piani a confronto…da recovery, di Giuseppe Germinario

I Next Generation EU (recovery fund), in via di presentazione ed elaborazione da parte dei vari paesi aderenti alla UE, sono una straordinaria occasione per tentare di comprendere il punto di vista delle diverse classi dirigenti europee, riguardo al tipo di rappresentazione della crisi in corso, alle scelte strategiche per affrontare i mutamenti ed i riposizionamenti, alla consapevolezza dell’adeguatezza degli strumenti operativi necessari e disponibili rispetto agli obbiettivi.

Una occasione straordinaria, appunto, ma a condizione di non cadere nella trappola della fiera delle mirabilie nella quale ci stanno trascinando quelle classi dirigenti e quei ceti politici nazionali europei, in prima fila pateticamente gli italiani, i quali stanno puntando tutto ed univocamente su un intervento europeo dal carattere salvifico.

L’entità reale delle cifre non è ancora affatto scontata. La loro ripartizione tra indebitamento e sussidio ai beneficiari è ancora tutta da consolidare. Lo stesso vale per la effettiva composizione del carnet secondo la ripartizione dei fondi accumulati derivanti dall’inedita imposizione diretta degli organismi amministrativi comunitari, dall’emissione di titoli di indebitamento comuni e dalla contribuzione diretta degli stati nazionali. Per non parlare di una tempistica e di una diluizione degli interventi agli antipodi di un efficace intervento anticiclico. La consueta piega che sta prendendo l’istruzione della pratica NGEU, destinato a seguire pedissequamente il canovaccio delle collaudate procedure decisionali comunitarie, lascia presagire l’introduzione di condizionalità variabili in corso d’opera in funzione del grado di dipendenza da NGEU degli interventi nazionali. Se infatti per l’Italia il peso relativo di NGEU, unito ad altri importi residuali, si avvicina nella spesa di investimento pericolosamente al 100% dell’intervento complessivo, per la Germania ad esempio non arriva, secondo stime attendibili, nemmeno al 30%. Gli stessi fondi NGEU tra l’altro potranno assorbire e sostituire investimenti già in corso. Tutte dinamiche ed inerzie in grado di acuire come si vedrà il divario tra ambizioni dichiarate e risultati effettivi; per meglio dire in grado di mettere a nudo i reali obbiettivi strategici di fondo.

Paradossalmente tutte incognite, inerzie, logiche che fungono da ulteriore cartina di tornasole nel valutare la qualità dei ceti politici e delle classi dirigenti italici ed europei.

I piani esaminati sono quelli tedesco, francese ed italiano. Al momento quello tedesco è il più scarno ed essenziale negli indirizzi, anche se il giudizio è fondato sulla lettura di una mera sintesi della quale si offre uno schema predisposto da un collaboratore del sito:

IL PIANO TEDESCO

130 Miliardi totale

  1. 80 Miliardi nel breve termine, 50 miliardi investimenti a medio-lungo termine

  2. 35 miliardi sono dedicati alla voce greem automotive, H2

  3. riduzione IVA del 3% per sostenere il potere d’acquisto

  4. riduzione del costo dell’energia elettrica alle famiglie PMI

  5. introduzione della tassa sulla CO2

  6. niente bonus alle auto con motori a combustione interna

  7. sviluppo delle stazioni stradali di e.e. e filiera delle batterie per auto

  8. aumento di capitale delle ferrovie statali

  9. pochi soldi sul risparmio energetico negli edifici

  10. pochi soldi, quasi nulla per le politiche attive del lavoro

In breve importi non disdicevoli, ma largamente sottodimensionati rispetto alle potenzialità dell’economia tedesca; investimenti diretti indirizzati prevalentemente nel settore dei trasporti ferroviari e soprattutto delle infrastrutture stradali e industriali legate alla trazione elettrica, in un paese che a dispetto degli attivi commerciali stratosferici, ha lasciato languire malinconicamente il livello di efficienza delle infrastrutture. Per il resto si cade nella più tradizionale e generica politica di sostegno della domanda attraverso riduzioni fiscali e di tributi, tassazione mirata sulle emissioni ed incentivi agli acquisti e alla ricerca nel più tradizionale e più importante dei settori, dal punto di vista delle dimensioni economiche e delle implicazioni sociali, quello automobilistico. Si direbbe un classico esempio di perfetta ed anonima efficienza tedesca. E tuttavia il piano, preso a se stante, assume dimensioni ingannevoli in due sensi. Le dimensioni dell’intervento diretto del Governo Centrale tedesco e dei suoi laender vanno ben oltre quelle legate all’intervento europeo e soprattutto sfuggono in gran parte ai criteri di controllo ed applicazione europei. Il sistema neocorporativo che lega i destini e le strategie dello Stato, in particolare dei laender, dell’industria manifatturiera, del sistema bancario-finanziario e delle associazioni garantisce un indirizzo e pilotaggio delle risorse massiccio e capillare. Tutto bene quando si tratta di proseguire nello statu quo, sia pure dorato, attraverso il controllo sempre più stretto e ferreo delle catene di valore e di produzione, degli stessi standard di esecuzione resi possibili dai processi di digitalizzazione di secondo e terzo livello e da una intermediazione bancaria e finanziaria resa sempre più accessibile a tutto il settore grazie soprattutto alle garanzie offerte dalle aziende capofila del prodotto finale e alle coperture politiche-economiche ad esse garantite.

Una prospettiva, nelle more, che lascia entusiasti i giornalisti e scribacchini benpensanti del Corriere della Sera, i quali al pari della quasi totalità del ceto politico e della classe dirigente nazionali ritengono del tutto irrilevante ed ininfluente il livello di autonomia decisionale e di controllo gestionale delle aziende rispetto alla sovranità e alla coltivazione degli interessi nazionali. Irrilevante ed ininfluente, tranne che nella forma puerile e cialtrona di una tifoseria calcistica alla quale spesso ci hanno abituato ed indotti le classi dirigenti sorte dall’Unità Nazionale.

L’altro senso rappresenta il vero lato oscuro di un paese, la Germania che non ostante e proprio grazie alla sua potenza economica rischia di essere sempre più la zavorra in grado di annichilire le volontà e le velleità di indipendenza politica di un continente. Una conformazione e una dinamica di esercizio di potere interni in una collocazione geopolitica e geoeconomica che inibisce ogni seria ambizione di sviluppo nei settori strategici del controllo e gestione del digitale di primo livello, dell’aerospaziale, delle biotecnologie. Il poco che si riesce o si tenterebbe di fare (il progetto Gaya nel digitale, il progetto Galileo nel controllo dei posizionamenti, il Consorzio Airbus nell’aereonautica) nasce monco soprattutto nella sua parte militare, nasce spesso con ritardi incolmabili, sono frutto di fatto della esclusiva gestione cooperativa e conflittuale franco-tedesca, sono oggetto di mercimonio con la potenza egemone occidentale. In realtà la potenza tedesca continua ad essere un tramite di controllo geopolitico e di drenaggio di risorse, specie finanziarie, costretta a pagare pesantemente i propri radi sussulti di potenza di seconda se non di terza categoria. Lo si vedrà con la strisciante e possibilmente controllata distruzione di capitale legata alla crisi di Deutsch Bank e Commerzbank; lo si è visto nella trappola in cui è caduta il colosso della Bayer con l’acquisizione della americana Monsanto sino alla batosta nel settore automobilistico. Una propensione che si conferma e si accompagna ad un atteggiamento ottuso sul problema ambientale che accompagna il processo di decarbonizzazione a quello di denuclearizzazione. Una trappola ben conosciuta nell’Italia degli anni ‘80/’90, ma che evidentemente riesce a trovare nuovi emuli.

GLI ALTRI DUE PIANI IN PARALLELO

Si passa, quindi e ci si dilunga sui due piani esaminati dettagliatamente francese e italiano, senza entrare però troppo in particolari tecnici del tutto ridondanti rispetto alle finalità dello scritto.

Tutti i piani devono seguire obbligatoriamente due parametri stabiliti dalla Commissione Europea (CE) secondo un piano decennale di sviluppo; l’utilizzo di almeno un terzo delle risorse per la riconversione verde dell’economia e un’altra quota significativa nell’investimento massiccio nella digitalizzazione dei consumi, dei servizi e dei processi produttivi. Indirizzi i quali a loro volta rientrano pienamente nel filone del Grande Reset, inaugurato tre anni fa a Davos e ripreso in pompa magna in queste settimane anche in risposta all’emergere dei cosiddetti movimenti “nazionalisti e populisti”.

LA GREEN ECONOMY

L’investimento nell’economia verde è legata all’ideologia del catastrofismo ambientale che induce al contrasto ai cambiamenti climatici determinati dall’antropomorfizzazione del pianeta.

Una enfasi che comporta tre implicazioni importanti di natura regressiva e velleitaria:

  • i cambiamenti climatici, in realtà determinati nella più gran parte da forze ed elementi superiori alle attuali possibilità di controllo dell’uomo, vanno contrastati piuttosto che di essi bisogna prendere atto per adeguare l’intervento umano sul territorio

  • il problema del cambiamento climatico, spesso e volentieri ridotto ad un problema di riscaldamento e quello dell’inquinamento, spesso e volentieri semplicisticamente e meccanicamente connesso al primo, sono visti come un problema generalista ed universale, piuttosto che come una serie di problemi locali, per quanto sempre più estesi, da affrontare pragmaticamente secondo le condizioni regionali

  • le massicce dosi durgenza e di allarmismo iniettate nell’opinione pubblica impediscono di vedere l’impegno di riconversione delle attività come un lungo processo di transizione dai risultati spesso sperimentali e tutt’altro che certi e definitivi. Le conseguenze cominciano a manifestarsi nella loro gravità e contraddittorietà: il problema ancora insoluto dell’intermittenza della produzione di energia elettrica verde ha generato in California, terra di elezione dell’ambientalismo radicale, estesi e prolungati black out; la soppressione improvvisa e senza alternative dell’utilizzo di alcuni fitofarmaci nella produzione di soia e cereali in Francia ha generato in pochi anni un crollo della produzione di quei prodotti, una diffusione delle malattie in quelle specie e la perdita repentina della sovranità alimentare.

Anche l’approccio più dogmatico deve però in qualche maniera fare i conti con la dura realtà. Tutti e tre i documenti tentano questo bagno di realismo introducendo il concetto di “economia circolare” inteso nel migliore dei casi ancora poco rigorosamente come sistema di recupero e riutilizzo di rifiuti, scarti e prodotti usurati e/o alternativamente come creazioni di economie territoriali tendenzialmente più autosufficienti; nel peggiore dei casi come una scatola vuota dal carattere apertamente reazionario.

Questa l’impostazione di fondo comune che accomuna i due piani, cementata dalla prospettiva di creazione di una tecnologia dei carburanti, l’idrogeno, più promettente e tecnologicamente e industrialmente praticabile nel giro di un paio di decenni.

Una impostazione comune che nasconde una serietà di approccio, una intenzione, se non una capacità operativa e di programmazione del tutto divergente.

In Francia nel piano è evidente il tentativo almeno dichiarato di recupero di territori depressi e periferici attraverso la creazione di una nuova rete di trasporto pubblico, il risanamento e la valorizzazione di territori attraverso la manutenzione resa accessibile e sensata nei costi dal ripopolamento e dalla costruzione di economie pluricolturali fondate su turismo, agricoltura di nicchia, artigianato e piccola industria. In esse, la tecnologia dell’idrogeno assume dichiaratamente un ruolo fondamentale nella costruzione di una rete di trasporti meno inquinanti.

Il piano italiano utilizza gli stessi termini di green economy e di economia circolare per coprire l’estemporaneità degli interventi dagli effetti di qualche utilità nella funzione di moltiplicatore keynesiano immediato, ma del tutto controproducente dal punto di vista della coesione della formazione sociale e delle possibilità di sviluppo serio e duraturo del paese.

Il potenziamento della rete fisica di comunicazione si riduce sostanzialmente alla conferma di tre reti di alta velocità, due delle quali al sud e con esclusione integrale della Sardegna, in un contesto in cui scompare totalmente un ruolo europeo e nazionale dei quattro porti principali del Meridione d’Italia e non si accenna minimamente ad una proiezione del paese e di questi verso le economie del Mediterraneo. È assodato, ma non evidentemente per i nostri, che le reti di comunicazione possono rivelarsi fattori di sviluppo ma anche di regresso e polarizzazione economica se non accompagnate da altre politiche. Grecia docet.

La ricostruzione dei territori degradati e abbandonati si risolve in una serie di manutenzioni e ricostruzione di opere destinate a degradarsi nuovamente in tempi rapidi se non accompagnati da un ripopolamento ed una valorizzazione diversificata di quei territori. Eppure in Italia, anche se pochi, esempi riusciti di salvaguardia e valorizzazione da cui attingere esistono, in particolare in Trentino, in Alto Adige, ma anche in Toscana e in Piemonte. Tutto in realtà sembra risolversi nel potere magico di parole come turismo, cultura, agricoltura quasi che da sole e singolarmente riescano ad assumere una funzione salvifica a prescindere tra l’altro dalla capacità stessa delle realtà economiche nazionali e territoriali di quei settori, in verità sempre più deficitaria di incentivare, attirare e controllare con politiche proprie i flussi.

Un approccio del tutto acritico pervade anche i propositi di ulteriore sviluppo degli impianti di produzione di energia verde, in gran parte intermittente. Nessuna riflessione sulla tempistica e sul sistema dissennato di incentivazione al consumo che ha impedito e nemmeno considerato nei tempi d’oro di inizio millennio l’eventualità di creazione di una industria nazionale dei pannelli e di sistemi di produzione diversificati e di un artigianato locale preparato professionalmente, venuto fuori quest’ultimo a fatica solo a tempi di esecuzione inoltrati dei programmi. Il segno di uno scollamento dalle realtà economiche ed imprenditoriali e di una strutturale incapacità politica di assumere nelle decisioni tutti gli aspetti dei cicli operativi. L’idrogeno è diventata la nuova terra promessa già bella e impacchettata per tutte le occasioni: per le auto, per i treni e le navi, ma anche per salvare e riconvertire la produzione di acciaio dell’Ilva di Taranto. La parola che di per sé si materializza in fatto concreto e tangibile. La tecnologia è in effetti promettente, ma ancora in gran parte da realizzare e da rendere industrialmente praticabile. Soffre soprattutto di un handicap pesante, la conferma che non esistono tecnologie e interventi umani che non abbiano comunque un costo ambientale: i pesanti fabbisogni e costi energetici elettrici necessari a garantire attraverso l’elettrolisi la produzione di batterie ad idrogeno. Fabbisogni dai costi praticabili solo con la presenza di centrali nucleari.

Quali sono i paesi in grado di garantire questi costi e quantità praticabili? La Francia e, in caso di improbabile rinsavimento, la Germania.

Quale è il paese che ha ceduto totalmente il controllo delle tecnologie delle batterie, in pratica del tanto sbandierato e agognato futuro verde dell’economia, quanto meno dei trasporti? L’Italia, ovvero la nostra lungimirante classe dirigente e il nostro preveggente ceto politico, abbagliati dal loro stesso eurolirismo ed ecolirismo e così sempiternamente ossequioso verso una famiglia ormai di predoni, colti ormai con le dita nella marmellata in episodi sempre più meschini, più che imprenditoriale alla quale non si è eccepito nulla riguardo la vendita della Magneti Marelli e di gran parte del patrimonio tecnologico costruito e finanziato pubblicamente in settant’anni. Una condizione ormai ricorrente di un paese disposto a sobbarcarsi entro certi limiti i costi e le incertezze della ricerca ma alla quale manca sempre più di offrire le piattaforme industriali necessarie alla valorizzazione economica e alla tutela delle proprie competenze. Una posizione che le impedisce di entrare a pieno titolo nei processi decisionali e di creazione di nuove realtà industriali e imprenditoriali almeno di livello europeo. Processi per nulla spontanei e per niente determinati da astratti principi di mercato.

Una condizione che risalta ancora più drammaticamente nelle parti dei due documenti che trattano di digitalizzazione, ricerca, applicazioni industriali.

SCIENZA, RICERCA, DIGITALIZZAZIONE, PIATTAFORME INDUSTRIALI

Il documento francese sull’argomento offre tre linee guida e un principio chiari:

  • la concentrazione e il coordinamento dell’attività di ricerca in sei grandi poli già in fase avanzata di sviluppo

  • il recupero della tradizione di un paese di ingegneri, matematici e tecnici di alto livello costruita nei tempi d’oro del gaullismo e smarrita drammaticamente negli ultimi due decenni

  • la creazione di sinergie che consentano la traduzione delle attività di ricerca in applicazioni, sperimentazione e in piattaforme industriali. Sinergie da mettere in pratica con la interazione e la collaborazione a vari livelli tra centri di ricerca, agenzie ibride militari-civili, sistema finanziario, pubblica amministrazione e complessi industriali che guidino le varie fasi ed in particolare quella delle applicazioni industriali attraverso la creazione di start-up e della resa economica attraverso l’offerta di piattaforme industriali adatte a garantire la resa economica su larga scala

  • il recupero della sovranità nel settore agroalimentare, della produzione di quello sanitario e dei settori strategici ad alta tecnologia laddove il controllo nazionale delle imprese e delle loro strategie assume un aspetto cruciale

Il documento italiano rappresenta l’apoteosi dell’estemporaneità e della schizofrenia, in pratica un collage di auspici e denunce sterili:

  • nessun accenno alla organizzazione e riorganizzazione dei pochi centri di ricerca e delle università come pure nessuna indicazione concreta sul punto cruciale della trasformazione della ricerca in applicazioni industriali sperimentali attraverso la promozione di start-up e soprattutto della creazione, con l’impegno diretto delle imprese di piattaforme industriali in grado di garantire la resa economica su larga scala dei risultati della ricerca. Il documento, denunciando la scarsità di investimenti, affronta il problema con delle tautologie pure e semplici: segnala la scarsa attrazione esercitata sui ricercatori e propone un incremento delle retribuzioni e dei corrispettivi economici senza alcun accenno alla carenza di attrezzature e materiali e soprattutto alla riorganizzazione dei centri di ricerca; segnala la crescente carenza, rispetto alla media europea e ancora più impietosa rispetto ai diversi paesi emergenti ed emersi, di personale tecnico-scientifico altamente qualificato, stigmatizza che il sistema economico italiano non è in grado di assorbire in buona parte quello stesso personale e alla fine si limita ad auspicare una maggiore qualificazione e corrispondenza alle esigenze delle università e delle scuole superiori. Un approccio classico del progressismo democratico che riesce a garantire sì spesso processi di emancipazione individuale, ma che riesce a far diventare le già scarse risorse destinate alla formazione e alla ricerca dei meri costi per la società di fatto sempre meno sostenibili e di fatto giustificabili

  • se si vuole, ancora più enfasi viene dedicata ai processi di digitalizzazione. Qui l’approfondimento va suddiviso in due parti. Il documento registra a ragione una grande difficoltà nell’implementazione dei processi di digitalizzazione nelle attività produttive, in particolare quelle industriali. Una remora già ampiamente segnalata dall’ex-ministro Calenda, fautore del programma “industria 4.0”. Attribuisce alla insufficiente dimensione e alla scarsa preparazione manageriale delle imprese la scarsa capacità di assimilazione delle nuove tecnologie. Ma anche in questo caso lo sforzo di elaborazione e propositivo si ferma qui o poco oltre. Glissa vergognosamente sulla vera e propria abdicazione della grandissima parte delle famiglie imprenditoriali medio-grandi italiane. In una condizione di pur oggettiva maggiore difficoltà di esercizio delle attività rispetto agli altri paesi e in una situazione nella quale la gestione scellerata delle privatizzazioni e dismissioni ha incentivato le più importanti di esse (Benetton, Agnelli, Pirelli, ………..) a trasformarsi in percettori di rendite da concessioni o in cavalieri di ventura per conto terzi, per lo più stranieri, si assiste ad un vero e proprio esodo biblico, per altro lucroso e ben ricompensato, dalle attività prettamente imprenditoriali a favore di soggetti esteri senza che nessun componente della classe dirigente e del ceto politico abbia e continui ad avere nulla da obbiettare e a maggior ragione senza che gli stessi fossero disposti ad utilizzare gli strumenti legislativi, normativi e finanziari, per altro in buona parte disponibili, tesi a compartecipare e condizionare le scelte delle imprese impegnate in questa fase di transizione. La conferma dei limiti e della grettezza di un ceto, sempre latente a partire dall’unità d’Italia e pronta ad emergere alla luce del sole nei momenti critici come negli anni ‘30, negli anni ‘50/’60, negli anni ‘90 e in maniera ormai endemica in questo ventennio. A questa generale abdicazione e complicità non corrisponde nessun tentativo adeguato di prendere atto della situazione, di conoscerne i meccanismi allo scopo di implementare al meglio i processi di digitalizzazione. La rete di aziende medie e piccole assume certamente queste caratteristiche, buone a garantire flessibilità ma poco adatte a sostenere i costi e le competenze necessari alla digitalizzazione e alla automazione, tanto più che buona parte delle competenze professionali e delle capacità innovative sono legate alla creatività e al patrimonio professionale personale degli operai e tecnici in buona parte fuori dal controllo e dalla standardizzazione manageriale. È altrettanto vero, però, che queste imprese per operare ed aggiornarsi devono disporre di una rete esterna di professionisti ineguagliata nella qualità e soprattutto nella quantità rispetto agli altri paesi europei. Questa rete, in qualche maniera organizzata, probabilmente potrebbe essere uno dei veicoli trainanti di promozione e gestione dei processi. Lo stesso dicasi per lo strumento dei distretti aziendali e per la funzione delle aziende capofila, non a caso nel mirino delle acquisizioni estere, altrimenti poco spiegabili dal punto di vista della redditività delle operazioni. Quanto più però la rete imprenditoriale è frammentata, tanto più occorre una gestione ed un indirizzo politico e strategico saldo e pervasivo, in pratica l’esistenza di un ceto politico e di una classe dirigente ancora più determinata e lungimirante. Una determinazione ed una lungimiranza ancora più incisiva quando deve necessariamente essere applicata all’estero sia nelle sedi istituzionali europee e nei rapporti bilaterali che decidono delle norme di regolazione, dei progetti di collaborazione nei settori, dei programmi ci compenetrazione e compartecipazione delle aziende sia in egual misura nei meandri amministrativi della UE, dove la fa da padrona l’attività lobbistica di imprese e gruppi di pressione, senza nemmeno la relativa trasparenza garantita dalla legislazione americana. Qualità e intraprendenza politiche tanto più necessarie quanto devono sopperire allo scarso peso lobbistico delle aziende e dei gruppi di pressioni italiani.

  • Le occasioni e gli esempi in corso vanno ancora una volta in controtendenza rispetto alle necessità e alle opportunità e a conferma di un ceto politico e dirigente italico passivo e in perenne attesa, complice. I processi di digitalizzazione della determinazione e regolazione dei flussi nella rete dei trasposti nazionale ed europea avrebbero potuto diventare l’occasione per mettere lo zampino o almeno l’occhio nella gestione dei flussi commerciali a cominciare dai fulcri dei porti di Amburgo, Anversa e Rotterdam, forti della posizione geografica dell’Italia e delle potenzialità dei porti di Trieste, Genova e Taranto. Ancora una volta i nostri non trovano di meglio che cedere, in cambio della digitalizzazione e della capacità gestionale, in condominio e probabilmente di fatto spesso in esclusiva la creazione e gestione digitale dei flussi. È già accaduto a Taranto con i turco-cinesi, pur nella incertezza delle dinamiche geopolitiche, sta accadendo a Trieste e a Genova. Ancora più sconcertante e deprimente l’esclusione e di fatto la rinuncia alla partecipazione ai progetti franco-tedeschi nell’aerospaziale e nel progetto Gaya di controllo, elaborazione e gestione di primo livello dei dati e comandi digitali in grado di mettere al sicuro il sistema di controllo e comando di industria 4.0. Progetti ancora allo stato intenzionale, dall’esito incerto e alquanto improbabile perché destinato a scontrarsi con gli interessi geopolitici strategici degli Stati Uniti e a subire l’indifferenza della potenza emergente cinese. In questo ambito l’Italia è stata semplicemente ignorata, pur potendo contribuire in maniera significativa con il proprio patrimonio di competenze. L’intenzione dei nostri è quella di subentrare a giochi fatti ma solo con l’apporto dei sistemi di sicurezza e gestione dei dati costruito nel processo di digitalizzazione della Pubblica Amministrazione (PA). Un proposito allo stesso tempo riduttivo e a ben pensare inquietante

  • e infatti l’unico obbiettivo realistico e a portata di mano, realmente impegnativo nell’ambito della digitalizzazione è proclamato a chiare lettere nella PA. Anche qui, però, il progetto soffre di una rigida impostazione deterministica. Il presupposto di questo programma è che l’informatizzazione, l’integrazione e la digitalizzazione dei servizi presuppongano meccanicamente un unico modello organizzativo. Chi conosce anche genericamente questi processi sa benissimo che non è così e che la determinazione di un modello organizzativo, quello più adatto ai sistemi digitali e più compatibile con un funzionamento ordinato delle istituzioni e delle amministrazioni. Un approccio fideistico non farà che creare conflitti, sovrapposizioni e intoppi che porteranno a conflitti di sistema, ridondanze e aggiornamenti tali da prolungare indefinitamente la fase di transizione. Una dinamica già conosciuta nella riorganizzazione di specifici settori come quelli delle Poste e destinata ad espandersi esponenzialmente in un progetto ben più complesso e articolato

LA RIFORMA DELLA GIUSTIZIA E IL DISORDINE ISTITUZIONALE E AMMINISTRATIVO

Un tema a parte ed originale riguarda la riforma e la riorganizzazione della gestione della giustizia italiana. Un capitolo dai contenuti accettabili sempre che il Governo presente e futuro abbia la forza di mettere mano alle modalità di funzionamento dell’ordinamento giudiziario e saper gestire le dinamiche ormai perverse e destabilizzanti dei gruppi di potere interno ad esso.

Rimane completamente rimosso il problema del disordine istituzionale e della pletora dei modelli organizzativi di gestione delle pubbliche amministrazione alimentati in particolare dal processo di regionalizzazione avviato al finire degli anni ‘90. Un problema la cui soluzione è in realtà propedeutica ad ogni altro provvedimento di riorganizzazione delle strutture statali e il cui procrastinarsi lascia spazio al lento processo di liquefazione delle strutture statali e alla invasività dell’Unione Europea nella sua continua ricerca di rapporto diretto con le strutture periferiche e decentrate, in particolare le regioni e i comuni, dello Stato Italiano. Una invasività strisciante nei vari paesi dell’Unione, che trova notevoli resistenze e paletti in alcuni Stati politicamente centrali e in quelli dell’Europa centro-orientale e autostrade aperte nell’area mediterranea, specie in Italia e Grecia

CONCLUSIONI

A questo punto della comparazione, il confronto potrebbe apparire assolutamente impietoso rispetto ad una classe dirigente e un ceto politico italici talmente remissivi ed approssimativi, perennemente in attesa di indicazioni esterne, concentrati ad assecondare un processo di trasferimento all’estero e di recupero per conto terzi di risorse politiche, di controllo ed economiche, a cominciare dal risparmio nazionale. È artefice e vittima di dinamiche ed inerzie che probabilmente faranno scivolare il programma NGEU italiano nella routine delle spese e degli investimenti ordinari, dalla resa immediata, dalla efficacia tuttalpiù immediata ed effimera dei moltiplicatori keynesiani, sempre che siano ormai in grado di individuarli vista la gestione disastrosa degli incentivi energetici e della pletora di bonus fiorita nell’emergenza pandemica. Non è un caso che questa classe dirigente individui nell’edilizia il moltiplicatore di sviluppo e di benessere. Con questa lungimiranza non farà che adattare surrettiziamente i programmi di investimento alle capacità tecnico-amministratice e agli interessi delle amministrazioni e dei centri di potere e di spesa residui sopravvissuti nel paese, in particolare i comuni e le regioni.

In realtà la situazione non presenta, purtroppo, nemmeno aspetti così marcati e distinti rispetto ai due paesi europei sotto esame ed in particolare la Francia.

Che dire di un ceto politico impersonato dalle ultime tre presidenze francesi ed in particolare da Macron che da ministro dell’economia ha consentito la cessione all’americana GE dell’intero settore strategico delle turbine, intimamente legato alla difesa e al settore nucleare salvo vedersi vaporizzare da Presidente a pochi anni di distanza il relativo intero centro di ricerche da 900 dipendenti nei pressi di Parigi; che dire della sua reazione a tempo quasi scaduto al mercimonio intentato dai tedeschi ai danni del consorzio Airbus e a favore della Boeing in cambio probabilmente della trappola ai propri danni dell’acquisizione di Monsanto da parte di Bayer; che dire del suo accorato sostegno alle tesi del catastrofismo ambientale alla Greta Tunberg a principale giustificazione del programma di espansione dell’economia circolare, in un contesto geoeconomico, in particolare quello architettato dalla Germania e dalla UE, sostenuto pesantemente dagli Stati Uniti, nell’ambito delle importazioni di prodotti agricoli dal Maghreb, dall’America Latina e dall’Asia, in grado di renderlo velleitario pur con ben altre e più fondate motivazioni e proprio quando l’onda verde delle recenti elezioni municipali ha già messo a nudo il dogmatismo e la dabbenaggine di questo nuovo ceto politico emergente. Che dire di tutte queste posizioni e della schizofrenia connessa ai proclami di recupero di sovranità e ai propositi più o meno dichiarati e sottintesi nel documento francese?

Non si tratta della schizofrenia di un ceto politico prevalente, in Francia, in realtà molto più affine culturalmente e politicamente a quello assolutamente predominante in Italia e pervasivo anche in Germania.

È il contesto politico interno al paese che fa la differenza: è la drammatica situazione delle énclaves identitarie e comunitariste ormai quasi completamente fuori controllo nel paese; è la presenza di movimenti ostinati come quelli dei gilet gialli e degli epigoni prossimi venturi; è la presenza di una tradizione politica, amministrativa e di potere gaullista residua ma culturalmente ancora ben preparata ed ancora ben allignata nei centri decisionali a costringere a questa schizofrenia. Non è un caso che a parziale supporto e a sostegno su impostazioni più radicali del documento siano emerse due ben ponderose monografie di settimanali, in particolare del settimanale Marianne.

È una situazione ancora fluida ma che in assenza dell’emergere un terzo solido interlocutore europeo, l’Italia capace non dico di imporsi ma di trattare seriamente e con pari dignità lascia presagire il ritorno effimero ed illusorio allo statu quo, specie con l’affermazione di Biden, ma con il sacrificio definitivo di un paese, l’Italia dalla classe dirigente e dal ceto politico incapace di strategia, di volontà propria e di forza contrattuale oggettivamente disponibile in un contesto così mobile. Una remissività che probabilmente più che procrastrinare una tregua incerta interna al continente, non farà che accentuarne contemporaneamente il carattere ostile e conflittuale interno tra gli stati e la remissività e la subordinazione geopolitica al gigante americano, pur con le pesanti riserve legate alla instabilità di quella formazione politica.

Dieci anni fa Xi Jin Ping proclamo che avrebbe trasformato la Cina da opificio in laboratorio; pare ci stia riuscendo. La nostra classe dirigente e soprattutto il nostro miserabile ceto politico paiono impegnati, nel migliore dei casi, nel garantire il percorso opposto.

La posta in palio per il nostro paese è enorme: ha già perso progressivamente autorevolezza e forza politica in Europa e nel Mediterraneo; rischia di essere definitivamente spolpato del proprio risparmio nazionale e della propria capacità produttiva, in particolare quella più interconnessa e in posizione subordinata a quella francese e soprattutto tedesca a favore della collusione franco-tedesca proprio perché i propri amici-coltelli transalpini e teutonici potrebbero trovare più comodo ripiegare sul nutrimento garantito da un corpo amorfo disponibile ad accettare qualsiasi cosa piuttosto che puntare contro una bestia troppo grossa e per di più distante un oceano ma ben presente e attenta a preservare il dominio sulle lande europee.

https://www.economie.gouv.fr/files/files/directions_services/plan-de-relance/annexe-fiche-mesures.pdf

https://www.corriere.it/economia/tasse/20_dicembre_07/pnrrbozzapercdm7dic2020-7908fa02-3898-11eb-a3d9-f53ec54e3a0b.shtml

https://www.prosud.it/wp-content/uploads/2020/12/linee-guida-pnrr-2020.pdf

https://www.marianne.net/economie/le-nouvel-imperatif-industriel-les-solutions-pour-redresser-la-france-le-hors-serie-de-marianne-est-en-kiosque

FUTURO E PASSATO, di Teodoro Klitsche de la Grange

FUTURO E PASSATO

Da quando – diversi mesi – si è sentito il profumo dei soldi che – consenziente l’U.E. – dovrebbero arrivare in Italia, il dibattito pubblico è stato orientato: a) a decantare la bontà dell’Europa; b) la capacità del governo Conte per averli ottenuti; c) a pregustare il radioso futuro che le già celebrate misure del governo ci assicurerebbero

Ossia un racconto viziato da un eccesso di partigianeria (nonché da auto – ed etero – incensamento); partigianeria che si manifesta non tanto e non solo in quello che si dimentica ma ancor più in ciò che si vuole omettere.

Nel racconto suddetto vi sono asserti facilmente contestabili: quanto all’Europa, il cambiamento di marcia della stessa non è stato dovuto tanto alla solidarietà politica, fondamento del vivere in comunità (v. art. 2 della Costituzione italiana), quanto al trovarsi tutti – chi più e chi meno – in una crisi e nella necessità di superarla. Riguardo le misure del governo, sono in grande prevalenza orientate a indirizzare interventi e spese a favore di certe categorie piuttosto che di altre (specie le partite IVA), ed è evidente – a leggere la stampa, la differenza tra le toppe italiane e le misure tedesche – di converso indirizzate alle generalità dei cittadini – beneficiari (taglio dell’IVA; contributi alle imprese pari al 70% del fatturato perso nel 2020). Oltretutto favorendo – involontariamente – anche le cattive condotte (tanto sbandierate dalla sinistra). Ad esempio, se si riconosce come farebbe la Merkel un (parziale) contributo per la perdita del fatturato, questo significa che nulla va a chi non fattura (lavoro nero): tra i quali coloro che percepiscono reddito da attività illecite e financo criminali.

E in più è un incentivo a fatturare: chi non fattura – parafrasando una nota canzone – non ha il ristoro. Ma queste sono considerazioni che, nella loro ovvietà sono precluse a un governo che dalla burocrazia dallo stesso mantenuta ha appreso la pratica di complicare le cose semplici. Il che inizia dalla propaganda, e purtroppo finisce nella pratica.

Maggiore attenzione va data all’insistenza con la quale ci si riferisce a un futuro radioso, a un progetto salvifico di cui il governo avrebbe le chiavi.

Anche qua occorre confrontare quello che si esterna e ciò che si occulta.

Quanto al futuro è connaturale, in certo senso alla modernità e alle ideologie coeve, le quali hanno esaltato le magnifiche sorti e progressive delle società umane, almeno ove avessero adottato certe forme. Il massimo del tutto fu il comunismo che, presentandosi come la soluzione dell’enigma irrisolto della storia, avrebbe dovuto cambiare la natura umana, arrivando alla società senza classi, la cui somiglianza con il paese dei balocchi (o altre fantasie simili) era notevole. E, proprio per ciò, nessuno ne ha mai sentito l’odore.

Certo, avendo il senso del limite, una certa progettualità del futuro non guasta, anzi si accompagna ad ogni gruppo umano – e alle di esso classi dirigenti – che abbia volontà di decidere, nell’ambito del possibile, il proprio destino, ma occorre tener presente due caratteri che, nel caso italiano, rendono il discorso sul futuro radioso, assai poco credibile. Il primo è che le proposte del governo somigliano troppo all’operato vecchio, cominciando dai ritornelli stranoti e finendo con le realizzazioni: aumenti d’imposte, spese selettive, misure a formato di lobby, sprechi, ecc. ecc.

Gran parte dei quattrini che dovrebbero arrivare dall’Europa sarebbero destinati alla green economy e alla digitalizzazione, etichette che nascondono contenuti, in buona misura, avvolti nel mistero. In un paese connotato da una grande capacità di attrattiva turistica – colpita duramente dalla pandemia, il governo dovrebbe pensare, in primo luogo, ad aiutare questa e non progettare misteri, con etichette vaghe e “aperte”.

Ma è soprattutto i progettisti che rendono del tutto incredibili le proposte del governo. Non tanto i 5 Stelle, che sono dei novizi, quanto il PD – e accoliti – che nella seconda Repubblica hanno avuto tanto tempo per stare al governo e tutto il tempo per esercitare il potere: perché se i risultati sono stati quelli che ognuno può leggere – il più basso tasso di crescita (ora negativo) degli Stati dell’UE tra il 1994 ed oggi, quale credibilità può avere, per suonare la nuova musica, un’orchestra che da un quarto di secolo (almeno) strimpella lo stesso motivo, con pessimi risultati?

Perciò il richiamo al futuro ha una funzione mistificante precipua: non far ricordare il passato, e far credere che i soliti orchestrali possano suonare musica nuova, e soprattutto far dimenticare quella vecchia. Cioè quella che li ha fatti subissare di fischi dagli italiani.

Teodoro Klitsche de la Grange

le vie della promozione sociale ovvero LA REALTÀ È SEMPRE IN AGGUATO, di Antonio de Martini

LA REALTÀ È SEMPRE IN AGGUATO
Sono stato intervistato sul tema delle conseguenze del Covid sugli equilibri internazionali.
Non se ne può più.
Oggi voglio cambiare argomento a costo di steccare nel coro.
Cosa c’è di più latino-americano della Telenovela?
Ci fu un periodo, anni settanta, in cui “rete Globo” , una piccola retebrasiliana, aveva persino un rappresentante a Roma e propinava anche a noi lacrimevoli storie a puntate basate su amori impossibili, spolveratine di sesso, trionfo finale dei concetti di tradizione, famiglia e promozione sociale alla cenerentola.
Sarete quindi poco meravigliati se vi dico che questo prodotto sudamericano imperversa ancora, ma certamente molto stupiti se vi dico che le telenovelas più seguite dell’America Latina sono di produzione turca.
Si, avete capito bene. La Turchia, dopo aver, abbastanza comprensibilmente, conquistato i mercati mediorientali sottraendoli alla tradizionale produzione egiziana ( doppiandoli in dialetto siriano e acquisendo una audience di 85 milioni di spettatori.) ha conquistato il mercato brasiliano e limitrofi con le sue telenovelas.
Un soft power impressionante.
Gli ingredienti sono sempre quelli: amori impossibili, promozione sociale per via clitoridea, trionfo finale dei valori tradizionali.
Se ne traggono tre ammaestramenti :
primo: i mercati ci sono. Mancano i mercanti.
Secondo: valori come famiglia, lavoro, tradizione, sono universali, ancora molto apprezzati e fanno cassetta.
Terzo: la Turchia non è clerico-mussulmana come ci vogliono far credere, visto che l’America Latina ospita il 52% dei cattolici del pianeta e in Argentina un abitante su tre ha origini italiane.
Noi, invece di reagire “ alla turca” possiamo tranquillamente continuare a mendicare da Conte, piagnucolare per paura di morire di covid, produrre fiction zeppe di amori omosessuali e carabinieri intelligenti che ammanettano i cattivi che nessuno al mondo si sogna di comprare.
Resta solo da promuovere una raccolta di firme per raddrizzare le gambe ai cani e poi possiamo attrezzarci per un sereno Natale coi gessetti.

LA TORRE DI BABELE, di FF

LA TORRE DI BABELE
La montagna ha partorito un altro topolino ed è subito cominciata un’altra zuffa di tutti contri contro tutti.
Difatti, com’è noto, il governo adesso ha imposto nuove misure anti-contagio, dividendo l’Italia in tre fasce (zona rossa, arancione e gialla) in base a criteri che tengono conto della differente situazione delle regioni del nostro Paese per quanto concerne la pressione sul sistema sanitario causata dal virus, ma questi criteri vengono già contestati anche da diversi esperti.
Le regioni, che fino a pochi giorni fa chiedevano che venissero adottate restrizioni più severe, ora criticano il governo perché le nuove misure anti-contagio sarebbero sarebbero insufficienti per ridurre il contagio o, all’opposto, perché sarebbero tropo severe (solo due giorni fa i medici della Lombardia e del Piemonte chiedevano che queste regioni fossero ‘zone rosse’ ma adesso i governatori della Lombardia e del Piemonte criticano il governo perché ha inserito queste regioni nella ‘fascia rossa’).
I ‘nazi-populisti’ dell’opposizione, dal canto loro, pretendono addirittura di sostituirsi ai medici – ossia di stabilire come devono essere curati i malati di Covid – e di debellare il virus lasciando morire a casa i ‘nonni’, perché ormai ‘improduttivi’.
Molti protestano perché penalizzati dalle misure anti-contagio, ma badando soprattutto a difendere i loro interessi e infischiandosene degli interessi nonché della salute degli altri, come se si fosse tornati allo stato di natura immaginato da Hobbes, caratterizzato dalla guerra di tutti contro tutti.
La scuola, che prima del Covid era più simile ad una fabbrica di ‘semicolti idioti’ (nel senso etimologico del termine ossia socialmente più dannosi che utili) che ad un ‘sistema educativo’, è diventata improvvisamente un centro di ‘eccellenza didattica’ di vitale importanza per il Paese, di modo che adesso si può chiudere tutto – fabbriche e ospedali inclusi – tranne la scuola.
Intanto, piccoli ma aggressivi gruppi di interesse si contendono il controllo degli apparati dello Stato per tutelare i loro interessi e/o per imporre i loro ‘particolari valori’ all’intera collettività, spacciandoli per ‘valori universali’, mentre la maggiore preoccupazione del capitalismo ‘tricolore’ è sempre quella di socializzare le perdite e privatizzare i profitti.
Naturalmente, ci sono pure quelli – e il loro numero aumenta ogni giorno, perfino più di quello dei ‘positivi’ – che considerano tutta la ‘vicenda del Covid’ una gigantesca ‘montatura’ allo scopo di instaurare una ‘dittatura sanitaria’, nonostante che lo Stato neoliberale occidentale (meglio ‘rimarcarlo’, dacché in generale in Oriente vi è un diverso ‘senso dello Stato’) sembri una sorta di grottesco e imbelle ‘Stato groviera’ (capace cioè di soddisfare solo gli ‘appetiti’ dei gruppi di interesse più ‘pre-potenti’), per non parlare del governo e della maggioranza ‘giallo-rosa’, che sembrano più simili ad un’armata Brancaleone ma senza Brancaleone (che perlomeno non mancava di coraggio).
***
Impossibile quindi evitare il paragone con la Cina.
Tuttavia, che la Cina sia riuscita a mettere ‘sotto controllo’ il virus non importa quasi a nessuno perché i cinesi sono ‘comunisti’ ossia brutti, sporchi e cattivi (al punto che alcuni accusano i cinesi di avere addirittura diffuso intenzionalmente il virus in tutto il mondo). Ma la Cina come ha messo ‘sotto controllo’ il virus?
‘Lockdown’ durissimo per due mesi, controlli capillari e ‘a tappeto’, personale sanitario e ospedali (costruiti, peraltro, in un batter d’occhio) solo per malati di Covid, eccezionale potenziamento del sistema sanitario, immediata ‘rimozione’ dei dirigenti politici o sanitari inetti, controlli severissimi alle frontiere e misure anti-contagio condivise e rispettate dalla popolazione, pena sanzioni severissime, così la Cina ha messo ‘sotto controllo’ il virus
E se si afferma che questo lo possono fare solo i cinesi, perché in Cina vi è una ‘dittatura’, allora come si può al tempo stesso affermare che Italia vi sarebbe una ‘dittatura sanitaria’?
Ma, si obietta, si può credere che gli ‘arconti dell’Occidente’ abbiano davvero a cuore la nostra salute e in particolare quella dei ‘nonni’? Ovviamente no. Sicché per alcuni questa sarebbe la prova migliore che la ‘vicenda del Covid’ è (perlomeno) una ‘mezza bufala’.
Insomma, per costoro il capitalismo si sarebbe imposto con l’inganno, la truffa e il complotto, non mediante il dominio della natura, sapendo cioè porre la natura e la stessa tecnoscienza al servizio degli interessi della classe capitalistica.
Certo, che per la parte più ‘avanzata’ della classe capitalistica il virus costituisca un’ottima occasione per una ‘distruzione creatrice’, al fine di imporre una nuova forma di capitalismo ‘green e digitale’, come, del resto, già stava accadendo prima del Covid, è ben difficile negarlo.
Tuttavia, un conto è controllare il virus in funzione dei propri interessi, un altro è ‘ficcare la testa sotto la sabbia’, lasciando correre liberamente il virus, come se il ‘grande capitale’ si potesse permettere di perdere il controllo della natura (tanto varrebbe pensare che la classe capitalistica occidentale si stia comportando come il Romolo Augusto di Friedrich Dürrenmatt!) e la storia del capitalismo non fosse caratterizzata solo dalla lotta tra dominanti e dominati ma pure dalla lotta tra dominanti e quindi dallo scontro tra ‘vecchio’ e ‘nuovo’ capitalismo, nonché dalla lotta per l’egemonia tra i diversi Stati (altro che ‘megacomplotto internazionale’!).
Nondimeno, che il capitalismo non possa ignorare le sfide della natura e della tecnoscienza, perché per il capitalismo o, meglio, per qualsiasi forma di capitalismo è comunque essenziale ‘vincere’ queste sfide – ossia imprimere, per così dire, il proprio ‘sigillo’ su tutto (virus incluso, che potrebbe pure mutare in modo imprevedibile) – a molti, anzi a troppi, non passa neppure per la mente. Difatti, è assai più facile spiegare tutto con i complotti e le ‘filosofesserie’ sulla ‘biodittatura’.

Disturbare il conducente!?, di Gennaro Scala

LOTTA E TUMULTO_Trascinati per inerzia dentro un dilemma drammatico_Giuseppe Germinario
Lasciamoli lavorare, non disturbiamoli con le proteste, che stanno lavorando davvero molto bene. Le proteste dopo, bisogna pensare alla salute adesso! Peccato che quando vai alla cassa del supermercato non puoi dire: “Segni pure, che i conti li facciamo dopo” come si faceva una volta con i bottegai. Soltanto una popolazione attiva, reattiva rende virtuosi i governanti. Bisogna che abbiano del popolo paura, che sappiano che se si passa il segno, una massa inferocita che non ha nulla da perdere può venire a darti fuoco alla casa, come accadde durante la “rivolta dei Ciompi” a Firenze, secondo il racconto di Barbero (qualcuno ci ha fatto anche una vignetta). Il “governatore della Campania” deve aver intravisto questa possibilità, negli ultimi giorni è diventato meno delirante, più ragionevole. Chi comanda se ne frega della salute e del benessere collettivo. In presenza di una massa passiva, tende a prendere la soluzione che ritiene più comoda. Si è visto in questi mesi, in cui hanno fatto ben poco per prepararsi ad una seconda ondata, che ben era nel novero delle possibilità. Tanto se i ricoveri superano un certo numero tutti chiusi in casa. È automatico. Automatico un corno! si è dimostrata troppa disponibilità e passività verso una misura eccezionale che se prolungata nel tempo diventa una mostruosità.
Sì alle proteste, è un bene che ci siano, e bisogna mantenerle nell’ambito della protesta simbolica democratica. Ma bisogna che siano consapevoli che se si passa la misura può accadere l’impensabile. Tante cose che si credevano impensabili poi sono accadute.

La crisi pandemica in Italia_ con il dottor Giuseppe Imbalzano

Una lunga conversazione con il dottor Giuseppe Imbalsano. Si discute della gravità della crisi pandemica e delle modalità con le quali viene e dovrebbe essere affrontata. Le dinamiche politiche e geopolitiche rimangono nello sfondo; continueranno ad essere affrontate in altri articoli. La conversazione offre numerosi elementi per poterle individuare fondatamente secondo i vari punti di vista. Il dottor Imbalzano è medico, manager di aziende sanitarie e consulente; uno dei maggiori esperti nel settore. Ha scritto numerosi saggi e libri. Qui sotto alcuni link propedeutici alla intervista:

https://statisticallearningtheory.wordpress.com/2020/10/24/previsioni-covid-19-di-ricoveri-terapie-intensive-e-decessi-23-ottobre-15-novembre-2020/

https://www.valigiablu.it/scienza-etica-immunita-gruppo/

https://tg24.sky.it/cronaca/2020/10/24/covid-previsioni-contagi-ricoveri-terapie-intensive#06

dpc-covid19-ita-scheda-regioni-latest – 2020-10-23T170541.747

Buon ascolto_Giuseppe Germinario

Responsabilità e dilemmi, di Andrea Zhok e Antonio de Martini

RESPONSABILITA’, di Andrea Zhok
Il quadro di evoluzione della pandemia in Italia e il DPCM in fase di elaborazione sollecitano alcune brevi riflessioni sulla questione delle responsabilità civili, a vari livelli.
1) In primo luogo, una considerazione la merita il ruolo delle regioni. Finora tutte le regioni avevano la facoltà di intervenire in forme più restrittive di quelle blande promosse a livello centrale. Questa opzione era coerente con l’idea, costantemente rivendicata dai presidenti di regione, secondo la quale essi avrebbero il polso della situazione locale e potrebbero prendere decisioni consone. Ma curiosamente (con l’eccezione del talentuoso cabarettista che guida la regione Campania), nessun presidente di regione è intervenuto restrittivamente, modulando in forme specifiche e selettive gli interventi, se non in misura omeopatica.
Anzi, al contrario, tutte le regioni sollecitano il governo centrale ad intervenire per ‘coordinare gli interventi’.
Ma questo sollecito in verità esprime un desiderio molto più semplice: i presidenti delle regioni vogliono che a loro sia lasciato il ruolo del ‘poliziotto buono’.
Vogliono che sia lo stato centrale a fare la faccia feroce, mentre, agli occhi dei propri elettori, loro vestono i panni di chi si batte per preservarne la libertà.
Si tratta di un gioco di deresponsabilizzazione alquanto vile, con tanti saluti alle ciance sulle autonomie regionali: l’autonomia la vogliono quando si tratta di spendere, ma quando si tratta di sporcarsi le mani con assunzioni di responsabilità, allora si ritirano su postazioni protette.
2) Se le regioni hanno torto, non è che il governo centrale abbia ragione. Gli interventi che si profilano nel DPCM sono come al solito tagliati con l’accetta e ispirati da un’approssimazione che solo la perenne emergenzialità può cercar di nascondere.
Le aree in cui il governo poteva e doveva intervenire direttamente erano una principale, e due di rincalzo.
Innanzitutto si doveva portare subito in remoto tutto quanto era possibile portare in remoto della pubblica amministrazione, oltre che delle scuole superiori e dell’università. Questo intervento da solo avrebbe ridotto drasticamente gli spostamenti nei mezzi pubblici, che sono certamente il principale veicolo di diffusione del virus.
In tutti e tre questi comparti, un po’ di preparazione (in gran parte già fatta in occasione della prima ondata) avrebbe consentito di svolgere questi servizi con una perdita di efficacia tutt’al più modesta.
Ma rispetto a questa prospettiva ha avuto la meglio una componente squisitamente ideologica, in cui, le invettive di Confindustria contro la pubblica amministrazione neghittosa che sta a casa, e le paranoie sulla sostituzione definitiva dell’insegnamento pubblico con forme telematiche hanno avuto la meglio.
Interventi collaterali a questi dovevano essere l’intensificazione del trasporto pubblico e della medicina territoriale. Trattandosi di interventi massivi, non potevano essere implementati abbastanza da essere decisivi, ma qualcosa di più poteva essere fatto.
Così, invece di predisporre (anche sul piano normativo, oltre che tecnico) un buon sistema di didattica a distanza, ed un efficiente sistema di erogazione del lavoro in remoto, (abbinato ad incremento del trasporto pubblico e di medici sul territorio) si è preferito puntare i piedi proclamando d’ufficio il ‘ritorno alla normalità’.
E se la realtà non è d’accordo, tanto peggio per la realtà.
Invece di questo tipo di soluzioni, semplicemente pragmatiche, si finirà per chiudere forzosamente e a tappeto bar, ristoranti, palestre, piscine, ecc. anche quando sono stati ligi ai protocolli, e anche in regioni in cui la circolazione del virus è relativamente bassa (ci sono regioni in cui le percentuali di positività sono un terzo o un quarto di altre).
Così, alla faccia del richiamo alle ‘responsabilità individuali’ e alle ‘specificità dei territori’, si farà il solito taglio lineare che dimostra solo la pochezza e imprevidenza di un ceto politico.
3) Infine, quanto alle responsabilità individuali, una parola va spesa nei confronti di tutti quelli che in questi mesi hanno giocato la partita della minimizzazione. Tutti questi, e sono tanti, che con i loro argomenti farlocchi hanno alimentato comportamenti sciatti e incauti (in particolare tra i giovani, passabilmente certi di non correre comunque seri rischi), questi che hanno persino promosso l’idea del ‘contagio terapeutico’ (variante dell’immunità di gregge) magari finendo per contagiare altri, quando non per finire essi stessi ad occupare un letto d’ospedale, ecco tutti questi sono corresponsabili della situazione emergenziale attuale.
Essi hanno remato nella stessa direzione che ora porta all’intasamento dei pronto soccorso e dei ricoveri, tirando con la loro stupefacente ottusità la loro palata di terra sulla salma del paese.
Ecco, tutti questi, se avessero pudore, dovrebbero soltanto e definitivamente uscire in silenzio dal dibattito pubblico per non farvi più ritorno.
SCEGLIERE TRA SALUTE E ORDINE PUBBLICO ?, di Antonio de Martini
Temo che la gente non abbia capito a cosa serva la QUARANTENA e il termine americano LOCKDOWN non abbia semplificato la situazione.
A questo, si aggiunge una banda di pubblici amministratori e imbonitori sanitari che hanno drammatizzato i fatti distorcendoli vieppiù per valorizzare le proprie persone/funzioni/trasmissioni.
La Quarantena è l’unico strumento a disposizione per difenderci ( relativamente) dal contagio e mantenere efficiente ( relativamente) il servizio sanitario nazionale scaglionando gli afflussi alle terapie intensive.
Se le terapie intensive si intasano, il pericolo di morte dei contagiati diventa certezza.
Il fatto che esistano piu numerose cause INELUDIBILI di morte non ha senso.
Se la morte – anche di pochi – è eludibile, va rimandata, altrimenti la società civile non ha motivo di esistere. A morire da soli siamo buoni tutti.
La Svizzera ci ha forse preceduti di poco decidendo di non ammettere più gli anziani ( della mia età) in terapia intensiva per riservare i non sufficienti letti a disposizione a chi ha ( relativamente) maggiori probabilità di sopravvivenza.
Sta accadendo quel che è successo durante la grande crisi finanziaria: si cercò anzitutto di salvare il sistema bancario indispensabile a mantenere in funzione una società civile.
Analogamente, senza un sistema sanitario generale, salterebbe ogni forma di pacifica convivenza civile.
Le avvisaglie affiorano: la selezione alla dottor Mengele tra gli “ atti alla vita” e no ; il ribellismo dei lazzaroni napoletani e la convocazione del Consiglio Supremo di Difesa al Quirinale con un ordine del giorno surreale.
Se guardate il sito della Unione Europea sul COVID19 le statistiche di tutti i paesi, potrete fare un collegamento tra la credibilità di ogni singola classe dirigente e i risultati di morte.
Dove i dirigenti sono rispettati, credibili e sinceri, i contagiati e i morti sono di meno ( sotto il famoso 1%) e il SSN regge.
Dove la direzione è carente, insincera, pulcinellesca e pretesca il sistema va verso la crisi.
Se la gente non comprerebbe un auto usata da costoro, come volete che li creda capaci di sottrarci alla morte e all’impoverimento dei superstiti ?
La comunicazione sia univoca e affidata a veri portavoce professionali e i politici siano banditi dalle TV su questi temi.
Si dica la verità senza infingimenti , si usino i militari come cervelli esperti in sopravvivenza e non come becchini, spazzini o protettori di incapaci e la crisi rientrerà entro parametri gestibili.
UN MIO COMMENTO _ Giuseppe Germinario

Allo scaricabarile ha partecipato ampiamente anche il Governo Centrale sin dall’inizio della crisi ma con una aggravante: i governi regionali sono in realtà dei centri di spesa e di amministrazione. La deresponsabilizzazione è quindi consustanziale e su quello, con poche eccezioni si è formato il personale politico che poi di solito assurge ad incarichi nazionali. Il Governo no; ha la piena responsabilità gestionale sia pure all’interno del disastro istituzionale ormai venuto alla luce non a caso in una situazione di crisi gravissima anche se non ancora catastrofica. Stasera pubblicherò una videointervista al dottor

Giuseppe Imbalzano

che offrirà qualche ulteriore spunto di riflessione

PARADOSSO, di Roberto Buffagni

E’ comica la nostra epoca, la più fissata con il cambiamento di tutta la storia umana, e la meno dotata delle capacità intellettuali e morali di cambiare alcunché.

ASCOLTATE QUESTO INTERVENTO. PARTICOLARE ATTENZIONE ALLA PARTE CONCLUSIVA

NB_ tratti da facebook

LA COLPA E LA PAURA, di Teodoro Klitsche de la Grange

LA COLPA E LA PAURA

Da quando il Covid-19 ha riportato il dibattito pubblico alla realtà dell’esistenza, fatta di buona e cattiva sorte, di guerre, pestilenze, terremoti, alluvioni, come di pace, benessere, bel tempo e buona salute, tutte cose ottenute grazie al progresso e al buon governo (??), l’argomento onde spiegare (e addossare) le responsabilità della mala sorte è che i governati sarebbero confusi dal sentimento della paura; quello occultato è che sono condizionabili da quello di colpa. Cose ambedue affermate già da Thomas Hobbes.

La prima, la paura, è nota; l’antropologia del filosofo inglese si basa sul potere dell’uomo di uccidere il proprio simile (e sulla frequenza con la quale avviene) e sulla conseguente necessità di creare un’istituzione che protegga la vita degli associati: contratto sociale, obbligazione politica, sovranità, comando e obbedienza ne sono i derivati coerenti.

Ma di ciò, della coerenza delle conclusioni alla premessa (il sentimento di paura per la propria vita) se ne sta facendo un’arma politica; sia per darla in testa agli avversari, sia per ingannare i governati.

Così il candidato democratico Biden accusa Trump perché ha sottovalutato l’impatto del virus (vero, ma l’hanno fatto quasi tutti i governi della terra, Giuseppi, Macron, Johnson in testa): è, aggiornata, la caccia all’untore dei “Promessi sposi”. Nell’altro, al fine di propiziare i DPCM – comodo tipo di normazione – sostenendo che sono fatti (anche se male) con buone intenzioni (possibile) e con risultati riconosciuti eccellenti nell’ “Universo e in altri siti” come cantava Dulcamara e ripete il nostro Governo.

Ma perché ciò si verifichi, continua la canzone governativa, occorre che i cittadini siano disciplinati, mascherati, tappati in casa, poco deambulanti e mai di notte. Se i risultati non saranno quelli sperati (vivamente da tutti) la colpa sarà dei governati indisciplinati, goderecci, incivili ed insensibili.

E qua torniamo all’altro sentimento, meno noto, ma necessario nell’arte di governo, evidenziato da Hobbes nel “Behemoth”: la colpa, o meglio il senso di colpa. Questo, sostiene il filosofo, è uno strumento necessario per esercitare potere sul comportamento degli altri, instillandone il senso per certe azioni ed intenzioni, ed acquisire così influenza. E lo enuncia a proposito dei predicatori puritani. Scrive: “questi predicatori inveivano spesso con grande zelo e severità contro due peccati, la concupiscenza della carne, ed il parlar profano; il che, senza dubbio, era molto ben fatto. Ma da ciò la gente comune era resa incline a credere che niente fosse peccato, salvo ciò che è proibito dal terzo e dal settimo comandamento… Sia nei sermoni, sia negli scritti, questi ministri sostenevano ed inculcavano l’opinione che i primissimi movimenti della mente, cioè il piacere che uomini e donne provano alla vista del bel corpo d’una persona dell’altro sesso” fosse già peccato “E, così, divennero confessori di quelli che avevano la coscienza turbata per questo motivo, e che obbedivano loro come a direttori spirituali, in tutti i casi di coscienza”. È acuto il filosofo di Malmesbury nel fondare almeno in parte la costituzione di un rapporto di potere (e quindi di comando/obbedienza) sul senso di colpa. Cosa sempre capitata nella storia delle istituzioni.

Ma di ciò i governanti italiani hanno fatto uso continuo e sovrabbondante, sia per sostenere la bontà delle proprie intenzioni e realizzazioni (in altri tempi per salvarli dall’inferno, ora dal virus); sia per trasferirne le responsabilità ai governati. Mentre risuona sempre il ritornello sulle tasse (paghiamone meno, paghiamole tutti), che per aumentarle a chi le paga, da quasi cinquant’anni i governanti ne attribuiscono la causa a chi non le evade. E continuano a farlo ad onta dell’inefficacia del ritornello. Come non fosse nota la pulsione del governanti ad attingere dal portafoglio dei governati.

Così col Covid, se arriverà una seria seconda ondata, la colpa sarà dei passeggiatori smascherati, dei bevitori in compagnia, dei banchettatori nei matrimoni e cresime. Troppo facile: ripensiamo a Hobbes.

Teodoro Klitsche de la Grange

Non c’è Sovranismo con il tabù della parola Patria, di Max Bonelli

Non c’è Sovranismo con il tabù della parola Patria

 

La manifestazione  del 10 ottobre a Roma ha sicuramente dato una luce di speranza nel frastornato mondo Sovranista.

C’erano alcune migliaia di attivisti in piazza e non poche centinaia come Repubblica ed il Corriere hanno scritto, mentendo sapendo di mentire, come Francesco Toscano di Vox Italia ha recitato, giustamente, in un passaggio del suo discorso.

Non era scontata la presenza di una avanguardia di coraggiosi, il potere aveva fatto di tutto per scoraggiare la partecipazione; li ha definiti “negazionisti” quando nessuno in quella piazza negava il Covid-19, bensì si opponeva ad una politica di terrore e privazione delle libertà individuali non confortata dai dati scientifici.

Aveva usato la carta della diffamazione contro l’organizzatore Pasquinelli e contro gli ispiratori teoretici come Fusaro e Borgognone sui social.

Nemmeno le minacce sono bastate a tener lontano la gente da quelle piazze, minacciando l’intervento della polizia; i questori hanno paventato il manganello della repressione, le cariche, ma nonostante questo la gente era lì; non folla oceanica ma tanta gente anzi tantissima per un Italia ormai addormentata ed impaurita.

Il compito degli organizzatori non era facile; unire i rivoli del frammentato mondo sovranista.

Portare sullo stesso palco D’Andrea, Toscano, Amodeo, Mori, Cunial per citarne alcuni non era scontato e già questo è stato un successo che di per sé terrorizzava il potere dei palazzi politici.

Vox Italia e Fronte Sovranista Italiano si sono presentati separati alle ultime elezioni e non è andata bene; forse proprio grazie  alla constatazione che essere disuniti non aiuta che li abbiamo visti insieme a Roma.

Nella piazza di San Giovanni non si è visto solo questo, ma una organizzazione finalmente all’opera sotto la  bandiera Sovranista.

C’era Byoblu di Messora che ha coperto mediaticamente l’evento ed ha infranto con prepotenza il muro della censura.

Grazie alla Tv internet di Byoblu abbiamo apprezzato gli interventi di leader politici e pensatori liberi come Fabio Frati  e Fulvio Grimaldi, autori degli interventi a mio parere più completi ed entusiasmanti; voglio anzi definirli coraggiosi, cosa che nella nazione dove i coraggiosi spesso vengono eliminati è il massimo degli onori.

Frati è stato concreto, l’unico a parlare della migrazione, sostituzione etnica mirata alla formazione di sfruttati necessari a calmierare il mercato del lavoro, “l’esercito salariale di riserva”.

Grimaldi ha parlato di Sovranità ma soprattutto di Patria ed identità, citando Dante con dovizia e disinvoltura; il discorso che avrei voluto sentire pronunciare da uno dei due leader dei due partiti sovranisti.

Beninteso non voglio negare il buono dei loro discorsi :

Toscano è stato accattivante, incisivo, a tratti ironico ma la parola Patria, patriottismo non ha trovato spazio nei suoi 5 minuti.

D’Andrea è stato metodico nella descrizione della struttura di un partito sovranista e mostrato la sua qualità migliore: razionale organizzatore, ma anche lui  dimentico di quelle due parole che in un Italia occupata dal 1945 sono di per sé rivoluzionarie.

Entrambi hanno citato elementi socialisti nel loro discorso.

Non parlo di Amodeo che di rivoluzionario nel suo discorso aveva solo il colletto della camicia in stile rivoluzione francese.

Per lui l’Italia ha perso Sovranità dal 1992. Mi dispiace egregio, il nostro paese soffre di una occupazione dal 1945, cioè da quando i “liberatori” si sono trasformati in occupanti.

Mori è stato perfetto ed esaustivo nei suoi 5 minuti; pedagogico nella difesa della costituzione del 1948 ma anche lui dimentico dell’aspetto identitario accessibile anche a chi ha bisogno di un messaggio semplificato.

Pasquinelli ha avuto in un passaggio dei suoi 5 minuti un riferimento identitario patriottico ed anche in questo si vede una certa lungimiranza che unite alle sue capacità organizzative lascia un seme di speranza; come pure il discorso del rappresentante del mondo artigianale Marino Poerio: concreto ed incisivo.

Un altro buon auspicio si prospetta nell’iniziativa pubblicizzata da Tiziana Alterio di creare una squadra di giuristi a difesa della costituzione del 1948 contro le iniziative liberticide di questo governo; sembra il compito ideale per Marco Mori e tanti altri.

Tirando le somme molte luci e qualche ombra; la gente è disperata e questa è una opportunità nella disperazione, nella lotta tra la vita e la morte ci sono i semi della rinascita. Da qui l’appello a chi ha messo su organizzazioni politiche nel mondo sovranista.

Coraggio, non impastarsi la bocca quando si deve pronunciare quella parola; Patria e patriottismo li dovete citare in egual modo di quando e come pronunciate la parola socialismo. Sono concetti che vanno di pari passo e che uniti si rafforzano, non si ostacolano.

Certo ci attireremo le attenzioni dell’occupante, qualche ricco borghese ci negherà l’appoggio ma tanti piccoli borghesi proletarizzati dal neoliberismo ce lo daranno; idem per i proletari sottoproletarizzati.

Orsù avanti con coraggio! Qui si libera l’Italia o si muore.

 

Max Bonelli

 

 

 

Ecco da chi e perché l’Italia è ricattata in Libia, di Giuseppe Gagliano

L’Italia è giunta in uno dei momenti più bassi di credibilità ed autorevolezza. Purtroppo non sono solo momenti e non abbiamo ancora raggiunto il fondo. Il nulla vestito di buone maniere_Giuseppe Germinario

Ecco da chi e perché l’Italia è ricattata in Libia

di

libia

Il caso dei diciotto membri dei motopescherecci “Antartide” e “Medinea” di Mazara del Vallo prigionieri nel porto di Bengasi dietro mandato del generale Khalifa Haftar. Il commento di Giuseppe Gagliano

Partiamo come di consueto dai recenti fatti di cronaca. Diciotto membri dei motopescherecci “Antartide” e “Medinea” di Mazara del Vallo sono prigionieri nel porto di Bengasi dietro mandato del generale Khalifa Haftar.

Quali valutazioni, di natura squisitamente politica, si possono fare di una vicenda così drammatica e insieme così umiliante per il nostro paese?

In prima battuta questa azione da parte delle milizie potrebbe essere letta come una ritorsione del viaggio compiuto dal nostro ministro degli esteri prima a Tripoli e poi a Tobruk per incontrare il presidente del parlamento Aguila Saleh che allo stato attuale sembra aver soppiantato la figura di Haftar. Un chiaro segnale insomma della perdita di qualunque credibilità del nostro paese sullo scacchiere libico come abbiamo avuto modo più volte di sottolineare su queste pagine.

Il fatto che la Farnesina abbia infatti cercato di fare pressione su Haftar per la liberazione degli ostaggi rivolgendosi alla Russia, all’Egitto e agli EAU dimostra in modo evidente la mancanza di peso politico del nostro paese.

Difficile credere che un tale evento si sarebbe verificato ai tempi di Andreotti e di Craxi.

Fra l’altro nel 2019 un cittadino sudcoreano e 3 filippini erano stati liberati proprio grazie all’intervento degli EAU.

Tuttavia dobbiamo tenere conto che la situazione politica in Libia è cambiata e il generale Haftar non è più l’uomo forte della Libia e di conseguenza la rilevanza di questa mediazione è quanto meno di dubbia efficacia.

In secondo luogo l’azione compiuta dalle milizie libiche si inserisce in una logica di rivendicazione illegittima sul piano del diritto internazionale marittimo da parte della Libia che vorrebbe estendere la sua sovranità fino alle 72 miglia dalla costa. Rivendicazioni che furono fatte molto spesso da Gheddafi.

In terzo luogo non si può notare l’enorme disparità tra l’attuale situazione dei 18 ostaggi e la presenza delle nostre forze navali e armate sia nel Golfo di Guinea sia presso la diga di Mosul. Anche se è scontato che l’Aise stia operando nella direzione di liberare gli ostaggi è evidente che il problema rimane strettamente legato alla credibilità ed autorevolezza dell’esecutivo e della Farnesina.

Infine, avventurandoci a formulare una semplice ipotesi, se una tale operazione da parte libica fosse stata posta in essere nei confronti di cittadini francesi è presumibile che l’esecutivo francese avrebbe già attivato le forze speciali coniugando tale intervento con una capillare rappresaglia. A tale proposito basti ricordare l’operazione francese in Mali che fu condotta nel 2015 sotto la direzione del Commandement des Opérations Spéciales e che fu portata a termine con successo dai Tier-1 del 1er régiment de parachutistes d’infanterie de marine con la liberazione dell’ostaggio olandese Sjaak Rijke di 54 anni catturato dai jihadisti di al-Qaeda.

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