L’ascesa del nazionalismo dopo la caduta del Muro di Berlino, di George Soros

Qui sotto un articolo particolarmente significativo apparso su https://www.project-syndicate.org/commentary/open-societies-new-enemies-by-george-soros-2019-11?fbclid=IwAR1u2gIpvkQs4x1TJxdAaGYAVMlgqNB6E3xh0a5daGuvLpHkklSPE8oS-jw Un segnale che la sua battaglia ha incontrato numerosi ed imprevedibili ostacoli, lungi però da scoraggiarlo. Il filantropo appare però un po’ distratto. Segnala i pericoli di manipolazione, di totalitarismo e di controllo sociale. Li vede però esclusivamente nei suoi avversari; tra di essi, con sua somma delusione, la Cina. L’azione di richiamo all’ordine dei GAFA, da lui largamente preannunciata circa tre anni fa, le cui pesanti attività censorie sono ormai talmente evidenti, rientrerebbero invece in una bonaria campagna di rieducazione. Il destino paradossale dei filantropi passa appunto per l’imposizione del bene anche a coloro che non lo vogliono. Gli manca l’ultima fase di questa maturazione psicologica: quella del vittimismo da incompreso. Lo strumento di imposizione del bene comune, il monocratismo imperiale americano, si sta rivelando inadeguato, annaspa e qualcuno, purtroppo, negli stessi Stati Uniti comincia a prenderne atto saggiamente. La veneranda età potrebbe risparmiare a Soros quest’ultima frustrazione. Per l’umanità sarebbe un enorme sollievo._Giuseppe Germinario

 

L’ascesa del nazionalismo dopo la caduta del Muro di Berlino

BERLINO – La caduta del muro di Berlino nella notte dell’8 novembre 1989 ha improvvisamente e drammaticamente accelerato il crollo del comunismo in Europa. La fine delle restrizioni sugli spostamenti tra la Germania dell’est e la Germania dell’ovest ha dato il colpo di grazia alla società chiusa dell’Unione Sovietica. Allo stesso tempo, la caduta del muro ha segnato un punto fondamentale per la crescita delle società aperte.

Dieci anni prima della caduta del muro, fui coinvolto in quella che io definisco la mia filantropía política. Diventai un sostenitore del concetto di società aperta che mi conferì Karl Popper, il mio mentore alla London School of Economics. Popper mi insegnò che la conoscenza perfetta non è realizzabile e che le ideologie totalitarie, che affermano di possedere la verità assoluta, possono prevalere solo attraverso misure repressive. Negli anni ’80, sostenni i dissidenti contro l’impero sovietico e nel 1984 riuscii a creare una Fondazione nella mia nativa Ungheria che garantiva fondi ad attività promosse non da stati monopartitici. L’idea di fondo era che incoraggiando le attività esterne alle formazioni partitiche, i cittadini avrebbero avuto maggiore consapevolezza delle falsità dei dogmi ufficiali e in effetti questo sistema ha funzionato alla meraviglia. Con un budget annuale di 3 milioni di dollari, la Fondazione è diventata più forte del Ministero della Cultura. Da parte mia io sono rimasto affascinato dalla filantropia politica e, con il crollo dell’impero sovietico, ho creato diverse fondazioni in vari paesi. Il mio budget annuale è passato da 3 milioni a 300 milioni di dollari in pochi anni. Era un periodo esaltante in quanto le società aperte erano in ascesa e la cooperazione internazionale era il credo dominante. A trent’anni di distanza la situazione è ben diversa. La cooperazione internazionale ha trovato diversi ostacoli sul suo cammino e il nazionalismo è diventato il nuovo credo dominante. Inoltre, finora il nazionalismo si è rivelato essere ben più potente e distruttivo dell’internazionalismo. Non era tuttavia un risultato prevedibile. Dopo il crollo dell’Unione Sovietica nel 1991, gli Stati Uniti erano diventati l’unica superpotenza che non è tuttavia riuscita a essere all’altezza delle responsabilità che la sua posizione le aveva conferito. Gli Stati Uniti erano infatti più interessati a godersi i frutti della vittoria della Guerra Fredda e non hanno quindi pensato a dare una mano ai paesi dell’ex blocco sovietico che si trovavano in gravi difficoltà. Pertanto, il paese ha aderito alle prescrizioni delle politiche neoliberali denominate “Washington Consensus”.

    Nello stesso periodo, la Cina si è imbarcata nel suo incredibile viaggio verso la crescita economica facilitato dalla sua adesione all’Organizzazione Mondiale per il Commercio e alle istituzioni finanziarie anche grazie al sostegno degli Stati Uniti. Con il tempo, la Cina ha finito per rimpiazzare l’Unione Sovietica quale potenza rivale degli Stati Uniti.

    In questo contesto, il “Washington Consensus” ha dato per scontato che i mercati finanziari sarebbero stati in grado di correggere i propri eccessi e, in caso contrario, le banche centrali avrebbero gestito eventuali crisi delle istituzioni fondendole per creare delle istituzioni più grandi. Tuttavia queste erano evidentemente false convinzioni come ha poi dimostrato la crisi finanziaria del 2007-08.Il crollo del 2008 ha messo fine alla indiscussa predominanza globale degli Stati Uniti e ha dato una grande spinta al nazionalismo cambiando inoltre in negativo l’atteggiamento nei confronti delle società aperte. La protezione che le società aperte avevano ricevuto dagli Stati Uniti è sempre stata indiretta e a volte insufficiente, ma l’assenza totale del sostegno le ha evidentemente lasciate vulnerabili alla minaccia del nazionalismo.

    Mi ci è voluto del tempo per realizzarlo, ma le prove sono inconfutabili ed è evidente che le società aperte sono state spinte a mettersi sulla difensiva a livello mondiale. Credo che il picco negativo sia stato raggiunto nel 2016 con il referendum sulla Brexit nel Regno Unito e l’elezione del Presidente statunitense Donald Trump, ma il verdetto è ancora incerto.

    La prospettiva delle società aperte è infatti aggravata dallo sviluppo incredibilmente rapido dell’intelligenza artificiale che può produrre strumenti di controllo sociale in grado di sostenere i regimi repressivi e di rappresentare un pericolo letale per le società aperte. Ad esempio, il Presidente cinese Xi Jinping ha iniziato a creare il cosiddetto sistema di credito sociale. Se dovesse riuscire a completarlo, lo stato avrebbe il controllo totale sui suoi cittadini. E’ preoccupante che i cittadini cinesi siano affascinati da questo sistema di credito sociale che, d’altra parte, garantisce loro dei servizi che prima non avevano, promette di perseguire i criminali e offre loro una guida su come stare lontano dai guai. Cosa ancor più preoccupante, la Cina potrebbe vendere il sistema di credito sociale ad aspiranti dittatori a livello mondiale che diventerebbero a loro volta politicamente dipendenti dalla Cina.

    Per fortuna la Cina di Xi ha un tallone di Achille, ovvero dipende dagli Stati Uniti per i microprocessori di cui le aziende 5G, come Huawei e ZTE, hanno bisogno. Purtroppo però, Trump ha dimostrato di voler mettere i suoi interessi personali prima degli interessi nazionali e il 5G non fa eccezione. Sia lui che Xi sono in difficoltà a livello nazionale e, nelle negoziazioni commerciali con Xi, Trump ha messo sul tavolo anche Huawei convertendo i microchip in merce di scambio. Il risultato è imprevedibile in quanto dipende da una serie di decisioni che non sono ancora state prese. Viviamo in tempi rivoluzionari in cui la gamma delle possibilità è ben più ampia del solito e il risultato è ancora più incerto rispetto ai tempi normali. Possiamo solo dipendere dalle nostre convinzioni. Personalmente mi sono impegnato a raggiungere gli obiettivi perseguiti dalle società aperte. Questa è la differenza tra lavorare per una fondazione e cercare di fare soldi in borsa. Traduzione di Marzia Pecorari

    Gli incendi del 4GW stanno bruciando il Messico, di Larry Kummer

    Gli incendi del 4GW stanno bruciando il Messico

    Riepilogo: ho scritto per dieci anni sul deterioramento dello stato messicano e le sue terribili implicazioni per l’America. Mi sono fermato perché troppo poco curato. Quest’anno il declino del Messico ha subito un’accelerazione. La sua gente sta fissando un futuro sanguinoso. Qualunque cosa accada, gli effetti su di noi saranno immensi. Dobbiamo prestare attenzione.

    Horror - Dreamstime-43125507
    ID 43125507 © Agsandrew | Tempo di sognare.

    Messico: una grande vittoria per 4GW

    Di William S. Lind a Traditional Right, 8 novembre 2019.
    Inserito con il suo generoso permesso.

    Un recente evento a Culiacan, in Messico, avrebbe dovuto attirare molta attenzione ma non lo ha fatto: un’entità di quarta generazione, il cartello Sinaloa, ha preso lo stato messicano e lo ha battuto, non solo strategicamente ma tatticamente. Lo ha fatto dimostrando un ciclo OODA notevolmente rapido, molto più veloce di quello dello stato. Questo è un segno di cose a venire, non solo in Messico ma in molti luoghi.

    Il pezzo più percettivo che ho visto in questi eventi è stato nel 20 ottobre Cleveland Plain Dealer , ” La battaglia con le armi che coinvolge il figlio di El Chapo evidenzia le sfide al governo ” di Mary Beth Sheridan del Washington Post. Si afferma …

    “Quello che è successo la scorsa settimana è stato senza precedenti. Quando le autorità messicane hanno cercato di trattenere uno dei figli di El Chapo, centinaia di uomini armati con armi automatiche hanno spazzato la città, sigillando le sue uscite, prendendo in ostaggio i funzionari della sicurezza e combattendo le autorità. Dopo diverse ore, le forze governative assediate rilasciarono Ovidio Guzman, ricercato con l’accusa di traffico di droga da parte della Confederazione americana.

    “L’offensiva a Culiacan. … esponeva uno dei principali problemi del paese: il controllo del governo che scivolava su parti del territorio. Vi è un numero crescente di aree “in cui si ha effettivamente una presenza statale, ma a condizioni negoziate con chi gestisce lo spettacolo localmente”, ha affermato Falko Ernst, analista senior del Messico per l’International Crisis Group.

    “L’attacco di giovedì pomeriggio è arrivato a seguito di numerosi incidenti che hanno messo in luce la capacità dei gruppi criminali organizzati di sfidare il governo. Lunedì, alcuni uomini armati hanno teso un’imboscata a un convoglio della polizia di stato nello stato occidentale di Michoacan, uccidendo 14. Il mese scorso, il cartello nord-est ha ordinato alle stazioni di servizio nella città di confine di Nuevo Laredo di negare il servizio alla polizia o ai veicoli militari, lasciandoli alla disperata ricerca di carburante “.

    Tutto ciò non sta accadendo nel Hindu Kush ma sul nostro confine meridionale immediato. Solo questo avrebbe dovuto attirare una maggiore attenzione da un istituto di difesa fissato sulle non minacce della Russia e della Cina. Ma qui c’è più di quello che sembra.

    Normalmente, quando gli stati combattono forze non statali nella guerra di quarta generazione, lo stato perde strategicamente ma vince tatticamente. Qui, anche le forze non statali hanno vinto tatticamente e hanno vinto alla grande. Erano equipaggiati almeno quanto le forze statali messicane. Ma ciò che è stato davvero impressionante è stata la loro velocità nel Loop OODA. Apparentemente colti di sorpresa dal sequestro statale di uno dei loro leader, furono in grado di rispondere in modo massiccio entro poche ore. Assunsero il controllo completo di una città di circa un milione di persone, isolando e circondando l’unità che aveva catturato Ovidio Guzman. Il presidente del Messico è stato costretto a ordinare il suo rilascio.

    La capacità del cartello di osservare, orientare, decidere e agire molto più rapidamente di quanto lo stato non sia una sorpresa. Anni fa, quando John Boyd era ancora vivo, un mio amico che era un ufficiale della Marina era in Bolivia in missione contro la droga. Gli ho chiesto in che modo l’OODA Loop dello stato boliviano ha confrontato con i trafficanti. Ha detto: “Lo attraversano sei volte nel tempo che ci serve per attraversarlo una volta”. Quando ho detto a Boyd che, ha detto: “Allora non sei nemmeno nel gioco.”

    La velocità superiore delle forze 4GW attraverso l’OODA Loop, a sua volta, ha diverse cause. Stanno combattendo i militari di seconda generazione, in cui il processo decisionale è centralizzato e quindi lento. Gli stati sono entità burocratiche e i burocrati evitano di prendere decisioni e agire perché possono mettere in pericolo la loro carriera. La motivazione delle forze statali è spesso scarsa perché hanno poca lealtà verso gli stati corrotti e incompetenti che servono; soprattutto, per loro è un lavoro che offre uno stipendio. Al contrario, la maggior parte delle forze 4GW non ha burocrazia, decentralizza il processo decisionale perché deve farlo e ha combattenti con vera lealtà a ciò che rappresentano. Perché? Denaro, oltre a ciò che le donne locali citate nell’articolo del PD hanno spiegato …

    “Ha riconosciuto che i membri del cartello facevano parte del tessuto sociale, a volte più efficace nel risolvere i problemi rispetto alle autorità. Ad esempio, se la tua auto viene rubata, è più probabile che la riavresti contattando i membri del cartello tramite un conoscente piuttosto che aspettando che la polizia risolva il caso, ha detto. “

    I cartelli della droga rappresentano il futuro sotto molti aspetti. Non cercano di sostituire lo stato o catturarlo apertamente, il che li renderebbe vulnerabili ad altri stati; piuttosto, si nascondono all’interno delle sue strutture scavate e sono protetti dalla sua sovranità formale. Guadagnano un sacco di soldi mentre gli stati chiedono l’elemosina. Forniscono servizi sociali che lo stato dovrebbe offrire, ma non lo è. Le loro forze altamente motivate con strutture di comando piatte hanno un OODA Loop più veloce di quello dello stato. E a livello locale, spesso appaiono più legittimi dello stato.

    Ancora una volta, tutto ciò sta accadendo proprio accanto. Perché il nostro istituto di sicurezza nazionale non può leggere le parole già scritte sul muro di frontiera di cui abbiamo così disperatamente bisogno? Quelle parole sono “Guerra di quarta generazione”.

    ———-

    Postfazione del redattore

    Sono d’accordo con tutto ciò, tranne per un aspetto della conclusione di Lind. Gli obiettivi di individui e organizzazioni contano poco. Gli eventi ci spingono verso futuri inaspettati. La natura detesta i vuoti di ogni tipo, compresi i vuoti del potere politico. I cartelli potrebbero essere felici come criminali di successo, ma la debolezza dello Stato potrebbe costringerli ad espandere il loro potere. Ciò costringerà inevitabilmente un incontro in gabbia con il governo messicano. In tal caso, solo uno può sopravvivere. I leader dei cartelli sanno che è bello essere re.

    Qualunque cosa accada, gli effetti sugli Stati Uniti saranno immensi. La nostra influenza su questi eventi in Messico sarà lieve.

    Domanda: .. “Quale nazione rappresenta la più grande minaccia alla sovranità degli Stati Uniti?”
    Risposta: … “Messico”.
    – Briefing intorno al 1994 di un esperto geopolitico presso la CIA. Erano increduli allora; oggi probabilmente capiscono.

    Circa l’autore

    William S. Lind è direttore dell’American Conservative Center for Public Transportation . Ha conseguito un Master in Storia presso la Princeton University nel 1971. Ha lavorato come assistente legislativo per i servizi armati per il senatore Robert Taft, Jr., dell’Ohio dal 1973 al 1976 e ha ricoperto una posizione simile con il senatore Gary Hart del Colorado dal 1977 al 1986. Guarda la sua biografia su Wikipedia .

    William Lind

    Lind è l’autore del Maneuver Warfare Handbook (1985), coautore con Gary Hart of America Can Win: The Case for Military Reform (1986), e coautore con William H. Marshner di Cultural Conservatism: Toward a New National Agenda (1987). Ancora più importante, è uno dei co-autori di ” Into the Fourth Generation “, l’articolo dell’ottobre 1989 nella rivista Marine Corps Gazette che descrive la guerra di quarta generazione.

    È forse più noto per i suoi articoli sulla lunga guerra, ora pubblicati come On War: The Collected Columns di William S. Lind 2003-2009 . Guarda i suoi altri articoli su una vasta gamma di argomenti …

    1. I suoi post su TraditionalRight .
    2. I suoi articoli sulla geopolitica al The American Conservative .
    3. I suoi articoli sui trasporti al The American Conservative .

    Per maggiori informazioni

    Idee! Per alcune idee di shopping, consulta i miei libri e film consigliati su Amazon .

    Ti preghiamo di noi su Facebook e seguici su Twitter . Vedi anche altri post sul Messico , sulla guerra di quarta generazione (in particolare sulla teoria del 4GW ), e in particolare su questi post …

    1. STRATFOR offre un nuovo modo di pensare al crimine organizzato messicano.
    2. Stratfor esamina l’insurrezione del cartello della droga contro il Messico.
    3. Stratfor: gli imprenditori messicani forniscono il fentanil che l’America vuole!
    4. Trump vuole difendere i nostri confini. Protesta dei democratici.

    Due libri sui cartelli del Messico

    Libri di Ioan Grillo, giornalista di base a Città del Messico. Ha coperto l’America Latina dal 2001 per i principali media. Era affascinato da queste figure che guadagnavano $ 30 miliardi all’anno, erano idolatrate in canzoni popolari e sfuggivano all’esercito messicano e alla DEA. Ha visitato infinite scene di omicidio in strade piene di proiettili, montagne in cui le droghe nascono come bei fiori e criminali sfregiati in celle di prigione e condomini di lusso. Vedi il suo sito web . Vedi le sue colonne sul New York Times .

    David Galula, il teorico della contro-insurrezione, di Driss Ghali

    A proposito di guerre ibride e guerre asimmetriche. Uno scenario attualissimo_Giuseppe Germinario

    David Galula, il teorico della contro-insurrezione

    Driss Ghali è un consulente internazionale. È autore di un libro su David Galula e la teoria della controinsurrezione. Parliamo del pensiero di Galula e di come la sua visione di controinsurrezione possa rispondere alle sfide poste dall’islamismo.

     

    Intervistato da Jean-Baptiste Noé

    David Galula (1919-1967) è poco conosciuto in Francia, ma molto popolare negli Stati Uniti, l’esercito americano lo vede come uno degli strateghi della contro-insurrezione. Durante i suoi vari incarichi, è stato in contatto con diverse guerre di insurrezione, in particolare in Cina e Algeria. In che modo ha contribuito a modellare il suo pensiero?

    Tutto è iniziato in Cina dopo la seconda guerra mondiale. Galula fu inviato lì come deputato dell’addetto militare francese a Pechino. Aveva 26 anni. A quel tempo, la guerra civile tra comunisti e nazionalisti era in pieno svolgimento. Un bel giorno del 1947, Galula prende la sua jeep e parte per una scopa. Alla fine ritorna nella zona comunista, un po ‘senza accorgersene, e viene rapito dagli insorti maoisti. Immediatamente l’ostaggio Galula (che parla il mandarino) simpatizza con il capo dei guerriglieri che lo tratta correttamente e lo fa girare intorno al proprietario. Nota la disciplina dei combattenti comunisti e l’attenzione prestata all’indottrinamento di soldati, quadri, ma anche prigionieri. Osserva inoltre che la popolazione ha obbedito senza lamentarsi e che le strade sono sicure, senza banditismo o ostacoli, a differenza della zona nazionalista. Rilasciato pochi giorni dopo,Mao divora quindi tutto ciò che riguarda i guerriglieri comunisti e di indipendenza (Malesia, Filippine, Indocina, Grecia, tra gli altri).

    Dieci anni dopo, Galula si offrì volontario per comandare una compagnia di fanteria in Algeria. Avrebbe potuto rimanere allo stato maggiore a Parigi, ma ha insistito (infastidendo la moglie) per andare sul campo. Il suo obiettivo finale era quello di testare sul campo le lezioni apprese in dieci anni di osservazione del fenomeno insurrezionale.

    Leggi anche:  La nebbia della guerra. Editoriale del n ° 18

    Qual è la contro-insurrezione di Galula e come ruota la sua teoria sulla sua esperienza vissuta?

    Galula prende la strategia degli insorti al contrario. Capisce che derivano la loro forza e la loro unica possibilità di vincere dalla loro relazione di fusione con la gente. In effetti, gli insorti costringono i civili, con terrore e persuasione, a fornire loro riparo, cibo, denaro e intelligence (anche donne).

    Bene, Galula propone all’esercito di privare l’insurrezione del suo ossigeno, cioè della popolazione. Offre una metodologia pratica ed estremamente chiara per tenere i civili lontano dagli insorti. Si tratta di un programma in tredici passaggi che combina azioni di shock (uccisione o imprigionamento virulento), intelligenza (identificazione della popolazione e identificazione di cellule dormienti) e iniziative politiche (delegando competenze a élite locali).

    Questo è un approccio olistico che va ben oltre il classico ruolo del soldato. Con Galula, la missione dell’ufficiale acquisisce una dimensione politico-amministrativa che ricorda il ruolo di prefetto. L’unica cosa degna di Galula è il terreno umano: quello dell’equilibrio del potere e delle credenze che strutturano una data popolazione.

    Galula testò e adattò le sue teorie in vivo in Algeria tra il 1956 e il 1958. Durante questo conflitto, scoprì che l’esercito non aveva una metodologia unificata di pacificazione, ognuno fece ciò che voleva nel suo angolo. Galula ha formulato una dottrina ancorata al reale e che si basa su un senso comune. Questo rende molto facile l’accesso per i non addetti ai lavori, cinquant’anni dopo.

    Che posto dovrebbe avere la repressione militare e la comunicazione con la popolazione nella controinsurrezione? 

    Vanno insieme. Per Galula, ogni soldato è un comunicatore e ogni contatto con le persone è un’opportunità per comunicare con loro. È fuori discussione parlare male ai civili, flirtare con le loro mogli o usare le famiglie. L’idea di Galula è combinare fermezza ed empatia. Le forze lealiste, dice, devono punire quando necessario, ma in modo proporzionato e prevedibile. A Kabylie, ha pubblicato una sorta di codice penale e ha fatto una grande pubblicità tra la popolazione. Capì che la gente accetta di collaborare con un potere le cui reazioni sono prevedibili in anticipo: odiano i pazzi che per nulla esplodono e si vendicano dei civili. Per Galula, non ha senso distribuire dolci, vaccini o indennità se la popolazione non ha iniziato a obbedire alle forze lealiste. Questi servizi dovrebbero essere visti come una ricompensa in cambio della cooperazione con la forza di pacificazione.

    Quindi vedi che la comunicazione è inseparabile dall’opera militare di pacificazione. Si nutre e vive in modo permanente.

    Galula è andato oltre al punto di proporre un canale radio per i musulmani che trasmetteva in arabo e cabilo. Secondo lui, la comunicazione non dovrebbe essere un tabù: devi parlare la lingua della popolazione target. Radio Galula avrebbe coperto l’Algeria, ma anche la Senna-Saint-Denis, la regione di Lione e il nord della Francia, come molti settori con forte immigrazione algerina. Ti rendi conto? Ha fatto questa proposta nel 1962! Se fosse vivo oggi, avrebbe sollecitato la Francia ad acquistare Al Jazeera o creare una copia che fosse anche di grande impatto e professionale.

    Oggi abbiamo France 24. Parla un arabo caotico che nessuno capisce in periferia … Si rivolge (e lo fa bene, credo) alle élite che vivono nel Maghreb, ma gira le spalle alle masse musulmane situate dall’altra parte della “periferia “. Questi parlano i dialetti Wolof, Kabyle, Maghrebi e il francese. Galula avrebbe creato una web-TV in ciascuna delle sue lingue e adattato la loro linea editoriale all’universo mentale delle popolazioni target.

    Galula morì molto giovane di un cancro veloce. Per quarant’anni, le sue tesi sono state dimenticate e i suoi scritti sono stati dimenticati. Perché è tornato all’inizio degli anni 2000?

    La risposta porta un nome: il divino “Baraka”.

    Più seriamente, Galula esce dall’oblio grazie al lavoro di una manciata di ufficiali e ricercatori americani estremamente curiosi della RAND Corporation. Finirono per presentare le idee di Galula al generale David Petraeus che, nel 2005, aveva appena preso il comando di un centro di eccellenza dell’esercito (Fort Leavenworth, Kansas). Riattaccò immediatamente e decise di includere gli scritti di Galula nella dottrina insegnata ai cadetti degli ufficiali!

    Il fatto che i due libri principali di Galula siano stati scritti in inglese ha avuto un ruolo decisivo in questo risveglio. Petraeus è anche un francofilo, un ex paracadutista che ammira Bigeard . Ha trovato a Galula un quadro teorico che gli ha permesso di scrivere le sue intuizioni sulla guerra degli insorti. Infatti, Petraeus ha toccato quest’area in Bosnia, Haiti e in America Centrale.

    Leggi anche:  L’esercito francese di fronte al terrorismo. Intervista con il generale Lecointre

    Di fronte al terrorismo islamista oggi, quali potrebbero essere le soluzioni derivate dal pensiero di Galula per combatterlo e conquistarlo?

    Se Galula fosse vivo, sarebbe sgomento per la nostra triplice negazione.

    Prima di tutto, ci rifiutiamo di ammettere che siamo in guerra. Quindi ci rifiutiamo di nominare il nemico. Ci perdiamo tra salafiti, jihadisti, takfiristi, islamisti e altri wahhabiti. Di conseguenza, stiamo combattendo la guerra contro il terrorismo, vale a dire una metodologia e non nemici, il che è ridicolo. Infine, non conosciamo la natura di questa guerra che è insurrezionale. Crediamo ingenuamente che i nostri droni e sottomarini ci possano essere utili contro Merah, Abdeslam o Mokhtar Bel Mokhtar (aka Marlboro ).

    L’unica cosa che conta è la popolazione, contiene la chiave per la vittoria. Quando verrà il giorno, lo consegnerà alle forze lealiste (diciamo che la Francia e i suoi alleati vanno veloci) o agli islamisti.

    Leggi anche:  Le guerre di domani

    La guerra di insurrezione non è principalmente una questione di volontà delle persone e non di mezzi tecnici? Saranno le persone a guidare un occupante o una festa per prendere il potere? In questo caso, come dare la volontà di superare l’islamismo alle popolazioni musulmane che soffrono?

    Hai ragione. Alla gente non piace essere occupata e dominata dagli stranieri. È vecchio come il mondo. Tuttavia, a volte si scopre che gli stranieri sono guerrieri migliori dei locali al punto di sottomettersi e vivere in mezzo a loro. Questo è esattamente ciò che è accaduto in Iraq tra il 2003 e il 2008, quando i combattenti stranieri di Al Qaeda hanno messo sotto tutela le aree tribali sunnite attorno a Ramadah e Fallujah. La stessa cosa accade oggi quando i combattenti arabi si trasferiscono nel nord del Mali per fare jihad. Alla gente non piacciono, ma preferiscono sottomettersi a loro per salvare la vita. Sii consapevole della facilità con cui Gao e Timbuktu sono stati portati! Ci vogliono solo cento ragazzi per dominare una città e immergerla nella barbarie.

    Galula offre i mezzi per liberare una popolazione dalla morsa del violento, perché da sola non ci riuscirebbe.

    Hai anche ragione nel porre la domanda sulla “volontà” delle popolazioni musulmane di sconfiggere l’islamismo. Hanno davvero la volontà? Voglio dire che la jihad fa parte della grammatica della storia dei paesi musulmani. Per noi musulmani è il nostro modo di rinnovare le élite senza inventare ideologie su misura. Questo è un modo a basso costo per provocare cambiamenti. Non c’è bisogno di inventare l’Illuminismo o aspettare che Rousseau o Voltaire si mettano in moto: la jihad è disponibile sullo scaffale per 1400 anni.

    Nel Maghreb, ad ogni grande cataclisma politico, troverai sempre una chiamata alla jihad per scacciare la dinastia “empia” o per sottomettere i vicini “eretici”. Anche in Africa nera, il jihad è stato utilizzato per sconvolgere gli equilibri politici (Imamate Fouta Jalon in Guinea, XVIII ° secolo).

    La buona notizia è che il ricorso alla jihad è ciclico. Siamo certamente al culmine, al massimo della spinta. Ci sarà un reflusso. Uno buono è quello che saprà quando si verificherà questo reflusso. Sfortunatamente per noi, questo picco coincide con l’esplosione demografica. La Jihad può contare su decine di milioni di giovani scontenti e desiderosi di combatterla.

    Per le élite dei paesi musulmani, due scelte sono presentate secondo la mia modesta opinione. Diventa opportunisticamente islamista per evitare che il potere cada nelle mani degli estremisti o per produrre un’alternativa al discorso jihadista. Tuttavia, questa alternativa non esiste, perché le élite del Sud hanno peccato per pigrizia e conformismo dall’indipendenza degli anni 1950-1960. Non hanno nulla da opporsi al discorso jihadista se non un vago progetto neoliberista o una sorta di nazionalismo sbiadito.

    Pochi paesi musulmani hanno la possibilità di uscire. Tra questi, il Marocco. Non lo dico perché sono nato lì o perché Galula è cresciuto lì, ci credo profondamente. La società marocchina ha inventato i propri meccanismi di difesa contro il jihadismo. Lo ha fatto spontaneamente nel corso dei secoli. Abbiamo creato un Islam popolare e radicato nelle nostre terre. Mi riferisco all’Islam dei Marabouts, un Islam che unisce il femminile, quello di mia nonna che occupa letteralmente il mausoleo di un santo per pregare e pregare per giorni. È un atto rivoluzionario quando sappiamo che le donne sono nascoste nelle moschee (occupano uno spazio separato, lontano dalla vista degli uomini). L’Islam di Maraboutique è genuino e intenso, prende in giro il jihadismo e le sue storie kamikaze.

    Un simile Islam esiste sicuramente in Senegal, quello delle grandi confraternite. Deve essere aiutato a sopravvivere e prosperare. È l’unica linea di difesa contro il jihadismo nell’Africa occidentale.

    Chiedete cooperazione tra nord e sud. Questa politica è stata provata per diversi decenni e non sembra davvero avere successo. Quali sarebbero le condizioni affinché la cooperazione sia efficace?

    In ogni caso, l’Europa non ha altra scelta. Corre davvero il rischio di essere circondata da una cintura di teocrazie sul suo fianco meridionale. In questo caso, sarà necessario dimenticare le vacanze a Ibiza o in Grecia. Domani, i gommoni dei contrabbandieri saranno sostituiti da veloci corazzati che sbarcheranno sulle spiagge europee per consegnare droga, rimuovere le donne e commettere attacchi. E i nostri sistemi di rilevamento elettronico non faranno nulla. Guarda come l’Europa (con tutto il suo denaro e la sua tecnologia) sta lottando per rilevare i traballanti traffici che lasciano la Libia con tempo sereno e mare calmo …

    Secondo me mancano due cose a questa cooperazione Nord-Sud: un po ‘più di Serieux e un po’ più di Amore.

    graveè riconoscere che l’islamismo occupa tutti gli spazi lasciati dalle élite meridionali. Ha invaso il campo sociale (scuole materne, cliniche) e poi le scuole e oggi prospera nei media e nei sindacati professionali (giornalisti, medici, ingegneri, tra gli altri). Non ha senso organizzare grandi conferenze a Nizza o Zurigo se le élite meridionali non sono preparate a resistere allo scontro dell’islamismo. Non abbiamo bisogno di un equivalente di Ghandi nel Maghreb, ma di diversi Reagan che combinano carisma naturale e volontà di lottare per le idee. La priorità per l’Europa è di armare le élite del sud affinché siano più robuste, più aggressive e soprattutto rimangano sul posto. Oggi, una parte significativa del Maghreb e dell’intelligence saheliana vive a Ginevra, Londra e New York. Non è così che vinceremo la battaglia contro l’islamismo!

    Infine, ci vuole amore. Continuiamo a parlare di sicurezza e immigrazione. Parliamo di prosperità. Nella pulsione di morte che è l’islamismo, opponiamoci a una pulsione di vita! Non vedo l’ora di aprire un arco di prosperità che andrà da Dakar a Lisbona passando per Algeri e Madrid. Un paese come il Marocco ha tutto in comune con il Senegal o il Portogallo mentre non ha quasi nulla da dire all’Estonia o alla Finlandia. Tuttavia, l’Unione Europea richiede ai paesi del fianco meridionale (Francia, Spagna, Italia, ecc.) Di sottoporsi a procedure e politiche che guardano ad est (vale a dire verso l’entroterra tedesco). ). Faccio la domanda: è tempo di liberarsi dalle catene dell’UE? Penso di sì, sì. Non sto chiedendo di smantellare l’UE,

    guerra ibrida: professionisti ed apprendisti, di Piero Visani

    “FINESSE” (ovvero Il Taccone peggiore del buco)

    Salvini: “Non l’ho invitato io in Russia, Savoini. Non so che ci facesse a quel tavolo”.

    Sondaggio d’opinione in diretta:
    1) era il convitato di pietra?
    2) il responsabile della comunicazione del ministro dell’Interno è un dilettante alla ricerca di una “catastrofe reputazionale”?
    3) E’ Nanni Moretti, “Continuiamo così, facciamoci del male”?
    4) E’ “Ludwig van” (così lo faceva chiamare Kubrick in “Arancia Meccanica”) che ha intonato la “Patetica”?”

    PERSEVERO ET OBDURO…

    Delegittimate, delegittimate, qualcosa resterà

    tratto da https://derteufel50.blogspot.com/2019/07/delegittimate-delegittimate-qualcosa.html?fbclid=IwAR2eriUsbl_FesZ68AeKHQtsJo4VG0dtMYL-K6wtGBzPEFfwB-rfbmwm7R4
           Una delle peculiarità della guerra ibrida attualmente in corso è l’attenzione assurda che viene prestata ai suoi contenuti fattuali: nel caso della delegazione leghista a Mosca, nell’ottobre scorso, che cosa essa avrebbe tentato di fare.
           Un approccio del genere non ha alcun significato e tanto meno alcun valore in un contesto di componente mediatica di una “guerra ibrida”: ciò che interessa, infatti, non è quello che è accaduto (andare in giro a battere cassa lo fanno tutti i partiti e ci sono illustri precedenti al riguardo…), ma come la presentazione e la rappresentazione di determinate notizie possono condizionare l’agenda setting quotidiano dei media, vale a dire la notiziabilità o meno di quanto viene raccontato (e qui si innesta una formidabile componente di storytelling) al grande pubblico.
           Della notizia in sé, complessivamente alquanto irrilevante, non interessa ad alcuno, ma interessa moltissimo come essa possa essere strumentalizzata e a quali fini.
           Mi viene perciò molto da sorridere quando leggo contestazioni del tipo: “a battere cassa a Mosca ci andava anche il Pci”. Certo, verissimo, lo faceva con assoluta costanza e continuità, ma in uno scenario politico-strategico assai diverso dall’attuale e dove le intercettazioni erano assai meno agevoli di quelle attuali, anche perché il mondo era rigidamente diviso in blocchi, non era multipolare come adesso e, all’interno di quella bipolarità, non era in atto una “guerra di tutti contro tutti”, che va al di là degli schieramenti, si estende all’interno dei partiti, coinvolge interessi pubblici e altri privatissimi. Senza contare che il Pci dell’epoca poteva contare su un formidabile apparato metapolitico, riempito anche di persone colte e molto capaci, non di media strategist della Val Brembana (con tutto il rispetto per la medesima: la Valle, non la strategy…).
           In definitiva, il primo compito di questo conflitto ibrido/mediatico è l’assoluta delegittimazione dell’avversario e – ancor più – la volontà di sottrargli qualsiasi tipo di iniziativa politico-mediatica, costringendolo COSTANTEMENTE SULLA DIFENSIVA per mezzo di una serie di attacchi che possono anche essere semplici punture di spillo, ma sono costanti e ininterrotti, E LO OBBLIGANO A REAGIRE SEMPRE,  AD AGIRE MAI.
           Non mi sembra che tutto ciò sia nitidamente percepito. Vedo in azione, piuttosto, culture della politica e del conflitto assolutamente primitive, incapaci di cogliere la grande (e grandiosa…) COMPLESSITA’ DELLA REALTA’ ATTUALE E MENO ANCORA CAPACI DI COMPRENDERE CHE OGGI IL REALE E’ UNA DELLE DIMENSIONI MENO IMPORTANTI DEL VIRTUALE.
          SENZA QUESTA ACQUISIZIONE FONDAMENTALE, NELLA GUERRA IBRIDO-MEDIATICA NON SI VA DA ALCUNA PARTE, ma si fa il “punching ball” dell’avversario o, al massimo, gli si fa da “sparring partner“, cioè – per parafrasare Paolo Conte (non Giuseppe…) – si diventa al massimo “dei macachi senza storia”. Come si finisce per dimostrare ampiamente…

    Una buona operazione di “guerra ibrida”

           Quando si è oggetto di una buona operazione di “guerra ibrida” – come è stato il caso del governo italiano nella vicenda della nave “Seawatch” e della capitano Rakete – ha poco senso e ancora minore utilità lasciarsi andare a esplosioni di collera o all’invocazione di provvedimenti impossibili, come l’espulsione. Sarebbe decisamente preferibile, semmai, analizzare a fondo l’operazione dall’inizio alla fine, individuarne le regolarità e le specificità, e prepararsi ad affrontarne altre, che certo non mancheranno.
          La “guerra ibrida” (hybrid warfare) è un sistema complesso, ricco di sfumature, le cui componenti travalicano nei campi più diversi. Per fronteggiarla in modo adeguato, non serve arrabbiarsi, ma serve analizzarne ogni singolo aspetto, per sviscerarlo nei dettagli, scomporlo e predisporre le adeguate contromisure. Se tutto questo non verrà fatto (e temiamo che non lo sarà…), le operazioni di “guerra ibrida” di cui sarà oggetto l’attuale esecutivo diventeranno sempre più complesse, visto che si tratta di un versante su cui è scoperto e vulnerabilissimo (anche per la nota predisposizione di gran parte del centrodestra italiano all’analisi e allo studio…).
    La preparazione
           Questa fase si è svolta a vari livelli. Non abbiamo qui lo spazio per trattarne in dettaglio, ma è chiaro che occorre disporre della materia prima (i migranti), della possibilità di raccoglierli e caricarli a bordo di una nave dedita al traffico umanitario (chiediamo scusa se questo tipo di linguaggio urta le “anime belle”, ma chi scrive si occupa di guerre e varie forme di conflittualità, dunque è solito chiamare le cose con il loro nome; con lui, i giochetti mediatici sono un pochino più difficili…) e di attendere il segnale del momento più opportuno per l’avvio dell’operazione.
    La realizzazione
           Quando questo segnale c’è stato, una prima fase ha richiesto di protrarre la vicenda il più a lungo possibile, per caricarla di contenuti “umanitari”; poi, quando la misura è parsa colma, si è passati alla fase 2, vale a dire il forzamento di un porto. E’ ovvio che, in molte parti del mondo, il tentativo di forzare un porto da parte di una nave straniera sarebbe finito malissimo e con possibile spargimento di sangue, ma – si sa – Italians do it better, per cui – da noi – alti lai, geremiadi, banalità e naturalmente nessun gesto concreto, non sia mai…
    Le componenti collaterali
           In un’operazione di “guerra ibrida”, le componenti collaterali sono più importanti di quelle principali: dunque preliminare ripulitura di eventuali dati relativi al comandante presenti sui social, in modo da rendere difficile ricostruirne identità e pregressi; attivazione di tutti i supporti politici, culturali e mediatici a proprio favore che fosse stato possibile individuare. Riservato a sé (Seawatch e Rakete) il ruolo di hostes (in senso schmittiano, “nemici esterni”) del governo italiano, individuare, tra le file italiane, coloro i quali potessero fungere da eventuali inimici (cioè “nemici interni”, sempre in senso schmittiano) dell’attuale esecutivo, vale a dire tutti coloro che, in un modo o nell’altro (politici, magistrati, giornalisti, etc.) potessero fungere da casse di risonanza e moltiplicatori di forza dell’operazione in corso, operando dall’interno e non dall’esterno.
    L’operazione è andata bene e si è conclusa meglio per chi l’ha avviata, e la reazione, al di là delle rodomontate da bar del ministro dell’Interno (che paiono il suo riferimento culturale più elevato), segna un innegabile successo per chi sa usare – bene – la “guerra ibrida” per fare politica. Se non si reagisce a quel preciso livello, la guerra è già persa in partenza.
            Nell’area mediterranea, specialisti di “guerra ibrida” non schierati sul fronte mainstream sono gli Hezbollah libanesi, formazione politico-militar-culturale assai rispettata dai propri nemici, che infatti lanciano contro di essi un assai minor numero di attacchi di quanto non facciano contro il ministro dell’Interno italiano, il quale – a conferma della sua assoluta chiarezza di idee – è solito definire gli Hezbollah “terroristi”…

    Dopo l’ operazione Carola: la fine dell’inizio, di Roberto Buffagni

    Dopo l’ operazione Carola: la fine dell’inizio

     

     

    Cari amici vicini & lontani, è finito l’inizio. Che cosa comincia, dopo?

    Si è conclusa con un completo successo la prima parte dell’abile e professionale azione di guerra ibrida (5th generation war)[1] della quale è stata eroina eponima Carola Rackete.

    La definizione più sintetica della guerra ibrida si deve al Tenente Colonnello Stanton S. Coerr, Corpo dei Marines[2]: “l’arma preferita della guerra di quinta generazione è lo stallo politico. Chi combatte una guerra di quinta generazione vince dimostrando l’impotenza della potenza militare tradizionale…questi combattenti vincono quando non perdono, mentre noi perdiamo quando non vinciamo”.

    Basta riandare con la memoria ai recentissimi episodi che hanno scandito l’ operazione Carola per verificare che la vicenda si è svolta in conformità alla definizione del Ten. Col. Coerr. Carola ha vinto perché non ha perso; noi – lo Stato italiano, le sue FFOO e FFAA, il Ministro Salvini che si è autodesignato a obiettivo principale dell’operazione e i molti milioni di italiani che lo sostengono –  abbiamo perso perché non abbiamo vinto; la potenza militare dello Stato italiano, incomparabilmente superiore a quella a disposizione di Carola, ha dimostrato la sua impotenza; e il sistema d’arma impiegato per condurre l’operazione bellica  è stato uno stallo politico creato con il decisivo contributo di collaboratori interni al campo bersaglio dell’attacco, l ’Italia nel suo insieme: governo, istituzioni dello Stato, nazione e popolo. Nomi, cognomi e qualifiche professionali dei suddetti collaboratori interni sono facilmente reperibili da chiunque abbia seguito le notizie, né la collaborazione implica sempre la piena consapevolezza del ruolo effettivamente svolto: buona e mala fede sono entrambe utili, e anzi, entrambe necessarie al successo dell’operazione (è stata arruolata nell’ operazione Carola persino l’Antigone sofoclea, insospettabile di complicità).

    Quale sia il centro direttivo dell’ operazione Carola è impossibile dire senza informazioni riservate delle quali non dispongo. Osservando lo svolgimento dell’operazione, si può star certi di due cose: a) l’operazione è stata messa in cantiere parecchi mesi fa, probabilmente in coincidenza con il varo del Decreto Sicurezza voluto da Salvini, che, sia detto per inciso, secondo alcuni competenti presenta criticità e punti deboli che hanno fornito opportunità favorevoli all’attacco b) chi l’ha concepito e organizzato è professionalmente ben preparato e in grado di accedere a una vasta rete di contatti e finanziamenti in Italia e all’estero, specie in Germania. Siccome la preparazione professionale in questo campo si acquisisce nelle FFAA e nei servizi d’informazione, è verisimile che almeno il case officer dell’ operazione Carola si sia formato così, anche se magari non appartiene (più) ai quadri di un servizio d’informazione o di una forza armata.

    L’ operazione Carola è il primo episodio operativo di una guerra ibrida di logoramento appena iniziata, che si propone i seguenti obiettivi:

    1. dimostrare che nonostante il vasto e maggioritario consenso del popolo italiano di cui gode, il Ministro dell’Interno Matteo Salvini, eroe eponimo della linea anti-immigrazione e del “sovranismo” italiano ed europeo, è affatto impotente a realizzare i suoi obiettivi
    2. accentuare le divisioni interne al governo gialloverde: divisioni tra i gialli e i verdi, divisioni interne ai gialli e a verdi tra linee politiche e gruppi dirigenti con interessi e basi sociali diverse
    3. abbattere il morale e provocare una crisi di fiducia sia nella maggioranza di italiani che sostengono la linea Salvini, sia (soprattutto) nelle FFOO e nelle FFAA italiane, che in questa circostanza hanno dovuto constatare due fatti gravi in sé, ma per loro gravissimi: uno, che per le istituzioni italiane sono sacrificabili e disonorabili (Carola ha potuto beffare e mettere a rischio la vita di cinque finanzieri che eseguivano ordini superiori senza subirne la minima conseguenza, neppure la minima riprovazione istituzionale); due, che Matteo Salvini, il politico che si è proposto come principale difensore dell’interesse nazionale, per quanto si possano accreditare le sue intenzioni di tutta la sincerità e buona volontà del mondo, non soltanto non riesce a difenderli quando compiono il loro dovere,  ma neppure a garantirgli il rispetto e l’onore a cui un militare non rinuncia senza abdicare alla sua vocazione
    4. menomare le capacità di sfruttare le opportunità politiche che la crisi UE presenta all’attuale governo, compromettendone coesione politica e lucidità anche psicologica.
    5. rinsaldare la coesione del campo avverso a Salvini e ai “sovranisti” (opposizione politica, ceti dirigenti ad essa collegati dall’europeismo e dalla solidarietà culturale e d’interessi+ loro base sociale ed elettorale)
    6. promuovere le condizioni di fattibilità di una nuova alleanza politica maggioritaria, che può vedere associati sia una parte del Movimento 5*+PD, sia una Lega nella quale la “linea Salvini” di difesa dell’interesse nazionale sia battuta o conservata a solo scopo cosmetico/elettorale + partiti centristi già esistenti (Forza Italia) o in via di formazione (progetti Calenda & Renzi + altri eventuali), sia qualunque altra combinazione atta allo scopo di battere il “sovranismo”
    7. Prevenire la formazione di un governo italiano abbastanza stabile, coeso ed esperto da perseguire non solo a parole ma nei fatti l’interesse nazionale, cioè anzitutto il dettato geopolitico connaturato alla nostra posizione nel Mediterraneo, che ci spinge a influenzare il Nordafrica e le nazioni che si affacciano sull’Adriatico. Quest’ultimo è l’obiettivo strategico decisivo che fa convergere gli interessi permanenti della potenza britannica con quelli, mutevoli, di Germania, Francia e, in caso di ritorno alla Casa Bianca dei Democrats clintoniani o loro avatar, USA.

    Ripeto: L’ operazione Carola è il primo episodio operativo di una guerra ibrida di logoramento appena iniziata. Appena iniziata vuol dire che sono già in preparazione, probabilmente avanzata, altri attacchi di crescente violenza e del medesimo tipo.

    Le sconfitte operative diventano sconfitte strategiche ( = le battaglie perse diventano guerre perdute) solo quando dalle sconfitte non si impara e non si mettono in campo nuove e appropriate contromisure, culturali e operative.

    La primissima cosa da fare è non cercare la soluzione dove non c’è. Una vecchia barzelletta illustra bene questo frequente errore. Eccola.

     

     

    Le chiavi e il lampione

    Notte fonda, buio pesto. Antonio rincasa. In fondo alla via, nel cerchio di luce di un lampione, vede l’amico Giovanni chino a terra. “Che stai facendo, Giovanni?” “Cerco le chiavi, Antonio.” “Le hai perse qui?” “No, le ho perse chissà dove. Ma qui almeno ci si vede.”

    Morale: bisogna cercare le chiavi dove possono essere, anche se c’è buio, anche se si devono cercare a tastoni, brancolando nel buio. Cercarle dove c’è luce anche sapendo che non ci possono essere, perché lì ci vediamo, perché quelle sono le cose che l’esperienza ci ha abituati a vedere, non va bene: le chiavi non le troveremo mai.

    Nel caso della Lega e in particolare di Salvini, la barzelletta delle chiavi e del lampione dice questo. Per la sua formazione di partito radicatissimo nel territorio, che esprime con coerenza e con forza il proprio interesse immediato e locale, la Lega è abituata a vedere anzitutto due cose: la politica locale e la politica elettorale (radicamento identitario+ mediazione degli interessi+ amministrazione). Alla politica estera non ha mai rivolto seriamente l’attenzione (non è illuminata dal cerchio di luce del lampione) perché se ne occupava il suo avversario principale, “Roma ladrona”, il governo nazionale; col quale la Lega ha sempre condotto una trattativa volta a strappare quanto più possibile per “la Padania”, ma che non ha mai pensato di soppiantare e surrogare: le chiacchiere secessioniste, i duecentomila bergamaschi con la pallottola in canna del simpatico fantasista Umberto Bossi sempre furono, appunto, chiacchiere e guasconate da bar Sport dopo il quarto Campari.

    Grazie all’inesauribile immaginazione della Storia , alla prodigiosa, immortale fantasia degli italiani, e alla disfunzionalità arrogante e catastrofica del baraccone UE che ha spalancato autostrade politiche a venti corsie ai propri oppositori, i principi attivi che hanno dato origine alla Lega – radicamento identitario + difesa dell’interesse immediato – sono diventati il razzo vettore della Nuova Lega nazionale di Salvini. A Roma ladrona si è sostituita Bruxelles ladrona, al popolo padano (con tanto di corna celtiche e Dio Po) si è sostituito il popolo italiano (con tanto di tricolore, rosario e invocazione all’Immacolata Concezione); e al 3% si è sostituito il 38% dei consensi.

    Questa straordinaria vittoria/ribaltone, per la quale il popolo italiano deve sul serio ringraziare l’Immacolata Concezione o altri avatar del numinoso a piacere, pone però alla Lega e al suo Capitano Matteo Salvini una serie di problemi per risolvere i quali affidarsi a Dio non basta (“aiutati che Dio t’aiuta”). I problemi immediati da risolvere sono i seguenti:

    1. Non c’è più Roma ladrona che si occupa della politica internazionale
    2. Mentre Roma ladrona era un avversario, con il quale si tratta anche con durezza ma che non vuole e non può, senza suicidarsi, mettere a rischio esistenziale “la Padania”, Bruxelles ladrona forse è (secondo me senza forse, ma lasciamo il dubbio che possa non esserlo) un nemico, un nemico che può benissimo mettere a rischio esistenziale, senza suicidarsi, l’intera Italia e la Padania in essa (Digressione: la linea “lombardo-veneta” interna alla Lega pensa che sia possibile e opportuno salvare la Padania all’interno della UE lasciando affondare il Meridione: un’idea che più sballata non si potrebbe, perché senza Meridione l’Italia conta come una Croazia con più soldi, ma che raccoglie consenso in ragione dell’abitudine leghista di vedere e interpretare anzitutto l’interesse immediato)
    • Dall’istante in cui si è proposta, con successo, come interprete dell’interesse nazionale italiano, la Lega del Capitano è entrata nel campionato di serie A delle potenze, un campionato nel quale l’Italia non può non giocare perché il Padreterno l’ha piazzata irrevocabilmente in un luogo decisivo per gli equilibri geopolitici mondiali: il Mediterraneo.
    1. Quando l’Italia non è riuscita a giocare con una propria squadra nel suddetto campionato di serie A delle potenze, ne è diventata il campo di gioco. Il gioco delle potenze è il gioco più violento che si conosca, in confronto la boxe professionistica è il tamburello. Diventarne il campo di gioco è molto pericoloso. Questo è un dato permanente dello storia.
    2. Dunque il Capitano d’Italia Matteo Salvini, volens nolens, deve imparare a giocare – anzi, a guidare il gioco della squadra Italia – nel campionato di serie A delle potenze. Non ci ha mai giocato, non ha neanche mai studiato i manuali di gioco: però alla guida della squadra c’è lui, e non un altro. Quindi tocca a lui. Un tempo si diceva che il principe riceve “la grazia di stato”, cioè l’aiuto divino commisurato ai compiti che il suo ruolo gli impone. La grazia certo non si merita, ma bisogna disporsi a riceverla dall’alto impegnandosi a fondo in questa valle di lacrime.

    I provvedimenti immediati da prendere sono:

    1. Sono già in corso di avanzata preparazione ulteriori attacchi di guerra ibrida contro l’Italia. Riunire una task force di competenti in materia, che ci sono (nei servizi d’informazione, nelle FFAA, nelle FFOO) e mettere allo studio a) contromisure difensive b) contrattacchi simmetrici
    2. Riparare lo strappo alla fiducia delle FFOO e FFAA. Visitarne e lodarne reparti va bene ma non basta. E’ di importanza decisiva, per prevenire la destabilizzazione dello Stato, stringere un’alleanza strutturale con le divise. Nella Prima Repubblica, spina dorsale dello Stato erano l’IRI, i partiti e il Vaticano. Oggi l’IRI non c’è più, i partiti nemmeno e il Vaticano è un nemico politico. Senza spina dorsale effettuale uno Stato si destabilizza facilmente con azioni endogene ed esogene, ancor più se abilmente combinate. Spina dorsale dello Stato italiano odierno possono (secondo me devono) diventare FFAA e FFOO. Un metodo semplice, efficace, del tutto legale e pacifico è il seguente.
    3. Tutti gli ufficiali in servizio permanente effettivo dal grado di maggiore in su sono anche funzionari pubblici. Le FFAA ed FFOO italiane hanno troppi ufficiali, molti dei quali sanno che non supereranno mai il grado di tenente colonnello. Tutti gli ufficiali hanno esperienza amministrativa e di comando di uomini; i carabinieri sono laureati in legge, i finanzieri in economia, gli aviatori e i marinai in ingegneria rispettivamente aereonautica e navale, i fanti in scienze strategiche. La selezione psicofisica del personale è la più severa di tutta l’amministrazione pubblica, la sua correttezza salvo rare eccezioni esemplare. Si impieghi dunque il maggior numero possibile di ufficiali dei gradi intermedi delle FFOO e FFAA come pubblici funzionari nell’amministrazione civile, statale e non. Il primo effetto positivo di questa misura si vedrà nell’immediato calo delle ruberie e degli sprechi (non mi ci vedo un fornitore della ASL proporre tangenti a un ufficiale dei carabinieri). Ma l’effetto positivo più importante e durevole sarà l’introduzione di una esperienza del conflitto geopolitico, e di una fedeltà all’interesse nazionale, che per gli ufficiali delle FFOO e FFAA fanno parte dell’addestramento di base e della vocazione professionale.
    4. Prendere immediatamente l’iniziativa sul tema dell’immigrazione con una proposta nuova che prenda in contropiede la propaganda immigrazionista dell’opposizione e dimostri la sua impotenza e inefficacia (che faccia cioè la stessa identica cosa che ha tentato con successo, a parti rovesciate, l’ operazione Carola). Insistere ciecamente, sbattendo la testa contro il muro, sulla sola linea “porti chiusi” è sbagliato e autolesionista, perché a) si offre al nemico il destro di mostrare facilmente che non si riesce ad applicarla sul serio b) è effettivamente vero che la politica dei porti chiusi, per quanto benemerita e necessaria, non basta a fermare l’immigrazione di massa. Una iniziativa efficace, e già disponibile perché a uno stadio di elaborazione avanzata, è il progetto di collaborazione tra governo italiano e governo tunisino per la creazione di un mare artificiale nel deserto del Sahara, presentata qui: https://www.medinsahara.org/ . Per avviare questa iniziativa, che creerebbe la condizioni di un rovesciamento dell’impostazione culturale e politica del problema migratorio e tapperebbe la bocca all’opposizione costringendola a rincorrere Salvini sul suo terreno, basta finanziare con trecentomila euro le tre Università italiane che sponsorizzano il progetto e ne eseguirebbero lo studio di fattibilità. Sì, avete letto bene: non trecento milioni, trecentomila euro.

    A lungo termine, naturalmente, c’è da proporsi compiti più importanti e difficili: anzitutto, la formazione di una cultura non solo politica che sia anche una cultura della potenza: che non vuol dire una cultura delle prepotenza e dell’aggressione, ma una cultura del realismo che integri la dimensione tragica della storia, alla quale nessuno, nemmeno l’Italia dell’Arcadia e della Commedia dell’Arte, si può sottrarre.

    Una cultura del realismo che sappia, ad esempio, che essere ricchi – anche ricchi di voti – ed essere potenti sono due cose molto, molto diverse.

    Ma di questo, se ci arriveremo vivi e interi, si potrà discutere in seguito.

    That’all, folks.

    [1] Qui alcuni riferimenti di base: https://en.wikipedia.org/wiki/Generations_of_warfare ; http://mil-embedded.com/guest-blogs/defining-fifth-generation-warfare/ . Le elaborazioni teoriche e operative che hanno condotto alla messa a punto della guerra ibrida si ritrovano qui, nei manuali della Albert Einstein Institution fondata da Gene Sharp, ispiratore delle rivoluzioni colorate in tutto il mondo. Suggerisco di leggere con attenzione i manuali, scaricabili gratuitamente dal sito: https://www.aeinstein.org/ . Da seguire sul nostro sito questa recentissima intervista al polemologo Piero Visani: http://italiaeilmondo.com/2019/07/07/guerra-ibrida-navi-corsare-a-sud-e-pokeristi-a-bruxelles-con-piero-visani/

    [2] Da leggere con molta attenzione tutto questo articolo del Tenente Colonnello Stanton S. Coerr del Corpo dei Marines, apparso per la prima volta sulla Marine Corps Gazette: https://www.scribd.com/doc/50049562/Fifth-Generation-War-Warfare-versus-the-nonstate-by-LtCol-Stanton-S-Coerr-USMCR

     

    NAVI CORSARE A LAMPEDUSA, con Augusto Sinagra

    Il dispositivo con il quale il Giudice Alessandra Vella ha sollevato da ogni responsabilità penale il Capitano Carola Rackete e l’equipaggio della Sea Watch 3 ha aperto una voragine nella diga, già di per se precaria, posta dal Governo a contenimento dei flussi migratori via mare. Un provvedimento costruito, a detta di numerosi giuristi, su argomentazioni mal costruite e peggio argomentate, ma dalle implicazioni pesantissime. Una deligittimazione del potere esecutivo; un ingresso a gamba tesa dell’arbitro nel campo di gioco politico; un invito alle varie ONG, appollaiate intorno al teatro degli sbarchi, a forzare la mano all’esecutivo. Una figura terza la quale fa fatica a nascondere la propria attrazione fatale verso una delle parti. 

    Un confronto politico che si sta trasformando in conflitto istituzionale per il momento tra esecutivo e organi giudiziari, ma che inizia ad estendersi agli organi di polizia e di sicurezza. Buon ascolto_Giuseppe Germinario