Inascoltabile, di Vincenzo Cucinotta

C’è in questo mondo di politicanti e di media che volentieri li assecondano qualcosa che proprio non si può stare a sentire.
L’ultima indegnità che dobbiamo sopportarci da costoro è adesso il confronto tra il presente e i governi del primissimo dopoguerra.
Costoro dicono che essi stanno assieme nel governo Draghi in fieri come DC, liberali socialisti e comunisti stavano assieme nel governo guidato da De Gasperi.
Sarebbe lo stesso che io dicessi di essere come Claudia Schiffer perchè ho due occhi come lei, dite voi se non suona osceno questo confronto.
Draghi è venuto a commissionarli, possibile che ci sia chi non l’abbia ancora capito, per questo non credo, a differenza di persone che in genere la pensano similmente a me, che il problema sia Draghi, basti riflettere a cosa fosse il governo Conte.
Il primo governo Conte, quello gialloverde, costituiva un esperimento politico con caratteri interessanti in sé se non altro perchè permetteva di vedere quale svolta Salvini avesse impresso alla Lega, e nello stesso tempo permetteva di gettare luce su una realtà misteriosa come i 5S che nel frattempo erano diventati la forza politica di maggioranza relativa. Per quelli come me che vedevano nella falsa dicotomia destra-sinistra del ventennio che potremmo chiamare berlusconiano la pietosa menzogna coltivata per monopolizzare la politica da parte di due schieramenti che sui punti fondamentali camminavano invece gomito a gomito, si intravedeva una via per uscire da questa gabbia con questa inedita e a quel tempo imprevedibile alleanza.
La infausta svolta dell’agosto 2019 normalizza la politica italiana e rimette al centro del quadro politico italiano il PD che decide di allearsi con i 5S ma ancora una volta di rimessa.
Se voi ci pensate, a partire dalla discesa in campo di Berlusconi, il PD si è fatto concretamente veicolo passivo della UE, dei suoi paesi leader, e di tutta l’aggregato di potere sovranazionale che essa esprime. Per diventare appetibile agli elettori, il PD sfrutta abilmente un antiberlusconismo molto ostentato ma di fatto inconsistente.
Oggi, similmente, il PD prende ancora ordini da Bruxelles, e decide di cedere il ruolo di protagonista a quello stesso Conte che come dicevo altrove rappresenta la personificazione del trasformismo. Non è una scelta politica che può fruttare al PD, ma come si fa ad inventarsi una linea politica di cui si è scelto di fare a meno ormai da un quarto di secolo? Così, la strategia diventa quella di creare un super-PD inglobando nel suo corpaccione i 5S ormai allo sbando, in corso avanzato di balcanizzazione, e ciò che resta di LEU, sempre più inutile, soprattutto dopo la scissione di Renzi che ha tolto dal PD l’elemento più indigesto a quell’area.
Salvini è da una parte un politico sprovveduto per l’infausta svolta del Papeete, ma anche scalognato perchè è incappato nella pandemia. La pandemia ha colpito al cuore la Lega mettendone a nudo la sostanziale divisone interna e la provvisorietà di ogni segno di opposizione, vuoi verso la UE che verso i temi fondamentali, vuoi verso le misure anti-COVID sollevavano e che hanno valenza ben più ampia della contingente vicenda di tipo sanitario.
Incapaci di costruire un percorso di uscita dalla UE, incapaci di resistere alla narrazione mediatica della vicenda COVID, tutti i partiti sono stati messi a nudo nella loro funzione ormai marginale di copertura formale delle decisioni prese altrove e di strumenti ormai di convogliamento del consenso elettorale attraverso più o meno abili slogan, senza essere più portatori di reali alternative né politiche, né tanto meno ideologiche, uno strumento come tanti altri attraverso i quali un potere sempre più anonimo e oligarchico sta uccidendo ogni parvenza di democrazia nel nostro paese.
Chi oggi si allarma per Draghi, scambia insomma il segnale ormai visibile della crisi profonda e forse irreversibile della democrazia con la stessa crisi che data da ben più tempo e che lungo il 2020 si è assestata fermamente con la vicenda COVID. Dico irreversibile perchè quella crisi si basa su una scelta anch’essa ormai consolidatasi di superamento della costituzione, cioè della sua messa da parte ormai ridotta a un valore puramente simbolico. L’afasia del sistema politico italiano, aggravata dall’incapacità dell’organizzazione di nuove forze e di nuovi progetti politici, è la vera conferma che la democrazia è ormai in stato avanzato di coma.
Per capire come Draghi non sia il punto dirimente, basti riflettere sul fatto che egli è chiamato a sostituire Conte: davvero è questo passaggio che ci allarma, Conte quindi ci garantiva?
Tornando al tema iniziale, come si fa a confrontare una situazione di dichiarazione di morte del sistema politico italiano, con lo sforzo di lavorare assieme a un comune progetto partendo da ipotesi politiche in sé divergenti?
La situazione è esattamente opposta, allora il governo comune serviva a mettere da parte le differenze che costituivano la fonte dei problemi, oggi la fonte die problemi è la conformità totale, l’assenza di progetti e la pura e semplice funzione di gestione al servizio di poteri altri e lontani.
NB_tratto da facebook

Governo Draghi, sintesi_di Roberto Buffagni

Governo Draghi, sintesi.
Il campo anti-sistemico (populista/sovranista/nazionalista) ha tentato e fallito il superamento della contrapposizione destra/sinistra (governo gialloverde) in conformità alla comune designazione della UE come “nemico principale”.
Oggi riesce a superare la contrapposizione destra/sinistra il campo sistemico (euroatlantico/mondialista), e ottiene una vittoria strategica di prima grandezza: integra in forma subalterna la principale forza politica anti-sistemica italiana (Nuova Lega) e predispone un contenitore/ghetto per le lunatic fringes anti-sistemiche (Fd’I). Fd’I è il contenitore/ghetto ideale delle forze anti-sistemiche perché è una forza politica erede del fascismo, che con il suo semplice rifiuto di integrarsi nella maggioranza sistemica la definisce e legittima, sul piano dei valori, quale riedizione/riattivazione dell’ arco costituzionale antifascista.
Qualcosa di analogo era già avvenuto in Francia con la riuscita dell’esperimento Macron, brillantemente improvvisato per scongiurare il pericolo Front national nelle presidenziali 2016; ma il governo Draghi ne è la forma compiuta e integrale.
Come sempre avviene, la vittoria del campo sistemico consegue agli errori (catastrofici) e alle insufficienze anzitutto culturali (gravi) del campo anti-sistemico; e ovviamente alla bravura degli strateghi del campo vittorioso.
I problemi che hanno portato alla nascita di un campo anti-sistemico in tutto l’Occidente, però, non spariscono, sebbene per ora non trovino una sintesi culturale e politica adeguata.

Investitura e legittimazione di Mario Draghi, di Roberto Buffagni

Roberto Buffagni:
<Investitura e legittimazione di Mario Draghi, brevissima nota.
In superficie, l’investitura e la legittimazione di Mario Draghi provengono dalla sua competenza tecnico-operativa, che viene messa in risalto dalla simmetrica e conclamata incompetenza del ceto politico italiano, che per l’ennesima volta si è fatto sfilare la patente da un banchiere. Sotto la superficie, però, l’investitura e la legittimazione di Mario Draghi sono sacrali, regali e sacerdotali insieme. Perché Mario Draghi è stato il banchiere centrale UE, ossia colui che conferiva legalità al denaro (funzione regale) e insieme colui che lo creava (funzione sacerdotale, analoga alla Transustanziazione delle specie eucaristiche). Mi spiego meglio. Nelle società tradizionali, il denaro ha valore intrinseco (oro, argento, beni preziosi in genere) e la funzione regale si esprime nel conio della moneta, che le conferisce legalità. Ma nella nostra società, il denaro non ha alcun valore intrinseco: consiste in biglietti di banca (forma residuale) e soprattutto in accrediti e addebiti elettronici, pure scritture contabili. Nelle nostra società, insomma, il denaro è moneta fiduciaria, ossia puro segno che acquisisce valore per il solo fatto che i prenditori glielo attribuiscono “sulla fiducia”, ossia “per pura fede” (“sola fides”, il presupposto della Riforma luterana). La fiducia e la fede però sono cose serie, e vanno garantite da qualcuno. Il qualcuno che le garantisce, in questo caso il banchiere centrale che transustanzia una pura scrittura elettronica nella moneta a corso legale che consente a tutti di vivere la vita quotidiana, assume by stealth la funzione sacerdotale. E sia detto per inciso, è questa funzione sacerdotale che lo qualifica a richiedere e celebrare “i sacrifici” che vengono regolarmente richiesti alle popolazioni dalle istituzioni economiche e politiche, che oggi risulta difficile distinguere.
Funzione regale e funzione sacerdotale implicano ovviamente una legittimazione incompatibile con la legittimazione oggi ufficialmente rivendicata da tutti i regimi politici occidentali, ossia “la volontà del popolo” (la democrazia a suffragio universale).>

 

Conte 2 e 1/2…quasi 3, di Giuseppe Germinario

Ad un Matteo che langue e che rischia di fermarsi sulla soglia del traguardo o tuttalpiù di giungere alla meta vincitore, ma spossato, da alcuni anni nello scenario politico italiano si avvicenda un altro Matteo pronto a risorgere improvvisamente dalle ceneri. Entrambi amano l’azzardo e il colpo di scena, in particolare l’abbandono ostentato del palcoscenico.

Matteo I soprattutto perché è un istintivo. Diciotto mesi fa ha abbandonato la scialuppa di Giuseppi, sicuro di poter raccogliere a giorni il frutto elettorale della sua azione politica e fiducioso delle rassicurazioni del suo alter ego, Matteo II. Mal gliene incolse. Aveva sottovalutato la spregiudicatezza del suo clone e il trasformismo ecumenico e senza patemi e remore di Giuseppe Conte. Tutto sommato, però, gli è andata bene. Ha potuto conservare ancora per tempo in un unico consesso le due anime poco armoniche che ormai costituiscono il suo partito eludendo quelle scelte obbligate e dirimenti che di lì a poco la contingenza politica lo avrebbe costretto a prendere; le due anime essendo quella storica, localistica, fornita di radici territoriali e sociali ben delimitate e di una classe dirigente con una qualche esperienza amministrativa; quella nazionale tanto appariscente e conclamata, quanto priva di contenuti solidi e di portatori all’altezza della situazione sino a rischiare di scivolare ripetutamente nell’effimero.

Matteo II soprattutto perché è un beffardo. Il suo azzardo è molto più calcolato e cinico, ma non sufficientemente mimetizzato; ostentato, al contrario, attraverso la sua insopprimibile e compiaciuta fisiognomica. Una caratteristica che lo ha costretto dalle stelle alle stalle in una parabola strettissima e fulminante di appena quattro anni. Il suo è sembrato un epilogo dal sapore definitivo, corroborato dallo scarso proselitismo ottenuto dalla scelta di abbandonare il PD. La scelta di abbandonare la compagine governativa di Giuseppe II senza determinarne la rumorosa caduta è parso ai più come il classico salto della chimera, tanto effimero da far ripiombare nel giro di poche ore il nostro nell’anonimato. E i più hanno avvallato la tesi di una clamorosa sconfitta di Matteo Renzi, confortati tanto più dai sondaggi impietosi ai danni di Italia Viva.

A ben vedere la similitudine potrebbe però indurre ad un giudizio troppo frettoloso.

La scelta di abbandonare i tre ministeri si è compiuta dopo almeno sette mesi di confronto interno al Governo la cui virulenza è stata percepita solo grazie ai continui rinvii ai quali ci ha adusi il buon Giuseppe. L’argomentazione della scelta è stata per altro particolarmente articolata e scandita da frequenti preavvisi, senza la sicumera e l’arroganza manifestata dal protagonista durante le altrettanto rapide ascesa e caduta di quattro anni fa. Una volta registrata la chiusura di Giuseppe Conte ad una riapertura del confronto, la scelta dell’astensione è stata interpretata come una manifestazione di debolezza dovuta alla scarsa compattezza del gruppo parlamentare; una ragione dal peso piuttosto relativo rispetto al vantaggio offerto da una tattica di logoramento degli schieramenti e dei partiti la quale richiede tempi più appropriati.

Matteo Renzi ha messo in conto la possibile perdita di una parte del suo gruppo parlamentare esterno allo zoccolo duro dei fedeli. Matteo Renzi sa benissimo che per almeno ancora qualche anno ha scarsissime possibilità di conseguire un qualche incarico da Presidente, da ministro o da capo di partito grazie alla sua rovinosa caduta ancora troppo recente e all’impopolarità della quale è vittima. Ha al suo attivo la possibilità e l’obbligo di ricambiare il favore e il riconoscimento esclusivo di una cena offerta in suo onore alla Casa Bianca da quello stesso establishment che ha appena ripreso il sopravvento negli Stati Uniti. Può puntare quindi ad incarichi di apparato di alto livello e di prestigio e puntare o prestarsi a condurre o essere compartecipe nel frattempo di strategie di medio periodo senza l’ossessione della difesa quotidiana delle posizioni di potere.

L’obbiettivo di fondo di Renzi è quello di promuovere e pervenire al dissolvimento finale del M5S e ad una scomposizione e ricomposizione delle restanti forze politiche, ad eccezione probabilmente di Fratelli d’Italia, tale da creare da una parte una forza politica dichiaratamente, apertamente e coerentemente europeista nella sua attuale configurazione e nel suo attuale indirizzo politico, ossequiosa alla NATO con un blocco sociale composto dalle forze più integrate ed efficentiste in esse e corroborate dalla forza d’urto e di consenso di gran parte del terzo settore contrapposta eventualmente a forze sterilmente protestatarie; componente quest’ultima, della cui formazione non può ovviamente farsi carico.

Da questo punto di vista la forza degli argomenti da lui esibiti nel criticare l’azione di governo è tutta dalla sua parte. I sessantadue punti correttivi del Recovery Fund https://www.italiaviva.it/le_62_considerazioni_di_italia_viva_sulla_proposta_italiana_per_il_recovery_fund da lui presentati sono senz’altro un notevole passo avanti dal punto di vista dell’efficacia intrinseca dell’intervento rispetto all’ipotesi originaria ufficiosa fatta circolare da Conte; è però una efficacia tutta interna alla logica delle politiche comunitarie così come illustrate in almeno un paio di articoli su questo blog. https://italiaeilmondo.com/2020/12/31/tre-piani-a-confronto-e-il-bluff-di-giuseppe-germinario/Una logica che non garantisce assolutamente una politica economica ed industriale tale da garantire autonomia e peso strategico al paese; https://italiaeilmondo.com/2020/12/23/piani-a-confronto-da-recovery-di-giuseppe-germinario/ che è propedeutica ad un ulteriore pedissequo allineamento alle future scelte interventiste della nuova amministrazione americana condotte con la copertura del multilateralismo, della difesa dei diritti umani, del catastrofismo ambientalista e della cooperazione internazionale attraverso il sistema di alleanze rinvigorito dopo quattro anni di condotte alterne.

Su questo Renzi ha buon gioco nell’asfaltare Giuseppe Conte; come ha buon gioco nell’accusarlo apertamente di essere del tutto inadeguato a svolgere il proprio compito di Capo di Governo.

Giuseppe Conte, dal canto suo, ha fatto di tutto per confortare l’azione di Matteo II.

La qualità penosa dei suoi quattro interventi alla Camera e al Senato di lunedì e martedì, conditi con il suo patetico appello finale culminato con il pietoso grido di angoscia “aiutateci”, non ha fatto che rinforzare questo suo giudizio. Un giudizio già suffragato dalla evidente carenza di capacità programmatica e dalla incapacità di controllo e indirizzo della macchina amministrativa; un limite quest’ultimo, per la verità caratteristico di gran parte delle compagini governative succedutesi. Interventi, quindi che hanno evidenziato la sua totale incapacità di indirizzo ed autorevolezza che potesse giustificare e coprire in qualche maniere le nefandezze in corso per raggiungere entro poche settimane una incerta maggioranza assoluta; la sua ingenuità e il suo provincialismo nel prestarsi ostentatamente ad operazioni di sottogoverno; l’inesistenza e l’insulsaggine della principale forza politica, il M5S, ormai principale responsabile della condizione di paralisi ed inadeguatezza politica. Un atteggiamento tipico, ben coltivato negli ambienti più gretti della curia romana della quale è espressione il nostro avvocato del popolo.

L’obbiettivo di fondo della residua compagine di governo, impersonata da Conte, in realtà non è sostanzialmente diverso da quello dichiarato da Renzi.

Cambia nella qualità di presentazione, più abborracciata, e nella credibilità del protagonista ormai avvitato nella terza operazione trasformistica della sua breve ma intensa carriera di Capo di Governo dallo scarso pedigree e dalla “inesistente gavetta”; cambia nei tempi più lunghi richiesti dal processo di trasformazione e di assorbimento, eventualmente sotto altre spoglie, del M5S nell’alveo conformista; cambia nell’entità dei costi richiesti in termini di assistenzialismo e di dispendio insensato di risorse da tale politica trasformista; cambia nell’entità dei rischi di contaminazione che il PD corre, nel suo impegno di traghettamento del M5S, grazie all’immagine scialba di figure della levatura di Gualtieri, Orlando e Zingaretti e al bagaglio culturale del loro mentore Bettini.

L’uno, Matteo II, foriero quindi di una esibizione aperta di obbiettivi capace magari inizialmente di mobilitare ed accelerare le scelte, salvo poi esibire rapidamente la vacuità dei vantaggi che queste scelte così allineate possono offrire ad un blocco sociale sufficientemente coeso ed esteso che possa garantire la sopravvivenza sia pure ulteriormente subordinata del paese.

L’altro, Giuseppi 2 e ½..quasi 3, più attendista e mimetizzato, probabilmente anche più annebbiato nel perseguimento delle stesse scelte di fondo ma più spalleggiato nei corridoi.

L’uno alfiere, paladino e combattente in tutto simile ai patrioti, o presunti tali, della disfida di Barletta, i quali per difendere l’onore degli italiani contro gli spagnoli non trovano di meglio che assumere armi e difesa al soldo dei francesi.

L’altro impegnato, con la complicità di élites sempre più compiacenti ed un relativo favore popolare masochistico, nel predisporre e trasformare ulteriormente in un acquitrino, in una palude un territorio ormai sempre più ben disposto alle incursioni e ai saccheggi.

A noi la scelta in una battaglia talmente feroce da nascondere probabilmente una posta in palio ben più rilevante sotto la pressione di fazioni che vanno al di là dei confini europei e attraversano l’Atlantico. Quando l’oggetto del contendere arriva ad investire apertamente i servizi di intelligence vuol dire che ci si sta avvicinando ad un livello di scontro simile a quello statunitense, con qualche vena parodistica in più ma con un desiderio di regolare i conti per interposta persona analogo. Su questo ha ragione a chiedere lumi il senatore Adolfo d’Urso, voce nel deserto.

Chissà se alla fine la tenzone tra i due si potrà concludere su chi dovrà offrire all’osteria. Possibile, ma poco probabile.

Per una nuova integrazione economica franco-italiana, di Alessandro Aresu

Un punto centrale della collocazione internazionale dell’Italia, divisa ed assorbita dalla anglosfera, dall’influsso transalpino e da quello tedesco secondo una precisa scala gerarchica, potenzialmente disfunzionale. Il problema, soprattutto verso una potenza di dimensioni paragonabili con quella italiana, è ancora di più la qualità, la capacità e l’ambizione della nostra classe dirigente, nemmeno capace di selezionare decentemente i propri interlocutori d’oltr’Alpe, vedi l’affare Telecom_Giuseppe Germinario

Marcello De Cecco era un personaggio unico sia per la sua curiosità che per la diversità dei suoi interessi. È morto nel 20161. Economista e storico abruzzese, come il grande banchiere umanista Raffaele Mattioli, De Cecco ha saputo coniugare nella sua carriera apertura internazionale e divulgazione giornalistica. Attento osservatore degli squilibri nella zona euro e delle ambiguità dell’ondata di privatizzazioni italiane degli anni Novanta, De Cecco è anche all’origine dell’idea che qui analizzeremo e riprenderemo: l’integrazione economica franco-italiana.

Questo il titolo di un articolo ormai dimenticato del ricercatore italiano pubblicato su Le Monde nel 19932. L’articolo prende come punto di partenza il “terremoto” geopolitico e monetario dei primi anni 90. Alla fine della Guerra Fredda, De Cecco ha visto una tendenza neogolliana tra i leader tedeschi. La Germania si preparava ad “affrontare il mare aperto della politica internazionale” investendo massicciamente nelle sue regioni orientali. La priorità per Francia e Italia era capire il nuovo ruolo svolto dalla Germania. Secondo De Cecco, “un’Europa balcanizzata è perfetta per la nuova Germania”: il più alto livello di integrazione economica potrebbe essere raggiunto dall’ex Germania dell’Est formando un nodo strategico più ampio a livello dell’Europa centro-orientale, prima in ambito geoeconomico, poi in altre aree di integrazione. Il vecchio equilibrio integrazionista, fondata su una Germania divisa, era già obsoleta. L’unico modo per bilanciare il nuovo gigante, secondo De Cecco: “un’altra entità di dimensioni paragonabili alla Germania. Questa nuova entità può essere formata solo da una più profonda integrazione economica tra Italia e Francia. ” Perché ? “Da un punto di vista industriale, l’Italia è una Germania in scala ridotta. Ma, dove è debole, l’industria francese è forte. ”

La “nuova entità economica latina” non è germanofoba, ma indica un problema inevitabile che si presenta all’integrazione europea, quando questa è legata solo a una catena del valore geo-economica tedesca in crescita.

ALESSANDRO ARESU

Nel 1993, questa sostanziale parità in termini di punti di forza rendeva difficile il perseguimento, ma le integrazioni e le fusioni aziendali sembravano ancora possibili nei settori automobilistico, chimico, aeronautico e persino l’industria dell’acciaio. De Cecco ha anche ricordato il percorso già intrapreso nell’industria alimentare e nell’elettronica. Ha accusato i francesi di non avere la volontà politica di concretizzare i progetti industriali di cui sopra. E ha invitato gli “orgogliosi cugini transalpini” ad abbandonare gli stereotipi offensivi dei mafiosi e dei mangiatori di spaghetti italiani. Era quindi il momento di capire che una più profonda integrazione con una più ampia economia tedesca e con un centro di gravità allargato avrebbe portato a un’erosione della “individualità economica” della Francia. L’opzione italiana, invece, ha costituito la via ideale per la potenza francese, che ha saputo dispiegare anche la sua “capacità di costruzione e gestione delle infrastrutture” all’interno di uno spazio geopolitico. Su questo punto, il dono profetico di De Cecco ci riporta subito al nostro presente: il “ nuova entità economica latina Non è germanofobico ma indica un problema inevitabile che si presenta all’integrazione europea, quando questa è legata solo a una catena del valore geo-economica tedesca in crescita. De Cecco ha avanzato un argomento politico: “Non è possibile credere, anzi, che italiani e francesi si sottometteranno tranquillamente alla necessità di chiudere sempre più fabbriche nei due Paesi, che saranno, s «restano divisi, schiacciati dalla produttività della rinnovata industria tedesca, rafforzati dai bassi salari dei paesi dell’Est, a cui le aziende tedesche stanno già trasferendo la produzione. “L’integrazione franco-italiana potrebbe dialogare su un piano di parità con la Germania, potrebbe concentrarsi sul” collegamento ferroviario rapido Torino-Lione, alla gestione congiunta dei porti del Mediterraneo, che oggi hanno una concorrenza assurda, agli accordi tra le acciaierie di Taranto e Fos, le più moderne d’Europa, alla creazione di grandi holding franco-italiane in aeronautica, chimica, petrolifera e, soprattutto, nel settore automobilistico. Per questo De Cecco ha fatto appello alla “tradizionale capacità visionaria dei leader francesi” che “non può restare fissa sull’asse Parigi-Bonn”.

È proprio l’attualità delle questioni industriali sollevate da De Cecco che dovrebbe portarci a interrogarci sul nostro presente. Tra gli altri attori globali, i progetti industriali e geoeconomici sono ancora quelli di trent’anni fa? Leggendo questo articolo visionario, l’impressione di aver perso tempo è opprimente. Un’impressione diversa da quella che si può avere negli Stati Uniti, Cina, Giappone, Corea del Sud, Taiwan: luoghi che non hanno mai smesso di inventare il futuro. Non credo che De Cecco conoscesse nel 1993 il testo di Alexandre Kojève sull’impero latino, riapparso nel 19903, ma non posso escluderlo: in ogni caso si è avverata la sua profezia sullo scenario europeo di un allargamento della sfera economica tedesca e centro-orientale, mentre non è apparso alcuno “spazio latino”. . Non credo nemmeno che i “leader francesi visionari” – attori politici, industriali o finanziari – abbiano letto il testo di De Cecco mentre organizzavano le loro “campagne italiane”. Ma questa bottiglia in mare può permetterci di ottenere una fotografia di un momento importante per le nostre nazioni, in una svolta nella storia europea.

L’unione tra Francia e Italia rappresenta oggi circa il 26% del PIL dell’Unione, il 22,4% dei posti di lavoro e il 23,2% degli investimenti in ricerca e sviluppo. Il peso dell’Italia nell’economia europea è diminuito nell’ultimo decennio, quello della Francia è rimasto stabile, quello della Germania è aumentato. Il volume degli scambi tra Italia e Francia nel 2019 è stato di 86 miliardi di euro.

Ma per riportare in vita queste figure, torniamo alla nostra storia, e al grande Abruzzo della finanza italiana, Raffaele Mattioli, che in particolare ha contribuito a finanziare gli studi di Marcello De Cecco a Cambridge.4, classe 1939. Nel 1939 il giovane banchiere Enrico Cuccia sposò la figlia di Alberto Beneduce, ideatore dell’IRI, il cui nome era – in realtà – Idea Nuova Socialista. Mattioli offrì a Cuccia una mappa gigante (circa tre metri per due metri e mezzo) della Parigi del XVIII secolo, quando Michel Etienne Turgot lavorava come prevosto dei mercanti.5. Cuccia ha sempre tenuto il Piano di Parigi nel suo ufficio in Mediobanca, la banca di investimento del capitalismo italiano, che rappresentava anche un legame con il sistema francese, in particolare grazie alla grande amicizia tra lo stesso Cuccia e André Meyer, lo storico leader di Lazard negli Stati Uniti.

I legami instaurati tra istituzioni finanziarie come le banche rappresentano una delle caratteristiche a lungo termine del rapporto franco-italiano.

ALESSANDRO ARESU

Mediobanca è un hub finanziario: tra i partner francesi, oltre a Lazard, ci sono stati più recentemente player come Dassault, Groupama, Bolloré, la banca d’affari italiana che ha acquisito nel 2019 la francese Messier Maris. La storia delle banche italiane ha avuto diversi altri esempi. I legami che si instaurano tra le istituzioni finanziarie rappresentano una delle caratteristiche a lungo termine del rapporto franco-italiano. Possiamo ad esempio citare il finanziamento di missioni di interesse generale, che è sempre più importante nel nostro tempo. Nel 1816 la creazione della Caisse des Dépôts et Consignations fu opera del Conte Corvetto, ministro delle finanze francese nato a Genova. Il mondo italiano è stato quindi diviso e frammentato, rispetto alle opportunità offerte dalla Francia. La sua “sorellina” italiana, la Cassa Depositi e Prestiti, nasce nel 1850, prima dell’Unità d’Italia. Anche Roma si è rivolta a Parigi su questi temi negli ultimi tempi, quando ha cercato di integrare nel sistema italiano le lezioni del modello Bpifrance.

Oggi viviamo in un contesto diverso da quello di Cuccia e Lazard, e da quello di De Cecco. Viviamo all’ombra del conflitto tra Stati Uniti e Cina e vediamo nel capitalismo politico la progressiva espansione della sicurezza nazionale6. La Germania si è evoluta nella gestione di questa crisi, rispetto alla crisi precedente che ha indebolito tutti gli europei. Ma resta da dimostrare la capacità di realizzare progetti europei nel nostro continente. Dobbiamo raccogliere grandi sfide, come quelle che Emmanuel Macron ha esposto nella sua intervista con il Grande Continente . Quando si tratta di salute, digitalizzazione, sostenibilità, questo decennio porterà vincitori e vinti e cambierà le nostre società. Il fiume impetuoso dell’innovazione minaccia di mandare alla deriva gli europei, dopo un decennio di addormentarsi e perdere opportunità.

Borsa-Euronext, FCA-PSA, Fincantieri-STX, Essilor-Luxottica-Mediobanca-Unicredit-Generali, Tim-Vivendi-Mediaset, Crédit Agricole-Creval, Leonardo-Thales, Stm: questi sono, tra gli altri, industriali e a cui partecipano Francia e Italia.

L’Italia è la grande sconfitta nei trent’anni che ci separano da Maastricht e dal progetto De Cecco. È ovvio. Noi italiani dobbiamo riflettere sulla nostra debolezza. Il fenomeno delle multinazionali “tascabili”, che è comunque il nostro capitalismo medio, come descritto negli studi di Giuseppe Berta7e Dario Di Vico, devono affrontare disagi senza precedenti. La riluttanza finanziaria e organizzativa del motore essenziale del nostro sistema economico, le medie imprese con capacità internazionale, non è sostenibile nel medio termine. Inoltre, l’azionista Stato italiano si è ritirato da alcune aree (telecomunicazioni, autostrade) dove il settore privato non ha ottenuto buoni risultati. In questa fase lo Stato, attraverso strumenti finanziari e fondi sovrani, torna in prima linea. Alcuni imprenditori italiani si rivolgono alla Francia con una strategia di lunga data, a partire da Leonardo Del Vecchio, mentre è innegabile il coinvolgimento finanziario e industriale francese nel nostro Paese.

A mio avviso, è essenziale pensare in termini di dimensioni e scala: nel nostro mondo presente e in futuro, difficilmente possiamo fare nulla senza una scala rilevante.

ALESSANDRO ARESU

A mio parere, è essenziale pensare in termini di dimensioni e scala: nel nostro mondo presente e in futuro, difficilmente possiamo fare nulla senza una scala rilevante. Il sistema finanziario italiano non ha potuto trarre alcun reale beneficio dagli insegnamenti di Antoine Bernheim, nonostante quest’ultimo sia stato a capo di Generali da molti anni. È il suo sostegno ad Arnault e Bolloré che gli è valso giustamente il soprannome di “padrino del capitalismo francese”8. Tuttavia, noi italiani non avevamo un Thierry Breton nazionale per unificare i nostri servizi di sistema informativo. Alla fine degli anni ’90 Telecom Italia era di gran lunga la migliore azienda di telecomunicazioni in Europa. Un “complotto automobilistico” italiano lo ha seriamente indebolito modificando gli equilibri di potere. Ma le grandi società di telecomunicazioni europee devono affrontare gli stessi problemi di redditività se vogliono essere competitive in termini di frontiere tecnologiche, e queste domande riguardano anche i francesi.

L’Italia ha perso, ma la Francia non ha certo “vinto”. La pandemia ha solo confermato il fatto che i due paesi hanno difficoltà comuni. In assenza di un equilibrio di potere tra i due Paesi, negli ultimi anni è emersa una strategia offensiva, in quanto i francesi hanno esercitato maggiori pressioni sull’Italia, attraverso una serie di acquisizioni e operazioni in diversi settori industriali. . Ma questo non è stato fatto senza resistenza: tutti i paesi sono impegnati in una “corsa alla sicurezza nazionale”, che è e sarà rafforzata dalla pandemia. Nessuna strategia industriale su scala bilaterale o continentale può funzionare senza un tessuto di fiducia. Altrimenti prevarrà la resistenza all’integrazione ei mercati europei non avranno un governo industriale autonomo,

Inoltre, dovremo anche trattare tutti con la Germania dopo l’era Merkel , una situazione che non si era mai vista prima. Nello sviluppo della costruzione europea è secondo me impossibile che, in un futuro irrigidimento della posizione tedesca, la Francia lasci sola l’Italia ad affrontare il suo destino. Troppi legami uniscono i due paesi. I sentimenti degli italiani per la Francia oscillano tra complesso di inferiorità e fastidio. Si tratta di un problema reale, a cui è legata la convinzione degli italiani che l’opzione francese potrebbe essere messa in discussione da un improbabile ingresso dell’Italia nell’Anglosfera.. Sul piano geopolitico, la Francia ha spesso agito in sottile o aperto contrasto con l’Italia, senza trarne alcun reale vantaggio. Basti pensare alla guerra in Libia. La colpa è della Francia, la sconfitta è di entrambi. Sul nostro terreno di gioco nessuno ha i mezzi per comportarsi da “padrone”: siamo ridotti a fare appello agli Emirati sul terreno. Ma possiamo davvero continuare così? No, soprattutto perché le storiche divergenze tra le nostre aziende in campo energetico stanno affrontando un terremoto tecnologico e finanziario. Devono anche affrontare nuovi “campioni” in nuove arene.

Su quali basi possiamo ricostruire l ‘“integrazione economica franco-italiana”? Non tornerò qui nei dettagli di tutte le pratiche industriali e finanziarie aperte, ma le traccerò.

Primo punto: dobbiamo parlare francamente dei nostri contrasti, invece di tornare ai vecchi “file” o perdere tempo. Ce lo deve insegnare soprattutto la vicenda Fincantieri-STX e il susseguirsi di alti e bassi nel settore delle telecomunicazioni: non dobbiamo tardare a mettere sul tavolo i nostri interessi senza dare alla situazione il tempo di deteriorarsi. Altrimenti, continueremmo a riempire sempre di più le tasche degli avvocati. Una forma di sostegno economico indiretto, certo, ma che non è esattamente ciò di cui hanno bisogno le nostre economie.

Dobbiamo mostrare a una nuova generazione che la dimensione mediterranea non è una chimera. Come dice spesso il ministro Giuseppe Provenzano, siamo una generazione cresciuta cullata dalla “promessa” di un’unione tra il Mediterraneo e l’Africa che non ha prodotto alcun effetto reale.

ALESSANDRO ARESU

Secondo punto: i gruppi che saranno il risultato di una nuova unione franco-italiana non possono essere guidati solo da francesi. Certo, la Francia è un’economia più grande dell’Italia e ha un sistema istituzionale migliore. Non c’è bisogno di negarlo. L’Italia, invece, ha ancora dei punti di forza e non può essere “acquisita” dal sistema francese, in particolare perché in settori strategici è tecnicamente impossibile farlo senza un accordo. Altrimenti, le reazioni renderebbero le relazioni disfunzionali. Quando parlo di gruppi, intendo anche le aree che contano davvero: alta tecnologia, elettronica, ingegneria dei sistemi, difesa e sicurezza, infrastrutture, finanza.

Terzo punto: dobbiamo mostrare a una nuova generazione che la dimensione mediterranea non è una chimera . Come dice spesso il ministro Giuseppe Provenzano, siamo una generazione cresciuta cullata dalla “promessa” di un’unione tra il Mediterraneo e l’Africa che non ha prodotto alcun effetto reale. L’ opzione “latina” di De Cecco può avere senso solo se, in questi campi logistici, economici e geopolitici, la collaborazione italo-francese darà i suoi frutti. Una collaborazione che può essere svolta anche nel campo della finanza sostenibile, in un percorso già avviato dalla Francia con Finance in Common , che potrebbe essere ripreso dal G20 sotto la Presidenza italiana.

Quarto punto: dobbiamo anticipare il terremoto nella catena del valore tedesca, nei suoi collegamenti con la produzione italiana di componenti e robotica industriale, che è ancora un settore di eccellenza. Dobbiamo coordinare gli investimenti in nuove catene di approvvigionamento di elettricità e tecnologie all’avanguardia in relazione ai mercati europei e alle catene di approvvigionamento manifatturiere, anche attraverso relazioni più strette con università, politecnici e centri di ricerca. Ricerca. Non diciamo mai più che dobbiamo creare una DARPA o BARDA europea se non siamo in grado di farlo entro un anno, se non siamo in grado di riguadagnare la nostra ambizione,

Dal 2018 Francia e Italia discutono del Trattato del Quirinale. Tutti questi elementi possono far parte di un nuovo patto tra Italia e Francia, di cui dovremmo discutere il più rapidamente possibile, mentre siamo ancora di fronte alla tempesta del coronavirus e delle sue incognite. Dovremo essere pronti almeno per ottobre 2023, quando festeggeremo i trent’anni dalla pubblicazione dell’articolo di De Cecco.

FONTI
  1. Questo testo inedito riprende diversi studi sui rapporti economici e geopolitici tra Francia e Italia, pubblicati dal 2016 sulle riviste italiane Limes , Atlante Treccani , L’Espresso .
  2. Marcello De Cecco, “Per un’integrazione economica franco-italiana”, Le Monde , 2/10/1993. Sui progetti franco-italiani dei primi anni ’90 si legge la testimonianza di Paolo Savona, Come un incubo e come un sogno. Memorialia e moralia di mezzo secolo di storia , Rubbettino, 2018.
  3. Alexandre Kojève, L’empire latin (1945), in “Le regole del gioco”, I, 1990, 1
  4. Secondo la testimonianza di De Cecco in La figura e opera di Raffaele Mattioli , Ricciardi, 1999
  5. Cfr. L’opera di Giorgio La Malfa, Cuccia e il segreto di Mediobanca , Feltrinelli, 2014 o l’articolo di Fulvio Coltorti, “La Biblioteca storica di Mediobanca”, 8/10/2014, http: //www.archiviostoricomediobanca .mbres.it / documenti / FC_presentazione% 20della% 20Biblioteca% 20Mediobanca.pdf
  6. Alessandro Aresu, L’ Europa deve imparare il capitalismo politico , Le Grand Continent, 10 novembre 2020
  7. Giuseppe Berta, Che fine ha fatto il capitalismo italiano? , il Mulino, 2016
  8. Pierre de Gasquet, Antoine Bernheim: il padrino del capitalismo francese , Grasset, 2011.

https://legrandcontinent.eu/fr/2021/01/12/integration-economique-franco-italienne/?mc_cid=7aaa6f21c8&mc_eid=4c8205a2e9

CENNI SU CAPITALISMO E POLITICA, di Teodoro Klitsche de la Grange

CENNI SU CAPITALISMO E POLITICA

Paolo Becchi in un articolo su “Libero” rileva l’enorme aumento di ricchezza che la pandemia ha portato a qualche (gigantesca) azienda – e il sicuro impoverimento di tanti altri imprenditori e lavoratori autonomi – e ripropone la questione – talvolta e senza entusiasmo né enfasi particolare affrontata nei media mainstream – dell’aumento del divario tra ricchi e poveri nell’ultimo trentennio: i primi sempre più ricchi e i secondi in grande aumento. Marx sottolineava come questa fosse la logica del capitalismo. Scriveva che il tutto più che all’avidità del capitalista era dovuto alla logica del sistema. Nel capitolo (libro I, VII Sezione, cap. XXII) lo argomenta1 e lo ribadisce altrove.

Per cui che la tendenza del capitale sia quella dell’ “impulso assoluto verso l’arricchimento”, è stato affermato da (quasi) due secoli. Che comunque vi fossero altri riflessi e conseguenze (correttive) in questa logica, già lo aveva sostenuto Bernstein oltre un secolo orsono. Ma non è questo l’argomento che intendo cennare; piuttosto come tale tendenza all’accumulazione incida sul rapporto tra politica ed economia; o meglio tra politico ed economico.

L’anno che nasceva Marx, de Bonald scriveva un saggio, in forma di lunga recensione all’opera allora appena uscita (postuma) di M.me de Stael Observations sul l’ouvrage de M.me la baronee de Stael ayant pour titre “Considerations sur les principauz evenementes de la révolution française”.

Il saggio è una delle prime valutazioni del liberalismo sotto l’aspetto del realismo politico, in particolare sotto il profilo costituzionale. La polemica di De Bonald contro il liberalismo della de Stael si basava sulla incongruità di questo rispetto ai presupposti necessari dell’azione (e del pensiero) politico.

Particolarmente interessante ai fini della questione esaminata è che l’effetto del costituzionalismo liberale è, secondo de Bonald, la promozione di una classe essenzialmente dedita ad attività economiche, a patriziato politico. Con due conseguenze: la prima che si finisse così col confondere istituzionalmente l’interesse pubblico con quello privato. E così pubblico e privato. La seconda, che anticipa in una certa misura la considerazione di Marx (v. sopra nota 1) che così si crea una “classe” dal potere enorme. Diversamente dall’aristocrazia d’ancien régime il cui potere era economicamente fondato essenzialmente sulla proprietà fondiaria – per sua natura limitata – quella del patriziato del capitale era, trattandosi di ricchezza mobiliare, sempre per natura illimitata: “una contraddizione di cui è toccato a noi dare l’esempio, veder gli stessi uomini che chiedono a gran voce lo spezzettamento illimitato della proprietà immobiliare, favorire con tutti i mezzi la concentrazione senza freni della proprietà mobiliare o dei capitali. L’appropriazione di terre ha per forza termine. Quella del capitale immobiliare non ce l’ha, e lo stesso affarista può far commercio di tutto il mondo” (i corsivi sono miei); la conseguenza di questa concentrazione di potere economico e della commistione con quello politico era che “questa è una delle ragioni del rialzo dei prezzi delle derrate in Inghilterra, nei Paesi Bassi e anche in Francia, e dovunque il commercio non ha altro fine che il commercio e dove milioni chiamano e producono altri milioni.

I grandi patrimoni immobiliari fanno inclinare lo Stato verso l’aristocrazia, ma le grandi ricchezze mobiliari lo portano alla democrazia; e gli arricchiti, divenuti padroni dello stato, comprano il potere a buon mercato da coloro cui vendono assai cari zucchero e caffè2. De Bonald aveva visto giusto: “far commercio di tutto il mondo” è ancora quanto con più sintesi ed efficacia descrive l’ethos del capitalismo attuale, finanziarizzato, informatizzato e meno vincolato del “vecchio”, da mezzi “solidi” (la fabbrica, la macchina, il negozio).

Così come il controrivoluzionario aveva previsto la crescita d’influenza che la ricchezza globale avrebbe avuto sui regimi democratico-parlamentari (la plutocrazia), e quindi sul potere politico.

Secondo Wittfogel, l’opposizione tra classi (o ceti) esercenti il potere politico e quello economico è antica. Peculiare è, del suo pensiero sottolineare come (i vari tipi di) dispotismo idraulico avevano regolato la proprietà (e l’accesso alla stessa), anche senza arrivare – come quasi sempre non erano arrivati – a sopprimere la proprietà dei mezzi di produzione e l’iniziativa economica privata “Le leggi idrauliche di successione determinano la frammentazione della terra di proprietà privata”; al contrario la “proprietà” feudale, caratterizzata da succcessione limitata o dal maggiorascato e dall’indivisibilità del feudo favoriva la perpetuazione (e l’instaurazione) di (un altro) potere politico “Invece, la terra della classe possidente feudale (occidentale) implicava la perpetuazione del potere politico organizzato, indipendente dal (e talvolta in aperto conflitto col) potere statale. Diversamente dalla proprietà idraulica (burocratica e non-burocratica), la proprietà feudale, oltre ad essere fonte di reddito, era, in maniera rilevante ed evidente, anche fonte di potere”.

Il regime proprietario dei dispotismi idraulici favorisce una proprietà di reddito “essa non consente ai suoi detentori di controllare il potere statale attraverso l’azione e l’organizzazione fondata sulla proprietà. In ogni caso, essa non è proprietà di potere, ma proprietà di reddito”.

Nelle società idrauliche (id est di dispotismo orientale) la disciplina della proprietà e dell’appropriazione è rivolta così al duplice scopo sia di evitare concentrazioni di ricchezza tali da poter insidiare il potere politico sia di favorire la frammentazione della ricchezza (della proprietà). L’esistenza di divieti d’appropriazione, di restrizioni alla circolazione dei beni, di vaste proprietà demaniali e di servizio, come la regolazione della proprietà privata trovano in quel fine la loro (principale) ragione. Così la classe politica impediva la crescita di un’opposizione evitando la concentrazione di potere economico; da cui sarebbe probabilmente derivata una nuova (totalmente o parzialmente) élite dirigente.

Secondo Marx ed Engels la tendenza della borghesia è di assicurarsi (anche) il potere politico; come è scritto nel Manifesto la borghesia si serve dei governi; lo Stato è “una giunta amministrativa degli affari comuni di tutta la classe borghese”3. Lenin sostiene ripetutamente “La salvezza sta nei monopoli – dicevano i capitalisti – e formavano cartelli, sindacati e trusts; la salvezza sta nei monopoli, tenevano bordone i capi politici della borghesia, e si affrettavano ad arraffare le parti del mondo non ancora divise”.

Fino agli anni ’80 era – com’è noto – opinione condivisa almeno nella sinistra comunista e “gruppettara” che lo Stato fosse lo strumento con cui la borghesia capitalista esercitava il proprio potere. Dopo il crollo del comunismo (com’è altrettanto noto) la rappresentazione dello Stato e del Capitale come compagni necessari di strada si è ribaltata: il politico non è più la sovrastruttura della struttura del capitale, ma il limite, l’impedimento, l’ostacolo alla governance tecno-capitalista.

Politica ed economia hanno divorziato (così sembra); o meglio il politico è un limite, tollerabile in quanto non ostacola, o meglio collabora al dispiegarsi del potere economico globalizzato e globalizzante. Tutti gli attributi e le istituzioni politiche hanno subito la stessa sorte. Lo Stato è tollerato come gendarme notturno, in particolare se (molto) miope nel percepire le attività capitaliste; la democrazia perde i caratteri tradizionali (politici) e diventa la palestra della discussione pubblica (sulla tutela dei diritti dell’uomo, più che del cittadino); il bene comune, l’interesse generale non sono più riferiti alla comunità, come in altri campi, ma a tutto concedere all’umanità. Non senza qualche ragione, se è vero come è vero che la stagnazione che colpisce i paesi più sviluppati (Italia in primo luogo) ne ha ridotto la crescita, ma nel contempo è aumentata quella dei paesi in via di sviluppo (Cina, in primis, e tanti altri a seguito)4. Quindi se il bene comune è quello dell’umanità, l’obiettivo è stato centrato. Peraltro a crescere sono stati i paesi più poveri: anche quello della giustizia pare raggiunto. I dati sulla crescita del capitale delle grandi imprese, pure. Resta da vedere quanto tali successi possano rallegrare i popoli più sviluppati e in particolare i di essi “ceti medi”.

Dato che, a prescindere da altre cause concorrenti, ciò che ha determinato (principalmente) questi risultati è stato che le grandi imprese producono dove i costi (specie la manodopera) sono più bassi, vendono dove la domanda è più ricca (i paesi sviluppati) e pagano le imposte dove si pagano meno (i paradisi fiscali),la globalizzazione (contemporanea) è probabilmente la più fedele rappresentazione di quanto si legge nel Manifesto del partito comunista: sul carattere cosmopolitico e dirompente in termini sociali e politici, dell’accumulazione del capitale. Dato però che il risultato è che “Quelle che furono fino ad ora le piccole classi medie dei piccoli industriali, negozianti e rentiers, degli artigiani e dei contadini proprietarii, finiscono per discendere al livello del proletariato”5 ha generato la propria opposizione. Se questa ha le ragioni (anche) culturali e politiche trova in quella la causa economica.

Insieme allo Stato deperisce (nei paesi sviluppati) lo “Stato sociale” data la riduzione – in Italia – delle prestazioni che colpiscono ceti medi e ceti popolari – e l’aumento delle imposte (come quelle sulle proprietà immobiliari e sui consumi), che colpiscono gli stessi gruppi a causa della minor ricchezza prodotta e dalla necessità (conseguente) di sostentare l’apparato pubblico (in certa misura peraltro parassitario) cui le grandi imprese contribuiscono sempre meno. Così ha creato la propria alternativa, il nuovo “contenuto” del criterio del politico.

Teodoro Klitsche de la Grange

1 “Il capitalista non è rispettabile che come personificazione del capitale. Come tale condivide con il tesaurizzatore l’impulso assoluto verso l’arricchimento: Ma quanto nel tesaurizzatore appare come mania individuale, nel capitalista è effetto del meccanismo sociale, in seno al quale egli è solo una ruota dell’ingranaggio. D’altro lato lo sviluppo della produzione capitalistica comporta di necessità un costante aumento del capitale investito in una impresa industriale, e la concorrenza impone a ogni singolo capitalista come leggi coercitive esterne le leggi immanenti del modo di produzione capitalistico. Lo obbliga ad allargare continuamente il suo capitale per conservarlo, e lo può allargare solo tramite un’accumulazione progressiva”

2 Op. cit., trad it. La Costituzione come esistenza, Settimo Sigillo, Roma 1985, pp. 43-44 (il corsivo è mio).

3 E notavano anche che “il progresso dell’industria precipita nel proletariato intere sezioni della classe dominante o per lo meno, ne minaccia le condizioni di esistenza per cui “gli ordini medi, il piccolo industriale, il piccolo commerciante, l’artigiano, il contadino, combattono tutti la borghesia, per premunire della scomparsa la propria esistenza come ordini medi”. Dopo Marx, con l’avvio della fase imperialistica, è ripetutamente sostenuto che questo può realizzarsi (principalmente) per l’influenza della borghesia sul potere politico e quindi il procedere d’intesa tra Stato e capitalismo. Hobson scrive “La finanza manipola le forze patriottiche di politici, soldati, filantropi e agenti di commercio” le forze che sostengono l’imperialismo “sono essenzialmente parassiti del patriottismo e trovano protezione dietro la sua bandiera. In bocca ai loro rappresentanti vi sono nobili frasi, che esprimono il desiderio di estendere l’area della civiltà, stabilire il buon governo, convertire alla cristianità… Uno statista ambizioso, un soldato di frontiera… possono collaborare per istruire l’opinione pubblica patriottica sull’urgente bisogno di un nuovo avanzamento; ma la decisione finale rimane al potere finanziario… Mentre i giornali finanziari specializzati impongono fatti e opinioni alla comunità degli affari, la maggior parte della stampa passa sempre di più sotto il dominio consapevole o inconsapevole dei finanzieri” (v. Imperialism a study, trad. it. di L. Meldolesi e N. Stame, Milano 1974, pp. 54-55).

4 Negli anni dal 1999 al 2019 il PIL mondiale è cresciuto di circa un 3% per anno; i due paesi più popolosi del Mondo, Cina ed India, di percentuale tra il 5% e il 10% (abbondante) annuo; inutile ricordare i tassi modesti dei paesi sviluppati a quelli da prefisso telefonico – spesso negativo – del Bel Paese (fonte Indexmundis).

5 v. Manifesto

Micropolitica e macroillusioni, di Vincenzo Cucinotta

Quando guardo a quella micropolitica che si agita nelle acque torbide della nostra derelitta patria, non vi leggo nulla che possa essere di minimo interesse per il popolo italiano, tutto confinato dentro i meccanismi autonomi di un mondo di mediocri politicanti nostrani che apparecchiano la tavola per loro stessi e per il circo mediatico che li controlla e li parassita totalmente.
Se però consideriamo i padrini dei vari protagonisti, allora viene da chiedersi oggi, nel dopo-Trump, dove si collochi la faglia tra UE a guida tedesca ove si schierano Conte, ma anche lo stesso Mattarella e certamente quel Gualtieri che alla fine riassume in pieno la vacuità dei politicanti italiani, e pro-dem USA rappresentata sicuramente da Renzi e chissà quanti altri.
Siamo stati abituati a vedere un contrasto aspro e palese tra gli USA di Trump e la UE della Merkel, andato avanti senza che nessuno si curasse di occultarlo, ma a livello geopolitico sembrava abbastanza ovvio vedere una sostanziale comunanza tra i dem USA e la UE. Qui in Italia però, vediamo i riflessi chiari di un contrasto che magari non sarà un vero e proprio scontro tra il Renzi tornato con ordini freschi freschi dagli USA e un Conte che ovviamente deve tutta la sua fortuna a un Mattarella che lo ha fin qui coperto totalmente scoraggiando il PD dal procedere contro il PdC.
Non è del resto un caso che Conte resista così tenacemente a Renzi rifiutandosi di cedere la delega ai servizi segreti, come se si aspettasse uno sgambetto da quelle parti lì. Se consideriamo la lunga tradizione di sottomissione dei nostri servizi agli USA fino a farne quasi una succursale della CIA, è evidente che c’è da parte dei dem USA se non una vera e propria ostilità, una forte diffidenza verso Conte e forse verso la parte che lo sostiene così fermamente.
Naturalmente, non mi sento di escludere che Renzi abbia semplicemente ottenuto dal circolo Clinton il permesso di giocarsi le carte e che quindi lo scontro resti tutto nell’ambito angusto degli interessi personalistici dei politicanti nostrani.
Vedremo, di certo rimane il fatto che se anche Conte non ottenesse la fiducia, potrebbe comunque portare avanti la gestione della redazione del Recovery Plan, visto che basterebbe che Mattarella lo pregasse come in effetti si fa sempre in questi casi, di restare in carica per la gestione degli affari correnti che, imponendo la UE le scadenze, potrebbe includere anche la definizione di quel piano.
Ciò a cui non credo, è che si vada alle elezioni quando nessuno degli attori in gioco le vuole, con la sola eccezione del partito FdI, anche se i media continuano a sostenere la tesi assurda di un Mattarella che si rifiuterebbe di ritardare le elezioni. Il personaggio non è certo un Riccardo cuor di leone e certo non gradisce di doversi prendere la responsabilità di traghettare l’attuale parlamento alla sua scadenza normale, ed è credibile perciò che voglia imporre ai duellanti di farla finita togliendogli le castagne dal fuoco, ma un Mattarella che contro la quasi totalità delle forze politiche sciolga le camere, mi pare fantascienza allo stato puro.
Si congelerà la situazione in ogni caso perchè il golpe in corso non può incontrare neanche minimi ostacoli come un semplice cambio di guida, mascherando il tutto con finti incarichi esplorativi che si sa falliranno. Certo, in questi casi il rischio di soluzioni non previste c’è sempre, ma non vedo che alternativa costoro abbiano se non tentare di continuare questa mediocre recita mentre media e medici mediatici eseguano gli ordini ricevuti nel silenzio della politica come sappiamo è fin qui avvenuto.
Checché ne dicano coloro che neanche mi leggono più per la mia apparente ossessione contro la gestione criminale della COVID-19, la vera politica si gioca lì, hanno fatto saltare la costituzione, figuriamoci se non tirano avanti fino alla scadenza prevista del parlamento, sarebbe comunque un aspetto secondario rispetto al golpe già in corso senza che neanche venga fatto alcun sforzo di occultarlo.
tratto da facebook

Tre piani a confronto….e il bluff, di Giuseppe Germinario

Ad una rilettura il mio articolo del 23 dicembre scorso “tre piani a confronto…” https://italiaeilmondo.com/2020/12/23/piani-a-confronto-da-recovery-di-giuseppe-germinario/ mi era apparso eccessivamente livoroso. I contenuti li ho ritenuti validi, ma il tono troppo spietato per una partita tutto sommato ancora in buona parte da giocare. Colpa probabilmente della claustrofobia sedimentata in settimane di reclusione in una stanza d’ospedale.

Devo ricredermi! La realtà delle cose sta assumendo aspetti ancora più irrealistici e prosaici, mi si perdoni il gioco di parole.

Un giallo che sta assumendo i tratti multicolori di una farsa, elevando con ciò la compagine di governo, in particolare la triade Conte, Gualtieri, Di Maio e con un paio di rare eccezioni ridotte ormai al ruolo di mera testimonianza, la stessa riservata nel Conte I a Luciano Barra Caracciolo, al rango di giocatori delle tre carte.

In quell’articolo avevo sottolineato con forza che il piano di investimenti, il pezzo forte del PNNR (NGEU) italiano, sarebbe rifluito progressivamente in un recupero di investimenti in realtà già programmati e finanziati. Avevo specificato per altro che il documento prevedeva questa possibilità, ma di fatto avevo attribuito ai condizionamenti politici esterni, in particolare quelli dei ventriloqui della Commissione Europea, alla mancanza di ambizione e strategia del piano, al dissesto istituzionale e alla inadeguatezza dell’apparato tecnico-amministrativo centrale l’inesorabilità di quell’inerzia. Invito chi non lo avesse fatto, a leggerlo con una buona dose di pazienza.

Le fibrillazioni politiche interne allo schieramento politico che sostiene il governo hanno portato alla luce intanto uno degli aspetti cruciali di un piano mantenuto nella riservatezza e nel mistero, possibilmente sino al suo varo: i 4/5 di quel piano di investimenti sono già il recupero di opere già programmate e finanziate.

https://www.agi.it/estero/news/2020-12-31/discorso-fine-anno-angela-merkel-10867389/

Così recita il Ministro Gualtieri: “L’unico momento in cui la discussione si e’ accesa e’ stato quando il ministro Gualtieri ha ribadito che l’Italia non si puo’ permettere di puntare tutti i prestiti europei su progetti aggiuntivi perche’ questo farebbe schizzare il debito e rischierebbe di far saltare il percorso di rientro approvato in Parlamento. “

Quello che sarebbe stato l’esito di una inerzia delle cose, è in realtà una scelta politica ex ante del Governo.

Se si aggiunge il fatto che già dal 2023, non alla scadenza decennale del piano di azione, è già previsto un programma di rientro del deficit pubblico intorno al 2,5% medio annuo, di fatto una massa finanziaria all’incirca equivalente ai finanziamenti europei, il quadro diventa leggibile e trasparente, non ostante l’evasività mistificatoria dei nostri saltimbanchi; il Recovery Fund (NGEU-PNNR), almeno per l’Italia, si sta rivelando una mera partita di giro o poco più.

È l’evidenza che un accordo politico, magari di massima, con i ventriloqui della Commissione Europea c’è già, di fatto se non ancora formalizzato; un accordo frutto di una presa d’atto piuttosto che di una trattativa vera e propria.

Le fibrillazioni politiche non devono ingannare. I sussulti che scuotono il governo sono tutti interni a questa logica e se la tentazione di esasperare una strumentalizzazione a fini di bottega dovesse alla fine prevalere, gli efficaci strumenti di persuasione, trasformismo o di annichilimento non mancheranno di certo. Né del resto dalla parte dell’opposizione politica appaiono forze credibili, di una certa consistenza, capaci ed realmente intenzionate a sostenere uno scontro ed un confronto politico così arduo.

https://www.facebook.com/watch/?ref=search&v=394576961851749&external_log_id=0989f68c-cfe2-4d54-8bf2-12a64db07927&q=matteo%20renzi

I portatori di questa dinamica sono nel PD, le mosche nocchiere sono in Italia Viva, gli insulsi, gli inconsapevoli e gli opportunisti di basso rango nel M5S.

Forze che trovano lì, a Parigi, a Bruxelles, a Berlino, dire anche a Washington sarebbe forse una sopravalutazione, la propria legittimazione e la propria ragione d’esistenza.

Qualche beneficio d’inventario, con qualche buona volontà, lo si potrà pur concedere: il trasferimento possibile dalle spese ordinarie agli investimenti, sia pure sempre meno strategici, può rientrare nel ventaglio dei margini operativi; gli stessi investimenti già previsti, programmati e finanziati, senza il Recovery Fund rischierebbero di essere quantomeno dilazionate; la stessa consistenza effettiva dei piani di rientro del deficit dipendono molto dall’accondiscendenza politica verso i ventriloqui della C.E., dalle dinamiche geopolitiche ad essa legate e dai rischi politici interni al paese. Tutti fattori che potrebbero agire quantomeno nella funzione di moltiplicatore keynesiano del piano, almeno nell’immediato; non nella futura posizione strategica del paese.

Qualche beneficio d’inventario in meno, in verità uno spreco criminale alla luce del futuro che si sta profilando, si stanno rivelando la pletora di bonus elargiti allegramente e meschinamente nella fase iniziale di emergenza.

Ma ormai nelle dinamiche della UE le opzioni di politica economica dell’Italia sono strette non in una, bensì in due morse: quello del principio di austerità che deve regolare il rientro del deficit pubblico; quello della rimessa in discussione, per inadeguatezza del piano, dello stanziamento dei fondi di NGEU. Due ganasce che sottendono dinamiche geoeconomiche e geopolitiche interne alla UE e soprattutto esterne ad essa che vanno bel oltre le capacità di comprensione e di azione del nostro ceto politico e della nostra classe dirigente; limiti che stanno portando questi ultimi ad un livello di connivenza e complicità a titolo sempre più gratuito.

Lo stellone, le competenze sempre più disperse e il genio italico, sia pure appannati, purtuttavia rimangono e covano sotto le ceneri; emergono qua e là, capaci di disegnare gioielli come l’ultima portaerei varata a Trieste. Sono strumenti però utili, tra i tanti possibili, a chi li sa e li vuole utilizzare.

Già in altre fasi storiche il genio e lo stellone italici hanno tratto il classico coniglio dal cappello nelle situazioni più complicate e disperate, a partire dal conseguimento stesso dell’Unità d’Italia e dalla fondazione della Repubblica. Lo hanno potuto fare nei momenti più traumatici e drammatici. Oggi la situazione è, almeno per il momento, diversa. Viviamo in una fase nella quale la rana, cioè noi, si trova immersa ancora in una pentola ravvivata a fuoco lento. Più sarà lenta la fase di ebollizione, meno la rana capirà in tempo utile o in extremis in quale gioco nefasto, ma inizialmente confortevole è andata a cacciarsi.

IL REICH DEL DECENNIO VENTURO, di Antonio de Martini

Guardiamo in faccia la realtà: non abbiamo programmi per il nuovo anno.
L’incertezza prevale.
Gennaio incombe e tra i pochi che hanno progetti, troneggia Urbano Cairo.
Si tratta di un imprenditore-venditore di spazi e tempi pubblicitari che speculando sul cash-flow e l’ignavia generale, si è appropriato prima della catena TV “ La7” (creata come “ la uomo TV “ da Carlo Puri negli anni 70 ) di cui Telecom era ansiosa di sbarazzarsi e poi de “ Il Corriere della sera”.
Due suoi clienti che non macinavano utili per gli azionisti, ma fatturato per lui.
Sapeva che prima o poi gli strumenti sarebbero tornati utili a qualcuno.
E così è stato, evidentemente.
Entro gennaio il “ Corriere della sera” cambierà direttore editoriale e direttore responsabile.
La novità consiste nei nomi dei personaggi che qualcuno ha designato a quesi posti:
Valter Veltroni, il becchino de “l’Unita” ( e di Roma, nonché del PDS) sarà il direttore editoriale e Aldo Cazzullo occuperà il posto che fu di Albertini e Spadolini.
Con questi nomi, è evidente che non si punta sulla diffusione e il rilancio, ma si cerca di patrocinare una operazione politica di quelle che piacevano a Eugenio Scalfari.
A Scalfari non riuscì di creare connubi, figuriamoci a Cairo.
Vogliono fare una fusione tra il movimento 5 stelle e il PD che nelle menti degli architetti dovrebbe creare il reich del decennio prossimo venturo.
Naturalmente si dovrebbe cominciare col sacrificio di Conte – come tutti i mezzani non piu necessario- e si baserebbe sull’utilizzo degli avanzi come sempre accade dopo le feste.
Per timore che Conte impegni rapidamente il malloppo, l’operazione é stata anticipata a gennaio.
Gli unici effetti che certamente produrrà , saranno la fine della carriera di Paolo Mieli ( che non è un male, anzi) e la consapevolezza generale, anche tra i sordo-ciechi, che in Italia vige un regime slabbrato, indecente e privo di senso della realtà ( e anche questo non è un male, anzi).
Il vantaggio principe è rappresentato comunque dal fatto che nel paese dell’ambiguità ci sarà qualche equivoco in meno e qualche spazio in più.
Utilizziamolo per abbattere il regime che, dopo questa brillante pensata, sarà evidente agli occhi di tutti.
NB_ con due piccole chiose: la forza finanziaria di Cairo non è così solida come appare. Dietro c’è Soros; nel disegno entra anche l’acquisizione del Sole 24 ore. Lee trattative sono in corso_Giuseppe Germinario

 

Dottor Giletti, non è l’arena, ma solo perché manca uno dei contendenti_di Giuseppe Germinario

Al dottor Massimo Giletti

conduttore della trasmissione “Non è l’arena”

Dottor Giletti,

ho seguito con attenzione la puntata di “Non è l’arena” del 20 dicembre scorso. Guardo ormai di rado la televisione, ma capita spesso di osservare la sua produzione quasi sempre interessante, incalzante, il più delle volte con una rappresentazione sufficientemente completa della realtà, altre volte con una intensità ed una partecipazione drammatica talmente forte da spingere ad una visione unilaterale, distorta, deleteria e spesso tribunizia dei problemi posti. Nella fattispecie mi riferisco alla parte di trasmissione dedicata ai problemi di inquinamento e sanitari legati al complesso industriale dell’ILVA di Taranto. Sono originario di quelle parti, ne sono andato via ormai da più di trenta anni, ci torno comunque molto volentieri in vacanza quasi ogni anno, conosco la radicale e particolare combattività di quella popolazione ma osservo anche il progressivo degrado di quell’area, simile purtroppo ad altre del paese e in particolare del Mezzogiorno. Negli anni ‘70 ho esercitato funzioni pubbliche relativamente a margine di quell’area, ma sufficientemente prossime da poter conoscere e nel mio piccolo influenzare la situazione sociopolitica del tarantino. Ho conosciuto il fervore, le aspettative generate dall’insediamento dell’acciaieria, ma anche le enormi problematiche che avrebbe generato progressivamente, ma allora già incipienti se non adeguatamente affrontate. Oggi siamo certamente di fronte forse nemmeno ancora all’epilogo, ma di sicuro all’agonia di una tragedia sanitaria ed ambientale certamente, ma anche economica di quella zona e di tutto il paese, in particolare nella fattispecie nella capacità di controllo delle leve economiche. Un dramma che però deve essere risolto positivamente di pari passo con l’altro. Lascio perdere la narrazione a buon mercato e facilona di un paese intero, ma anche di un territorio così esteso e popolato che possa vivere di solo turismo ed agricoltura. Di quale turismo e di quale agricoltura ci sarebbe comunque da discutere, viste le luci e le ombre che caratterizzano quelle attività in quell’area, come in tante altre per la verità. Non è questo il cuore del problema. Ci sono ormai innumerevoli esperienze di paesi di una certa importanza e dimensione che hanno scelto questa strada e che sono finite velocemente nell’irrilevanza politica e nella tragedia economica e sociale. Un paese che abbia a cuore il proprio benessere, la propria autonomia, la propria indipendenza, la propria coesione e progressione sociale non può rinunciare all’industria.

Non voglio dilungarmi eccessivamente; ci sarebbe da scrivere interi tomi e il blog di Italiaeilmondo.com nel suo piccolo ritiene di aver dato un proprio contributo al tema.

In sintesi cerco di affrontare il tema e rispondere ad alcuni luoghi comuni ricorrenti ed apparsi in modo unilaterale e senza contraddittorio nella sua trasmissione:

  • L’ILVA di Taranto, ex Italsider, è una delle attività superstiti che fornisce il prodotto di base all’industria cantieristica, meccanica, di utensileria, mezzi di produzione e quant’altro in Italia. Rappresenta l’esito di una grande battaglia politica simboleggiata da personaggi come Mattei, condotta da vari esponenti degli schieramenti politici sin dagli anni ‘50 contro altri ben insinuati nei gangli vitali; battaglia che pose le basi dello sviluppo industriale del paese

  • il IV centro siderurgico di Taranto non è nato in una fase di sovrapproduzione dell’acciaio, precisando che quando si parla di acciaio non si parla di un prodotto di base indistinto buono per tutti gli usi. Esistono delle precise e finalizzate specializzazioni di prodotto. Fuori dal contesto economico apparvero invece in parte il V e soprattutto il VI centro, del resto mai sorto a Gioia Tauro non ostante la costruzione del porto ad esso finalizzata

  • il fatto che un paese disponga di una propria industria di base non è affatto un fattore irrilevante e lo sarà sempre meno in una fase di crescente multipolarismo e di incipiente costruzione di diverse e tendenzialmente contrapposte sfere di influenza politiche ed economiche. Il parametro di sovrapproduzione su cui hanno più volte insistito tutti i partecipanti alla trasmissione sottende un contesto geopolitico e geoeconomico del tutto sorpassato se mai esistito

  • il gruppo Arcelor-Mittal non è un gruppo indiano; è un gruppo franco-indiano. La sua attività, il suo comportamento predatorio e i condizionamenti posti in essere e subiti da esso rientrano a pieno titolo per altro nel sordido scontro tutto interno all’Europa, in particolare alla Francia, alla Germania e all’Italia riguardo alla ripartizione delle quote di produzione di acciaio che vedeva l’Italia nei tempi andati detenere ampiamente il primato di produzione ed ora subire pesantemente la riduzione proporzionalmente maggiore delle quote sino a posizionarsi nelle retrovie tra i produttori europei

  • sulle vicende dell’ILVA agiscono sotto traccia dinamiche geopolitiche e logiche di posizionamento militare legate alla presenza dell’Arsenale, del porto militare e delle vicine basi aeree e di osservazione

  • i problemi di ristrutturazione e risanamento dello stabilimento si sono cumulati, acuiti progressivamente e di fatto saturati con la dissennata privatizzazione, purtroppo nemmeno l’unica, in favore della famiglia Riva, con il discutibile nelle modalità e tardivo intervento della magistratura e con l’insipienza politica legata alla scelta dell’affidatario, alle clausole e alle modalità di affidamento dello stabilimento al gruppo Arcelor-Mittal, alla gestione da parte del Governo e dei vari pesci in barile della Regione Puglia a dir poco dilettantesca la quale ha offerto all’impresa numerosi pretesti per la sua condotta predatoria e dilatoria

  • i problemi ambientali e sanitari di Taranto sono legati, oltre alle attività predominanti dell’ILVA, alla combinazione delle attività prospicienti della raffineria, del tutto passate sotto silenzio anche dalla stampa e dai contestatori; sono problemi cumulativi che riguardano la responsabilità a vari livelli, diretta ed indiretta, dei vari imprenditori avvicendatisi, degli organi di controllo e delle autorità politiche

  • buona parte dei problemi sanitari ed ambientali sulle popolazioni sono determinate anche dalla criminale vicinanza di insediamenti urbani sviluppatisi successivamente a quello industriale, in particolare il quartiere Tamburi, più che prossimi, praticamente all’interno dello stabilimento e delle correnti d’aria metereologiche peculiari della zona. Su questa prospicienza si dovrebbe in realtà agire per cominciare quantomeno a ridurre gli effetti immediati dell’inquinamento

  • la chiusura dello stabilimento di Taranto rappresenterebbe una sconfitta tragica del paese e della popolazione locale, per altro nient’affatto compatta nella richiesta di chiusura dello stabilimento e la conferma e consolidamento purtroppo duraturi nel tempo ai danni di una intera nazione di un ceto politico e di una classe dirigente miserabilmente ignavi

  • Ritengo non sia cinismo, ma realismo ed esperienza di chi in altri tempi qualche ruolo positivo pensa di averlo avuto. La chiusura dello stabilimento rappresenterebbe di fatto e purtroppo, mi duole il cuore dirlo, una sconfitta sonora anche dello stesso movimento ambientalista e di denuncia e contrasto dell’emergenza sanitaria che non è stato in grado nemmeno di pretendere con successo in questi anni la banale copertura dei depositi di minerali, figuriamoci di promuovere uno sviluppo alternativo e controllato dell’area, di un attivo processo di risanamento ambientale pur a spese degli interessi strategici di una nazione. Il miraggio della monocoltura del turismo e dell’agricoltura è l’ennesimo esempio dell’abitudine, purtroppo sempre più presente in quelle aree, ad affidare alle parole e agli slogan un valore taumaturgico destinato ad ingannare ed illudere in cambio del nulla o quasi

Dottor Giletti,

la concretezza e la verità, almeno a mio parere, è alla fine apparsa nella sua trasmissione, ma sul suo finire. Non la hanno proferita gli esperti, i giornalisti e i politici cosi animati, ben motivati ed animosi in quella trasmissione; l’ha espressa Vittorio, nel modo ingenuo, elementare e diretto proprio di un ragazzino: la salute, un ambiente vivibile ed una vita sociale serena devono convivere con l’esistenza ed il risanamento di quella industria. Evidentemente Vittorio ha saputo esprimere l’angoscia di una tragedia sanitaria ed ambientale che deve essere risolta con l’esistenza di una attività produttiva altrettanto indispensabile e propedeutica al benessere di una comunità e aggiungo io alla solidità di una nazione,

Giuseppe Germinario

https://www.la7.it/nonelarena/rivedila7/non-e-larena-puntata-del-20122020-21-12-2020-356659

NB_ l’intera trasmissione è interessante; l’argomento trattato parte dall’ora 1:45 della registrazione

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