Italia e il mondo

Giorgia Meloni. Una nuova liturgia di governo, di Antonio Rossello

Giorgia Meloni. Una nuova liturgia di governo

Sottotitolo: Da “esclusa” a timoniera dell’ingegneria semantica. Come il governo Meloni ricostruisce la realtà politica italiana attraverso il linguaggio, e quanto costa questa ricostruzione.

Introduzione: tre fatti e una domanda

Nel settembre 2026, il governo guidato da Giorgia Meloni supera il record di 1.412 giorni detenuto dal secondo governo Berlusconi, diventando l’esecutivo più longevo nella storia della Repubblica italiana. A questo dato se ne affiancano altri due ugualmente solidi: è il primo governo guidato da una donna, e proviene da una tradizione politica che nella Prima Repubblica era stata strutturalmente esclusa dal sistema della conventio ad excludendum. Tuttavia, queste tre “condizioni” da sole non bastano a comprendere il fenomeno Meloni. Ciò che merita davvero indagine è un’altra questione: quando una tradizione politica a lungo esclusa conquista finalmente il potere, in che modo “governa”? E in che modo “parla”?

La risposta forse risiede in un concetto: lo sfondamento semantico. Questo termine, da me introdotto in alcuni miei recenti articoli, indica una pratica linguistica in cui le parole non descrivono più la realtà, ma la sostituiscono. La tesi di questo editoriale è che la peculiarità del governo Meloni non risieda nel grado di radicalità dei contenuti politici, bensì nella sistematicità con cui esso trasforma il linguaggio da strumento descrittivo a strumento di governo, costruendo così un modello di azione politica che possiamo definire “liturgia di governo meloniana”.

Primo: le condizioni storiche, dall’esclusione all’occupazione

Per comprendere la politica linguistica di Meloni, bisogna prima comprendere la posizione storica della sua genealogia politica. La logica di governo della Prima Repubblica si fondava su un meccanismo di esclusione tacitamente condiviso: tra la Democrazia Cristiana e il Partito Comunista Italiano esisteva una sorta di riconoscimento reciproco sotterraneo, ma il PCI rimase sempre escluso dalla maggioranza di governo. Il Movimento Sociale Italiano e i suoi successori affrontarono una condizione simile, se non più severa. Negli anni Settanta, l’esclusione del MSI salì persino dal piano della non inclusione politica a quello della proposta di scioglimento costituzionale.

La svolta arrivò nel 1994. Gianfranco Fini trasformò il MSI in Alleanza Nazionale, tentando di completare la rottura con il passato fascista. Ma la vera continuità non si spezzò, fu piuttosto ricodificata. Nel 2012, Fratelli d’Italia, nato dalla scissione dal Popolo della Libertà, fu fondato da Meloni, La Russa e Crosetto, con una collocazione che oscillava ambiguamente tra estrema destra e destra radicale, mantenendo un legame non solo simbolico ma anche emotivo con il MSI e le sue origini fasciste.

La vittoria di Meloni nel 2022 ha dunque un duplice significato: è il primo governo guidato da una donna, ma è anche la prima volta che una tradizione politica mai costituzionalmente inclusa ottiene il controllo assoluto del governo. Questa sovranità tardiva genera una dinamica particolare: quando chi è stato a lungo escluso occupa improvvisamente il centro, si trova di fronte a una scelta: integrarsi nella grammatica istituzionale esistente, oppure riscrivere la grammatica stessa.

Meloni ha scelto la seconda strada.

Secondo: lo sfondamento semantico come quadro analitico

Il concetto di sfondamento semantico da me introdotto offre uno strumento preciso per comprendere questa scelta. Secondo la sua formulazione sistematica, lo sfondamento semantico indica la frattura tra il segno e il suo referente originario, quando il linguaggio smette di descrivere la realtà oggettiva e si propone invece di sostituirla, trasformandosi in uno strumento puramente pragmatico di dominio.

Questo quadro distingue tre tipi di mutamento semantico: la deriva, cioè un’alterazione spontanea e progressiva dell’uso dei termini, priva di una regia centrale; la rifondazione, cioè una riscrittura dichiarata, motivata e strategica del linguaggio operata da un attore specifico; e la manipolazione, cioè l’uso strategico del vocabolario mirato a esercitare una forma di controllo ideologico o normativo.

La distinzione cruciale è questa: il vero mutamento semantico, come l’estensione di significato di parole quali “rete” o “cellulare”, è guidato dal basso, da cambiamenti condivisi della realtà. Lo sfondamento semantico manipolatorio, al contrario, è imposto dall’alto e non corrisponde ad alcun cambiamento condiviso della realtà. Quando ciò accade, il potere non dice “questo non è vero”, dice “questo non significa questo”.

La pratica linguistica del governo Meloni è precisamente un ibrido tra rifondazione e manipolazione. L’analisi che segue si articola su tre dimensioni.

Terzo: la ricostruzione semantica nella comunicazione politica

Un primo esempio riguarda il linguaggio delle politiche migratorie. La strategia centrale del governo Meloni in materia di immigrazione offre un caso esemplare di sfondamento semantico. Nel novembre 2023, l’Italia ha firmato con l’Albania un accordo da 200 milioni di euro per istituire sul territorio albanese centri di accoglienza gestiti dall’Italia, destinati a trasferire in Albania una parte dei migranti irregolari diretti in Italia. A livello tecnico, questa politica viene definita “esternalizzazione”, ma il suo confezionamento linguistico è decisivo: la “detenzione” viene presentata come “accoglienza”, il “controllo extraterritoriale” come “cooperazione”.

Non si tratta di semplice eufemismo. L’eufemismo occulta un significato negativo noto, mentre lo sfondamento semantico trasforma la struttura referenziale delle parole: quando il “centro di accoglienza” sostituisce il “centro di detenzione”, chi critica si trova costretto a dibattere all’interno del quadro della “cooperazione umanitaria” anziché in quello della “violazione dei diritti umani”. Come rivela la teoria dello sfondamento semantico, quando il segno viene modificato e il concetto viene ridefinito, il referente stesso viene forzato in un nuovo campo di significato.

Un secondo esempio riguarda lo spostamento semantico dell'”identità” nei conflitti simbolici. Nel giugno 2026, l’eurodeputata Salis ha proposto di abolire la parata del 2 giugno, Festa della Repubblica, sostenendo che in un’epoca di “riarmo, militarismo e guerra sempre più vicina” la Festa della Repubblica dovrebbe recuperare il suo “originario carattere civile e democratico”. La risposta di Meloni è un esempio da manuale di sfondamento semantico.

Meloni ha spostato il dibattito dalla questione sostanziale, se la parata sia adeguata o meno al contesto geopolitico attuale, a una questione morale, se si rispetti o meno chi indossa l’uniforme. Le sue parole: quelle dichiarazioni sono “non solo vergognose, ma indegne” di coloro che “ogni giorno servono l’Italia con disciplina, onore e spirito di sacrificio”. Subito dopo, ha ridefinito la Festa della Repubblica come celebrazione “dell’identità nazionale, della coscienza nazionale e del valore di coloro che difendono, rappresentano e onorano la nazione”.

Questo è il meccanismo centrale dello sfondamento semantico: trasformare il dibattito politico in un test di lealtà identitaria. Quando la Festa della Repubblica viene ricodificata come “liturgia dell’identità nazionale”, opporsi alla parata non è più una divergenza politica, ma diventa una negazione della “nazione” stessa. Lo spazio del dibattito viene così chiuso, perché ogni ulteriore messa in discussione cade automaticamente nella trappola semantica del “non patriota”.

Quarto: la narrazione economica e fiscale, lo spostamento semantico della “stabilità”

Il più significativo spostamento semantico del governo Meloni in campo economico riguarda la ricodificazione della parola “stabilità”. La narrazione centrale ripetuta dal governo è quella dei “conti in ordine” e di un’Italia “meglio del resto d’Europa”.

Dal punto di vista dei dati, Meloni ha effettivamente realizzato un recupero della disciplina fiscale: il deficit è sceso dall’8,1 per cento del 2022 a circa il 3,0 per cento del 2025. Ma il punto cruciale dello sfondamento semantico è un altro: la “stabilità” viene ridefinita come miglioramento degli indicatori fiscali, escludendo sistematicamente la performance dell’economia reale.

La critica della senatrice di opposizione Misiani colpisce con precisione questo spostamento semantico: nel 2025 il PIL italiano è cresciuto solo dello 0,5 per cento, meno della metà della media dell’eurozona; l’indice della produzione industriale è calato di circa il 7,5 per cento in tre anni; la produzione manifatturiera si è contratta per tre anni consecutivi; i salari reali restano inferiori ai livelli di cinque anni prima. La pressione fiscale è salita dal 41,7 al 43,1 per cento, il livello più alto degli ultimi undici anni.

In altri termini, la “stabilità” di Meloni è semanticamente valida, ma sostanzialmente richiede una ridefinizione: è stabilità contabile, non stabilità della vita economica. Quando la parola “stabilità” viene fissata all’indicatore del deficit fiscale, la “crescita debole”, il “calo della produttività”, la “contrazione dei salari reali” vengono esclusi dal campo semantico della “stabilità”. Non è una menzogna, è l’operazione che la teoria dello sfondamento semantico descrive come ridefinizione del concetto per adattarlo alle esigenze narrative del potere, mentre il referente, cioè la condizione reale dell’economia italiana, resta invariato.

Quinto: la costruzione della liturgia, lo stile come tecnica di governo

Se gli esempi precedenti mostrano le operazioni concrete dello sfondamento semantico, la peculiarità della “liturgia di governo meloniana” sta nel fatto che essa ritualizza, normalizza e stilizza queste operazioni semantiche.

La comunicazione politica natalizia del 2025 offre un chiaro spaccato. La comunicazione festiva di Meloni combina due simboli apparentemente contraddittori: da un lato la solennità del quadro religioso-culturale, con l’enfasi su “identità”, “dignità” e attenzione ai deboli; dall’altro la foto in “maglione di Natale”, che dissolve la solennità con una leggerezza ironica. Gli analisti definiscono questa operazione “ingegneria della narrazione politica”, che combina “ritualità e quotidianità, istituzionalità e familiarità”.

Non è solo tecnica di comunicazione. Quando il “governo” viene presentato come una liturgia continua, attraverso auguri festivi, foto sui social e gesti simbolici, il confine tra contenuto sostanziale delle politiche e performance simbolica si dissolve. I cittadini non sono invitati a una deliberazione razionale sulle politiche, ma all’appartenenza emotiva a una comunità rituale.

Questo è pienamente coerente con la logica interna dello sfondamento semantico: quando il linguaggio smette di descrivere la realtà e comincia a sostituirla, la politica si sposta dalla domanda “che cosa si fa” alla domanda “a chi si appartiene”. La “liturgia” di Meloni è l’espressione stilizzata di questo spostamento: non chiede ai cittadini di condividere le politiche, chiede loro di identificarsi con un’identità.

Conclusione: il costo dello sfondamento semantico

Il governo Meloni ha effettivamente stabilito record storici. Ma tra “il mandato più lungo” e “il cambiamento più profondo” non esiste un rapporto necessario. Letto attraverso la lente dello sfondamento semantico, il vero lascito di Meloni forse non sta in ciò che ha “fatto”, ma in ciò che ha ridefinito riguardo a cosa significa “fare”.

Quando la “stabilità” può non riferirsi alla crescita economica, quando la Festa della Repubblica può non riferirsi al dibattito politico, quando il “centro di accoglienza” può non riferirsi alla detenzione, la base linguistica della politica viene sistematicamente ricostruita. Nel breve periodo questa ricostruzione è efficace: consente al governo di occupare il terreno semantico nelle controversie politiche sostanziali, mettendo l’opposizione in una posizione difensiva, tacciata di “antipatriottismo” o di “non capire la realtà”.

Ma lo sfondamento semantico ha un costo interno. Quando le parole non riescono più a descrivere i problemi, non possono più essere usate per risolverli. Le reali difficoltà del controllo migratorio, le debolezze strutturali dell’economia, le tensioni tra giustizia e amministrazione: tutto questo richiede un linguaggio preciso per essere identificato, analizzato e affrontato. Se il linguaggio stesso è già stato ritualizzato e trasformato in arma, il governo diventa ripetizione di pose, non soluzione di problemi.

Il record di 1.413 giorni dimostra la capacità di sopravvivenza politica, non la profondità del cambiamento politico. La vera prova forse è un’altra: quando l’energia semantica della “liturgia meloniana” si sarà esaurita, la politica italiana saprà ritrovare un linguaggio capace di descrivere la realtà, anziché soltanto di occuparla.

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Pensaci Giorgia!_di WS

 Oramai   vieppiù    tutti gli avvenimenti     sembrano    guidati da un pilota  automatico, se volete     da   una AI. Simplicius  , come molti  altri  commentatori con un minimo  di onestà intellettuale,    ci  trasferisce     anche con questo suo  ultimo commento   il  suo  crescente sconcerto  nel  dover   constatare  la      stupida “automaticità”  de  “l’ occidente

Ma   se  solleviamo   la testa   dagli avvenimenti che ci  trascinano inesorabilmente  verso una devastante  WW3   e  cerchiamo di  inquadrarli fin dall’ inizio   di  questa “storia” , questo   sconcerto     sarebbe  da  definire  “di vecchia  data” .  Chi  se non un demente  o una  Deficienza  Artificiale potrebbe   aver  partorito  l’ idea  di “contenere “ la Cina    aggredendo la Russia ? 

Infatti io  fin dall’ inizio     mi sono posto  la seguente  domanda : possibile  che loro,   i “masters of universe” detentori  di     TUTTO , compresi i migliori “think tank”  ,  le migliori   “squole”   dove vengono    educati/selezionati   tutti i nostri supermanager  e  tutti i nostri superpolitici,   non   siano   riusciti   a farsi  consigliare qualcosa di “ più  meglio” ?

  O non è  forse proprio   questo  ciò  che  LORO   vogliono?

Non  siamo per  caso tutti noi   dentro   un  “1984”     dove noi  qui siamo tra   i pochi Wiston Smith? Non siamo tutti  noi de l’“ Oceania”   progressivamente schiavizzati  trascinandoci   in una  perpetua “emergenza di  guerra”  contro   oscuri  “morbi”   o odiosi   nemici, dal  “terrorismo   a  l’  Eurasia /Estasia,  ect;   nemici  dove   forse   c’ è     anche lì   al loro interno     un “partito unico”   diviso  in  “esterno”  ed “interno”,  con  gli “  esterni”    che hanno  anche lì un proprio “socing”  ideologico, laddove però  i rispettivi     “interni” sono  tutti    soci  dello  stesso  club : “ i master of universe”  appunto?

Ogni  giorno   che apro il PC  io mi pongo  sempre  questa  domanda. E poi  però mi dico: possibile  che  LORO siano veramente  così  coglioni ? 

Possibile  che  credano davvero di poter controllare  un   simile  “teatro  bellico”  senza che  un “cigno nero”, ad esempio un “grande fratello”  locale  che   si “mette in proprio”, non lo faccia  deragliare   riportandoci tutti alla realtà    di una  VERA  guerra in cui forse anche   il loro “partito interno ”   fa una brutta  fine?

Beh è  possibile!  In sostanza  è  ciò  che  stiamo  già  vedendo.

 Ad  esempio non vediamo  già  adesso   il    “partito esterno”  €uropeo    che   “rilancia”   come un idiota    semplicemente  perché intuisce  la propria  fine  e non  ci   sta  a “perdere” ?  

Ma  allora  perché   questi  (finti)  “decisori”    sentendosi  ormai  sacrificati  non sviluppano un  razionale pensiero  geopolitico proprio  e non cercano invece  di limitare  i  danni ? 

 Perché   sono  degli psicopatici  scelti  apposta per  interpretare  solo quella parte !

Oggi l’ €uropa è piena  di questi  “ droni”; particolarmente pericolosi   sono  quelli “  tedeschi”, nomi li sapete  già, perché    aggiungono  alla  comune psicopatia  una   particolare cocciutaggine  ed una  efficienza particolarmente  perniciosa .

Quindi   difficile   salvarsi, purtroppo.

Un tempo non era  così. I  veri “decisori” di allora    sapevano  quando  dovevano  “uscire  dal gioco”   limitando i  danni; i   finti decisori  di oggi  sono stati   selezionati   proprio  per non capirlo!

E  chi è stato il primo   decisore   che ha preferito  portare   con se   fino in fondo il proprio paese? Qualcuno  dirà il megalomane  Napoleone   o lo sciocco Gorbaciov ?  Noo ! Io  vedo nella storia  passata un solo soggetto, naturalmente un  tedesco : il   “ il  signor  H”,   quello  che per  tutta la vita  si illuse    di potersi  accordare  con chi lo aveva  messo lì  proprio per portare la guerra  fino in fondo.

 Tutti,  tranne il “signor H “, nel 1943     avevano capito   che la Germania  aveva già perso. Lo  aveva  capito  anche il “signor M”  che pur  essendo un dilettante  non era scemo. Occorreva  quantomeno una “pace separata”  ma le uniche avances  “angloamericane”    consistevano in una pace   separata  riservata alla   sola Italia .

Quel “sola”  significava  però   trasformare  comunque l’ Italia  in un campo  di battaglia;  questa  non  era  quindi una “soluzione”, bisognava     esplorare  altre vie.

 E “l’ altra  via “  per   fermare il massacro   europeo   era  solo  una “pace  separata”  con l’ URSS, perché   solo l’ URSS  poteva  essere interessata   a fermare un  massacro  che  la investiva   in pieno  da  ben due anni.

Ovviamente   solo  alle sue   condizioni,  che però  molto probabilmente  non  avrebbero  richiesto   la “ resa  incondizionata”  richiesta  da sempre  dagli “angloamericani”.

Certamente non  era una cosa molto probabile,  ma nell’interesse   della intera Europa    sarebbe  andata    comunque  esplorata.

 Dicono infatti  che  a Feltre  il “signor M”  volesse   convincere  di questo il  “camerata tedesco ”   e     addirittura  dicono  che per  dare   subito  corso a  questo  tentativo  ci  fosse già  nelle vicinanze   un misterioso    “inviato”      del “signor S”.

Ma la cosa non fu possibile. “ Il signor M” non riuscì nemmeno  ad interrompere  il monologo  spiritato  del “ signor H”    e  che lo   subì a capo  chino,   forse cominciando   a pensare a come   salvare se stesso    da un disastro ormai inevitabile.

Quelli  che pensano infatti   alla  storiella   del “signor M”   sorpreso   dal   Gran Consiglio  non  sono molto  perspicaci       esattamente   come  quelli   che   credono che  “  il signor M”   dovesse  morire   per le  famose “lettere  di Churchill”, perché  quelle “lettere” ,  anche  se ci fossero state ,   potevano  essergli  sempre semplicemente  sottratte.

Io, che  sono malizioso per natura  penso  invece che  fosse un altro  il “  segreto”   che     doveva   essere      sigillato per sempre ,  magari   con un lavoro “  “benfatto”   cioè   ufficialmente    fatto  dai comunisti italiani  ma non per  conto   dei loro  “piccolo padre”, che infatti non lo rivendicò mai.

Costui   daltronde   non aveva  certo motivo per opporvicisi ,  datosi     che   dal 1943  il quadro  geopolitico   era  cambiato  e   seppellire  per sempre    ciò che forse  poteva  essere a Feltre,   di  sicuro  avrebbe   fatto oramai  comodo anche a lui.

La geopolitica è così, non fa sconti a nessuno e non ci sono  spazi per   ideologie   e sentimentalismi ,   perché   quando  ti siedi  a quel tavolo non sai   quando e come  ne  potrai  venir  via .

Quale    è   quindi  la morale di tutto questo ?  

La  prima ovviamente è : mai  sedersi  da dilettanti  al  tavolo  da gioco   della  geopolitica     credendone poi  di potersene   comunque uscire    con poca  spesa, aka  i famosi “ pochi migliaia  di morti”…

La seconda , altrettanto ovviamente , è : mai sedercisi   facendo “società”  con i tedeschi , perché  hanno una  spropositata    propensione  al rischio,  sono  presuntuosi  cocciuti    e pure    delle vere   “schiappe” .

Pensaci  Giorgia !.