basandosi principalmente su quelle che sembravano essere dicerie o “rapporti” senza fonte. Ora la cosa è diventata del tutto ufficiale, tanto che anche la stampa occidentale è costretta a riferire apertamente i cupi sviluppi.

L’unica cosa è che c’è ancora poco accordo su come sia andata esattamente. La versione primaria dice che Zelenskyj si è seduto faccia a faccia con Zaluzhny e ha chiesto le sue dimissioni, che Zaluzhny ha rifiutato:

Ma ci sono altre versioni; come quello in cui si afferma che il sostituto nominato da Zelenskyj per Zaluzhny, che sarebbe stato Budanov, ha rifiutato lui stesso l’incarico per qualche motivo non dichiarato. Si può supporre quale potrebbe essere un motivo del genere: Budanov sa che Zaluzhny ora controlla la fazione più potente del paese e probabilmente non è una buona idea mettersi dalla parte cattiva di Zaluzhny proprio alla vigilia del suo potenziale rovesciamento di Zelenskyj, dopo di che Zaluzhny potrebbe benissimo decidere di “eliminare” chiunque lo abbia ostacolato, incluso in questo caso Budanov, se avesse tagliato Zaluzhny in questo modo.

Un rapporto afferma addirittura che anche il generale Syrsky si rifiutò di sostituire Zaluzhny:

🇺🇦⚔️🇺🇦 Il comandante delle forze di terra delle forze armate dell’Ucraina, Syrsky, seguendo il capo della direzione principale dell’intelligence Budanov, ha rifiutato l’offerta di assumere la carica di capo di stato maggiore delle forze armate dell’Ucraina invece di Zaluzhny, riferisce il British Times citando fonti.

Il giornale rivela anche alcuni dettagli dell’incontro tra Zaluzhny e Zelenskyj del 29 gennaio. Fonti hanno informato che durante l’incontro il capo di stato maggiore ha dichiarato ai consiglieri di Zelenskyj che le loro valutazioni sulla situazione militare erano più positive che realistiche. In seguito a queste parole, a Zaluzhny è stato offerto di dimettersi.

Il Times sostiene inoltre che dopo il rifiuto di Zaluzhny, Zelenskyj gli ha detto che avrebbe firmato personalmente il decreto di dimissioni. Successivamente, Zaluzhny è tornato nel suo ufficio e ha annunciato ai suoi subordinati il ​​​​suo licenziamento. Immediatamente, i “partner internazionali” rappresentati dagli Stati Uniti e dalla Gran Bretagna hanno espresso preoccupazione, e Zelenskyj “è stato costretto a revocare la sua decisione sotto la pressione del massimo comando militare e dei partner internazionali”.

Come accennato sopra, un’altra versione afferma che Zelenskyj ha avuto un immediato “intervento” da parte dei suoi sponsor americani, che senza mezzi termini gli hanno ordinato bruscamente di cessare il suo tentativo di rimuovere Zaluzhny.

L’Economist ha descritto la loro versione:

Una giornata drammatica è iniziata con le fughe di notizie dei parlamentari, che erano stati informati, forse strategicamente, di una “serie di documenti” inviati a un comitato di sicurezza per la firma. Più tardi, fonti dello stato maggiore e vicine al generale Zaluzhny hanno confermato che era in corso una riorganizzazione. L’Economist ha potuto confermare che in una riunione svoltasi in prima serata il presidente ha informato il suo generale della decisione di licenziarlo. A Zaluzhny è stato offerto un altro ruolo: segretario del Consiglio di sicurezza nazionale. Ha rifiutato.

Giustamente concludono che è una situazione senza via d’uscita:

Non è chiaro come andrà a finire questa storia. Ma se Zelenskyj manterrà il suo comandante in capo, sembrerà debole. Se lo licenzia, il modo goffo in cui è stata gestita non farà altro che danneggiare la fiducia nella leadership. Come spesso accade in questo conflitto, non ci sono vittorie facili.

Un’ultima versione afferma che Zaluzhny ha minacciato di rivolgersi ai media in seguito in modo molto “ad alta voce”, cosa che ha costretto Zelenskyj a fare marcia indietro. Vedete, al momento Zaluzhny sarebbe soggetto a un editto di silenzio totale in base al quale non gli è permesso parlare con i media o quasi con nessuno. Per quanto assurdo possa sembrare, ciò è stato effettivamente confermato da Mick Ryan di Substack nel suo ultimo articolo .

Naturalmente questa non è una storia nuova. Le tensioni in questo rapporto sono evidenti da tempo. Durante la mia prima visita in Ucraina nel 2023, all’inizio dell’anno scorso, sono stato informato che Zaluzhnyi non poteva essere intervistato poiché gli era stato proibito di parlare alla stampa senza l’approvazione presidenziale.

Durante il procedimento, la deputata della Rada Mariana Bezuglaya, che secondo alcune fonti potrebbe lavorare per Yermak per screditare Zaluzhny, ha colto l’occasione per infangare ulteriormente Zaluzhny, definendolo un “alcolizzato” che non lascia mai il suo ufficio per andare in prima linea:

D’altro canto, Yulia Tymoshenko ha difeso Zaluzhny, in disaccordo con la richiesta di licenziamento:

L’argomento più importante ruota attorno al motivo per cui , proprio adesso, Zelenskyj ha scelto di fare una mossa così disperata. Abbiamo riferito per un po’ che Zelenskyj aveva intrapreso una campagna a fuoco lento per screditare Zaluzhny poco a poco, fino al momento in cui potrebbe dimettersi di sua volontà o forse essere facile da rimuovere a causa della sua reputazione offuscata.

La teoria dominante ruota attorno alla continua mobilitazione dell’albatros. Un rapporto afferma addirittura che l’incontro tra Zelenskyj e il suo generale riguardava interamente la consegna di un ultimatum secondo cui Zaluzhny doveva presentare il disegno di legge sulla mobilitazione alla Rada stessa. Zelenskyj è ossessionato dall’idea di costringere Zaluzhny ad assumersi la responsabilità di un nuovo disegno di legge sulla mobilitazione di massa, in modo da poter essere il parafulmine e assorbire tutte le critiche sociali. Zaluzhny d’altro canto ritiene che sia dovere costituzionale del presidente occuparsi di queste cose.

Il Paese è attualmente in una stasi, non solo perché Zelenskyj non riesce a correre il rischio di prendersi la colpa per un disegno di legge draconiano sulla mobilitazione, ma anche perché il parlamento ucraino è congelato dalla mancanza di rassicurazioni future da parte del dipartimento dei finanziamenti. Vedete, non solo le spese militari come gli aiuti proposti da Biden all’Ucraina sono congelate, ma anche gli aiuti economici regolari sono impantanati. Il più grande dei quali è attualmente oggetto di discussione nell’UE, con l’Ungheria che ha posto importanti ostacoli, per i quali è ricattata e pesantemente minacciata.

Senza nemmeno sapere quale tipo di finanziamenti saranno disponibili quest’anno o nel futuro a lungo termine, il parlamento ucraino non è in grado di progettare piani di mobilitazione adeguati perché dipendono in gran parte dai fondi che saranno disponibili per i vari programmi e aspetti di tale un progetto ambizioso e su larga scala. Pertanto, internamente il sistema è attualmente ostacolato e incapace di funzionare correttamente.

E per quanto riguarda tale finanziamento, i 50 miliardi di euro proposti dall’UE sono per quattro anni. L’Ucraina ha bisogno di qualcosa come 25-30 miliardi di dollari all’anno solo per le spese governative e civili, senza contare le spese militari, cioè il bilancio della difesa. Ciò significa che anche questi 50 miliardi di euro sono tristemente pochi, anche se ci sono alcuni altri meccanismi proposti per cercare di ottenerne un po’ di più.

La stessa Rada propone alcune misure radicali. Dal canale UA residente:

La nostra fonte nel PO ha donato la bozza del piano dell’Ufficio del Presidente e del Gabinetto per uscire dalla situazione con i finanziamenti degli Stati Uniti. Su Bankova si aspetta febbraio per calcolare finalmente l’aiuto dell’Occidente per il 2024 e rivedere il bilancio, ma ora ci sono i punti principali:

– Svalutazione della grivna fino a 45-50 per dollaro, che aiuterà a ottenere ulteriori 200-250 miliardi di grivna.

-riduzione dei pagamenti sociali -25-30 miliardi di grivna.

– L’aumento delle tariffe degli alloggi e dei servizi comunali attirerà inoltre 20 miliardi di grivna.

-l’aggiornamento dello schema con la NBU per OVGZ quando si utilizza il fondo oro e valutario – 300-500 miliardi di grivna, in base al deficit.

E per questo motivo, Victoria Nuland è stata inviata a Kiev, in quello che può essere considerato solo un lavoro di riparazione di emergenza, per sistemare le cose e impedire che tutto vada in pezzi:

Ha anche promesso alcune piccole “sorprese” brutte per Putin. Alcuni hanno dedotto che ciò si riferisca al nuovo annuncio secondo cui l’Ucraina sta presumibilmente già ricevendo le tanto attese GLSDB, o bombe di piccolo diametro lanciate da terra, che possono sparare dai lanciatori HIMAR. Ho già scritto un intero manuale su questi dorsi quando sono stati annunciati per la prima volta, quindi se sei interessato ai dettagli, puoi consultare questo:

JDAM e GLSDB: Wunderwaffen o Vaporware?

·
2 MARZO 2023
JDAM e GLSDB: Wunderwaffen o Vaporware?
Gli Stati Uniti hanno annunciato un pacchetto di armi all’Ucraina che include il sistema di bombe JDAM. Il sistema JDAM è fondamentalmente un adattamento adattato alle “bombe stupide” della serie Mark 80 dell’era del Vietnam di vecchio stile (senza guida) che le trasforma in bombe guidate. Ci sono così tante generalizzazioni sbagliate e salti alle conclusioni su questi futuri sistemi d’arma. L…
Leggi la storia completa         Read full story

Ha dato come risposta un ridicolo “incoraggiamento” generato dall’intelligenza artificiale, ma il suo vero compito chiaramente non era quello di fungere da intermediario per ciò che sta facendo il Congresso degli Stati Uniti, ma di inviare avvertimenti verbali a Zelenskyj e allo staff superiore e consegnare loro le loro direttive per il momento. essendo.

🇺🇸🇺🇦🇷🇺La vicesegretaria di Stato americana Victoria Nuland durante la sua visita a Kiev oggi non è stata in grado di rispondere alla domanda se gli Stati Uniti hanno un piano B se il Congresso non approva un pacchetto di aiuti per l’Ucraina

“Gli americani comprendono e ammirano gli incredibili risultati che l’Ucraina ha già ottenuto nella lotta contro l’aggressione russa. E capiscono anche cosa accadrà se non si riuscirà a continuare non solo a difendersi, ma ad avere successo. Sono assolutamente fiducioso che la comprensione di ciò influenzerà i risultati del voto del Congresso su richiesta del presidente Biden”, ha risposto il vice segretario di Stato americano alla domanda se l’Ucraina riceverà assistenza dagli Stati Uniti e se esiste un “Piano B”.

In chiusura, Mark Galeotti lancia un avvertimento nel suo nuovo articolo:

Ecco come un analista lo ha riassunto:

La situazione con le possibili dimissioni del comandante in capo delle forze armate ucraine (AFU) Valery Zaluzhny ha causato sconcerto tra i diplomatici occidentali, ne scrive in un articolo un dipendente del Royal United Services Institute for Defense and Security Studies per il settimanale The Spectator. RUSI) Marco Galeotti.

Un alto diplomatico europeo coinvolto negli affari ucraini ha detto a Galeotti che all’inizio di questa settimana la parte ucraina ha cercato di consultarsi con l’ambasciata del suo paese su una possibile risposta al rimpasto militare. Successivamente, secondo lui, a Kiev “sembra che siano tornati in sé”, decidendo di non licenziare Zaluzhny. “Cosa stavano pensando?” – ha detto l’interlocutore di Galeotti.

Come si legge nell’articolo, il presidente ucraino Vladimir Zelenskyj potrebbe abbandonare il progetto di sostituire Zaluzhny, rendendosi conto che la reazione a questa decisione potrebbe essere estremamente negativa.

Budanov all’ultimo momento ha rifiutato la carica di comandante in capo delle forze armate ucraine, riferisce The Economist con citazione di fonti.

Secondo la pubblicazione, il capo della direzione principale dell’intelligence del Ministero della difesa ucraino è stato considerato uno dei principali candidati a sostituire l’attuale comandante in capo delle forze armate ucraine Valery Zaluzhny.

La pubblicazione scrive anche che Zaluzhny ha rifiutato l’offerta di Zelenskyj di assumere la carica di segretario del Consiglio di sicurezza e difesa nazionale.

E la BBC, che ci crediate o no, ha fornito il riassunto più approfondito di tutto ciò che è accaduto, con un’interessante previsione su ciò che potrebbe accadere dopo.

Gli interlocutori della BBC nel settore della difesa ucraino affermano che, nelle circostanze attuali, le dimissioni del comandante in capo delle forze armate ucraine sembrano più una questione di tempo.

Il numero di contraddizioni tra Zelenskyj e Zaluzhny ha raggiunto un limite critico, e sembra che non stiamo più parlando solo della differenza di opinioni sui combattimenti e sul suo futuro, ma di contraddizioni puramente personali tra queste persone, in verità, completamente diverse e la mancanza di fiducia tra loro necessaria affinché l’Ucraina non perda la guerra scatenata dalla Russia.

Infine, nonostante quanto accaduto finora, la CNN sostiene che si è trattato solo dell’antipasto e che Zelenskyj intende emanare un decreto presidenziale completo per rimuovere Zaluzhny dal potere “entro la fine della settimana”:

Non è stato fatto un annuncio formale, il che significa che Zaluzhny era ancora in carica mercoledì sera, tuttavia, entro la fine della settimana è atteso un decreto presidenziale, ha detto una delle fonti alla CNN, in quello che sarebbe il più grande cambiamento militare da parte di Zelenskyj. dall’inizio dell’invasione su vasta scala da parte della Russia quasi due anni fa.

Bene, prepara i popcorn.

Un paio di altri piccoli oggetti.

Oggi Putin ha affermato apertamente – probabilmente per la prima volta, in modo così palese e pubblico – che l’intera linea di contatto dovrà essere spostata a una distanza tale da impedire che i territori russi vengano raggiunti dalle armi più avanzate della NATO fornite all’Ucraina. :

Dato l’annuncio che i GLSDB sarebbero ora in viaggio, ciò è essenzialmente la conferma che Kharkov e altri dovranno essere riconquistati. Kharkov è a soli 30 km dal confine russo, mentre armi come GLSDB hanno una portata di oltre 140 km.

—

L’esercito americano continua a mostrare alcune gravi crepe nelle sue infrastrutture e nella cultura della prontezza. Questo è il terzo incidente dell’F-16 in meno di un anno, senza contare molti altri incidenti come il B-1B e vari altri velivoli:

È interessante notare che un missile yemenita è stato il più vicino a colpire una nave statunitense, aggirando il famoso sistema AEGIS e arrivando fino all’ultima linea di difesa: il CIWS.

Anche gli “esperti” sono preoccupati:

Il rapporto illustra i dettagli

Secondo quanto riferito dalla CNN a 4 funzionari della Difesa, l’intercettazione di ieri di un ASCM Houthi da parte della USS Gravely (DDG-107) è avvenuta a una distanza di circa 1 miglio o 0,86 miglia nautiche ed è stata abbattuta dal CIWS della nave. Questo è il primo caso specificamente riportato di intercettazione di un missile/drone Houthi da parte del CIWS. Si tratta dell’intercettazione più ravvicinata finora, le altre sono avvenute a 5-10 miglia di distanza.
Si tratta di una distanza estremamente scomoda. Essere abbattuti a meno di 2 km significa che se il missile stesse andando, diciamo, a Mach 2, cioè a 2500 km/h, sarebbe stato a soli 2-3 secondi dal colpire la nave. A Mach 3, era a 1,5 secondi dal colpire la nave. Questo è ciò che si definisce un incidente ravvicinato.

Un’infografica di ciò che la Marina statunitense sostiene di aver abbattuto finora:

Si tratta di una distanza estremamente scomoda. Essere abbattuti a meno di 2 km significa che se il missile stesse andando, diciamo, a Mach 2, cioè a 2500 km/h, sarebbe stato a soli 2-3 secondi dal colpire la nave. A Mach 3, era a 1,5 secondi dal colpire la nave. Questo è ciò che si definisce un incidente ravvicinato.

Un’infografica di ciò che la Marina statunitense sostiene di aver abbattuto finora:

Allo stesso tempo, hanno affermato di aver abbattuto un altro missile balistico yemenita con un SM-6, il missile di difesa aerea più avanzato e costoso degli Stati Uniti, con un prezzo di 4,3 milioni di dollari. E gli Houthi hanno apparentemente trovato carcasse di missili SM-6 (piuttosto che SM-2, ecc.) su tutte le spiagge:

Un’ulteriore conferma del fatto che gli Stati Uniti stanno spendendo una quantità enorme dei loro sistemi AD più preziosi e costosi. Senza contare che gli Houthi continuano ad avvicinarsi sempre di più:

—

Qualche settimana fa, si era diffusa la notizia che, in seguito all’escalation della situazione in Israele, l’Arabia Saudita avesse “silenziosamente ritirato” la sua adesione ai BRICS, probabilmente dopo aver “ricevuto la telefonata” delle persone negli Stati Uniti a cui non si dice “no”. Tuttavia, oggi alcuni nuovi promettenti rapporti affermano che l’Arabia Saudita ha pienamente ratificato la sua adesione, così come gli altri nuovi membri:

—

Il FMI continua a “rivedere” al rialzo le proiezioni economiche della Russia di oltre il doppio:

Si tratta di un classico schema di inganno: diffamare il proprio nemico per danneggiare la sua reputazione quando è importante, poi “tranquillamente” riformulare le proprie bugie quando non è più importante per coprire le proprie tracce.

Nel frattempo, per l’Occidente:

—

Se pensavate che i commissari di mobilitazione ucraini fossero già prepotentemente coercitivi fino alla violenza, questo comandante, Anatoly Stuzhenko della 118ª brigata territoriale, dice che le persone che si rifiutano di seguire l’appello del commissario dovrebbero essere uccise con un colpo di pistola alle ginocchia, altrimenti la mobilitazione fallirebbe e non ci sarebbe modo di avere abbastanza persone per il fronte:

—

Infine, ricorderete che l’ultima volta Putin aveva detto che stavano ancora determinando quale sistema antiaereo occidentale fosse stato usato nell’abbattimento dell’Il-76. Ora porta la notizia che le autorità hanno determinato in modo definitivo dalla scientifica sul posto che si trattava di un sistema Patriot americano. Ora ha dato la notizia che le autorità hanno determinato in modo definitivo, grazie alle analisi forensi in loco, che si trattava di un sistema Patriot americano:


Un’ultima nota veloce: ho notato che c’è un imitatore su Telegram con il nome di Simplicius76, il cui account si presenta così:

Per favore, sappiate che si tratta di una specie di truffatore e che non sono io né mi rappresenta in alcun modo, e che non sono su Telegram in alcuna veste ufficiale.

Il mio unico social media ufficiale è Twitter/X: https://twitter.com/simpatico771.

Alcuni mi hanno chiesto di andare su Telegram, ma sfortunatamente per il momento non ho il tempo o la capacità di gestire così tanti account; forse un giorno in futuro.

L’unica vera ragione per cui sono su X è più che altro un investimento pragmatico, nella speranza che Musk mantenga la sua promessa di convertirlo in un’applicazione di pagamento, che darebbe ai creatori un’altra opzione per aggirare i servizi censori e pro-deplorazione come praticamente tutti quelli esistenti, cioè Paypal, Venmo, ecc.


Your support is invaluable. If you enjoyed the read, I would greatly appreciate if you subscribed to a monthly/yearly pledge to support my work, so that I may continue providing you with detailed, incisive reports like this one.

Alternatively, you can tip here: Tip Jar

ll sito www.italiaeilmondo.com non fruisce di alcuna forma di finanziamento, nemmeno pubblicitaria. Tutte le spese sono a carico del redattore. Nel caso vogliate offrire un qualsiasi contributo, ecco le coordinate: postepay evolution a nome di Giuseppe Germinario nr 5333171135855704 oppure iban IT30D3608105138261529861559 oppure PayPal.Me/italiaeilmondo  Su PayPal, ma anche con il bonifico su PostePay, è possibile disporre eventualmente un pagamento a cadenza periodica, anche di minima entità, a partire da 2 (due) euro (pay pal prende una commissione di 0,52 centesimi)